di Ina Praetorius


Un’idea nuova e originale di comunicazione politica di Ina Praetorius, autrice e coproduttrice di questo video, dedicato a “Lily e a tutte le bambine e i bambini nati in questo periodo di cambiamenti radicali”: Economia è cura


(Vimeo, 17 giugno 2020)

di Severino Salvemini


Le quote rosa sono state utili, è vero. […] Ma il problema non è affatto risolto. […]

Forse il tema va affrontato un po’ diversamente, come fa il libro dello psicologo aziendale Tomas Chamorro-Premuzic, pubblicato dalla Harvard Business School Press e ora tradotto in italiano per i tipi di Egea con il titolo provocatorio «Perché tanti uomini incompetenti diventano leader?».

Il volume di Chamorro-Premuzic si concentra prevalentemente sui comportamenti maschili, rovesciando quindi la prospettiva d’osservazione. Poiché tutti noi desideriamo una migliore classe dirigente non dobbiamo abbassare gli standard per promuovere il genere femminile per dare loro uguali opportunità, bensì occorre alzare l’asticella quando selezioniamo il genere maschile, in modo che nulla venga dato per scontato, in primis merito e competenza.

Così si solleva il telo rispetto al re nudo, giudicando effettivamente la leadership del nostro ceto direttivo. D’altra parte, qualche settimana fa, anche l’ex presidente Usa Barack Obama, in un discorso dedicato ai laureandi, si è espresso in modo non canonico sulle competenze dei leader, ricordando che esse sono ormai merce rara e che proprio l’attuale pandemia ha reso evidente che molte delle persone al comando – pur godendo di alta retribuzione e alta reputazione sociale – non sanno quello che fanno.

La questione è la seguente: perché quando proponiamo i maschi per le posizioni di vertice, alcuni tratti che dovrebbero accendere semafori gialli perché predittivi di potenziali fallimenti (l’overconfidence sulle loro potenzialità, l’autostima egoriferita e narcisistica, la pervicacia nel voler raggiungere a tutti i costi gli obiettivi oppure l’indole al comando autoritario) vengono scambiati per doti straordinaria mente positive? E spesso condensate nella parola carisma, ormai così consunta e spuntata da non comprendere più alcun significato preciso?

E perché il sistema continua a premiare le caratteristiche del maschio «alfa», e cioè il protagonismo rispetto all’umiltà, l’estroversione rispetto alla sobrietà, la voce grossa rispetto all’understatement, l’azzardo rispetto alla prudenza saggezza? E mentre il genere maschile sembra non avere soverchi ostacoli nel percorso di carriera, le colleghe femmine continuano a lottare contro stereotipi culturali molto diffusi, nonostante i vari programmi a favore della diversità e dell’abbattimento del «soffitto di vetro».

Al bando dunque gli atteggiamenti mascolini, intesi come stili virtuosi di comportamento per imporre la leadership e per conseguire credibilità per incarichi di potere e di responsabilità.

[…]

Mai più avremmo pensato che, a distanza di quasi trent’anni, ci saremmo trovati ancora qui a stigmatizzare il modello «alfa» come modello di ruolo per fare carriera.


(Corriere della Sera – Inserto Economia, 15 giugno 2020)

di Laura Piccinini


Jia Tolentino è bionda e filippina, cioè asian-american figlia di immigrati a Houston, ha trentun anni, è la più giovane reporter voluta e assunta nello staff dell’autorevole New Yorker, già segnalata dalle liste under 30 dei magazine preposti alla Forbes. Ha scritto un libro subito best-seller, definito “fondamentale guida al presente”. Seguitissima sui social in qualità di “influencer culturale”. Un nuovo tipo di star, la versione intellettuale dei dispensatori di marchi e stili di vita con relativi prodotti e cose da consumare. A differenza di loro, lei non vuole venderti niente, anzi, semmai invita a “riflettere” bene prima di credere a tutto quello che vedi, e il termine non è casuale. […]

Una generazione allo specchio, recita il titolo del suo volume, Trick Mirror. Le illusioni in cui crediamo e quelle che ci raccontiamo (in uscita qui il 29 giugno per NR Edizioni). E il posto in cui si vede meglio come funziona lo scherzo dello specchio, l’abbaglio, spiega lei, «sono i social media, dove spesso gli individui pensano di star guardando il mondo, ma vedono solo se stessi riflessi, le proiezioni che hanno e quelle che gli rimanda la rete, che con i loro “data” li insegue e sa cosa vogliono vedere». Il trucco dello specchio è diventata una specie di formula, come un algoritmo che sta dietro a tutto quello che succede oggi. «Così ci ritroviamo una giovane popolazione fondata sulla truffa come etica generazionale. In un capitolo elenca le maggiori 7 scams, truffe, e loro derivate, legate alle promesse della new economy, dagli organizzatori di festival fantasma ai fondatori seriali di compagnie che falliscono (loro le chiudono e reinvestono, e gli ex dipendenti imparino come si diventa leader) […]».

Quando l’ha capito? La prima volta che ha sperimentato lo scherzo dello specchio è stato su se stessa, piccolissima.

«Me l’ha insegnato l’essere filippina. La stessa diversità può punirti o premiarti. Tu ti vedi uguale, un altro ti vede diversa. Da asian-american vieni “graziata” rispetto agli afroamericani perché assimilata ai bianchi, ritorni diversa quando nei giochi da ragazzini sei costretta a fare il Power Ranger giallo come il tuo “muso”, e non puoi identificarti nella bianca Baby Spice o nelle eroine dei romanzi, per fare gli esempi più innocui. Ma se cambi “narrazione” e contesto puoi essere, come me, estremamente fortunata. Perché improvvisamente tutte le cose che potevano essere viste come ostacoli – non avere avuto i soldi per uno stage a New York, niente college esclusivi tipo Ivy League – sono stati punti di forza. Credo che la gente si sia rotta di vedere in tv o leggere cose fatte e scritte da bianchi liberal della classe medio-alta. Ma quel piccolo choc, o grande choc da piccola, ha profondamente influenzato il mio modo di giudicare altri sistemi, il capitalismo truccato da mito della condivisione, il femminismo inglobato dal marketing o usato come marchio e alibi, come le girlboss, che se volete vi svelano la formula a colpi di conferenze a pagamento. Comincia in un modo e finisce in un altro. Illusione, disillusione».

Cominciamo dalle tre I, Illusioni, Internet, Identità. […] Identità. Cos’è che ce la dà oggi, da spiegare un giorno a sua figlia/suo figlio?

«[…] Quello che direi a un figlio è che la rete rischia di farti dimenticare che gran parte delle esperienze che ci fanno sentire individui completi – il sesso, l’amore, ballare a un concerto o perfino pregare – sono quelle in cui le identità sembrano dissolversi e confondersi. L’identità non serve a sentirsi vivi, contano le relazioni, i corpi».

Corpi, parliamone. Pensavamo di essere quasi immortali.

«E adesso abbiamo scoperto di no, che non siamo per niente virtuali. In quarantena e maternità ho letto il finale della trilogia di Hilary Mantel che impazza negli Usa, The mirror and the light [“Lo specchio e la luce”, ndr]. […] E c’è qualcosa di confortante nello scoprire che le epidemie sono parte della storia umana e se siamo qui è perché le abbiamo superate. […]»

Metterci il corpo, impegnarsi attivamente, un po’ come si dice da noi “metterci la faccia”, lei si è arruolata nei Peace Corps (l’organizzazione di volontariato internazionale).

«Già, il lusso di entrare in un negozio dopo il lockdown mi ha ricordato quell’anno in Kirghizistan dove negozi non ce n’erano, né acqua corrente, tornavi nella tua stanza sapendo che fuori continuava il genocidio. Fui arrestata. Avevo vent’anni e il virus che colpiva in patria molte di noi erano i disturbi alimentari, anoressia e bulimia. Arrivata là, non c’era tempo di pensare al corpo, se non a mantenerlo forte per non ammalarsi di cose tipo la tubercolosi, e darsi da fare per i corpi degli altri».

[…]

E adesso, i social network come li stiamo usando?

«Uno degli ostacoli psicologici della rete e che non c’è contesto, ci vedi scorrere roba idiota e ironia quotidiana e, come nei giorni appena vissuti, conteggi mortuari e tombe collettive nei parchi. Senza avere il tempo di cambiare stato d’animo. È quello che ci fa sentire sopraffatti. Ma sui social in quei giorni è circolata anche una dolcezza inaspettata, e i valori che Internet aveva esasperato sembravano offensivi e fuori luogo, facendo capire che mandare foto di vite pazzesche è un po’ da sociopatici. Abbiamo imparato a tenere più conto del fondale di fatalità che abbiamo dietro. Questa del coronavirus è una crisi completamente nuova, per la prima volta la nostra salute dipende da quella di cittadini più fragili e chissà che non faccia ripensare ad altre minacce, come il cambiamento climatico, non più come a qualcosa di lontano e separabile da noi, siamo interconnessi. […] Per questo seguo le vostre concittadine della Libreria delle donne di Milano, avevo letto il loro Sexual Difference [originale it. Non credere di avere dei diritti, ed. Rosenberg & Sellier 1987, ndr], quando è uscito il mio libro mi hanno mandato una calorosissima e-mail dicendomi che erano contente di sentire un legame tra generazioni».


[…]


(D – la Repubblica, 13 giugno 2020)


La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea annuncia le 3 vincitrici della call Taci. Anzi, parla:


Allison Grimaldi-Donahue, con A Self-portrait, 2020, 1’51’’

Laura Heyman, con The Photographer’s Wife, 2020, 2’05’’

Léna Lewis-King, conL’autoritratto, 2020, 1’33’’


Lanciata durante il periodo di lockdown, in soli 24 giorni la call ha raccolto 198 video, provenienti da28 paesi in tutto il mondo, per oltre 7 ore di materiale. Taci. Anzi, parla è stato un invito a ripensare e a riflettere sulla propria voce e sulla propria immagine in un momento storico particolarmente significativo. Il racconto di sé è tornato ad essere un mezzo di comunicazione centrale con il mondo, proponendosi ancora, in maniera straordinariamente attuale, come un gesto e una pratica radicale di autodeterminazione.

Il 12 giugno le vincitrici sono state premiate da Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale, con una cerimonia in videoconferenza. All’evento hanno partecipato oltre alle artiste vincitrici, Luisella Mazza, Head of Global Programs & Operations di Google Arts&Culture, e le curatrici della mostra Io dico io – I say Lara Conte, Cecilia Canziani e Paola Ugolini.

La giuria, composta da Laura Busetta, Giulia Crispiani e Valentina Tanni, ha selezionato i video vincitori seguendo, tra gli altri, un criterio che tenesse conto delle possibili assonanze e delle nuove letture del pensiero lonziano e ha motivato così le sue scelte:

«A Self-portrait di Allison Grimaldi-Donahue è un viaggio attraverso le immagini di un archivio personale, interrogate da una voce fuori campo, emessa da un corpo che non vediamo mai. Le immagini dell’infanzia e della giovinezza, insieme ai dettagli delle fotografie che ritraggono la famiglia e le persone care sono gli unici interlocutori di un soggetto in stato di isolamento. Nella fissità di quegli sguardi, il soggetto trova sia l’estraneità che la reciprocità, mentre l’autoritratto diventa una conversazione interiore capace di illuminare l’oscillazione tra passato e presente, toccando alcune delle tensioni più profonde che si nascondono in ogni atto di autoriflessione».

«Nel video The Photographer’s Wife di Laura Heyman, il soggetto è doppio, in quanto è allo stesso tempo la persona che ritrae e che viene ritratta. Mentre come ritrattista dà le istruzioni, come soggetto ritratto potrebbe scegliere di non seguirle o di reagire con un certo ritardo. Questo rapporto asincrono preannuncia che nessun soggetto è privo di interdipendenza con gli altri, e un autoritratto si costruisce sempre all’interno di questa relazionalità (colei che guarda e colei che è guardata). Inoltre, nella sua semplicità – inquadrando un delicatissimo tableau vivant verde-rosa – la scelta formale di Heyman innesca un’esperienza sinestetica».

«Il video L’autoritratto di Léna Lewis-King è incentrato sul rapporto tra la nostra percezione del mondo e i media che utilizziamo per documentarlo ed esplorarlo. Il tema dell’identità contemporanea, frammentata e autoriflessiva, viene esplorato attraverso l’uso di diversi strumenti e tecniche (video, fotografia e software), evocando con successo la natura caleidoscopica del nostro attuale paesaggio mediale e il suo effetto sulla nostra personalità».

I tre video vincitori della call diventeranno parte integrante di Io dico io – I say I, la grande mostra collettiva di oltre 40 artiste prevista per marzo 2021, ed entreranno nel progetto di digitalizzazione dell’Archivio Lonzi sviluppato con la collaborazione di Google Arts&Culture.

Per la Direttrice della Galleria Nazionale Cristiana Collu «Con il linguaggio cinematico del videoselfie le vincitrici non solo hanno dato voce e hanno rappresentato quello che noi siamo, quello che è il nostro tempo, ma hanno presentato, inaugurato e sotteso un desiderio, una consapevolezza e una determinazione: segnare un cammino con lievi passi da gigante.»

Durante la videoconferenza, le artiste hanno approfondito la concezione di autoritratto che ha ispirato la realizzazione dei video.

