di Franca Fortunato
Il bellissimo film Piccole donne della regista americana Greta Gerwig, che ha riscosso un clamoroso successo di pubblico, anche nella nostra città, e di critica, è stato girato a Concord, Massachusetts, nella casa-museo in cui la sua autrice, Louisa May Alcott lo scrisse più di 150 anni fa. La regista ha riunito in uno i due libri Piccole donne e Piccole donne crescono, così come vengono pubblicati in America sin dal 1880. L’autrice pubblicò il primo volume nel 1868 e il secondo nel 1869 a cui seguirono Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, ultimo suo romanzo. In Italia i due libri, tradotti nel 1930 e 1940, sono sempre stati pubblicati separatamente.
Louisa – come scrive la sua biografa Martha Saxton in Louisa May Alcott. Una biografia di gruppo (Jo March ed. 2019) – aveva 35 anni quando, nella primavera del 1860, cominciò a scrivere Piccole donne. Era una donna alta, dalle spalle forti, con gli occhi scuri e i capelli neri. Lei era riluttante a scrivere il libro che l’avrebbe resa famosa e ricca. Fu spinta dal padre e dall’editore che le richiese un “libro per ragazze”. Non stimava questo tipo di letteratura, ma avrebbe scritto qualsiasi cosa – come aveva fatto fino ad allora, incoraggiata dalla madre, Abby, pubblicando poesie, racconti, favole sotto lo pseudonimo A.B. Barnad – pur di fare soldi per aiutare la madre, caricata di tutte le responsabilità familiari da un marito, Bronson, irresponsabile. «Non mi sono mai piaciute le ragazze né ne ho mai conosciute molte, a eccezione delle mie sorelle», rispose all’editore. Invece di cercare in un mondo immaginario, si mise giorno dopo giorno a ripercorrere e rielaborare, in forme e immagini ideali, l’infanzia e l’adolescenza sua e delle sorelle – Anna, Elizabeth, May – cresciute in assoluta povertà, accanto alla madre. Per anni coltivò il sogno di dare a sua madre sicurezza economica e serenità, «cosa più importante di ogni successo personale», e fu felice quando poté realizzarlo.
A trentacinque anni Louisa era una donna stanca e malata. Era uscita da una malattia che per poco non le era costata la vita; aveva visto sua sorella Elizabeth (Lizzie) morire, Anna stava per maritarsi e la sua breve esperienza della guerra civile, come infermiera in un ospedale, era stata drammatica e da allora non era stata più bene. Aderì alla causa dell’antischiavismo e fu una suffragista, come la madre. Louisa avrebbe voluto che Jo, come lei, non si sposasse, perché «una donna non è la metà di nessuno, ma un essere umano completo, che sa reggersi sulle proprie gambe» e perché «la libertà è un marito migliore dell’amore, per molte di noi», ma cedette alle richieste delle lettrici e del suo editore. La popolarità di Piccole donne la colse di sorpresa. Si era annoiata a scriverlo, cosa che, invece, non aveva provato scrivendo il suo primo romanzo Mutevoli umori, da cui restò delusa. Scoprì di detestare la notorietà e, prevedendo sue biografie, censurò tutte le sue lettere e i diari, distruggendo tutto ciò che le pareva inaccettabile. Louise era orgogliosa di sé, della sua autonomia e scrisse sempre, nonostante la cattiva salute, il dolore per la sorella Anna, rimasta vedova con due figli, per la morte della madre e dell’amata sorella May, promettente pittrice, morta dopo il parto affidandole la piccola Lulu. Pensando al suo senso del dovere «che mi tiene incatenata alla galea», scrisse: «Il mio desiderio più grande è sempre stato la libertà, ma non l’ho mai avuta». Morì da sola, senza nessun familiare accanto, il 6 marzo 1888, due giorni dopo del padre. La sorella Anna morirà nel 1893.
(Il Quotidiano del Sud, 14 febbraio 2020)
di Luca Barachetti
«Affidarsi al sapere e all’autorità di altre donne, in scambio e relazione». Il gruppo di giovani donne è stato molto attivo a Bergamo negli ultimi tempi. Concentrando la propria attenzione su artiste e pensatrici. Qualche domanda a Francesca Bolazzi per capirne di più
Le Solite al Solito sono una delle cose più interessanti sorte a Bergamo negli ultimi tempi. Prima una tre giorni di musica al GATE del Parco della Malpensata – la scorsa estate, evento di lancio del gruppo. Poi una serie di appuntamenti fra concerti e incontri di riflessione su temi come il femminile, il femminismo, la genealogia femminile e tutto quanto può essere analizzato secondo queste visioni del mondo. Abbiamo parlato con Francesca Bolazzi, una delle teste pensanti de Le Solite.
LB: Com’è nato Le Solite al Solito?
FB: Nel mezzo di una risata. Fantasticando di cosa fare o non fare all’interno di un festival femminile estivo di concerti, teatro, laboratori e incontri. Nasce mentre ammettiamo, con ironia, il desiderio incorreggibile di fare, condividere, imparare. Siamo quattro giovani donne: con me ci sono Giulia Spallino del circolo Arci Ink Club, Carla Coletti della cooperativa Generazioni Fa e Stefania Ravanelli di Spazio Gate. Ognuna di noi ha portato all’interno della realtà in cui lavora la proposta di sostenere il progetto Le Solite al Solito e così è stato. Ne è nato un cartellone di eventi e incontri aperti a tutte e tutti, per parlare di tematiche sociali e produzione artistica con il punto di vista e pensiero femminile.
LB: Che tipo di femminismo è il vostro?
FB: Le Solite al Solito è un progetto nuovo dove si incontrano realtà e persone per vocazione molto inclusive, Arci, cooperative, un’associazione… e non necessariamente tutte si sono occupate di femminismo o tematiche femminili fino ad oggi. In questo contesto direi che una delle cose più interessanti per noi è proprio questa, sul tema e sulle opinioni personali stiamo mettendo in tavola le nostre riflessioni. È tutto costantemente in discussione ed è una delle cose migliori che accadono in questo progetto.
LB: Quindi non c’è un vero e proprio pensiero comune.
FB: La filosofia che personalmente mi ispira è quella della differenza, da cui ho e abbiamo appreso l’importanza fondamentale del partire da sé e dello stare in relazione con altre. Stare nella genealogia femminile – come ci ha spiegato la studiosa della storia delle donne Emiliana Losma nel nostro primo incontro – offre descrizioni altre della realtà, significati e simboli differenti. Sappiamo bene che la descrizione delle cose del mondo, per come le impariamo, è una descrizione di tradizione prevalentemente maschile. Scavare nella storia delle donne e studiare la differenza femminile offre una nuova lettura della realtà che a quel punto non è più parziale. Carla Lonzi dice «la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza»… noi ne approfittiamo!
LB: Ci sono differenze con le altre realtà bergamasche si occupano di femminile e femminismo?
FB: Non saprei dirti in quali modi ci “differenziamo” dagli altri gruppi femminili o femministi bergamaschi. Il desiderio che ci muove è lo stesso. Ti so dire cosa ci accomuna, tutte: ci siamo. Per età, formazione, contesti quotidiani diversi non abbiamo ancora avuto occasione di incontrare tutte le realtà presenti sul territorio, abbiamo però molta stima di quelle che conosciamo e del lavoro che le donne di Bergamo fanno in favore delle altre.
LB: A Bergamo su questi temi c’è molto fermento…
FB: A proposito mi viene in mente Lia Cigarini, giurista, autrice e filosofa, che dice giustamente: «la cosa veramente importante per una femminista, che sia italiana, austriaca, australiana, americana o marocchina, non è il femminismo. È importante invece e soprattutto che ci sia libertà per ogni donna che viene al mondo, libertà di pensare e di agire in rispondenza ai suoi desideri e, prima ancora, libertà di desiderare senza misure stabilite da altri».
LB: Quindi concerti ma anche momenti di riflessione con realtà neo-femministe come Rebel Architette. Come lavorate a questi eventi?
FB: Per la stagione invernale attualmente in corso siamo io e Giulia ad occuparci delle nostre ospiti. Lei per la selezione musicale, io per gli incontri. Per la rassegna estiva invece, che faremo anche quest’anno e che comprende teatro e laboratori, anche Carla e Stefania sono nella direzione artistica. In questi ultimi mesi ognuna delle artiste che sono salite sul palco delle Solite ha portato progetti molto differenti uno dall’altro. Dal funk, al rock passando per l’elettronica sperimentale fino al classico acustico chitarra voce. HÅN, Technoir, Shantih Shantih, Viola Fuel, Ella Codesta, Ginger Bender, Maya Hall. Una scoperta dopo l’altra. Sono molto soddisfatta delle scelte fatte da Giulia. Per gli incontri invece devi sapere che ho avuto la fortuna, e anche la volontà, di incontrare molte donne e realtà più e meno note del femminismo italiano, sia storico che contemporaneo, neo-femminista come dici tu.
Qualche esempio?
FB: Libreria delle donne di Milano, RebelArchitette, Labodif, Rete delle Città Vicine, Mag di Verona, Diotima Filosofe. Ho conosciuto moltissime donne che si occupano di ogni tipo di progettualità e attività, negli ambiti più disparati: giornaliste, dirigenti, filosofe, maestre, psicologhe, architette, fotografe, registe, operatrici sociali, sindache, sindacaliste e suore… Si è parlato di politica, scienza, religione, filosofia, architettura, storia, governance, accoglienza, cibo, cura, sessualità, cooperazione, cinema, microcredito, marketing, finanza, biotecnologie, internet… Portare a Bergamo queste esperienze e questa conoscenza mi è sembrato necessario.
LB: Mi pare di capire che alla base ci sia una volontà rinnovata di affrontare la questione femminile.
FB: Quando si parla di femminismo non si parla solo di difendere le donne in una posizione di svantaggio rispetto al maschile, tutt’altro. Si tratta di affidarsi al sapere e all’autorità di altre donne, in scambio e relazione e di stare dalla parte delle donne. È una postura. Si tratta di sapere che è proprio nella differenza femminile che si trova la risorsa per il cambio di civiltà. Non posso nominare tutte le persone che ho incontrato in questi anni perché sono troppe. Ne nomino una, Ada Maria Rossano, psicologa e dispensatrice di libri, che mi ha portata alle altre e che per questo ringrazierò sempre.
LB: Ad ogni vostro evento è possibile donare un libro al fondo librario La Città dei Mille…
FB: La Città delle Mille nasce come il nome di una raccolta di testi di autrici e diventerà presto il nome dell’associazione che si occupa di promuovere il progetto. Insieme ad altre giovani donne, desideriamo creare un fondo librario che rimarrà alla città, che crescerà negli anni e nel quale sarà possibile trovare testi di autrici in ogni ambito di studio e ricerca. Un fondo librario di genere che sia risorsa per l’approfondimento della genealogia femminile e la storia del pensiero delle donne. Abbiamo ricevuto grande supporto fino ad ora, siamo a centottanta testi circa e ci sono donatrici e istituzioni “famose”, come l’attivista Vandana Shiva, la scrittrice bergamasca Giusi Quarenghi, Udi – Unione Donne Italiane e Il Centro delle donne di Bologna, la seconda più grande biblioteca di genere in Europa, la prima è ad Amsterdam.
LB: Oltre al live di Ginger Bender sabato ci sarà un altro evento che ti vede coinvolta: «L’Ecofemminismo e il Mondo», ci vuoi dire qualcosa di più?
FB: È un ciclo di incontri promosso da Legambiente Bergamo, Donne per Bergamo – Bergamo per le Donne, La Città delle Mille e Politeia – Laboratorio donne e politica. Sono quattro incontri nei quali si approfondirà la relazione che esiste tra ecologia e femminismo, tra lo sfruttamento delle risorse, dell’ambiente e quello agito sulle donne nella società. Ci saranno professioniste e studiose che hanno fatto la storia dell’ecofemminismo in Italia, parlamentari, attiviste e autrici che ci racconteranno il percorso di “una rivoluzione necessaria” avvenuta dalla fine degli anni Settanta a oggi (l’evento Facebook con tutte le info). È un argomento nuovo anche per me e sono molto curiosa!
