di Stefania Tarantino
«La Nemesi di Medea. Una storia femminista lunga mezzo secolo», l’ultimo volume di Silvana Campese
La vertigine del corpo turba da sempre la normalità e mostra la realtà per quella che è. Lina Mangiacapre ha conosciuto quella vertigine. Ne ha tratto un sapere e un’esistenza in cui la verità riordina il corpo quasi a ricrearlo. Attraverso la sua arte ha rivelato l’inusuale che le permise di creare un gruppo come Le Nemesiache. Ha fatto della pratica politica – separatista e al contempo dialogante – un’esperienza inedita di femminismo militante. L’ultimo libro di Silvana Campese, La Nemesi di Medea. Una storia femminista lunga mezzo secolo(L’Inedito letterario, pp. 416, euro 24) ripercorre questo vissuto.
DI FORMAZIONE umanista e giuridica, nata in una famiglia napoletana della media borghesia, l’autrice ci narra del suo personale percorso di liberazione scavato nell’incontro «perturbante» con Lina Mangiacapre e, successivamente, con le altre donne del gruppo. Accadde nel settembre del 1975 in relazione a un delitto che la scosse profondamente: il massacro del Circeo. Quell’episodio segnò una ferita ma anche una spinta verso la pratica politica delle Nemesiache che, proprio in seguito al massacro, si erano attivate nel processo e nel sostegno alla sopravvissuta Donatella Colasanti e alla donna che prese le sue difese, l’avvocata Tina Lagostena Bassi.
L’impegno delle Nemesiache le era già noto per la radicalità delle battaglie contro le ingiustizie che si consumavano sui corpi delle donne e per la creatività con cui seppero agire. Lotte che si coniugavano con l’arte, il cinema, la pittura, la poesia, il teatro, la musica e la rimessa al mondo del mito. Dall’imposizione di una parola estranea che giudica, separa, condanna, definisce la norma di ciò che si è, all’assunzione piena di una parola libera e irriverente su di sé, Silvana Campese visse l’incontro con Lina come una rivelazione.
DA QUEL MOMENTO IN POI, per quanto inserita in un contesto cosiddetto «normale», la sua vita non fu più la stessa. E non lo fu più neanche il suo nome. La Nemesi si era compiuta e adesso era Medea. Per Lina Mangiacapre il significato più profondo di Nemesi non era nell’azione vendicativa, bensì nel recupero di quella forza originaria che consente di ristabilire l’equilibrio spezzato dalle ingiustizie e dagli abusi patriarcali. Dalla tracotanza umana che violenta i corpi, la terra, il mare, la natura tutta e ne distrugge l’equilibrio e la bellezza, la Nemesi denuncia che le azioni umane sono sempre soggette a un limite e che quando esso viene superato produce effetti devastanti. La provocazione già nel nome Nemesi era volutamente dissacrante e confermata dalle loro azioni performative e dal coraggio posto verso sentieri inesplorati. Per questa radicalità furono messi in campo meccanismi difensivi che denotavano insieme difficoltà e preoccupazione nel fronteggiare la messa in discussione delle radici stesse della civiltà patriarcale.
LA RIMESSA AL MONDO del mito rilegge in chiave femminista le radici dimenticate di un’altra storia. Le possibilità creative delle singolarità non sono radicate in ruoli già codificati. Qui vive il pensiero visionario e contemporaneo delle Nemesiache che già parlavano di transfemminismo, di trasversalità e di superamento dei ruoli di genere. Lo stravolgimento dei limiti imposti riguarda proprio la vertigine del corpo, di ciò che un corpo può nell’aderenza al proprio desiderio. I ruoli decadono, non i principi. La sottigliezza del pensiero mitosofico di Lina Mangiacapre è strettamente correlata alla molteplicità prospettica di una corporeità fluida e aperta, che in sé sperimenta la varietà e l’esuberanza del maschile e del femminile: l’androginia. Con il pensiero filosofico questa unità molteplice originaria si perde. Il concetto rappresenta per lei l’architrave di una binarietà, di un dualismo nato da un processo di astrazione mentale che fraziona, separa ciò che nella sua origine era indiviso. Nella riconquista del significato più ampio e profondo di questa unità molteplice che sorregge l’impalcatura della dimensione corporea e psichica di ciascun essere umano, possiamo fuoriuscire da gabbie che negano la libera espressione del sé. Nel prendere atto dell’inesauribilità della realtà e della fallibilità umana sorge un richiamo alla ricerca di senso che vale per la vita contro l’illusoria onnipotenza del possesso che la vuole ridotta e conforme a un oggetto da manipolare. Dalla visione lucida del disequilibrio e dell’ingiustizia di una realtà dimezzata e mutilata, dalla percezione corporea dell’imbroglio della «normalità», la ricerca delle Nemesiache ha saputo coniugare in modo magistrale arte e politica. Ha mostrato la possibilità della politica sganciata dall’idea del potere. La sua cifra è la bellezza, il suo linguaggio il corpo, il suo spazio vitale le esperienze non oggettivabili. In questo progetto di vita Lina, insieme a sua sorella Teresa/Niobe e alle altre Nemesiache, ha respirato altro pensiero e altra politica. Ha reso concreto il desiderio che, come seme portato dal vento, ha attraversato il labirinto della creazione.
(il manifesto, 29 novembre 2019)
di Anna Bravo
«Ho scelto di seguire la genealogia del sangue risparmiato», scrive la storica Anna Bravo in un libro che parte da un’idea straordinaria: parlare non di morti ma di vite salvate. Il libro s’intitola La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato (Laterza, 2013) e mostra «che “fare qualcosa” o non farlo dipende dai rapporti di forza ma quasi altrettanto dalla forza interiore, e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato» (p. 17). Per poterlo vedere, la storica si è sottratta al «vecchio automatismo che fa delle guerre qualcosa di simile ai buchi neri del cosmo, che attirano, assorbono, inghiottono quel che gli sta intorno – in questo caso il lavorio fatto di abboccamenti politico-diplomatici, azzardi, intrighi, compromessi, mediazioni, che precede e accompagna i conflitti. A volte si trama la guerra, a volte si trama la pace. […] Ancora oggi, molte tensioni inesplose, molte guerre rimaste locali, sono definite preludi o antefatti alla guerra “vera”, che così appare scritta nel destino» (pp. 3-4). Invece, «molte ricerche sulle resistenze civili e armate mostrano che fra il 1900 e il 2006 sono state le prime a ottenere più successi» sia nelle lotte interne antiregime sia in quelle contro l’occupazione o per l’autodeterminazione (p. 8).
Le storie narrate in questo libro sono state scelte perché «molto differenti per le caratteristiche e per l’attenzione storica e mediatica che hanno ottenuto (o non ottenuto)» e «perché mostrano che esistono modi per risparmiare il sangue praticabili anche da chi non ha potere, o ha un potere minimo, e, all’opposto, persino da chi ne ha tanto da rischiare di perdere il senso della realtà» (p. 16). «Molte e molti dei protagonisti riuniti qui sono rimasti anonimi. Le memorie di seconda e terza generazione aiutano, ma per risuscitare la forza di certi eventi bisognerà far entrare nel discorso storico i soggetti senza nome e probabilmente destinati a rimanere tali, che in genere compaiono solo nella fusione rivoltosa o dolente con altri corpi anonimi. “Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili”, ha scritto Carla Lonzi a proposito della semi-cancellazione delle donne dalle memorie pubbliche; vale anche – un’altra analogia di rilievo – per molte e molti facitrici e facitori di pace» (p. 17).
Anche durante le guerre che non sono state sventate «si incontrano esempi di fraternità, senso dell’onore, autonomia di pensiero […] che aiutano a limitare la distruttività» (p. 37). Nel libro troviamo episodi noti della prima guerra mondiale come la tregua del primo Natale di guerra, decisa dai soldati stessi inglesi e tedeschi, e tanti altri meno noti della vita di trincea, perché «prima e dopo quel 25 dicembre 1914 non c’è il vuoto, c’è un tessuto a macchia di leopardo di accordi taciti, diversi per durata e obiettivi»: dalle tregue per il cibo («quando un gruppo della prima linea usciva per andare a prendere il rancio, dalla parte opposta non si sparava») a quelle per raccogliere i feriti, allo scambio di bigliettini tra trincee opposte… E «c’è la ritualizzazione della violenza, per risparmiare il sangue persino durante i combattimenti. […] A Verdun, un volontario tedesco riferisce che i francesi avevano l’ordine di bersagliarli con bombe a mano anche di notte, e di fatto le lanciavano, ma, come da accordi presi con compagni tedeschi, solo sulla destra e la sinistra della trincea». Tutto molto rischioso, va detto, perché «può bastare il sospetto o un episodio minore per deferire alla corte marziale» (pp. 45-47).
Durante le guerre balcaniche, che precedono di poco la prima guerra mondiale, due villaggi sono i protagonisti della storia che segue, narrata alle pp. 38-39:
Secondo tutti i resoconti, le guerre balcaniche sono un precipizio di spietatezza reciproca, in cui la norma era irrompere nei villaggi del «nemico», saccheggiarli e incendiarli, stuprare donne e bambine, torturare, uccidere.
Nessuno è esente. Non gli uomini della Lega balcanica, che lasciano dietro di sé cadaveri, rovine, e in qualche caso battesimi forzati a opera di preti ortodossi chiamati appositamente. Non gli ottomani che, salvo le conversioni, fanno lo stesso. L’alternarsi degli eserciti sul territorio dà spazio alle peggiori ritorsioni, in una pratica di «pulizia etnica» che spingerà molti a emigrare.
Ma ci sono due villaggi bulgari, uno a maggioranza cristiana, Derviche-Tepe, l’altro a maggioranza turco-musulmana, Khodjatli, dove le cose vanno diversamente. Durante la prima guerra (1912), mentre l’esercito bulgaro avanza, sessanta turchi chiedono protezione ai loro vicini cristiani. La ottengono, e al passaggio delle truppe restano indisturbati. Fra loro, un mercante di caffè che racconta ai delegati il seguito: «quando sono tornati i turchi, avevano l’ordine di non toccare il villaggio: ai contadini hanno detto: “Non abbiate paura, voi che avete salvato la nostra gente, abbiamo una lettera da Costantinopoli dove è scritto di lasciarvi in pace”». Evidentemente quei contadini turchi avevano fatto arrivare la notizia alla capitale.
(Via Dogana n. 107, dicembre 2013)
È uscito il nuovo numero della rivista online Per amore del mondo (n. 16, 2019) della Comunità filosofica Diotima: Passaggio in altro, disponibile sul sito www.diotimafilosofe.it, al link http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-16-2019/ Potete trovare le lezioni del Grande Seminario del 2018 Sbilanciamoci verso la politica delle donne,di cui alcune in video, e numerosi testi suddivisi in varie rubriche come da indice completo:
Per amore del mondo, For love on the world, Aus Liebe zur Welt, Por amor del mundo
Passaggio in altro
INDICE
2. PER COMINCIARE – Ágnes Heller
3. INTRODUZIONE Diana Sartori – Sara Bigardi
4. SBILANCIAMOCI DALLA PARTE DELLA POLITICA DELLE DONNE
Grande Seminario 2018 – Presentazione
Luisa Muraro – Difesa di Simplicio. Capire le ragioni di quelli che non capiscono (Video)
Annarosa Buttarelli – Prossimità (Video)
Chiara Zamboni – Dolore e pratiche politiche
Caterina Diotto – Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale
5. HO SEGUITO IL GRANDE SEMINARIO
Debora Pasini – Creatività e apertura
Morena Piccoli – Ciò che non è comodo
Renzo Vendrasco – La rivoluzione accade
6. UN’ALTRA MADRE. LEZIONI AMERICANE
Diana Sartori – Premessa. Another Mother.
Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism
Nadia Setti – Kairos o della traduzione di Another Mother.
Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism
Paola Bono – Testi e contesti. Su Another Mother.
Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism
Antje Schrupp – Sich selbst zu einem Anfang machen
María-Milagros Rivera Garretas – Partir de sí y pensamiento del pensamiento
7. L’INCONSCIA DIFFERENZA
Chiara Zamboni – La pratica dell’inconscio. Un ponte tra “Psychanalyse et Politique”, Antoinette Fouque e il pensiero femminista italiano
8. PAROLE SANTE
Quotidiana filosofia
9. MISTICA QUOTIDIANA
Wanda Tommasi – La mistica, una cosa di tutti i giorni
Lucia Vantini – Missionaria senza battello.
Madeleine Delbrêl: mettere al mondo un’altra comunità
10. NELLA CUCINA DELLE RELAZIONI
Stefania Giannotti – Cosa bolle in pentola?
11. PENSIERO DELLA DIFFERENZA
Chiara Zamboni – Che cosa significa essere una donna e pensare?
Riflessioni a partire dalla raccolta degli scritti di Françoise Duroux
Luciana Piddu – Annie Leclerc. Filosofia radicata nel corpo
Marina Cherubini – Susan Langer: la “filosofa ritrovata”
12. LINGUA MATERNA
Ulrike Eichler – La ricchezza della povertà: l’ascesi di Chiara d’Assisi, la raggiante nascosta
Maria Grazia Chinato – Nel limite che la poesia offre per stare nelle differenze.
Pensieri a margine della raccolta poetica Puri Suoni
13. FUORIGIOCO
Sara Bigardi – Parterre sui Mondiali di calcio femminile 2019
Emilia Guarino – Una questione di presenza
14. PRATICARE UNA RIVISTA
Carmen Revilla Guzmán – Aurora ya tiene 20 años
15. TAGLIO DEL PRESENTE
Serena Rubinelli, Maria Vittoria Marchesini – Donne nella rotta balcanica. Migranti e operatrici.
