di Luisa Muraro


È uscito un nuovo numero di Donne Chiesa Mondo (gennaio 2020), titolo “Le donne e Francesco”. Il mensile dell’Osservatore Romano mi piaceva di più quando lo guidava Lucetta Scaraffia, ma il cambio di guardia non incide sui motivi del mio interesse per la rivista. È certo che il cambiamento si nota. Una Lucetta Scaraffia, nell’ipotesi poco probabile di una scelta del tema come quello di questo numero, non avrebbe messo in copertina l’immagine del papa che si lascia carezzare in viso da una giovane donna che ha gli occhi semichiusi, forse una ipovedente. L’immagine è dolce e intensa, quasi imbarazzante, poco adatta a comparire su una copertina, tanto meno per illustrare un simile argomento. Per contrasto, un salutare contrasto, ci viene in mente quella devota che il 1° gennaio si è impadronita della mano del Papa e non voleva mollarla, un fatto che trovo più istruttivo per riflettere criticamente sul tema in questione.

Più passa il tempo e più mi pare di capire e stimare quest’uomo che si fa chiamare Francesco. In Donne Chiesa Mondo c’è anche una mia breve intervista, firmata da Elisa Calessi, dove dico che, nell’istituzione Chiesa cattolica, tra quelli che la governano ad alto livello, lui fa eccezione perché non ha l’impronta dell’uomo di potere per cui, aggiungo qui, non deve mascherarsi da “santo uomo di chiesa”.

Lo spazio sulla rivista era limitato e mi sono trovata a dire una cosa che avrebbe richiesto una spiegazione. Questo ho detto: “non si è fatto ancora il passo in avanti di conferire autorità a donne”.

Il caso vuole che, in seguito, il 14 gennaio, il papa abbia fatto una predica sull’autorità dove, fra le altre cose, afferma che avere autorità non vuol dire comandare. È un punto di grande importanza che si accorda con quello che scrive Hannah Arendt, in un testo – Che cos’è l’autorità? – che è il mio riferimento principale sull’argomento, insieme a Lia Cigarini, L’autorità femminile.

Prendo questa occasione per precisare quello che non ho detto nell’intervista. Userò poche parole perché non ne servono molte: secondo me, l’organizzazione gerarchica della Chiesa sommata al fatto che si tratti di una gerarchia solo maschile, ostacola la libera circolazione dello spirito santo che è fonte di autorità, l’unica riconosciuta alle donne nella Chiesa cattolica e, al tempo stesso, la più pura e libera. L’ostacolo della gerarchia maschile ha degli effetti deteriori che si vedono bene e che il papa stesso nota con dispiacere quando, per esempio, critica un certo servilismo femminile dovuto al clericalismo.

Faccio un altro esempio, ben diverso, ma la causa è sempre la stessa. Durante il giubileo della misericordia, c’è qualcuno che abbia citato Giuliana di Norwich? Eppure, non conosco nessuno che abbia scritto cose altrettanto forti e commoventi sulla misericordia divina, di questa reclusa inglese il cui libro, A Book of Showings, da decenni è stato studiato, pubblicato e tradotto anche in italiano (Libro delle rivelazioni, Àncora 1984).

Il paradosso è che, nel fare la distinzione tra autorità e potere, Arendt nomina proprio la Chiesa per dire che questa ha saputo fare sua la distinzione dell’antica Roma fra autorità e potere, e cita un papa, che scriveva all’imperatore “Due sono le cose che regolano principalmente questo mondo: la sacra autorità dei papi e il potere dei re”. I tempi sono abissalmente cambiati ma quel principio del sentire e fare la differenza tra l’autorità e il potere di comandare rimane valido per la filosofa, pena il disordine simbolico per cui in cielo e in terra comanda chi ha più potere di soldi e di armi.

Perché allora la Chiesa non è di esempio agli altri nel mettere in luce l’autorità femminile? L’enfasi con cui i giornali hanno commentato la recente nomina di una donna a un posto di responsabilità nell’apparato vaticano, parla di un ritardo che si cerca di colmare, non di altro. E lo dice l’interessata stessa: essendo una donna, mi meraviglio della nomina, ma che io sia una donna, c’entra poco con il nuovo incarico.

Nel numero appena uscito di Donne Chiesa Mondo la teologa cattolica e femminista Marinella Perroni, pubblica una specie di lettera, Questo vorrei dire a Papa Francesco, in cui a un certo punto dice: l’esodo inarrestabile, tanto silenzioso quanto doloroso, delle molte donne che hanno lasciato le chiese in questi anni, è un grido che le donne per prime hanno lanciato perché non vogliono che si continui a parlare di loro ma vogliono essere ascoltate.

Ecco una possibile risposta al perché: il femminismo non è stato ascoltato o è stato capito male, come una rivendicazione di parità, e le donne nella Chiesa non hanno autorità: non se la danno, non la ricevono, e forse non circola più, non ce n’è per nessuno. E se ne vanno.

Ecco un’altra risposta possibile: i bravi cattolici credono nello spirito santo perché è un dogma, ma in pratica non ci credono e non gli credono quando parla… A pensarci bene, non sono due risposte ma una.


(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2020)


Le Città Vicine invitano al Convegno nazionale Le Città Vicine nell’era dell’emergenza climatica, il 1° marzo 2020 dalle 9.30 alle 17.00 a Verona presso la Casa Comune MAG, Via Adriano Cristofoli, 31/A (Zona Stadio, bus 11-12-13 da Stazione FS). Nei locali della MAG sarà esposta la mostra mail art “In cielo, in terra … in mare” della Merlettaia di Foggia e le Città Vicine, a cura di Katia Ricci.
Per qualsiasi indicazione rivolgersi a: Segreteria Casa Comune MAG – Giulia Pravato, tel. 0458100279; info@magverona.it
Uniamo un testo di riflessione che serve a prepararsi all’incontro.


Nell’ultimo anno la questione dell’emergenza climatica si è imposta nel dibattito pubblico sia per le sempre più evidenti conseguenze disastrose, sia per merito di Greta Thunberg che ha richiamato con vigore i potenti della terra a metterla al primo posto nell’agenda politica internazionale. Si sono intensificate le manifestazioni di protesta di donne e uomini, più e meno giovani, che in tutto il mondo agiscono creativamente per individuare soluzioni locali e contemporaneamente lottano contro il modello neoliberista che è alla base della crisi ambientale e delle enormi disuguaglianze di strumenti per fronteggiarne gli effetti.

Pur nella diversità delle esperienze vi è qualcosa che accomuna tutti questi movimenti: il protagonismo femminile. Se questo fatto da un lato non stupisce a causa di quel nodo storico che da sempre nell’immaginario lega insieme le donne e la natura, dall’altro è importante riconoscere che la massiccia presenza femminile sta oggi producendo una trasformazione politica attraverso la diffusione dei linguaggi e delle pratiche proprie del femminismo. Il linguaggio che circola in questi movimenti è, infatti, più attento alla restituzione dell’esperienza concreta e sempre più frutto di un lavoro mirato, nella consapevolezza che il simbolico ha un ruolo fondamentale nel comunicare la differenza di quello che si fa e si pensa rispetto alla narrazione dominante. Per quanto riguarda le pratiche, queste si fondano sul partire da sé per arrivare ad altre/altri e altro, accompagnato dalla parallela sfiducia nella delega e nella rappresentanza, e si caratterizzano per il muoversi in base a relazioni che confluiscono in organizzazioni fluide senza “capi” né leader ma con un senso vivo dell’autorità circolante e con una pratica decisionale aperta e dialogica. Relazioni che hanno la tendenza a creare comunità, a tenere insieme l’azione e il suo senso, ad agire in prossimità delle cose in aderenza a ciò che si incontra ma anche a legarsi a realtà lontane in base a convergenze di contenuti e pratiche. Vi è un ulteriore elemento che dovrebbe farci fare salti di gioia: mai nel passato il rifiuto del patriarcato è stato così esplicitamente e diffusamente espresso al di fuori dei movimenti delle donne. […] Il rifiuto generalizzato del patriarcato costantemente segnalato indica che la presenza femminile è portatrice di un di più non riconducibile all’interno delle disuguaglianze economiche o di classe ma è una differenza.

Dunque, come sostiene Luisa Muraro, dovremmo «fare leva sul crescente favore di cui gode, in questi ultimi decenni, l’umanità femminile … per prendere autorità nella vita pubblica e fare la differenza dal come finora sono andate le cose» (intervento a Via Dogana 3 del 10/12/2019). La vita pubblica è oggi favorevole alle donne e pronta al cambiamento proprio perché si è raggiunto/superato un limite. Allora, le Città Vicine hanno l’occasione di porsi nello scenario con una consapevolezza in più: le città sono i luoghi in cui si produce più inquinamento e dove tutti i problemi ambientali si amplificano e, per questo, come sostiene Ada Colau sindaca di Barcellona, sono anche il contesto per inventare e sperimentare soluzioni alternative, nuove politiche pubbliche, nuovi stili di vita e di consumo, nuove forme di auto-organizzazione. È nelle città e nei territori che le circondano che possono avvenire, e stanno avvenendo, i cambiamenti più significativi perché vanno a incidere nella vita reale delle persone che sono in relazione concreta fra loro, anche quando sconosciuti; è nelle città che si esprimono e devono essere soddisfatti i bisogni primari. È importante, allora, portare ciascuna la propria esperienza e le pratiche che sta agendo, il racconto di ciò che nella propria città sta avvenendo perché, come sostiene Chiara Zamboni (Cambia il clima, cambia la politica?, Via Dogana 3, 15 aprile 2019), «tutto serve per rendere più forte il movimento ecologista. Tutto rende l’alveo del fiume più grande».


Simonetta Patanè


(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2020)


Care tutte,

ho letto della riunione di mercoledì 14 gennaio sul principio di inviolabilità del corpo femminile, e invio ancora alcune righe per motivare meglio i miei dubbi.

Il termine inviolabilità ha il valore etimologico di forza che vince, da qui il passo a violenza è breve. Nella Costituzione invece l’articolo 2 si riferisce ai diritti inviolabili e anche nel linguaggio corrente inviolabili sono luoghi, memorie, giuramenti, per la loro potenza simbolica.

Invece inviolabilità del corpo femminile riguarda il corpo! Però molti corpi umani patiscono violenza, gli animalisti si battono per l’inviolabilità dei corpi animali, anche le piante sono da rispettare come organismi vitali. Cosa distingue allora l’inviolabilità del corpo femminile rispetto a quella dovuta agli altri corpi viventi?

Le donne in tutto il mondo denunciano e respingono la violenza maschile nei loro confronti. Il principio di inviolabilità del corpo femminile «fa parte di questo riscatto da un ordine sociale e simbolico, il patriarcato, il cui credito è finito, e che sopravvive solo in manifestazioni deteriori», è un principio che «orienta lo sguardo e lo rinnova» così mi ha scritto Luisa Muraro.

Voglio essere chiara: non metto in questione che il termine si riferisca, oggi, alla ribellione delle donne contro la storica violenza maschile, ma segnalo che al termine inviolabile si aggrappano anche altri significati da cui prendere guardia.

Inviolabilità del corpo femminile, se non univocamente legato alle lotte in corso, ci separa dagli altri corpi (tutti ontologicamente violabili perché generati, dagli scambi metabolici, dai mali). Un versante dello stesso isolamento è la immediata sublimazione della generatività materna.

In secondo luogo inviolabile figura anche una donna emancipata, consapevole, attiva… neoliberista.

In un altro senso il termine schiaccerebbe il corpo femminile tra i corpi deboli, da proteggere, tra i corpi bambini, invecchiati, malati.

Il termine è aperto su troppi lati. Solo una forte egemonia femminista ne può vincolare il senso: inviolabile dalla violenza maschile e patriarcale. Qui bisogna immaginare come «introdurre nell’ordinamento di base della convivenza umana [quel] principio nuovo» costituirebbe un atto di egemonia.

Altrimenti, proprio in relazione ai tre significati para-femministi che il termine aggrega, l’affermazione del principio è un atto debole ed equivoco.

Spero che farete lo streaming, così potrò seguirvi, ciao.


Cristiana Fischer


Cara Cristiana,

come avrai visto anche dallo streaming si tratta proprio di questo: di un atto di politica delle donne, un atto di egemonia simbolica.