(L’Eco di Bergamo, 12 febbraio 2020)
Shoshana Zuboff è l’autrice del libro Il capitalismo della sorveglianza
(Luiss 2019). La sua intervista si trova negli ultimi minuti della
trasmissione Presa diretta del 10 febbraio 2020, a questo link:
di Paolo Giordano
Credo che in molti ricordiamo il momento in cui sullo schermo del computer è comparsa per la prima volta una pubblicità che sembrava leggerci nei pensieri. O lo sbigottimento simile quando ci siamo chiesti: è possibile che lo smartphone mi abbia appena ascoltato? O ancora, il misto di gratificazione e imbarazzo quando è stato l’iPhone stesso, spavaldamente, a domandarci: «A cosa stai pensando?».
Ricordiamo il giorno in cui accedendo alle nostre foto abbiamo scoperto che erano state arbitrariamente suddivise in categorie, raggruppate in base ai volti ricorrenti, ai paesaggi, perfino alle emozioni sottese, come se una mano materna e invisibile si fosse preoccupata di mettere ordine nelle nostre vite. Io ricordo anche il tuffo al cuore iniziale nel percorrere su Street View la via dove abitavo, nello scovare la facciata della mia casa di allora. E il pomeriggio, molto tempo prima, in cui mio padre mi chiamò per mostrarmi la meraviglia di Google Earth, la palla della Terra tutta contenuta nel monitor, la promessa implicita in quella tecnologia di poter presto arrivare ovunque, di vedere tutto, di conoscere ogni dettaglio del pianeta.
Ma soltanto oggi, dopo le seicento pagine del Capitalismo della sorveglianza, riconosco quei momenti come le tappe di un accerchiamento, di un percorso occulto diretto all’espropriazione della mia esperienza, della mia privacy, della mia natura stessa di essere umano.
Definizione: «Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita». Significa, in modo più diretto e grossolano, che aziende come Google, Facebook, Microsoft e Twitter, all’apparenza così magnanime nella loro gratuità, lucrano sui dati che il loro utilizzo gli permette di raccogliere su di noi. Significa che quei dati sulle nostre vite, che forniamo in parte volontariamente e in larga parte no, sono il bene più prezioso e richiesto oggi dal mercato, il petrolio della nostra epoca. Shoshana Zuboff ha consacrato un’opera monumentale a questa mutazione ultima del capitalismo, forse la più estrema e la più subdola, di certo la più sfuggente che la civiltà si sia trovata ad affrontare.
Se il capitalismo di Karl Marx si cibava di forza lavoro, se la sua materia prima era la classe operaia, il capitalismo della sorveglianza si ciba «di ogni aspetto della vita umana». E la sua materia prima siamo, semplicemente, noi: le nostre fotografie, i nostri commenti, i nostri viaggi, i nostri amici, le nostre idiosincrasie, le nostre paure, i nostri desideri, le nostre condivisioni, i nostri like. L’analogia è fertile, quindi conviene spingerla più avanti: se il capitalismo industriale ha portato alla distruzione dell’ambiente che oggi cerchiamo malamente di fronteggiare, il capitalismo della sorveglianza minaccia di distruggere niente meno che la nostra libertà.
Zuboff documenta passo dopo passo la costruzione di questo potere trasparente e ormai ubiquo. Gli attori principali della storia che racconta hanno nomi precisi: si chiamano Google, Facebook, Microsoft, Twitter; si chiamano Zuckerberg, Page, Brin, Schmidt e Sandberg, ma hanno raccolto attorno a sé una folla di comprimari, tutti bramosi di avere un pezzo della nostra esperienza da rivendere sul mercato. E si tratta di una storia recente, sebbene il mondo sia quasi irriconoscibile da com’era prima. «L’anno spartiacque nel quale il capitalismo della sorveglianza mise radici» è il 2002, quando Google inventò il targeted advertising, la pubblicità mirata. All’incirca, insomma, quando abbiamo visto comparire sullo schermo quell’inserzione che sembrava averci letto nei pensieri.
Le pubblicità online di prima erano casuali, ci cadevano addosso a pioggia, indistintamente, un po’ come i manifesti che attirano o no il nostro sguardo per strada. Google, sulla cui barra le persone digitavano parole alle quali erano interessate in un preciso istante, capì che avrebbe potuto sfruttare quelle stesse parole per supporre cosa passasse nella testa dei suoi utenti e proporre loro, di conseguenza, pubblicità selezionate. Conoscere con esattezza i desideri di ogni singolo consumatore è sempre stato «il Sacro Graal della pubblicità»: i templari di Brin e Page lo avevano trovato. Era semplice. Era geniale. Così geniale da far schizzare Google fuori dalla selva delle start-up a rischio di estinzione in quegli anni di crisi. Ma non bastava. Seguendo fino in fondo lo spirito inaugurato con le pubblicità mirate, Google sarebbe infine diventato il colosso dell’economia mondiale che è oggi, nonché la potenza egemone delle nostre singole vite, l’entità che tutto sa e tutto prevede di miliardi di persone sul pianeta.
Dal 2002 le tecniche di raccolta – o sarebbe meglio dire di mietitura – dei dati personali si sono perfezionate a una velocità sbalorditiva. Altri capitalisti della sorveglianza si sono affiancati a Google. Facebook in particolare, con l’introduzione del tasto Mi piace, si è trovato all’improvviso in vetta alla classifica. Non doveva nemmeno fare la fatica di supporre ciò che i suoi utenti desideravano, perché erano loro smaniosi di dichiarare ogni preferenza: vestiti, animali domestici, cibo, serie tv, scuole, farmaci, partner sessuali, candidati alle prossime elezioni. Tutto.
La corsa all’oro era aperta. Facebook, Google e gli altri hanno assoldato i giovani informatici più brillanti del pianeta, così come matematici, fisici e ingegneri; se li sono strappati di mano con stipendi vertiginosi, tanto da creare una crisi di cervelli nella ricerca. Li hanno chiusi in ufficio a estrarre e analizzare dati, e hanno aggiunto altri soldi affinché non pensassero troppo alle conseguenze etiche di quanto stavano combinando. Tutte quelle menti fibrillanti insieme hanno fatto una scoperta ancora più grandiosa. Hanno capito che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i dati più interessanti per profilare un utente non sono quelli che l’utente fornisce in modo esplicito. Non sono le nostre preferenze dichiarate né le parole chiave digitate sulla barra di Google, bensì tutti quei dati impliciti legati alle nostre azioni mentre utilizziamo internet, i social network e la galassia di dispositivi collegati alla rete. Ciò che Shoshana Zuboff battezza il «surplus comportamentale».
Gli algoritmi sviluppati nella Silicon Valley sono in grado di comprenderci molto meglio se analizzano gli orari in cui facciamo più scrolling su Instagram, il numero di profili che seguiamo, i filtri che usiamo volentieri per valorizzare le nostre foto. Misurano la lunghezza delle nostre frasi, la quantità di emoji che ci mettiamo dentro e quanto abusiamo di punti esclamativi. Di più: riconoscono le smorfie impercettibili nei nostri selfie e le esitazioni nei messaggi vocali, potrebbero perfino contare i battiti di ciglia mentre guardiamo un video di YouTube che ci appassiona o ci disgusta o ci intenerisce. Forse lo fanno. Tutti questi metadata, elaborati opportunamente, dicono di noi più di quanto saremmo in grado di spiegare a parole. Eccolo il cibo preferito del capitalismo della sorveglianza: psicologia del comportamento combinata con statistica e capacità di calcolo sempre più estese. Così «non è la sostanza che viene analizzata, ma la forma». A essere scandagliato non è più il nostro conscio, tutto sommato abbastanza semplice da catturare e per noi da controllare, ma l’inconscio stesso.
L’ambizione folle del capitalismo della sorveglianza è diventata quella di conoscere tutto di noi prima che noi stessi lo sappiamo. Il suo fine ultimo: utilizzare quella certezza su di noi, contro di noi, per manipolarci, modificarci e spingerci ad acquistare sempre di più. «Lo scopo – scrive Zuboff – non è imporre norme comportamentali come l’obbedienza o il conformismo, ma produrre un comportamento che in modo affidabile, definitivo e certo conduca ai risultati commerciali desiderati».
Il meccanismo principe di mietitura dei dati è la trasmissione dei cookies, quelle informazioni condivise, «mandate indietro» ogni volta che siamo online, ovvero sempre. Ecco un altro evento, più recente, che ricordiamo tutti: il giorno in cui è diventato obbligatorio per i siti esporre le loro politiche sui cookies e, per noi, accettare di volta in volta le condizioni che ci vengono proposte. In quanti ci siamo preoccupati di approfondire le ragioni di quella norma? Per lo più, me compreso, l’abbiamo vissuta come un intralcio. Esaminare tutti i contratti che sottoscriviamo con i nostri clic sarebbe impossibile in ogni caso. «Due professori della Carnegie Mellon hanno calcolato che per leggere in modo adeguato tutte le policy sulla privacy che s’incontrano in un anno sarebbero necessari 76 giorni lavorativi». Era il 2008, figurarsi oggi. A essere sinceri, poi, sono altre le cose che c’interessano sul serio riguardo a internet: la larghezza della banda, i giga di traffico, il costo dell’abbonamento. Vogliamo navigare liberi e veloci, «senza limiti», il resto non conta. Quindi accettiamo accettiamo accettiamo, diamo il nostro consenso senza leggere, senza nemmeno guardare. Basta che ci lascino navigare in pace.
I capitalisti della sorveglianza lo sanno. La nostra insofferenza è proprio ciò che gli permette di proseguire indisturbati nell’esproprio dei dati. Siamo noi a spalancare le porte.
Il «kentuki» è un peluche simpatico collegato a uno sconosciuto da un’altra parte del mondo che costantemente, attraverso gli occhi e le orecchie del pupazzo, ci osserva, ascolta, registra. La scrittrice argentina Samanta Schweblin ha immaginato questo antidoto perverso alla solitudine. Il suo romanzo, Kentuki, è uno dei primi a raccontare questa nuova epoca – l’epoca del capitalismo della sorveglianza. Ma il «kentuki» non è pura fantasia. Nel 2017 la bambola Cayla è stata ritirata dal mercato statunitense. Il governo ha invitato chi ne era già in possesso a distruggerla. Cayla, si è scoperto, sorvegliava gli smartphone dei suoi giovanissimi proprietari e quelli dei loro genitori. Una bambola spiona, insomma. Nella stanza dei bambini.
I capitalisti della sorveglianza sono sempre più numerosi, rapaci e spregiudicati nella caccia al surplus comportamentale. Alcuni esempi, come quello della “mia amica Cayla”, sono inquietanti. Le auto nere di Google che si aggiravano per le strade nel 2010 per realizzare la grande opera di Street View raccoglievano in segreto dati personali dalle reti wi-fi delle abitazioni. «Nomi, numeri di telefono, informazioni sul credito bancario, password, messaggi, trascrizioni di email e chat, dating online, pornografia, informazioni sull’uso del browser, dettagli medici, geolocalizzazione, file audio, video e fotografici». Tutto quanto, insomma. Chi gliene aveva dato il diritto? Nessuno.
E se fuori casa non si è al sicuro, dentro è peggio. L’aspirapolvere autonomo Roomba è stato studiato non solo per tirare a lucido il parquet, ma anche per mappare l’interno dei nostri appartamenti. Le informazioni che raccoglie vengono poi vendute a Google, Apple e Amazon, in modo che possano indicarci quale pianta comprare per riempire quell’angolo che abbiamo lasciato miseramente vuoto. La condivisione di quei dati ovviamente è facoltativa, ma se non si acconsente Roomba non sarà «smart» com’è stato concepito. Anche il sogno della domotica, visto dalla prospettiva di Zuboff, non è altro che una mietitura massiccia d’informazioni, un’incursione violenta nel nostro spazio più intimo.
