All’Ambasciatore d’Italia in Ucraina
dott. Davide La Cecilia
e p.c.
Signor Ministro degli Esteri
dott. Luigi Di Maio
Gentile Ambasciatore,
portiamo alla sua attenzione le immagini sconvolgenti diffuse in rete dalla Biotexcom di Kiev, clinica che offre servizi di fecondazione assistita e di maternità surrogata, detta GPA o utero in affitto.
La Biotexcom ha improvvisato nella hall dell’Hotel Venezia una grande nursery (detta “stanza materna” nonostante l’assenza di madri) dove sono ospitati 46 neonate e neonati da poche ore a poche settimane di vita, messi al mondo da gestanti a pagamento su commissione di cittadini di molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia.
Causa lockdown per Coronavirus, i committenti non possono recarsi in Ucraina a prelevare i bambini commissionati, letteralmente stipati nell’hotel in attesa di sblocco.
Nonostante le assicurazioni della Biotexcom non vi è alcuna certezza sulle condizioni di salute psicofisica di questi bambini né che essi siano adeguatamente assistiti.
Come vedrà nel filmato https://youtu.be/dXNTUn_v0yA dal titolo “Maternità surrogata: i bambini aspettano i loro genitori”, con audio in italiano, l’avvocato della clinica signor Denis Herman sollecita i clienti a rivolgersi ai Ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi perché richiedano al Governo ucraino un permesso speciale in deroga alle regole del lockdown per recarsi a ritirare i bambini.
Com’è noto in Italia la gestazione per altri o utero in affitto è un reato e chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro (Legge 19 febbraio 2004, n. 40 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, art. 12 comma 6).
Gentile Ambasciatore, come Rete Italiana contro l’Utero in affitto, costituita da numerose associazioni di donne, le chiediamo:
1. di raccogliere informazioni su Biotexcom e altre cliniche ucraine che erogano il servizio di “gestazione per altri” e che in questo particolare momento stanno detenendo bambini in totale violazione dei più elementari diritti umani
2. di verificare le effettive condizioni di salute e di vita dei bambini
3. di verificare se la nascita di questi bambini sia stata in qualche modo segnalata all’anagrafe, o se la loro esistenza non risulta in alcun atto pubblico (il che comporta il rischio che chiunque possa appropriarsi di loro e a qualunque scopo)
4. di verificare quanti e chi siano gli italiani clienti di Biotexcom e di altre cliniche
5. di intervenire presso il Ministero degli Esteri per segnalare questa drammatica situazione, nonché i nominativi dei committenti italiani, chiedendo che non venga concesso alcun permesso speciale, in deroga al lockdown, per recarsi a “ritirare” i bambini, commettendo un reato punito dalla legge italiana
6. di attivarsi presso il governo ucraino allo scopo di segnalare questa inaccettabile situazione ingenerata dalle leggi permissive di quel Paese in tema di utero in affitto nonché dalla mancanza di adeguati controlli pubblici, intraprendendo tutte le azioni necessarie perché i bambini detenuti nel limbo delle cliniche ucraine vengano affidati, di preferenza, alle madri che li hanno messi al mondo. Oppure, se esse non possono o non intendono farsene carico, a famiglie che se ne possano prendere cura. O che vengano dichiarati in stato di adottabilità
Certe che condividerà la nostra grande preoccupazione per l’attuale situazione e il destino di queste creature, restiamo in attesa di suo sollecito riscontro e le inviamo i più cordiali saluti.
Seguono firme di gruppi femministi e di singole: Per firmare, scrivi a: inviolabili01@gmail.com
(Rete contro l’utero in affitto, 7 maggio 2020)
Intervista a Mara Carfagna, deputata di Forza Italia e vicepresidente della Camera, sul tema della regolarizzazione temporanea dei migranti.
Condivide la proposta della ministra Bellanova di una regolarizzazione temporanea degli irregolari?
Vedo come priorità assoluta e urgente la regolarizzazione dell’esercito di colf e badanti che aiuta i nostri anziani, i nostri bambini, i nostri familiari con disabilità, le nostre madri lavoratrici. Ora più che mai abbiamo bisogno di loro, ora più che mai bisogna farle emergere dal “nero”. Nel settore agricolo si deve agire in modo più articolato. Serve un tavolo con le imprese. Si devono subito reintrodurre i voucher. Bisogna collegare permessi di lavoro, legalità, trasparenza del reclutamento e lotta al caporalato. Si può fare, e anche in fretta: altri Paesi, già un mese fa, si sono posti il problema e lo hanno risolto. Noi siamo come sempre in ritardo. Lasciamo che prevalga l’ideologia e lo scontro politico sui bisogni del Paese.
È più una misura sanitaria, per avere un controllo di tutti i residenti sul territorio, o economica, per consentire che lavorino in regola come stagionali visto manca manodopera dall’estero?
Interrogarsi sulla “filosofia” dei provvedimenti serve a poco. Già all’inizio di aprile la Gran Bretagna ha attivato accordi e voli charter dai Paesi dell’Est per importare lavoratori agricoli. La Germania idem. L’Italia si è dimenticata il problema. Si stima manchino 200 mila braccianti, il sito aperto da Coldiretti per reclutarli ha raccolto qualche migliaio di adesioni: la reintroduzione dei voucher e il collegamento con i titolari di reddito di cittadinanza potrebbero aiutare moltissimo. Qualunque misura si prenda deve essere pragmatica e rapida. Deve rispondere a un problema semplice: raccogliere frutta e verdura per non vedere la nostra agricoltura fallita e le zucchine a 10 euro al chilo.
Il centrodestra è stato protagonista, con Berlusconi e Maroni, di grandi sanatorie. Sono state politiche sbagliate o da rivendicare?
Da rivendicare senz’altro, proprio per il loro pragmatismo. C’era un problema: centinaia di migliaia di donne che lavoravano a sostegno delle famiglie italiane ma per lo Stato erano fantasmi. Avevano le chiavi delle nostre case, ci fidavamo di loro, ma rischiavano ogni giorno di essere rispedite a casa. Il centrodestra ha risolto il problema, per di più portando nelle casse dello Stato e dell’Inps un notevole flusso di denaro.
[…]
(Il Foglio, 6 maggio 2020)
di Gabriella Cerami
“Questo governo deve avere coraggio. Non si possono lasciare le persone a vivere come topi nei ghetti. Lavorano già nel nostro Paese e spesso in condizioni complicatissime e al limite, meritano una possibilità e vanno regolarizzati. È una battaglia di civiltà a cui non ci si può sottrarre”. La ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova risponde al telefono, seduta dietro alla scrivania del suo ufficio, pronta a dimettersi se il testo che prevede la regolarizzazione degli immigrati, e non solo, non sarà inserito nel ‘decreto maggio’. Si parla di lavoro sommerso nell’agricoltura, di badanti e colf, su cui ancora non c’è un accordo nella maggioranza perché il Movimento 5 Stelle, racconta la ministra, “sostiene che questi lavoratori siano troppi e si correrebbe il rischio di saturare il mercato del lavoro”.
Ministra Bellanova, chi sono in Italia i nuovi schiavi che lei vuole regolarizzare il prima possibile? Matteo Salvini li chiama clandestini. Il Movimento 5 Stelle, con lei al governo, la accusa di voler fare una sanatoria.
Sono persone che in Italia vivono e lavorano anche da anni, nella più totale informalità non avendo permesso di soggiorno. In campagna, in edilizia, nelle nostre famiglie, assistendo i nostri anziani e i nostri figli. È per questo che parlo di coraggio. Lo Stato, chi governa, deve decidere da che parte stare. Le inchieste, ultima quella che stamane ha fatto emergere nel trevigiano una situazione da brivido, ci parlano di persone che lavorano per 10, 12 ore al giorno, costretti a vivere in sistemazioni di fortuna, spesso senza acqua né gas.
E tutto questo per pochi euro al giorno e per ritrovarsi a dormire in 3000 in un ghetto. Dove c’è l’inferno, e abusi sulle donne. Quando leggiamo di questo sulla stampa ci si commuove. Non basta. Se la politica non affronta e dà riposte anche a questo, che politica è?
In questa fase di emergenza dovuta al Coronavirus, la situazione si è aggravata?
Certo, con un paradosso che provo a spiegare. Abbiamo tenuto 60 milioni di italiani chiusi a casa e ci si è dimenticati che chi vive nei ghetti o negli insediamenti informali è ad altissimo rischio di diffusione del Coronavirus. Può facilmente immaginare come a rischio, soprattutto adesso, non siano solamente loro. Oltretutto in questa emergenza sono gli unici ad essere rimasti senza sussidi. Invisibili prima, invisibili adesso, invisibili sempre.
Anche Papa Francesco il primo maggio ha rivolto un appello in tal senso quando ha chiesto di rimettere al centro la dignità della persona soprattutto di “chi lavora nelle campagne italiane”.
E lo ringrazio profondamente perché continua a chiederci di assumere fino in fondo la responsabilità di scelte importanti. Non è al Papa che manca il coraggio. Il coraggio lo deve avere chi governa. Chi, come noi, governa un grande paese deve dare soluzioni. Guardare in faccia le cose e avere responsabilità.
Ecco, arriviamo al nodo politico. Dopo ore e ore di riunioni di maggioranza si è giunti a un testo che però non ha ancora il via libera del Movimento 5 Stelle. Cosa prevede questa proposta che sarà esaminata dal premier Conte e dal ministro dell’Economia?
Intanto non si parla di clandestini, ma di persone che già vivono e lavorano in Italia, di loro si ha ancora la foto segnaletica. Abbiamo previsto due canali operativi. Il datore di lavoro può con una dichiarazione andare in prefettura e chiedere la regolarizzazione del lavoratore, che a quel punto avrebbe il permesso di soggiorno. Altrimenti la singola persona può richiedere un permesso di soggiorno per sei mesi, e vorrei che fosse chiaro: non stiamo dando un permesso di soggiorno a vita ma semplicemente una possibilità. Va tolta loro la paura di essere nell’illegalità e vanno sostenute tutte quelle imprese che oggi sono costretti a piegarsi al ricatto dei caporali. Ecco, io non voglio che un imprenditore si pieghi al caporalato.
Cosa vuol dire?
In Italia tutte le associazioni concordano nel dire che nei campi mancano 270-350mila lavoratori. Se non è lo Stato a farsi carico del problema, dell’incrocio trasparente domanda-offerta di lavoro, dell’organizzazione dei servizi dai trasporti agli alloggi, è evidente che a occupare la scena sarà l’illegalità, il caporale che utilizza queste persone, il sistema criminale che ne gestisce in modo ignobile la vita. E tutto ciò ricade sulle imprese. Se noi non rilasciamo permessi temporanei, lo Stato diventa il primo responsabile del lavoro illegale. Che significa anche concorrenza sleale tra le imprese e danno reputazionale al Paese. Per questo dico che regolarizzazione il lavoro è necessario, e questo vale per i lavoratori stranieri come per i lavoratori italiani.
La regolarizzazione dei lavoratori sarà inserita nel decreto maggio, spera che un accordo con il Movimento 5 Stelle venga raggiunto?
Continuo a ritenere possibile un’intesa, ho lavorato benissimo con la ministra dell’Interno Lamorgese e con il ministro del Sud Provenzano. Ora spero nell’ok del ministro Catalfo dei 5 Stelle. O diamo delle risposte o siamo responsabili di uno stato di cose insostenibile. Tra i caporali e il lavoro regolare, io scelgo il lavoro regolare.
E se questa legge non dovesse essere inserita nel decreto maggio e dovesse essere rimandata a un decreto ah hoc, lei cosa farà? Si dimette?
Non si può rimandare, l’emergenza è qui e ora. Corriamo il rischio serio di mandare in malora le imprese, ci sono moltissime situazioni che stanno andando in sofferenza. Non un litro di latte, non un chilo di frutta può essere distrutto. Questa ministra non lascerà i campi incolti. Io sono al governo e lavoro con il massimo impegno senza guardare orari e senza guardare se questa questione porti o meno consenso elettorale. Oltretutto sottolineo che le persone di cui parliamo non hanno diritto di voto: questa per me è una battaglia di civiltà. Per questo ho detto che affrontare o meno questo tema nel modo più giusto possibile è per me motivo di permanenza nel Governo. I problemi non vanno contemplati, vanno risolti. Soprattutto quelli più scomodi e spinosi. Sono chiamata a questo, non a fare tappezzeria.
Quali obiezioni sono state poste dai 5Stelle?
Che i lavoratori da regolarizzare sono troppi e che in questo modo si va a saturare il mercato del lavoro. Che significa? Non ci sto ad alimentare conflitti insidiosi e pericolosissimi, come è stato fatto nei 18 mesi di governo giallo-verde, tra i lavoratori migranti e i nostri concittadini. A cui non è ovviamente
impedito di lavorare in agricoltura. Piuttosto, invece di agire sul versante delle politiche attive del lavoro, si è scelta la strada del reddito di cittadinanza su cui, come si sa, io ho molti dubbi. Eppure, nonostante questo ho detto: costruiamo una norma che consenta la cumulabilità del sussidio, perché le persone che vogliono lavorare in campagna non debbano rinunciare ad avere una parte del reddito di cittadinanza. L’ho fatto perché sono convinta che l’agricoltura e l’agroalimentare sono due settori strategici per il nostro Paese, e per tenere in conto le richieste che arrivano da un nostro alleato di governo. Non mi interessano gli scontri ideologici e invito tutti a non alimentarli. Questa è una questione di civiltà e giustizia sociale. Affrontiamola come esige e come merita.
Oggi si è svolto in videoconferenza un incontro con il settore dove erano presenti anche il Presidente Conte e i ministri Patuanelli, Gualtieri, Catalfo. Come è andato?
Le associazioni hanno tratteggiato un quadro per nulla semplice, aggravato ovviamente dalla mancanza di lavoratori stagionali. È vero, la filiera alimentare ha continuato a lavorare in questi mesi difficilissimi, ma le criticità sono forti e impattano in modo rilevante. Il blocco del settore ho.re.ca [hôtellerie-restauration-cafés, cioè settore ristorazione e alberghiero, compresa la filiera di produzione e distribuzione che lo rifornisce, N.d.R.], il rallentamento dell’export, la riorganizzazione del lavoro nella fase che si apre, il bisogno di liquidità, sono questioni prioritarie che dovranno trovare spazio adeguato nel decreto che stiamo scrivendo. È l’impegno che il Presidente Conte ha assunto.
(L’Huffington post, 6 maggio 2020)
di Alberto Leiss
L’espressione «le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo», nella quale riconosciamo amici e amiche, produce logicamente la destrutturazione della rete normativa dei vari gradi di relazione congiunta su cui la delucidazione ministeriale indugia. Il nostro sarà un gesto di rivolta, ma – in fondo – coerente con lo stato confusionale della norma.
Ne abbiamo già lette e sentite di tutti i colori, come si dice, a proposito della faccenda dei «congiunti» che saremmo relativamente liberi di visitare secondo quanto prescrive l’ultimo Dpcm (decreto del Presidente dei Consiglio dei Ministri) che ha aperto la cosiddetta «fase 2». Ma non so trattenermi dal tornare su questo incredibile «lapsus» buro-governativo (dal latino labi, scivolare, il che indica un incidente involontario, ma Freud ci avvertì di indagare le motivazioni inconsce…).
C’era una volta l’articolo 1 del suddetto Dpcm che a proposito degli spostamenti leciti, sinteticamente recita: «… e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti».
Alle successive interrogazioni pubbliche e private sul senso di quella parola sarebbe stato saggio rispondere che avrebbe deciso ognuno da sé, con quel senso di responsabilità di cui ieri erano pieni i titoli dei giornali anche in seguito a nuova esternazione via facebook del facondo Conte.