La redazione


(www.libreriadelledonne.it, 13 gennaio 2020)

dal 24 gennaio al 6 febbraio 2020


Inaugurazione della mostra venerd’ì 24 febbraio alle ore 18,30

“Sgurdo sulla natura di una giovane savonese del primo 900” acquerelli di Francesca (Fanny) Martinengo, presso l’associazione Apriti Cielo! Via Spallanzani 16, Milano Porta Venezia cell. 3498682453

di Marirì Martinengo
“Flavia, mia figlia, un giorno, osservando i dipinti e i disegni di zia Fanny, mi ha detto: “Sono belli; Mamma, perché, invece di custodirli gelosamente in un armadio, non li fai vedere? Zia Fanny era la mia madrina di battesimo, mi amò in modo particolare, istituendo con me un vincolo preferenziale, tale da rendermi l’erede di affetti e di tradizioni materne.  Nel mio libro Lavoce del silenzio  (Genova, ECIG, 2005) e in altri scritti successivi, LaSignora del Monte (Neos Edizioni, Torino, 2011) ho descritto la sua influenza, dettata da tenerezza non scevra di autorità, sulle mie scelte di vita.  Tra le nostre generazioni si è verificato un notevole divario, ma zia Fanny, comunque, ha costituito per me un modello di capacità relazionale e di impegno nel sociale – diventato per me politico. Pur dotata d’ inclinazione e di talento per le arti figurative, non  fruì né di un’educazione né di un’istruzione idonee a coltivarli e a svilupparli; la sua passione per il disegno e la pittura si espressero in solitudine, senza incoraggiamenti né riconoscimenti.        I fiori e i frutti, soprattutto ripresi dal vero, furono i soggetti privilegiati, ma non trascurò la figura, il ritratto, i paesaggi. Insieme alle due sorelle, unite da forti legami di affetto e di solidarietà, visse una vita agiata e decorosa, alternando i soggiorni nel confortevole alloggio savonese a villeggiature in campagna, a Monforte d’Alba, nelle Langhe, in una affascinante dimora, situata nel centro del borgo medievale, vicino al castello. Coltivò  moltissime relazioni, sia in città sia in campagna, rivolgendosi a donne, bambine, bambini e famiglie, con affabilità e sincera partecipazione, senza operare distinzioni di classe: fra le sue frequentazioni figuravano la marchesa Scarampi del Cairo e le contadine del Sot. Fin dall’infanzia inserita nell’ambiente culturale cattolico e borghese, nella seconda parte della vita rese attive e operanti queste connotazioni, e, abbandonando matite, pennelli, tavolozza ecolori, si dedicò ad attività socio-religiose di donne per le donne, in particolare all’Associazione “La protezione della giovane”, volta a tutelare le ragazze provenienti in città dalle campagne e a favorirne l’inserimento in impieghi dignitosi anche se modesti.         Con questa mostra, dove sono esposti alcuni suoi studi artistici, per la maggior parte non firmati né datati, intendo rendere omaggio, seppur tardivo, alla sua gentile e amorosa attenzione per la bellezza e la grazia della natura; dare alla sua passione per l’arte il riconoscimento che le è dovuto, al suo affetto per me un grazie infinito.
Francesca (Fanny) Martinengo nacque a Savona, il 31 maggio 1893, era figlia terzogenita di Maria Massone e di Alessandro Martinengo, era una delle sorelle del padre di Marirì Martinengo che ha voluto ricordarla con questa mostra. Morì a Savona, nel maggio 1983
La mostra allestita con la collaborazione di Giuliana Borgonovo resta aperta sino al 6 febbraio 2020 e si può visitare il martedì, venerdì e sabato dalle 18,30 alle 20,00  oppure su appuntamento telefonando al 3498682453


Gentile Segretario,

nel programma del neonato governo rosso-viola di Madrid viene dichiarato il deciso, definitivo e condiviso ‘no’ del PSOE e di Podemos all’utero in affitto, detto anche maternità surrogata.

L’utero in affitto, si scrive, «mina i diritti delle donne, soprattutto le più vulnerabili, mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive» e si promette anche di dare battaglia contro le agenzie che in Spagna procacciano i clienti per la surrogata nei paesi in cui è consentita.

Molta parte della sinistra europea, dal Nord scandinavo alla Francia, ha da tempo preso posizione contro una pratica che l’Unione Europea stigmatizza come lesiva dei diritti delle donne e delle bambine e dei bambini, venduti o ‘regalati’ come oggetti. È la prima volta però che un governo orientato a sinistra ne fa un tratto distintivo del proprio programma.

Viene così clamorosamente smentita una narrazione, molto diffusa nel mondo progressista euroatlantico, secondo cui la surrogata sarebbe una manifestazione di libertà, di autonomia individuale e di civiltà giuridica; mentre la difesa dell’inviolabilità del corpo sarebbe “moralismo” e la funzione protettiva delle leggi di uno Stato democratico “paternalismo”.

Pensa di cogliere questa occasione la sinistra italiana attualmente al governo del paese?

Con poche eccezioni individuali, le forze della sinistra italiana hanno finora adottato un atteggiamento ambiguo e reticente di fronte alla questione della surrogata, ritenendola nello stesso tempo “divisiva” e marginale, e il M5S ha sostanzialmente condiviso questa impostazione. Alcune personalità della sinistra hanno addirittura vagheggiato progetti di regolamentazione e depenalizzazione della pratica, scambiando pericolosamente per esercizio di un supposto e inesistente “diritto” ciò che è solo sfruttamento e mercificazione dell’umano.

Eppure, recenti sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione a Sezioni Unite hanno ribadito il divieto di maternità surrogata sancito dalla legge 40 –divieto che peraltro vige in tutto il mondo con l’eccezione di una ventina di nazioni su 206-, nonché il divieto di trascrizione automatica degli atti di nascita delle bambine e dei bambini nati all’estero da utero in affitto. Ciò nonostante, il centrosinistra continua a evitare ogni posizione netta.

La scelta limpida e coraggiosa degli spagnoli è un invito inequivocabile ad abbandonare titubanze e timori e a riaffermare gli antichi ma sempre validi principi della lotta contro lo sfruttamento e a difesa della dignità delle persone.

Le chiediamo pertanto di impegnare con chiarezza e determinazione il suo partito a sostenere e mantenere il divieto di maternità surrogata, nonché a intraprendere tutte le azioni politiche necessarie a ostacolare il ricorso delle nostre concittadine-i a questa pratica all’estero.

La invitiamo altresì a sostenere la campagna internazionale per l’abolizione universale dell’utero in affitto.


Seguono firme di associazioni e di singole donne.

Per sottoscrivere la lettera, vai a https://www.change.org/p/ai-segretari-dei-partiti-di-governo-anche-in-italia-come-in-spagna-il-governo-di-centrosinistra-dica-no-all-utero-in-affitto-514fa2a6-a904-4652-8acb-550bce2a0e6f


(change.org, 12 gennaio 2020)


La prima omelia di Bergoglio per ricordare il ruolo della donna e la sua centralità nel mondo: “Continuamente offesa, picchiata, violentata, indotta a prostituirsi. Da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”


CITTA’ DEL VATICANO. Le prime parole dell’anno nuovo di Papa Francesco sono per la donna. Nella sua omelia del 1 gennaio il pontefice ha ribadito con forza il ‘no’ alla donna sfruttata nel suo corpo, umiliata nella maternità e sul posto di lavoro da uomini che “hanno la pancia piena”, costretta a viaggi pericolosi per dare un futuro ai figli. Il 2020 si apre così con una preghiera di Bergoglio che ricorda la centralità del ruolo femminile nel mondo perché “senza la donna non c’è salvezza”.

“Le donne sono fonte di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo”, ha detto il Papa nell’omelia per la solennità di Maria Santissima, “Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”.

La maternità umiliata

Invece “quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perchè l’unica crescita che interessa è quella economica”.

“Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore”, ha proseguito Papa Francesco, “Secondo il racconto della Bibbia, la donna giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Ella, infatti, racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto”.

“Una conquista che vale per l’umanità”

Quindi l’appello a riconoscere alle donne un ruolo decisionale nella società: “La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna – ha evidenziato il Papa – è una conquista per l’umanità intera”.

Avvicinandosi a Maria la Chiesa si ritrova, ritrova il suo centro e la sua unità. – ha concluso il pontefice – Il nemico della natura umana, il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti. Ma non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, dai programmi e dalle tendenze: ne coglieremo qualcosa, ma non il cuore. Perché la Chiesa ha un cuore di madre. E noi figli invochiamo oggi la Madre di Dio, che ci riunisce come popolo credente”.


(la Repubblica, 1 gennaio 2020)

di Clara Jourdan


L’ultimo giorno del 2019 il quotidiano il manifesto è uscito con un ampio “speciale” dal titolo Parla con lei. Dedicato all’impegno femminile nelle lotte di donne e uomini che hanno caratterizzato l’anno. Numerosi i testi, a cominciare da R-evolution 2019. Nel segno delle donne: un articolo di Marco Boccitto che riflette su «un anno di mobilitazioni sociali tutt’altro che virtuali, con assenza di una leadership in senso tradizionale e forte protagonismo femminile in senso anti-patriarcale. Dal Sudan al Cile, dall’India contro gli stupri a Greta Thunberg a Almaas Elmany uccisa a Mogadiscio». Un protagonismo diffuso, come mostra la rassegna di dodici bellissime foto di anonime donne in azione in varie parti del mondo, Algeria, Iraq, Bolivia, Libano, Hong Kong, Russia

L’attenzione all’Italia si concentra su tre figure con quello che ci hanno trasmesso: La vittoria contro l’odio di Liliana Segre (Andrea Colombo); La libertà di Carola Rackete (Mariangela Mianiti), e Ilaria Cucchi: l’anno della giustizia e gli anni dell’amore, «regalo di Stefano» (Eleonora Martini).

Poi, sotto il titolo generale L’impronta audace di un pensiero che si fa tentacolare. L’almanacco delle sobillatrici che ci hanno accompagnato lungo quest’anno, leggiamo della Nobel Olga Tokarczuk impegnata per una letteratura «che veda sempre di più» (Valentina Parisi); di Dolores Reyes e i corpi senza voce dell’Argentina (Francesca Lazzarato); di Donna Haraway, la femminista ecologista autrice del Cyborg Manifesto che oggi «interpella lo smarrimento ma anche la resistenza» con il «generare parentele» (Alessandra Pigliaru); di Zhang Dongju, paleontologa sulle tracce dei denisoviani, una delle specie umane dal cui incrocio discendiamo (Andrea Capocci); e persino di Athena, la dea di cui nel 2019 sono venuti alla luce nuovi reperti a Pompei (Valentina Porcheddu).

Non mancano cinema, teatro e tv: Le «provocazioni» di Lucrecia Martel alla Mostra del cinema di Venezia sui rapporti di potere e le molestie (Cristina Piccino); Viaggio nell’altrove di Constanza Macras, la regista e coreografa argentino-berlinese esploratrice dell’universo «che sta dietro l’angolo delle nostre città» (Gianni Manzella); Una Jedi dentro l’immaginario pop, su Rey, la protagonista della trilogia sequel di «Guerre stellari», superamento dell’impostazione maschile di «eroi dal sangue blu» (Giovanna Branca).

Infine, lo sport, con Il corpo dell’atleta contro le norme di genere (Silvia Nugara) sul calvario e la tenacia di Caster Semenya, la mezzofondista sudafricana vincitrice di due ori olimpici e tre mondiali di cui viene messa in dubbio la femminilità.

Leggendo queste pagine vengono in mente altre donne note e combattive nell’anno trascorso che non vi compaiono: è stimolante, e segno non di un difetto della redazione del giornale, bensì della consapevolezza di una realtà talmente ricca di protagonismo politico femminile che si può cercare di mostrarlo e comprenderlo in alcuni suoi aspetti e figure, secondo le sensibilità e competenze che si hanno e senza pretendere di darne conto esaustivo in uno “speciale” di fine anno.

Il numero del manifesto del 31 dicembre 2019, insomma, conferma l’importanza di questo quotidiano, con il suo sforzo riuscito di parlare bene delle donne.