Allison Grimaldi-Donahue racconta: «Vivo in Italia da dieci anni e molte delle persone che amo sono abbastanza lontane, con una pandemia globale che ha reso impossibile vederle. Questa impossibilità le collega a molte altre persone nella mia vita che sono irraggiungibili per altre ragioni. Parte del diventare adulti, almeno per me, è stato un viaggio verso la comprensione della perdita. Mi terrorizza guardare gli album di famiglia e rendermi conto che la maggior parte delle persone lì dentro sono morte; ma sono anche incline a esplorare il significato e il perché di questo mio sentire, e a pensare più a fondo a chi erano queste persone. Man mano che invecchio, assomiglio sempre più a mia madre, un rapido sguardo allo specchio la riporta in vita. Questo video fa parte della mia indagine in corso sulla creazione del sé, il sé intertestuale, innestato, rifatto, plastico».

Per Laura Heyman, l’autoritratto si sdoppia, riflettendo il rapporto tra soggetto ritratto e quello che ritrae. «Quali sono le lezioni che la storia dell’arte insegna alle donne, in particolare quelle che riguardano la musa femminile? È possibile interiorizzare queste lezioni e, in caso affermativo, che effetto ha sulla propria produzione? Un personaggio femminile mantiene una serie di pose, mentre guarda con intimità la macchina da presa. Una voce fuori campo è impartisce istruzioni ma è anche familiare, dando una sensazione di intimità. Lo spettatore ha la sensazione di vedere qualcosa di privato, forse l’artista che collabora con la sua amante. Il lavoro della modella/soggetto è sempre performativo: deve essere in grado di ritrarre un sé vero e idealizzato. In questo caso il problema è un po’ più complicato. Sia come artista che come modella devo trasmettere non solo questa soggettività multipla, ma anche riflettere allo spettatore un fotografo/marito immaginario. Il video scompone la performance che si svolge su entrambi i lati della macchina fotografica, esaminando il modo in cui il potere può passare dall’artista al modello, e chiedendo se i risultati di questo scambio siano una rappresentazione più dell’uno o dell’altro».

Léna Lewis-King sposta l’attenzione sulla stratificazione dell’identità, messa anche in rapporto con la complessità delle immagini digitali: «Il titolo del video presentato per la call Taci, Anzi Parla si ispira direttamente all’opera di Carla Lonzi Autoritratto e si concentra sull’idea della “Rivolta Femminile”. Pensando alla natura del sé, mi sono resa conto che ci sono molti strati contrastanti e armonici che rendono difficile una semplice definizione o comprensione. Attraverso l’uso della voce fuori campo e di filmati d’archivio personali, il mio video cerca di spacchettare questa complessità stratificata e di arrivare al cuore di ciò che il sé può essere, in modo onesto e vulnerabile».

A conclusione della cerimonia, le curatrici di Io dico io – I say I, Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini, hanno messo in luce i punti di contatto dell’open call con il progetto di mostra: «Io dico Io – I say I nasce dalla necessità di prendere la parola e parlare in prima persona, per affermare la propria soggettività, componendo una sola moltitudine, una molteplicità di io che risuona di consonanze e dissonanze. La mostra traccia un percorso non lineare, una narrazione che sedimenta storie, sguardi, immaginari: oggi, con Taci. Anzi, parla, si arricchisce di altre voci e prospettive, che ne ampliano ulteriormente le visioni».

L’evento di premiazione è stato coordinato da Anna Gorchakovskaya, Francesca Palmieri e Alessia Tobia. Per maggiori info sulla call Taci. Anzi, parla: https://lagallerianazionale.com/2020/04/16/taci-anzi-parla/


Video vincitori:


Allison Grimaldi-Donahue 

Laura Heyman 

Léna Lewis-King


(Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, 12 giugno 2020)

di Cristina Piccino


Cinema. «In ogni istante» di Nicolas Philibert, tra apprendistato e racconto del mondo


Vederlo oggi assume un significato ancora più potente, e anche se protagoniste sono un gruppo di allievi e allieve infermiere, che il regista segue durante il corso di formazione, le sue immagini non hanno nulla che ci possa angosciare pensando a questi mesi dei quali, peraltro, di immagini ne abbiamo molto poche. Se non quelle passate da una rete all’altra del «servizio pubblico», buone per ogni città, da Milano a Palermo, ripetute fino all’usura o utilizzate per additare «reprobi» trasgressori di qualche decreto. Queste di De chaque instant invece non gridano, sarà per questo che nonostante Nicolas Philibert le abbia girate due anni fa, sono attualissime e della sanità mostrano ciò che dovrebbe essere, svelando al tempo stesso ciò che non è in Italia e altrove, l’inadeguatezza dovuta alle economie e alle politiche nazionali che l’hanno sacrificata.

Fa bene dunque Wanted a farlo uscire ora – e vi consiglio di non perderlo – sulla sua piattaforma Wanted Zone (www.wantedcinema/wantedzone), il film di Philibert, premio a Filmmaker festival nel 2018, che in Italia ha il titolo In ogni istante, una riflessione sulla «cura», medica e non solo, esplorata, appunto, a partire dal lavoro delle infermiere. Non è però un film sulla sanità il suo ma il racconto di una formazione (protagoniste sono le allieve infermiere di Croix Saint-Simon, a Montreuil) la cui pratica passa per prove complicate, dolorose, non sempre controllabili, che mettono in gioco le emozioni, l’intimità, che riguardano la vita, la morte, il corpo in una condizione di fragilità, all’opposto di un quotidiano che lo vuole sano e funzionante.
E proprio perché Philibert mette da parte qualsiasi «buona intenzione» dogmatica («Non volevo certo fare un pamphlet») De chaque instant dice molto, e con precisione, sul nostro tempo – e sulla sanità – quasi che il suo universo chiuso riesca rispecchiarne i conflitti senza deformazione.

Philibert è un regista che sa porsi all’ascolto della realtà, e di quanto accade davanti alla sua macchina da presa, senza pretendere di imbrigliare gesti e tensioni nelle sue tesi.

È un po’ la scommessa che mette alla prova film dopo film dai tempi di Essere e avere (2002), in cui il mondo veniva colto nella classe unica di un paesino isolato della Francia, entrando in universi che nel suo sguardo divengono «dispositivi» di narrazione della realtà e di allenamento al cinema.

Commedia, umorismo, sorriso, lacrime punteggiano il racconto. E nelle parole delle insegnanti delle giovani future infermiere, quando spiegano i principi che regolano la professione basati sull’eguaglianza dei pazienti quale che sia il loro stato, condizione, sesso, religione deflagra la realtà contemporanea intera, quasi che quella professione coincida con l’orizzonte di una democrazia inclusiva contro le discriminazioni messe in opera oggi, in un progetto di smantellamento dei diritti di tutti.


(Il manifesto, 2 giugno 2020)

La rete di “Inviolabilità del corpo femminile 1° febbraio” (di cui alcune di noi fanno parte) propone questo testo


Legge contro l’omotransfobia: si parli di transessualità, non di identità di genere


In luglio alla Camera comincerà la discussione sul ddl Zan contro l’omotransfobia. L’intenzione dei firmatari è di arrivare all’approvazione entro l’estate.

Legittimo che le persone Lgbt, se ne sentono la necessità, propongano una legge a loro tutela.

Discutibile invece che insieme all’orientamento sessuale si nomini l’“identità di genere”.

L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – viene fatta sparire.

È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli del genere a cui si intende appartenere (vedi proposta di legge del Movimento di Identità Transgender: potersi liberamente “iscrivere” all’anagrafe come appartenente all’uno o all’altro genere senza alcun passaggio pubblico, nemmeno una semplice perizia).

È il luogo in cui le donne nate donne devono chiamarsi “gente che mestrua” o “persone che allattano” perché nominarsi come donne in base al proprio corpo di donna è transescludente.

È il posto delle “lesbiche con il pene” che accusano le donne che le rifiutano sessualmente di essere Terf [acronimo inglese per “Femministe Radicali Trans-Escludenti”, NdR].

Delle atlete nate uomini che si nominano come donne ma conservano il loro corpo di uomini e con quello vincono tutte le competizioni sportive femminili, come denunciato ripetutamente dalla tennista Martina Navratilova.

L’identità di genere è il luogo in cui le quote politiche destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne (vedi la già responsabile donne del Labour Party Lily Madigan, trans diciannovenne nemica acerrima ed epuratrice delle sue compagne nate donne, o dell’americana Emilia Decaudin, che si è detto donna da un giorno all’altro per poter scalare il Partito Democratico).

È il luogo dei fondi destinati alla tutela delle donne, delle azioni positive, delle leggi, dei posti di lavoro per le donne di cui usufruiscono uomini che si identificano come donne.

È il luogo dei Women’s Study che devono cambiare la denominazione in Gender Study.

L’identità di genere è la ragione per cui le donne che si vogliono liberamente incontrare tra loro non possono farlo, e subiscono aggressioni quando lo fanno. Gli spogliatoi femminili a cui devono poter accedere persone con apparati genitali maschili. Le case-rifugio per donne maltrattate che devono ospitare anche persone con pene e testicoli.

L’identità di genere è il posto di Jessica Yaniv, trans canadese che ha costretto un buon numero di estetiste a chiudere bottega perché si rifiutavano di depilare il suo “scroto femminile” violando a suo dire i diritti umani.

È la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Silvyane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, sotto attacco come transfobica per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”.

L’identità di genere è il motivo per il quale la ricercatrice Maya Forstater è stata licenziata dopo aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico, e altre donne in UK sono sotto processo.

L’identità di genere ha a che vedere anche con altre questioni, come l’utero in affitto: le molte donne che lottano contro questa pratica vengono bullizzate come omotransfobiche che vogliono conservare il proprio “privilegio” e non accettano di cancellare la parola madre per essere definite “persona che partorisce”.

L’identità di genere sono i circoli Arcigay che chiedono la cacciata da Arci di Arcilesbica accusata di transfobia per avere organizzato un incontro con la femminista inglese Sheila Jeffrey, coautrice della Declaration on Sex-Based Women’s Right – la trovate qui sotto – testo alla base di una rete femminista mondiale.

Niente da obiettare, dicevamo, se il movimento Lgbt sente la necessità di una legge contro ogni discriminazione in base all’orientamento sessuale. Ma rinunci al concetto misogino di “identità di genere”, da troppo tempo brandito come un’arma contro le donne, e lo sostituisca con “transessualità”.

La parola giusta è quella.


https://womensdeclaration.com/


(facebook, 11 giugno 2020)

di J.K. Rowling


Non è un pezzo facile da scrivere, per ragioni che a breve diventeranno chiare, ma mi rendo conto che è il momento di chiarire le mie posizioni su un argomento circondato dalla tossicità. Scrivo questo senza l’intenzione di fomentare quella tossicità.

Per chi non lo sapesse: a dicembre ho twittato il mio sostegno nei confronti di Maya Forstater, un’esperta di fiscalità che aveva perso il lavoro a causa di quelli che erano stati definiti tweet “transfobici”. Aveva portato il suo caso al tribunale del lavoro, chiedendo al giudice di decidere se un pensiero filosofico sul concetto che il sesso sia determinato dalla biologia possa essere protetto dalla legge. Il giudice Tayler ha deciso che no, non lo è. […]

Per tutto il tempo in cui ho compiuto le mie ricerche e mi sono informata, accuse e minacce da parte di attivisti trans hanno iniziato a comparire sulla mia timeline di Twitter. […]

Quello che non mi aspettavo è la valanga di email e lettere che mi sono arrivate, la maggior parte delle quali erano positive, grate e offrivano il loro sostegno. Venivano da persone gentili, empatiche e intelligenti di tutti i tipi, alcune lavoravano in ambienti legati alla disforia di genere e le persone trans e che erano tutte profondamente preoccupate dal modo in cui un concetto socio-politico sta influenzando politica, pratiche mediche e la tutela. Sono persone spaventate dal pericolo che corrono i giovani, gli omosessuali e dal fatto che possano venire lesi i diritti delle ragazze e delle donne. Soprattutto, sono spaventate dal clima di terrore che non serve a nessuno – soprattutto ai giovani trans. […]


(www.portkey.it, 10 giugno 2020, traduzione di Mirko D’Alessio)

di Igiaba Scego


Roma è una città fascista. La frase potrebbe suonare come una bestemmia. Probabilmente lo è. Ma il fatto è che nella storia della capitale sono evidenti le tracce del ventennio. Chi abita nella capitale lo sa bene, i fasci littori spuntano stampigliati sui tombini quando meno ce lo aspettiamo, compaiono su un ponte o in alcuni murales. Spesso quando andiamo in una scuola, all’università o in un ufficio postale incappiamo in qualche palazzo d’epoca che presenta segni più o meno occulti del passaggio del regime. Molte delle case in cui abitiamo sono state costruite negli anni trenta e nei cortili di certi palazzi è visibile la grande M di Mussolini.

C’è l’ombra del fascismo anche nei nomi delle strade. A volte ci capita di attraversarne alcune che rimandano a conquiste coloniali o, peggio, abitiamo in vie dedicate a feroci gerarchi. Quel passato di violenza e coercizione insomma è ancora tra noi, vivo nello spazio urbano. È un passato che contamina il presente e che se non viene discusso può provocare danni alle generazioni future.

In occidente il dibattito sui monumenti con un portato storico “pesante” si apre ciclicamente, spesso dopo una qualche azione pubblica. Il dilemma è sempre lo stesso: rimuovere o non rimuovere quelle tracce funeste? Quale azione è più efficace?

[…]

In Italia

E gli abitanti di Roma? E quelli dell’Italia intera? Come si pone il nostro paese all’interno di questo dibattito? Prendiamo l’esempio della capitale. È chiaro che qui le tracce del fascismo non possono essere abbattute come una statua. Sono tracce della storia di questa città e di questo paese, in alcuni casi sono esempi di quell’architettura razionalista che, con il suo gioco di linee e sinuosità, ha realizzato monumenti di gran valore. Ma se non possono essere cancellate, cosa possiamo fare? Di certo sono tracce che non possono essere lasciate lì senza un dibattito e un lavoro intorno a loro. Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 Gianni Rodari scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo «Poscritto per il Foro». Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo.

