di Antonio Loffredo


Gli uomini parlano tanto, hanno sempre avuto voce in capitolo, riempiono vuoti, detestano i silenzi… quel silenzio e quel vuoto necessari invece per ascoltare e guardare dentro di sé e farci capire da dove nasce e dove si annida ancora oggi la violenza contro le donne, la misoginia e l’incapacità di riconoscere autorità femminile. È da tempo che spingevo mio marito a pensarci e parlarci. Mi sono emozionata quando uno di questi giorni di confinamento – di silenzio – mi ha fatto leggere le prime parole sulla sua esperienza al riguardo. Parole che vorremmo servissero per iniziare a capirci tra donne e uomini, premessa fondamentale per la negoziazione di un nuovo e vero patto sessuale (Lola Santos Fernández)


Quando Lola, mia moglie, mi ha chiesto se avevo voglia di trasformare in parole scritte i miei pensieri sulla violenza maschile contro le donne era appena scoppiata la crisi per il Coronavirus e, quindi, mi sono detto che non era il momento giusto. L’alibi, dovete concedermelo, è di quelli buoni perché in questo periodo, tranne qualche voce che ci ha allertato sul rischio di aumento delle violenze sulle donne mentre sussiste questa convivenza obbligata per l’intera giornata, tutti gli altri sono (siamo) concentrati su una sola cosa: il virus, come se tutto il resto fosse scomparso e, forse, per la paura che tutto il resto possa davvero scomparire.

Tuttavia, con il passare dei giorni, l’anomalia della quarantena sta diventando normalità (anormale) e la tentazione autoassolutoria è stata la prima a risvegliarsi: ovvero, la voglia di gridare a tutti (soprattutto alle donne) che io con questa violenza non c’entro, che non mi appartiene perché mai ho esercitato un atto di violenza su un altro essere umano e sento che mai potrei farlo su una donna. Io ho amato profondamente mia madre e amo allo stesso (diverso) modo mia moglie e le mie due meravigliose figlie e il pensiero che possano subire (o possano avere subito) violenze per il solo fatto di essere nate donne mi fa rabbrividire, mi riempie di rabbia. E di violenza.

Insomma, in quanto diverso dal mostro non voglio essere con lui confuso, perché credo di essere un uomo pacifico e cortese e che quella violenza maschile mi è estranea. Ma non è vero.

Io, nonostante le premesse, un po’ di quella violenza legata al mio essere nato maschio, e che tanta repulsione mi creava da bambino, me la porto dentro. È da un po’ che mi interrogo sulle cause e le ricerco nella mia famiglia di origine, meravigliosa nei miei ricordi che svaniscono sempre più in fretta, nella straordinaria città dalla quale provengo (Napoli), nelle esperienze della mia vita felice e, anche se a fatica, pian piano sono riuscito a trovare qualche traccia di violenza, che ho voluto nascondere soprattutto a me stesso.

Eppure, nonostante sia nato e cresciuto in una famiglia di origini popolari in cui i miei genitori erano stati gli unici (nelle loro famiglie di origine) ad essere andati oltre le scuole medie, la mia infanzia non ha assomigliato per niente a quella (un po’ stereotipata) dell’Amica geniale, libri e serie che peraltro amo moltissimo e che hanno coinvolto e commosso Lola e me fin dalla prima pagina. Io ho avuto la sorte di non avere esperienza diretta di questo tipo di violenze, anche se ne ho percepito gli echi nella mia esistenza, nella triste storia di una zia, la cui sofferenza non poteva essere soltanto denunciata all’autorità giudiziaria ma doveva anche essere vendicata dai maschi della famiglia, per assicurarsi che quelle violenze non si sarebbero ripetute, anche perché lo Stato italiano ha abbandonato metà dei suoi cittadini all’autogoverno. Ma tutte queste cose le ho sapute da mamma quando ero adolescente e le ho capite meglio da adulto. Poi ci ha pensato il mio istinto di autotutela e la mia capacità di rimozione del negativo per non sporcare la memoria di un’infanzia felice a fare il resto. E il lavoro per riportare a galla il rimosso sta comportando una grande fatica e non poco dolore.

Questo percorso però ha trovato un ostacolo (quasi) insormontabile in un’assenza, una mancanza insuperabile: la parola. Non sono mai riuscito a parlare di queste esperienze e di questo vissuto maschile con altri uomini, intrappolati come siamo in una “fase afasica”, come diceva una notte il telecronista di una partita di calcio che ho sognato (saranno gli effetti di un’altra mancanza: il mio amato Napoli). Questa sì è un’esperienza tutta maschile: difficilmente una donna potrà, da un lato, sognare una partita di calcio e, dall’altro, capire il muro di gomma contro il quale un uomo rimbalza ogniqualvolta prova ad affrontare questo tema, se non in circoli quasi segreti e “inaccessibili” all’uomo comune. Spinto dalle parole e dall’amore per mia moglie, ci ho provato con i miei amici più stretti, uomini comuni come me, pur immaginando le probabili reazioni, che si sono prontamente verificate: la maggior parte delle volte sono stato ignorato, qualche volta anche deriso. Con il tempo ho intuito le dolorose ragioni che hanno portato persone a cui voglio bene (e che credo me ne vogliano) a trattarmi in quel modo: il conflitto con le donne è indicibile, innominabile tra uomini di qualsiasi latitudine (a meno che non si tratti di lamentarsi delle vessazioni quotidiane subite dai maschi da parte delle donne in casa e fuori).

Eppure, la condanna della violenza sulle donne è entrata nello scenario pubblico in modo talmente prorompente (Me too…) da non ammettere posizioni opache; allo stesso tempo, però, raramente si prova ad affrontarne le origini più profonde perché pure gli uomini “buoni” continuano a trattare questo fenomeno come un problema delle donne e non come uno nostro. E, in effetti, soprattutto per questi maschi è davvero impossibile. accettare di avere qualcosa (fosse anche molto poco) in comune con quelli che possono arrivare a picchiare o a uccidere una donna. Ciononostante, mi sto convincendo che i mostri possiamo essere uno, nessuno e centomila; in qualche modo ne siamo complici proprio a causa di quel “silenzio degli innocenti”, che sembra voler dire che la questione non ci riguarda. «Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti», cantava De André.

Tuttavia, sento che le origini della violenza sono inconfessabili soprattutto perché ce ne vergogniamo, perché il denominatore comune è la nostra debolezza: noi uomini siamo apparsi a noi stessi in tutta la nostra nudità, davvero come il sesso debole quando la morte del patriarcato ci ha lasciato privi di un luogo nella società e ha fatto a pezzi la nostra identità maschile. Probabilmente, quella violenza cieca è una vendetta nei confronti di chi ha ucciso chi eravamo, un moderno delitto d’onore collettivo.

Gli uomini più coraggiosi stanno provando da soli (o in piccole e segrete congregazioni) a ricostruirsi al di fuori di quel comodo ma strettissimo (almeno per alcuni) abito che ci era stato cucito addosso dalla società patriarcale. Infatti, portare un corpo da uomo non ha sempre conseguenze positive, almeno per chi, come me, ci tiene a seguire i tempi naturali che mi ha dettato la vita quando ho voluto stare vicino a mio padre che si era ammalato, a mia moglie quando ha partorito o alle mie figlie durante la loro crescita. La società patriarcale ha messo da parte il legame degli uomini con la vita reale, quella dei corpi che nascono, crescono, si ammalano e muoiono, perché trae linfa da quel vincolo culturale, apparentemente inscindibile, esistente tra maschile e potere, la cui perdita è forse altra causa della nostra violenza.

Gli uomini più mansueti sono capaci di affrontare questa perdita senza violenza (e magari con un po’ di rassegnazione nei confronti di una trasformazione dell’altra metà del mondo, trasformazione inarrestabile) ma molti, moltissimi altri non trovano altra risposta. Il problema che ci accomuna tutti (tranne rarissime eccezioni) è però il silenzio, che alimenta e costituisce ormai una concausa di quella violenza. Parlare non è solamente utile, è necessario, non più rinviabile. Approfittiamo di questo silenzio eloquente per prendere la parola e per ripensare noi stessi, prima di provare a ripensare un mondo diverso


(www.libreriadelledonne.it, 28 maggio 2020)

di Valentina Pazé


Tra i settori economici che sono stati certamente penalizzati dal lockdown c’è anche il mercato del sesso. Lo ricorda, su il manifesto del 12 maggio, Shendi Veli, denunciando l’abbandono in cui sono stati lasciati i e le sex worker (di cui parlerò d’ora in poi al femminile, data la netta prevalenza delle donne nel settore) durante la pandemia. E riproponendo le classiche rivendicazioni dei movimenti per la “decriminalizzazione”: dal riconoscimento della prostituzione come attività lavorativa in piena regola alla legalizzazione delle attività collaterali, come il favoreggiamento, che nel nostro paese è un reato che viene talvolta contestato anche a chi affitta la casa a una prostituta o abita con lei (secondo un’interpretazione peraltro scorretta della legge Merlin, criticata da Silvia Niccolai in AA.VV., Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, Milano 2019, pp. 70-117).

Intervenendo su 27esima ora del 22 maggio, Luciana Tavernini mostra l’altra faccia della medaglia: «Chiamare la prostituzione lavoro è un modo per convincere che tutto, perfino l’accesso all’interno del nostro corpo, può e deve essere venduto e al massimo possiamo lottare per alzare il prezzo. È un vecchio trucco cancellare lo sfruttamento col nome di lavoro». E dunque, anziché chiedere di legalizzare le attività di coloro che guadagnano dalla prostituzione altrui, bisognerebbe attuare quella parte della legge Merlin che prevede formazione e inserimento lavorativo per le donne che desiderano cambiare vita. Uscendo da un “giro” in cui la stragrande maggioranza di loro è finita per bisogno, e talvolta per vera e propria costrizione (le straniere vittime della tratta), non certo per scelta.

Il contrasto tra queste due posizioni sembra irriducibile e riguarda la stessa scelta delle parole: prostituzione o sex work? “Stupro a pagamento” (come è intitolato il bel volume autobiografico di Rachel Moran) o «un lavoro come un altro», di cui si tratterebbe di garantire l’esercizio in condizioni di legalità e sicurezza? Il tema è di quelli che dividono, anche a sinistra, anche all’interno del femminismo e delle associazioni per la difesa dei diritti umani. E probabilmente non potrebbe essere altrimenti, data la molteplicità delle questioni in gioco: dalla visione del corpo, della sessualità, delle relazioni tra i sessi alle nostre idee sulla libertà, i diritti, il rapporto tra Stato e mercato.

Ecco allora che, a cinquant’anni dallo Statuto dei lavoratori, riflettere sulla prostituzione può essere un’occasione per interrogarsi su un tema più generale: come si tutelano la dignità e la libertà del lavoro, e dei lavoratori, che la nostra Costituzione afferma in modo particolarmente solenne e impegnativo? Ma, ancor prima, che cosa dobbiamo intendere per “lavoro”? Ogni e qualsiasi attività per la quale venga a crearsi una domanda sul mercato delle merci e dei servizi dovrebbe essere riconosciuta e garantita come un lavoro?

[…]

Se decidiamo di chiamare “lavoro” qualsiasi prestazione a pagamento derivante dal “libero” incontro tra una domanda e un’offerta, dovremmo senz’altro rispondere affermativamente. […]

[La prostituzione è] un tipo di attività […] che si presume non venga scelto se non da chi si trovi in condizioni di particolare vulnerabilità, sul piano economico ma spesso anche psicologico (come nel caso di chi ha subito abusi sessuali durante l’infanzia). E in relazione al quale è arduo pensare alla liberalizzazione come a una forma di “riduzione del danno”. Per un verso perché, come dimostrano i Paesi che hanno intrapreso questa strada, la maggior parte delle donne non intende farsi etichettare come prostituta e preferisce continuare a operare nel settore informale, concependo la propria attività come transitoria. In secondo luogo perché il “danno”, in questo caso, è insito nell’attività stessa: «Proprio per le sue intrinseche caratteristiche di dominanza, subordinazione e assenza di relazione personale, il sesso mercenario è molto legato alla violenza e statisticamente le prostitute sono le maggiori vittime di aggressioni sessuali, stupro compreso, e uccisioni» (S. Bonino, Amori molesti. Natura e cultura nella violenza di coppia, Roma-Bari 2015, p. 92).

Intendiamoci. In un contesto in cui il modello neo-liberale dell’individuo “imprenditore di se stesso” è egemone, può ben accadere che la libertà sessuale sia reinterpretata da alcune donne in chiave mercantile e intesa come diritto a disporre del proprio corpo come una merce. È possibile che vi siano donne «attive e partecipi della propria oggettualizzazione» (come osservava Ida Dominjanni […] ne Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Roma 2014). […] Si tratta tuttavia di chiedersi se simili scelte – di cui è sempre difficile valutare il grado di libertà, dato il contesto asimmetrico in cui si compiono – vadano politicamente valorizzate, favorite, incoraggiate, oppure no. […]

Di certo qualche limite lo fissa la nostra Costituzione quando, all’art. 41, stabilisce che «l’iniziativa economica è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». È proprio basandosi su questo articolo che la Corte costituzionale, nel marzo del 2019, ha dichiarato infondati i dubbi di incostituzionalità nei confronti della legge Merlin. Sostenendo, per un verso, che l’offerta di prestazioni sessuali a pagamento non ha niente a che vedere con la «libertà di autodeterminazione sessuale» garantita dall’art. 2. E, per altro verso, che la libertà economica è riconosciuta dall’art. 41 entro precisi limiti, tra cui il rispetto della «dignità della persona», che viene leso da «una attività che degrada e svilisce l’individuo, in quanto riduce la sfera più intima della corporeità a livello di merce a disposizione del cliente».


(volerelaluna.it, 26 maggio 2020)

di Luciana Tavernini*


Cara Redazione,

Invece di dare l’adeguato spazio alle esperienze, relazioni, riflessioni del movimento neo-abolizionista purtroppo in alcuni articoli (https://www.ilmanifesto.it/search/sex) da voi pubblicati se ne travisano le posizioni.

Soprattutto io e altre donne ma anche degli uomini che fanno parte del movimento neo-abolizionista siamo contro la prostituzione, non contro chi viene prostituita. Abbiamo relazioni e sosteniamo il movimento delle sopravvissute alla prostituzione, come ad esempio Rachel Moran e SPACE International.

Conosciamo direttamente donne di origine straniera che sono state portate in Italia con la tratta e sappiamo i problemi per liberarsene e la gioia quando vi riescono. Conosciamo le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza e anche di questo parlano.

Riteniamo la legge Merlin un grande passo di civiltà e la difendiamo contro le cattive interpretazioni, come argomenta la costituzionalista Silvia Niccolai in Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione (VandA, 2019). Lottiamo contro le sue revisioni che, fingendosi libertarie, rendono libero lo sfruttamento della prostituzione altrui, come risulta dall’attento esame dell’avvocata Grazia Villa nello stesso libro.

Siamo contro il sex work.

Per sesso io ho sempre inteso poter scegliere il partner con cui stare e come farlo per avere un piacere reciproco, altrimenti è stupro a pagamento, titolo del libro di Rachel Moran (Round Robin, 2017). Mi sembrava che fosse una posizione condivisa nella sinistra e con i movimenti omosessuali e trans.

Non si rende dignitoso lo sfruttamento chiamandolo lavoro. È un vecchio trucco. Anche gli schiavisti dicevano che sarebbe bastato chiamare gli schiavi assistenti di piantagione per far cessare le lotte abolizioniste. Ma allora il movimento operaio inglese e le femministe non ci sono cascati. Ho lottato e lotto per un’idea di lavoro dove si pongano dei limiti al mercato, ad esempio che l’interno del mio corpo non sia vendibile. E che nessuna sia costretta a farlo per potersi mantenere. Uso il femminile perché non mi piace nascondere che la stragrande maggioranza è donna.