(www.libreriadelledonne.it, 9 gennaio 2020)

di Erika Zippilli e Luisa Muraro


Carissime,
raramente mi è capitato di trovarmi in disaccordo con Luisa Muraro. Tuttavia questa volta il suo articolo su Piazza Fontana qualche perplessità in me la suscita. Vi dico perché.
Luisa scrive che sostenere che la strage fu di Stato è una trappola nella quale siamo caduti, la strage fu in realtà opera dei fascisti veneti di Ordine nuovo.
Una trappola?
Io credo invece che fu proprio lo Stato intero, il suo Saragat, il suo Rumor, le sue questure, il suo PCI colpevolmente silente, la sua magistratura e le sue alleanze straniere e non “apparati deviati” a spostare il processo a Catanzaro, a spezzettarlo in tante inchieste diverse, a depistare per infine seppellirlo definitivamente a Bari dopo quarant’anni. Fu lo Stato a fabbricate i passaporti per consentire la fuga ai fascisti veneti. E oggi è ancora lo Stato ad equiparare la vedova dell’assassino alla vedova dell’assassinato per bocca di Mattarella (il quale, per la sua storia personale, non si sarebbe dovuto permettere tale ambiguità). Il dolore delle vedove sarà pure stato simile, ma i rispettivi mariti simili non lo furono davvero.
Se non fu lo Stato, allora dovremmo accettare che i fascisti veneti e Ordine Nuovo avevano un potere ben superiore allo Stato. Ergo, a partire dal 1969 l’Italia è da ritenersi uno stato fascista?

Un caro saluto e AUGURI di cose belle e buone per l’Anno 2020!
Erika Zippilli



Cara Erika Zippilli, tu cogli un punto importante della questione. Il libro del Corriere della sera, La strage di Piazza Fontana (che io critico per una certa reticenza) è accurato e così scrive nella Cronologia: giugno 1970 La casa editrice Samonà e Savelli pubblica La strage di Stato, autori Tizio Caio Sempronio, che sono dell’estrema sinistra, e altre persone mai identificate; il libro ottiene un grande successo di vendite (pp. 234-235). Alcuni hanno poi giustamente notato: ma quel libro svela cose che nel giugno 1970 nessuno poteva conoscere se non quelli che c’entravano in prima persona. Tizio Caio e Sempronio non hanno voluto dire la loro fonte. Chi poteva essere? Risposta: qualcuno che sapeva le cose e doveva offrire un bersaglio quasi vero e sicuramente attraente (cioè lo Stato) alla sinistra che non credeva nella versione ufficiale e poteva avvicinarsi troppo alla verità. Bisognava distrarci dalla ulteriore ricerca della verità e ci voleva qualcosa di convincente. Quale verità? A questo allude il titolo del mio articolo: si può dirla? potete dirla? Per quello che è sicuramente documentato, risulta a me che ci fu allora, all’interno dello Stato, un grave scontro la cui posta in gioco era l’ordinamento democratico costituzionale. Qui, secondo me (ma non sono certo la sola a pensarlo!) c’entrano gli Usa e la loro lotta accanita contro il comunismo e tutto quello che poteva portare in quella direzione, che non era per forza l’Unione Sovietica, ma era e rimane il superamento dell’economia sedicente liberale basata sul sedicente libero mercato (sul profitto). Possiamo dirlo? Solo così la strage di piazza Fontana diventerebbe parte di una ricostruzione sensata e convincente. Grazie di avermi dato l’occasione di tornare su quell’argomento,


Luisa Muraro


(www.libreriadelledonne.it, 9 gennaio 2020)

di Silvia Conta

A Brescia la prima mostra in Italia dell’artista e attivista curda Zehra Doğan, con circa 60 opere degli oltre due anni di detenzione nelle carceri turche

LA MOSTRA E’ STATA PROROGATA SINO AL 1 MARZO 2020

Al Museo di Santa Giulia di Brescia la personale che porta per la prima volta in Italia il lavoro dell’artista, giornalista e attivista curda Zehra Doğan (1989, Diyarbakir, Turchia): “Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche”, a cura di Elettra Stamboulis.

La mostra, voluta dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Bresci Musei, diretta da Stefano Karadjov, si colloca nell’ambito della terza edizione del Festival della Pace si Brescia (dal 15 al 30 novembre 2019). In questo contesto negli spazi della mostra sabato 23 novembre, alle 16.00, si terrà un incontro aperto al pubblico con Zehra Doğan, che sarà dedicato alla memoria di Hevrin Khalaf.

«Il percorso espositivo, concepito da Elettra Stamboulis, riunisce circa 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell’artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l’accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco», si legge nel comunicato stampa.

“Avremo anche giorni migliori” «costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all’opera della fondatrice dell’agenzia giornalistica femminista curda “Jinha”», anche protagonista di una performance organizzata lo scorso maggio presso la Tate Modern di Londra, città in cui Zehra Doğan ha scelto provvisoriamente di vivere il proprio esilio, ha spiegato l’organizzazione.

Ida Dominijanni


All’ingresso negli anni venti del secolo scorso furono le flapper, donne giovani, indipendenti e anticonformiste, a imprimere il segno della gioia di vivere su un decennio che si sarebbe poi colorato di tinte funeree. Finita la grande guerra che le aveva emancipate forzosamente mettendole al lavoro al posto degli uomini spediti al fronte, scorciarono le gonne, si tagliarono i capelli e decisero che era venuto il momento di invadere la città e di godersi la vita, a costo di scandalizzare tutti i benpensanti dell’occidente che con quel termine, flapper, le stigmatizzavano come ragazzine di troppo facili costumi. Cominciava così, fra il gioco e la necessità, quella mutazione della specie che avrebbe smantellato il monopolio maschile della felicità pubblica e che da allora in poi non si è mai arrestata, dilagando dall’occidente a tutte le latitudini del pianeta.

Un secolo dopo delle flapper non c’è più bisogno: le cattive ragazze sono dappertutto, con gli orli e i capelli corti o lunghi, con desideri espliciti e ambizioni autorizzate, anche se la specie non ha ancora fatto i conti con questa mutazione e non manca di resisterle. Eppure sono di nuovo le donne a dare il segno del mutamento e della felicità pubblica a un passaggio di decennio per lo più marcato dall’incertezza e da passioni tristi.

I decenni, si sa, sono come il bicchiere del proverbio: li si può vedere mezzi vuoti o mezzi pieni. Di quello che sta per chiudersi è più facile enumerare i vuoti che i pieni, i moti retrogradi che gli sprazzi di futuro, i capovolgimenti inattesi che le promesse mantenute. Anche stavolta, intanto, c’è stata una grande guerra, non militare ma economica, con il suo corredo di morti, feriti, azzoppati, declassati, impoveriti, illividiti; qui in Europa non ne siamo ancora fuori, tanto meno in Italia, ed è pressoché certo che qui le cose non torneranno mai più com’erano prima e altrove chissà, se alla crisi economica aggiungiamo quella ambientale che toglie il respiro anche a quelle parti della terra dove il motore della crescita gira vorticosamente.

C’è una crisi demografica, che precipita l’Europa in una vecchiaia senza ritorno a meno che non apra ai popoli che vengono dal sud quelle porte che oggi si ostina a tenere chiuse. C’è una crisi democratica, che capovolge in rancore l’illusione che la democrazia avrebbe messo tutto il mondo a regime e ne scombina tutti i piani, con capi impresentabili che spuntano ovunque e popoli gregari che ne inseguono false promesse e velleità di potenza. C’è una crisi tecnologica, anche qui con un rovesciamento del miraggio egualitario della rete nella presa d’atto dei suoi dispositivi gerarchici di sorveglianza, controllo, estrazione di lavoro e di valore. C’è una crisi, perfino, epistemologica, con l’appannarsi del confine fra vero e falso, informazione e fake news, lumi della ragione e buio delle credenze, che erode il nocciolo stesso dell’autodeterminazione e ci mette tutti nella condizione dell’angelo di Benjamin, con il futuro alle spalle e il progresso ridotto a una montagna di macerie. E potremmo chiuderla qui, con l’immagine di un decennio avvolto nella parola “crisi” variamente declinata ma riassumibile sotto il nome di crisi del neoliberalismo, e senza che se ne vedano le soluzioni o l’uscita.

Eppure, il bicchiere si può rovesciare, come fa Rebecca Solnit sul Guardian, invitandoci a guardare le cose da un’altra prospettiva. Perché proprio questa infilata di crisi ci ha aperto gli occhi, trasformando la disillusione non sempre in rancore, paura e nostalgia ma anche in rivolta, resistenza, immaginazione del futuro. Guardato da questa prospettiva, il decennio è attraversato da un filo rosso di movimenti che non smettono di ripresentarsi da ogni parte del mondo: Occupy Wall street, le primavere arabe, Black lives matter, il movimento sul cambiamento climatico dall’Artico all’Equatore, le piazze gremite degli ultimi mesi in America Latina, i gilet gialli in Francia. E il femminismo di ultima generazione dappertutto, dal Cile al Messico, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Europa all’India, dal Pakistan al Kenia, e da Hollywood alle periferie più sofferenti: una rivolta dentro la rivolta, come da sempre il femminismo si presenta, ad ammonire che non c’è ribellione contro la finanza, contro il capitalismo delle piattaforme, contro i dittatori, contro le polizie, contro i fondamentalismi, contro il razzismo, contro lo sfruttamento mortifero della natura, che non passi per lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sessuale e per la tessitura di una diversa trama dell’io, del noi, delle relazioni umane. Non c’è uscita dalla razionalità neoliberale, che ha ridisegnato l’antropologia politica del mondo mettendo sul trono un individuo tanto proprietario, narcisista e competitivo quanto deprivato, isolato e infelice, senza ritessere la trama delle alleanze intersezionali fra quante e quanti in quell’individuo non si riconoscono.

Conosciamo le obiezioni: questi movimenti spuntano e passano, non vincono, sono poca cosa rispetto alle torsioni verso destra dei popoli e degli elettorati. Ma i movimenti non vincono le elezioni, cambiano la testa e il cuore di chi li fa e di chi ne è contagiato; scavano in profondità, aprono l’immaginazione del presente e del futuro, rimettono al mondo la felicità pubblica dove imperano le passioni tristi; rilanciano il desiderio di politica dove la politica costituita agonizza; modificano, appunto, la prospettiva. Sotto questa prospettiva, la visione del decennio cambia: l’infilata delle crisi diventa un generatore imprevedibile di soggettività, e l’icona che meglio la condensa è quella di un maschio bianco impaurito che pretende di tornare sovrano erigendo barriere e confini circondato da una moltitudine di donne che glielo impediscono. Trump e il Metoo, Salvini e Carola Rackete, Putin e Olga Misik, i potenti della terra e Greta: cartoline da un decennio niente male.

Oggetto privilegiato di addomesticamento del neoliberalismo, le donne ne sono diventate la principale spina nel fianco, le frontwomen di una rivolta che i media mainstream riducono alla conta delle presidenze e delle onorificenze femminili ma che ha per posta in gioco un cambio di civiltà. Non ci sono tetti di cristallo da rompere ma basi sociali da ricostruire. Il gioco, nel decennio che verrà, si farà certamente più duro se non tragico come un secolo fa, ma giocato dalla parte giusta si annuncia anche gravido di buone promesse.


(Internazionale, 31/12/2019)


Scrive Manohla Dargis sul New York Times del 21-22 dicembre scorso: il movimento del Me-Too e la ripresa (or.: resurgence) del femminismo negli anni Duemila hanno toccato tutti gli ambiti della vita americana. Non soltanto negli Usa, s’intende, l’America è grande, comprende paesi come il Messico, il Brasile, il Cile, l’Argentina… Qui ha preso slancio il movimento Ni una menos (Non una di meno), arrivato anche in Italia. Sono movimenti diversi, con linguaggi diversi; in comune hanno la denuncia di una violenza che si era incorporata negli usi e costumi di una sedicente civiltà, tanto da essere vista come una questione minore e trascurabile. O non vista affatto. E invece è un avvelenamento globale.

La violenza che ha intossicato l’umanità ha trovato il suo alibi nella reciproca indulgenza maschile verso la prevaricazione sulle donne, quella istituzionale che spesso è anche psicologica e fisica, in una mescolanza che assolve tutti. Fino a ieri la complicità maschile è stata totale, ora non più. Con il femminismo che incalza in ondate successive le cose stanno cambiando. Per gli uomini il cambiamento in corso non dev’essere facile, scrive Manohla Dargis commentando una serie di film recenti che ci fanno vedere che men are in trouble (gli uomini sono incasinati). E meno male, aggiunge.

Anni fa, davanti alla gravità del male e all’inconsapevolezza maschile, un gruppo di avvocate e giudici hanno pensato d’introdurre nell’ordinamento di base della convivenza umana un principio nuovo, che hanno chiamato “di inviolabilità del corpo femminile”.

Noi proponiamo di riprendere questa idea per discuterla, approfondirla, metterla alla prova del presente. Inverarla, direbbero i filosofi (che però, così come i preti, non hanno mai combattuto questo male).