Eppure, imprenditori come Zuckerberg, Brin e Page fanno di tutto per presentarsi come nostri alleati. Sono gli eroi del nostro tempo, i campioni dello “Zeitgeist neoliberista” della Silicon Valley: vi renderemo liberi, padroni delle vostre scelte, in contatto sempre più stretto con i vostri desideri e la vostra comunità, e senza chiedervi nulla in cambio. Una retorica stucchevole che mantiene qualche strascico della sua origine hippy e lascia intravedere quasi sempre lampi di megalomania. Se non fossimo tutti così ubriachi d’innovazione tecnologica sapremmo riconoscere le loro parole per quel che sono davvero: spaventose.
A Davos, nel 2015, Eric Schmidt, ceo di Google, dichiarò: «Ci saranno talmente tanti indirizzi IP, […] un’infinità di dispositivi, sensori, cose indossabili, cose con le quali interagire, che non ve ne accorgerete neanche più. Sarà parte di noi costantemente».
Larry Page al «Financial Times», nel 2016: «Abbiamo bisogno di un cambiamento che non sia incrementale, ma rivoluzionario. Probabilmente possiamo risolvere gran parte dei problemi degli esseri umani».
Mark Zuckerberg, di recente, mentre difendeva la sua criptovaluta Libra al Congresso: «Facebook significa mettere il potere nelle mani della gente» (appena cinque mesi prima, il co-fondatore di Facebook Chris Hughes aveva definito il potere di Mark Zuckerberg “sconcertante” sul New York Times).
E ancora Larry Page: «In termini generali è meglio che sia Google e non il governo a detenere i dati delle persone». Google, non il governo. Perché Google sta sopra il governo. Google sta sopra la democrazia.
Mentre alle convention infiocchettano scenari di armonia tecnologica, Schmidt, Zuckerberg e Page sanno esattamente da dove arrivano i guadagni delle loro aziende. Altrimenti perché investirebbero decine di milioni di dollari l’anno in attività di lobbying per contrastare ogni proposta di legge che possa anche solo limitare la mietitura dei dati? Zuboff non ha mezzi termini: «Google è guidata da due uomini che non amano la legittimità del voto o la supervisione democratica, e che da soli controllano come viene organizzata e presentata tutta l’informazione del mondo. Facebook invece è guidata da un uomo che non ama la legittimità del voto o la supervisione democratica, e che controlla da solo un mezzo di connessione sociale sempre più diffuso e l’informazione presentata o nascosta nelle sue reti».
Dopo aver letto queste parole, non ci tremeranno un po’ i polsi quando, tra pochi minuti, accetteremo ciecamente la condivisione di tutti i cookies?
Le motivazioni per cui Google, Facebook, Microsoft, Twitter e compagnia hanno prosperato indisturbati fino al punto in cui ci troviamo sono molteplici, alcune strutturali, altre circostanziali. Zuboff ne individua almeno dodici. La principale è senza dubbio il nostro consenso all’esproprio, ma l’invasione della privacy ha beneficiato anche di una congiuntura storica favorevole. L’11 settembre prima, i fatti di Parigi, Berlino, Nizza e Manchester dopo, hanno aumentato nell’opinione pubblica il bisogno di protezione e diminuito quello di privacy. Segretezza e sicurezza sono sempre inversamente proporzionali, o almeno è così che ci vengono presentati. Non è poi così grave essere sorvegliati se questo ci garantisce un po’ più d’incolumità. E cos’avrei da nascondere, io? Non sono un terrorista o un assassino o un truffatore. Se il mio segreto è qualche accesso sporadico al porno o qualche commento fuori tono su Twitter, che mi spiino pure.
Ecco sigillato una volta per tutte il nostro “patto faustiano” con i capitalisti della sorveglianza. Ne è prova che neppure gli scandali maggiori, come quello denunciato da Edward Snowden e l’affaire Cambridge Analytica, hanno portato a un cambiamento significativo delle abitudini. Sapere che i nostri profili social, i nostri innocui Mi piace sono stati venduti e sfruttati per influenzare scientificamente le intenzioni di voto, che quel traffico ha determinato il voto sulla Brexit, l’elezione di Trump e le elezioni italiane avrebbe dovuto provocare una disconnessione di massa. Non è successo. Evidentemente non basta: il patto è ancora troppo conveniente, i rischi troppo astratti. La nostra ignoranza abissale.
Molti anni fa accompagnai un’amica tra le montagne del Friuli. Stava preparando una tesi sperimentale sulla distribuzione dei cervi. La raccolta dati consisteva nel vagare giorno e notte a bordo di una Panda malmessa, per poi appostarsi con un’antenna e intercettare i segnali inviati dai radiocollari dei cervi. Una sera ci accorgemmo che un esemplare era particolarmente vicino. Proposi di avvicinarci per vederlo, ma la mia amica mi disse di no. La sua ricerca doveva essere rispettosa al massimo dell’intimità degli animali.
Dai capitalisti della sorveglianza non possiamo aspettarci nemmeno un briciolo di quella correttezza. I più esposti alla nuova forma rapinosa di esproprio, le prede più facili, sono ovviamente i giovani. Zuboff dedica loro un capitolo intero, dove condensa ciò che molti studi scientifici confermano, ciò che insegnanti e genitori hanno capito da tempo, ciò che tutti sappiamo ma non vogliamo ammettere per la paura, poi, di dover cambiare qualcosa: la «combinazione di scienza del comportamento e design avanzato» del mondo digitale è «pensata nel dettaglio per sfruttare le esigenze della gioventù […]. Per molti, questo design mirato, insieme al bisogno pratico di partecipazione sociale, trasforma i social media in un ambiente tossico, che non solo pesa su di loro psicologicamente, ma minaccia il loro sviluppo e quello delle generazioni a venire».
Minaccia il loro sviluppo e quello delle generazioni a venire.
Alcuni artisti, per fortuna, iniziano a svegliarsi, a interessarsi, a vedere. E così alcuni giornalisti, scrittori, attivisti. La politica? Speriamo che non tardi troppo, perché l’unico argine possibile allo strapotere dei capitalisti della sorveglianza è di tipo istituzionale, giuridico. Ma la spinta, esattamente come sta accadendo per il clima dopo decenni d’indugi, deve venire dai cittadini.
La posta in gioco è alta, forse un po’ ardua da comprendere, ma non impossibile. Aspirapolvere che misurano le nostre case, bambole che ci spiano, algoritmi che decodificano le nostre emozioni sommerse, cardiofrequenzimetri che parlano in giro delle nostre condizioni di salute, videogame che giocano con i nostri figli, dispositivi con voci rassicuranti che origliano le nostre conversazioni, altri dispositivi che sanno dove siamo in ogni momento, app che aprono altre app che ne aprono altre ancora; flussi mastodontici di dati spremuti dai nostri corpi e usati per prevederci e condizionarci, per farci votare in un certo modo e per farci comprare di più, ancora di più. È questa la società in cui ci piace vivere? In cui ci piacerà vivere? Quanto teniamo ancora alla nostra libertà individuale? E quanta connettività siamo disposti a sacrificare per difenderla?
Mentre Shoshana Zuboff lavorava al progetto che sarebbe infine diventato Il capitalismo della sorveglianza (ora pubblicato da Luiss), un fulmine si abbatté sulla sua casa, incendiandola. Zuboff perse in pochi minuti tutto il materiale raccolto. Pensò che non avrebbe avuto la forza di ricominciare e invece, grazie anche al sostegno dei familiari, si rimise all’opera dal principio. È un mito fondativo che mi piace, degno del libro che ha scritto – un libro che forse, un giorno, verrà guardato come il manifesto di una resistenza, speriamo già iniziata.
(Corriere della sera, 9 febbraio 2020)
di Désirée Urizio
Mi sono procurata il libro di Silvia Dai Pra’, Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria (Laterza 2019) che un’amica mi ha segnalato e che ho letto con interesse personale.
Ne sono stata piacevolmente stupita. La ricerca dell’autrice sulla propria famiglia paterna, che la porterà a interrogarsi sugli eccidi istriani e sulle “foibe”, prende le distanze dalle strumentalizzazioni politiche. Mi ha fatto piacere condividere con l’autrice il fastidio profondo che il termine “foibe” sia usato senza rispetto da una comica famosa e sia diventato uno stupido refrain (quando l’ho sentito la prima volta ho pensato che sarebbe stato meglio che la sinistra non ne avesse parlato, come era stato per anni). Quando ero giovane sull’esodo istriano ne parlava solo la destra più becera e violenta; purtroppo ancor oggi è spesso così. E anche questo mi esaspera: non sono certo i facinorosi di Casa Pound che possono rappresentare gli esuli giuliano dalmati.
La ricerca di Silvia Dai Pra’ si svolge su più piani: parte dal disagio del padre anoressico e dalla riservatezza e dagli attacchi di panico (nostalgici?) di nonna Iole, e prosegue con necessità di documentarsi, di relazionarsi con gli abitanti di Santa Domenica di Albona, di andare sulle tracce di un passato che diventa sempre più faticoso decifrare.
Mi sono documentata e su internet ho trovato un’intervista a Silvia Dai Pra’ che mi ha chiarito ancor di più la sua posizione che condivido, rispetto, per esempio, al “riemergere del tema delle foibe ogni anno con le prepotenze di un partito politico o dell’altro per appropriarsi di quei cadaveri” per conteggiare i morti a seconda della convenienza, per portare come esempio di verità storica episodi di violenza ingiustificabile.
Inoltre, la sua ricerca iniziata per curiosità nei confronti di sua nonna Iole nata in un paesino non più italiano, mi ha fatto rivivere la mia personale ricerca sulla famiglia di mio padre, a Umago e Cittanova.
Dall’infanzia all’adolescenza non avevo fatto che sentire la storia dell’Istria e dell’esodo e non ne avevo preso le distanze, anche perché non ne potevo parlare liberamente con nessuno (all’infuori della famiglia nessuno ne sapeva niente) tanto meno a scuola con i professori: sembrava un tema proibito, ma non ne capivo il perché. Devo però precisare che le scuole le ho fatte nella Romagna “rossa” e ho poi capito perché non se ne voleva parlare: era un tema che mandava troppo in fibrillazione gli animi. L’ignoranza sull’argomento esodo e foibe era incredibile.
Poi, col tempo, ho iniziato anch’io una ricerca che, insieme alla mia amica Sandra De Perini, mi ha portata a ripercorrere le strade dell’Istria, a cominciare dal percorso che a Umago mia nonna paterna faceva tutte le mattine per recarsi al lavoro. Gestiva un’agenzia di spedizioni navali: ho ritrovato la casa di famiglia e la porta del suo ufficio (incredibile, ma ancora riconoscibile!). Sandra mi ha fotografata in varie sequenze e ancora adesso quando rivedo quelle foto, specie l’ultima, quella di fronte al mare, penso a mia nonna che dall’ufficio guardava verso il porto. Chissà come avrà vissuto il momento in cui quel porto lo vide allontanarsi per l’ultima volta, scappando verso Trieste dopo che il marito venne preso di notte (eh sì, con violenza e di notte) e non più ritornato. Saprà poi che era stato infoibato. Inutile dire se era fascista o antifascista: era un italiano d’Istria e basta.
Su alcuni muri di vecchi negozi c’erano ancora, parlo di 8 anni fa, sbiadite, le insegne dei passati proprietari: dei cugini di mio padre di cui conoscevo i discendenti che ora abitano a Trieste e quando io e Sandra ci siamo informate per ricercare le tombe di famiglia, abbiamo trovato, da parte di una signora ben informata, prima, al mattino, una grande disponibilità, ma al pomeriggio, spaventata, sembrava non ricordare più niente e ci ha fatto capire che era meglio che smettessimo di farle domande.
