di Sara Moraca
Secondo il concetto di One Health, portato avanti dall’Università della Florida e da Ilaria Capua, tutto è collegato: anche l’economia dell’Occidente e i pipistrelli nell’entroterra cinese. Vi ricorda qualcosa? Esatto: il coronavirus e le sue conseguenze. Ecco perché dobbiamo imparare a ragionare in maniera del tutto diversa e multidisciplinare
I confini tracciati dall’uomo sulle cartine geografiche perdono il proprio significato di fronte alle moderne sfide globali poste dal clima, dalla salute e da un mondo sempre più interconnesso. Considerarci come elementi estranei all’ecosistema ha fatto sì che alterassimo significativamente il 75% delle terre emerse e il 66% dei mari e degli oceani, spesso non rispettandone gli equilibri. Siamo elementi di un solo sistema, in cui la salute di ogni elemento umano, animale o ambientale è strettamente interdipendente da quella degli altri: è questo il cuore dell’approccio One Health1, che promuove una gestione integrata nell’ambito della salute pubblica. «Oggi è necessario parlare di salute circolare, dobbiamo trovare soluzioni innovative e interdisciplinari per rispondere alle sfide globali senza concorrere ulteriormente all’impoverimento delle risorse e della biodiversità. Per controllare le zanzare portatrici di Zika si sono uccise centinaia di milioni di api, ma questo approccio non è più sostenibile», spiega Ilaria Capua, virologa direttrice del One Health Center dell’Università della Florida. Si tratta di un cambiamento che non può essere protagonista solo di dibattiti accademici, ma deve investire ogni sfera sociale, anche agricoltori e allevatori la cui consapevolezza può fare la differenza per gli altri anelli della filiera: è noto che circa il 75% delle malattie infettive emergenti che interessano gli esseri umani sono di origine animale e circa il 60% di tutti i patogeni che colpiscono l’uomo sono zoonotici. «Il coinvolgimento dei produttori primari è un aspetto essenziale, esso risulta più difficile dove non sono rappresentati da associazioni di categoria e hanno quindi più difficoltà a influenzare i meccanismi di policy. Questo è particolarmente vero quando parliamo di paesi in via di sviluppo», commenta Peter Sousa Hoejskov, esperto di sicurezza alimentare e zoonosi presso l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità). In questo contesto, livelli locali e globali dovrebbero poter dialogare tra loro per mettere a sistema best practices (le migliori pratiche, ndr) ma uno dei problemi più importanti è la mancanza di un sistema di standardizzazione per la raccolta e l’organizzazione dei dati, come osserva Barbara Padalino, professoressa all’Università di Bologna che da anni lavora nell’ambito dell’approccio One Health: «La raccolta dati epidemiologici risulta ancora differente perché ogni Stato ha un sistema diverso di censimento, ma anche di diagnosi delle patologie. Inoltre sulla raccolta dati hanno un importante effetto anche le diverse leggi esistenti sulla sanità e riguardanti quali malattie sono denunciabili o meno, spesso anche a fronte di politiche di trasparenza molto diverse». Da qualche anno, la blockchain (un sistema di archiviazione pubblico e diffuso di data, che ne garantisce l’inalterabilità, ndr) è utilizzata in diversi paesi asiatici per migliorare la standardizzazione, l’efficienza e la velocità con cui vengono raccolti e organizzati i dati necessari a un approccio più integrato alla salute pubblica. «Si tratta di un perfetto tracking system from farm to fork(sistema di tracciamento dal momento della produzione a quello del consumo da parte dell’utente, ndr). Siamo nell’era dei big data, possiamo raccogliere tutti i dati che vogliamo, dobbiamo solo potenziare i sistemi di analisi statistica di queste informazioni, e sono certa che a breve tutto ciò sarà possibile. Le leggi di prevenzione dovrebbero essere adottate in base a evidenze scientifiche e quindi solo avendo un’analisi statistica dei dati raccolti e seguendo un metodo scientifico appropriato potremmo avere delle evidenze, su cui basare un decision making più solido», continua Paladino. Chiaramente, aggiunge Horjskov, la blockchain richiederà la standardizzazione di definizioni comuni e l’utilizzo dei raw data (ndr dati grezzi). Un cambiamento radicale non può prescindere dal coinvolgimento dei cittadini: diversi studi hanno dimostrato che, rispetto alla tematica dei cambiamenti climatici, le persone sentono un distacco spaziale e temporale, percependo che le proprie azioni non potrebbero avere un impatto su un tema così importante. Il tema della salute circolare, strettamente connessa al clima sotto diversi punti di vista, ripropone questa sfida, come osserva Capua: «Dobbiamo capire che siamo tutti dei pre-pazienti che devono cercare di diventare pazienti il più tardi possibile e quindi prendere in mano la nostra salute, diventando attori più partecipi e protagonisti, anche attraverso gli strumenti digitali, per informarci sui fattori di rischio e gestirli di conseguenza. Forti fautori di questo cambiamento devono essere soprattutto gli scienziati, che devono capire l’importanza della comunicazione». Un pubblico educato è un pubblico più attento, sottolinea Hoejskov, e questo può mettere in atto circoli virtuosi quali segnalazioni di fenomeni insoliti che possono portare alla scoperta precoce di focolai, aiutando così a prevenire successive epidemie o pandemie. Del resto, interdisciplinarietà costituisce la parola chiave dell’approccio One Health: agli scienziati non viene chiesto di misurarsi solo con strumenti comunicativi, ma anche di interfacciarsi con settori disciplinari attigui al proprio, ma spesso profondamente diversi: «La collaborazione tra il mondo della medicina veterinaria e umana e ambiente è stato presente per varie zoonosi, come la Brucellosi o ultimamente per la Sars. Penso che il modello di successo più simile a quello del Coronavirus sia proprio l’outbreak (epidemia, ndr) della Sars. Paesi come Honk Kong e Singapore hanno imparato molto durante la Sars e infatti sono quelli che forse stanno rispondendo meglio al Coronavirus», racconta Padalino. Proprio in questi giorni critici, in cui confini che non esistevano da decenni vengono ripristinati in nome del pubblico diritto alla salute e alla sicurezza, la scienza ci indica che altri muri devono essere abbattuti per rispondere in maniera proficua alla pandemia che il mondo sta vivendo. «Il Coronavirus è l’esempio lampante di come la salute delle persone sia strettamente connessa a quella animale, infatti solo in alcune zone del mondo è possibile trovare la biodiversità di esseri animali e vegetali presente nel mercato di Wuhan, che però risulta esplosiva in una megalopoli e in condizioni di scarsissima igiene. Abbiamo forzato un sistema portando in una grande concentrazione urbana ciò che doveva stare in mezzo a una foresta. Questa pandemia ci deve aprire gli occhi e farci rendere conto che siamo solo un’altra specie animale di fronte a un virus che fino a quattro mesi fa era sconosciuto», commenta Capua. Perché gli equilibri possano davvero cambiare in un futuro prossimo «l’approccio One Health deve diventare quello mainstream per rilevare, rispondere e prevenire efficacemente focolai di zoonosi», chiarisce Hoejskov. Per far questo è necessario anche svecchiare i percorsi educativi e formativi, che oggi funzionano per buona parte a compartimenti stagni che parlano poco gli uni con gli altri: «Ho lavorato all’università di Sydney, e lì già tre anni fa le facoltà di agraria, ecologia e veterinaria si sono unite in un’unica scuola di life science, spingendo fortemente le collaborazioni. In Italia, dobbiamo andare in questo senso, la ricerca all’interno di uno specifico settore disciplinare dovrebbe essere abbandonata, esperti dei diversi settori disciplinari dovrebbero fare progetti di ricerca insieme, perché solo con la multidisciplinarità si possono unire le competenze, avere approcci più ampi e innovativi, e quindi raggiungere scopi migliori», racconta Padalino. Per capire quanto la salute degli esseri viventi sul Pianeta richieda sempre più urgentemente un approccio integrato basta osservare la diminuzione delle emissioni su Cina e Italia, diretta conseguenza della stretta alla libera circolazione effettuata nei due paesi per il Coronavirus. One Health può essere l’unica strada da percorrere perché non ci siano né vincitori né vinti, ma solo un ecosistema più in equilibrio.
(Corriere della Sera, 3 aprile 2020)
1 La visione olistica One Health, ossia un modello sanitario basato sull’integrazione di discipline diverse, è antica e al contempo attuale. Si basa sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema siano legate indissolubilmente. È riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Salute italiano, dalla Commissione Europea e da tutte le organizzazioni internazionali quale strategia rilevante in tutti i settori che beneficiano della collaborazione tra diverse discipline (medici, veterinari, ambientalisti, economisti, sociologi etc.). Dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS): https://www.iss.it/one-health (ndr)
di María Milagros Rivera Garretas
L’epidemia ormai globale di coronavirus è iniziata, a quanto pare, in Cina, un grande paese di molti paesi con una capacità produttiva gigantesca. Anche un vaccino contro il coronavirus sembra essere stato progettato in Cina. Lo prendo come un dato astrale che mi segnala qualcosa che è di ordine simbolico, dell’ordine del significato (appare nei romanzi di Jane Austen): che il problema e la soluzione nascono nello stesso luogo, nelle stesse viscere. Per questo penso che la pandemia che stiamo vivendo sia un’opportunità di comprensione globale, non un nuovo incitamento alla competitività.
La politica delle donne non intende la vita come una lotta, né dialettica né totale, ma come sinapsi, come collaborazione, che è molto diverso dalle sinossi o sintesi che insegnavano a scuola quando ero bambina e che non sono riuscita a imparare. La politica di partito, invece, dà priorità alla competitività e alla lotta per il primo posto nella lista. Sembra un cliché, ma è ancora lì, nei rantoli della fine del patriarcato. Sento già dire dai commentatori politici che la Cina, avendo subito il coronavirus prima dell’Europa e avendo, a quanto pare, meno leggi a tutela della giustizia sociale, coglierà l’occasione per arrivare a mettersi davanti all’Occidente nella classifica mondiale. Ma questo non è il mondo che voglio e per il quale vivo e desidero.
La politica delle donne di oggi ha il suo più vicino e geniale precedente nella cultura della conversazione (Benedetta Craveri, Lia Cigarini) delle Preziose del XVII e XVIII secolo. Le donne amano la conversazione (ora con zoom o quello che serve, lo stendibiancheria, il cortile, la tavola, le carte, le corti d’Amore) perché la conversazione è versare con, con versioni diverse. È sempre dispari e effimera, non gerarchica né piramidale, e lascia la sua impronta nel sentire, nell’anima e nella coscienza di chi vi partecipa, donne o uomini, ciascuno a suo modo. La conversazione è diversa dal dialogo, e secondo me migliore, più esposta alla intelligenza dell’Amore (Margherita Porete), perché non è «parola che attraversa», non attraversa nulla ma aumenta, amplia il piacere di parlare e genera autorità femminile, che è diversa dal potere.
Se l’epidemia di cui soffriamo è globale, globale deve essere la comprensione che genera. Non un’ultima e disperata possibilità di far rivivere la vecchia arroganza maschile, più propria del patriarcato estinto che del presente. Con la pandemia, la natura ha preteso di essere soprannaturale. Vorrei tenerne conto, parlarle, non cercare di dominarla ancora una volta. Nella politica delle donne, il soprannaturale non consiste nell’avere il potere di distruggere la natura o nel dare più mezzi alla «scienza» se questa scienza non è divina, ma nell’aprire una dimensione di comprensione umana, personale, comune, in cui ci sia sempre il due.
Perché la natura, rispetto alla macchina, è sessuata, sempre e ovunque (Luce Irigaray). La creatura umana che la abita è donna o uomo, perché è così che viene data alla luce da sua madre. Questo è il principio della politica delle donne, un principio necessario che è ancora assente dalla politica maschile nei suoi rantoli della fine del patriarcato, anche se vi sono delle donne. Ma lì le donne non sono veramente a loro agio, ci stanno strette, perché i partiti politici sono nati proprio contro le Preziose. La donna, madre o no, viene sempre prima, è lì da prima (Suor Juana Inés de la Cruz), e apre alla conversazione, alla parola, insegnandoci a parlare.
(Traduzione di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 2 aprile 2020. La pandemia como oportunidad de entendimiento global, Duoda web, 24 marzo 2020, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/255/)
di Tiziana Nasali
Dopo il movimento MeToo e le elezioni di medio termine del 2018 che avevano visto molte elette al Congresso, sembrava arrivato il momento per la candidatura di una donna alla presidenza degli Usa. Il New York Times, il più importante quotidiano statunitense, in vista delle primarie, aveva deciso di sostenere due candidate, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar, spiegando che erano “le migliori scelte per i democratici” e dichiarando che era giunto il tempo che fosse una donna a diventare presidente degli Stati uniti.
Ma l’appello basato sull’appartenenza a ungenerenon ha dato i risultati sperati: un mese dopo l’avvio delle primarie nel campo democratico, che all’inizio contava diverse donne, restano in corsa due uomini, bianchi e di età avanzata e allora il New York Times riferisce che molte femministe sono deluse che la competizione per la scelta del candidato democratico alla presidenza degli Usa sia fra due uomini.
Cosa ha fatto ostacolo alla candidatura di una donna?
Il quadro è abbastanza complesso.
1. Innanzitutto le candidate non hanno avuto l’appoggio di tutte le femministe: alcune avevano dichiarato di votare per Sanders, che si qualifica come socialista democratico, proprio perché femministe, sostenendo che, anche se sarebbero state contente di vedere una donna candidata alla presidenza, solo Sanders avrebbe offerto l’opportunità di costruire un movimento che potesse davvero migliorare la vita della stragrande maggioranza delle donne.
