di Carola Frediani
Tre aziende di antivirus hanno segnalato, in corrispondenza della pandemia, un incremento degli stalkerware, ovvero di quei software di sorveglianza che sono usati per spiare sui messaggi, le chiamate, le attività online di un partner (o un familiare). Malwarebytes, Avira ed ESET hanno infatti notato una crescita di segnalazioni di questi software poco dopo che vari governi hanno introdotto misure di distanziamento sociale e lockdown, riferisce Cyberscoop. Ad esempio, tra gennaio e maggio, la rilevazione di stalkerware sui dispositivi di clienti da parte di Malwarebytes e Avira è aumentata rispettivamente del 190 e del 99 per cento. E anche ESET ha visto un incremento nei primi mesi del 2020. Difficile interpretare correttamente questa crescita, dal momento che il panorama degli stalkerware è estremamente frammentato, viaggia sottotraccia, e che non tutte le aziende di antivirus segnalano un aumento (anzi, Kaspersky va in controtendenza) per cui bisognerebbe valutare la base utenti da cui arrivano questi dati. Tuttavia, inquieta la possibilità che ci sia stato un incremento nello stesso periodo in cui, secondo alcune analisi, sarebbe cresciuta anche la violenza domestica. E nel periodo in cui le persone facevano molta più fatica a stare fuori casa.
Con stalkerware si intende una serie di software che si collocano in una zona grigia. Molti si presentano come app o strumenti di parental control o per monitorare il dipendente, ma sono spesso progettati per restare invisibili a chi utilizza il dispositivo e questo ne agevola un utilizzo malevolo, segreto o vessatorio. E per installarli non serve essere un hacker della NSA, perché basta avere accesso fisico al dispositivo della vittima (cosa piuttosto facile per un partner, o ex ecc).
(Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber a cura di Carola Frediani N.77, 5 luglio 2020)
di Alessandra Pigliaru
Correva l’anno 1987 quando comparve Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, con la collaborazione di Marcella Mariani e la partecipazione alla ricerca di Edda Billi e Alda Santangelo. Testo di riferimento e pietra angolare, continua a restituire la tempra politica non solo della sua indimenticabile autrice, linguista, femminista e anglista, bensì di un clima maturo nei riguardi dell’argomento che quel momento storico richiedeva fosse analizzato anche istituzionalmente. Edito per iniziativa della presidenza del Consiglio dei Ministri e della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna, nella coda degli anni Ottanta il terreno era stato già ampiamente dissodato dal movimento delle donne e dal femminismo e anche Alma Sabatini, e chi aveva lavorato con lei alla stesura, era parte di un processo simbolico e materiale in cui la ricerca sul campo era provvista di una riflessione teorica ed esperienziale di collettivi, centri di studi e ricerca, librerie e soprattutto confronti in presenza; non ultimo, vi era anche il vivace dibattito internazionale che la stessa Sabatini frequentava con agio nella sua vasta letteratura. Nonostante il tempo trascorso, resta una ricerca feconda e dal basso, nella spinta propulsiva che sono stati il femminismo e la politica delle donne.
Esperimentoprezioso leggere quel testo e analizzarlo (si può consultare integralmente in rete) per farlo reagire al presente, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, per avere contezza di quanto impegno vi sia stato negli anni precedenti da parte di chi lo ha redatto, di come sia ancora un punto cruciale della discussione attorno al linguaggio. Fin dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (del 1986 e poi comprese nel testo finale del 1987, ripubblicato nel 1993 con una efficace presentazione di Tina Anselmi), l’attualità è notevole; segnala lo spaccato sociale di una parte consistente della cultura materiale italiana applicata non esattamente al «genere» quanto piuttosto alla nominazione sessuata del mondo; dagli annunci di lavoro ai titoli e sommari dei maggiori quotidiani mainstream dell’epoca fino ad arrivare alla didattica, gli usi del linguaggio inficiano e traducono la realtà rappresentandola astratta e disabitata di corpi come essa non è. Non sono sbadataggini innocenti, quanto piuttosto il segno di un rifiuto reazionario di assumere la differenza sessuale né l’ampio lessico offerto dalla declinazione sessuata della lingua.
Alla finedegli anni Ottanta diverse erano le occorrenze in cui si riverberava (per esempio nella carta stampata) il modificante «donna» a professioni o ruoli perlopiù apicali, oppure diminuendone il rilievo con sotterfugi confidenziali; capitava di leggere «donna-magistrato», «donna-parlamentare» ma anche «la Thatcher» o «Indira» – privata del cognome – e via discorrendo, è pur vero che qualche residuo permane ancora oggi nella ilarità dell’accoglienza di «sindaca» o ancora «ministra», «direttora» o «architetta» ma anche nel far comprendere che il termine «uomo» non è sineddoche dell’intera umanità. Sempre meno, sia chiaro, grazie a un passaggio più profondo che ha lavorato carsicamente sul simbolico collettivo ormai ineludibile.
Anche di questo parla Il sessismo nella lingua italiana. Trent’anni dopo Alma Sabatini, a cura di Anna Lisa Somma e Gabriele Maestri, che viene pubblicato adesso per Blonk (pp. 254, euro 16) un volume importante che rammenta quanta strada sia stata percorsa con l’impegno di chi ha animato i territori rendendoli presidi di lavoro capillare e quotidiano, esplicitando gran parte delle pratiche fin qui messe in atto, sia nelle istituzioni che nel terzo settore come nelle singole e composite reti associative. È il significato di quella «politica prima» che per Alma Sabatini ha avuto il femminismo. Somma e Maestri, studiosi e utenti della biblioteca e degli archivi del Centro documentazione donna di Modena, hanno allora colto e sviluppato questa sponda e la loro idea è diventata progettualità interna al Centro, insieme ad altri attori partecipanti, dando vita tre anni fa a un convegno internazionale (svoltosi il 30 marzo del 2017 all’Università di Modena e Reggio Emilia) di cui il libro è l’esito ultimo.
Scomparsanel 1988 a causa di un incidente stradale, altri sono stati in questi anni gli interventi per mantenere viva la memoria di Sabatini che, fino a quel momento, ebbe a impegnarsi mai in solitudine bensì insieme a chi aveva condiviso battaglie importanti fin dal collettivo romano di via Pompeo Magno e poi altrove, dalle piazze alla rivista «Effe» – solo per citare alcuni degli esercizi di libertà di cui è stata protagonista. Ecco perché il Centro di documentazione a lei intitolato è ancora oggi in attività – all’interno della Casa internazionale delle donne di Roma – e conserva le sue carte private che ancora molto hanno da raccontarci.
Il volume che oggi ospita molti interventi e testimonianze preziose (cominciando da quello di Vittorina Maestroni e continuando con Fabiana Fusco, Stefania Cavagnoli, Francesca Dragotto, Federica Formato, Gemma Pacella, Carla Maria Reale, Chiara Nardone, Brunella Casalini, Giuliana Giuliani, Lina Appiano, Paolo Nitti, Edda Billi, Paola Mastrangeli, Marcella Mariani, Elena Marinucci, Judith Pinnock) consegna dunque l’arcipelago generoso di una linguista instancabile e così la vasta ricezione delle sue ricerche.