Qualche anno dopo, sempre io e Sandra, senza la quale la mia ricerca non sarebbe neanche iniziata, siamo andate in giro per l’Istria accompagnate dal libro di Anna Maria Mori Nata in Istria (Rizzoli 2006) e ne abbiamo condiviso le riflessioni e il pensiero dell’autrice sul significato profondo di essere nata in Istria.
L’anno scorso, infine, facendo ricerche sempre sulla famiglia di mio padre, a Cittanova ci siamo imbattute in una chiesetta, probabilmente sconsacrata, dove erano accatastate delle vecchie panche in legno nero che ancora riportavano la scritta delle famiglie che le avevano donate alla chiesa (anni ’30/’40?) e c’era ancora impresso il cognome della mia famiglia come in alcune tombe del cimitero ormai abbandonate e dimenticate.
Nel libro Senza salutare nessuno vengono descritte situazioni a me molto vicine. L’autrice si pone domande, si documenta e riflette sull’“esodo” e questa sua ricerca è un inizio di storia vivente perché nata da un nodo personale e cerca di far capire i gravi fatti accaduti in Istria.
Io ho riflettuto sulle donne del ramo paterno della mia famiglia, ho riconosciuto la loro forza che è stata per me di grande esempio e ancora oggi continuo a cercare testimonianze, prevalentemente femminili, dell’esodo istriano: una parte della storia italiana ancora poco conosciuta quasi una calcolata mancanza di memoria collettiva.
Anche per questo sono grata a Silvia Dai Pra’ che ha scritto il libro e all’amica che me lo ha fatto conoscere.
Chiudo con l’ultimo paragrafo del libro Bora di Anna Maria Mori (Marsilio 2018), un’autrice a me cara: …“Lei è jugoslava”. “Veramente no: io sono italiana. Sono nata in Italia.” Un’illuminazione: “Ah già dimenticavo … Allora lei è profuga”.
E chissà perché la cosa “lei è profuga” faceva così ridere il professore, la professoressa, l’impiegata del comune o dell’anagrafe che me lo chiedevano.
A me veniva da piangere. Anche e soprattutto perché gli altri ridevano.
(www.libreriadelledonne.it, 8 febbraio 2020)
Désirée Urizio, appassionata di storia e originaria istriana, ha raccontato la sua ricerca in Raccontare l’esodo con l’aiuto di Simone Weil e un suo primo testo di storia vivente si può leggere in: La práctica de la historia viviente. Con un prólogo de María-Milagros Rivera Garretas (Español)
di Gloria Bagnariol
La teoria, sconfessata dal mondo scientifico, è utilizzata nei casi di separazione per dimostrare che i bambini che non vogliono contatti con un genitore sono in realtà plagiati. Tema di un convegno promosso dall’eurodeputato tedesco Buchner. I Verdi, gruppo a cui appartiene, si sono dissociati, ma per le associazioni in difesa dei diritti delle donne non basta: «È vergognoso dare credibilità a quella che è a tutti gli effetti una violenza istituzionale».
«Ho denunciato quest’uomo per abusi domestici più volte, non mi hanno creduto e non hanno creduto neanche a mio figlio. Mi hanno detto che era vittima di ‘alienazione parentale’, che lo plagiavo, in pratica. Lo Stato, dal quale ero andata in cerca di protezione, mi ha invece costretto a consegnare Federico, otto anni e mezzo, nelle mani del padre, un uomo malato, violento, che lo ha ucciso a colpi di coltellate durante una di queste visite obbligatorie. Erano dentro una Asl, un luogo che doveva essere protetto». Federico muore il 25 febbraio 2009, la madre, Antonella Penati, ha fondato la Onlus Federico nel cuore che combatte «questa spazzatura della sindrome di alienazione parentale (Pas)» dando supporto alle vittime, grazie anche al lavoro «di professionisti, come la perita e medica legale Maria Serenella Pignotti, da oltre vent’anni in prima linea contro la Pas». Il suo caso è arrivato alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Penati ha denunciato l’Italia per la mancata applicazione della Convenzione di Istanbul (sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne), e per la violazione dell’articolo 2 della CEDAW, la Convenzione contro le discriminazioni della donna. Strasburgo è la sua ultima speranza per trovare giustizia.
Nel frattempo a Bruxelles i sostenitori della Pas si sono incontrati nelle aule del Parlamento europeo. L’iniziativa è stata promossa dal deputato Klaus Buchner, un tedesco che siede nelle fila dei Verdi. Il gruppo politico si è dissociato: «È stato chiesto al deputato di rimuovere il logo del gruppo», mentre l’eurodeputata Alexandra Geese (sempre nei Verdi, ma con il partito tedesco Die Grünen e non nell’Odp come il collega) precisa: «Siamo sempre stati paladini dei diritti delle donne, non supportiamo questa iniziativa, ma è un deputato che esercita il suo libero mandato e il gruppo non ha nessuno strumento per impedirglielo, è una questione di democrazia». Un po’ poco per le associazioni in Italia che si dicono “offese” da questo incontro.
«Parlare di alienazione parentale significa parlare di una teoria priva di basi scientifiche che viene strumentalmente utilizzata per mitigare la potenza delle donne che hanno preso parola sulle violenze subite e che hanno svelato questo sistema di potere. Le loro voci ci obbligano ad ascoltare», dichiara Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, che aggiunge: «La nostra non è una posizione ideologica, è molto semplice da spiegare: se non c’è un criterio scientifico significa che non c’è un modo per distinguere chi è presumibilmente affetto da questa condizione e chi no, il giudizio è completamente arbitrario, affidato al perito che viene coinvolto. Assurdo che proprio il Parlamento europeo, dal quale sono uscite direttive a tutela delle donne, sia il teatro di simili incontri».
Durante l’iniziativa si sono alternati relatori dalla Germania, dall’Irlanda e dall’Italia, tutti d’accordo nel dire che è «arrivato il momento di eliminare i pregiudizi sulla Pas e fare finalmente chiarezza». Tra i dubbi sulla Convenzione di Istanbul «colpevole di non prendere in considerazione il diritto di famiglia», richiami alla politica “che non ascolta”, il messaggio si chiarisce con il discorso finale del co-organizzatore Riedmeier: «La politica sulla famiglia è fatta da donne, almeno in Germania sono loro a occupare posizioni di rilievo nei ministeri competenti, quindi è chiaro che favoriranno sempre le madri, lasciando i padri in secondo piano».
Il termine Pas è diventato obsoleto anche tra i sostenitori, cambia nome: madre oppositiva, genitore ostativo, relazione iper-tutelante, ma le pratiche rimangono le stesse. Secondo Marco Pingitore, psicologo e relatore nella conferenza di Bruxelles «non è corretto parlare di sindrome, non c’è una condizione medica, ma è un fenomeno psicologico esclusivamente riscontrabile all’interno del tribunale in un contenzioso di separazione». Pingitore è attento anche a sottolineare «che non si può parlare di alienazione nei casi di violenza sessuale. Se un uomo, ma anche una donna perché bisogna ricordare che i maltrattamenti possono esserci da entrambe le parti, è stato condannato in sede penale allora è chiaro che c’è una situazione pericolosa per il minore». «I professionisti della giustizia dovrebbero interrogarsi su quanto sono formati sulla violenza di genere prima di alimentare questa pericolosa teoria senza nessun fondamento scientifico – ribatte Ercoli -, nelle discussioni pubbliche si mantiene un tono neutro che maschera il vero progetto: silenziare le donne. Il nostro ordinamento protegge anche chi sceglie di non denunciare penalmente una violenza, ma sceglie di parlarne all’interno di un processo civile».
Che cosa è l’alienazione parentale
La teoria arriva dagli Stati Uniti con il medico Richard Gardner che sostiene la presenza di una sindrome nei bambini che vengono allontanati (alienati) da un genitore assumendo i giudizi e i comportamenti dell’altro. Secondo Gardner questi bambini devono essere “resettati” per recuperare il rapporto con il genitore che hanno rifiutato. Non c’è nessuna base scientifica a supporto di questo pensiero: l’Organizzazione mondiale della Sanità non la riconosce, non è considerata dalla American Psychological Association, non è nominata nel Manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali (DSM) che è la fonte per i disturbi psichiatrici riconosciuta in tutto il mondo. In Italia la Cassazione si è pronunciata ben due volte (Sentenze 7041/2013 e 13274/2019) per metterne in discussione la validità scientifica e l’applicazione in tribunale nei casi di affidamento dei figli.
«È come se si fosse sviluppata una psicologia giuridica, completamente distorta, che viaggia parallela a quella clinica» commenta Bruna Rucci, psicologa e psicoterapeuta, consulente di parte nei casi di Pas. «Nei tribunali c’è un pregiudizio estremo per la figura materna – continua Rucci – Nei casi civili la parola ‘violenza’ scompare e viene sostituita da ‘conflitto’. Una donna massacrata di botte, con le costole rotte, è un conflitto? Le donne non vengono credute, i loro consulenti, che dovrebbero tutelarle, chiedono invece di tenere un profilo basso, di essere conciliative. Sai a quante madri è stato chiesto di ritirare le denunce per violenza domestica per abbassare le tensioni durante l’affidamento dei figli?».
Quando una donna denuncia una violenza si scaglia contro “il sistema”, quel girone infernale di burocrazia che non ha nome e di fronte al quale ci si sente impotenti. Troppi e continui i casi di denunce ignorate «e anche se sul penale sono stati fatti dei passi in avanti, si ottengono dei provvedimenti, è sul civile che si gioca la partita della violenza di genere», dichiara Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Per Manente: «Quando hai un uomo maltrattante non ti liberi con la separazione, è lì che le minacce e le violenze si rafforzano. I figli diventano l’occasione per continuare a controllare ed esercitare potere sulla donna. Trovo assurdo che una donna che denuncia venga immediatamente sottoposta a una consulenza tecnica che deve valutare la sua capacità genitoriale, viene messa sullo stesso piano dell’uomo maltrattante. Sono processi dolorosi e gravosi, sotto tutti i punti di vista, anche quello economico: non solo la donna deve pagare il proprio consulente di parte per potersi difendere, ma è costretta anche a pagare la consulenza d’ufficio. Ma come fa una donna a denunciare quando deve sopportare tutto questo iter e sentirsi colpevolizzata in ogni momento?»
Cosa sta succedendo in Italia
Il dibattito sul tema si è acceso con il ddl Pillon che nel suo disegno di riforma del diritto di famiglia si poneva l’obiettivo di contrastare l’alienazione parentale, riconoscendo quindi legittimità a questo fenomeno. Il governo è cambiato, il decreto è nei cassetti della Commissione Giustizia, ma lo spettro dell’alienazione parentale non è stato archiviato. «Anche se il Pillon non è passato ogni giorno nei tribunali ci sono sentenze che applicano quei principi», dice Penati. Il tema è dibattuto anche all’interno della Commissione d’inchiesta per il femminicidio, presieduta dalla senatrice Valeria Valente: «Stiamo lavorando con un’indagine a tappeto per chiedere dati a tutte le istituzioni coinvolte. C’è un enorme sottovalutazione di quello che accade nei tribunali civili. Non possiamo permettere a chi crede in questa teoria a-scientifica di intervenire in queste sedi. È necessario formare tutti gli operatori e leggere il fenomeno della violenza di genere per quello che è: uno squilibrio di potere nel rapporto in cui l’uomo si sente in diritto di trattare la donna come un oggetto di sua proprietà».