I modi e il senso del mio essere donna è una ricerca libera e quotidiana, rafforzata da donne e uomini che scelgo e stimo. Non mi hanno mai aiutato i vari apprezzamenti di un maschio qualsiasi su pezzi del mio corpo e neppure i fischi, come fossi un cane, oggi sempre più in disuso.

Mi documento su quello che succede nei paesi dove la regolamentazione come in Germania e la decriminalizzazione come in Nuova Zelanda hanno permesso guadagni all’industria prostitutiva, rendendo più povere le prostituite. Vedi ad esempio, Julie Bindel, Il mito pretty woman (Vanda, 2019).


*della Libreria delle Donne di Milano


(ilmanifesto.it, 25 maggio 2020)


Jolanda Guardi, che insegna Letteratura araba all’Università di Torino, e la giovane regista teatrale Silvia Rigon introducono a una serie di conversazioni su Le 1001 notte,mostrandone l’autorialità femminile, ipotesi più volte sostenuta anche in campo accademico, non solo perché protagonista e narratrice è Sherazade in relazione con la sorella Dunyazad, ma anche per i modi di agire delle donne in questo capolavoro della letteratura mondiale. Ci parlano anche del progetto teatrale di Lidelab che ha già all’attivo tre spettacoli ispirati al libro e capaci di aprirci prospettive sul presente. Vedi il video di introduzione n. 0

La prima conversazione è dedicata all’eros. Attraverso un intenso dialogo, Jolanda Guardi e Silvia Rigon ci fanno scoprire la forza dell’eros femminile ne Le 1001 notte. E raccontano di uno spettacolo e di un libro ad esso connesso, dove Sherazade diventa maestra di libertà anche per noi oggi, mostrando le sue fonti sulla scienza dell’erotismo, come il passaggio di sapere tra donne anziane e giovani, di cui con incontri intergenerazionali lo scorso anno si è realizzata una possibilità. Un distillato del sottile profumo del piacere che coinvolge tutti i sensi. Vedi il video n. 1.


(www.libreriadelledonne.it, 23 maggio 2020)

di Luciana Tavernini e altre firmatarie


In questo periodo di pandemia la lobby dell’industria prostitutiva ha cambiato tattica per ripulire questa forma diffusa di sfruttamento. Se prima si insisteva a chiamarla sex work, sottolineandone la “libertà” e i guadagni che ne deriverebbero tramite le tasse per lo Stato, trasformandolo in pappone e quindi ripulendo anche questa figura, ora si insiste sulla condizione di indigenza e precarietà delle donne prostituite per mancanza di “clienti” e proponendo non vie di uscita da questa condizione, ma suggerendo che basterebbe riconoscerla come lavoro per superare qualsiasi problema. Quando un abuso diventa evidente a gran parte dell’opinione pubblica, chi ci guadagna (l’industria prostitutiva è la terza per guadagni illeciti, dopo quelle delle sostanze psicoattive illegali e delle armi) cerca di mascherarlo, cambiandone il nome. Come scrive Julie Bindel in Il mito Pretty Woman (VandA edizioni) – un’inchiesta durata ben due anni con oltre 250 interviste a tutti i tipi di persone coinvolte nell’industria prostitutiva in varie parti del mondo – più di un secolo fa un sostenitore della schiavitù, diceva «Invece di chiamarli schiavi, utilizziamo per i negri il termine assistenti di piantagione, e smetteremo di sentire proteste violente contro il commercio degli schiavi da parte di profeti moralisti, poetesse dal cuore tenero e politici dalla vista corta».

È un’antica tattica che fa presa anche oggi. Come è possibile che, usando parole come sex work, non ci si renda conto di appoggiare e diffondere modalità sessuali patriarcali e posizioni del neoliberismo più sfrenato? Non c’è sesso senza scelta libera del partner (quante battaglie negli ultimi decenni perché si potesse scegliere con chi stare), e neppure senza reciprocità del piacere. Altrimenti è sempre stupro a pagamento, come lo nomina Rachel Moran, una sopravvissuta alla prostituzione nel suo imprescindibile e omonimo libro (Round Robin editore).

Molte donne hanno imparato che non era meno doloroso il sesso senza reciprocità, anche se era legale e lo chiamavano dovere coniugale. Chiamare la prostituzione lavoro è un modo per convincerci che tutto, perfino l’accesso all’interno del nostro corpo, può e deve essere venduto e al massimo possiamo lottare per alzarne il prezzo. È un modo per farci smettere di lottare per la dignità del lavoro. È un vecchio trucco cancellare lo sfruttamento col nome di lavoro. Ci ricordiamo la scritta Arbeit macht frei intrecciata nei cancelli dei campi di concentramento? Serviva a nascondere, non a liberare chi era imprigionato/a e rendeva ancor più difficile uscirne. E per la prostituzione, a conferma di questo, in Germania, come documenta Daniela Danna in Né sesso, né lavoro (VandA edizioni) ci è voluto un parere del Consiglio di Stato nel 2009 per impedire alla tenutaria di un bordello di accedere alle liste di disoccupazione per cercare “lavoratrici”, pena la perdita del sussidio, e nel 2003 a Monaco si è dovuto stabilire che una ex-moglie nullatenente non fosse costretta a prostituirsi dal marito che non voleva pagarle gli alimenti.

E con sex work che altro si vuole nascondere? Che la grandissima maggioranza di chi è nella prostituzione è composta da donne e quasi nessuna lo fa per scelta. Non è certo libertà di scelta accettare di non usare il preservativo per bisogno di denaro e prendersi l’Aids; non poter fare i lavori per cui si è studiato e che si vorrebbero fare (la sarta e la parrucchiera), come si racconta nelle testimonianze riportate anche da un quotidiano nazionale di sinistra in un articolo che sostiene la decriminalizzazione, altra parola inventata per rendere più facile lo sfruttamento. Si nasconde che la maggior parte è composta da migranti, spesso arrivate in Italia con la tratta.

Chiediamo invece che vengano dati permessi di soggiorno e percorsi per l’inserimento lavorativo a tutte le donne che vogliono uscirne. Finanziamoli. Invece di spendere miliardi per aerei da guerra,attuiamo la legge Merlin, anche nella parte che prevede formazione e inserimento lavorativo. Il militarismo si nutre attraverso l’idea e la possibilità di imporre con la forza, anche del denaro, il proprio volere su chi ti è più vicino. E chi è più vicino di chi è nel letto con te? Decriminalizzare la prostituzione non significa decriminalizzare le prostituite: in Italia la legge Merlin lo fa già, e vieta, coerentemente con la Costituzione, lo sfruttamento della prostituzione altrui precisando le fattispecie di reato ad essa connesse, come ben argomenta la costituzionalista Silvia Niccolai nel già citato Né sesso né lavoro e come ha confermato la Corte Costituzionale con la sentenza del marzo scorso, proprio nel giorno dell’uscita del libro. Decriminalizzare significa invece rendere accettabile l’industria prostitutiva, ad esempio trasformando gli sfruttatori in “manager”, le violenze e le malattie sessuali in “rischio sanitario sul lavoro”, la capacità di rifiutare clienti e prestazioni indesiderate in “vantaggi lavorativi”. Tutto per facilitare l’apertura di bordelli, magari ribattezzati “cooperative di lavoratrici”.

In Nuova Zelanda, dove vige la decriminalizzazione, basta un modulo di due facciate per aprirne uno, meno di quello richiesto per prendere un cane dal canile. Un bell’aiuto per la criminalità organizzata. Invece di aiutare le donne che vogliono uscirne, si creano nuove barriere che impediscono di vederne i danni come subire violenza fisica (70%-95%,), gli stupri (60-75%), le molestie (95%) che in un’altra industria avrebbero conseguenze legali, come riferisce il sito Prostitution Research and Education. È spiegabile che molti uomini, quelli che non conoscono l’intensità e la varietà del piacere reciproco nella sessualità libera, preferiscano edulcorare la realtà prostitutiva. Ma perché anche delle donne?
Come è diventato evidente col Me Too l’esperienza delle molestie e dell’incesto, inteso come qualsiasi azione a scopo sessualefatta su una giovane da un uomo legato in qualche modo alla madre, è diffusissima e crea confusione rispetto al proprio sentire, non solo nelle relazioni sessuali. Dunque alcune preferiscono non vedere. Per altre donne l’esistenza stessa della prostituzione costituisce uno stupro simbolico: per il solo fatto che sei donna, si può violare il tuo corpo; basta avere la forza del denaro e stabilirne un prezzo. Un modo per farti sentire una cosa. Come scriveva Simone Weil, «la forza rende chiunque gli è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine. Poiché lo rende cadavere».

Ma dall’orrore della reificazione si esce guardando la realtà, dicendola innanzi tutto a se stesse e prendendo parola per dirla pubblicamente.


* Luciana Tavernini impegnata nelle attività della Libreria delle donne di Milano, insegna con Marina Santini al master in Studi della differenza sessuale presso l’Università di Barcellona il corso di Storia vivente su cui, con altre, ha pubblicato La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi (Moretti e Vitali, 2019). Ha scritto saggi su Rosvita di Gandersheim e Cristina di Belgiojso; con Santini una storia del femminismo italiano, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, 2015); con Danna, Niccolai e Villa, Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione (Vandapublishing, 2019). Ha organizzato e partecipato a incontri per l’abolizione della prostituzione. Si occupa di poesia anche con recensioni e incontri.


Aderiscono: Marina Santini, Marisa Guarneri, Grazia Villa, Daniela Danna, Nuccia Gatti, Cristina Gramolini, Doranna Lupi, Carla Galetto, Giovanna Palmeto, Laura Modini, Cettina Tiralosi, Gisella Modica, Vanna Chiarabini, Arcilesbica, Adriana Sbrogiò, Antonella Doria, Associazione Melusine Milano, Antonella Prota Giurleo, Francesca Traina, Mirella Maifreda, Paola Cavallari, Associazione La Città felice Catania, La Ragna Tela Catania, Anna Turri, Silvana Ferrari, Donatella Massara, Ada Celico, Antonella Nappi per il gruppo donne Difendiamo la salute, Paola Morini, Mariella Pasinati, Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale Udi Palermo, Anna Paola Moretti, Antonietta Lelario, Adamaria Rossano, Katia Ricci, Beppe Pavan – Uomini in Cammino e Maschile Plurale, Giannella Sanna, Flavia Piccinelli, Adelaide Baldo, Angela Di Luciano, VandA edizioni, Donatella Franchi, Francesca Pasini, Gabriella Pravatà, Maria Carla Baroni


Altre adesioni: Stefania Gianotti, Gianna Cossu, Mia Caielli, Daniela Campiotti, Valeria Fieramonte, Pia Marcolivio, Flavia Piccinelli, Maria Monesi, Adelaide Baldo, Nadia Boaretto, Clelia Mori, Laura Minguzzi, Gabriella Natta, Gruppo donne della Comunità Cristiana di base di San Paolo Roma, Renata Conti, Associazione Oltre lo specchio Rho, Gabriella Grasso, Katia Berlantini, Angelo Barbato – medico psichiatra, presidente del Forum per il Diritto alla Salute, Marisa D’Alfonso, Valentina Pazè, Rosanna Oliva della Rete per la Parità.


(La 27esima ora, 22 maggio 2020)

di Franca Fortunato


Sono di questi giorni di pandemia le foto di 46 neonati/e dentro le culle, allineate nella hall di un hotel a Kiev, apparse sul sito di una delle agenzie che in Ucraina gestiscono il mercato dell’utero in affitto. L’agenzia le ha pubblicate per “sollecitare i clienti – si legge – a rivolgersi ai ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi perché richiedano al governo ucraino un permesso speciale” in deroga alle regole del lockdown per recarsi a ritirarli. Niente è più eloquente di quelle immagini di che cosa sia la pratica dell’utero in affitto, maternità surrogata o gravidanza per altre, come la si voglia chiamare, per la cui abolizione si batte la rete internazionale di associazioni e movimenti femminili di 20 Paesi, compresa l’Italia dove tale pratica è reato. Creature ridotte a “merci”, tenute in deposito in attesa di essere ritirate dagli acquirenti, tra cui italiani, che con “regolare” contratto commerciale le hanno comprate sin dal concepimento, reso possibile dalle tecnologie riproduttive, programmando così l’interruzione di quella che è la relazione su cui, da millenni, si regge la civiltà umana, la relazione materna, origine del dono della vita di ogni madre verso la sua creatura.

La compravendita di esseri umani, per il diritto internazionale, non è un reato? Le cliniche come quella da cui provengono le/i neonate/i sono luoghi di mercificazione della maternità, del corpo delle donne, di compravendita di esseri umani, un business da montagne di profitti. È quanto ci racconta anche la scrittrice filippina Joanne Ramos nel suo romanzo d’esordio La Fabbrica, ed. Ponte Alle Grazie, dove ci porta dentro la Golden Oaks Farm, clinica americana per ricchi clienti di ogni parte del globo. Un romanzo che – come lei scrive – per molti versi è una storia vera, ispirata a donne che ha conosciuto e ai loro racconti. Racconti di donne per lo più immigrate, provenienti da paesi ispanici, caraibici e da altri paesi del Sud Est asiatico, come le “Ospiti” della clinica, a cui viene prospettato un “lavoro facile che le renderà ricche”, cambierà per sempre la vita loro e delle loro figlie/i, e le “renderà felici” per aver aiutato altre donne a realizzare il loro desiderio di maternità. Convinzione questa necessaria, più del denaro, per “motivare” la scelta di portare avanti una gravidanza per altre, come ben comprende la dirigente della clinica, Mae Yu, grande manipolatrice dei sentimenti e dei bisogni delle donne come le protagoniste, Jane, filippina disoccupata con una figlia piccola, e Reagan, laureata, desiderosa di rendersi indipendente dal padre e diventare una grande fotografa. L’autrice, senza giudicare, ci porta dentro i meandri del contratto commerciale il cui unico fine è assicurare la consegna di un/a bambino/a sano/a, concedendo alla cliente clausole di salvaguardia in caso d’imprevisti. Nulla è concesso alla madre gestante che, una volta firmato, non può più tornare indietro. La sua vita da quel momento in poi è solo nelle mani di chi dirige la clinica e delle clienti. Vive reclusa, controllata, spiata, sorvegliata, manipolata. Quello che prevale è il potere del denaro. Nessuna delle gestanti diventerà ricca.

Chiudete quelle cliniche, abbandonate la pratica dell’utero in affitto, e intanto – come hanno chiesto le donne della rete italiana contro l’utero in affitto – affidate quelle neonate e neonati alle madri che le/i hanno messe/i al mondo, e se queste non vogliono o non possono farsene carico, datele/i in adozione.


(Il Quotidiano del Sud, 21 maggio 2020)

di Caterina Diotto, Mariateresa Muraca, Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni


Introduzione al tema della nuova rubrica Femminismo ed ecologia di “Generazione di idee” del sito della comunità filosofica femminile Diotima


Questa rubrica nasce dal desiderio di approfondire le questioni riguardanti l’ecologia, essenziali nel tempo in cui viviamo, attraverso lo sguardo incarnato e relazionale della differenza sessuale. Siamo alla ricerca di un metodo, di una via (methodos in greco) che ci possa aiutare innanzitutto a non restare schiacciate tra i diversi dualismi che si sono imposti, o si stanno imponendo, nei linguaggi, nei discorsi, nelle analisi delle situazioni, tanto nel passato quanto nel nostro presente.

Dualismi che creano degli aut-aut sempre più distanti tra loro, che incastrano l’interpretazione, ne incanalano le domande in un già pensato che torna sempre a sé stesso. Un già pensato che in molti casi sentiamo come discordante rispetto alla realtà delle cose.

