di Alisa Del Re


Partendo dallo scandalo della morte di tanti anziani nelle RSA e negli ospedali, mi sono chiesta se avevo paura. Si, oggi mi arrogo il diritto di avere paura: non quella di morire, per questo mi sono fatta una ragione; la paura è quella che tutto torni come prima, che «riapriamo i negozi e le fabbriche e rinchiudiamo gli ultrasettantenni e le fasce deboli», che non si sia capaci di modificare le scuole e l’insegnamento, abbandonando chi non ha mezzi per lo studio smart individualizzato da casa. Mi fa paura non vedere nessun progetto concreto e strutturale di cambiamento di fronte ad una realtà che lo imporrebbe. E mi fa rabbia, tanta rabbia: questo mio – nostro – accettare l’isolamento, la privazione di molte libertà, deve avere in cambio una visione diversa delle politiche e delle relazioni, non potrà essere gratis, mi auguro che non lo sia. So che sopravviverò alla solitudine, al virus non so, ma so che non possiamo permettere che tutto torni come prima.

Ci si scandalizza oggi per questa strage di anziani, per questa poca cura dei corpi deboli che ha dimostrato tutti i suoi limiti perché non al centro delle attenzioni delle politiche, perché marginalizzata e confidata al profitto. Di fronte alla pandemia si scopre, come fosse una novità, che siamo tutti dipendenti dalla cura, che tutti dobbiamo essere riprodotti da qualcuno, che ciascuno di noi ha in sé la debolezza del vivente, che da soli non ce la facciamo.

Fino al 21 febbraio 2020 ero una «diversamente giovane», potevo progettare il futuro, viaggiare, era normale che curassi il mio aspetto, nuotavo regolarmente estate e inverno, ballavo il tango argentino. Prima della pandemia, anzi, il refrain che mi circondava e mi circuiva ogni giorno era che si adottasse come stile di vita il giovanilismo: bisognava essere in buone condizioni fisiche («ma come ti trovo bene», «non dimostri la tua età», «ma come sei in forma», detto tante volte che una finiva per crederci); la pubblicità tempestava di creme per le «pelli mature» contro le rughe, proponeva «fitness a go go», una forma fisica perfetta per tutte le età; vi era l’obbligo di camminate lunghissime (i 10.000 passi!) per sentirsi bene. Bisognava essere in salute per non pesare sui figli, vivere con leggerezza e soddisfazione l’età «matura».

E improvvisamente, da un giorno all’altro, sono finita in una zona d’ombra: sono diventata una anziana «a rischio». Non posso uscire di casa, se esco corro il pericolo di infettarmi e quindi di morire. In qualsiasi trasmissione televisiva, in qualsiasi programma radiofonico c’è sempre un esperto virologo che dimostra che sono io (e quelli/e come me) l’obiettivo principale del virus nella sua forma mortifera. Il mondo si è improvvisamente ridotto senza che apparentemente – fisicamente – succedesse niente.

Prima di diventare anziana, i confini esistevano solo per essere superati, la misura era la fatica del viaggio, ma non c’erano limiti. Oggi i confini sono i muri di casa mia, quando esco in giardino mi sembra di spostarmi in un mondo diverso, osservo tutto, anche i fili d’erba, le foglie i rami degli alberi come fossero cose mai viste. Misuro gli spazi. Ieri sono andata al supermercato, bardata come si conviene, e camminavo tra i banchi (le uova erano finite) guardano con avidità tutte le merci, come se fossero doni: avrei comperato tutto.

Nella solitudine sto sperimentando la dilatazione del tempo della casalinga. Cose di casa che prima facevo in un attimo, oppure non facevo, oggi, per consolarmi, dico che «le faccio bene» e ci metto un sacco di tempo. Sto parlando dei lavori domestici, pulizie e preparazione del cibo. Uscire per la spesa in un primo tempo mi pareva una festa, oggi non so più, mi incute un certo timore la vicinanza degli altri. Appena sento delle voci in cortile, mi affaccio alla finestra e cerco di introdurmi nelle conversazioni altrui. Alcuni vicini sono simpatici e chiacchieriamo, altri cominciano ad avere facce scure, preoccupazioni per il lavoro che manca, per i figli che è difficile tenere in casa. Stiamo diventando tutti più nervosi.

I miei orizzonti sono diventati piccoli, ogni giorno organizzo un calendario di banali compiti di sopravvivenza, che non sempre rispetto. Viene continuamente ripetuto dai giornali, dalla televisione, nei social che per il mio bene devo restare chiusa in casa, che se e quando qualcuno potrà uscire non sarò certo io, se uscirò (viva) uscirò per ultima. Lo dice persino la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. In primo piano c’è la fragilità della mia età, come se dovessi rompermi alla prima uscita di casa. Ormai faccio parte della schiera di chi deve stare (per il proprio bene) nascosto, non si fa nulla per il mio benessere, l’imperativo è tenere gli anziani separati, chiusi, lontani da un mondo cui evidentemente non hanno più nulla da offrire.

Dalla clausura della mia casa, dalla mia «nuova» condizione di anziana, non è però difficile guardare fuori e vedere cose che prima notavamo poco. Intanto che questa società neoliberista già da prima del virus nascondeva gli anziani che non funzionavano più, o funzionavano male, in posti che i francesi chiamano con disprezzo e paura mouroirs, alla mercé della speculazione di consorzi privati o di una carità pubblica e pelosa: e in effetti abbiamo visto che li ha lasciati lì a morire. Morire di Covid19, magari dicendo – e eminenti studiosi l’hanno spesso sottolineato – che avevano altre patologie e che, quindi, sarebbero morti lo stesso: forse è vero, ma può darsi tra un po’. Tutti noi moriremo, ma speriamo il più tardi possibile. Inoltre c’è stata, nella follia dei discorsi guerreschi, la giustificazione a lasciar morire gli anziani dovendo scegliere chi curare, perché tanto avevano già vissuto abbastanza. Spero che chi ha detto questo si sia vergognato. E ancora ho visto le teorie di camion militari trasportare di notte i cadaveri verso sepolture fuori regione, perché le regioni più opulente e performanti non sono nemmeno in grado di seppellire i loro morti, né di curare con decenza i loro ammalati gravi.

Ci si scandalizza oggi per questa strage di anziani, per questa poca cura dei corpi deboli che ha dimostrato tutti i suoi limiti perché non al centro delle attenzioni delle politiche, perché marginalizzata e confidata al profitto.

Di fronte alla pandemia si scopre, come fosse una novità, che siamo tutti dipendenti dalla cura, che tutti dobbiamo essere riprodotti da qualcuno, che ciascuno di noi ha in sé la debolezza del vivente, che da soli non ce la facciamo. Non siamo macchine disponibili senza condizioni al lavoro, gli operai per primi hanno scioperato perché la loro salute fosse tutelata prima del profitto, persino prima del salario.

Anzi proprio questa straordinaria drammatica e inaudita situazione che ha posto in primo piano i corpi e la loro riproduzione, ha messo in evidenza come riproduzione, reddito e servizi sociali sino strettamente correlati e debbano essere riprogrammati. […]

Torniamo a noi anziani cercando di vedere quale potrebbe essere la nostra collocazione in una ipotetica fase2 di uscita dalla pandemia. Chi è sopravvissuto dovrebbe restare chiuso in casa con una strategia di autoprotezione tipica della concezione liberista di una società di individui isolati che badano a sé stessi. A parte il fatto che una prolungata assenza di attività fisica e di rapporti sociali può avere gravi conseguenze sul benessere psicofisico di tutti, ma particolarmente degli anziani, dei molto anziani e di chi ha più di una patologia, perché considerare la categoria gli anziani in blocco e non gli individui che devono essere protetti, vecchi o giovani che siano? Perché una società che si considera civile delega ai singoli l’autoprotezione e non pensa semplicemente di trovare modi di proteggere chi ne ha bisogno?

Partendo da questo punto di vista, prima di pensare di isolare gli anziani, sarebbe importante pensare a come dotare ciascuno di una abitazione in cui poter vivere decentemente nelle quarantene e anche dopo; si potrebbe immaginare una tutela della salute che investa gli ambiti territoriali a tutti i livelli, con organizzazioni di sostegno domiciliare e strutture protettive nei quartieri associate alla vita del quartiere stesso; si potrebbe pensare a una redistribuzione del reddito che superi la carità pelosa delle mense dei poveri o delle case – costosissime o caritatevoli – per vecchi.

La centralità dei corpi e della vita, punto di vista semplicemente ragionevole che è emerso con forza nella pandemia (ma che già era evidente in situazioni di lotta come all’Ilva di Taranto; come lo è stata negli anni 70 la lotta per la salute nelle fabbriche chimiche di Marghera), impone di pensare alla salute e alla protezione per tutti (non per fasce d’età). Se si chiede obbedienza per salvarsi, dobbiamo prima di tutto avere certezza che la salvazione abbia un senso, ci garantisca il tempo necessario per la vita, che la riproduzione sociale non sia avulsa dall’individualità dei bisogni.


(ilmanifesto.it, 21 aprile 2020)

di Giorgia Serughetti


L’assenza di contatto fisico, l’immersione digitale a cui ci costringe l’attuale emergenza sanitaria, sembra a un primo sguardo portare a compimento la spesso pronosticata scomparsa dei corpi della scena pubblica. Ma è davvero così? Oppure questa è un’illusione ottica? Uno degli effetti dell’epidemia è in realtà quello, opposto, di trascinare i corpi reali, in carne ed ossa, fuori dal cono d’ombra a cui parevano destinati dai processi di smaterializzazione in corso nella società e nell’economia degli ultimi decenni.

Fenomeni come l’informatizzazione, la finanziarizzazione, il trionfo della produzione immateriale hanno fortemente ridotto, nella percezione pubblica, il peso dei corpi al lavoro. Mentre i lavori e le attività relative al corpo, alla cura, al sostentamento, all’educazione, sono andati incontro a un continuo deprezzamento sociale e marginalizzazione culturale. Questo, anche senza considerare il lavoro riproduttivo non retribuito, che non ha mai goduto della necessaria considerazione.

Oggi ci accorgiamo, però, che senza corpi in salute e al lavoro, in casa o negli ospedali, in fabbrica o nei campi, negli esercizi commerciali o nella ristorazione, nei teatri o nelle stamperie, anche le produzioni immateriali perdono quasi ogni valore. E le attività più svalutate e malpagate, quelle che tengono letteralmente in vita le persone – non solo elargendo cure dirette, ma anche, per esempio, consentendo il recapito a domicilio dei beni necessari – sono diventate la nostra barriera contro la morte.

In questo scenario, centrale appare il ruolo delle donne. Innanzitutto, negli interni domestici. Per ogni bambino o bambina che non va a scuola, per ogni malato in casa, c’è quasi sempre una donna che si sobbarca un sovraccarico di lavoro di cura. Sappiamo che l’equilibrio di genere, nel lavoro domestico e di cura, è ancora lontano – che il lockdown possa accelerarne l’avvento è, ad ora, solo un’ipotesi da caldeggiare. Ma le donne, soprattutto migranti, rappresentano la grande maggioranza anche nel lavoro domestico retribuito, per esempio come assistenti familiari per anziani. E infine, al momento, le donne appaiono più investite degli uomini, in percentuale, nel lavoro retribuito extradomestico.

Secondo i dati forniti da Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, le donne che stanno continuando a lavorare durante il lockdown sono quasi i due terzi delle occupate, perché operano in settori che sono rimasti attivi anche nella crisi. Parliamo dell’educazione, per esempio, un ambito professionale che vede una grande preponderanza della componente femminile. Ma anche della sanità: sono donne i due terzi del personale del Servizio Sanitario Nazionale – nonostante, sia detto per inciso, l’ultimo spot del Ministero della Salute lo nomini (dunque lo riconosca) solo al maschile, e nonostante gli esperti sanitari che dominano la scena siano largamente uomini.

Questa situazione, che rende evidenti le diseguaglianze nei ruoli ma anche la segmentazione di genere dei settori di attività, potrebbe produrre effetti particolarmente dannosi per le donne, colpendole in maniera più dura dove le diseguaglianze di genere si intrecciano con quelle di classe o status migratorio. Ma la dimensione dei fenomeni che abbiamo sotto gli occhi, la visibilità assunta dalle attività di cura (nel senso più ampio possibile), la consapevolezza crescente della loro natura indispensabile, può costituire anche un’opportunità per il pensiero e per la politica. Potrebbe essere la prima volta che una crisi, insieme sanitaria, sociale ed economica, evidenzia a tal punto le differenze di genere da non consentire a un pensiero volto al “dopo” di ignorarle ancora. Né, d’altronde, possiamo pensare che il “dopo” torni a ignorare i corpi nella loro pesante e vulnerabile fisicità.

Come evidenzia da decenni la teoria politica femminista, in gioco è il modello antropologico su cui si fondano le forme della convivenza sociale. Contro il “mito dell’autonomia” di matrice liberale, reinterpretato dal neoliberalismo come “capitale umano” in competizione con altri (Wendy Brown), l’enfasi posta dal pensiero femminista sulla condizione di “vulnerabilità” dell’essere umano induce un completo rovesciamento dello sguardo sulla politica, rispetto a una tradizione che ha espulso il corpo (e le donne, insieme ad altri soggetti inferiorizzati) dalla polis. Induce, cioè, a riconcepire i compiti della collettività verso i suoi membri partendo dalla corporeità, dai bisogni, dai rapporti di dipendenza dell’essere umano con gli altri e con l’ambiente naturale e sociale, dalle infrastrutture sociali necessarie alla vita.

Questa riflessione è oggi della massima importanza, soprattutto se si vuole rifuggire da alcune alternative spacciate in questi giorni, un po’ troppo sbrigativamente, per scelte obbligate. A fronte delle dichiarazioni di politici che dichiarano non esserci costo che la democrazia non debba essere disposta a pagare per salvare vite, imperversa il dibattito: quanto a lungo potranno prevalere queste ragioni su quelle dell’economia? Cosa faremo quando ci troveremo a scegliere tra la vita, da una parte, e dall’altra il lavoro, le imprese, il commercio che provvedono alla conservazione e riproduzione di quella vita stessa? Come si legge in un editoriale dell’Economist: «Un po’ di disoccupazione e di dissesto è un prezzo che vale la pena pagare, ma quanto?».

Il problema è che chi rappresenta questo come un trade-off tra beni commensurabili – da una parte la difesa della vita biologica, dall’altra la difesa di un’economia (di mercato) che sarebbe anch’essa al servizio della vita – dimentica di specificare che se ora ci troviamo di fronte a scelte “tragiche”, è perché il modello economico dominante negli ultimi trent’anni ha subordinato le ragioni della vita a quelle dell’economia, promosso lo sfruttamento della vita a fini economici, favorito l’espansione del mercato privato a scapito del pubblico anche in settori letteralmente vitali come la sanità. L’appropriazione economica della vita, in tutti i suoi aspetti, a fini di profitto, ha ridotto gravemente proprio le linee di difesa della vita umana. E la crisi generata dall’epidemia di COVID-19 ha esposto questo meccanismo nei suoi aspetti effettivamente più tragici.