2. Poi ci sono le donne -e gli uomini- per lo più appartenenti alla Sinistra socialista che non hanno sostenuto le candidate che si richiamano alla differenza sessuale: le accusano di difendere il sesso biologico e di opporsi alla ideologia gender e transgender. È cronaca recente che i Laburisti britannici e la Sinistra spagnola stanno discutendo l’espulsione delle proprie componenti femministe dal momento che queste si ostinano a contrastare l’ideologia gender e a difendere, invece, la differenza sessuale.
3. Altra obiezione alla candidatura di una donna, proveniente da donne e da uomini, è stata quella fondata sul presupposto che un macho come Trump possa essere sconfitto solo da un altro macho, come dimostrerebbe il precedente di Hillary Clinton. Il precedente, ovviamente, non dimostra questo, ma solo, forse, che c’è un elettorato che difficilmente voterebbe una donna perché ancora prigioniero di una cultura sessista, ai limiti del machismo, che attribuisce più valore agli uomini…
Ci sono, dunque, donne -e uomini- che mettono l’appartenenza al sesso femminile in secondo piano rispetto a questioni di classe, di razza etc. E ci sono donne, a mio parere, che per paura che la sottolineatura dell’appartenenza al sesso femminile comporti la discriminazione di altri soggetti, si negano la libertà di riferirsi esplicitamente alla categoria di donna. Ci sono donne -e uomini- che si fanno catturare da una cultura machista e sessista. Ci sono poi uomini -e anche donne- che usano le candidature femminili come segno di modernità, dei tempi che cambiano, del politically correct e non per vera convinzione. Spero che Joe Biden, che i risultati danno come probabile candidato per i democratici, quando ha dichiarato “Se diventerò presidente formerò un’amministrazione che somigli di più al Paese. E fin d’ora m’impegno a scegliere un vice di sesso femminile” l’abbia fatto per reale interesse a misurarsi con la ricchezza che le donne possono portare nella vita politica.
Nello scenario odierno le contraddizioni sono tante. Malgrado la forza dei movimenti femministi, negli Usa come in Europa, la sinistra sembra confidare poco nelle donne, che fanno più carriera a destra: la maggioranza di quelle che occupano posti ai vertici, istituzionali o di partito, sono le donne che scelgono di stare con la destra, dai conservatori fino alla destra estrema. Destra che, nello stesso tempo, sta attuando una controffensiva, complici le donne, che ha come primi bersagli proprio le donne e i diritti civili. Insomma c’è un grande disordine simbolico in cui è difficile orientarsi se non si ha come primo obiettivo quello della modifica dell’ordine simbolico stesso… Dal momento che non conosco dettagliatamente le ragioni della delusione delle femministe americane per il risultato delle primarie, cercherò di interrogare la mia. Con coloro che difendono il gender contro la differenza sessuale e con coloro che si ritrovano in una cultura sessista non sono, per il momento e per ragioni diverse, interessata a confrontarmi.
Sono invece più interessata a confrontarmi con le donne che in qualche modo si richiamano al socialismo. Ho sempre pensato anch’io che la rappresentanza parlamentare sia rappresentanza di interessi e non di sesso. La carriera che le donne fanno a destra lo dimostra: spesso prendono posizioni che non vanno nella direzione di iscrivere nell’ordine simbolico la libertà femminile, e talvolta votano provvedimenti che addirittura peggiorano la vita quotidiana delle donne. Quando sono brave e determinate, come o più dei loro compagni uomini, nulla osta alla loro elezione e sono votate anche dagli uomini dal momento che aderiscono a una visione del mondo che non scalfisce l’ordine simbolico dato: le vediamo stare sulla scena pubblica con la baldanza di chi ce la fa nonostante donna. È invece più complicato per una donna che ha a cuore la giustizia sociale e soprattutto la libera espressione della sua differenza femminile. La libera espressione della differenza sessuale richiede un continuo e difficile lavoro simbolico che incontra resistenze tradizionali e resistenze nuove come quelle del gender.
Sono molto contenta che il MeToo sia riuscito a far crollare un sistema di potere che sembrava inattaccabile. Esso ha segnato una rottura: finalmente le donne che hanno denunciato le violenze sessuali sono state credute e sempre più uomini si stanno dissociando dai loro simili, tanto da poter dire che è in atto un cambio di civiltà. Non posso, tuttavia, nascondere il rammarico che una donna come Warren, che a detta di esperti, aveva un programma decisamente buono, non abbia goduto, da parte di donne e uomini, del credito necessario per governare il Paese.
(www.libreriadelledonne.it, 30 marzo 2020)
di Annamaria Testa
Specie in tempi difficili, dovremmo sforzarci di usare parole esatte e di chiamare le cose con il loro nome.
Le parole che scegliamo per nominare e descrivere i fenomeni possono aiutarci a capirli meglio. E quindi a governarli meglio. Quando però scegliamo parole imprecise o distorte, la comprensione rischia di essere fuorviata. E sono fuorviati i sentimenti, le decisioni e le azioni che ne conseguono.
Tra l’altro: sulla scelta delle parole che servono per descrivere le cose si gioca anche buona parte della propaganda politica contemporanea.
Per esempio, quando sceglie di chiamare “virus cinese” il Covid-19, Donald Trump non si limita a proporre un diverso nome per nominare la medesima cosa. Fa, per dirla con George Lakoff, una esplicita operazione di framing, di incorniciatura. Inquadra, cioè, il virus evidenziandone la provenienza, e quindi attribuendone la responsabilità. Del resto, ce lo ricorda il Guardian, Trump è piuttosto abituato a compiere operazioni di framing, e lo fa con (ehm…) un discreto successo.
Operazioni
di incorniciatura
Ma
non sono Donald Trump e il suo uso fallace del linguaggio il punto di
questo articolo. Teniamoceli, a mente, però, come esempio di
applicazione di un frame:
una cornice che può cambiare radicalmente il senso di qualcosa,
attribuendole una specifica qualità, o isolando ed esaltando una
singola qualità fra molte.
Per
descrivere e comprendere la realtà noi la semplifichiamo compiendo,
non necessariamente in malafede, una quantità di operazioni di
incorniciatura.
Lo facciamo ogni volta che definiamo un fenomeno
alla luce di quella che ci sembra la sua caratteristica emergente.
Lo facciamo (in modo efficacissimo, e determinante in termini di comprensione e interpretazione) quando usiamo una metafora: una formula linguistica che condensa in pochissime parole un intero racconto, e che evoca immagini intense, cariche di pathos.
Dunque, una metafora può essere una cornice folgorante (anche questa è una metafora) e altamente memorabile.
Eccoci al punto. In un eccellente articolo uscito su Internazionale pochi giorni fa, Daniele Cassandro segnala che “l’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra”.
Cassandro segnala, citando Susan Sontang, che però “trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate”. E conclude affermando che la metafora del paese in guerra è rischiosa nell’emergenza che stiamo vivendo perché “parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne”.
Lo psichiatra Luigi Cancrini ribadisce concetti analoghi in un’intervista a Repubblica: “La guerra è il tempo dell’odio. In guerra per sopravvivere si è costretti a uccidere l’altro”, dice. “Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà”.
E il sociologo Fabrizio Battistelli, su Micromega, dopo aver meticolosamente elencato una quantità di metafore belliche usate sia da politici sia da esperti, sottolinea che “è sbagliato mettere sullo stesso piano due fenomeni – l’epidemia e la guerra – la cui essenza è diversa. Ciò emerge nelle due distinte azioni del contrasto e della prevenzione. Mentre nel contrasto epidemia e guerra hanno vari punti di contatto (giustamente l’ideatore del ventilatore multiplo ha parlato di ‘medicina di guerra’) l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta”.
L’automatismo che porta a impiegare metafore belliche a proposito del Covid-19 mi sembra particolarmente insidioso anche perché, in realtà, i termini “malattia”, “epidemia”, “infezione”, “virus”, “contagio” sono essi stessi impiegati come metafore potenti. Basti pensare all’uso esagerato del termine “virale” che in questi anni si è fatto a proposito di internet e dei social network. A quante volte si è parlato di “infezione mafiosa”. O di “epidemia di solitudine”.
E allora, perché diavolo sentiamo il bisogno di mascherare con una metafora una realtà che ha attributi così forti e drammatici da essere essi stessi usati come metafore? Perché mai sentiamo il bisogno di alterare una narrazione potente e inequivocabile incorniciandola con un’altra narrazione?
L’automatismo della metafora bellica mi sembra troppo persistente e diffuso per essere ridotto a pura sciatteria lessicale.
Può darsi che derivi dal fatto che l’immaginario della guerra è profondamente radicato nell’inconscio collettivo. O può darsi che derivi dal fatto che oggi (di nuovo Battistelli) “le politiche strategico-militari concretizzano la dicotomia amico/nemico, teorizzata dal pensiero conservatore ma di fatto condivisa da tutti, come la quintessenza del ‘politico’”.
Conseguenza: si ragiona e si investe molto più secondo logiche nazionalistiche e di conflitto che secondo logiche universalistiche e per prevenire rischi globali.
Può darsi, insomma, che alla base di tutto ciò ci sia una logica ottusa e inadeguata, che sa leggere l’intera realtà solo in termini dicotomici e muscolari, e non è proprio capace né di ragionare, né di immaginare o progettare in termini di inclusione e di cura. Non ci riesce nemmeno adesso, quando inclusione, condivisione e cura sono l’unico imperativo possibile.
Di fatto, scrive Matteo Pascoletti su Valigia Blu, “il gergo militaresco e l’insistente visione bellica non aiutano ad affrontare l’emergenza da un punto di vista psicologico e cognitivo, e se non ci aiutano come individui di certo non ci aiutano come società”.
Pandemia. Pericolo globale. Tragedia collettiva. Difficile emergenza (come dice il presidente Mattarella). Tempesta che smaschera le nostre false sicurezze (come dice papa Bergoglio).
Ciò che riguarda il Covid-19 è tutto questo, ma non è una “guerra”.
Questa non è una guerra perché non c’è, in senso proprio, un “nemico”. Il virus non ci odia. Non sa neanche che esistiamo. In realtà, non sa niente né di noi, né di sé. È un’entità biologica parassita.
Non è una guerra e dunque è tremendo e inaccettabile che per “combatterla” muoiano medici e infermieri: non sono “soldati” da mandare in “battaglia”, pronti a compiere un “sacrificio”. Usare il frame della guerra per implicare, insieme all’eroismo, l’ineluttabilità del “sacrificio” è disonesto e indegno.
Non è una guerra ed è pericoloso pensare che lo sia perché in questa cornice risultano legittimate derive autoritarie.
Non è una guerra perché le guerre si combattono con lo scopo di difendere e preservare il proprio stile di vita. L’emergenza ci chiede, invece, non solo di progettare cambiamenti sostanziali, ma di ridiscutere interamente la nostra gerarchia dei valori e il nostro modo di pensare. Prima cominciamo, meglio è.
(Internazionale, 30 marzo 2020)
di Silvia Baratella
Il coronavirus ha rovesciato molte cose e molte delle rappresentazioni che ne facciamo. Ha prodotto effetti spiazzanti in molti campi, e credo che sarebbe sbagliato giudicare questi effetti secondo schemi tradizionali e più utile invece provare a vederli in una luce nuova, cercando di cogliere le possibilità di cambiamento che offrono o i cambiamenti già avvenuti che rendono visibili. Per esempio, l’effetto della pandemia sulla vita delle donne, di cui parla anche Silvia Motta su questo stesso sito (Di diverso e di più,26 marzo 2020).
Tra le cose da esaminare c’è il modo in cui uomini e donne si muovono sulla scena, quella pubblica e quella privata. Su quella pubblica gli uomini come sempre non mancano, ma a ben vedere neanche le donne: ci sono le tre ricercatrici che hanno isolato il virus; ci sono infettivologhe e virologhe che spesso danno ai media spiegazioni più chiare e articolate dei loro colleghi maschi; c’è l’infermiera sfinita alla fine del turno di lavoro che è diventata il simbolo della strenua lotta di uomini e donne negli ospedali italiani. In politica, oltre ai soliti Conte, Speranza, Zaia e Fontana, ci sono donne che agiscono in alti ruoli istituzionali: la sottosegretaria alla salute Zampa, la ministra Lamorgese, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde. Insomma, il virus illumina un’umanità fatta di due sessi, che non si esaurisce nell’uomo con la U maiuscola dei vecchi libri di scuola. Lamentare un’invisibilità femminile mi sembra che ci ricacci tutte indietro, anche se convengo che i media non farebbero male a prestarci più attenzione.
E sulla scena privata? Se ne sa meno, essendo appunto privata, e ha anche dei gravi punti oscuri, per esempio la sorte delle donne che già convivevano con uomini violenti e che ora sono chiuse dentro insieme a loro a tempo indeterminato. Lo ricorda anche Silvia Motta, raccontando un bell’esempio di via fuga allestito per loro dalla giunta regionale delle Canarie.
Ma le donne che vivono con gli altri uomini, quelli non maltrattanti? Sulla vita delle famiglie “normali” il nostro immaginario si è già fatto un’idea, espressa dalle frequenti rimostranze perché, con le scuole e i servizi chiusi, il peso di tutti i compiti di cura grava sulle donne. Ma dev’essere per forza così? Gli uomini, come le donne, in questo momento sono a casa. Anche loro devono condividere il “lavoro agile” con la presenza di figlie e figli, pasti da preparare, bucati da fare. Chi ha detto che dobbiamo far finta che non possano occuparsene? Stavolta non hanno vie di scampo: né lavoro, né bar, né sport, né attività politica. Non ci sono più scuse da accampare, evitiamo di offrirgliele noi dando per scontato che sarà come sempre: nulla è come sempre, in tempo di coronavirus. Se le donne sono diventate visibili nella vita pubblica, adesso è il momento di rendere visibili gli uomini nel privato. Quelli che commettono abusi, da neutralizzare prima possibile, quelli che non hanno più alibi per non rimboccarsi le maniche e quelli, sono sicura che ci sono, che già se le sono rimboccate.