Il primo fra questi aut-aut interpretativi che riconosciamo nel mondo che ci circonda contrappone l’approccio locale e la visione di sistema. Le analisi economiche, sociali e politiche e le soluzioni che propongono sono in molti casi viziate in partenza, perché si rinchiudono o in una visione troppo localizzata e particolare, oppure in un approccio universalistico e astratto che non ha però nessun legame con le singole realtà contingenti.

Il secondo aut-aut riguarda il rapporto fra scienza e politica. La realtà di questi giorni ci offre infatti anche delle occasioni. Una fra queste è l’opportunità di riconoscere la pluralità della scienza, perché il parere degli scienziati, che si vorrebbe unitario e assoluto, disegna invece una complessità di fronte alla quale non esistono risposte univoche, specialmente in presenza di fenomeni pressoché sconosciuti come la pandemia da Covid-19. Abbiamo quindi l’opportunità di pensare alla scienza non come un insieme di conoscenze certe e consacrate ma come un cammino di ricerca sempre inconcluso. Ma siamo in grado di approfittare di questa occasione? Sembra piuttosto che, nel momento in cui è necessario prendere delle decisioni che presuppongono anche conoscenze scientifiche, prevalgano due opposti atteggiamenti: la delega agli esperti o, al contrario, un assoluto discredito dell’opinione scientifica. Nei confronti della scienza le persone manifestano o diffidenza e progressivo allontanamento oppure una cieca obbedienza, che all’occorrenza scatena una “caccia alle streghe” verso chiunque osi fare domande.

Il terzo è lo scontro tra le prospettive che mettono al centro la salute pubblica e le cosiddette “esigenze” dell’economia. Quale economia? La discussione sembra non affrontare mai il nodo di quale modello economico si trova in contrasto con la salute pubblica, come se l’economia fosse un campo indipendente, con regole proprie e necessarie.

Questo terzo aspetto ci porta direttamente alla questione che più fortemente oggi si impone alla nostra attenzione: se ormai è chiaro che l’emergenza legata alla diffusione mondiale del coronavirus ha innescato un cambiamento irreversibile, ci chiediamo se questo cambiamento sarà solo l’ennesima versione – magari ancora più feroce – di un ideale di progresso che sta portando al collasso il pianeta, oppure se è arrivato il momento di iniziare una trasformazione radicale.

Già da tempo avevamo deciso di soffermarci sugli scritti di Laura Conti, per ragioni che vengono illustrate in particolare nel testo di Chiara Zamboni (http://www.diotimafilosofe.it/generazioni-di-idee/laura-conti-una-scienziata-ecologista/). Ma in questi giorni in cui la pandemia mostra i suoi effetti nelle nostre vite, le sue parole, i temi al centro del suo impegno, le sue pratiche politiche ci sono sembrate particolarmente preziose. Laura Conti ci insegna infatti un metodo per attraversare i dualismi che riconosciamo nel mondo.

La vicenda del disastro ambientale che colpì Seveso e altre città della Brianza nel 1976, su cui si sofferma il testo di Mariateresa Muraca (http://www.diotimafilosofe.it/generazioni-di-idee/testimone-appassionata-una-lettura-politico-pedagogica-dellimpegno-di-laura-conti-con-la-gente-di-seveso/), rivela che Laura Conti aveva una grande capacità di coniugare la consapevolezza delle molteplici connessioni che attraversano la realtà con un profondo radicamento nel contesto. E questa capacità si rifletteva nella sua preoccupazione costante di attivare processi decisionali – a quel tempo era consigliera della regione Lombardia – che coinvolgessero quanto più possibile le persone direttamente interessate.

Laura Conti si sentiva inoltre implicata nell’articolato rapporto tra scienza e politica, e curava il dialogo tra queste due dimensioni, facendo attenzione a smascherare la presunta neutralità della scienza. Soprattutto era consapevole che l’orizzonte politico delle sue scelte la obbligava a stare nelle contraddizioni senza pretendere di risolverle, accogliendo se necessario delle soluzioni parzialmente soddisfacenti purché il più possibile condivise.

Crediamo che il senso di giustizia così cruciale nell’esperienza politica di Laura Conti ci possa aiutare a non smarrire la direzione nel percorso di riflessione.

Per completare questo primo insieme di interventi su Laura Conti, ai due primi testi di Chiara Zamboni e Mariateresa Muraca si affiancheranno nei prossimi mesi quelli di Caterina Diotto e Anna Maria Piussi.


(Diotimafilosofe.it, 20 maggio 2020)

di Lucetta Scaraffia


Care amiche e cari amici,
giriamo l’intervento intitolato “Meditazione del venerdì”, pubblicato sull’ultimo numero di Una città, in cui Lucetta Scaraffia affronta il problema della crisi che attanaglia la chiesa cattolica in seguito allo scandalo della pedofilia, coperto per decenni dalle gerarchie ecclesiastiche di ogni livello. Lucetta Scaraffia ha fondato e diretto, dal 2012 al 2019, il mensile “Donne Chiesa Mondo” allegato all’Osservatore romano, la prima testimonianza di voce femminile libera in quel mondo. Nel 2019, dopo avere denunciato gli abusi sessuali sulle religiose da parte dei sacerdoti, Lucetta è stata costretta alle dimissioni insieme a tutta la redazione.

La redazione di Una città


I lettori dei vangeli sono ormai consapevoli di un fatto innegabile, ma paradossalmente rimasto per secoli ignorato: durante la Passione sono state le donne, le discepole insieme con la madre Maria, a non abbandonare Gesù, a resistere davanti allo spettacolo straziante della sua sofferenza e alla paura di venire coinvolte nella condanna. A parte l’eccezione di Giovanni. Questo legame fra le donne e la Passione è rimasto vivo nei secoli: le stigmate, segnale concreto di condivisione dell’immensa sofferenza di Gesù, sono un fenomeno quasi esclusivamente femminile. Nei secoli pare avere coinvolto solo due uomini, Francesco d’Assisi – ma su questo gli storici non sono concordi – e padre Pio. Come se le donne, più forti e lucide nel comprendere e condividere la sofferenza degli altri, fossero in grado di condividere anche quella del Figlio di Dio. Ma non si è trattato solo di una esperienza vissuta, si è risvegliata in loro anche la capacità intellettuale di coglierne la portata ontologica. Mentre la Chiesa, attraverso il lavoro teologico e giuridico dei suoi più alti esponenti, si è dedicata ad analizzare il male morale – quello che attiene alla libera scelta e alla responsabilità di ciascuno – una numerosa pattuglia di mistiche ha osato affrontare il male ontologico, quello che esiste anche se non viene attivato dall’azione umana, quello che non si può attribuire ad uno o più esseri umani. È stato solo un uomo, il mistico san Juan de la Cruz, ad attraversare questa notte oscura del male, dell’assenza di Dio. Invece questo incontro con il male inteso come notte oscura, come vuoto senza Dio, l’hanno vissuto molte mistiche come Teresa di Lisieux o, secoli prima, Hadewijch di Anversa e Margherita Porete.

Si tratta di un tema emerso con forza particolare nel Ventesimo secolo, periodo storico in cui abbiamo creato e realizzato l’inferno, un inferno così terribile da sembrare quasi senza autore, senza nome, tanto che l’abbiamo battezzato con un termine neutro, shoà. Un inferno che è emerso come impensabile, come mysterium iniquitatis. Ed è proprio in questi anni terribili, dal 1941 al 1946, che alcune donne mistiche, non tutte battezzate, hanno avuto la forza di guardarlo e di attraversarlo, ognuna in modo diverso ma tutte con la forza di chi vuole cercare e trovare Dio anche in questo buco nero, in questa notte oscura. La forza di chi non vuole vedere in questo male la morte di Dio. Per alcune di loro – Simone Weil, Etty Hillesum, Marie Noël, Edith Stein, Adrienne von Speyr, Chiara Lubich – questa capacità insieme intellettuale e visionaria è nata dall’esperienza dei riti pasquali, dalla meditazione sulla Passione. Si tratta di una condivisione della Passione che si estende dal venerdì santo al sabato santo, alla discesa agli inferi. La mistica che racconta con la maggiore consapevolezza questa esperienza, cioè che la vive come un vero e proprio accompagnamento a Gesù nella discesa agli inferi, è Adrienne von Speyr, che così lo descrive “È il mistero senza fondo del sabato santo, perché il Figlio non può cercare il Padre nell’amore, lo cerca dove non c’è. L’inferno è impensabile, Mysterium iniquitatis.”

In questi giorni di paura e di isolamento di fronte ad un male senza nome – nonostante i molti tentativi di trovare un “colpevole” del contagio – possiamo comprendere con maggiore facilità questo concetto. Oggi, se vogliamo raffigurarci un sabato santo, un segnale dell’esistenza del mysterium iniquitatis, dobbiamo pensare allo scandalo degli abusi nella chiesa. Uno scandalo che la sta corrodendo all’interno, con l’effetto di renderla impermeabile alla voce dello Spirito. Come spiega lucidamente Hanna Arendt, la menzogna consiste nella deliberata volontà di trattare verità di fatto come se fossero opinioni, e come tali trascurabili o modificabili a proprio piacimento, al fine di accreditare una teoria che con quei dati cozza. La menzogna, scrive sempre Arendt, è il grande tentativo di far tornare i conti in una realtà in cui i conti non tornano mai. In questo caso ciò che viene violato non è tanto il precetto morale, quanto il tessuto ontologico della realtà, generando effetti perversi. I provvedimenti presi sugli abusi dalla Chiesa finora non sono assolutamente sufficienti a contrastarlo, anche perché spesso non diventano prassi concreta. Il vero scandalo non sono tanto gli abusi in se stessi – come sappiamo questo tipo di abusi abominevoli si verifica anche nelle famiglie, nelle scuole, nelle società sportive… ovunque un adulto (in prevalenza di sesso maschile) può approfittare di una posizione di potere nei confronti di un essere più debole di lui – ma le modalità in cui sono stati, e purtroppo sono tuttora, coperti, manipolati, insabbiati. Questo mettere in pratica in mille modi l’ingiustizia, l’alleanza contro il debole, con l’evidente appoggio dell’istituzione stessa, ha costituito per i fedeli una scoperta terribile e sconcertante, e ha contribuito a distruggere l’immagine della Chiesa anche davanti al mondo, anche davanti a chi, pur non confessandosi cristiano, la rispettava. Si tratta di un male dilagante, ma del quale non si capiscono bene i responsabili: sono i vescovi, i regolamenti, la congregazione della fede, o un clima generale di rilassamento morale? Si tratta di un male grave che si allarga a macchia d’olio, che produce altro male attraverso la fondata certezza di godere dell’impunità, un male che proprio per la sua vastità e la sua indeterminatezza è difficile da sradicare. Non basta cercare di far risalire il piatto della bilancia mettendo in evidenza tutto il bene che fa la Chiesa: fare del bene è la sua stessa ragione di esistere, la normalità, non può essere considerato un merito. Il cristianesimo è costruito sulla memoria e l’esempio della vittima per eccellenza, Gesù: non può mettere a tacere la voce delle vittime, pena la caduta in una totale perdita di credibilità. Quello che può essere compreso, e finanche alla fine perdonato, se si tratta dell’errore di un singolo, non lo può più essere per un’istituzione speciale come la Chiesa. La fragilità umana, la debolezza, la caduta che possono essere perdonate di fronte ad un vero pentimento, non hanno nulla a che vedere con il comportamento tollerato per lungo periodo – anzi, ad essere sinceri suggerito se non imposto – da una istituzione. Ormai è evidente che gli abusi sui minori sono stati in larga misura coperti dall’istituzione Chiesa anche quando denunciati, con operazioni di depistaggio, corruzione, e spesso anche vere e proprie minacce. E che ancora adesso, per esempio, se pure papa Francesco ha abolito il segreto pontificio sugli atti relativi a queste denunce, la Congregazione della dottrina della fede non concede l’accesso alla documentazione, neppure agli avvocati di parte. Anche un documento che avrebbe dovuto chiarire una volta per tutte, almeno per l’Italia, il cambiamento del comportamento che le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero tenere di fronte alle denunce di abuso elaborato dalla Cei, le “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, è ancora vago e poco convincente. Per prima cosa, come dice la stessa introduzione al documento, queste linee non hanno valore giuridico vincolante: per averlo avrebbero dovuto ottenere il voto favorevole di due terzi dell’assemblea dei vescovi, ed evidentemente se questa votazione non c’è stata è perché c’erano seri motivi per prevedere che non l’avrebbero ottenuto. Più che un testo fondato su proposte normative nei confronti delle denunce, è un testo che parla di prevenzione, ascolto e accoglienza, riconciliazione. Il ricorso alla giustizia civile – se pure non ostacolato – viene invocato apertamente solo in una circostanza specifica, quella delle false accuse di abuso contro un prete. La parola donne non è pronunciata; si parla solo di minori – e giocoforza, lì la denuncia scatta d’ufficio – e di persone vulnerabili, cioè “in stato di infermità”. Una parte non piccola del documento è dedicata all’accompagnamento degli abusatori, per i quali l’attenzione è più alta che nei confronti delle vittime. Puntate qua e là sono rivolte contro i mezzi di comunicazione “talvolta usati in maniera strumentale contro la chiesa”, senza ricordare che è proprio grazie ai mezzi di comunicazione che sono finalmente emersi scandali occultati dalle gerarchie ecclesiastiche, come ha ricordato lo stesso papa Francesco. È evidente che siamo ancora lontani dalla pratica di una vera giustizia nei confronti delle vittime, e che soprattutto tutte le iniziative avviate dalla Chiesa per fare chiarezza non prendono mai in considerazione i vescovi, come se abusi e affossamenti fossero solo responsabilità dei semplici sacerdoti. Vorrei ricordare che proprio su quest’ultimo punto una vittima, Marie Collins, ha dato le dimissioni dalla commissione sugli abusi voluta da Francesco e presieduta dal cardinale O’Malley… La situazione è ancora più confusa e inquietante quando si tratta di donne abusate, per lo più religiose. Il numero di questi abusi è molto alto, non si tratta di qualche “mela marcia”, ma di un sistema strutturale in alcune parti del mondo, e non solo nei continenti in cui la condizione della donna è disastrosa come l’Africa e l’Asia. I sacerdoti sanno di avere l’impunità praticamente assicurata: le denunce che arrivano nei vari organismi vaticani non vengono neppure aperte, ma classificate sotto la dizione di “relazioni romantiche” e lasciate lì a coprirsi di polvere. Raramente le suore hanno la forza e il coraggio e anche i soldi per trovarsi un avvocato e denunciare l’abusatore presso la giustizia civile: qui comunque inizia un altro calvario, perché non sono dei minori, quindi devono provare l’accusa in un ambiente che parte già dal pregiudizio nei loro confronti. Tutti sembrano considerarle infrazioni contro il voto di castità piuttosto che un abuso sessuale e di potere, pronti a guardare con indulgenza i violenti colpevoli solo, agli occhi di molti, di non avere resistito alla condizione di vita asessuata che avevano scelto.