Con un’introduzione di Anastasia Rossato
16. GIÙ DALLO SCAFFALE, TRA LE MANI
Dialogo con Wanda Tommasi: La ragione alla prova della follia
Bruna Giacomini – La via d’uscita della follia
Cristina Faccincani – La paura della ragione
Diana Sartori – All’insegna delle compagne di viaggio
Dialogo con Giovanna Borrello, Filosofia in pratica e pratica in filosofia. Una autobiografia
Stefania Tarantino – La tessitura di un’avventura filosofica e politica intrecciata alla vita
Wanda Tommasi – Un’autobiografia corale
Dialogo con Delfina Lusiardi, Metamorfosi inattese
Antonietta Potente – Stanze
Giannina Longobardi – Mettersi sulla via
17. VISIONI
Barbara Verzini – La piuma e il cuore
Donatella Franchi – Mettere a fuoco
Chiara Antonioli – L’immagine femminile nella pubblicità
Paola Zaccaria – Etnografía terrona de sujetos excéntricos di Maria Livia Alga
Caterina Diotto – La Spirale del Tempo, della Comunità della storia vivente di Milano
Chiara Pasqualin – Donne e uomini in tempi bui
19. TESI DI LAUREA
Debora Pasini – Simone Weil lettrice del pensiero taoista
(http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-16-2019/, 8 dicembre 2019)
Nel nuovo numero della rivista online di Diotima Per amore del mondo n° 16 (2019) dal titolo Passaggio in altro segnaliamo alla rubrica “Ho letto” (n°18 dell’indice) la recensione che è più di una recensione di Caterina Diotto del libro La Spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi (Moretti&Vitali 2018), dal titolo Una nuova pratica della Storia. Riflessioni su La Spirale del tempo della Comunità di storia vivente di Milano. Vai a http://www.diotimafilosofe.it/larivista/una-nuova-pratica-della-storia-riflessioni-su-la-spirale-del-tempo-storia-vivente-dentro-di-noi-della-comunita-della-storia-vivente-di-milano/
(Diotimafilosofe.it, 13 dicembre 2019)
di Franca Fortunato
Il presepe, nonostante l’albero di Natale, continua a mantenere il suo fascino per credenti e atei, laici e diversamente credenti, come me. Mi chiedo il perché. La risposta immediata è perché tutte/i siamo nate/i e cresciute/i nella religione cattolica e il presepe è parte di quella tradizione che, per tante/i della mia generazione, è legata al ricordo dell’infanzia. Mio padre, per la gioia di noi figlie, lo costruiva ogni Natale. Una risposta valida, certo, ma ancora di più, per me donna, lo è quella che ho trovato nei libri di una femminista «teologa per caso», Rosetta Stella, mia amica, scomparsa da qualche anno. Il presepe mi affascina perché racconta di un’altra civiltà dei rapporti uomo-donna, una civiltà che ha avuto inizio col Sì di una «donna che viveva una vita comune sulla terra», Maria di Nazaret. «Per partorire Dio in carne ed ossa – scrive Rosetta in Sopportare il disordine. Una teologia fatta in casa – in modo che loro lo potessero vedere, c’è voluta una donna. E senza l’aiuto di un uomo per giunta! Non si era mai sentita dire cosa meravigliosa e sublime di un Dio che, pur essendo onnipotente, e quindi nell’ottima condizione di essere capace di tutto, una volta che ha deciso di incarnarsi non lo fa con qualsivoglia prodigio, una di quelle cose che per lui sono facilissime, che so? Comparire all’improvviso sulla terra […]. E invece questo Dio imprevedibile che ti fa? Magari proprio perché è capace di tutto, per incarnarsi chiede il permesso e, giacché c’era, visto che la sua specialità è “l’Impensabile”, “l’Inconcepibile” per definizione, non lo chiede a un Gran Sacerdote della sua cricca religiosa […], né a un Re o Capo di Stato […]. No […], lo chiede a una piccola donna qualunque. Per incarnarsi, il Principio creatore della Vita si rivolge a una donna e al suo, di lei, desiderio di vita. E non lo fa con la forza, non vuole coglierla di sorpresa, la ama. E così le manda un angelo per annunciarsi, come farebbe qualsiasi innamorato timoroso di non essere corrisposto dello stesso amore. Perché se così fosse, se lei non fosse stata innamorata altrettanto, non se ne sarebbe fatto niente, non se ne sarebbe potuto fare niente. Bisognava – lui, Dio, ne aveva bisogno – che il consenso di lei fosse pieno perché lui potesse invadere il suo corpo, nutrirsi di lei. Lui, la Luce, venire alla luce da lei. Bisognava, era proprio necessario, che, se voleva attraversare la vita delle creature umane fino alla morte per salvarle, dovesse attraversarla a cominciare dal buio dell’incertezza che grava sul Sì di una donna, perché il suo desiderio fosse compiuto. E lui, alla sua maniera, lo fa da grande, da Dio. Non esercita alcun attributo virile, nessun diritto, non ne ha bisogno: è Dio. Si annuncia per amore e lei risponde per amore. Tutto qui.»
[…]
(Il Quotidiano del Sud, 12 dicembre 2019)
di Luisa Passerini
Anna
Bravo sapeva alternare, nella vita e nell’intellettualità,
l’irriverenza e il rispetto. Un necrologio convenzionale non le si
addice e non potrebbe trasmettere il senso della sua personalità.
Prendere avvio da frammenti di ricordi condivisi, che evochino le sue
attività in molte direzioni, le sarebbe forse stato più
gradito.
Asti, fine
anni Cinquanta: Anna e io facevamo parte di un piccolo gruppo che si
prefiggeva di unire studenti, operai e contadini. C’erano scioperi
nelle fabbriche della città, che Anna seguiva con partecipazione.
C’erano le serate con ex partigiani che raccontavano le loro storie
della Resistenza, bevendo vino e cenando con coniglio al civet nelle
campagne del Monferrato. Anna dialogava con loro, ma suonava anche la
chitarra e cantava con la sua bella voce profonda.
Erano
i canti partigiani
e le canzoni rivoluzionarie come Ay
Carmela o i
poemi di Georges Brassens. Per me, di poco più giovane, lei era un
modello di libertà e di una femminilità diversa, che contrastava
col grigiore della piccola città di provincia. La solidarietà tra
giovani donne, che con le mie amiche era forte ma seguiva le vie
tradizionali delle confidenze amorose e degli scambi scolastici, con
lei diventava ribellione esistenziale e politica.
Torino,
anni Sessanta: Anna lavorava sulla Resistenza, io sulle utopie di
Saint-Simon e Comte. Portavamo avanti quello che chiamavamo la
rivoluzione della vita quotidiana, intesa soprattutto come libertà
nei rapporti tra pari e presa di distanza dalla famiglia. Andammo a
Parigi, lei e io, a conoscere i Situazionisti. Vedemmo subito che tra
loro non c’erano ruoli di rilievo per le donne, mentre noi avevamo
una pratica di emancipazione sebbene non ancora una posizione
chiaramente femminista. A Parigi andavamo anche per fare ricerca.
Trascorremmo un lungo periodo compilando un catalogo dei periodici
dei fuorusciti antifascisti per una ricerca Cnr, alla Bibliothèque
Nationale e in varie biblioteche più piccole.
Negli
anni successivi, Anna partecipò con pieno trasporto al Sessantotto
torinese, al movimento operai-studenti che interveniva a Mirafiori
nel ’69, e in seguito si impegnò in Lotta Continua. Dopo la
politica della nuova sinistra, ci furono i femminismi, per lei e per
me da due angolature diverse nel quadro variegato del movimento delle
donne.
Alla fine
degli anni Settanta, la ricerca e la pratica didattica seminariale –
considerate come indisgiungibili – divennero centrali per molte e
molti ex militanti, tra cui Anna, che nell’ambito della storia
contemporanea portava contributi fortemente innovativi. Vedo nel suo
itinerario di ricerca e scrittura una valenza significativa non solo
per capire la sua figura, ma anche quella di più generazioni: dagli
studi sulla Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato alla storia
orale e sociale delle donne nel Novecento; dalle analisi del
fotoromanzo all’indagine sulla Shoah e i sopravvissuti –
altrettanti passaggi che riflettono lo sforzo di ingaggiarsi con la
memoria collettiva, conservando le differenze individuali. E ancora:
Anna ha esplorato altre tematiche, dato che i suoi scritti includono
lavori sulle donne nella sfera pubblica, riflessioni sulla propria
esperienza, rievocazioni del Sessantotto, quest’ultimo nella sua
duplice dimensione tra l’est e l’ovest dell’Europa. La
continuità nella tensione generata da questa molteplicità di
interessi risiede tra l’altro nel perseguire un’arte
dell’intervista non solo con i grandi come Primo Levi, ma anche con
tante e tanti protagonisti meno noti.
Questo
complesso
itinerario è il condensato di una storia sociale che si era aperta
alla storia della soggettività e delle emozioni, dando
progressivamente maggiore spazio ai temi del genere. Anna era
consapevole della distanza intellettuale e politica che aveva
percorso; dichiarava apertamente i limiti della sua originaria
visione della storia della Resistenza, che riteneva non
sufficientemente problematizzata, e che solo col tempo si era
tradotta in una riflessione storica più lucida e matura.
Un
posto a parte meritano le sue riflessioni sulla violenza e la
nonviolenza, che rappresentano l’esito di un cammino intellettuale
ed esistenziale di parecchi decenni. Partita dalla presa delle armi
nella lotta di liberazione, Anna è arrivata a una prospettiva «senza
armi». Ha insistito sul tema del «sangue risparmiato»,
raccogliendo esempi di donne e uomini che avevano agito in modo
coscientemente protettivo della vita, con la cura e la difesa dei
corpi e delle vite concrete. Gli episodi e le persone che ha studiato
hanno spesso il tratto dell’ironia, in forme di disobbedienza
civile che danno forza ai più deboli e irridono il nemico in tempi
di pace e in tempi di guerra. Ci lascia il retaggio di un’idea di
rivolta comprensiva degli aspetti umoristici e creativi che
costituiscono un asse portante della soggettività.
Un complesso itinerario di libri
Tra i libri di Anna Bravo, un ruolo cruciale è ricoperto da «La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato», edito per Laterza nel 2013. Sono storie di chi non ha permesso la deflagrazione dei conflitti o che ha praticato la pace: Mandela e Tutu, King e il Dalai Lama, Ibrahim Rugova o Gandhi. La produzione di Bravo si avvia con monografie importanti già dalla metà degli anni ’60: «La Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato». La curatela di «Donne e uomini nelle guerre mondiali» (1991) e l’altra: «Intervista a Primo Levi, ex deportato» (2011). «In guerra senza armi» (1995); «Storia sociale delle donne» (2001); «La vita offesa» (2004); dello stesso anno è anche «Sopravvissuti»; «A colpi di cuore. Il Sessantotto» (2008).
(il manifesto, 10 dicembre 2019)
di Adriano Sofri
Qualche stralcio dalle interviste bellissime della storica torinese morta nella notte fra sabato e domenica
Anna Bravo è morta a Torino nella notte fra sabato e domenica. È stata una militante politica, una studiosa di storia, e una persona davvero generosa. Si è occupata, per il presente e per il passato, degli argomenti più capaci di mettere alla prova le convinzioni e i sentimenti suoi e delle persone a lei vicine, di ambienti e luoghi diversi. Ha saputo contraddire loro e contraddirsi, e sempre conservare una intelligenza affettuosa degli altri, senza attenuare critica e dissenso. Si era occupata della guerra, del nazismo, del fascismo. Della Resistenza armata e di quella disarmata, equivocamente detta “passiva”, e della parte delle donne in ciascuna di queste circostanze. Del ’68 e della sua continuazione, della freschezza e delle ricadute, della attrazione per la violenza, del leaderismo e del virilismo. Ha sempre raccontato quanto tempo e anche quanto dispiacere le fosse costato superare pregiudizi o fedeltà che erano stati suoi, e questo rendeva più limpidi i risultati delle sue ricerche, e più profonda e disarmata la reazione di chi ne veniva messo in discussione: i vecchi partigiani nella cui amicizia e ammirazione era cresciuta, i militanti coetanei dei quali aveva condiviso l’impegno. In rete si ritrovano da ieri brani di sue interviste bellissime. Per esempio sulle “storie del sangue risparmiato”: «Tra gli storici c’è un’implicita accettazione dell’idea che siano la violenza e la guerra che fanno la storia. In realtà, come diceva Gandhi, se fosse stata egemone la guerra noi non saremmo vivi. Quindi, la domanda vera, anche da una prospettiva storiografica, è chi abbia risparmiato il sangue nelle grandi vicende storiche e come abbia fatto» (Gli Asini).
Per esempio su promesse e rischi del #Metoo: “Ho due sogni privati. Il primo è vedere una ragazza che, insidiata, minaccia il suo molestatore: ti do un pugno se non la smetti. L’altro sogno è vedere al contrario una ragazza che per suo calcolo accetta, e poi con sana sfacciataggine rivendica: l’ho fatto, e allora? Oggi la religione del politicamente corretto uccide questa libertà” (Micromega). Per esempio, sulle gerarchie tradizionali dei valori: combattente, patriota, benemerito: “Certo, i soccorritori disarmati non ‘vincono la guerra’. ‘Funzionano’ su un altro piano: non consentire che i nazisti si impadroniscano di migliaia di giovani per avviarli ai lager o all’esecuzione – è questo il loro campo d’onore. Alcuni dei soccorritori – donne, uomini, contadini, operai, ceto medio, alcuni aristocratici, religiosi e religiose – pagheranno con la vita, come si erano affrettati a sancire una legge di Salò e un decreto tedesco. Non avrebbero meritato i più alti riconoscimenti?” (Azione nonviolenta). Altri, su questo giornale, vorranno ricordare la bella libertà di pensieri e parole con la quale Anna B. trattò l’aborto.
Suggerisco su tutta la sua vita e la sua opera una ricerca nel sito della rivista forlivese (ma planetaria) Una città, e in quello della Fondazione Alexander Langer. E, per i meno specialisti, la lettura di libri come “A colpi di cuore. Storie del sessantotto”, 2008, e, vivacissimo e rivelatore, “Il fotoromanzo”, 2003.
(Il Foglio, 10 dicembre 2019)
Siamo uomini e siamo contrari all’istituzione della prostituzione, che costringe moltissime donne, ragazze, minori e uomini alla schiavitù sessuale.
Riconosciamo che la domanda di “sesso” a pagamento è per la stragrande maggioranza maschile; l’Italia è uno dei principali Paesi di provenienza del turismo sessuale, anche minorile, e importa donne da Paesi poveri per avviarle allo sfruttamento sessuale, sia tramite la tratta di esseri umani, sia tramite altri canali più o meno legali. Riconosciamo altresì che la prostituzione non è un mondo a sé, ma è in piena contiguità con le altre forme di violenza maschile: è violenza sessuale, è violenza psicologica, è violenza relazionale, è violenza economica e purtroppo spesso anche fisica.
Riteniamo che si debba lavorare per abolire la prostituzione colpendo chi la sfrutta, non le donne prostituite. L’attenzione deve rimanere sulla scelta maschile di comprare accesso sessuale al corpo di una donna; il grado di libertà di scelta femminile in ciò è largamente secondario. La prostituzione è il perfetto collegamento tra patriarcato e capitalismo, pertanto suddivide le donne in segmenti di mercato, proprio come gli animali in gabbia: solo chi è dotato di grandi risorse economiche può permettersi una facciata “etica” per lavarsi un poco la coscienza, ma il grosso della domanda riguarda “risorse” brutalmente sfruttate. Il grado di libertà di scelta è in funzione alla disponibilità economica del compratore. Per lo stesso motivo, come in tutti i mercati, è la domanda a determinare l’offerta ed è dunque lì che è necessario colpire.
Alle donne dobbiamo offrire percorsi volontari di uscita dalla prostituzione. Dobbiamo formare le forze di polizia perché da elemento di repressione diventino una risorsa a cui rivolgersi in caso di violenza da parte di “protettori” e “clienti”. Riconosciamo che ci sono numerose femministe, gruppi, associazioni, ONLUS che già fanno un grandissimo lavoro di recupero delle vittime della prostituzione, oltre a fare attivismo e divulgazione. Riteniamo però che sia necessario che si levi anche una voce maschile; che ci parliamo tra uomini per dirci con forza che chi paga compie quello che è a tutti gli effetti uno stupro più o meno regolamentato e mediato dal denaro, un atto contrario ai diritti umani.