(www.libreriadelledonne.it, 28 marzo 2020)
di Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli
Sarantis
Thanopulos: «Annarosa, la principale misura del governo per
fronteggiare il Coronavirus è stata la quarantena collettiva: un
cambiamento pesante della nostra vita. Sul piano psicologico è
evidente l’aumento dell’angoscia e della depressione nei
cittadini, provati, peraltro, da una grande incertezza sui tempi
degli effetti desiderati. È altrettanto evidente il rischio che la
quarantena fisica si trasformi in quarantena psichica. Se dalla
situazione attuale non usciremo con la consapevolezza che il mondo
attuale va radicalmente ripensato, le emergenze, di vario tipo,
diventeranno la nostra vita quotidiana e l’autoritarismo avrà la
meglio sulla democrazia. In una tua intervista hai condannato lo
stile violento e suicidario delle forme virili di governo, oggi di
nuovo nudo. Come pensi che possa fare al loro posto la “lungimiranza
femminile?”».
Annarosa Buttarelli: «Caro Sarantis, che
bello tornare a dialogare con te e con i lettori de il
manifesto. Nel presente storico mi
faccio un obbligo di non criticare, nel bene o nel male, ciò che
stanno facendo i nostri governanti. Penso che facciano al meglio
quello che possono e forse anche qualcosa di più. Tuttavia, si può
notare che, in un’emergenza estrema come quella che stiamo vivendo,
in Italia tutta la catena di comando ritorna saldamente in mano agli
uomini. Le donne fanno la loro parte al “fronte”, come in ogni
grave momento storico.
Questa banale osservazione non è già
più banale, se consideriamo che questa fenomenologia, maschi al
comando, donne a darsi da fare al confine tra vita e morte, è
ripetuta in ogni momento in cui c’è un’emergenza o una guerra di
liberazione (a parte oggi le combattenti curde), o una rivoluzione
vecchio stile. Tutto ciò non mi fa essere così ottimista verso un
futuro post-apocalittico completamente differente rispetto al vecchio
mondo. Ho definito “lungimiranza femminile” tutta la serie di
profezie di filosofe e/o donne comuni che hanno previsto come sarebbe
andata a finire a causa dell’illimitata hybris dei maschi al potere
e del loro disastroso pensiero dicotomico.
Penso che Hegel si è
sbagliato quando affermava che bisogna che “scoppi il cuore del
mondo” perché l’umanità faccia un passaggio di livello di
coscienza. Spero che sia così, nel prossimo futuro, ma il buongiorno
si vede dal mattino».
Sarantis Thanopulos: «Ho capito cos’è
la lungimiranza femminile mentre mia madre prendeva cura della tomba
di suo fratello conversando con me amabilmente. Il piacere del vivere
nel momento della cura affettuosa della persona amata con cui non si
può essere più in contatto fisico. L’incontro tra gli amanti e
tra gli amici, l’ascolto di un concerto, l’andare al teatro o al
cinema, o in chiesa, il prendere il caffè in compagnia di
sconosciuti familiari, non sono “abitudini” da cambiare ma il
manifestarsi della vita che può essere limitato per necessità
esterne, ma deve resistere forte dentro di noi.
Solo il nostro
femminile può ribellarsi alle “virili” abitudini suicide della
memoria corta, dell’uso strumentale degli altri e dell’ambiente,
dell’isolamento iper-comunicante che ci fa perdere le cose belle
della realtà e ci nasconde i suoi pericoli (finché non ci sbattiamo
sopra)».
Annarosa Buttarelli: «Parlando di lungimiranza
femminile, intendevo anche quello che tu hai compreso osservando tua
madre. Hai scritto, per due volte, “cura”, parlando di lei: la
sapienza femminile si è da sempre resa visibile – chi ha occhi per
intendere… – prendendosi cura del vivente e di ciò che lo fa
vivere, nel modo migliore possibile. Andare a teatro, al cinema, in
chiesa, leggere un libro, ascoltare una buona conferenza… sono
tutte attività tenute in vita dalle donne, se sono vere le
statistiche che vi rilevano la frequenza tra il 70 e l’80% di
pubblico femminile.
Ma c’è molto altro che riguarda la
“lungimiranza delle donne”. Continuiamo la prossima volta»
(il manifesto, 28 marzo 2020)
di Elena Stancanelli
Quando saranno sollevate le misure di restrizione, quando sarà il momento di tornare a lavoro, dovremo occuparci di proteggere e mettere in sicurezza le persone più fragili. Cioè i maschi. La virologa Ilaria Capua ha spiegato che potremmo addirittura usare le donne come semafori rossi. Il Covid-19 infatti, per ragioni che non sappiamo, si è rivelato molto più aggressivo con gli uomini. Si registrano meno casi di positività, meno intubazioni o ricorsi a terapia intensiva, e un numero minore di donne tra i morti. Per questa ragione nella post-quarantena, ha detto Ilaria Capua, potrebbe essere opportuno far rientrare al lavoro prima le donne, che offrono una barriera maggiore alla propagazione del contagio. Un semaforo rosso, appunto.
È uno scenario interessante, tra i tanti mirabolanti e spaventosi che ci passano per la testa in questi giorni. Passiamo dall’apocalisse alla palingenesi, da Mad Max al Mondo Nuovo di Huxley, in un incessante ping-pong psichico che ci sfinisce. Nessuno sa cosa ci aspetta, ma di certo ci sarà da ricostruire. E ricostruire è sempre una buona occasione per ripensare. E se le donne uscissero per prime in strada, come la scienza ci consiglia di fare, sarebbero loro a occuparsene, almeno all’inizio.
Dovranno valutare i danni, decidere la scaletta delle priorità. Non avrebbero molto margine di manovra, gli uomini non si tirerebbero indietro completamente. In salvo dentro le loro case, al riparo dal virus, continuerebbero a fare i loro lavori in remoto. Ma per le strade ci saranno le donne. Cammineranno da sole, occuperanno autobus e uffici. Sarà un paesaggio inedito. In alcune parti di mondo per strada si incontrano solo uomini, nei Paesi musulmani integralisti le donne sono nascoste, in casa o sotto gli abiti. Città di maschi ne esistono già, così come abbiamo visto centinai di “panel”, riunioni dei vertici di governo, università, consigli di amministrazione di soli uomini. Li abbiamo guardati commentare, stabilire i canoni, prendere le decisioni. Ma di questo mondo che potrebbe accadere, questo in cui tutti i posti sono occupati dalle donne, non abbiamo invece alcun esempio. Chiamiamolo ginocene. L’era geologica delle donne.
Chissà quanto potrebbe durare. Mesi, anni? Poniamo che in questo tempo sia necessario avere persone che siedono in Parlamento, parlino con gli operai in sciopero, officino matrimoni e funerali. Durante il ginocene quelle persone non potranno che essere donne. Lo faranno nello stesso modo? La questione non è se esiste un modo di comandare, lavorare, vivere maschile e uno femminile. La questione è la densità. Nel mondo, di colpo, girando la testa, si vedranno solo donne. Sarà un mondo più gentile o uno nel quale esploderanno le tensioni più in fretta e le stesse tensioni si risolveranno in meno tempo? Quello che non siamo riusciti fare con la politica e con i movimenti femministi lo farà il virus? Sarà un’occasione per riequilibrare le parti, o un nuovo inizio nel quale i posti ora occupati dalle donne non verranno ridati indietro, proprio come gli uomini adesso faticano a cedere le posizioni di comando?
È uno scenario lievemente fantascientifico, nessuno pensa davvero che la pandemia produrrà cambiamenti irreversibili di tale portata. O forse sì? È così poco quello che sappiamo, è così impreparata la nostra immaginazione a quello che sta già accadendo che non si può escluderlo. O meglio: consideriamola, questa davvero, un’opportunità. Se davvero si tratta di ripensare i nostri comportamenti, di rimettere in ordine l’ecosistema come ci chiedono gli scienziati, non sarebbe una cattiva idea se a farlo fossero le donne, quasi del tutto escluse finora dalle decisioni cruciali. Anche se il ginocene fosse solo una distopia che non si avvera, un potere più equamente diviso potrebbe essere l’unico regalo lasciato alla Terra da questo maledetto virus, quando finalmente se ne andrà.
(La Stampa, 27 marzo 2019)
di Ana Mañeru Méndez
Per la prima volta condividiamo in tutto il pianeta un male con lo stesso nome, il coronavirus. Oltre a cercare di rimediarvi, confido che ci aiuti a capire e risolvere molti altri problemi, nascosti sotto parole che sono diventate vuote: uguaglianza, mercato, libertà, progresso, avanzamento, globalizzazione e sviluppo. Il virus è arrivato con la velocità e l’apparente immaterialità del virtuale, ma con il peso della più pura materialità dei corpi, che consiglia di lavarsi le mani, come ci hanno insegnato nell’infanzia le nostre madri per prevenire i contagi.
Questo male è diventato senza discussione urgenza mondiale. Potrebbe essere perché ha a che vedere con la vita e la morte, ma molti mali di vita e morte non hanno raggiunto finora un protagonismo globale né hanno provocato questa unanimità, inedita e inaudita, che tanto sorprende. Affinché tale accordo universale non si fermi alla superficie, conviene ricordare che alla radice di questo e di quasi tutti i mali che patiamo c’è la violenza maschile contro le donne, planetaria, persistente e letale senza limiti nell’ordine simbolico e materiale. Un male che affligge tutta la popolazione e rispetto al quale non si investe in vaccini, forse perché sappiamo già quello che occorre fare perché sparisca ma bisogna che ci impegniamo a metterlo in pratica. È una violenza che disprezza l’origine femminile e materna di ciascuna creatura, della vita. Una violenza che quando è esercitata, essendo tanto brutale, toglie il veto a qualsiasi altra violenza: le guerre, le diverse forme di schiavitù contemporanea, la distruzione della natura, l’appropriazione illimitata di beni da parte di una minoranza a prezzo della sofferenza e della morte di milioni di persone. E ciascuno aggiunga qui tutte le violenze che conosce e anche che esercita. Tutte hanno la stessa radice.
Bisogna frenarlo “costi quel che costi”, sentiamo nelle notizie sul coronavirus, e in questo caso la paura ci guida ad accettare ciò che comandano coloro che dirigono la scena, scena già letale anche prima in molti casi, soprattutto per donne, bambine e bambini. In pochi giorni sono rimaste allo scoperto molte delle crepe di questo mondo con cui conviviamo ogni giorno volendo ignorare che ci sono. È chiaro, insomma, che la scienza non spiega tutto e non sempre dice la verità e che la tecnica è limitata e usata di frequente contro il bene comune. E che viviamo in maniera insensata in molti sensi. Una volta svelato questo, come nella fiaba in cui “il re è nudo”, c’è un fermarsi e una chiamata di cui dobbiamo approfittare per recuperare il senso comune e la sapienza accumulata dalle madri durante migliaia di secoli, quella che ha permesso di creare e mantenere le vite senza fantasie di onnipotenza.
È chiaro anche che nessuno verrà a salvarci se non salviamo, ciascuno, ciò che abbiamo di valore, la vita, la parola, le relazioni, la fiducia, la natura e l’impegno alla trasformazione di sé, che è quello che trasforma il mondo.
Perciò mantengo la speranza che questa crisi misteriosa che ha smosso il mondo scoperchiando problemi diversi contribuisca a risolvere molte cose che mi importano. Confido nel fatto che ora si renda visibile, perché ci orienti, il cambio di civiltà portato dalla fine del patriarcato, un avvenimento senza precedenti messo al mondo dalle donne e ormai celebrato da alcuni uomini.
Questo cambio si intravvede nelle raccomandazioni di coloro che si incaricano ufficialmente di frenare il virus. I loro consigli coincidono con quelli propri dell’ordine simbolico della madre dai tempi remoti: misure di igiene elementare, acqua e sapone, non tossire né starnutire vicino a qualcuno, mantenere le distanze che preservano i corpi dall’infettarsi, consumare e viaggiare solo il necessario, aiutare, accudire, mantenere la calma, rispettarsi, essere responsabile, smettere di accumulare senza limiti credendo che il denaro ci proteggerà da tutto.
Io spero che oltre al virus, contingente e temporaneo, cada finalmente la cosa più importante, insostenibile e mortale della nostra società che persiste tanto da sembrare atemporale: la violenza di tanti uomini contro le donne, il cui pilastro più fermo è la prostituzione.
Con l’arrivo del virus posso finalmente sognare a occhi aperti e vedere i postriboli da strada e i cosiddetti bar alternativi e i bordelli, chiusi, e multati se aprono, come avrebbe dovuto essere da tempo. Finalmente i prostitutori e i prosseneti non avranno licenza di violare i corpi femminili e saranno castigati per i loro delitti. Non posso quasi crederci. Che felicità. E le donne prostituite finalmente libere e con gli aiuti che spettano loro per essere state vessate impunemente. Tutta la società è in debito con loro perché abbiamo convissuto senza rimediarvi con questo virus che è il delitto più antico del mondo, un virus terribile che le distrugge e che infetta la vita quotidiana di donne e uomini, perché ci abitua a vivere nella barbarie. Benvenuta finalmente l’abolizione della prostituzione. Benvenuto tutto ciò che ne deriverà.