Smascherandouna postura vocata alla scorciatoia sciatta dello stereotipo, prodotta da un immaginario arido e zeppo di formule scadenti, si comprende che Sabatini ha avviato una mappatura del linguaggio e del guasto generato dal suo maldestro o strumentale utilizzo. Il concetto viene ribadito bene anche nel lavoro di Somma e Maestri per indicare che non solo parlare, come ebbe a dire Luce Irigaray, non è mai neutro (e che non è stato diversamente anche per Sabatini), ma che il linguaggio – in sé senza colpe – viene spesso appiattito quando non falcidiato dall’uso di un falso universalismo, quando ci si rende conniventi al neutro maschile e a una diminuzione dello spazio guadagnato dalle donne sulla scena pubblica. Serve allora storicizzare quanto è stato fatto e proseguire con un allargamento delle possibilità che lo stesso linguaggio offre, fare in modo che la grammatica sia lo specchio relazionale della realtà, non una sua ridondanza. E che la sessuazione sia una costante e mobile presenza del vivente che domanda esistenza. Questa è forse la lezione più duratura di Alma Sabatini, che poco ha a che vedere con la «parità» e con il politically correct ma che si intreccia con l’ascolto e la nominazione politica e radicale del mondo. Senza trappole né compromessi.
(il manifesto, 3 luglio 2020)
Renata Sarfati ha segnalato e tradotto per noi questo appello ricevuto dall’organizzazione Jcall for peace (Jewish call for peace), una rete europea che si propone di fare pressione sullo stato di Israele e sui paesi europei affinché intervengano (ndr).
Noi, donne israeliane, funzionarie elette, esponenti della società civile, opinioniste e attiviste di base, con diverse convinzioni politiche e rappresentanti diversi gruppi sociali, religiosi, nazionali ed etnici, abbiamo in comune un profondo impegno nei confronti di una soluzione negoziata con due stati del conflitto israelo-palestinese, soluzione che potrà garantire la nostra sicurezza e la piena uguaglianza in quanto donne ed esseri umani. Nel 20° anniversario della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, crediamo che soprattutto ora debbano essere ascoltate le voci delle donne sulle questioni esistenziali che ci troviamo ad affrontare oggi. Siamo profondamente preoccupate dell’imminente prospettiva di un’annessione israeliana di parte o tutta la West Bank nel quadro del piano del presidente Trump per il futuro dell’area. Vi invitiamo ad associarvi a noi affinché facciate tutto ciò che potete per fermare tale misura ed impedirne le disastrose conseguenze per la nostra sicurezza, democrazia, benessere, uguaglianza, ed il nostro futuro e quello della nostra regione.
La crescente occupazione ha alimentato oltre un secolo di acrimonia, incertezza, insicurezza umana, instabilità e violenza. Dal 1967, il crescente controllo militare israeliano sull’intera area tra il Mediterraneo e il fiume Giordano e l’espansione degli insediamenti ebraici oltre la linea verde, non solo hanno ulteriormente compromesso i diritti umani e collettivi dei palestinesi, ma sfidano anche i principi di libertà, uguaglianza e giustizia.
Se il prolungarsi del conflitto ha avuto un impatto dannoso su tutto, esso ha particolarmente colpito le donne. Ripetuti cicli di tensione, guerre e conflitti hanno marginalizzato le donne e favorito molteplici abusi di genere nella vita quotidiana, hanno radicato un’insicurezza fisica, economica, sociale e politica, intaccando i valori democratici di libertà, uguaglianza e tolleranza reciproca. Col protrarsi del conflitto, le donne sono state sistematicamente messe in disparte.
Siamo ora particolarmente preoccupate del fatto che, nel mezzo della pandemia del Covid-19 con tutte le sue ramificazioni umane, socioeconomiche e globali, dal 1° luglio 2020, la nuova coalizione del governo israeliano pianifica l’annessione unilaterale di parti della West Bank. Questa misura, in linea con il piano dell’attuale amministrazione di Washington di legittimare il controllo permanente israeliano sulla West Bank, frammenterebbe irreparabilmente i palestinesi geograficamente e demograficamente, evitando sostanzialmente l’indipendenza di uno stato palestinese autosufficiente accanto a Israele, e suonando così le campane a morto ad un accordo di pace duraturo. Tale misura viola la legge internazionale e tutte le relative risoluzioni dell’ONU, crea una discriminazione istituzionalizzata riducendo i palestinesi allo stato di sudditi contro la loro volontà. L’annessione costituisce quindi un irreversibile pericolo ed è una minaccia esistenziale per i palestinesi, per gli israeliani, per la stabilità della regione e per un già fragile ordine globale.
L’annessione unilaterale è un atto di coercizione che istituzionalizza l’ineguaglianza e umilia la dignità umana. Incarna inoltre l’esclusione di genere. E’ stato concepito quasi interamente da uomini senza alcun riferimento alle varie prospettive di donne appartenenti a diversi ambienti sociali. E omette di prendere in considerazione gli effetti nocivi di un patriarcato consolidato sulla legittimità, il tessuto morale e il percorso dinamico di Israele e di tutti i popoli della regione.
Da un punto di vista umano e femminista, l’annessione non può non essere contestata. Abbiamo bisogno del vostro sostegno e del vostro impegno in una collaborazione globale per salvare la speranza di una risoluzione del conflitto che sia giusta, paritaria e duratura, per noi e per le generazioni future. Dobbiamo perciò continuare a perseguire una pace negoziata e giusta tra Israele e i suoi vicini.
Segue la lista delle firmatarie
June 2020
Israeli Women’s Urgent Appeal Against Annexation
We, Israeli women—elected officials, civil society leaders, opinion-shapers and grassroots activists–from diverse political persuasions and representing a variety of different social, religious, national and ethnic groups, have in common a deep commitment to a negotiated two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict that will guarantee our safety and full equality as women and as human beings. On the 20th anniversary of the pathbreaking UN Security Council Resolution 1325, we believe that especially now women’s voices must be heard on the existential issues facing us today. We are profoundly concerned about the imminent prospect of an Israeli annexation of parts or all of the West Bank within the framework of President Trump’s plan for the future of the area. We call on you to partner with us to do all you can to halt such a step and prevent its disastrous consequences for our security, democracy, wellbeing, equality, and the future of ourselves and our region
The ongoing occupation has fueled over a century of acrimony, uncertainty, human insecurity, instability, and violence. Since 1967, the ongoing Israeli military control over the entire area between the Mediterranean and the Jordan river—and with it the expansion of Jewish settlements beyond the Green Line—has not only further undermined Palestinian human and collective rights, but also defies the principles of liberty, equality and justice.
While the prolonged conflict has had an adverse impact on all involved, it has particularly affected women. Repeated cycles of tension, wars and strife marginalize women and invite multiple gender-based abuses in daily life, entrench physical, economic, social and political insecurity, and chip away at the democratic values of freedom, equity and mutual tolerance. Women have been systematically shunted to the sidelines as the conflict continues.
We are now particularly alarmed that, in the midst of the COVID-19 pandemic with all its human, socioeconomic and global ramifications, as of July 1, 2020, Israel’s new coalition government plans to unilaterally annex portions of the West Bank. This step, in line with the present administration in Washington’s plan to legitimize permanent Israeli control over the West Bank, would irreparably fragment Palestinians geographically and demographically, thus effectively preventing the independence of a viable Palestinian state alongside Israel, and thereby sound the death knell for a durable peace accord. Such a step violates international law and all relevant UN resolutions, creates institutionalized discrimination, and would reduce Palestinians to the status of subjects against their will. Annexation therefore poses an irreversible danger and constitutes an existential threat to Palestinians, to Israelis, to regional stability and to an already fragile global order.
