di Franca Fortunato


In tutti questi giorni in cui l’Ilva ArcelorMittal è stata al centro dell’attenzione del paese molto si è detto e scritto, tutti hanno ripetuto che l’Ilva non può chiudere perché è la fabbrica di acciaio più grande d’Europa, pochi hanno ricordato che è la fabbrica di morte più grande d’Europa. Da anni le donne del quartiere Tamburi si battono per la chiusura di quello che è «un mostro, un ammasso di ferro, da cui escono solo fumo, veleni, morte e disperazione» e che ha reso la città «la terra d’ombra bruciata» – come dice il titolo di un libro di Valentina Nuccio, in cui raccoglie le vite, le storie «raccontate tra lacrime di gioia e di dolore», di bambini/e, donne e uomini condannati dal cancro –. Terra d’ombra bruciata è il colore ferro, ruggine, delle polveri che fuoriescono dalle ciminiere perché non sono messe in sicurezza – chi avrebbe dovuto metterle in sicurezza in sessant’anni di vita del “mostro”? – Quando il maestrale urla – racconta Lucia, ammalata terminale di cancro – gli abitanti di Taranto piangono. Le polveri volano. «Stiamo morendo a centinaia avvelenati da una cosa che si chiama diossina e benzopirene». Il vento costringe a stare chiusi in casa per giorni interi, mentre fuori c’è il sole, e i veleni si depositano ovunque. Sui vestiti, sui balconi, sui terreni, sull’erba, nel fondo del mare e soprattutto, nei polmoni. Il padre cassintegrato di Sofia, leucemica a quattro anni, piangendo racconta il dramma suo e di tanti come lui: «A Taranto o muori di fame o muori di tumore. Io sto uccidendo mia figlia». Stella a sei anni e mezzo si è ammalata di tumore, la sua amichetta sin dalla scuola materna, Camilla, un anno prima non è sopravvissuta. «Non ho partorito con dolore e sofferenza, urlando e strepitando, – dice la madre di Stella – per poi farmela togliere dal cancro. Quando la stringo penso che mia figlia non ha avuto un’infanzia».

Sono loro le mamme coraggio che si aiutano nel reparto oncologico, piangono insieme e alle volte sorridono insieme. Ogni mese, nel silenzio dei media, da anni scendono in piazza contro la fabbrica, e come le madri di Plaza de Mayo urlano i nomi dei propri figli e figlie ammalati/e o morti/e di cancro. Alcune di loro in questi giorni infuocati erano sul ponte girevole di Taranto per dire «Chiusura e riconversione, unica soluzione», «I bambini di Taranto vogliono vivere». Ma chi ascolta il loro grido di dolore, o chi accoglie il sogno di una madre che dice a sua figlia: «Figlia, forse io non farò in tempo a vedere l’Ilva spegnersi, ma quanto vorrei che lì ci fosse un grande parco divertimento, dove i bambini possano correre a perdifiato, divertirsi e sognare cosa faranno da grandi».


(Il Quotidiano del Sud, 14 novembre 2019)


La politica classica si rivolgeva a un individuo dotato di volontà e di ragione. La sfera dell’azione politica era separata da quella del mantenimento della vita, dall’economia: polis e oikos, città e casa erano due spazi distinti. Con la modernità si passa dalla gestione del territorio a quello della popolazione, si entra nel regime che è stato definito biopolitica. Saltano i diaframmi che separano l’azione pubblica dalla vita, e l’individuo non è più quello di una pura razionalità controllata dal volere, perché di lui fanno parte componenti che sfuggono al controllo della ragione, passionali, emotive, viscerali. La vita entra allora nella sfera della politica rendendo insufficienti i dispositivi concettuali tradizionali, come per esempio quelli contrattuali.
Oggi siamo nel tempo di un’altra inclusione. Gli anni Sessanta, con i movimenti che li hanno caratterizzati, ci hanno mostrato l’irruzione del desiderio sulla scena sociale. Al di là dei bisogni si apre una deriva che la società dei consumi ha tentato di riassorbire con l’offerta di merci, esche per catturare il desiderio in finte concrezioni di godimento, da acquistare, gettare e rinnovare continuamente. Sullo sfondo di questa nuova fase c’è evidentemente l’apparizione della psicoanalisi, la cui sola esistenza si ripercuote sul funzionamento della vita collettiva.
Allo stato attuale, in un momento in cui il sovranismo alza la testa, ci troviamo al bivio tra una ricaduta nelle vecchie logiche del discorso del padrone, o una spinta in avanti verso una politica che includa l’inconscio. Ne studieremo la possibilità quest’anno in relazione alle pratiche ovvero ai luoghi operativi in cui ciascuno di noi è impegnato, al legame sociale, il cui concetto è ridefinito dalla psicoanalisi, alla questione della vita, che la biopolitica deve poter pensare nella sua articolazione con il discorso, all’inconscio, senza considerare il quale l’attuale regime neoliberista riduce il mondo a una sfrenata produzione di oggetti-paccottiglia. La scommessa è che una politica dell’inclusione possa produrre soluzioni diverse dalla drammatica forbice che confina oggi la maggior parte della popolazione in condizioni di vita sempre più difficili e di sempre maggior isolamento, dove la solitudine è diventata un problema di cui ci si occupa nei ministeri.


Gli incontri si svolgono a Milano, Società Umanitaria, via San Barnaba 48, Aula Biblioteca del Campo freudiano, 1° piano. Il primo sarà il 29 novembre 2019 ore 20.30: PRATICHE. Partecipano: Vita Cosentino, Riccardo Fanciullacci, Laure Naveau e Giuseppe Salzillo. Coordina Marco Focchi. Ingresso libero.


(www.istitutofreudiano.com, 14 novembre 2019)

di C.B.


Dialogo interreligioso aperto a Pordenone sul presepe cristiano: l’imam Mohamed Hosny lo dice chiaro che «è un simbolo di pace universale». La guida spirituale di duemila islamici nella moschea in Comina ha azzerato dubbi e polemiche sul punto.

«La comunità islamica in Friuli Occidentale ha il massimo rispetto – ha aggiunto Hosny – per le tradizioni della società in cui vive». Nelle scuole il presepe multietnico 2018 ha raggiunto lo zenit all’Isis Flora di Pordenone, con le statuine afroasiatiche nella Natività.
«Dopo avere studiato bene questo argomento e il concetto del presepe – ha puntualizzato l’imam – noi musulmani riconosciamo Maria e Gesù perché sono presenti nel Corano. Nelle nostre preghiere ricordiamo i loro miracoli e abbiamo un capitolo intero nel Corano che porta il nome di Maria. Riguardo alla tradizione millenaria del presepe cristiano, noi portiamo tanto rispetto».
Simboli religiosi diversi, ma le “guerre sante” sono finite. «La comunità islamica è sempre disponibile a collaborare per iniziative che hanno come obiettivo il bene della società» ha concluso il capo religioso islamico Hosny. «Ci piacerebbe che si creassero occasioni per fare conoscere a tutti i bambini e giovani di religione cristiana i fondamenti della fede, i luoghi di preghiera. Invitiamo tutti a visitare il Centro islamico a Pordenone in Comina: in qualsiasi momento tutti saranno benvenuti. La conoscenza e il confronto aperto e culturale è il modo più efficace per promuovere la pace nella nostra società».


(Messaggero Veneto, 13 novembre 2019, https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2019/11/12/news/l-imam-hosny-dice-si-al-presepe-nelle-scuole-e-un-simbolo-di-pace-1.37896480?refresh_ce)

di Daria Bignardi


Come scrive la scrittrice francese Annie Ernaux a proposito di una figura del suo passato, per me lei è una di quelle donne «morte o vive, reali o immaginarie, con le quali, malgrado tutte le differenze, sento di avere qualcosa in comune. Formano in me una catena invisibile in cui stanno fianco a fianco artiste, scrittrici, eroine dei romanzi, donne della mia infanzia. Ho l’impressione che la mia storia sia in loro». Anzi no: Annie Ernaux è così estrema, spudorata e spoglia nella sua missione di scrittrice che la immagino come un’isola irraggiungibile dove è accaduto qualcosa di drammatico che avrebbe potuto succedere anche a me.

Una volta l’ho incontrata e ho presentato un suo libro, ed era così: troppo. Troppo brava, troppo estrema, troppo distante.

Ogni sua opera è una guerra con morti e feriti nel campo di battaglia che è la condizione femminile, o forse dovrei dire è stata perché io voglio pensare che oggi, come ho sentito dire dalla filosofa ottantenne Luisa Muraro, stia accadendo «uno sconvolgimento che è avvenuto in profondità, senza violenza, ma enorme, e ci sta capitando: è finito il dominio maschile sulle donne». Ma per secoli, anzi millenni, non è stato così. E non è ancora così in metà del mondo.

L’ultimo libro di Annie Ernaux tradotto in Italia da L’Orma Editore è appena uscito e s’intitola L’evento. L’evento è stato il suo aborto avvenuto nel 1963 nel bagno del suo studentato dopo che per la seconda volta una mammana le aveva introdotto una sonda nell’utero.
A quel tempo l’aborto in Francia (e in Italia) era illegale ed Ernaux racconta in modo totalmente spietato e scabro tutto quello che le accadde quando si ritrovò a ventitré anni, incinta e sola, a doversi occupare di una gravidanza non voluta. Leggendola ho come sempre la certezza che quel che racconta sia precisamente quel che è successo a migliaia di donne, e che sia terribile.

Scrive Ernaux tra parentesi, dopo la raccapricciante scena nel bagno: «Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverne. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo».

Il libro di Ernaux è sconvolgente e crudele ed esatto in ogni sua parola, proprio come lei: una donna che pensa che il vero scopo della sua vita sia che il suo corpo, le sue sensazioni e i suoi pensieri diventino scrittura. […]


(Vanity Fair, 13 novembre 2019: https://www.vanityfair.it/vanity-stars/daria-bignardi/2019/11/13/annie-ernaux-condizione-femminile

di Julie Bindel


Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Julie Bindel “The failed attempt to silence the sex trade survivor Rachel Moran”


Quando la sopravvissuta al commercio del sesso Rachel Moran ha pubblicato il suo libro di memorie, “Paid For: My Journey through Prostitution” [uscito in Italia con il titolo Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Round Robin, 2017, NdT], sapeva che non tutti sarebbero stati felici che lei mettesse a nudo la realtà dello sfruttamento sessuale. Papponi, proprietari di bordelli e utilizzatori difficilmente avrebbero gradito che venisse sollevato il coperchio sulla più antica oppressione del mondo. Quello che non avrebbe mai potuto immaginare era di dover fare causa a un’altra donna per diffamazione, per aver ripetutamente affermato che Moran avrebbe basato il suo libro su una serie di bugie.