Riconosciamo infine che la pornografia di massa è in perfetta contiguità con la prostituzione: da essa si alimenta e alimenta le richieste sempre più estreme degli uomini nei confronti delle donne. La pornografia non è finzione, è realtà. I corpi sono reali, i fluidi sono reali, le percosse, gli sputi, le umiliazioni, sono reali. È finta solo la cornice in cui tutto ciò viene inserito. Pertanto riteniamo che sia necessario fare campagna contro l’uso di pornografia e boicottare le aziende conniventi con il mondo del porno.
Non chiuderemo più gli occhi, le orecchie, la bocca. Denunceremo con forza gli uomini che comprano il corpo delle donne, e tutte le forme subdole in cui noi uomini utilizziamo la prostituzione in senso lato: come ricatto, come scambio sessuo-economico, eccetera.
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https://uominicontrolaprostituzione.wordpress.com
21 DICEMBRE 2019/SABATO ORE 18.00
Casa della Memoria, via Federico Confalonieri, 14 Milano, Porta Garibaldi
Inaugurazione della mostra fotografica di Paola Mattioli
a cura di Maria Fratelli
Intervengono la curatrice e Cristina Casero.
La mostra EMERGEnza LIBERTA’, 12 foto dall’archivio di Paola Mattioli resterà aperta dal 22 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020
ORARI
dal lunedì al venerdì: dalle 9.00 al termine della programmazione (ore 20.30 circa)
sabato, domenica e festivi: dalle 10.00 al termine della programmazione
martedì 24 dicembre: dalle 9.00 alle 12.30
martedì 31 dicembre: dalle 9.00 alle 12.30
di Antonio Polito
Noi non sappiamo e non sapremo mai che cosa sia davvero successo quella sera di dieci anni fa tra Thomas Piketty e Aurélie Filippetti, allora coppia turbolenta della Parigi che conta. Però sappiamo che l’uomo, economista e saggista, ammise per iscritto di aver usato violenza contro la sua compagna, e chiese formalmente scusa. Dunque sappiamo anche – o, per meglio dire, ne abbiamo una nuova conferma – che la violenza contro le donne non è monopolio degli uomini rudi, incivili, ignoranti, maneschi e anti-sociali. Ma la violenza riguarda pure uomini colti, eleganti, di successo, progressisti e ugualitari (grazie al suo bestseller, Piketty è il non plus ultra dell’ugualitarismo). Anche i ceti medi riflessivi, insomma, picchiano le donne.
La punizione
Ci deve dunque essere un pericoloso grumo di pensieri e sentimenti comune a tutti gli uomini, di qualsiasi provenienza sociale e culturale, che li spinge a rivolgere contro le mogli e le compagne quel carico di violenza che nel resto delle loro relazioni sociali non si sognerebbero mai di usare. Per punirle in quanto donne. Di che si tratta? La coincidenza temporale della giornata contro la violenza e dell’«affaire Piketty», combinata magari con la lettura di alcuni tentativi della letteratura femminile di darsi una spiegazione di questo fenomeno, dovrebbe spingerci a riflettere di nuovo su quel «quid», e a guardare anche dentro di noi, per vedere se lo possiamo scorgere, nascosto da qualche parte, nel fondo stesso del nostro essere maschi. Forse consiste in questo: noi uomini diamo immancabilmente alle nostre compagne la colpa del fallimento di una relazione. E la cosa ci dà rabbia perché recriminiamo su una mitica felicità perduta, che pensavamo basata sull’esclusività del rapporto di coppia, sulla sua impermeabilità all’esterno; cioè, in definitiva, sul possesso più o meno civilizzato della persona amata. Per questo vorremmo che le nostre donne non cambiassero mai, per continuare a possederle come il primo giorno; così come esse desiderano che i loro uomini cambino.
La fine di una storia
La donna è sempre colpevole della fine di una storia perché ha voluto diventare più e altro rispetto alla sua funzione di mero completamento della coppia, ha cercato di essere una persona, non solo due. Tradendo così, almeno potenzialmente, anche il suo ruolo materno, di generatrice e nutrice dei figli. Va al lavoro, esce di casa, guadagna, ha relazioni, incontra persone, vede amiche? Espone il suo corpo in tutte queste attività, lo esibisce socialmente (per un italiano su quattro la violenza sessuale è originata dal modo in cui la donna si veste)? Dunque è colpa sua. Fosse stata al suo posto, accontentandosi dei costumi già abbastanza liberi ed emancipati oggi consentiti, la relazione avrebbe retto. Temo che questo, in fondo al cuore, lo pensino anche i migliori di noi. Ovviamente non tutti lo esprimono in modo violento. Ma molti, troppi, sì. Trecentomila anni di evoluzione della specie ci hanno abituato all’egemonia fisica e sociale, e agiscono nel nostro inconscio, dettandoci istinti aggressivi. Un paio di secoli di emancipazione femminile, fenomeno recentissimo nella storia dell’umanità, producono perciò ancora uno shock culturale formidabile su noi uomini. Ciò che è in corso è esattamente una reazione a questo cambiamento epocale degli equilibri di potere.
La morte di Ana
Il padre di Antonio Borgia, l’uomo che ha ucciso a Partinico la sua giovane amante, l’ha detto nel suo stentato italiano l’altra mattina in tv: «Chiedo scusa alla famiglia di Ana, sono cose che non si devono fare…, ma oggi le donne incitano con la parità, si permettono di dire delle cose, volere, pretendere. E così fanno andare l’uomo fuori di testa. È quello che è successo a mio figlio». Più chiari di così. Per questo Ana Di Piazza è morta, perché è una donna del nostro tempo. Nell’immaginario maschile la morte violenta rende invece eterno il possesso, ristabilendo l’equilibrio. Se non ti posso avere come dovresti essere, che tu non sia più niente, e così sarai mia per sempre. In un suo romanzo, Melania Mazzucco lo fa dire in questo modo a un marito violento: «Io non lo posso accettare il divorzio… abbiamo fallito, allora il mio dovere è cancellare ogni traccia di me e di mia moglie da questa terra perché siamo un grandissimo sbaglio e tutti e due ci abbiamo colpa. Ma soprattutto lei, che è una donna egoista e ingrata… io però la perdono di tutto, e la affido all’amore di Dio». Alla fine c’è sempre l’alibi della famiglia – dice una delle donne di «Ferite a morte», la Spoon River delle vittime scritta da Serena Dandini – «ma la famiglia è per noi il luogo più pericoloso».
Omicidi di donne
Ecco perché è giusto parlare di femminicidi, e non di omicidi di donne. Ecco perché siamo di fronte a una questione sociale, a un conflitto culturale; e non alla devianza di un gruppo, seppur cospicuo, di maschi. Ed ecco perché a noi uomini che non abbiamo mai alzato un dito contro una donna non può bastare davvero congratularci con noi stessi e fingere che i violenti siano degli alieni, estranei alla nostra cultura. Perché è invece proprio questa ad essere intrisa di sciovinismo maschile, e dunque del germe della violenza. Quel grumo è da qualche parte dentro di noi. Per estirparlo – ci vorrà tempo – bisogna prima di tutto riconoscerlo, ammetterlo. Poi correggerlo, accettando una diminuzione di status, perché questo richiede oggi la parità uomo-donna. Infine dobbiamo esercitare tutta la mediazione culturale di cui siamo capaci per contrastarlo nella società. Quando una donna muore a Partinico, la campana suona anche per te.
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
di Luisa Muraro e Lucetta Scaraffia
Su Sette Corriere della sera del 22 novembre 2019 è apparso un articolo di Lucetta Scaraffia, Ida, le molestie e la sconfitta della psicanalisi, chiarissimo in quello che dice. Potete leggerlo qui di seguito. È un testo di notevole interesse perché attira l’attenzione e fa luce sulla parte avuta dalla psicoanalisi nella rivoluzione femminista del ventesimo secolo. L’autrice finisce con un punto di domanda, giustamente, e invita così ad approfondire l’argomento.
Per parte mia ci tengo a dire che la “sconfitta” della psicoanalisi avviene su un antico campo di battaglia, quello dell’autorità della parola, autorità negata alle donne dal regime patriarcale, e campo di battaglia dalle donne tenacemente tenuto aperto attraverso i secoli. Parlo dell’isteria. Dedicandosi alla cura dell’isteria, Freud ha avuto il merito innegabile di essere entrato nel campo di battaglia e di sbagliare, sì, ma in un modo significativo: è il suo inconscio che lo fa sbagliare e lui finisce che se ne accorge. Se possiamo fare festa per la fine del discredito patriarcale e l’affermarsi di autorità femminile nella vita pubblica, qualcosa dobbiamo anche a lui. A sua volta, lui deve qualcosa, o molto, all’umanità femminile. (Luisa Muraro)
Corriere della sera – Sette, 22 novembre 2019
Ida, le molestie e la sconfitta della psicanalisi
di Lucetta Scaraffia
Quando Ida ha acconsentito alla richiesta del padre, che voleva far curare da Freud i suoi strani disturbi (afonia, svenimenti, tosse continua), la ragazza sperava che il dottore avrebbe creduto alle sue parole, convincendo così anche suo padre che l’amico di famiglia Hanss Zellenka l’aveva molestata con insistenza e pesantemente, per mesi, suscitandole profondo turbamento e paura. Le molestie erano cominciate quando aveva solo tredici anni, e lei si era trovata invischiata in una situazione angosciosa: le vacanze con la famiglia Zellenka sul lago di Garda – dove la madre Pepina l’aveva accolta con un affetto e una simpatia che le mancavano in casa – nascondevano un segreto imbarazzante.
Pepina era in realtà l’amante del padre di Ida, un ricco industriale, che si era portato in vacanza la figlia per mascherare la relazione. E proprio mentre la ragazza cominciava ad accorgersene, diveniva oggetto di corteggiamenti e molestie da parte di Hanss, il marito di Pepina. È questa situazione difficile all’origine dei suoi disturbi di salute ma, come quasi tutte le giovani donne in casi analoghi, Ida ha paura di parlarne e si sente confusamente colpevole, finché un episodio più grave non la induce a raccontare tutto alla madre. Il padre, prontamente informato, convoca Hanss, il quale non solo nega indignato ma ritorce su Ida le accuse, consigliando di mandarla in cura da Freud.
Ferita dall’incomprensione paterna, Ida lo sarà ancor più dolorosamente da Freud che, dopo averla spinta a parlare, comprensivo – finalmente qualcuno la prendeva sul serio! – le aveva spiegato la sua complicata interpretazione dell’episodio. Secondo Freud le parole della ragazza rivelavano un suo amore edipico verso il padre, spostato poi su Hanss, e di conseguenza «lei non aveva affatto paura del signor Zellenka ma piuttosto di se stessa, e più precisamente della tentazione di cedere al signor Zellenka».
Ida reagisce a questa nuova cocente delusione interrompendo la cura con Freud, e proseguendo, sia pure con fatica, nella sua vita di donna che si sarebbe sposata, avrebbe avuto un figlio, avrebbe lavoratoe sarebbe scampata alla persecuzione nazista fuggendo prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, dal figlio. Una vita dura e drammatica, che racconta alla nipote, autrice della bella biografia a lei dedicata. La vita di una donna che dal rifiuto dell’interpretazione di Freud ha tratto forza e coraggio. Una posizione totalmente diversa da quella che lo stesso Freud rivela concludendo la narrazione dell’analisi: «Promisi comunque di perdonarla per avermi privato della soddisfazione di guarirla radicalmente». E se invece Ida si fosse guarita da sola rifiutando l’interpretazione di chi non considerava vere le sue parole?
Ida è Dora, la protagonista del primo caso clinico di Freud, che su questo ha costruito la sua ipotesi sulle cause dell’isteria, considerando il caso come prova chiara e convincente della sua teoria del complesso di Edipo.
Agli occhi di una donna di oggi, invece, la vicenda di Ida appare solo come la drammatica storia di una ragazza molestata che non viene creduta dagli uomini ai quali si rivolge per avere aiuto. Il padre, probabilmente anche perché segnato da sensi di colpa nei confronti di Hanss, crede a questi piuttosto che alla figlia, mentre Freud dà credito al padre, e si lascia influenzare dal desiderio di trovare nei desideri edipici rimossi la causa dell’isteria. Le malattie di Ida, invece, rivelano piuttosto la sofferenza di una donna le cui parole non vengono ascoltate né rispettate. Una donna che non viene presa sul serio, proprio come tante altre sue contemporanee – ma anche molte più vicine a noi – che non hanno visto riconosciuto il valore delle loro parole.
La biografia di Ida (scritta dalla pronipote Katharina Adler, Ida, Sellerio 2019) rovescia la storia raccontata da Freud: non si tratta della prima paziente alla quale è stata diagnosticata e curata l’isteria, ma una delle tante – troppe – donne che hanno subito due forme di violenza, quella sessuale e quella contro la loro identità perché le loro parole non vengono credute. È la storia narrata dal punto di vista delle donne, che vedono le cose molto diversamente dagli uomini, ma non sono ascoltate.
C’è voluta una lunga battaglia, combattuta dalle donne, perché le parole delle vittime venissero ascoltate e prese seriamente in considerazione, perché le vittime stesse non fossero sempre considerate possibili complici della violenza – Ida aveva forse provocato, magari anche inconsapevolmente, come insinua Freud, il violento? – e venissero invece aiutate a superare il trauma, e risarcite.
Nell’ordinamento giuridico italiano gli articoli del codice Rocco, vigenti fino al 1996, punivano ogni tipo di violenza o molestia sessuale – sia sulle donne che sui minori – come «delitto contro la morale pubblica e il buoncostume». Tutelavano cioè quello che veniva considerato un bene collettivo e non la vittima. È stato solo nel 1996, grazie alle pressioni del movimento femminista, che viene promulgata la nuova legge per cui lo stupro diventa reato contro la persona, e di conseguenza l’attività sessuale riconosciuta come frutto di una libera scelta perché rientra nel diritto proprio dell’individuo.
Mentre nella fase precedente si collocava al primo posto la condizione di vita della comunità, che per il legislatore costituiva il massimo valore, oggi a essere valorizzata è invece la dimensione individuale di chi subisce il reato, divenuta il bene giuridico protetto dalla legge. Rivendicando la loro posizione di vittime della violenza, le donne capovolgono la situazione di debolezza in cui si trovavano, s’impadroniscono del potere di accusa, le loro parole si caricano di valore, e hanno finalmente diritto di essere ascoltate.
Oggi Ida troverebbe ascolto, Hanss verrebbe punito per molestie su una minore, e Freud non avrebbe più la possibilità di elaborare la sua teoria sull’isteria. Un caso in cui la psicanalisi, elemento fondamentale della nostra modernità, viene forse sconfitta dalla realtà che sta nelle parole delle donne?