Ma quella sorta di inerzia amministrativa che soffre di cronica sfiducia sulle autonome capacità di giudizio del cittadino o cittadina, non ha potuto fare a meno di promulgare una risposta debitamente articolata, pubblicata sul sito del governo (http://www.governo.it/it/faq-fasedue). Ecco il testo: «L’ambito cui può riferirsi la dizione “congiunti” può indirettamente ricavarsi, sistematicamente, dalle norme sulla parentela e affinità, nonché dalla giurisprudenza in tema di responsabilità civile». N.d.r.: è appena il caso di rilevare come l’uso ripetuto del verbo “può” quindi non “deve” seguito dagli acrobatici avverbi “indirettamente” e “sistematicamente”, getti nella più opaca indeterminatezza questa esplicazione semi-normativa fin dall’inizio. Ma il testo prosegue: «Alla luce di questi riferimenti, deve ritenersi che i “congiunti” cui fa riferimento il Dpcm ricomprendano: i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)». Alla luce!! Mi chiedo, per esempio, essendo molto affezionato a una cugina della coniuge, se la congiunzione vale anche verso il di lei marito, o forse semplice compagno: potrò incontrare lecitamente anche lui, sia pure con la mascherina d’ordinanza?
Direi come hanno già osservato molte e molti che l’unico comportamento sensato sia quello di decidere liberamente chi considerare «congiunto». Del resto l’espressione «le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo», nella quale riconosciamo amici e amiche amate, messa lì in mezzo, produce logicamente la destrutturazione della rete normativa dei vari gradi di relazione congiunta su cui la delucidazione ministeriale indugia.
Il nostro sarà un gesto di rivolta, ma in fondo coerente con lo stato confusionale della norma. Il lapsus parla di un riflesso disciplinare ormai del tutto privo di autorità. E per consolarci leggiamo un passo di quel capolavoro di Musil che è «Congiungimenti», là dove si descrive lo strano legame instabile che unisce Claudine e suo marito: «Era un oscuro sentimento del mondo intorno a loro, che li stringeva l’uno all’altro, era un senso fantastico di freddo da tutti i lati tranne quello dove erano uniti, si scaricavano, si davano appoggio come due metà meravigliosamente coincidenti, che, combinate insieme, diminuiscono le loro superfici verso l’esterno mentre l’interno si espande in se stesso. Talvolta erano infelici perché non potevano metter in comune tutto fino in fondo…»
(il manifesto, 5 aprile 2020)
Seminario internazionale 9 maggio 2020
Introduzione
di
Laura Mercader Amigó
Ci chiediamo perché è ancora così difficile dire parole libere dal patriarcato nella relazione madre/figlia. La questione è politica, risponde all’idea che la relazione madre/figlia fonda la soggettività femminile e, con essa, le relazioni tra donne e la genealogia femminile (Luce Irigaray, Luisa Muraro). Cioè, fonda l’anima di ciascuna, la qualità delle relazioni femminili e la storia stessa delle donne. Scoprire che la madre ritorna sempre (Diana Sartori), lei ritorna, oscura o splendente, così che noi torniamo a lei, afflitte o gloriose, è stata una grande visione politica, oltre che un’esigenza vitale per noi donne che l’abbiamo incorporata nella vita attraverso la pratica politica.
Una volta scoperta la natura politica di questa relazione (tra le altre, le filosofe della comunità femminile Diotima dell’Università di Verona), come evitiamo di cadere in quelle operazioni che ancora puzzano di ideologia patriarcale? Per esempio, come evitiamo di cadere nell’idealizzazione, nel risentimento o nella “matrofobia” (Adrienne Rich), cioè, nel caso della figlia, la paura paralizzante di assomigliare a ciò che non le piace della madre, o la “filiofobia”, che sarebbe, secondo quella stessa logica, la paura pietrificante della madre che la figlia le rimandi lo specchio di ciò che non le piace di sé. L’idealizzazione copre un conflitto profondo, il risentimento impedisce l’apertura relazionale, la “matrofobia” o la “filafobia” confondono nella fusione. Coprire, ostacolare e confondere sono tre movimenti interiori (sicuramente ce ne sono altri) che distruggono il libero rapporto materno e, con esso, le relazioni tra le donne. A Duoda lo osserviamo spesso. Anche le donne più giovani, il cui rapporto con la madre porta meno peso patriarcale, rimangono inconsapevolmente coinvolte in queste manovre di ostilità, che non permettono loro di aprirsi alla politica delle relazioni basate sulla disparità e sull’“affidamento”.
Può essere che una via d’uscita all’aria sia quella di imparare a sbrogliare la confusione tra la madre immaginaria e la madre reale, cioè imparare a separare l’idea della madre che ogni figlia fissa in se stessa per tutta la vita, piena di fardelli emotivi e proiezioni affettive (Buzzatti e Salvo), dalla madre concreta, una donna comune che donandoci la vita ci dà niente di meno che il corpo e la parola (Luisa Muraro), una donna con la sua madre immaginaria, problemi, conflitti, doni, virtù e grandezza.
La filosofa Wanda Tommasi, l’artista e pedagoga culturale Rosario García-Huidobro Munita e l’artista e performer Mar Serinyà Gou daranno alcune chiavi, ciascuna dalla sua esperienza e pratica – le une dal luogo della figlia (Wanda e Mar), l’altra da quello della madre (Rosario) – per trascendere gli attaccamenti e creare simbolico libero della madre concreta. La libera relazione materna è ciò che crea il simbolico della madre concreta (María-Milagros Rivera Garretas).
(www.libreriadelledonne.it, 5 maggio 2020. Traduzione dallo spagnolo di Luciana Tavernini. Per partecipare al seminario online vai a: https://eu.bbcollab.com/)
XXXI Seminario Público Internacional 2020
Ser madre, ser hija. Experiencias de libertad femenina
Sábado 9 de mayo 2020, 10:00 – 19:00 h.
Introducción al Seminario:
Por qué sigue siendo tan difícil poner palabras libres de patriarcado a la relación madre / hija, nos preguntamos. La pregunta es política, responde a la idea de que la relación madre / hija fundamenta la subjetividad femenina y, con ella, las relaciones entre mujeres y la genealogía femenina (Luce Irigaray, Luisa Muraro). Esto es, funda el alma de cada una, la calidad de las relaciones femeninas y la historia misma de las mujeres. Descubrir que la madre siempre vuelve (Diana Sartori), vuelve ella, oscura o esplendorosa, para que volvamos a ella, afligidas o gloriosas, ha sido una visión política grande, a la vez que una necesidad vital para las mujeres que la hemos incorporado en la vida mediante la práctica política.
Una vez descubierta la naturaleza política de esta relación (entre otras, las filósofas de la comunidad femenina Diótima de la Universidad de Verona) ¿cómo hacemos para no caer en esas operaciones que siguen oliendo a ideología patriarcal? Por ejemplo, cómo hacer para no caer en la idealización, en el resentimiento o en la “matrofobia” (Adrienne Rich), en el caso de la hija, esto es, en el temor paralizante de la hija a parecerse a lo que no le gusta de la madre, o en la “filiafobia”, que sería, según esa misma lógica, el temor petrificante de la madre a que la hija le devuelva el espejo de lo que a ella no le gusta de sí misma. La idealización tapa un conflicto profundo, el resentimiento impide la apertura relacional, la “matrofobia” o “filiafobia” confunden en la fusión. Tapar, impedir y confundir son tres movimientos interiores (seguro que hay más) que destruyen la relación materna libre y, con ella, las relaciones entre mujeres. En Duoda lo observamos a menudo. Incluso las más jóvenes, cuya relación con su madre lleva menos carga patriarcal, se quedan atrapadas inconscientemente en estas maniobras de hostilidad, lo cual no les permite abrirse a la política de las relaciones basada en la disparidad y el “affidamento”.
Puede que una vía de salida por el aire sea aprender a desenredar la confusión entre la madre imaginaria y la madre real, o sea, aprender a separar la idea de la madre que cada hija fija en sí a lo largo de la vida, llena de cargas emocionales y proyecciones afectivas (Buzzatti y Salvo), de la madre concreta, una mujer corriente que al darnos la vida nos regala nada menos que el cuerpo y la palabra (Luisa Muraro), una mujer con su propia madre imaginaria, problemas, conflictos, dones, virtudes y grandeza.
La filósofa Wanda Tommasi, la artista y pedagoga cultural Rosario García-Huidobro Munita y la artista y performera Mar Serinyà Gou darán algunas claves, cada una desde su experiencia y su práctica −unas desde el lugar de la hija (Wanda y Mar), otra desde el de la madre (Rosario)−, para trascender los apegos y hacer simbólico libre de la madre concreta. La relación materna libre es la que hace simbólico de la madre concreta (María-Milagros Rivera Garretas).
Laura Mercader Amigó
(http://www.ub.edu/duoda/ Entrada libre, 9 de mayo de 2020.
Participación telemática: https://eu.bbcollab.com/)
di Zadie Smith
Dice la verità così raramente che quando lo fa, com’è successo il 29 marzo 2020, ha l’impatto di una rivelazione: «Vorrei tanto riavere la nostra vita di prima. Avevamo l’economia più straordinaria che abbiamo mai avuto, e non avevamo la morte». Be’, forse non proprio tutta la verità. La prima frase non era né vera né falsa: descriveva solo un desiderio. Desiderio che, quando l’ho sentito esprimere – e ne ho trovato dentro di me un’eco lamentosa –, ammetto di aver soppesato, per un attimo, come fosse una mela lucida che tenevo in mano. Sembrava un desiderio dignitosissimo da nutrire “in tempo di guerra”, dato che è la guerra la metafora che lui ha deciso di usare. Solo che nessuno nel 1945 avrebbe voluto tornare alla “vita di prima”, cioè al 1939, se non per far resuscitare i morti. La catastrofe richiedeva un nuovo inizio. E solo un nuovo modo di pensare può portare a un nuovo inizio. Questo lo sappiamo. Eppure, quando lui ha detto «Vorrei tanto riavere la nostra vita di prima» ha colto l’opinione pubblica in un momento di debolezza: in vestaglia, in lacrime, o nel mezzo di una chiamata di lavoro, o con un neonato in braccio e mentre era nel mezzo di una chiamata di lavoro, o in procinto d’infilarsi una tuta ignifuga fatta in casa prima di avventurarsi nella metropolitana, per andare a fare un lavoro che non si può fare in casa, mentre da una costa all’altra milioni di bambini scalpitavano dalla noia. E sì, in quel contesto di fragilità, “la vita di prima” suonava rassicurante, anche solo come espressione retorica, tipo “c’era una volta” o “ma io lo amo!”. La sua seconda frase però mi ha fatta tornare in me. Balle, balle, balle. Il demonio è coerente, se non altro. Ho gettato via la mela e guarda un po’, era marcia e piena di vermi. Poi ha detto la verità: non avevamo la morte. Certo, avevamo persone morte. Avevamo i feriti e le vittime. Avevamo gli innocenti che ci rimettevano la vita per sbaglio. Avevamo il conteggio delle vittime e a volte perfino le foto sui giornali dei sacchi neri per i cadaveri, anche se a molti sembrava sbagliato farli vedere. Avevamo “disuguaglianze nelle condizioni di salute”. Negli Stati Uniti, però, questo implicava qualche forma di colpevolezza da parte dei morti. Al posto sbagliato, nel momento sbagliato. La pelle del colore sbagliato. Il quartiere sbagliato. Il codice postale sbagliato, le idee sbagliate, la città sbagliata. La posizione sbagliata delle mani quando gli era stato chiesto di scendere dal veicolo. L’assicurazione sanitaria sbagliata o forse nessuna assicurazione. L’atteggiamento sbagliato verso la polizia. Nell’immaginario statunitense pestilenze ed epidemie sono state relegate nell’ambito della storia passata o degli altri continenti
Quello che ci mancava completamente, però, era il concetto della morte in sé, della morte assoluta. Quella che arriva per tutti, a prescindere dalla posizione sociale. Nella morte assoluta sta la verità della nostra vita, ovviamente, ma gli Stati Uniti non sono mai stati molto inclini, sul piano filosofico, a vedere la vita come un intero, e hanno preferito affrontare la morte come una serie di problemi distinti. La guerra contro la droga, contro il cancro, contro la povertà e via dicendo. Non che ci sia qualcosa di ridicolo nel tentare di allungare la distanza tra la data sul nostro certificato di nascita e quella sulla lapide: la vita morale dipende proprio dal fatto che a quello sforzo attribuiamo un senso. Ma forse in nessun’altra parte del mondo quello sforzo – e il suo relativo successo – sono legati ai soldi come negli Stati Uniti. Forse è per questo che nell’immaginario statunitense pestilenze ed epidemie – considerate troppo poco attente alle disparità sociali – sono state relegate da un bel pezzo nell’ambito della storia passata o degli altri continenti. Anzi, l’ha messo in chiaro lui stesso all’inizio della sua presidenza, interi paesi «di merda» andavano considerati colpevoli del proprio alto tasso di mortalità: quella gente era per definizione nel posto sbagliato (laggiù) al momento sbagliato (in una fase arretrata dello sviluppo). Quei posti erano appestati in senso permanente, perché non avevano la lungimiranza di essere l’America. Neppure il collasso ambientale avrebbe toccato l’America o al limite l’avrebbe toccata solo all’ultimo minuto. In relativa sicurezza, riparata delle sue alte mura, l’America avrebbe banchettato con quello che restava delle sue risorse, ancora enormi in confronto alla sofferenza di quelli là fuori.
Ma ora, come lui ci fa notare, siamo grandi nella morte, siamo dei campioni. Si teme che, quando alla fine si tireranno le somme, in quel campo gli Stati Uniti saranno il paese numero uno al mondo. Eppure, paradossalmente, la presunta democraticità delle epidemie – il fatto che possano colpire allo stesso modo tutti gli aventi diritto al voto – si rivela un po’ sopravvalutata. Questa è senz’altro un’epidemia, ma le gerarchie statunitensi, erette nell’arco dei secoli, non si lasciano abbattere tanto facilmente. Il tasso di mortalità tra i neri e gli ispanici è attualmente il doppio che tra i bianchi e gli asiatici. I poveri stanno morendo più dei ricchi. Più nei centri urbani che nelle campagne. La mappa del virus nei quartieri di New York diventa più rossa proprio nelle zone dove vivono le persone delle fasce di reddito più basse e dove la qualità delle scuole è inferiore. La morte prematura non è quasi mai stata un fenomeno casuale negli Stati Uniti. In genere ha avuto una fisionomia, una collocazione geografica e un reddito molto precisi. Per milioni di statunitensi la guerra c’è sempre stata. La “guerra” che l’America le sta facendo dovrà per forza di cose andare oltre un leader fasullo.