Gaye Dalton, anche lei una prostituta nel quartiere a luci rosse sul lato sud di Dublino, uno dei luoghi nei quali Moran è stata comprata e venduta, ha ripetutamente affermato che Moran avrebbe fabbricato tutta la storia della sua vita e non sarebbe mai stata nemmeno prostituita. Queste incredibili affermazioni sono state giudicate oggi “non veritiere, offensive e diffamatorie” da un giudice del Tribunale di Dublino e Dalton è stata legalmente diffidata dal ripeterle.

Nel 1989, quando Moran aveva 13 anni, suo padre si tolse la vita. Con sua madre, che soffriva a sua volta di gravi problemi di salute mentale, divenne ancora più difficile convivere. Moran se ne andò di casa poco dopo, entrò e uscì da ostelli, alloggi in B&B finanziati dallo stato e rifugi per vittime di violenza domestica, prima di diventare senzatetto. Di lì a poco Moran fu avviata alla prostituzione. La sua vita è stata costellata dalla violenza e dall’abuso degli uomini, dalla tossicodipendenza e dalla precarietà. Dopo sette anni, nel 1998, Moran trovò la forza di liberarsi dalla droga e di uscire dalla prostituzione. Si rimise a studiare, si laureò in giornalismo alla Dublin City University e iniziò a scrivere il suo libro di memorie Paid For, che richiese un decennio di lavoro per arrivare a compimento.

Il libro, pubblicato nel 2013, è diventato immediatamente un bestseller. Femministe di tutto il mondo hanno acquistato Paid For, che la studiosa di fama mondiale Catharine MacKinnon ha descritto come “Il miglior lavoro che chiunque abbia mai scritto sulla prostituzione”.

Moran divenne presto un’icona molto amata all’interno del movimento femminista internazionale, e da allora il suo libro è stato pubblicato negli Stati Uniti, in Australia, Germania, Italia, Corea e in altri paesi. L’anno prima della pubblicazione del suo libro, Moran aveva dato vita a un’organizzazione composta da sopravvissute al commercio del sesso, SPACE International. SPACE è cresciuta come organizzazione e Moran ne è diventata la direttrice esecutiva. L’organizzazione, che ha operato senza finanziamenti per i primi quattro dei suoi otto anni di esistenza, è stata tenuta insieme da un’ingegnosa strategia di collegamento delle sopravvissute al commercio del sesso con organizzazioni femministe che volevano sentire la loro voce, in seguito al grande interesse generato da Paid For. Moran e le sue colleghe hanno dormito ospiti nelle stanze libere delle femministe, sui divani e nei B&B a buon prezzo, mentre diffondevano il loro messaggio sull’abuso inerente al commercio sessuale a un pubblico il più vasto possibile, con un budget pari a zero.

La realtà di questa storia – una vera lotta femminista dal basso – è probabilmente ciò che rende le accuse contro Moran così ingiuste e offensive. Lungi dal romanzare la sua storia, Moran ha esposto la dolorosa verità in modo che altre donne non debbano viverla. Lungi dal trarne profitto, la prima volta che ho incontrato Moran a una conferenza femminista a Malmo, non aveva nemmeno i soldi per pagarsi il pranzo. Chiedo a Moran di quei primi giorni e di cosa avesse comportato la costruzione di un’organizzazione da zero. Mi ha detto: “Ho iniziato a viaggiare a livello internazionale nel 2012, sull’onda di un blog che avevo iniziato a scrivere un anno prima che il mio libro uscisse, e ho incontrato tutte queste fantastiche donne da tutta l’Europa e il Nord America e quello che mi ha colpito con tanta forza è stato che, indipendentemente dal fatto che fossimo donne bianche dell’Europa o donne nere degli Stati Uniti o donne indigene del Canada, stavamo tutte dicendo la stessa cosa. Era impossibile non vedere la forza che queste voci avrebbero potuto avere se si fossero unite. La prima cosa che abbiamo dovuto affrontare sono state le bugie e gli insulti che ancora oggi dobbiamo affrontare”. Uno di questi insulti tipico è quello arrivato dalla signora Dalton, che a quanto pare avrebbe affermato che le donne di SPACE International erano “un branco di piccole truffatrici avide e maligne che vendevano le vite delle prostitute insieme alle loro anime”.

“È disgustoso sentir parlare in questo modo delle nostre donne”, afferma Moran. “Ognuna delle donne che rappresentano SPACE International ha vissuto il commercio del sesso, molte di noi offrendo servizi in prima linea alle donne che attualmente si trovano nella prostituzione. Sappiamo di cosa stiamo parlando perché l’abbiamo vissuto e abbiamo visto altre donne viverlo. Mascherare e imbellettare il commercio del sesso non funziona con noi. Ecco perché c’è bisogno di spazzare via le nostre voci come fraudolente. Sono un’opposizione pericolosamente potente alla narrazione politica contraria”.

Alla domanda su come si sente dopo aver finalmente ottenuto giustizia, Moran risponde: “Ho sempre saputo che avrei potuto ottenere giustizia perché sapevo che stavo dicendo la verità. Quello che non sapevo era se avrei avuto la possibilità di vedere la signora Dalton in un’aula di tribunale. Per fortuna quel giorno è arrivato e i media ora riportano quello che ho sempre saputo”.

Le prove di Moran includevano due dichiarazioni giurate, una da parte di una ex madre affidataria che aveva preso in carico Moran per ordine del tribunale dopo che era stata arrestata in un bordello ancora minorenne nel 1992, l’altra dal sottufficiale di squadra che l’aveva arrestata.

“Non si tratta solo di Dalton, vero?” chiedo a Moran. “No, non è solo questo”, dice lei. “Non si tratta semplicemente di una donna che diffonde voci maligne su un’altra. È una questione molto più ampia e più losca di questo. Si è trattato di una campagna orchestrata di molestie che è durata anni, coinvolgendo centinaia di persone, migliaia di tweet, decine di video e post sui blog, false accuse, diffamazione e il rilascio pubblico, deliberatamente minaccioso, del mio indirizzo di casa.”

Parte del fango è rimasto attaccato. Ricordo a Moran che io stessa non ho potuto pubblicare un pezzo biografico su di lei in un importante quotidiano britannico sulla base del fatto che circolavano “voci e dubbi sulla sua autenticità”. “Ci sono state voci e dubbi sull’autenticità di ogni donna che abbia mai parlato contro la violenza maschile nella storia del mondo”, afferma Moran. “Quelle voci non mi disturbano tanto quanto il fatto che alcune donne che si definiscono femministe ci credono e le ripetono. Suggerirei loro di cercare la parola ‘femminista’ nei dizionari, o di guardarsi allo specchio, o forse di fare entrambe le cose allo stesso tempo.”

In una lettera presentata al Tribunale di Dublino, la psichiatra di Dalton ha descritto quest’ultima come “malata”, chiedendo al tribunale clemenza nei suoi confronti. Chiedo a Moran: cosa prova ora nei confronti di Dalton? “Provo compassione per lei” dice Moran. “Sento che è stata usata. Quello che è stato rivelato qui sono gli atti di bullismo e lo svilimento di una completa estranea da parte di una paziente psichiatrica a lungo termine, tramite accuse che sono state appena riconosciute come diffamatorie in un tribunale irlandese. Quello che è sotto gli occhi di tutti è che un’intera cabala globale di voci a favore del commercio sessuale ha approfittato per anni della sua fragilità mentale e della mia incapacità di difendermi. Hanno usato una donna per ferirne un’altra e sapevano esattamente cosa stavano facendo.”


(www.resistenzafemminista.it, 13 novembre 2019)



Link all’articolo originale di Julie Bindel: https://blogs.spectator.co.uk/2019/11/the-failed-attempt-to-silence-sex-trade-survivor-rachel-moran/



The failed attempt to silence the sex trade survivor Rachel Moran


by Julie Bindel


When the sex trade survivor Rachel Moran published her memoir, Paid For: My Journey through Prostitution, she knew not everybody would be happy that she’d laid bare the realities of sexual exploitation. Pimps, brothel owners and punters would hardly be pleased that she’d lifted the lid on the world’s oldest oppression. What she could never have imagined was having to sue another woman for defamation, for repeatedly claiming that Moran had based her book on a pack of lies.

Gaye Dalton, who was also a prostitute in Dublin’s southside red-light district, one of the spots where Moran was bought and sold, has repeatedly alleged that Moran fabricated her entire life history, and had never even been in prostitution. These extraordinary claims were ruled as, ‘Untrue, offensive and defamatory’ by a judge in Dublin’s Circuit Court today, and Dalton was legally restricted from repeating them.

In 1989, when Moran was 13-years-old, her father took his own life. Her mother, who also suffered serious mental health problems, then became even more difficult to live with. Moran left home shortly afterwards, moved in and out of hostels, state-funded B&B accommodation and domestic violence refuges, before becoming street homeless. Soon after Moran was groomed into prostitution. Her life was dogged by men’s violence and abuse, drug addiction and transient accommodation. After seven years, in 1998, Moran found the strength to kick narcotics and exit prostitution. She returned to education, undertook a journalism degree at Dublin City University and began to write her memoir Paid For, which took her a decade to complete.

The book, published in 2013, became an instant bestseller. Feminists all over the world picked up Paid For, which world-renowned legal scholar Catharine MacKinnon described as, ‘The best work by anyone on prostitution ever.’

Moran soon became a much-loved icon within the international feminist movement, and her book has since been published in the United States, Australia, Germany, Italy, Korea and various other countries. Moran had set up an organisation made up of sex trade survivors, SPACE International, the year before her book’s release. SPACE grew as an organisation, and Moran became its Executive Director. The organisation, which operated without funding for the first four years of its eight year existence, was held together by an ingenious strategy of connecting sex trade survivors with feminist organisations who wanted to hear their voices, with much interest generated by Paid For. Moran and her colleagues slept in feminists’ spare rooms, on sofas and in cut-price B&Bs, as they spread their message about the abuse inherent to the sex trade to as broad an audience as possible, on zero budget.

The reality of this history – an absolute grassroots feminist struggle – is probably what makes the allegations against Moran so unjust and insulting. Far from fictionalising her history, Moran laid out the painful truth so other women wouldn’t have to live it. Far from profiting from it, the first time I met Moran at a feminist conference in Malmo, she didn’t even have the price of a meal. I ask Moran about those early days and what was involved in building an organisation from the ground up. She said ‘I began travelling internationally in 2012 on the back of a blog I’d begun writing a year before my book came out, and I met all these fantastic women from across Europe and North America and the thing that struck me so forcibly was that, regardless whether we were white women from Europe or black women from the US or Indigenous women from Canada, we were all saying the same thing. You couldn’t fail to see what a powerful force these voices would be if they were united. The first thing we faced were lies and slurs, and we face them to this day.’ One such slur would be that delivered by Ms Dalton, who allegedly said the women of SPACE International were ‘A pack of greedy, spiteful little frauds who sold sex workers lives out along with their souls.’