(www.libreriadelledonne.it, 29 novembre 2019)
di Franca Fortunato
Il 24 novembre 2009 Lea Garofalo, la testimone di giustizia, veniva uccisa dalla ’ndrangheta per mano del marito Carlo Cosco, condannato all’ergastolo in via definitiva insieme ad altre quattro persone. Lea è stata uccisa non solo e non tanto perché era diventata testimone di giustizia, quanto per aver deciso di lasciare il marito, di riappropriarsi della sua vita e dare a sua figlia Denise un futuro di donna libera di decidere di sé stessa. Essere abbandonati da una donna, per un uomo è insopportabile, come dimostra la mattanza di donne (142 nel 2018, 96 nel 2019 fino ad oggi) da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ’ndranghetista. È da qui che viene la crudeltà, l’efferatezza di chi ha ucciso Lea che non si è accontentato di torturarla e ammazzarla, ma ne ha bruciato il corpo. Un gesto simbolico, questo, per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea, a dispetto dei suoi assassini, a dieci anni di distanza è più viva che mai. Lo è in sua figlia Denise che, in nome della madre, ha testimoniato contro il padre, lo è nella sorella Marisa, custode della sua memoria, lo è in ogni donna che riconosce e si riconosce nel suo desiderio di libertà. Lo è nelle donne che sul suo esempio sono diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, mandando in carcere padri, mariti, fratelli, sorelle, madri e parenti. Alcune (Maria Concetta Cacciola, Tina Buccafusca) hanno pagato, come lei, con la vita; altre (Giuseppina Pesce, Ilaria La Torre, Annina Lo Bianco, Giusy Multari, Simona Napoli, Maria Stefanelli, Alba A.), quelle che ce l’hanno fatta a sopravvivere alla condanna a morte che continua a pesare su di loro, perché la ’ndrangheta non dimentica, vivono sotto falso nome con le figlie e i figli in località protette, lontane dalla Calabria. Donne accomunate dal desiderio di rendersi libere e liberare le figlie e i figli da quell’ambiente violento dove loro sono cresciute e che destina i figli maschi a diventare mafiosi e le femmine a sposare mafiosi.
Un destino a cui Lea si è ribellata e a cui anche altre donne, madri, non collaboratrici né testimoni di giustizia, hanno incominciato a ribellarsi, rivolgendosi al Tribunale dei minori di Reggio Calabria per chiedere l’allontanamento dalla famiglia delle figlie e figli. Settanta di loro sono state/i trasferiti in strutture o famiglie al nord, mentre i padri dal carcere minacciano i magistrati, rivendicano il diritto di averli a casa e imprecano per la “distruzione del nucleo familiare”. Lea è viva in tutte noi, nel nostro desiderio di libertà di donne, che in modo irreversibile cammina nel mondo, anche in Calabria, mentre la famiglia mafiosa, architrave della ’ndrangheta, grazie alle donne, continua ad andare a pezzi. […]
(Il Quotidiano del Sud, 28 novembre 2019)
di Pinella Leocata
Nella “giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne” le celebrazioni si scontrano con i fatti, la retorica con la realtà. Accade ovunque, anche a Catania dove alle innumerevoli e altisonanti iniziative istituzionali si contrappongono le scelte concrete come quella per cui l’unico centro antiviolenza del territorio, il centro Thamaia, rischia di chiudere perché il Comune non versa le somme dovute. E si tratta di ben 70.000 euro, somma che l’associazione che gestisce il centro ha vinto grazie al progetto con cui ha partecipato a un bando regionale e al fatto che da un decennio ha costituito una rete con tutte le istituzioni coinvolte nella tutela delle donne vittime di violenza creando buone pratiche con cui si cerca di rispondere al meglio alle necessità di chi intraprende un percorso di denuncia e di fuoriuscita dalla violenza.
La Regione ha liquidato le somme, il Comune no, eppure il progetto si è concluso un anno fa e le operatrici si sono dovute indebitare, anche offrendo garanzie personali, per sostenerne i costi. La Regione aveva persino ritirato i fondi e adesso minaccia di farlo in maniera definitiva se l’amministrazione di Catania non li erogherà entro il 31 dicembre. Così ieri le operatrici del centro Thamaia hanno tenuto un sit-in di protesta in piazza Università nel corso del quale sono stati distribuiti volantini e sono state raccolte firme a sostegno delle loro ragioni che poi sono quelle delle donne vittime di violenza e di quante possono contare su un luogo che, in caso di bisogno, le sostenga dal punto di vista psicologico, legale e pratico. Al loro fianco molte cittadine e molti cittadini, le associazioni e reti femministe di città come La Ragna-Tela che proprio ieri pomeriggio, nell’affollatissima aula magna della facoltà di Scienze Politiche, ha promosso un convegno su “La violenza istituzionale nei confronti delle donne”: un modo per evidenziare come al di là della rappresentazione che ne viene fatta, esiste un filo che lega i vari tipi di violenza contro le donne che non è solo individuale, ma anche sociale e persino istituzionale. Perché, come hanno messo in rilievo le relatrici e le testimoni, è violenza istituzionale, una violenza sottile e subdola, frutto di una radicata cultura patriarcale, anche quella che impregna alcune pratiche e persino leggi, come quella iniqua che ha strappato otto anni fa, ancora piccolissima, la figlia alla maestra Ginevra Pantasilea Amerighi, presente al convegno con un video, accusata di alienazione parentale dal compagno che lei precedentemente aveva denunciato perché violento. Anche il ddl Pillon (per il momento stoppato) prevedeva che, in caso di separazione, il minore dovesse dividere il proprio tempo e la propria vita tra i due genitori anche quando non volesse stare dal padre perché lo aveva visto usare violenza alla madre e persino a se stesso; e questo fino a quando la Cassazione non avesse detto l’ultima parola sulla denuncia per violenza, cioè dopo anni. Ed è violenza istituzionale quella di uno Stato che, come nel caso della dottoressa Serafina Strano, non tutela una donna che svolge il proprio lavoro di notte alla guardia medica. O ancora, quella subita da Valentina Milluzzo, la giovane donna morta all’ospedale Cannizzaro di Catania di setticemia mentre non riusciva a partorire i suoi due gemelli. «Nessuno – hanno denunciato i suoi genitori Giusi Moschetto e Salvatore Milluzzo – le aveva prospettato che rischiava la vita, i medici, tutti obiettori, si sono rifiutati di praticarle l’aborto terapeutico che le avrebbe salvato la vita».
(La Sicilia, 26 novembre 2019)
di Luciana Matarese
“Una scossa”, “la spinta ad aprire i cassetti per tirare fuori le denunce accumulate”, “una riforma di cui magistratura e forze di polizia avevano urgente necessità”. L’impressione che arriva dalle parole dei magistrati di alcune delle principali Procure della Repubblica d’Italia, è che le voci nel bilancio dei primi mesi – quattro il 9 dicembre – dall’entrata in vigore, il 9 agosto scorso, del Codice rosso siano più positive che negative. […]
Il fattore tempo. Voluta dall’ex ministra per la Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, e chiamata così perché apre alla violenza sulle donne una corsia preferenziale con indagini più veloci per contrastarla, il Codice rosso, legge a costo zero e quindi senza stanziamento di risorse punta innanzitutto sul fattore tempo, disponendo l’obbligo per la polizia giudiziaria di comunicare al magistrato, il pubblico ministero di turno, le notizie di reato relative a maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate avvenute tra conviventi o in famiglia. E la vittima dovrà essere sentita dal pm entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. E segna una stretta, con pene più severe, su violenza sessuale e stalking, introducendo inoltre i reati di revenge porn e sfregi al viso e lo stop ai matrimoni forzati.
“Come per le mafie”. Per la magistrata Paola Di Nicola, attualmente all’ufficio Gip del Tribunale di Roma, da anni impegnata nella lotta agli stereotipi che ancora gravano sulle donne e rappresentano il presupposto di tanta parte delle violenze che esse quotidianamente subiscono, “questa norma ha avuto il merito di far emergere la sottovalutazione del fenomeno. E come si è fatto per le mafie, secondo Di Nicola, bisogna attrezzarsi, “perché – spiega “la giudice” (per citare anche il titolo del suo libro) la violenza contro le donne va affrontata con le stesse competenze e i medesimi mezzi, economici, organizzativi e di formazione degli operatori di tutta la filiera, così come avviene nella lotta contro la criminalità organizzata”. Fermo restando che non si può delegare solo alla magistratura. Quanto al Codice rosso, per la giudice il mancato stanziamento di risorse per la formazione degli operatori e l’assenza di una parte “relativa alla reale tutela delle donne nel periodo successivo alla denuncia, rappresentano limiti notevoli della norma”.
Uno spunto in più. Anche il Procuratore della Repubblica di Tivoli, Francesco Menditto, da anni in prima linea nel contrasto alla violenza sulle donne, individua nell’assenza di “strutture idonee che consentano di accompagnare la donna alla denuncia e dopo la denuncia”, di “un’adeguata formazione della polizia giudiziaria” e “di un numero adeguato di personale della polizia giudiziaria” e della sua Procura, “alcuni nodi della legge che impediscono una reale tutela delle vittime”. […]
Bollettino di guerra. I numeri, già. Secondo l’ultimo rapporto dell’Eures, le vittime di femminicidio nel 2018 sono state 142 . Nel 74% dei casi i carnefici sono italiani, nell’82% hanno le chiavi di casa delle loro vittime. “Questi numeri vanno moltiplicati per 10 visto che, secondo le stime, denuncia una donna su dieci – fa notare Menditto. Il Codice rosso rappresenta un input importante, ma serve un cambiamento culturale, che deve riguardare tutti. Magistratura e forze dell’ordine devono cominciare a credere alle donne che in tanti casi non denunciano perché non si fidano di magistrati e polizia giudiziaria”. […]
Milano: aumentano le denunce. Qualche giorno fa, in una conferenza stampa, la procuratrice aggiunta Maria Letizia Mannella, capo del pool “Fasce deboli” – la sezione specializzata che si che si occupa dei reati di violenza su donne, bambini e persone fragili – del tribunale di Milano, ha lanciato l’allarme sull’aumento delle violenze. “Dall’introduzione del Codice rosso, da agosto a oggi, ci sono stati 167 episodi, tra cui quattro violenze di gruppo – ha detto Mannella – Negli ultimi due mesi, in particolare, sono in crescita le violenze che avvengono sui mezzi pubblici, ma il dato positivo è che aumentano le denunce”.
Giudizio positivo sulla nuova legge anche quello di Fabio Roia, presidente della sezione “Misure di prevenzione” del Tribunale di Milano, componente tecnico del tavolo permanente contro la violenza di genere della Regione Lombardia e autore dei libro “Crimini contro le donne”. La nuova legge ha accelerato l’attività di indagine, “anche se il tema vero su cui si gioca la tempestività dell’intervento – fa notare Roia, è la capacità di tutti noi operatori di saper leggere, fermo restando che tutte le situazioni vanno considerate e approfondite, i casi da codice rosso, da codice giallo, da codice verde, stabilendo delle priorità”. Una delle obiezioni sollevate dai centri antiviolenza alla nuova legge riguarda il rischio di rivittimizzare, come si usa dire, la donna collegato all’obbligo per il pm di ascoltare la vittima entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. “Il Procuratore di Milano, con una direttiva intelligente – spiega Roia – ha stabilito che la donna vittima verrà sentita solo se sussiste l’esigenza effettiva”.
Roma: c’è chi dice no. “L’indicazione di questo termine, così come è formulata, è sbagliata e non idonea a centrare lo scopo che il legislatore intendeva raggiungere”. Per Maria Monteleone, coordinatrice del gruppo specializzato antiviolenza – “la dicitura “Fasce deboli” non mi piace”, dice risoluta – della Procura di Roma, l’obbligo inserito nella nuova legge di ascoltare la persona offesa – “anche se è stata già sentita poco tempo prima”, sottolinea lei – entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato proprio non va. “Questa disposizione del Codice rosso, per me positivo nella parte inerente le modifiche al codice penale e a quello di procedura penale – spiega la magistrata – ha richiesto impegno di personale, magistrati e strutture già ampiamente carenti. Non è consentito valutare se è necessario, utile per le indagini e per tutelare la vittima riascoltare quest’ultima e infatti molte donne, magari già ascoltate poco tempo prima in sede di denuncia, di fronte alla richiesta di ripresentarsi declinano l’invito”. […]
Il “fantasma” che pesa sulle denunce. Dall’ultimo report della Polizia di Stato emerge, unico elemento incoraggiante, che il numero delle denunce è in aumento. Un dato “da problematizzare”, dice Lella Palladino presidente di D.i.Re, la più grande associazione nazionale impegnata, con le 80 organizzazioni che ne fanno parte e gestiscono oltre 200 strutture tra centri antiviolenza e case rifugio, nella prevenzione e nel contrasto della violenza contro le donne. Sempre più donne che denunciano, oggi visto vengono sottoposte a valutazione della genitorialità in maniera parallela ai loro partner e il fantasma del timore che vengano loro sottratti i figli spinge tante vittime di violenza a non uscire allo scoperto”. Sul Codice rosso, prima dell’approvazione della legge, dai centri antiviolenza si erano levate molte obiezioni tradotte in emendamenti, tutti respinti. “Quindi le perplessità restano – aggiunge Palladino – le donne vivono le stesse difficoltà di prima. Specie dopo la denuncia, per intraprendere il percorso di recupero dell’autonomia che, senza supporti e strutture adeguati, può rivelarsi un nuovo calvario. La rete di protezione continua a mancare. Chiediamo interventi di sistema, non provvedimenti tampone”. Insomma, più che di nuove norme “c’è bisogno di un cambiamento culturale radicale, che investa la società tutta, e di misure che affrontino la violenza come un fenomeno culturale e strutturale, che non può essere contrastato se non si assicurano ai centri antiviolenza risorse certe e adeguate”. Proprio per raccogliere fondi per le donne in uscita dalle case rifugio D.i.Re ha lanciato un progetto e la campagna #alidiautonomia per finanziarlo attraverso il numero solidale 45593, attivo fino al primo dicembre.
“Più che su altre norme, puntiamo su quelle che già ci sono – se applicata, la Convenzione di Istanbul da sola potrebbe garantire miglioramenti effettivi – Purtroppo la logica con cui questo Paese risponde alla violenza di genere è ancora tutta securitaria e giuridica. Si continua a non credere alle donne, di loro si continua a parlare per stereotipi. Serve un cambiamento culturale.
Punti di forza e punti di debolezza, le modifiche in cantiere. Dello stesso avviso la senatrice del Pd, Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Nelle audizioni abbiamo toccato con mano punti di forza e punti di debolezza del Codice rosso, ma la vera scommessa di questa legge era la formazione degli operatori, una delle condizioni principali per tutelare le vittime di violenza, e su questo terreno il Codice rosso, non stanziando risorse, non ha dato una mano. Per questo, per aumentare il fondo del piano antiviolenza, abbiamo presentato un emendamento specifico”. Valente ha depositato agli inizi di novembre anche un disegno di legge a sua prima firma, e sottoscritto da altri parlamentari, per proporre modifiche al Codice rosso in modo da intervenire in maniera ancora più determinata, con provvedimenti specifici, sull’autore della violenza. “E sto studiando altri possibili cambiamenti che renderebbero ancora più efficace la legge, che sì ha dato una scossa, ma può e deve essere migliorata. Nella consapevolezza che la violenza sulle donne non è un’emergenza, ma una questione prima di tutto culturale. E la pena non è un deterrente”.
(Huffington Post, 25 novembre 2019)
Il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne. Due giorni prima, sabato 23 a Roma c’è stata una manifestazione di cui “il manifesto” ha dato notizia il 24 a pagina 2. Riprendiamo uno stralcio dall’articolo di Shendi Veli, Matrioske, lottatrici e glitter contro la violenza maschile.