(www.libreriadelledonne.it, 26 marzo 2020. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan del testo: Bienvenida la abolición, Duoda web, 18 marzo 2020, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/253/)
di Silvia Motta
Cosa faremmo noi donne di diverso e/o di più di quello che tante e tanti stanno già facendo da quando il coronavirus ha fatto irruzione nel mondo degli umani?
Questa domanda si insinua continuamente nella mia mente ed è quasi un pensiero molesto perché mi sembra di fare torto a quella grande quantità di donne e uomini che oggi sono in prima linea nella sanità, nella politica, nell’economia, nei servizi indispensabili.
La foto che ha fatto il giro dei giornali e del web, quella di Elena Pagliarini, l’infermiera dell’ospedale di Cremona che alla fine del turno si addormenta stremata sulla scrivania, mi si para di fronte quasi come un rimprovero. Sembra dirmi: cosa ne sai tu? Ti permetti di criticare?
Poi però mi viene in mente la scienziata Ilaria Capua che in un’intervista video per La Repubblica.it dice: «Le donne che già hanno vita difficile senza la pandemia, durante la pandemia hanno vita ancora più difficile».
Sì, per molte donne la vita diventa ancora più difficile. E penso subito alle tante “mancanze” che una visione prevalentemente maschile perpetua anche in questa situazione indubbiamente nuova.
Eccone (solo) alcune:
– Non basta dire “state a casa”. Bisogna, in contemporanea, fornire una via d’uscita per quelle donne che nella coabitazione forzata si troverebbero a tu per tu con uomini violenti o privi di capacità di sopportazione dei disagi. Per esempio– lo apprendo da La Repubblica di domenica 22 marzo – il governo regionale delle Canarie ha preso un provvedimento che tiene conto di questo. Con il nome in codice “Mascarilla 19” (“mascherina 19”) ci si può recare in farmacia e il farmacista sa di dover avviare immediatamente un protocollo di emergenza. Bisogna escogitare qualcosa di simile anche qui da noi.
– Si sta ignorando il surplus di lavoro a cui le donne chiuse in casa sono sottoposte: bambini da accudire, anziano da curare, spesso mariti da assistere o da sopportare. Andrebbe prevista la babysitter o un’assistente domestica o a scelta un congruo contributo in denaro per tutte, non solo per le donne che abitualmente lavorano furi casa (le uniche riconosciute anche dai sindacati come “lavoratrici”).
– Andrebbero preparate delle linee guida per uomini disorientati dall’inedita convivenza con la famiglia e con i suoi bisogni. A questo proposito è illuminante la gag che gira tra i numerosissimi (e benvenuti) messaggi sdrammatizzanti di questi giorni. Lui dice: “Io è da ieri che sto in casa con la mia famiglia… sembrano brave persone!”
– Non è bello che le informazioni importanti in TV siano date tutte da maschi, quando si sa che le donne sono centrali nella gestione del contagio. Non dico che ci vorrebbero delle quote, dico che ci vorrebbero le donne. Non mancano certo le donne con esperienza, competenza e speciale intelligenza, ma l’apparizione pubblica rispecchia le gerarchie e occupare i piani alti nelle agenzie, nelle aziende e nei servizi è molto difficile. Difficile in tutto il mondo e in Italia di più.
– È ridicolo che nell’ambito della scienza e si interpellino quasi solo i maschi, quando le scoperte notevoli sul coronavirus sono state fatte da donne (le ricercatrici del Sacco, le scienziate dello Spallanzani, l’anestesista Annalisa Malara che da vera creativa ha pensato “l’impossibile” e ha scoperto la prima persona italiana con il coronavirus). Senza trascurare che nei laboratori dove si fanno queste scoperte ci sono tante giovani donne, preparatissime, precarie, malpagate e sottovalutate.
Insomma, anche all’epoca del coronavirus, più o meno consapevolmente, si rischia di rendere invisibili le donne. Oggi però siamo dappertutto, in una certa misura anche in ruoli influenti. E abbiamo cose importanti da dire.
Tra le cose importanti da dire ecco alcuni stralci di una bella intervista di Felice Cimatti a Manuela Fraire, nota psicoanalista e femminista, nella trasmissione “Uomini e profeti. Il tempo del perturbante” andata in onda su RAI 3 domenica 22 marzo.*
L’intervistatore le chiede: In Italia la parola “casa” fa pensare a qualcosa di caldo, femminile, materno, ad aspetti belli. C’è qualcosa di bello in questo appello del ritorno a casa, qualcosa che risuona in questo luogo?
Manuela Fraire: «Ho letto una notizia… non si capisce perché è così più bassa la percentuale di donne che non contraggono il virus. Non si sa il perché. Ma quando lei dice “casa” io penso che casa è una prima roulotte, il mezzo di trasporto che noi sperimentiamo nella vita ed è il corpo pregno, il corpo della donna incinta. Quella è la casa. La prima immagine che abbiamo è di un luogo che ci fornisce ciò che serve per la sopravvivenza e che resta in vita esso stesso, un luogo che vive la propria vita tanto da poter alloggiare la nostra vita. […] Questo cosa vuol dire, che dobbiamo dedicare tutto alla maternità? No, ma al modo come la nostra specie digita per la prima volta l’interno di un altro e come viene digitato dall’altro. Forse che non possiamo dire che la nostra è una specie che vive attraverso uno dei soggetti della specie che è abitato da un altro? Allora la donna dice ‘io sono l’altro’ che fa l’esperienza di avere dentro un altro che per di più cresce e si sviluppa a prescindere dalla mia volontà. È l’altro. Molte fantasie di donne incinte sono di avere un bambino desiderato che può diventare un alieno dentro… la gravidanza potrebbe non andare bene. Quell’oggetto desiderato diventa un virus, un mostro. […] Questa è un’esperienza che facciamo continuamente.
Ci rendiamo conto di che opportunità è questa per chiederci qualcosa? Lo possiamo dire perché siamo in un momento in cui la scienza e la tecnica sono dalla nostra parte, finalmente le possiamo utilizzare non per alienarci».
* L’intervista integrale dura quasi un’ora, tocca altri temi interessanti come il silenzio delle città, l’esperienza di non potere avere contatti, il virus come l’altro invisibile tra noi e l’altro, la novità di poter entrare nelle case degli altri a distanza, come avviene per molti tipi di lavoro (insegnanti, analisti, impiegati ecc.).
(www.libreriadelledonne.it, 25 marzo 2020)
di Barbara Buoso e Ilaria Durigon
Luoghi simbolici e di condivisione diventano relazioni che resistono. L’esperienza della Libreria delle donne di Padova, Lìbrati
Luisa
ordina sempre i libri da noi, è una signora elegante,
sull’ottantina, che vive da sola in un appartamentino in una
laterale poco distante dalla libreria. Lettrice a dir poco esigente,
il peccato più grande che si possa commettere, per lei, è perdere
tempo con un brutto libro. Di peggio c’è solo non leggere, perché,
dice, ci si lascia sfuggire tanta di quella bellezza.
«Il mio
tempo più bello l’ho sempre passato coi libri» ci ha confessato
una mattina mentre chiacchieravamo del più e del meno, un’abitudine
nostra del martedì. Fino a prima del decreto di chiusura, Luisa
passava a salutarci quasi ogni settimana per fermarsi a sfogliare le
novità e attraverso le storie nuove sugli scaffali lei ripercorreva,
come diceva, la sua storia «vecchiotta». Prima di andare ci
lasciava sempre, sulla panca all’ingresso – è un’abitudinaria
– un pacco di biscotti, un sacchetto di caramelle all’anice che
comprava sempre e solo, perché lì hanno le più buone, al Canton de
le Busie, in centro. Nel corso delle lunghe chiacchierate fatte in
questi anni, Luisa ci ha fatto conoscere scrittrici di cui non
avevamo mai sentito parlare, la nostra libreria ha un catalogo
costruito – un titolo alla volta – anche grazie ai suoi consigli.
Il giorno in cui abbiamo comunicato che, a seguito delle disposizioni del Governo, avremmo chiuso, tra le tante telefonate di sostegno, c’è stata anche la sua. Dopo averci rassicurate che questo periodo sarebbe passato presto ci ha fatto un ordine di libri (le consegne a domicilio erano ancora permesse) preoccupata soprattutto di dover restare in casa, da sola. Arrivate da lei abbiamo suonato il campanello a cui ci ha risposto con voce sconfortata, come non l’avevamo mai sentita prima – Luisa è un’ottimista di natura – che non poteva aprirci, che la vicina del piano di sotto le aveva detto che occorreva stare ad almeno quattro metri di distanza, che avrebbe tanto voluto ma era meglio che le lasciassimo tutto sul pianerottolo davanti alla sua porta dove ci siamo trovate una sedia con le banconote, un pacchetto di caramelle al rabarbaro e un altro di lingue di gatto. Non abbiamo fatto a tempo a scendere le scale che l’abbiamo sentita richiamarci chiedendoci se poi lo avevamo letto quel libro che ci aveva consigliato e ci siamo ritrovate a parlare lì tra le scale e il pianerottolo, noi da una parte, lei dall’altra, in mezzo la sedia con la pila di titoli che aveva ordinato.
Prima di andare è toccato a noi rassicurarla – l’abbiamo imparato da tempo che dare e ricevere hanno confini così sfumati da confondersi spesso l’uno nell’altro – le abbiamo detto che questo periodo sarebbe finito, i libri che le avevamo portato non l’avrebbero delusa e come sempre le avrebbero fatto trascorrere del tempo bello e che presto, davvero presto avremmo recuperato le ore assieme facendoci il tè chiacchierando delle storie che ci piace ascoltare. Nel bel mezzo dei saluti, una voce dall’androne delle scale, è di uomo che ci dice di fare silenzio, che per parlare c’è il telefono, che basta con ‘sti libri, manco fosse del pane. «Certe persone non cambiano mai, virus o non virus», ci ha detto Luisa scuotendo la testa. È proprio vero, abbiamo pensato mentre chiudeva alle sue spalle la porta.
(https://ilmanifesto.it/il-tempo-della-lettura-e-le-caramelle-al-rabarbaro/, 26 marzo 2020)
di Massimo Lizzi
Se donne e uomini sono in prima linea nella lotta al coronavirus, possiamo immaginare che, negli ospedali, il peso più grande nel soccorso e nella cura dei contagiati sia retto dalle donne. Mediche e infermiere. Le immagini simbolo di questo sacrificio sono infatti raffigurate da donne. Come la foto di Elena Pagliarini, l’infermiera stremata che si addormenta per cinque minuti sulla tastiera del computer con addosso cuffia, mascherina e guanti di lattice. O il disegno dell’infermiera che prende in braccio l’Italia, divulgato dall’associazione dei carabinieri di Chiaravalle.
Benché siano ancora prevalenti gli uomini nella comunicazione pubblica, abbiamo visto affermarsi molto bene come esperte alcune donne spesso consultate dai media. Ilaria Capua, virologa ed ex deputata italiana, nota per i suoi studi sui virus influenzali, in particolare, sull’influenza aviaria. Maria Rita Gismondo direttrice del reparto microbiologia e virologia all’Ospedale Luigi Sacco di Milano. Roberta Villa, giornalista scientifica, a lungo collaboratrice del Corriere della Sera.
La prevalenza maschile nella comunicazione pubblica ha i suoi soliti e noti motivi. Il retaggio patriarcale. Le posizioni di potere occupate soprattutto dagli uomini. Il superiore narcisismo dei maschi.
Detto ciò, credo ci sia una ragione particolare che giustifica il prevalere della parola pubblica degli uomini. Una parola allarmata, aggressiva e impositiva. La parola maschile sembra più adatta alla situazione di emergenza. In effetti, le donne intervenute nel dibattito pubblico, si sono affermate come punto di riferimento proprio nei giorni in cui sembrava importante contenere il panico. Il loro messaggio era rassicurante, riflessivo, persuasivo. A rischio però di favorire la sottovalutazione.
Comunicare sul coronavirus è complicato. Per evitare il panico, occorre dire che possiamo preoccuparci poco come singoli individui. Giovani, adulti, sani, anche se infettati, rimangono quasi sempre asintomatici o con sintomi lievi. Sono l’80 per cento dei contagiati. E potenziali vettori di contagio. Per evitare la sottovalutazione, occorre dire che dobbiamo preoccuparci molto come società. Perché, la minoranza percentuale dei contagiati, per lo più anziani o già affetti da altre patologie, forma in cifra assoluta un numero sempre più grande. Che diventa superiore ai posti disponibili in terapia intensiva negli ospedali. Superato questo limite, i medici dovranno decidere chi salvare. È vero che il servizio sanitario nazionale è stato colpevolmente indebolito dalle politiche neoliberiste di austerità e privatizzazione, tuttavia, se anche i posti in rianimazione fossero di più, persino infiniti, sarebbe impensabile lasciarli occupare a oltranza.
Questo doppio messaggio, preoccuparsi poco per sé e molto per la collettività, è assai difficile da far passare in una società individualista. Tra una popolazione con un debole senso civico, poco disposta all’osservanza delle regole, alle rinunce e ai sacrifici. Refrattaria a fare o non fare qualcosa per il bene pubblico, senza sentirsi motivata dal timore di un danno personale immediato. A volte, neppure questo è sufficiente. Basti pensare al comportamento autodistruttivo individuale dei fumatori, degli alcolisti, dei tossici, degli obesi. O degli automobilisti che non rispettano il codice della strada. Più o meno consapevoli dei rischi individuali, ma individualmente affidati alla speranza di farla franca. Anche questi, in genere, più uomini che donne.