‘It’s just disgusting to see our women spoken about in that way’ says Moran. ‘Every woman representing SPACE International has lived the sex trade, many of us delivering frontline services to women currently in prostitution. We know what we’re talking about because we’ve lived it and we’ve witnessed other women live it. Whitewashing the sex trade won’t work with us. That’s why our voices must be rubbished as fraudulent. They are a dangerously powerful opposition to the counter political narrative.’

Asked how she feels about finally being vindicated, Moran says, ‘Well I always knew I could be vindicated because I always knew I was telling the truth. What I didn’t know was whether I’d be able to see Ms Dalton inside a courtroom. Thankfully that day has come and the media is now reporting what I’ve always known.’

Moran’s court submissions included two affidavits, one from a former foster mother who took Moran into care under court order after she had been arrested from a brothel as a minor in 1992, and the other from the Vice Squad Officer who’d arrested her.

It’s not just about Dalton though, is it? I ask Moran. ‘No, it isn’t’ she says. ‘This is not nearly as straightforward as one woman spreading malicious rumours about another. It’s much further reaching and more sinister than that. This was a concentrated campaign of harassment that ran for years involving hundreds of people, thousands of tweets, scores of videos and blog posts, false allegations, defamation and the deliberately threatening public release of my home address.’

Some of that mud stuck. I remind Moran that I myself was prevented from publishing a profile piece on her in a major British newspaper on the grounds that there were ‘murmurings about her authenticity’. ‘There’ve been murmurings about the authenticity of every woman who’s ever spoken out against male violence in the history of the world’ says Moran. ‘Those murmurings don’t bother me nearly as much as the fact that some women who’d call themselves feminists believe them and repeat them. I’d suggest they look up the word “feminist” in their dictionaries, or take a look in the mirror, or maybe do both at the same time.’

In a letter submitted to Dublin’s Circuit Court Ms Dalton’s psychiatrist described her as ‘ill’ and asked the Court for leniency on her behalf. I ask Moran how she feels about Dalton now? ‘I have some sympathy for her’ says Moran. ‘I feel she’s been used. The piece that’s been revealed here is a long-term psychiatric patient’s bullying and vilification of a total stranger with allegations that have just been deemed defamatory in an Irish Court. The piece that’s gone under the radar is how a whole global cabal of pro-sex trade voices took advantage for years of her mental frailty and of my inability to defend myself against it. They used one woman to hurt another, and they knew exactly what they were doing.’


(The Spectator, 11 novembre 2019)

di Alessandra Ziniti


LAMPEDUSA – «Siete mai stati due ore chiusi in una stanza con uno schiavo? Io sì. E la stanza è rimasta colma del suo tremore e del suo silenzio». Luciana Breggia non ha timore di esprimere i suoi sentimenti, anzi ne rivendica il bisogno. Giudice civile ignota al grande pubblico, non avrebbe mai pensato che la sua sentenza che rigettava il ricorso del Viminale contro l’iscrizione all’anagrafe di un richiedente asilo l’avrebbe fatta finire nella lista nera dei magistrati schedati dallo staff di Matteo Salvini per le attività pubbliche che ne avrebbero connotato la «faziosità». La presidente della sezione immigrazione del tribunale di Firenze non è mai venuta meno alla consegna del silenzio e anche ora, che della sua esperienza di giudice

dell’asilo ha fatto uno spettacolo teatrale, non vuole tornare su quell’episodio. Ma alla fine è proprio da qui che parte: «Io ho sempre applicato le norme, naturalmente interpretandole con rigore e imparzialità. Ma il giudice ha una testa e un cuore, non è disincarnato. Avere un pensiero ed esprimerlo lo rende anzi più trasparente. Il giudice parziale, quello che sfoga nei suoi provvedimenti un sentire di parte, è un giudice muto». E allora eccola l’elaborazione culturale di due anni di diario di un giudice dell’asilo portata in scena, con un reading teatrale, davanti alla platea di magistrati, avvocati, esperti di immigrazione riuniti a Lampedusa da Area democratica per la giustizia e Asgi per confrontarsi sui temi del diritto della frontiera. Invece accade, così si chiama, perché nella sua stanza di giudice a Firenze Luciana Breggia ha sentito cose che pensava non sarebbero più accadute, dai campi di sterminio ai lager libici. Mai, ad esempio, avrebbe pensato di trovarsi di fronte a Ievohah, il re che non voleva diventare re. «Un ragazzo del Burkina Faso –

ricorda – che mi spiegò di essere fuggito dal suo villaggio per aver rifiutato di diventare re, come gli spettava per successione. “Da noi sarebbe bello diventare re”, ho obiettato. E lui: “Da noi invece no, sei un fantoccio nelle mani degli anziani del villaggio. Ti usano, ti chiedono di uccidere, io sono cristiano e non volevo uccidere nessuno”. Ho cercato di trovare riscontri alla sua storia, non ho trovato nulla, ma gli ho creduto. Era inserito in un contesto, parlava italiano, era vulnerabile. Mi sono misurata con l’impossibilità di ricostruire la sua storia e gli ho dato il permesso umanitario».

Ievohah, il re mancato, Maore, lo schiavo di Agades, Beauty, la ragazza stuprata e vittima di tratta, Latif, il bambino pakistano cucitore di palloni, Marsillah scappato dal Mali che pensa a tutto quello che ha perso. «Nella mia stanza sono passati centinaia di donne e uomini senza diritti, persone ridotte a cose. La mia stanza è una finestra su mondi lontani, geograficamente e culturalmente. Quando mi ritrovo faccia a faccia con loro sento un’enorme responsabilità. La legge ci chiede di valutare la credibilità, la plausibilità delle loro storie, raccontate da persone tremanti e stremate in lingue sconosciute. Momenti che affrontiamo da soli, con l’aiuto di interpreti improvvisati senza mediatori culturali. Cosa è plausibile e cosa no? Quanta fatica, quanta tristezza, quanto dolore». Questo spettacolo Luciana Breggia lo ha scritto per il giorno della Memoria. «Nuove forme di deumanizzazione», le chiama, cui bisogna opporsi anche se vesti la toga. E, mano sul cuore, saluta commossa il minuto di applausi che Lampedusa tributa al suo diario di un giudice.


(la Repubblica, 11 novembre 2019)

di Franca Fortunato


Sono passati settant’anni da quel tragico giorno (28 novembre) del 1946 quando Giuditta Levato, la contadina comunista nata nel 1915 a Calabricata di Albi (oggi Sellia Marina), venne uccisa sulle terre date in concessione alla cooperativa di cui faceva parte ed espropriate al barone latifondista Pietro Mazza in forza del decreto sulle “terre incolte” del 1944 del ministro calabrese dell’Agricoltura Fausto Gullo. Quella mattina Giuditta, nonostante fosse al settimo mese di gravidanza del suo terzo figlio, e le compagne e i compagni della cooperativa si mossero verso i campi, appena seminati, dove trovarono ad attenderli il barone che ne rivendicava la proprietà. Per impedire la coltivazione, il barone ordinò che una mandria di buoi pascolasse nei campi. Giuditta e le sue compagne cercarono di allontanare i buoi, quando un mandriano del barone sparò un colpo di fucile e la colpì all’addome. Cadde a terra, esangue, la portarono prima a casa e poi in ospedale dove morì di lì a poco. Aveva trentun anni. Lei che aveva aderito al Partito Comunista italiano, è al dirigente comunista e sindacalista Pasquale Poerio che affidò le sue ultime parole: «Compagno, dillo, di’ a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza, ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio marito dirai che l’ho amato, muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, di’ che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata».

Giuditta Levato è diventata negli anni un’icona, un simbolo di forza e coraggio femminile. A lei sono stati dedicati libri, saggi, ballate, intitolate strade, musei, sale istituzionali. Io, che non amo le icone, i simboli e la retorica, a distanza di settant’anni dalla sua uccisione, mi chiedo che cosa mi lega a questa donna. Mi lega l’amore per la sua e la mia libertà, il desiderio di vivere la vita che entrambe, nelle nostre differenze e in tempi e condizioni diverse, abbiamo scelto. Mi lega la passione politica, la sete di “giustizia sociale” che mi/ci spinse ad entrare a far parte di quella comunità che era il Pci, dove il chiamarsi “compagna” e “compagno” per lei/per me aveva un senso. A lei, insomma, mi lega una parte importante della mia vita, che a un certo punto, senza rimpianti o nostalgie, ho abbandonato per qualcosa di meglio. Lei, venuta prima di me/noi, resta una donna della mia/nostra genealogia. Giuditta è morta in fedeltà a sé stessa e al suo essere comunista. È in nome della sua morte, della storia sua e di tante/i come lei, come me, che mi indigna la risoluzione approvata dal Parlamento europeo che ha equiparato il nazismo al comunismo, falsificando e manipolando quella storia di cui Giuditta Levato è parte, uccidendola così per la seconda volta.


(Quotidiano del Sud, 7 novembre 2019)


N.d.r.: la risoluzione di cui parla Franca Fortunato è quella approvata il 19 settembre 2019 dal Parlamento Europeo “sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. Quel testo è frutto di un ‘compromesso’ tra diverse proposte ed è risultato in affermazioni ambigue sugli eventi che portarono alla seconda guerra mondiale e sulle responsabilità dei totalitarismi del Novecento, arrivando ad un’equiparazione inquietante tra nazismo, fascismo e comunismo (vedi Ida Dominijanni, Gli spettri di Strasburgo).

Contro questa risoluzione, votata da tutti i gruppi politici europei e da tutti i partiti italiani, è stato lanciato un appello che l’accusa di stravolgere la memoria storica invece di rispettarla e preservarla.

di Amira Hass


Qualche tempo fa un’israeliana che vive negli Stati Uniti e gira documentari mi ha contattato per chiedermi un consiglio su una nuova serie che sta preparando. Il tema è l’odio. Voleva che le dessi qualche spunto sul sentimento di odio che i palestinesi mostrano verso gli israeliani. Le ho detto subito di no. Ha cercato di spiegarmi che il documentario toccherà anche il tema dell’occupazione, ma io le ho detto che, se l’argomento e il fulcro della serie è l’odio, indipendentemente da quali siano le sue intenzioni, c’è il rischio che il messaggio venga frainteso: il governo israeliano non sarebbe percepito come la causa di un sentimento così crudo. Le persone che odiano verrebbero trasformate in colpevoli, anche se magari non sono definite in questo modo. E, se non colpevoli, sembrerebbero quantomeno incoscienti o violente.