Unilateral annexation is an act of coercion which institutionalizes inequality and flouts human dignity. It also epitomizes gender exclusion. It was conceived almost entirely by men without any reference to the diverse perspectives of women from different social locations. And it fails to consider the adverse effects of entrenched patriarchy on the legitimacy, moral fabric, and dynamic trajectory of Israel and all the peoples in the region.
From a human and feminist perspective, annexation cannot go unchallenged. We need both your support and engagement in a global partnership to save the prospect for a just, equal, and lasting resolution to the conflict, for ourselves and future generations, as we continue to pursue a negotiated and fair peace between Israel and its neighbors.
List of Signatories
| Sarai Aharoni | Colette Avital | Naomi Chazan |
| Yael Dayan | Nabila Espanioli | Zehava Galon |
| Galia Golan | Hanna Herzog | Eva Illouz |
| Rachel Liel | Eti Livni | Jessica Montell |
| Shaqued Morag | Achinoam Nini (Noa) | Israela Oron |
| Dorit Rabinyan | Alice Shalvi | Anat Saragusti |
| Shahira Shalabi | Aida Touma Sliman | Ksenia Svetlova |
| Tamar Zandberg |
Additional signatures (updated 28/06/2020)
| Amaf Kochava | Anca Ditroi | Ankonina Dee |
| Ariav Pnina | Arieli Chen | Ashkenazi Rena |
| Aviram Hanna | Balser Diane | Bar Noa |
| Bar-din Dalia | Bar-din Talma | Barak Wolfman Naama |
| Bartor Assnat | Batzir Chaya | Becher Suzie |
| Ben Eliyahu Hadass | Benbasat Rivka | Benziman Rachel |
| Ben Yakir Dina | Berger Eva | Bergman Rotem Ruti |
| Betzer Merav | Berlovitz Yaffah | Biadi Shlon Adella |
| Bloom Sarit | Brenner Miriam | Brill Adi |
| Brinner Sulema Leyla | Chen Pascale | Cohen Sara |
| Danon Ofra | Demlin Robi | Diamond Rivi |
| Diner Ester | Donath Orna | Dovrat Irit |
| Dvortchin Ilana | Eisner Shiri | Elias Dana |
| Engelberg Michal | Erdinast-Vulcan Daphna | Erel Tamar |
| Eviatar Zohar | Gazit Irit | Gilat Orly |
| Giniger Ariella | Gouri Hamutal | Gozansky Tamar |
| Grossman Sari | Guedalia Yasmine | Hacker Daphna |
| Hadar Bracha | Halevy Rachel | Halperin-Kaddari Ruth |
| Harkavi Tania | Harpaz Orpa | Hasid Shiri |
| Hefetz Rabbi Nava | Heiman Michal | Jaussi Rivka |
| Joel Daphna | Kadima Hagar | Kamir Orit |
| Kaplan Vardit | Katriel Tamar | Katz Ruti |
| Katz Shir | Lahav Pnina | Lasky Gaby |
| Langer-Gal Anat | Laoorpscho Ilana | Lapin Debbie |
| Lavie Joshua | Lerner Adi | Levinstein Sue |
| Linder Miri | Livne Holtzman Adi | Loevy Netta |
| Marian Kadishay Ronit | Maroshek Uki | Mass Ader Galit |
| Mazor Noa | Miro Noa | Moor Avigail |
| Nativ Galia | Naveh Hadassah | Oppenheim Ron |
| Oren Sternberg Nirit | Ortman Hava | Paneth Peleg Michal |
| Peleg Ginzburg Neta | Peress Sharon | Porat Sara |
| Potel Adriana | Raanan Yeela | Reisman-Levy Anat |
| Resh Nura | Ronen Raya | Rosen Alisa |
| Rosenthal Batya | Rotlevy Saviona | Rubin Cooper Yasmin |
| Sa’ar Amalia | Sadan Elisheva | Samash Tamar Tali |
| Sapoklinsky Tirsa | Savir Aliza | Savir Kadmon Miki |
| Sela Michal | Shadmi Erella | Shahar Peer-li |
| Shaked Chani | Sharabi Tehila | Shofman Gutman Limor |
| Shoshani Suzi | Silver Vivian | Södergren Kerstin |
| Stern Sharon | Stern Levi Iris | Suissa Rachel |
| Suman Tov Erel Avital | Szor Abigail | Tal Hila |
| Trainin Ray | Ulus Ilana | Veiga Nirit |
| Weidman Sassoon Galit | Weiner Hagar | Yaakobi Michal |
| Yanovsky Aliza | Yavin Roni | Yehonatan Rikiy |
| Zach Ruth | Zig Dorit | Zig Naama |
| Zinder Merav |
(www.libreriadelledonne.it, 3 luglio 2020)
di Altamira Gonzalo
Questo testo, segnalato e tradotto da Veronica Tamborini, riguarda la Spagna ma fa chiarezza su un argomento che ci interessa, le critiche al ddl sulla omo e transfobia (Ndr)
In questi giorni stiamo assistendo a un intenso dibattito tra femministe – e in alcuni casi anche non femministe – motivato dall’emergere della teoria queer, che si è manifestata negli articoli di diversi progetti di legge promossi dal Unidas Podemos, come la Legge per la protezione dei minori, la Legge sulla libertà sessuale e altre leggi che dovranno essere dibattute nel corso di questa legislatura come la Legge sulla parità di trattamento, la Legge LGTBI, la Legge trans e persino la Legge sui delitti d’odio.
Il dibattito è suscitato dal testo di alcuni articoli delle leggi sopra citate che sono già arrivate al Parlamento, in cui praticamente scompare il riferimento al sesso biologico come questione determinante per definire il posto che occupano le persone, donne o uomini, nel mondo, ed è sostituito da genere, identità di genere o identità sessuale delle persone.
Questa sfumatura tocca il nucleo stesso del femminismo e sta suscitando un arricchente dibattito al suo interno; sta inoltre motivando il posizionamento politico al riguardo da parte di associazioni, organizzazioni femministe e di qualche partito politico, come il PSOE.
Questa discussione del movimento femminista con il movimento queer, che è il sostenitore di queste tesi, si svolgeva da qualche tempo all’interno dell’accademia, ma la discussione di alcune delle leggi indicate ha portato il dibattito dalle università alle associazioni. Si è creato un dibattito molto interessante e, come dico, arricchente, anche se devo dire che da molto tempo non sentivamo così tanta ostilità e tanta durezza e persino insulti da parte di alcune persone trans – non dell’intero movimento trans, voglio che sia chiaro.
Cancellare il sesso biologico dalle leggi ha gravi conseguenze legali. Sostituire il soggetto politico della lotta femminista, che sono le donne, con il genere, è andare contro i postulati femministi. Per il femminismo, il genere è il compendio di obblighi che il potere patriarcale impone alle donne, obblighi che diventano diritti o privilegi degli uomini. Ecco perché il fine della lotta femminista, almeno della mia lotta da quando ho preso coscienza della discriminazione che ho subito per il solo fatto di essere una donna, è farla finita con il genere, che è sinonimo di porre fine al patriarcato.
Perciò io non sostengo l’identità di genere, come fa la teoria queer, perché sarebbe come riconfermare la causa dell’oppressione delle donne nel mondo, che è il patriarcato. Né metto l’identità sessuale al centro della lotta femminista, perché il femminismo è molto di più: è una lotta contro l’oppressione sessuale, sì, ma anche e forse soprattutto, è una lotta contro l’oppressione economica, sociale e politica. È la lotta per la piena realizzazione del potenziale delle donne, individualmente e come processo politico. Questo è femminismo, almeno per me.