Il capitalismo così come oggi lo conosciamo non pare compatibile con la democrazia, se con questa si intende un sistema di governo capace di tenere in considerazione i bisogni e gli interessi del più ampio numero di persone – e tra questi, in primis, la vita stessa. Le democrazie europee sono nate per superare la mostruosità di governi totalitari che avevano decretato la “superfluità” della vita umana (Hannah Arendt). Perciò non c’è alcun trade-off possibile tra la difesa della vita e il suo disprezzo. Ma nemmeno tra la sua difesa e il suo sfruttamento.

C’è invece un’idea che può fare da guida in questa crisi, quella di “democrazia della cura” di cui parla la filosofa femminista Joan Tronto: una teoria che colloca la cura, quale oggetto di preoccupazione democratica, nel posto centrale oggi occupato dal mercato e dall’economia.Mettere la cura al centro significa riconoscere (ma anche redistribuire) il lavoro di chi quotidianamente si “prende cura” per promuovere benessere individuale e collettivo. Richiede perciò di investire nelle linee di difesa e promozione di una vita umana piena, che includono l’educazione, i servizi per l’infanzia, il contrasto alla violenza sulle donne, ma anche le tutele occupazionali, il reddito di base, la protezione ambientale…

Per questo bisogna diffidare di chi traveste da scelte drammatiche ma necessarie la fretta di tornare al “come prima”. Bisogna impegnarsi invece affinché il “dopo” posizioni la cura, insieme al peso dei corpi, al cuore della nostra idea di democrazia.


(il manifesto, 21 aprile 2020)

di Serena Carbone


Intervista. Un incontro con Maria Rosa Sossai e Paola Gaggiotti, fondatrici del collettivo editoriale «fuoriregistro», che esplora in maniera multidisciplinare il mondo dell’educazione


Workshop «Femisssmmm vai pure» (Accademia di Belle Arti di Brera, a cura di Maria Rosa Sossai e Donata Lazzarini (performance degli studenti Gloria Capoani e Hossein Qayyoomi Bidhendi

Fuoriregistro – quaderno di pedagogia e arte contemporanea è un collettivo editoriale che esplora in maniera multidisciplinare il mondo dell’educazione; muovendosi tra teoria e prassi, ha attivato una serie di progetti che attraversano le comunità contemporanee. È un’iniziativa editoriale che si autoproduce, in collaborazione con Studio Boîte di Milano e l’editor Federica Cimatti. I contributi provengono da coloro che credono nella rivista e nella possibilità di operare cambiamenti. «Nel 2018 per il Festival Unlearnig Barcelona – spiega una delle sue ideatrici Maria Rosa Sossai – avevo invitato diversi artisti (tra cui Paola Gaggiotti, anche lei una delle fondatrici) e collettivi che hanno presentato dei processi di disapprendimento della didattica tradizionale: una messa in discussione dei metodi convenzionali di insegnamento e valutazione.

Cosa si può raccontare del progetto?
Maria Rosa Sossai: Durante quel festival è nata l’idea di continuare la collaborazione con un progetto editoriale che, in verità, prosegue una ricerca iniziata da tempo. Quando ero insegnante al Liceo artistico, durante le mie ore di lezione, ho invitato alcuni artisti: sono convinta che la storia dell’arte vada vissuta insieme; poi nel 2012 è nato il collettivo Alagroup e nel 2017 ho pubblicato il libro Vivere insieme l’arte come azione educativa, dove affrontavo in chiave storica le diverse sperimentazioni in ambito educativo, dedicando poi una seconda parte agli esercizi d’artista – nell’idea che essere artisti non significhi solo essere professionisti dell’arte all’interno del sistema. La rivista fuoriregistro continua il lavoro iniziato nel libro, ma ora condiviso con una redazione numerosa.

Arte ed educazione, un binomio importante che fatica a essere recepito dalle scuole, tanto che la storia dell’arte è ormai la cenerentola delle discipline. Che soluzione proponete per superare l’impasse?
Paola Gaggiotti: fuoriregistro è la nostra soluzione. La realtà in cui ci muoviamo è abbastanza drammatica, l’arte infatti si è progressivamente impoverita e non esiste quasi più nelle scuole, e dove c’è, resiste grazie all’entusiasmo dei singoli. Parlo ovviamente di una visione contemporanea in cui l’arte è anche uno strumento di relazione. Quando entra dentro la vita, ha la capacità di creare un linguaggio diverso, promuovendo un approccio più democratico che potrebbe creare una cittadinanza attiva che, a sua volta, potrebbe mettere in crisi un sistema mercantile logoro.
M.R.S. Aggiungo che oggi gli unici che fanno educazione all’arte sono i dipartimenti di didattica dei musei, ma al loro interno, dove vige una struttura verticistica, l’aspetto didattico è secondario rispetto a quello curatoriale, non c’è un’osmosi reale tra le varie attività e di questa distanza le istituzioni museali devono assumersi la responsabilità.

Voi praticate «attivismo artistico»: cosa intendete con questa espressione?
P.G.: Attivismo artistico è stare dentro il sistema dell’arte in modo attivo ma critico. Ed è anche uscire da quello stesso sistema per andare in luoghi diversi, come ospedali, carceri o comunità. Quando mi hanno chiamata in un ospedale perché serviva un linguaggio diverso da quello scientifico e psicologico per relazionarsi ad adolescenti ammalati di cancro, ho sperimentato diverse criticità: nel momento in cui l’arte entra in questi luoghi non può essere asservita né essere un riempitivo o un passatempo. L’arte contemporanea è la messa in crisi dei processi convenzionali e a questo il mondo delle scienze non è preparato, perché coglie solo l’aspetto dell’intrattenimento.

Il primo numero della rivista si pone all’insegna dello sguardo di genere ed è dedicato a Carla Lonzi, si intitola infatti «Feminisssmmm Vai Pure», chiaro riferimento al libro «Vai Pure» che racchiude il dialogo tra la critica femminista e il compagno Pietro Consagra. Come mai questa scelta?
M.R.S. Quando Donata Lazzarini, docente e artista, mi ha chiamata per tenere un laboratorio presso l’Accademia di belle arti di Brera, aveva già deciso di leggere con le studentesse questo testo, il cammino era tracciato e ci è sembrato il tema giusto con il quale iniziare. Le questioni che riguardano la relazione di coppia sono estremamente attuali, se pensiamo ai femminicidi e ai modi spesso conflittuali di vivere la coppia. Anche le studentesse hanno detto fin da subito che sentivano il testo molto vicino al loro vissuto: le performance che hanno realizzato ci hanno colpito per la loro maturità espressiva. Il che dimostra che le parole della Lonzi risuonano ancora attuali. La stessa azione pedagogica, d’altra parte, si basa non tanto sui contenuti ma sulla relazione che si crea tra docente e discente.

È già in programma il secondo numero della rivista: quali saranno gli argomenti affrontati?
M.R.S. Del bene comune e anche questa volta si partirà da progetti in pieno svolgimento. Sto curando al Museo civico di Castelbuono una mostra dal titolo L’asta del 1920, per celebrare il centenario dell’acquisto del castello da parte di tutta la comunità dei castelbuonesi. In questo numero il focus è sulle comunità che praticano il bene comune, tema ancora più attuale in questo momento di forzato isolamento.
P.G. Io sto lavorando con una comunità di ragazzi di Sestri Levante per realizzare un’opera ad utilizzo dei cittadini stessi. Avendo già uno spazio, si pensava a come arredarlo per metterlo a disposizione della comunità prendendo degli oggetti da un magazzino di riuso. Ci siamo dovuti fermare e non è detto che, quando riprenderemo, non ripenseremo tutto di nuovo.


(il manifesto, 18 aprile 2020)


Nota. “Feminisssmmm Vai pure” è stato presentato alla Libreria delle donne di Milano il 22 febbraio 2020. Vai alla registrazione video.

di Pat Carra


Durante la quarantena, le donne maltrattate sono chiuse tra le mura domestiche. Facciamo il punto con Marisa Guarneri, tra le fondatrici e presidente onoraria di Cadmi, Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, il primo centro antiviolenza italiano aperto nel 1986. Cadmi fa parte dell’Associazione nazionale D.i.Re, donne in rete contro la violenza.
Come stanno affrontando l’emergenza i centri antiviolenza?
Fanno quello che hanno fatto sempre: accolgono le donne, se le donne si fanno sentire. Con il vincolo della segretezza e dell’anonimato non puoi chiamarle tu, peggioreresti la situazione; puoi dare suggerimenti, come gli avvisi “chiama quando vai fare la spesa, quando porti fuori il cane…”.

Ci si chiede come fanno a uscire di casa, a sfuggire al controllo dei maltrattanti.
Dipende da che tipo di relazione c’è: se gli uomini hanno la percezione che appena girano l’angolo spariscono, non le fanno neanche uscire. Ma se invece c’è una quotidianità tipo “vado a fare la spesa… faccio fare il giro al bambino”, può darsi che ci riesca. Quelle che sono state abituate a cercare di non scatenare le liti, perché va sempre a finire male per loro, faranno in modo di tenere la situazione più tranquilla possibile.

Da una statistica della rete D.i.Re emerge che sono calate le chiamate da nuovi contatti e aumentate le chiamate dai vecchi contatti, soprattutto al nord.
Chiamano quelle che hanno già sperimentato cosa vuol dire essere sostenute e appena possono ci riprovano. Ma è difficile, devono trovare il momento giusto e saranno ipercontrollate. Probabilmente al sud telefonano meno anche in situazioni normali, mentre il rapporto che c’è con i centri del nord è molto forte. Se esiste un rapporto di fiducia, come credo sia con in Lombardia, telefonano al centro per un consiglio, un aiuto psicologico; poi ognuna ha una relazione particolare con una consulente d’accoglienza che magari la segue da tempo.

Cosa fanno le istituzioni?
Una cosa che mi ha colpito moltissimo è che in nessuna dichiarazione, in nessun discorso fatto da sindaci o governatori o presidente della repubblica, nessuno abbia messo in priorità questa situazione delle donne, che sono doppiamente recluse. Ne hanno parlato in parlamento in una question time, ma nessun risultato, solo qualche spot. Mi fa incazzare: non c’è la priorità delle donne maltrattate, la diventa solo quando fa notizia e in questo momento fanno notizia i morti, quindi… Ci voleva da subito una presa di posizione più netta, più forte.

Proviamo a immaginare cosa potrebbero fare nel futuro immediato.

Se fossi nei panni del sindaco di Milano, mi metterei d’accordo con la prefettura e i corpi di polizia, andrei a spulciare le denunce, specialmente quelle ripetute: ogni posto di polizia ne ha e non saranno certo diecimila. Occorre avere sotto gli occhi la mappa delle situazioni. In genere, le donne che vengono ammazzate sono quelle che hanno denunciato di più. Andrei a fare un salto nelle case, la polizia o qualcuno che abbia il ruolo per poterlo fare, anche un’assistente sociale. Se la donna vuole, la porterei via. Da subito, adesso, invece di stare a menarsela sul perché e il per come. Lo sappiamo tutte benissimo com’è la situazione. Più vai avanti e più si fa tesa.

Non ti sembrerebbe una forzatura della volontà delle donne il fatto di mandare le forze dell’ordine a casa? Cambierebbe l’approccio, la pratica fin qui seguita dai centri antiviolenza.
Questa è un’emergenza. È vero che devono scegliere sempre e prima di tutto le donne, ma come fanno in questo momento? Cambierei approccio solo in questo particolare frangente. Deve arrivare la segnalazione di priorità! Invece chi lo sta dicendo che le donne sono in pericolo? Solo i centri antiviolenza.

Questo punto di vista è tuo o è condiviso con la rete D.i.Re?
In questo momento è mio, la rete dei centri non penso che possa dire ufficialmente una cosa del genere. Ma quasi quasi… Direi alle donne: “Venite fuori di casa come potete, mettetevi davanti a Palazzo Marino, entrate dentro e state lì finché non vi vengono a prendere per portarvi altrove”. Non credo che in questo momento una metodologia dell’accoglienza possa valere e bastare nello stesso modo di sempre. Farei un passo in più.

Uscite alla spicciolata a una a una e bussate alla porta di Palazzo Marino. E a quella di Regione Lombardia?
Certo che no, in Regione Lombardia non vi aprono neanche la porta!
È un appello che farei alle donne e al Comune di Milano: venite fuori perché qui c’è rapporto con le istituzioni un po’ diverso. Le donne dei centri e degli ambiti di aiuto poi si muovono. Parlo di Milano perché la conosco. I centri antiviolenza potrebbero riuscire a dare una spinta e dire “Venite fuori e vi veniamo a prendere” e anche avvisare il Comune: “Noi daremo questo messaggio”. Potrebbe essere una presa di posizione meno blanda, perché in questa emergenza c’è troppo la menata di stare alle regole. Va bene stare alle regole, ma morta per morta, esco e non torno più! Questa regola di stare in casa che tu mi dai, a me peggiora la vita.

Una sorta di disobbedienza civile. Il tuo è un appello per un cambio di strategia.
“Scappa di casa e non tornare” può essere il messaggio dei centri antiviolenza, che sono più che autorizzati a inviarlo, che devono rischiare. Il sistema della sicurezza che abbiamo introiettato in questa emergenza, è una morte. Come se in nome di una sicurezza superiore fosse saltata la libertà di dire “Se quello che mi dici non è giusto, io non lo faccio”, che è stato sempre il modo di contestare le leggi non condivise. Un tale sistema delle regole sta diventando ridicolo: con tutto quello che sta venendo a galla in Regione Lombardia, a cominciare dalle morti nelle RSA – che sotto sotto è un “chi se ne frega degli anziani” – come fai a dargli credito? Ci sono terribili effetti collaterali, ci sono le donne che rischiano la vita.
Alle istituzioni ripeto: “Entrate nelle case che sapete in pericolo, ma affrettatevi, prima di tutto mentalmente”.


(Erbacce, 18 aprile 2020)

di Gerrit van Oord


La casa amatissima dove Etty Hillesum abitò dal 1937 al giugno 1943 potrebbe essere demolita per un condominio di lusso. Eppure è uno dei luoghi più alti della storia europea

Se il progetto verrà realizzato, non rimarrà più alcun elemento tangibile per immaginare la giovane Etty che apre il portone, sale le scale ed entra in casa.

L’edificio si trova al numero 6 della Gabriël Metsustraat, al secondo piano, e si affaccia sul Museumplein, la “piazza del museo”, di fatto un grande prato verde. Dalla finestra dell’appartamento della scrittrice si scorgeva il Rijksmuseum e a poca distanza da lì sorge, dal 1973, il Museo Van Gogh. Alzando la testa dal quaderno, Etty Hillesum poteva inoltre vedere davanti a sé la sede della collezione comunale di arte moderna, il Stedelijk Museum, progettata dallo stesso architetto che aveva disegnato il palazzo della Gabriël Metsustraat ora minacciato.