Ma ora, a quanto pare per la prima volta, lui la vede. E, assetato di gloria, si definisce un presidente in tempo di guerra. Se lo prenda pure, quel titolo, così come il primo ministro britannico, sull’altra sponda dell’oceano, tenta di darsi un tono churchilliano. Churchill (che in tempo di guerra il suo dovere lo fece) imparò a sue spese che anche quando la gente ti viene dietro in una guerra, e anche quando concorda sul fatto che sia stata una guerra “giusta”, non significa necessariamente che voglia tornare alla “vita di prima” o farsi guidare da te verso quella nuova. La guerra trasforma chi la fa. Quello che prima era necessario ora appare superfluo; quello che era dato per scontato si rivela fondamentale. C’è un proliferare di questi strani capovolgimenti. I cittadini si ritrovano ad applaudire un sistema sanitario nazionale che negli ultimi dieci anni il loro stesso governo ha privato di fondi e trascurato in modo criminale. C’è chi ringrazia dio per l’esistenza di certi lavoratori “essenziali” che prima guardava dall’alto in basso, li schifava quando loro pretendevano di essere pagati 15 dollari all’ora. La morte è arrivata negli Stati Uniti. C’è sempre stata, anche se è stata coperta e negata, ma ora la vedono tutti. La “guerra” che l’America le sta facendo dovrà per forza di cose andare oltre un leader fasullo, scavalcarlo e superarlo. Questa è un’impresa collettiva: coinvolge milioni di persone, che non dimenticheranno facilmente quello che hanno visto. Non dimenticheranno l’orrore, nella sua eccezionalità tutta statunitense, di vedere i diversi stati, per dirla con le memorabili parole di Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York, contendersi all’asta «come su eBay» attrezzature mediche in grado di salvare vite umane. La morte viene per tutti. Ma negli Stati Uniti da molto tempo a questa parte, si pensa che le maggiori probabilità di ritardarla se le aggiudica il migliore offerente. Una potenziale speranza per la nuova vita statunitense è che al suo interno un’idea simile diventi finalmente inconcepibile, e che la prossima generazione di leader possa ispirarsi non alla retorica bellicosa di Churchill ma alle parole dette in tempo di pace da Clement Attlee, il suo avversario alla camera dei comuni, il capo del Partito laburista, che nelle elezioni subito dopo la guerra ottenne una vittoria schiacciante su Churchill: «La guerra è stata vinta grazie agli sforzi di tutto il nostro popolo che, con pochissime eccezioni, ha messo al primo posto il paese e lasciato molto in secondo piano i propri interessi privati e particolari […]. Perché dovremmo pensare di poter raggiungere i nostri obiettivi in tempo di pace – garantire a tutti da mangiare, vestiti, case, istruzione, tempo libero, previdenza sociale e piena occupazione – dando la priorità agli interessi privati?». Come gli statunitensi non si stancano mai di ripetere, può darsi che ci siano aspetti della nostra vita in cui l’interesse privato ha il ruolo centrale. Ma, come ha deciso collettivamente l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, messa in ginocchio dalla morte, la sanità non dovrebbe essere uno di questi.
(traduzione di Martina Testa – Internazionale n. 1355, 24 aprile 2020)
di Luisa Pogliana
Le donne sono più interessate a coltivare la vita che a coltivare un’illusione di immortalità.
Alla mia età non ho problemi finanziari, ho una casa spaziosa, insomma, condizioni materiali più fortunate di altre per vivere questa reclusione. Però io ho sempre bisogno di lavorare, nel senso ampio di fare cose che sento utili, che hanno un senso per me. Per questo da anni sto portando avanti progetti su ciò che mi interessa di più: le donne nel management.
Il blocco mi ha fermata di colpo. Mi sono sentita abbattuta e disorientata.
Ma nella vita mi sono trovata più volte a ridefinire la mia identità, perché le condizioni erano cambiate. Come quando ho lasciato la militanza politica con il cuore a pezzi di delusione, ma poi sono stata più libera nel movimento delle donne. Come quando ho dovuto lasciare il lavoro di una vita come manager perché la situazione non era più accettabile, ma poi sono diventata consulente internazionale lavorando in quattro continenti. Come quando anche questo è finito per lo scoppio di una guerra dove stavo lavorando, ma così ho potuto dedicarmi totalmente alle attività che più mi coinvolgono. Lacrime e angosce ci sono state sempre, ma sempre è stato possibile costruirmi altre vite che mi andavano bene. I granchi cambiano il guscio perché è necessario per crescere.
Questa crisi non è certo un passaggio paragonabile, però mi sono trovata a dirmi: e adesso cosa faccio? Da molto volevo scrivere – senza trovare il tempo – sulla genealogia delle donne nel management, donne che il management lo hanno fondato e definito già da metà Ottocento fino ad oggi, con sorprendente continuità di pensiero: una diversa concezione del potere. Ora sto scrivendo di questo, studio e imparo, e sono contenta. Si, sono contenta perché è una mia scelta e una fortuna starmene in casa a fare un ‘lavoro’ che mi piace.
Ma ovviamente non è così per tutti. Intorno a me ci sono donne che devono lavorare con il cosiddetto smart-working. Cosiddetto perché quello che si fa in questo periodo è un telelavoro, che va bene se scelto o necessario, ma non è ‘lavoro agile’, cioè con una flessibilità di presenza fisica gestita soggettivamente. Le richieste delle donne di tempi e modi diversi di essere presenti sul posto lavoro si fondano sul desiderio di esserci, e anche con le altre persone con cui lavorano. La flessibilità non è un sottrarsi, è l’aspettativa di poter lavorare bene e poter vivere bene. La necessità forzata di oggi si traduce spesso per le donne con una famiglia, in doppio lavoro anche peggio del solito, perché non è cambiata la distribuzione di ruoli con i mariti. E per altre donne, per esempio se vivono da sole, è un sofferto isolamento sociale. Credo che bisognerà stare attente all’uso dello smart-working dopo questa fase. Sarà positivo se le aziende finalmente capiscono che un lavoro flessibile è possibile e vantaggioso. Ma occorre che questo modo di lavorare riguardi uomini e donne allo stesso modo. Che non sia riservato alle donne come lavoro di serie B (oggi molti lo vedono così, come già il part-time) subordinato alle incombenze famigliari ancora più cementate sulle loro spalle. Bisognerà curare che non diventi un modo di espellere le donne dal lavoro qualificato, dalle carriere già tanto limitate. Che non diventi un passo fuori.
Pur avendo io, invece, questa positiva situazione personale, ho però altre angosce (come molte persone) perché io non finisco con me. Penso, per esempio, a mia nipote e altri nipoti. Che futuro li aspetta, a breve, nel lavoro? E a lungo termine? perché eventi così si ripeteranno se non ci saranno cambiamenti drastici sul clima, sul modello di sviluppo.
Ma davanti a questo scenario vediamo uomini politici che di questo magari parlano, ma non hanno progetti, strategie. Sono occupati a badare al loro potere, alle scelte da fare in funzione del loro interesse individuale, limitato e contingente.
Questo mi ha fatto pensare che sarà ancora più necessario riprendere appena possibile uno dei miei progetti sospesi: Un passo in alto. Proposta politica alle donne – manager in particolare – di ambire ai ruoli decisionali alti, per cambiare il potere maschile e misogino che domina in quei luoghi. L’ho pensato perché nella gestione di questa pandemia da parte del potere abbiamo visto solo uomini che decidevano e pontificavano, e solo donne a capo dei governi che hanno gestito questa crisi straordinariamente bene. Certo non basta essere donne per avere una capacità di visione e azione realistica e lungimirante, ma le donne lo fanno di più. Perché?
Penso che la brama di potere che non lascia mai gli uomini (esemplari gli ultraottantenni che cercano ancora di essere ‘presidenti’ di qualcosa) sia un modo di tenere lontana la morte. Non concepiscono un mondo dove loro non ci sono più, vedono la fine del loro potere come se fosse la fine della vita. C’è una grande differenza nelle donne. Le donne vivono di più nella realtà, temono meno ciò che può accadere con lo svolgersi della vita, lavoro e ruoli compresi, e senza paura che ci sia una fine. Sono più interessate a coltivare la vita che a coltivare un’illusione di immortalità. Hanno prospettive più ampie. Immaginano il mondo come un posto dove non vivremo sempre noi: nascono dei figli, altre generazioni succederanno a noi. Per questo si occupano seriamente del futuro. È un concetto di ‘sostenibilità’, non a caso introdotto da due donne*.
Spesso mi sento impotente di fronte a queste pesanti prospettive: non so cosa posso fare. Poi mi dico che farò quello che riesco a fare, e che ci sono tante altre persone che ci pensano. Ho raccontato di me per questo, per dirmi che niente è determinato a priori, e forse riusciamo a fare qualcosa, insieme. Sperèmm, come si dice a Milano.
(*) Il concetto di sostenibilità è stato introdotto per la prima volta dalla scienziata, biologa e zoologa statunitense, Rachel Carson, nel suo testo più famoso, Silent Spring, Primavera silenziosa, del 1962, che lanciò il movimento ambientalista.
Successivamente, in politica, è stato utilizzato da Gro Harlem Brundtland, a capo del governo norvegese per complessivi 10 anni tra il 1981 e il 1996. Nominata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, presidente della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, redasse il Rapporto Brundtland, Our Common Future, Il Nostro Comune Futuro, 1987, che conteneva una definizione di sviluppo sostenibile che coniugava aspettative di benessere e di crescita economica con il rispetto dell’ambiente e la preservazione delle risorse naturali.
(www.libreriadelledonne.it, 3 maggio 2020)
di Francesca Graziani
Prima di entrare nel merito dell’app Immuni – che è la questione per cui scrivo – devo fare una parentesi personale: non sono certo una ‘smanettona’; non che io sia antitecnologica perlomeno per ciò che riguarda la musica (dai primi walkman all’Ipod). Il primo computer che mi è stato regalato negli anni Novanta l’ho usato come una meravigliosa macchina per scrivere non fidandomi di me stessa per andare oltre. Invece l’amica tedesca con cui allora vivevo, da autodidatta si è subito buttata a scoprirne le possibilità fino a interessarsi dei sistemi open source come Linux e derivati. Comunque è stata lei che mi ha parlato per prima della predazione dei dati di Google e company, discussione che finalmente è arrivata anche in Italia: il libro di Shoshana Zuboff poi mi ha illuminato sul capitalismo della sorveglianza, tema su cui io sono molto sensibile avendo vissuto per vent’anni in famiglia sotto stretto controllo. Recentemente infatti quando prendevo in mano il mio smartphone e lo stupido assistente di Google mi chiedeva: “Francesca, prova a dire qualcosa” – forse perché il mio dito inconsapevolmente era scivolato ad attivarlo; oppure trovavo pubblicità collegate al profilo che i predatori costruiscono su ognuno di noi, mi sentivo nuda e spiata: allora ho chiesto aiuto alla mia amica che ha installato sul mio nuovo smartphone –115 Euro – il sistema Sailfish OS che funziona senza Android e mi permette di schivare Google et similia e di usare motori di ricerca e messaggistica alternativa. Perché ognuno ha la libertà di usare il softwere che vuole – o no?
Non che così io mi sia sottratta del tutto alla predazione, ma almeno non hanno tutti i dati che vorrebbero.
E ora finalmente veniamo all’app Immuni.
Prima questione: l’usabilità, perché come afferma giustamente il professor Mario Rasetti, esperto di Big Data, intervistato da Martina Pennisi (Privacy e sicurezza – Come gestire i dati nell’app ‘antivirus’, Corriere del 7 aprile) l’app andrebbe pensata per tutti: e invece ne saranno escluse sia le persone che lo smartphone non ce l’hanno (o glielo regalerà lo Stato?) sia le persone anziane che in media sono le meno tecnologiche ma anche le più vulnerabili al virus. E dato che Immuni può funzionare solo su dispositivi Android, ne sarò esclusa anch’io, anche se non sono contraria a priori al tracciamento per motivi sanitari.
Dalle ultime informazioni sappiamo che l’app userà il bluetooth, escludendo la geolocalizzazione che altrimenti avrebbe tracciato anche la posizione degli utenti; e questa è una buona scelta come anche il fatto che non sarà centralizzata permettendo ai dati di restare nella memoria interna dei dispositivi coinvolti. Rimangono da chiarire altri dettagli che sono importanti per l’effettiva utilità dell’operazione, come segnala ancora Martina Pennisi: “Chi è a rischio riceverà solo indicazioni su come comportarsi dal Ministero della salute? Dovrà contattare le ASL? Avrà accesso al tampone? Ce ne saranno abbastanza?” (Così inizierà la sperimentazione, Corriere 30 aprile)
Per concludere avrei un’altra domanda: l’interfaccia di base per Immuni è stata elaborata da Google insieme ad Apple: siamo sicuri che non riusciranno a collegare i dati all’ID dei dispositivi, come ci hanno dichiarato? La solita amica tedesca mi dice che – sul sito di informatica heise.de – Fabian Scherschel pone proprio questa questione.
Visto che siamo di nuovo dipendenti da queste società private statunitensi, sarebbe ora che l’Europa facesse qualche passo decisivo a proposito di una questione così delicata come quella dei nostri dati e soprattutto di quelli sanitari: pensare a un sistema operativo europeo è così difficile?
(www.libreriadelledonne.it, 2 maggio 2020)
di Jon Henley ed Eleanor Ainge Roy
Il
1° aprile, Silveria Jacobs, prima ministra di Sint Maarten, si è
rivolta alle 41.500 persone della sua nazione. I casi di coronavirus
erano in aumento e lei sapeva che la sua piccola isola, che accoglie
500.000 turisti all’anno, era a rischio: aveva solo due letti in
terapia intensiva.
Jacobs
non voleva imporre un blocco rigoroso, ma voleva che fosse osservato
il distanziamento fisico. Quindi lo spiegò con queste parole:
«Semplicemente: smettere di muoversi» (Simply.
Stop. Moving).
«Se in casa non hai il pane che ti piace, mangia i cracker. Mangia
cereali. Mangia l’avena. Mangia… sardine».
La
premier caraibica, 51 anni, potrebbe non avere il profilo di Angela
Merkel o Jacinta Ardern, ma il suo messaggio schietto ha mostrato
un’azione ferma e una comunicazione efficace – e ha mostrato il
lavoro ben fatto di un’altra leader.
Dalla
Germania alla Nuova Zelanda, dalla Danimarca a Taiwan, le donne hanno
gestito la crisi del coronavirus con aplomb. Anche molti paesi con
leader maschili – Vietnam, Repubblica Ceca, Grecia, Australia – hanno
fatto bene. Ma pochi paesi governati da donne hanno fatto
male.
Jacinta
Ardern, 39 anni, premier della Nuova Zelanda, ha tenuto per mano i
cittadini durante il lockdown, trasmettendo messaggi empatici dal suo
divano, «stai in casa, salva vite umane» (Stay
home. Save lives)
e comunicando quotidianamente attraverso conferenze stampa non
combattive e video intimi su Facebook, il suo mezzo preferito.
La
sua insistenza sul salvare vite umane e il suo approccio
principalmente basato sulla gentilezza – nell’esortare i
neozelandesi a prendersi cura dei loro vicini, dei vulnerabili, a
fare sacrifici per un bene più grande – le hanno fatto conquistare
molti fan, e la sua enfasi sulla responsabilità condivisa ha unito
la nazione.
Scegliendo
la via della «fermezza e rapidità» (go
hard and go early),
Jacinta Ardern ha imposto una quarantena di 14 giorni a chiunque
entrasse nel paese il 14 marzo e ha messo in atto un rigoroso blocco
due settimane dopo, quando meno di 150 persone erano state contagiate
e nessuna era morta. La Nuova Zelanda ha registrato solo 18 morti; la
fiducia dei cittadini nel governo di Jacinta Ardern è superiore
all’80%.
In
Germania, Angela Merkel è stata acclamata per interventi pubblici
diretti e insolitamente personali, quando avvertiva che fino al 70%
delle persone avrebbe contratto il virus – la «più
grande sfida»
del paese dal 1945 – e piangeva ogni morte come quella di «un
padre o un nonno, una madre o una nonna, un partner…
».
Grazie
ai test fatti in modo esteso fin dall’inizio, al numero abbondante
di letti di terapia intensiva e agli interventi diretti e ricorrenti
della cancelliera per sottolineare che il Covid-19 è «serio
– quindi prendetelo sul serio»,
la Germania ha finora registrato meno di 5.000 decessi, una cifra
molto inferiore rispetto alla maggior parte Paesi dell’UE.