La questione degli abusi sessuali sulle donne – soprattutto religiose – è molto diversa da quella sui minori, molto più difficile da definire, più scivolosa perché si presta con facilità ad essere classificata come relazione consenziente, come semplice trasgressione al voto di castità. Proprio per questo, e poi perché l’istituzione da lungo tempo è abituata a tacitare con facilità le donne che si ribellano, le reazioni alle denunce sono così clamorosamente spietate, vera prova di forza di un potere sicuro di non venire mai smascherato. Le vittime sono sempre scelte fra le donne più deboli, numerose anche fra le religiose, e i religiosi sono loro confessori, loro superiori gerarchici, perfino loro psicologi. Nelle parole delle religiose, quando raccontano la vicenda di cui sono state vittime, il termine ricorrente è paura: sentono la forza del potere di una istituzione che è pronta a schiacciarle, e di un uomo che di solito risulta stimatissimo e apprezzatissimo nel suo ambiente, che purtroppo è anche il loro. Un uomo che per di più si propone come brillante intellettuale in un deserto culturale quale è quello della chiesa di oggi. Un esempio clamoroso e molto recente è quello di Jean Vanier. Il resoconto di una religiosa vittima che ho conosciuto è straziante: sporge denuncia canonica, ma per decidere se dare seguito all’inchiesta è sottoposta a un interrogatorio stringente da parte di tre vescovi. Una povera suora che forse non aveva mai visto tre vescovi in una volta deve raccontare fatti privati e vergognosi davanti a loro: nella Chiesa la regola, ormai praticata nei tribunali di tutto il mondo civile, per cui una donna violentata deve essere interrogata da una donna, non esiste. La reazione dei tre vescovi al racconto della suora è, a dir poco, stupefacente: “Cosa vuole, lui era innamorato… per quello si è comportato così, bisogna perdonare la sua debolezza”. Vorrei sottolineare che qui la debolezza protetta è quella dell’abusatore. Pensando forse che la suora, paga del fatto di essere riconosciuta degna di innamoramento da parte del potente religioso, avrebbe desistito. La povera donna, invece, ha capito di essere stata giocata, ma è ripiombata in una condizione di disperazione, convinta che per lei non ci sia alcuna possibilità di ottenere giustizia. Di fatto le religiose vittime sono costrette a tornare nel silenzio, avvolte dalla paura e dal dolore. Il loro tentativo di liberare la parola, di denunciare pubblicamente l’abuso a cui sono state sottoposte, finisce quasi sempre nel nulla e questo non fa che confermarle nella loro sensazione di impotenza, nel senso primario per cui le loro parole possono essere sconfessate dai potenti, che non vogliono che vengano ascoltate. La loro è una storia di abuso di potere da parte di un uomo che, per professione, ha saputo capire che erano vittime predestinate: la loro sete di amore era tale da non guardare alla qualità di ciò che veniva offerto. Mi ha colpita soprattutto la frase di una delle vittime: “Mi ha mandato una mail con gli auguri di compleanno. Non avevo mai ricevuto auguri di compleanno”. Le vittime non hanno confidenza con concetti come “predatore sessuale” o “perverso narcisista”; il seduttore maneggia le parole con una maestrìa che a loro manca completamente. Non si possono difendere. Proprio per questo, nel loro caso come in moltissimi casi in cui sono coinvolti sacerdoti o religiosi, l’abuso sessuale si presenta in modo insidioso, senza che se ne abbia chiara coscienza. È chiaramente il caso di abuso di una persona vulnerabile, e proprio per questo sono esperienze per cui la nozione di consenso va rivista, riesaminata. Se la vittima viene fatta sentire una prescelta, come può capire che è stata abusata anche se ha dato il consenso? Poi i danni saranno spaventosi, vite intere e vocazioni saranno rovinate, ma certo nessun uomo consacrato pagherà il prezzo di questo massacro umano. Davanti a questa penosa situazione, la risposta del tribunale canonico e di quello civile purtroppo in molti casi è simile: negare la vulnerabilità della vittima per rendere attendibile il consenso. Una posizione indegna soprattutto della Chiesa, che non fa che difendere – a parole – gli emarginati, i più fragili, “gli scarti”. Ma nelle donne abusate questa vulnerabilità non trova riconoscimento: le donne ritornano le tentatrici, lo strumento di Satana, capaci di far perdere la testa anche a rispettabili religiosi, che per questo vanno perdonati. La parola delle donne, lo sappiamo, non viene mai ascoltata dalle gerarchie ecclesiastiche, né quando discutono del futuro della Chiesa né quando avviano un piccolo processo per esaminare i candidati all’episcopato, e questa assenza oggi risulta veramente grave e inspiegabile, anche perché non è assolutamente giustificabile con le norme del diritto canonico. Certo, ci sono le tradizioni e le inveterate abitudini di potere, ma viene anche un sospetto: se si desse finalmente valore e autorità alla parola delle donne, nel contesto dell’apostolato ad esempio, come si potrebbe negare ogni attendibilità e valore alle religiose che denunciano gli abusi? Narrare queste storie, meditare su queste tragiche realtà, ha un senso. Siamo di fronte a trasgressioni morali di singoli individui, che però sono diventate un sistema occultato e quindi nutrito dall’impunità e dal silenzio, siamo di fronte a un male che esiste di per sé, che avvelena la chiesa dall’interno. Dobbiamo rendercene conto, dobbiamo ripercorrerlo, perché questa è l’unica via per uscirne. Come scrive il filosofo Roberto Esposito, per rovesciare il male, da lui identificato nell’ideologia nazista, per rigettarlo nell’inferno da cui è uscito “bisogna riattraversare consapevolmente quelle tenebre, rispondere, naturalmente in maniera opposta, a quanto allora fu fatto, alle domande che da esse si levano”.

Simone Weil insegna ad affrontare il male osservandolo con attenzione, Arendt scrive che è il pensiero che ci dà un metodo per stare in rapporto con il male, senza assumerlo e senza identificarsi in esso. E riassume il male con una frase fortissima: è l’incapacità di pensare dal punto di vista di un altro. Nel caso esaminato, incapacità di pensare dal punto di vista delle vittime, peccato capitale per un cristiano. La parola delle donne non viene ascoltata neppure quando progetta e realizza il bene. Perché accanto a queste storie di oppressione ci sono anche tante storie di libertà creatrice che vedono protagoniste le religiose, quelle che si muovono in uno spazio separato da quello del clero e quindi sono libere di inventare e vivere nuovi progetti di evangelizzazione. Ve ne racconto uno, uno solo, che è un grande successo di cui pare quasi che la Chiesa istituzionale non si renda conto. Dieci anni fa è nata l’associazione Thalita Kum, una organizzazione internazionale creata per contrastare la tratta degli esseri umani, in particolare donne, e che ha dato prova di grande efficacia. Oggi la rete raggruppa oltre duemila donne consacrate ed è presente in 77 paesi dei cinque continenti. Nel giugno 2019 Talitha Kum – rappresentata da suor Gabriella Bottani, comboniana italiana coordinatrice mondiale della rete – ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti internazionali, il premio Trafficking in Persons Report Hero (“eroe contro la tratta delle persone”), consegnatole dal segretario di stato americano Mike Pompeo. La notizia di questo prestigioso riconoscimento è stata data durante la conferenza stampa della Uisg (Unione internazionale delle Superiori generali, ndr) dedicata a Talitha Kum: nessuno dei numerosi personaggi che si occupano di comunicazione in Vaticano ha mai pensato che fosse una notizia da diffondere nel mondo, che fosse utile a migliorare l’immagine della Chiesa. Per loro le donne non fanno parte della Chiesa, quello che conta è solo la gerarchia maschile. Le suore, in contatto fra loro nelle diverse parti del mondo, hanno cominciato a portare soccorso alle vittime e ad ascoltarle: grazie alle informazioni raccolte e messe in circolazione, sono riuscite a ricostruire i fili e le modalità di azione che sovraintendono a questo mercato di esseri umani con una chiarezza e una lucidità che manca a chi – alti prelati e nunzi – si limita a intrattenere contatti con le sfere del potere, in genere corrotte. Anche la tratta è un esempio di male totale, della quale non è possibile rintracciare tutti i veri responsabili, le vere cause, le complicità. È un esempio del mysterium iniquitatis di cui in qualche modo facciamo parte tutti: non solo il circa un milione di italiani che è cliente delle prostitute, ma anche di chi come noi le vede per le strade e passa oltre, di chi sopporta di mangiare pomodori raccolti da schiavi. Di chi, in sostanza, chiude gli occhi per non essere turbato nella sua vita quotidiana. Le religiose invece tengono occhi e orecchie aperti, raccolgono mille notizie e le trasformano in piani di salvezza. Soprattutto tengono il cuore aperto davanti alla sofferenza, se ne fanno carico. Lavorando sul territorio, hanno elaborato modalità di intervento efficaci che si basano sul coinvolgimento dei poteri locali, che possono controllare da vicino. Il loro progetto si è rivelato molto più realistico e più capace d’incidere sulla realtà di quelli avviati dagli organismi vaticani che si occupano istituzionalmente di questo dramma, anche se provvisti di finanziamenti e di una numerosa burocrazia. Ma neppure questo innegabile successo ha dato finora luogo a un ascolto di questa esperienza da parte delle gerarchie ecclesiastiche, per imparare uno stile di intervento che si è rivelato indubbiamente efficace. In occasione della prima assemblea generale di Talitha Kum, nel settembre del 2019, l’associazione ha deciso di premiare dieci religiose, provenienti da vari continenti, che hanno contribuito fin dall’origine al successo dell’iniziativa. Le premiate – Patricia Ebylulem, nigeriana; Agnes Kaulaye Trispa, tailandese; Jyoti Pinto, indiana; Eugenia Bonetti, italiana; María Isabel Chávez Figueroa, peruviana; Nicole Rivard, canadese; Ann Scholz, statunitense; Jamise Neary, dell’Oceania; Bernardette Sangma, indiana, alla memoria; Estrella Castaloner, filippina, alla memoria – vedono ancora una volta riconosciuti i loro meriti solo all’interno del mondo femminile. L’istituzione ecclesiastica guarda da un’altra parte, è assente davanti all’importanza e all’urgenza del loro riconoscimento. Le suore lavorano bene, ma come al solito in un mondo separato, come se non facessero parte veramente dell’istituzione. Questa mancanza di vera collaborazione costituisce una perdita grave per l’istituzione ecclesiastica, perché si trova così relegata nel suo mondo autoreferenziale di potere e di burocrazia, di carriere e di privilegi, in un meccanismo senza sbocchi e che di fatto finisce nell’indifferenza di fronte a una realtà così tragica. Come vedete, le donne oggi stanno al cuore della chiesa, come vittime e come salvatrici di una istituzione in crisi profonda: solo loro, ribellandosi all’ingiustizia, possono ripulire la Chiesa dal male interno che la travaglia, solo loro hanno la freschezza creativa di chi sa indicare nuovi cammini.


(Una città, numero 265, aprile 2020)

di Paola Tavella


Uso l’espressione “utero in affitto” invece di “surrogazione di maternità” perché rende esplicita la transazione commerciale. Mi oppongo alla retorica del “dono d’amore” e tutte le espressioni liriche, rispettose, sentimentali, inventate e diffuse dalle lobby delle industrie biotecnologiche, mentre si tratta di affittare, vendere, comprare, fare profitto. Una sorta di pinkwashing del linguaggio che mira a rendere accettabile e persino etico cancellare la madre e ridurre il suo corpo e il suo neonato a merci. Questa mistificazione nasconde una realtà brutale: essere affittate capita principalmente alle donne povere e/o di paesi poveri, e a loro arriva ben poco denaro perché il vero guadagno va alle agenzie.

La Conferenza dell’Aia ha stimato che il 50 per cento delle surroganti è analfabeta e accetta inconsapevolmente o su pressione degli uomini di famiglia che vogliono quei soldi. Ammassate con altre in grandi locali per risparmiare su dottori e strumenti diagnostici, nutrite e medicalizzate come mai in vita loro, quando infine il neonato viene portato via talvolta impazziscono, come raccontano le ong per i diritti umani, e spesso non vengono più riammesse nei villaggi. Non è possibile tenere una creatura dentro, metterla al mondo e poi vedersela portare via per sempre senza soffrire. Non si tratta di ragioni culturali – si è sostenuta persino questa – ma umane: la chimica ormonale che favorisce l’attaccamento tra madre e bambino, e poi la montata lattea, ovvero la sopravvivenza della specie. È proprio questo legame, fondante della vita stessa, a essere negato. Tutti i contratti di surrogacy dettagliano al millimetro quello che le mamme non possono fare, pena una multa: toccarsi la pancia, per esempio. Mangiare come d’abitudine. Avere rapporti sessuali. Tenere in braccio gli altri figli. Giocare con il gatto. Scegliere come partorire.

Ho letto un centinaio di contratti di surrogacy, sia ucraini che californiani, trovando – spesso nei primi e quasi sempre nei secondi – una clausola che impegna la madre a partorire nella modalità scelta dai clienti e farsi sedare subito dopo il secondamento, in modo che chi ha pagato possa farsi foto e filmini con il bambino, senza rischiare la sgradevole esperienza di sentire la madre urlare. Dovrebbe capirlo qualunque persona, e di certo le donne lo sanno, lo sanno tutte. Per questa ragione le agenzie comprano ovociti con qualche difficoltà – produrli e estrarli è una procedura medica pesante e rischiosa – e spermatozoi molto facilmente, ma quello che più manca alla loro catena di produzione è la disponibilità dei ventri, degli uteri. È la ragione per cui le agenzie tacciono delle donne morte durante le surrogacy, i loro avvocati riducono al silenzio quelle che, subito dopo il parto, vogliono tenersi il figlio e non possono, quindi vanno fuori di testa. Diffondono invece testimonianze angelicate di signore felicissime di avere venduto i figli. Ma non sono testimoni, sono reclutatrici: si tratta di pubblicità.

Il dono d’amore, il gesto di generosità, l’aiuto a formare una nuova famiglia non esistono in Ucraina, dove l’utero in affitto è una piaga sociale che distrugge matrimoni, famiglie, legami sociali. L’Ombudswoman ucraina per i diritti dell’infanzia, Lyudmila Denisova, lo denuncia da tempo, così come le parlamentari europee di quel Paese. Il presidente della Commissione per i diritti dell’infanzia ucraino, Mykola Kuleba, grida contro una violazione enorme, spietata. E il dono disinteressato, poetico, non esiste neppure a San Diego, sede dell’agenzia californiana Extraordinary Conception, dove in effetti si incorre nel “rischio mercantile”: ovociti e uteri non sono certo gratis.

Ma quello che mi colpisce sopra ogni altra cosa è che nella discussione siano rimosse neonate e neonati, quel che significa per loro essere strappati alla madre e trovarsi con la più profonda radice dell’esistenza recisa, incorrere nell’abbandono pianificato. Se la vita prenatale esiste – le madri, la scienza, la medicina, la psicoanalisi dicono di sì – i bambini ottenuti attraverso questa pratica rischiano severi traumi. È puro buonsenso, e comunque la Convenzione sui diritti del bambino stabilisce che ha diritto di conoscere i suoi genitori e di essere allevato da loro. Quando si legge che le surroganti, ragazze povere che magari hanno già venduto tre o quattro figli, restano a far parte della famiglia dei ricchi acquirenti, di solito si tratta di chiamare ogni tanto su Skype, vediamo se stasera risponde, e sono casi rarissimi. Di norma madre e figlio non si rivedranno mai più. E di solito, ai figli dell’utero in affitto si mente dopo avere aggirato la legge, esponendo queste nuove vite a rischi emotivi e sanitari. Ecco perché farlo è vietato nella maggior parte dei Paesi del mondo, permesso in circa 20 su 206, e diminuiscono sempre. La Svezia, dove era legale, dopo una protesta delle femministe e un’inchiesta parlamentare, ha vietato severamente.

C’è un altro argomento dirimente che si oppone alla legalizzazione di questa forma di schiavitù. La maternità surrogata richiede l’invalidazione del principio giuridico mater semper certa est in base al quale la madre è la donna che partorisce. Del resto: chi altri potrebbe esserlo alla nascita? Le madri “sociali”, eventualmente, vengono dopo. Il principio mater semper certa non è una sciocchezza che possiamo lasciarci alle spalle in nome del profitto e di un diritto ad aver figli che, di certo, non esiste. Questo è il principio posto a presidio dell’essere umano fin dalla notte dei tempi. A proposito di una controversia su un caso di utero in affitto, recentemente la Cassazione tedesca ha ribadito che la madre è chi partorisce, chiunque altra abbia venduto l’ovocita (che non è mai della mamma), qualunque contratto abbia sottoscritto. Sulla certezza della madre si regge il nostro mondo. La coppia madre-figlio/a è prima cellula di ogni comunità, è origine, matrice, ciò che fa sentire a tutti il pieno diritto di essere qui. Una volta l’illustre costituzionalista Silvia Niccolai mi ha spiegato perché il bando universale dell’utero in affitto difende l’umana civiltà. Eravamo a tavola, e ha detto: «Mater semper certa è il principio radicale che distingue un essere umano da, che so, questa pera».