Ho lavorato per anni in mezzo ai palestinesi. Fino a oggi l’odio non aveva mai assunto una connotazione personale. I miei interlocutori, e non solo i miei amici, sapevano distinguere tra l’odio naturale verso il governo straniero che rovina le loro vite e il sentimento verso gli individui in carne e ossa a cui è toccato in sorte di essere cittadini di quel paese. C’erano alcune eccezioni, ma non facevano altro che confermare la regola.

Negli ultimi dieci anni, però, ho avvertito un cambiamento. Soprattutto i giovani, in generale esponenti laici del ceto medio-alto di Ramallah, hanno cominciato a vedere in me la rappresentante della cosa che odiano di più al mondo e, quindi, hanno cominciato a odiare anche me. Non vi annoierò descrivendo tutte le fasi di questo cambiamento, che si è manifestato sia su Facebook sia nella vita reale. Mi limiterò a citare un episodio, durante una protesta contro le sanzioni volute dal presidente palestinese Abu Mazen contro la Striscia di Gaza. Quel giorno alcune ragazze mi hanno chiesto di allontanarmi dalla manifestazione e di lasciare la Palestina, perché questa non è casa mia. I loro occhi sprizzavano ostilità e disgusto. Un mio amico un po’ più grande di loro, che ha passato anni in un carcere israeliano per la sua militanza nel Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), ha cercato di farle ragionare ma è stato travolto da una valanga di post su Facebook che lo accusavano di essere un traditore.

Questo è il motivo per cui nelle ultime due settimane mi sono tenuta alla larga dalle manifestazioni che si sono svolte a Ramallah e nei pressi di un posto di blocco militare per protestare contro l’uso della tortura durante l’interrogatorio di Samer Arbid, un attivista dell’Fplp finito in ospedale per le lesioni riportate. Arbid è sospettato di aver fabbricato l’esplosivo che ha ucciso una giovane escursionista israeliana nei pressi di una sorgente d’acqua a ovest di Ramallah, una delle sorgenti usate per centinaia di anni dai contadini palestinesi e ora controllate dai coloni che ne fanno luoghi per soli ebrei.

Samer Arbid non è l’unico a essere stato torturato durante gli interrogatori dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, ed è difficile immaginare fino a che punto si siano spinti stavolta. Nel frattempo sembra che abbia ripreso conoscenza, ma la famiglia non può fargli visita e lui non può vedere il suo avvocato. Inoltre è vietato diffondere i dettagli dell’indagine. Finché si è temuto per la sua vita, ho preferito non trasformarmi nel classico drappo rosso che avrebbe fatto da recettore per la rabbia dei manifestanti.

Vivo in Cisgiordania da abbastanza tempo per capire l’odio e il disgusto dei palestinesi, che assume contorni sempre più personali man mano che si allontana la speranza di ottenere la libertà.

Negli ultimi venticinque anni Israele ha fatto tutto quello che era in suo potere per dimostrare le proprie ambizioni colonialiste, sfruttando nel modo più astuto il processo di negoziazione per strappare sempre più terre ai palestinesi e per smembrare ancora di più la loro collettività. Per contrastare questa politica sono stati usati tutti i mezzi possibili: manifestazioni individuali e di massa, post su Facebook e video, lancio di pietre, ordigni esplosivi e razzi da Gaza, appelli alle star della musica statunitense affinché non si esibissero in Israele, petizioni sui giornali, concerti di raccolta fondi e votazioni all’Onu.

Tutti questi mezzi hanno fallito. Lo stato israeliano va avanti per la sua strada. Il mondo gli permette di comportarsi come se fosse al di sopra della legge, mentre i palestinesi vengono vivisezionati per ogni parola e ogni slogan che pronunciano, per ogni colpo che sparano. Per questo motivo capisco il bisogno dei palestinesi di riversare la rabbia e l’odio su una delle poche ebree israeliane, se non l’unica, che si aggira nella loro gabbia. Estromettermi dal loro spazio pubblico è una manifestazione di forza e di vittoria immediata. Non sta a me dirglielo, ma così facendo questi giovani dimostrano quanto siano profonde la loro debolezza, frustrazione e impotenza.


(Internazionale n. 1331, 8 novembre 2019. Traduzione di Federica Giardini)

di Anna Lisa Antonucci


Un manuale per i giornalisti per fare luce, in maniera corretta, sulla violenza sulle donne, un fenomeno che persiste nel mondo ed è l’ostacolo maggiore all’uguaglianza di genere e allo sviluppo durevole.

A produrre il manuale è l’Unesco che ha pensato così di sensibilizzare i media ad affrontare in maniera etica il tema della violenza sulle donne ma anche i matrimoni precoci, la violenza domestica, le mutilazioni genitali femminili, i cosiddetti crimini d’onore, la tratta e il traffico delle donne, l’odio sessuale in rete e la violenza sulle donne nei conflitti.

«Affrontare la violenza di genere — spiega l’Unesco — significa trattare un tema che riguarda l’umanità intera, significa riflettere sui pregiudizi, sugli stereotipi e contribuire a rompere il silenzio e a far uscire la questione dalla sfera privata dove la violenza sulle donne è ancora troppo spesso relegata».

Una donna su tre nel mondo ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita, dunque «un flagello sistematico che persiste nella sua invisibilità».

Un fenomeno globale ma in gran parte silenzioso per fare luce sul quale servono conoscenze e capacità professionali da parte dei media, per affrontare l’argomento in modo etico e informato ed evitare segnalazioni erronee o addirittura fuorvianti. «I media sono le nostre finestre sul mondo» sottolinea l’Unesco, e possono avere un impatto e un ruolo importante nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere perché hanno il potere e la capacità di ispirare un cambiamento nelle norme, negli atteggiamenti e nei comportamenti scegliendo di far sentire la propria voce.

La violenza di genere comprende, infatti, difficili questioni di potere, diritti e obblighi regolati da norme.

Secondo l’Unesco, è importante però che sul fenomeno si accenda la luce giusta. Per questo si è pensato a una guida pratica che comprende esempi specifici, consigli pratici, definizioni, dati e raccomandazioni sui vari tipi di violenze, ad esempio dalle spose bambine ai matrimoni forzati, dalla mutilazione genitale femminile ai feticidi, alle molestie sessuali e online fino alla violenza sessuale sulle donne come arma di guerra.

Tanti e diversi tipi di violenza, sia che si verifichi nei paesi in via di sviluppo quanto nei paesi sviluppati, e che colpiscono dunque tutti noi. Con questo manuale, che sarà presentato il 22 novembre nell’ambito dell’assemblea generale dell’Unesco in programma a Parigi dal 12 al 27 novembre, l’organizzazione vuole riconoscere l’urgenza e la natura epidemica della violenza contro le ragazze e le donne, nonché fornire sostegno ai media nella prevenzione, mitigazione ed eliminazione di questo fenomeno.

Migliorando la copertura mediatica sul tema, sottolinea l’Unesco, rompendo il silenzio e segnalando regolarmente i casi, i giornalisti hanno il potere di far luce sulla portata e sulle implicazioni individuali e collettive della violenza contro le ragazze e le donne e possono contribuire a porre fine a questi crimini.


(Osservatore Romano, 8 novembre 2019)


N.d.R. Per uguaglianza di genere deve intendersi: uguaglianza di genere sessuale, ed è un’espressione sensata; violenza di genere, per contro, è un’espressione vaghissima e, qui, fuorviante perché qui si sta parlando precisamente di violenza di uomini contro le donne.

di Luisa Muraro


Forse per caso, forse invece no, un mercoledì sera sul canale 9 della tv ho visto una puntata del nuovo programma di Daria Bignardi, L’assedio. L’ospite protagonista, un uomo ancora giovane dal viso gradevole e pronto al sorriso, si faceva notare per la fascia tricolore che gli traversava il petto. Era un sindaco, dunque, di cui abbiamo saputo che è stato eletto al primo turno e con larga maggioranza in una lista civica di persone giovani.

Vi parlo di lui perché la sua vicenda, tutt’altro che conclusa, fa capire benissimo che cosa vuol dire saper fare le necessarie mediazioni e non pretendere di avere tutto in nome dei diritti.

Nato che era una bambina, così fu cresciuto da una madre contenta di avere una figlia e da un patrigno tutt’altro che scontento di vederla crescere come un “maschiaccio”. Arrivata all’adolescenza si trovò a disagio in un corpo di sesso femminile e, a vent’anni, si confidò con la madre. Ma lei gli rispose, ridetto con parole mie: ho messo al mondo una figlia e non voglio perderla. Il racconto continua che lui (tale ormai si sentiva di essere) tentò d’immaginarsi come un uomo che doveva travestirsi da donna. Ma gli restava e forse cresceva la sofferenza interiore. La sua compagna (agli occhi del paese formavano una coppia lesbica) lo spinse a decidersi e, arrivato ai trenta, si risolse a fare la transizione, ossia l’indispensabile per assumere a tutti gli effetti il genere sessuale cui si sentiva di appartenere. E così è andata. È andata bene anche perché, lo dice lui, a quel punto la madre lo sostenne in pieno e, insieme a suo marito, il patrigno, lo aiutò a farsi accettare nel paese, con il risultato che sappiamo.

Morale della favola, ha senso parlare di un ordine simbolico della madre che precede quello della legge. Quello della relazione materna è un ordine primario che non rende superfluo il secondo: la vicenda del sindaco ospite di Daria Bignardi non sarebbe stata possibile senza la fine della persecuzione legale della transessualità. Ma il punto fondamentale resta ed è che appellarsi ai diritti, per quanto sacrosanti, non sostituisce l’accettazione.


(www.libreriadelledonne.it, 8 novembre 2019)

di Franca Fortunato


Alba A., Maria Stefanelli, Simona Napoli, Giuseppina Pesce, Giusy Multari, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo, Annina Lo Bianco sono donne cresciute in famiglie di ’ndrangheta, che per amore della loro libertà e quella delle loro figlie e figli sono divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, denunciando e mandando in galera madri, padri, sorelle, fratelli, mariti, parenti, i cui legami di sangue hanno da sempre assicurato alla ’ndrangheta omertà, forza e mancanza di pentiti. Un’assicurazione che, da quindici anni a questa parte, le donne hanno incominciato a minare, scegliendo la difficile strada della riappropriazione della propria vita, lontano da quel mondo. Su di loro sono stati scritti libri, articoli, saggi, realizzate fiction e film, io stessa ne ho scritto più volte per dire dell’irrompere nel mondo mafioso dell’imprevisto della libertà femminile che, come una “slavina” – a detta anche dei magistrati di Reggio Calabria –, minaccia l’intero equilibrio delle ’ndrine che hanno costruito la loro forza sull’identificazione della famiglia di sangue con la struttura dell’organizzazione mafiosa. Donne che hanno posto fine alla complicità e omertà delle loro madri, custodi, per generazioni di donne, di un ordine patriarcale violento e criminale, di cui loro stesse sono sempre state le prime vittime, trasformate in carnefici delle loro figlie.