Con
un dottorato in chimica quantistica, le spiegazioni chiare e
tranquille di Angela Merkel hanno contribuito a far salire
l’approvazione pubblica della gestione della crisi da parte della
cancelliera, già al quarto mandato, sopra al 70%. Una sua clip
che spiega le ragioni scientifiche alla base della strategia di
uscita dal lockdown è stata condivisa migliaia di volte online.
Nella vicina Danimarca, la prima ministra Mette Frederiksen ha agito in modo altrettanto deciso, chiudendo i confini del paese scandinavo già dal 13 marzo e alcuni giorni dopo tutti gli asili, le scuole e le università e vietando riunioni di oltre 10 persone. Questa decisione sembra aver risparmiato alla Danimarca il peggio della pandemia, con meno di 8.000 casi confermati e 370 morti. I discorsi senza peli sulla lingua e le chiare istruzioni alla nazione di Mette Frederiksen sono stati ampiamente elogiati.
È riuscita persino a mostrare senso di umorismo, pubblicando su Facebook un video di sé stessa mentre lava i piatti cantando insieme alle popstar danesi degli anni ’80 Dodo e Dodos, durante il lockdown settimanale della TV nazionale. La prima ministra più giovane del Paese scandinavo, che ha visto raddoppiare il favore fino a superare l’80%, ha ora iniziato ad allentare il blocco.
La presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha risposto altrettanto velocemente, attivando la centrale di comando dell’epidemia all’inizio di gennaio e introducendo restrizioni di viaggio e misure di quarantena. Sono state implementate misure di igiene pubblica di massa, compresa la disinfezione delle aree pubbliche e degli edifici. Complessivamente, Taiwan ha adottato 124 misure di controllo e di contenimento settimanali, rendendo inutile un blocco totale. Ha riportato solo sei morti e ora sta inviando milioni di mascherine alle parti più colpite degli Stati Uniti e dell’Europa. Lo stile caloroso e autorevole di Tsai Ing-wen ha avuto il plauso anche degli oppositori politici.
La
Norvegia, con 7.200 casi e 182 morti, questa settimana ha iniziato ad
allentare le restrizioni riaprendo gli asili. La prima ministra Erna
Solberg ha detto alla CNN che la sua intenzione è di «lasciare
che gli scienziati prendano le grandi decisioni mediche»,
aggiungendo che ritiene che l’isolamento precoce del suo paese e
l’accurato programma di test siano stati fondamentali.
Seguendo
l’esempio di Frederiksen, Erna Solberg ha anche fatto il passo
insolito di rivolgersi direttamente ai bambini del paese, raccontando
loro in due conferenze stampa – da cui sono stati banditi giornalisti
adulti – che era normale essere un po’ spaventati e che anche a lei
mancava la possibilità di abbracciare i suoi amici.
L’Islanda, sotto la guida della prima ministra Katrín Jakobsdóttir, ha offerto test gratuiti a tutti i cittadini, non solo a quelli con sintomi, e ha registrato 1.800 casi e 10 decessi. Circa il 12% della popolazione ha accettato l’offerta e un sistema di tracciabilità esauriente ha fatto sì che il paese non abbia dovuto chiudere le scuole.
Anche la prima ministra finlandese Sanna Marin ha deciso di imporre un blocco rigoroso, compreso il divieto di tutti i viaggi non essenziali dentro e fuori la regione di Helsinki. Ciò ha aiutato il suo paese a contenere la diffusione del virus a soli 4.000 casi e 140 morti, un bilancio, per milione di abitanti, di 10 volte inferiore a quello della vicina Svezia.
Le donne che hanno operato in modo eccelso nella crisi del Covid-19 non sono solo capi di governo. Jeong Eun-kyeong, l’inarrestabile capa del centro per il controllo delle malattie della Corea del Sud, è diventata un’icona nazionale dopo aver supervisionato la strategia di «test, tracciamento, contenimento» (test, trace, contain), che ha reso il Paese il modello mondiale nella lotta al coronavirus, con infezioni quotidiane a una sola cifra e un bilancio delle vittime inferiore a 250.
Jeong Eun-kyeong, una ex medica di campagna soprannominata “la miglior cacciatrice di virus al mondo”, ha tenuto conferenze stampa quotidiane senza fronzoli, inserendo anche la dimostrazione del modo ideale per tossire. Mentre queste conferenze stampa hanno guadagnato elogi, la sua etica del lavoro ha suscitato preoccupazione per la sua salute, infatti lasciava il bunker destinato alle operazioni di emergenza solo per rapide visite al camion dove distribuivano il cibo.
Quali che siano le conclusioni che possiamo trarre dalle performance di queste leader durante la pandemia, gli esperti avvertono che, mentre le donne «sono rappresentate in modo sorprendentemente alto, sproporzionato» tra i paesi che gestiscono bene la crisi, dividere uomini e donne, capi di stato e di governo, in categorie omogenee non è utile.
Possono esserci in gioco fattori complicati. Kathleen Gerson, professoressa di sociologia alla New York University, osserva, ad esempio, che le donne hanno maggiori probabilità di essere elette in «una cultura politica in cui c’è un relativo sostegno e fiducia nel governo e che non fa distinzioni nette tra donne e uomini (non ritiene le donne inferiori agli uomini n.d.t). Quindi, come donna, hai già un vantaggio».
Inoltre, potrebbe essere più difficile per gli uomini sfuggire al «modo in cui ci si aspetta si debbano comportare in quanto leader», ha dichiarato Gerson al sito web di The Hill. E dal momento che i leader migliori sono sia forti e decisi che in grado di mostrare sentimenti, le donne potrebbero, forse, «aprire la strada e mostrare che questi non sono attributi in competizione e in conflitto, ma complementari e necessari per una buona leadership».
(The Guardian, 25 aprile 2020. Traduzione di Laura Colombo)
di Vandana Shiva
L’attivista ambientalista Vandana Shiva evidenzia il sovrapporsi di tre crisi: economica, alimentare e sanitaria. In occasione del primo maggio arriva la sua esortazione a gettare le basi per una convivenza solidale e democratica ovunque nel mondo
Siamo testimoni di tre pandemie che stanno accadendo simultaneamente. La prima è la pandemia del coronavirus. La seconda è quella della fame. La terza è la pandemia della perdita dei mezzi di sostentamento. Il coronavirus ha infettato finora 3,19 milioni di persone e ne ha uccise 228.000.
Il Programma Mondiale per l’Alimentazione ha avvertito la comunità internazionale dell’incombente “pandemia della fame”, che ha il potenziale per interessare un quarto di miliardo di persone la cui vita e i cui mezzi di sussistenza saranno a rischio immediato.
Secondo il programma alimentare mondiale più di un milione di persone sono a rischio di malnutrizione e 300.000 di esse potrebbero morire di fame ogni giorno per i prossimi tre mesi.
C’è anche una “pandemia” relativa alla perdita di mezzi di sussistenza. Secondo l’OIL, “a causa della crisi economica creata dalla pandemia, quasi 1,6 miliardi di lavoratori dell’economia informale (che rappresentano i più vulnerabili sul mercato del lavoro), su un totale mondiale di due miliardi e una forza lavoro globale di 3,3 miliardi, hanno subito danni massicci alla loro capacità di guadagnarsi da vivere. Ciò è dovuto alle varie misure di lockdown che hanno coinvolto le loro attività e/o al fatto che lavorano nei settori più colpiti”.
Come sottolineato da Guy Ryder, direttore generale dell’OIL, “per milioni di lavoratori, non avere un reddito significa non avere cibo, non avere sicurezza e non avere un futuro. […] Con l’evolversi della pandemia e della crisi occupazionale, la necessità di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente”.
Tutte e tre le pandemie affondano le loro radici in un modello economico basato sul profitto, sull’avidità e sull’estrattivismo, che ha accelerato la distruzione ecologica, aggravato la perdita dei mezzi di sussistenza, aumentato le disuguaglianze economiche e polarizzato e diviso la società tra l’1% e il 99%.
In questo 1° maggio, nei tempi della crisi del coronavirus, immaginiamo e creiamo nuove economie basate sulla Democrazia della Terra e sulla democrazia economica, che proteggano la terra e l’umanità. Affrontiamo tutte e tre le crisi attraverso la partecipazione democratica e la solidarietà. Attraverso la compassione assicuriamoci che nessuno soffra la fame, attraverso la solidarietà e la democrazia partecipiamo a plasmare le economie future per garantire che nessuno sia senza lavoro, che nessuna persona sia senza voce.
Le molteplici crisi che stiamo affrontando sono un campanello d’allarme: l’economia gestita dall’1% non lavora per le persone e la natura. L’1% definisce il 99% della popolazione mondiale come “persone inutili”. La loro idea di futuro è basata sull’agricoltura digitale e senza agricoltori, su fabbriche automatizzate e sulla produzione senza lavoratori.
Abbiamo l’obbligo di creare economie che non distruggano la natura, non distruggano i mezzi di sussistenza e i diritti dei lavoratori; economie che non distruggano la nostra salute diffondendo malattie e pandemie, che non provochino la perdita di mezzi di sussistenza, di libertà, di dignità e del diritto al lavoro, che non inaspriscano il problema della fame nel mondo.
Creiamo economie a “fame zero” proteggendo i mezzi di sussistenza dei piccoli agricoltori che ci forniscono l’80% del cibo che consumiamo. Creiamo economie di solidarietà circolari e locali, che sostengano i venditori ambulanti e i piccoli dettaglianti, i quali danno forma alle comunità riducendo al contempo l’impronta ecologica.
Nella prossima fase post Covid 19, rigeneriamo l’economia con la consapevolezza che tutte le vite sono uguali, che siamo parte della Terra, che siamo esseri ecologici, biologici, che il lavoro è un nostro diritto ed è al centro della vita dell’essere umano. Ricordiamoci anche che la cura per la Terra e degli uni per gli altri è il lavoro più importante. Non ci sono persone usa e getta o inutili. Siamo un’unica umanità su un unico pianeta. L’autonomia, la coerenza, la dignità, il lavoro, la libertà, la democrazia sono il nostro diritto di nascita.
(il manifesto, 1° maggio 2020)
di Luciana Castellina
Qualcuno mi ha accusato di esser amica del corona virus. Non è vero e spero mi crediate sulla parola. E però è chiaro che la sua comparsa, in sé drammatica, è anche una grande occasione. Innanzitutto per ripensare il lavoro. Questo 1° Maggio ha le sue piazze per la prima volta da 30 anni vuote.
È un’immagine così struggente che sta spingendo tutti a vivere questa giornata in modo diverso dal solito. Mi ha colpito l’intervista al manifesto di chi al lavoro è costretto a pensarci ogni momento della sua giornata, Maurizio Landini: è la prima volta, così mi pare, che con tanta forza un segretario della Cgil non appare solamente preoccupato della difesa del lavoro e impegnato a denunciarne le condizioni, ma proprio, anche, ad interrogarsi su cosa sia, a sottolineare che «non può più essere considerato alla stregua di mero fattore della produzione», che del resto «non risponde più a bisogni della maggioranza delle persone».
Tutto il suo discorso è segnato dalla preoccupazione del guasto che questo modello di sviluppo produce sull’uomo e sulla natura. Per altro verso il mio amico virus sta facendo riscoprire ad ognuno di noi l’importanza per ciascuno del lavoro degli altri.
Decenni di esasperato individualismo hanno finito per convincerci dell’idea che siamo felicemente autosufficienti, indifferenti verso quel complesso, articolatissimo di relazioni sociali che ci consente di vivere come viviamo: oggi scopriamo, mentre vengono snocciolate le date per la ripresa dell’attività di questa o quella categoria lavorativa, la sofferenza che avvertiamo per esser state/i privati di questa o quell’attività che abbiamo dato per scontato che sarebbe stata sempre a nostra disposizione. Scopriamo, insomma, che senza il lavoro degli altri non sappiamo sopravvivere. Forse, così, riscopriamo anche l’importanza di celebrare il Primo di Maggio.
Così scopriamo che una buona parte delle cose che facevano parte del nostro normale consumo in definitiva non erano poi così importanti, mentre scopriamo quanto drammatico è non poter appagare tutt’altri bisogni: mille merci sugli scaffali dei supermarket, ma pochi, pochissimi, servizi di cura per bambini vecchi malati.
Scopriamo così che, a differenza dell’antichità, oggi il mercato non segnala più, naturalmente, quello di cui abbiamo bisogno, perché i bisogni primari se non per tutti almeno per molti nel nostro occidente, sono appagati: e che, dunque, a comandare l’offerta di merci non è la nostra domanda, ma è per tre quarti la produzione stessa, che esercita una vera dittatura sui nostri consumi. Sicché ci riempiono di merendine e simili, quelle tante cose che ossessivamente ci propone la pubblicità televisiva, mentre mancano ospedali e scuole; e il territorio crolla ad ogni pioggia. Su questo Landini nell’intervista richiama la nostra attenzione: si debbono cambiare le priorità dei nostri consumi per appagare i quali si sta distruggendo la Terra; e, di conseguenza, la nostra salute.
Quanto c’è oggi di più pericoloso è l’idea che allontanato il virus si possa ricominciare come prima; e purtroppo le tante commissioni cui viene affidata la ripresa economica danno davvero poco affidamento che la fase di transizione che è necessaria per costruire un nuovo modello di società venga innescata e indirizzata nel verso giusto.
Dovrà cambiare la produzione e quindi il lavoro. Qualcosa di così difficile che potrebbe portare a una drammatica disoccupazione. Il tempo che ci attende riproporrà uno scontro di classe di una durezza che forse non abbiamo ancora mai sperimentato. E noi – ecco l’impegno in questo anomalo Primo Maggio – dovremo esser capaci di non rimanere succubi del ricatto che ci verrà proposto: se volete misure ecologiche dovrete rassegnarvi alla disoccupazione.
Dobbiamo esigere tutti gli ammortizzatori sociali che si renderanno necessari – salari di emergenza, universali e quant’altro – e che però saranno anche nel migliore dei casi semplici palliativi se nel contempo non si creeranno nuovi lavori: per rispondere ai veri bisogni e non a quelli indotti da una produzione comandata solo dal massimo profitto. Di lavoro ce ne è tantissimo, solo dovrà e potrà, essere diverso da quello inquinante, per rispondere a bisogni realmente umani.
In questo Primo Maggio non potremo andare in piazza né al concertone, ma avremo un bel po’ da riflettere sui temi nuovi che la festa dei lavoratori oggi ci propone. E spero non ci lasceremo andare anche noi – qualche segnale c’è anche nella nostra area di sinistra – a protestare perché la nostra libertà viene lesa dalle restrizioni che per via della pandemia ci vengono imposte.
Dobbiamo, certo, collaborare per renderle più ragionevoli, ma sapendo che spesso è difficile farlo senza correre il rischio, purtroppo ben presente, di un ritorno massiccio del virus. […]
(il manifesto, 1° maggio 2020)
di Paola Mammani
Le donne del MeToo che hanno saputo darsi reciproca autorità, dicendo tutte assieme “io lo testimonio” “sì, anch’io”, hanno determinato un ineguagliabile smottamento in alcune delle più potenti strutture di potere maschile. Sono state credute e altri luoghi del potere più tradizionale, per esempio i tribunali, hanno riconosciuto la loro parola come autorevole.
Sempre meno donne pensano che il più alto obiettivo per le loro simili sia occupare posti di potere fino a raggiungere gli uomini, come fa Emma Bonino sul Corriere del 21 aprile, e sempre di più pensano invece che sia importante acquistare autorità per arrivare a quello che alcune hanno definito cambio di civiltà e qualcun’altra ha azzardato: rivoluzione.