Si vogliono lasciare le scritte mussoliniane? Va bene. Ma siano adeguatamente completate. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo buoni scrittori per dettare il seguito di quelle epigrafi e valenti artigiani per incidere le aggiunte.

Per Rodari le aggiunte dovevano riguardare il dolore che il fascismo aveva inflitto. Un dolore che andava ricordato per non ripetere più un obbrobrio del genere. Completare quindi, per non soccombere. Un tentativo in questo senso è stato fatto nel 2019 quando il festival Short theatre ha svolto alcune delle sue attività anche nel palazzo che un tempo fu la Casa della gioventù italiana del littorio (Gil), restaurato dalla Regione Lazio. Ideato nel 1933 dall’architetto Luigi Moretti, che allora aveva ventisei anni, l’edificio è in puro stile razionalista ed è stato inaugurato nel 1937, l’anno dopo la conquista violenta dell’Etiopia, proprio per celebrare quella guerra sanguinaria.

Nel 2019 un collettivo di studiose postcoloniali e femministe formato da Ilaria Caleo, Isabella Pinto, Serena Fiorletta e Federica Giardini hanno, insieme agli organizzatori del festival, portato all’attenzione pubblica la problematicità del palazzo e soprattutto di una mappa esposta nel salone d’onore, un luogo di passaggio tra le palestre e i piani superiori, raggiungibili attraverso una scala di marmo. In quella raffigurazione, l’Africa è immensa e domina tutta la parete, ma è un continente vuoto, dove sono segnati solo i possedimenti italiani e si vede solo la M di Mussolini (insieme alla sua famosa frase «Noi tireremo dritto»), che sembra incombere sui territori occupati. Accanto alla mappa i nomi delle città conquistate dagli italiani: Adua, Adigrat, Macallè…

Cosa fare davanti a un tale sfoggio di fascismo coloniale? Quella mappa lascia interdetti per la sua ferocia, ma picconarla sarebbe un grande errore, perché solo osservandola si capiscono tante cose della nefasta visione che il fascismo aveva del mondo, soprattutto di quei popoli che erano malauguratamente finiti sotto il suo dominio. Quella mappa vuota ci parla ancora oggi delle violenze che si sono abbattute sui corpi dei colonizzati.

Il dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti.

Il collettivo di studiose postcoloniali e femministe l’ha inondata di frasi, proiettate o messe lì attraverso dei cartelli, e parallelamente ha organizzato dibattiti pubblici. Il vuoto è stato riempito con domande come: la mia pelle è un privilegio? Chi è civile? Chi è superiore? Gli italiani sono bianchi? Che lingua parlano i tuoi fantasmi? Dov’è la Somalia? Dov’è L’Etiopia? Dov’è l’Eritrea? Chi può parlare? La patria è donna? Perché questa mappa dell’Africa è vuota?

«Qui, per intervenire, una didascalia non basta […] fare memoria è un atto simbolico quanto materiale, e quindi politico, riportando sulla scena le relazioni tra quante rifiutano le narrazioni dei colonizzatori. E il come è tutto da inventare», hanno scritto le studiose.

La parola magica è relazione, ed è la parola che ha adottato il nuovo museo italo-africano nel quartiere Eur di Roma (per inciso: un quartiere nato per l’esposizione universale del 1942, una manifestazione che Mussolini aveva tanto voluto ma che dovette annullare a causa della guerra). Dedicato alla giornalista italiana Ilaria Alpi, uccisa in Somalia insieme all’operatore Miran Hrovatin nel 1994, il museo sta ancora archiviando i materiali che presenterà al pubblico nel 2021. Ma intanto ha creato una comunità dialogante di artisti, studiosi, studenti, insegnanti che di temi legati al colonialismo si sono sempre occupati. Perché solo una collettività transculturale (con origini diverse) può prendere queste tracce e reinventarle a seconda dei tempi e delle circostanze.

Il delicato dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti. A sdegni incrociati. A veti. A rabbie. Va tutto discusso e reso patrimonio comune. In questa storia non c’è giusto o sbagliato. Ci sono le relazioni. Il consiglio di Rodari, ovvero quello di completare quelle tracce, è sempre da tenere presente. Oltre a monumenti su cui discutere collettivamente – a Roma l’obelisco con la scritta Dux, a Parma la statua dedicata all’ufficiale ed esploratore Vittorio Bottego, sarebbe importante anche costruire monumenti riparativi. Ovvero dare dignità, anche monumentale e statuaria, a chi ha sofferto. Se i nostalgici della schiavitù a inizio novecento hanno progettato statue razziste, forse, soprattutto ora dopo la morte di George Floyd, anche qui in Italia è arrivata l’ora di costruire monumenti dedicati a schiavi, colonizzati, vittime del fascismo.

Una delle azioni decoloniali più recenti è stata quella del movimento Non una di meno, che ha versato una vernice rosa lavabile sulla statua di Indro Montanelli a Milano. Il giornalista, quando negli anni trenta era in Africa a comando di un battaglione di ascari, aveva con sé una bambina di dodici anni costretta al concubinaggio forzato. L’azione di Non una di meno voleva dare peso, con quella vernice rosa, alla sofferenza di quella lontana bambina colonizzata dell’Africa orientale e con lei a tutte le bambine che soffrono di abusi sessuali più o meno legalizzati nel mondo. Sarebbe bello che qualcuno, che sia uno street artist o un comune, dedicasse una statua, un disegno, un ricordo a quella bambina lontana. Perché hanno ragione Caleo, Pinto, Fiorletta, Giardini: «Una didascalia non basta».


(www.internazionale.it, 9 giugno 2020)

di Franca Fortunato


Lupini violetti dietro il filo spinato – Artiste e poete a Ravensbrück è l’ultimo libro della critica d’arte Katia Ricci, la cui pubblicazione ha coinciso con questo tempo di pandemia. Il titolo riprende una frase di una delle lettere che Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, scrisse per esprimere la bellezza che lei riusciva a cogliere anche in un luogo di grandi sofferenze come il campo di smistamento di Westerbork. Capacità di cogliere la bellezza in situazioni estreme è quello che mostra di avere anche l’autrice nell’avvicinarsi e nel narrare le storie delle donne rinchiuse nel campo di concentramento per sole donne di Ravensbrück. Come hanno fatto a sopravvivere agli orrori del campo? Quali strategie si sono inventate? Quali rapporti, quali relazioni le hanno sostenute? Che cosa spinge l’autrice ad interessarsi di loro? Sono domande di fondo che accompagnano chi scrive e chi legge e che fanno del libro, come i precedenti dell’autrice, un testo di ricerca e di interrogazione di sé, della propria esperienza di donna in relazione all’altra, alle altre, pur riconoscendone l’incommensurabilità esperienziale. «Scrivere sulle donne del campo di concentramento di Ravensbrück ha significato per me non solo e non tanto fare un viaggio nell’orrore e provare sentimenti di pietà, di dolore e di sdegno – condivisi da chi legge – ma soprattutto è stato un viaggio dentro di me. Infatti la domanda più corrente che mi ponevo era perché mi interessasse tanto. Mi sono riaffiorate immagini della mia infanzia e giovinezza, che avevo rimosso, ma che mi sembrava non avessero la minima attinenza con la storia di cui mi occupavo. Poi ho capito che in qualche modo io e le donne di Ravensbrück avevamo qualcosa in comune: l’essere nate e essere state sottoposte, in una misura incomparabilmente diversa, alla stessa cultura patriarcale, che per loro si è tramutata in un’estrema violenza», violenza che riconduce l’autrice a sua madre, alla violenza del padre a cui lei bambina ha assistito. Da qui il desiderio intimo e profondo che la spinge verso le donne del campo per riscattare sé stessa, la madre, loro e tutte le donne che subiscono la violenza maschile, da un sistema patriarcale che le vuole vittime. Nell’orrore del campo, come nella vita della madre, pur nell’incomparabile diversità, lei cerca e trova un’immagine altra di donna/e, trova grandezza, forza, coraggio, creatività, umanità, senso di sé, guadagnate attraverso il primato delle relazioni, la solidarietà, l’amicizia tra donne, che nel campo “davano dignità”.

Un racconto diverso da quello che comunemente accompagna la narrazione della deportazione e dello sterminio che, se pur accomuna nella sofferenza donne e uomini, cancella la differenza femminile che l’autrice, invece, indaga e narra attraverso le testimonianze delle sopravvissute, delle poesie e dei disegni che hanno prodotto. Tra il 1939 e il ’45 scrissero ben 1200 poesie di cui alcune riportate nel libro. Scrivevano inventandosi vari stratagemmi e aiutandosi l’una con l’altra. Scrivevano per piacere, per lasciare un ricordo di sé, per testimoniare un avvenimento; scrivevano “perché scrivere era salvarsi” come il raccontarsi. Si raccontavano e si scambiavano le ricette di cucina e quasi le recitavano ad alta voce a turno, traendone un grande conforto. La sera, distese nei loro giacigli, o durante il lavoro nelle cucine a pelare patate, si raccontavano reciprocamente storie, trame di libri o opere teatrali, come appare nei disegni realizzati dalle artiste del campo. Frammenti di vita quotidiana, veri documenti e testimonianze di quanto succedeva nel campo, sono quei disegni realizzati con carte e mozziconi di matite sottratte dalle deportate che lavoravano negli uffici. Il libro ne contiene 42 che l’autrice legge e interpreta. La maggior parte dei disegni furono distrutti dalle SS che non volevano testimoni. Ma per fortuna una parte è rimasta e alcune sopravvissute, dopo la liberazione, sono riuscite a rifare molti di quelli andati perduti.

Un libro originale, reso unico dallo sguardo che l’attraversa, che vede e fa vedere, nonostante l’orrore che non viene taciuto, la bellezza che teneva insieme la vita di quelle donne, la vitalità, la speranza, l’amore, l’umanità che fecero di loro delle sopravvissute non solo e non tanto nei corpi quanto nelle anime. Un libro da leggere e fare conoscere, in particolare alle nuove generazioni di donne e uomini.


Katia Ricci, Lupini violetti dietro il filo spinato – Artiste e poete a Ravensbrück, Luciana Tufani editrice, pagg. 105, €14,00.


(Il Quotidiano del Sud, 6 giugno 2020)

di Katia Ricci


Nell’Esposizione Universale di Parigi del 1855 per la prima volta si poteva ammirare una mostra speciale intitolata Fotografia. Parigi era la capitale del XIX secolo, come la chiamava Walter Benjamin, in cui si muoveva liberamente il flâneur, il gentiluomo borghese alla ricerca di piaceri e godimenti che la Ville Lumière con i suoi spazi sociali offriva alla borghesia e da cui gli uomini tenevano lontano le proprie donne perché considerati sconvenienti.

Il lungo tempo trascorso, ma soprattutto le numerose lotte delle donne hanno reso Parigi una città ben diversa da quella rappresentata nei quadri impressionisti. È in questa Parigi che la fotografa Teresa d’Agnessa gira con la sua macchina fotografica per fissare brani dell’interminabile storia che le donne stanno riscrivendo per colmare vuoti di vite e di senso che gli uomini non hanno voluto o saputo raccontare. Il risultato è nella mostra fotografica attualmente in esposizione alla Merlettaia in via Arpi 79/A a Foggia. Doveva essere inaugurata l’8 marzo ma la chiusura forzata di questo periodo l’aveva impedito e rimandata a tempi più sicuri.

Teresa d’Agnessa, fotografa per passione da sempre, ha cominciato a esporre nel 2008 prima a Foggia presso Fotocine club, alla Merlettaia e a Parco Città, poi in varie città e anche a Parigi presso gallerie d’arte contemporanee, tra cui Espace Christiane Peugeot.

La mostra si compone di tre sezioni: la manifestazione del 6/10/2018 contro la violenza fatta alle donne, immagini della street art parigina, e foto che ritraggono la toponomastica di strade e piazze intitolate alle donne dalla Municipalità o dalle donne stesse del collettivo Osez le Féminisme che in una notte hanno ribattezzato le strade dell’Ile de la Cité con nomi di donne celebri, Toni Morrison, l’artista Niki de Saint-Phalle o la navigatrice Florence Arthaud.

L’azione dimostrativa serviva a lanciare una campagna per spingere il comune di Parigi a dedicare più vie a personaggi femminili, infatti solo il 2,6% delle strade parigine ha nomi di donna.

Altre fotografie ritraggono targhe con il nome di donne vittime di femminicidio poste sotto la targa che reca il nome di un uomo a cui è intitolata la strada o la piazza, azione fatta in occasione della manifestazione contro la violenza alle donne.

La locandina della mostra riporta la fotografia del murale di Gregos artista francese autore di una forma particolare di street art tridimensionale che unisce pittura e scultura. Dissemina per Parigi suoi volti in gesso colorato spesso irriverenti per la lingua che mostra. In Rue des Hospitalières Saint-Gervais nel cuore del Marais, nel 2014 per celebrare l’8 marzo ha creato il volto di una donna con tante facce maschili e sotto la scritta in francese “siamo cresciuti tutti nel corpo di una donna”.

“La street art – dice Gregos in un’intervista – è molto influente in Francia, soprattutto nelle grandi città, e molto a Parigi, capitale francese della street art e forse una delle maggiori al mondo. Dovunque vai vedi tag, graffiti, sticker, poster, stencil, collage. Tag e graffiti sono ancora considerati vandalismo, anche se sono in mostra nelle gallerie e valgono migliaia di euro.”

Molte fotografie di Teresa d’Agnessa riguardano questa forma d’arte ormai diffusa in tutto il mondo e praticata da molte artiste. Una delle più note in Francia è Miss Tic, parigina di origine tunisina, che per le strade di Montmartre, tra i cui vicoli è cresciuta, fin dal 1985 disegna sui muri donne dall’atteggiamento sensuale accompagnate da versi spesso ironici e taglienti, in un intreccio di arte visiva e poesia.