Le esigenze del movimento femminista sono sempre state dirette alla scomparsa del genere come costruzione sociale del dominio degli uomini sulle donne, di un sesso sull’altro. Le suffragette hanno combattuto per il diritto di voto alle donne, perché mentre tutti gli uomini adulti potevano votare, la stragrande maggioranza delle donne no; la facoltà di votare era un ruolo solo del genere maschile. Quando il movimento femminista ha combattuto per il diritto all’uguaglianza all’interno del matrimonio, stava combattendo contro i privilegi degli uomini sposati sulle donne sposate. Quando lottiamo per il diritto all’aborto, lottiamo per controllare e decidere noi sulla nostra maternità. Quando combattiamo per la parità di retribuzione o contro qualsiasi divario di genere, combattiamo proprio contro tutte e ciascuna delle manifestazioni di genere assegnate dal patriarcato. La nostra lotta di tre secoli ci ha dimostrato che il genere non è inevitabile; che il genere è un’invenzione patriarcale per sottomettere le donne e che la nostra mobilitazione e lotta ha ottenuto il riconoscimento di molte richieste, la conquista di molti diritti, al punto che in tutti questi anni le disuguaglianze tra donne e uomini si sono ridotte in molti ambiti della vita. La situazione sociale, economica e politica delle donne in Spagna ora non ha nulla a che vedere con quella esistente nel 1978, il cambiamento è stato radicale, sebbene sia stato soprattutto formale, e il modo per raggiungerlo è stata la lotta femminista, a cui si sono uniti alcuni uomini democratici.
Non c’è causa più giusta di questa lotta femminista, perché aspira a rendere uguali, nel senso di avere le stesse reali possibilità e gli stessi diritti, tutte le persone, che siano donne o uomini.
Il femminismo, un movimento politico che guida e orienta la lotta femminista, ha una rotta precisa, volta a raggiungere tale uguaglianza vera. Perché siamo ancora a metà strada nei paesi più sviluppati. Abbiamo un’agenda pronta e abbiamo bisogno di tempo per completarla. La violenza di genere intesa in senso ampio, i divari salariali, i soffitti di vetro, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, gli stupri come arma di guerra, la povertà di donne e bambine e bambini. Abbiamo molto da fare; abbiamo bisogno di continuare con il nostro movimento di emancipazione, perché c’è ancora molto da ottenere.
Quando la disuguaglianza, quando tutte queste e molte altre discriminazioni che tutte le donne subiscono per il solo fatto di essere donne spariranno, solo allora potremo dire che donne e uomini sono effettivamente uguali. E in quel momento per me farà lo stesso se ci si nomina donna o uomo, o che sparisca il binarismo, perché tutti e tutte, in quel momento ideale, avranno pari diritti e opportunità.
È in questo momento sociale, di progressi e retrocessioni nella lotta femminista, che alcune posizioni della teoria queer prima silenziosamente e poi apertamente attaccano le donne e, quindi, il femminismo, poiché sostenendo il genere rafforzano il patriarcato, in quanto il patriarcato è il creatore e il beneficiario del genere, dando così un grave colpo al femminismo.
La teoria queer rivendica il genere e questo favorisce gli interessi del patriarcato. Se comprendiamo questo, avremo chiara la nostra collocazione rispetto ad alcuni contenuti delle leggi la cui discussione si avvicina. Le allusioni al genere fluido e al genere o al sesso percepito sostenuti da alcuni postulati della teoria queer e che sono inseriti in qualche articolo di tali leggi, possono portare ad alcuni automatismi contrari agli interessi delle donne. Non è ammissibile ammettere il genere o il sesso percepito e consentire il passaggio da un genere all’altro solo sulla base del desiderio.
Il movimento femminista è sempre stato alleato delle persone transessuali. Il movimento femminista è solidale con ogni movimento che combatte contro l’oppressione, ma non si confonde con loro. Il movimento femminista è uno e ha un fine: la liberazione delle donne dall’oppressione patriarcale o, se si preferisce, la fine del patriarcato.
L’argomentazione formulata dal PSOE, che si posiziona chiaramente contro teorie che negano la realtà delle donne, è del tutto corretta ed è opportuna la sua attuazione, poiché mette i puntini sulle i in questo dibattito e soprattutto richiama l’attenzione sulle conseguenze giuridiche dell’accetare questi postulati della teoria (o meglio religione, come la chiamano alcune compagne femministe) queer.
Il PSOE non ha mai lasciato indietro le persone transessuali. Non capisco la battaglia sollevata contro il PSOE da alcuni gruppi di transessuali; non è giusta, non hanno ragione. Una buona prova di ciò è stata la proposta fatta da questo partito e l’approvazione in Parlamento della Legge 3/2007, del 15 marzo, sulla rettifica del sesso sul registro anagrafico, che in quel momento era la più avanzata di tutti i paesi circostanti, come la “legge integrale” era stata la più avanzata nella lotta contro la violenza maschilista. E una buona prova è anche l’impegno a portare avanti la riforma di questa legge, come indicato nella proposta di legge per la riforma della legge 3/2007, al fine di consentire la rettifica del sesso per i minori.
Quindi le critiche che sono state fatte da alcuni gruppi transessuali sono ingiustificate. Una questione diversa sono i requisiti che devono essere richiesti per passare da un sesso all’altro. Non mi riferisco ai requisiti chirurgici, che erano già stati aboliti dalla legge del 2007, né ai requisiti farmacologici e medici, che scompaiono anch’essi. Mi riferisco alla necessità di stabilire requisiti di stabilità o durabilità debitamente accreditati per periodi non brevi, direi periodi di cinque anni, che devono essere richiesti per motivi di certezza del diritto, per passare da un sesso all’altro con tutte le conseguenze giuridiche. Allo stesso modo, i requisiti sul tempo di permanenza per il ritorno al sesso precedente devono essere stabiliti in detta legge.
Il mio diritto di cambiare sesso non può essere assoluto, perché non è un diritto. Il mio diritto arriva fino a dove danneggi i diritti di una o più altre persone. E a me, come donna, danneggia il fatto che in un dato momento, se non ci sono requisiti diversi dalla semplice dichiarazione di volontà, nella mia Comunità Autonoma diventino donne, supponiamo, 10.000 uomini. Tutte le statistiche disaggregate per sesso, che sono quelle che misurano la discriminazione che ancora subiscono le donne, mancherebbero di credibilità, perché il numero di donne sarà quello che certe persone vogliono che sia. E questo non è ammissibile in uno Stato di Diritto. Non è serio. Non saremo in grado di sapere se c’è parità o no, se ci sono soffitti di vetro o no, se le donne chiedono più aspettative rispetto agli uomini, le quote riservate alle donne nella politica cesseranno di avere interesse quando non abbiamo ancora raggiunto il nostro giusto 50%.
Il neoliberismo è alla base di alcune di queste tesi che rivendicano il diritto di ogni persona di fare ciò che vuole in qualsiasi momento, e che per cercare di chiuderci la bocca lo ammantano dell’etichetta di “diritti umani”. È dietro alla permissività verso il business del sesso al prezzo dello sfruttamento sessuale di molte donne, è dietro il business degli uteri in affitto, ed è anche dietro il cambio di sesso in base al solo desiderio. Il neoliberismo dà la mano al neo-patriarcato per continuare a dominare le donne.