Le collaboratrici, quelle che ce l’hanno fatta a sopravvivere alla condanna a morte che continua a pesare su di loro, perché la ’ndrangheta non dimentica, vivono sotto falso nome con le figlie e i figli in località protette, lontane dalla Calabria. Annina Lo Bianco che, insieme a Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Pesce, ha denunciato la boss di San Ferdinando; l’infermiera Aurora Spanò, affiliata alla cosca Bellocco a cui appartiene anche il marito finito in galera, vive insieme al figlio dodicenne, divenuto il “collaboratore di giustizia” più giovane; Giuseppina Pesce, dopo aver portato alle sbarre l’intera famiglia, il padre, la madre, le sorelle, i fratelli e i nonni, vive con la figlia e i figli; Maria Stefanelli, la prima testimone di giustizia in un processo per mafia celebrato al Nord, vive con la figlia e la sua compagna; Giusy Mutari, cugina acquisita di Maria Concetta Cacciola, che ha portato in galera familiari e cugini del marito che l’avevano tenuta segregata in casa per un anno dopo la morte suicida del marito di cui la incolpavano, vive con le tre figlie; Simona Napoli che ha fatto condannare il padre, la madre e il fratello per l’uccisione del suo amante, vive con il figlio.

Di queste donne torna a parlare la giornalista palermitana Dina Lauricella nel suo libro Il codice del disonore. Donne che fanno tremare la ’ndrangheta, edito da Einaudi, con lo scopo di «esplorare soprattutto la cultura domestica della mafia calabrese», sollecitata da una collaboratrice, Alba A. (nome di fantasia), che le telefona per una intervista, in attesa della quale l’autrice scende in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, per capire il perché Alba ha deciso di collaborare. Un perché che accomuna tutte le collaboratrici e la cui risposta sta nel desiderio di rendersi libere e liberare le figlie e i figli da quell’ambiente dove loro sono cresciute e che destina i figli maschi a diventare mafiosi e le femmine a sposare mafiosi. Un destino a cui un gran numero di donne, di madri, non collaboratrici né testimoni di giustizia, hanno incominciato a ribellarsi e si rivolgono autonomamente al Tribunale dei minori di Reggio Calabria per chiedere un futuro diverso per le proprie figlie e figli. Sessanta sono le figlie e i figli di ’ndrangheta trasferiti, dietro richiesta delle madri, in strutture o famiglie al nord, mentre i padri dal carcere minacciano i magistrati, rivendicano il diritto di averli a casa e imprecano per la «distruzione del nucleo familiare». Succede anche che i servizi sociali, davanti alla necessità di intervenire su questi ragazzi e ragazze, si tirino indietro, con ferie o certificati medici di massa, per paura di ritorsioni.

Che donne sono le collaboratrici? Sono giovani, non hanno studiato, passeggiato liberamente per le strade, vissuto emozioni ed esperienze e orizzonti delle loro vite sono i muri delle loro case. Sono donne che conoscono la violenza sul loro corpo da parte di padri, mariti e fratelli, perpetrata davanti a madri complici e anaffettive. È questo il mondo quotidiano che emerge dalle pagine del libro della Lauricella, un mondo sostenuto da una cultura patriarcale violenta e criminale, dentro cui ognuna di loro matura la decisione di riappropriarsi della propria vita, a rischio di perderla. Una decisione che per Alba A, Maria Concetta Cacciola, Giuseppina Pesce, Maria Stefanelli, Simona Napoli viene rafforzata da una relazione extraconiugale, vera o virtuale che sia, iniziata sui social network, dove si registrano con nomi di fantasia per non farsi scoprire dalla famiglia. I social per loro sono l’unica finestra su un mondo altro, dove si mostra la possibilità di una vita diversa. Si innamorano, pur sapendo di rischiare di diventare vittime di un “delitto d’onore” – eliminato nell’ordinamento penale italiano nel 1981 – perché il tradimento «è un’onta drammatica, all’interno di queste famiglie […], un’offesa da essere punita con la morte».

A scoperchiare il “delitto d’onore” dentro le famiglie di ’ndrangheta è stata Giuseppina Pesce che ha raccontato dell’omicidio di una zia, della fidanzata di un suo cugino, di quella del fratello e di qualche sua amica. «Negli ultimi trent’anni – scrive Lauricella – almeno 20 donne sono rimaste vittime nella sola Piana di Gioia Tauro, ma stime ufficiali non esistono sia perché le famiglie non denunciano la scomparsa, sia perché i corpi non vengono spesso ritrovati».

Giuseppina Pesce, Alba A, Simona Napoli, Maria Stefanelli sono riuscite a sfuggire alla legge del delitto d’onore. Le collaboratrici di giustizia sono donne che amano, prima di tutto, le loro figlie e figli, che diventano arma di ricatto e di pressione a ritrattare, se lasciati in affidamento a genitori e parenti durante la collaborazione. Maria Concetta Cacciola l’ha pagato con la vita, dopo essere entrata e uscita dal programma di protezione per poter stare accanto ai figli, lasciati ai suoi genitori, da lei denunciati, che la spingevano a ritrattare e alla fine l’hanno uccisa. A un anno di distanza dalla sua morte, la Corte d’Assise di Palmi ha condannato i familiari per maltrattamenti ma non per omicidio e ad oggi la Dda di Reggio Calabria ha chiesto ulteriori indagini in tal senso.

Alba A., la collaboratrice da cui prende il via il libro della Lauricella, dopo sei mesi di reclusione, ha accettato di collaborare per la mancanza dei figli, lasciati ai suoceri. Il processo è ancora in corso e adesso vive lontano dalla Calabria agli arresti domiciliari, insieme ai due suoi figli. Un mondo della quotidianità, quello della famiglia mafiosa, dove forti restano ancora i legami familiari che non sempre si ha la forza di recidere completamente. Simona Napoli, dopo aver svelato i retroscena dell’omicidio del suo amante, al processo si è avvalsa della facoltà di non rispondere in merito alla vicinanza e al ruolo del padre nelle ’ndrine locali dei Bellocco. Nonostante il padre le abbia rovinato la vita, ucciso l’uomo che amava, l’abbia picchiata e umiliata, Simona non l’è sentita di infliggergli un colpo così duro. La figlia di Maria Concetta Cacciola, Tania, al processo, una volta raggiunta la maggiore età, ha deciso di ritirare la sua costituzione di parte civile, a differenza della figlia di Lea Garofalo, Denise, che è andata fino in fondo, facendo condannare il padre e gli zii per l’uccisione della madre.

Le pressioni dentro quel mondo sono ancora forti, i legami pure, ma c’è qualcosa – come dimostrano le collaboratrici – molto più forte che è l’amore per la libertà femminile, che non si può incatenare, chiudere in gabbia, e che a lungo andare sarà la rovina della ’ndrangheta per mano di donna.


(Casablanca, settembre-ottobre 2019)

di Diana Sartori


Leggendo l’ultima newsletter a cura di Laura Giordano, mi è venuto in mente un aneddoto che forse sembrerà stupido e dissonante sul rapporto con la prostituzione.

Per anni tornando a casa in bici dalla stazione tardi dovevo passare per una zona di strade buie, andavo veloce e sempre un po’ allarmata per gli uomini che ci giravano, specie quando erano in gruppo, che incontravo e che mi apostrofavano.

Poi finalmente la zona è diventata davvero malfamata perché si è riempita di prostitute, straniere in genere. Ma per me è stato un sollievo, da quando ci sono state loro io mi sono sentita al sicuro, e così le salutavo cordialmente, ricevendo sempre risposta, tanto più che le trovavo in treno e lamentavamo il gelo da affrontare, loro soprattutto.

Ora la zona si è islamizzata, e hanno cacciato le prostitute, lì vicino c’è anche la moschea. Anche così mi sento tranquilla, anche perché cliente della macelleria halal. Però prima era meglio, mai ho fatto chissà che discorsi con le donne che involontariamente mi davano difesa. Ma un po’ di intesa…

ecco, che scemenza, non ho una morale da tirare. Ma sì, quella parola “gratitudine”, che ho letto in un vostro titolo, mi risuona, e tanto di più a pensarci.


Leggerò.

Grazie a tutte, come da sempre.


(www.libreriadelledonne.it, 7 novembre 2019)

di Mira Furlani


Sul sito della Libreria Luisa Muraro ha commentato l’incontro di sabato 26 ottobre cui ha partecipato su invito di Iniziativa Femminista per ragionare di politica delle donne nel presente-futuro. A un certo punto essa scrive: «[…] sono convinta, come altre, che bisogna accorciare le distanze tra la politica delle donne e quello che sta capitando nel mondo di donne e uomini, un mondo in pieno cambiamento, femministe comprese. E m’interessa ascoltare quelle che queste distanze non le accettano, l’accordo o il disaccordo verrà dopo.»  

Sono rimasta molto perplessa, soprattutto leggendo la frase bisogna accorciare le distanze. Che cosa vuol dire in pratica, mi sono chiesta? Ho posto la domanda direttamente a Luisa che così ha risposto:

«[…] una bella domanda! Provo a rispondere: in pratica vuol dire far interagire persone, questioni e ambienti distanti e dare parola a quello che succede in queste interazioni. In teoria penso anche a fare degli spostamenti, per esempio: dico no al fare partito ma posso sostenere donne che vogliono candidarsi o interessarmi a persone impegnate in politica; promuovere prese di posizioni, fare dei confronti e far pesare di più nella vita pubblica il femminismo, come? Combattere la timidezza di molte, moltissime, nella vita pubblica e incoraggiare le più giovani a inventare…».

Il suo dire no al fare partito mi ha subito risollevata togliendomi di dosso un grande timore, una precisazione che ci voleva anche perché solo così il resto della sua risposta assume grande valore. Lo affermo e lo so per un’esperienza che ho fatto e che racconto.

Nel 1975, in occasione delle elezioni comunali di Firenze (dove abito), furono tenute per la prima volta anche le elezioni delle Circoscrizioni (Consigli di Quartiere) a suffragio diretto e io fui eletta a furor di popolo, per varie circostanze favorevoli che si possono dedurre leggendo il mio libro Le donne e il prete, ed. Gabrielli, 2016. Fui eletta come indipendente di sinistra nella lista del PCI.