Questi disegni disseminati in città sono il più delle volte effimeri, destinati a deteriorarsi e a scomparire. Ma oggi, dopo che hanno interessato i collezionisti, gallerie, musei e istituzioni dedicano loro mostre e battage pubblicitario, il che ha però ridotto in molti casi la carica polemica che originariamente contenevano.

Le fotografie in mostra sono un modo creativo, ironico, graffiante per denunciare la violenza sulle donne e spingere gli uomini a riflettere sul fatto che ormai nessuno può chiamarsi fuori e non contribuire a risolvere questo vulnus alla civiltà e alla dignità maschile. Senza ricorrere ad artifici retorici e a inquadrature particolarmente ricercate, sacrificando così la sua ricerca estetica, la fotografa sceglie di raccontare le battaglie delle donne dando rilievo giustamente a contenuti molto importanti, tali non solo per le donne, ma per la possibilità di rifondare un nuovo patto tra donne e uomini.


La mostra presso la Merlettaia di Foggia, via Arpi 79, si può visitare da giovedì 4 a mercoledì 10 giugno 2020 nei seguenti orari: mattina ore 10.30, pomeriggio ore 19.00 (tranne il sabato pom.). Domenica chiuso. In seguito su appuntamento. Per prenotare, scrivere a t.dagnessa@gmail.com o telefonare al 366 812 96 24.


(www.libreriadelledonne.it, 6 giugno 2020)

di Luisa Muraro


Con Francesco Pacifico intendo l’autore di Io e Clarissa Dalloway, sottotitolo: Nuova educazione sentimentale per ragazzi, edito da Marsilio di Padova, nell’anno (o: nel primo anno) della pandemia da covid 19, cioè nel 2020. Altra precisazione: i “tutti” del titolo sono un maschile plurale che vuol dire tutti al maschile, non comprende donne. Ho ancora in mente la protesta di quello studente che mi disse: perché noi ci chiami “i maschi” e loro invece sono le ragazze, non le chiami “le femmine”? Colpa della grammatica che si è fatta impressionare dal maschile totalizzante, gli ho risposto, e me lo impone sempre al plurale, anche quando il maschio è uno in uno sterminio di femmine. Siamo già in argomento.

C’è una minoranza di uomini che scrivono usando il maschile al maschile, cioè tenendo presente il fatto della (loro) differenza sessuale. Di alcuni sono diventata amica. E nulla di quello che dico deve risuonare come una critica nei loro confronti. Ma, allora, perché tra questi Francesco Pacifico è quello che mi è piaciuto di più? Perché lo fa meglio di tutti. Lo sa fare, semplicemente. Detto nel gergo femminista: è uno che sa fare autocoscienza. Non: lo sa fare come una femminista! Ma come non avevo mai sentito un uomo farlo con altrettanta bravura. Sa mettere in parole la consapevolezza di essere quello che è, un uomo di sesso maschile, e lo fa senza caricature, senza trascenderla, senza dogmatizzare, senza aggirare la cosa con teorie negazioniste, senza denigrare né denigrarsi.

Come ci riesce, mi sono chiesta.

La risposta è relativamente semplice, non dico facile. Ci riesce perché è uno scrittore e ha applicato il suo saper-fare alla questione di dire “io sono un uomo” senza ingarbugliarsi. L’ha risolta? No, ma ci ha dato un ottimo esempio su un tema importante, quello della formazione sentimentale. Io penso, anzi, che una soluzione una volta per tutte non ci sia, penso che le difficoltà (per non dire le contraddizioni) di essere un essere umano in due versioni, maschile e femminile, si ripropongono fatalmente. Mi spiego. La vita, per riprodursi, a un certo punto ha inventato la sessuazione e non ha cambiato idea, per cui noi siamo una sola specie in due versioni, entrambe indispensabili alla sua conservazione e riproduzione, ma non ugualmente indispensabili, due versioni irrimediabilmente asimmetriche.

Come si affronta, senza ingarbugliarsi, questo nodo che non si scioglie? Come fa in pratica l’autore di Io e Clarissa Dalloway?

Lo ha fatto così come ogni scrittrice e scrittore sa che si fa, anzi così come la lingua materna prima e poi quelle che impariamo, se e quando ci diventano amiche, ci insegnano che si può fare, e cioè inventando delle mediazioni. In ciò consiste il saper scrivere. E, in generale, il saper-fare proprio della cultura. La cultura è un insieme di mediazioni, che gli umani inventano, trasmettono, cambiano, rifiutano, accettano, impongono… Anche il presunto primato del maschile sul femminile si è imposto come una mediazione che, bene o male, più male che bene, ha funzionato per secoli. E che, si tende a pensare oggi, è stato il modello di ogni ingiusto ordine gerarchico tra esseri umani, divenuto non più accettabile e questo anche per merito del femminismo. Esemplare per la sua estrema semplicità trovo, nelle rivolte provocate negli Usa dall’uccisione di George Floyd, il gesto di una manifestante afroamericana che abbraccia un poliziotto che si è inginocchiato… mediazione effimera? Forse, ma chi lo sa?

La mediazione escogitata da Francesco Pacifico è riassunta nel titolo del suo saggio sull’educazione sentimentale dei maschi giovani. Consiste nel confronto tra due personaggi creati da due grandi della scrittura letteraria, Virginia Woolf e Stendhal… Mi sono interrotta perché ho sentito affiorare l’idiozia di voler riassumere quello che si può cogliere solo con la lettura, alla quale il mio commento vi invita.

Scoprirete così il segreto dell’eccellenza che attribuisco a questo autore e cioè che, prima di vedere nella differenza sessuale un fatto oggettivo, si tratta di vederci e farne una verità soggettiva, che illumina la scrittura. O, detto meno misticamente, trovare il passaggio dal dato anatomico, quello che ci accomuna con il mondo animale, all’ordine simbolico, quello del nostro essere animali parlanti, cioè capaci di dire il vero o di ignorarlo o di falsificarlo…

Se mi chiedete: che ne è della transessualità? Forse che le trans non parlano? Forse che non sanno fare il passaggio? Certamente che lo sanno fare, lo fanno senza piegarsi alla deduzione del loro essere uomini dal dato anatomico. Neanch’io mi sono piegata a una simile deduzione (ma ho accettato il dato) e, quando sono interrogata sul cosiddetto pensiero della differenza, preciso che è il pensiero del senso libero della differenza sessuale. “Io sono una donna” lo dico liberamente. La sessuazione non è libera ma il suo significato umano lo è o può diventarlo. Forse serve tener presente che la differenza sessuale non è una legge di natura come la legge di gravità, è un’invenzione della vita nella sua evoluzione, alla quale i viventi umani collaborano per il meglio o per il peggio. Cioè liberamente.


(www.libreriadelledonne.it, 5 giugno 2020)

di Cristina Gramolini


Domenica 31 maggio, su invito di ArciLesbica, si è tenuto un webinar conSheila Jeffreys per il lancio italiano della Declaration on Women’s sex-based rights [Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso e non sul genere], dopo che l’incontro in presenza, intitolato «Le donne soggetto del femminismo» e previsto a Milano lo scorso 1° marzo, era stato cancellato dall’emergenza sanitaria. Dure polemiche hanno preceduto il webinar, anche a causa di un’improvvida petizione contro ArciLesbica tacciata di transfobia, iniziativa che ora imbarazza anche i proponenti, come risulta dal no comment di Arcigay.

La rete femminista in cui ArciLesbica è inserita ha reagito con una dichiarazione sottoscritta da gruppi e singole del movimento delle donne.

Che cosa dice la Declaration? Dice che, se a livello istituzionale si sostituisce la nozione di sesso con quella diidentità di genere, i diritti delle donne ne riceveranno un danno. A livello politico ad esempio, perché laddove esistono quote o incarichi destinati alle donne, questi potranno essere occupati da persone con identità di genere femminile, come accaduto in Inghilterra, dove nel Labour Party un giovane di sesso maschile e identità di genere femminile è diventato rappresentante delle donne.

Oppure come è successo nel partito democratico dello Stato di New York dove, su proposta di Emilia Decaudin, attivista transgender, è stata abolita la regola di avere un uomo e una donna eletti come rappresentati negli organismi direttivi del partito: ora potrà esserci un uomo e una persona di sesso maschile con identità di genere femminile e nessuna donna.

In questi giorni, J.K. Rowling è accusata di passi falsi dovuti alla mezza età (trito argomento misogino) per le sue ripetute prese di posizione sulla realtà del sesso. All’estero accadono stranezze, si dirà, ma forse non tutti sanno che anche in Italia il movimento trans chiede la semplice autodichiarazione per ottenere il cambio anagrafico, senza interventi chirurgici, né terapie ormonali, né certificazioni mediche.

La Declaration evidenzia le conseguenze negative per i diritti delle donne di un approccio che sostituisca al sesso l’identità di genere negli sport femminili, nella politica, nelle ricerche sulle donne, nei rifugi antiviolenza. La transfobia non c’entra.Nel movimento Lgbt abbiamo sempre detto “Uguali nelle differenze” mentre ora sembra che la differenza lesbica non abbia più legittimità e si va dicendo che esistono persone con il pene e con identità femminile lesbica. Accettarlo significherebbe che non esiste più il lesbismo.

Il transfemminismo si presenta come movimento inclusivo di tutti i ribelli, donne, uomini, trans, che criticano la norma del genere, cioè maschilità e femminilità tradizionali. È quindi un movimento misto, che celebra le soggettività trasgressive, in quanto campioni di autodeterminazione.

Per il transfemminismo queer il sesso non esiste essendo solo un effetto del discorso di genere binario, che occorre sovvertire con individuali rielaborazioni. Come spiegare con questo approccio quelle persone trans che vogliono cambiare sesso e non si accontentano di cambiare il genere? E l’omosessualità che è orientamento del desiderio verso una persona dello stesso sesso e non dello stesso genere? Io sono attratta (talvolta) da una donna, un essere umano di sesso femminile, per questo sono lesbica, e non sono attratta da un essere umano di sesso maschile che abbia un’identità di genere femminile. Fin qui tutto sembra assodato, ma no: per qualcuno è transfobia, discorso discriminatorio.

Il transfemminismo è intollerante. Se dici che il soggetto del femminismo sono le donne, sei tacciata di transfobia, la transfobia è fascista e deve essere zittita.

Questi sovversivi del genere non sanno stare in presenza di un radicalismo che non li prevede come attori principali. La posta in gioco è la possibilità per le donne femministe (e non transfemministe) di scrivere, riunirsi, parlare.

Ci opponiamo all’occupazione dello spazio teorico e politico e fisico delle donne da parte di altre soggettività e ai metodi intimidatori. I queer pretendono di appropriarsi del sapere, del piacere, dell’agire delle donne, ovvero degli studi delle donne, della sessualità lesbica, del femminismo, riconducendoli a un progetto neutro. A volte ottengono il benestare di giovani donne che così facendo si sentono solidali con gli oppressi.

Dopo la contrapposizione tra abolizioniste dell’utero in affitto e della prostituzione versus regolamentiste dell’uno e dell’altra, un altro terreno di separazione tra Lgbt è la questione sesso/genere: siamo soprattutto donne a porre il problema, ma ci sono anche uomini che come noi pensano che le simpatie capitalizzate dal movimento Lgbt negli anni andranno presto dilapidate con parole d’ordine insopportabili, come “l’utero è mio e lo vendo io”, “sex work is work”, “esistono lesbiche con il pene”, dalle quali siamo totalmente distanti e intendiamo continuare a dirlo.


(ilfattoquotidiano.it, 4 giugno 2020)

di Riccardo Conti


La gallerista ripercorre un quarto di secolo di mostre sempre intense e nate dal dialogo con gli artisti e la loro volontà di sperimentare temi e modalità


Venticinque anni fa inaugurava a Milano la Galleria Raffaella Cortese nel primo spazio di via Farneti diventando ben presto uno dei punti di riferimento che più hanno segnato la mappa del contemporaneo in città. In questo lungo periodo lo spazio, che nel frattempo si è espanso in tre diversi civici nella tranquilla via Stradella, ha visto sfilare alcuni dei nomi più importanti dell’arte del presente: autrici fondamentali di linguaggi quali performance e video, accanto ad artisti che sono cresciuti con la storia stessa della galleria. 25 anni di mostre sempre intense e nate dal dialogo con gli artisti e la loro volontà di sperimentare temi e modalità espressive che restituiscono la dimensione di un progetto complessivo sofisticato e persino raro per uno spazio privato.

Abbiamo conversato con Raffella Cortese, fondatrice della galleria che porta il suo nome, figura preziosa e sensibile nel panorama del mercato dell’arte contemporanea con la quale ripercorriamo alcuni momenti della sua carriera; dalla stringente attualità alla sua visione poetica del femminismo e dell’impegno culturale e politico nel lavoro degli artisti che rappresenta.


Partiamo da un tema inevitabile: poco prima del lockdown hai inaugurato la mostra dell’artista israeliana Yael Bartana che ora ha riaperto e che proseguirà fino al 13 di giugno: perché dobbiamo vederla? 

Patriarchy is History è una mostra potente, ben costruita, che merita di essere vista ed è stata infatti estesa. Yael Bartana è una figura emblematica, la cui ricerca racchiude tanti valori e diverse tematiche legate alla storia della galleria. È un’artista impegnata politicamente con una visione anche utopistica – penso alla trilogia con cui ha rappresentato la Polonia alla Biennale di Venezia del 2011, in cui immagina una possibilità concreta per un rinascimento ebraico in Polonia. Penso inoltre alla scritta al neon, assoluta protagonista nello spazio in via Stradella 4, dove l’intensa luce blu si fa ambientale e dichiara che la storia dell’umanità è scritta al maschile. Di lei amo ricordare un altro neon, What if Women Ruled the World?, quasi una provocazione che mi preme cogliere e rilanciare, dal momento che ho sempre lavorato in prevalenza con artiste donne e mi piace interrogarmi su questa possibilità.