Noi femministe dovremo stare molto attente ai dibattiti sulle leggi che avranno luogo nei prossimi mesi, perché la nostra lotta, il nostro interesse è di decostruire il genere, farlo scomparire, e con esso, che il patriarcato scompaia.
(Vedi l’articolo in lingua originale pubblicato su La Hora Digital, 21 giugno 2020: https://lahoradigital.com/noticia/28343/sanidad/la-teoria-queer-o-como-desviar-al-feminismo-de-su-ruta.html )
Altamira Gonzalo è una avvocata femminista spagnola specializzata in diritto di famiglia e comunitario. Dal giugno 2019 è vicepresidente dell’Associazione delle donne giuriste Themis, un’organizzazione che ha presieduto dal 2006 al 2010. Presiede il PSOE’s Equality Advisory Council for equality policies sin dalla sua creazione nel 2017.
di Linda Laura Sabbadini
È da anni che si cerca di approvare una legge contro l’omofobia e contro la transfobia. L’Istat certificò nel 2011 l’esistenza di una situazione di discriminazione per orientamento sessuale più grave per le persone transessuali. È quindi assolutamente auspicabile che si riesca ad affrontare con decisione la questione anche da un punto di vista normativo. La omo-transfobia deve essere messa al bando, tutti i cittadini devono poter essere liberi di vivere la propria sessualità come credono, per come si sentono, salvo nel caso di commettere reati come violenza sessuale, fisica, psicologica, pedofilia.
Per un motivo o per un altro la legge si è sempre fermata e ora bisogna dare una svolta. Una questione però crea non pochi problemi soprattutto tra le donne: bisogna nominare sesso o genere? Non è una questione da poco e anzi, la discussione è molto viva non solo nel nostro Paese, ma anche in altri Paesi avanzati. Il termine sesso, infatti, si riferisce alle caratteristiche biologiche e genetiche con cui si nasce. Ma quando si parla di genere si identifica qualcosa che i movimenti delle donne hanno sempre combattuto, ovvero quella gabbia di stereotipi in base ai quali sono costruiti i privilegi maschili. Il dibattito è molto acceso, al punto che “Se non ora quando” ha lanciato una lettera-appello ai firmatari e alle firmatarie del disegno di legge perché sia eliminato il riferimento all’identità di genere. Le persone transgender, però, quando parlano di genere si riferiscono a una esperienza così come la sentono, personalmente a prescindere dal sesso di nascita. Ma molte donne ritengono che questa definizione metta in pericolo i loro diritti conquistati a caro prezzo. Nel Regno Unito è appena stata respinta una norma che prevede la libera autoattribuzione del genere. Negli Usa la preoccupazione delle donne è legata alla possibilità che gli uomini abusino di queste norme per esempio impossessandosi delle quote riservate al sesso femminile faticosamente conquistate. In Spagna nel Psoe c’è stata analoga discussione. Ed è assolutamente comprensibile perché stiamo parlando della metà del genere umano che cerca di liberarsi dalle catene degli stereotipi e dalla prepotenza maschile. Viviamo d’altro canto in una società complessa, dove emergono stili di vita variegati, un mondo globale all’interno del quale le identità sono multiformi e anche fluide. L’identità è una costruzione sociale in divenire, le vite non sono più prescritte in maniera rigida. Una società democratica deve farci i conti, deve saper dare risposte, individuare vie d’uscita e soprattutto garantire diritti. A tutti, nessuno escluso, anche se i comportamenti non piacciono. Così come li garantiamo a chi la pensa diversamente da noi, oppure professa una religione diversa o ha un altro colore della pelle. La Costituzione vieta la discriminazione. Legiferiamo per far sì che la realtà sia più vicina ai dettami costituzionali. E allora pongo una domanda: perché usare termini che possono risultare divisivi come identità di genere e suscitare inquietudine in molte donne che pure sono contro ogni discriminazione? Non è il momento di dividersi. Anzi è il momento di essere uniti in questa battaglia dei diritti.
Bisogna essere coscienti che ormai i cambiamenti culturali sono velocissimi e spesso fluide le identità, e tutto questo deve essere rispettato e riconosciuto. Non possiamo essere ancorati al passato. Ma non servono neanche sovrastrutture ideologiche.
Bisogna essere aperti con le nostre menti e cercare strade più adeguate. Battersi per i diritti è una grande sfida ed è anche molto complesso. Ora molte donne temono affermazioni a discapito dei loro diritti. E siccome certamente non è questa l’intenzione di chi ha presentato la legge, troviamo la soluzione nell’interesse di tutti. Troviamo la sintesi. Rispettiamo i differenti punti di vista. Si può fare rispettando le esigenze di tutti.
Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat.
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat.
(la Repubblica, 2 luglio 2020)
di Monica Rubino
Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo, tra le fondatrici del movimento femminista “Se non ora quando”. Perché criticate il ddl Zan contro la omotransfobia, depositato ieri alla Camera?
Abbiamo scritto una lettera ai firmatari delle varie proposte di legge, ora riunite in un testo unico, chiedendo loro una riflessione sulla terminologia utilizzata, che suscita ambiguità.
Qual è il termine sotto accusa?
È il gender, ovvero l’espressione “identità di genere” che è una questione molto controversa. Le donne in tutto il loro processo di liberazione e di uscita da una condizione di oppressione sociale hanno messo in discussione il genere che veniva loro assegnato e che le poneva in condizione di subalternità. Con questa espressione si sostituisce l’identità basata sul sesso con un’identità basata sul genere dichiarato. Come scriviamo nella lettera, attraverso «l’“identità di genere” la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – viene dissolta. Il sesso non si cancella».
E al posto di “identità di genere” cosa bisognerebbe scrivere nella legge?
Chiamiamo le cose con il loro nome: orientamento sessuale va bene, ma è meglio nominare esplicitamente la “’transessualità” piuttosto che “l’identità di genere”. Se si parte dall’assunto che definire le differenze discrimina chi non rientra in quelle categorie, le conseguenze possono essere anche grottesche. Le differenze vanno riconosciute e nessuno deve essere discriminato, ma non vogliamo cancellare il fatto che ci siano donne e uomini.
È la linea di J.K. Rowling, l’autrice di Hanry Potter, accusata di transfobia per aver difeso Maya Forstater, la ricercatrice licenziata dopo il tweet in cui sosteneva che «la differenza sessuale è biologica»?
Sì, e infatti abbiamo citato J.K. Rowling esplicitamente nella nostra lettera. In Francia lo scorso autunno è scoppiato il caso della filosofa Sylviane Agacinski, estromessa dalla comunità accademica perché contraria alla maternità surrogata. In Italia è di poco più di un mese fa la richiesta avanzata da alcuni circoli Arci alla presidenza di espellere l’Arcilesbica perché sostiene che le donne trans non sarebbero da considerarsi per la loro identità di genere, ma per il sesso biologico. Mi sembra assurdo che usare il termine “donna” sia diventato discriminatorio.
La legge prevede un capitolo anche contro la misoginia. Che ne pensa?
Ecco, anche questo mi è parso molto strano. Il mio parere strettamente personale è che mi è sembrato curioso che tutto quello che riguarda le donne, dallo stalking al femminicidio, abbia trovato posto in una legge che difende le persone omosessuali e transessuali. Le donne non sono una categoria, ma la metà del genere umano.