Lo stabile ha attualmente un enorme valore economico. Il Comune di Amsterdam ne ha già approvato la demolizione, mentre la richiesta di costruzione del nuovo edificio, già depositata, attende la risposta dell’Ufficio tecnico municipale. Da oltre un anno, però, i comitati di quartiere e i cittadini nella zona hanno formalizzato la loro contrarietà. La giurista Annemieke Bieringa, che abita in zona, spiega che le obiezioni, anzitutto di carattere tecnico, rischiano purtroppo di essere aggirate, sia pure nel rispetto delle norme. L’edificio in questione, infatti, non gode della qualifica di “bene di valore storico-architettonico”. Per il proprietario, il magnate Ronald Egger, la via sembra dunque spianata. Secondo Wouter van Elburg, storico dell’architettura e docente all’Università di Amsterdam, l’isolato avrebbe già dovuto essere sulla lista dei monumenti protetti.

La casa della Gabriël Metsustraat fa parte del tessuto della memoria di Etty Hillesum e dello stesso ebraismo europeo alla quale appartengono la casa natale della scrittrice a Middelburg e quella in cui visse a Deventer, entrambe custodite con cura. È molto nota la fotografia di Etty alla scrivania nel suo appartamento di Amsterdam, in quello che lei considerava «il miglior posto del mondo». Da lì, racconta per esempio nel Diario, riconobbe un giorno uno dei suoi professori, Willem Bonger, che camminava lungo la pista di pattinaggio allestita nel prato durante l’inverno. Etty si precipitò a parlargli, chiedendogli se avesse senso scappare, ma lui le rispose che i giovani avevano il dovere di restare. Il giorno dopo sarebbe iniziata l’occupazione nazista, di cui Bonger fu una della prime vittime.

Questo è solo un esempio della ricostruzione che si sarebbe potuta proporre in una mostra permanente se in Gabriël Metsustraat fosse stata istituita la casa museo di Etty Hillesum. In passato, già le abitazioni di suo padre e dei suoi nonni sono state cancellate dall’evoluzione urbanistica.

Tra meno di un mese, il 5 maggio, l’Olanda ricorderà il 75° anniversario della Liberazione. Sarà una celebrazione in tono minore per via del Covid–19, ma la ricorrenza dovrebbe far riflettere le autorità competenti di Amsterdam, a partire dalla sindaca progressista Femke Halsema, in carica dal 2018. Per salvare la casa di Etty Hillesum, in ogni caso, si sono già mobilitati il Centro Studi di Middelburg, il Centro Etty Hillesum di Deventer e la stessa Fondazione Etty Hillesum di Amsterdam. Hanno aderito le associazioni intitolate alla scrittrice in Canada, Colombia, Italia, Francia, Portogallo e Spagna, ed è in preparazione una petizione internazionale.


È possibile sottoscrivere una petizione, ecco il sito sul quale leggerla:


https://sloopettyhillesumpandenniet.petities.nl/


(Avvenire, 14 aprile 2020)

di Giulia Maria Crespi


Nei giorni del coronavirus, tutti stiamo riflettendo sulle cause, ma soprattutto sulle soluzioni. È possibile, anzi probabile, che una delle cause di questa pandemia sia da ricercare nel rapporto tra Uomo e Madre Terra che ha perduto il proprio equilibrio e la propria natura. […]

Insomma, stiamo finalmente imparando che è urgente e doveroso ricercare un nuovo e più rispettoso equilibrio con il Pianeta che ci ospita. In questa nuova «visione», una tra le attività economiche più importanti è l’agricoltura […]. Nei secoli passati all’epidemia seguiva sempre la carestia, ma oggi abbiamo le condizioni per prevenirla. Possiamo agire iniziando con due misure sensate e urgenti. La prima è varare una riforma radicale della Pac (politica agricola comunitaria) e iniettare denaro fresco di donazione a sostegno del lavoro agricolo. La seconda è approvare con urgenza la legge sul biologico ferma al Senato, così da non lasciare in prima linea della crisi Covid 19 un comparto, senza una legge di settore.

La produzione agroalimentare è un bene indispensabile. Gli agricoltori affrontano una partita in cui è a rischio salute e lavoro. Basterebbe saltasse un anello del comparto agricolo, un trasportatore che si ferma, un trasformatore in quarantena, per bloccare raccolta e vendita, lavorazioni, semine, trapianti e perdere l’annata. Questo colpirebbe la popolazione, specie le fasce più deboli, e genererebbe un colpo grave per l’Ue, di cui l’Italia agricola è oggi asse portante. Perciò serve subito la riforma della Pac. L’Italia è il primo Paese agricolo Ue, avendo da anni il primato del valore aggiunto, ossia della ricchezza che si genera con l’agricoltura. Ha totalizzato nel 2019 31,9 miliardi di euro, rispetto al secondo, la Francia, che è fermo a 31 milioni, pur avendo il doppio degli ettari coltivati dell’Italia.

Con le migliori performance europee, l’Italia riceve però la cifra più bassa tra i Paesi agricoli dell’Unione. Si tratta di 5 miliardi, rispetto agli 8,2 della Francia, ai 6,7 della Germania, ai 5,7 della Spagna. Ne è causa il sistema di ripartizione dei fondi della Pac, che destina i finanziamenti soprattutto sugli ettari e favorisce la speculazione fondiaria.

Con il sostegno al reddito agricolo, il cui indicatore in Italia ha avuto una flessione del 2,7% solo nell’ultimo anno, valorizzeremo la nostra manodopera. Passata l’emergenza toccherà proprio all’agricoltura assorbire parte della disoccupazione senza precedenti che si sarà generata. Si tratta di centinaia di migliaia di posti di lavoro già pronti in Italia e di tanti altri a venire, ma devono essere qualificati, con alte competenze e giuste remunerazioni. Di questa strategia è esempio eccellente l’agricoltura biologica e biodinamica, di cui l’Italia è il primo esportatore (con gli Usa primo produttore), ma che opera da anni senza una legge. Il settore offre all’agricoltura un grande valore aggiunto e potrà fare la sua parte.

Il sistema biodinamico (un fatturato di oltre 13.000 euro ettaro rispetto alla media italiana di 3.200) potrebbe essere un caso replicabile a vantaggio dell’agroalimentare italiano tutto. Ma la mancanza di una legge (il disegno di legge è fermo al Senato da 15 mesi) costringe infatti le imprese biologiche e biodinamiche a fare la loro parte durante il Covid-19 con le mani legate. Il Senato, per dare un segnale di solidarietà, dovrebbe pertanto approvare in tempi brevi la legge sul biologico e biodinamico, già approvata alla Camera.

Qui elencati sono dati e fatti concreti; lasciamo dunque da parte, in questo momento tanto grave per tutti, ogni ideologia contraria e alternativa, rimandando futuri scambi di opinione a tempi migliori.


(Corriere della sera, 16 aprile 2020)

di Anna Paola Moretti


La storia di Leda Antinori, giovane partigiana di Fano (Pesaro), in un breve video, registrato per ricordare il 25 aprile anche in tempi di coronavirus.
https://www.facebook.com/MemoriediMarca/videos/2917851054966751/


(facebook, 15 aprile 2020)


Nota. Sulla storia di Leda e le altre, vedi anche l’articolo di Anna Paola Moretti Far parlare l’esperienza femminile: http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/far-parlare-lesperienza-femminile/


“Cosa hanno in comune i Paesi con le migliori risposte al coronavirus? Delle donne come leader”. L’osservazione arriva da Forbes, che in un articolo pubblicato lunedì a firma di Avivah Wittenberg-Cox (esperta di leadership e gender balance) passa in rassegna la gestione della crisi da parte di sette leader, dalla Germania a Taiwan, passando per Islanda, Danimarca, Finlandia e Norvegia, fino alla Nuova Zelanda.

“Molti diranno che si tratta di piccoli paesi, isole o altre eccezioni” – nota l’autrice, ceo di 20-first – “ma la Germania è grande e all’avanguardia e il Regno Unito è un’isola con risultati molto diversi”. Secondo Wittenberg-Cox, queste leader ci stanno mostrando un modo alternativo e attraente di esercitare il potere, una leadership fondata su quattro parole chiave: verità, risolutezza, tecnologia e amore.

«Verità

Angela Merkel, cancelliera tedesca, si è mossa presto e ha detto con calma ai suoi connazionali che si trattava di un grave minaccia che avrebbe infettato fino al 70% della popolazione. “È un problema serio”, ha detto, “prendiamolo sul serio”. Così ha fatto, e così hanno fatto anche i tedeschi. I test sono iniziati fin dall’inizio. La Germania ha saltato le fasi di negazione, rabbia e disillusione che abbiamo visto altrove. I numeri del paese sono molto al di sotto dei suoi vicini europei e ci sono segnali che relativamente presto sarà possibile un allentamento delle restrizioni.

Risolutezza, capacità decisionale

Tra le risposte più tempestive e veloci c’è quella di Tsai Ing-wen a Taiwan. A gennaio, al primo segno di una nuova malattia, ha introdotto 124 misure per fermare la diffusione, senza dover ricorrere ai blocchi che sono diventati comuni altrove. Ora sta inviando 10 milioni di mascherine negli Stati Uniti e in Europa. Ing-wen ha gestito quelle che la CNN ha definito “tra le migliori risposte al mondo”, tenendo sotto controllo l’epidemia. Il Paese ha registrato solo sei decessi.

Jacinda Ardern in Nuova Zelanda è stata veloce nell’ordinare il lockdown e molto chiara sul massimo livello di allerta imposto al paese, e sul perché. Ha imposto l’auto-isolamento alle persone che entrano in Nuova Zelanda in modo sorprendentemente precoce, quando c’erano solo sei casi in tutto il paese, e ha vietato agli stranieri di entrare subito dopo. Chiarezza e risolutezza stanno salvando la Nuova Zelanda dalla tempesta. A metà aprile il Paese ha subito solo quattro morti e si prepara ad abolire le restrizioni, imponendo la quarantena a tutti i neozelandesi in luoghi designati per 14 giorni.

Tecnologia

L’Islanda, sotto la guida della premier Katrín Jakobsdóttir, offre test di coronavirus gratuiti a tutti i suoi cittadini e diventerà un caso di studio chiave sui tassi di diffusione e mortalità reali di Covid-19. La maggior parte dei paesi ha test limitati per le persone con sintomi attivi. In proporzione alla sua popolazione, il paese ha già esaminato cinque volte più persone della Corea del Sud e ha istituito un sistema di tracciamento accurato che ha permesso di evitare il lockdown e la chiusura delle scuole.

La premier finlandese Sanna Marin si sta avvalendo dell’aiuto degli “influencer” sui social media come agenti chiave nella lotta alla crisi del coronavirus. Riconoscendo il fatto che non tutti leggono la stampa, il governo finlandese sta invitando gli influencer di qualsiasi età a diffondere informazioni basate sui fatti sulla gestione della pandemia.

Amore
La premier norvegese, Erna Solberg, ha avuto l’idea innovativa di usare la televisione per parlare direttamente con i bambini del suo paese […]. Ha risposto alle domande dei bambini provenienti da tutto il paese, prendendosi del tempo per spiegare perché era normale sentirsi spaventati.»

“Quante altre innovazioni semplici e umane scatenerebbe una maggiore leadership femminile?”, si chiede Wittenberg-Cox. “In generale, l’empatia e la cura che hanno comunicato tutte queste leader sembrano provenire da un universo alternativo rispetto a quello a cui ci siamo abituati. È come se le loro braccia uscissero dallo schermo per tenerti stretto in un abbraccio sentito e amorevole […]. Ora, confronta questi leader e storie con gli uomini forti che usano la crisi per accelerare una terrificante tripletta di autoritarismo: incolpare gli “altri”, imbrigliare la magistratura, demonizzare i giornalisti e coprire il loro paese nell’oscurità del non-mi-ritirerò-mai (Trump, Bolsonaro, Obrador, Modi, Duterte, Orban, Putin, Netanyahu…). Sono anni che la ricerca ci dice timidamente che gli stili di leadership delle donne potrebbero essere diversi e utili. Invece, troppe organizzazioni e società stanno ancora lavorando per convincere le donne a comportarsi come gli uomini se vogliono essere leader o avere successo. Eppure questi sette casi di studio offrono tratti di leadership che gli uomini potrebbero voler imparare dalle donne. È tempo di riconoscerlo e di eleggerne di più”.


(www.huffingtonpost.it, 14 aprile 2020)

di Paola Mammani


Il calo di denunce, di segnalazioni a carabinieri e polizia, sms di donne che comunicano di essere nell’impossibilità di telefonare a motivo del controllo ininterrotto dei partner, fanno ipotizzare il peggio quanto a violenza degli uomini chiusi in casa con donne e bambini.

Viene da battere le mani alla fine della lettura dell’articolo di Annarosa Buttarelli pubblicato sulla 27esima ora del 6 aprile e reperibile su questo sito (v. anche l’articolo di Teresa Manente Non ne sarei uscita viva). Si festeggia l’allontanamento d’urgenza degli uomini violenti, i maltrattanti, dalle case dove hanno perseguitato donne, figlie e figli, che possono invece rimanere lì e tornare a vivere e a respirare liberamente.

Battiamo le mani al giudice che ha fatto uso di strumenti legislativi spesso ignorati, per allontanare di casa l’aspirante assassino, le battiamo a tutte quelle che hanno chiesto con forza che siano reperiti alloggi dove confinare i maltrattanti, ora che decine di alberghi sono vuoti.

Ma, lo sa Annarosa e lo sappiamo tutte, le donne che se ne occupano ce l’hanno detto, il più delle volte questa non è una strada praticabile. Non solo perché lor signori ritornano – nel passato anche il braccialetto elettronico non è bastato, sono riusciti talvolta a rintracciare le donne perfino negli alloggi segreti – ma anche perché spesso hanno compari, padri, fratelli che abitano sopra, sotto, a fianco della loro famiglia e sono della loro stessa pasta: pronti a prenderne il posto, a vessare la donna che ha denunciato il congiunto. L’unica via d’uscita allora è la fuga delle donne.

È per questo che ho ascoltato con interesse le richieste che Laura Boldrini, Lucia Annibali e altre hanno rivolto, durante il question time alla Camera di mercoledì 8 aprile, alla ministra Bonetti che si è detta impegnata a realizzarle: reperire al più presto alloggi per donne e bambini, ponendo fine alla scarsità di luoghi sicuri in cui ospitare le donne che lasciano la casa coniugale. E poi far arrivare ai centri antiviolenza non solo i fondi in bilancio per il 2019 (è la solita, triste storia dei fondi statali che arrivano dopo anni) ma anche inviare direttamente ai centri, i fondi previsti per il 2020, superando il passaggio per le Regioni.

Se le donne non possono uscire facilmente di casa, se possono portare con sé solo un bambino, e magari ne hanno più d’uno, è improbabile che fuggano proprio ora, ma proprio ora è essenziale riaffermarlo: è necessario che vi siano alloggi a sufficienza per le donne e le loro creature – a Berlino in questi giorni hanno requisito due alberghi a questo fine – e che i soldi non incappino nella burocrazia regionale!