Yael Bartana, Patriarchy is History, 2020. Installation view at Galleria Raffaella Cortese, Milan. Photo t-space studio


Cos’ha rappresentato per la galleria l’interruzione dei mesi scorsi, come avete riconfigurato il lavoro durante questi mesi?

Il lockdown ha rappresentato per noi una modalità diversa di lavoro, da remoto, piuttosto che un’interruzione. È stato specialmente dedicato alla comunicazione e all’intensificazione dell’offerta digitale. Abbiamo inaugurato la Viewing Room, un’espansione dei nostri spazi, con una rassegna video. Personalmente, ho lavorato molto anche di memoria, ricostruendo e ricordando le esperienze che hanno contraddistinto questi 25 anni di attività. Mi sono riavvicinata alla letteratura, da sempre una mia passione, e all’arte antica, realizzando come siano state e siano tuttora delle vere e proprie fonti d’ispirazione anche nella scelta degli artisti.


A quali riflessioni ti ha portata questa lunga esperienza?

Prima di tutto, sentivo un grande desiderio di tornare in galleria, luogo che sono abituata a vivere intensamente. Amo condividerne gli spazi con i miei collaboratori, gli artisti, i collezionisti e trovo fondamentale il contatto diretto con le opere, che mi è ampiamente permesso anche grazie al nostro magazzino adiacente allo spazio espositivo. Allo stesso tempo, con l’intensificata esperienza virtuale degli ultimi mesi, ho realizzato come il nostro lavoro sarà sempre più legato al digitale. Sperimentando strumenti come la Viewing Room di Frieze, ho riconosciuto alcune potenzialità e riscontrato i primi risultati. Non sono paragonabili a quelli di una fiera reale, ma sono comunque segnali positivi, indici di una trasformazione in atto che ci vede ricettivi. Con alcuni colleghi italiani, stiamo infatti elaborando dei progetti corali online. Penso che, come ha affermato Paolo Verri, nel futuro prossimo il mondo umanistico dovrà viaggiare in parallelo al mondo della scienza e della tecnologia.


E da un punto di vista più personale invece?

Le meditazioni, al di là dei confini professionali, hanno toccato la sfera personale e, soprattutto, sollecitato la mia coscienza politica. Ho visto un mondo politico disorientato, e non parlo solo dell’Italia e dell’Europa. Mi sono interrogata a lungo sul potere, sui suoi limiti e pericoli. Cito a questo proposito le parole di Carlo Galli, che parla di un’“azione politica decidente che separa i sani dai malati” e di questa “obbedienza nuova” che viene richiesta ai cittadini, a spese della libertà dell’individuo: “Sempre nuovi perimetri spaziali vengono imposti: l’abitazione, il comune di residenza, i duecento metri dalla residenza, il metro e mezzo dalle altre persone; e poi i limiti regionali, e poi i confini nazionali.”.


Ora che finalmente possiamo tornare a visitare gallerie e musei dopo Yael Bartana avete in programma una collettiva assai particolare, ce la racconti?

Il prossimo progetto è apparentemente molto semplice – una sola opera sonora per ciascuno dei tre spazi espositivi – e nasce da una conversazione avuta con Marcello Maloberti. Durante la quarantena, sono state frequenti le chiamate con gli artisti, in cui ho ritrovato uno stato d’animo condiviso: la stanchezza d’immagini. I nostri siti, così come i social, hanno riversato una quantità di immagini senza precedenti. Ne è emerso il desiderio di sacrificare la vista a favore dell’ascolto. Ci siamo inventati una mostra, letteralmente, a tre voci, che coinvolge Maloberti, Miroslaw Balka e Simone Forti. Il primo invita il pubblico a immaginare un affresco di Lorenzo Lotto attraverso la sua descrizione orale, il secondo genera le parole pronunciate da Drupi, Sereno è, la terza presenta una registrazione originale da una sua sperimentazione del ‘68. Gli spazi della galleria saranno lasciati, per la prima volta, completamente vuoti, e sarà l’ennesima conferma della mia propensione verso i media time-based.


Veniamo a questo importante traguardo di venticinque anni della tua Galleria: nel 1995 iniziasti con una mostra di Franco Vimercati che vorrai celebrare nuovamente a settembre. Perché apristi il tuo primo spazio? Cosa ti spinse a dedicare il tuo tempo all’arte?

A settembre vorremmo proporre la mostra di Franco Vimercati, un artista che continua ad affascinarmi moltissimo, ossessivo e discreto, fra i primi a utilizzare concettualmente il mezzo fotografico in Italia, dagli anni Settanta. La curatela della mostra sarà affidata a Marco Scotini, che presenterà alcune serie piuttosto rare di opere degli anni Settanta: le tele bianche, i listelli di legno, le piastrelle, tutti oggetti famigliari che Vimercati ha minuziosamente e ripetitivamente analizzato attraverso l’obiettivo. La fotografia è un altro fil rouge che accomuna quasi tutti i miei artisti e che ho privilegiato fin dai primi anni Novanta. In quel momento storico il dibattito sul riconoscimento della fotografia come opera d’arte, anche da un punto di vista commerciale, era in pieno fermento ed è stato bello prenderne parte. Ho aperto il mio spazio e dedicato la mia vita all’arte, senza cui mi sentirei profondamente sola.


Molto prima che diventasse una sorta di trend la tua galleria ha proposto al pubblico alcune delle figure femminili fondamentali delle ultime tre generazioni: da Joan Jonas a Martha Rosler, da Kiki Smith a Roni Horn e italiane come Monica Bonvicini e Luisa Lambri solo per citarne alcune: che cosa hai imparato da questo scambio intenso con espressioni così radicali del mondo femminile?

La propensione verso l’arte femminile non ha mai avuto i connotati di una moda passeggera per me, ha sempre significato un grandissimo impegno oltre che un enorme piacere. La sensibilità femminile mi attrae in modo istintivo, mi cattura la sua profonda introspezione che si traduce in espressioni artistiche connotate spesso da un forte senso trasgressivo e perturbante. Martha Rosler e Monica Bonvicini sono due artiste molto coinvolte nelle questioni post-femminista, due instancabili battagliere; Joan Jonas si dedica con una sensibilità smisurata all’urgenza climatica; Kiki Smith ha analizzato il corpo della donna avvicinandolo sempre di più, negli anni, alla dimensione naturale e animale; Simone Forti continua a fare video mettendo in luce la sua malattia come parte si sé e del suo percorso: ciascuna di loro – sono 22 – arricchisce il programma della galleria in modo diverso, ma tutte hanno una straordinaria capacità di sperimentare, di rinnovarsi costantemente e con grande coraggio, e sono per me fonte d’ispirazione. Quando mi incontro con una personalità delicata come Luisa Lambri, è come affacciarsi da una nuova finestra sul mondo e scoprirne l’architettura, scomposta in dettagli, frammenti di luce, angoli, e chiaroscuri.


La stima e il rispetto e ciò che accomuna artisti, critici e collezionisti nei tuoi confronti e del lavoro che hai portato avanti in questi anni e la tua galleria si è guadagnata rapidamente lo status di punto cardinale tra gli spazi artistici milanesi: come hai bilanciato lo spirito di ricerca con le imprescindibili esigenze commerciali che una galleria deve soddisfare?

Ho sempre fatto ricerca perché fa parte del mio spirito e della mia idea di lavoro, non ho mai seguito le mode, ho sempre cercato di creare bisogni e desideri, e non nego che sia difficile bilanciare l’attività commerciale con delle scelte artistiche piuttosto difficili da un punto di vista del mercato. Oggi la galleria rappresenta ben 30 artisti di generazioni e nazionalità diverse, ne emerge un’eterogeneità che corrisponde a una grande libertà. Faccio le scelte che voglio, che sento importanti, che mi interessano e davvero stimolano la mia sensibilità. In questo mi sento molto libera.


Milano ha un rapporto con il contemporaneo che deve moltissimo alle gallerie e agli spazi privati anche per la scarsa offerta degli spazi istituzionali; tale assenza che effetti ha avuto sul lavoro di gallerista? Come hai visto cambiare la scena dell’arte contemporanea a Milano in questo quarto di secolo?

La scena dell’arte contemporanea a Milano è cambiata moltissimo in questi 25 anni. Nei primi anni Duemila ero Vicepresidente dell’ANGAMC, ci incontravamo spesso con l’Amministrazione Comunale per discutere di queste carenze e per sollecitare l’attuazione di un Museo – che ancora oggi non è avvenuta. Si sono però moltiplicati gli spazi, sia pubblici sia privati, dedicati al contemporaneo: penso per esempio alla Fondazione Prada che esisteva già nel 1993 e oggi ha espanso le sue sedi, all’Hangar Bicocca che è nata nel 2004 e alla Fondazione Carriero che ha aperto nel 2015. Certamente a Milano non sono mai mancate le ottime gallerie, ieri come oggi; ricordo sempre con stima Carla Pellegrini ed Emi Fontana. Prima del lockdown era una città davvero brillante e interessante, dove il turismo era attratto non solo dalla moda, dal design e dalla gastronomia, ma anche dall’arte, e si animava moltissimo in concomitanza con Miart e il suo ricco programma di eventi collaterali. Ora è un fondamentale dovere di tutti noi, “operatori culturali”, quello di riattivare la città, restituirle il fascino che aveva. La sua ricchezza da un punto di vista architettonico gioca un ruolo fondamentale in questo senso, anche grazie ai recenti interventi nella zona di Porta Garibaldi e poi di CityLife, che offre un programma di arte pubblica, e alle prossime riqualificazioni degli scali di Porta Romana e Farini. 


La storia di ogni galleria è la storia di incontri e dialogo con i collezionisti, qual è il profilo dei tuoi clienti e com’è stata l’evoluzione del collezionismo in questi anni?

Ho sempre privilegiato gli appassionati d’arte e quindi non ho mai molti rapporti con i “buyers”, proprio perché il mio lavoro si rivolge a persone che vogliono collezionare l’arte perché la amano profondamente. Ho conosciuto un collezionismo allo stesso tempo colto e animato dall’emozione, dall’istinto e da una grande sincerità: la collezione diventa così specchio delle proprie ossessioni e sensibilità. Credo di aver dato importanza all’aspetto umano, trasformando le intese in relazioni solide e durature, in vere e proprie amicizie. I collezionisti mi hanno anche aiutato tantissimo, sostenendo le mie scelte. Sono stati il più grande supporto alla mia attività e con me hanno vissuto viaggi e avventure, condiviso e coltivato passioni comuni. 

Le generazioni cambiano e oggi sono anche molto aperta ai più giovani e nuovi collezionisti, in cui continuo a ricercare quell’interesse nei confronti dell’arte che secondo me è fondamentale. L’arte può senz’altro rivelarsi un ottimo investimento, non voglio essere una purista e dire che l’arte è solo cultura, ma bisogna crederci e godere di quelle che sono le sue prerogative.


Da studente e poi da critico ho dei ricordi estremamente vividi legati alle mostre e agli artisti che hai proposto: il primo è senz’altro quello della performance di Marcello Maloberti intitolata All’incirca alla Caviglia del 2002: penso sia un’opera estremamente poetica e in qualche modo abbia definito non solo il vostro rapporto ma anche qualcosa di profondamente legato all’arte italiana degli ultimi trent’anni…

Marcello è un artista con cui lavoro dagli inizi e ho un rapporto estremamente intenso, le nostre divergenze d’opinione generano talvolta belle idee. Lui è stato una presenza costante e significativa anche quando ho cambiato e ampliato gli spazi, interpretandoli per primo con i suoi progetti spesso site-specific e sempre legati all’azione. Quella famosa performance, è vero, è stata profondamente poetica ma anche molto fisica e sensuale. Marcello ha invitato degli “extracomunitari”, come erano tristemente chiamati in quel periodo, in galleria. Vestiti eleganti, stavano letteralmente e metaforicamente in una posizione superiore, in piedi su degli sgabelli, con in mano delle rose rosse di un profumo inebriante che si mescolava all’odore della pelle. Marcello, un’artista che si è sempre dedicato all’analisi della scena locale, ha abbracciato in quel periodo un fenomeno nazionale, quello dell’immigrazione, che è poi diventata una tematica ampliamente affrontata nella scena artistica contemporanea. 


Nella programmazione della galleria oltre che alla performance hai dato molto spazio al linguaggio del video, anche in questo senso non una scelta immediatamente commerciale ma coraggiosa e rispettosa della necessità di molti artisti di esprimersi attraverso quel medium. Ricordo ad esempio un incontro con l’artista inglese Maria Marshall alla quale dedicasti nel 2005 una mostra perfetta, di soli video.  

Feci una mostra di Maria Marshall presentando il suo video di esordio When I grow up I want to be a cooker, uscito nel 1999, che ebbe una grande attenzione internazionale. Spesso gli unici protagonisti dei suoi video erano i figli, ritratti in una condizione di abbandono. Ma ogni situazione era solo un’illusione, generata dall’abile, perfetta, manipolazione digitale delle immagini.


Milano è una che città dove molto spesso le espressioni dell’arte contemporanea si sono fuse con quelle della moda. Come vedi questo scambio?

Trovo che l’incontro fra le arti visive e la moda sia spesso fecondo. Abbiamo realizzato mostre in collaborazione con Krizia, Herno e Aspesi, contaminazioni utili che hanno creato una bella trasversalità. Apprezzo molto anche le riviste di moda che dedicano sempre più spazio all’arte perché le loro penne offrono un punto di vista diverso, stimolante. 