(www.repubblica.it, 1° luglio 2020)
Comunicato stampa
La legge contro l’omo-lesbo-transfobia che si discute in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati vuole prevenire violenze e discriminazioni basate su «sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere». Chiediamo al relatore on. Zan perché vuole usare l’espressione identità di genere invece che transessualità?
Scrivere “identità di genere” infatti permette a chiunque di autocertificarsi con un sesso diverso da quello con cui è nato. Un uomo può dichiararsi donna, una donna può dichiararsi uomo, a prescindere dalla realtà del corpo. L’inafferrabile concetto di “identità di genere” ha creato scontri e ingiustizie ai danni delle donne in Inghilterra e negli USA (i casi più noti quelli di J.K. Rowling e Martina Navratilova) e non vogliamo che accada anche qui.
Vogliamo una legge contro l’omo-lesbo-transfobia che non limiti gli spazi delle donne come quote, sport femminili, indagini statistiche, centri antiviolenza e relativi finanziamenti. L’esistenza di questi spazi, conquistati a caro prezzo dentro e fuori il Parlamento, non può essere considerata discriminante nei confronti delle persone transgender.
On. Zan perché non le piace il termine transessualità?
L’espressione identità di genere danneggia i diritti delle donne: è un fatto dimostrato, non un timore.
Se è vero che la sua legge vuole anche andare contro la misoginia, scriva transessualità invece di “identità di genere”: in questo modo i diritti delle persone transessuali saranno garantiti ma non l’autocertificazione di sesso, contraria ai diritti delle donne. Non si affermano nuovi diritti riducendo quelli delle donne, metà del genere umano.
Seguono firme: per vederle consulta la pagina fb con il comunicato
(Arcilesbica Nazionale, 1° luglio 2020)
di Filippo Femia
Con centinaia di donne chiede da 43 anni di ottenere i resti dei desaparecidos argentini scomparsi durante la dittatura
Domenica soffierà sulle 90 candeline ed esprimerà lo stesso desiderio che ripete da 45 anni: «Chiederò a Dio di non andarmene prima di aver recuperato i resti del mio Alejandro, fosse anche solo qualche ossa». Così Taty Almeida potrebbe trovare un po’ di pace e un senso alla sua lotta: «A novant’anni avrei finalmente un posto dove andare a pregare», racconta con la sua voce roca e dolce al tempo stesso, da Buenos Aires.
Taty Almeida è nata il 28 giugno 1930 nella capitale argentina. È un simbolo delle Madres di Plaza de Mayo, le mamme dei desaparecidos che da quarantatré anni marciano per chiedere verità e giustizia. Sotto la pioggia, con il freddo, aggrappate a bastoni o costrette in carrozzina, ogni giovedì dal 1977 sfilano nella piazza di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale. Soltanto la pandemia le ha fermate. I loro figli sono le vittime di una delle pagine più buie del ’900: studenti, sindacalisti, professori e militanti torturati, uccisi e fatti sparire.
Alcuni corpi sono stati restituiti dal Rio de la Plata dopo essere stati gettati nell’Atlantico, ancora vivi, durante i «voli della morte». Altri resti sono stati recuperati da fosse comuni. Quei giovani, alcuni poco più che adolescenti, erano la «minaccia comunista» che i militari arrivati al potere dopo il golpe del 24 marzo 1976 promettevano di combattere. «Siamo qui per difendere l’Argentina», annunciarono trionfalmente. Insanguinarono un Paese, seminando il terrore: un’intera generazione venne cancellata, decine di migliaia di persone scelsero l’esilio.
«Molti di loro erano semplicemente ragazzi che sognavano e lottarono per una società più giusta. Quel desiderio è costato loro la vita», spiega Taty. Il suo Alejandro è scomparso nel nulla il 17 giugno del ’75. «Al potere c’era il governo costituzionale di Isabel Perón. È la prova che il terrorismo di Stato è iniziato prima del golpe del 1976», tuona Taty, come se fosse in tribunale durante un’arringa. Eppure quel giorno di marzo, quando le frequenze di Radio Nacional diffusero il primo comunicato della Giunta, Taty esultò. «La mia era una famiglia di gorilas (termine dispregiativo per i militari, ndr). Ero convinta che i colleghi e gli amici di mio padre arrivati al potere mi avrebbero restituito Alejandro. Che sciocca…», sorride.
Cresciuta in un ambiente molto conservatore, non aveva il minimo sospetto che il figlio fosse un militante di sinistra. «Lui non me lo disse mai, per proteggermi. Un giorno – ricorda – vidi una stella disegnata su un suo quaderno: era il simbolo dell’Erp (Ejército revolucionario del pueblo, guerriglia di ispirazione marxista, ndr). Io lo ignoravo e gli chiesi: “È la stella di David?”. Mi strinse forte, sorrise, e mi disse: “Ti voglio bene, anche se sei una gorila di m…”».
Taty, come altre madres, ripete spesso la frase «È stato mio figlio a partorire me» e racconta di aver vissuto due vite: «Nella prima ero come in una bolla, poi sono stata costretta ad aprire gli occhi». Le Madres di Plaza de Mayo sono state la prima tessera della sua nuova esistenza, trasformandosi in una seconda famiglia. Ma, arrivando da ambienti militari, non si avvicinò immediatamente. «Avevo paura – ricorda -. Temevo pensassero che fossi una spia». Poi, un giorno del 1980, si decise e bussò alla porta dell’associazione in calle Uruguay. Le atrocità dei militari non erano più un segreto, anche se due anni prima il regime aveva organizzato i Mondiali di calcio per ripulirsi l’immagine. «I miei timori svanirono subito. Appena entrata nella casa delle Madres vidi le foto di giovani scomparsi e pensai “non sono l’unica”», racconta. La sua tragedia era identica a quella di centinaia di altre mamme: raccontando la sua, per la prima volta dalla scomparsa del figlio, provò un enorme sollievo. «Mi accettarono subito. In quel momento ti facevano una sola domanda: “Chi è scomparso?”. Il resto non aveva importanza».
Il rito successivo fu la prima marcia in Plaza de Mayo. Le «adunate» di più di tre persone erano proibite e quando un militare si avvicinò per allontanarle, le donne iniziarono a camminare in cerchio. Nacque così la marcia del giovedì, con il pañuelo bianco in testa. Poi arrivarono le foto dei figli desaparecidos appese al collo e gli striscioni contro la dittatura. Da allora non si sono più fermate.
All’inizio dovettero ingoiare gli insulti e i ghigni dei soldati, i sospetti della gente comune: «I loro figli avranno pur fatto qualcosa per finire in quel modo», bisbigliavano. Locas, le chiamavano. «Certo, eravamo pazze. Pazze di dolore – dice Taty -. E anche perché sfidare i militari era pericoloso: più di una madre e alcune suore che ci sostenevano sono state fatte sparire». Da allora Taty ha partecipato a tutte le marce, alle udienze in tribunale che hanno condannato i militari e non ha nessuna intenzione di fermarsi.
«Finché avrò la forza di respirare, continuerò a scendere in piazza per chiedere giustizia e verità». Al suo fianco ci sono migliaia di giovani, pronti a raccogliere l’eredità delle Madres. «Molte di noi sono in carrozzina, altre camminano solo con il bastone. Ma siamo tranquille: ci sono nuove generazioni splendide, militanti che lotteranno nel nostro nome e in quello dei nostri figli».