«Secondo me il femminismo adesso è il campo di lotta più credibile, accanto all’ecologismo», spiega Linda, 24 anni di Roma, «C’è una penetrazione profonda delle istanze femministe nella mia generazione. Anche se con molte sfumature: alcuni pensano che l’obiettivo sia garantire alle donne ruoli di potere. Bisogna affermare altri valori e mettere in discussione la struttura patriarcale dalla base».
( https://ilmanifesto.it/matrioske-lottatrici-e-glitter-contro-la-violenza-maschile/)
di Giuliana Buffo
Si è parlato molto qualche settimana fa del trattamento riservato dagli attivisti LGBT alla giornalista canadese Meghan Murphy, editrice del sito Feminist Current, in occasione di due conferenze aventi come tema l’influenza dell’informazione nel dibattito sull’identità di genere. Le immagini di Toronto in cui i partecipanti all’incontro hanno dovuto essere scortati dalla polizia sono diventate virali. A Vancouver invece gli organizzatori sono stati costretti a cercare una nuova sede il giorno stesso della conferenza, poiché l’università, che avrebbe dovuto ospitarla, l’ha cancellata all’ultimo momento in seguito alle numerose proteste degli attivisti LGBT.
Nel 2017 il Parlamento canadese ha approvato la legge C-16 che ha aggiunto «identità o espressione di genere» all’elenco delle discriminazioni perseguibili anche penalmente.
Già allora Murphy si era opposta a quella che riteneva essere una minaccia alla libertà di espressione e ai diritti delle donne e venne accusata di inutile allarmismo. A distanza di due anni è evidente come le sue preoccupazioni fossero più che fondate: non solo tutti gli spazi riservati alle donne devono obbligatoriamente includere chiunque dichiari di possedere «un’identità di genere femminile non concorde con il sesso assegnato alla nascita», ma è molto difficile riuscire a discutere pubblicamente di questi temi senza subire censure e accuse di violazione dei diritti umani.
Meno noto è il caso del gruppo danese Lesbike Feminister al quale è stato vietato di riunirsi presso la Casa delle donne di Copenaghen. Il gruppo è nato un anno fa per volontà di alcune lesbiche, molte delle quali attive nel movimento delle donne dagli anni Settanta e Ottanta, che desideravano creare uno spazio diverso per quante non condividessero le credenze adottate dal movimento LGBT su sesso e genere. In particolare queste lesbiche continuano a definirsi attratte dallo stesso sesso e non dallo stesso genere come la nuova dottrina impone.
Per questa ragione sono state espulse dalla Casa delle donne con l’accusa di transfobia.
Contrariamente a ciò che avviene in Canada, i media danesi hanno ritenuto ridicola la decisione. Le donne, comunque, nulla hanno potuto perché anche in Danimarca è stata approvata una legge sull’identità di genere che, dal 2014, prevede per qualunque danese maggiorenne la possibilità di cambiare sesso sui documenti con una semplice dichiarazione. Un uomo, quindi, che dichiari di essere donna, può pretendere di essere ammesso in luoghi di donne, denunciando quelle che volessero impedirglielo per discriminazione di genere.
Un provvedimento legislativo simile a quello danese era in programma anche per il Regno Unito: circa due anni fa il governo May aveva annunciato che il Gender Recognition Act (GRA) del 2004, che regolamenta la rettifica del sesso anagrafico per le persone transessuali, sarebbe stato modificato per permettere di ottenere il cambio dei documenti senza una diagnosi di disforia. Quello che i politici, i media e la principale associazione LGBT del Regno Unito, Stonewall, non avevano previsto è stata la reazione delle donne. Nonostante i ripetuti tentativi di censura, il mancato sostegno dei politici e dei giornalisti, le aggressioni e gli insulti, numerose donne britanniche non hanno subito passivamente la ventilata modifica del GRA ma hanno fatto sapere a gran voce che non sono d’accordo. Sono riuscite a liberarsi dalle etichette di “povere casalinghe annoiate” e “allarmiste bigotte” cucite loro addosso dagli avversari e, non senza fatica, sono riuscite a ritagliarsi un posto da protagoniste nel dibattito pubblico su sesso e genere.
Tra le associazioni che più hanno contribuito a questo cambio di rotta c’è Woman’s Place UK (WPUK), nata nel 2017 e costituita da «un gruppo di persone provenienti da esperienze molto diverse che includono sindacati, organizzazioni femminili, l’università e il Servizio Sanitario Nazionale». L’organizzazione intende difendere i diritti delle donne e in particolare mantenere il sesso biologico tra le caratteristiche tutelate dalla legge. Lavora, inoltre, perché vi sia un ampio dibattito e venga pubblicamente respinta la pretesa di associazioni come Stonewall di cancellare gli spazi riservati alle sole donne.
Da due anni WPUK organizza incontri in città diverse del Paese per discutere delle conseguenze che una modifica del GRA avrebbe sui diritti delle donne. L’associazione ha dovuto affrontare proteste e atti intimidatori simili a quelli visti in Canada, per questa ragione le organizzatrici rivelano l’indirizzo del posto in cui si terrà il dibattito solo mezz’ora prima. Nonostante questo, il numero di partecipanti è aumentato e gli incontri continuano a tenersi ogni mese.
L’ultimo, svoltosi a Oxford il 25 ottobre scorso, aveva come tema la libertà di espressione nelle università. È stata una sorpresa scoprire dalla mail arrivata a ridosso dell’incontro che l’indirizzo indicato corrispondeva a uno dei più importanti edifici dell’università, le Examination Schools: il segnale di un possibile cambio di rotta in un paese in cui, fino ad ora, le accademiche che hanno espresso pareri contrastanti la dottrina dell’identità di genere non sono state tutelate a sufficienza, rischiando addirittura di perdere incarichi accademici o borse di studio.
La difficile situazione di paesi come il Canada e la Danimarca e la durezza della lotta che le donne britanniche stanno conducendo ci dicono chiaramente che le leggi che pretendono di combattere la discriminazione cosiddetta di genere, si trasformano in un’arma contro le donne, in strumento di rinnovata caccia alle streghe.
(www.libreriadelledonne.it, 21 novembre 2019)
di Cristina Luzzi
Recensione del libro Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Grazia Villa, Luciana Tavernini, VandA.epublishing, 2019. Cristina Luzzi è dottoranda in Giustizia costituzionale e diritti fondamentali, Università di Pisa.
Sommario. 1. Politiche sulla prostituzione: dal “sex work” al modello neoabolizionista. 2. L’ordinamento italiano e la prostituzione: tra “sabotaggio” della Legge Merlin e nuovi progetti di legge. 3. Quanto ma soprattutto dove ci tocca la prostituzione?
1. Politiche sulla prostituzione: dal “sex work” al modello neoabolizionista
In un crescente e affollato dibattito politico e giurisprudenziale sull’autodeterminazione femminile1 le autrici di Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione consegnano al panorama nazionale giuridico, e non solo, una visione unitaria del fenomeno della prostituzione. Il libro muove da una critica alle opinioni secondo le quali la vendita della propria intimità costituisce una libera scelta della donna, opinioni che sottovalutano o rimuovono il peso che condizionamenti, economici ma anche psicologici, esercitano su questa ed altre scelte della persona.
Sostenute in tal senso dalle numerosissime testimonianze, richiamate nel testo, di donne sopravvissute alla prostituzione, e richiamandosi anche a una linea di interpretazione della Costituzione che non ha mai inteso negare l’influenza dei contesti materiali e spirituali sulla qualità della libertà delle persone (ma ha anzi inteso nominarli per rimuoverli), le autrici si collocano apertamente lungo la linea abolizionista2.
Prima di analizzare la situazione italiana, accuratamente ricostruita da Silvia Niccolai e Grazia Villa, e chiusa dalla riflessione di più ampio respiro di Luciana Tavernini, il contributo di Daniela Danna, posto, non a caso, in apertura, ordina i diversi modelli legislativi che, fuori e dentro l’Europa, regolano ma soprattutto definiscono la prostituzione e la rappresentazione della stessa nella sfera pubblica.
L’Autrice passa in rassegna differenti sistemi, da quello europeo, tedesco e olandese spingendosi fino ai confini australiani e statunitensi, al fine di isolare i profili comuni alle politiche sulla prostituzione tra gli Stati che hanno adottato il cosiddetto modello “neoregolamentarista”3.
Nel tentativo di contrastare la tratta e la prostituzione minorile, favorendo solo la prostituzione “cosciente e responsabile”, si riscontra in questi casi una depenalizzazione delle diverse condotte riconducibili allo sfruttamento della prostituzione, accompagnata da una regolamentazione più o meno stringente su requisiti d’accesso e luogo di svolgimento dell’attività. In altre parole, si assiste a un processo di normalizzazione del “mercato del sesso”, in riferimento al quale il linguaggio svolge da subito un ruolo chiave4. Non si parla, infatti, di sesso ma di “servizio sessuale”; non di prostituzione, ma di “sex work”, nonostante il grado di ambiguità che circonda tale espressionee che spinge a ricondurvi le più diverse prestazioni sessuali (da quelle che prevedono il contatto sessuale più brutale a quelle che lo escludono, come le telefonate erotiche o la condivisone di video e immagini via webcam, accomunate a ben vedere soltanto dalla capacità di consentire presumibilmente il raggiungimento del piacere per colui che ne usufruisce).
In Germania, ad esempio, il procedimento neoregolamentarista avviatosi nel 2002, è culminato nel 2016 nella ProstSchG (Legge sulla protezione delle persone attive nella prostituzione, approvata dalla Grande coalizione SPD-CDU) la quale, come riporta Danna, «ha istituito in positivo un impianto regolamentarista, compresa – come è logico se si applica alla prostituzione il paradigma del lavoro – la registrazione delle prostitute e le regole per l’apertura di bordelli»5.
Coloro che vogliano prostituirsi devono sottoporsi a un colloquio semestrale con un ente pubblico, annuale dopo i ventuno anni d’età, all’esito del quale ricevono un documento che ne attesta la qualifica di prostituta e ne riporta foto e dati personali anche se sotto un alias. La consulenza include un momento informativo intorno ai rischi legati all’eventuale assunzione durante l’attività lavorativa di sostanze psicotrope6. Il che, di per sé, spinge l’Autrice a mettere in dubbio la riconducibilità del “sex work” alla categoria costituzionale del lavoro, riconoscendo peraltro la stessa legge tedesca che non si tratta di “un mestiere come un altro” ed escludendo, ad esempio, che le donne disoccupate possano essere contattate dai proprietari di bordelli con un’offerta lavorativa, in attuazione del workfare introdotto dal Piano Hartz IV.
Le nuove “case di tolleranza” devono, dal canto loro, sottostare a un sistema di regole puntuale quali, ad esempio, la predisposizione in ogni camera di un sistema d’allarme, a dimostrazione che il pericolo di una violenza sessuale perpetrata dal “consumatore” rimane costante.
La maggior parte delle prostitute tedesche considera la prostituzione «un episodio della loro vita da concludere al più presto senza lasciare traccia» e, per tale ragione – affermano i “datori di lavoro” – rifiuta la contrattualizzazione, preferendo affittare quotidianamente una stanza nei bordelli, sostenendo costi altissimi7 ma preservando almeno un minimo margine di decisionalità sulla selezione del cliente.
Il modello neoregolamentarista non sembra d’altra parte nemmeno aver arginato il problema della prostituzione di strada; nello Stato di Victoria ad esempio sono proliferati bordelli clandestini che offrono “servizi meno cari” o “senza restrizioni”. Sono, d’altra parte, i rischi del libero mercato, a cui gli imprenditori del sesso rispondono con sicurezza e competitività; in Germania e in Australia sorgono catene di bordelli, come il Paradise e il Pasha; il Daily Planet di Melbourne fino al 2016 era quotato in borsa.
Investimenti milionari che vedono sicuramente negli imprenditori del sesso il primo gruppo di beneficiari del modello neoregolamentarista, immediatamente seguiti dai clienti – la domanda che consente all’industria sessuale di prosperare e rigenerarsi – incoraggiati da nuove e convenienti formule come la “flat rate” o la “all inclusive”: «paghi, stai dentro un’ora e fai quello che vuoi, con chi vuoi, lasciando alle donne tutto l’onere di porre i limiti»8. All’ultimo posto tra i beneficiari le “sex workers” alle quali, in virtù di una nuova e risignificata autodeterminazione, viene accordata la possibilità di diventare imprenditrici di sé stesse cedendo la parte più intima della personalità per soddisfare non certo il proprio desiderio sessuale ma quello di qualcun altro.
Al contrario, nel modello neoabolizionista (definito anche, in senso critico, “proibizionista”9), adottato in Svezia, Norvegia, Canada, Irlanda del Nord, Francia, Irlanda e Israele, la diseguaglianza nel desiderio, il fatto cioè che il pagamento della prostituta assicuri un rapporto sessuale che gratuitamente non avverrebbe, viene stigmatizzato dall’ordinamento. Scrive Danna: «dal punto di vista sostanziale pagare chi ha bisogno di denaro perché rinunci alla sua sessualità e la metta al servizio della propria rappresenta un atto di costrizione e sfruttamento» rispetto al quale un legislatore neoabolizonista non rimane indifferente ma predispone un sistema sanzionatorio: non solo per gli imprenditori sessuali che dalla prostituzione traggono profitto, ma soprattutto per coloro che tale profitto lo alimentano in prima persona acquistando “prestazioni”10.
2. L’ordinamento italiano e la prostituzione: tra “sabotaggio”11 della Legge Merlin e nuovi progetti di legge
Rispetto al quadro sin qui delineato, il sistema italiano è transitato da un modello regolamentarista ad uno a vocazione abolizionista grazie all’introduzione della Legge Merlin.
L’intento della senatrice socialista umanitaria, di cui la legge porta il nome, è quello di porre fine in primis agli abusi e alle ingerenze, rafforzatisi in epoca fascista, perpetrati nelle case di tolleranza dalle autorità di polizia nei confronti delle prostitute. Non solo: come segnala Silvia Niccolai, Merlin aveva ben presente «il carattere antisociale del mercato prostitutivo» che consente agli imprenditori di trarre ricavi immensi grazie a una società che tratta alcune cittadine non come tali ma come merci12.
Mossa da una forte insofferenza verso l’ingiustizia economica e sorretta dai nuovi valori repubblicani di uguaglianza, libertà e pari dignità sociale, Merlin, sottraendo la sessualità delle donne allo sfruttamento, intende porre un limite invalicabile alle ingerenze della logica del profitto sulla persona umana. Se tale profilo, di portata universale, osserva Niccolai, viene a ben vedere neutralizzato anche dalla dottrina più attenta13che rintraccia nell’impianto normativo l’intento di protezione della sola “dignità delle donne”, la «prospettiva civica che innerva la legge» Merlin non ha trovato, dal canto suo, né nella giurisprudenza né nella dottrina, alcuna forma di comprensione.