C’è un’artista con cui non hai ancora lavorato e che ti piacerebbe mettere in mostra prima o poi?

 Si c’è. È un pittore, è nel mio cuore, chissà.


(www.libreriadelledonne.it, 04/06/2020)
https://www.vogue.it/news/article/raffaella-cortese-galleria-25-anni-intervista

di Flaviano De Luca


Sono figure mitologiche leggendarie – sirene, sibille, janare – progenitrici di un gruppo artistico-politico femminista, Le Nemesiache, nato negli anni ’70 con la volontà di evidenziare l’indomita natura ribelle muliebre che si vendica degli oltraggi subiti con la creatività artistica, con le azioni performative, con una scrittura d’avanguardia.

Alle Nemesiache, in particolare alle sorelle Lina e Teresa Mangiacapre che hanno fatto la storia dell’universo femminile napoletano, si è ispirato l’album Dove non potrò, il secondo della band Ardesia, un gruppo di donne che vuole rendere accessibili e piacevoli i testi del femminismo del ’900 (forse paragonabile all’operazione Wuthering Heights di Kate Bush su Brontë o Patti Smith con Beat Generation/Rimbaud). In copertina del disco, registrato negli studi Auditorium Novecento di Napoli e pubblicato da Ad Est dell’Equatore Musica (disponibile su Spotify), ci sono tre profili famosi, la riproduzione di «Le tre dame in blu», l’affresco del palazzo di Cnosso a Creta, risalente al XVI secolo a.C., una testimonianza di protagonismo femminile e mediterraneo già quasi 4000 anni fa che richiama le tre musiciste, nucleo centrale del gruppo, guidate da Stefania Tarantino, filosofa e musicista d’esperienza, pianista e cantante, con Giovanna Grieco, violinista e Claudia Scuro, chitarrista (gli innesti più giovani sono Giusy Franzese al basso e Andrea De Fazio alla batteria, con la partecipazione della pianista Veruska Graziano).

«C’è la vita/e le mani stringono l’aria/ C’è la vita/e lentamente liane sempre più fitte/ come braccia d’acciaio/ ti stringono/ ti rendono schiava». Frammenti di Dove non potrò, brano con un lungo finale vocale-sonoro improvvisato, una poesia di Lina Mangiacapre, eclettica performer e attivista politica, look androgino con occhiali a cigno o farfalla, femminista pura e dura, fantastica energia trasfusa in opere teatrali, rassegne cinematografiche, intuizioni creative, scomparsa nel 2002 (con una sezione nel museo delle donne artiste di Washington). Le otto tracce dell’album puntano su eleganza e bellezza, oscillando tra canzone d’autore e jazz, arrangiamenti sofisticati e suggestioni pop, dando voce al pensiero e al vissuto di tante protagoniste, non più tra noi, di battaglie estetiche e politiche, come Angela Putino, Lucia Mastrodomenico e Teresa Mangiacapre. «I brani di questo disco sono delle miniature che fanno vivere e conoscere gli scritti di alcune donne – confessa Tarantino – La particolarità del progetto è di essere formato da tutte musiciste che hanno portato avanti le varie idee, lavorando insieme, dialogando e confrontandosi secondo la pratica politica del femminismo».

Cosìl’episodio più rock Me too, influenzato dalle suggestioni d’oltreoceano o quello cantautoriale francese Le temps te donnera raison si alternano con Libera di essere (testo ispirato a Ondina se ne va di Ingeborg Bachmann, scritto per sostenere un centro antiviolenza) e con adattamenti ben riusciti Mani sulla pelle (dal libro di Anna Santoro La ballata delle sette streghe e altri versi) e Non sappiamo chi siamo (rielaborazione di un testo di Anna Correale). Una diversità cercata e cantata, puntando a sfatare i falsi miti della società napoletana e cercando un collegamento con la storica tradizione anticonformista, quella che dalla regista Elvira Notari arriva fino all’operaia Maddalena Cerasuolo.


(il manifesto, 3 giugno 2020)


Introduzione

Scisma non più silenzioso


La lettera che segue avrebbe dovuto essere spedita alla stampa per l’8 marzo di quest’anno. Non lo abbiamo potuto fare per le ragioni a tutte/i note.

Le sottoscrizioni in calce alla lettera, che servivano come presentazione per il lancio della raccolta firme, squadernano una molteplicità di posizioni.

Ciò è un dato rilevante; evidenzia che la “vertenza” che sollevavamo non è confinabile al mondo cattolico. Essa pone una questione trasversale. Le rappresentazioni del femminile elaborate e dispensate dalla chiesa cattolica, infatti, hanno effetti performativi non solo su cattolici/che, ma si estendono a latitudini ben più ampie. La fenomenologia con cui la Chiesa cattolica romana si relaziona alle donne è determinante sul piano dell’economia dei beni simbolici, un’economia trasversale e diffusa, incardinata in un impianto patriarcale e in una ideologia androcentrica. Le altre istituzioni/comunità religiose ne sono comunque (in misura varia) tutte affette.

Nel lasso di tempo trascorso abbiamo avuto modo di confrontarci con molte donne anche in origine non firmatarie. Lo scambio rinnovato di idee è stato molto fecondo, ha rafforzato la condivisione del testo della lettera e la decisione di diffonderla, consentendoci anche di sciogliere alcuni nodi che vogliamo qui esplicitare.

1. Essa è un monito, non un lamento vittimistico. In quel documento è scritto che non ci sarà pace senza una profonda conversione del clero riguardo all’iniquità con cui esso ha agito nei confronti delle donne. Con ciò la lettera istituiva l’evidenza di un fatto che nella nostra libertà affermiamo. Se la chiesa non affronta teologicamente e operativamente e con coerenza questo nodo, non taceremo il

perseverare nell’insincerità e nella mancanza di credibilità. Se la chiesa cattolica teme uno scisma al suo interno -per le manovre squallide ordite dal conservatorismo- dovrebbe pure interrogarsi dell’eventualità di uno scisma da parte delle donne. Finora, in Italia, ha avuto i caratteri di un movimento silenzioso, benché in crescita. Non siamo per ora fautrici di strappi, ma della nostra sete di giustizia importa a qualcuno?

2. La elencazione di frasi ingiuriose che ci sono state riservate (sezione minima di un “patrimonio” sconfinato) designa un passato che pesa e che non passa; la cui memoria non va cancellata né ignorata voltando pagina. Crediamo che solo a partire dalla assunzione responsabile di queste affermazioni i rappresentanti del potere clericale maschile possano prendere coscienza di questa triste “archeologia” che li ha plasmati. Se le frasi non sono più citate, non per questo i sintomi da esse provocate sono scomparsi – come sa qualsiasi persona che conosca i rudimenti di psicanalisi. Per depotenziarle, dovrebbero essere assunte ed elaborate. Solo ripercorrendo l’origine e il cammino del mysterium iniquitatis si potrà addivenire a una autentica prassi redenta, visibile nei suoi effetti, a comportamenti che nell’autentico sentire e agire diano prova di non temere le donne e di comprendere il valore e la potenza spirituale di quello “stare di fronte” reciproco, espresso in Genesi 2,18.

La lettera non è una monade irrelata. Per noi è una “testata d’angolo” (Sal.118,) e nello stesso tempo un granello di senapa (Mc. 4,31), da cui vorremmo nascesse un interrogarsi, un confrontarsi, un relazionarsi..un divenire che non possiamo prevedere. Tra le prossime tappe pensiamo a un convegno, cui si potrà partecipare e insieme edificare, nella condivisione della sete di giustizia e nella gioia della Ruah!



La pace nel mondo non può fare a meno delle scuse alle donne

da parte delle gerarchie ecclesiastiche


Lettera aperta


Non sono donne atee, anticlericali o agnostiche, coloro che hanno promosso e sottoscritto questo testo; bensì donne credenti, donne che hanno orientato la loro coscienza verso una spiritualità semplice e al tempo stesso aperta al soffio della Ruah, donne assetate di verità e giustizia, in ricerca di orizzonti di fede sempre più profondi e dilatati, donne che credono e praticano – nell’umiltà, ma anche nel coraggio della testimonianza – la sororità e la fratellanza umana di cui Gesù è stato testimone lungimirante.

È alla questione della presenza delle donne nella Chiesa che vogliamo riferirci: non è affatto una richiesta di spartizione di potere, di cooptazione all’interno del sistema clericale attuale, ma è, invece, la questione dell’assunzione nei fatti della centralità delle relazioni, cui rinvia l’enunciato fondativo: “Maschio e femmina li creò”.

Le relazioni tra donne e uomini dentro la Chiesa sono da molto tempo malate, perché intrise di stereotipi ingessanti a proposito delle donne: visioni svilenti, che ne deformano l’immagine negandole integrità. Da tali premesse il disvalore del femminile è logica conseguenza. E non ci si risponda che la Chiesa venera Maria, la quale sarebbe superiore a tutti gli apostoli, e quindi con essa venera tutte le donne; perché è la persona incarnata che va rispettata, le donne in carne e ossa, non la loro trasfigurazione immaginaria. Di quanto “l’esaltazione ideale della donna sia servita a coprire la sua insignificanza storica” abbiamo fatto – ahimé – una millenaria esperienza.

Il Vangelo aveva parlato un’altra lingua: quella del discepolato di uguali, per dirla con la famosa espressione della teologa Schüssler-Fiorenza; il messaggio evangelico è testimonianza di libertà per donne e uomini. Nella chiesa cattolica sono state istituite – e ne siamo sostenitrici – le Giornate Mondiali della Pace. Si auspica la pace, ma si riconosce contemporaneamente la contraddizione di un mondo che predica la pace invocandola però sulla base di relazioni false, intrise di sfiducia/diffidenza reciproca. Ma c’è una contraddizione ancora più originaria. Come mai non si coglie che la prima radice di una relazione di sottomissione, il primo nucleo fondante dei rapporti

di dominio risiede nelle relazioni donna/uomo?

Non ci sarà pace senza questa consapevolezza e senza una profonda conversione.

Sono maturi i tempi, dunque, per un ritorno al messaggio evangelico e perché la Chiesa faccia ammenda dei suoi errori storici. Prendiamo atto dei primi passi compiuti:

 Nel 1992 Giovanni Paolo II ha riabilitato Galileo Galilei riconoscendo che «fu un errore condannare Galileo…. [che] ebbe molto a soffrire – non possiamo nasconderlo – da parte di uomini e organismi della Chiesa».

 Nella “giornata del perdono” del giubileo del 2000 il papa ha chiesto perdono per gli sbagli commessi con i tribunali dell’Inquisizione; in quella occasione ha citato le donne, ma è stato solo un irrilevante cenno: «preghiamo per le donne troppo spesso umiliate ed emarginate».

 Nel 2018 papa Francesco ha chiesto scusa per il comportamento della Chiesa nei confronti delle vittime dei preti pedofili: «Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Queste morti pesano sul mio cuore come sulla coscienza dell’intera Chiesa».

Tutte queste prese di posizione sono passi encomiabili. Tanto più l’ultimo, che non si è limitato ad essere un generico atto di contrizione, ma è diventato operativo nel riconoscimento del diritto delle vittime e dei tribunali statali, per riportare la giustizia condannando i colpevoli e risarcendo le vittime.

Proprio in quanto donne di fede crediamo sia venuto il tempo, ora, perché la gerarchia della Chiesa cattolica chieda scusa alle donne, dei secoli passati e del tempo presente. Essa non ha mai smentito né ha preso le distanze da affermazioni ingiuriose di Padri della Chiesa, Apologeti cristiani o Santi, frasi che si attestano su questo tenore:

«Quanto a me, penso che le relazioni sessuali vadano radicalmente evitate. Penso che nulla avvilisca lo spirito dell’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che fanno parte del matrimonio» (Agostino, Soliloquia I, 10,17).

«Non sai, donna, che anche tu sei Eva? In questo mondo è ancora operante la condanna di Dio contro il tuo sesso; è necessario che duri anche la condizione di accusata […]Tu sei la porta del diavolo! Sei stata tu a circuire colui che il Demonio non era riuscito a raggirare! Tu hai distrutto l’immagine di Dio, l’uomo! A causa di ciò che hai fatto, il Figlio di Dio è dovuto morire!» (Tertulliano, De Cultu Feminarum, I,1-2).

«La moglie sarà salvata se genera dei figli che rimarranno vergini, se quel che lei stessa ha perduto lo recupera nei suoi discendenti e se la caduta e la corruzione della radice è compensata dal fiore e dal frutto» (Girolamo, Adversus Jovinianum 1,27; P.L.XXIII,260).

«L’uomo è nato dalla donna! Non c’è nulla di più abietto» (San Bernardo, Sermo in Feria IV° Hebdamodae Sanctae, 6, SBO V, 60).

«Rispetto alla natura particolare, la femmina è un essere difettoso e manchevole. […] Infatti la virtù attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un seme prefetto simile a sé di sesso maschile. Il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da disposizione della materia» (San Tommaso, Summa Theologica I,92, I, ad I).

