di Ilaria Capua
La storia si ripete, anche con i virus. Dalla Sars a Ebola, all’influenza suina. L’emergenza da Covid-19 affonda le radici in fenomeni biologici e protende i rami verso il suo impatto sanitario, sociale ed economico. È un evento che ci scuoterà. In un pianeta globalizzato, interconnesso ed interdipendente, è chiaro che i fenomeni epidemici possono sfuggire di mano. Abbiamo già avuto delle avvisaglie, dalla Sars ad Ebola fino alla pandemia influenzale del 2009 H1N1 «suina», quest’ultima forse la più vicina a quello che stiamo osservando oggi. Il precedente più interessante ed emblematico riguarda il virus del morbillo, che deriva dal virus della peste bovina, il quale si è avvicinato all’uomo quando Homo sapiens ha addomesticato il bovino.
Ecco, io mi immagino circa diecimila anni fa, a un certo punto compare, come dal nulla, una malattia che inizia a colpire l’uomo con rialzo della temperatura e manifestazioni cutanee. Questo virus che fu il virus della peste bovina, divenuto poi morbillo, si è spostato a piedi, passo dopo passo con gli uomini infetti di allora, e circola nella popolazione umana da millenni. Il Covid-19 è stato generato dal punto di vista biologico da un fenomeno rarissimo, sostanzialmente non diverso da quello che vi ho raccontato, ma il nostro coronavirus però è divenuto pandemico nel giro di qualche mese. Covid-19 è figlio del traffico aereo ma non solo: le megalopoli che invadono territori e devastano ecosistemi creando situazioni di grande disequilibrio nel rapporto uomo-animale.
La differenza con i virus del passato, conosciuti o sconosciuti (quelli che circolavano nell’era pre-microbiologica) è la velocità della diffusione e del contagio. Bisogna però essere anche consapevoli che questo fenomeno biologico eccezionale, immaginiamo uno sciame virale che attraversa la popolazione della Terra, potrà essere caratterizzato da alcune sorprese che bisognerà gestire e che non siamo in grado di prevedere. La cosa che ci conforta è che praticamente tutte le specie animali suscettibili a coronavirus respiratori sono colpite da forme lievi, spesso delle vie aeree superiori. Lo studio comparato mi suggerisce anche che alcuni ceppi virali potrebbero in futuro causare forme enteriche nei neonati e nei giovani. Vedremo. Non mi sorprenderebbe di certo se il virus fra qualche tempo si mostrasse in grado di infettare animali domestici o selvatici, casi che andranno gestiti. Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, la fuoriuscita di un virus pandemico dal suo habitat silvestre e la sua diffusione globale che diventa un’onda inarrestabile, invade le nostre vite, le nostre case e i nostri affetti. È questo il Cigno nero che scuoterà violentemente il sistema? Lo vedremo. Quello che è certo è che questo virus ci terrà compagnia almeno per qualche altro mese.
(Corriere della sera, 7 marzo 2020)
di Simonetta Patanè
Il 9 novembre 2019 ho partecipato, presso lo Scup (Sportculturapopolare) di Roma, al primo incontro nazionale di preparazione verso il Forum mondiale delle Economie Trasformative che si terrà dal 25 al 28 giugno 2020 a Barcellona. Il Forum ha come obiettivo quello di “riunire tutti coloro che nel mondo si stanno organizzando, innovando ed esplorando nuove strade verso la costruzione di una società post-capitalista, al fine di conoscersi meglio, rafforzarsi e convergere verso una agenda della transizione globale”1. E’ stata una giornata di lavoro intenso a cui hanno partecipato più di 100 persone da oltre 120 realtà e 14 reti, provenienti da 15 regioni. Dopo un primo momento di presentazione e spiegazione dell’organizzazione tematica e della piattaforma con la quale interagire a livello nazionale e sovranazionale2 ci si è divisi in gruppi per conoscersi e cominciare ad individuare quegli aspetti e problemi caratterizzanti le esperienze italiane da proporre nel Forum di Barcellona. Sulla base dei risultati del lavoro dei gruppi sono state delineate nell’assemblea plenaria cinque macro-aree, ritenute altrettanti terreni di confronto e di riflessione per le economie trasformative, che costituiscono le linee guida per le discussioni e gli incontri locali che in ciascuna regione da qui a giugno si attiveranno nel percorso verso Barcellona. Tali macro aree possono essere riassunte nelle seguenti domande: in che modo le pratiche e le riflessioni all’interno delle economie trasformative si pongono nei confronti del modello estrattivista e rispetto alla crisi climatica che ne è la conseguenza? Che cosa hanno da dire relativamente al sistema di produzione industriale, anche nella sua forma 4.0 e ai modelli di consumo che esso innesca? Come interagiscono con il problema del debito e le disuguaglianze economiche? In che modo influenzano e riescono ad orientare le politiche territoriali? Come riescono a modificare stili di vita, valori e modelli culturali e in particolare, come contribuiscono a smantellare il sistema patriarcale? Durante la giornata, i racconti e gli scambi fra i partecipanti hanno evidenziato una grande consapevolezza rispetto alle capacità trasformative delle pratiche economiche agite, per le caratteristiche, ormai ben note, di radicamento sul territorio, di vicinanza ai bisogni delle persone, per la capacità di modificare stili di vita e valori culturali, per la connessione con la vita reale; è emerso, inoltre, il grande desiderio di assumersi e portare avanti tale processo di trasformazione verso una società post-capitalista, malgrado l’enormità del compito. Il desiderio unito alla coscienza del limite hanno prodotto un generale clima di serietà e concretezza, una lucidità intellettuale che ha consentito di individuare, accanto a questi elementi di forza, le difficoltà e gli inciampi e che ha portato a non eludere la domanda cruciale: cosa manca?
Per quanto riguarda le difficoltà, oltre ad alcuni problemi che spesso in questi contesti tornano ad essere evidenziati come, ad esempio, una certa debolezza strutturale data spesso dalle piccole dimensioni, la difficoltà di sostenersi economicamente e la conseguente necessità di fare rete e collaborare, piuttosto che competere, è emerso un rischio che sembra particolarmente avvertito negli ultimi tempi e che personalmente sento con una certa urgenza per essermene molto occupata nell’ambito del progetto Mag “Cooperiamo per il buon vivere comune”3, il rischio di farsi scippare i propri valori e il proprio simbolico: proprio perché questa economia funziona, vi è una rincorsa da parte di aziende capitalistiche e della finanza ad accaparrarsi quella fetta di consumatori, in costante aumento, sensibili e attenti alla qualità dei prodotti sia da un punto di vista relativo alla genuinità che all’eticità della produzione Questa rincorsa, che si traduce in un’offerta “di massa” di prodotti etichettati come sostenibili, ha come contraltare l’abbassamento della capacità critica, l’annacquamento dei contenuti, la perdita di politicizzazione. A me sembra che il pericolo di non cogliere il carattere specificamente politico dell’economia non profit sia piuttosto generalizzato a causa non solo di una insufficiente informazione, ancora troppo circoscritta all’interno del mondo dell’economia sociale e solidale e troppo scarsamente diffusa nel senso comune, ma anche di una abitudine di pensiero tanto radicata da essere ormai quasi inconscia e, quindi, acritica, in base alla quale la politica è solo quella fatta dai partiti e dai governi, quella della lotta per il potere, e l’economia è solo quella dal mercato che produce beni, servizi e posti di lavoro ma soprattutto cerca il profitto. In mezzo cista la società civile: quel variegato mondo della socialità e della solidarietà che si dedica al volontariato, alla cultura, alla beneficenza, o a qualche altra buona azione. Questo schema, in cui ciascuno è al proprio posto con un ruolo preciso, è un modo di pensare che dà sicurezza perché fa ordine e definisce la normalità. Peccato, però, che nella nostra epoca la realtà sia molto più in disordine di quanto lo schema suggerisca: tutto si è mischiato perché da tempo Stato e mercato vanno a braccetto, tanto che lo Stato ha smesso di prendersi cura degli interessi dei cittadini e di contribuire alla creazione di condizioni di vita dignitosa, e l’economia ha smesso di rispondere ai bisogni e ai desideri reali delle persone dedicandosi prevalentemente a giochi finanziari. Soprattutto, però, è la società civile che non sta più esattamente al suo posto, tra lo stato e mercato, perché e ha smesso di essere soltanto quella “parte” buona, generosa e solidale della società e ne è diventata il motore che la manda avanti e che può portarla altrove. Allora, gli incontri come quello del 9 novembre o come il Social Forum stesso, hanno proprio la funzione politica di togliersi dalla mischia, dall’intreccio con stato e mercato, di separarsi come facevano le femministe anni ’70, per collocarsi nella realtà, per prendere le misure e disegnare mappe4, per rendere evidente, cioè, il fatto che alla normale socievolezza che si instaura nelle associazioni benefiche e di volontariato, nei circoli sportivi o letterari, al desiderio di fare cose per sé insieme ad altri, si è aggiunto altro e questo altro è stato sottratto all’economia e allo Stato. All’economia è stato tolto l’orientamento al profitto affermando, nella pratica, l’idea che per rispondere ai bisogni umani attraverso la produzione di beni e servizi non è necessario l’arricchimento personale, né l’uso privatistico del profitto. Allo stato e alla politica istituzionale è stata tolta la delega, l’idea che qualcuno possa rappresentare qualcun altro, affermando, nella pratica, l’idea che la prima mossa politica sia partire da sé, dai propri bisogni e desideri, per scoprire poi, nel cammino, che si tratta di bisogni e desideri percepiti e riconosciuti anche da altri e altre. Ecco allora che il titolo del forum “Economie trasformative” tiene insieme questo aspetto di rimescolamento della dimensione economica, sociale e politica facendo delle organizzazioni non profit dei soggetti contemporaneamente economici e politici; sottraendo alla politica l’orientamento al potere, le restituisce il suo significato primario e profondo: trasformazione della realtà e accompagnamento dei processi che portano dal già conosciuto verso qualcosa che si desidera, si intravede, di cui si sente la necessità ma ancora non si conosce. Come può essere una società post neoliberista, infatti, non possiamo saperlo perché si comprende mentre la si prova a costruire ma è oggi possibile, tramite i racconti reciproci e il dialogo, delineare un orizzonte che orienti l’azione e un’agenda dei passaggi che si individueranno come necessari. Forse, però, sarebbe opportuno fare un ulteriore passo: accanto all’idea di una trasformazione della società che passa attraverso l’economia, bisognerebbe approfondire la riflessione intorno alle nuove istituzioni politiche. Se, infatti, guardiamo alla grande variabilità di pratiche che caratterizzano le economie trasformative non possiamo non cogliere quegli elementi di trasversalità che già operano in questo senso. Oltre al partire da sé, all’assunzione in prima persona della trasformazione, che implica il ritiro della delega e la superfluità del sistema di rappresentanza, vediamo che la pratica principale è l’autogestione in assenza di gerarchia con una modalità di presa di decisioni orizzontale, aperta e trasparente, in contesti organizzativi fluidi senza capi o leader ma con un senso vivo di riconoscimento della competenza e della capacità di ispirazione, il tutto legato a modalità relazionali in vista delle necessarie collaborazioni. Tutto questo parla già di nuove istituzioni politiche ma spesso, come è successo in questo incontro, quando si discute dei rapporti con le amministrazioni pubbliche, che siano gli enti locali o le istituzioni europee, mi sembra che si stenti a considerarne fino in fondo le conseguenze. Riconoscendo che i soggetti pubblici sono partner necessari alla realizzazione dei progetti in quanto erogatori di bandi e di fondi, non si va oltre il tentativo di individuare il tipo di relazione che è possibile instaurare con loro e si rileva come, soprattutto da parte degli enti locali, l’apertura e la disponibilità siano ingredienti fondamentali per realizzare le trasformazioni ma che, nella maggior parte dei casi, si trova sordità e incomprensione, quando non veri e propri ostacoli, soprattutto a causa di una burocrazia che con i suoi regolamenti, linguaggi e richieste diventa una cappa che soffoca. Allora, un passo forse va fatto nella direzione del riconoscimento di una profonda inadeguatezza delle forme istituzionali per come le conosciamo. I soggetti di economia trasformativa nel loro intreccio stanno già praticando una forma di organizzazione istituzionale e politica altra che supera i confini nazionali e che funziona per relazioni dirette: a Barcellona non andranno rappresentanti ma i protagonisti stessi del processo. Forse per fare il “salto”, per mettere a sistema l’economia non profit, sociale e solidale, dovremmo cominciare a chiederci: che cos’è questo altro modo di organizzazione politica? in che modo si possono intendere queste istituzioni come istituzioni pubbliche? Il concetto di pubblico può essere specificato da quello di “in comune? Ha senso oggi chiudere i popoli nei confini degli stati nazione? Ha senso in un periodo di economia globalizzata e di crisi climatica che la Foresta Amazzonica, gli oceani e i ghiacciai siano di proprietà di singoli stati o non dovrebbero essere considerati a pieno titolo “beni comuni”? La trasformazione dello stato nazione non potrà, d’altronde essere più utopistica della trasformazione dell’economia neoliberista: se ci si impegna su quest’ultima con grande desiderio e serietà, perché non impegnarsi anche su quest’ulteriore essenziale sfida?