(Huffpost, 17 maggio 2020)

di Silvia Baratella


Ho letto su il manifesto del 12 maggio 2020 un articolo che mi sarei aspettata di trovare su un quotidiano ultraliberista, di quelli disposti a tutto pur di fare Pil, di quelli che travestono precariato e caporalato da “libera iniziativa imprenditoriale” e considerano dannoso “statalismo” la previdenza sociale e il servizio sanitario universale.

L’articolo, a firma Shendi Veli, si intitola «L’emergenza umanitaria del lavoro sessuale». Con cinismo travestito da sollecitudine, propone come soluzione ai problemi di sussistenza che la pandemia causa alle donne prostituite la legalizzazione dell’accesso sessuale maschile ai corpi delle donne e del relativo “indotto” (leggi: “sfruttamento”, reato in Italia grazie alla legge Merlin), del cui “giro d’affari” (leggi: traffico) presenta le cifre miliardarie stimate dal Codacons, che forse considera come “consumatori” bisognosi di tutela anche i prostitutori, quelli cioè che il linguaggio comune fa passare per innocui “clienti” ma senza i quali la prostituzione non esisterebbe.

La legalizzazione, dice l’articolo, libererebbe le donne prostituite dallo stigma. Davvero? Nei paesi in cui la prostituzione è legalizzata, le donne che la esercitano usano spesso pseudonimi per non farsi identificare e i “clienti” intervistati nell’ambito di inchieste, perlopiù, affermano che non accetterebbero mai come loro compagna una donna che la esercitassei. Insomma, lo stigma sulle donne prostituite permane, ma prostitutori e sfruttatori sono riabilitati. Lo stigma infatti è parte dello stesso disprezzo che spinge gli uomini a imporre a una donna per mezzo dei soldi un rapporto sessuale da lei non cercato, in cui il suo piacere non ha spazio, e che risulta quasi sistematicamente violento e volutamente umiliante. È parte integrante e inscindibile del “pacchetto”, legalizzando la prostituzione lo stigma si legittima.

Ma, dice l’articolo, con la legalizzazione almeno offriremmo a chi esercita la prostituzione gli ammortizzatori sociali, che ci vorrebbero adesso nella pandemia. Come dire che agli schiavi sono stati negati i mezzi di sussistenza abolendo la schiavitù, e che va ripristinata, ma con “tutele legali”.

Nell’articolo troviamo le parole di Claudia, trans argentina cinquantenne (i grassetti sono miei): «Sono arrivata in Italia nel 2003 sognando una vita normale, ma non sono riuscita a evitare la strada sulla quale sono stata per più di trent’anni. Adesso mi sento vecchia, la malattia è arrivata [l’Hiv, Ndr] ma sto bene e sono in cura allo Spallanzani. Quando hai fame e arriva il cliente che ti offre il doppio per non usare il preservativo non riesci a pensare a te e alla tua salute, pensi solo alle cose che potresti fare con quei soldi. È difficile essere assunta per una donna trans e senza documenti. Mi piacerebbe fare i lavori per cui ho studiato. Sono sarta e parrucchiera. Ogni tanto chi mi conosce in zona mi chiede di fargli un orlo, o sistemare una cerniera. In questi giorni sto facendo anche mascherine, ma quelle le regalo».

Lei aspira a documenti in regola, a togliersi dalla strada, a lavorare come sarta. La risposta dell’articolo è proporre di legalizzare la sua situazione attuale, sancire che resti in balia di chi specula sul suo bisogno per pagarsi il “diritto” di infettarla a piacimento con l’Hiv. O crediamo davvero che dove la prostituzione è regolamentata questo non accada? Non c’è modo di controllare e imporre che il prostitutore usi il preservativo, a meno di non mettere un poliziotto in camera o schedare preventivamente l’aspirante “cliente”. Cosa che nessuno fa, nei paesi legalizzati, perché ovviamente il prostitutore non l’accetterebbe e il “mercato” crollerebbe.

L’articolo ha anche il torto di dare un’idea falsata della legge Merlin: «Formalmente non è illegale scambiare servizi sessuali per denaro, ma costituiscono reato tutte le attività collegate a questo. […] Questo quadro legislativo di fatto ci costringe a muoverci sempre nell’economia informale, con tutti i rischi annessi. Per questo il nostro obiettivo a livello mondiale è la decriminalizzazione», dice un’attivista del Collettivo Ombre Rosse (grassetto mio).

Così facendo, si contrappone la “decriminalizzazione” alla legge Merlin, dando l’impressione errata che questa criminalizzi le donne prostituite. È stata invece questa legge (n. 75 del 4/3/1958) a depenalizzare l’atto delle donne di prostituirsi. Era reato prima, se al di fuori della “regolamentazione” (cioè delle famigerate “case chiuse”), e le donne rinchiuse nelle case subivano gravissime restrizioni dei diritti civili e politici. La “decriminalizzazione” che si propone oggi, quindi, è in realtà quella dello sfruttamento della prostituzione, che la legge (il cui titolo è «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui») ha giustamente codificato come reato penale.

Ma – dice sempre l’attivista del Collettivo Ombre Rosse – la legge Merlin «lascia però indefinita la regolamentazione del lavoro sessuale». Certo che sì, perché la prostituzione non è né sesso né lavoro, è un abuso maschile contro le donne, che si basa implicitamente su un’idea di normalità dell’assoggettamento delle donne agli uomini, la riproduce e la tramanda. Un’idea da sconfiggere, anche abolendo la prostituzione come si è abolita la schiavitù.

Le difficili condizioni economiche delle donne prostituite in questi tempi di pandemia, in cui i contatti fisici sono impossibili, devono diventare l’occasione per costruire un’alternativa alla prostituzione per tutte coloro che lo desiderano: oltre al sostegno economico immediato, si tratta di far sì che tutte le Claudie che si trovano nel nostro paese possano sottrarsi a chi si sente in diritto di usarle, accedere ai documenti se straniere, e alla possibilità di lavorare da sarta o da qualsiasi cosa abbiano studiato, in libertà.


i Vd. a tal proposito le parti dedicate all’Olanda de «Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione» di Julie Bindel (VandA.epublishing, 2018), recensito anche da il manifesto l’anno scorso.


(www.libreriadelledonne.it, 16 maggio 2020)


Riceviamo e pubblichiamo una lettera che critica e problematizza il tema emerso da un articolo pubblicato sul nostro giornale: il riconoscimento del lavoro sessuale.


Cara redazione del Manifesto,

scriviamo in merito all’articolo “L’emergenza umanitaria del lavoro sessuale” del giorno 12/05/2020, in cui appaiono affermazioni che ci si aspetterebbe da chi rappresenta il peggior capitalismo neoliberista disumanizzante, ma che, lette su un giornale come questo, impongono una serie di domande urgenti e altrettante risposte. Rivendicare come lavoro la prostituzione, come soluzione a ingiustizia, disoccupazione, disperazione, discriminazione ed emarginazione causate da immigrazione, irregolarità, povertà e diversità, quando si tratta della vendita di accesso al proprio corpo a chi ha i mezzi per acquistarlo e trae piacere dal potere, dall’umiliazione e dal controllo su di esso, è una affermazione molto grave.

Cancellare la caratterizzazione di genere della prostituzione, e parlare di lavoratori e lavoratrici quando è noto che le strade e le case della prostituzione sono nella stragrande maggioranza piene di donne e ragazze, anche minorenni, significa scrivere su cose che non si conoscono.

Citare dati sul mercato parlando di un indotto di 3,9 miliardi a proposito dell’acquisto di accesso e uso sessuale di corpi, come se si trattasse di una merce qualunque, e parlare di libera scelta cancellando dal quadro manipolazione, rischio, traumi e la sostanziale mancanza di una reale libera scelta è inaccettabile, in quanto si trascura completamente la tratta, che costituisce una delle modalità di accesso alla prostituzione insieme a povertà e violenza.

Inoltre, si cancellano i racconti delle sopravvissute, comprese quelle fuoriuscite dai bordelli legali in paesi che hanno regolamentato o decriminalizzato lo sfruttamento della prostituzione e che raccontano ben altra realtà da quella che voi date addirittura per scontata. E’ un discorso da cui vengono cancellati completamente i veri responsabili di questo mercato, ovvero gli uomini che pagano, svilendo anche la legge Merlin, ridotta a una sorta di provvedimento incompleto su ciò che quella legge mai riconosce, giustamente, come lavoro.

L’idea di società e di lavoro che sembrerebbe sostenere il vostro giornale sarebbe quindi la normalizzazione e la regolamentazione di una delle forme estreme e più barbare di disuguaglianza, violenza e sfruttamento? Ci preme chiarire che la normalizzazione del sistema della prostituzione si situa all’incrocio tra gli interessi di dominio sulle donne del patriarcato contemporaneo e quelli del capitalismo globale, e porta guadagni enormi all’industria del sesso e a chi ne detiene le fila, per la maggioranza uomini. Allo stesso tempo offre agli uomini disponibilità di corpi da usare a proprio piacimento, in un ciclo che va a sostenere e alimentare la cultura del razzismo, del sessismo, della violenza maschile contro le donne e dell’ingiustizia sociale.

Chiamando lavoro la prostituzione, in altre parole, si diffonde una narrazione tossica che alimenta il sistema d’ingiustizie che si dichiara di voler combattere: un fallimento politico e umanitario. Approfittare della crisi legata al COVID 19 per definire ancora una volta come lavoro il subire violenza sessuale facendo passare le donne per consenzienti e senza avere un quadro realistico della situazione non è, secondo noi, la strada per affermare il diritto a mezzi dignitosi di vita.

Quello che occorre invece è ciò che non viene mai nominato: l’apertura di vere e reali alternative per tutte le persone coinvolte nella prostituzione volte però a uscire da questo mercato, a maggior ragione in un momento di ulteriore impoverimento e difficoltà come quello presente. Il movimento internazionale delle sopravvissute da anni denuncia la brutalità dell’industria del sesso e della prostituzione nonché la violenza della retorica neoliberista sulla “scelta” di prostituirsi, non a caso utilizzata anche da tenutari e papponi.

Quando si proviene da una storia di abusi sessuali, spesso dall’infanzia, o da estrema povertà, non si può parlare di libera scelta e ciò è detto da sopravvissute che rivendicano vie di uscita e la persecuzione per legge della violenza perpetrata dai cosiddetti clienti. Gravissimo che un giornale come il vostro cancelli queste voci dal mondo delle oppresse come se non esistessero, ma c’è ancora tempo per dare loro spazio, come ci auguriamo che accada presto.

A questo proposito suggeriamo “Stupro a pagamento” di Rachel Moran (Round Robin), “Il mito Pretty Woman” di Julie Bindel (VandA), AAVV “Né sesso né lavoro” (VandA).


Resistenza Femminista – UDI Napoli – Associazione Salute Donna – Iniziativa Femminista – DonneinQuota – ArciLesbica – VandA edizioni – Associazione ArciLesbica Modena – DonnexDiritti – Associazione Iroko Onlus – Ilaria Baldini – Stefania Cantatore – Chiara Carpita – Elvira Reale – Angela Di Luciano – Cristina Gramolini – Laura Cima – Donatella Martini – Monica Lanfranco – Eliana Rasera – Grazia Villa – Daniela Danna – Isabella Mele – Paola Cavallari – Valentina Benedetti – Luisa Betti Dakli – Maria Castiglioni – Wilma Plevano – Laura Minguzzi – Elena Urru – Daniela Dioguardi – Donatella Franchi- Roberta Trucco – Antonietta Lelario – Adele Longo – Caterina Ricci – Maria Dolores Cassano – Sandra Bonfiglioli – Rita Paltrinieri – Vittoria Tola – Vittoria Camboni – Caterina Gatti – Laura Tagliabue – Esohe Aghatise


(il manifesto, 16 maggio 2020)

segnalazione di Luciana Tavernini


L’importante convegno Mater Iuris, tenutosi alla Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali di Milano il 29 novembre 2018, ha visto confrontarsi studiose di diverse università (oltre a Milano, Cagliari, Roma, Pisa, Trieste, Trento, Parigi) e di varie discipline, dal diritto alla sociologia, dalla linguistica all’economia e alla filosofia, per ragionare su come “fingere la simmetria dei sessi per applicare la parità al diritto di famiglia è un’ingiustizia che consolida la prevaricazione del sesso e del genere maschili sul sesso e genere femminili”. La procreazione non è simmetrica e dunque anche le norme che la riguardano non possono essere simmetriche. “Sotto la rivisitazione paritaria e neutra, che ha interessato nel corso degli anni il diritto di famiglia, sembra essere all’opera ancora, o nuovamente, un diritto prevalente del padre.” Si tratta di osservare che “anche le relazioni familiari di cura nella maggior parte delle famiglie sono squilibrate a sfavore delle donne, che in famiglia svolgono la maggior parte del lavoro – domestico e di cura. Ma la simmetria è pretesa e applicata nel diritto vigente e in molte proposte di riforma”.

Il convegno ha offerto la possibilità di ripensare, alla luce del patrimonio del pensiero femminista nel diritto, questa pretesa e questo assetto.

Ora è possibile leggere online o scaricare, dal sito di Daniela Danna, il volume con gli interventi di diverse partecipanti, Federica Bastiani, Francesca Coppola, Daniela Danna, Sofie della Vanth, Mariachiara Feresin, Barbara Katz Rothman, Cristina Luzzi, Patrizia Romito, M. Dolores Santos Fernandez, che con lo sguardo della differenza sessuale si sono confrontate su temi attuali come: asimmetria giuridica tra i sessi; procreazione; affido condiviso; bigenitorialità; maternità surrogata; conciliazione lavoro e famiglia; violenza contro le donne; amore; matriarcato; aborto; separazioni; etica delle relazioni.


Mater Iuris. Uscire dalla simmetria giuridica dei sessi nella procreazione (Milano: Editrice XXD 2020). In libera distribuzione a questo link

http://www.danieladanna.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/05/Mater-Iuris.pdf


(www.libreriadelledonne.it, 14 maggio 2020)

di Giuliana Sgrena


Una donna che torna, dopo un rapimento, non è mai la stessa che è partita. E questo vale anche per Silvia Romano.

Le prime reazioni dopo la liberazione penso siano ancora condizionate dallo shock. Per questo credo debbano essere prese con cautela anche le dichiarazioni «emerse» dall’interrogatorio di domenica. Ci vuole tempo perché prendano forma i particolari di una vita vissuta in cattività. Particolari che forse inconsciamente abbiamo negato a noi stesse, così come altri sono stati probabilmente solo la concretizzazione di suggestioni.

Certo ogni rapimento è una storia a sé, ma credo che per una donna trovarsi isolata in un contesto culturale e religioso così diverso da quello in cui siamo cresciute rappresenti una difficoltà maggiore nella comprensione dei comportamenti e delle reazioni dei sequestratori che sono sempre maschi e trucidi.

Che non capiscono spesso le esigenze di una donna, soprattutto quelle del ciclo mestruale, durante il quale si allontanano perché sei «sporca». Il tabù del corpo della donna ha tuttavia un aspetto positivo: nessuna donna occidentale rapita – almeno negli ultimi anni e a quanto mi risulta – ha mai subito violenze fisiche se non quella estrema della morte. Questo non è poco, ma restano le violenze psicologiche. A volte persino più subdole e traumatizzanti.