Anche perché in Argentina c’è ancora chi nega i numeri delle persone scomparse per mano della dittatura: «Sono soltanto idioti, complici dei genocidi – si infervora Taty -. I desaparecidos non sono 30mila? Abbiamo chiesto più volte di dimostrarlo, ma nessuno ha mai risposto».
Taty ha quattro nipoti e due bis-nipoti, di cui snocciola i nomi con orgoglio. Dal 2007 è cittadina onoraria di Torino, città scelta da molti argentini per l’esilio. Il suo rapporto con l’Italia, dice, è speciale. «Non solo perché è un Paese splendido. Ma la vera ragione è che i magistrati italiani hanno processato i responsabili della dittatura argentina quando a Buenos Aires la legge di amnistia garantiva loro l’immunità».
Quando le chiediamo quale sia il suo segreto per arrivare a novant’anni, sorride e risponde d’istinto: «Non mi sono mai lasciata consumare dall’odio e dal dolore. Ho trasformato la rabbia in lotta. E poi ho un rapporto splendido con i giovani: mi trasmettono un’energia unica. Negli incontri pubblici si avvicinano per ringraziarmi, ma sono io a ringraziare loro».
Le speranze di Taty e di tante altre madri sono affidate agli antropologi forensi che cercano di identificare i resti di figli e nipoti desaparecidos. Ancora oggi i test del Dna restituiscono la vera identità ad alcuni figli strappati ai genitori legittimi durante gli anni neri della dittatura e affidati a famiglie vicine ai militari. Persone che da un giorno all’altro scoprono di aver vissuto nella menzogna. Ogni nipote o figlio «ritrovato» viene festeggiato dalle Madres. Taty aspetta il suo turno senza perdere la speranza. «In fondo non chiedo tanto: un resto, uno solo, del mio Alejandro per seppellirlo e avere un posto dove portargli un fiore».
(La Stampa, 26 giugno 2020)
di Silvia Baratella
Leggo su Internazionale on line l’approfondito reportage di Adil Mauro dell’8/6/2020, «Uomini che si mettono in discussione», che parla dell’associazione Maschile Plurale, nata da un gruppo di uomini con l’intento di contrastare la violenza contro le donne e sono in relazione con il femminismo.
Trovo questo passaggio:
«Uno degli aspetti più discussi dentro Maschile plurale è la relazione con i vari femminismi e le loro istanze. “Un tema che, in particolare, ha creato divisioni tra noi è quello del rapporto con la violenza”, ammette Ciccone. “In un paio di situazioni uomini che facevano parte della rete sono stati accusati dalle proprie compagne di aver avuto comportamenti psicologicamente violenti e una parte del femminismo ha colto l’occasione per esprimere il fastidio e la diffidenza verso il movimento maschile, sostenendo che non ci sono uomini affidabili e buoni, e che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura”.»
Ecco, Stefano Ciccone la fa facile, ci sono critiche più impegnative e credo che valga la pena di condividerle. Io sono una delle femministe che hanno creduto nella scommessa di Maschile Plurale. Non ho mai cercato “uomini buoni”, ma un cambio di civiltà nelle relazioni fra uomini e donne sì.
Nel 2014 avvenne uno di quegli episodi. Una donna denunciò sui social il comportamento del suo ex-compagno, uno che era nella rete di Maschile Plurale. L’associazione negò il fatto, parlò di attacco politico, di “vendicatività” e “fragilità” di lei, e si appellò al noto argomento “è la tua parola contro quella di lui”. Insomma, hanno fatto quello che gli uomini di solito fanno con le donne, negare credibilità alle loro parole e giudicarle. Però loro non erano i “soliti” uomini…
La mia critica non è che tra di loro ci fosse un “cattivo”, ma di aver agito (quasi) tutti al solito modo maschile. Perché? Molti di loro avevano un profondo legame di amicizia con il denunciato. Si fidavano di lui e non di lei. È umano. Ma avrebbero potuto dirlo onestamente: spiacenti, abbiamo scoperto che non riusciamo a credere a te perché il nostro amico è lui. Era una difficoltà soggettiva che loro, dopo tanti anni di lavoro sulla presa di coscienza, avrebbero potuto riconoscere senza attaccare lei. Invece l’hanno fatto, e ora lamentano il fastidio e la diffidenza che hanno suscitato. Ma non possono cavarsela così: sta a loro cambiare strada. Possono farlo, ne sono sicura.
Milano, 14 giugno 2020
(www.libreriadelledonne.it, 26 giugno 2020)
di Franca Fortunato
La delibera della presidente regionale dell’Umbria, la leghista Donatella Tesei, con cui ha fatto un passo indietro rendendo l’aborto farmacologico con la Ru486 da in day hospital a ricovero forzato per tre giorni, come previsto dal 2009 dalle linee guida del ministero della Salute che lascia alle Regioni la scelta del day hospital, è l’esempio di quando l’essere donna nelle istituzioni non fa la differenza. Il primo ad applaudirla, non a caso, è stato il commissario della Lega umbra Simone Pillon, nemico dichiarato delle donne e della 194 che nel 2018 ebbe a dire: «Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina (dove l’aborto è reato)». Il leghista Lorenzo Fontana da ministro della Famiglia nello stesso anno aderì al comitato No 194, Lega e Fratelli d’Italia parteciparono alla “Marcia della vita” per chiedere l’abolizione della 194, entrambi hanno presentato mozioni in vari consigli comunali per chiedere di finanziare associazioni cattoliche contrarie all’aborto. Il Sindaco leghista e la sua Giunta di centrodestra di Perugia, a pochi giorni dalla Tesei, hanno approvato un ordine del giorno per chiedere alla Regione un intervento finanziario urgente per dissuadere le donne “in difficoltà” ad interrompere la gravidanza.
E dire che la presidente dell’Umbria vorrebbe farci credere, come il suo amico Pillon, che l’abbia fatto per “tutelare la salute della donna” e non per renderle difficoltoso l’accesso all’aborto farmacologico che, se fosse pienamente praticato (20,8% nel 2018), darebbe un duro colpo all’obiezione di coscienza (69% di ginecologi, 46,3% di anestesisti, 42,2% di personale medico, secondo i dati 2018). Quali donne le hanno detto di sentirsi meno sicure in day hospital, che tra l’altro è presente solo in quattro regioni, non in Calabria, mentre in Sicilia la RU486 non è mai arrivata? Lo sa che molte disattendono l’obbligo del ricovero e firmano per uscire poche ore dopo aver assunto la prima pillola per poi tornare per la seconda (le pillole sono due e non una) e infine per il controllo? A chi risponde la presidente Tesei? Che cosa hanno da guadagnare le donne da una maggiore presenza femminile nelle istituzioni, come chiedono alcune anche in Calabria?
Il non voto di molte alle donne avrà pure un senso, o no? Il fatto che non ci siano mai state grandi manifestazioni di piazza per la doppia preferenza, come quelle in difesa della 194, contro la violenza maschile sulle donne, contro il Ddl Pillon, avrà pure un senso, o no? Alle ultime regionali, caduta nel vuoto la mia proposta ad altre di candidare Jasmine Cristallo alla presidenza della Regione, avrei voluto dare la mia preferenza a due donne, ma la legge elettorale me ne ha imposta una. La prossima volta non vorrei essere costretta a votare un uomo, per poter votare una donna. Chi rivendica più donne nelle istituzioni con il marchingegno della doppia preferenza, se lo fa per il bene delle altre, non sarebbe il caso di dire anche: quali donne, con quali rapporti tra loro e con gli uomini, per fare cosa? Se una donna tenta di boicottare la RU486, un uomo, il ministro della Salute, Roberto Speranza, chiede al Consiglio Superiore di Sanità un parere perché, dopo dieci anni, si cambino le linee guida e l’aborto farmacologico, come avviene in Europa e come chiedono le donne, possa essere fatto in day hospital, in ambulatorio, nei consultori, fino a 9 settimane di gestazione e non le 7 attuali. In Francia, Inghilterra e Irlanda è il medico curante che segue la donna e le prescrive la RU486.