Forse serve che spieghiamo che cos’è un principio, perché era questa la proposta delle giuriste, non una legge ma qualcosa che viene prima e può orientare l’opera della civiltà. Pensate, per esempio, al principio di uguaglianza, in forza del quale giudichiamo ingiuste le discriminazioni e parliamo di ingiustizia sociale per le disuguaglianze economiche. È stato guadagnato storicamente ma, una volta guadagnato, lo consideriamo valido a priori.

Questo fa la politica del simbolico. Non è un mettersi d’accordo (che allora prevalgono i più forti o i compromessi) ma un trovarsi d’accordo. Non l’abbiamo inventata noi, c’è da quando gli esseri umani si parlano. Il femminismo ha costatato la sua efficacia. Gli slogan tipo “La nostra casa è in fiamme”, “Ni una menos”, sono efficaci nella misura in cui riassumono in poche parole dei percorsi politici convergenti che agiscono nella realtà e dentro di noi al tempo stesso. Il percorso dell’inviolabilità è cominciato con la separazione (le riunioni separate di donne) degli anni Settanta. E riprende, a distanza di decenni, nel momento in cui alcuni uomini mostrano di capire quello che le ragazze cantano in coro, El violador eres tu (sei tu quello che ci fa violenza): non accusano il singolo, pretendono una presa di coscienza e l’impegno del singolo e di tutti. E poi? Poi si vedrà.


Per cominciare, vediamoci tra noi in Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, mercoledì 15 gennaio 2020 alle ore 18.30.


Alcune della Libreria delle donne di Milano


(www.libreriadelledonne.it, 30 dicembre 2019)


Nota del 2.1.2020 
C’è una correzione da fare: tra i preti Papa Francesco ha cominciato a combattere il male della violenza sulle donne il 1° gennaio 2020. 


«Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino

per percorrerlo con la donna come soggetto»

(Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, 1970)


Il giorno sabato 18 gennaio 2020 si apre la Scuola di scrittura politica, nuova edizione della Scuola di scrittura pensante di Luisa Muraro e Clara Jourdan durata 11 anni dal 2007 al 2017. Il corso continuerà per tutti i sabati fino al 21 marzo compreso, dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, a Milano presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi, 29.

Come annunciato nella presentazione, ripartiamo con l’idea di una scrittura che ci aiuti a pensare la politica delle donne che interagisce con il mondo globale, per intrecciare il contingente con la lunga distanza.

Adesso siamo in condizione di dirvi di più su come lavoreremo.

– Questa è una scuola in cui ci eserciteremo con testi da scrivere e da leggere.

– Sarà una scuola attenta ai discorsi della politica delle donne così come si impongono a noi e all’opinione pubblica nell’attualità. Lavoriamo in stretta fedeltà con tutte quelle vicende che hanno portato all’unica rivoluzione politica che il terribile XX secolo è riuscito a portare nel XXI, oltre a un bel po’ di problemi. Per fortuna in questi ultimi anni qua e là la gente giovane si sta mobilitando. E per fortuna il femminismo, che ha una storia più lunga, è vivo, vivissimo. Dunque la nostra scuola si caratterizza per l’attenzione al presente senza dimenticare il passato.

– Un lavoro faticoso, paziente, duro: il nostro contributo alla politica per tre mesi sarà questo.


Luisa Muraro e Clara Jourdan


20 dicembre 2019


Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) presso la Libreria delle donne (tel. 02 70006265).


(www.libreriadelledonne.it, 20 dicembre 2019)

di Letizia Paolozzi


In tutto questo ricordare l’anno, il 1969, che vide l’esplosione della soggettività operaia, quando gli “apache” della Fiat invasero piazza del Popolo e le lotte si allungarono al decennio successivo con lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, la legge che riconosceva l’obiezione di coscienza – altro che leggere tutto come gli “anni di piombo” – è comparsa un’altra memoria: quella delle lavoratrici.

Certo, questa memoria non ha un cantore, un “griot” come Nanni Balestrini per Alfonso, protagonista di «Vogliamo tutto», eppure, se si prova ad accostare tessere diverse, le figure femminili assumeranno profili sempre più precisi. Sempre più potenti perché sono un soggetto con un corpo.

All’inizio, negli anni Cinquanta, a parlare di loro era stata la polizia di sorveglianza interna alla Fiat. Ascoltate qualche esempio di “informativa”.

F.A (1952) […] impiegata Fiat Mirafiori simpatizza per il Pci […] risulta che all’atto del matrimonio era in stato di avanzata gravidanza […] seria, onesta di comune intelligenza e di buoni sentimenti. Però arrogante e piena di alterigia […] i familiari sono tutti di idee estremiste più o meno moderate […] di sentimenti poco religiosi tanto è vero che la sera del 31 maggio 1950, durante il passaggio della Madonna Pellegrina (che avviene ogni secolo) si rifiutarono di partecipare con gli altri inquilini all’illuminazione dello stabile. Consta inoltre che al nonno materno […] viene fatta sepoltura civile con conseguente cremazione.

G.A. (1955) La suocera è donna di pessima moralità, vive saltuariamente presso la figlia, o presso un amante, elemento di cattiva condotta, in un paese del vercellese.

L.M. (1970) Sua madre è passata a seconde nozze nel luglio scorso; durante la vedovanza ha lasciato a desiderare per la sua condotta morale e civile ed ha avuto anche un aborto.

Ma nel “lungo autunno” che trasforma la società italiana, che fa saltare l’organizzazione del lavoro fordista (ritmi, gerarchie, cottimo) pure la lavoratrice, in casa e in fabbrica, diventa protagonista. E se i rapporti di potere si ribaltano, saranno insieme operaie e femministe e poi femministe fuori e dentro la fabbrica, a mettere in luce il rapporto tra capitale e patriarcato.

Lo riportano riviste come Effe o Sottosopra. Sul Sottosopra del ’73 si muovono in tante, quelle “dell’autocoscienza” davanti ai cancelli della Feda (industria tessile di Cinisello), occupata dalle operaie. C’è la ragazza originaria della Puglia, combattiva, coraggiosa, presente nei momenti di scontro con il padrone e il controllore del tempo, con un orologio al posto del cervello. Ma la ragazza è, appunto, di sesso femminile. Una «figlia di suo padre. Non può restare fuori di sera allora… qui cominciano le contraddizioni specifiche proprio di noi donne. Sei operaia, compagna, vorresti dare quel che puoi e vuoi ma sei donna, la notte non sta bene per una ragazza stare fuori casa e poi fra tutti questi compagni maschi! Quindi una donna-compagna oltre contro i padroni di fabbrica deve vincere le battaglie in casa. Di più, la sua disponibilità alla lotta fuori è condizionata dai limiti interni in casa, dal rapporto, pregiudizi, proprietà di madre, padre, fratello, marito…».

Quanto ai compagni, beh non si sono nemmeno accorti che alla Feda sono donne a lavorarci. Dipenderà dal fatto che pochissime aprono bocca in pubblico, nelle assemblee? Probabilmente, a intimorirle è quel linguaggio astratto che pone questioni generali e “dimentica il concreto”, la materialità dell’esistenza.

Molte sono convinte che il loro salario sia «complemento a quello del marito, del capofamiglia». Così, viene contrabbandata la spiegazione – anche dal sindacato – e dal senso comune che la donna, poveretta, non è “politicizzata”. Tuttavia, questa non politicizzazione nasconde ragioni più concrete che rappresentano un reale impedimento alla lotta: dove lasci i bambini, chi fa da mangiare, come trovi il tempo per le riunioni?

Dicono di sé anche le impiegate (più di un migliaio e 600 operaie alla tappezzeria) dell’Alfa Romeo di Arese. Raccontano di battere a macchina il lavoro di un altro (uomo), di rispondere docilmente al telefono per passare poi la cornetta al capo, di girare le pagine del registro per non affaticare chi firma. Un lavoro dequalificato, isolato in mezzo a uomini (una donna ogni dieci maschi); un contratto a termine (80% per maternità).

A un certo punto, quello che firma come “gruppo donne Alfa Romeo” decide di confrontarsi non con il sindacalista ma con la sua simile. La scommessa consiste nel fare autocoscienza «senza dimenticare l’intervento di massa». Alle riunioni femministe hanno scoperto che predomina troppo «l’aspetto puramente analitico introspettivo e troppo poco quello di riuscire a concretizzare queste analisi».

Nel ’74, sempre sul Sottosopra, esce il resoconto di «Un anno di esperienza tra autocoscienza e lotta di fabbrica» a cura di “alcune compagne” della Face Standard (fabbrica elettronica che occupa 4.000 persone di cui circa 1.500 donne). Anche qui, dito puntato sul dualismo all’interno del gruppo tra autocoscienza e intervento di fabbrica. «Eravamo donne abbastanza sicure, con poca attenzione per il femminismo, anzi con una specie di avversione, perché noi facevamo politica».

Una politica in nome delle donne. Non dalle donne e con le donne. «Una pseudo-emancipazione» nella quale dai per scontato che «i tuoi casini sono già risolti» e invece no, i casini sei tu a determinarli, rompendo equilibri consolidati, addirittura secolari, che vigono tra le pareti domestiche.

Cambiano le forme di vita e la gerarchia interna alla famiglia. Scopri che il tuo corpo, il linguaggio, la rappresentazione che hai del mondo non sono quelli dell’operaio (che rappresenta anche l’operaia), del lavoratore (che esprime anche i bisogni della lavoratrice).

Il 28 novembre, al convegno Fiom si ricordava il contratto del 1969. Lia Cigarini, Libreria delle donne di Milano, ha parlato della contrattazione di secondo livello, una pratica (tra l’altro molto simile a quella che il movimento delle donne si è data, quella della relazione) che nei rapporti di lavoro «può far valere il di più che le donne sono, pensano e vogliono. Senza la contrattazione articolata si rischia di sottrarre competenza pratica e simbolica a quelle donne e uomini che per vivere devono mettersi sul mercato del lavoro».

Con un linguaggio vivo, in Dita di dama (prima edizione 2009, ora riedita da La nave di Teseo, 2019, con postfazione di Maurizio Landini, 12,00 euro) Chiara Ingrao ci riporta proprio a questo scambio, a questo incrocio di parole che tessono una rete solidale. Nel suo romanzo sfilano una Maria diciottenne e Paolona, Mammassunta, Aroscetta, operaie della romana Voxson che, nell’autunno del 1969, affrontano l’organizzazione del lavoro, le multe, la prova della paletta per andare in bagno. A Piazza del Popolo strilleranno anche loro: “Agnelli, Pirelli, ladri gemelli” accompagnate dalla colonna sonora dei bidoni di latta, percossi come tamburi. Da allora è risultato più difficile confondere i due sessi anche in un sindacato come quella Fiom in maggioranza maschile.

Ma, nonostante la presenza di tante nel mercato del lavoro e nonostante il rifiuto di separare produzione e riproduzione, opere e cura, prodotti e relazioni, quello che una volta si sarebbe chiamato “il padrone” tende a dimenticare l’affermarsi della soggettività femminile.

È successo a Melfi dove 400 operaie della carrozzeria nel 2015 hanno scelto di protestare contro l’imposizione di tute bianche che si macchiano facilmente di sangue mestruale. Il loro discorso è risuonato alle orecchie di alcune femministe. Clelia Mori ha preso le tute, le ha “ricamate”, cerchiate, segnate, esibite in una mostra (voluta dalle Vicine di casa di Mestre, Brescia, Reggio Emilia, Foggia, fino a Matera) sul «mistero del corpo che non tace» nominando così un corpo che non può essere neutralizzato. Anche questa “è la differenza, bellezza!”


(www.donnealtri.it, 19 dicembre 2019)

di Redazione


È in tutte le librerie la raccolta delle storie più belle della Stefi, mitica bambina disegnata da Grazia Nidasio su Corriere dei Piccoli, Corriere dei Ragazzi, Corriere della Sera a partire dal 1972. Baldanzosa e fuori dagli schemi, la Stefi sboccia come una novità nel fumetto italiano, sull’onda del femminismo anni Settanta. Il tratto di Nidasio rende la Stefi una bambina più reale delle sue sorelle Lucy di Schulz e Mafalda di Quino, quasi una creatura in carne e ossa. Nel disegno e nelle storie si sente il piacere femminile di partorire una bambina scatenata e tenera.