(AP – autogestione e politica prima, trimestrale di azione Mag e dell’economia sociale, n.1/2020, gennaio-marzo)
1Costruiamo insieme un’agenda globale inclusiva di azioni politiche trasformative per cambiare l’economia (non il clima!); Appello internazionale a partecipare al World Social Forum on Trasformative Economies, http://transformadora.org
2http://forum.transformadora.org/assemblies/Italia
3In particolare nel ciclo di corsi sulla Responsabilità Sociale d’Impresa confluito nella pubblicazione Responsabilità sociale integrata: dalle imprese ai territori e ritorno, scaricabile al link http://magverona.it/prodotti-cooperiamo/
4 La mappa delle realtà che hanno aderito al primo incontro allo Scup, costruita in tempo reale il 9 novembre e continuamente aggiornata, può essere visualizzata al link http://umap.openstreetmap.fr/it/map/forum-sociale-economie-trasfromative-barcellona-20 386034#6/42.569/13.623
di Alice Cucchetti
Il pubblico generalista si è sintonizzato su Rai 1 ogni lunedì a guardare una produzione HBO che non ci ha chiesto di parteggiare per nessuno. Non è solo la storia di Lila e Lenù: è un’amicizia che ci riguarda tutti
Avete presente gli Archie Comics, i fumetti cui si ispira la serie Riverdale? In Italia sono meno noti, ma negli Stati Uniti sono famosi come i Peanuts, al punto che i nomi dei suoi due personaggi femminili principali, Betty e Veronica, servono immediatamente a identificare un preciso tipo di donna. Betty è bionda, fa la cheerleader, è la brava ragazza della porta accanto, un sogno a stelle e strisce anni ’50 di innocente perfezione. Veronica è bruna, sensuale, ha il fascino “esotico” di chi viene dalla grande città, è ricca, incostante, un po’ viziata e snob. In mezzo c’è il protagonista, Archie (lui i capelli ce li ha rossi): le due amiche nei fumetti se lo contendono continuamente, e lui è trascinato, di volta in volta, verso la rassicurante perfezione dell’America’s sweetheart e l’avventuroso fascino della femme fatale.
Ecco, Lenù e Lila non sono Betty e Veronica. Certo, la prima è bionda, la seconda è mora. La prima è timida, accomodante, poco loquace, più brava di quanto sembri a capire quello che gli altri vogliono da lei, e ad aderire al modello sociale che chi le sta attorno, di volta in volta, le richiede. La seconda è irruente, irascibile, consapevole della propria sensualità e di come usarla, testarda, impavida, decisa a piegare il mondo alla propria volontà, spesso incapace di tacere anche quando le converrebbe. Ma: il centro dell’Amica geniale non è un uomo (di qualsivoglia colore di capelli) che le due devono contendersi. No, nemmeno l’infido Nino Sarratore (grazie al cielo). Il centro dell’Amica geniale è qualcosa di più sfuggente, complesso, ambizioso, imprendibile, al punto che in pochi in tv – e in Italia, prima d’ora, nessuno – aveva avuto l’ambizione di provare a farne narrazione: la relazione tra due donne, quello che lega Lila e Lenù. La loro amicizia.
La seconda stagione dell’Amica geniale, conclusasi ieri sera, ha superato perfino la (già notevole) prima. Come le sue protagoniste, è maturata e ha acquisito confidenza col linguaggio e col pubblico. Il regista Saverio Costanzo ha avuto modo di lasciar filtrare, tra le riprese “piane” da fiction in costume, il proprio stile quasi psycho-horror (già dimostrato nei film La solitudine dei numeri primi e Hungry Hearts), per rappresentare la disperata claustrofobia in cui è intrappolata Lila (il profilo di Stefano dietro il vetro smerigliato o l’allungarsi distorto dei corridoi di casa Carracci non ce li dimenticheremo facilmente). I due episodi centrali, diretti dall’Alice Rohrwacher di Lazzaro felice e Le meraviglie, sono stati una parentesi d’inaspettata libertà, con il loro racconto dei fulgidi colori dell’estate e dell’adolescenza e uno snodo cruciale nella vita delle due protagoniste di efficace e struggente delicatezza. L’espediente che fin dall’inizio è stato il più contestato, la voce narrante di Alba Rohrwacher, è diventato un po’ meno invadente, è rimasto solo in quei momenti in cui le parole di Elena Ferrante erano necessarie a sciogliere i nodi più complessi della visione. Per il resto, conoscendo noi ormai così bene Lila, Lenù, il rione, essendo scivolati di nuovo con tale facilità tra la cadenza del dialetto e le bellissime note musicali di Max Richter, abbiamo sempre meno bisogno di didascalie. E il pubblico ha risposto, mantenendo alti gli ascolti, ben oltre i 6 milioni di telespettatori a serata, e questa è una vittoria che attendevamo come l’aria: che il pubblico generalista si sedesse ogni lunedì a guardare su Rai 1 una serie HBO, una serie con i sottotitoli, una serie il cui punto di vista è esclusivamente femminile e che ripercorre la storia d’Italia, il dopoguerra e, in questa stagione, gli anni ’60 del Boom, attraverso gli occhi di chi, quasi sempre, è stato in seconda fila, difficilmente protagonista, al massimo oggetto di desiderio [….]
Lenù e Lila non sono Betty e Veronica: non sono “tipi” di donne opposti l’una all’altra, modelli alternativi a cui scegliere di aderire, o da preferire. Sono, prima di tutto, personaggi complessi, molto più spessi di uno stereotipo bidimensionale, così veri che ci sembra di poterli toccare, o incontrare per strada. Sono un cumulo di contraddizioni, come chiunque di noi, e ogni loro scelta, ogni loro errore, ha una storia, un senso che dipende dal loro passato […]
E poi, più di tutto, L’amica geniale è la storia della loro amicizia. Pensateci, l’amicizia in tv e al cinema non è qualcosa che vediamo così spesso: in genere è una presenza, data per scontata, qualcosa che c’è e basta, oppure di punto in bianco non c’è più. Ma un’amicizia come quella tra Lila e Lenù è qualcosa di vivo, multiforme e, ancora una volta, complesso. È uno specchio in cui si riflettono l’un l’altra, è allo stesso tempo competizione e reciproca stima e desiderio di protezione, è il vero motivo per cui Lenù si laurea con 110 e lode e Lila continua a cercarsi nei libri invece di cedere al conformismo. Sta tutto nel titolo: Lila e Lenù sono l’amica geniale l’una dell’altra (Lenù riconosce Lila come tale fin da piccola; Lila dice a Lenù: «Tu sei la mia amica geniale, devi diventare più brava di tutti, maschi e femmine»), e in quel corrersi incontro sorridenti nel prefinale dell’ultimo episodio di questa seconda stagione, in quel riconoscersi e ritrovarsi, c’è tutto il senso di questa smisurata storia. E c’è il nostro fare il tifo, non per l’una o per l’altra, ma per loro.