(fanpage.it, 7 febbraio 2020)
di Franca Fortunato
Nel mentre tre donne, tre ricercatrici, Concetta Castilletti, Francesca Colavita e Maria Rosaria Capobianchi, a cui va tutto il mio (nostro) plauso, lavoravano giorno e notte per isolare il coronavirus e salvare vite umane, altre donne, da nord a sud, venivano uccise tra le mura di casa. In due giorni, quanto le ricercatrici ci hanno messo per isolare il virus, ci sono stati cinque femminicidi. Fatima, 28 anni, all’ottavo mese di gravidanza, è stata trovata morta soffocata dal marito, con i segni di calci e pugni su tutto il corpo. Rosalia e Monica, madre e figlia, 48 e 27 anni, sono state uccise dall’ex amante, suicida, della mamma perché non accettava la fine della loro relazione. Rosalia, 54 anni, è stata massacrata di botte dal marito per tre giorni fino alla morte. Il corpo di Speranza, 50 anni, scomparsa a metà dicembre, è stato ritrovato dietro indicazioni del fidanzato omicida che, condannato all’ergastolo per un omicidio, si trovava in regime di semilibertà. Lauretta, 52 anni, è stata trovata in una pozza di sangue, accoltellata dall’ex marito che ha tentato il suicidio.
Che cosa lega queste donne alle ricercatrici? Il comune desiderio di decidere liberamente della propria vita, di vivere per dare o salvare vite umane e non per dare la morte. I loro assassini sono gli stessi di sempre, mariti, fidanzati, amanti o ex, che temono o non accettano di essere abbandonati, non si rassegnano alla separazione e, dopo continue violenze, decidono di uccidere la donna che dicono di amare. Questo non è amore. Non c’è niente di istintivo, non c’è raptus, follia, dietro a un femminicidio, ma la volontà di dominio e di possesso. Altro che amore criminale, amore malato! Altro che “delitto passionale”, “raptus amoroso” con cui alcuni giornali e trasmissioni televisive continuano a raccontare i femminicidi! Sono uomini “comuni”, figli di quell’ordine sociale e simbolico patriarcale, consolidato storicamente dagli uomini, che le donne hanno fatto a pezzi, rivoluzionando i rapporti tra i sessi, dentro e fuori la famiglia.
La violenza sulle donne, di cui il femminicidio è l’atto estremo, è il segno più drammatico di quella rivoluzione. Gli uomini si sentono disorientati, confusi, minacciati dalla libertà femminile e non comprendono, invece, che può essere un’occasione per rendersi liberi da paure e condizionamenti, se solo imparassero a riconoscerla e ad accettarla. Moltiplicare le leggi, inasprire le pene, firmare convenzioni internazionali, non serve a niente, se gli uomini non cambiano. «La violenza non finirà mai – scrivevano nel 2006 gli uomini dell’associazione Maschileplurale – se non cambiamo noi uomini. La violenza contro le donne è un problema nostro, di noi uomini. Dobbiamo rendercene conto e farcene carico, perché non basta sentirci non colpevoli e condannare la violenza che fanno altri.» Da allora molti sono cambiati, grazie anche al lavoro di quegli uomini, ma non abbastanza da fare cessare né la violenza né i femminicidi (nel 2017 le donne uccise sono state 131, 135 nel 2018, 103 nel 2019). Se la libertà femminile ha continuato a diffondersi come un virus, generando il #Metoo e le grandi manifestazioni di donne, in Italia e in tutto il mondo, contro la violenza e i femminicidi, gli uomini, collettivamente, tardano a farsene carico e a responsabilizzarsi. La strada è ancora lunga, siamo solo all’alba di una “nuova civiltà” dei rapporti tra i sessi, la sola che può porre fine alla violenza sulle donne e ai femminicidi.
(Il Quotidiano del Sud, 6 febbraio 2020)
di Marisa Guarneri
Sette giorni, sette femminicidi la scorsa settimana e questa settimana va nello stesso modo.
Che cosa accade? Ci sono due aspetti a parere mio: l’inviolabilità del corpo femminile, è un principio basilare per poter affrontare la violenza maschile contro le donne e necessita di un percorso all’interno della consapevolezza di sé di ogni donna. Questo percorso e questa consapevolezza si stanno rafforzando e così la legittimazione che ogni donna si dà per sottrarsi alla violenza.
È questo il primo passo verso la libertà femminile. Molte donne stanno affrontando, pur correndo dei rischi, la scelta di rifiutarsi alla violenza. Quanto c’è intorno a loro è arretrato per stare al passo con queste scelte. Istituzioni, tribunali, questure e in generale i pacchetti di politiche contro la violenza sessista sono scomposti e poco coordinati. A cominciare dal Codice Rosso.
Le donne sono convinte e coraggiose in tutto il mondo ormai e si raccordano in grandi avvenimenti di piazza ovunque. Cosa frena ancora un cambiamento radicale delle relazioni uomo-donna: il rifiuto conscio e inconscio degli uomini di accettare il procedere della libertà femminile.
A costo di uccidersi. Le prese di posizione di alte autorità dello stato di questi giorni ci dicono che lo scontro è al suo massimo. La violenza contro le donne non esce però dalle considerazioni sulla emergenza. Gli uomini hanno la possibilità e l’occasione di riflettere sulla questione dell’inviolabilità femminile e di pensarla come un proprio obiettivo. Costruendo intorno azioni e modi di far politica che la mettano al centro.
I patti del passato simbolici e politici sulla legittimità dell’uso dei corpi delle donne sono scaduti. Pensiamo al me-too, dobbiamo vegliare sulle tecnologie e le invenzioni dell’oggi che servono a mascherare il protrarsi di questo patto.
(www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2020)
di Rula Jebreal
«Uomini, lasciateci essere quello che vogliamo»
Rula Jebreal al festival di Sanremo 2020
(Rai, 4 febbraio 2020)
di Maria Paola Fiorensoli
Care tutte e tutti che avete avuto la fortuna d’intersecare i percorsi d’affetto, di vicinanza politica e femminista, di ricevere da lei un consiglio, scambiare un’opinione, condividere le tante attività giornalistiche, culturali e politiche sempre accolt* nel suo vissuto con sua grande amicalità e dolcezza; che ne avete condiviso le tante battaglie per i diritti civili e politici dell’umanità e l’attivismo a favore delle donne nelle piazze, nel Governo Vecchio, nell’occupazione dell’ex Buon Pastore in difesa della cittadinanza femminile e nel Consorzio Casa internazionale delle donne, oggi Aps: Marina ci ha lasciato, ma solo visivamente. Con noi resterà sempre.
Le tante redazioni femministe che ha fondato e diretto, l’impegno giornalistico nel “Quotidiano dei lavoratori” e nelle testate cartacee, radiofoniche, telematiche femministe che ha in modo determinante contribuito a realizzare e/o ha ispirato – “Radio Donna”, “Quotidiano Donna”, “Paese delle donne” in Paese Sera, “Il Foglio de il Paese delle donne” e “paesedelledonne-on line” – nel suo lavoro giornalistico, professionista, speso in Rai e in altri luoghi di promozione delle politiche autonome delle donne, si sono arricchite del suo coraggio, della sua audacia e onestà intellettuale, della sua capacità di anticipare, mediare e risolvere le relazioni tra donne, tra gruppi e movimenti dei tanti cui ha partecipato, guardando al mondo. Che, da stanotte, è più povero.
All’infinito dolore di Stefano Semenzato, della loro figlia Paola, dei tanti parenti e amici e amiche, la sua Associazione “Il Paese delle donne” porge un pensiero di conforto e di cordoglio.
Ovunque sia andata, è in quella Città delle Dame in cui ha costruito castelli che non si sgretolano, strade che sfociano in piazze. Lei si è fatta guidare da Ragione, Rettitudine e Giustizia e ha reso alle altre ciò che ha imparato, ciò che ha sentito e vissuto. Un dono grande, generoso, iscritto nel materno, nel transgenerazionale, nel genere; un apporto indimenticabile.
Nella sua amata “casa rossa” di Castelluccio di Porretta Terme (Bo), sabato 1° febbraio si è svolto il saluto organizzato dalla sua famiglia. Il Paese delle donne, insieme a tutta la Casa internazionale delle donne, all’Udi nazionale, alla Wilpf-Italia, ai tanti luoghi cui è appartenuta, singoli e collettivi, la ricorderanno a Roma, in data da definire.
A Stefano e Paoletta, a Daniela, ai/alle parenti tutt*, un abbraccio forte, riconoscente e corale. Personalmente e a nome del Paese delle donne, un grazie infinto e tanta vicinanza.
(Il Paese delle donne, 4 febbraio 2020)
Marina Pivetta, nata a Venezia nel 1948, trasferita a Roma dal 1974, muore il 30 gennaio 2020. Per alcuni anni militante di Avanguardia operaia, giornalista de Il quotidiano dei lavoratori e poi di Quotidiano Donna, redattrice di Radio Città Futura e Radio Donna. Ha lavorato per tanti anni a Radio Tre della Rai.
Luisa Muraro: ma il passo avanti di conferire autorità alle donne non c’è stato
di Elisa Calessi
Nel 2004, quando uscì la Lettera ai vescovi sulla collaborazione tra uomo e donna, scritta dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, Luisa Muraro, tra le maggiori e più ascoltate teoriche femministe, ne segnalò l’importanza, in particolare dove si parlava di «collaborazione nel riconoscimento della differenza». Parola, “differenza”, che segna il suo lavoro di filosofa, scrittrice e femminista.
Da quel 2004, nella Chiesa, sono stati fatti passi avanti o no?
I rapporti fra le donne e delle donne con gli uomini hanno conosciuto dei grandi cambiamenti, addirittura rivoluzionari, secondo alcuni. La Chiesa ne ha risentito.
In bene o in male?
In bene, come si è visto recentemente nel Sinodo dell’Amazzonia. Il protagonismo femminile cresce in visibilità anche nella Chiesa cattolica. La risposta diventa, però, incerta se ci riferiamo all’istituzione Chiesa.
In che senso?
Il passo in avanti, a questo punto, poteva essere il conferimento di autorità a donne, alla luce del sole. Non c’è stato. I cambiamenti in meglio sono venuti dal basso e sotto la pressione di un mondo che sta cambiando per conto suo. Mi sembra cioè che, ad alto livello, prevalga la preoccupazione di andare d’accordo con una tradizione che ha, fatalmente, l’impronta del tra-uomini di potere.
Sta pensando al Papa?
Paradossalmente, fa eccezione e riesce a trascendere quest’impronta nella misura in cui si fa istruire dallo spirito del Vangelo. Questo traspare nella sua concezione della Chiesa, così come in tema di giustizia sociale. Nei confronti delle donne, il Papa ha dato prova di essere felicemente ispirato nel discorso ai partecipanti all’assemblea della Pontificia Accademia per la vita, il 5 ottobre 2017, dove ha indicato “un nuovo inizio” al rapporto uomini/donne: «Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore…».
Papa Francesco ha anche detto: «La Chiesa è donna, non maschio, non è “il” Chiesa». E ha aggiunto che «non si tratta di dare più funzioni alla donna», ma «di pensare la Chiesa con le categorie di una donna».
È un punto alto raggiunto dal Papa nella consapevolezza della sua parzialità antropologica, cioè di essere solo un uomo, essere umano di sesso maschile mancante dell’esperienza femminile. Il ricorso al genere grammaticale femminile della parola “chiesa” non è un espediente banale. Nelle parole del Papa io scorgo anche un suggerimento che rispecchia un vissuto personale: quando parliamo della Chiesa, dice, pensiamola come una donna e per questa via facciamo posto all’umanità che noi chierici non siamo, quella femminile. Peccato però per le parole sulle “funzioni” da dare, anzi da non dare, a donne. Sarebbe stato più sensato invitare se stesso e gli altri a liberarsi da un bel po’ di funzioni, di cariche.
Papa Francesco ha detto che “non si è fatta una profonda teologia della donna”. Il suo pontificato rispetto alla questione femminile ha aggiunto qualcosa?
Nella storia della Chiesa io non vedo una questione femminile. Vedo invece che le donne hanno fatto problema agli uomini a causa di circostanze storico-politiche (come il patriarcato) e culturali (come la misoginia). Ma il ragionamento è un altro. Si può parlare di una questione femminile se il traguardo è finirla con le discriminazioni a danno delle donne. Il traguardo della parità è ancora lontano anche nei Paesi che si ritengono più avanzati. E forse è un miraggio. Ma poco importa: la parità si trova in un orizzonte storico limitato, riduttivo anche rispetto al principio dell’uguaglianza. L’insegnamento del Vangelo trascende la parità o la capovolge, per cui si dice che gli ultimi saranno i primi.