E già che ci siamo – chiedo a quelle che sanno e hanno già percorso queste strade – non si potrebbe approfittare della contingenza per pretendere che sia avviata una campagna di invito alle donne ad uscire dalla prostituzione, garantendo loro un alloggio sicuro e degna accoglienza, permesso di soggiorno compreso, se necessario?

È ora il dopo, è ora o non è. Annarosa lo dice bene, sempre sulla 27esima ora, nell’articolo precedente, quello del 27 marzo, dedicato allo stesso tema, in cui denuncia la retorica del nulla sarà più come prima. Le trasformazioni o si vedono ora o non ci saranno. Sono d’accordo. Sull’imprevisto nulla possiamo, ma su quel che sappiamo della realtà, è ora che bisogna intervenire. Questi tempi, così tristi per la malattia e la morte che colpisce, possono essere un’occasione – anche questo si ripete, spero non invano – perciò mi auguro che le donne che sanno, dicano ora il più possibile, invochino ora ipoteche sulle attività che stanno per riprendere, sui finanziamenti che stanno per arrivare e lo facciano a voce forte e chiara.


(www.libreriadelledonne.it, 14 aprile 2020)

Recensione di Doranna Lupi


Marcel Gauchet, importante filosofo francese, nel suo libro La fine del dominio maschile riesce a mettere a fuoco, con chiarezza e lucidità, alcuni nodi cruciali di una realtà che sta cambiando velocemente, di un passaggio di civiltà a cui tutte e tutti stiamo assistendo più o meno consapevolmente. Come già anticipava nel 1996 il Sottosopra Rosso della Libreria delle donne di Milano, il patriarcato è finito ed è una cosa talmente grande che, per essere vista, domanda l’impegno di una presa di coscienza. Più di vent’anni dopo Gauchet, osservando questo processo in atto, sostiene che ciò a cui stiamo assistendo è talmente enorme da suscitare incredulità, ma l’apparente indifferenza che provoca nasconde un sollievo generale, perché il dominio maschile rappresentava una costrizione per tutti: donne e uomini. Si trattava di un assetto sociale plurimillenario profondamente radicato e ora, con il suo crollo, abbiamo la straordinaria opportunità di esplorare, penetrare e comprendere le ragioni di fondo che lo hanno determinato.

Dove, nella notte dei tempi, è prevalso il dominio maschile gli uomini si sono dotati di dispositivi le cui chiavi di volta erano il potere dello spirito e il potere della forza, ossia la religione e la guerra. Alle donne, quindi, il dono della vita, la cui appropriazione sociale da parte maschile era all’origine della subordinazione femminile; agli uomini la vittoria sulla morte attraverso la guida religiosa e politica della società, dettando leggi, ispirando codici e guidando le condotte. Un sistema di ruoli in cui era l’anatomia a segnare i destini e a regolare la convivenza. La cellula base era la famiglia, depositaria delle virtù di autorità e obbedienza, che consentivano di mantenere o ricostruire un ordine sociale fondato sulla tradizione.

La modernità occidentale ha rielaborato le figure tradizionali del maschile soprattutto a partire dal XVIII secolo attraverso la dimensione del “pubblico”. Si diffonde così lo spirito della cosa pubblica e dell’interesse generale dei cittadini, liberi individui di diritto. Tutto l’insieme dei rapporti sociali viene rimodellato su di una tacita dissociazione tra ciò che riguarda tutti e ciò che riguarda soltanto se stessi, tra il pubblico e il privato, separando la sfera sociale politica ed economica dalla sfera domestica. L’autorità del padre, che comandava un gruppo, una stirpe, un clan, si restringe così al nucleo familiare. In questa prima fase, pur assumendo teoricamente l’uguaglianza degli esseri umani e attribuendo alle donne una individualità giuridica, nella pratica è stato negato loro l’accesso all’universo sociale pubblico, monopolizzato dagli uomini, confinandole nel privato domestico.

Negli anni Settanta del Novecento una svolta globale ha dissolto ciò che ancora era rimasto del vecchio ordine. Un vero e proprio terremoto antropologico, che ha cambiato completamente le condizioni della riproduzione biologica e della riproduzione culturale, imponendo, molto velocemente, un cambiamento di norme e valori. L’ordine delle priorità si è rovesciato: la famiglia è stata affidata alla libera disponibilità dei suoi membri, perdendo la sua portata collettiva. Nel nuovo ordine esistono solo più individui di diritto che dispongono liberamente della propria sessualità e della facoltà di riprodursi. Diventare genitori non è più un atto che coinvolge l’intera società, bensì una scelta che riguarda solo i genitori, comportando anche problemi di natalità, poiché il figlio del desiderio è più raro di quello del caso. Uno degli indizi più chiari di questa rottura è stato proprio il rapido liquefarsi della figura del padre La deistituzionalizzazione della famiglia ha svuotato di senso la figura paterna. Non è più necessario che il padre sia un capo e che il capo sia un padre. L’autorità si è depatriarcalizzata e il dominio maschile ha perso il suo più solido punto di appoggio.

Secondo l’autore, però, il colpo di grazia non è arrivato dall’importantissima e necessaria lotta per l’uguaglianza delle donne, bensì dalla presa in carico, da parte del politico, del lavoro simbolico istituente della società stessa. Nell’ordine precedente la religione e la politica ponevano la differenza dei sessi nel cuore dell’essere-in-società e della sua perpetuazione. Ora, nel nuovo simbolico, esistono solo individui di diritto, imparzialmente e oggettivamente uguali e neutri. La società degli individui vive tuttavia una profonda dissociazione tra ciò che i suoi membri devono condividere in quanto uguali, con identici diritti, e ciò che riguarda solo loro, in virtù della loro libertà di singoli, del loro sentire soggettivo secondo l’emozione, l’empatia per la specificità di ognuno, la promozione dell’individualità privata. La differenza non è più tra i sessi, ma negli individui stessi. Non si sceglie il proprio sesso, ma si ha la libertà di scegliere in che rapporto stare con questa dimensione del proprio essere. Per questo, sostiene Gauchet, non ha senso pretendere un superamento statutario della parzialità sessuata tanto quanto non ne ha cristallizzarsi in essa. Con ogni evidenza, comunque, l’emancipazione femminile è stata il cuore dell’avvento di una società degli individui, la sua massima espressione, e la detronizzazione pacifica del maschio ha portato anche a un’emancipazione maschile, poiché il dominio e i privilegi avevano un prezzo molto alto. I vincoli della virilità e gli obblighi che accompagnavano il monopolio dell’esistenza pubblica erano pesanti.

Tanto che la gran parte degli interessati ha accolto la fine del proprio regno senza troppo dispiacere: mai dei dominanti si sono accomodati con tanta facilità all’abbandono delle loro prerogative. La verità è che questa fine ha rappresentato la liberazione da un fardello anche per loro, e infatti rarissime sono le nostalgie per l’antico regime. Questa rivoluzione ha di bello che anche i presunti perdenti ci hanno guadagnato (p. 49).

Senza dubbio la fine del dominio maschile ha sconvolto le relazioni tra i sessi e siamo ancora lontani dal raggiungimento di un nuovo equilibrio. Ora che procreare e creare una famiglia non rispondono più a imperativi sociali e a precisi codici di comportamento, gli appartenenti ai due sessi possono manifestare attitudini e prospettive esistenziali potenzialmente divergenti. Infatti è sempre più evidente una discordanza dei desideri tra uomini e donne. Nell’universo maschile l’autore mette in evidenza la disaffezione scolastica riscontrata nei giovani uomini e una controcultura dell’immaturità, conseguenze naturali della perdita nella società di responsabilità paterna. Un altro dei segni distintivi è la pornografia, che evidenzia un rapporto con la sessualità per nulla interessato alle reali aspettative femminili, nel segno della dissociazione e del rifiuto di qualsiasi legame con la procreazione. Nella maggior parte dei casi, infatti, le donne non si riconoscono in questa strumentalizzazione erotica. Uno dei principali motivi di separazione delle coppie resta però la discordanza dei desideri rispetto alla procreazione. Mentre un numero significativo di uomini vivono la paternità con un senso di rifiuto o di rassegnazione, la gran parte delle donne aspira a conciliare maternità desiderata e vita professionale. Inoltre, a fronte del rifiuto maschile, molte donne decidono di fare famiglia a prescindere dal padre.

Oggi, con ogni evidenza, esiste e coesiste di tutto, e le situazioni descritte da Gauchet sono accompagnate da controtendenze molto significative. Accanto al rifiuto di una funzione paterna senza più un contenuto preciso emerge, infatti, lo sforzo di reinventare la paternità elaborando nuovi significati, dotandola di un’identità adatta alle circostanze. All’opposto della discordanza e dell’incomprensione tra i sessi è all’opera la ricerca di una rinnovata alleanza tra uomini e donne: Il disamore reiterato si accompagna a eroiche esplorazioni amorose che spingono gli esseri ad affrontare insieme una verità su se stessi che le convenzioni avevano sempre imposto di tenere nascosta (p. 58).

In questa diversità di linee di condotta però giocano molti fattori: il diverso livello di educazione, gli strumenti e l’inventiva che abbiamo a disposizione per giocarci come individui, per affrontare la complessità delle scelte e la vastità delle loro conseguenze. Purtroppo la libertà che abbiamo guadagnato si accompagna ad una disuguaglianza nascosta ma vertiginosa di mezzi e questo è un fattore che pesa e peserà molto per quanto riguarda gli esiti di questa trasformazione.

Per concludere, il filosofo francese entra nel merito delle ripercussioni simboliche provocate dalla rivoluzione tranquilla dell’uguaglianza,che ha sconvolto la figura dell’autorità paterna. Il principio di uguaglianza comporta un resto irriducibile: se le donne possono fare tutto quello che fanno gli uomini, non è la stessa cosa per gli uomini, che non possono procreare. Le donne hanno acquisito con l’uguaglianza lo status di individue di diritto e attrici sociali, in più mantengono la differenza costitutiva del potere di partorire. Il ruolo materno diventa così la figura della responsabilità per eccellenza, di esemplarità e quindi di autorità che guida senza imporsi. Non un dominio femminile né un regime matriarcale, bensì, una volta garantita l’uguaglianza tra i sessi, la nuova autorità materna ispira il modo in cui l’uguaglianza verrà applicata, lo stile dell’azione pubblica, la trama di relazioni che si stabiliranno. Alla freddezza astratta e all’impersonalità istituzionale predisposte dalla società degli individui di diritto, i valori materni aggiungono l’attenzione alla singolarità, l’empatia e la fermezza benevola per accompagnare gli individui verso il loro bene. Definiscono così il modello della buona autorità aperto a tutti, poiché anche gli uomini possono farvi riferimento, contrariamente al modello di autorità paterna che restava esclusiva maschile. Tutta la catena educativa, inoltre, è interessata a questa metamorfosi del modello di autorità, toccando l’insieme dei rapporti sociali. Ma, mette in guardia Gauchet, la promozione del modello materno di autorità non ha ancora riempito il vuoto creato dal superamento del vecchio ordine. Siamo a cavallo di un cambio di civiltà e il lavoro di simbolizzazione è in pieno svolgimento, viviamo un vuoto e un’assenza che ci inquietano.

A questo punto io credo sia fondamentale lavorare il più possibile per ridurre la disuguaglianza nascosta e vertiginosa e consentire a ogni uomo e a ogni donna di avere i mezzi necessari per affrontare, nel qui e ora della propria esistenza, il passaggio epocale e collettivo nel quale siamo lanciati. Se possibile contribuendo, in prima persona, con una propria competenza simbolica.


Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile, ed. VP Vita e Pensiero, Milano 2019.


(Uomini in cammino, n. 1, 2020)

di Emanuela Mariotto


Nel racconto dei Vangeli sono le donne che accompagnano Gesù al sepolcro, sostandovi fino a sera, non i discepoli che erano fuggiti. Alle donne l’arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, nell’omelia del Venerdì Santo, chiede di aiutarci a capire «per quale via si possa entrare nel mistero, come si possa rimanere fedeli, come si possa morire senza morire. Dovrebbero esserci donne a parlare questa sera di fronte a questa croce. Dovrebbero esserci donne». Ma, nella chiesa gerarchica maschile, le donne non ci sono, non hanno il sacramento della predicazione. Allora l’arcivescovo presta loro la sua voce, che definisce “impropria” e porta sull’altare le parole di poetesse, filosofe, mistiche: Maria Luisa Spaziani, Vincenza Capitanio, Madeleine Delbrel, Etty Hillesum, Emily Dickinson, Alda Merini, Angela da Foligno, Anna Achmatova.

Non le conosco tutte. Le loro parole sono dense, dicono l’indicibilità del mistero, il cambiamento che la visione della croce impone e, una volta conosciuto il Crocifisso, si sa tutto.

Si salva il mondo non offrendogli la felicità, ma dando un senso alla sua sofferenza. Di questo sa Etty Hillesum che, nel campo di sterminio si rivolge a Dio «tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te e, in questo modo, aiutiamo noi stessi».

La preghiera aiuta nell’angoscia? si chiede Emily Dickinson. Ad Angela da Foligno, in meditazione sulla Croce, Dio si rivela con queste parole «Io non ti ho amata per scherzo» e per Madeleine Delbrel percorrere con Gesù la via della passione è una vocazione.

Ognuno di noi attende la passione, dice l’arcivescovo e, in questi giorni angosciosi che stiamo vivendo, vengono, invece, “le pazienze”, tutte le piccole e grandi difficoltà da affrontare e superare in questo periodo di quarantena. È “la passione delle pazienze”. Io le chiamo “le piccole resurrezioni quotidiane”.

Per le donne del sepolcro arriva, infine, la sera. La notte le attende. È cupa Anna Achmatova «Sapevo che tutto è già perduto / la vita un tremendo inferno», ma non rinuncia alla speranza, l’alba di Emily Dickinson che non si sa quando possa venire, ma a cui lei lascia aperta ogni porta affinché «abbia ali come uccello / oppure onde, come spiaggia».

Leggetela per intero questa omelia, è magnifica.


(www.libreriadelledonne.it, 12 aprile 2020)


Sei ragazze appassionate di storie che hanno creato un sito dove consigliare a ragazze e ragazzi tra i 9 e i 12 anni libri, film e serie tv: abbiamo fatto quattro chiacchiere con le fondatrici del Dafne Club


Com’è nata l’idea del Dafne Club online e come vi siete divise i compiti per realizzare il sito?
Due anni fa io, Sara, avevo un blog di libri. Ma, poi, solo poche settimane fa, mi è venuta un’idea: avrei potuto riprendere l’attività e ricominciare a scrivere recensioni! Dopo però mia mamma mi ha dato l’illuminazione: invece di un semplice blog, avrei potuto fare un vero e proprio sito, in cui comprendere altre amiche! E così ho fatto: ogni weekend di quarantena, io e papà, programmavamo insieme il sito, mentre durante la settimana io e le mie amiche scrivevamo recensioni su recensioni da mettere nel nostro sito appena fosse stato pronto.
Principalmente, la programmazione, è stata svolta da me e mio padre, perché lui se ne intende di queste cose, mentre le altre ragazze e io scrivevamo recensioni. Viola scrive recensioni di graphic novel, Tita di mistero, amore e avventura, Alma gialli e avventura, Marta (mia sorella) fantasy, favole e film, Anna serie tv e avventura e io un po’ di tutto. Ma non abbiamo mai stabilito dei veri e propri ruoli, ognuno recensiva ciò che voleva, confrontandosi con le altre.