Quel primo decentramento amministrativo coinvolse totalmente la base elettorale e nel mio quartiere, l’Isolotto, votarono quasi tutti. C’era tanta speranza di partecipazione dal basso che però, per me eletta, fu subito mortificata e delusa. Il motivo? Per una donna essere eletta come lo fui io era troppo e troppo presto. Nessuno se l’aspettava e io non feci nulla per essere eletta, né manifesti o altro tipo di pubblicità. Che cosa voglio dire? Il femminismo nasceva allora, dominavano ancora partiti forti come PC e DC. Presto mi accorsi che tutte le poche donne elette erano state appoggiate ed erano controllate da uomini dell’apparato dei partiti. Nessuna era libera. Io mi trovai subito malissimo. Sola e inesperta, che potevo fare? Fui nominata responsabile della sanità e dei servizi sociali. In Consiglio tutte le mie richieste, osservazioni e critiche cadevano nel nulla, figuriamoci inventare nuovi sistemi per amministrare bene e in modo onesto! Dopo mesi di combattimento fra esigenze della base e impossibilità a rispondervi in alcun modo detti le dimissioni deludendo la gente che mi aveva votata. In un convegno su donne e politica mi chiamarono la Giovanna d’Arco bruciata viva…

Che cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Mi ha insegnato che una donna che intende fare politica seconda (quella istituzionale, per intenderci) non può stare da sola dentro istituzioni costruite e rette dalla cultura maschile dominante. Se vuole starci ha bisogno di essere sostenuta da altre donne, altrimenti viene subito schiacciata e omologata al maschile, a cominciare dal linguaggio.

I tempi sono cambiati e bisogna accorciare le distanze tra la politica delle donne e quello che sta capitando nel mondo di donne e uomini, un mondo in cambiamento, femministe comprese? Penso proprio di sì e come femminista concordo in pieno con la risposta che Luisa Muraro mi ha dato, specialmente quando dice no a fare partito… e far pesare di più nella vita pubblica il femminismo.


Firenze, 6 novembre 2019


(www.libreriadelledonne.it)

di Titti Marrone


La vita bugiarda degli adulti racconta il difficile doloroso cammino di un’adolescente verso la maturità: sarà una nuova saga?


Come il filo dorato con cui si riprende una tessitura dalla trama preziosa e già sperimentata, la linea d’ombra tra infanzia e adolescenza evocata in tante parti de L’amica geniale torna nell’ultimo romanzo di Elena Ferrante, «La vita bugiarda degli adulti», da domani in libreria. Vi si racconta del guado da tutti attraversato, da moltissimi narrato ma che solo di rado raggiunge la potenza lancinante propria della scrittura di chi si firma Elena Ferrante. A balenare è soprattutto l’impercettibilità del passaggio, con la metamorfosi del corpo dove per le femmine s’insedia il sanguinamento mensile del mestruo, il gonfiore sgomentante dei seni, l’insorgere di nuovi odori. Ma la lacerazione più forte è il disvelamento dei genitori, scarnificati dalle sembianze eroiche dell’ingenua glorificazione infantile e scoperti disarmati portatori di identità fragili, impastate di debolezze umane, di pulsioni mediocri, di borghesissimi segreti e bugie.

Anche qui, lo sguardo sul mondo è femminile; anche qui, ma più sottile, c’è rivalità tra amiche per un uomo, Roberto, e l’orgoglio per le buone letture è sventolato come uno stendardo molto femminile, perché poi femminile è la voce narrante: è quella di Giovanna, tredicenne figlia di Andrea e Nella. «Mio padre leggeva moltissimo, mia madre pure e io amavo essere come loro», annota la ragazzina, chiudendo il cerchio apparentemente perfetto di una famiglia della buona borghesia riflessiva, con un appartamento luminoso in via San Giacomo dei Capri. Lui insegna storia e filosofia «nel liceo più prestigioso di Napoli», lei latino e greco a piazza Carlo III. Sono intellettuali progressisti, sono stati e forse ancora sono marxisti e ingaggiano animate discussioni con gli amici, tra cui spicca la coppia del professore universitario Mariano e della bella Costanza, genitori delle due migliori amiche di Giovanna. «Tutt’e tre […] non eravamo state battezzate, tutt’e tre non conoscevamo preghiere, tutt’e tre eravamo state precocemente informate sul funzionamento del nostro organismo… tutt’e tre sapevamo che bisognava sentirsi orgogliose di essere femmine», racconta Giovanna. Suo padre si chiude nello studio dove, «se si dedicava a grandi pensieri irrobustiti da libri diligentemente annotati, era felicissimo». Sua madre corregge bozze di “romanzetti rosa”, è appena uscita da una depressione, primo tarlo nascosto nel legno dell’impalcatura familiare. Ma a farla scricchiolare sarà una frase buttata lì dal padre, destinata a non essere udita da Giovanna però da lei dolorosamente carpita, che attribuisce alla figlia la bruttezza dell’anima nera di famiglia, sua sorella Vittoria.

Quella frase, sapientemente posta ad apertura della storia, lavora in Giovanna e risucchia il lettore nel romanzo come il ragno che cattura l’insetto. Come con gli incipit de I giorni dell’abbandono e de L’amica geniale si entra nella ragnatela ferrantiana per non uscirne fino alla fine. Così, pur avendo ricevuto le bozze del libro all’alba di ieri, nemmeno io ne sono uscita se non a libro chiuso. A far sentire chi legge in un contesto espressivo ben conosciuto, è l’andamento narrativo che mescola con maestria registri alti e bassi e soprattutto nelle pagine su sentimenti amorosi e pulsioni sessuali, non lesina, anzi intensifica innesti da feuilleton. E tra gli escamotage del racconto torna l’oggetto-marcatore della storia: ne L’amica geniale, ma anche ne La figlia oscura, era la bambola, qui è un braccialetto d’oro.

La zia Vittoria, con cui Giovanna s’incaponisce a incontrarsi, sosterrà di averglielo donato alla nascita, i genitori negano e l’oggetto risulta sulle prime sparito, per poi riapparire, passare di mano in mano e, come un amuleto negativo che porta disgrazia, far affiorare ipocrisie e cattiverie. Ma sarà l’incontro con la zia Vittoria a produrre eventi, e incontri, destinati a rompere l’equilibrio infantile di Giovanna, proprio come il suo linguaggio scurrile, le frasi sboccate che, come ne L’amica geniale, si trasmettono come un contagio a sua nipote, veicolano un dialetto osceno urlato con ferocia dalle classi sociali inferiori. Anche questo è parte del timbro di scrittura tipicamente ferrantiano, ed è destinato ad attrarre per la capacità di ricreare un ambito narrativo già noto. Così come il ritorno di caratterizzazioni di un femminile molto napoletano – “alice salata”, “mazza di scopa” – e temperamentale, come nel caso di Vittoria, figura aspra dall’affettività enigmatica.

Quest’asprezza si trasmette a Giovanna nel suo momento più buio quando scopre l’inganno del padre nascosto alla madre per quindici anni: «Mi stava crescendo dentro, ormai, un violentissimo bisogno di degradazione… una smania di sentirmi eroicamente turpe». Così, le nuove frequentazioni di Giovanna, che dal Vomero “scende” al Pascone, «zona di cimiteri, di fiumane, di cani feroci» dove abita Margherita con i tre figli, portano a preliminari di sesso squallido ben diverso da quello asettico delle lezioncine impartite dai genitori. E anche qui l’attraversamento dei quartieri porterà a mescolanze di classi sociali, con un’esplosione di violenza sul viso di una ragazza e di una rissa tra uomini.

La “faticosa approssimazione al mondo adulto” di Giovanna fino ai 16 anni è un rito d’iniziazione che passa per un viaggio a Milano e una rinuncia, ma deve soggiacere alla pratica di liberarsi di una verginità percepita come ingombro. E con il fondale di una Napoli percorsa in lungo e in largo, Ferrante lacera il velo dell’ipocrisia morale, intellettuale ed esistenziale della borghesia napoletana dei primi anni ’90, impastoiata in relazioni che svelano ai figli l’inganno di «un mondo vischioso, ripugnante, del tutto diverso da quello che loro stessi ci avevano propagandato», fin qui mai raccontato con tanta spietata forza evocativa. E magari potrebbe nascerne una nuova saga.


(Il Mattino, 5 novembre 2019)

di Eugenia Roccella


Da un po’ di tempo circola sempre più spesso una parola tipica di quella cultura postmoderna che sta smontando, pezzo per pezzo, i fondamenti dell’esperienza umana. La parola è bigenitorialità. In Brianza si organizza persino un festival della bigenitorialità, giunto ormai alla terza edizione. Apparentemente si tratta di ribadire che per un bambino sono fondamentali sia la mamma che il papà, ed è in questa accezione che in ambito giuridico si cita il “principio di bigenitorialità”. Ma se così fosse, basterebbe un vocabolo più antico, genitorialità: il prefisso “bi” è superfluo, i genitori da sempre sono due, di sesso diverso, almeno se si ricorre alla procreazione secondo lo sperimentato metodo naturale, che resta ancora il più diffuso.

Bigenitorialità è invece un’espressione che porta con sé l’opposto, la dissoluzione di maternità e paternità, lo sbriciolamento di quel che resta del concetto di famiglia. Il termine si diffonde dopo l’espansione delle nuove tecniche procreative, che moltiplicano e frantumano il ruolo genitoriale, costringendo ad aggiungere specificazioni e aggettivi. Di mamma non ce n’è più una sola, le figure materne possono essere, ad oggi, ben cinque. Bisogna distinguere la madre mitocondriale dalla fornitrice di ovociti, quella sociale dalla gestante, e così via. Per l’uomo è un po’ più semplice, dato che i papà possono essere solo un paio, quello che fornisce il seme e quello che concretamente crescerà il bambino. La genitorialità multipla richiede il prefisso: è monogenitorialità quando il committente, maschio o femmina, è unico, “bi”, o “tri” quando le figure coinvolte in varie combinazioni sono due o più.

Con la procreazione artificiale avere un figlio diventa un affare di medici, laboratori, biobanche, avvocati, organizzazioni transnazionali, compravendite (di gameti) e affitti (di uteri) e tutto il complesso meccanismo, che comporta passaggi di denaro anche ingenti, ha assoluta necessità di essere regolato da patti dettagliati e precisi, con annesse penali. È la centralità del contratto, infatti, ancora più del ricorso al mercato, che caratterizza la nuova genitorialità. Il figlio non è più un dono, ma un diritto di ogni individuo adulto – un diritto “incoercibile”, ha sentenziato la nostra Corte costituzionale – che si può esercitare quando e come si vuole, e di cui poi è ovvio si voglia fruire pienamente, secondo i termini di esigibilità stabiliti appunto dal contratto.

In Italia la legge del 2006 che ha istituito l’affido condiviso, ed è spesso richiamata da chi oggi propugna la bigenitorialità, afferma soltanto, e giustamente, il «diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori». Il concetto di bigenitorialità è stato elaborato e promosso successivamente, da giuristi e associazioni molto attive, capaci di diffonderlo nel mondo accademico, nei media, nei tribunali e infine nel Parlamento. Qui, però, il suo successo ha subito una battuta d’arresto.