A cosa devono puntare le donne nella Chiesa?
Ai cristiani è chiesta la santità personale, cioè la perfezione nella realizzazione di sé. E questo comporta, per l’essere umano in carne e ossa, sesso e desideri, di attingere e incarnare in maniera personale e originale il senso libero della differenza sessuale. Forse è questa la strada per arrivare a quella profonda teologia della donna che dice il Papa, una strada cioè che oltrepassa il neutro fintamente universale.
E quale è la “differenza” da rivendicare per le donne dentro la Chiesa?
Rivendicare? No, ho parlato d’incarnare in maniera originale e personale, senza imitazionismi né modelli prescritti.
Parlando alle donne consacrate, Papa Francesco ha detto che anche all’interno della Chiesa «il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servitù». E le ha invitate a dire “no” quando viene chiesta loro “una cosa che è più di servitù che di servizio”.
La constatazione di Papa Francesco è giusta e ancor più lo è il suo invito. Ma chi darà il necessario discernimento a un’umanità femminile educata a confondere l’amore con la subordinazione? Anni fa suor Marcella Farina, parlando alle Superiore generali riunite a Roma, le invitò a prestare attenzione al femminismo. “Ci riguarda, disse, perché parla alle donne e anche noi consacrate siamo donne”… Chi è suor Marcella Farina? Il catechismo parla dell’autorità carismatica che è dono dello spirito santo, dato anche alle donne. Marcella Farina è una di queste.
(Donne Chiesa Mondo, n. 85, gennaio 2020)
La copertina di questo numero è dedicata alle femministe cilene, la cui lotta contro le violenze e gli stupri, perpetrati pure da appartenenti alle forze di polizia, è diventata famosa e imitata in tutto il mondo. Apriamo con una lettera dal Cile dove da mesi perdura una rivolta contro le condizioni di povertà in cui le ricette liberiste hanno ridotto larghi strati della popolazione.
http://www.unacitta.it/it/articolo/1570-una-rivolta-dal-futuro
Chi accogliere e perché? Michael Walzer, parlandoci di internazionalismo e cosmopolitismo, di confini e di accoglienza, fa la lista di chi gli Stati Uniti devono accogliere e di chi possono accogliere, nonché la lista delle cose che noi non potremo mai accettare, malgrado la libertà culturale, da difendere, di ognuno: la mutilazione genitale, il matrimonio delle bambine, quello combinato, il fatto che un musulmano non possa stringere la mano a una donna.
http://www.unacitta.it/it/intervista/2717-internazionalismo-e-confini
Finora il disabile che compiva diciotto anni veniva abbandonato dallo Stato, con i genitori che si ritrovavano da soli a gestire la fase forse più ardua della vita del figlio o della figlia; da sempre la domanda “e dopo di noi?” non poteva non attanagliare ogni genitore. Ora una prima legge affronta il problema, che in fondo non è altro che quello della ricerca della massima autonomia possibile.
Per la Giornata della memoria pubblichiamo due interviste: una racconta di una rete di 550 aderenti, per lo più ebrei, sparsi per tutto il mondo ma accomunati dalla provenienza delle loro famiglie dalla Bucovina, che hanno un sito che raccoglie documenti, fotografie, racconti delle famiglie ebree travolte dalla Shoah; la seconda intervista racconta di uno strano museo di Sarajevo, chiamato anche dei giocattoli, che raccoglie testimonianze, fotografie, oggetti riguardanti la vita di chi è stato bambino sotto la guerra.
La caduta del sistema sovietico, incapace di sostenere il confronto con l’Occidente, invece di essere un’occasione per un nuovo ordine fondato su una convivenza pacifica multipolare, ha scatenato una conflittualità economica, commerciale e soprattutto militare, innanzitutto fra Russia, Cina e Stati Uniti e poi in tantissimi teatri regionali. In questo scenario frammentato e ingovernabile si è riaperta la corsa all’arma atomica ed è caduto il tabù di un suo uso, nell’indifferenza delle popolazioni. L’intervista è a Paolo Calzini.
Ricordiamo Anna Bravo, scomparsa nei giorni passati, pubblicando i ricordi, letti al funerale, di Franca Manuele e Fabio Levi e ripubblicando un’intervista molto bella, che ci rilasciò, sulla resistenza civile e sul ruolo delle donne nella Resistenza. Il sottotitolo recitava: “La resistenza civile non armata, grazie al primato dell’immagine dell’uomo in armi, non fu neanche studiata e lasciata in appalto ai cattolici, ma attraversò tutti gli schieramenti e coinvolse tanti cittadini. In particolare quella delle donne, a partire dal reticolo familiare e di vicinato, fu disconosciuta nello stereotipo della madre tutta sentimento. Un’etica della responsabilità che parte da un pensiero che sa scegliere, analizzare i costi-benefici della violenza, vedere l’individuo e non solo lo schieramento”.
Qui il link al sommario del n. 262 http://www.unacitta.it/newsite/sommari.asp?anno=2019&numero=262
(Una Città, 30 gennaio 2020)
Una serata appassionante sulle vicende dell’Istria ieri e oggi
di Cristiana Fischer
Care tutte,
voglio aggiungere qualcosa riguardo la serata di sabato 25 in Libreria, l’incontro con Silvia Dai Prà autrice del libro Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria. Per aggiungere due osservazioni. Preciso che sono nata a Trieste e che la famiglia di mia madre era di Trieste, con la sorella, mia nonna e le sue tre sorelle; la bisnonna era di Muggia. Il nonno veniva invece da territori che oggi sono austriaci. A Trieste ho fatto il ginnasio e nella piazza davanti al liceo ancora nel ’59 sostavano i profughi, si continuava a fuggire dalla Jugoslavia. Venivano osservati con una punta di derisione da noi ragazzine, per la loro aria smarrita ma anche un po’ proterva, di persone che si sentivano tradite e non protette dalla nuova Italia. Opinione proclamata ad alta voce dalla suocera della zia (la sorella di mia madre) fuggita anni prima, ma si trattava di una famiglia benestante e si erano inseriti bene a Trieste. Il leggero scherno per “i profughi”, nome collettivo per gli stralunati che sostavano in attesa di destinazione ad altri luoghi e altre case, dipendeva anche dal fatto che molte mie compagne erano ebree, portatrici di storie familiari con ben altre perdite.
Ecco la prima osservazione che voglio fare dalla zona di confine in cui vivevo, la guerra come insensatezza: razze e confini, prima inesistenti e con-fuse, erano state divise e separate. La forza e la crudeltà umana erano lo strumento servito a realizzare quelle immonde separazioni e tagli.
Qualche anno prima vivevo a Jesolo e nel ’56 arrivarono i profughi dall’Ungheria. Accolti benissimo in paese. L’Italia aveva perso, e l’Urss era fra i vincitori. La Jugoslavia chiusa e vicina era come l’Ungheria. Il vissuto comune della popolazione era innestato sul recente passaggio da una larga comunità italiana spesso bilingue (con slavi e tedeschi – vale anche per i greci, gli albanesi e gli arabi ma non in questa ultima guerra) con legami parentali geograficamente estesi, ora ristretta in confini più limitati, chiusi. Ogni atto che mettesse in discussione quella chiusura era sostenuto con favore.
(www.libreriadelledonne.it, 30 gennaio 2020)
di Giuliana Ferraino, inviata a Davos
«All’inizio del XXI secolo, tutte le montagne erano già state scalate, gli oceani scoperti, non rimanevano molte cose da trasformare in commodity, come aveva fatto il capitalismo industriale nella sua evoluzione. Così per fare profitti, dopo lo scoppio della bolla delle dotcom, le nuove aziende tecnologiche hanno individuato nell’esperienza umana la nuova materia prima da monetizzare: dai dati potevano estrarre i segnali per individuare i comportamenti futuri delle persone», sostiene Shoshana Zuboff per spiegare l’origine del «capitalismo della sorveglianza», che è anche il titolo del suo ultimo libro, pubblicato nel 2019. Ieri Zuboff, 68 anni, docente alla Harvard Business School, era a Milano, ospite di un evento organizzato da Kairos, la piattaforma del risparmio gestito che si autodefinisce anche «laboratorio».
«Il capitalismo di sorveglianza è alla base del nuovo ordine economico, che sfrutta i nostri dati personali senza chiedercelo. Ma questo è un furto, un’espropriazione dei diritti umani fondamentali», sostiene Zuboff. E chiama «parassiti» le grandi multinazionali digitali, che con i nostri dati rubati hanno creato «un nuovo mercato per scambiare i nostri comportamenti futuri». Prima riguardava solo la pubblicità targetizzata, oggi invece il fenomeno «è dappertutto: nelle assicurazioni, nel retail, nell’entertainement». Perfino nell’industria automobilistica, dove «l’auto non è più chiamata auto, ma è diventata un’esperienza di mobilità». Grazie ai dati. Anche la finanza ha sposato la tecnologia, tanto che si parla di tecno-finanza. Sono «settori simbiotici» e «il primo trae profitto dal potere della seconda», afferma Zuboff.
Guido Brera, cofondatore di Kairos e responsabile delle gestioni collettive della Sgr, offre la versione degli investitori: «Tassi a zero e l’enorme liquidità in cerca di rendimenti hanno spinto la finanza tra le braccia delle aziende tecnologiche, identificate come il luogo dove investire capitali pazienti, grazie a questo modello di business capace di vendere prodotti migliori a prezzo più basso, che elimina i concorrenti». Ma «c’è un costo da pagare», dice. «Il XXI avrebbe dovuto migliorare la nostra vita, ci hanno promesso che con i big data avremmo risolto molti problemi. Invece il capitalismo di sorveglianza ha preso in ostaggio il digitale, sfruttando l’enorme asimmetria della conoscenza: loro sanno tutto di noi, mentre per noi è impossibile sapere quello che fanno», spiega. Che cosa possiamo fare? «Come dice il mio amico premio Pulitzer per la storia, Thomas McCraw, le regole e la democrazia sono gemelle, le norme permettono la democrazia, la democrazia richiede regolamentazione. Dobbiamo capire a fondo il capitalismo della sorveglianza per poterlo regolamentare. Dobbiamo capire come si origina questa logica, per fermarla». Il rischio? Un nuova forma di disuguaglianza sociale, che Zuboff chiama «disuguaglianza epistemica», basata su «quanto loro possono conoscere e quanto possiamo conoscere noi».
La disuguaglianza epistemica si accompagna alla disuguaglianza economica. Perciò «abbiamo bisogno di un New Deal, come ai tempi di Roosevelt, per creare nuovi diritti, che attribuiscano agli individui il potere di decidere se vogliono diventare un dato, come e a che scopo». Cioè «un nuovo insieme di regole e istituzioni per fermare le catena di fornitura dei dati sul nascere. Ma anche per agire sul lato della domanda, «eliminando gli incentivi finanziari del dividendo della sorveglianza». Abbiamo messo fuori legge il commercio degli organi umani, dei neonati, degli schiavi, dovremmo anche dichiarare «illegale il mercato del futuro umano», conclude Zuboff. Ottimista, nonostante tutto. «L’Europa è più avanti: la legge sulla privacy non basta, ma è la migliore speranza per il futuro dell’umanità».
(La nuova disuguaglianza di Zuboff: «I grandi del tech sanno tutto di noi, noi nulla di loro», Corriere della Sera, 28 gennaio 2020)
Un dialogo tra Annarosa Buttarelli e Thanopulos
di Sarantis Thanopulos, Annarosa Buttarelli
Sarantis Thanopulos: «Uno dei punti forti del tuo discorso, Annarosa, è la critica al concetto di rappresentanza democratica così come è stata forgiata dalla cultura politica maschile: l’incarnazione simbolica della nazione/popolo nei suoi rappresentanti. La rappresentanza come incarnazione fa del parlamento una figura sostitutiva del Dio/Re, certamente eleggibile e revocabile, ma pur sempre esautorante, in varie misure e modi, i rappresentati. Giacché il problema di qualsiasi rappresentanza incarnata (indiretta) è che l’incarnazione in una persona o istituzione della volontà politica di tutti tende a disincarnare la loro esperienza di vita. Questo problema non si risolve con l’articolazione tra gli organi politici elettivi e le forme di democrazia diretta, assembleare.