(RollingStone, 3 marzo 2020)
È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2019 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (184 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it
di Franca Fortunato
Aleksandra Kollontaj (1872-1952), la femminista rivoluzionaria russa, nel 1921 alla Conferenza internazionale delle donne comuniste fissò la Giornata internazionale delle donne all’8 Marzo per ricordare una manifestazione di donne a Pietrogrado contro lo zarismo, con cui si avviò la prima fase della Rivoluzione russa. Era il 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano, in vigore allora in Russia, ma nel calendario gregoriano vigente nei paesi dell’occidente corrispondeva all’8 Marzo. È quanto scoprirono con stupore le donne dell’Udi (Unione donne italiane) nel 1987 e che resero pubblico con il libro 8 Marzo. Storie, miti riti della giornata internazionale delle donne di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, ed. Utopia. Scoperta sorprendente, frutto di una ricerca storica, lunga, accurata e meticolosa. Il libro suscitò scandalo e polemiche perché in Italia, e solo in Italia, a partire dal 1952, nel clima della guerra fredda, si era cominciato a raccontare che a scegliere la data dell’8 Marzo fosse stata Clara Zetkin nella Conferenza internazionale delle donne socialiste a Copenaghen nel 1910, perché in quello stesso giorno, due anni prima, nel 1908 a Chicago, alcune operaie in sciopero morirono in un incendio nella fabbrica dove il padrone le aveva chiuse. In verità, in quella conferenza, la Zetkin propose la Giornata internazionale, visto che già da tempo, in date diverse, dagli Stati Uniti ad alcuni paesi europei, si celebrava la giornata della donna con manifestazioni per il suffragio femminile. Ma, la proposta, allora, non fu neppure discussa e nelle carte dell’Internazionale non c’è traccia dell’incendio, per il semplice fatto che non era ancora accaduto, visto che avverrà l’anno dopo, nel 1911. Fissata la data nel 1921, di cui l’anno prossimo ricorrerà il centenario, fu 8 Marzo per tutte dall’Oriente all’Occidente. Per l’8 Marzo 1946 le donne dell’Udi di Roma scelsero come simbolo la mimosa. Allora si inaugurò l’abitudine delle cene di sole donne. Fino agli anni ’80 a tenere vivo l’8 Marzo sono state solo le donne della sinistra, poi è diventato, sempre più, la Giornata di tutte le donne, fino ad arrivare allo sciopero globale, di questi ultimi anni, contro la violenza maschile sulle donne, con imponenti manifestazioni in tutto il mondo. La Giornata è arrivata sino a noi ma non il nome della donna che la istituì. È tempo di restituire il dovuto riconoscimento ad Aleksandra Kollontaj, una donna che seppe lottare e patire per la libertà sua e delle altre, tenendo insieme la lotta di classe e quella per il cambiamento del rapporto tra i sessi, dentro e fuori la famiglia. “Ho organizzato la mia vita privata – scrive nella sua Autobiografia a cura di Iring Fetscher, ed. Feltrinelli 1977 – secondo criteri miei personali, senza cercare di nascondere le mie esperienze d’amore”, quell’amore cercato, voluto, desiderato ma che ogni volta gli uomini, a partire dal marito, trasformano in “possesso” e in “gabbia” da cui lei non può che fuggire. Nessuna rivoluzione ha futuro – come non l’ha avuto in Russia – senza il cambiamento dei rapporti tra i sessi, dal privato al pubblico. Se solo l’avessero ascoltata! Osteggiata, non capita, dai suoi stessi “compagni”, rivoluzionari nel pubblico e oppressori patriarcali nel privato, non aspirò mai al potere e quando l’ebbe lo usò per la emancipazione e liberazione delle donne. Non esitò a lasciare tutto, quando la rivoluzione prese una strada da lei non condivisa e criticata. Morì nel 1952 a Mosca, sola e dimenticata, anche dalle donne.
(Il Quotidiano del Sud, 5 marzo 2020)
di Vita Cosentino
Sono contenta di presentare L’Economia è cura di Ina Praetorius in un luogo storico di Milano, come è la Casa della cultura, perché penso che le riflessioni teoriche e politiche di lei ci possono veramente aiutare in questo momento di forte disorientamento, con il pianeta vicino al collasso e una transizione inevitabile verso qualcosa che ancora non conosciamo. La crisi ambientale, infatti, è sempre presente al suo pensiero, anche quando parla di economia o di teologia o di altro ancora.
Il rapporto con la libreria delle donne di Milano è di vecchia data ed è un rapporto speciale – anche se a distanza – di scambio politico e teorico. La rivista Via Dogana è stata la prima ad introdurla in Italia nel 2002, e in seguito le ha dedicato un quaderno, Penelope a Davos (2011). Per parte sua Praetorius nel saggio Ripensare tutto fin dall’inizio, a cominciare dal quotidiano dice di essere stata “ispirata” da quelle che nel suo ambiente vengono chiamate “le italiane”. «Ho appreso da loro – dice – che è possibile e necessario passare quella soglia, che sembrava invalicabile, dell’ordine patriarcale per approdare a un nuovo inizio del pensiero» (in Il pensiero dell’esperienza, 2008, p. 72).
Oggi possiamo constatare, discutendo questa sua opera, che quel “nuovo inizio del pensiero” è andato molto avanti e siamo noi qui in Italia a imparare da lei.
Con Adriana Maestro ci siamo divise i temi: lei, che ha tradotto, curato e introdotto ottimamente il volume, vi ha illustrato la tesi principale del libro; io mi sono riproposta di trattare due elementi che definirei di sfondo.
Il senso e la generatività di una postura post-patriarcale.
Praetorius in ogni occasione si definisce una pensatrice post-patriarcale e il tema di un nuovo inizio è ricorrente nei suoi scritti, perché – come dice – ha varcato una soglia e si trova dall’altra parte. Ha acquisito distanza e punto di vista e non è invischiata in una posizione contro che, come si sa, in qualche modo partecipa sempre di ciò a cui si oppone. La sua personale posizione offre invece la possibilità di una diversa dislocazione mentale, pone in un’altra prospettiva.
Ora come questa postura post-patriarcale può riorientarci per affrontare il presente?
Luca Mercalli, in un recente articolo, fa notare che siamo in grado di pensare alla fine della vita sul pianeta, ma non siamo in grado di pensare alla fine del capitalismo (AREL La rivista 3/2019). Quando l’ho letto, l’ho sentito subito vero e da approfondire perché si sta rendendo sempre più evidente – ne abbiamo parlato nel numero di Via Dogana 3 online, Crisi ambientale: i nodi al pettine (dic. 2019) – che non ci sarà un’effettiva transizione ecologica se nello stesso tempo non si andrà oltre il capitalismo.
Ho trovato una credibile spiegazione di quella difficoltà nelle riflessioni di Guido Viale. Sia in un articolo del Manifesto (La radice del patriarcato e il concetto di proprietà privata, 20/11/2018) che nel suo libro Slessico familiare (2017), mette in evidenza il nesso indissolubile tra il patriarcato e tutte le realtà pervasive come proprietà, dominio, sfruttamento, e mostra come il patriarcato sia il fondamento «di tutte le forme che quelle realtà hanno assunto nelle diverse fasi della storia, compreso il capitalismo finanziario, estrattivo e predatorio attuale». La radice del patriarcato è la proprietà dell’uomo sulla donna. Questo è il modello di tutte le altre forme di proprietà, nel succedersi delle civiltà, come la proprietà degli schiavi, dei campi, dei mezzi di produzione, della conoscenza. Secondo Viale queste radici sono molto profonde e impediscono di prospettare e praticare «una vera alternativa a una società il cui fine ultimo è l’acquisizione di reddito, ricchezza o potere, come condizioni irrinunciabili per conservare in qualche forma una proprietà degli uomini sulle donne.»
Le parole di Viale rappresentano un’importante presa di coscienza maschile perché dicono esplicitamente che, soprattutto nelle menti maschili, questo è il segreto impedimento a pensare la fine del capitalismo. Ne consegue che sradicare quelle radici è anche il possibile punto di leva per il cambiamento. Da qui l’importanza di tenere in conto le idee di pensatrici post-patriarcali come Ina Praetorius e di assumere la sua postura che è generativa di pensiero e di pratiche. Secondo lei il pensiero post-patriarcale comincia «nel momento in cui il lavoro costruttivo di dare forma a un nuovo ordine simbolico diventa più importante della critica», e si smette «di sentirsi in primo luogo vittime del sistema contro il quale scagliarsi con furia ma, tutto sommato, senza alcuna speranza di cambiarlo» (in Penelope a Davos, p. 41).
Quando si tratta di una pensatrice dichiaratamente femminista ci sono almeno due ostacoli interiori: che sia una cosa solo per donne; che siano idee e proposte che escludono in qualche modo gli uomini.
Su questo Praetorius è molto chiara e nel saggio Penelope a Davos si prende la briga di rivisitare con occhi nuovi la figura di Penelope togliendola da quell’immagine di moglie esemplare, che aspetta il marito in obbedienza a una norma patriarcale. La rappresenta come una donna intelligente e scaltra che aspetta Ulisse «perché ha buoni motivi di nutrire fiducia in quell’uomo». Penelope ha sì la stanza della tessitura in cui tesse e disfa e parla con le altre donne, ma è in attesa di qualcosa che succeda fuori dalla stanza.
La pensatrice post-patriarcale sa che un nuovo inizio è possibile solo se riguarda entrambi i sessi. Per questo dice: «Sappiamo infatti, che non è possibile dare forma al nuovo ordine senza che anche l’altro sesso desideri un futuro diverso e si trasformi per amore del mondo, da guerriero assetato di potere in qualcosa di nuovo. In che cosa? È ciò che vogliamo sapere, noi tessitrici di oggi, come voleva saperlo Penelope» (p. 68).
L’immaginario e le modalità del cambiamento
Il cambiamento radicale immaginato da Ina Praetorius è profondamente diverso da come è stato pensato finora secondo lo schema dell’evento eccezionale – che sia rivoluzione o crollo – che mette fine a un certo ordine a cui segue l’instautazione di un nuovo ordine.
Ne parla esplicitamente nel saggio Dalla parità al dare forma al mondo quando dice: «Il concetto di trasformazione esprime a mio parere nel modo migliore che cosa sta a cuore alla maggior parte delle femministe. Soltanto poche desiderano una rivoluzione secondo l’accezione comune del termine. Noi non vogliamo violenza né spargimento di sangue, perché amiamo troppo la vita reale nel mondo» (in Penelope a Davos, p.34).
Io condivido in pieno la sua posizione, essendo io stessa arrivata a un’intuizione simile quando ho proposto sulle pagine di Via Dogana di pensare il cambiamento come metamorfosi (Che cosa tenere che cosa buttare, in Via Dogana n. 103, dic. 2012).
Praetorius ha in mente una modalità differente di cambiamento e per articolare il suo ragionamento riprende la teoria del cambio di paradigma introdotta da Thomas Kuhn nel suo libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1969). Nel volume che presentiamo, Praetorius vi fa riferimento sia nell’introduzione che nella sezione intitolata Dal post-dicotomico Durcheinander a un paradigma differente.
Ho ripreso in mano la teoria di Kuhn e secondo lui le rivoluzioni scientifiche «si considerano come quegli episodi di sviluppo non cumulativi sui quali un vecchio paradigma viene rimpiazzato completamente o in parte da uno nuovo e incompatibile»(p119). Sono precedute da una sensazione crescente di cattivo funzionamento che porta a una crisi. Si arriva a un punto in cui “le anomalie” (cioè i problemi non risolti) si presentano all’interno del paradigma funzionante fino a quel momento, rendendo necessaria la formulazione di nuovi assunti che superino le possibilità contenute nel paradigma corrente.