Grazia, che ha collaborato con Aspirina la rivista e sostenuto la nascita di Erbacce, è morta nella sua casa di Certosa di Pavia la notte di Natale 2018. Con questo libro, la madre di tutte le fumettiste e i fumettisti italiani riappare per la gioia del suo fedele pubblico e di chi ora avrà l’occasione di conoscerla.


Grazia Nidasio, Il libro della Stefi, Rizzoli 2019.


(www.erbacce.org, 18 dicembre 2019)


dal 28 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020
Chiavenna (Sondrio), Ex Convento delle Agostiniane, Piazza S. Pietro

esposizione di EMILIA PERSENICO, a cura di Gabriella Anedi,
organizzata dalla Pro-loco di Chiavenna nell’antico refettorio delle Agostiniane.

Le opere presenti sviluppano il tema della casa, del corpo, dell’abito. I materiali suggeriscono la fragilità delle nostre costruzioni, ma ne conservano la bellezza con il montaggio di vecchi ricami, di merletti
delicati usati come stampi per modellazioni suggestive.

Ric-amare la casa: attività di filo e cucito che si traduce in un modo molto personale e originale per ricomporre i legami spezzati, nel silenzio e nella pazienza di un lavoro dove la pratica artistica, le téchne, decanta il dolore e si trasforma in domanda di senso, richiesta di ascolto, sguardo commosso, poesia.

«Parlo di cose cucite, aggiustate
e fragili. Oggetti che raccontano storie, che hanno un vissuto, che necessitano di cure e attenzione.»

di Chiara Calori


La prima volta che ho sentito parlare di Marta Cartabia è stato all’università, quando al corso di diritto ecclesiastico ci è capitato di leggere una sentenza da lei redatta. Ricordo il commento del professore, fu la prima volta che ci fece notare i ragionamenti ‘suggestivi’, ossia quelli convincenti, ben argomentati giuridicamente, ma che nella loro fluidità trascurano di fare chiarezza su alcuni punti essenziali. Di fatto lui da quei ragionamenti ci stava mettendo in guardia.

Poi l’ho incontrata di nuovo più avanti, proponendo a un’amica di guardare il documentario Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri, che riprendeva la visita alle carceri italiane di alcuni giudici costituzionali, tra cui Marta Cartabia. In una scena lei si trovava in una stanza circolare, sul pulpito, e con emozione e sentimento parlava ai detenuti della Costituzione e delle sue norme, con l’auspicio che fossero lettera viva e non solo precetti giuridici.

Ho letto, abbiamo letto, in questi giorni la notizia della sua nomina a Presidente della Corte Costituzionale italiana, ma quel che ho captato dai giornali era solo un curriculum frammentato, dei pezzi di vita privata e professionale che cercavano forse di suggerire un ritratto della nuova presidente, ma che sembravano invece di più indicazioni ai lettori: dalla sua cultura cattolica alla maternità, dalla fulgida carriera alla Consulta – è tra i giudici costituzionali più giovani ed è la terza donna a ricoprire tale carica – fino ai suoi gusti musicali mentre si allena. Poi le sue parole: «Ho rotto un cristallo, spero di fare da apripista. Spero di poter dire in futuro, come ha fatto la neopremier finlandese, che anche da noi età e sesso non contano. Perché in Italia ancora un po’ contano».

Ma perché non dovrebbero contare? Se il pensiero della giudice va alle possibili discriminazioni basate su quei fattori, le do ragione. Ma se invece quelle differenze, quella sessuale in particolare, venissero valorizzate come ricchezza? In quel caso, cancellarne la presenza sarebbe un impoverimento. E tanti sono i modi per cancellare la differenza sessuale, anche considerarla una differenza tra le tante, anche considerarla un punto di vista da comporre con altri in cerca di un risultato imparziale e neutro. Un risultato da scongiurare, per questo auguro alla nuova Presidente di non sparire dentro il ruolo istituzionale che ricoprirà nei prossimi nove mesi e di approfittare dell’occasione di una donna – lei – alla presidenza della Corte costituzionale.


(www.libreriadelledonne.it, 18 dicembre 2019)

di Luisa Muraro


In piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, mentre scendeva la notte, c’ero anch’io nella folla che taceva o bisbigliava assistendo allo spettacolo che offriva la Banca dell’Agricoltura devastata dalla bomba e illuminata da grandi fari, un angoscioso teatro mai visto prima.

Il sindaco di Milano, invitandoci a non dimenticare, ha fatto il suo dovere. Ma anch’io vorrei fare il mio, che è di rendere dicibile e comunicabile la verità, per quanto ciò sia relativamente possibile.

Oggi ci sono studenti che, interrogati sugli autori della strage di piazza Fontana, non sanno e tirano a indovinare: “le Brigate Rosse?” Scrivo anche per giustificare pubblicamente la loro ignoranza.

Il racconto dei fatti documentati è una storia che fa acqua. Non voglio affatto dire che sarebbe una storia falsa, voglio dire che è piena di buchi, di ombre e di domande che vengono spontanee ma non trovano risposta o addirittura non vengono formulate. È molto difficile che un’insegnante possa esporla in maniera critica e memorabile, difficile se non impossibile che una persona giovane la memorizzi, tanto è lunga, complicata e lacunosa. Lo è perché quelli che hanno cercato di ricostruire i fatti nel loro insieme, si sono trovati e neanche lo sapevano! a remare contro uomini (politici e militari) impegnati a cancellare le tracce, a sviare le ricerche e ad allontanare (o eliminare) quelli che si trovavano vicini a sapere. 

Dopo aver letto il libro pubblicato dal Corriere della sera su La strage di piazza Fontana, non ho cambiato idea. Il libro, curato da Antonio Carioti, è ricco di voci diverse e di notizie attendibili; ci dà la cronologia dei principali fatti accertati fino all’archiviazione delle ultime indagini (sett. 2013); fa inoltre una cosa semplice e preziosa come dare l’elenco, nome e cognome, delle vittime della strage, alle quali si pensa troppo poco, lo riconosco. L’elenco comprende anche Vittorio Mocchi, imprenditore agricolo, che rimase gravemente ferito ed è morto dopo quattordici anni, passati nel patimento fisico e mentale causato da quell’evento traumatico.

Ciò nonostante, il libro lascia, in definitiva, una certa impressione di reticenza. Ci spiega, per esempio, che la magistratura poteva fare meglio, forse, ma non poteva fare di più perché il suo compito è di valutare e giudicare nei modi e limiti posti dalla legge, e non di scrivere la storia. Giusto, ma che cosa fa il libro stesso per aiutarci nella ulteriore ricerca della verità storica? Troppo poco, secondo me. Lo dico perché, nel capitolo finale, invece di illustrare le ragioni di un’ulteriore ricerca e aprire delle piste, esso ricorre all’espediente ben noto a quelli del mestiere: si conclude con un dibattito tra due posizioni opposte, una delle quali è debole ma serve a impedire che il ragionamento si sviluppi nella direzione più promettente. Per anni, in un altro ambito, questo si è fatto a proposito del riscaldamento globale. Va detto che il sostenitore della posizione debole se non pretestuosa parla in buona fede, c’è sempre qualcuno che non è d’accordo. E non si può dirgli, per esempio, “non fare il finto tonto” sebbene questa sia l’impressione di chi legge. E questo capita ogni volta che il suo interlocutore cerca di collocare le bombe nel contesto della politica internazionale. (Bombe al plurale: quella della Banca dell’Agricoltura fu la più micidiale di tante altre, prima, durante e dopo.) Io mi attengo ai fatti, dice il sostenitore della tesi debole. Ma è questo il punto. Troppi fatti mancano all’appello, per cui è giocoforza ragionare oltre quelli accertati se si vuole dare a questi un senso non sviante.

Se il dovere della memoria riguarda in primo luogo le vittime innocenti, subito inciampiamo nel corpo dell’anarchico Giuseppe Pinelli. E il ricordo va alla conferenza stampa dell’indomani: “Il suicidio di Pinelli equivale a una confessione di colpevolezza”. Parole doppiamente false nonché assurde perché dette dal questore: la questura, nella persona del commissario Calabresi che con Pinelli aveva un rapporto personale, non voleva fare di quest’ultimo il capro espiatorio. Che cosa voleva, allora, per trattenerlo oltre i limiti consentiti dalla legge e arrivare a causarne la morte? forse, la sua collaborazione nell’accreditare la pista che avrebbe fatto di Valpreda, anche lui un anarchico, il capro espiatorio. O forse Pinelli aveva capito qualcosa di troppo?

Probabilmente, la pista Valpreda era già pronta da prima, ma, se così fosse, era stata concepita per attribuirgli una bomba che esplode in un locale vuoto, non una strage come quella di piazza Fontana. Il libro del Corriere della sera giustamente parla, in ipotesi, di “un eccidio che non era preventivato”. Ma, stranamente, l’ipotesi di una strage preterintenzionale non ha molta presa, eppure servirebbe a delineare le responsabilità rispettive dei soggetti in campo, non esclusi i mandanti.

La strage non fu “di Stato”, d’accordo. Ma quel libro uscito nel 1970 che invece lo sosteneva, è risultato essere bene informato, troppo bene; chi lo ha scritto e con quale intento? Era una trappola e ci siamo caduti, perché a quelli come me piaceva credere alla tesi del titolo (il solito sbaglio).

Dopo cinquant’anni e molti processi, sappiamo che la strage fu messa in atto da fascisti veneti di Ordine nuovo, Freda e Ventura in testa. Ed ecco la domanda che uno o una studente di media intelligenza può fare a questo punto: come mai ci è voluto tanto tempo per stabilire con certezza quello che un testimone attendibile, Guido Lorenzon di Vittorio Veneto, aveva intuito subito dopo la strage, e aveva fatto conoscere all’autorità competente?

Una risposta esauriente a questa domanda farebbe di piazza Fontana una storia memorabile. E dell’Italia un paese decente.

Commentando l’intera vicenda, qualcuno tra quelli che parlano con cognizione di causa ha detto: nonostante tutto, dobbiamo essere contenti perché abbiamo salvato la nostra democrazia, e si capisce che parlava molto concretamente dell’Italia. A quelle e a quelli che afferrano l’intero significato di queste parole, tra cui metto il sindaco della città, dico: rendiamolo dicibile!


(www.libreriadelledonne.it, 16 dicembre 2019)

di Ana Otašević, giornalista e regista, Belgrado


Un testo che segnaliamo per quelle che vogliono capire cosa sta diventando la politica oggi.

La redazione


Dalla fine della guerra fredda, governi saldamente consolidati si trovano ad affrontare un nuovo metodo di destabilizzazione: una resistenza fondata sulla nonviolenza attiva. Da Belgrado al Cairo, da Caracas a Kiev, e ancora ultimamente in Bolivia, il percorso seguito da un piccolo gruppo di studenti serbi ci ricorda il ruolo che può svolgere un’avanguardia determinata. Ma in nome di quali idee e con quali appoggi?


Questa storia inizia un giorno d’autunno del 1998, in un caffè nel centro di Belgrado. La maggior parte dei giovani presenti si sono fatti le ossa nelle manifestazioni studentesche del 1992 e poi del 1996-97. Fondando il movimento Otpor! («Resistenza!»), il loro obiettivo è ormai far cadere il presidente jugoslavo Slobodan Milošević che, al potere dal 1986, ha appena ripreso il controllo delle università. Per impressionare una ragazza del movimento, uno degli studenti, Nenad Petrović Duda, disegna su un pezzo di carta un pugno nero alzato. Una mattina di novembre, degli stencil con il simbolo di Otpor! compaiono sui muri del centro della città, accompagnati da slogan contro il regime. Quattro giovani attivisti vengono arrestati e condannati a quindici giorni di carcere. Il pugno alzato viene ripreso sulla prima pagina del quotidiano Dnevni Telegraf. Il suo caporedattore, Slavko Ćuruvija, viene trascinato in tribunale.

«Otpor! è apparso come una forza nuova. Con questo processo, siamo diventati subito famosi», racconta Popović, studente di biologia marina e musicista, che prima di entrare in politica sognava di diventare una rock star. Questa «forza» inizialmente poteva contare su una trentina di studenti. Un anno più tardi, il simbolo di Otpor! era brandito da migliaia di persone in tutto il paese. «Nei centri universitari ci siamo radicati rapidamente. I partiti di opposizione erano disuniti. I giovani sono venuti da noi», spiega il co-fondatore del movimento.

Le piccole dimensioni dell’organizzazione e il suo funzionamento orizzontale, senza leader ufficiali, si rivelano dei punti di forza per indebolire e screditare il regime attraverso la satira. Il movimento cerca soprattutto di mobilitare la popolazione e in particolare i giovani, che ostentano il loro disinteresse per la vita politica. Otpor! mette insieme monarchici, socialdemocratici e liberali.