Non possiamo non menzionare ciò che esponenti ufficiali delle Chiese hanno scritto, detto e compiuto contro le cosiddette streghe. Un florilegio di retorica misogina è il Malleus Maleficarum (nel 1484 il Papa Innocenzo VIII emanò la bolla Summis Desiderantes Affectibus con cui dava mandato a due inquisitori tedeschi di redigere un Corpus di sentenze per combattere la stregoneria). Dell’opera riportiamo questo brano, perché non deve essere lasciato in ombra:

«Ma poiché nei tempi moderni questa perfidia si trova in modo più frequente nelle donne che negli uomini, possiamo aggiungere che, siccome le donne sono difettose di tutte le forze tanto dell’anima quanto del corpo, non c’è da meravigliarsi se operano molte stregonerie contro gli uomini … infatti esse sembrano appartenere a una specie diversa da quella degli uomini…; la ragione naturale è che essa è più carnale dell’uomo, come risulta da molte sporcizie carnali. Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all’uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna

sempre… già nella prima donna è evidente che per natura ha minor fede: infatti al serpente che le chiedeva perché non mangiassero da tutti gli alberi del paradiso, già con la sua risposta si rivelava in dubbio e senza fede nelle parole di Dio. E tutto questo è già nella etimologia. Infatti femmina viene da “fede” e “meno”, perché ha sempre meno fede e la serba di meno.

…Sebbene infatti sia stato il diavolo a indurre Eva a peccare, fu Eva a sedurre Adamo, e siccome il peccato di Eva non ci avrebbe portato alla morte dell’anima e del corpo se non fosse seguita la colpa di Adamo, indotto da Eva e non dal diavolo, perciò la donna è più amara della morte».

Questi non sono che frammenti di un sistema simbolico e di una economia teologica kyriarcale molto più vasta e pervasiva, un impianto tanto potente e agente nel profondo per cui farne una decifrazione richiederebbe un intero volume – e forse non basterebbe.
Sui pronunciamenti di questo tipo non occorrerebbe dare segni di conversione? Non è forse attraverso questo gesto che si dischiuderebbero le condizioni di possibilità di una convivenza basata sul riconoscimento reciproco di pari dignità? «Ce lo hanno insegnato Nelson Mandela e Desmond Tutu con i processi sulla verità, la giustizia e la riconciliazione in Sud Africa: è l’ammissione della violenza compiuta da parte di chi l’ha esercitata che lascia libere le vittime e permette loro di

parlare e ricominciare a vivere.» (Letizia Tomassone, Violenza e giustizia di genere nelle chiese protestanti, in Paola Cavallari, a cura di, Non solo reato anche peccato. Religioni e violenza contro le donne, Effatà, 2019).

Nel quadro di tale economia teologica kyriarcale, sintetizziamo brevemente alcune violazioni gravi di cui il clero maschile si è macchiato (con la complicità a volte di donne consacrate) nei confronti del sesso femminile:

 Ha escluso per secoli la donna dal riconoscimento di essere Immagine di Dio, poiché l’imago Dei era attributo esclusivamente riservato all’uomo.

 Ha strutturato attraverso i secoli una visione culturale della donna che ha gravemente nuociuto alle relazioni tra uomini e donne, legittimando con il carisma del sacro (è un disegno divino, si è detto per secoli) i rapporti di dominio e sottomissione che caratterizzano le culture patriarcali.

 Ha spesso usato e sfruttato il lavoro delle donne consacrate come lavoro schiavo, senza riconoscimento economico e sociale.

 Ha esercitato (non sappiamo quanto, perché tutto è coperto dal segreto) abusi spirituali, di coscienza e sessuali.

 Ha contribuito, con la demonizzazione del corpo femminile e la costruzione dell’immagine della “donna tentatrice”, a legittimare la visione per cui sono le donne le responsabili degli atteggiamenti molesti/abusanti dei maschi.

 Ha voluto controllare nei dettagli la sessualità e il corpo femminile, ignorando la sfera del desiderio sessuale femminile e mai mettendo in discussione le forme autoreferenziali e non interattive della sessualità maschile.

 Non ha preso distanza radicale nei confronti del consumo della pornografia e della prostituzione, attraverso una messa in discussione profonda della sessualità maschile.

 Non ha ancora intrapreso una seria riforma della liturgia, del linguaggio pastorale e catechetico, che riconosca la soggettività delle donne.

 Non ha fatto ammenda di traduzioni dei Testi Sacri intrise di pregiudizio patriarcale.

 Perpetua una visione squilibrata del rapporto uomo/donna attraverso l’esclusione delle donne

non solo dai ministeri, ma anche da tutte le sedi decisionali all’interno della Chiesa.

Riconoscere tali frasi ingiuriose sarebbe un primo passo, soprattutto se non fosse una semplice dichiarazione di principio, ma si accompagnasse ad atti concreti e ad un inizio di collaborazione con le donne impegnate a porre un argine, attraverso la generazione di una nuova visione culturale, al drammatico fenomeno delle violenze contro le donne e ai femminicidi.

Questa lettera con le firme di chi la sottoscrive sarà inviata al Presidente della Conferenza episcopale. Ed in seguito alla stampa e ai siti.

Le donne che, pur non essendo credenti, ritengono tuttavia che il simbolico religioso sia stato e sia determinante nella costruzione delle relazioni inique tra i sessi sono caldamente invitate ad unirsi a noi. Ringraziamo tutte.


Per comunicazioni e adesioni potete scrivere a cavallaripaola1@gmail.com


Prime firmatarie:
Paola Cavallari – Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne – O.I.V.D.
Carla Galetto – gruppi donne Comunità di Base- CdB
Doranna Lupi – gruppi donne Comunità di Base- CdB
Paola Morini – Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne – O.I.V.D.


Nota: Della Lettera aperta, inviata al presidente della CEI Cardinal Gualtiero Bassetti, ha dato notizia “il manifesto”, 31 maggio 2020, con un articolo di Luca Kocci, https://ilmanifesto.it/e-ora-che-la-chiesa-cattolica-chieda-scusa-alle-donne/ (Ndr)


(www.libreriadelledonne.it, 1° giugno 2020)

di Luisa Muraro


Riprendo l’articolo di Ferrera e Stefanelli, Perché senza donne non ci sarà ripresa, articolo segnalato da Marina Terragni, apparso sul Corriere della sera 28 maggio 2020 e circolato nella rete inviolabilità subito prima della richiesta di sostegno da parte di Cristina Gramolini. Lei sul mio sostegno può contare, ci tengo a dirlo. Ma l’articolo è troppo importante per lasciarlo indietro. Marina dice: lo propongo “senza entusiasmo” e la capisco dal punto di vista delle proposte finali che Ferrera e Stefanelli suggeriscono. Ma il loro testo è molto importante perché mette a fuoco una contraddizione che rischia di farci tornare indietro. Noi, donne e uomini di oggi, abbiamo ereditato dal patriarcato la divisione del lavoro tra produzione e riproduzione, nella teoria del lavoro come in pratica. La divisione è sessuale e sessista, ma permane, oltre che come impostazione pratica di molte questioni, nel nostro linguaggio e nelle nostre teste, rivestita in caso da altre parole, come “lavoro di cura” ma al fondo resta. Ed è tornata a farsi sentire con prepotenza in occasione della pandemia. L’articolo Perché senza donne la analizza nelle sue giuste misure, che non è soltanto la causa femminista, ma uno snodo di civiltà, come si dice giustamente nel testo, in risposta al titolo: perché senza donne non ci sarà ripresa. Passo a spiegare la ragione principale del mio intervento: più di cinque anni fa è apparso presso la Libreria delle donne, un Sottosopra intitolato Immagina che il lavoro, il quale si propone esplicitamente e, secondo me, validamente, di far fuori la divisione del lavoro tra donne e uomini. Farla fuori alla radice, che è la concezione moderna del lavoro, subentrata al regime servile. Immagina che il lavoro prende la strada giusta, che è la concezione stessa del lavoro. La sua parola d’ordine è primum vivere, e il nome di lavoro va dato a tutto il lavoro necessario per vivere. Quelle e quelli che sono interessati a risolvere la contraddizione per cui con l’emergenza della pandemia si rischia di tornare indietro, li invito a rileggere il testo di Ferrera e Stefanelli, nella sua parte di analisi dei fatti e del problema. E invito il gruppo delle autrici di quel Sottosopra a intervenire selezionando i passi che illustrano la loro, secondo me, decisiva proposta. Saluti e coraggio: dicono che questa grande disgrazia può diventare una grande occasione. Facciamo il nostro possibile perché sia vero.


(www.libreriadelledonne.it, 1 giugno 2020)

Rispecchiamento, indagine critica, testimonianza. FOTOGRAFIA E FEMMINISMO NELL’ITALIA DEGLI ANNI ’70 Convegno a cura di Cristina Casero


Il convegno è stato riprogrammato come evento ONLINE su Zoom.
Di seguito giorni e orari degli appuntamenti:

Il programma completo è disponibile nel sito ufficiale!


LOCANDINA ORIGINALE:
Sabato 7 marzo 2020, ore 10 – 18.30 Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (MI) Nel programma di Milano MuseoCity (6-8 marzo 2020)

Il Museo di Fotografia Contemporanea raccoglie l’invito di MuseoCity, che dedica l’edizione 2020 al contributo delle donne nell’arte e nella società contemporanea, e promuove una giornata di studio sabato 7 marzo 2020 dal titolo “ Ri spe cchiamento, indagine critica, testimonianza. Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni ’70 “ nella cornice della storica Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, Milano.


Il convegno, a cura di Cristina Casero, docente di storia della fotografia e di arte contemporanea, e introdotto da Giovanna Calvenzi, Presidente del Museo, vuole essere l’occasione per una riflessione condivisa sul ruolo centrale giocato nell’Italia degli anni Settanta dalla fotografia quando, in mano alle donne, essa diventa uno strumento privilegiato di r ispecchiamento, indagi ne critica, testimonianza . È intorno alla metà di quel decennio, che in Europa e negli Stati Uniti si diffondono le posizioni del nuovo femminismo, il femminismo della differenza. Questo rivoluzionario pensiero, incentrato sulla necessità di ridefinire l’identità della donna a prescindere da millenni di cultura maschile, ha forti ripercussioni sulle ricerche di molte fotografe e artiste, che spesso usano la fotografia in quanto mezzo ideale sia per condurre una riflessione identitaria, sia per indagare e testimoniare la condizione della donna, restituendone un racconto inedito, poiché nato dallo sguardo femminile.


Grazie al contributo di studiose che da tempo hanno indagato il rapporto tra fotografia e femminismo (Linda Bertelli, Lara Conte, Elena Di Raddo, Laura Iamurri, Lucia Miodini, Federica Muzzarelli, Raffaella Perna), saranno approfondite le ricerche di alcune fotografe italiane, a partire da quelle presenti nelle collezioni del Museo, alla luce del loro contributo ad una nuova riflessione sulla donna. Chiuderà gli interventi un dibattito moderato da Cristina Casero e Giovanna Calvenzi con alcune delle protagoniste di quella vivace stagione, in dialogo con il pubblico.


Durante la giornata sarà inoltre presentata al Museo una installazione multimediale realizzata dagli studenti della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano a partire dalle opere di fotografe conservate al Museo. Troverà spazio per un’anticipazione anche la mostra esito del progetto culturale C art e de Visite , di Arianna Arcara e a cura di Roberta Pagani, che per due mesi e mezzo ha offerto nel quartiere Crocetta a Cinisello Balsamo un servizio gratuito di ripresa e stampa di ritratti e fototessere.

di Aldo Tortorella


Stralcio dall’editoriale del nuovo numero di «Critica Marxista»


Era certo difficile prevedere questa specifica pandemia, ma non è vero che non fosse stato abbondantemente previsto nella comunità scientifica competente – e non solo dal molto citato Bill Gates – che bisognava prepararsi alla difesa da nuove prevedibili epidemie virali a causa dei numerosi precedenti sempre più motivati dalla distruzione umana dei residui spazi rimasti di natura incontaminata. Ed è vero, invece, che questi avvertimenti sono stati del tutto ignorati da molti regimi politici e da altri sottovalutati, è vero che, ove esisteva, la sanità pubblica ha sofferto di pesanti tagli, e in Italia più che altrove, cosicché la impreparazione materiale è costata la vita a molti.

La imprevidenza non è stata figlia di inettitudine ma di un’ideologia e di una politica. Quando il primo ministro inglese ha enunciato la dottrina dell’immunità di gregge non raccontava una scoperta sua. All’origine di questa dottrina, il pensiero liberistico, la riduzione al minimo dell’intervento pubblico. Un pensiero tanto fallace, oltreché disumano, che Johnson è stato costretto a smentirsi rapidamente, ancor prima di ammalarsi, di confessare di essere stato in pericolo di morte e di essersi salvato per l’opera di due immigrati, quelli che la sua Brexit aborre. Un esempio da ricordare.

Come sempre quando ci sono svolte drammatiche nella vicenda umana, si è semplificata la casistica dei sentimenti, i buoni e i cattivi, i sapienti e i fanfaroni, chi fa il bene e chi si esibisce, chi pensa agli altri e chi solo ai suoi interessi o addirittura specula sulla disgrazia comune. Ma a me pare sia soprattutto divenuta evidente la incommensurabile stupidità dell’assetto umano in cui ci troviamo a vivere.

È la stupidità dei vincitori. Quelli che con la mazza più grossa stendevano a terra il rivale a fini mangerecci e hanno continuato così fino ad oggi, immaginando che il mondo perfetto è quello in cui domina chi si fa più forte con qualsiasi mezzo. Fondando, in linea di principio, sull’interesse proprio, poi esteso alla propria tribù, al proprio Stato, al proprio Impero. È stata l’epopea dei cattivi sentimenti considerati veramente umani, in cui siamo ancora pienamente immersi. La preistoria, diceva il vecchio Marx (anche se non sappiamo quel che verrà).