Il disegno di legge del senatore leghista Pillon sul cosiddetto “affido condiviso” (ma bisognerebbe parlare, al contrario, di “affido suddiviso”) è stata lanciata con entusiasmo, sospesa con imbarazzo e attualmente accantonata. L’idea che ispira il testo, in linea con le teorie sull’identità sessuale indifferenziata e fluida, è che il ruolo materno e quello paterno siano uguali e intercambiabili. C’è dietro una concezione del figlio come l’ultimo, forse il più prezioso, diritto individuale, di cui l’individuo padre e l’individuo madre devono poter godere allo stesso modo, a metà. Un concetto astratto, costruito su un essere umano gender neutral, che non genera, non allatta, è indifferenziato e privo di competenze materne o paterne. Un mammo, o una papà, i cui compiti sono, ovviamente, rigidamente disciplinati da un “piano genitoriale”. Non c’è più nemmeno l’ombra di quella che fu una famiglia, che la separazione o il divorzio possono disfare ma non cancellare; c’è un sistema del tutto nuovo, la genitorialità fai da te, in cui l’interesse del bambino viene ignorato o usato come pretesto per privilegiare i desideri, gli interessi, i rancori degli adulti.

Bigenitorialità è più o meno la traduzione dell’inglese coparenting, una formula che sta prendendo piede nel mondo anglosassone e che è costruita proprio sull’idea che il figlio non è il frutto di una relazione tra un uomo e una donna, ma la realizzazione di un desiderio individuale. Se però voglio condividere le responsabilità e il peso economico di un bimbo, posso farlo in modo burocratico e asettico, escludendo il rapporto di coppia, affidando tutto a società di intermediazione e a consulenti legali. Per spiegare cosa sia il coparenting è meglio fare un esempio concreto. Una donna vorrebbe un figlio, ma il marito, o il compagno, non è d’accordo. La coppia però funziona: perché farla scoppiare? La signora (che potrebbe invece essere una donna sola che vuole rimanere tale, o un’omosessuale) si rivolge a un’agenzia di coparenting, che cercherà qualcuno per svolgere il compito genitoriale insieme a lei, ma senza la pretesa di instaurare una relazione. Per cominciare, bisogna compilare un modulo: che cogenitore desidera? Dello stesso sesso o di sesso diverso? Che abiti vicino o lontano, sia single o abbia un compagno/a? Quali sono le richieste su religione, stile di vita, livello di reddito e di istruzione? Il questionario proposto dalle agenzie è a tratti surreale, ma l’indagine è molto accurata. Una volta trovato il cogenitore, e stabilito come produrre il bambino (per esempio: deve essere legato geneticamente a uno dei due, a tutti e due, a nessuno?), si pongono nuove domande, altrettanto numerose, sull’educazione del figlio. Naturalmente si stende un contratto molto dettagliato su come si suddividono le spese, quanto tempo il piccolo passerà con l’uno e con l’altro, ecc. Il coparenting viene definito anche come “separazione senza matrimonio”, ed è qui, infatti, che la proposta Pillon approda, a una separazione che azzeri il senso del matrimonio, che non lasci residui di quella che fu una famiglia. La condivisione è solo nel titolo della legge («Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità»), in realtà il ddl mira a scindere e non a unire, a far sì che ogni genitore possa esercitare la sua responsabilità senza rapporti con l’altro. Suddividiamo tutto, e ognuno per la sua strada. E il bambino? Come crescerà, sballottato tra cogenitori che si ignorano, senza più una casa propria e un contesto quotidiano abituale e rassicurante? Quante storie, il bambino è un diritto degli adulti, no?


(Il Foglio, 3 novembre 2019)

di Franca Giansoldati


«Il cambiamento climatico è un problema causato dall’uomo che richiede una soluzione femminista». Mary Robinson è una donna che ama parlare schietto. Spesso si rifugia in frasi a effetto ma, in fondo, si tratta di sintesi efficaci che offrono la possibilità di andare al nocciolo delle questioni. E stavolta l’emergenza climatica è di tale portata che tocca tutti, nessuno escluso. Mary Robinson è stata la prima donna presidente dell’Irlanda. Successivamente ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, un incarico che la ha portata in missione in varie zone del pianeta. È tra i campi profughi, tra gli alluvionati, tra le carestie africane che ha messo a fuoco, lavorando sul campo, l’impatto dei disastri climatici sui più deboli, in particolare sulle donne e sui bambini. Ecco perché anche il climate change, a suo parere, è una questione di genere.
Lei è una forte sostenitrice dell’uguaglianza di genere, della partecipazione delle donne nella realizzazione della pace e della dignità umana. Al momento, in quanto responsabile di Elders si batte per la cosiddetta giustizia climatica, sostenendo che proprio le donne sono le più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Non rischia di essere un approccio eccessivo? 
«Affatto. Il cambiamento climatico non è neutrale dal punto di vista del genere, colpisce molto di più le donne. Sono i dati a dircelo, non delle teorie. In fin dei conti non si tratta di cambiamento climatico, ma di giustizia climatica».

Forse è anche per questo che le donne sulla scena pubblica sembrano battersi con più passione contro il climate change
«Le donne che si assumono in prima persona la leadership di gruppi o movimenti per rispondere attivamente alla crisi rappresentano un fenomeno abbastanza recente. Le donne hanno certamente fornito risposte al rapporto dell’IPCC (il foro scientifico dell’Onu che studia il riscaldamento globale, nrd) nell’ottobre 2018, e la stessa cosa la hanno fatta davanti al tema del riscaldamento globale di 1,5 gradi Celsius. Personalmente valuto con grande favore questa presenza perché c’è bisogno di un ampio movimento. Occorre esercitare pressione sui governi e sulle imprese affinché si impegnino a non produrre emissioni di carbonio entro il 2050. È una data che sembra lontana, eppure non lo è».
Oggi le Grete Thurnberg che combattono il climate change sono tantissime. Che ne pensa del fenomeno Greta e del fatto che questa ragazza svedese ha attivato altre coetanee? 
«Ammiro sinceramente Greta e gli studenti che hanno scelto il venerdì per il futuro. Greta sottolinea l’importanza di ascoltare la scienza, e questo particolare aspetto mi ha commosso fino alle lacrime mentre ero seduta al vertice sul clima delle Nazioni Unite a settembre. La osservavo. Lei parlava su quella sedia. Era semplice, disarmante, coraggiosa. E quando l’ho sentita dire “mi hai rubato la mia infanzia” ho sentito un groppo che mi si fermava in gola».
Scusi se insisto, ma le donne sono davvero così penalizzate dal climate change
«È un aspetto che non sempre affiora, ma è un aspetto macroscopico. Esiste realmente una enorme dimensione legata ai cambiamenti climatici e le donne sono le più sfavorite sotto diversi punti di vista. Sociali, sanitari, economici».

Diversi economisti sono concordi nel ritenere che se le donne si unissero formerebbero un potere economico colossale, il primo mercato al mondo, visto che sono loro a determinare gli acquisti delle famiglie per esempio. Lei concorda?
«Totalmente. Il problema è che le donne ora non sono ancora connesse. Stiamo lavorando con gruppi che studiano quattro tipi di aggregazioni femminili. Le donne che al momento fanno prevalere la paura, le donne che sono già connesse tra loro, le donne pericolose e le leonesse, che poi sono quelle destinate ad emergere nei momenti di crisi climatica».

Perché lei ama ripetere che la crisi attuale necessita di un surplus femminile… 
«Per il semplice motivo che questa crisi ha radici maschili, comunque la si osservi. Porta la mano dell’uomo. Quando dico che c’è bisogno di un surplus femminista significa che anche i maschi dovranno essere inclusi in questa soluzione globale. Senza lasciare nessuno indietro. Perché ci si salva solo assieme».


(Il Messaggero, 2 novembre 2019)

di Luisa Muraro


Sabato 26 ottobre, a Milano, nei locali di ELF teatro-scuola d’attore, dalle parti di Porta Romana, ci siamo incontrate su invito di Iniziativa femminista per ragionare insieme di politica delle donne nel presente-futuro. Il titolo dell’incontro era, cito a memoria, dall’utopia letteraria alla concretezza dell’agire politico. Qualcuna, ricevendo l’invito così concepito, aveva protestato per quel titolo, come se il femminismo finora fosse stato utopico e letterario. Ma non era questo il significato del titolo! Chi lo ha coniato, aveva in mente testi come Terra di lei, che è effettivamente un testo letterario utopico. Il significato era dunque questo: come possiamo passare, da quelle idee utopiche che condividiamo a un effettivo governo di lei che realizzi quelle idee.

All’incontro del 26 ottobre, la prima che ha parlato ha chiarito subito il vero significato del titolo, e io ne sono stata ben contenta, salvo dire dentro di me: attenzione ai titoli! (ho taciuto per non fare la noiosa). Aggiungo che all’incontro sarei andata comunque, per questo motivo: sono convinta, come altre, che bisogna accorciare le distanze tra la politica delle donne e quello che sta capitando nel mondo di donne e uomini, un mondo in pieno cambiamento, femministe comprese. E m’interessa ascoltare quelle che queste distanze non le accettano, l’accordo o il disaccordo verrà dopo.

Non c’era molta presenza, però me ne intendo abbastanza di ricerca per sapere che il numero non è essenziale. Tant’è che l’incontro per me è andato bene. Mi è piaciuto anche il posto, che non conoscevo, un posto centrale ma defilato, di cui entrando si sentiva la frequentazione affettuosa e civile (di più non so).

Tra le altre cose, forse la più significativa, era la presenza di due spagnole, Ana e Chelo (pronuncia Celo), socie di Iniziativa femminista internazionale (FI), una rete di “partiti femministi” presente in alcuni paesi europei, e impegnata a sostenere donne dichiaratamente femministe nelle elezioni politiche e amministrative. Finora con poco successo, va detto.

Chelo ha esposto la storia e il programma di FI in Spagna il cui nucleo è formato da cinque donne. Lo ha fatto che meglio non si poteva.

La mia idea e pratica di politica delle donne è diversa dalla sua in alcuni punti non secondari. Come ha detto Françoise Collin (http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/che-cose-il-femminismo/), il movimento femminista è poco o niente propenso a fare partito, e questo per ottime ragioni secondo me. Ma da una donna come l’amica spagnola che ha parlato al teatro ELF, vi assicuro che c’è molto da imparare in fatto di pensare, ragionare e, non ultimo, parlare di politica. È stata affascinante, non esagero.

Del suo discorso, senza fare qualche scolorito riassunto, riporto tre idee.