Questa è in estrema sintesi la teoria del cambio di paradigma in Kuhn e la grande novità di questa strada per il cambiamento è rappresentata dal fatto che un paradigma cambia dall’interno e non è un’idea decisa a tavolino da qualcuno. Per l’autore le rivoluzioni scientifiche modificano il concetto che si ha del mondo e l’accoglienza di un nuovo paradigma «spesso richiede una nuova definizione di tutta la scienza corrispondente». (p. 132)
È a partire da questa idea del cambiamento che Praetorius affronta la scienza economica, che è oramai il fondamento delle nostre società. Parte dall’anomalia crescente che è sotto gli occhi di tutti. Mostra infatti come l’economia – che si è proposta come scopo di «soddisfare il bisogno umano di preservare la vita e la qualità della vita» – perde sistematicamente di vista la metà di quello che essa stessa ha definito il proprio oggetto di ricerca, quando ruota ossessivamente intorno al denaro e non considera tutte quelle attività gratuite legate alla vita che avvengono nella sfera domestica. In questione non è la monetizzazione di quelle attività, riducendole in tal modo al mercato, quanto piuttosto di allargare l’oggetto di studio dell’economia «perché combaci con la definizione che si è data». «Includere le attività non pagate in una scienza che non si risolve più solo intorno al denaro può avere ripercussioni utili e pioneristiche nella risposta alla questione se effettivamente non esista una alternativa a questo meccanismo della retribuzione, come correntemente si afferma» (p.77).
Il ri-centramento dell’economia cambia le priorità e crea ordine nel pensiero. In La vita alla radice dell’economia Praetorius afferma di: «porre al centro ciò a cui spetta il centro, spostare al margine ciò a cui spetta una posizione marginale». (p. 17). Nella sua analisi il mercato smette di essere al primo posto e assume di nuovo il suo ruolo di sistema secondario di scambio e di distribuzione delle eccedenze.
Su questi temi, Praetorius sa di essere all’interno di una ricerca corale e dedica l’ultimo capitoletto – dal titolo Care Revolution: la rivoluzione della cura – ai movimenti e alle situazioni che già si pongono in questo orizzonte. È tuttavia consapevole che «oggi ci sono molti movimenti ma ancora non si può parlare di un’irruzione di un nuovo paradigma scientifico che ponga (di nuovo) al centro gli esseri umani» (p. 44). Quindi la strada è aperta ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Siamo a metà del cammino – così dice.
Mi interessa sottolineare che nella sua impostazione cambiare le priorità in economia, cioè mettere al primo posto i bisogni primari e al secondo posto il mercato, costituisce un orientamento politico che si può applicare in ogni situazione, trasformandola. Un esempio convincente di cui parla in più occasioni riguarda negli anni ’90 del secolo scorso la lotta delle insegnanti svizzere di applicazioni tecniche ed economia domestica perché il loro lavoro era minacciato da una riforma scolastica che voleva abolire queste materie, per sostituirle con ore di inglese e di informatica. In quella lotta, Praetorius ha spostato il piano dalla difesa sindacale a quello del senso e delle priorità nel vivere, con approfonditi ragionamenti che hanno portato le insegnanti alla vittoria e i responsabili cantonali dell’educazione ad impegnarsi a valorizzare le «competenze di esserci»da lei proposte. In un importante discorso rivolto a quelle insegnanti – primo articolo pubblicato su Via Dogana n. 60, La filosofia del saper esserci (2002) – l’autrice oppone all’attuale primato dell’economico per cui sono importanti solo l’inglese e il computer, l’importanza fondamentale delle arti del vivere, che sono ancora considerate come affari di donne, quindi private e non pubbliche. Nella scena pubblica, secondo la visione (maschile) del mondo che è invalsa fino ad ora, agire significa un fare sistematico, razionale, verso determinati obiettivi. Ina Praetorius obbietta che in realtà gli esseri umani funzionano in questo modo solo quando effettivamente producono oggetti, ma che questa è solo una minima parte dell’agire umano. Propone la competenza di esserci e di farne una filosofia. Esserci significa l’insieme della nostra esistenza, dalla nascita alla morte con tutto quello che ne fa parte, giovinezza, malattia, libertà, bisogno, debolezza, forza.
(www.libreriadelledonne.it, 21 febbraio 2020)
di Gabriella Dal Lago
Nella vignetta uscita sul «The Guardian» a inizio gennaio, il fumettista e illustratore Tom Gauld propone la parodia del dialogo tra Jo March e il proprio editore a cui assistiamo in una delle scene del film di Greta Gerwig. La striscia, intitolata proprio «Jo March riceve alcuni consigli dal proprio editore», è divisa in tre riquadri: nel primo, un signore con la barba e gli occhialetti regge in mano il manoscritto di Piccole donne e asserisce «Se il personaggio principale è una ragazza, accertati che per la fine del libro sia sposata. O morta»; nel secondo riquadro, una ragazza con i capelli corti e un abbigliamento maschile alza il dito indice con una divertita aria di sfida chiedendo «O entrambe le cose?», mentre un baloon che proviene dalla direzione in cui sappiamo essere seduto l’editore riporta la risposta dell’uomo, un titubante «Ehm… certo». L’ultimo riquadro della striscia di Tom Gauld, privo di dialogo, raffigura il manoscritto da cui è stato cancellato con la penna rossa il titolo Piccole donne e sostituito con, sempre in rosso, la nuova alternativa L’attacco delle spose zombie.
Rileggere i quattro libri di Piccole donne di Louisa May Alcott nel 2020, a parecchi anni di distanza dalle letture dell’infanzia, offre l’occasione di guardare da una nuova prospettiva un testo in cui solitamente si resta imbrigliati, attaccati a reminiscenze che si accompagnano a delusioni ancora brucianti e passioni non sopite per le avventure delle giovani sorelle March. Non solo: rileggere Piccole donne nel 2020, sull’onda di un discorso femminista che tocca cultura, letteratura, cinema, politica, diventa un modo per orientarci, per capire dove stiamo andando e da dove siamo partite. Soprattutto, ci interroga su come porci nei confronti di un classico della letteratura per ragazze che ha formato, in maniera radicale o anche solo tangenzialmente, moltissime generazioni. Il proposito è quello di affrontare la rilettura con una lanterna tra le mani che non ci porti a cercare qualcosa che nel libro non c’è, ma che ci porti a vedere con più chiarezza quello che nel libro c’è sempre stato, e che oggi guardiamo con occhi nuovi.
L’adattamento cinematografico scritto e diretto da Greta Gerwig inizia con una Jo March adulta, alle prese con la propria scrittura e il tentativo di farne un mestiere, e procede poi con una serie di salti temporali che intrecciano tra loro Piccole donne e Piccole donne crescono. La figura di Jo March si sovrappone a quella di Louisa May Alcott (è quello che accade anche nella vignetta di Gauld, che cita appunto Gerwig): il film inizia e finisce con la prima copia data alle stampe di Piccole donne e firmato Jo March. Se la sovrapposizione tra la protagonista dei romanzi e la loro scrittrice è così esposta nella scelta di Gerwig, il gioco di specchi e di riflessi tra Jo e Louisa è una tensione essenziale all’interno dei quattro libri delle Piccole donne, tensione che viene resa ancora più evidente dalla lettura della biografia di Alcott scritta da Martha Saxton nel 1995, e pubblicata in Italia nel 2019. Jo incarna la battaglia di Louisa per diventare buona (aggettivo che più volte trova il sinonimo di “femminile” nelle dispute in casa Alcott), e che porta la protagonista del libro a quietare la propria irrequietezza e la scrittrice a coltivarla, a renderla radicale e mai davvero pacificata.
Piccole donne è il romanzo della sorellanza ma è anche e soprattutto il romanzo di Jo March e della sua lotta per sentirsi bene nel corpo (e conseguentemente nel ruolo) in cui è nata: quello di una donna. «Non mi va per niente giù l’idea di dover crescere e diventare Miss March! È già una bella scocciatura essere donna, quando mi piace tutto quello che è riservato agli uomini, giochi, mestieri, modo di vivere. Non riesco proprio ad accettare di non essere un ragazzo», esclama Jo nelle prime pagine del romanzo. Se le altre sorelle March riescono a vedere davanti a loro un futuro che ha fatto pace con il loro essere donne nell’America vittoriana dell’Ottocento, Jo sa solo quello che non vuole: sposarsi, avere dei figli, seguire quel sentiero che vede così ben delineato di fronte a sé. Il circolo Picwick, in cui le sorelle March e Laurie giocano a fare i gentiluomini, è per Beth, Amy e Meg un passatempo, mentre per Jo diventa lo spazio in cui performare la parità dei generi. La visione di Jo, che non mette barriere tra sé e l’amico, è proprio ciò che porta Laurie a fraintendere i sentimenti della ragazza e a spingerlo a dichiararsi. Il rifiuto di Jo è quasi un’accusa di tradimento nei confronti di Laurie. «Ho solo una cosa da aggiungere: credo che non mi sposerò mai. Sono felice così, amo troppo la mia libertà per accettare la prospettiva di rinunciarci», dice Jo a Teddy. Jo vive in una società all’interno della quale non si sente adatta all’amore, perché amare significa accettare un insieme di regole e obblighi a cui la giovane March non vuole sottomettersi.
Nella raccolta di saggi di Jia Tolentino dal titolo Trick Mirror, ancora inedita in Italia, è incluso Pure Heroines, una riflessione sulla costruzione dell’identità femminile sulla base del confronto con le protagoniste della letteratura. Tolentino osserva che se le eroine dell’infanzia sono forti, resilienti, spesso ostinate e verbose, le eroine dell’adolescenza si dividono tra la disperazione e l’insulsaggine (tratto tipico delle eroine dei romanzi Young Adults), mentre quelle dell’età adulta sono frustrate, depresse e inclini al suicidio. In una triade esemplificativa: Jo March, le sorelle Lisbon de Il giardino delle vergini suicide, Emma Bovary. Le eroine dell’infanzia sono molto sovente dei “maschiacci”: non ancora sopraffatte dalla trasformazione del loro corpo in un oggetto sessualizzato, possono muoversi in una zona grigia, uno spazio in cui è loro concesso di immaginare un futuro di cui sono pienamente in controllo. Nel caso di Jo, un futuro da scrittrice in una città grande come New York. Quando la trasformazione da bambina a giovane donna si compie, quello spazio di libertà viene improvvisamente oscurato dalle aspettative e dal desiderio che il mondo proietta sui corpi (e conseguentemente sulle menti) delle eroine adolescenti: scrive Tolentino, «le eroine dell’infanzia mi avevano mostrato ciò che avrei voluto diventare, ma le eroine adolescenti mi avevano mostrato ciò che avevo paura di diventare – una donna la cui vita si sarebbe sviluppata attorno alla propria desiderabilità». Con l’adolescenza di Jo arriva la proposta di matrimonio di Laurie, che inizia a vederla come una donna. Nell’età adulta, le donne della letteratura affrontano le conseguenze del matrimonio e di una società che ha tracciato per loro un sentiero da seguire. Piccoli uomini e I ragazzi di Jo fotografano la vita delle Piccole donne diventate adulte. Mentre Piccoli uomini segue le storie degli studenti ospiti della scuola fondata da Jo con suo marito, il professor Bhaer, I ragazzi di Jo si colloca una decina di anni dopo questo terzo libro e racconta la crescita, il successo e le difficoltà degli studenti di Jo. I veri protagonisti di questi ultimi due libri sono Nat, Dan, Daisy, Demi e Nan, una nuova generazione di bambini. Gli adulti sono invece pallidi, molto diversi dalle figure che ci avevano appassionato nei primi due libri della serie: Laurie e Amy sono sposati e hanno dei figli; Meg e John Brooke vivono sereni con i loro bambini; i signori March sono sempre più sullo sfondo. La strenua opposizione al matrimonio e alla maternità di Jo si è trasformata in un matrimonio tranquillo con un professore tedesco più anziano di lei, e in una scuola in cui, oltre ad accudire i propri figli, è diventata la madre di un sacco di bambini presi sotto la sua ala.