È necessario piuttosto che il funzionamento dei primi come delle seconde riprenda le forme di dialogo che tessono le trame delle relazioni conviviali, dei piccoli spazi di incontro che rendono abitabili e sensati i grandi spazi della vita collettiva. Le forme del dialogo imposte dalla genealogia maschile della politica sono retoriche, mirano, tramite persuasione, al consenso. Una democrazia vera, fondata sul dialogare tra i sessi, deve ispirarsi alla conversazione femminile: essa non mira a convincere, ma sposta lo sguardo, lo spiazza e obbliga i dialoganti a continui riposizionamenti. Mi chiedo se la tua definizione della sovranità a radice femminile, nella regolazione degli scambi umani, come passaggio dall’essenziale al superfluo (saltando l’utilitarismo) non rifletta una qualità presente nel modo di conversare delle donne: cogliere il punto sostando nel piacere del ricamo, il dire che fa persistere il gioco dell’intesa senza preoccuparsi della propria “efficacia” persuasiva.»
Annarosa Buttarelli: «Nella conversazione politica tra donne non ho mai incontrato intenzioni persuasive, forse perché, come fai notare, la persuasione frequentemente ha un obiettivo utilitaristico che non disdegna la manipolazione della realtà e della verità. La comunità filosofica Diotima con cui lavoro ha un metodo dialogico circolare che ha come unico impegno di aiutare il nascere della verità soggettiva e dell’esperienza. Non a caso ci ispiriamo a Diotima, maestra di Socrate e forse maestra di una differente democrazia. Si tratta di un metodo rigoroso che potrebbe riportare la politica a fare i conti con la condizione umana quotidiana.
Benedetta Craveri ha chiamato “civiltà della conversazione” l’impresa delle Preziose che in Francia, nei loro salotti tra XVII e XVIII secolo, hanno cercato di “incivilire” la corte dell’epoca, popolata da nobili sciatti, violenti, incolti, manipolatori, capaci solo di tresche e di gozzoviglie. Le Preziose lo hanno fatto attraverso il rinnovamento del linguaggio e del modo di conversare. Non ci vedi un’analogia con le necessità di incivilire i maschi di oggi al potere? Stiamo parlando di una delle “potenze” femminili che riescono ad agire senza avere potere funzionale. Il tema della civiltà della conversazione ha diretto rapporto con la trasformazione delle pratiche della rappresentanza. Nella genealogia filosofico-politica femminile non c’è l’ambizione di “incarnare” le funzioni associate a posti di potere e di rappresentanza, non c’è la smania di appropriarsi personalmente di prerogative, di privilegi. Una possibile rifondazione sarebbe quella di imparare a parlare politicamente nella prossimità e nel “piccolo”, in modo da rendere diffusa la posizione di governo. Hannah Arendt aveva indicato qualcosa di simile a questa modalità interpretata come democrazia partecipativa. Ma la Arendt aveva sottovalutato una sua stessa lezione: bisogna coniugare il “prossimo” e il “diffuso” con il ripristino del senso dell’autorità. Per la precisione, sostengo che senza il senso dell’autorità di radice femminile, anche la democrazia partecipativa fallirebbe.»
(il manifesto, 17 gennaio 2020)
Contro l’eugenetica e l’antropocidio riaffermiamo con forza l’indisponibilità dei corpi e del vivente
di Silvia Guerini
Il 21 gennaio 2020 in Francia è stato approvato definitivamente al senato l’Art. 1 del progetto di legge sulla bioetica che riguarda le nuove norme per l’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale.
Per leggere e scaricare l’articolo di Silvia Guerini vai a: https://www.resistenzealnanomondo.org/necrotecnologie/biotecnologie/considerazioni-intorno-alla-nuova-legge-francese-di-bioetica-e-aperta-la-strada-alla-riproduzione-artificiale-dellumano-contro-leugenetica-e-lantropocidio-riaffermiamo-con-forza-lindisponib-2/
(www.resistenzealnanomondo.org, 23 gennaio 2020)
di Gad Lerner
L’impegno per ricordare la Shoah non ha fermato la nuova xenofobia. I testimoni hanno fallito? È la domanda del saggio di Valentina Pisanty I guardiani della Memoria
È un libro talmente scomodo – questo che la semiologa Valentina Pisanty dedica all’insuccesso dei Guardiani della memoria (Bompiani) sovrastati dal ritorno delle destre xenofobe – da lasciare interdetta l’autrice stessa. Siamo debitori a Valentina Pisanty di analisi efficacissime sul fenomeno del negazionismo della Shoah (L’irritante questione delle camere a gas, s’intitolava un saggio del 1998), e anche questo suo ultimo lavoro è meticoloso, severo, ben scritto. Però… c’è un però.
Forse non l’ho capito io, ma l’imbarazzante verità dell’assunto iniziale, quello che lei chiama “il plateale fallimento delle politiche della memoria degli ultimi vent’anni”, visto che “il razzismo e l’intolleranza sono aumentati a dismisura proprio nei paesi in cui le politiche della memoria sono state implementate con maggior vigore”, avrebbe imposto una conclusione che invece viene lasciata in sospeso. Non credo per reticenza, semmai per precauzione, Pisanty evita di indicare che cosa di diverso, in alternativa agli eccessi di ritualizzazione, avrebbe dovuto proporsi l’elaborazione collettiva di un evento catastrofico, solo parzialmente spiegabile, qual è stato lo sterminio di milioni di ebrei europei.
È significativo che in un saggio così attento alla cronaca recente – credo d’ora in poi davvero indispensabile – nel descrivere “l’avvento dell’era del testimone” e poi “la mercificazione del trauma” e infine “la saturazione della memoria”, con richiami sistematici a film, serie tv, spettacoli teatrali, dibattiti politici e cerimonie istituzionali, non si faccia cenno alla scelta del presidente Mattarella di nominare senatrice a vita Liliana Segre nel gennaio 2018. L’atto formale più solenne e di maggior risonanza compiuto in Italia per valorizzare la funzione della testimonianza e per diffondere una memoria condivisa della Shoah. Comprendo bene lo scrupolo morale di Pisanty, che mai si abbasserebbe a criticare “l’impegno civico dei sopravvissuti che hanno profuso energie alla condivisione delle proprie esperienze di deportazione”. Al contrario, è lei la prima a restare allibita di fronte alle “risate cattive”, alla “goliardia dell’Olocausto”. Basti per tutti l’intervento radiofonico da lei citato di Vittorio Feltri: “Gli ebrei rompono i coglioni da decenni con la Shoah”.
Il libro è dunque una critica sofferta, assai bene argomentata, allo “sproporzionato investimento simbolico che il culto della memoria carica sulle spalle dei testimoni” e, soprattutto, di chi si è assunto l’onere (arrogato il diritto?) di farne le veci. Cioè degli autonominati portavoce delle vittime, Guardiani per delega, peraltro mai ricevuta. Ora, io ho seguito con crescente interesse i capitoli in cui Pisanty descrive gli effetti indesiderati prodotti dalla “stanchezza del paradigma vittimario”. È tristemente vero che, assumendo il modello semantico della memoria della Shoah, sostitutiva delle grandi ideologie novecentesche, proposta come pietra angolare dell’etica liberale, europea e cosmopolita, si è ottenuto un effetto indesiderato: la moltiplicazione di memorie vittimistiche locali, spesso in contrapposizione alla tragedia ebraica, nel solco del tribalismo xenofobo. D’accordo. Concediamo pure che l’insorgenza dei nuovi razzismi, verificatasi senza che il culto della memoria riuscisse a preservarcene, dalla rivolta contro quella stessa memoria abbia tratto incoraggiamento. Lo dimostra la riesumazione di eroi nazionali antisemiti nell’est post-comunista, ma anche la denigrazione volgare di icone-vittime come Anne Frank nei nostri stadi di calcio.
Ma allora? Quali conseguenze dovremmo trarne? Ammetto di essere condizionato, nel mio giudizio, dal lavoro di raccolta delle testimonianze filmate dei partigiani viventi che insieme a Laura Gnocchi stiamo conducendo sotto l’egida dell’Anpi. Sappiamo bene che presi di per sé questi racconti, benché spesso eccezionali e commoventi, non possono sostituirsi a una rigorosa interpretazione storica. Vale anche per i testimoni della Shoah, ormai rimasti in pochi. Non penso certo che Pisanty proponga di considerarli inutili, o addirittura fuorvianti. La conseguenza da trarne è piuttosto un’altra, tutt’altro che limitativa: si tratta di riconoscere che, a suo modo, la memoria dei sopravvissuti rappresenta una forma di lotta politica e culturale. Che si lascia consapevolmente strumentalizzare a fini di giustizia e consapevolezza nell’oggi. Non è il caso di lasciarsi turbare da questo esplicito richiamo alla strumentalizzazione, perché di strumenti il nostro agire ha bisogno. Come è noto, la memoria della Shoah viene posta al servizio di due diverse cause: la legittimazione dello Stato d’Israele che, secondo alcuni discutibilissimi critici come Sergio Romano pretenderebbe addirittura di utilizzarla come “salvacondotto morale” nella sua politica di difesa. E in aggiunta, o in alternativa, la seconda “causa” che si propone la memoria della Shoah è il richiamo a stare dalla parte dei discriminati e dei profughi del mondo contemporaneo. Pur consapevoli dell’unicità delle sofferenze patite, testimoni come Liliana Segre e Piero Terracina vi si sono prestati consapevolmente.
La memoria non è mai scientifica, s’impone nella controversia e per questo suscita rigetto. È immersa nelle lacerazioni sociali e culturali che alimentano ostilità, nuove competizioni, revival di pregiudizi. Siamo grati a Valentina Pisanty per la lucidità impietosa con cui descrive questi meccanismi di contrapposizione. Ma, insieme a lei, non smetteremo di richiamarci all’insegnamento delle vittime.
Il libro. I guardiani della Memoria di Valentina Pisanty (Bompiani, pagg. 256, euro 13).