Importante è anche il contesto in cui si consuma la prigionia: isolate, con altri prigionieri, la possibilità di comunicare con una donna… Certo per comunicare vi è anche il problema della lingua e non penso che gli shabab di oggi conoscano l’italiano come gli anziani che avevano subito la colonizzazione e la presenza italiana anche dopo l’indipendenza. Oltre al somalo si è diffuso l’arabo, soprattutto attraverso le scuole coraniche che, avevo appurato l’ultima volta che sono stata in Somalia, insegnavano la storia e la geografia dell’Arabia saudita! Scuole coraniche che hanno formato molti jihadisti. Già allora a Mogadiscio era in vigore la sharia fatta applicare da una Corte islamica che mozzava mani e piedi senza nemmeno l’anestesia usata, ipocritamente, dai sauditi.

Non mi meraviglierebbe quindi che Silvia si sia trovata in un contesto da «stato islamico».

Questo non vuol dire che non sia rimasta colpita dal suo abbigliamento quando è scesa dall’aereo che l’ha riportata in Italia. Le domande che subito mi sono posta però sono passate in secondo ordine rispetto alla gioia per la sua liberazione. La libertà vale anche per le scelte che lei ha fatto. Anche se dubito che in uno stato di prigionia – per di più durata così tanto – si possa mantenere lucidità e libertà nelle scelte.

Il mio rapimento – fortunatamente – è durato «solo» un mese durante il quale ho sempre mantenuto un atteggiamento conflittuale – e senza una lacrima – con i miei rapitori con i quali comunque comunicavo, come si può rimanere giorni senza parlare, anche correndo il rischio di non farsi capire? E non è mancata nemmeno la suggestione di farmi convertire all’islam facendomi recitare una preghiera – in questo caso con la sciarpa in testa – per dimostrarmi che in fondo era facile la conversione… Ma per fortuna i miei rapitori non erano fondamentalisti e mentre uno diceva che ero una «senza dio» l’altro – più politico – sosteneva che mi vedeva meglio come «combattente» che come donna sottomessa all’islam.

In effetti l’unico risultato ottenuto è stata la conferma di essere atea.

Ma 535 giorni sono lunghi, interminabili, e come sopportarli senza cercare di adattarsi per sopravvivere? E poi i contesti sono diversi – l’Iraq non è la Somalia – e anche i rapitori sono diversi.

Ma la canea che si è scatenata contro Silvia perché si è convertita all’islam non ha limiti e si scontra con il suo sorriso disarmato e disarmante, quasi ingenuo.

Paragonarla a una detenuta nei campi di concentramento che torna vestita da nazista è un orrore inconcepibile e dovrebbe offendere chi ha il senso della storia, ma purtroppo non è così, non c’è il minimo pudore nelle affermazioni di chi si sente in diritto di giudicare.

Come sempre succede quando una donna torna a casa dopo un rapimento la destra si scatena contro il pagamento del riscatto. Lecito o non lecito? Quanto vale una vita umana? I cittadini italiani devono essere tutti salvati o dipende dalle loro convinzioni? È lecito pagare un riscatto che finirà nelle mani di jihadisti e magari anche in quelle di chi ha fatto da tramite, in questo caso i servizi segreti turchi che hanno fatto il loro spot pubblicitario con il giubbotto antiproiettile indossato da Silvia al suo rilascio?

Interrogativi che fanno passare in secondo piano una vita umana solo quando è una donna che deve essere riportata casa, in questo caso si tratta di Silvia «l’ingrata», che per la sua conversione non potrà essere annoverata tra le «vispe Terese» o le «oche giulive», quelle «che se la sono andata a cercare» o, peggio, hanno messo a rischio la vita di chi le ha volute salvare.

Non potrò mai dimenticare che devo la vita a Nicola Calipari e non basta una vita per elaborare questo trauma.

Ho parlato di donne rapite, perché quando è tornato un fotografo convertito nessuno si è pentito di averlo liberato e in nessun caso i rapiti maschi se la sono «andata a cercare».


P.S. A proposito della diatriba Conte-Di Maio, su chi doveva andare a ricevere Silvia all’aeroporto, per quel che vale, quando sono tornata io a Ciampino è venuto Berlusconi e non Fini!


(il manifesto, 12 maggio 2020)


di Carola Frediani



Abbiamo scelto di pubblicare questo articolo di Carola Frediani, esperta di cyber-security, che può sembrare una scelta insolita per il nostro sito. Infatti, è molto specialistico e potrebbe risultare un po’ ostico, ma mette a disposizione una serie di informazioni ben scritte, ben documentate e spiegate in modo chiaro. Conoscenze che offrono maggiori strumenti di comprensione e di scelta, anche rispetto ai rischi di sottrazione dei dati personali da parte delle Big tech che mettono a disposizione le API per lo sviluppo della app. L’articolo chiarisce che uno dei punti cruciali è il modello che si sceglie: centralizzato o no.

Buona lettura.

La redazione



«Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legge che contiene, tra le altre cose, il quadro normativo in cui si andrà a inserire l’adozione di Immuni, la app scelta dal governo per fare il tracciamento dei contagiati da coronavirus. Al suo interno ci sono poche novità e molte smentite di alcune delle ipotesi fantasiose fatte circolare in questi giorni dai media, complice una comunicazione istituzionale poco trasparente», scrive Il Foglio. «La app non sarà obbligatoria, non ci saranno braccialetti elettronici stile arresti domiciliari, chi non la utilizza non subirà alcun tipo di limitazioni»

E ancora: «I dati di prossimità dei dispositivi saranno resi anonimi o, se non è possibile, pseudonimizzati; in ogni caso è esclusa la geolocalizzazione dei singoli utenti», scrive Altalex. «La conservazione dei dati relativi ai contatti, anche nei cellulari, sarà limitata al tempo strettamente necessario; l’utilizzo dell’applicazione e della piattaforma e i trattamenti dei dati personali saranno interrotti nel momento in cui sarà decretata la cessazione dello stato di emergenza disposto con delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020; entro la medesima data saranno cancellati o resi definitivamente anonimi tutti i dati personali trattati».

Qua il comunicato del governo.

Qua il decreto.

Qua il parere del garante della privacy, che si esprime in modo favorevole. È interessante però una nota del garante. Quando dice che la norma «non specifica chiaramente se si intenda optare per la conservazione dei dati in forma centralizzata ovvero decentrata. In ogni caso, la centralizzazione richiederebbe in sede attuativa la previsione di misure di sicurezza rafforzate, adeguate alla fattispecie».


Questo dubbio – ovvero se, in base alla norma, la raccolta e conservazione dati sarà centralizzata o decentralizzata – sembra aleggiare anche in altri commentatori e articoli, da Agenda Digitale a Wired a Key4biz che oltre a ciò specifica: «I dati raccolti da Immuni saranno conservati in parte sul telefonino degli utenti e in parte all’interno di un server italiano della pubblica amministrazione gestito da Sogei, mentre PagoPa avrà il ruolo di sviluppo dell’app e del coordinamento tecnologico insieme al nostro dipartimento per la trasformazione digitale» (mentre Wired qua analizza le relazioni della task force).

Stando alle recenti dichiarazioni politiche (a partire da quelle della ministra Pisano) e alle indiscrezioni giornalistiche uscite nei giorni scorsi, l’Italia avrebbe però ormai svoltato verso un modello decentralizzato.

Lo ribadisce Alessandro Longo sul Sole: «L’app sfrutterà il framework reso disponibile da Google e Apple, che è ispirato al protocollo DP-3T di tipo “decentralizzato” (che fa capo all’Ecole polytechnique fédérale de Lausanne, Svizzera). Ogni dispositivo dotato dell’app genera un proprio Id, un codice identificativo temporaneo, che varia spesso, anonimo e che viene scambiato tramite bluetooth (low energy) con i dispositivi vicini (in base a parametri da fissare, ma Arcuri dice: quelli a meno di due metri per almeno 15 minuti). I cellulari conservano in memoria gli Id degli altri cellulari contattati e i metadati (durata dell’incontro tra i dispositivi, forza del segnale percepito). Tutti questi dati sono crittografati in modo robusto. Per ciascuno di questi contatti, l’app stabilisce un rischio contagio grazie a questi dati, con un algoritmo in via di affinamento. A intervalli di tempo i cellulari scaricano da un server, che da noi sarà a gestione pubblica, gli Id dei cellulari di chi è risultato positivo a un tampone. Se l’app ritrova questo Id all’interno della propria memoria con un livello di rischio giudicato sufficiente, fa apparire una notifica con un messaggio pre-impostato, a cura dell’autorità sanitaria».

Lo scrive Martina Pennisi sul Corriere: «Quindi: l’app italiana si baserà sulla tecnologia proposta dai due colossi della Silicon Valley. Proposta e imposta, perché solo le applicazioni che useranno le Api distribuite dalla Mela e da BigG potranno sfruttare interamente sugli smartphone iOs e Android il bluetooth per permettere alle persone di scaricare l’app, andare in giro ed essere avvisate nel caso si siano trovate vicino a qualcuno poi rivelatosi positivo. I governi che preferiranno fare da soli per gestire i dati sui loro server – per ora il Regno Unito e Francia, seppur in modi diversi – dovranno trovare degli escamotage tecnici per superare i limiti già emersi a Singapore e in Australia: le app devono essere aperte o essere state aperte prima del blocco dello schermo, la batteria si scarica molto velocemente e i dispositivi iOs non si riconoscono fra loro».

Anche se aggiunge una possibilità che potrebbe spiegare alcuni dei tentennamenti. Ovvero che l’ipotesi centralizzata non sia del tutto sparita dal campo, e tutto dipenda «dal margine di contrattazione [che] c’è con Google e Apple e come evolverà la strategia».

Magari, aggiungo io, si guarda cosa riesce a spuntare la Francia (e su quello tra poco ci arriviamo).


Quando arriverà l’app? Non prima di metà maggio, forse giugno.

Scrive in un altro articolo Il Sole: «Almeno la roadmap tecnologica è chiara. Apple e Google hanno annunciato di avere distribuito la prima versione Beta delle API agli sviluppatori selezionati dalle autorità sanitarie in diversi paesi, tra cui naturalmente Bending Spoons che è al lavoro per l’app Immuni. In una nota sul loro blog i due colossi hanno precisato che forniranno oggi i primi seed delle API (Application Programming Interface). L’obiettivo è quello di aiutare gli sviluppatori a iniziare i test in previsione del rilascio delle API a metà maggio. Difficile quindi immaginare che l’applicazione Immuni potrà uscire prima di giugno».

I tentennamenti potrebbero anche riguardare la difficoltà di rispondere per tempo a tutta una serie di questioni aperte, che vanno oltre i temi tecnici, alcune delle quali sono affrontate qua su La Stampa.


Intanto nel mondo, e sempre sulle app di contact tracing… […] cresce il fronte decentralizzato

Ricordiamo che Francia e UK sono i due Paesi europei (o ex-europei) che hanno scelto in modo più convinto finora la soluzione centralizzata. La Germania, che era di questo gruppo, si è recentemente sfilata a favore del decentralizzato. Mentre a essersi espressi ufficialmente per la soluzione decentralizzata sono Svizzera, Austria, Estonia, Finlandia, e ultima di questi giorni, Irlanda, cui si aggiungerebbero, in modo più ufficioso, Spagna e Italia, nota su Twitter Michael Veale, esponente del fronte decentralizzato e in particolare del progetto DP-3T.

Intanto, negli Usa, ogni Stato o città sembra andare per conto suo anche sulle app. Ma, nota Buzzfeed, il tracciamento contatti manuale resta fondamentale.


Centralizzato o decentralizzato: le differenze 2 la vendetta

Ok, torniamo a centralizzato e decentralizzato (vedi la newsletter della scorsa settimana, e quella prima). Malgrado il parlare che se n’è fatto ho l’impressione che ci sia ancora troppa confusione al riguardo. Ho capito che è sbagliato l’approccio terminologico, perché queste restano definizioni incerte o ambigue, soggette a interpretazioni. Soprattutto da parte di chi non appartiene a un ambito tecnico ma anche, con mia sorpresa, all’interno delle comunità di specialisti. Allora il mio consiglio è: quando qualcuno vi propone un modello, lasciate perdere la definizione di centralizzato o decentralizzato e chiedete semplicemente come funziona in dettaglio. Il modello può chiamarsi anche Vattelapesca, l’importante è che sappia rispondere a una serie di domande precise.


Ho fatto uno specchietto riepilogativo per orientarsi e a cui ho dato dei nomi di fantasia, perché il concetto è non farsi condizionare dalle definizioni sopra citate (per farlo mi aiuto con la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati di app per il coronavirus elaborata dall’associazione tedesca FIfF (in inglese The Forum Computer Scientists for Peace and Societal Responsibility, gruppo di 700 professionisti del settore informatico con interesse per gli aspetti sociali delle tecnologie, grazie a Lorenzo Cristofaro per la segnalazione).

  1. Modello PIPPO (qualcuno lo chiama centralizzato, o il modello per cui si sarebbe schierato a un certo punto il consorzio europeo PEPP-PT, che inizialmente era invece aperto sia a soluzioni centralizzate che decentralizzate, o ancora il modello di Singapore):
  2. quali dati sono caricati sul server? sul server sono caricati tutti gli eventi di contatto degli ultimi giorni di una persona dopo che risulta infetta (dunque gli identificativi di chi ha incrociato e viene stimato come contatto a rischio)
  3. chi informa gli utenti stimati come contatti a rischio? il server (calcola il rischio e manda l’alert)
  4. dove avviene l’abbinamento, il match, tra l’ID di un positivo e gli ID di chi gli è stato vicino? Sul server
  5. chi genera gli ID temporanei assegnati agli utenti? il server
  6. Modello C-3PO (qualcuno lo chiama decentralizzato con possibile supporto di raccolta dati per studi epidemiologici, o il modello proposto dal gruppo DP-3T. A questo modello si ispira, più o meno, la soluzione Google-Apple):
  7. quali dati sono caricati sul server? sul server sono caricati tutti gli identificativi temporanei degli ultimi giorni della persona che è risultata infetta
  8. chi informa gli utenti stimati come contatti a rischio? lo smartphone (calcola il rischio e avvisa l’utente in locale)
  9. dove avviene l’abbinamento, il match, tra ID di un positivo e gli ID di chi gli è stato vicino? Sul telefono
  10. chi genera gli ID temporanei assegnati agli utenti? lo smartphone
  11. possono essere aggiunti altri dati se l’utente vuole? sì, il sistema prevede anche una possibile funzione di donazione dati, dove l’utente può fornire altre informazioni che supportino ricerche epidemiologiche
  12. Modello HARLOCK (qualcuno lo chiama decentralizzato puro): è uguale a sopra (a C-3PO), ma non supporta ricerche epidemiologiche, no donazione di ulteriori dati.

Ora, quali sono i rischi e le vulnerabilità per questi modelli? Li elenca la già citata Valutazione d’impatto sulla protezione dei dati di app per il coronavirus dell’associazione tedesca:

Tra quelli considerati DI RISCHIO ELEVATO:

  1. Falsi positivi

Se la app prescrive/impone autoisolamento, questo corrisponde a una decisione automatizzata con conseguenze legali. Quando è un problema? Ovviamente nel caso di falsi positivi (che potrebbero essere tanti, e comunque non è chiaro quanti). Perché gli utenti potrebbero doversi «isolare per errore, anche più volte in successione, con importanti conseguenze sociali ed economiche per loro», scrive il documento. E dunque questo rischio si può mitigare «con una efficace struttura per fare appello. Se non ci fosse questa possibilità, l’accettazione del sistema potrebbe diminuire perché le sue decisioni potrebbero essere percepite come arbitrarie».