A me pare che durante questa pandemia l’autorità delle donne sia grandemente accresciuta. Giovane donna, la dottoressa che ha diagnosticato il primo paziente di Codogno, donne le ricercatrici che per prime in Italia hanno isolato il virus, donne le tante scienziate che ci hanno tenute informate. Le infermiere sono il 78% della categoria, le mediche negli ospedali sono la maggioranza. E Paola Severino, ex ministra della giustizia e avvocata, ancora dalle pagine del Corriere, quello del 24 aprile, aggiunge che il 53% della magistratura è donna e si interroga, come Bonino qualche giorno prima, su come sia possibile che a tanta capacità femminile corrisponda una così grande assenza di donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni. Salta agli occhi, a lei come a Bonino e a tutte noi, la miseria di una classe politica che a fronte di tali meriti femminili, visibili sulla scena pubblica, nomina pletore di comitati e task force composte del tutto o quasi da uomini.
Bonino adotta un armamentario politico a metà tra la rivendicazione e l’attacco. Quindi sì – conclude – bisogna combattere di più per prendersi i posti di comando.
Severino analizza il comportamento degli uomini: […] ogni volta che per la mia esperienza universitaria un uomo mi chiede qualche nome di donne capaci, e io ne dico una, sento sempre la frase: ah, è vero, non ci avevo pensato. Perché non ci pensano? È questo il problema. Così lei abbozza questa politica per le donne: […] il nostro primo problema è di creare più occasioni per il riconoscimento del merito femminile e ridurre così il gap tra merito e potere. Credo anche che le donne che ce l’hanno fatta… dovrebbero aiutare le altre donne a mostrarlo (sottinteso il loro merito).
Fin dall’inizio Paola Severino sembra alla ricerca di una chiave di lettura più vicina alla sensibilità e al desiderio femminile. Ipotizza che abbiamo anche noi la nostra parte di responsabilità. Le donne separano merito e potere; gli uomini misurano il merito con il potere. E più sotto: Troppo spesso ci accontentiamo di essere brave. Gli uomini invece si accontentano solo con il potere, e si nominano l’un l’altro.
Chissà che la nostra ex ministra della giustizia, prima donna della Repubblica a ricoprire quel ruolo, non sospetti, in fondo, che le donne non si accontentano con il potere, che non stia lì il loro piacere, il loro desiderio. Che una volta provata, sperimentata nelle sue tante facce, faticose ed esaltanti, una donna, forse, non si accontenta di niente di meno che dell’autorità.
Ricordo una bellissima foto sulla copertina di Via Dogana, la rivista della Libreria, del giugno 2005 in cui si vede una studiosa dell’islam che impartisce una lezione, seduta in posizione elevata, un poco al di sotto la ascoltano il re del Marocco, dignitari, autorità religiose e politiche, e mi chiedo se la tensione tra i due termini, autorità e potere, non possa anche sistemarsi così, se le donne lo preferiranno. Insomma, se non sia più semplice, o gradito alle donne, dare indicazioni, suggerire traiettorie che poi la classe politica, i comitati, le task force si impegneranno a realizzare.
(www.libreriadelledonne.it, 29 aprile 2020)
New York, 27. La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2019 il livello più alto dalla fine della guerra fredda, con gli Stati Uniti in testa: è quanto emerge da un rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), pubblicato ieri.
L’anno scorso le spese militari mondiali sono state pari a 1.917 miliardi di dollari (1.782 miliardi di euro) in tutto il mondo, con un aumento del 3,6 per cento rispetto all’anno precedente, facendo registrare la variazione su 12 mesi più significativa dal 2010 e il livello più alto in assoluto dal 1989. Il budget militare più alto resta quello degli Stati Uniti, aumentato del 5,3 per cento nel 2019 a 732 miliardi di dollari, pari al 38 per cento della spesa globale. Dopo sette anni di declino – osserva un ricercatore del Sipri, Nan Tian – la spesa Usa per la Difesa ha ripreso a salire nel 2018.
Seconda in classifica è la Cina, con 261 miliardi di dollari di spese militari nel 2019 (+5,1 per cento rispetto all’anno precedente) e terza l’India con 71,1 miliardi di dollari (+ 6,8 per cento su base annua). Anche se la spesa della Cina negli ultimi 25 anni ha riflettuto sostanzialmente la curva di crescita economica del Paese, i suoi investimenti militari – spiega il ricercatore – rivelano anche l’ambizione di avere «un esercito di livello mondiale». Stessa cosa per l’India: «Le tensioni e la rivalità dell’India con il Pakistan e la Cina – sostiene il rapporto – sono tra i fattori determinanti nell’aumento della spesa militare del Paese».
A seguire i primi tre in classifica, ci sono Russia e Arabia Saudita. Tutti insieme, i primi cinque paesi rappresentano oltre il 60 per cento della spesa militare totale. La Germania, settima dietro la Francia, registra il più forte aumento tra i primi quindici: +10 per cento nel 2019 a 49,3 miliardi di dollari. «La crescita della spesa militare è accelerata negli ultimi anni» concludono i ricercatori del Sipri, evidenziando però che la tendenza sarà probabilmente invertita a causa della nuova pandemia di coronavirus che sta scuotendo l’economia globale.
In effetti, «è molto probabile che la necessità di sostenere settori come la sanità e l’istruzione avrà un effetto reale sulla spesa militare» ha detto Tian. Almeno finché non potrà dirsi superata.
(L’Osservatore Romano, 28 aprile 2020)
di Ida Dominijanni
“Dopo la conferenza stampa dell’11 marzo, in cui Conte dichiarava che si doveva chiudere tutto tranne le fabbriche, gli scioperi sono dilagati ovunque. La protesta si concentrava contro le condizioni di lavoro: senza dispositivi di protezione, senza mantenere le distanze minime in reparti e linee, spogliatoi e mense, tutti ambienti sovraffollati e mai sanificati. Confindustria ha fatto pressioni enormi per evitare che il governo sospendesse le attività produttive, e lo ha pure rivendicato pubblicamente, facendo infuriare tanta gente. Se la sua parola d’ordine era ‘l’Italia non si ferma’, quella operaia era ‘non siamo carne da macello’, ‘la salute viene prima dei vostri profitti’”.
Queste parole di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, due ricercatori della Fondazione Claudio Sabattini (Fiom-Cgil) intervistati dalla rivista Erbacce, ci ricordano come sono andate le cose nel nord industriale all’inizio della fase uno dell’emergenza coronavirus. All’alba della fase due, la vicenda si ripete. Non pago delle conseguenze disastrose che le resistenze iniziali a “chiudere” hanno avuto sulle dimensioni del contagio in Lombardia (dove peraltro la maggior parte delle imprese ha continuato a lavorare “in deroga” alle disposizioni del governo per tutta la durata del lockdown) e soprattutto in Val Seriana (dichiarata zona rossa in ritardo proprio a causa delle pressioni degli industriali), lo stesso blocco padronal-confindustriale si ripresenta adesso alla testa del partito degli impazienti che freme per “riaprire”. Con motivazioni infarcite di riferimenti all’interesse collettivo (il pil, l’etica del lavoro, il rischio disoccupazione), ma mosse più prosaicamente dall’ansia per la sorte dei profitti. Nonché – basta leggere le argomentazioni con cui il Giornale milita a favore della riapertura – dalla fretta di suturare la ferita inferta dal covid-19 all’“eccellenza” del modello lombardo rilanciandone la way of life produttiva e prestazionale: c’è stato uno tsunami, l’abbiamo fronteggiato con molto eroismo e qualche svista, ma ora che il peggio è passato the show must go on.
Una pandemia annunciata
Più di 26mila morti, di cui oltre 13mila lombardi, gridano giustizia dalle loro tombe senza fiori contro questa narrazione dei fatti e dei misfatti. E del resto tutti ormai ci siamo fatti un’idea di com’è andata. Non c’è stato uno tsunami a sorpresa, ma una pandemia ampiamente annunciata (dalla scienza e non solo: si veda il discorso di Obama del dicembre 2014), dalla quale i governi, soprattutto occidentali, si sono fatti trovare impreparati e alla quale, complici le incertezze della scienza di fronte a un virus sconosciuto, hanno risposto oscillando fra negazionismo e allarmismo, e fra tentazioni di darwinismo sociale (Boris Johnson e Donald Trump, ma anche alcuni paesi dell’Europa del nord) e obbligo di proteggere la popolazione con i lockdown, messi in atto con diversi gradi di intensità nei diversi paesi (quello italiano non è stato uguale a quello cinese, e quello tedesco non è stato uguale a quello italiano).
In Italia (ma anche altrove) una pandemia apparentemente “egualitaria” ha avuto effetti su differenze e disuguaglianze territoriali, economiche, sociali, culturali e istituzionali che ne hanno influenzato l’andamento e l’intensità. Un virus ignoto ha messo in scacco un sistema sanitario decimato dai tagli della spesa pubblica, sguarnito di competenze infettivologiche ed epidemiologiche, carente di posti di terapia intensiva; con strutture ospedaliere deboli in certe aree del paese – per fortuna le meno colpite dall’epidemia – e forti, ma troppo autocentrate e dunque prive dell’apporto fondamentale della medicina di territorio, in aree molto colpite come la Lombardia. Alla pandemia si è sommata la carestia di strumenti di protezione (le mascherine per i comuni mortali e soprattutto quelle per i medici e gli operatori sanitari), di tamponi per la diagnosi e la mappatura del contagio, di test sierologici, di know how tecnologico (l’app per il contact tracing arriva solo adesso, e a una popolazione fra le meno digitalizzate dell’occidente): una carestia scandalosa e colpevole, che ha reso più dilagante il contagio (in primo luogo negli ospedali e nelle Rsa), più rigido e più lungo il lockdown, più inaffidabili i dati epidemiologici (tuttora navighiamo a vista sulle dimensioni reali del contagio, e perfino dei decessi).
Noi incompetenti queste cose le abbiamo imparate in corso d’opera, e abbiamo anche imparato ad attribuirne e valutarne le responsabilità. Chi di noi oggi resiste alla fretta di riaprire non lo fa per claustrofilia: esige semplicemente, in consonanza con la cautela dei virologi e dei medici, che nella fase due le cose non vadano come e magari peggio di come sono andate nella prima. Che non si riapra, per dirla brutalmente, con qualche posto di terapia intensiva in più, ma con la stessa carenza di dispositivi di sicurezza, di tamponi, di test, di strumenti di tracciamento del contagio, o con la stessa sottovalutazione della medicina di base e la stessa corsa all’ospedalizzazione, o con la stessa confusione normativa e istituzionale fra governo, regioni e comuni che abbiamo subito fin qui. C’è un salto nella coscienza collettiva che non lo consentirebbe, e che non è l’ultimo dei fattori di cui tenere conto per immaginare il futuro prossimo: non siamo più gli stessi di prima, ma non siamo nemmeno diventati quello che avrebbe voluto farci diventare la melensa pedagogia di massa elargita per cinquanta giorni dalla tv a reti unificate all’insegna dello spot “andrà tutto bene”. Non è andato tutto bene, e quello che abbiamo condonato fin qui sotto la morsa dell’emergenza non lo condoneremo da qui in avanti.
Se ciascuno è per l’altro pericolo e salvezza
Non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali a prima da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata: i nostri sensi ne sono talmente investiti che il senso comune si modifica di conseguenza. Non siamo più gli stessi perché in una situazione che ci chiede di rinunciare al contatto con gli altri abbiamo tuttavia preso contatto con la nostra comune vulnerabilità. Non siamo più gli stessi perché la domanda di sicurezza che fino a tre mesi fa veniva brandita a difesa della macchina economica e dei confini proprietari si è spostata sulla tutela della vita e della salute collettiva. Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto quanto il virus apparentemente egualitario colpisca in maniera diseguale e discriminatoria, e questo domanda nuovi conflitti. Non siamo più gli stessi perché tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita ha acquisito finalmente la precedenza su ciò che ha a che fare con la produzione di beni, e tutto ciò che ha a che fare con la cura della vita – le relazioni di cui la cura si nutre, il sapere medico di cui si avvale – può diventare un terreno di nuove alleanze. Non siamo più gli stessi perché non possiamo più assolverci dalla nostra distruttività nei confronti della natura, né dalla nostra insipienza nei confronti della scienza. Non siamo più gli stessi perché la voce dei morti senza compianto ci convocherà fino a quando non troveremo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto, e quella degli anziani lasciati morire senza un conforto e senza un tampone nelle Rsa o nelle loro case ci assillerà finché non strapperemo la vecchiaia alla segregazione cui ben prima del lockdown l’avevamo cinicamente confinata. Non siamo più gli stessi perché la distanza ci ha inchiodati a un’interdipendenza più forte dell’individualismo che regnava incontrastato nell’affollamento.
Non siamo più gli stessi, soprattutto, perché nel contagio abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione, abbandonando le false certezze dell’io autosufficiente e sovrano: e non è possibile valutare i cambiamenti in corso senza partire da questa cruciale rotazione in senso relazionale della soggettività. È questo precisamente il punto che sfugge a chi si ostina a leggere il lockdown come un provvedimento imposto dall’alto, l’esperimento di un regime liberticida che decide arbitrariamente lo stato d’eccezione per farne la norma e infilarci, complici le tecnologie digitali di sorveglianza, in un futuro totalitario. Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza. Molto cambierebbe nella narrazione del lockdown se le limitazioni cui ci siamo sottoposti venissero declinate, piuttosto che come attentati alla libertà individuale di movimento, come (auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come il segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.
Nuova governance, nuovi conflitti
Altrettanto fuorviante è l’applicazione del paradigma dello stato d’eccezione all’operato dello stato e del governo. Svariati giuristi hanno fatto presente la differenza fra lo stato d’eccezione, che il nostro ordinamento non prevede, e lo stato d’emergenza, che è quello dichiarato a fine gennaio dal governo ed è previsto dalla costituzione a tutela del diritto fondamentale alla salute. Ma il punto non è solo giuridico e costituzionale.
Lo stato d’eccezione presuppone una decisione sovrana, e una sovranità decidente, che è quanto di più lontano da quello che abbiamo visto all’opera in questi cinquanta giorni. Quello che abbiamo visto è semmai uno stato che risponde all’emergenza “decisa” da un virus cercando di riprendersi la sua funzione originaria di garante della salute pubblica, anche contro gli interessi dominanti (quelli di “l’Italia non si ferma” di cui sopra). Il che non vuol dire che ci sia riuscito: lo stato non è più quello di Hobbes, è uno stato disfatto da mezzo secolo di razionalità neoliberale, che ha applicato anche alle istituzioni la logica della concorrenzialità e della competizione e ha dissolto la certezza del diritto. Con le conseguenze che abbiamo visto nella guerriglia quotidiana fra governo centrale, regioni, protezione civile (per tacere di quella con l’Unione europea), nonché nella mole incoerente di decreti, direttive e norme caratterizzate da un’incertezza normativa che lascia campo libero all’interpretazione arbitraria e vessatoria delle forze dell’ordine.
Il tutto condito da una retorica della guerra del tutto impropria nei confronti di un virus che richiede piuttosto cura e immunizzazione. E da un appello martellante e ambivalente alla responsabilità individuale, che se per un verso ha fatto leva sull’auto-contenimento di cui parlavo poco fa, per l’altro verso ha finito con il colpevolizzare comportamenti innocui come quello ormai paradigmatico dei runner, alleandosi con le peggiori istanze criminalizzanti e delatorie presenti nella società e distraendo l’opinione pubblica dalle responsabilità ben più pesanti imputabili alla gestione politica, economica e sanitaria dell’emergenza.