Siete “ragazze appassionate di storie” e si nota perfettamente in ogni recensione, ma come scegliete le storie da consigliare ai vostri coetanei?
Noi scegliamo le storie da recensire in base a quelle che riteniamo che siano belle da condividere con altri ragazz* come noi e quelle che hanno lasciato l’impronta nel nostro cuore. 

Quanti spunti state raccogliendo durante queste settimane di quarantena e come vi dividete tra voi sei il calendario editoriale del sito?
Questa quarantena ci sta lasciando molto tempo per leggere e scrivere racconti, immaginando mondi nuovi che prima non avevamo neanche considerato. Adesso, inoltre, riusciamo a stare molto di più insieme alla famiglia, guardando la sera film e serie tv. Per esempio, nella nostra famiglia, ogni sera uno di noi sceglie il film da vedere, così variamo genere e scopriamo dei lungometraggi che non avremmo mai avuto intenzioni di vedere. Per il programma editoriale abbiamo realizzato una tabella su Excel, dove ognuno si prenota il giorno dove pubblicar la propria recensione/racconto. Abbiamo aggiunto anche dei giorni dove pubblicheremo delle interviste a delle/degli scrittrici/scrittori con cui riusciamo a metterci in contatto.

Il consiglio che vi sentireste di dare anche a vostri non coetanei che hanno perso un po’ di vista il potere (e la magia) delle storie che ci circondano?
Vogliamo assicurarvi che, anche iniziando da libri corti, scoprirete mondi magici e incantati, anche se non avete mai creduto che esistessero. L’importante non è subito ricominciare a leggere con romanzi classici e lunghi (che noi, lettrici esperte, adoriamo), ma divertirsi anche con libri di poche pagine, basta che ti appassioni.

Durante le puntate di Zai.Time, il nostro programma di network, ogni giorno consigliamo un libro, un film e un disco per affrontare la quarantena (qui trovate i podcast): quali sarebbero i vostri consigli, se doveste fare una scelta?
Allora, io (Sara) propongo Il diritto di contare, un film; Volevo essere Maradona, come libro; South of the Border, una canzone di Ed Sheeran. Marta consiglia Peter Pan, un cartone; La grande dinastia dei paperi, una raccolta di fumetti di Paperino fatta dall’autore originale e Mamma Maria, una canzone dei Ricchi e Poveri. Alma propone La storia infinita, un film; Il rinomato catalogo Walker&Dawn, un libro; Hey Jude, dei Beatles come canzone. Anna consiglia Mary Poppins 2, un film; Stargirl, un libro e IDGAF di Dua Lipa. Margherita propone I sospiri del mio cuore come film; L’albero delle bugie, un libro, La Otra Mitad, di Pilu Velver, una canzone in spagnolo.
Inoltre, vorremmo consigliare a tutti un luogo dove noi ci troviamo perfettamente a nostro agio, pieno di libri divertenti e appassionanti, dove lavorano donne storiche che hanno fatto la rivoluzione: La Libreria delle Donne di Milano, dove si svolgono anche incontri di filosofia, a cui consigliamo di partecipare (quando la quarantena sarà finita).


(https://www.zai.net, 9 aprile 2020)

Jaime D’Alessandro


L’autrice di Il capitalismo della sorveglianza spiega perché i sistemi digitali per contenere la pandemia dovrebbero essere in mani pubbliche evitando la volontarietà. “Questo non è il momento degli scenari distopici. Dobbiamo tornare ad un mondo nel quale i dati sono usati per il bene di tutti e non solo da multinazionali che puntano al profitto


“Le app per controllare la diffusione del virus? Dovrebbero essere gestite da istituzioni pubbliche e diventare obbligatorie come i vaccini”. Shoshana Zuboff, della Harvard Business School, liquida così il dibattito sulla difesa della privacy nato dall’uso del digitale per contrastare la pandemia. E pensare che è una delle voci più dure contro l’attuale sistema di potere che domina il Web. Il suo saggio, Il capitalismo della sorveglianza (Luiss University Press), ha puntato il dito sulla raccolta di dati indiscriminata da parte dei colossi della tecnologia per sostenere la nuova industria pubblicitaria, diventando uno dei testi di riferimento alla critica della Silicon Valley. Ma mentre storici come Yuval Noah Harari temono che le misure di contenimento che i governi stanno adottando sul fronte tecnologico possano diventare strumenti permanenti di spionaggio sociale, lei è di parere completamente opposto.
“Il tema della privacy è mal posto”, spiega al telefono dalla sua casa in Maine. “I sistemi del capitalismo della sorveglianza in Occidente sono diventati tali nelle mani di aziende private, da Google a Facebook fino alle compagnie telefoniche. Negli ultimi 20 anni queste pratiche si sono evolute senza che ci fossero regole o organismi di controllo democratici e così si sono trasformate in egemonie. Ecco perché oggi in tanti si spaventano all’idea di una forma di contenimento via app e via dati della pandemia: fraintendendo il termine di sorveglianza”.
Cosa dovremmo quindi intendere con “sorveglianza”?
“Nel mondo dei sistemi sanitari, la parola sorveglianza ha da decenni una valenza completamente differente da quella che usiamo quando si tratta delle multinazionali private che operano sul Web. Specialmente in caso di epidemie, un sistema di sorveglianza non è affatto una cosa che va contrastata o temuta. Si tratta di tenere sotto controllo la malattia ed evitare che faccia nuove vittime. Ed è grazie a questi sistemi di sorveglianza che la sanità riesce ad essere efficacie. Da una parte oggi abbiamo l’esigenza di usare i dati e la tecnologia per contenere una epidemia, dall’altra quelli stessi dati vengono usati a fini di profitto da un’industria privata che ha sfruttato in ogni modo la tecnologia per ammassare potere e capitali. Noi, come cittadini, ci troviamo in mezzo fra queste due forze opposte e finiamo per confondere il mezzo con fini totalmente differenti”.
Anche i colossi del Web si stanno muovendo fornendo i dati della mobilità degli utenti per contrastare il Coronavirus, iniziando dalla divisione Data for Good di Facebook.
“Se esiste una divisione che si chiama Data for Good, dati per il bene della società, vuol dire che tutto il resto viene usato con un obbiettivo diverso. Credo che tutti i dati riguardanti i cittadini dovrebbero esser usati sempre per il bene comune e per proteggere gli interessi di tutti. Il bisogno legittimo della raccolta di dati per il fatto che si pensi che lo stato attuale delle cose sia normale, fa parte di quella mentalità chiamata “inevitabilismo” che sta facendo più danni della stessa Silicon Valley. La sorveglianza di massa operata di giganti della tecnologia non è l’unica opzione possibile. Il digitale è un bene straordinario e le istituzioni pubbliche devono riappropriarsene. L’Unione Europea ha fatto un passo in avanti con il regolamento generale sui dati, il Gdpr, ma non è abbastanza. Ora, con la pandemia, abbiamo un’occasione straordinaria di rimediare”.
In che modo?
“Stiamo attraversando un periodo buio, ma né per l’Europa né per gli Stati Uniti è la prima volta. Dopo la grande depressione l’America si risollevò creando nuove istituzioni e un nuovo patto sociale. È quel che dobbiamo fare oggi. Abbiamo una straordinaria opportunità di prendere il controllo del mondo delle informazioni e dei dati puntando al benessere pubblico e alla difesa dei nostri valori. È molto fastidioso ascoltare tutte questi commenti distopici che prefigurano una biosorveglianza che distruggerà la società. Questo non è il momento del catastrofismo, questo è il momento nel quale possiamo decidere le basi del nostro futuro facendola finita di magnificare le multinazionali del Web pensando che lo stato attuale sia insovvertibile”.
C’è chi sostiene che dati e tecnologia, così come la sorveglianza nata a fini sanitari, vadano a braccetto con i regimi totalitari.
“I regimi totalitari sono tali a priori della tecnologia. Senza dimenticare che la stessa classe dirigente cinese ha sistematicamente ignorato i dati che arrivano da Wuhan malgrado il Sistema di Credito Sociale che in teoria dovrebbe controllare tutto e tutti. E perfino qui non hanno fatto gran che meglio: esiste un rapporto del 2017 del Pentagono mandato alla Casa Bianca dove si avvertiva che la prossima grande minaccia non avrebbe avuto il volto di una nazione ostile ma di un virus. Donald Trump lo ha ignorato. Con i dati si possono fare molte cose, bisogna però esser capaci di comprenderli e accettare l’idea che possano anche dirci che abbiamo torto”.
Come pensa si possano convincere le persone ad accettare l’obbligatorietà di una app, e in ultima analisi il dover fornire i propri dati, per contenere la pandemia?
“Spiegando che si tratta di misure necessarie come lo sono i vaccini. Servono ad evitare che tutti debbano poi pagare un prezzo enorme in fatto di vite. Certo, andare a vaccinarsi può essere una scocciatura. In tal modo però abbiamo sconfitto malattie che flagellavano l’umanità da secoli”.


(la Repubblica, 9 aprile 2020)

di Susanna Camusso


Finalmente il dibattito sulla ripartenza sta prendendo forma. Finalmente non per certezza sul quando, anzi, ma perché si può sperare che il mantra del “tutto tornerà come prima”, l’invocata normalità – affermazione di per sé già perigliosa – lasci spazio alla discussione su come costruire il nostro futuro.

Non siamo in una guerra, non è nemmeno un terremoto, non possiamo copiare le esperienze precedenti; neanche quelle della crisi finanziaria del 2008, che non solo oggi ci appare meno drammatica, ma soprattutto perché sono evidenti gli errori che si son fatti allora, o meglio come erano sbagliate le ricette adottate. Dà scarsa soddisfazione dire “l’avevamo detto”, ma certamente serve grande rigore nel pretendere che non si ripercorrano quelle strade.

Nell’emergenza – che non è superata – si sono già fatte delle scelte, alcune delle quali possono già dare indicazioni per il “dopo”. Due sopra di tutte: finanziare e potenziare il servizio sanitario nazionale, e fronteggiare le diseguaglianze perché non si allarghi la voragine. Emerge quindi la necessità di uno sguardo sociale, e si rende evidente la non sufficienza della logica “produrre, produrre” senza guardare cosa succede alle persone nella loro dimensione collettiva ed individuale.

In estrema sintesi, la politica ha il dovere di avere al centro del suo pensiero il come prende in carico la società, composta dalle persone, deve considerare la qualità del vivere perché le soluzioni siano per i molti e non per i pochi. Per sintetizzare, deve uscire dalla dimensione gratuita la “cura”; che non è attitudine femminile “dovuta e scontata”, marginale e non economica, ma è, invece, tratto necessario in un mondo che è giunto ai suoi limiti e va reso sostenibile socialmente, economicamente, ambientalmente.

Nessuna di queste dimensioni può essere isolata, non c’è quello che resta nelle mura di casa e quello che riguarda il palcoscenico pubblico. Occorre affrontare quella gerarchia di valore del lavoro, che già oggi è stravolta, ma che nessuno vuole nominare esplicitamente.

Due esempi: sono donne, ricercatrici, precarie le prime che hanno realizzato in Italia la sequenziazione del virus. Inoltre, l’Istat ci dice che la quota femminile di coloro che stanno lavorando è intorno ai due terzi delle occupate. Un numero impressionante che indica di per sé gli addensamenti per tipologie di lavoro.

Non molto tempo fa il rapporto europeo sulla parità di genere ci diceva che sul lavoro e sulla redistribuzione del lavoro di cura la situazione italiana peggiora, con un incremento delle ore di lavoro per le donne. Quelle donne al lavoro sono la base, per reddito e riconoscimento, della piramide dei lavori.

Il loro ruolo, mai riconosciuto come fondamentale, è in qualche modoconsiderato femminile proprioper indicarne se non il disvalore, il minor valore. Perché cura non è di per sé sinonimo di profitto, ma profitto non è di per sé sinonimo di benessere collettivo. Come non confessare la preoccupazione che, dopo averlo onorato durante la crisi, chi ci salvava dalla paura, chi si curava di noi, non solo della salute, debba tornare in ombra e non abbia parola sulla costruzione del dopo?

Si parla di cabine di regia, si aprono luoghi di confronto. Tutto teoricamente giusto, molti sottolineano la fondamentale importanza della parola degli scienziati (esiste anche il femminile scienziate) soprattutto per determinare i tempi.

Quelle cabine di regia, quei luoghi, avranno un valore di innovazione, di progettazione di sostenibilità effettiva, se non saranno ancora una volta il luogo del pensiero della parzialità maschile, ma sapranno coinvolgere il pensiero femminista e femminile, per rappresentanza e specialità. Dando valore ai saperi e alla capacità di mettere in relazione, di prendere in carico, di valorizzare le differenze. Riconoscendo un’elaborazione e un pensiero che certo non nascono oggi.

Ci sono evidenze statistiche di una maggior resistenza al virus delle donne (non in tutti i paesi sono omogenei), ma non si può immaginare di scoprire che questo sia l’unico argomento al femminile. Non è solo un tema di democrazia paritaria, anche se ne approfitto per dire che di democrazia abbiamo un gran bisogno, e qualche frattura già si vede a partire dal linguaggio bellico, dalla invocazione di ordine, dall’idea che da cittadini si diventi sudditi.

Forse la politica non conosce davvero le tante sapienze del mondo femminile e femminista, eppure ha la straordinaria occasione di scoprirle, di non fermarsi al noto ed abituale. Coraggio e capacità politica si misurano dal saper scommettere e scegliere di innovare.


(https://www.huffingtonpost.it/, 8 aprile 2020)

di Giorgia Antonelli


«Un giorno non avrai le ragazze, un giorno i ragazzi, e un altro giorno ancora quello che aveva fatto così bene la verifica di matematica è andato e non tornerà più.» (Valeria Parrella, Almarina)


Mauro, lo chiamerò così, ha diciotto anni e lavora in un piccolo supermercato vicino casa mia. Spazza i pavimenti, fa le consegne, si spacca la schiena nel magazzino. È un mio studente e prima della quarantena ci siamo incontrati qualche volta, quando andavo a fare la spesa, e ci fermavamo a chiacchierare. Ha smesso di venire a lezione da un po’, eppure è uno dei più bravi, almeno nelle mie materie. In più è un rapper bravissimo, un giorno gli ho fatto spiegare la musicalità del verso in classe facendogli cantare uno dei suoi pezzi, c’è stata una standing ovation. È sottile, Mauro, introverso e intelligente, ha scritto un testo rap ispirato a Cavalcanti perché come lui vede nell’amore qualcosa di doloroso e insostenibile per la propria sensibilità. Durante l’ultimo compito in classe di italiano che gli ho visto svolgere, un testo argomentativo, ha avuto un crollo e voleva consegnarmi il foglio dopo quaranta minuti, in bianco. Diceva che non ce la faceva, che non era in grado. Mi sono rifiutata di accettarlo, mi sono alzata, gli sono andata vicino e gli ho detto di respirare, che era un attacco di panico, che era capacissimo di svolgerlo, che poteva uscire a prendere una boccata d’aria e poi al suo ritorno mi auguravo che facesse un altro tentativo, che si ripulisse i pensieri e si mettesse a scrivere, o che almeno ci provasse. Quando è tornato dalla pausa si è messo a scrivere e ha scritto fino alla fine delle due ore a disposizione. A quel compito Mauro ha preso otto. 