«Gli operatori possono usare la cronologia contatti degli utenti infetti per eseguire una valutazione comportamentale: quanti contatti ha avuto con altri? Si è presa dei rischi o è stata negligente?». Questa valutazione comportamentale può essere fatta come studio epidemiologico generale, non individuale. Ma in una variante centralizzata potrebbe anche deanonimizzare le identità temporanee degli utenti infetti, scrive lo studio.

Il rischio di deanonimizzazione per alcuni utenti è presente in entrambi i modelli. Ma nel contesto di una architettura centralizzata PEPP-PT, in cui gli ID temporanei sono assegnati dal server centrale, gli operatori possono deanonimizzare tutti gli utenti attraverso i metadati delle connessioni; e possono deanonimizzare l’intera cronologia dei contatti degli utenti che sono stati testati come positivi.

«Per questo la decisione di varianti centralizzate o decentralizzate ha notevoli implicazioni sulla protezione dei dati».

Ci sono anche altri rischi elencati nel documento, ma quelli sopra descritti sono i più rilevanti.

Mentre però sulle app nazionali c’è un percorso avviato, un dibattito pubblico e un adeguato livello di attenzione, tutto attorno sembrano proliferare soluzioni locali, specifiche, fai-da-te, lanciate da aziende e altre organizzazioni (l’ultima il braccialetto da spiaggia), che rischiano di diventare un Far West rispetto alle indicazioni di privacy e security by design date dall’Europa. E questo rischio se non sbaglio è citato anche nel comunicato del Garante.

[…]


(Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber n. 69, a cura di Carola Frediani, 3 maggio 2020)  

***

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura. Sono parole tratte dall’esperienza comune femminile, che il lessico politico e teorico femminista ha fatto proprie e elaborato per decenni. Parole che solo venti anni fa era avanguardistico e minoritario pronunciare e che oggi, nell’emergenza Coronavirus, sono diventate maggioritarie e di senso comune. Un virus che ha ben poco di naturale, essendo il prodotto sociale della scellerata politica (maschile) di sfruttamento e devastazione della natura, ci fa sentire oggi tutte, e tutti, vulnerabili. La misura, necessaria ma crudele, del distanziamento sociale fa scoprire anche agli individualisti più incalliti quanto siano preziose e irrinunciabili le relazioni affettive, sociali, politiche. La scoperta di essere, nel contagio, ciascuna/o pericolo e salvezza per l’altro/a ci rende finalmente consapevoli della nostra reciproca interdipendenza e del fatto che, per dirla con papa Francesco, nessuno si salva da solo. Il Covid-19 infine, come pure tutte le malattie sociali che il virus ha esacerbato (povertà, emarginazione degli anziani, disuguaglianze, discriminazioni), mette la questione della cura al centro della crisi in corso: la cura medica, ma anche le molteplici pratiche della cura dell’altro (congiunti e non) di cui più donne che uomini sono capaci.

Oggi al centro della scena, queste quattro parole fanno parte di un’antica ma sempre presente esperienza femminile. Non c’è bisogno di spiegare perché essere da sempre esposte alla violenza maschile ci fa sentire da sempre vulnerabili, o perché la relazione materna ci dice da sempre che da un’altra nasciamo e senza quella relazione primaria non esisteremmo, o perché la cura degli altri è per noi donne inseparabile dalla cura di sé e del mondo. C’è bisogno però di sottolineare che di queste quattro parole ci sentiamo fieramente titolari: non sentiamo risuonare in esse il peso di un destino, ma la scintilla di un domani migliore dell’oggi, per noi donne e per l’umanità intera. Esse racchiudono la necessità del salto di civiltà che la congiuntura presente impone.

Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti.

È per questo che nella congiuntura presente ci sentiamo centrali, necessarie e protagoniste, e nient’affatto discriminate, sconfitte, penalizzate, risospinte indietro come recita un martellante e fastidioso refrain intonato ogni giorno dai media mainstream, e purtroppo quasi sempre da donne che parlano senza autorizzazione a nome di tutte le donne. Un refrain che oggi vede nella scarsa presenza femminile nelle task force il segno della discriminazione e della sconfitta delle donne, e nel lavoro di cura femminile il segno di una maledizione. E chiede a gran voce cooptazione nei “luoghi della decisione”, e emancipazione dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore ingaggio, e di più luminose carriere, delle donne nel mercato del lavoro produttivo.

Non neghiamo che questi due fatti – la sottoutilizzazione delle competenze femminili e il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne – esistano. Ma i fatti vanno interpretati. E noi non riusciamo a vedere nelle task force che oggi supportano l’azione di governo dei desiderabili “luoghi della decisione”: ci pare di assistere piuttosto al proliferare di luoghi della non-decisione, in cui il sovrapporsi di competenze specialistiche e competenze di governo non riesce a ridare vita a quella competenza politica autorevole e credibile che invece si eclissa sempre più nelle nostre democrazie in crisi. Quanto alla cura femminile della vita, sappiamo bene che essa è sempre a rischio di appropriazione e sfruttamento da parte di un sistema economico che dopo aver distrutto il welfare pretende di sostituirlo con l’erogazione gratuita di prestazioni femminili. Ma sappiamo altrettanto bene che alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva. Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita.

Non si risponde a questa doppia pretesa chiedendo per le donne solo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a chi il lavoro di cura, ma togliendo la sfera della riproduzione dal cono di invisibilità e sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

La politica delle donne non è mai stata una questione di numeri, né di competenze specialistiche. Il femminismo della differenza sessuale, che è il nostro femminismo, è stato spesso e ingiustamente accusato di essenzialismo: ma non c’è niente di più essenzialista di un femminismo paritario che invoca “più donne” in tutti campi della vita associata come se questa fosse la magica formula in grado di cambiare le cose e renderci felici. Le donne oggi sono già dappertutto, e che siano “di più” nei posti apicali significa poco o nulla, se questo di più non è accompagnato da pratiche politiche che rendano la loro presenza un punto di riferimento per altre donne e che facciano la differenza rispetto all’ordine dato.

Comprendiamo il desiderio di riconoscimento sociale che muove quell’invocazione, tanto più in un paese come l’Italia che di riconoscimento, e di riconoscenza, verso noi donne è particolarmente avaro. Tuttavia non possiamo non ricordare che la libertà femminile comincia, è cominciata storicamente, precisamente quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzioni del patriarcato, e a cercarlo piuttosto nelle nostre simili. Così come non possiamo non ricordare alle amiche francesi promotrici dell’appello “dateci voce” che la voce, come la libertà, non ci è stata mai data: ce la siamo sempre presa, al prezzo di lotte e di conflitti.

La querula richiesta di cooptazione ci mortifica, perché abbiamo appreso da Virginia Woolf a non accodarci al “corteo degli uomini colti”, o competenti che siano. Il riconoscimento delle competenze individuali non può sostituirsi al senso e alla potenza di una soggettività politica che abbiamo acquisito e che rinnoviamo collettivamente. La pretesa di prescindere dal nostro sesso per approdare nel nuovo limbo dell’indifferenza di genere postmoderna, che somiglia tanto al vecchio limbo dell’individuo neutro moderno, ci fa sobbalzare: non è nonostante ma in quanto siamo donne che ci sentiamo attrici del cambiamento. Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo.


***Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Giuliana Giulietti, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Manuela Fraire, Pat Carra, Bianca Pomeranzi, Fiorella Cagnoni, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Giannina Longobardi, Anna Maria Piussi, Traudel Sattler, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Paola Mattioli, Grazia Zuffa.


Per adesioni, interlocuzioni, dissensihttps://www.centroriformastato.it/salto-della-specie-1/


(www.libreriadelledonne.it, 12 maggio 2020)

di Luisa Muraro


“Perché la Chiesa riesce meno a fare politica” s’intitola un articolo che comincia nella prima pagina del Corriere della sera di domenica 10 maggio. Letto l’articolo, la risposta è semplice: perché non fa la politica che piace all’autore dell’articolo, Ernesto Galli della Loggia, e ai suoi amici, che forse non sono tantissimi ma sono potenti.

Papa Francesco, secondo l’autore, non fa politica ma ideologia, che si può dire cristiana ma non è la giusta politica come i papi hanno saputo fare finora. Così dice e la spiega, questa politica fatta dai predecessori di Francesco, la spiega miscelando insieme Pio XII, Giovanni XXIII e via via fino a Benedetto XVI, suppongo, perché l’autore non fa nomi. Nella sua miscela infatti non ci sono differenze, tutti avrebbero fatto la stessa politica che piace a lui, una politica di centro molto moderato, in equilibrio tra i potenti del momento. Una politica “cerchiobottista”, la chiamerebbe la mia amica di Diotima, Diana Sartori.

Qualcuno di questi papi si sarà rivoltato nella tomba e penso non tanto a papa Roncalli, che avrà fatto un sorriso di indulgenza compassionevole per le furbate evidenti degli amici dei potenti. Penso piuttosto a papa Wojtyla, il quale voleva andare a Baghdad per fare da scudo umano contro l’imminente bombardamento Usa nella guerra contro l’Iraq, quella le cui conseguenze il Medio Oriente continua a pagare.

Ecco il secondo errore di quell’articolo, che non mette in conto quello che è capitato nel mondo dopo la caduta del muro di Berlino.

Il papa polacco vide e non si riconobbe nel capitalismo trionfante e tanto meno nella globalizzazione all’insegna del “libero” mercato, cioè del vinca il più forte nella competizione.

La Chiesa, prima della fine dei tempi, è anche un’istituzione storica e questo papa sta insegnando il vangelo alla luce del presente. Il suo insegnamento non è perfetto? Non lo è e lui stesso non lo pretende, fa del suo meglio, e siamo molti, moltissimi, donne e uomini, a sentire e pensare che il suo insegnamento è buono. Dire che non è politica ma ideologia somiglia a quelle critiche pretestuose che sembrano doppiamente riprovevoli in certi momenti storici. Doveva il Corriere della sera pubblicare Galli della Loggia per il doveroso rispetto della libertà di espressione? Io noto che il titolo dato dalla redazione del giornale al testo attenua il giudizio denigratorio, ma penso che il giornale non doveva pubblicarlo, non in questo momento storico. Però è un fatto che quelle parole di Galli della Loggia fanno chiarezza: i suoi amici vogliono tornare alla “normalità” di prima.


(www.libreriadelledonne.it, 11 maggio 2020)

di Loretta Borrelli
Striscia di Pat Carra



Mi interessa parlare della app Immuni in relazione a un ambito della tecnologia in cui il pensiero femminista ha dato un grande contributo, quello della elaborazione delle interfacce (Human Computer Interaction) cioè il rapporto tra gli esseri umani e le macchine. Nel lavoro di Lilly Irani, di Luiza Prado de O. Martins, di Sarah Fox, di Daniela Rosner (solo per citarne alcune) c’è una critica importante all’approccio universale e fintamente neutro di determinate modalità di progettazione.

Questo discorso non è entrato nella discussione politica che riguarda la app Immuni, anche perché non abbiamo ancora a disposizione il prodotto finale per poterlo analizzare ma, nonostante questo, si possono già mettere in luce diversi aspetti critici.

Nello sviluppo di interfacce e di sistemi digitali è largamente utilizzata una metodologia chiamata Human Centered Design. Secondo questo approccio progettuale, qualsiasi prodotto per essere efficace deve porre al centro l’esperienza dell’utente (chiamata “user flow”). Per farlo è fondamentale indagare quali sono i suoi bisogni e desideri.

Molto spesso si parte dall’ideazione di un “soggetto tipo” che dovrebbe utilizzare l’applicazione. L’user avrà delle caratteristiche, una storia, un modello concettuale, cioè una conoscenza del mondo (la memoria procedurale, cioè l’insieme di conoscenze che permettono di interagire con l’interfaccia in modo automatico, e la memoria riflessiva, cioè le nozioni e le idee che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita).

In un approccio femminista all’HCI, la definizione dell’user si cala invece nell’esperienza di una comunità, nell’esperienza viva della sua quotidianità. È un metodo che va contro le tecnologie pensate e progettate dall’alto, e imposte come soluzioni passepartout; non si parte da un principio che si considera universale, ma dalla vita quotidiana e dalla realtà delle comunità a cui ci si vuole rivolgere. Si prende in considerazione la relazione con i soggetti per cui si sta progettando l’applicazione.

Partire da questo approccio femminista alla progettazione non ci serve per suggerire miglioramenti della app Immuni. Ci serve, piuttosto, per mettere in luce e disinnescare un autoritarismo tecnologico che si sta diffondendo, non tanto usando strumenti di controllo, ma creando una narrazione consolante.

Già nel nome dell’applicazione, Immuni, è evidente l’arroganza della politica istituzionale. Normalmente, per questo tipo di prodotti, il nome apre la strada al modello concettuale alla base dello strumento e aiuta gli utenti a capire a cosa serve e perché dovrebbero scaricarla. Questa applicazione ci promette immunità ma da cosa? Ci viene spontaneo pensare, dal virus.

In questi due mesi mi sono trovata d’accordo con le analisi che vedono la nostra scelta di stare chiusi in casa come un atto di responsabilità e consapevolezza dell’interdipendenza. Ma non dobbiamo dimenticare che a questo si lega anche un sentimento che non è positivo e altruistico: la paura di ammalarsi. Le applicazioni per cellulare che monitorano il benessere e lo stato fisico di un utente sono progettate per essere una esperienza in cui il singolo utente si rispecchia in se stesso, riguardano il suo corpo, la sua salute e la sua immunità. Da questo si può ragionevolmente ipotizzare che il “soggetto tipo”, intorno a cui si muove la progettazione, ha paura per se stesso e degli altri sconosciuti. La app dovrebbe rispondere al bisogno di calmare quella paura, attraverso il tracciamento dei contatti con persone estranee contagiose.

Eppure sappiamo, dalle informazioni sul suo funzionamento, che la app non potrà garantire nessuna protezione dal virus né dalle altre persone potenzialmente pericolose, perché di fatto comunicherà solo a posteriori se si è entrati in contatto con una persona positiva al coronavirus. Solo dopo 4-5 giorni, il tempo minimo del manifestarsi dei sintomi nell’altro pericoloso, dovrebbe arrivare sul proprio smartphone una notifica che informa dell’avvenuto contatto. Non c’è simultaneità, e non c’è soddisfazione del bisogno. Questo potrebbe provocare un grande senso di frustrazione negli utenti, abituati a una delle caratteristiche fondamentali delle tecnologie digitali, la simultaneità.

Nonostante l’evidente elemento fallimentare di partenza, che è chiaro a qualsiasi progettista, la politica insiste nel mantenere in piedi la sua narrazione. Non è per scarsa competenza, sicuramente non dell’azienda Bending Spoons, specializzata in questo tipo di prodotti. Rispondere al perché di questa scelta non è facile, ma possiamo fare un ulteriore passo avanti immaginando qualcosa di più del “soggetto tipo” che userà l’applicazione. A compensare quel primo stato di frustrazione potrebbe essere il desiderio di entrare a fare parte di un sistema di assistenza sanitaria, reso più agevole grazie alla compilazione di un diario dei propri sintomi.

Arrivando a questo punto dell’esercizio, per me è stato inevitabile pensare alla dichiarazione di Giuseppe Conte nella sua ultima conferenza stampa: una persona su quattro si infetta attraverso rapporti familiari.

In tutto il rumore che si sta creando, questa frase ci mostra quello di cui si parla troppo poco, in relazione alla app. Molte persone in questi due mesi hanno vissuto l’esperienza fisica ed emotiva di essere contagiate dai propri legami stretti, in famiglia nel chiuso delle case. E in tante sono state abbandonate a loro stesse, prive di controlli, tamponi e visite mediche, senza sapere se avevano il virus, capendo poi che saperlo non avrebbe risolto l’angoscia e lo shock.

Che impatto avrà il racconto delle famiglie su questa app, quando si farà strada nell’opinione pubblica? Darà il senso di inutilità dello strumento tecnologico, e in generale della retorica della tecnologia come risolutiva?