Aggiungiamo a questo quadro il particolare tutt’altro che secondario dell’inedita funzione pubblica assunta improvvisamente dalla comunità scientifica, a sua volta eterogenea, e dalla pletora di competenze settoriali chiamate a comporre le task force di supporto al governo. E sottraiamo dal quadro il ruolo sempre meno rappresentativo e decisivo del parlamento e delle forze politiche. Il risultato è che la pandemia ha provocato, o forse solo accelerato, una trasformazione della governance che va nel senso non tanto di una torsione autoritaria, quanto di una moltiplicazione concorrenziale e di una frammentazione competitiva dei poteri e dei saperi che si candidano a ridisegnare l’ordine sociale.
Che questa nuova forma di governance non sarà esente da tentazioni repressive e disciplinari, tanto più in un contesto inasprito dalla catastrofe economica e sociale annunciata, è una facile profezia. Ma essa sarà anche generatrice di nuovi conflitti, su un fronte che nella pandemia si è già delineato e che vede in prima fila le soggettività maturate all’insegna della vulnerabilità, della relazionalità e dell’interdipendenza nell’ambito della riproduzione sociale, della cura, della medicina, della logistica, delle fabbriche dove il futuro è affidato a protocolli di sicurezza sanitaria aleatori, delle reti di solidarietà che i protocolli se li scrivono da sé. Come inventare pratiche politiche efficaci per esprimere questa conflittualità in una sfera pubblica compromessa dal distanziamento sociale e dominata da un sistema mediatico che per lo più milita perché tutto torni uguale a prima, è il problema che abbiamo davanti. Ma i tempi di crisi sono anche tempi in cui l’immaginazione politica lavora meglio, e salta con una creatività e una velocità impensabili in tempi normali.
(Internazionale, 26 aprile 2020)
di Manuela Ulivi*
Nella metafora nominata dalla prof. Elvira Valleri, appartenente alla Società italiana delle storiche, su questo sito, tra il rinoceronte grigio, considerato come un evento critico molto probabile e nonostante ciò ignorato, e il cigno nero, immaginato come catastrofe rara e imprevedibile, ritrovo la modalità di affrontare la discussione sulla violenza maschile contro le donne, che in questi giorni si sta riproponendo.
Non condivido, più di tanto, gli appelli fatti alle donne di fuggire dal violento, perché chi lo dice forse non ha presente cosa significhi abbandonare da un giorno all’altro il proprio contesto, senza avere preparato la strada per una nuova vita. Noi aiutiamo, a volte spingiamo, le donne ad andarsene, anche velocemente, soprattutto se sono in serio pericolo, ma le affianchiamo prima e dopo la loro scelta, che non può che essere maturata dalla donna.
Vorrei dire alla ministra Bonetti e a tutte le parlamentari che tanto si danno da fare in questi giorni con appelli alle donne per invitarle a chiamare il numero unico nazionale antiviolenza (1522), e alla giustizia perché sia allontanato il violento, che va bene farlo, ma ricordo a tutti che c’è una legge che lo prevede già dal 2001, la legge n. 154 del 9.4.2001. Domandiamoci perché questa legge è stata troppo spesso sotto utilizzata e inapplicata nei casi di violenza psicologica ed economica. Quando si fa una denuncia senza l’aiuto di donne, femministe e competenti, è più difficile raggiungere questo obiettivo e arrivare integre alla fine del percorso di uscita dalla violenza. Sono decenni che affronto discussioni con la magistratura civile, penale e minorile affinché si ordini l’allontanamento del violento, non della donna e dei figli minori, dalla casa familiare. A volte inascoltata quando la scelta è davvero necessaria e urgente. Altre volte questa, però, non è la scelta migliore per la donna, perché magari l’abitazione domestica non è più un luogo sicuro, neppure quando il violento è stato allontanato. Può essere situata in un contesto insicuro o ancora pericoloso. Da sempre ho anche fatto presente che la denuncia e le decisioni giudiziarie non risolvono da sole il problema. La relazione con altre donne e la valorizzazione della storia vissuta e delle risorse che si possono rimettere in movimento, fanno la differenza.
Non è un caso che proprio oggi, sempre e solo quando si accendono i riflettori (così come accade quando avvengono femminicidi), tutti si affannano a discutere su cosa devono fare le donne e come vanno colpiti gli uomini. C’è chi dice che la donna dovrebbe chiamare subito la Polizia, e poi? C’è chi dice che la donna deve fuggire di casa, e poi? Dove va la donna, dopo questa fuga? Come si gestiscono eventuali figli della coppia?
Pochi sono coloro che sanno quanto è facile fare il primo passo e quanto è difficile arrivare fino alla fine della strada, tra questi sicuramente le più competenti sono le attiviste e operatrici dei Centri antiviolenza. Queste donne sanno quanto il percorso sia pieno di trappole e quante, troppe, volte le porte si chiudono in faccia alle donne, anziché aprirsi.
Pochi di quelli che danno consigli generici sanno quanti ostacoli deve superare la donna che non prepara la sua uscita dalla relazione violenta! E anche quando la prepara, quante volte si sentirà ripetere che doveva andare via prima, che doveva farlo meglio, che doveva questo, che doveva quello? Se non ha un’altra donna vicina, che sa e che sostiene, a volte torna indietro.
Ho registrato attenzioni spasmodiche, nell’emergenza COVID19, al tempo delle donne in casa con il violento, senza considerare che le donne vivono questa condizione durante tutto l’anno. Stanno a fianco di una persona che non le stima, o che comunque non ha in sé alcun senso del valore della persona con cui convive.
La prof. Elvira Valleri analizza cosa è questo tempo per le donne, affermando in conclusione che “La posizione delle donne – rispetto agli uomini – non dipende tanto da quello che fanno ma dal valore che socialmente si attribuisce alla loro attività.”.
VERO?
Alla Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano, in più di 30 anni di lavoro, abbiamo messo in pratica la relazione che attribuisce valore all’altra, riconoscendo valore anche al tempo trascorso dalle donne nella vita privata con un uomo violento. Abbiamo imparato dalle donne che dentro a un rapporto di dominio permane la loro capacità di mettere in atto strategie per salvaguardare piccoli (o meno piccoli) spazi di libertà di pensiero e financo di azione.
Troppi associano il maltrattamento alle botte, e troppi ancora pensano che questa sia la condizione perenne delle donne nel tempo che vivono con un uomo violento. Le informazioni giornalistiche e le trasmissioni televisive non ci hanno aiutate negli anni a far capire che le donne subiscono violenza anche se lavorano e sono economicamente indipendenti e socialmente gratificate, anche se sono in posizioni sociali elevate, anche se all’apparenza il loro rapporto non fa trapelare tutte le brutture che si sviluppano in una relazione dove l’uomo agisce, in mille modi diversi, un pensiero arcaico e patriarcale di superiorità maschile.
Ed è così che si toglie valore alle donne che vengono rappresentate solo come vittime.
Il percorso di uscita dalla violenza, affiancato da nostre operatrici di accoglienza, aiuta queste donne a non sentirsi ottuse, giudicate come incapaci, a doversi vergognare per la vita che hanno vissuto fino a quel momento, come se parte delle responsabilità sia addossabile anche a loro.
Diamo, quindi, valore al vissuto, discutiamo le ragioni di quanto accaduto, di come è possibile non farlo accadere più, affrontiamo un lavoro di rivalorizzazione della vita della donna, perché lei possa arrivare, come vuole e con i suoi tempi, a conquistare una totale libertà di movimento e di vita, non più stretta tra paura e vergogna.
Almeno un anno fa Lia Cigarini esortava a ritenere questo nostro tempo “un tempo buono per le donne”.
Io non so dire se buono lo sia veramente anche il tempo di questi giorni particolari, che stiamo passando chiuse in casa, soprattutto per le donne costrette ad accettare la costante presenza di un uomo violento, ma vorrei forzare la mano e dire che si, pure questo potrebbe essere un buon tempo anche per queste donne.
È ovvio, ma spero non sia più di tanto necessario precisarlo, che non è positivo il tempo trascorso nella condizione di paura, sottomissione, attenzione a qualsiasi gesto o frase, o semplice rumore, che l’uomo violento può prendere a spunto per far esplodere la sua rabbia sulla donna che pretende di dominare. Ma questo tempo consente alle donne di vedere (come in un film) la loro vita condensata in pochi fotogrammi: i giorni della quarantena.
E magari le loro scelte, appena libere di muoversi, le faranno andare lontano da quell’uomo. Ma tutto secondo modalità e tempi adatti allo specifico contesto di ciascuna, non decisi da protocolli e spinti da chi non conosce e non sa cosa succede dopo la denuncia, la richiesta di separazione o di allontanamento.
I consigli e gli aiuti che si danno alle donne in stato di temporaneo disagio per la violenza in atto, finiscono troppo spesso per farle sentire incapaci, persone da mettere sotto tutela o, peggio ancora, per far prendere a quelle donne delle strade sbagliate per la loro vita.
Un’ultima questione che non trattiamo mai è quella di porre delle questioni serie agli uomini: perché ancora oggi ci sono rapporti segnati dalla violenza, dal dominio, dalla paura? Perché diminuiscono gli omicidi verso gli uomini e non quelli contro le donne? Per quanto ancora possiamo accettare di mettere in conto che ci siano uomini violenti, domandandoci scioccamente se si possono curare?
Abbiamo iniziato il 2020 sotto il segno di numerosi femminicidi, 12 solamente in gennaio, 21 fino ad oggi, se vogliamo la quarantena forse li ha ridotti (sono più di 100 tutti gli anni, da almeno 20 anni a questa parte, cioè da quando si contano gli ammazzamenti delle donne segnati dalla reazione maschile contro la loro scelta di libertà).
La situazione è grave oggi, come tutti gli altri giorni in cui non saremo in quarantena.
Voglio credere che, dopo questo tempo, aumenteranno le donne che decidono di lasciare un uomo violento, perché proprio ora, più e meglio di prima, stanno realizzando il valore del tempo e di sé.
Non sarà un caso che abbiamo più che raddoppiato proprio i nostri contatti (dalla media mensile di 77 donne alle 179 sentite tra il 5 marzo e il 3 aprile 2020) con le donne che ci hanno già conosciute e si sono rivolte a noi prima del c.d. “lockdown”, ora in fase di preparare la soluzione giusta per interrompere il ciclo della violenza.
Ecco, alla fine anche questo è un tempo buono in cui tante donne si stanno rendendo conto, probabilmente più di prima, che non vale la pena stare vicine ad un uomo che impone condizioni penose di vita.
Da questo tempo tutte, donne che subiscono violenza e donne che non la subiscono direttamente, possiamo ripartire dal VALORE di una donna, in relazione con un uomo o con un’altra donna, o anche in relazione con sé stessa, in un contesto in cui sia possibile esprimersi per ciò che si è e che si vale, valorizzando e non demotivando la differenza.
Non aspettiamo che il rinoceronte grigio ci schiacci.
*Manuela Ulivi è presidente della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI)
(www.libreriadelledonne.it, 26 aprile 2020)
di Caterina Serra
Narrazioni. Che cosa ne è dei nostri corpi, del loro essere situati e sessuati? Come riusciamo a riappropriarci di ciò che sta accadendo in questo tempo se non partendo da noi stessi? Vulnerabilità, lutto, immunità ma anche erotismo – nella strettoia tra il dentro e il fuori, tutta politica, tra costrizione e desiderio
Cammino come un topo. Me ne accorgo appena incontro qualcuno che come me si addossa al muro, abbassa la testa, strisciamo entrambi. La vulnerabilità di un corpo in una estetica clinica, prostetica bianca verde, mascherine e guanti di lattice, le strade come corsie di un ospedale. Muoversi ha lasciato la carta dei diritti, sta nel protocollo dei divieti. Sono sanzionabile se non giustifico la mia uscita. Camminare fa paura, fa sentire colpevoli, di essere liberi, o per essersi ammalati, o perfino di non essersi ammalati affatto? È la guerra al contagio. Nel linguaggio bellico c’è sempre un nemico, pare siamo noi che non sappiamo stare tra libertà individuale e bene collettivo. Che controllo sia, allora, dall’alto e dal basso, vecchi e bambini. L’autoconsapevolezza non è di questo mondo, la responsabilizzazione di ciascuno non si addice alla legge. Siamo tutti potenziali untori, pare che degli altri non ci importi granché.
Era ora che ci accorgessimo che comunità e immunità non sono compatibili. È tutto in quell’Iorestoacasa, quell’Io e la sua salvifica auto-reclusione che coincide con la demonizzazione dell’altro. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci imbavagli, ci costringa all’immunità. Comincio a sentire che mi manca qualcosa appena esco di casa se non ho al morso la mia mascherina. Come mi sentissi più osservata, sorvegliata senza quello che mi nasconde e confina. Ho un nuovo viso, un nuovo campo di osservazione, se continua così me la metto pure in casa. Magari posso pure usarla per nascondere le mie espressioni, il mio ghigno, la lingua di fuori, il mio desiderio. Magari mi sento meno insofferente, mi ribello di meno, magari mi convinco. Giro con sacchetti in mano come cani al guinzaglio, una busta della spesa appesa come un cartello identitario, sono io, sì, un corpo che ha sempre bisogno di qualcosa. Anche solo di aria. E di uno spazio pubblico, mi dico – non vorrei mi stessero dicendo che mi è rimasto lo spazio pubblico del supermercato.
Cerco di dirmi che sto esagerando, stare in casa non mi fa tanto bene. Sono chiusa dentro o forse mi sono chiusa fuori, ogni ponte un confine, ogni porta un muro. Sono in fila. Mi certifico. Resto a distanza. La diffidenza che prima era dei cinici, oggi ce la possiamo permettere. Stiamo in fila, parliamo di noi, in fila – quanti siano rimasti in fila dietro certi confini, dove siano tutti quelli che case non ne hanno, non ce lo raccontiamo più. Richiedenti asilo, migranti, Grecia, Siria, Libia, il popolo curdo, qualcuno mi racconti una storia, anche retorica fa niente. Ci siamo solo noi, i sopravvissuti, i convalescenti, gli scampati. Il mondo è un bollettino di ammalati guariti e morti. La politica è un’amministrazione della vita e della morte, era già così.
Stare chiusa forse mi sta deprimendo. Per fortuna non mi mancano farmacie, tabaccai, alimentari, siti virtuali ma essenziali (l’essenzialità di certe fabbriche, tuttavia), connessioni a scopo educativo che mi ricordano quanto essenziale sia stare in prossimità. A ciascuno il suo, tra eccitanti, ansiolitici, tabacco e alcol, serie tv, serie porno, che pure il sesso, come facciamo con il desiderio? Baciarsi, toccarsi? O c’è erotismo nella distanza, nell’avvicinarsi chiedendo di poterlo fare? Anche ridere per strada non se ne parla, certe espressioni di piacere non si addicono al momento. Tutti dentro, tutto avviene dentro. Le case a consumare tutto. Come se cinema teatri librerie stadi biblioteche bar chiese piscine giardini argini musei, la città tutta fosse un luna-park: per i giorni di festa, per distrarsi, per non pensare, per svagarsi, a pagamento. Magari lo pensavamo anche prima visto che ora possiamo farne a meno, visto che ci basta un televisore, uno schermo, un romanzo, un tappetino, un balcone. La teatralizzazione del mondo, la tecnologia aiuta, pubblico e privato insieme:
Perché dovrei uscire se tutto quello che amo è qui?, si chiede Hugh Hefner, creatore di Playboy, steso tutto il giorno sul suo letto girevole, pigiama e vestaglia, cioccolata conigliette e pepsi-cola? Le case-celle, i nostri laboratori somatopolitici. Vorrei tanto che oltre a farci vedere sui balconi, a ricordarci che c’è un fuori fatto di altra gente in condizioni che non è detto siano simili solo perché hanno un balcone, dessimo un’occhiata dentro, a come abbiamo diviso lo spazio, a chi spetta quel tavolo, quella stanza, e per quanto tempo, in quale ora del giorno, l’alba, la notte? Immagino nessuna diseguaglianza o prevaricazione, nessuno a rivendicare spazi anche solo mentali. L’economia capitalista ha sempre avuto bisogno di chi si occupasse del lavoro di cura senza retribuirlo, ora anche di più. Le donne, sì, compagne, mogli, madri, di nuovo chiuse dentro, il ruolo di sempre, gratis.