Agli occhi di una lettrice, la Jo adulta si è macchiata di alto tradimento nei confronti dei propri sogni di bambina. Agli occhi di Louisa May Alcott, invece, Jo adulta è riuscita a trovare un equilibrio che si è tradotto nel trasformarsi da una piccola donna a una donna. A raccogliere il testimone dell’eroina dell’infanzia c’è Nan: bambina difficile da domare in Piccoli uomini, ne I ragazzi di Jo Nan è una brillante studentessa di medicina che rifiuta l’amore per dedicarsi solo alla propria professione. Jo, che frequenta un circolo femminile, ascolta con stupore le discussioni di quelle nuove piccole donne, e domanda «Ma se non vi sposerete, che cosa farete?», ricevendo come risposta «Oggi non si ride più delle zitelle come una volta, almeno da quando qualcuna di loro non è diventata famosa e ha chiaramente provato che la donna non è solo la dolce metà, ma un essere autonomo che può benissimo fare da sé». La titubanza di Jo, quella che la porta a confessare a Nan di chiedersi se le scelte che ha fatto non abbiano tradito la sua vera vocazione, è la titubanza di una donna che vede il mondo cambiare, diventare un po’ più simile a quello che avrebbe sperato per sé quando era una bambina che sognava di vivere da sola a New York in mezzo ai propri libri.
È proprio in quella titubanza che possiamo cogliere l’invito con cui Tolentino chiude il proprio saggio sulle eroine dei romanzi: iniziare a guardarle non più come delle sorelle, delle pari, ma come delle madri, delle figure da cui discendiamo e a partire dalle quali abbiamo il compito di diventare qualcosa di diverso, di più nostro. Rileggere Piccole donne nel 2020 significa smettere di essere Jo March e trasformare Jo March in una madre: in attesa di essere noi le autrici di L’attacco delle spose zombie.
(L’Indice, n. 3, marzo 2020)
8 marzo 2010 – 8 marzo 2020. Le curatrici e fondatrici dell’iniziativa, Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli annunciano con gioia il decimo compleanno dell’Enciclopedia delle donne.
Come l’età suggerisce, è pronta a fantasticare, migliorarsi, chiarirsi le idee, dare il meglio di sé, fare nuove amicizie e coltivare le ottime intrecciate in questi anni.
Enciclopediadelledonne.it è un progetto unico: la storia è una buona medicina che somministriamo ogni mese a oltre 50.000 persone di ogni età, senza pubblicità e senza sovvenzioni, e con la pubblicazione di libri belli e utili in tutte le librerie.
L’Enciclopedia delle donne è una festa, una festa a inviti: chi scrive porta una persona come portasse qualcuno che vale la pena di conoscere.
Vorrebbe, è naturale, un regalo (o almeno una mano!) con una donazione o associandosi. (http://www.enciclopediadelledonne.it/sostienici)
(Enciclopediadelledonne.it, 28 febbraio 2020)
Congratulazioni e tanti auguri dalla Libreria delle donne!
di Franca Fortunato
Chi non ricorda Rosaria Costa, la giovane moglie di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta (con Antonino Montinaro e Rocco Di Cillo) del giudice Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo, morti nella strage di Capaci? Era il 25 maggio 1992 quando nella cattedrale di Palermo, durante i funerali, Rosaria lesse un appello ai mafiosi e creò “sconcerto” per aver integrato il testo scritto e concordato, dando voce alla sua sofferenza, al suo strazio, con parole di verità. «Io Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani… (Vito mio) …, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato (lo Stato…) chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso, rivolgendomi agli uomini della mafia (perché ci sono anche qui dentro i mafiosi) e non, ma certamente non cristiani: sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono (Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio…). Se avete il coraggio di cambiare radicalmente i vostri progetti (ma loro non vogliono cambiare, loro non cambiano, loro non cambiano), tornate ad essere cristiani… Ve lo chiediamo per la nostra città di Palermo, che avete reso città di sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia e la speranza (troppo sangue, non c’è amore qui, non ce n’è amore qui, non c’è amore per niente…)». Rosaria, nei giorni seguenti, si mise in viaggio verso la verità. Andò a parlare con magistrati e avvocati, bussò alle porte di vedove della mafia, di vedove di vittime di mafia, per sapere, capire, chiedere consigli su cosa fare con un bimbo di quattro mesi, Antonino, a cui un giorno avrebbe dovuto spiegare che cos’è la mafia e perché suo padre era stato ucciso. Oggi quel figlio è capitano della Guardia di Finanza. Un viaggio che allora raccontò nel libro Lettera ai mafiosi – Vi perdono ma inginocchiatevi, scritto insieme al giornalista Felice Cavallaro, ed. Tullio Pironti, in cui si rivolgeva ancora una volta ai mafiosi, supplicava le loro donne, mogli, figlie, sorelle, perché abbandonassero i loro uomini e i figli maschi perché rinnegassero il padre. Nessun mafioso, condannato per la strage di Capaci, le ha mai chiesto perdono, i mafiosi non chiedono perdono, non si inginocchiano meno che mai davanti a una donna. Rosaria, lasciata Palermo, non ha mai smesso di tenere vivo il ricordo di Vito, andando nelle scuole a spiegare che cos’è la mafia. Il fratello Giuseppe, allora, prese le distanze dal suo appello e il boss Bonanno apprezzò. A distanza di ventott’anni, lei e noi sappiamo il perché. Giuseppe, giorni fa, insieme ad altri cinque capimafia, è stato arrestato, con l’accusa di essere al servizio di Gaetano Scotto, boss del quartiere L’Arenella, dove fratello e sorella sono cresciuti insieme. Quale dolore più grande sapere di essere stata tradita, in tutto quello per cui hai vissuto e lottato, da tuo fratello? Rosaria è incredula, «Un fratello mafioso?» e lo supplica «adesso inginocchiati tu e chiedi perdono, fratello». Sa che non lo farà e si sente «pronta a ripudiarlo». Un fratello lo si può allontanare, rinnegare, ripudiare, ma Rosaria, come ognuna/o di noi, sa che il legame resta perché non si può cancellare la madre. La loro madre, che lei vuole proteggere perché «sarebbe un colpo terribile per lei sapere che le hanno arrestato il figlio, non posso permetterlo».
(Il Quotidiano del Sud, 27 febbraio 2020)
di Solène Cordier
«Oggi so che non c’è da vergognarsi, ma mi ci è voluto un bel po’ di tempo per accettare che quel che facevo era prostituzione. Preferivo definirmi accompagnatrice, o escort. “Prostituta” era troppo degradante ai miei occhi.»
Nina ha 17 anni e il linguaggio di una ragazza di buona famiglia. Quello che è, del resto.
«Faccio parte di una famiglia unita. I miei genitori mi hanno sempre protetta. Adoravo i miei fratellini», scrive a mo’ di presentazione nel libro che racconta il suo “ritorno dall’inferno”, pubblicato mercoledì 26 febbraio dalle edizioni Observatoire (208 pagine, 18 euro). Il titolo è un grido d’aiuto: «Papa, viens me chercher!» (“Papà, vieni a prendermi!”). Nel racconto, scritto con l’aiuto della giornalista Jacqueline Remy, la voce di Nina si alterna con quella di suo padre, Thierry Delcroix (sono pseudonimi), per ricostruire due anni di fuga per l’una, d’angoscia per l’altro.
«Non ci siamo accorti di niente. All’inizio, Nina si è messa a rubarci soldi, poi a scappare di casa, e un giorno abbiamo scoperto su internet che si prostituiva. Siamo rimasti completamente sconvolti», riconosce il padre di famiglia, imprenditore nel nord della Francia.
Il libro dà conto degli sforzi, talvolta inutili, intrapresi con la moglie per mantenere un contatto con la figlia, anche nei periodi più difficili, e riuscire a salvarla. Tira anche un amaro bilancio dei rapporti con le istituzioni, sempre pronte a sospettare di chi gli si rivolge per chiedere aiuto.
Le pagine scritte da Nina, invece, illustrano le ragioni e i meccanismi che in qualche mese portano una quindicenne di famiglia relativamente agiata a far marchette in una stanza d’albergo, sotto il controllo di un prosseneta.
Nessuna stima affidabile
Il libro è una preziosa testimonianza su un flagello che preoccupa sempre di più le autorità: la prostituzione delle adolescenti. Quante sono a dedicarsi a questa attività, come ha fatto Nina per un anno e mezzo? Nessuno lo sa.
Nonostante il fenomeno sia in espansione secondo diverse fonti – giustizia, polizia, tutela minori, associazionismo – non esiste nessuna stima affidabile e recente. Tra 5.000 e 8.000 minorenni (in grande maggioranza ragazze) si troverebbero prostituite, così riteneva nel 2013 l’associazione Agir contre la prostitution des enfants (“Agire contro la prostituzione delle bambine”), che auspica un’indagine su scala nazionale per circostanziare il problema con dati oggettivi.
«Dal 2017 riceviamo sempre più richieste di intervento da genitori e professionisti», spiega Arthur Melon, segretario generale dell’associazione. Ma è difficile, in assenza di dati ufficiali, distinguere l’effettiva crescita del fenomeno dalla maggior capacità di riconoscerlo.
Le cifre delle forze dell’ordine, che si basano solo su indagini effettuate, sono, come ci si può aspettare, nettamente inferiori. Nel 2019, indagando su casi di lenocinio, sono state identificate 188 minorenni prostituite, cioè il 28% in più dell’anno precedente, dichiara a Le Monde l’Ufficio centrale per la repressione della tratta di esseri umani (OCRTEH). Tra di loro, quattro tredicenni. Sul fronte dei prosseneti, il 12% degli indagati erano a loro volta minorenni. «In un certo numero di casi, ci troviamo davanti a minori che sfruttano minori», riassume sobriamente Jean-Marc Droguet, direttore dell’OCRTEH.
Carattere “proteiforme”
Katia Baudry, sociologa e educatrice specializzata, organizza con la sua associazione Astheriia dei moduli di prevenzione e di sensibilizzazione ai comportamenti pre-prostitutivi e prostitutivi nelle scuole secondarie inferiori e superiori del dipartimento di Seine-Saint-Denis, nella cintura parigina.