Questa matrice non ideologica viene esplicitamente rivendicata: «Non stavamo facendo nulla di troppo politico, perché sarebbe stato noioso; volevamo che i nostri interventi distraessero e, soprattutto, facessero ridere», dice Popović, che adora i Monty Python (1). Quando, ad esempio, un gruppo di Otpor! fa sfilare un asino agghindato con finte decorazioni militari a Kruševac, nella Serbia centrale, la polizia arresta i giovani, ma non sa cosa fare dell’asino: «In una scena rocambolesca, gli agenti di polizia hanno cercato di spingere l’animale in un furgone a colpi di manganello, racconta Srđan Milivojević, un ex militante. La folla gridava: “Non toccate l’eroe nazionale!”». Le trovate umoristiche seguite dagli arresti raggiungono le prime pagine dei giornali, mentre la repressione della polizia contribuisce a erodere la legittimità del governo, causando divisioni tra gli ultimi sostenitori di Milošević.

La generazione di Otpor! è cresciuta in un’epoca segnata dalle guerre fratricide dell’ex Jugoslavia e dall’isolamento internazionale. Come progetto politico, sogna una «vita normale». «Sui canali satellitari vedevamo come vivevano le persone della nostra età a Parigi o a Londra, mentre da noi gli scaffali dei negozi erano vuoti. Ci siamo battuti per la nostra sopravvivenza», afferma Predrag Lečić, un altro membro della prima ora di Otpor!. «Non lottavamo contro qualcosa, ma contro qualcuno», riassume Ivan Marović, ex portavoce non ufficiale di Otpor!

Nel 1999, la guerra del Kosovo e i bombardamenti della Repubblica federale di Jugoslavia da parte dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del nord (Nato) segnano una svolta. «Il 24 marzo del 1999 mi sono svegliato e ho scoperto che la Francia non era più nel cuore della Serbia, ma nei suoi cieli, da dove stava sganciando centinaia di bombe per punire il regime», ricorda Milivojević. «È difficile fare opposizione quando il proprio paese viene attaccato», aggiunge Popović. Sua madre sfugge di poco al bombardamento della televisione nazionale, dove lavora come giornalista. Lui si nasconde, mentre Ćuruvija viene assassinato dagli uomini del regime.

Dopo questo periodo di stordimento, Otpor! è la prima forza politica a passare all’azione. Rinunciando all’epiteto «studentesco» per ampliare la propria base e canalizzare il malcontento e malgrado l’intensificazione della repressione, il gruppo annuncia la creazione di un fronte unito contro il governo, a cui partecipano partiti politici, associazioni, media indipendenti e sindacati. A metà del 2000, Otpor! è ormai un movimento che, dato il numero dei suoi aderenti, può svolgere un ruolo decisivo all’interno dell’opposizione.


Un centro «educativo»

Nel settembre del 2000, pressioni interne ed esterne spingono Milošević a indire elezioni anticipate. L’impegno di Otpor! contribuisce a far aumentare l’affluenza alle urne e a far cadere il presidente. Popović, entrato in parlamento come rappresentante del Partito democratico, diventa consigliere del primo ministro Zoran Đinđić e poi membro del gabinetto del ministro dell’ambiente e consulente per lo sviluppo sostenibile presso il vice primo ministro. Gli anni epici sono passati. Il movimento cerca di trasformarsi in un partito, ma alle elezioni parlamentari del 2003 registra un forte insuccesso, ottenendo l’1,6% dei voti.

Tuttavia, la storia politica di Popović, che continua a presentarsi come un «semplice rivoluzionario», non finisce qui. Nel 2003 crea il Centro per l’azione e la strategia non violenta applicata (Canvas) insieme a Slobodan Đinović, un altro fondatore di Otpor!. Negli anni che seguono, gli istruttori di Canvas diffondono la loro esperienza in una cinquantina di paesi, tra cui la Georgia, l’Ucraina, la Bielorussia, l’Albania, la Russia, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, il Libano e l’Egitto.

Nei locali angusti di Canvas, situati in un centro commerciale poco attraente di Novi Beograd (Nuova Belgrado), nulla oggi lascia immaginare una tale rete. «La nostra professione è diventata addestrare e formare attivisti, racconta Popović. La prima lezione mira a creare unità attraverso una visione forte del futuro. Spiego loro come riunire attorno a un obiettivo comune persone dagli orizzonti ideologici differenti, così da ottenere più del 50% dei voti.»

Quando non è impegnato a gestire la propria azienda, la Orion Telekom, Đinović tiene delle lezioni sulla lotta non violenta in giro per il mondo. Sulla sua lista figurano Vietnam, Zimbabwe, Swaziland, Siria, Somalia, Azerbaigian, Papua Nuova Guinea, Venezuela e Iran. Per motivi di sicurezza, questi corsi di formazione vengono spesso organizzati in paesi vicini, all’interno di grandi alberghi. I membri di Canvas insegnano la strategia per ottenere un cambiamento di governo con metodi non violenti. Sono convinti che le rivoluzioni spontanee non possano avere successo. A loro avviso, dipende tutto dalla pianificazione e dalle tattiche impiegate: come creare l’unità, incitare alla disobbedienza civile, organizzare boicottaggi; quali slogan scegliere, come utilizzare la musica. Il loro metodo comporta quattro fasi: l’analisi della situazione, l’ideazione dell’operazione (quello che bisogna fare), l’esecuzione (come vincere, chi farà cosa, quando, come e perché) e infine gli aspetti tecnici (logistica, coordinamento e comunicazione). Identificano le particolarità locali dei pilastri del potere – polizia, esercito, istituzioni, media – e insegnano delle tattiche per convincere quelli che ci lavorano a disobbedire, sempre attraverso l’ausilio di esempi. Canvas promuove una visione del mondo in particolare? «Non siamo un’organizzazione ideologica, ma un centro educativo, risponde Popović. Il colore politico degli attivisti non ha importanza. Controlliamo solo che non siano estremisti, perché le ideologie estreme non riescono a diffondersi tramite lotte non violente.»

La squadra di Canvas è poco numerosa. «Cinque persone, cinque stipendi, locali e connessione Internet gratuiti, telefoni gratuiti, spiega Popović. Dodici persone provenienti da quattro paesi diversi tengono dei corsi di formazione. E non fanno solo questo: i georgiani insegnano; una filippina milita anche in una Ong [organizzazione non governativa] qui a Belgrado; un ragazzo lavora nell’informatica; un altro dirige uno studio contabile…»

I primi clienti sono arrivati dall’Europa dell’Est. Il Fondo per l’educazione europea – una fondazione polacca – contatta Canvas nel settembre del 2002 per formare dei militanti del movimento Zubr («Bisonte»), che vorrebbero porre fine al regime di Alexander Lukašenko in Bielorussia. Ma sei mesi più tardi le autorità del paese dichiararono i suoi emissari persone non gradite. Anche gli attivisti georgiani del movimento Kmara! («Ne abbiamo abbastanza!»), prima di partecipare alla «rivoluzione delle rose» e di contribuire, nel novembre del 2003, alla deposizione di Eduard Shevardnadze, hanno seguito, nel giugno dello stesso anno, un corso di formazione in Serbia. Ma è soprattutto in Ucraina, tra l’autunno del 2003 e l’inverno del 2004, che i metodi serbi saranno applicati su larga scala (si legga sul sito web del diplò francese

https://www. monde-diplomatique.fr/2019/12/OTASEVIC/ 61143

l’articolo «Un prototype pour la révolution orange en Ukraine»). A loro volta, gli ucraini formeranno militanti provenienti da altri paesi: Azerbaigian, Lituania, Russia, Iran, ecc.

I cambiamenti di regime nell’Europa centrale e orientale suscitano interesse nel mondo arabo-musulmano, in Sud America e nell’Africa subsahariana. Il pugno nero è riemerso in Libano nel 2005, alla vigilia della Rivoluzione del cedro, e tre anni più tardi alle Maldive. Nel 2009, una quindicina di attivisti egiziani del Movimento gioventù del 6 aprile e di Kifaya («Basta») si recano a Belgrado per studiare strategie che potrebbero aiutarli a rovesciare l’inamovibile presidente Hosni Mubarak. Corsi vengono tenuti sulle rive del lago Pali, vicino al confine ungherese. «Si tratta di un caso unico, in cui il modello è stato ripreso integralmente. Hanno organizzato cinquanta workshop in quindici città egiziane», afferma Popović. «La formazione che abbiamo ricevuto sulla disobbedienza civile, sulla lotta non violenta e su come abbattere i pilastri del sistema ha influenzato il modo in cui il nostro movimento ha agito», conferma Tarek El Khouly, ex membro di «6 aprile», responsabile dell’organizzazione delle manifestazioni.

Nel gennaio 2011, preceduti dalle rivolte spontanee in Tunisia e dall’improvviso rovesciamento del presidente El-Abidine Ben Ali, molti giovani attivisti si lanciano all’assalto di piazza Tahrir, al Cairo. Su striscioni il pugno chiuso e lo slogan «Il pugno scuote il Cairo!». Il giorno prima su internet circolava un opuscolo che spiegava nei dettagli i luoghi da occupare (la radiotelevisione egiziana, alcune stazioni di polizia, il palazzo presidenziale) e i modi per aggirare le forze dell’ordine. I manifestanti vengono invitati a portare delle rose, a cantare slogan positivi, ad abbracciare i soldati e a convincere i poliziotti a cambiare campo. L’impronta di Canvas è evidente. Dopo la caduta di Mubarak, una parte degli attivisti si è unita al maresciallo golpista Abdel Fattah al-Sisi, mentre altri sono finiti in prigione.

Considerato da alcuni come un «ideatore segreto» della primavera araba, Popović ritiene che il suo fallimento sia dovuto alla mancanza di un progetto: «Volevano solo abbattere Mubarak, ma non avevano pensato al dopo. In Ucraina e in Serbia è stato semplice: volevamo vivere come in Europa. Ma per i paesi arabi non esiste un modello positivo. Con l’arrivo dei Fratelli musulmani e dell’esercito, i militanti sono finiti in prigione. È davvero triste.»

Se da una parte Popović nega di aver formato direttamente l’autoproclamatosi «presidente» del Venezuela Juan Guaidó, dall’altra riconosce che l’oppositore del regime di Nicolás Maduro è un amico: «Naturalmente farò quanto in mio potere per aiutarlo a combattere contro un regime che neanche l’esercito riesce più a proteggere dai suoi propri cittadini.» Dopo l’incontestabile rielezione di Hugo Chávez con il 62% dei voti nel dicembre del 2006, Canvas ha dato dei consigli al movimento giovanile venezuelano Generación 2007 e ha lavorato con gli attivisti del paese, in particolare in Messico e in Serbia. Diversi membri della squadra di Guaidó si sono formati a Belgrado nel 2007: Geraldine Álvarez, la sua responsabile delle comunicazioni; Elisa Totaro, che ha lavorato alla comunicazione del movimento studentesco ispirandosi ai metodi e all’identità grafica di Otpor!; Rodrigo Diamanti, responsabile degli aiuti umanitari provenienti dall’Europa.

In un testo del giugno 2017, i dirigenti di Canvas espongono quella che ai loro occhi sarebbe una strategia efficace: «In Venezuela l’opposizione dovrà parlare con la polizia, utilizzando musica, abbracci e fiori, e non lanciarle contro molotov, pietre o bombe di materiale fecale (2)». Già nel settembre del 2010, Canvas aveva individuato la principale debolezza strutturale del paese, l’approvvigionamento di energia elettrica: «I gruppi di opposizione potrebbero approfittare della situazione (3)». Secondo il documento, alcuni settori scontenti dell’esercito potrebbero decidere di intervenire, ma solo in presenza di proteste di massa: «Lo si è visto negli ultimi tre tentativi di colpo di Stato. Mentre l’esercito pensava di poter contare su un sostegno sufficiente, l’opinione pubblica non ha risposto positivamente (o ha risposto negativamente) e il colpo di stato è fallito.» Dopo la morte di Chávez nel marzo del 2013 e il peggioramento dell’economia, i tentativi di destabilizzazione si accentuano.