(La Repubblica, 23 gennaio 2020)
di Franca Fortunato
Ho incontrato Charlotte Salomon diversi anni fa, grazie al libro Charlotte Salomon – I colori della vita, della mia amica e critica d’arte Katia Ricci (ed. Palomar 2006). L’ho rincontrata giorni fa al Polivalente di via Fontana Vecchia, Catanzaro, alla presentazione del libro a fumetti Charlotte Salomon – I colori dell’anima, di Ilaria Ferramosca e Gian Marco De Francisco (ed. Becco Giallo 2019). Il mio primo pensiero è stato “ben tornata Charlotte”, ben tornata alla donna che, nell’epoca buia della Shoah, pur restando aderente alla realtà del suo/nostro tempo, ha saputo fare della sua arte, della sua creatività, la fonte della sua/nostra salvezza spirituale e umana, scegliendo di vivere intensamente fino all’ultimo giorno della sua vita, finita a 26 anni ad Auschwitz. Stessa sorte toccò al marito Alexander Nagler. Charlotte è nata a Berlino il 16 aprile 1917 da Franziska Grunewal, musicista, e Albert, medico chirurgo, entrambi ebrei assimilati. Era figlia unica ed ebbe un’infanzia serena fino a quando a nove anni la madre si suicidò, gettandosi da una finestra di casa. A lei, per proteggerla, fu detto che era morta per un’influenza. Soltanto dopo il suicidio della nonna, molti anni più tardi, il nonno le rivelò che anche la madre e altre quattro donne della famiglia si erano tolte la vita. Il padre si risposò con Paula Levi, cantante lirica, con cui Charlotte ebbe un rapporto molto intenso. All’avvento del nazismo, con l’emanazione delle leggi antisemite, dovette abbandonare il liceo. Dopo un viaggio con i nonni in Italia, dove rimase affascinata dalle opere di Michelangelo, decise di dedicarsi all’arte e nel ’36 entrò all’Accademia, anche se ebrea, perché il padre era un reduce di guerra. Dopo il pogrom della “notte dei cristalli” la famiglia la mandò a Nizza, dove si erano rifugiati i nonni. Con lo scoppio della guerra, dopo il suicidio della nonna, dopo l’internamento suo e del nonno per tre settimane nel campo di lavoro di Gurs nei Pirenei, Charlotte cadde in depressione ed è per uscirne ed allontanare da sé la minaccia del suicidio che dette inizio alla sua autobiografia illustrata, “Vita? o Teatro?”, lavorando moltissimo e in soli due anni (‘40-‘42) dipinse 1325 fogli che affidò all’amico dottor Moridis, dicendogli: “Ne abbia cura. Le affido tutta la mia vita”. Una vita raccontata, in immagini e parole, come un viaggio a ritroso nel tempo e nella interiorità, con sullo sfondo il clima torbido, crudele e insensato in cui le è toccato vivere. L’arte per Charlotte diventa, non evasione, non fuga dal reale, ma unica possibilità di sopravvivenza, di costruzione del proprio destino di donna, che ama e crea per salvarsi dalla trappola mortale dell’odio e della vendetta, in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla. L’arte l’ha salvata dalla depressione, dal vittimismo, dal rancore così come il disseppellimento di Dio dentro di sé ha salvato Etty Hillesum, la pensatrice ebrea olandese morta ad Auschwitz a soli 29 anni, un mese e 21 giorni dopo Charlotte, che ha saputo, attraverso la scrittura – ha scritto finché ha potuto, fino all’ultima cartolina gettata dal treno nell’ultimo viaggio per Auschwitz – confrontarsi con la sofferenza sua e di coloro che la circondavano. Come Charlotte anche lei non mirava a “salvare se stessa” ma a lasciare testimonianza di come uscire da un destino, deciso da altri, che si presentava ineluttabile e dare un senso universale alla sua vicenda. Charlotte lo fece con la sua pittura, Etty con la sua “scrittura del cuore” e la sua presenza nel campo di smistamento di Westerbork. Quando Charlotte fu uccisa nella camera a gas era incinta di quattro mesi, testimonianza di amore per la vita, di speranza e umanità salvata per sé e per noi.
(Il Quotidiano del Sud, 23 gennaio 2020)
di Stefania Tarantino
A proposito de «La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe». Un libro a cura di Chiara Zamboni con saggi di Ida Dominijanni, Lia Cigarini, Manuela Fraire e altre.
La psicoanalisi, rivolta al corpo e alla sessualità, indagava l’autocoscienza e l’origine del disagio Come si fa a cambiare il mondo senza cambiare la nostra soggettività? È questa la domanda che attraversa La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, a cura di Chiara Zamboni, (Moretti & Vitali, pp. 155, euro 16) in una fitta trama di voci che, nelle differenze timbriche e teoriche, sono riuscite a creare un unico spartito grazie agli interventi di Ida Dominijanni, Cristina Faccincani, Lia Cigarini, Manuela Fraire, Antonella Moscati, Annarosa Buttarelli, Riccardo Fanciullacci, Wanda Tommasi e della stessa curatrice del volume. Ripercorrere la storia di ciò che sta all’origine del femminismo della differenza sessuale italiano, significa ripercorrere la storia di un patto tra femminismo e psicoanalisi. Questo sguardo all’indietro è oggi necessario perché indagare il ruolo che l’inconscio ha avuto nelle pratiche femministe, a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, significa fare un lavoro essenziale a evitare la definitiva cancellazione della differenza sessuale a favore di una indistinzione sessuale che avanza. La psicoanalisi conserva un assetto patriarcale nel disconoscere il valore simbolico della madre e della libido femminile. Ha offerto però gli strumenti critici per individuare i meccanismi di potere interiorizzati, le identificazioni con i modelli dominanti, l’accettazione dell’ordine sociale e dei ruoli connessi sradicandoli. La destrutturazione dell’impianto psichico su cui questi meccanismi si fondano ha permesso la liberazione del desiderio e l’avvio a una capacità trasformativa del proprio sé.
La praticapsicoanalitica muovendo dalla manifestazione del sintomo psichico, operava uno scavo profondo all’interno della soggettività fino ad arrivare nella sede stessa delle rimozioni, nel luogo dei desideri repressi e socialmente respinti: l’inconscio. Risale al 1974 l’uscita del foglio edito dalla Libreria delle donne di Milano dal titolo Pratica dell’inconscio e movimento delle donne. Dallo scambio con le amiche francesi, in particolare Antoniette Fouque e Luce Irigaray, la pratica psicoanalitica divenne un sapere capace di imprimere una svolta radicale alla pratica politica delle donne. Si rivolgeva al corpo e alla sessualità e indagava l’autocoscienza esplorando gli effetti dei meccanismi inconsci che stavano all’origine dell’irruzione del disagio. Iniziarono a dare parola alla parte muta, censurata e rimossa della propria interiorità. Dalla messa in parola del loro vissuto doloroso e traumatico scoprirono la necessità di rielaborare lo schema edipico, la relazione con la madre, la linea di continuità tra personale e politico. Il conflitto era il presupposto imprescindibile di ogni cambiamento e la pratica dell’inconscio e dell’autocoscienza rappresentava il percorso per liberarsi dall’interiorizzazione del fantasma patriarcale.
Il partire da séera una chiave di svolta decisiva per smascherare la presunta oggettività dei saperi. La relazione di disparità o di affidamento era matrice trasformativa per le donne, apriva al riconoscimento dell’altra potenziandone la presa di parola. La centralità dell’esperienza femminile, così profondamente intrecciata al sentire e alle pulsioni passive, rendeva conto di una capacità di dislocazione del proprio sé nell’alterità esterna e interna al soggetto. Le femministe, attraverso un’appropriazione critica del metodo psicoanalitico, riuscivano ad analizzare in se stesse le trappole psichiche della coazione a ripetere e, in un confronto dialettico serrato tra interno ed esterno, tra conscio e inconscio, aprirono una breccia decisiva per la trasformazione della loro stessa soggettività. La conseguenza fu la necessità di una modifica del paradigma della politica. Tenere insieme ragioni e pulsioni, sfera privata e sfera pubblica, dimensione passiva e attiva dell’intelligenza, comportava l’assunzione di una consapevolezza inedita. La trasformazione del mondo passa sempre e solo attraverso una radicale trasformazione di sé. La posta in gioco era dunque quella di passare da una politica della forza e della gestione del potere a una politica del desiderio. Il salto qualitativo e simbolico richiesto era coraggioso e smisurato. Dire «politica delle donne», alla luce della consapevolezza guadagnata dal percorso della differenza sessuale, significava dichiarare l’abbandono definitivo del soggetto politico tradizionale.
Avere consapevolezza della differenza sessuale significava e significa ancora avere consapevolezza della propria parzialità di contro all’espansionismo e all’onnipotenza imperialistica e narcisistica dell’Io. Una testimonianza preziosa di tale parzialità è rappresentata dalla realtà del sesso materno femminile che opera dal di dentro un’esperienza di relazione originaria con l’alterità.
La differenza sessualenon è una differenza tra le altre, ma la differenza da cui tutte le altre differenze si generano. È questo a essere oggi sotto attacco. Attraverso la cancellazione della madre e della differenza sessuale femminile, si ritorna a un neutro che si considera non più solo soggetto ma oggetto di sé. La scommessa attuale di questo volume sta allora nel rilanciare la matrice originaria del pensiero della differenza strutturata sulla triade inconscio/differenza sessuale/ordine simbolico. Una matrice utile e preziosa proprio oggi. Con molta acutezza è segnalato il passaggio dalla «nevrosi patriarcale» alla «perversione post-patriarcale», un passaggio che suscita, o che dovrebbe suscitare, la necessità di porsi di nuovo la domanda sullo statuto della differenza sessuale alla luce della soggettività attuale. Come osserva giustamente Ida Dominijanni, il passaggio da un’economia psichica nevrotica basata sul desiderio inoggettivabile a un’economia psichica perversa basata sulla coppia prestazione/godimento in cui l’oggetto sta nella realtà al pari della merce, denota lo scollamento definitivo da tutto ciò che faceva da inciampo alla nostra presunta onnipotenza, fino a esonerarci da quel confronto dialettico che consentiva di inoltrarci nelle profondità del sé. Nella conformazione della soggettività autoreferenziale e narcisista dove tutto è superficie, l’alterità è sempre secondaria come lo è la profondità. Non è un caso che nell’evidenza di questo passaggio gli e le psicoanaliste rilevino la manifestazione di nuovi sintomi che sono una diretta conseguenza del narcisismo dell’io e della schiavitù inerente al godimento mortifero.
Nell’aut-aut che oggi viviamo tra sovranismo reazionario e neoliberalismo libertario, riscoprire la passione della differenza sessuale, nella sua carica politica sovversiva, potrebbe riaprire quello spazio transizionale e imprevisto in cui la mediazione femminile nel mondo può essere generativa di un altro ordine simbolico. Il conflitto originario nasce dal sesso, sostenerlo obbliga la scoperta di una creaturalità corporea consapevole che sappia, da quegli anni Settanta, operare una critica ancora più radicale ed esperta, un «moto» che veda e metta lo scandalo patriarcale al centro della politica.
(il manifesto, 23 gennaio 2020)
di Se non ora quando – Libere
Anni di impegno, finalmente il risultato: il “no” compatto del centro-sinistra a questa pratica
Lo
sosteniamo in tante/i da sempre: pronunciarsi sulle grandi questioni
della modernità è un dovere della politica e la maternità
surrogata è una di queste, forse la più importante. Che valore
diamo alla nostra umanità? Qual è la nostra idea di Progresso,
Limite, Libertà, Corpo e più importante di tutto: legittimare una
pratica simile come influenza la nostra concezione della maternità?
Esporsi su questo tema significa rispondere a domande non facili come
queste, sapendo che dalle risposte dipende il nostro futuro e la
possibilità di fare gravi passi indietro sul faticoso cammino verso
la piena libertà femminile.
Dopo anni di tentativi – tra i più
noti ricordiamo il Convegno internazionale “Maternità al bivio”
tenutosi presso la Camera; la conferenza stampa indetta dopo la
proposta di regolamentazione dell’ufficio nuovi diritti della CGIL; e
altri episodi meno conosciuti ma non meno importanti -, ci siamo
riuscite: l’attuale governo ha espresso un “no” compatto e
trasversale alla maternità surrogata.
Il sostegno è arrivato
dalla ministra Bellanova e da Matteo Renzi (Italia Viva), che si sono
detti disponibili a inserire la lotta alla surrogata nel programma di
governo; c’era già il netto no di Luigi di Maio (M5S) ed è
arrivata infine anche la dichiarazione di Nicola Zingaretti: “Nel
PD nessuno mette in discussione il divieto alla gestazione per
altri”. Si aggiunge il netto no di Carlo Calenda, benché non
faccia parte del governo. E tra le figure con cui da tempo lavoriamo
in accordo ricordiamo: Mara Carfagna e Beatrice Lorenzin.
Dietro
questo risultato, la lettera che abbiamo scritto insieme ad altre
associazioni, gruppi e singole/i ai responsabili dei partiti e dei
movimenti di centro-sinistra subito dopo la svolta del governo di
Madrid.
(http://www.cheliberta.it/2020/01/18/utero-in-affitto-una-battaglia-vinta/, 18 gennaio 2020)
Per leggere il testo della lettera vai a: http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallarete/no-allutero-in-affitto-lettera-ai-segretari-dei-partiti-di-governo/