Il nostro “soggetto tipo” sarà qualcuno che non ha vissuto direttamente questa esperienza di vulnerabilità e abbandono, potrà credere per qualche tempo di far parte di un sistema di tutela e di aiuto sanitario garantito; ma la frustrazione si potrebbe trasformare in grande rabbia, quando anche questo bisogno non verrà soddisfatto. La compilazione del suo diario e la rappresentazione di quei dati potrà provocare un effetto deflagrante. La sensazione fisica non riuscirà a trovare una corrispondenza nella trasformazione del corpo in forma di grafici. L’esperienza del virus sarà completamente diversa. In questo c’è un pericolo per la politica istituzionale che racconta la tecnologia come soluzione valida a un problema sociale. Per molte persone si verrà a creare una crepa che renderà evidente l’illusione. Sarà impossibile fermare l’emergere di qualcosa che di solito resta in ombra. Le tecnologie di controllo funzionano meglio nella ripetizione tranquilla della quotidianità, ma quando c’è un evento traumatico, è inevitabile che l’esperienza fisica si mostri. L’angoscia di sapere o non sapere se si ha il virus è grande, e scatena il panico se i sintomi sono forti e incomprensibili. L’esperienza del corpo non può essere assopita.

Per quello che a oggi sappiamo, la app presenta una serie di effetti negativi in più, nel momento in cui si viene a conoscenza del possibile contagio: lascia l’utente solo e sola a vedere i grafici sulla sua salute e allo stesso tempo invita alla responsabilità civile di auto-isolamento. Potrà creare una folla di gente costretta a rimanere in loop di quarantene, generando situazioni comiche ed esasperanti.

Per rendere meglio il senso di frustrazione torniamo a calarci nell’esperienza reale degli utenti:

– immaginiamo il caso dell’utente fortunato che vive da solo, esce di casa dopo due mesi di lockdown, dopo cinque giorni riceve il messaggio che è entrato in contatto con un soggetto risultato positivo: deciderà di rimanere in casa quindici giorni. Da solo con il proprio device a controllare costantemente l’andamento dei propri parametri, vivendo nella paura di non sapere se ha il virus. Dopo la quarantena auto-imposta, uscirà di casa una seconda volta, dopo un giorno un’altra notifica gli consiglierà un’altra quarantena. È probabile che il contatto contagioso sia il vicino di casa che vive in un appartamento di un’altra scala del condominio e lavora ogni giorno in una stanza che ha un muro in comune con l’appartamento dell’utente (ma questo l’utente non lo saprà mai);

– immaginiamo il caso di una famiglia in cui tutti hanno la app. Dopo la scoperta del primo caso, non arriverà assistenza sanitaria e il cellulare confermerà che sono vicini a persone care contagiate, rimarranno tutti in casa e intanto si ammaleranno altri familiari, forse qualcuno riuscirà a fare un tampone, si andrà avanti così fino a che non guarirà l’ultima persona della famiglia.

Questi scenari possono sembrare estremi, ma nella progettazione di un’applicazione si immaginano tutte le possibilità di fruizione, anche le più disastrose. Il secondo scenario riguarderà almeno un utentesu quattro, a cui faranno il tampone, e i suoi familiari, a cui non faranno il tampone. Queste ipotesi sono utili per correggere eventuali frustrazioni dell’utente ed evitare che disinstalli la app. La compilazione di un diario dei propri sintomi potrà per qualche giorno distrarre l’utente, ma qualsiasi progettista sa che non è sufficiente. Qualsiasi altra interazione e funzionalità non può garantire all’utente un rinforzo positivo tale da annullare la sensazione negativa che deriva dal contesto in cui vive, in cui lo stato sociale è stato smantellato.

Da che cosa deriva allora la presunzione che gli utenti installeranno o non disinstalleranno la app?

Torniamo alla progettazione: un altro strumento utile alla promozione delle app è la narrative, concetto mutuato dal giornalismo che indica una comunicazione che riflette una specifica visione dei fatti o del mondo. L’unica cosa che posso ipotizzare è che chi sta pensando a questa app crede di avere una narrative molto forte. La scopriremo nel dettaglio solo dopo il rilascio. Per adesso abbiamo pochi accenni abbastanza deboli: la spinta all’altruismo, che poco si sposa con una app per il singolo e due mesi di lockdown in cui il resto del mondo è rimasto fuori dalla percezione dell’utente (meglio aspettare giugno, quando forse la paura sarà di nuovo viva); l’idea di contribuire alla ricerca epidemiologica con i propri dati, che è stata smentita da alcuni esperti per cui sarebbero necessari altri tipi di dati.

Esiste però uno strumento politico che ha un potere sui cittadini molto più grande: a me sembra evidente che tanta arroganza politica derivi dalla sicurezza che dà la creazione di un immaginario tecnologico, di una storia in cui credere.

L’immaginario tecnologico ha un forte impatto sociale, maggiore dell’effettivo funzionamento della tecnologia. Il vero bisogno a cui risponde l’app Immuni è promettere una libertà che nessuno può dare, la libertà dal virus. Che la app non funzioni non importa, è sulla tecnologia come viatico che si fonda la narrazione dominante; di sicuro i partiti di qualsiasi schieramento lo sanno, perché stanno rispondendo, di volta in volta, secondo precise necessità retoriche.

È un racconto a cui tutti quanti stanno credendo, una credenza proposta o imposta come risolutiva. Alla politica istituzionale di tutto il mondo è utilissima, le possibilità dell’invenzione sono infinite, una volta giunti all’inevitabile fallimento di questa applicazione si potranno invocare altre mirabolanti soluzioni. Se l’assistenza sanitaria risulterà insufficiente, l’intelligenza artificiale potrebbe essere la prossima proposta, che permetterà di negare e nascondere l’assenza dei medici di base sul territorio, per promuovere l’idea di un soggetto che vive in un mondo totalmente digitalizzato e lì trova le sue risposte. La stessa retorica che abbiamo visto con l’insegnamento a distanza.

Quando sarà proposta la nuova immaginazione, le aziende high tech risponderanno. Tutti noi siamo ormai convinti che niente è impossibile nella tecnologia, non ci curiamo di come venga fatto, siamo convinti che tutto sia possibile. È una fede che abbiamo introiettato. Un potere infinito per un uso politico ed economico che accomuna tutti i paesi del mondo cosiddetto sviluppato, e che il virus non ha per adesso intaccato. Per adesso, perché tutto questo funziona finché non emerge l’esperienza viva: la consapevolezza che si è vulnerabili nei confronti di un virus, il bisogno di cura, la certezza che non possiamo eliminare la morte. Nonostante i tentennamenti, sembra che la politica istituzionale continui a sottovalutare la forza di un’esperienza che già molte persone hanno fatto in questi due mesi.

Purtroppo anche il pensiero critico in questo periodo ha sottovalutato questa forza. Si è concentrato su principi etici essenziali, anche condivisibili, su cui basare la costruzione di questa tecnologia, senza analizzare troppo i bisogni a cui rispondeva. In molti discorsi si dava per scontata la sua necessità sociale e scientifica. Intanto abbiamo visto due grandi multinazionali, Apple e Google, giocare le proprie carte in una partita di potere con la Comunità europea e vincere. Questo braccio di ferro è velocizzato dalla pandemia, ma non ha a che vedere con la risoluzione della pandemia stessa. Ha a che vedere soltanto con un equilibrio di potere tra UE e multinazionali americane, ma l’evoluzione di tutto questo è ancora sfocata, per adesso abbiamo solo osservato quali sono le mosse di una parte e dell’altra. Allo stato attuale delle cose, paradossalmente grazie a Google e Apple, sembra che gli utenti usando la app sul proprio cellulare, su cui è installato il sistema operativo delle due grandi multinazionali, potranno avere la tutela della privacy grazie alla decentralizzazione e alla cancellazione dei dati. Chi sta partecipando a questo dibattito critico ha dato troppo credito alla tecnologia e ha tolto spazio a quelle voci che avrebbero potuto ribaltare l’immaginario.

Ma sono fiduciosa: il femminismo lo ha dimostrato, quando l’esperienza del corpo produce un simbolico diverso, quando indica e dà voce a quello che si vuole tacere, fa esplodere e frantuma la narrazione dominante.

È nelle nostre emozioni fisiche di paura della malattia, è nelle relazioni contagiose vissute nell’emergenza che potremo demistificare una tecnologia proposta come onnipotente e renderci immuni all’autoritarismo tecnologico.


(www.erbacce.org, 8 maggio 2020)

di Jacopo Ricca


La giudice ha imposto all’azienda di reintegrarla nel precedente posto: spostate l’autore delle molestie


Trasferire la lavoratrice che denuncia le molestie sul luogo di lavoro è discriminatorio. I giudici di Torino hanno stabilito un importante precedente che potrebbe dare forza e convincere altre donne a non subire più abusi e comportamenti scorretti da parte dei capi, né avere timore a denunciarlo, non solo alle forze dell’ordine, ma anche solo all’azienda. «L’impresa non è riuscita a provare in giudizio che il trasferimento della ricorrente fosse l’unico modo per sottrarla – doverosamente – al contatto con il molestatore, dato che analogo risultato poteva essere ottenuto trasferendo ad altra unità produttiva il superiore gerarchico autore delle condotte moleste» spiega nella sentenza del 7 maggio la giudice del lavoro, Lucia Mancinelli.
La donna, impiegata in una impresa di pulizie, organizzata in cooperativa, che ha diversi appalti a Torino anche per enti pubblici e che, ovviamente, per ragioni di riservatezza ha ottenuto di restare anonima, aveva segnalato che a fine 2019, nell’arco di un mese, era stata vittima di due gravi episodi di “molestie sessuali e altri episodi vessatori” da parte del suo capo squadra. Per cercare aiuto si era anche rivolta a uno studio legale ed è proprio da una lettera dell’avvocata Francesca Guarnieri che è partita la vertenza. Quando i padroni dell’impresa di pulizie sono venuti a conoscenza del caso, anziché allontanare l’uomo o licenziarlo, hanno deciso di trasferire la donna: «In questo modo lei ha subito un danno perché è stata spostata di sede e anche il suo orario di lavoro è mutato – racconta l’avvocata -. Si tratta di un peggioramento delle condizioni di lavoro ingiusto e immotivato, visto che lei ha solo cercato di porre fine ad abusi».
Il 5 dicembre era partita la segnalazione e dopo appena due settimane è arrivato il trasferimento: «Con la presente le comunichiamo che, in conseguenza del fatto che lei tramite i suoi legali ha lamentato situazioni di incompatibilità con il responsabile dell’impianto in cui attualmente opera, con decorrenza dal 27 dicembre 2019 disponiamo la sua assegnazione ad un’altra unità produttiva» si legge nella missiva inviata dalla coop il 20 dicembre.
Il riferimento alle molestie denunciate è chiaro, insomma: «Non è mai stato in discussione l’accertamento degli episodi, anche se l’azienda a un certo punto ha cercato di fare riferimento alla circostanza se i casi fossero stati o meno denunciati all’autorità giudiziaria» continua Guarnieri. L’azienda «si è limitata ad affermare l’impossibilità del trasferimento del capocantiere ad altra unità produttiva, senza tuttavia produrre documentazione idonea a dimostrare l’affermata insostituibilità dello stesso» scrive la giudice Mancinelli. Per questo la sentenza ha annullato il provvedimento di trasferimento e dalla prossima settimana la donna potrà tornare al suo posto e sarà il suo capo a dover cambiare sede e turno: «È un provvedimento importante perché riconosce che i trattamenti sfavorevoli assunti dal datore di lavoro costituiscono una reazione alla denuncia da parte della lavoratrice dei comportamenti molesti subiti dalla stessa e quindi hanno natura discriminatoria» conferma l’avvocata.


(la Repubblica, 9 maggio 2020)


Clara J. e Luisa M. suggeriscono per il tempo presente questo pensiero di Annarosa Buttarelli:


Se il nostro protagonismo si riducesse a un computo numerico e percentuale, faremmo un madornale errore. Avremmo promosso la vittoria della quantità e non della qualità, avremmo dimenticato l’insegnamento della sovranità femminile, che nella storia è sempre stata testimone della priorità della sostanza qualitativa di ciò che si fa e di ciò che si desidera essere. Dunque, bisogna riguadagnare sempre la differenza femminile, riascoltarla in ciò che sentiamo e in ciò che ci attraversa, ripensarla e riallacciarla alle vicende dei popoli tramite quella che si può chiamare scienza della vita quotidiana, conservata fino a oggi dalle donne


(Sovrane. L’autorità femminile al governo, 2° ed., il Saggiatore, 2017, pag. 14).


(www.libreriadelledonne.it, 9 maggio 2020)

di Monica Ricci Sargentini


Sono sconvolgenti le immagini pubblicate sul sito della Biotexcom, un’agenzia per la maternità surrogata in Ucraina: si vede una grande nursery improvvisata nella hall dell’Hotel Venezia a Kiev. Le culle sono una accanto all’altra come in una sorta di catena di montaggio. Vi soggiornano 46 neonati e neonate messe al mondo da gestanti a pagamento su commissione di cittadini di molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia.

Cosa è successo? A causa dell’emergenza sanitaria i genitori committenti non possono recarsi in Ucraina a prendere i bambini che hanno da poche ore a poche settimane di vita e l’agenzia di surrogacy è chiaramente in difficoltà tanto che l’avvocato della clinica Denis Herman sollecita i clienti a rivolgersi ai Ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi perché richiedano al Governo ucraino un permesso speciale in deroga alle regole del lockdown per recarsi a ritirare i neonati.

Il caso ha destato allarme e preccupazione tra i movimenti femministi che si battono contro lo sfruttamento delle donne e dei bambini nel mondo. In Italia la Rete Italiana contro l’Utero in Affitto, che rappresenta diverse associazioni tra cui In Radice- per l’Inviolabilità del Corpo Femminile, RadFem Italia, Se Non Ora Quando Libere, Udi e Arcilesbica Nazionale, ha inviato una lettera all’ambasciatore italiano in Ucraina Davide La Cecilia e, per conoscenza al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, in cui si chiede «di verificare le effettive condizioni di salute dei bambini e quanti e chi siano gli italiani clienti di Biotexcom e di altre cliniche». Le firmatarie ricordano che in Italia «la gestazione per altri o utero in affitto è un reato e chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600.000 a un milione di euro». Se ne deduce, si legge nella lettera, che non possa essere «concesso alcun permesso speciale, in deroga al lockdown, per recarsi a “ritirare” i bambini». Anzi l’Italia dovrebbe attivarsi perché i minori «vengano affidati, di preferenza, alle madri che li hanno messi al mondo. Oppure, se esse non possono o non intendono farsene carico, a famiglie che se ne possano prendere cura. O che vengano dichiarati in stato di adottabilità». (Per aderire all’appello scrivere a inviolabili01@gmail.com)

Ma il caso di Biotexcom è solo la punta dell’iceberg. In Ucraina sono decine le agenzie di maternità surrogata che in questo momento sono in difficoltà sia perché il business è fermo a causa della pandemia, sia perché si ritrovano con tanti bambini e bambine sospesi in un limbo, anche giuridico. Si parla di circa 500 neonati. Chi se ne prenderà cura? Qual è il loro status attuale? Sono cittadini ucraini? Sono apolidi? Domande ancora senza risposta e che sicuramente porteranno altre associazioni nel mondo a chiedere ai rispettivi ambasciatori risposte immediate. Dal 2018 è attiva la Rete Internazionale per l’abolizione della maternità surrogata che raggruppa 241 ong in 20 diversi Paesi. 

Il problema, ovviamente, si ripropone negli Stati Uniti e in tutti gli altri Paesi (sono solo 18 nel mondo) in cui questa pratica è consentita.


(Corriere della Sera, 7 maggio 2020)