La gestione di una situazione d’emergenza, che è pure una lotta contro il tempo, richiede un messaggio d’autorità molto forte. Se la politica e la scienza medica sono in crisi d’autorità, devono fare lo stesso la cosa giusta e necessaria, anche assumendosi la responsabilità dell’autoritarismo. Questa parte, ad oggi, è meglio interpretata dagli uomini.
Va detto, a disonore degli uomini, che i più riluttanti nel reagire all’emergenza sanitaria sono stati proprio i leader maschi più autoritari e conservatori in Occidente. E che sono spesso maschi quelli che fanno opposizione contro le necessarie misure di emergenza. O per il riflesso di un ideologismo demenziale, che vede in ogni emergenza un’invenzione del potere per giustificare i suoi dispositivi autoritari. O per far prevalere le ragioni dell’economia. Sono uomini i tanti imprenditori che costringono ancora centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori ad andare al lavoro per svolgere mansioni e servizi non essenziali. Così, come sono uomini i responsabili di un modello di sviluppo globalizzato che ha creato le condizioni ideali per l’espansione di una pandemia virale, mai così rapida e travolgente.
Che le donne sembrino meno adeguate a comandare nell’emergenza, non vuol dire che non siano efficaci con il loro stile. Molto efficace, per esempio, è stata la dottoressa Barbara Balanzoni. Ex tenente medica dell’esercito italiano in Kosovo, accusata di disobbedienza continuata e aggravata, ma poi assolta, per aver salvato una gatta che stava morendo di parto. Anestesista, medica forense plurititolata, con base nel veronese, è laureata anche in Giurisprudenza Il 4 marzo, prima dei decreti del governo, si è ripresa in video, con un contegno severo, per lanciare un appello diretto e accorato, condiviso migliaia di volte e ripreso dai principali giornali. Ha detto: Vedo troppa gente in giro. C’è un grave pericolo di contagio. I respiratori stanno per finire e di anestesisti non ce ne saranno più. Perciò dovete stare a casa.
(www.libreriadelledonne.it, 23 marzo 2020)
di Ina Praetorius
Nel tempo sospeso che stiamo vivendo, bloccate in casa dal coronavirus, si apre lo spazio di un ripensamento che abbraccia tutti gli aspetti della vita. A noi due – Vita e Marina – sono tornate in mente le parole orientanti di una pensatrice postpatriarcale che da tempo lavora a un nuovo inizio del pensiero sul mondo. Vi proponiamo stralci della sua comunicazione al Simposio delle filosofe 2006. Il testo completo si trova nel libro Il pensiero dell’esperienza, a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (Baldini Castoldi Dalai editore 2008). (Vita Cosentino e Marina Santini)
Con una parola qualsiasi può prendere inizio un nuovo modo di parlare. Per esempio la parola “quotidiano”. Ma cosa vuol dire quotidiano? Esiste davvero il “quotidiano”?
[…]
Cosa intende davvero la gente quando pronuncia questa parola?
Un ragioniere, per esempio, si lamenta della monotonia della sua vita professionale quotidiana. Ragazze e ragazzi che frequentano la scuola sospirano quando dopo le vacanze estive devono ricominciare ad andare a scuola. La rigidità dell’organizzazione scolastica, la necessità di alzarsi presto, il curriculum prestabilito e i traguardi di apprendimento da raggiungere sembrano riempire di senso ciò che si chiama quotidiano. Il contrario di ciò che avviene durante le vacanze quando si può disporre abbastanza liberamente del proprio tempo, oppure quando si può fare un viaggio verso mete ignote. Comunque anche durante le vacanze vivo un senso di quotidiano perché, per quanto io sia libera, devo però mangiare, dormire, andare in bagno. La parola “quotidiano” sembra un concetto relazionale. Il significato concreto di questa parola si può definire solamente in relazione a un suo contrario, quello di non-quotidiano. Sembra che resti comunque invariato il fatto che “quotidiano” significhi sempre il lato ripetitivo e funzionale di un’esperienza. Una vincita al Lotto, una festa, un incidente, una malattia improvvisa, degli ospiti che mi possono «far uscire dalla mia routine quotidiana». Forse mi torna poi la voglia di ritornare al tranquillo trascorrere sempre uguale del tempo. L’avvenimento particolare, che sia atteso o inatteso, o proveniente da un contesto più ampio – una istituzione per esempio – può accadere senza che ci si chieda ogni momento che senso possa avere ciò che si sta facendo e quale libertà ci possa dare.
[…]
Se il quotidiano fosse la noiosa routine data dalla ciclicità del corpo umano e dalla necessità di amministrare la convivenza umana, allora oggi, rispetto ai tempi passati, per molte persone le cose sarebbero cambiate in meglio. Perché oggi si parte generalmente dal presupposto che tutti e tutte, donne, uomini e bambini, persone di ogni età e di ogni professione, possono fare esperienza di entrambe le cose: quotidianità e festa, funzionamento sempre uguale e libertà da scopi ben precisi. Una gran parte di ciò che una volta riempiva le giornate di molta gente – come far il fieno, il fuoco, il pane, camminare molto a lungo, fare il bucato, abbattere alberi… – è oggi svolta da macchine. Sembra che ci si avvicini a uno stato delle cose nel quale il lavoro rivolto immediatamente alla riproduzione può scomparire lentamente, se si vuole farlo scomparire. Ora et labora, la regola dei Benedettini, che si rifà alla vita vissuta da Gesù Cristo di Nazareth, aveva trasformato il parallelismo tra vita ripetitiva e contemplativa in virtù. Tutti dovevano vivere in un alternarsi di fare ripetitivo e stare contemplativo.
Nel frattempo però l’esistenza finalizzata a uno scopo sembra debba scomparire dalla vita di tutti noi, ma a favore di che cosa? A favore della libertà, dell’avvenimento particolare? Abbiamo a disposizione ancora altri termini per contrario del quotidiano: tempo libero, dinamicità, avventura, festa, creatività, progresso… Tutte queste parole promettono di coltivare in forma pura l’avvenimento che esce dal quotidiano. Tutta la vita tende a trasformarsi in qualcosa di speciale.
Il progetto di modernità che sembra essere valido e imposto a tutti, e che intende rendere possibile una vita umana che possa delegare la gestione della routine alle macchine, è però continuamente eluso e contaminato da un’antica visione occidentale del mondo che prevede l’esistenza di certe persone addette ai servizi di routine e altre dedite a una vita libera dai bisogni. In La politica, Aristotele scrive a proposito della «scienza dei rapporti fra padrone e schiavo», e dice: «È ovvio che la natura ha creato esseri liberi e schiavi e che per quest’ultimi è bene e giusto servire. In ugual modo si regola il rapporto fra maschi e femmine: uno è migliore, l’altro inferiore, uno governa e l’altro è governato».
[…]
Non sbaglia allora chi a volte ha la sensazione che la vita quotidiana (da eliminare) sia una cosa in qualche modo femminile, che questa vita quotidiana si svolga soprattutto a casa mentre le donne in carriera, le top manager, le docenti universitarie e i politici parlano ogni tanto della “vita passata in riunione”, dei problemi durante il semestre o dei tanti spostamenti che devono compiere. Proprio lì nella libertà del mondo maschile, fuori di casa avvengono le cose più importanti, le cose non quotidiane.
[…]
Oggi l’essere umano giusto è l’homo oeconomicus, talvolta anche sotto forma di essere femminile emancipata il/la quale aziona solo bottoni quando vuole mangiare, espellere escrementi o riprodursi. La noia del cucinare, pulire, fare il bucato è scomparsa per coloro che hanno fatto carriera. Scomparirà per tutti. Nessuno dovrà più doverla subire. Rispetto a questa meta, se capisco bene, capitalismo e comunismo tirano dalla stessa parte. Entrambi partono dal presupposto che la sfera del funzionamento quotidiano è femminile e che questa sfera femminile deve scomparire dalla definizione di una vita umana-modello alla quale tutte e tutti aspiriamo. Ma fino a quando questa sparizione non sarà realizzata, si tace semplicemente la vita quotidiana delegandola tuttora alle persone non ancora appartenenti alla nostra società dei diritti, domestiche straniere, badanti slave… delle quali comunque non si parla mai.
E di che cosa ci occuperemo in futuro quando non dovremo più cucinare, pulire e fare il bucato; forse non dovremo più neanche fare la pipì, dormire, partorire o morire? Ci occuperemo di cose diverse dalla quotidianità: di cose speciali.
Ma potranno dare un senso alla nostra vita le cose speciali? La maggior parte di noi vivrà per qualche decennio. Si esordirà come neonati bisognosi di cura e si finirà la vita come vecchi, sempre più vecchi, bisognosi di cura. Cosa può succedere se tutta la vita dovesse diventare un avvenimento speciale? In altre parole, non sarà ritenuto assurdo quello che succederà?
[…]
Hannah Arendt ha coniato, nel suo libro Vita activa, un concetto dal quale voglio partire per proseguire il mio pensiero: «il tessuto relazionale delle faccende umane».
Diversamente dalla Arendt, non intendo vedere questo tessuto relazionale, nel quale iscrivo la mia vita, come un «cerchio di eterno ritorno» ma come un bambino appena nato per il quale non esiste differenza di significato fra fare la pipì oppure contemplare qualcosa, per il quale lavoro e gioco non hanno ancora acquisito un diverso valore. In questo modo considero la mia esistenza come un tutt’uno.
Anche durante i giorni di grande creatività spirituale e intellettuale dipendiamo dal nostro corpo che deve andare in bagno più volte, e quando sto cucinando non sono separata dalla lingua. Quando vado in cucina e mi metto davanti ai fornelli non scendo in un cerchio di eterno ritorno ma proprio qui, ai fornelli, come alla scrivania, nutro ciò che mi nutre: il tessuto relazionale del mondo. Ogni pietanza che cucino e ogni pensiero che penso è nutrimento per me e per gli altri. Ogni pietanza è come ogni pensiero, vecchio e nuovo nello stesso momento: è già esistito e si presenta qui per la prima volta. Entrambi provengono dalla tradizione: già mia madre ha cucinato in modo simile. Ma il gulasch di oggi nasce ora perché le cipolle che ora taglio a pezzetti non sono mai esistite. Esse sono un primum come anche lo spazio temporale, la giornata unica, nella quale mescolo olio e cipolle. È vero che ho cucinato già centinaia di volte il gulasch e talvolta questa cosa è noiosa come lo è scrivere libri, se faccio riferimento al mondo del riconoscimento pubblico, se penso a là fuori. Comunque quel gulasch è scientificamente diverso dall’ultimo perché oggi è oggi, e non ieri. Oggi ho pensato qualcosa che ieri non pensavo ancora. Forse prendo in mano la cipolla, che ieri si trovava ancora nel supermercato, in modo diverso rispetto a ieri, quando sbucciare la cipolla mi sembrava noiosissimo. Mentre oggi mescolo olio e cipolle, parlo con mia figlia in modo diverso da ieri. Lei è diventata un’altra e anch’io perché la notte ci separa da ieri. Stamattina ci siamo svegliate in un modo diverso e i sogni mai sognati prima ci hanno cambiato. Nessuna goccia d’acqua, nessun filo d’erba, nessun lavaggio di denti è identico a quello precedente: il tessuto relazionale umano è iscritto nella pienezza mobile dell’origine, nella tradizione e nel tessuto relazionale delle faccende della natura: il cosmo. È aperto verso il futuro: la pienezza delle cose a venire.
[…]
Pensare tutto in modo nuovo, come un unico tessuto relazionale, non fa scomparire la noia perché la vita umana mediamente impegna parecchio tempo. Anche gli avvenimenti particolari e la differenza fra monotonia e novità non cambiano, ma liberano la differenza fra funzionalità e libertà dalle catene con le quali era legata alla struttura mentale della coppia concettuale: funzionalità e libertà non stanno più sotto o sopra ma dovunque, oppure assenti, che sia nell’ufficio del manager o ai fornelli. Libertà non è più il contrario di funzionalità. Fintanto che gli esseri umani restano dotati di corpo e di spirito la libertà potrà significare «dare inizio a qualcosa di nuovo», tenendo presente la dipendenza da altre e altri. La quotidianità non potrà e non dovrà scomparire perché non è il contrario di libertà. Ora si può dire: allacciandosi a certe tradizioni si può pensare un mondo che si rinnova.
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Più di un pensatore ha sospirato: «Magari potessimo stupirci come i bambini!» ma non l’ha voluto veramente perché, se lo si volesse, sarebbe già possibile provare stupore. Posso percepire l’esistenza come un tutt’uno. Posso anche protestare come fanno i bambini quando si annoiano, e posso cominciare un altro gioco. Anche quello annoierà ma per fortuna ho altre cose da fare: mangiare, pensare, dormire e andare in bagno, scrivere libri, sognare, apprendere e fare molte cose.
(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2020)
di Mariangela Mianiti
Sappiate, voi che pontificate lo smart working e su quanto sia bello lavorare da casa, che non siamo mica scemi e che consociamo benissimo i risvolti freganti. La costrizione di questi giorni li sta mostrando soprattutto alle donne che devono lavorare il doppio, se non il triplo, di prima. Le peggio messe sono quelle con figli e parenti anziani che, prima del coronavirus, avevano affidato a babysitter, collaboratrici domestiche, badanti (mai abbastanza benedette) le mansioni di cura mentre loro erano in ufficio.