Da quest’anno insegno al serale e Mauro non è l’unico a lavorare tra i miei studenti, lo fanno quasi tutti, ognuno con la sua storia. Quando sono arrivata qui non ero pronta. Avevo insegnato alle medie e in varie scuole superiori ma sempre a ragazzi di massimo diciotto anni, più o meno allenati a studiare, muniti di libri di testo e a cui si potevano assegnare dei compiti a casa per verificarne l’apprendimento. Al serale è tutto diverso: le classi sono miste, dai diciassette anni fino ai cinquanta, ho persino un alunno di settantaquattro anni, tornato sui banchi perché si annoiava e voleva nuovi stimoli. È gente, per buona parte, che ha ripreso a studiare dopo parecchi anni. Lavoriamo con appunti e fotocopie, i libri non possiamo farglieli comprare ed è giusto così, non tutti possono e bonus per loro non ce ne sono, così i materiali li creiamo noi, a casa o in classe, o mettiamo a loro disposizione le copie omaggio che riusciamo a trovare. 

C’è un’altissima percentuale di immigrati non integrati, e a differenza di quelli del diurno che sono immigrati di seconda generazione nati qui, questi sono immigrati arrivati adulti in Italia, che frequentano solo le loro comunità d’origine e che per questo quasi non parlano la nostra lingua. Spesso in classe cerco di aiutarli traducendogli le domande o le cose che non capiscono in quel po’ di inglese che condividiamo e mi dispiace perché non posso tradurre loro tutto, andrei troppo lenta e devo cercare di non lasciare indietro gli altri. Li guardo che annuiscono, che copiano quello che scrivo, e mi immagino il loro mondo come una bolla di sforzi sovrumani e silenzio in cui quel che dico non riesce a penetrare. Per la maggior parte sono già diplomati o laureati nel loro paese d’origine ma qui quello che hanno appreso non viene riconosciuto dal punto di vista legale e così ricominciano da zero, faticosamente, dalle medie e poi alle superiori, facendo intanto lavori che nulla hanno a che fare con le loro competenze, in questo forse molto simili a tanti lavoratori italiani.

Per il resto, sono quasi tutte situazioni complesse, persone a cui la svogliatezza in alcuni casi e la vita in molti altri non ha dato la possibilità di diplomarsi, e li vedi barcamenarsi tra orari flessibili e assenze ripetute, permessi di lavoro e tentativi di migliorare la loro posizione lavorativa grazie al diploma.

I primi tempi non sapevo come insegnare a una classe così, tutto quello che avevo fatto negli ultimi dieci anni e che aveva funzionato al diurno sembrava controproducente: non riuscivano a starmi dietro, ero troppo “difficile”, andavo veloce. Mi sono dovuta reinventare presto, dopo una brutta discussione con la mia quinta, a settembre, mi sono seduta con loro e gli ho chiesto di cosa avevano bisogno, gli ho promesso che ci avrei provato. Ho aggiustato il tiro, ho cambiato il mio modo di fare didattica e le cose hanno iniziato a funzionare, o almeno a funzionare meglio. Perché quando insegni è così: quello che sai non conta niente se non lo sai trasmettere, e quello che conta non sei tu o il tuo sapere, quello che conta sono loro e quello che imparano.

Non sono mai stata un’insegnante vocata, non ho mai desiderato insegnare, piuttosto scrivere, avere a che fare coi libri, fotografare, viaggiare, raccontare, studiare ma insegnare, non ci avevo mai pensato. La parola vocazione poi, in ambito didattico, mi ha sempre fatto venire i brividi: forse perché l’ho sentita pronunciare con una voce impastata di eroismo, suffragata dall’idea che non ci sia niente di più bello che plasmare delle menti. Plasmare? È esattamente quel che non vorrei mai fare. Non riesco a vedermi come un demiurgo, gli studenti per me non sono plastilina da modellare a mia immagine, in cui inculcare le mie idee e le mie passioni, sono quel che sono, e quello che non voglio è che diventino degli epigoni, merli indiani che ripetono le mie parole, vorrei invece che avessero il senso critico giusto per tenermi testa, per fare domande, per esporre e difendere le loro idee. Vorrei che emergesse il loro peculiare talento, non il mio.

Non sono un’insegnante vocata dunque, (orrore! Lascia il posto a chi morirebbe, per insegnare!), e quando finisco il mio lavoro – scolastico o domestico che sia – per la scuola, subito me ne dimentico e la mia mente si riempie di mille altre cose altrettanto desiderose di cure e attenzioni. Ho un’unica munizione: mi piace la letteratura, che è la materia che insegno, e mi piace parlarne e questa forse è l’unica cosa che so fare davvero oltre leggere. È la sola arma con cui posso, con un po’ di fortuna, centrare la mela sulla testa dei miei studenti. 

Il mondo prima della didattica a distanza era così: pomeriggi a scrivere appunti e mappe alla lavagna, organizzare interrogazioni programmate, accertarmi che capissero, che tutto fosse se non semplice, almeno chiaro, pomeriggi passati a spiegare e perdere le staffe, come può capitare in aula, o a sussurrare incoraggiamenti vicino ai banchi, a cercare di seguirli individualmente il più possibile, a tentare di recuperarli sapendo che in classe non saranno mai tutti ma che invece ne mancheranno sempre parecchi all’appello, o a volte tutti e in quei giorni portarsi sempre un libro dietro è stato fondamentale. Molti mollano lungo la strada, non ce la fanno con gli orari, sono stanchi, non riescono a organizzarsi. Ogni volta che uno di loro abbandona è una sconfitta, un piccolo dolore. Perché se non credo alla vocazione io credo alla scuola pubblica come un potentissimo strumento democratico di emancipazione sociale. Ha i suoi difetti la scuola, ne ha molti e va sicuramente ripensata, ammodernata, dall’organizzazione dei programmi e delle lezioni fino alla didattica e ai criteri docimologici, ma di buono c’è che è aperta a tutti, è obbligatoria e costa pochissimo, è un’opportunità che la vita ti dà anche se tutto il resto fa schifo, non lo controlli, ti sopraffà, è un treno che puoi perdere o prendere, ma di buono c’è che ci salgono tutti. E se lo perdi da ragazzo, quel treno, puoi sempre iscriverti alle scuole serali.

La quarantena ci ha sorpreso con i programmi avviati, le interrogazioni finalmente programmate classe per classe su base volontaria dopo un primo quadrimestre di rinvii per i motivi più disparati, le esercitazioni per gli esami di stato già fissate. È saltato tutto, per quello stesso capriccio della fortuna che per Machiavelli poteva sgretolare i piani anche del Principe che meglio avesse saputo conquistare, organizzare e difendere il proprio principato.

La mia scuola non ha perso tempo e immediatamente si è organizzata per avviare la didattica a distanza, e in pochi giorni siamo partiti. Partiti, almeno in via teorica: dalle nostre clausure domestiche abbiamo organizzato le classi, creato le mail per i singoli studenti con account ufficiali, ma per riuscire a raggiungerli tutti e farli connettere ci abbiamo messo una settimana piena. La didattica a distanza ha questo limite: non avendo la scuola pubblica i mezzi per fornire ipad a tutti, si appoggia come può ai device che si posseggono privatamente: telefoni, computer propri o prestati, tablet familiari per i più fortunati. E poi c’è il problema dei giga: la rete internet a casa non ce l’hanno tutti, molti devono fare affidamento sulle connessioni a tempo del proprio smartphone, non sempre si possono scaricare tutti i materiali – le memorie dei cellulari sono limitate – o leggerli su un display minuscolo senza affaticarsi. Abbiamo rimandato i ragazzi sul sito del Ministero, dove una serie di accordi con le compagnie telefoniche hanno elargito in solidarietà digitale giga gratis e supporto tecnico. Ma non basta. Molti di loro sono rimasti fuori, non possono connettersi anche volendo, come alcuni dei nostri ragazzi immigrati, e immagino come possa essere diventata ancora più silenziosa e ovattata la bolla della loro mente, visto che non possono contattare né noi né i compagni, non possiamo vederci, non sappiamo come comunicare.

Il cambiamento è stato repentino anche per noi docenti, una riconversione della didattica e della scuola su uno strumento che era nato per integrare le lezioni in presenza anche se non era mai stato avviato, e che invece si è trovato a sostituirle. Succede spesso così, in casi di emergenza: si accelera un processo che ci avrebbe messo anni a realizzarsi pienamente, e lo si fa procedendo a tentoni, all’interno di un vuoto normativo e con connessioni che cadono per il troppo traffico, difficoltà a poter valutare e andare avanti con i programmi, riprovando di nuovo, sbagliando e poi ancora provandoci. Vedo ogni giorno i miei colleghi rimboccarsi le maniche e rimettersi a studiare, questa volta come funzionano le piattaforme di e-learning, e ci riescono bene, ci mettono una determinazione e una delicatezza che nulla hanno a che vedere con le maestre analfabete digitali che si limitano a caricare di compiti i ragazzi che vedo rappresentate in quasi tutti gli articoli e i post che leggo: una specie di Frankestein-docente creato per incanalare la rabbia e suscitare consensi, un mostro di categoria offerto in pasto alla pubblica frustrazione.

Come categoria, siamo incasellati in stereotipi da sempre: chi ti vuole insegnare come si insegna, anche se fa tutt’altro nella vita, chi invidia sospirando il tuo lavoro ma ne fa uno molto più remunerativo, chi ti rinfaccia le vacanze scolastiche, chi ti dà del parassita, perché ritiene che il nostro misero stipendio sia troppo alto per le 18 ore settimanali di contratto. Si sa che le ore non sono mai 18, ci sono i rientri e i collegi, c’è la formazione obbligatoria, i p.o.n. (programmi operativi nazionali, ndr) e i corsi a titolo gratuito, i progetti i recuperi e le correzioni dei compiti a casa, la preparazione delle lezioni e del materiale. Ormai li lasciamo parlare, soprattutto adesso che, reclusi in casa, siamo effettivamente dei privilegiati, ma solo perché continuiamo a lavorare e a percepire uno stipendio, un lusso di cui molti italiani in questi giorni non beneficiano.

L’accanimento di questi giorni, però, è ingiusto e fuorviante: abbiamo da anni a che fare con registri elettronici, seguiamo corsi on line, carichiamo domande di mobilità e aggiorniamo curriculum sul sito del Miur solo in formato digitale e persino i concorsi scolastici ormai sono per metà al computer. Tutti usiamo i social, internet e whatsapp, le lim (lavagne interattive multimediali, ndr) e i pc sono il modo in cui anche in tempi normali effettuiamo la didattica, io ho addirittura insegnato in classi totalmente digitali. Non tutti sono tecnologici allo stesso modo, è ovvio, ma questo è vero per qualsiasi professione, il resto si impara. 

Stiamo facendo del nostro meglio con quello che abbiamo e sì, ogni mattina ci svegliamo pensando agli studenti che non sappiamo come raggiungere, a chi resterà indietro, a chi non ha i mezzi e gli strumenti per poter partecipare, proviamo a richiamarli di nuovo, a vedere cosa possiamo fare, magari usiamo le chat invece che i pc pur di raggiungerli perché un telefono, almeno quello, più o meno l’hanno tutti.

Le nostre lezioni le registriamo, e le lasciamo disponibili in drive, così che si possano recuperare, e i materiali finalmente – penso ai miei studenti senza libri di testo – sono più facili da reperire e utilizzare. 

Ai miei studenti ho detto che questo modo di fare didattica non è male, che mi piace e che continueremo a utilizzare queste piattaforme anche dopo, quando torneremo in classe, perché non posso non pensare a quante opportunità di inclusione ci siano nella didattica a distanza proprio per i soggetti più deboli e fragili, per quelli malati, o disabili o con disturbi dell’apprendimento, per quelli che, per mille motivi, non riescono sempre a venire a scuola. Speriamo che la scuola non dimentichi, quando tutto sarà passato, che sappia farne tesoro.

Continuano a tornarmi in mente le parole di Mariangela Gualtieri in Nove marzo duemilaventi:

“E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.”

Forse dobbiamo iniziare a cercare l’oro tra la sabbia, dobbiamo scavare per far emergere filoni di bellezza, e pazienza per il terreno sotto le unghie e per le volte che luccica ma non è oro, l’oro arriverà. Forse a questo sono chiamati, con i loro limiti di esseri umani in difficoltà, gli insegnanti e gli studenti tutti.

Quando ho iniziato le video lezioni temevo non ci sarebbe stato nessuno dall’altra parte: se non venivano a scuola in tempi di pace, figuriamoci in tempi di quarantena.

Partecipano tutti, anzi, molti di loro sono tornati a seguire, tanti di quelli che avevano mollato, li vedi apparire stesi sul letto o sullo sfondo bianco delle camere con i poster attaccati alle pareti o delle cucine illuminate dalla luce elettrica nel pomeriggio, ma in questa versione informale seguono meglio, si zittiscono l’uno con l’altro per ascoltarti, quando gli dici «mi fermo o spiego ancora?» li senti dire «vada prof, vada», consegnano i compiti, non tutti e qualcuno copia, come sempre, ma sono lì, in un modo nuovo in un mondo nuovo, dove è sparita la valutazione e c’è solo l’apprendimento puro, la condivisione di un momento, la vista di facce amiche e familiari e la voglia, forse, di apprezzare quello che si disprezza quando lo si ritiene un dovere, quando lo si dà per scontato. Un luogo dove ci sono meno interrogazioni e più condivisioni, dove ci sono prima di tutto le persone e il segno grigio dell’obbligo sbiadisce tra i pixel.

Non so ancora dire se questo insolito, miracoloso equilibrio si protrarrà fino alla fine della quarantena, ma sono fiduciosa che, se saremo tenaci, se ci aiutiamo, potremo commutarlo in qualcosa di buono per noi e per i nostri studenti, e so anche che non ci arrenderemo e continueremo a cercarli, strenuamente, in rete o di persona, per tentare di riportarli a scuola, per farli salire ancora su questo treno che potrebbe migliorare il loro futuro.

Qualche giorno fa sono tornata al supermercato vicino casa, dovevo fare un po’ di spesa ma in realtà speravo di incontrare Mauro. Ed era lì, che preparava una consegna a domicilio. Quasi non ci riconoscevamo bardati come eravamo dietro guanti di lattice e mascherine. Ci siamo parlati a distanza di sicurezza.

«Torna a scuola», gli ho detto, «prova a connetterti, ti prego».

«Finisco tardi prof, finisco stanco.»