Sono anch’io tra gli estimatori di don Jorge Mario Bergoglio, Francesco in quanto Papa, che con suo grave rischio sta cercando di rappacificare le religioni e i culti – che tra di loro si combattono selvaggiamente, spesso a mano armata – anche parlando di un Dio unico non più frammentato tra le fedi, ben sapendo, attraverso la storia dei popoli originari della sua terra, cosa ha voluto dire essere conquistati dai seguaci di quella religione che in nome della vittoria della croce (cioè di se stessi) adoperavano la spada, la polvere da sparo e la frusta degli schiavisti. Il Papa Francesco è odiato da tanti dei suoi colleghi cardinali non solo per gli scarponi da contadino ma perché va predicando che la guerra serve solo ai mercanti di armi e ai finanzieri, che la terra non è stata data agli uomini per distruggerla, che il fine supremo non può essere il profitto privato, che vorrebbe una chiesa povera per i poveri. Lui ricorda che non fa altro che predicare il Vangelo, ma i suoi nemici gli danno del comunista perché sanno che a praticare il discorso della montagna (Matteo, 5) si perde la consociazione con i potenti.

Ma se Francesco papa appare un pericoloso e troppo isolato rivoluzionario, questo accade perché coloro i quali avrebbero dovuto e potuto continuare a denunciare le insanabili contraddizioni del sistema vincente, anche solo al fine di mitigarne le peggiori conseguenze, lo hanno sposato col corpo e con l’anima a partire dall’idea di uno sviluppo infinito in un mondo finito e dalla pratica di lasciare nella mano dei pochi il risultato del lavoro e dell’intelletto sociali. E hanno continuato a giustificare vergognose guerre neocoloniali.

Il danno non ha riguardato solo la parte politica che ha dimenticato il suo compito e cioè quella che è detta «sinistra». Solo il contributo rappresentato da una riflessione e da un’azione ispirate da uno sguardo critico sulla realtà, può consentire di introdurre il dubbio sul presente come unico orizzonte, la ricerca di altre visioni del mondo, di altre relazioni umane possibili e dunque anche di altre politiche per l’immediato.

Non andava combattuta unicamente la contraddizione interna al meccanismo economico capitalistico, ma le sue premesse: i fondamenti della società patriarcale (la competizione esasperata e la violenza, figlie del maschile come valore assoluto), la signoria indebita contro la natura considerata rapinabile a volontà, la sottomissione dell’intelletto sociale, cioè della scienza e della tecnica, al servizio del dominio e non della libertà. «Inaspettata» fu detta la crisi economica del 2007/2008 (bugia), «inaspettata» è stata definita la pandemia (bugia recidiva). Dovrebbe essere venuto il tempo di voltare pagina rispetto a questa cultura della menzogna.


(il manifesto, 29 maggio 2020)

di Maurizio Ferrera e Barbara Stefanelli


La fase 2 è partita tra promesse di sussidi e bonus, ma ancora senza una visione. Due punti critici rischiano di indebolire dalle fondamenta la grande ricostruzione: l’assenza di un piano di investimenti per il lavoro delle donne e per la formazione dei giovani. Proviamo a vedere, in due puntate, che cosa potrebbe essere immaginato (e avviato presto) in questa transizione dalla quale dipende la chance dell’Italia di restare al passo con l’Europa migliore.

Partiamo da una constatazione. In tutti i Paesi il virus ha colpito di più la popolazione maschile in termini di mortalità. Se però consideriamo i contagi e disaggreghiamo i dati per classi d’età, la proporzione s’inverte. In Italia fra le donne adulte (20-50 anni) le diagnosi di Covid-19 sono state di circa 10 punti superiori rispetto agli uomini. Un secondo numero sensibile, a inizio ragionamento, è quello che offre una sintesi del mercato del lavoro: in tutto il mondo l’incidenza della disoccupazione, della sospensione dal lavoro e delle riduzioni di reddito è stata più alta per le lavoratrici. Perché? Queste due dinamiche sono intimamente correlate.

Da un lato, molti dei settori «essenziali» in cui si è continuato a lavorare offline sono a prevalenza femminile. Nella sanità e nei servizi sociali due terzi del personale è composto da donne, ma il divario è presente anche nella vendita al dettaglio (pensiamo ai supermercati), nei call center, nelle attività di pulizia. Ciò spiega l’alto impatto della malattia fra le donne in età da lavoro. Dall’altro lato, le donne sono più presenti nei settori «non essenziali» (fermati dal lockdown) che ora affrontano una contrazione drammatica: turismo, ristorazione e in generale i servizi (dove è femminile l’84% della forza lavoro). Dato il crollo della domanda, molte imprese attive in quest’area hanno dovuto usare massicciamente la cassa integrazione, alcune hanno chiuso e non riapriranno. Le donne si sono dunque trovate strette in una tenaglia: nei settori essenziali, hanno subito più degli uomini le conseguenze del contagio; nei settori congelati dalla quarantena, sono state e sono più esposte al rischio di penalizzazioni retributive se non di licenziamento

I CANCELLI INVISIBILI

A questa altalena si aggiunge il sovraccarico che ha contraddistinto le settimane di blocco: da fine febbraio a maggio, le donne hanno pagato il prezzo più alto nella sfera delle relazioni personali. Uno: la convivenza forzata ha aumentato i casi di violenza domestica. Due: la chiusura delle scuole e la clausura dei nonni hanno accresciuto gli oneri di cura e istruzione dei figli, persistentemente e prevalentemente gravanti su spalle femminili (spesso le donne che sono riuscite a difendere il proprio posto da remoto, cioè da casa, si sono viste — e in Italia si vedono tuttora — costrette a sovrapporre ore di attività professionale/familiare in condizioni di disagio). Tre: la rifocalizzazione della sanità verso le terapie Covid ha indirettamente reso più difficile e meno sicuro l’accesso ai servizi per esigenze biologicamente legate alle donne, come le patologie riproduttive o il parto.

Mentre accadeva tutto questo, in Italia i processi decisionali relativi all’emergenza e all’uscita dall’emergenza sono stati dominati — salvo correzioni in corsa — da politici ed esperti di sesso maschile. È possibile che la scarsa sensibilità alle implicazioni di genere nella fase di ripartenza sia imputabile proprio a questo squilibrio. Tuttavia il problema è più complesso. A dispetto dei progressi (lenti e non omogenei) degli ultimi due decenni, l’agenda di genere è destinata a scontrarsi di continuo con ostacoli imprevisti o di natura nuova. È la sindrome delle discriminazioni indirette, non intenzionali: per questo più subdole e difficili da contrastare. Come dicono gli scienziati sociali, la disuguaglianza ha cause strutturali, radicate alla base dei nostri modelli di organizzazione socio- economica, politica e culturale. Nei momenti di passaggio, come quello attuale, si presenta l’occasione di imprimere un cambiamento, una disruption come è stata chiamata dalla Silicon Valley in poi: un sovvertimento dell’ordine ereditato che si accompagna a una possibilità di innovazione del sistema intero. Altrimenti gli effetti della crisi provocheranno un arretramento dell’indipendenza economica delle italiane e un’accentuazione del divario domestico tra partner. E questo avverrà per ragioni pratiche, prima ancora che eventualmente ideologiche: all’interno di una coppia, in assenza di scuola o altri servizi, chi rinuncerà al lavoro quando non quadreranno i conti della cura dei figli o dei genitori anziani se non chi ha una retribuzione più modesta e un contratto più precario?

Quando si prova a discutere di tutto questo a ogni livello, nessuno contesta che il rilancio dell’economia italiana non possa non passare da un significativo incremento dei tassi di occupazione femminile, ostinatamente fermi intorno al 50%. Ci ritroviamo dalla stessa parte quando ripetiamo che è ridicolo tenere in panchina metà dei talenti nazionali, soprattutto considerando il merito crescente delle studentesse. Cominciamo a dividerci, però, quando si tratta di mutare l’agenda delle priorità e di deviare la corrente delle consuetudini. Per accelerare il processo di «parificazione» (che non vuol dire livellamento ma equità nell’incrocio delle possibilità e nel riconoscimento delle capacità) occorre mettere a nudo le radici più robuste — e, probabilmente, meno visibili — che ci tengono tutti e tutte prigionieri/e.

Da dove iniziare? Forse il bandolo va individuato in quell’insieme di pregiudizi inconsci che influenzano dal profondo le nostre aspettative di genere e vanno a modellare pratiche e istituzioni. I pre-giudizi sono ancora più potenti degli stereotipi. Si può pensare che in un’impresa gli uomini siano più adatti a gestire le questioni tecniche e le donne a gestire le risorse umane (doppio stereotipo). Se però fra due candidati ingegneri io scelgo in automatico l’uomo, anche se meno preparato, sarò causa di una distorsione valutativa. Che a sua volta inconsciamente scoraggia le donne dal candidarsi o persino dalla scelta di studiare ingegneria. In Italia persistono pregiudizi di «prima generazione» (le donne sono più adatte a lavorare a casa che fuori; i bambini crescono meglio a casa che all’asilo) che altri Paesi hanno superato. È su questo piano — con le scuole interrotte e la precarietà acuita di molti posti di lavoro — che le quarantene imposte dal Covid rischiano di farci perdere il poco terreno guadagnato.

Per sciogliere questi pregiudizi inconsci bisogna innanzitutto smascherarli. Le scienze cognitive suggeriscono che la strada più promettente è quella di affidare il compito a «un osservatorio imparziale» allenato allo scopo, che andrebbe attivato nei processi di decisione collettiva, come ad esempio quelli che gestiranno la ripartenza. Proviamo a chiamarla «maieutica di genere», esplicitamente integrata nel funzionamento di comitati o task force, nei board delle imprese o nelle aule parlamentari. Forme di confronto aperto tra persone che s’interrogano sui propri preconcetti e progettano soluzioni, facendo scelte condivise e per questo più coraggiose.

LA MELA DI BIANCANEVE

Un’impostazione che sfida la tentazione di archiviare la cosiddetta «questione femminile» perché c’è ben altro da riparare. Il «benaltrismo» è una lama sottile e segretamente avvelenata come la mela di Biancaneve. Un piccolo morso e il corpo sociale va in stand-by. Non è qui di «questione femminile» che ragioniamo, ma della forza di uno Stato attento a un futuro sostenibile. Non è «questione femminile» quando si immagina di promuovere risorse per le giovani imprese guidate da donne o di dare impulso a quel «neo-terziario sociale» che in altri Paesi offre beni e servizi per le famiglie (creando centinaia di migliaia di nuovi posti). Non è «questione femminile» quando si incoraggiano forme di conciliazione per i due genitori o flessibilità nel ricorso ai congedi parentali. Non chiamiamola «questione femminile» quando riflettiamo sui meccanismi e i benefici per la società intera del «gender responsive budgeting»: l’analisi dell’impatto che le politiche fiscali hanno sulle donne in particolare, in un trade-off monitorato tra efficacia e promozione dell’equità.

Già molti anni fa il lungimirante Alberto Alesina aveva suggerito di introdurre sistemi di tassazione capaci di incentivare l’inclusione lavorativa delle donne riducendo le loro aliquote, ragionamento opposto rispetto al «quoziente familiare» complessivo. Tra i tanti dati ai quali si potrebbe ricorrere in chiusura ne proponiamo uno tratto da un’elaborazione della Rete urbana delle Rappresentanze (RuR) sulla base di una ricerca Eurostat: il numero di donne italiane con responsabilità di cura dei figli è di pochi punti inferiore rispetto alla media europea (29,2% rispetto a 31,4 Ue), ma la percentuale di rinuncia femminile al lavoro per prendersi cura dei figli è nettamente più alta (11,1% rispetto a 3,7, che in Germania diventa 1,3 e in Danimarca 0,9). Guardando all’Europa, dunque, le italiane rinunciano ai figli temendo per il lavoro e/o al lavoro temendo per i figli. Perché questo indicatore e non altri? Per sbriciolare nel punto più sensibile il muro dell’inerzia di chi continua a invocare i ruoli «naturali» di genere o di chi — pur consapevole dei dislivelli — ancora non si muove per appianare il terreno. L’indipendenza economica attiva delle donne è la prima garanzia di libertà individuale e di sviluppo sociale.


(Corriere della Sera, 28 maggio 2020)

Arcilesbica Nazionale


Noi, associazioni e singole persone impegnate nella società civile, nel sindacato, nei collettivi del movimento delle donne e per i diritti umani e sociali, denunciamo l’aggressione in corso ai danni dell’Associazione ArciLesbica su facebook, scatenata per l’organizzazione da parte dell’associazione di un webinar di lancio della Declaration on Women’s Sex-Based Right (https://www.womensdeclaration.com/), tacciata dagli haters di transfobia. Si tratta di una dichiarazione femminista internazionale, che sarà presentata domenica 31 maggio da Sheila Jeffreys, una delle autrici, e che richiede di mantenere la distinzione tra la nozione di sesso e quella di identità di genere nelle politiche delle pari opportunità. La sostituzione dell’identità di genere al sesso infatti nuocerebbe alle politiche dedicate ai diritti delle donne, ad esempio conducendo a dati fuorvianti nelle ricerche sulla violenza domestica, i livelli retributivi, le carriere, l’accesso ai fondi statali. Le persone transessuali necessitano di politiche mirate e di risorse aggiuntive, non detratte da quelle già scarse riservate alle donne. Un’azione persecutoria va avanti da giorni contro ArciLesbica che viene paragonata al fascismo e fatta oggetto di minacce sessiste che tutti possono constatare, a cui si aggiungono minacce di stupro punitivo rivolte per iscritto a una socia dell’associazione.

ArciLesbica non fa una politica transfobica ma femminista. Si valuti quello che scrive e non quello che le attribuiscono gli haters. Collaboriamo con ArciLesbica sui temi della uscita dalla prostituzione, della lotta alla mercificazione degli esseri umani, compreso l’utero in affitto, del diritto alla scelta del/la partner e contro la violenza. Chiediamo che gli attacchi cessino e che si ripristini la dialettica politica corretta.


Seguono firme


(Arcilesbica Nazionale, 28 maggio 2020)