Nel corso dei suoi interventi di tre ore, Baudry cerca di stabilire un rapporto di fiducia con i giovani, spesso molto diffidenti nei confronti degli adulti. «Evochiamo le nozioni di consenso, di rapporti tra uomini e donne, di accesso alla pornografia. Talvolta, questo può innescare una presa di parola, e alcune ragazze poi ci chiedono colloqui individuali, oppure prendono contatto con le assistenti sanitarie della scuola.»
In classe, Baudry non esita a trattare il fenomeno del “michetonnage”, cioè lo scambio di favori sessuali con regali o denaro. È una pratica nota alla maggior parte delle ragazze, ma raramente la collegano alla prostituzione.
Per la sociologa, una delle chiavi di lettura del fenomeno consiste nel considerarne il carattere “proteiforme”. «Oggi, la prostituzione delle adolescenti attraversa tutti gli ambienti sociali, tutte le zone geografiche, e si esprime in molteplici forme, da chi fa sesso in cambio di regali allo sfruttamento organizzato di ragazze in appartamenti o alberghi, passando per chi offre da sola i suoi servizi sui social network, nell’illusione di ottenere un’indipendenza economica.»
Il racconto di Nina illustra bene questa pluralità di situazioni. Così, all’inizio, l’adolescente si era lanciata da sola creando il suo annuncio su un sito di escort: «Ho postato la mia descrizione con le misure e ho mentito sull’età. Mi sono data 23 anni, l’età minima per potermi iscrivere su quel sito […]. Quando mi sono svegliata, a mezzogiorno, avevo più di ottanta risposte di potenziali clienti», scrive. È solo in un secondo momento che si “mette in società” con dei prosseneti, ai quali versa tra il 35% e il 50% dei suoi guadagni, ci confida. Una “società” presentata talvolta come liberamente costituita dalle ragazze, ma che nei fatti si traduce in una forte influenza del prosseneta.
«Una grande banalizzazione del sesso»
“Esponenziale”, “di massa”, i qualificativi usati dai magistrati mostrano che anche nel mondo della giustizia è scattato l’allarme rosso. «L’anno scorso abbiamo trattato 51 casi di prostituzione minorile, con o senza sfruttatore. Nel 2018, ne abbiamo avuti 29», ci informa Raphaëlle Wach, sostituta procuratrice minorile e referente per i reati di prossenetismo su minori alla procura di Créteil (regione parigina).
Molto spesso, le ragazze coinvolte sono «in rottura totale con la famiglia, con la scuola o con le istituzioni in generale», nota la sostituta procuratrice. «Sono ragazze molto vulnerabili, con storie di vita caotiche, spesso già vittime di violenza, che cercano delle scappatoie in comportamenti a rischio.»
Un fatto inquietante, che si verifica sempre più spesso: le ragazze inserite in strutture di accoglienza per minori «reclutano a loro volta altre minorenni, su richiesta dei loro prosseneti o di propria iniziativa». Il reclutamento avviene anche, a volte, direttamente sui social network o nelle scuole. «Per esempio, ci vengono segnalate pratiche di fellatio nei bagni delle scuole medie, per 5 o 10 euro», racconta Simon Benard-Courbon, sostituto procuratore alla procura di Bobigny, che l’anno scorso ha preso in carico 117 segnalazioni su minorenni che si sono prostituite tra il 2016 e il 2019.
«La prostituzione delle adolescenti è un fenomeno molto complesso, che tocca diverse variabili: l’esca del guadagno facile e l’“effetto Zahia” [si tratta di una ragazza, minorenne all’epoca dei fatti, che prima della Coppa del mondo 2010 aveva avuto rapporti a pagamento con i giocatori della nazionale francese, NdA] si traducono in una visione “glamour” della vita da escort, il tutto unito a una grandissima banalizzazione del sesso, legata ai contenuti veicolati da certi reality show e dalla pornografia on line», osserva il magistrato.
Per tentare di accompagnare nel modo più adatto le minorenni coinvolte in questi casi, entro l’estate si dovrebbe avviare un progetto sperimentale nel dipartimento di Seine-Saint-Denis. Prevede il coinvolgimento dell’Amicale du Nid, associazione che tra l’altro sostiene percorsi di fuoriuscita dalla prostituzione, per valutare casi spesso complessi e per lavorare congiuntamente agli educatori nell’ambito di misure educative disposte dai giudici.
(Le Monde, 26 febbraio 2020 – traduzione di Silvia Baratella)
di Luisa Muraro
Il primo pensiero, alla notizia della condanna di Harvey Weinstein (New York, lunedì 24 febbraio 2020), è stato: Marilyn, sei vendicata! Secondo pensiero, un grazie rivolto alle donne del Me-too. Anche il procuratore di New York ha detto grazie, rivolgendosi specialmente alle due testimoni decisive per la condanna, con queste parole «Esse hanno cambiato il corso della storia nella lotta contro le violenze sessuali… Io e tutti abbiamo un debito immenso verso le vittime di Harvey Weinstein». Queste parole sono giuste perché mettono in chiaro il debito simbolico che l’intera società maschile ha nei confronti delle donne che si sono coraggiosamente prestate al rito della giustizia, che hanno cioè dato alla cultura maschile un’occasione per riscattarsi.
Aver concluso il processo con la condanna dell’imputato riempie di orgoglio Cyrus Vance, il procuratore di New York. Non creda però, il brav’uomo, di aver fatto giustizia. Ha fatto il suo dovere, ma i conti restano aperti. Da lui come dai suoi simili io chiedo e pretendo una restituzione. Che gli uomini di cultura facciano finalmente il loro possibile per spiegare a se stessi e a noi l’oscuro male maschile della sopraffazione, del disprezzo e dell’odio verso l’umanità femminile.
(www.libreriadelledonne.it, 26 febbraio 2020)
di Giuseppe Sarcina
Colpevole. La Corte di New York ha condannato Harvey Weinstein, 67 anni, per assalto sessuale nei confronti di Mimi Haleyi, ex produttrice televisiva, e per aver violentato l’aspirante attrice Jessica Mann. La giuria, composta da sette uomini e cinque donne, lo ha invece assolto per gli altri tre capi di imputazione, a cominciare dal più grave: l’accusa di essere un predatore sessuale seriale. […]
Weinstein dovrà rispondere di episodi gravi, ma isolati, come lo stupro di terzo grado, cioè consumato senza ricorrere alla violenza. Ecco perché la sentenza fa già discutere. Il gruppo di attiviste a favore delle vittime «Silence Breakers» ha commentato con una nota: «L’esito di oggi non fa piena giustizia per tutte le donne, ma segna comunque una nuova epoca. Harvey Weinstein sarà ora ricordato per sempre come un uomo condannato per il suo comportamento».
La vicenda giudiziaria, però, non finisce qui. A Los Angeles è già pronto un altro processo, per altri due casi di violenza sessuale. Nelle scorse settimane il fondatore della Miramax e poi della Weinstein Company, produttore di film come Pulp fiction, ha chiuso 15 cause civili, incardinate nella Corte di New York, per un controvalore di 44 milioni di dollari. Nel complesso è stato accusato da circa 80 donne. Tra loro anche star del cinema americano come Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e altre attrici tra cui Rose McGowan e Asia Argento.
Il «caso Weinstein» ha segnato l’inizio del movimento di protesta contro le violenze sessuali, cominciato nella notte del 15 ottobre del 2017 con un tweet dell’attrice Alyssa Milano: «Se anche voi siete state sessualmente molestate o assaltate rispondete Me Too». Da allora molti uomini in posizioni di potere, dal cinema alla televisione, dal giornalismo alla politica, sono stati travolti. Ora cominciano ad arrivare i risultati anche nei tribunali.
(Corriere della Sera, 25 febbraio 2020)
Nella trasmissione domenicale “L’isola deserta” Chiara Valerio incontra Lia Cigarini, avvocata, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Regia di Cettina Flaccavento.
Ascolta il podcast: https://www.raiplayradio.it/audio/2020/02/Lapos-ISOLA-DESERTA-5530c2d4-62af-4722-92aa-661933459482.html
(Rai Radio 3, 23 febbraio 2020)
di Guido Viale
[…] Per anni il femminismo ha cercato di insegnare ai maschi, con alterno successo, l’educazione dei sentimenti e la cura dei rapporti personali; ma da tempo ha ormai dispiegato, per chi si è messo in ascolto, la potenza di una critica del patriarcato, cioè del possesso (in termini giuridici, proprietà: «il terribile diritto» di Cesare Beccaria e Stefano Rodotà). Possesso innanzitutto di una donna – o di molte donne – e dominio sulla loro prerogativa di generare la vita; ma, su questo modello, possesso e dominio di tutto ciò che esiste: dei figli, della casa, del suolo, del vivente, dell’ambiente, della Terra.
Femminismo ed ecologia, rigetto del patriarcato e rifiuto dell’incuria per l’ambiente in cui viviamo si sono così saldati in una «cultura» che ci ha costretto a rivedere molti degli schemi a cui ci eravamo affidati e che oggi rappresenta la parte più viva delle prospettive di rinnovamento a nostra disposizione: l’unica in grado di affrontare alla radice il compito immane della conversione ecologica che la crisi climatica e ambientale ci impone. Ma è una cultura che si radica nella ricomposizione di un rapporto paritario e condiviso tra uomo e donna; quel rapporto che, come già notava Marx, è l’epitome di tutti i rapporti sociali che attraversano società e storia.
Il fondamentalismo islamista sfociato nel terrorismo ha reso evidente con le sue efferatezze come la vera posta in gioco di quella sua violenza sia la riconquista del potere dell’uomo sulla donna, messo in forse dal diffondersi del femminismo o dalla minaccia della sua diffusione. Ma anche nelle nostre culture, dove l’aspirazione al dominio nei rapporti di genere assume spesso le vesti della pornografia e del marketing pubblicitario piuttosto che quello di un controllo diretto, gli ingredienti che legano violenza e maschilismo si ritrovano tutti. E se la lotta contro il terrorismo islamista non può che passare attraverso una grande rivolta delle donne di cultura islamica, altrettanto succede da noi, dove solo il sostegno e la partecipazione al processo di dissoluzione delle radici più profonde del patriarcato potrà mettere in grado tutti, uomini e donne, di venire a capo delle pulsioni razziste che dilagano nel mondo.
(Tratto da Violenza, razzismo e xenofobia sotto la legge
del patriarcato, il manifesto, 23 febbraio 2020)
di Laura Colombo e Laura Milani
Ogni donna prende la parola per sé, secondo il proprio sentire e le proprie convinzioni, che nascono dallo scambio politico con altre – principalmente. È una pratica femminista radicale, che mette al centro la soggettività. Chi mette il proprio nome su documenti e iniziative può, se lo ritiene opportuno, nominare anche il luogo in cui svolge la sua riflessione e la sua azione politica, la Libreria delle donne di Milano nel nostro caso. Questo non significa l’adesione di tutta la “Libreria” (un noi – o voi, tutto da spiegare) a iniziative o dichiarazioni pensate e formulate da altre. Supporre che la firma di una o più donne comporti automaticamente l’assenso del soggetto collettivo “Libreria”, significa cancellare la presa di parola come pratica che dà forza alla singola e anima alla pluralità.