Ad aver frainteso lo spirito della legge sarebbe stata, già nel 1964, la Corte costituzionale: escludendo che l’agevolazione e lo sfruttamento della prostituzione, così come contemplati dalla legge Merlin, fossero reati indeterminati, i giudici della Consulta ritennero che essi godessero di «una obiettività ben definita», anche perché «acquisiti da tempo nel codice penale e sottoposti a lunga elaborazione dottrinale. Essi hanno un preciso e inconfondibile significato, che non si presta a equivoche interpretazioni»14.
Non solo la Corte, ma anche – e soprattutto – la giurisprudenza e la dottrina hanno sostanzialmente equiparato i delitti previsti dalla legge Merlin a quelli del Codice Rocco e mutuato da quest’ultimo i differenti trattamenti sanzionatori previsti per le singole fattispecie di reato; ciò nonostante la Legge Merlin, all’art. 3, li punisca allo stesso modo e li consideri “fattispecie alternative”, «facce di un medesimo reato che consiste nel fare della prostituzione una risorsa produttiva e perciò colpisce ogni piccola e grande messa a profitto dell’attività della donna»15.
Ne è derivato un vero e proprio “sabotaggio” della Legge che, animata in primis – in nome del principio costituzionale di pari dignità sociale – dal bisogno di arginare gli abusi dell’autorità di pubblica sicurezza nei confronti della vita delle prostitute e, in generale, i trattamenti arbitrari e discriminatori a cui storicamente le donne prostituite erano sottoposte dai pubblici poteri, si è invece tramutata in uno strumento arbitrario di repressione. Svuotata del suo significato di lotta al mercato prostitutivo ha dato luogo, per mano della giurisprudenza, a soluzioni interpretative sconfortanti; come ricorda Niccolai, «la diga si è aperta sul piano dello sfruttamento, dimenticando che la legge incrimina solo chi fa profitti sulla prostituzione di una donna, sfruttatore è stato considerato il marito o il partner, il nipote al quale la prostituta paghi gli studi, chiunque tocchi il denaro che viene dai di lei “sporchi” commerci sessuali, anche se serve solo a far la spesa tutti i giorni»16.
Questa essendo la storia interpretativa della Legge Merlin, non stupisce che da numerosi e diversi versanti politici, come ricorda Grazia Villa nel volume in commento, provengano progetti di legalizzazione della prostituzione di ispirazione neoregolamentarista, tutti concordi, chi più chi meno, nella visione della legge come un meccanismo farraginoso, di difficile attuazione, ostacolo moralista alla realizzazione del “diritto fondamentale” delle donne alla piena libertà sessuale.
Individuata, infatti, nella tratta il solo nemico dello Stato, tutti i disegni di legge operano un distinguo tra prostituzione forzata e prostituzione libera17; quest’ultima viene definita ora «atto volontario della persona maggiorenne di utilizzare il proprio corpo a scopo di guadagno attraverso il compimento di atti sessuali con persone maggiorenni», ora «volontaria offerta a scopo di lucro di prestazioni sessuali che coinvolgono persone maggiorenni»18.
Escluso il suo esercizio in luoghi pubblici o aperti al pubblico, vengono indicate le zone nelle quali invece è concesso prostituirsi volontariamente. Si riscontra talvolta una maggiore attenzione a non riproporre il modello delle case chiuse, come nel progetto Turco, dove si precisa che non più di quattro persone possono disporre nella stessa dimora di ambienti personali e separati; in altri casi, come nel disegno di legge Casellati, si afferma con estrema disinvolturache «l’esercizio della prostituzione è consentito solo in luoghi chiusi, di seguito denominati “case di prostituzione”».
La necessità di conciliare l’esercizio della prostituzione con l’ordine pubblico e la sicurezza19 fa sì che, in un sistema amministrativo decentrato, il potere di controllo e governo delle attività sia affidato a Comuni, Regioni e organismi locali. I sindaci, ad esempio, si vedono attribuito il potere di individuare aree, ovviamente periferiche, in cui collocare le case di prostituzione, o quello di vietare l’esercizio di tale attività nel proprio territorio se la popolazione è inferiore ai 10.000 abitanti. Non mancano per loro anche incarichi insoliti quale il potere/dovere di raccogliere una dichiarazione sottoscritta dal soggetto che voglia esercitare l’attività liberamente e che ne attesti la mancanza di costrizione. In caso di esercizio non individuale della prostituzione, in appartamenti privati o luoghi autorizzati, si prevede l’istituzione di registri affidati ai Comuni in cui sono indicate le generalità delle persone che la praticano e i luoghi di esercizio: sono purtroppo immediate le assonanze tra questo tipo di previsioni e la schedatura delle prostitute precedente alla Legge Merlin.
Senza dimenticare i controlli sanitari, il necessario possesso per ciascuna prostituta di un libretto sanitario, l’obbligo periodico di sottoporsi ad un esame per escludere la presenza di malattie sessualmente trasmissibili; tutte procedure dall’evidente carattere discriminatorio, come ben noto a Lina Merlin. Da allora, purtroppo, non sembra passato molto tempo se si guarda alle ordinanze comunali degli ultimi anni in cui si ravvisa l’impegno nell’ostacolare una prostituzione che «favorisce il verificarsi di situazioni igienico ambientali pericolose per la salute pubblica»20. Ad uscirne indenni, infatti, oggi come ieri, gli “acquirenti” delle prestazioni sessuali, per i quali non si teorizza alcuna forma di controllo sanitario pur essendo evidentemente i responsabili di un eventuale contagio delle proprie partner o delle stesse prostitute, il tutto nella mortificazione totale del nobile tentativo della senatrice Merlin di liberare dalle ingerenze delle autorità i corpi delle donne in nome del principio di pari dignità sociale.
3. Quanto ma soprattutto dove ci tocca la prostituzione?
Le riflessioni contenute in Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione, in questa sede brevemente ripercorse, suscitano nel lettore molteplici interrogativi; una sensazione forse, in misura più o meno maggiore, condivisa dalle stesse Autrici, le quali pur schierandosi lungo la linea abolizionista, non giungono collettivamente a promuovere il modello nordico quale eventuale forma di regolazione del fenomeno. D’altra parte, è possibile ravvisare su tali temi diverse visioni anche all’interno del mondo femminista, che vede su posizioni fortemente divaricate il fronte abolizionista e quello pro sex work21, anche in rapporto ad alcune ambiguità della sentenza n. 141/2019 della Corte costituzionale22.
Non a caso Luciana Tavernini chiude il libro con una domanda: “quanto ci tocca la prostituzione?”; da una prospettiva costituzionale, tale quesito, a parere di chi scrive, potrebbe essere così riformulato: “Quanto, ma soprattutto dove, ci tocca la prostituzione?”.
Come affermato dalla Corte costituzionale nella recente sentenza n.141/2019, la prostituzione riguarda “la sfera sessuale di chi la esercita”, e – si dovrebbe aggiungere – di chi la richiede, ma non per questo essa contribuisce automaticamente allo sviluppo della persona umana. In altri termini, la prostituzione non costituisce un’espressione alternativa dell’inviolabile libertà anche sessuale di ciascuna e ciascuno, a presidio della quale la Costituzione pone l’art. 2 Cost; né dunque, come affermato dal giudice rimettente, una «modalità auto-affermativa della persona umana, che percepisce il proprio sé in termini di erogazione della propria corporeità e genitalità (e del piacere ad esso connesso) verso o contro la dazione di diversa utilità»23.
L’interpretazione del giudice a quo, condivisibilmente respinta dalla Corte costituzionale, difetta di una consapevolezza che interessa tutto il discorso sulla prostituzione, e a cui le Autrici di Né sesso né lavoro danno voce: la disponibilità sessuale, la circostanza per cui alcune prostitute assicurano l’accesso al proprio corpo a un uomo dietro corrispettivo non ha niente a che fare con il piacere e la libertà femminile, né tantomeno con l’idea di una sessualità piena in cui uomini e donne agiscono nella totale empatia e reciprocità24. Il fatto cioè che alcune non vivano la prostituzione come uno stupro, ma che siano capaci, nella variabile infinita delle esperienze soggettive, di risignificarla decidendo anche di ricavarne un profitto, non vanifica la diseguaglianza del desiderio.
Nella lettura del fenomeno prostitutivo, a parere di chi scrive, trascurare questo dato significa, da un lato, riproporre l’ottocentesca idea «che un corpo di donna si può comprare, che esistono le donne per bene e quelle per male, che quelle per male esistevano per il piacere, e quelle per bene esistevano per fare e curare la famiglia»25; dall’altro, neutralizzare la premessa da cui femministe abolizioniste e pro sex work muovono congiuntamente: la convinzione che la scelta di prostituirsi, assolutamente slegata dalla ricerca del piacere sessuale, maturi invece in una condizione di necessità o di bisogno, più o meno urgente a seconda del mercato e dell’ambiente che si assume come riferimento.
Tanto nei racconti delle ex prostitute quanto in quelli di chi si definisce sex worker, il lavoro sessuale viene infatti indicato come «una delle poche strade percorribili»26 per accedere a un reddito da chi – come donna migrante, trans, omosessuale – già vive una situazione di estrema marginalità.
In tal senso è confortante che la Corte costituzionale, nella sentenza n. 141/2019, abbia riconosciuto che «fattori di ordine economico», ma anche «situazioni di disagio sul piano affettivo o delle relazioni familiari e sociali», incidano sulla scelta di “vendere sesso”, limitando di fatto «la libertà di autodeterminazione dell’individuo, riducendo, talora drasticamente, il ventaglio delle sue opzioni esistenziali». Questo tipo di argomentazione, erroneamente ritenuta un’ingerenza indebita nel foro interno di colei che si prostituisce, rifiuta invece l’idea, tipica dell’individualismo liberale, che «la “persona” coincida sotto il profilo giuridico con il “soggetto di volontà” che crea rapporti giuridici per mezzo delle sue proprie volizioni in quanto signore assoluto della sfera d’azione a lui riconosciuta dall’ordinamento oggettivo»27, e riafferma la dimensione dialettica nella quale, nel panorama costituzionale, vivono autodeterminazione ed eguaglianza formale e sostanziale.
Da tale angolo visuale, gli interventi del legislatore repubblicano non sono meramente ordinatori del reale ma attivi e trasformativi, rivolti a garantire a tutti e tutte uguali condizioni di partenza e chances di autorealizzazione equivalenti.
A tale potenziale innovatore della legge pensava evidentemente Lina Merlin, quando, senza illudersi sull’estinzione del fenomeno prostitutivo, sceglieva contestualmente di non sanzionare né la prostituta né il “cliente”, ma solo coloro che dal mercato del sesso traggono un profitto; offrendo così ai cittadini, ma soprattutto alle cittadine, la stessa libertà dalla prostituzione, in forza di un risignificato principio di pari dignità sociale28.
Le richieste odierne di normalizzazione del “mercato del sesso” da parte del femminismo pro sex work e da una certa giurisprudenza e dottrina denotano, forse, un affievolimento del primo entusiasmo repubblicano, che emerge tanto nella difficoltà di declinare la dignità umana in termini diversi dalla semplice autodeterminazione, quanto nella crescente sfiducia nella capacità del legislatore di valorizzare il singolo nei luoghi in cui esprime la sua personalità, come la famiglia, la scuola, l’ambiente di vita, ma soprattutto, come ricorda Luciana Tavernini, il lavoro.
Che sia il “paradigma”29 del lavoro a vivere, infatti, una crisi profonda lo testimonia emblematicamente il dibattito intono al sex work, in cui il “libero e consapevole” esercizio della prostituzione – ancor più laddove si svolga in contesti di lusso, con clienti facoltosi e presumibilmente con un compenso più alto – neutralizza sia la realtà nella quale è maturata la scelta prostitutiva sia la brutalità della prestazione e i rischi per la salute che l’esercizio della prostituzione comporta per tutte le sex workers in qualsiasi contesto sociale30. Eppure, come scrive Catharine MacKinnon, «stabilire limiti al grado di intimità e di intrusione delle richieste che si possono fare legalmente a una persona è una delle finalità dei diritti umani e del diritto del lavoro»31.A questa visione sembra aderire la Corte costituzionale, riconoscendo che sanzionare lo sfruttamento della prostituzione, così come contemplato dalla legge Merlin, non lede ex art. 41 Cost., come sostenuto dal giudice a quo, «la libertà della donna di svolgere la propria attività in modo organizzato, ed eventualmente anche nella forma di una vera e propria impresa», ma traduce in termini di scelte legislative la dignità umana in senso oggettivo. Il che, più in generale, si spera rappresenti l’inizio da parte della Corte – e non solo – di una rilettura costituzionale del lavoro e della libertà di impresa. D’altronde, l’eventuale liberalizzazione della prostituzione (o l’occasionalità, la frammentarietà e i rischi che caratterizzano oggi intrinsecamente nuove esperienze lavorative32; o l’instabilità lavorativa aggravata dalla disciplina in materie di contratto a tutele crescenti33; e si potrebbe continuare) conduce a chiedersi se la Costituzione abbia, almeno in termini di limiti, ancora qualcosa da dire.
La prospettiva della Corte aiuterebbe invece a preservare non solo la dignità oggettiva, il cui contenuto appare spesso sfuggente e difficile da declinare, ma soprattutto la dignità sociale, quella più cara a Lina Merlin: l’unica «connotata in senso profondamente relazionale»34, messa a dura prova in primis – come il volume Né Sesso Né Lavoro certamente ci aiuta a ricordare – non da coloro che il loro corpo, per le ragioni più svariate, lo vendono, ma da chi, con un certo piacere sinistro, lo acquista.
(Osservatorio AIC Associazione Italiana dei Costituzionalisti, VI, 2019, pp. 256-267, https://www.osservatorioaic.it/it/osservatorio/ultimi-contributi-pubblicati/cristina-luzzi/recensione-del-libro-di-daniela-danna-silvia-niccolai-grazia-villa-luciana-tavernini-ne-sesso-ne-lavoro-politiche-sulla-prostituzione-vanda-epublishing-2019.)
1L’autodeterminazione femminile nella sfera sessuale è tornata recentemente all’attenzione della dottrina costituzionalistica a seguito della decisione della Corte cost., 6 marzo 2019, n. 141, in Foro it., 2019, I, 2262, con commento in questa rivista di C.P. GUARINI, La prostituzione «volontaria e consapevole»: né libertà sessuale né attività economica privata “protetta” dall’art. 41 Cost. A prima lettura di Corte costituzionale n. 141/2019.Ancora sulla medesima decisione A. DE LIA, Le figure di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione al banco di prova della Consulta. Un primo commento alla sentenza della Corte costituzionale n. 141/2019, in forumcostituzionale.it; M. PICCHI, La legge Merlin dinanzi alla Corte costituzionale. Alcune riflessioni sulla sentenza n. 141/2019 della Corte costituzionale, id.
2Determinanti per il femminismo abolizionista la testimonianza di una ex prostituta, ora giornalista e attivista, per cui cfr. R. MORAN, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Roma, 2017; l’indagine giornalistica intorno al fenomeno prostitutivo condotta su scala mondiale da J. BINDEL, Il mito Pretty Woman. Come la lobby globale dell’industria del sesso ci vende la prostituzione, Milano, 2018.