Dentro, la vita matrimoniale è salva, immune, il nucleo domestico degli affetti è protetto e protegge, la sacra famiglia non è più una tragedia collettiva. La questione è femminile, la violenza è domestica, non un affare di stato, non un problema degli uomini. Le donne sì, le vogliamo di nuovo fuori dal discorso politico. Mi rileggo Butler, il corpo ha una sua dimensione pubblica anche quando sta dentro casa. Ecco, sì. La casa come nuovo centro di produzione e consumo, del potere e del sapere. Si fa tutto a casa e da casa. Cerco di non esagerare ma un po’ di irrequietezza è venuta anche a me. Mi lavo troppe volte le mani? Non so se mi piace vivere in un mondo così, igienizzato, pauroso di tutto, cristallizzato, dematerializzato, in cui mi sento sempre sporca, disincarnata o vigliacca. Non voglio la normalità di prima, normale per chi, normale cosa?, nemmeno quel genere di umanità di cui ho poca nostalgia, arrogante escludente, ma questo genere di vita addomesticata buona per chi da casa può tutto come prima, mi sembra classista, sessista più di prima. La casa, sempre che ce l’abbiamo una casa e che possiamo mantenerla. La disuguaglianza sociale pare finita con la quarantena.
Esco. Cartelli sulle saracinesche per aperture sine die, silenzio, vuoto, è lo shock del reale che è insopportabile. Venezia è bellissima, me lo dico, ci cammino e sento odori, suoni, e godo dello spazio, ora che posso superare i duecento ridicoli metri, gioisco del mio passo non impedito dagli imbuti di turisti, non urlo più contro ogni abuso, non mi viene da gridare contro l’ennesima nave crociera, contro certa speculazione, contro ogni locazione turistica, contro l’ennesimo ATM che ora è lì come uno stigma svuotato di denaro e di senso, senza turisti a prelevare, a prevalere sulla popolazione. Irreale o forse un’altra realtà possibile? Paura, ansia, rabbia. Le ho tutte. Mi lavo un’altra volta le mani, i guanti di plastica che mi danno al supermercato li ho lasciati all’uscita nel mucchio, non mi pare una bella mossa ecologista, ma tant’è. I gesti. La velocità con cui mi sto adattando a tutto, perfino al linguaggio simbolico e gestuale, mi innervosisce. La paura sovverte i corpi. Sto mutando. La dinamica disciplinante è fatta di piccoli gesti quotidiani, un esercizio ogni giorno, una liturgia del corpo, non se ne accorge nemmeno il corpo, è docile, sono già quel criceto che gira gira dentro la sua ruota. Da topo sto diventando criceto.
Tossisco, mi manca il respiro. Ho bisogno di aria. Ora che sembra più pulita, l’ecosistema fa fuori me e quelli come me, comincio a dirmi, umani furbetti, che ci siamo presi tutto il corpomondo, l’abbiamo occupato, espropriato, colonizzato, mercificato, maltrattato, violentato: siamo abituati, il sistema capitalista patriarcale ci garantisce sovranità indiscriminata, il padre padrone non ha mai avuto bisogno di spiegare perché faceva quello che faceva. Adesso è lì in cerca di attaccarsi a un respiratore, trovasse libero un letto.
Lutto. Improvvisamente tutto finito, fine della frenesia produttiva e dell’ipertrofia, dell’individualismo depressivo, della corsa al centro commerciale, fine della corsa. Verrebbe pure da dire che bello. Eppure, sarà che stare dentro non mi rende tanto aperta al futuro, mi viene in mente Erisictono, il re capitalista che si è mangiato tutto e comincia a nutrirsi della sua stessa carne, del suo corpo vivo, si mangerà anche così, malato, sepolto dentro stanze sempre più vuote di cose e persone, sempre più immobile, connesso, docilmente sorvegliato, potenzialmente eterno, per sempre inerte. Il vecchio comatoso capitalismo starà lì a divorarsi e ammansirci ancora con le sue retoriche di malattia come una guerra da vincere, di nostalgia della normalità, quella, per capirsi, delle ingiustizie sociali, della buona vita che non era poi buona per tutti, delle risorse che stavamo esaurendo, del giro di giostra accumulo profitto sfruttamento oppressione di qualche genere o minoranza, a sedurci con le sue utopie tecnopolitiche di libertà chiusa in un pixel, codificata in un algoritmo, applicata e quindi sputtanata, pronto a rianimarsi e uscire per le strade vuote e chiuse, a prendersi ancora corpi sfruttati, sottopagati e non pagati, corpi che si riconoscono in consumatori e turisti, corpi imbavagliati e inchiodati alla distanza.
Ecco, lo sapevo, stare dentro mi ha intristita, demoralizzata, sfinita. Sono immune e depressa. Esco, posso, sì che posso. Vado a vedere se per caso mi riesce di incontrare corpi che invece potrebbero aprire ora la testa a case come spazi di attraversamento, a nuovi generi di parentele e alleanze con i vari sistemi di vita, a mettere in gioco affetti e desideri senza restrizioni sociali e culturali, corpi che potrebbero sconnettersi dalle reti e mettersi in relazione, stare a contatto visivo umano e non virtuale, riappropriarsi della città come spazio pubblico e della vita come bene personale e collettivo. Che voglia di corpi così, che anziché aspettare che si rimetta in salute quel malato cronico di padrepadronecapitalista, potrebbero usare questo frattempo di tempo per fare di questa mutazione una rivoluzione. Magari comincio dal mio.
(il manifesto, 25 aprile 2020)
di Elvira Valleri*
Non so se la pandemia può essere vista come il modo in cui la natura cerca di impossessarsi nuovamente di uno spazio che l’uomo ha progressivamente eroso, ma certamente segnala alcuni aspetti che dovremo tenere presenti. La scienza ci spinge ad approfondire il legame tra gli esseri umani e la natura e sicuramente Ilaria Capua fa bene a sottolinearlo attraverso diverse iniziative volte a precisare e valorizzare il ruolo della ricerca scientifica per la nostra sopravvivenza.
Non vi è dubbio che i ripetuti richiami della comunità scientifica internazionale sullo stato di salute del nostro pianeta siano rimasti senza risposta come pure le ricerche svolte negli anni passati sulla Preparedness for a High Impact Respiratory Pathogen Pandemic della John Hopkins University (2019). In questo report si legge in modo chiaro ed esplicito come tra le cause di diffusione e di morte, vi potrebbe essere il ricovero massivo ed eccedente, rispetto alle capacità delle strutture sanitarie non adeguatamente attrezzate, per questa emergenza. Dobbiamo allora domandarci come mai vi sia stata una così scarsa considerazione per i richiami, gli appelli e gli studi del mondo scientifico, se si tratti di un’eccezione o sia invece la regola; che valore infine abbia l’enfasi posta sulla fatica e l’eroismo degli operatori sanitari costretti ad affrontare la pericolosità del coronavirus senza adeguati sistemi di protezione.
Non si è trattato di un destino o della sorte malevola, ma di una macchina organizzativa che non ha saputo o potuto lavorare in modo adeguato rispetto alla gravità dei tempi e della situazione, pur con tutte le differenze del caso. La giornalista americana Michele Wucker ci incoraggia a sostituire il mito del “cigno nero”, metafora della catastrofe rara e imprevedibile, con l’immagine del rinoceronte grigio che abbiamo davanti ma che scegliamo di ignorare.
Lo stesso discorso vale per un’altra emergenza che al momento non sembra essere tale e riguarda il mondo della scuola su quale è calato una spessa coltre oltre la quale la didattica a distanza (DAD) nasconde le forme più diverse di comunicazione e lascia alla buona volontà d’insegnanti e dirigenti un settore così delicato in un momento di particolare gravità.
Un silenzio assordante copre il mondo dell’istruzione dove lavorano per lo più donne che svolgono la funzione insegnante, i ruoli amministrativi e di pulizia. Orari incerti, modalità di lavoro non omogenee, alcune virtuose, altre inesistenti. Sicuramente molti sarebbero i temi da affrontare non a settembre, ma adesso quando si va delineando la riapertura delle attività produttive.
Mentre i portoni delle scuole rimangono chiusi il mondo dell’istruzione con i suoi operatori non riesce a trovare alcuna visibilità nel dibattito politico. Il tema della formazione/istruzione non ha appeal nel nostro paese; si tratta di un errore capitale che favorisce a cascata comportamenti, pregiudizi e stereotipi che sembrano avere largo seguito, come le fake news, che non si eliminano per decreto o con prestigiose commissioni, ma attraverso un lavoro serio nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso insegnanti motivati e partecipi del discorso nazionale.
A tal proposito vorrei sottolineare, con una punta di amarezza, come invece la prospettiva non solo sia rovesciata ma portatrice di un ulteriore e pericoloso deficit di competenza. Nella task force sulle/contro fake news troviamo un drappello di giornalisti, studiosi della comunicazione e divulgatori scientifici, nemmeno uno storico/storica, che invece sarebbero stati guide preziose per capire come e perché nascono le false notizie
Per coloro che studiano e insegnano storia il problema delle fake news non è nuovo. Vale forse la pena richiamare, a titolo esemplificativo, quanto il grande storico francese Marc Bloch aveva scritto commentando le false notizie che erano circolate durante la prima guerra mondiale (Riflessioni di uno storico intorno alle false notizie della guerra). Le false notizie – scriveva Bloch – sono spesso lo specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti perché una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua origine e dunque solo ad una lettura superficiale può apparire come fortuita. Si chiamano strutture profonde e le storiche e gli storici lavorano attraverso queste categorie interpretative.
La prospettiva storica permetterebbe un’altra interessante riflessione, che appare in questo momento di “ripartenza” essenziale: tutte le crisi che l’umanità ha conosciuto e attraversato hanno ridefinito gli spazi e forse anche il tempo, ma soprattutto le relazioni di genere così come è possibile verificare nel secolo che abbiamo alle spalle.
Il mutato contesto che stiamo sperimentando impone un ripensamento di molti aspetti della nostra vita, fra questi la rilettura delle relazioni di genere appare fondamentale nel momento in cui si disegna una prossima riapertura delle attività produttive che sembra composta, nella mainstream narrative, di una forza lavoro fatta per lo più di uomini, senza responsabilità familiari o che possono delegare alla moglie o compagna la cura dei figli, mentre la presenza e l’aiuto dei nonni non è più disponibile o ipotizzabile. Un balzo all’indietro di almeno mezzo secolo come se fossimo ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso. Chiara Saraceno ha fatto notare recentemente come da tempo le famiglie italiane siano mutate anche se l’occupazione femminile continua a rimanere comparativamente bassa.
Mi auguro che la commissione predisposta dalla ministra Bonetti s’interroghi su questi temi in una prospettiva di lungo periodo e con un’ottica attenta a cogliere come storicamente i grandi mutamenti economici e sociali, oltre che politici, hanno ridefinito ruoli e relazioni tra uomini e donne: dalla più volte evocata peste del XIV secolo, alla rivoluzione francese, alla prima guerra mondiale solo per fare gli esempi più noti.
La posizione delle donne – rispetto agli uomini – non dipende tanto da quello che fanno ma dal valore che socialmente si attribuisce alla loro attività; penso al rapporto pubblico-privato che in queste settimane è stato così forzatamente ridefinito.
Mutare il nostro sguardo sulla storia, incrociarlo con nuove domande e nuovi soggetti, può forse aiutare a comprendere meglio i cambiamenti che stiamo vivendo; metamorfosi complesse e per molti aspetti ancora da interpretare, che tuttavia sembrano assegnare alla presenza delle donne, nel farsi del tempo domestico che stiamo vivendo, una centralità che sarà necessario non dimenticare per coglierne le strutture profonde dalle quali ripartire.
* Elvira Valleri fa parte della Società italiana delle storiche
(www.libreriadelledonne.it, 24 aprile 2020)
di Barbara Buoso, Tristana Dini, Ilaria Durigon, Sara Gandini
Introduzione di Sara Gandini
Io
mi sento fortunata perché ho incontrato nella mia vita donne che mi
hanno dato un orientamento che mi porto dentro e che mi guida quando
prendo parola e devo fare scelte dirimenti. Le loro domande mi
risuonano dentro e mi permettono di non sentirmi disorientata. La
prima è mia madre, donna caparbia e libera, le altre sono state le
mie maestre della Libreria delle donne di Milano. Non frequento più
la Libreria ma porto dentro di me una ricchezza che devo a loro e che
mi guida. Dico questo per spiegare il senso di questo articolo che ho
scritto con le donne con cui ho scambiato in queste settimane e che
sono state un sostegno fondamentale per trovare la postura giusta e
non piombare nell’impotenza. Prima di tutto Tristana
Dini e Ilaria
Durigon. La loro intelligenza, voglia di lottare e la loro ironia
sono state fondamentali.
In questo testo noi ci siamo assunte
l’autorità di affrontare i problemi concreti del paese, perché le
femministe hanno un sapere da cui la politica ha da imparare. Ci
siamo rivolte ai politici e a cittadine e cittadini, perché tutti
insieme ci assumiamo la responsabilità delle nostre vite e non le
consegniamo ad una autorità patriarcale che è evidentemente molto
disorientata.
Il nostro testo nasce da scambi avvenuti qui e di
cui ringrazio tutti. In tanti ci hanno aiutato a mettere a fuoco le
idee e a capire come affrontare i problemi in modo
propositivo.
Questo testo nasce dal desiderio di uscire
affrontando le paure per riprendere in mano la nostra vita e
ragionare su come fare nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli
ospedali…
Nasce dal desiderio di non rimanere paralizzati
dalla paura e allo stesso tempo non correre rischi inutili.
La
postura che abbiamo scelto è quella della lotta per assumerci in
prima persona la responsabilità delle nostre vite. Mettere al lavoro
la rabbia e non rimanere sulla denuncia o su una postura di impotenza
o rivendicativa.
Ringrazio Stefania
Ferrando per le sue domande che mi hanno permesso di mettere a
fuoco meglio il mio pensiero.
Leggi l’articolo Primum vivere, non sopravvivere, di Barbara Buoso, Tristana Dini, Ilaria Durigon, Sara Gandini (jacobinitalia.it, 21 aprile 2020):
di Umberto Varischio
Da quando la pandemia ha raggiunto la sua fase critica e si è cominciato a narrare e commentare il suo decorso, si è insinuata, tra i miei molti pensieri dedicati alla gestione di questa quotidianità alterata, una domanda ricorrente e insistente: perché per descrivere e raccontare la pandemia si è scelto di utilizzare la metafora della guerra e perché non si è utilizzato invece un linguaggio più vicino alla realtà della stessa, quindi un linguaggio della cura?