Ha detto, per cominciare: se una non sente la necessità interna di fare questo che vi sto proponendo, “meglio che metta su un albergo”, per dire: che lasci perdere e s’impegni in altro. Questa condizione l’avevo già ascoltata da Lia Cigarini a proposito della scelta politica di stare dalla parte delle donne, che è adeguata se viene sentita come internamente necessitante. Lia lo diceva criticando la doppia militanza e tutte quelle posizioni all’insegna del “et et”, questo e quello, che perdono il taglio femminista.

La seconda idea è collegata alla prima. Chelo ha detto: “che il vostro impegno politico non sia anecdótico ma storico”. Noi avremmo usato un’altra parola, ma s’intuisce quello che voleva dire; quanto a spiegarlo, un libro basterebbe appena. Bisogna pensarci e ripensarci. Attenzione che il suo non è un invito alla fissazione, è un invito a situarsi in prima persona nella realtà sapendo quello che si desidera e facendo dei conti realistici alla grande.

E questo ci porta alla terza idea, non meno importante delle altre, con la quale però io non sono d’accordo e spiegherò perché. Secondo Chelo nell’agire politico, una volta presa la decisione (per lei, di fare un partito femminista), si agisce per esserci, non per vincere, il risultato non conta, conta partecipare. Il “non per vincere” non mi trova d’accordo. È una questione sulla quale, parecchi anni fa, ho discusso con Chiara Zamboni di Diotima. Chiara si è espressa diversamente ma anche lei diceva “non per vincere”. Il nostro immaginario, di origine maschile, pensa il vincere come l’arrivare primo. Anche i partiti corrispondono a questo immaginario. Io non la penso così, anzi, ho sempre preferito “arrivare seconda” per dire: arrivare al traguardo più riposata. Ma: arrivarci!

C’è del realismo nell’idea di Chelo: lei sa che i partiti femministi sono tra gli ultimissimi nella gara elettorale. Lo sa lei, lo sappiamo tutte. A me il realismo piace, e proprio per questo ho bisogno di pensare che il risultato, per quanto piccolo, mi porta nella direzione giusta. Ne ho bisogno anche per un altro motivo, più soggettivo: il risultato, per quanto piccolo ma meglio se è grande! mi restituisce in pieno le energie spese nell’impresa. Qui mi fermo. So che dovrei mettermi a discutere con Chelo sul fatto che per me e innumerevoli altre femministe il “fare partito” non è qualcosa che si trovi nella direzione giusta. Che è quella della libertà femminile, la mia e quella delle altre donne, libertà che, ripetiamolo ancora una volta, non ha mai escluso gli uomini. Mi fermo qui perché ho l’assoluta certezza che, su quest’ultimo punto, mi trovo d’accordo con le amiche d’Iniziativa femminista, Chelo compresa. A volte, anzi spesso, è meglio non schierarsi contro per ascoltarsi meglio.


(www.libreriadelledonne.it, 31 ottobre 2019)


Nel gennaio 2020 si apre una nuova edizione della Scuola di scrittura pensante di Luisa Muraro e Clara Jourdan, durata 11 anni dal 2007 al 2017. Ripartiamo da idee emerse in un incontro recente alla Libreria delle donne (video: https://www.youtube.com/watch?v=_HVwojo_CdI). È emerso che le distanze tra politica delle donne e politica in senso ordinario si sono accorciate. Ma che cosa vuol dire e che conseguenze ci sono? Da qui l’idea di una scrittura politica che ci aiuti a pensare la politica delle donne che interagisce con il mondo globale. Si tratta soprattutto di intrecciare il contingente con la lunga distanza.

Il corso comincerà sabato 18 gennaio 2020 e continuerà per tutti i sabati fino al 21 marzo compreso, dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi, 29 – 20129 Milano (tel. 02 70006265). La prima mezz’ora sarà dedicata allo scambio informale, i lavori veri e propri dureranno fino alle 13.

Al primo incontro suggeriamo di portare almeno 5 titoli per un inizio dei lavori sul tema: che cosa funziona quando un titolo funziona e viceversa, che cosa non funziona quando un titolo non funziona. La Scuola è aperta a maschi e femmine.

Suggerimenti di lettura: Rachel Moran, Stupro a pagamento (Paid for, 2013, trad. it. Round Robin 2017); Cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda, Sottosopra 2018, con testi di Lia Cigarini, Giordana Masotto, Alessandra Bocchetti, Rachel Moran, Luisa Muraro; Silvia Niccolai, La legge Merlin e i suoi interpreti, in AaVv, Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione (VandA.epublishing, 2019); Luisa Muraro, Introduzione alla trad. it. di Virginia Woolf, Le tre ghinee (1938, Feltrinelli 1979); Manifesto di Rivolta femminile (1970), in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (Scritti di Rivolta Femminile 1974, et/al 2013); Antonella Cunico, Per un’Altra Città, in Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa (Liguori 2009); Cristina Gramolini, Frattura scomposta. Il dibattito sulla surrogazione di maternità nel movimento lgbt+ italiano, in Laura Corradi (cur.) Odissea embrionale (Mimesis 2019); Daniela Danna, La piccola principe(VandA.epublishing 2018); Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti delle Madres di Plaza de Mayo (2003); Laura Minguzzi, La storia respinta, storia come vita significante, in DWF. La pratica della storia vivente (2012); Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile (Vita e Pensiero 2019); la biografia di Valerie Solanas.Vita ribelle della donna che ha scritto SCUM, di Breanne Fahs (Il Dito e La Luna 2019); Lia Cigarini, Sopra la legge, “Via Dogana” n. 5 (giugno 1992); Massimo Lizzi, Gli amici delle donne, www.libreriadelledonne.it 13 luglio 2018; Luciana Tavernini, La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti, VD3, www.libreriadelledonne.it 16 ottobre 2019.

La bibliografia è aperta alle scelte personali e a nuove indicazioni delle partecipanti. I testi indicati sono in vendita presso la Libreria delle donne di Milano.


Luisa Muraro e Clara Jourdan


Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) dal 15 novembre 2019 presso la Libreria delle donne.


(www.libreriadelledonne.it, 31 ottobre 2019)


Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo ha pubblicato il 18 ottobre il rapporto Scaling fences basato sulle interviste a 1970 immigrati dall’Africa in Europa. “I migranti affrontano viaggi pericolosi non perché hanno bisogno di protezione o di lavoro, ma perché nei loro paesi non possono realizzare le loro aspirazioni”, commenta Al Jazeera. Secondo lo studio il 58 per cento degli intervistati aveva un lavoro o andava a scuola quando ha deciso di partire, ma non guadagnava abbastanza. Il 78 per cento degli immigrati in Europa manda soldi alle famiglie a casa. Inoltre le immigrate guadagnano l’11 per cento in più degli uomini, mentre in Africa percepivano il 26 per cento in meno.


(Barriere da superare, Internazionale n. 1330, 25-31 ottobre 2019)

di Luigi Ippolito


Vennero imprigionate, torturate e uccise a migliaia. La loro colpa presunta: essere in rapporto col demonio, praticare la magia nera. In altre parole, la stregoneria. La realtà dei fatti: essere donne in un universo sottomesso al potere maschile. La caccia alle streghe che imperversò in Europa fra il Quindicesimo e il Diciottesimo secolo può essere giustamente definita il primo femminicidio di massa. E il pozzo nero di quella orrenda strage fu la Scozia, dove le esecuzioni furono in proporzione cinque volte più numerose che nel resto d’Europa. Ora, quasi 300 anni dopo l’ultimo martirio, avvenuto nel 1727, a Edimburgo stanno pensando di espiare – in parte – quanto commesso dai loro avi e onorare la memoria delle vittime: erigendo un monumento nazionale alle cosiddette «streghe».

Rigorismo protestante e misoginia

Furono almeno 2.500 le persone messe a morte in Scozia per stregoneria: i maschi non erano immuni dalla persecuzione, ma l’85 per cento delle vittime furono donne. E molte altre migliaia vennero processate e torturate. «Per un Paese di così piccole dimensioni, è impressionante», ha commentato al Guardian Julian Goodare, professore di storia all’università di Edimburgo e autore, assieme a Louise Yeomans, di un database sulla caccia alle streghe. L’accanimento degli scozzesi si spiega con diversi fattori, in particolare il rigorismo morale assunto dalla riforma protestante in quella regione, che si coniugava a un’atavica misoginia. Ma a dare il sigillo supremo dell’autorità alle persecuzioni ci aveva pensato lo stesso sovrano di Scozia, Giacomo IV – che poi salì al trono d’Inghilterra come Giacomo I – il quale era notoriamente ossessionato dalla stregoneria tanto da pubblicare in prima persona un trattato sulla demonologia. «Giacomo IV fornì la legittimazione iniziale – ha commentato lo storico – ma credo che il tutto sarebbe avvenuto comunque a causa della intensità della Riforma scozzese».

Credenze pagane e furore ideologico

La caccia alle streghe non è infatti un fenomeno medievale, come spesso si crede, ma ha direttamente a che fare con la formazione dell’Europa moderna e con i suoi elementi costitutivi, la Riforma protestante e la Controriforma cattolica. Entrambe si proponevano di re-evangelizzare il Continente europeo, nella consapevolezza che fino ad allora la cristianità era rimasta un velo superficiale che nascondeva un’ampia sopravvivenza di credenze pagane. E le portatrici di questa sapienza antica erano in primo luogo le donne, depositarie di saperi ancestrali che si traducevano in pratiche non conformi alla religione ufficiale. Di qui l’accusa di «stregoneria» e il furore ideologico e pratico volto a estirpare questi residui di un passato da rimuovere.

Sessualità eversiva

«Le donne erano nel mirino anche a causa della loro sessualità – sottolinea Goodare – e perseguite per adulterio e rapporti extramatrimoniali». Perché in una società incentrata sul dominio maschile sui corpi il sesso femminile è qualcosa di potenzialmente eversivo, al pari delle pratiche «stregonesche». Ma non di solo questo si trattava. «Queste donne erano prese di mira perché vulnerabili – ha sottolineato Kate Stewart, l’esponente del partito nazionalista scozzese che guida gli sforzi per erigere il memoriale -. Alcune di loro possedevano terreni di cui altri, di solito uomini, volevano impadronirsi; oppure erano vedove o nubili, o in ogni modo apparivano e parlavano e si comportavano in modo differente». Kate Stewart sta lavorando a una proposta dettagliata per il memoriale: «Il messaggio riguarda l’essere più tolleranti verso le persone che appaiono diverse – ha detto -. Quell’epoca era un periodo difficile per le donne: ma trecento anni più tardi veniamo ancora accusate per il modo nel quale ci vestiamo o agiamo. Tutto questo deve cambiare».


(Corriere della sera, 30 ottobre 2019)