Ora sta succedendo che molte di queste aiutanti sono rimaste a casa per precauzione o perché a loro volta devono accudire qualcuno in famiglia. Il risultato è che le neo coscritte dello smart working devono stare attaccate al computer tutto il giorno e contemporaneamente cucinare, pulire la casa, fare la lavatrice, la spesa, stirare, badare che i figli si connettano in tempo con gli insegnanti per le lezioni, intrattenerli se sono piccoli.
Una mi ha detto: «Quando leggo su certi giornali i consigli di lettura su come riempire le giornate mi viene voglia di fargli una pernacchia. Mi connetto con l’ufficio alle 8,30 e intanto devo dare retta a mia figlia di quattro anni, al figlio di dieci perché non c’è più la babysitter e poi pensare a tutto il resto. Mio marito mi aiuta, ma deve uscire per andare al lavoro per cui non è mai in casa. Arrivata a sera avrei sì voglia di leggere un libro, ma sono così stremata che schianto sul letto».
Nei giorni scorsi uno psicologo che va molto in tivù ha consigliato alle donne di continuare a truccarsi, vestirsi, pettinarsi e indossare i tacchi come se dovessero uscire. Molte signore lo hanno preso a male parole non tanto per gli scontati suggerimenti, ma perché si è rivolto solo a loro, come se ai maschi fosse concesso di restare in mutande e un po’ puzzolenti. Infine c’è il gigantesco problema di chi ha case così piccole che per trovare Una stanza tutta per sé dovrebbe chiudersi nell’armadio.
Se dopo la fine dell’emergenza qualcuno tenterà di convincervi che, visto che siete state così brave con il telelavoro, si può continuare, rispondetegli pure: «Va bene, ma voglio l’indennità Virgina Woolf». Se non capisce, regalategli il libro.
(il manifesto, 17 marzo 2020)
di Jennifer Guerra
In questi giorni difficili per il nostro Paese, il plauso al servizio sanitario nazionale è unanime: nonostante le difficoltà dovute ai continui tagli e alla mancanza di personale, lo sforzo di medici e infermieri per fronteggiare questa crisi è senza precedenti. Se a oggi riusciamo a rispondere a una simile emergenza sanitaria è perché qualcuno credeva che l’accesso alle cure dovesse essere libero e gratuito per tutti. E a farlo è stata una donna, Tina Anselmi.
Tina Anselmi è stata una delle figure più importanti della storia della Repubblica, nonostante venga raramente ricordata in quanto tale. Nata nel 1927 a Castelfranco Veneto, a soli 17 anni si unisce alla Resistenza dopo aver assistito assieme ai compagni di scuola, su ordine dei fascisti, a un’impiccagione in piazza in seguito a un rastrellamento. Come racconta nell’autobiografia Storia di una passione politica, sceglie il nome di battaglia Gabriella, ispirandosi all’arcangelo Gabriele. Dopo la guerra studia Lettere e diventa insegnante di italiano. Parallelamente comincia la sua attività politica nelle file della Democrazia Cristiana, alla quale è iscritta dal 1944, attivandosi soprattutto per convincere le contadine a votare.
Anselmi scopre anche l’attività sindacale, impegnandosi soprattutto a favore delle donne che lavorano nel tessile e nel settore scolastico. Nel 1958 diventa delegata nazionale delle giovani della Dc e partecipa al dibattito sulla legge Merlin che abolisce la regolamentazione della prostituzione. Entra in Parlamento nel 1968, dove parteciperà alle commissioni parlamentari sul Lavoro e sugli Affari sociali per poi diventare la prima donna a capo di un Dicastero del nostro Paese, in tre governi Andreotti: nel 1976 al Lavoro e alla Previdenza sociale, e poi nel 1978 alla Sanità, carica che manterrà anche nella legislatura successiva. Anselmi, durante la sua carriera di ministra, ha visto la realizzazione di alcune delle più importanti leggi sul lavoro e sul welfare, come la legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne del 1977, di cui è stata promotrice, e nell’anno successivo la legge Basaglia sulla riforma psichiatrica, la legge 194 sulla depenalizzazione dell’aborto e, soprattutto, la legge sull’istituzione del Servizio sanitario nazionale (Ssn).
Prima della nascita del Ssn, la sanità pubblica era molto eterogenea e frammentata. C’erano gli enti e le casse mutualistiche, come l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) o l’Inam (Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie), che funzionavano come le assicurazioni sanitarie ancora in vigore in alcuni Paesi, ad esempio negli Stati Uniti: chi aveva una mutua, pagata in parte con i contributi e in parte dal datore di lavoro, poteva usufruire di determinati servizi fino a un tetto massimo di spesa, mentre tutto quello che non rientrava doveva essere pagato di tasca propria. C’erano poi i medici condotti, la cui presenza però dipendeva dal singolo comune, e varie altre strutture di carità o a gestione pubblica, come i sanatori, che però trattavano solo certi tipi di malattie che richiedevano lunghe degenze, come ad esempio la tubercolosi polmonare.
Riconoscendo che lo Stato «tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti», la Costituzione all’art. 32 pose la premessa per un sistema sanitario nazionale e gratuito. Come ricostruito dalla giornalista scientifica Silvia Bencivelli, l’art 32 è la prima delle quattro tappe che portarono alla nascita del sistema sanitario per come lo conosciamo oggi. Le altre due sono l’istituzione del ministero della Salute nel 1958, coincidente con una grave epidemia di poliomielite, e la legge Mariotti del 1968, che sancisce la nascita dell’assistenza ospedaliera pubblica. Il principio di questa norma, ispirato dalla Costituzione, è che i neonati ospedali dovessero offrire cure a chiunque ne avesse bisogno, ma ancora mancava un vero e proprio sistema sanitario, ultima tappa del percorso.
Il Ssn viene istituito con la legge 833 del 23 dicembre del 1978, dopo molti compromessi e negoziazioni, guidate appunto da Tina Anselmi. La sua costituzione si accompagna a due importanti conquiste per il diritto alla salute: la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia (che verrà poi accorpata alla 833) e la depenalizzazione dell’aborto, che coincide con l’istituzione dei consultori pubblici, che ancora oggi sono le strutture di riferimento per l’accesso alle cure riproduttive di ogni tipo. Nonostante la sua fede cattolica, Tina Anselmi non si è mai opposta al diritto all’aborto, ma anzi ha accompagnato la nascita della legge con senso di responsabilità, mettendo al centro la salute delle donne e il rispetto del processo democratico prima di ogni altra sua convinzione personale.
È proprio guardando la congiuntura di queste tre colonne portanti del welfare italiano istituite a pochi mesi di distanza l’una dall’altra – sanità gratuita, servizi di igiene mentale e consultori pubblici – che si capisce il progetto democratico che Anselmi aveva in mente per l’Italia: lo Stato deve farsi garante del benessere fisico e psicologico dei suoi cittadini, senza fare distinzioni di alcun tipo. «Non c’è forma di carità più alta della politica, dell’impegno per il Paese, per la gente», ha detto in un’intervista del 2006. «Quando un politico fa una legge giusta lo fa a beneficio di larghe fasce del Paese […]. La politica può cambiare in meglio la vita dei cittadini».
L’impegno di Anselmi nella politica italiana è cominciato a fianco delle donne e questo ha sicuramente contribuito alla sua idea di welfare. L’emancipazione delle italiane è infatti andata di pari passo con la creazione dello Stato sociale moderno. Leggi come quella sulla pensione per le casalinghe (1963), sugli asili nido (1971) e sulla tutela delle lavoratrici madri (1971) sono stati passi determinanti non solo per la cosiddetta “storia delle donne”, ma anche per rafforzare l’idea che lo Stato democratico possa, anzi debba, prendersi cura di tutti i suoi cittadini.
Dopo la carriera da ministra, Anselmi ha continuato a essere deputata fino al 1992, ed è stata anche eletta presidente della Commissione d’inchiesta sulla Loggia P2. Come parlamentare, è stata prima firmataria di una pionieristica proposta di legge sull’educazione sessuale nelle scuole nel 1979 e, sempre nello stesso anno, di una legge per l’eliminazione della distinzione tra “atti di libidine violenti” e “violenza carnale” all’art. 609 del Codice Penale, distinzione che verrà superata solo nel 1996. Anselmi inoltre si è sempre battuta per l’inserimento sociale e il diritto al lavoro delle persone con disabilità, confermando anche in questo caso la necessità di uno Stato che non lasci indietro nessuno.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un impoverimento progressivo del sistema sanitario nazionale, con il taglio di 37 miliardi di euro nel corso di un decennio. Nonostante questo, il nostro Ssn continua a essere tra i migliori al mondo. È ancora impossibile stabilire come la sanità italiana uscirà da questa emergenza, se rafforzata o sconfitta. Certo è che tutti, d’ora in poi, non potremo negare la sua necessità, resa così evidente dalle circostanze eccezionali e l’augurio è che questo monito arrivi anche quando si compilerà il Def (Documento di Economia e Finanza) del prossimo anno.
Accanto allo sforzo della collettività, però, non deve mancare nemmeno lo sforzo individuale. «La libertà va riconquistata ogni giorno con le proprie scelte. È questa la principale tra le regole della democrazia, che si appella a tutti e che non distingue i cittadini per ricchezza, appartenenza sociale, cultura. La democrazia è un grosso investimento sulla persona, solo perché tale ogni individuo ha il diritto di decidere della vita del Paese. Guai ad abbandonarlo», sosteneva Anselmi. Nella situazione di emergenza in cui ci troviamo oggi, queste parole suonano profetiche: è grazie a Tina Anselmi se oggi abbiamo un sistema sanitario nazionale, ma è dalla nostra responsabilità individuale, in questo particolare momento, che dipende la sua sopravvivenza.
(https://thevision.com, 16 marzo 2020)
Su Tina Anselmi, vedi anche il bel ritratto fatto dalla trasmissione RAI Passato/Presente:
di Sarantis Thanopulos e Silvia Vizzardelli
Silvia Vizzardelli: «Il sentore di una differenza non saturabile tra il godimento femminile e quello maschile può dar vita a due atteggiamenti: la testarda, rivendicativa, ostinata marcatura dell’inconciliabile o il desiderio di trovare le parole per dirla, il bisogno di far emergere il “vero” anche al di là della possibilità di condividerlo. Prima ancora di voler essere simpatizzata, la propria verità, chiede lei stessa di essere onorata. Questo bisogno, umano troppo umano, di onorare e testimoniare la Cosa stessa, con tutte le minacce di fraintendimento che sono sempre alle porte, va preservata. Ma per farlo dobbiamo difendere il femminile dal mistico, dall’eccezione, dall’enfasi sul godimento supplementare non soggetto alla logica della castrazione, dalla mitizzazione di un desiderio aperto e totalizzante. Perché una simile enfasi ci getta fuori dalla storia, in nome di un ineffabile cui si riconoscono, più o meno nascostamente, attributi di purezza, autenticità (parola esecrabile), prossimità incorrotta alla vita. Provo a essere diretta: sento la mia differenza, drammaticamente mi scontro con un difetto di empatia e di complicità, ma non rinuncio a volerla testimoniare, perché la percepisco ben ancorata alla terra, parte di questo mondo, non necessariamente un privilegio, e fondo su tale fiducia espressiva il nucleo ardente del mio desiderio dell’altro».
Sarantis Thanopulos: «Penso alla prescrizione di mantenersi almeno a un metro di distanza l’uno dall’altro nei luoghi pubblici per evitare il contagio del Coronavirus. La sua realizzazione perfetta ci porterebbe in una dimensione (post)tragica: uno spazio geometrico abitato da automi mantenuti a distanza di sicurezza per mezzo di algoritmi. Questo per dire che la ‘Cosa’, la materia desiderante e desiderabile (in origine il corpo materno), ha la sua ragione di essere nell’incontro dei corpi che dialogano (a partire dalla congiunzione degli amanti). Corpi non anatomici, biologici, ma abitati dalle emozioni, dall’immaginazione e dai sogni (la condizione perché si riconoscano nel simbolico e possano pensare). Non posso immaginare una limitazione del godimento che non venga da una sua intrinseca necessità: il suo realizzarsi solo in condizioni di reciprocità, nell’intesa tra differenze. La metafora della ‘castrazione’ indica la limitazione, superamento dell’autoreferenzialità che si mostra incompatibile con il realizzarsi di un godimento vero. L’enfasi sul supplemento di godimento, sul carattere totalizzante del desiderio viene dalla loro frustrazione e trasformazione in bisogno alla ricerca di un continuo sfamarsi. L’immagine della donna alla ricerca di un appagamento infinito, inevitabilmente tendente al mistico, viene dalla manipolazione operata dall’Immaginario maschile. Da questa manipolazione la donna si libera quando, come fai tu, sente la sua differenza in modo diretto, immediato, senza compromessi e scopre nel suo ardere per l’altro la fiducia espressiva, coinvolgente, in se stessa. L’uomo se vuole vivere come soggetto desiderante non può che onorarla, andando oltre i suoi limiti di complicità e empatia, per scoprire attraverso il suo oggetto di desiderio se stesso perduto».
Silvia Vizzardelli: «Mi disturba la curvatura mistica impressa al femminile. Esiste una immaginazione materiale, la stessa che ha portato, ad esempio, Bachelard a rappresentare la nudità sensuale femminile attraverso il metamorfismo dell’acqua. Quanta potenza figurativa, quanta poesia e nello stesso tempo quanto ancoraggio alla materia, al corpo, agli elementi.È questa aderenza che va preservata, è da qui che nasce il bisogno di dirsi. Nessun riduzionismo biologico ovviamente. Si tratta di inseguire una ratio fin dentro il corpo, e una materia fin dentro il pensiero. E restare così nella storia. Lo so, l’eros promette assai più di quel che mantiene, ma conviene che non se ne avveda».