«Non fa niente, tu prova, guarda che le lezioni e i materiali rimangono lì, puoi recuperarli quando vuoi, anche se non puoi fare le videolezioni non importa, basta che le vedi anche in un secondo momento ma dacci un cenno, fatti vedere, non perdere questa opportunità di rimetterti al passo, dai che sei bravo. Non ti vogliamo perdere, non vogliamo che tu ti perda.»

«Va bene prof, ci proverò.»

Non si è ancora connesso, Mauro, controllo ogni giorno e ogni giorno lo aspetto. 

È questo il mio lavoro. E se Mauro non torna il mio compito, prima di insegnare, è continuare a cercarlo.


(doppiozero.com, 7 aprile 2020)

di Annarosa Buttarelli


Non ha avuto riscontro soddisfacente l’appello al nostro governo di non accontentarsi di creare un numero nazionale da chiamare in caso di violenza domestica. Alcune donne sono riuscite a convincere la ministra Bonetti a fare delle farmacie un punto dove andare a consegnare segnalazioni di violenza, ed è qualcosa in più rispetto a un numero che in realtà non mette in movimento quasi nulla, a parte un ascolto generoso al telefono.

La via giusta era stata imboccata dalla Procura di Trento cheha ripristinato le ragioni della legge stabilendo di allontanare, anche in tempi di coronavirus, i maltrattanti anziché le donne e i bambini. Nelle interlocuzioni avute in seguito al mio intervento sulla 27Ora, L’1522 non basta. Cara Bonetti e caro Conte aiutate le procure a lasciare le donne e i bambini nelle loro case. E trovate luoghi idonei a ospitare i maltrattanti, l’obiezione più comune si può riassumere così: «Non si può allontanare d’urgenza un maltrattante sulla base della sola denuncia telefonica alla questura. Ci sono le garanzie costituzionali, bisogna garantire la libertà e la certezza del procedimento penale».

Ma allora in questo caso non sono violati i diritti umani, il diritto alla vita? Ancora una volta la vita di una donna deve venire dopo la finta correttezza delle garanzie civili?

È l’unico caso che si conosca questo in cui prevale il diritto alla libertà di un assassino potenziale denunciato in flagranza di violenza. Solo se sta picchiando una donna, un uomo ha diritto ai suoi mesi di burocratico procedimento penale, di processo ecc. Che orrore!

Qual è lo strumento che si dimentica di applicare in tutta Italia?

È l’art. 384 bis del Codice di procedura penale (DPR 22 settembre 1988 n. 477 aggiornato al 28/2/2020) che ha come titolo Allontanamento d’urgenza dalla casa familiare. Recita così:

«1. Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, scritta, oppure resa oralmente e confermata per iscritto, o per via telematica, l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all’art. 282 bis, comma 6, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa. La polizia giudiziaria provvede senza ritardoall’adempimento degli obblighi di informazione previsti dall’art. 11 del d.l. 23 febbraio 2009 n. 11 convertito ecc. ecc.

2. si applicano in quanto compatibili le disposizioni di cui agli art. 385 e seguenti del presente titolo. Si osservano le disposizioni di cui all’art. 381 comma…

3. Della dichiarazione orale di querela si dà atto nel verbale delle operazioni di allontanamento».

È questo l’articolo del codice penale che non è applicatoperché alla telefonata di una donna che denuncia di essere oggetto di “condotte criminose” nessuno si muove, così da non prendere in flagranza di reato il maltrattante, il che autorizzerebbe la procedura d’urgenza in seguito alla dichiarazione orale di querela, ecc. ecc.

C’è una clamorosasentenza dellaCorte europea dei diritti dell’uomo– Prima sezione – Causa Tapis c. Italia – (ricorso n. 41237/14) – Sentenza Strasburgo 2 marzo 2017 (presidente Mirjana Lazarova Trajkovska): all’origine un ricorso presentato contro la Repubblica Italiana da una cittadina rumena e moldava che lamentava in particolare un inadempimento delle autorità italiane al loro dovere di protezione contro la violenza domestica che essa avrebbe subito e che avrebbe portato al tentativo di omicidio nei suoi confronti e alla morte di suo figlio. Problema del quale sto discutendo qui. Nella sentenza si trova scritto:

«Il diritto ha i suoi limiti. Persino il diritto in materia di diritti umani. Quando viene presentato un ricorso perché lo Stato non ha adottato ogni ragionevole misura per evitare che si perpetrasse un omicidio, sorge un conflitto tra la domanda di giustizia dei parenti delle vittime e l’imposizione di oneri poco realistici sulle forze di polizia governate dallo stato di diritto. La decisione giudiziaria in merito a tali controversie, derivanti da eventi drammatici, richiede pertanto che si raggiunga un delicato equilibrio tra questi due interessi contrastanti basato sull’applicazione oggettiva e imparziale di norme giuridiche chiare e prevedibili».

Un giudice della Camera che ha emesso la sentenza si dichiara dissenziente e dice, a proposito del “delicato equilibrio”, che i principi stabiliti all’articolo 2 della Convenzione (Obbligo preventivo dello Stato di proteggere la vita) si sono legati ai fatti presenti nella causa, così da indurre indebitamente la Corte a trovare l’equilibrio a favore dell’obbligo “preventivo dello Stato di proteggere la vita”, senza tenere in debito conto le garanzie che le forze di polizia devono riconoscere all’omicida.

C’è da aggiungere altro? Sì c’è da aggiungere che Lamorgese, Bonetti, Conte, ecc. hanno l’obbligo di richiamare le forze di polizia a eseguire la legge per la priorità assoluta del diritto alla vita fisica e psichica delle donne.


(27esimaora.corriere.it, 6 aprile 2020)

di Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli


Verità nascoste. Mille esempi di obiezioni che le donne, nei millenni, hanno inviato ai pensatori delle varie epoche, tentando di scongiurare le conseguenze della filosofia dicotomica. La paura della donna di fronte al pericolo è chiaroveggente, l’erigersi dell’uomo nella posizione di combattimento non lo è.

Annarosa Buttarelli: «Riprendendo la nostra conversazione, per parlare con precisione della “lungimiranza femminile” dovrei raccontarti mille esempi di obiezioni che le donne, nei millenni, hanno inviato ai pensatori delle varie epoche, tentando di scongiurare le conseguenze della filosofia dicotomica. Direi che forse possiamo riflettere almeno su due proposte che la lungimiranza delle donne avanza in tempi di doloroso disorientamento: 1) faticosa e necessaria trasformazione della forma mentis di genealogia maschile. Si è sempre manifestato nei millenni un modo differente di ragionare tra uomini e donne, e anche un’altra forma di scientificità. Binaria e escludente nei primi; capace di convivere con le contraddizioni, cioè aperta agli insegnamenti della reale esperienza, nelle seconde. Piena di errori logici la prima, a causa dell’andamento dicotomico insopportabile da parte della realtà; rigorosa ma aperta a logiche paradossali, l’altra. Faccio un esempio molto lontano ma chiaro. Assiotea di Fliunte entrò nella Accademia platonica vestita da uomo (ovviamente) e vi lottò contro Aristotele sul tema della schiavitù, scoprendo l’errore logico del filosofo che escludeva dall’umanità donne e schiavi. 2) la dimostrata capacità delle donne di cambiare la storia senza l’uso di violenza. Proprio oggi sarebbe il caso di porre fine al gingillarsi, così amato dall’inefficace intellettualismo maschile, intorno ai nomi noti della cultura italiana al solo scopo di stabilire se uno ha azzeccato il commento, o l’ha sbagliato. Oggi trovo ancora più scandalosa e violenta del solito la gara narcisistica tra uomini di cultura. Non trovi irrispettoso che molti tuoi simili non cerchino mai lo scambio con noi o non abbiano l’umiltà del silenzio? È irrispettoso anche nei confronti dei medici e degli infermieri che sono là, sulla linea di confine».

Sarantis Thanopulos: «Mi vengono in mente le donne di Sette su Tebe spaventate dal clamore della guerra che si avvicina. Il re Eteocle le riprende severamente perché la loro agitazione potrebbe intaccare il morale dei difensori della città minacciata. La paura delle donne, vista dal re come impressionabilità, è legata alla loro più acuta percezione del pericolo e del dolore. Eschilo partecipa a entrambe le visuali, resta irrisolto, ma la potenza della sua opera sta nel pensiero femminile, nascente dalla viscerale, travolgente profondità delle emozioni vissute, che configura l’insensatezza della guerra colta nella sua natura fratricida. Il nostro impegno contro il Coronavirus, che guerra non dovrebbe essere chiamato, subisce l’egemonia della retorica maschile che ha nella postura (corporea e mentale) del guerriero il suo mito fondativo. La paura della donna di fronte al pericolo è chiaroveggente, l’erigersi dell’uomo nella posizione di combattimento non lo è. Ma abbiamo mai ascoltato Cassandra? I maschi temono il silenzio, diffidano delle parole che sanno aspettare per prendere forma. Temono la paura e costruiscono barriere logiche contro di essa. Ad ogni cosa sconosciuta devono dare un significato, il senso della vita che eccede ogni sua significazione verbale crea loro smarrimento. L’orthòs logos ripara la ferita narcisistica prodotta dall’incertezza. Noi uomini, Annarosa, guardiamo da fuori verso il dentro, voi donne da dentro verso il fuori. La logica binaria del terzo escluso (più vicina alla visione nostra del mondo) ci fa conoscere le condizioni oggettive dell’esistenza, ma questa logica nel campo dell’esperienza vissuta (più vicina alla prospettiva vostra) vale e non vale al tempo stesso. La visuale femminile e quella maschile dialogano oggi dove i medici e infermieri/e reggono il peso della lotta contro la pandemia senza sentirsi eroi/eroine e senza ignorare la paura».


(il manifesto, 4 aprile 2020)

di Teresa Manente


Una donna ospitata lo scorso anno in un centro antiviolenza, in questi giorni di emergenza sanitaria mi ha scritto: «Sono proprio fortunata, mi sento una privilegiata ad essere uscita dalla situazione di violenza che subivo da parte di mio marito. Se la pandemia ci fosse stata lo scorso anno forse ora non so se ne sarei uscita viva. Ho avuto la fortuna di aver ricevuto aiuto e sostegno da tutte voi. Grazie avvocata per il suo impegno. Penso alle tante donne costrette a stare in casa con il marito violento, penso ai tanti bambini costretti a vedere la propria madre denigrata maltrattata e impotente, perché controllata a vista, costretta al silenzio. Come potersi ribellare nell’attuale situazione?».

Questa lettera mette in luce la gravità delle problematiche che si trovano a vivere le donne maltrattate nell’attuale situazione di emergenza, un’emergenza nell’emergenza che richiede la massima attenzione da parte delle istituzioni e della società civile, perché il rischio di vita per le donne e per i bambini è molto alto: la condivisione obbligatoria dello spazio abitativo con il partner violento innalza il pericolo dell’escalation di violenza sempre presente nelle situazioni di violenza domestica e la limitazione della circolazione e di contatti esterni rende difficile l’emersione di queste situazioni. Ancora più sommersa rimane in questo periodo l’esperienza delle donne straniere, in particolare coloro senza permesso di soggiorno, che temono non solo di subire ulteriori e più gravi violenze, ma anche l’avvio nei loro confronti delle procedure di espulsione e trattenimento nei centri per il rimpatrio.

Nelle ultime settimane a partire dal 9 marzo si è registrata una diminuzione pari all’85% degli accessi delle donne ai centri antiviolenza e agli sportelli gestiti dall’Associazione Differenza Donna che non hanno mai smesso di operare 24 ore su 24, adottando tutte le misure coerenti con le disposizioni entrate in vigore. Così anche una contestuale riduzione degli invii da parte delle forze dell’ordine. Molte sono le donne che ci hanno segnalato tramite sms difficoltà a telefonare perché sottoposte al controllo continuo del partner.

Dai dati emersi in questi giorni sui media, per ultimo dal documento della Commissione di inchiesta sul femminicidio – Presidente l’On. Valeria Valente – sulle misure per rispondere alle problematiche delle donne vittime di violenza, dei centri antiviolenza delle case rifugio e degli sportelli antiviolenza e antitratta nella situazione di emergenza epidemiologica da Covid-19 del 26 marzo, emerge una diminuzione importante su tutto il territorio nazionale non solo degli accessi fisici e di telefonate delle donne ai centri antiviolenza, sportelli antiviolenza e al 1522 (numero nazionale antiviolenza), ma anche delle stesse denunce per maltrattamenti (i reati di maltrattamenti contro familiare e conviventi, denunciati a tutte le forze dell’ordine, sono passati dai 1.157 dei primi 22 giorni del marzo 2019 ai “soli” 652 dello stesso periodo di quest’anno).

In questa situazione oltre a incrementare la pubblicizzazione del numero 1522, a fornire i centri antiviolenza di adeguate mascherine protettive per consentire l’operatività degli stessi, in piena sicurezza, assicurare un coordinamento diretto tra le forze dell’ordine e i centri antiviolenza per un pronto intervento, occorre intervenire con tutti gli strumenti utili che il nostro ordinamento prevede per dare immediata protezione alle vittime, obbligo sancito dalla Convenzione di Istanbul nonché dalla Direttiva 29/2012 sui diritti della vittima.

La “fuga da casa” delle donne e dei bambini deve e dovrebbe essere sempre e solo una emergenza a cui si è costrette solo nel caso di mancato intervento tempestivo delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, perché la violenza nei confronti delle donne costituisce una questione di riconoscimento dei diritti fondamentali della persona. Mi preme segnalare che oggi il nostro ordinamento normativo dispone di misure in grado di assicurare in maniera tempestiva protezione alle donne (arresto in flagranza, ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare, misure cautelari specifiche e ordini di protezione in sede civile), strumenti che se fossero applicati in maniera rigorosa eviterebbero la necessità di fuga dalla casa familiare da parte delle donne tutelandone la loro incolumità e quella dei figli minori.

Eppure nella prassi queste norme troppo spesso non vengono applicate. Le donne non sono credute e le loro paure sono sottovalutate. In sede civile, nonostante le disposizioni (art. 342/bis, 342/ter codice civile; art. 736/bis codice di procedura civile) prevedano la possibilità per l’autorità giudiziaria di emanare – nei casi di urgenza – ordine di protezione inaudita altera parte, ossia prima di instaurare il contraddittorio, ordinando l’immediato allontanamento del partner violento dalla casa familiare che sia «causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente», nella prassi tale procedimento è poco utilizzato dai giudici: una volta depositato il ricorso, i giudici, di regola, fissano un termine per la notificazione al partner del ricorso con fissazione dell’udienza. Ciò mette in pericolo l’incolumità della donna perché il partner venuto a conoscenza del ricorso aggrava la sua condotta. È il caso di una donna che l’11 marzo, proprio in attesa dell’udienza di trattazione a seguito della sua richiesta di ordine di allontanamento, si è vista aggredita dal convivente con un coltello e che solo grazie all’intervento immediato delle forze dell’ordine, allertate dal figlio e dal centro antiviolenza, è stato arrestato. L’allontanamento immediato inaudita altera parte assicurerebbe la massima protezione delle donne spostando a dopo l’esecuzione della misura la comparizione del partner violento dinanzi all’autorità giudiziaria.