Ultimamente è comparsa una firma che vogliamo rettificare: riguarda la Declaration on Women’s Sex-Based Rights, in cui compare il nome collettivo della Libreria. Nel sito www.libreriadelledonne.it era stata segnalata l’adesione di una donna della Libreria, insieme alle motivazioni che l’avevano portata a firmarla. Altre donne della Libreria, singolarmente, hanno sottoscritto la Declaration, altre no, non condividendola nell’insieme. Noi che scriviamo, per esempio.
Ci chiediamo perché e come mai sia stata usata la firma collettiva della Libreria, e chiediamo che venga tolta. Riteniamo che le singole firmatarie, così come le volontarie del gruppo Women’s Human Rights Campaign (WHRC), non abbiano intenzionalmente fatto questa mossa. Dobbiamo però tener conto che la campagna si svolge in rete, e il medium non è indifferente, di più, probabilmente il perché degli inciampi sulla rete sta proprio nelle sue regole, spiegate bene da Shoshana Zuboff nel libro Il capitalismo della sorveglianza. Sono regole predatorie, che legittimano appropriazioni indebite e fake news, termini inglesi che descrivono l’universo della falsità, della manipolazione, della guerra fatta a colpi di attacchi personali e della completa fiducia accordata da chi legge, che non ne mette in dubbio l’autenticità. Non facciamoci ingannare.
Di autenticità ha vissuto Carla Lonzi e a noi l’ha consegnata come idea radicale, che necessariamente passa dal piano della teoria a quella dell’esistenza, del nostro “qui e ora”. È da questo punto di autenticità che vogliamo partire, per dare un taglio a imbrogli, imposture, malintesi e falsità, come è la vicenda della firma collettiva.
(www.libreriadelledonne.it, 21/02/2020)
di Sara Alonzi
La Corte di Cassazione ha annullato l’ordine di arresto emesso dalla Procura di Agrigento. Ecco le motivazioni della sentenza.
Per la Cassazione la Rackete agì correttamente, attenendosi alle disposizioni sul salvataggio in mare, «perché l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro».
Con questa motivazione la Corte di Cassazione ha annullato l’ordine di arresto emesso ad agosto dalla Procura di Agrigento nei confronti della capitana della Sea Watch.
L’ordinanza fu il risultato della nota vicenda in cui la Rackete ignorò il divieto di ingresso firmato da Matteo Salvini, portando la nave della Ong tedesca fino al molo di Lampedusa, forzando il blocco delle motovedette.
Stando alle motivazioni della Cassazione, depositate oggi a un mese dalla decisione, Carola Rackete ha agito «in adempimento del dovere di soccorso in mare».
La Suprema Corte aggiunge che queste sono due disposizioni ben conosciute anche da coloro che, per servizio, operano in mare svolgendo attività di polizia marittima. […] La Cassazione chiarisce che «una nave non è un luogo sicuro e, tantomeno, il luogo dove si esaurisce l’onere di assistere i naufraghi.» […]
(newnotizie.it, 20 febbraio 2020)
di Franca Fortunato
Dopo il grande successo televisivo della prima parte dello sceneggiato L’Amica geniale, la Rai sta trasmettendo la seconda, Storia del nuovo cognome, tratte dai romanzi di Elena Ferrante, a cui seguono Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta. Una quadrilogia, un racconto epico di una grande amicizia tra due donne, Lila ed Elena, “un grande affresco storico”, un’“istruttoria” – come ebbe a dire Ferrante – intorno alle vite e alle loro lacerazioni. Sin dal suo primo romanzo L’amore molesto (1992) Ferrante, ancora ignara del successo che avrebbe avuto in seguito con L’Amica geniale (7 milioni di lettori in tutto il mondo, tradotto in 48 lingue), scelse di non rivelare la sua identità per «il desiderio (…) che l’angolo dello scrivere resti un luogo nascosto, senza sorveglianza e urgenza di nessun tipo». Una condotta di riservatezza – scrive Tiziana de Rogatis in Elena Ferrante. Parole chiave (e/o edizioni 2018) – estranea al narcisismo di oggi. L’amicizia tra due donne, poco raccontata, sta al centro della sua narrazione, che abbraccia un lungo periodo storico che va dall’infanzia, nella misera periferia di Napoli, alla maturità delle protagoniste, dal 1950 al 2010 (dai sei ai 66 anni di entrambe), quando Lila decide di sparire senza lasciare traccia ed Elena, che se l’aspettava, decide di raccontare la loro amicizia “geniale”, “tenere a genio” come si dice a Napoli, con cui Lila chiama la sua relazione con Elena.
Uno dei luoghi comuni è che le donne non sappiano essere amiche, non sappiano stabilire una relazione leale e duratura, il che contraddice l’esperienza di tante di noi. L’Amica geniale fa i conti con questo stereotipo e lo smonta – come scrive de Rogatis – mettendo al centro del racconto un’amicizia tra due donne intensissima, un legame forte e duraturo con tutte le sue contraddizioni e turbolenze, senza alcun tentativo di esemplarità e di idealizzazione. Invidia e competizione, amore e astio, slanci ed egoismi, confessioni e segreti si amalgamano in quella relazione da cui, almeno fino all’adolescenza, entrambe traggono la forza per sopravvivere, sottraendosi ad ogni vittimismo, e per riappropriarsi nell’età adulta della propria vita, nello scenario della contestazione e del femminismo degli anni ’70. Lila ed Elena hanno salvato la loro amicizia dalla distruttività dell’invidia con l’ammirazione che in fondo hanno sempre avuto l’una per l’altra. Loro, come la mia generazione, vengono da millenni di cultura patriarcale che ha glorificato l’amicizia tra uomini e disprezzato quella tra donne. Un sottile veleno contro le relazioni tra donne, a partire da quella madre-figlia, è circolato in quella cultura che ha generato diffidenza tra donne e ingratitudine verso la madre. Se da mia madre ho imparato l’amicizia tra sorelle, dalle altre donne ho imparato a riconoscere nell’amicizia una pratica politica, che viene dall’amore femminile per la madre e trova fondamento nella fiducia, stima, affetto, riconoscenza e gratitudine tra donne. Un’amicizia, come l’amore o una relazione politica, può finire, ci si può allontanare e riavvicinare, ciò che conta è imparare a fare vivere l’amicizia oltre sé stessa, che vuol dire che l’altra non è mai la mia nemica, non le faccio la guerra, non ne parlo male, non l’aggredisco, non la insulto, non la delegittimo. Insomma salvo ciò che mi sta più a cuore, la civiltà della relazione tra donne.
(Il Quotidiano del Sud, 20 febbraio 2020)
Grazie, noi qui abbiamo letto la tua lettera* ma la Libreria delle donne è una pluralità senza confini netti (come tessera o organizzazione). Alcune non sono interessate alla tematica che poni, altre sì ma esitano ad affrontarla perché ha dato occasione a schieramenti estranei allo spirito e alle pratiche del femminismo. Facciamo il possibile perché ci siano condizioni migliori, ammesso che il medium che usiamo per comunicare, i social e cose simili, lo consentano.
La redazione del sito
(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2020)
*Lettera aperta alla Libreria delle Donne di Milano
Amiche e compagne,
tante sono le donne che, nell’ultimo anno, mi hanno chiesto spiegazioni sul
perché l’incontro previsto per il gennaio dell’anno 2019 – una discussione che
sarebbe partita dal libro di Porpora Marcasciano “L’aurora delle trans cattive”
e dal mio libro “Gender (R)Evolution” per poi coinvolgere altre donne
interessate alle tematiche che i libri affrontano e tutte le donne della
Libreria in modo orizzontale, un evento pensato,
desiderato e organizzato da alcune donne interne alla Libreria stessa – è stato
annullato e rimandato a data da destinarsi.
Devo riportare la domanda a voi, confidando in una risposta pubblica.
Partendo da quella pratica di relazione che è presupposto irrinunciabile alla
cultura delle donne, vi chiedo: perché quello spiraglio si è chiuso
improvvisamente e da più di un anno non abbiamo più avuto vostre notizie?
Leggo sul sito della Libreria: «[…] la Libreria è un luogo di discussione, o
meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la
politica.»
Partendo da me, ho sempre fatto mio l’insegnamento di Hannah Arendt, secondo il
quale «verità e politica sono concetti che si autoescludono. La politica è il
luogo labile, cangiante e contingente del cambiamento e delle opinioni, lo
spazio di continua elaborazione di visioni della realtà sempre differenti, è
azione, è cambiamento, è opinione e contingenza, è movimento.»
Da qui mi sarebbe piaciuto partire, se quell’incontro avesse mai avuto luogo.
Avevo già iniziato a lavorare al mio intervento ed ero entusiasta all’idea di
potermi confrontare in un luogo che è un’istituzione per le donne tutte,
soprattutto a Milano.
Ripensandoci, provo una certa amarezza e continuo a sperare che quello
spiraglio possa riaprirsi, perché è soltanto nel dialogo e nel viaggio fra le
prospettive che il pensiero delle donne può svilupparsi.
Resto in attesa di un vostro riscontro.
Monica Romano
di Alberto Leiss
Secondo Massimo Cacciari (intervenuto su La7, a «Otto e mezzo») le Sardine dovrebbero «strutturarsi», o almeno darsi da fare per condizionare e insieme aiutare il Pd ad avere un nuovo ruolo positivo: anzi dovrebbero «contrattare» e proporsi di divenire «parte del gruppo dirigente» di quel partito. Di diverso avviso Nadia Urbinati, che in un commento sulla Repubblica di domenica scorsa, si augura che il movimento non diventi mai un partito. Ma – a mio modesto avviso, un po’ contraddittoriamente – giudica molto positivamente le frequentazioni istituzionali dei giovani che ormai sono sui giornali e in tv tutti i giorni, per ora con alcuni ministri, mentre monta l’attesa per un incontro con lo stesso presidente del Consiglio, al quale già fu indirizzata una lettera con varie proposte. Per la studiosa e politologa le Sardine «hanno portato in superficie la crisi della rappresentanza» e svolgono un ruolo di «intermediazione che manca e di cui non si può fare a meno». Lungi da me unirmi, nel mio piccolo, al coro di coloro che – beninteso del tutto legittimamente e anche con argomenti interessanti – cercano di indicare la strada a questi giovani. Che sicuramente hanno improvvisamente e inaspettatamente cambiato il segno del discorso pubblico e politico, con effetti soprattutto dalle parti di una sinistra da troppo tempo preda di afasie, nostalgie poco produttive, e un eccesso di adesione, di fatto, allo «stato delle cose presenti».