(il manifesto, 14 marzo 2020)
di Marzia Procopio
Scuole chiuse. Le riflessioni di un’insegnante di latino e greco per mantenere il senso di comunità con le sue classi
[…]
Non appena è arrivata la notizia della chiusura delle scuole – decisione inaudita nella storia della scuola italiana – la mia prima azione didattica è stata quella di inviare ai ragazzi un messaggio su whatsapp, perché so che, al di là delle manifestazioni di apparente gaudio per le «vacanze», anche i giovani si sentono smarriti, separati da inedite esigenze di salute pubblica dal gruppo dei pari e dai loro adulti di riferimento, siano essi nonni, zii, docenti, allenatori.
Oggi più che mai la tecnologia è chiamata ad alleviare il senso di solitudine e di pericolo; la connessione perpetua, ho pensato, se ben usata può essere non fonte di ansia, ma espressione di vicinanza e solidarietà. Così, ho scritto loro che eravamo costretti a rinunciare alla socialità e alla vita quotidiana, a stare distanti, per proteggere gli anziani, i fragili, praticando nei loro confronti comportamenti di cura e attenzione; gli ho chiesto, nell’attesa che passi questa tempesta, di rimanere concentrati e motivati, perché al rientro ci aspettano due mesi densi che dobbiamo far fruttare – metafora scelta con cura.
Nel frattempo, era fiorito il confronto fra colleghi: nella scuola italiana c’è ancora poco digitale, tutto o quasi è affidato all’iniziativa e agli interessi personali, nonostante i numerosi corsi del Piano nazionale scuola digitale della legge 107. Così io, che insegno latino e greco nel biennio di un liceo storico di Roma, ho riattivato il mio account Skype, chiesto ai ragazzi di fare altrettanto, cominciato a registrare lezioni in video e audio.
Poi ho saputo che Meet di Classroom funziona meglio, e ho trascorso la domenica a creare le due classi virtuali. Così, ho fatto le mie prime lezioni in videoconferenza: avevo assegnato loro esercizi di traduzione, li abbiamo corretti insieme come facciamo a scuola, mi hanno sottoposto le loro domande; il tutto secondo il mio consueto orario di servizio, per mantenere il senso della comunità anche e a maggior ragione in questo momento di confusione e smarrimento.
Siamo come la brigata del Decameron […]. Stare insieme per raccontare e, come ci insegnano Boccaccio e Sheherazade, per salvare le vite: quelle dei fragili più esposti al virus, le nostre, strappate alla quotidianità e a rischio di perdere l’auto-disciplina e la ricorsività che sole ci assicurano di apprendere. […]
Qualcuno paventa l’antisindacalità, i rischi connessi all’inesperienza, addirittura la pericolosità della biopolitica. Per me contano il senso di appartenenza, la serietà, la consapevolezza che ho letto negli occhi dei miei studenti: oggi i compiti li avevano fatti tutti, malgrado sia lunedì.
(il manifesto, 10 marzo 2020)
di Doranna Lupi
Ho seguito l’incontro di Via Dogana 3 del 9 febbraio 2020 e ho condiviso commenti e riflessioni con Mira Furlani e Carla Galetto delle Comunità cristiane di base italiane. Come Carla G. ha sottolineato, penso anch’io sia giusto conoscere e discutere le posizioni espresse in quell’incontro, ma anche confrontarsi apertamente a partire da questioni politiche importanti, come ha fatto Mira Furlani argomentando con me sia l’incontro VD3 come anche il documento scritto dal Gruppo del mercoledì di Roma, reso pubblico dallo stesso Gruppo su internet e altrove (https://www.donnealtri.it/2020/03/andare-e-tornare-dallio-al-noi-e-dal-noi-allio/).
Tra gli interventi avvenuti durante il dibattito di VD3 del 9 febbraio 2020 sul tema La differenza sessuale alla prova del presente,una donna ha esordito con queste parole: autorità non è lo scambio di pareri dove ognuna dice la sua, ma quando non si è d’accordo prendersi l’autorità di esprimersi.Soprattutto, aggiungo io, quando la posta in gioco è alta. E credo che gli argomenti trattati in Libreria e nel documento scritto dal Gruppo del mercoledì di Roma facciano parte di quest’ultima categoria.
Nel documento le femministe romane parlano di donne con le quali hanno condiviso un lungo tratto di strada dicendo che sembrano aver fatto del divieto sulla gestazione per altri e sulla prostituzione l’unica e ultima trincea, volendo così affermare un’essenza immutabile del sesso femminile. Sostengono di condividere le stesse preoccupazioni in merito ma, a loro parere, i rischi non si evitano con le proibizioni. E aggiungono che non c’è conflitto sul simbolico se il femminismo si ripiega unicamente in difesa del corpo femminile, chiudendosi nelle proprie certezze o in posizioni troppo schematiche, perché rischia di ridurre la complessità del problema. La stessa critica di schematismo vien fatta al femminismo che, nel leggere il disagio e lo sfruttamento capitalistico, s’inchioda all’interpretazione del marxismo.
Se, nel primo caso, le donne del Gruppo del mercoledì di Roma si riferiscono ad alcune femministe della Libreria e di Diotima impegnate sui temi della GPA e della prostituzione, è perlomeno riduttivo pensare che l’azione politica, loro personale e non, si esaurisca su questi temi. Se andiamo solo a rivedere gli argomenti da loro trattati tra il 2018 e il 2019, i temi della prostituzione e della GPA sono solo due tra i tanti argomenti di fondamentale importanza affrontati negli incontri di VD3, nei libri proposti e negli articoli postati. La maggior parte del lavoro è stato fatto per dar parole nuove, a partire da sé e dalle relazioni politiche tra donne, a molti altri argomenti scottanti del mondo in cui viviamo. Per fare alcuni esempi riporto qui solo alcuni titoli: 1) Emergenza climatica. Le donne sanno. 2) Il clima e l’inconscio. 3) Parole che creano realtà, una storia nella rete che continua. 4) Ripensare la cittadinanza. 5) Se i migranti sono più uomini che donne. 6) Sull’immigrazione: pensieri parole opere e omissioni. 7) La parola giusta ha in sé il potere della realtà – Alcuni riferimenti per continuare a pensare. 8) Per cambiare il lavoro ci vuole femminismo. Emolto altro ancora. C’è quindi tutto ciò di cui parlano le donne del Gruppo del mercoledì nei primi quattro punti del loro documento e non vedo, da parte della Libreria delle donne di Milano, Diotima e altre, un fare della prostituzione e della GPA l’ultima e unica trincea del femminismo.
Tuttavia non sono da sottovalutare tutte le implicazioni che queste battaglie comportano. Ponendo il simbolico come prima radicale azione politica da compiere, come afferma anche il Gruppo romano, è fondamentale e indispensabile il cambiamento di sguardo che vede la prostituzione come un problema degli uomini e apre la possibilità, da parte loro, di un’analisi su un dispositivo del contratto sessuale tra uomini attraverso il quale si sono assicurati l’accesso ai corpi delle donne, anche attraverso nuove forme, offerte dal capitalismo, come la GPA. Carole Pateman dice che: Un’analisi dei contratti riguardanti la proprietà della persona in cui una delle parti deve essere costituita da donne – il contratto di matrimonio, quello di prostituzione e quello di maternità surrogata – mostrano che ciò che è in gioco nel contratto è precisamente il corpo di una donna.
Questa contraddizione non può emergere finché non si smaschera la finzione politica del neutro universale frutto di un patto tra fratelli.
Il lavoro della Libreria delle donne di Milano e di Diotima sul linguaggio diventa quindi indispensabile. Dagli interventi di presentazione delle tematiche trattate in VD3 del 9 febbraio 2020, fatti da Chiara Zamboni, Stefania Ferrando, Traudel Sattler, ho capito che il linguaggio non è disincarnato e non è possibile manipolarlo o operare rimozioni se non a discapito della verità soggettiva e, di conseguenza, della verità collettiva. La coscienza del limite, necessaria per nominare e modificare la realtà, sulla quale tanto insistono negli ultimi tre punti del loro documento le donne del Gruppo del Mercoledì, passa proprio dall’elaborazione del simbolico attraverso il faticoso lavoro della differenza. Chiara Zamboni nel suo intervento crede che: la tentazione del neutro nasca dalla fatica della differenza, e in primo luogo dalla fatica dello stare in rapporto alla differenza dell’altra e poi dell’altro. Nasca dal desiderio di una libertà senza vincoli e senza attraversamenti di parzialità. Le manipolazioni del linguaggio, il ritorno al neutro che disconosce e rimuove il grosso lavoro del pensiero della differenza sessuale, sono inoltre funzionali a un capitalismo che attraverso la biopolitica sfrutta i corpi di donne e uomini nel lavoro e, soprattutto quello delle donne, in altri ambiti molto fruttuosi come la prostituzione o la GPA. Queste ultime “professioni” ovviamente sono da combattere in ogni modo, soprattutto attraverso una rivoluzione simbolica, come fanno i movimenti internazionali delle sopravvissute al mercato del sesso che lottano per il modello nordico andando a toccare nodi cruciali inerenti il contratto sessuale, il rapporto tra i sessi, lo sfruttamento neocapitalista dei corpi e il modo in cui le donne raccontano le proprie vite dentro una storia rivista alla luce di queste consapevolezze, una storia che diventa così storia vivente. Inoltre ai giorni nostri si aggiunge anche la minaccia di un nuovo capitalismo della sorveglianza (vedi il volume del 2019 di Shoshana Zuboff: Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri) che manipola sentimenti, bisogni, sogni, ideali rubati dalla rete come dati da usare nel mercato per il profitto e nella politica per il controllo, da parte di pochi, sui corpi e sulle menti di molti/e. Il privato diventa pubblico ma solo per aprire possibilità illimitate al mercato e ai poteri forti e il pubblico perde la forza politica dell’azione efficace perché il potere si gioca in una ristrettissima cerchia che agisce protetta dal completo anonimato.
Io penso che le destre con il loro linguaggio retrivo e autoritario possono non essere vincenti, suscitando reazioni di protesta e di opposizione (vedi Sardine). È quindi molto improbabile una restaurazione del vecchio ordine naturale che, secondo il documento del Gruppo del mercoledì di Roma sembra essere “lo spirito del tempo”, attraverso la violenza o la forza.
Ciò che mi preoccupa di più è l’assenza di media liberi, i balbettamenti della sinistra su temi importanti come la giustizia e il lavoro che nascondono un adeguamento a politiche economiche neoliberiste come il Jobs act (riforma atta a flessibilizzare il mercato del lavoro e ad aumentare la possibilità del controllo a distanza attraverso i nuovi dispositivi geolocalizzanti) e il loro silenzio o assenso sui Decreti Sicurezza. Inoltre mi preoccupa l’appropriazione da parte della CGIL, sindacato in cui opero come RSU, di un linguaggio del contrattualismo radicale che eleva la proprietà della persona a massimo valore facendo della prostituzione e della GPA un lavoro come un altro.
Il documento del Gruppo del mercoledì di Roma mi sembra sia stato scritto soprattutto “contro” e non “in dialogo con” perché accusa altre donne più che affrontare un conflitto nato da posizioni diverse. Se l’obiettivo di cambiare l’ordine simbolico, spostare lo sguardo, dare un altro nome alle cose per trarre fuori dalla rappresentazione dominante la realtà che ci interessa modificare, come spiegano le donne del Gdm, è un obiettivo comune, allora è sicuramente più efficace farsi forza a partire dai punti di contatto.
Ieri volevo concludere questo testo riprendendo il discorso affrontato in VD3 Parlare bene delle donne. Oggi sono rimasta piacevolmente sorpresa dal titolo di un incontro programmato in Libreria (per quando sarà possibile): Parlare bene delle donne 2020. A due anni di distanza riprendiamo l’invito di Luisa Muraro. La scommessa non è la libertà delle donne – quella è in corso – ma il cambio di civiltà per donne e uomini. Una volta l’avremmo chiamata rivoluzione. Aprono la discussione Lia Cigarini e Giordana Masotto.
Solo in questa prospettiva è possibile procedere attraverso la politica delle relazioni tra donne.
(www.libreriadelledonne.it, 11 marzo 2020)
di Maria Rosa Cutrufelli
Nel centenario della sua uccisione da parte dei Freikorps, avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 1919 a Berlino, il trimestrale «Alternative per il socialismo» dedica un numero alla figura di Rosa Luxemburg e all’eredità del suo pensiero e della sua esperienza. […] «Un atto d’amore» per chi accompagnò il suo impegno politico con un’attenzione costante verso il mondo circostante. L’estratto che segue proviene dal saggio di Maria Rosa Cutrufelli, parte della raccolta.
Anche a Rosa Luxemburg toccò combattere per sfuggire alla condanna di quel “comando” che vuole addomesticare il pensiero femminile subordinandolo all’autorità patriarcale. Una battaglia che affrontò con determinazione e consapevolezza e di cui troviamo tracce eloquenti nelle molte lettere indirizzate all’amato Leo Jogiches: «Tu non ti accorgi affatto che tutta la tua corrispondenza ha un carattere disgustoso: il tono generale è quello di una predica noiosa e pedante, come le lettere del maestro a un caro alunno. Questa è la conseguenza di un tuo vecchio vizio che ha rovinato completamente la nostra convivenza, cioè il tuo vizio di far da mentore, per cui ti senti continuamente chiamato a insegnarmi e a fare sempre e in tutto la parte del mio maestro. Di fronte a questo, non posso che limitarmi a scrollare le spalle».