3 Sul punto D. DANNA, Libertà sessuale e politichesulla prostituzione, in D. DANNA, S. NICCOLAI, L. TAVERNINI, G. VILLA, Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, Milano, 2019,20ss., distingue il “neoregolamentarismo” dai regolamenti ottocenteschi sulla prostituzione: «In ogni forma di regolamentarismo gli sfruttatori o tenutari di bordello diventano coloro che “organizzano la prostituzione”, cioè “manager”. Ma nessuno oggi propugna il ritorno al modello ottocentesco di segregazione e di creazione di uno status giuridico inferiore per chi si prostituisce, è il neoregolamentarismo la politica in discussione in molti stati, giustificata e promossa dal concetto di “sex work”».
4Si tratta di un profilo ampiamente approfondito da J. BINDEL, Il mito Pretty Woman. Come la lobby globale dell’industria del sesso ci vende la prostituzione, cit., a giudizio della quale: «Il modo più efficace di ripulire qualunque abuso dei diritti umani per mascherarlo è dargli un altro nome. Come fa notare Janice Raymond nel suo libro Not a choice, Not a job un sostenitore della schiavitù delle Indie Occidentali suggeriva: “Invece di chiamarli SCHIAVI, utilizziamo per i negri il termine ASSISTENTI DI PIANTAGIONE, smetteremo di sentire le violente proteste contro il commercio degli schiavi da parte di profeti moralisti, poetesse dal cuore tenero e politici dalla vista corta”.», III, 7 ss., versione Ebook.
5D. DANNA, Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione, cit., 33 ss.
6Cfr. D. DANNA, Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione, cit., 56 ss. in generale a proposito dei rischi per la vita e la salute delle prostitute l’Autrice ricorda che il rischio per queste ultime di morire uccise è 18 volte superiore a quello delle altre donne; inoltre il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali statunitense, riconosce le prostitute più esposte al “disturbo da stress post-traumatico”, analogo a quello di cui soffrono veterani di guerra e vittime di tortura e di stupro.
7 Nel Pasha di Colonia, ad esempio, il prezzo che una prostituta sostiene al giorno per l’affitto di una stanza è di 175 euro. Questo significa che i suoi guadagni iniziano dopo il quarto “cliente”. Sul punto D. DANNA, Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione, cit., 50 ss.
8Così D. DANNA, Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione, cit., 46.
9 In tal senso, a titolo esemplificativo, G. SERUGHETTI, Prostituzione e gestazione per altri: problemi teorici e pratici del neo-proibizionismo, in Studi sulla questione criminale, 2016, II, 42 ss. La stessa Corte costituzionale nella sentenza n. 141/2019 preferisce optare per tale espressione, ciò a giudizio di A. DI MARTINO, E’ sfruttamento economico e non autodeterminazione sessuale: la Consulta salva la legge Merlin, in www.diritticomparati.it, 20 giugno 2019, fa sorgere dubbi intorno alla neutralità assunta dalla Corte costituzionale nell’elencare i diversi modelli esistenti dato che «parlare di proibizionismo o di neo-proibizionismo (anziché di neo-abolizionismo) implica che si è già assunta una certa posizione valutativa».
10 Sul punto cfr. D. DANNA, Libertà sessuale e politiche sulla prostituzione, cit., 51 ss. L’Autrice pur guardando con favore al modello “neoabolizionista” o nordico, non ne nasconde i limiti. In Norvegia, ad esempio, pur essendo il numero delle prostitute che agiscono nel Paese ai minimi storici, la criminalizzazione del cliente sembra aver favorito una maggiore stigmatizzazione di chi si prostituisce, favorendo ingerenze da parte delle autorità di pubblica sicurezza e dei servizi sociali nella vita delle prostitute soprattutto quando madri.
11 L’emblematica espressione si deve a T. PADOVANI, Disciplina penale della prostituzione, Pisa, 2015, 128.
12Sul punto S. NICCOLAI, La legge Merlin e i suoi interpreti, in Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, cit., 108, prende le distanze da chi in dottrina non ha riconosciuto tale intento della legge Merlin, in particolare afferma l’Autrice: «Mi pare perciò ben lontano dal vero che “in Italial’aspetto economicamente rilevante della prostituzione èrimasto costantemente in secondo piano, ben subordinatoall’aspetto morale” (Luciani, 2002, p. 400), argomento cheha il rischio di raffigurare il nostro come un sistema arretrato,ancora non sufficientemente aperto al “progresso” veicolatodal libero dispiegarsi delle libertà economiche».
13 Il riferimento dell’Autrice è a T. PADOVANI, Disciplina penale della prostituzione, cit., 369.
14 Corte cost. 16 giugno 1964, n. 44 in Giur. cost.,1964, 532 ss.
15S. NICCOLAI, La legge Merlin e i suoi interpreti, cit., 83 ss.
16 S. NICCOLAI, La legge Merlin e i suoi interpreti, cit., 91.
17 Fanno eccezione i soli progetti Bini, Pugliesi, Giovanardi richiamati da G. VILLA, Progetti di legge e proposte politiche sulla prostituzione in Italia, in Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, cit., 164.
18Sulle differenti definizioni del fenomeno fornite dai disegni di legge cfr. G. VILLA, Progetti di legge e proposte politiche sulla prostituzione in Italia, cit., 143 ss.
19 Cfr. sul punto M. MAZZARELLA, E. STRADELLA, Le ordinanze sindacali per la sicurezza urbana in materia di prostituzione, in Le Regioni, 2010, I/II, 237 ss.; T. PITCH, Contro il decoro, Bari, 2013, 54 ss.; A. SIMONE, I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio, Milano, 2010, 70 ss.
20A titolo esemplificativo, Ordinanza n. 88 del 17 dicembre 2008 del Sindaco di Pisa.
21 Nel panorama nazionalecfr. T. PITCH, Editoriale; R. DAMENO, Il diritto penale e il corpo delle donne; G. SERUGHETTI, Prostituzione e gestazione per altri: problemi teorici e pratici del neo-proibizionismo, in Studi sulla questione criminale, cit., 7 ss.
22 Cfr. A. DI MARTINO, È sfruttamento economico e non autodeterminazione sessuale: la Consulta salva la legge Merlin, cit., a giudizio della quale nella sentenza n. 141/2019 «si intravedono – oltre che sensibilità diverse all’interno del collegio – anche gli appigli per un eventuale cambiamento di rotta» laddove il legislatore decida di optare in un futuro per un regime neoregolamentarista.
23 Corte d’Appello di Bari, sez. pen. III, ord. del 6 febbraio 2018.
24 Si ripresenta la necessità di distinguere la liberazione sessuale delle donne dalla libertà sessuale, su cui cfr. L. TAVERNINI, Quanto ci toccala prostituzione?, in Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, cit., 185 ss.
25 Le parole di Alessandra Bocchetti sono riprese da D. DANNA, Libertà sessuale e politichesulla prostituzione cit., 25 ss.
26 Così si legge nel Vademecum per sex worker e solidali in https://ombrerosse.noblogs.org/.
27 Così A. BALDASSARRE, Diritti sociali, in Enciclopedia giuridicaTreccani, Roma, 1989, 1 ss.
28 Sul differente ruolo assunto dal principio di pari dignità sociale nel passaggio dallo stato liberale a quello sociale cfr. nuovamente A. BALDASSARRE, Diritti sociali, cit., 6 ss.
29Sul punto cfr. P. COSTA, Cittadinanza sociale e diritto del lavoro nell’Italia repubblicana, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, materiale dell’incontro di studio “Diritti e lavoro nell’Italia repubblicana”, Ferrara, 24 ottobre 2008.
30A titolo esemplificativo, a proposito della capacità del contesto di neutralizzare i rischi insiti in sé nell’attività prostitutiva cfr. A.DE LIA, Le figure di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione al banco di prova della Consulta. Un primo commento alla sentenza della Corte costituzionale n. 141/2019, cit., a giudizio del quale «non esiste in effetti una figura prototipica di prostituta, ed il sex worker non è soltanto la Pretty Woman che si aggira in pelliccia negli eleganti salotti dei grandi hotel, ma neppure esclusivamente la lucciola sfruttata che si scalda dinnanzi ad un falò di notte, al margine della strada statale, come per certi versi ha affermato la Corte costituzionale». In senso contrario per una demistificazione della prostituzione “di lusso” cfr. J. BINDEL, Il mito Pretty Woman. Come la lobby globale dell’industria del sesso ci vende la prostituzione, cit., III, 11 ss., versione Ebook.
31 C. A., MACKINNON, Trafficking, prostitution, and inequality, in Harvard civilrights-civilliberties law review, 2011, 294 ss.
32Cfr. I. MASSA PINTO, La libertà dei fattorini di non lavorare e il silenzio sulla Costituzione: note in margine alla sentenza Foodora (Tribunale di Torino, sent. n. 778 del 2018), in Osservatorio Aic, 2018, II; C. SALAZAR, Diritti e algoritmi: la gig economy e il “caso Foodora”, tra giudici e legislatore, in Consulta online, Liber amicorum per Pasquale Costanzo, 26 giugno 2019.
33Su cui da ultimo Corte cost. 8 novembre 2018, n. 194, con commento di C. PANZERA, Indennità di licenziamento e garanzie (costituzionali ed europee) del lavoratore, in Diritticomparati.it,2018.
34 Così G. BRUNELLI, Imparare dal passato: l’ord. N. 207/2018 (nel caso cappato) e la sent. N. 27/1975 (in tema di aborto) a confronto, in forumcostituzionale.it, giugno 2019.
di Audrey Lebel
Il diritto russo, come prima era stato per la legislazione sovietica, non comprende una normativa specifica per le violenze coniugali. L’Urss, pur riconoscendo la parità tra uomo e donna, anche in campo penale, valorizzava la famiglia. Questo tema, oggi, ossessiona i reazionari, che si oppongono a qualsiasi proposta di miglioramento della legge.
Rischiano fino a vent’anni di prigione. Krestina, Angelina e Maria Khatchaturian, accusate di omicidio doloso premeditato, sono in attesa di processo per aver ucciso il padre, autore di aggressioni sessuali, stupri, percosse e lesioni sulle tre figlie, rispettivamente di 19, 18 e 17 anni all’epoca dei fatti. Era il 27 luglio 2018. La militante femminista Alena Popova, in risposta alle pene in cui incorrono le sorelle Khatchaturian, ha lanciato una campagna di denuncia delle violenze sessiste sui social network. Su Instagram, Vkontakte (il Facebook russo) e Twitter, milioni di internaute pubblicano la fotografia del proprio volto truccato a simulare ferite e lividi. Sedici milioni di donne subiscono violenze coniugali, stando alle ultime cifre dell’Ufficio federale di statistica dello Stato, Rosstat1, pubblicate nel 2012. Nel corso di questa inchiesta, che si basa su un campione rappresentativo di diecimila donne di età compresa tra i 15 e i 44 anni, una su cinque ha dichiarato di aver subito violenze fisiche da parte del proprio partner almeno una volta nella vita. Secondo il centro Anna, prima associazione del paese creata – nel 1993 – per aiutare le vittime, ogni sessantatré minuti una donna muore per le percosse subite dal compagno o dall’ex compagno, ossia più di 8.300 vittime all’anno.
Ambivalente eredità del diritto sovietico
La Russia è uno dei pochi paesi a non possedere una legge specifica a riguardo. Nel luglio scorso, per la prima volta, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha sanzionato la Russia per un caso di violenze coniugali. Ha imposto il versamento di 20.000 euro di danni alla querelante, Valeria Volodina, che riteneva di non essere stata sufficientemente protetta dalle autorità del proprio paese. La Cedu ha concluso che il vuoto giuridico e la mancanza di norme per la protezione denotavano un’incapacità sistemica di risolvere questa piaga. Dei quarantasette Stati membri del Consiglio d’Europa, solo la Russia e l’Azerbaigian non hanno ratificato né firmato, nel 2011, la convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. Nella sua sentenza, la Corte dichiarava che le autorità russe «si mostravano riluttanti a riconoscere la gravità» del problema. Altri quattro casi simili sono in attesa di essere esaminati dalla Cedu. La mancanza di una legislazione specifica si spiega in parte con l’ambivalente eredità del diritto sovietico. L’Urss, alla sua nascita, era all’avanguardia in tema di diritti delle donne. Dal 1917, un decreto sullo «scioglimento del matrimonio» ammetteva il divorzio; lo stesso anno, i bolscevichi concedevano alle donne il diritto di voto. Nel 1920, l’Unione sovietica era il primo Stato a legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Per liberare le donne dalle mansioni domestiche venivano creati asili nido, lavanderie e mense, su input di Aleksandra Kollontaj, prima donna ministra della storia contemporanea, che rivendicava in particolare l’abolizione dell’amore esclusivo. L’obiettivo era allora la distruzione della famiglia in quanto istituzione borghese. Ma, negli anni 1930, Iosif Stalin mette in discussione l’insieme di questi progressi. Mentre le donne faticano a trovare un compagno per via delle gravi perdite maschili durante la Prima guerra mondiale e la guerra civile, la liberalizzazione del divorzio non è sempre favorevole per loro. Le madri nubili, il cui numero esplode, sommergono i tribunali di denunce per il mancato pagamento degli assegni di mantenimento. Spesso decidono di abortire, sopraffatte dalla miseria. Le autorità si preoccupano per il calo della natalità. Questa realtà, a cui si accompagna la promozione nei ranghi del partito di alti funzionari provenienti dal mondo contadino, favorisce il giro di vite. «La questione femminile e la questione sessuale sono ufficialmente dichiarate risolte – riferisce la sociologa Mona Claro. – La famiglia sovietica ormai ha il dovere di essere stabile e fertile»2. Nel 1936, l’Ivg viene resa illegale e considerevolmente inasprito l’iter per il divorzio. Nel dopoguerra, questo movimento di evoluzione giuridica ritrova un punto di equilibrio tra il parziale ritorno alla tradizione rivoluzionaria e la preoccupazione di rafforzare il nucleo familiare attorno al bambino. Le autorità, di fronte all’eclatante divario tra diritto e consuetudini, allentano la stretta dopo la morte di Stalin. Nel 1955, viene nuovamente legalizzato l’aborto. Dieci anni dopo, sono semplificate le procedure per il divorzio. Tuttavia, il potere rimane ossessionato dalla questione demografica. «La società socialista attribuisce grande importanza alla protezione e all’incoraggiamento della maternità, oltre alle garanzie per un’infanzia felice», così affermano i Fondamenti della legislazione sul matrimonio e sulla famiglia, adottati nel 1968. Questo testo autorizza il divorzio tramite una semplice dichiarazione all’anagrafe… per le coppie senza figli. Sebbene la vita coniugale sia considerata come una questione privata in cui lo Stato ha il dovere di mostrarsi discreto, le cose cambiano quando la coppia ha prole. In questo contesto, le violenze contro le donne non sono attribuite a una strutturale dominazione maschile (ufficialmente sradicata). Per le autorità, sono imputabili a «“cattivi sovietici”, dediti all’alcool o promotori di tradizioni familiari risalenti a prima della Rivoluzione», sottolineano le sociologhe Françoise Daucé e Amandine Regamey. Invece, «la polizia considera le violenze coniugali come violazioni dell’ordine pubblico o come “scandali familiari” in cui l’intervento delle forze dell’ordine deve essenzialmente portare alla riconciliazione»3. Soprattutto in presenza di figli. La legislazione sovietica è molto avanti in materia di parità civile tra gli uomini e le donne – ricordiamo che in Francia si è dovuto aspettare il 1965 perché una donna sposata potesse esercitare una professione e aprire un conto in banca senza l’autorizzazione del marito. Inoltre, sottopone donne e uomini a pari misure in campo penale… Non sono tenuti in considerazione né il sesso della vittima, né la natura della relazione esistente (o esistita) con l’aggressore. Negli anni ’90, le organizzazioni femministe, in numero sempre crescente, si battono per l’adozione di norme occidentali nell’ambito della prevenzione delle violenze coniugali. La Russia, a seguito delle pressioni delle organizzazioni internazionali, per diverse volte mette in cantiere l’adozione di una legge speciale: negli anni ’90, poi nel 2012, e nuovamente nel 2014. Nel luglio 2016, la maggioranza governativa fa un timido passo avanti. Picchiare un familiare (consorte, figlio, fratello o sorella) diventa una circostanza aggravante (articolo 116 del codice penale). Il concetto di “familiare” mette l’accento sul soggetto che il legislatore intende proteggere: la famiglia, che va immunizzata contro la violenza, e non le donne. Al contempo, questa legge riduce le pene per le aggressioni commesse nei luoghi pubblici da uno sconosciuto (eccetto i casi di recidiva); un’evoluzione utile in un paese rinomato per il proprio rigido codice penale, con prigioni sull’orlo dell’esplosione.