Nel marzo del 2019 la centrale idroelettrica Simon-Bolivar ha un guasto. Caracas e la maggior parte del Venezuela restano al buio. Il deterioramento dell’infrastruttura, noto già nel 2010, era tale che un eventuale intervento esterno, anche di carattere informatico, avrebbe potuto passare inosservato. Il segretario di Stato degli Stati uniti Michael Pompeo non ha tardato a farsi sentire su Twitter: «Niente cibo, niente medicine e ora niente elettricità. Il prossimo passo, niente Maduro». «La luce tornerà quando l’usurpazione del potere [da parte di Maduro] sarà finita», ha concluso Guaidó, lanciando un appello alle forze armate. Un appello recepito pienamente da William Brownfield, ex ambasciatore statunitense a Caracas: «Per la prima volta abbiamo un dirigente dell’opposizione che invia un messaggio chiaro alle forze armate e al potere legislativo. Vuole che si schierino dalla parte dei buoni (4)».

Questo caso mostra come gli obiettivi di Canvas siano perfettamente compatibili con quelli che il governo statunitense promuove attraverso l’Agenzia degli Stati uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid) e l’Ufficio per le iniziative di transizione (Oti). In una nota del novembre 2006 rivelata da WikiLeaks, Brownfield descriveva la strategia degli Stati uniti in Venezuela: «Rafforzare le istituzioni democratiche; infiltrarsi nella base politica del regime; dividere il chavismo; proteggere gli interessi vitali degli Stati uniti, isolare Chávez a livello internazionale.» E infine concludeva: «Questi obiettivi strategici rappresentano la parte più importante del lavoro dell’Usaid e di Oti in Venezuela» (5). Negli ultimi mesi, tracce dell’attività di Canvas si ritrovano anche in Bolivia (si legga l’articolo a pagina 9), mentre il centro non ha mai preso di mira alleati chiave degli Stati uniti come l’Arabia saudita, gli Emirati arabi uniti e il Pakistan.

Per comprendere l’influenza del piccolo gruppo di Canvas in così tanti paesi bisogna risalire alla fine degli anni ’90. Un rapporto speciale dell’Istituto per la pace degli Stati uniti (Usip) del 14 aprile 1999 può aiutarci a capire: «Il governo degli Stati uniti dovrebbe aumentare significativamente il suo sostegno alla democrazia nella Repubblica federale di Jugoslavia, passando dal livello attuale di circa 18 milioni di dollari a 53 milioni di dollari nel corso di questo anno fiscale (…). Tali fondi potrebbero finanziare viaggi all’estero per i dirigenti dei movimenti studenteschi e sostenere programmi di studio e stage in Europa e negli Stati uniti (6).» Sul rapporto campeggia un pugno nero alzato, simbolo di Otpor!.

«Molti attori internazionali avevano interesse a far cadere “Sloba” [Slobodan Milošević], spiega Popović. Abbiamo avuto rapporti con persone serie all’interno dell’amministrazione Clinton. Persone e organizzazioni con cui si poteva parlare di politica e ottenere del denaro, come la Fondazione nazionale per la democrazia [Ned], l’Istituto repubblicano internazionale [Iri] e l’Istituto nazionale democratico [Ndi], che collaboravano con i partiti politici, e Freedom House, che lavorava con i media.» Anche se ufficialmente «non governative», queste quattro istituzioni sono emanazioni dirette dei due principali partiti politici statunitensi e vengono finanziate dal Congresso o dal governo degli Stati uniti.

L’ex ambasciatore statunitense in Bulgaria, in Croazia e in Serbia, William Dale Montgomery, ha raccontato di come l’allora segretario di Stato Madeleine Albright avesse fatto del rovesciamento di Milošević una priorità, in particolare sostenendo Otpor! (7). «L’opposizione si faceva vedere insieme a Madeleine Albright. Vuk Drašković [membro dell’opposizione] le ha fatto il baciamano e la fotografia della scena è stata utilizzata dal governo. Questo tipo di incontri per scattare foto non sono d’aiuto. È per questo che noi non ci siamo mai fatti fotografare con loro», commenta Popović.

«Noi non sapevamo come rovesciare Milošević. Poi ha indetto elezioni anticipate e improvvisamente abbiamo avuto l’opportunità di lanciare una campagna mirata contro di lui», ha raccontato James C. O’Brien, ex inviato speciale del presidente William Clinton nei Balcani (8). Questo ex direttore della pianificazione politica del dipartimento di Stato è poi diventato vicepresidente dell’Albright Stonebridge Group (Asg), una delle molte società statunitensi fondate da ex funzionari, rappresentanti dell’esercito e diplomatici tornati in Kosovo dopo la guerra per acquistare delle imprese pubbliche (9).

Secondo Paul B. McCarthy, all’epoca direttore regionale della Ned, Otpor! avrebbe ricevuto la maggior parte dei 3 milioni di dollari spesi dalla fondazione statunitense in Serbia a partire dal settembre del 1998. Questi fondi sono serviti a organizzare manifestazioni e a produrre materiali propagandistici come magliette, manifesti e adesivi che riproducevano il pugno chiuso, nonché per la formazione e il coordinamento degli attivisti. «Abbiamo stampato due milioni di volantini con su scritto “È finita”, che abbiamo distribuito in tutta la Serbia. Avevamo comitati in 168 posti diversi. Eravamo la più grande rete di attivisti di tutta la Serbia; nessun partito ne aveva quanto noi. Qualcuno ha pagato per questo, così come per gli uffici, i telefoni cellulari, ecc.», racconta Lečić.

La formazione degli attivisti serbi comprendeva stage sulle strategie della lotta non violenta secondo la dottrina di Gene Sharp, un politologo dell’università di Harvard morto nel 2018 le cui opere costituiscono un punto di riferimento in questo campo (si legga il riquadro). Nell’introduzione alla terza edizione del suo libro Come abbattere un regime, Sharp scrive: «Quando abbiamo visitato la Serbia dopo la caduta del regime di Milošević, ci hanno detto che il libro aveva esercitato una grande influenza sull’opposizione (10).» Durante un seminario tenutosi a Budapest nell’estate del 2000, Popović e altri dirigenti di Otpor! sono stati invitati dall’Iri e hanno incontrato Robert Helvey, uno stretto collaboratore di Sharp. Veterano del Vietnam, ex addetto militare a Rangoon, colonnello in pensione ed esperto di servizi di intelligence militare statunitensi, Helvey ha addestrato gli studenti serbi seguendo la linea di condotta di Sharp: «La strategia è importante nell’azione non violenta tanto quanto nell’azione militare.»

La versione di Popović è diversa: «Non ci hanno insegnato nulla, insiste. Abbiamo visto Helvey a Budapest per quattro giorni, il che ha dato origine alla storia secondo cui i malvagi statunitensi erano venuti da noi. Ma l’idea l’avevamo già avuta.» Da allora Popović ha stretto legami con il colonnello Helvey, che è diventato il suo «amico e insegnante», il suo «Yoda personale (11)». Il colonnello ha anche chiamato il suo gatto «Srđa», dal nome di Popović. «Lo pronuncia male», dice divertito quest’ultimo, per poi raccontare la sua visita negli Stati uniti e la loro discussione sulle armi che possiede. «In questo è un vero statunitense. Ci scherzavamo tutto il tempo.» Ha esitato a collaborare con un colonnello dell’esercito degli Stati uniti? «Io non lo considero un colonnello dell’esercito. E comunque, l’ideologia di Otpor! era chiaramente non violenta.» Allo stesso tempo, definisce la strategia insegnata da entrambi come una guerra con altri mezzi, «una guerra asimmetrica. Non eravamo un gruppo di ragazzi ingenui, ma seri attivisti politici».

Secondo il Washington Post, agli Stati uniti l’intervento contro Milošević sarebbe costato 41 milioni di dollari: «Per la prima volta si è fatto uno sforzo eccezionale per detronizzare un capo di Stato straniero non attraverso un’operazione segreta, come quelle condotte dalla Cia [Central intelligence agency] in Iran o in Guatemala, ma utilizzando le tecniche di una campagna elettorale moderna (12)». Per questa impresa è stata coinvolta un’intera rete internazionale di collaboratori, che comprendeva organizzazioni come Freedom House – un organismo finanziato dal governo degli Stati uniti e dall’Unione europea che ha come scopo la difesa «dei diritti umani» e la promozione della «democrazia» – e fondazioni private come Ford, Carnegie, Rockefeller, l’Open society institute di George Soros e la Mott foundation. La rete comprendeva anche ambasciatori e personale dell’ambasciata in contatto con i partiti di opposizione e con i rappresentanti della «società civile».


Finanziamenti oscuri ma non troppo

Per Popović i fondi e i sostegni esterni non costituiscono un problema, in quanto a suo avviso si trattava di «organizzazioni che lavorano in modo trasparente». L’argomento provoca invece una reazione infastidita in Marović: «Ma per chi lavora, per Putin? Questi aiuti sono arrivati negli ultimi mesi della nostra lotta contro Milošević. Perché dar loro tanta importanza? È la macchina propagandistica del Cremlino che ha iniziato a raccontare questa storia dopo la rivoluzione in Ucraina, nel 2004. Stanno cercando di screditare la lotta non violenta presentandola come un’imposizione esterna», afferma l’ex attivista.

Popović è molto meno chiaro nel rispondere in merito alla provenienza dei finanziamenti di Canvas: «I costi fissi (salari e locali) sono finanziati da fondi privati, per consentirci di vivere in modo indipendente, senza inseguire il denaro». E a proposito dei progetti aggiunge: «Abbiamo lavorato con più di trenta organizzazioni» – senza entrare nel dettaglio, salvo per riconoscere il ruolo di Freedom House in Egitto. Sul sito di Canvas sono elencati gli «amici» del centro, ma non si può risalire agli aiuti arrivati in Serbia dall’estero. Altre fonti, tuttavia, mostrano che tra il 2006 e il 2015 il ramo statunitense della Fondazione re Baldovino, belga, ha donato 2,5 milioni di dollari a Canvas per dei progetti in Siria e in Egitto.

Il Centro internazionale per i conflitti non violenti (Icnc) non compare più tra i partner di Canvas. Ma Marović e Popović dal 2003 collaborano anche con questa organizzazione, fondata nel 2002 da Jack DuVall e da Peter Ackerman. Quest’ultimo è un ex allievo di Sharp che ha fatto fortuna con la finanza e le obbligazioni ad alto rischio. Quando il suo socio in affari è stato condannato al carcere per truffa, si è rivolto alla promozione della democrazia. Nel 2005 è diventato presidente del consiglio di amministrazione di Freedom House, prendendo il posto di James Woolsey, ex direttore della Cia e ambasciatore degli Stati uniti nei negoziati del trattato sulle forze armate convenzionali in Europa. Ma Ackerman non ha per questo rinunciato agli affari e gestisce ancora due società di investimento: Crown Capital Group e RockPort Capital.

Popović ha incontrato DuVall e Ackerman durante le riprese del loro documentario su Otpor! intitolato Bringing down a dictator (2002). Marović ha partecipato all’ideazione di due videogiochi prodotti dall’Icnc: A force more powerful (2006) e People power (2010). Il concetto, a grandi linee, è che nel mondo ci sono malvagi dittatori e buoni democratici. Quando ci si libera dei cattivi le cose migliorano. Per l’Icnc Marović ha anche prodotto un manuale: The path of most resistance («La via della maggiore resistenza»). Nel 2016 ha fondato Rhize, una Ong specializzata nel consigliare e formare movimenti sociali.

Alcuni ex attivisti sono stati reclutati da istituzioni importanti, come Freedom House, o da fondazioni private, come quella di Soros. Altri si sono uniti all’élite politica o addirittura al governo del proprio paese. Popović e Đinović tengono dei corsi in università statunitensi e in particolare lezioni online per l’università di Harvard. Nel 2017 Popović è stato nominato rettore dell’università di St. Andrews, in Scozia. Tiene anche una conferenza l’anno a Colorado Springs presso la U.S. Air force academy. «La mia teoria rimane sempre la stessa: nei tentativi di rovesciamento di regime, il 4% dei successi è raggiunto tramite cambiamenti violenti e il 96% tramite cambiamenti non violenti. Un giorno questi studenti dovranno dire: “Bombardate” o “Non bombardate”. Influenzando una decisione come questa si possono salvare molte vite», dichiara Popović, che nel 2012 è stato candidato al premio Nobel per la pace, insieme a Sharp. L’anno successivo il Forum economico mondiale di Davos lo ha inserito tra i suoi «giovani dirigenti planetari» (Young global leaders) e nel 2011 figurava anche tra i «cento più grandi pensatori del pianeta» selezionati dalla rivista statunitense Foreign Policy.