Il contraddittorio differito assicurerebbe comunque piena difesa alla parte convenuta, scongiurando nelle more del giudizio possibili e più gravi reazioni violente.

Anche in sede penale non vengono applicate le misure previste dal nostro ordinamento per proteggere nell’immediato le donne: le forze dell’ordine chiamate a intervenire in una situazione di emergenza raramente applicano l’ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare dell’uomo maltrattante previsto dall’art. 384-bis del codice di procedura penale, una misura questa che consentirebbe «previa autorizzazione del pubblico ministero anche resa oralmente e confermata in via telematica», di intervenire in maniera tempestiva e adeguata a proteggere la vittima da ulteriori violenze. In questi giorni una donna si è rivolta al centro antiviolenza perché a seguito di intervento delle forze dell’ordine si è dovuta allontanare dalla casa familiare e chiedere ospitalità a una sua amica, perché le violenze denunciate non erano abbastanza gravi, nella valutazione degli operanti intervenuti, per allontanare il marito. Eppure l’articolo 384 bis c.p.p. prevede l’allontanamento urgente dall’abitazione familiare anche per minacce gravi (articolo 612 comma 2c.p.), lesioni volontarie, anche lievissime, se vi è querela e siano aggravate (per esempio se il fatto è commesso con armi, contro coniuge o convivente o persona legata da relazione affettiva). Al riguardo, preciso che va sempre disposto l’allontanamento dall’abitazione familiare della persona violenta e non delle vittime e ciò anche nelle ipotesi in cui la vittima sia stata costretta ad allontanarsi dall’abitazione familiare per sottrarsi alla violenza. Una volta emesso il provvedimento, infatti, la donna può rientrare nell’abitazione familiare e ove necessario, all’uomo potrà applicarsi la modalità di controllo del c.d. “braccialetto elettronico”.

Il nodo critico dunque è sicuramente quello applicativo, correlato alla mancanza di adeguata formazione sul tema sulle cause storiche culturali e sociali che sottendono alla violenza di genere contro le donne, una forma di discriminazione del genere femminile che in questa attuale situazione di emergenza ci espone a un doppio rischio.


(Left, 3 aprile 2020)


3 Aprile 2020 – Articolo su Left a cura di Teresa Manente, Responsabile ufficio legale di Differenza Donna

di Olga Tokarczuk


Dalla mia finestra vedo un gelso bianco, è un albero che mi affascina ed è stato uno dei motivi per cui mi sono trasferita qui. Il gelso è una pianta generosa – per tutta la primavera e per tutta l’estate nutre decine di famiglie di uccelli con i suoi frutti dolci e sani. Adesso invece il gelso non ha foglie, intravedo quindi un tratto della strada silenziosa dove di rado passa qualcuno, camminando verso il parco. A Wroclaw è praticamente estate, splende un sole accecante, il cielo è azzurro e l’aria pulita. Oggi, durante la passeggiata con il cane ho visto due gazze che scacciavano un gufo dal loro nido. Ci siamo guardati negli occhi, io e il gufo, a distanza di meno di un metro.

Ho l’impressione che anche gli animaliaspettino che cosa succederà. Per me da molto tempo ormai il mondo era troppo. Troppo, troppo veloce, troppo rumoroso. Non ho quindi il «trauma dell’isolamento» e non soffro di non poter incontrare nessuno. Non mi dispiace che abbiano chiuso i cinema, mi è indifferente che i centri commerciali siano fuori servizio. Forse soltanto se penso a tutti quelli che con questo hanno perso il lavoro. Quando ho saputo della quarantena di prevenzione ho sentito qualcosa di simile a un sollievo e so che molti lo sentono, benché se ne vergognino. La mia introversione, costretta e maltrattata dai dettami degli estroversi iperattivi, si è data una spolverata ed è uscita dall’armadio.

Vedo dalla finestra il vicino di casa, un avvocato sempre molto indaffarato che solo poco fa vedevo uscire presto, di mattina, per andare in tribunale con la toga appoggiata al braccio. Adesso indossa una tuta sformata e combatte con un ramo in giardino, forse si è messo a fare le pulizie. Vedo una coppia di giovani ragazzi che portano a spasso un vecchio cane che da quest’inverno quasi non cammina. Il cane si trascina sulle gambe, ma loro, pazienti, gli fanno compagnia rallentando più che possono il passo. Il camion della spazzatura con grande rumore raccoglie i sacchi.

La vita scorre, eccome, ma a un ritmo completamente diverso. Ho fatto ordine nell’armadio e ho portato i giornali già letti nel contenitore della carta. Ho trapiantato i fiori. Ho ritirato la bicicletta dal ciclista. Cucinare mi rende felice. Insistentemente mi tornano in testa i ricordi d’infanzia, quando c’era molto più tempo ed era possibile «sprecarlo», guardando dalla finestra per ore, osservando le formiche, rimanendo sotto il tavolino immaginandosi che fosse un’arca. Oppure leggendo un’enciclopedia. O non sarà forse che siamo tornati a un normale ritmo di vita? Che non è il virus l’alterazione della norma, ma proprio l’opposto – che quel mondo febbrile di prima del virus era anormale? Il virus del resto ci ha ricordato qualcosa che abbiamo negato con passione – che siamo esseri fragili, costruiti della materia più delicata. Che moriamo, che siamo mortali. Che non siamo separati dal mondo con la nostra «umanità» ed eccezionalità, ma il mondo è parte di una grande rete alla quale apparteniamo, collegati agli altri esseri tramite un invisibile filo di responsabilità e influenza. Che siamo dipendenti da noi stessi e, al di là di quanto lontano sia il Paese da cui veniamo, la lingua che parliamo o il colore della nostra pelle, comunque ci ammaliamo, comunque abbiamo paura e comunque moriamo.

Ci ha fatto capire che indipendentemente da quanto ci sentiamo deboli e indifesi di fronte ai pericoli, ci sono intorno a noi persone ancora più deboli, che hanno bisogno di aiuto. Ci ha ricordato di quanto siano delicati i nostri genitori anziani e i nonni e di quanto abbiano diritto alla nostra cura. Ci ha mostrato che la nostra frenetica mobilità mette in pericolo il mondo. E ha evocato quella domanda che di rado abbiamo avuto il coraggio di porci: che cosa cerchiamo davvero?

La paura di fronte alla malattia, quindi, ci ha fatto tornare indietro da quella strada ingarbugliata e ci ha costretti a ricordare l’esistenza del nido da cui veniamo e dove ci sentiamo al sicuro. E persino se fossimo chissà quali straordinari viaggiatori, in una situazione come questa, cercheremmo riparo in una casa. Con questo ci si sono rivelate delle tristi verità – che in tempo di pericolo il pensiero torna alle categorie chiuse ed esclusive delle nazioni e dei confini. In questo momento difficile è venuto fuori quanto sia debole, in pratica, l’idea di comunione europea. L’Unione, di fatto, ha rinunciato alla partita a tavolino e ha lasciato le decisioni in tempo di crisi agli Stati nazionali. Ritengo la chiusura dei confini una delle più grandi sconfitte di questi nostri tempi magri — sono tornati i vecchi egoismi e le categorie di «noi» e «loro», ossia ciò contro cui abbiamo lottato negli ultimi anni con la speranza che non avrebbe mai più formato il nostro pensiero. La paura davanti al virus ha richiamato automaticamente le condizioni ataviche più banali, che i colpevoli sono altri e che loro, sempre da un altrove, portano il pericolo. In Europa il virus viene «da», non è nostro, è straniero. In Polonia, tutti quelli che sono rientrati dall’estero sono diventati sospetti. L’ondata violenta della chiusura dei confini, le mostruose file ai valichi di frontiera per molti giovani sono state di sicuro uno choc. Il virus ce lo ricorda: i confini esistono e stanno bene. Sappiamo inoltre che il virus ci ricorderà in fretta un’altra vecchia verità, quanto davvero non siamo uguali. Alcuni di noi volano con aerei privati a casa su un’isola oppure stanno isolati nel bosco, altri rimangono in città per lavorare in una centrale elettrica o a un acquedotto. Altri ancora rischieranno la salute lavorando nei negozi e negli ospedali. Alcuni guadagneranno con l’epidemia, altri perderanno i risparmi di una vita intera. La crisi, quando arriva, compromette quelle regole che ci sembravano stabili, molti Paesi non riusciranno a gestirla e di fronte alla loro decomposizione si risveglieranno ordini nuovi, come spesso accade dopo le crisi. Rimaniamo in casa, leggiamo i libri e guardiamo le serie in televisione, ma in realtà ci stiamo preparando alla grande battaglia per una nuova realtà che non siamo neanche in grado di immaginare, comprendendo lentamente, che niente ormai sarà più come era prima. La situazione della quarantena obbligatoria e dell’acquartieramento della famiglia in casa forse può farci capire qualcosa che proprio non vorremmo ammettere, e cioè che la famiglia ci stanca, che i legami matrimoniali si sono allentati da tempo. I nostri figli usciranno dalla quarantena dipendenti da Internet e molti di noi comprenderanno l’inutilità e la sterilità della situazione nella quale meccanicamente e per moto d’inerzia rimangono bloccati. E cosa dire se aumenterà il numero degli omicidi, dei suicidi e delle malattie mentali?

Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo appartiene a noi.

Stanno arrivando tempi nuovi.


(Corriere della sera, 3 aprile 2020. Da Frankfurter Allgemeine Zeitung. Traduzione dal polacco di Irene Salvatori)

di Roberto Finelli


L’ultimo libro di Enzo Modugno, Il Cybercapitale («Dalla macchina per filare senza dita alla macchina per pensare senza cervello», manifestolibri, pp. 125, euro 12) propone tre tesi essenziali. Primo, la categoria di «general intellect» è un concetto mitologico che non serve a comprendere la realtà del presente, anzi la imbelletta e la mistifica; secondo, i cyberutopisti, come i teorici della moltitudine – che cadono nell’errore di ritenere che il nuovo mezzo di produzione con le tecnologie informatiche «non sia una macchina capitalistica ma la facoltà di pensare e di parlare» – sono lontanissimi dal frequentare e dall’intendere la lezione più rigorosa di Marx su Machinerie e Technologie; terzo, va allargata la categoria di postfordismo dalla struttura economica al «postfordismo sovrastrutturale», perché la dequalificazione radicale della scuola pubblica e delle università è segmento fondamentale e ormai interno al ciclo produttivo per la formazione di una mente superficiale e dequalificata, pronta a interagire e ad ubbidire ai codici delle macchine informatiche.

Con questo libro Modugno conferma che per tutta la sua vita di studioso e di militante ha continuato, con radicale coerenza etico-politica e con singolare fermezza di mente, a riflettere su quegli stessi temi che aveva cominciato a introdurre sulla rivista Marxiana già durante gli anni del ’68: come lo snaturamento e la mercificazione del sapere nel capitalismo moderno e la produzione diretta delle forme della coscienza sociale e del conoscere da parte della stessa produzione di capitale.

Così oggi con il suo Cybercapitale torna a parlarci di una pretesa società della conoscenza in cui, a ben vedere, la conoscenza è tutta nelle mani del sistema di accumulazione del capitale, dato che, con le nuove tecnologie, è codificata e depositata in macchine dell’informazione, che lavorano ed operano secondo modalità ed automatismi che sono al di fuori del cervello umano.

Coloro che ritengono che il capitalismo metta al lavoro la mente umana, oggi certamente in modo subalterno, ma con tutte le sue potenzialità riflessive, creative e immaginative, che potrebbero proprio per la loro potenza essere domani condizioni di trasformazione e rivoluzione – coloro che vedono nella forza lavoro solo una potenza di essere e per nulla una impotenza e povertà di essere – hanno, secondo Modugno, scarsamente ragionato, sulla eterogeneità profonda che esiste tra i codici dei linguaggi storico-naturali e i codici matematico-formali delle macchine informatiche.

Il computer infatti elabora, calcola e trasmette informazioni attraverso regole e procedimenti che devono la loro enorme velocità proprio al fatto che sono solo formali, ovvero calcoli di segni, indipendenti da ogni significato. I codici informatici cioè sono pensati e programmati ad un livello altissimo di astrazione il quale, sottraendo quei segni ad ogni contenuto interpretativo concreto, ne consente la matematizzazione. In questo senso il computer tratta informazioni ma certamente non conoscenza, se per conoscenza s’intende l’interpretazione, il senso, che un organismo vivente, o un individuo, o una classe sociale dà come possibile risposta ad una situazione aperta e problematica del suo ambiente storico-vitale.

La moderna invenzione di macchine che calcolano e trasmettono informazioni, come stringhe di punti e linee prima nell’alfabeto Morse, oggi con l’alternanza di 0 e 1 nel linguaggio dei computer, ha completamente separato l’informazione – come spiega Giuseppe Longo dell’Ens di Parigi – da ogni significato empirico, da ogni interpretazione concreta. L’enorme potenza nell’accumulare, elaborare e trasmettere informazioni oggi è fondata sulla possibilità di tradurre il codice alfabetico del linguaggio naturale in un codice numerico-matematico, che a sua volta viene tradotto in un codice elettronico basato su differenziali di energia.

In questo modo la trasmissione ed elaborazione di informazioni – si badi non di conoscenza – è divenuta una scienza matematica e l’informazione può essere formalmente elaborata, indipendentemente da ogni interpretazione, secondo norme di spostamento/calcolo di segni che prescrivono come scriverli e ri-scriverli. Tale opera di codificazione, di matematizzazione e meccanizzazione delle informazioni, è tenuta assai ben salda, sottolinea Modugno, nelle mani del capitale, che appunto oggi è divenuto Cybercapitale, e che per tale monopolio del sapere ridotto a informazione, e depositato nelle macchine, ha bisogno di un lavoratore mentale con un livello di qualificazione assai basso: purché capace di quelle generiche (nel senso di superficiali) attitudini linguistico-calcolanti che lo rendono abile a interloquire e a seguire passivamente la crescente capacità di calcolo e di decisione dell’apparato cibernetico.

Il mito del general intellect, di un conoscere sociale generalizzato, in cui ciascuno sarebbe in comunicazione con tutti, in rete con tutte le altre menti, mistifica e dissimula per Modugno una ben diversa realtà fatta da un lato di programmatori esperti di codificazione, che lavorano sugli algoritmi che automatizzano l’acquisizione e l’elaborazione dei Big Data, e dall’altro dalla moltitudine dei lavoratori dequalificati della mente, preparati a tal fine, e «cucinati a puntino», da una scuola/università evolutasi nell’ultimo ventennio, con l’ilare e sciagurato consenso di una buona parte della docenza, in una fabbrica di «vuoti a perdere».

Ma «Cybercapitale», va aggiunto, è un libro prezioso anche per la memoria storica, non solo teorica, ma politica e sociale, che, appunto a partire dal ’68, l’autore, da protagonista appassionato, ha accumulato nel corso della sua vita e che restituisce ora al nostro ricordo e alla nostra riflessione.


(il manifesto, 3 aprile 2020)