«Non imitare gli eccessi dell’Europa occidentale»
Il testo di legge provoca grande rabbia nella Chiesa ortodossa e in altri difensori della famiglia tradizionale, che giudicano discriminatorie queste misure. Infatti, spiegano, mentre si evita la prigione a uno sconosciuto che aggredisce un passante per strada, un padre che corregge il proprio figlio può ritrovarsi dietro le sbarre. «I genitori responsabili sarebbero minacciati di conseguenze penali, fino a due anni di carcere [in caso di recidiva], per un qualsiasi uso della forza, foss’anche moderato e appropriato, nell’educazione dei figli», scrive con indignazione, sul proprio sito Internet, la commissione degli affari familiari del patriarcato di Mosca. È lo stesso registro utilizzato dalla senatrice Elena Mizulina, in prima linea nella lotta per la cancellazione del concetto di “familiare”, che denuncia quella che definisce la «legge dello schiaffo». Dopo aver proposto a più riprese delle misure per limitare l’accesso all’Ivg o per tassare i divorzi, dichiara che la violenza domestica non è «il problema principale nelle famiglie, diversamente da maleducazione, mancanza di tenerezza, di rispetto, soprattutto da parte delle donne. Noi donne, esseri deboli, non siamo ferite nei nostri sentimenti quando veniamo picchiate. Quando un uomo picchia la moglie, non c’è la stessa offesa di quando un uomo viene umiliato»4. Questo coro di proteste raggiunge il proprio obiettivo: a partire dal 2017, scompare ogni riferimento al “familiare”. Attraverso il proprio portavoce, il Cremlino fa sapere che «definire “violenze domestiche” alcuni gesti all’interno della famiglia,
[equivale a]
esagerare le cose dal punto di vista giuridico». Le associazioni femministe, invece, si preoccupano per una situazione che dal 2016 si fa sempre più critica. Certo, in teoria, un autore di violenze rischia una pena detentiva dai dieci giorni ai tre mesi in caso di recidiva; ma è raro che venga pronunciata una simile condanna. Poiché il legame familiare tra l’aggressore e la vittima non costituisce più una circostanza aggravante, le botte dei mariti violenti sono ormai passibili di una semplice sanzione di 5.000 rubli (circa 70 euro), o della pena minima, se le percosse hanno provocato il ricovero in ospedale. «La stessa cifra prevista per un parcheggio in sosta vietata o per aver acceso una sigaretta in un luogo con divieto di fumare», dichiara con rabbia Iulia Gorbunova, autrice per Human rights watch, nel 2018, di un rapporto intitolato «Potrei ammazzarti e nessuno mi arresterebbe». In caso di recidiva, la sanzione può raggiungere i 40.000 rubli (circa 560 euro), per lo più prelevati dal conto bancario comune della coppia… Sarebbe riduttivo affermare che, in Russia, non è previsto niente per proteggere le donne dai mariti violenti. Il centro Kitej, a circa due ore di strada da Mosca, in una località segreta per ragioni di sicurezza, accoglie le vittime di violenze domestiche. Dalla sua apertura, nel 2013, ogni anno questo rifugio privato ospita gratuitamente dalle trenta alle quaranta donne, accompagnate dai loro figli. Una goccia d’acqua nell’oceano; è lampante la mancanza di centri di accoglienza in situazioni di emergenza. Nel 2010, stando alle cifre ufficiali5, la Russia dispone di appena ventidue case di accoglienza. E le donne devono imperativamente essere domiciliate nella città in cui si trova la casa rifugio, impossibile per la maggior parte di loro. «Sono costretta a rifiutare costantemente delle ospiti, afferma con rammarico la direttrice di Kitej, Aliona Sadikova. Evito di indirizzarle verso le case rifugio gestite dai religiosi, o anche nei centri statali, perché promuovono un approccio completamente fuori luogo di riconciliazione, di perdono e di comprensione tra partner.» Nel 2019, le violenze coniugali sono ancora considerate come litigi nella coppia, e le reazioni dei poliziotti oscillano tra la negazione e lo scherno, la derisione e l’inerzia. Volodina, la prima ad aver vinto una causa contro la Russia alla Cedu, in occasione delle diverse denunce presentate alla polizia per le violenze che subiva si è sentita ripetere più volte che si trattava di una «lite tra innamorati». Al di fuori del deputato del Partito comunista della Federazione russa Juri Sineltchikov – il quale, nel corso delle discussioni precedenti l’adozione della legge alla Duma, ha ricordato che «le tradizioni russe non si fondano sull’educazione delle donne con la frusta, come alcuni cercano di farci credere» – sono stati pochi i parlamentari a indignarsi. Al contrario, il deputato del partito Russia unita Andrej Issajev ha assicurato di voler dimostrare come lui e i suoi colleghi non avrebbero «imitato gli eccessi cui assistiamo nell’Europa dell’ovest». Questo ritornello, in voga negli ultimi anni, contrappone i valori tradizionali russi a un occidente decadente che cercherebbe di imporre i propri usi sfruttando gli agenti all’estero. Lo stesso sostiene Vera Nikolaevna6, segretaria dell’Organizzazione russa di sostegno ai genitori. Ci assicura che, se il concetto di “familiare” non fosse stato eliminato dall’articolo 116, quest’ultimo avrebbe «spedito i genitori in galera per uno schiaffo, come avviene in Europa. Poi i nostri bambini sarebbero stati adottati da coppie gay europee». Pazienza, se questo avrebbe privato le donne vittime di violenze coniugali di un minimo di protezione. E poco importa se, nel dicembre 2017, il ministro dell’interno Vladimir Kolokoltsev ha ammesso che la sanzione pecuniaria non avrebbe garantito una prevenzione efficace per le violenze domestiche. Le prossime udienze delle sorelle Khatchaturian si terranno in autunno. È un’occasione per capire se questo parricidio potrà essere d’impulso alla legislazione. In attesa, i social network russi continuano a essere inondati da centinaia di utenti che si fotografano coperte di lividi e sangue per chiedere la fine dell’impunità.
(Traduzione di Alice Campetti)
1 – Rosstat, «La salute riproduttiva in Russia 2011» (in russo), (studio cofinanziato dal Fondo delle Nazioni unite per la popolazione), settembre 2012, www.gks.ru
2 – Mona Claro, «Interpréter et transformer? La “question des femmes” et la “question sexuelle” dans les sciences sociales soviétiques», Clio. Femmes, genre, histoire, n° 41, Parigi, 2015.
3 – Françoise Daucé e Amandine Regamey, «Les violences contre les femmes en Russie : des difficultés du chiffrage à la singularité de la prise en charge», Cultures & Conflits, n° 85-86, Parigi, 2012.
4 – Sul canale privato Dojd, 28 settembre 2016.
5 – Françoise Daucé e Amandine Regamey, «Les violences contre les femmes en Russie», op. cit.
6 – Ha preferito dare il patronimico piuttosto che il proprio cognome.
(Le Monde diplomatique – il manifesto, 20 novembre 2019)
di Elisabetta Andreis
Il 19 novembre 2009 centinaia di rom — per metà bambini — vennero sgomberati dal campo di via Rubattino. «Li tampineremo finché non se ne andranno, devono capire che a Milano per gli abusivi non c’è posto», tuonava l’allora vicesindaco Riccardo De Corato. «In quel clima ostile, con ruspe di continuo, accadde però qualcosa di magico — racconta Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio —. Intorno alle 60 famiglie si strinse una rete di maestre, mamme e papà delle scuole di via Pini, Cima e Feltre. E quella rete resiste ancora a distanza di dieci anni».
Il lavoro per integrarli è stato lungo e difficile, ma ecco i risultati: «Quando siamo arrivati al campo con la Comunità nel 2008, nessuno frequentava la scuola. Un anno dopo, ai tempi dello sgombero, studiava un minore su tre. Oggi tutti, nessuno escluso. E in ogni nucleo almeno un adulto lavora». Ricorda la maestra di via Feltre Flaviana Robbiati: «Alcuni bambini arrivarono ad essere sgomberati 20 volte in un anno, anche per noi era uno strazio. Due fratellini delle mie classi ad un certo punto si erano dovuti spostare lontano, oltre il cavalcavia Bacula. Per venire si svegliavano all’alba. Sedevano sulla panca gelata davanti scuola e aspettavano di poter entrare».
Quei bimbi sono diventati ragazzi, si chiamano Denise e Iulian: lei fa l’alberghiero, lui ha preso il diploma e lavora come elettricista. La terza sorellina frequenta le medie. Il papà si è conquistato un posto da custode, la mamma fa le pulizie. Vivono in una casa al Corvetto, pagano regolare affitto: «Chiedevo l’elemosina per smuovere la pietà della gente, quanto sono cambiato», riflette Pietro, il padre. È diventato responsabile. Mostra orgoglioso la fotografia di Iulian che fa volontariato con anziani del quartiere: «Siamo riusciti a trasmettergli i valori del vivere buono».
I tempi di Rubattino gli evocano tristezza e insieme tenerezza: «Gli sgomberi erano umilianti, buttavano le nostre cose nei cassonetti e noi andavamo a riprenderle perché ci servivano davvero», racconta. E come ci tenevano i bambini ad andare a scuola puliti: «Ma non invitavano mai i loro compagni alla baracca — prosegue — e questo come genitore faceva un po’ male. In compenso al pomeriggio arrivavano le maestre al campo, apposta per insegnare l’italiano ai nostri figli …».
La storia d’integrazione pare riuscitissima. Eppure: «Del mio passato al lavoro non dico niente, non vorrei perdere il posto. In giro c’è ancora tanto pregiudizio». Assunta Vincenti, mamma di un ex compagno di classe di Julian, dall’inizio è al loro fianco: «Sono contenta di contrastarli, questi pregiudizi», sorride.
Stefano Pasta non si stanca di ripeterlo: «Sentiamo ripetere che coi rom è tutto inutile. Ci sono grandi difficoltà ma l’esperienza di Rubattino dimostra che la strada esiste, a volerla percorrere. Fatta non di ruspe ma di cultura e soluzioni abitative dignitose che imprimono coraggio. Ci vuole anche quello, in dosi massicce, per decidere di provare ad integrarsi davvero».
(Corriere della sera, 19 novembre 2019)
di Monica Lanfranco
La buona idea da parte delle
attiviste di Non una di meno di aprire le pagine social del movimento alle
motivazioni individuali circa la partecipazione alla manifestazione romana del
23 novembre, in occasione della ricorrenza del 25 novembre, giornata
internazionale contro la violenza sulle donne, sta diventando un boomerang
negativo.
L’hashtag #DICCIANCHETUILTUOPERCHÉ racconta le decine di ottimi motivi che le
donne di ogni età, provenienza, condizione sociale e lavorativa adducono per
essere scontente e indignate della condizione delle donne in Italia e nel
mondo.
Appare chiaro che, fino a prova contraria, le motivazioni sotto forma di brevi
frasi sono caricate on line senza filtro, in nome dell’apertura e dell’ascolto
della molteplicità delle visioni e dei desideri di ognuna.
Il problema è, però, quando si offre spazio all’attacco verso un’attivista che
non la pensa come una parte del movimento italiano sulla prostituzione. L’attivista
in questione è Rachel Moran, convinta abolizionista
e da anni portavoce a livello globale della lotta contro la riapertura dei
bordelli (che in Italia trova entusiastici sostenitori a destra, in particolare
nella Lega Nord).
Il suo libro Paid for, tradotto in Italia grazie al gruppo Resistenza
femminista con il titolo di Stupro
a pagamento – La verità sulla prostituzione è usato (senza citazione
della fonte) in una delle frasi motivazionali in questo modo: «Il 23
novembre vado a Roma perché c’è chi definisce “stupro a pagamento” le scelte
consapevoli che faccio sul mio corpo».
Sembra assai lontana la visione femminista del movimento degli anni ’70, quando
in piazza si affermava contro gli stereotipi e la violenza patriarcale Né
puttane né madonne, solo donne.
Rivendicare la vendita del corpo come libera scelta, e quindi la prostituzione
alla stregua di un lavoro come un altro, è un inciampo non di poco conto per un
movimento come Nudm, che ha espresso sin da subito forte
contrarietà verso il neoliberismo, che come è noto è un sistema economico,
culturale e sociale che mette al centro della sua ragion d’essere il mercato,
quindi la legge del denaro e del profitto senza nessuna considerazione delle
relazioni e del rispetto tra esseri umani, ambiente e altri animali.
[…].
Il libro di Rachel Moran ha dato molto fastidio in un mondo, quello dell’industria
del sistema prostituente, dove non si scherza se si mettono in discussione gli
enormi guadagni economici e il sistema di potere impressionante e spietato
dell’industria della prostituzione. «Non mi stancherò mai di lottare perché la
gente capisca che la prostituzione non è un lavoro come un altro», dice
un’altra testimone dell’orrore della prostituzione, Fiona Broadfoot, attiva
nell’associazione SPACE.
Consiglio, per andare oltre agli slogan che, contenendo la parola “scelta” rischiano di legittimare e normalizzare azioni in palese contraddizione con la liberazione dall’oppressione patriarcale, la lettura del crudo resoconto di cosa sia “lavorare” in un bordello, e riflettere sulle parole di Julie Bindel, che sostiene che «non finirà la violenza contro le donne in un mondo in cui accettiamo la prostituzione». Le moltissime reazioni indignate di femministe al cartello motivazionale che rivendica il prostituirsi come “scelta consapevole” dicono che la contraddizione è forte e il conflitto aperto.
(Noidonne.org, 18 novembre 2019, http://www.noidonne.org/articoli/la-cattiva-ragione-per-manifestare-il-23-novembre-a-roma.php)