Ciò che un po’ mi sorprende, in questi interventi e commenti sul ruolo e il futuro dei pesciolini politici in piazza, è la resistenza a uscire da certi luoghi fissi del confronto sulla politica e le istituzioni. Non c’è dubbio, mi pare, che una democrazia rappresentativa, finché sopravvive, per uscire dalla attuale profonda crisi, debba porsi il problema di come riattivare il funzionamento di organismi – finora detti partiti – che dovrebbero assicurare in modo efficace e trasparente il meccanismo della rappresentanza degli interessi, delle culture, dei bisogni e dei desideri di quel fenomeno complesso e per certi versi misterioso che si chiama «popolo». Tra l’altro raramente si ricorda che la Costituzione prevederebbe anche una legge – finora inattuata – per regolare questo delicato e indispensabile aspetto della faccenda. Ma per ottenere questo risultato non basta l’ingegneria istituzionale o la sociologia, per quanto politica. Tantomeno è sufficiente «strutturarsi» in una qualche forma organizzativa, più o meno gerarchica. Servono strumenti culturali e relazionali che possono anche nascere – come in realtà spesso è accaduto – al di fuori dei luoghi che si presumono deputati a queste funzioni.
Oggi si parla tanto, e non per caso, dell’importanza e dell’influenza del femminismo, o comunque del ruolo delle donne, ma poco si riflette sul fatto che ormai da circa un secolo questo movimento torna e ritorna, anche in forme nuove e impreviste, senza avvertire un bisogno particolarmente urgente di dotarsi di statuti e di «gruppi dirigenti», almeno secondo i criteri più comuni. Tantomeno di partiti. C’è piuttosto una ricerca, certo molto difficile, di nuovi modi di produzione e trasmissione di autorità, una parola e una realtà – anche questa indispensabile alla politica – che andrebbe ridefinita allontanandola il più possibile dalle dinamiche del potere strumentale.
Sono convinto da tempo che questo sia il compito più importante da affrontare da parte degli uomini e delle donne – quindi anche le Sardine (ecco che cado anch’io nella tentazione di dare un consiglio…) – che provano un desiderio forte di cambiare in meglio la propria vita senza che questo danneggi la vita e il desiderio altrui.
(il manifesto, 18 febbraio 2020)
di Erica Moretti
Anniversari. A 150 anni dalla nascita della scienziata marchigiana, il suo metodo pedagogico l’ha resa famosa nel mondo. A oggi il suo approccio educativo conta migliaia di scuole, soprattutto in Nord Europa e negli Stati Uniti. Femminista, pacifista e viaggiatrice, molte le iniziative per omaggiarla
Il
2020 segna il centocinquantesimo anniversario della nascita di Maria
Montessori. Convinta della necessità di liberare l’infanzia dalla
repressione insita nei sistemi educativi improntati sul «principio
di schiavitù», la scienziata marchigiana ideò un nuovo approccio
pedagogico che ripensava il ruolo del bambino tanto nella classe
quanto nella società.
Rigore
scientifico, coraggio intellettuale, profonda fede nelle infinite
capacità del fanciullo: furono queste le caratteristiche distintive
di Maria Montessori, nata a Chiaravalle, in provincia di Ancona, il
31 agosto 1870.
In occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita, in varie parti d’Italia prenderà vita un ricco calendario di eventi, conferenze, spettacoli, installazioni e laboratori: dalla mostra Toccare la bellezza presso la Mole Vanvitelliana di Ancona sul valore estetico della tattilità, al Congresso internazionale organizzato dall’Opera Nazionale Montessori, o la riqualificazione della casa dove nacque.
La grande varietà dei temi affrontati, dalla psichiatria al pacifismo, dall’umanitarismo all’applicazione del metodo nel trattamento di persone con demenza, permetterà di riscoprire, accanto alla ben consolidata immagine di Montessori come pedagogista della libertà, anche una figura di intellettuale eclettica e ricca di sfaccettature, femminista, filantropa, teosofa, cattolica, imprenditrice, scienziata positivista e pacifista. Una poliedricità straordinaria, che trovò inevitabile riflesso nel suo testo principale, Il Metodo della pedagogia scientifica. Pubblicato nel 1909, ha fatto da spartiacque nella vita di Maria Montessori e, soprattutto, nella storia della pedagogia internazionale.
Montessori visse e morì viaggiando. La leggenda narra che l’ultima conversazione avuta con il figlio Mario, all’età di 81 anni, riguardasse la pianificazione di un viaggio in Africa. La costante mobilità e le lunghe permanenze in Spagna, Olanda e India certamente raffinarono e influenzarono la sua visione pedagogica e posero le basi per la diffusione del metodo all’estero che all’oggi conta migliaia di scuole in tutto il mondo, soprattutto in Nord Europa e negli Stati Uniti. Eppure, fu l’atmosfera dinamica e cosmopolita respirata nella Roma di fine Ottocento, durante gli anni della formazione universitaria, a segnare profondamente il percorso scientifico, intellettuale e umanitario della dottoressa. Maria Montessori si trasferì a Roma con la famiglia, all’età di cinque anni, per seguire il padre Alessandro, impiegato ministeriale. La madre Renilde Stoppani, donna d’insolita cultura e guidata da idee liberali, sostenne la figlia, fin dal principio, nelle sue scelte formative anticonformiste. Proprio negli anni in cui la psichiatria, in accordo con l’antropologia, dichiarò la scientifica inferiorità morale e intellettuale femminile, Montessori scelse, dopo aver conseguito gli studi tecnici superiori, di laurearsi in medicina, confrontandosi con tutti gli ostacoli politici e culturali posti alle donne intenzionate a intraprendere una carriera in campi storicamente dominati dagli uomini.
Quando, nel 1896, Montessori parlò dal palco del congresso internazionale femminile di Berlino nelle vesti di rappresentante dell’Associazione femminile di Roma, sollevando temi scottanti come i diritti delle donne lavoratrici e la parità di salario, il Corriere della Sera preferì evidenziare l’appartenenza di genere sessuale, sottolineandone il connotato negativo, invece che l’urgenza dei temi affrontati o lo straordinario successo raggiunto dalla compatriota: «il discorsetto della Signorina Montessori, con quelle cadenze musicali, col gesto parco delle braccia correttamente inguantate, sarebbe stato invece un trionfo – anche senza il diploma dottorale e le velleità emancipatrici – un trionfo della grazia femminile italiana». Ciononostante, spinta da una tenacia e una costanza ferree, «la medichessa» non solo ottenne la specializzazione in Psichiatria, ma partecipò attivamente alle iniziative scientifico-umanitarie promosse dai suoi mentori e colleghi, tra cui la Lega Nazionale per la protezione dei fanciulli deficienti presieduta da Clodomiro Bonfigli.
La
scrittura di Montessori fu specchio della società da cui prese
ispirazione per oltre mezzo secolo. Di fatto, Il
Metodo, come un gioco
di scatole cinesi, apre a lettori e lettrici scenari complessi e
ancora attuali: ci informa del diritto degli emarginati a
un’educazione di qualità, della necessità di una formazione
scientifica per gli insegnanti, dell’urgenza di garantire un
sostegno alle donne lavoratrici e, soprattutto, dell’inalienabile
diritto di crescere scegliendo liberamente ciò che si vuole
diventare. Una Montessori viva, che parla di un passato profondamente
simile al presente.
Nasce,
con lei, un nuovo modo d’intendere l’educazione, la scuola e il
bambino. L’insegnante passa dall’essere soggetto attivo della
lezione a osservatore silenzioso e il fanciullo, in piena libertà,
si avvicina al materiale didattico auto-correttivo. La scuola e la
classe sono concepite come proprietà collettive. I bambini, non più
«fissi sul posto rispettivo, sul banco come farfalle infilate a uno
spillo», sono liberi di perseguire il proprio sviluppo, fisico,
intellettuale e spirituale. Questo pensiero caleidoscopico non si
limita al suo testo più famoso ma s’irradia in una costellazione
di scritti brevi, saggi e conferenze.
Una Montessori pacifista emerge nel progetto della Croce Bianca, l’organizzazione umanitaria pensata per soccorrere tutti «i bambini che avevano sofferto emozioni violente nelle zone di guerra, ed erano rimasti indeboliti nel sistema nervoso». Pronta a curare i «piccoli derelitti», Montessori li accolse in più occasioni nelle sue scuole, in «uno stato di stupefazione, incapaci di comprendere, tremanti all’approssimarsi di chicchessia, paurosi del giorno come della notte» e bisognosi di un clima di protezione e di stimolante tranquillità.
Un
messaggio, quest’ultimo, che non può che trovare echi nella nostra
crisi contemporanea. Commentando il suo impegno pacifista, il leader
spirituale Mohandas K. Gandhi disse a Montessori: «Hai giustamente
osservato che se vogliamo ottenere una pace vera in questo mondo e se
vogliamo combattere contro la guerra, dobbiamo cominciare dai
bambini. Se quest’ultimi cresceranno nella loro naturale innocenza,
non saremo più costretti a lottare, non dovremo approvare inutili
risoluzioni, ma passeremo dall’amore all’amore e dalla pace alla
pace».
L’anniversario
della nascita offre l’occasione per ripensare Montessori in grande,
per far luce su aspetti del suo pensiero fino a questo momento
rimasti nell’ombra della riflessione pedagogica. Un’occasione da
non perdere per dare il giusto risalto a una figura famosa nel mondo
ma ancora non sufficientemente apprezzata in patria.
Ci sarà anche un tulipano speciale
Il volto di Montessori insieme a materiali per lo sviluppo della mente logico-matematica è stato impresso in una nuova moneta per festeggiare l’anniversario dall’artista Luciana De Simoni. Lo avevamo già visto su francobolli, sulle monete da duecento e i biglietti da mille lire. Questa volta l’effigie, fortemente voluta dall’Opera Nazionale Montessori, non rappresenta l’icona di una gloria nazionale passata, ma il tributo di una comunità intellettuale globale che festeggia insieme la poliedricità della scienziata di Chiaravalle, il cui lavoro ha tutt’ora ripercussioni transnazionali. E anche l’Olanda si prepara a festeggiare la sua figura con un tulipano speciale che scuole e famiglie potranno coltivare presso di loro. È un omaggio alla sua visione ecologica dell’educazione. «Quando il bambino esce, è il mondo stesso che si offre a lui. Non esiste una descrizione, un’immagine in qualsiasi libro che sia in grado di sostituire la vista di alberi reali e tutta la vita che si trova intorno a loro, in una foresta vera e propria». Infine, per saperne di più: Maria Montessori, «Il Metodo della pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle case dei bambini» (Lapi, 1909); Maria Montessori, «Educazione e pace» (Opera Nazionale Montessori, 2004); «Le ricette di Maria Montessori» (Fefè Editore, 2008); «In giardino e nell’orto con Maria Montessori» (Fefè Editore, 2010); Renato Foschi, «Maria Montessori» (Ediesse, 2012).
(Il manifesto, 14 febbraio 2020)