Così era Rosa Luxemburg: irremovibile e dura nella difesa della sua autonomia di pensiero. Ma, al tempo stesso, emotivamente troppo scoperta nel suo “amore per il mondo”, cioè per le altre specie viventi, per gli animali, le piante, per tutto ciò che non è “umano”, ma che vive su questa terra e ne fa parte, esattamente come gli “umani”. Questo suo amore per la natura la portò a studiare (soprattutto in carcere) testi di geologia, botanica, zoologia. Ed era tale il suo interesse da farle scrivere: «Mi sento molto più a casa mia in un pezzetto di giardino come qui, oppure in un campo tra i calabroni e l’erba, che a un congresso di partito. Nella parte più intima, appartengo più alle cinciallegre che ai compagni».
E proprio ai suoi compagni di partito e di lotta questa sembrò una contraddizione. Una debolezza. Un sentimentalismo femminile che non aveva nulla a che spartire con la rivoluzione. Anche il “femminista” August Bebel considerava questi suoi interessi come il “vizio” di una donna romantica e il romanticismo era un peccato che non si poteva perdonare a un rivoluzionario. Significava essere poco rigorosi e sistematici e infatti Rosa Luxemburg era «troppo donna e non abbastanza compagna di partito», secondo Bebel. Un giudizio in sintonia con la visione della politica che imperava all’epoca e che di certo nessuno era in grado di sovvertire, in quel contesto e in quel periodo storico. «Non posso insegnarvi a essere umani», si rammaricava Rosa Luxemburg.
Bisogna arrivare alle eco-femministe dei nostri giorni perché questa sua “etica della cura” che comprende il mondo naturale sembri, al contrario, l’aspetto più nuovo e attuale del suo pensiero politico. Un pensiero che guarda al mondo come a un luogo di condivisione e di necessaria relazione tra le specie e gli individui, che non separa la teoria dall’esperienza personale, che allarga l’orizzonte invece di restringerlo chiudendolo nei dogmi di una dottrina. E che non mette mai in secondo piano la libertà individuale.
Ma non tutte le femministe contemporanee sono disposte a riconoscerle una comunanza di visione. Il rifiuto più netto viene da Alice Schwarzer, tedesca ma fondatrice del movimento di liberazione parigino, che non le perdona di essersi opposta al controllo delle nascite e alla famosa grève des
ventres, lanciato nel 1913 dai malthusiani. Per Rosa Luxemburg le misure più adeguate e più rispondenti ai bisogni delle donne erano quelle che prevedevano l’assistenza alla maternità, proposte dalla socialdemocrazia, non lo “sciopero dei ventri”.
Su questo tema ci sarebbe molto da discutere, ma qui mi limiterò ad osservare come la maternità fosse, per Rosa Luxemburg, un punto irrisolto e doloroso della sua vita. Perciò forse vale la pena di ricordare che la donna che si oppose al controllo delle nascite era la stessa che scriveva al suo amato Leo: «Sai cosa mi è successo ieri, mentre passeggiavo al Tiergarten? Ad un tratto mi sono ritrovata tra i piedi un bambino di tre-quattro anni con un grazioso vestitino, dei fini capelli biondi, che ha cominciato a guardarmi. Ad un certo momento ho sentito la tentazione di prendere questo bambino e di scapparmene a casa con lui e di tenercelo come se fosse mio. Oh, Leo, non avrò mai un bambino?!».
In ogni modo, al di là di ogni polemica, è innegabile il fascino che il pensiero di Rosa Luxemburg ha esercitato e continua a esercitare sul femminismo contemporaneo, in particolare su quello di matrice marxista. L’accumulazione del capitale, la sua più importante opera di teoria economica, mettendo in tensione le relazioni produttive tra periferia e centro, ha aperto la strada a un’idea innovativa, più globale, del processo di accumulazione capitalista. Un’idea che si ritrova al fondo delle analisi di quei gruppi che, a partire dagli anni Settanta, affrontano il problema del lavoro non pagato delle donne, la «zona oscura» dell’economia politica (come la definisce Claudia von Werlhof).
Così succede che, man mano che ci si addentra in questa “zona oscura”, le critiche marxiste al lavoro salariato «vengono riadattate in modo da poter essere applicate al lavoro domestico e alle relazioni familiari di riproduzione». E Maria Mies: «la scoperta che il lavoro domestico nel capitalismo è stato escluso per definizione dalle analisi economiche, e che per questo è diventato una colonia e una fonte di sfruttamento non regolamentata, ci ha aperto gli occhi su altre simili colonie di sfruttamento, in particolare nel terzo mondo».
Per quanto riguarda l’Italia, l’eco delle teorie economiche di Rosa Luxemburg risuona forte soprattutto in alcuni gruppi di Lotta Femminista o nella campagna internazionale per il salario al lavoro domestico, lanciata nella prima metà degli anni Settanta. Scrivono Antonella Picchio e Giuliana Pincelli: «La peculiarità dei gruppi per il salario al lavoro domestico era data dal fatto che, pur facendo della dimensione domestica il centro della propria riflessione e azione, portavano la critica al sistema del lavoro salariato partendo dal lavoro domestico come base nascosta delle condizioni di sostenibilità dell’intero sistema e come luogo in cui si scaricava la profonda tensione strutturale tra senso del produrre per il profitto e senso del vivere. In tal modo, i conflitti tra uomini e donne venivano intrecciati e non separati dai conflitti di classe».
Io stessa scrivevo, nel 1980: «L’analisi dei mutamenti intervenuti nel ruolo (e lavoro) domestico delle donne ha un rilievo generale: è una chiave di lettura dello stesso sviluppo capitalistico. D’importanza pari all’analisi dei cambiamenti intervenuti nella struttura delle classi». Allo stesso modo, i rapporti fra occidente e «terzo mondo» possono essere letti con maggiore chiarezza attraverso l’analisi del lavoro della riproduzione e, più complessivamente, del lavoro non pagato: si tratta infatti di un aspetto tutt’altro che marginale del rapporto fra paesi industrializzati e paesi dove è molto diffusa l’economia di sussistenza. Perché lì il processo di accumulazione capitalistica ritrova la sua capacità di espansione.
È dunque questa l’eredità politica e intellettuale che da Rosa Luxemburg è passata al femminismo, in maniera diretta o indiretta: una prospettiva «eterodossa» da cui guardare il mondo, un angolo di visuale che può rendere più chiare le zone d’ombra e le difficili connessioni tra sesso, classe e razza (o, come si dice oggi, le «intersezionalità»).
Un’analisi incompiuta e quanto mai necessaria, perché ancora purtroppo, come diceva Rosa Luxemburg, femminista riluttante, «tutto un mondo di infelicità femminile attende la liberazione».
(il manifesto, 11 marzo 2020)
Vedi anche:
Cento anni fa Rosa Luxemburg, una donna per il nostro tempo
di Alessia Ripani
«In
questi giorni si manifesta ancora una volta, in maniera flagrante,
l’impotenza dei potenti e l’inadeguatezza della cultura di
origine maschile. Non solo a prevedere le conseguenze catastrofiche
dei propri comportamenti ma anche a interloquire con la complessità
in cui siamo immersi da sempre. Lo stile generale violento e
suicidario delle forme virili di governo oggi è di nuovo nudo».
È così che, in piena tempesta coronavirus, festeggia la
“lungimiranza delle donne” la docente e ricercatrice Annarosa
Buttarelli, filosofa del pensiero della differenza, autrice di
Sovrane
sull’autorità femminile; pensatrice che ha ispirato anche Stefano
Rodotà, con cui stava interloquendo poco prima della morte del
giurista.
Ha appena lanciato il secondo corso di perfezionamento
della Scuola di alta Formazione Donne di Governo che ha fondato
insieme ad altre. Ma stavolta, a dispetto della formula, protagonisti
a Milano, nella Casa museo Boschi di Stefano, sono gli uomini.
Massimo Recalcati e altri tre “docenti”, ad esempio, chiamati ad
approfondire la natura del desiderio maschile e l’inviolabilità
del corpo femminile. Ci saranno cinque top manager del Comune guidato
da Beppe Sala, che oltre a essere partner, come amministrazione
pubblica ha deciso di spedire alcune delle sue dirigenti a scuola di
femminismo da Buttarelli e le altre, magistrate, avvocate,
funzionarie di polizia, ginecologhe, studiose e scrittrici. Il tema
principe è ancora la violenza di genere: dove e perché nasce, come
si riconosce e combatte, e, soprattutto, chi è che la fa.
Professoressa
Buttarelli, 8 marzo, violenza sulle donne, coronavirus. Come si tiene
insieme tutto questo?
«Oggi
esiste una grande massa di donne consapevoli, liberate dal vittimismo
e dalle rivendicazioni di un femminismo ormai superato; forti del
#metoo che ha dato loro una spinta nuova. Sono tante, e possono
festeggiare la lungimiranza che hanno avuto nel condannare un sistema
di governo del mondo impostato su modelli maschili non più
sostenibili. Pensiamo a come è stata gestita l’emergenza
coronavirus dai governi, o a come sono state utilizzate le
informazioni in Cina o in America, oppure ai tagli fatti alla sanità
in Italia, frutto di un modello manageriale di stampo privatistico
applicato al settore pubblico».
Uno
degli insegnamenti si intitola «Crisi globali e risposte maschili:
un passaggio di civiltà per sfidare razzismo, sovranismo e
neoliberismo». Perché, però, partire dalla violenza sulle
donne?
«È
sempre la violenza il grande tema. Quella sulle donne porta con sé
tutte le altre. Intendiamo per inviolabilità del corpo femminile
l’inviolabilità di ogni vivente. Pensiamo a quello che subiscono i
migranti, gli altri, i diversi, e guardiamo allo stupro ambientale
del pianeta. La riflessione su una nuova forma mentis non può
prescindere da una forte istanza ecologista, che combatta
l’atteggiamento predatorio nei confronti dell’ambiente. Oggi è
un 8 marzo di festa per le donne, le uniche capaci di regalare la
visione di un altro futuro possibile».
Da
qui il bisogno di guardarsi in faccia, donne e uomini.
«Diciamo
che, a differenza di quanto avvenuto nella storia del pensiero
femminile e femminista, manca completamente quella che possiamo
chiamare autocoscienza maschile, con il riconoscimento da parte degli
uomini delle loro responsabilità. È per loro un processo appena
cominciato. Ho chiamato con me lo psicanalista Recalcati, ma anche
Marco Deriu dell’università di Parma, Stefano Ciccone, sociologo,
ricercatore a Genova, Lorenzo Bernini, docente a Verona, “uomini
nuovi, trasformati”, li chiamo. Consapevoli di dover fare la loro
parte, appunto».
Lei
tiene regolarmente corsi di formazione per alti funzionari dello
Stato, personale delle prefetture, degli ospedali, dirigenti di
grandi aziende. Quanto bisogno c’è di riflettere sul pensiero
della differenza nelle istituzioni e nel mondo del lavoro?
«La
narrazione sulla violenza ha finito col concentrarsi tutta
sull’oggetto del sopruso, rappresentando sempre le donne come
vittime e trascurando la centralità del carnefice. Qualcosa però
sta cambiando, e c’è una forte consapevolezza della necessità di
ripensare la cultura misogina su cui si basa la nostra società. Vedo
un interesse nuovo da parte delle amministrazioni pubbliche, ad
esempio, chiamate a intervenire con competenza e sensibilità nei
casi di violenza, affinché non si verifichino ulteriori
mortificazioni e delegittimazioni nelle corsie degli ospedali, in
sede di denuncia davanti alle forze dell’ordine, nei processi per
stupro. E c’è un nuovo approccio ai differenti comportamenti
femminili in campo aziendale, che valorizza la sapienza femminile
come risorsa chiave soprattutto nei momenti di crisi. Il Comune di
Milano con cui è nata questa collaborazione ha dimostrato di essere
pronto ad affrontare questa sfida, molto avanzata».
In
un passaggio del suo libro, scrive che «giunti a questo punto della
storia del mondo, pensatori e pensatrici dovrebbero quantomeno
riuscire ad allearsi amorosamente con le istanze avanzate dalle donne
nei secoli». Servirà questo approccio a eliminare violenza,
sopraffazione e gender gap?
«La
Scuola ha l’ambizione di portare la riflessione oltre
l’individuazione degli strumenti utili all’eliminazione delle
disuguaglianze in termini di accesso al lavoro, di posizione nella
vita pubblica o remunerazione, che già esistono. Si tratta di
arrivare però alla radice dei problemi, e chiarire cosa non funziona
nella relazione tra i sessi. E su questo terreno gli uomini hanno sì
tanta strada a fare».
(La Repubblica, 8 marzo 2020)
«Le donne che già hanno vita difficile senza la pandemia, durante la pandemia hanno vita ancora più difficile». Parole di Ilaria Capua, scienziata e scrittrice, direttrice di un centro d’eccellenza dell’università della Florida che si chiama One Health. Il mondo l’ha conosciuta nel 2006, quando con il suo team sequenziò il genoma del virus dell’influenza aviaria e lo mise per la prima volta nella storia della scienza a disposizione di tutti i laboratori del pianeta. Oggi si dedica al concetto di “monosalute”, che ha a che fare anche con il coronavirus. «Viviamo tutti nello stesso acquario – spiega – e dobbiamo farlo in equilibrio con animali, piante e minerali. Quando spezziamo questo equilibrio si verificano salti di specie dei virus come quello dai pipistrelli all’uomo.»
Intervista di Elena Dusi, montaggio Elena Rosiello.
Guarda il video: https://video.repubblica.it/focus/focus-8-marzo-la-scienziata-ilaria-capua-le-donne-centrali-nella-gestione-del-contagio/355281/355846
(video.repubblica.it, 8 marzo 2020)