(1) Cfr. Srđa Popović, Comment faire tomber un dictateur quand on est seul, tout petit, et sans armes, Payot, Parigi 2015.

(2) Srđa Popović e Slobodan Đinović, «The blueprint for saving Venezuela», RealClear World, 2 giugno 2017, www.realclearworld. com

(3) «Analysis of the situation in Venezuela», Canvas Analytic Department, Belgrado, settembre 2010.

(4) Citato da Ana Vanessa Herrero e Nick Cumming- Bruce, «Venezuela’s opposition leader calls for more protests “if they dare to kidnap me”», The New York Times, 25 gennaio 2019.

(5) «Usaid/OTI programmatic support for country Team 5 Point Strategy», nota dell’ambasciatore degli Stati uniti in Venezuela, Wiki- Leaks, 9 novembre 2006, https://wikileaks.org

(6) «“Yugoslavia”: Building democratic institutions », Istituto per la pace degli Stati uniti, Washington DC, 14 aprile 1999.

(7) Roger Cohen, «Who really brought down Milosevic?», The New York Times, 26 novembre 2000.

(8) Valerie J. Bunce e Sharon L. Wolchik, Defeating Leaders in Postcommunist Countries, Cambridge University Press, 2011.

(9) Matthew Brunwasser, «That crush at Kosovo’s business door? The return of US heroes», The New York Times, 11 dicembre 2012.

(10) Gene Sharp, Come abbattere un regime. Manuale di liberazione nonviolenta. Dalla dittatura alla democrazia, Chiarelettere, Milano 2011.

(11) Utilizza questo riferimento al maestro Jedi di Guerre stellari nella sua autobiografia.

(12) Michael Dobbs, «US advice guided Milosevic opposition», The Washington Post, 11 dicembre 2000. (Traduzione di Federico Lopiparo)

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Un’ispirazione statunitense


È dal politologo statunitense Gene Sharp (1928-2018), talvolta presentato come il «Machiavelli della nonviolenza», che la squadra di Otpor! e poi di Canvas ha gettato le fondamenta teoriche della propria azione (si legga l’articolo qui sopra). Questo ideologo apparteneva alla ristretta cerchia di strateghi statunitensi riuniti all’interno del Centro affari internazionali dell’università di Harvard (1), fondato nel 1958 da Thomas Schelling, Henry Kissinger, Robert Bowie ed Edward Mason. Tra i suoi ex membri figurano i più influenti consulenti governativi e teorici delle relazioni internazionali statunitensi, come Zbigniew Brzeziński, Samuel P. Huntington e Joseph Nye.

Schelling, che ha scritto la prefazione del libro più noto di Gene Sharp (2), nel 2005 e stato insignito con il premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel (chiamato impropriamente «premio Nobel per l’economia») per aver «migliorato la nostra comprensione dei meccanismi del conflitto e della cooperazione attraverso l’analisi della teoria dei giochi». Difendendo la «diplomazia della violenza», Schelling ha promosso l’idea secondo cui «il potere di danneggiare è il potere di negoziare (3)» e ha sostenuto la necessità di un vincolo che vada al di là della deterrenza.

Tra i collaboratori del centro c’era anche David Galula (1919-1967), un ufficiale francese che, prima di comandare una compagnia durante la guerra d’Algeria, era già stato testimone della rivoluzione cinese e della guerra civile in Grecia. Invitato a Harvard dal generale William Westmoreland, futuro comandante delle truppe statunitensi in Vietnam, nel 1964 Galula ha sviluppato una teoria della guerra controrivoluzionaria basata su metodi psicologici, politici e polizieschi invece che sui metodi classici dell’intervento militare: «In queste circostanze si può preferire un ciclostile a una mitragliatrice, un medico militare specializzato in pediatria a uno specialista di mortai, del cemento a del filo spinato e degli impiegati d’ufficio ai dei soldati di fanteria (4).» Sconosciuta in Francia, dal 2005 l’opera di Galula viene distribuita agli stagisti dell’Accademia militare statunitense. Nella prefazione al suo testo principale, l’ex comandante della coalizione militare in Iraq, il generale statunitense David Petraeus, presenta lo stratega come il «Clausewitz della contro-insurrezione».

Sharp, entrato a far parte del centro nel 1965, ha dedicato trent’anni della sua carriera accademica a condurre ricerche sui movimenti sociali nel contesto della guerra fredda. A suo avviso, una difesa che implichi dei civili può essere più sicura e meno costosa della deterrenza nucleare o di una guerra classica. Le azioni più efficaci contro un sistema sono quelle non violente, in grado di mobilitare un numero di persone tale da minare i pilastri del potere – università, esercito, polizia, media –, in modo tale che smettano di sostenerlo.

Nello spirito della dottrina Reagan sulla «promozione della democrazia» nel mondo, nel 1983 Sharp ha fondato l’Albert Einstein Institution insieme ad alcuni collaboratori tra cui Schelling, che sarebbe entrato a far parte del consiglio dell’organizzazione. L’istituzione riceveva fondi pubblici attraverso la mediazione della Fondazione nazionale per la democrazia (Ned) e l’Istituto repubblicano internazionale (Iri) (5).

È noto che nei primi anni ’90 gli scritti di Sharp hanno ispirato i governi baltici nella loro lotta contro il potere centrale sovietico. L’ex ministro della difesa lituano Audrius Butkevicius all’epoca diceva di preferire un libro di Sharp alla bomba atomica (6).


A.O.


(1) Center for International Affairs, nel 1998 ribattezzato Weatherhead Center for International Affairs.

(2) Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, Gruppo Abele, Torino 1985.

(3) Thomas C. Schelling, «The diplomacy of violence », in John Garnett (a cura di), Theories of Peace and Security: A Reader in Contemporary Strategic Thought, Palgrave Mac- Millan, Londra 1970.

(4) David Galula, Contre-insurrection. Théorie et pratique, Economica, Parigi 2008 (prima edizione: 1964).

(5) Ruaridh Arrow, «Correcting attacks against Gene Sharp», How to Start a Revolution, 27 maggio 2019, www.howtostartarevolution. org

(6) «Gene Sharp, 2012», The Right Livelihood Foundation, www.rightlivelihoodaward.org


(Le monde diplomatique – il manifesto, dicembre 2019)

di Pat Carra


Come esiste la biodiversità dei semi, così esiste quella dei segni.
Nel mondo dei fumetti la spinta all’omologazione dello stile, del tratto, dei contenuti ha un responsabile eccellente: Disney, o meglio la Disney, la holding di zio Paperone.
Eppure, nel nostro paese il rischio non è percepito, forse per la fascinazione e sudditanza nei confronti dei prodotti americani, soprattutto cinematografici. La coscienza del danno sembra non sfiorare il mondo degli autori, che ne subiscono la schiacciante concorrenza, e dei numerosi adulti che scelgono per i più piccoli principalmente quei prodotti su carta e web, al cinema e nel merchandising.
In questo silenzio che non ha avuto eguali in altri paesi europei, suona chiara e forte una voce contro corrente, quella di Grazia Nidasio, illustratrice, sceneggiatrice, fumettista e tra i fondatori dell’Associazione Illustratori, prima forma sindacale per tutelare gli autori di immagini. Nidasio (1931-2018) è stata una redattrice e firma storica del Corriere dei piccoli, nato nel 1908 da un’idea di Paola Lombroso e giunto a tirature di 500mila copie. Il Corrierino era per lei una scuola di biodiversità dei segni, sia per chi disegnava che per il pubblico di bambine e bambini che si affacciavano al mondo dei fumetti imparando a leggerli e quindi a disegnarli. “Si impara a disegnare fumetti solo leggendoli nell’infanzia”, diceva. Era contraria all’esercizio di ricopiatura e imitazione dei personaggi, incoraggiato invece nelle pubblicazioni disneyane, che dedicano pagine ai vari Topolino e Paperino ridisegnati o ricalcati dai lettori, esercizio che, lei temeva, avrebbe impoverito la fantasia, la mano e la soggettività creativa infantile.

Un momento topico della sua battaglia contro l’estinzione dei diversi segni nel fumetto risale al 1995, quando Disney sbarca in Europa con l’imponenza del parco divertimenti di Parigi, l’invadenza accattivante dei suoi personaggi, la potenza dei suoi dollari.
La memoria delle conversazioni accalorate con Grazia, che ritornava spesso su questo argomento, si è rinnovata grazie alla lettura del libro di Giada Sponza Disney Paris. Un caso di globalizzazione dei consumi e omologazione culturale?

«Con l’apertura di Disneyland Paris, nel 1995, – scrive Sponza – i fumettisti francesi si sentirono minacciati dall’americanizzazione e dalla disneyficazione. In Italia non fu così sentito il pericolo, fatta eccezione per la grande fumettista Grazia Nidasio che scrisse sul Corriere della sera (29 settembre 1995) nell’articolo «Topolino, una multinazionale apparentemente americana»: «La disneyzzazione mondiale è già in atto […] Un’immensa omologazione dell’immaginario giovanile […] destinata a spazzare via ogni visione originale, ogni espressione di cultura locale, peculiare europea. L’egemonia del sistema, per conservare se stessa, deve poi neutralizzare per forza la concorrenza, magari comprandola solo per farla sparire da mercato […]. Facciamo in modo che il secolo XX, cominciato con la rivoluzione di Picasso, non finisca nella marmellata multicolore e multimediale imposta dalla holding Disney.»

Va sottolineato che l’avvento massiccio di Topolino &C. coincise con la chiusura definitiva del Corriere dei Piccoli il 15 agosto 1995, un’operazione calata dall’alto che vedeva coinvolti grandi interessi editoriali.
Chi, come Grazia Nidasio, aveva a cuore la diversità espressiva e il mondo dell’infanzia dava il giusto allarme. È anche merito suo se la resistenza dei fumetti è viva e prospera come le erbacce selvatiche, diverse nei segni e nei semi.


(www.erbacce.org, 15 dicembre 2019)

di Paola Mammani


«Le buone notizie sono femmine» è il bel titolo scelto dal sito globalist.it per dare la notizia, il 9 dicembre, della prossima nomina a premier della Finlandia, di Sanna Marin del partito socialdemocratico, 34 anni, che diventerà così la più giovane capo di un governo oggi al mondo, attorniata da altre quattro donne, di cui tre giovani quanto lei, tutte leader dei partiti della coalizione che la sostiene. Dichiara “Non ho mai pensato alla mia età o al mio genere, io penso al perché sono entrata in politica e alle cose che ci hanno fatto vincere tra gli elettori”. Bene essere concentrata sulle cose da fare per gli elettori, ma non è in contrasto con qualche riflessione sul proprio sesso ed eventualmente sulla propria età. Sanna è figlia di genitore 1 e genitore 2, e il linguaggio può averla indotta a pensare che non abbia troppa importanza che siano donne quelle che l’hanno allevata e che lei sia nata del loro stesso sesso. Per ora sembra tenere alta la bandiera dell’indifferenza sessuale.

Una giornalista finlandese richiesta di un parere riguardo al magnifico imprevisto, secondo la definizione dell’intervistatore, ha spiegato che non c’è da meravigliarsi che sia stata designata premier una donna, in una coalizione di cinque partiti, tutti governati da donne, perché nel paese l’uguaglianza tra uomini e donne trionfa da quasi due secoli. A sostegno, solide ragioni storiche e geografiche, immensità del territorio, donne indispensabili nel mondo del lavoro, eccetera.

La Finlandia, paese più esteso dell’Italia, con una popolazione di nemmeno 6 milioni di abitanti, con il reddito pro capite fra i più alti del mondo, nelle elezioni europee dell’aprile scorso ha visto affermarsi un partito xenofobo, i Veri finlandesi, che per pochissimi voti è rimasto dietro al partito socialdemocratico, il primo del paese. Per arginare la deriva xenofoba è nata la coalizione che ora appoggia anche la giovane premier.

Che cosa inquieta gli agiati finlandesi? Appare chiaro che sentimenti di inimicizia non sono (solo) radicati in ragioni di difficoltà economica. E’ nell’opulenza, nel desiderio individuale di ancora più denaro, che spesso cova l’ostilità per l’ospite inatteso, e non solo in Finlandia.

Allora sembra evidente che è di una pratica della differenza che i Finlandesi non hanno fatto ancora esperienza, e la differenza di cui sono portatrici Sanna Marin e le altre, è l’unica vera e possibile variante in campo. A giudicare dai titoli dei giornali, ormai lo sanno tutti, nel mondo.


(www.libreriadelledonne.it, 14 dicembre 2019)