Ho letto in queste settimane diversi commenti, in particolare quello di Annamaria Testa, “Smettiamo di dire che è una guerra”, per Internazionale. Ma sono stato particolarmente colpito da due interventi di Guido Dotti, monaco della Comunità di Bose, il primo apparso sul suo blog e sul sito delle Acli di Bergamo con il titolo “Siamo in cura, non in guerra”, l’altro la lunga conversazione avuta dallo stesso autore nel corso della puntata di sabato 11 aprile di “Uomini e profeti” di Rai Radio Tre.
È innegabile che il linguaggio di diversi operatori della sanità, che sono a stretto contatto con questa malattia – e almeno per quanto viene raccontato da gran parte dei mezzi d’informazione – parla la lingua della guerra. Ma siamo sicuri che la maggioranza di loro usi questo linguaggio? Sono solo una minoranza coloro che, quando si occupano di una malata di Covid-19, pensano a come farla respirare e non a sconfiggere il virus? Dotti (e altre/i), riferendosi a conoscenze dirette, pongono dei dubbi, criticando anche la retorica bellica che questa impostazione porta con sé.
Riflettendo su questi interventi critici, mi chiedo cosa ci sia di male a descrivere la malattia con il linguaggio della cura, che cosa ci si perda a non utilizzarlo. Non penso che gli operatori della sanità possano sentirsi offesi o sminuiti a sentir usare per il loro lavoro termini come generosità, abnegazione, attenzione, sguardi, sorrisi, gesti, solidarietà, empatia, vicinanza emotiva, tutte cose che il personale sanitario che opera sul Covid-19 ha in abbondanza. Perché non usare il linguaggio delle relazioni e della cura in una situazione in cui la relazione è fondamentale?
Chi conosce la vera guerra e opera nell’ambito della cura, come gli operatori sanitari di Emergency, fa molta attenzione a usare metafore di guerra, perché sa, per esperienza, che la guerra causa quello che poi debbono curare tutti i giorni.
La metafora della guerra mi fa venire in mente, oltre ai morti, ai feriti e ai traumatizzati, disciplinamento di corpi e di menti, irreggimentazione, unione nazionale (talvolta anche sacra), militarizzazione di ogni ambito sociale; quello che sta succedendo in queste lunghe settimane.
La metafora porta a vedere come un nemico (di guerra, un traditore, un vigliacco) chi fa una passeggiata pur mantenendo le distanze, o chi si fa una corsa, mentre si tende a sorvolare sulle centinaia di migliaia di donne e di uomini che sono obbligate a recarsi al lavoro, in parte non piccola per produrre per settori che non sono essenziali per la riproduzione. Disciplinati, irreggimentati anche dalla paura di perdere il posto di lavoro. E senza che sia valutato il contributo, involontario, che chi è obbligato ad andare al lavoro – per esempio per produrre armi o anche solo per “non perdere il treno della ripresa” – da alla diffusione del contagio.
Siamo qui nella stessa logica economica che governa il funzionamento delle RSA e delle case di cura, dove migliaia di anziane/i e di disabili sono morti o malati gravemente, trattati da residuali perché non più produttivi e quindi “sacrificabili” (al di là di scelte di superficialità e incapacità).
C’era chi diceva che la politica è la continuazione della guerra con altre armi, ma forse lo è anche l’economia.
La rete è indubbiamente veloce nel mutare impostazione, e lo è anche la macchina delle informazioni. La metafora della guerra, in questi ultimi giorni, sta perdendo terreno in favore di un linguaggio pervasivo che ha il suo baricentro nell’economia ma, purtroppo, con le stesse logiche di quella della guerra.
(www.libreriadelledonne.it, 22 aprile 2020)
di Barbara De Micheli
Progettare il lavoro del futuro significherà anche e soprattutto ragionare sui luoghi possibili per il suo svolgimento, e farlo in modo non tanto individuale ma collettivo
Il 10 marzo 2020, con una videoconferenza dalla sede del mio ufficio, a debita distanza dai colleghi che come me erano al loro ultimo giorno “in presenza”, ho discusso la mia tesi di dottorato su un argomento che, in quel momento, sembrava interessante ma molto accademico: i luoghi dell’organizzazione al di là dello spazio organizzativo. La scelta del tema di ricerca, tre anni prima, era partita dalla constatazione di come si assista contemporaneamente alla contrazione e all’espansione dello spazio (organizzativo) a causa delle nuove tecnologie: i lavoratori e le lavoratrici, soprattutto nell’ambito dei servizi avanzati, sempre più spesso perdono un “ufficio fisico” mentre interagiscono con tecnologie che espandono i “luoghi di lavoro” a loro disposizione.
Se per lungo tempo le teorie dell’organizzazione avevano riservato scarsa attenzione alla definizione teorica dei luoghi di lavoro (forse perché risultava abbastanza ovvio definire cosa fossero) sembrava essere arrivato il momento per cercare di capire se questa confusione tra “contrazione” ed “espansione” dello spazio organizzativo potesse essere la spia di una difficoltà di comprensione: si poteva parlare di nuovi spazi “virtuali” di lavoro oppure si trattava soltanto di nuove tecnologie? Era necessario concentrarsi sulle caratteristiche di questi spazi emergenti oppure era più importante capire quali caratteristiche avesse questo modo più complesso di rapportarsi ai processi di lavoro?
Qualche giorno dopo la discussione – ma già nei giorni frenetici in cui all’Università si cercava di capire come e dove consentirci di difendere la tesi e se una chat-room con professori collegati da varie città in Europa fosse un luogo (organizzativo) consono a un atto ufficiale – appariva evidente che il susseguirsi degli eventi aveva fatto uscire dalle biblioteche la discussione e che interrogarsi sulla definizione concettuale dei luoghi del lavoro diventava un’urgenza che non si poteva più rimandare.
Dove avviene, dunque, il nostro lavoro retribuito?
Oggi, per chi di noi lavora (ancora) nei servizi e non è costretto a recarsi in un luogo le cui caratteristiche specifiche sono necessarie “alla produzione”, la risposta sembra semplice: il lavoro fisicamente viene svolto da casa ma in luoghi di aggregazione tecnologici e occasionali (da Skype a Zoom passando per Webex e Googledrive), la cui generazione più o meno spontanea e continua ha preso il posto del luogo di lavoro (l’ufficio, il co-working, il parco, il treno) per come lo conoscevamo. Luoghi che hanno codici e regole che faticosamente impariamo e a cui progressivamente ci adattiamo.
Nel giro di una notte siamo state/i catapultate/i in quello che Susan Halford ha definito “uno spazio di lavoro ibrido” in cui ciascuno deve costantemente gestire e negoziare un equilibrio tra spazio domestico (la casa che ci circonda), spazio organizzativo (il lavoro che invade lo spazio domestico anche perché non ha, al momento, altro luogo in cui manifestarsi) e quello che si può chiamare “cyberspazio” (tutto quel mondo di dati, accesso alle informazioni e socialità residua che oggi si svolge quasi esclusivamente in ambienti digitali). Presto – speriamo – un quarto spazio rientrerà nell’equilibrio: quello dei luoghi fisici di lavoro, che dovranno essere ripensati per essere sicuri per la nostra salute.
Oggi, quindi, siamo fisicamente confinati/e nelle mura della nostra casa, con tutte le disuguaglianze che questa condizione può comportare in termini di dimensioni e caratteristiche degli spazi fisicamente accessibili, ma i nostri movimenti online sono evidenti e tracciabili.
Impossibile muoversi ma anche impossibile nascondersi. Difficilissimo trovare un equilibrio.
Lo spazio domestico richiede attenzioni crescenti (fosse solo perché qualsiasi luogo fisico vissuto intensamente richiede maggiori cure, anche per chi non abbia altri carichi di cura) e fa fatica a integrarsi con un luogo e un tempo del lavoro che si espande anche virtualmente e assorbe sempre più energie. Diventa evidente la necessità di comprendere, progettare, regolamentare, in qualche modo, questo spazio ibrido, senza lasciare l’onere della ricerca dell’equilibrio alla sola capacità individuale di negoziazione.
Come primo passaggio occorre avviare una riflessione su quali siano gli elementi da cui partire in questa progettazione dei luoghi del lavoro del futuro, partendo dal presupposto che la nostra relazione con lo spazio – sia fisico che virtuale – è cambiata e che le modalità di svolgimento delle nostre vite nello spazio stanno assumendo un’importanza cruciale.
Tra gli elementi prioritari da cui far partire la riflessione vanno inclusi: la riprogettazione dei luoghi fisici del lavoro, per riorganizzarli non soltanto in nome di produttività ed efficienza (come è stato fino ad ora) ma anche in virtù delle nuove esigenze di distanziamento e di sicurezza; la definizione di nuovi diritti quali il diritto universale di accesso alla rete internet, ma anche il rafforzamento della tutela dei dati personali e il diritto alla disconnessione [5]; la previsione di investimenti in infrastrutture per rendere effettiva e universale la possibilità di accedere a spazi virtuali organizzati e a mezzi tecnologici adeguati per lavorare in modo efficiente e per fruire di formazione e istruzione; il diritto di accesso per tutti/e a una casa sicura in cui poter vivere e lavorare; la definizione di nuove modalità per sostenere la ripresa delle relazioni sociali negli spazi fisici che ci circondano; la previsione di misure che difendano il diritto a uno spazio per sé, anche nei limiti di una reclusione casalinga forzata.
È evidente che si tratta di elementi molto diversi, che tuttavia non possono essere considerati come se assumessero la stessa declinazione per uomini e donne, perché uomini e donne tradizionalmente hanno una relazione diversa con lo spazio e una diversa libertà di movimento, sia nello spazio fisico che in quello virtuale.
La libertà di movimento nello spazio fisico è da sempre collegata a dinamiche di potere. Lo spazio pubblico del mondo per come lo conoscevamo era un susseguirsi di spazi (sempre meno) aperti e spazi chiusi, di confini, muri, recinti strade e quartieri spesso accessibili o meno a seconda del nostro status e del nostro genere, del nostro ruolo, del possesso di alcune “chiavi”. Anche l’emergenza Covid ce lo sta confermando: chiudere gli spazi pubblici, regolamentarne (o impedirne) l’accesso, è ritenuto lecito e ci sembra inevitabile e corretto che il principio della salute pubblica prevalga sul diritto individuale al movimento.
Lo spazio privato casalingo, invece, è sempre stato lo spazio delle donne, quello in cui le donne potevano muoversi liberamente, perché non era considerato uno spazio di potere, era un dentro di ripiego mentre le attività interessanti si svolgevano fuori. Tuttavia, anche nelle case, gli spazi nobili – il salotto, lo studio – erano spazi degli uomini mentre le donne rimanevano in cucina. Abbattere il muro tra la cucina e il salotto, creare un ambiente unico di condivisione è stato un passo significativo verso una gestione più egualitaria degli oneri di cura.
Tuttavia, ora che scopriamo che anche i luoghi di lavoro digitale hanno bisogno di uno spazio fisico seppur minimo per attivarsi, si pone il problema di come si negozia l’accesso al luogo più quieto e tranquillo della casa, per esempio in una casa piccola, con poche porte, come spesso sono le nostre case open space. Se l’accesso allo spazio è una questione di potere e il potere si parametra anche sulla capacità di produrre reddito, sappiamo che le donne partono da una posizione di svantaggio nella maggior parte dei casi, sia perché quando lavorano spesso guadagnano meno dei loro compagni, sia perché a loro è più spesso delegata la cura delle persone dipendenti, soprattutto quando si parla di persone dipendenti recluse in casa a tempo pieno.
Così, negoziare uno spazio per sé, anche quando si parla di poter accedere in solitudine alla propria cucina per poter lavorare, può diventare complicato. E allora, come, su quali basi si costruisce un limite anche fisico, tra il luogo di lavoro, il luogo della cura e lo spazio per sé? Si tratta di una negoziazione individuale o possiamo pensare a pratiche collettive per rivendicare un uso equilibrato degli spazi, anche domestici, soprattutto se questi sono il ponte per l’accesso a un lavoro che, per un tempo lungo, dovrà essere svolto anche da casa?
Prima di iniziare a farmi domande sullo spazio organizzativo e i luoghi di lavoro sono stata una fan accanita del lavoro fuori dall’ufficio, quello che a un certo punto abbiamo iniziato a chiamare smart ma che un tempo consisteva più semplicemente nel negoziare, laddove possibile, una modalità di lavoro che permettesse una presenza flessibile nei luoghi fisici dell’organizzazione e una gestione autonoma del lavoro, sulla base di obiettivi e scadenze concordate.
Questo movimento continuo – tra luoghi di lavoro fisici e virtuali e spazi di non lavoro – è stata la costante dei miei ultimi vent’anni. Ora che li guardo a ritroso noto però tre elementi costantemente presenti: comunque, anche se impercettibilmente, il luogo di lavoro era chiaramente separato nello spazio e nel tempo dal luogo di non lavoro, con una dotazione adeguata degli strumenti necessari; comunque avevo un discreto margine di scelta dello spazio e del tempo di lavoro (era questa la parte smart); comunque questa modalità smart, questo movimento mi permetteva di inserire spazi per la cura, spazi per me, interstizi di spazio non occupato da altro in cui inserire forme varie di socialità.
Oggi, la sensazione è che anche questi equilibri basati sulla libertà di scelta rischino di saltare non soltanto per il presente – in cui ovviamente è venuta meno sia la libertà di movimento che quella di scelta dei luoghi di lavoro – ma anche per il futuro. Un futuro incerto, a cui abbiamo paura di pensare e per il quale non troviamo le parole, ma nel quale sappiamo che per lungo tempo dovremmo gestire in modo condizionato il nostro movimento negli spazi. Per questo futuro sarà necessario (anche) reinventarsi una modalità collettiva, e non soltanto individuale, di lavorare in luoghi di lavoro sempre più ibridi, ragionando su come creare luoghi di lavoro negli spazi domestici e come garantire una separazione tra spazio di lavoro, spazio della cura, spazio per sé.
Sia per quelle/i di noi che stanno continuando a lavorare – e anzi lavorano di più, nell’ansia di non lasciar morire un progetto, perdere una call, mancare un webinar – che per quelle/i di noi che sono in sospensione spazio-temporale, ritornare al lavoro significherà comunque ripensare la propria relazione con i luoghi di lavoro, mantenere, o avviare, una modalità di lavoro anche a distanza ma anche ridefinire la propria relazione con lo spazio domestico e riappropriarsi di uno spazio sociale dal quale abbiamo dovuto mantenere forzatamente le distanze.
Saremo chiamati tutti e tutte a riflettere su cosa sia lo spazio di lavoro e su quali siano i luoghi del nostro lavoro, provando a negoziare un’autonomia di movimento e di scelta dei luoghi di svolgimento del nostro lavoro, un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva rispetto alla definizione di obiettivi e al loro raggiungimento, e il tentativo di nuovi equilibri tra lavoro produttivo, lavoro di cura e spazio per sé. E sarà necessario che questa riflessione avvenga non a livello individuale ma in forma collettiva, con misure specifiche, che tengano in considerazione il fatto che progettare il lavoro del futuro significa anche e soprattutto ragionare sui luoghi possibili per il suo svolgimento.
(ingenere.it, 22 aprile 2020)
Links
[1] http://www.ingenere.it/persone/de-micheli
[2] http://www.ingenere.it/category/argomento/conciliazione
[3] http://www.ingenere.it/category/argomento/lavoro
[4] http://www.ingenere.it/tags/pandemia
[5] http://www.ingenere.it/articoli/diritto-disconnettersi-serve-cambio-mentalita
[6] https://doi.org/10.1111/j.1468-005X.2005.00141.x
[7] http://www.ingenere.it/articoli/lavorare-casa-non-e-smart
[8] http://www.ingenere.it/articoli/svantaggio-genere-mercato-digitale