(Il Quotidiano del Sud, 25 giugno 2020)
di Alessandra De Perini, delle Vicine di casa
In tante abbiamo avuto il privilegio di conoscere Carla. In questi ultimi tre anni ci sono stati tra lei e tutte noi, alcune in particolare, scambi fecondi di idee, esperienze e progetti, circolarità di affetti. È la prima di noi ad andarsene. Con lei abbiamo passato dei momenti di felice conversazione, abbiamo condiviso il piacere del buon cibo, l’amore per l’arte, la passione per il pensiero e la pratica della differenza, la gioia delle relazioni, del riunirsi per fare festa, del dipingere ad acquerello, immaginando di essere immerse in paesaggi naturali dove respirare intensamente i profumi, i diversi odori delle stagioni. Questa era Carla: un’amante fedele della vita e dell’arte, dedita all’esercizio quotidiano delle relazioni, costantemente alla ricerca della verità soggettiva, lettrice appassionata di Carla Lonzi, Simone Weil, Etty Hillesum, grandi pensatrici del Novecento, una donna che aveva cieli infiniti e paesaggi immensi dentro di sé, una maestra di icone – ma lei preferiva definirsi semplicemente una “madonnara” – che era andata ben oltre la tecnica dell’icona e aveva colto il significato nascosto, imprevisto e profondo delle immagini sacre, una donna molto creativa, attenta e intelligente che riusciva con il poco che aveva a disposizione a realizzare opere straordinarie, un’amica preziosa e consapevole, una donna saggia, ma al tempo stesso pronta a lanciarsi in rischiose avventure dello spirito, una ricercatrice dell’assoluto. In tante abbiamo riconosciuto il suo valore umano, spirituale e artistico.
In un testo recente, pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano, Carla si descrive come un soggetto “ad alto rischio”: andava in dialisi tre volte alla settimana e da alcuni anni era limitata dall’uso della carrozzina ma, grazie a una ginnastica da distesa che si era inventata e alcuni esercizi da seduta che faceva tutte le mattine, manteneva un minimo di autonomia. Condivideva il reparto della casa di riposo in cui si trovava con persone ben più anziane di lei, molte delle quali avevano gravi problemi di demenza. Non avrebbe dovuto trovarsi lì ma, colpita da una grave malattia e non avendo purtroppo relazioni familiari su cui fare affidamento né, in quel momento della sua vita, amiche fidate a cui chiedere consiglio, dovette accettare per realismo questa condizione. Nonostante questo, scrive: «Qui ogni piccola cosa è un godimento: il caffè del mattino, la pulizia degli occhiali, la colazione con le fette biscottate spalmate di marmellata di amarene». Ogni mattina si lavava con cura, si massaggiava con creme idratanti, si spruzzava in po’ di profumo e si sorrideva allo specchio, augurandosi una buona giornata, felice di essere viva. Sapeva che il sorriso fa bene, quindi sorrideva, anche se aveva dormito poco e male per il mal di schiena. Si alzava molto presto, all’alba, che per lei era il momento più bello perché poteva raccogliersi in preghiera nel silenzio. Poi si metteva al lavoro – carta, matite, colori, terre, oro – nella sua “postazione” (un tavolino, una scaffalatura, un armadio di metallo con la chiave) in veranda. Da qui poteva vedere e ammirare gli splendidi alberi del parco della casa di riposo. La difficile prova della pandemia che l’ha privata per mesi delle amiche carissime le ha fatto sentire ancora di più «il valore delle relazioni di vicinanza, dello scambio di pensiero e di parole scelte con intelligenza». Ha vissuto questo tempo – come lei stessa scrive – per leggere, quando non aveva più materiali per dipingere, un bel romanzo sulla storia delle Beghine o le poesie di Alda Merini o per studiare il Vangelo di Giovanni, che per lei era di una bellezza sfolgorante e in cui vedeva un filo conduttore tra luce e tenebre. «Questo tempo – scrive – è una porta stretta da attraversare. Nella mia vita ne ho attraversate molte e ogni volta ne sono uscita migliore, con più fiducia. È anche un esercizio di libero arbitrio: ci costringe a scegliere se uscirne con risentimento o con amore rinnovato. Questo è il momento di invocare lo Spirito Santo e i suoi doni. Tra i tanti doni che ho ricevuto nella vita, oltre alle relazioni privilegiate con alcune donne, c’è la pittura di icone che, pur con difficoltà, riesco ancora a praticare. Questo è il momento delle piccole cose che si fanno grandi e importanti come non mai. Auguriamoci di ricordarcelo poi, quando finalmente l’epidemia sarà finita, potremo riabbracciarci e festeggiare sedute a tavola nella nostra trattoria preferita!». Grazie Carla, di te parleremo, ti ricorderemo, ti citeremo, cercheremo di raccogliere le perle preziose che hai lasciato sparse qua e là lungo il tuo cammino.
Biografia di Carla Turola
Carla Turola è nata a Venezia il 21 febbraio 1948. Frequenta le elementari e le medie dalle suore Canossiane che, oltre a trasmetterle un’educazione religiosa, da lei in seguito contestata, le insegnano i primi elementi della pittura ad acquerello. Dopo la scuola media, frequenta Ragioneria controvoglia, sentendosi più portata per le materie letterarie e artistiche. Non consegue il diploma e molto giovane inizia il lavoro di contabile in una ditta di Marghera, ma continua a leggere e a studiare per conto proprio, formandosi da autodidatta una propria cultura. A ventisette anni si sposa, non ha figli, alcuni anni dopo lascia il marito e va a vivere per conto proprio in un appartamento a Mestre. In quel periodo frequenta corsi di disegno, di acquerello, di pittura ad olio e a tempera, intreccia relazioni amorose e si appassiona alla politica sindacale. Nel 1988 inizia a frequentare “La rete della differenza”, un gruppo di donne che si riunivano al Centro Donna di Mestre per leggere e mettere in pratica i testi più significativi del femminismo radicale. A quarant’anni, colpita improvvisamente da una grave malattia, si allontana dal gruppo e decide di dedicarsi alla lettura e all’approfondimento del pensiero di Simone Weil, collegandosi poi al filone d’oro del pensiero mistico femminile. Verso la seconda metà degli anni Novanta, si trasferisce a Mirano (Venezia) in un appartamento che condivide con la mamma e la sorella. Tramite un’amica, entra a far parte dell’associazione “Identità e differenza” di Spinea. Quelli per lei sono tempi ricchi di relazioni e di impegno politico e artistico. Dopo trentacinque anni di lavoro, va in pensione e per anni assiste con la sorella la mamma gravemente malata. Dopo la scomparsa della mamma, venduta la casa di Mirano, ritorna a vivere da sola in un appartamentino accanto a quello della sorella a Zianigo, un paese vicino a Mirano. Qui inizia una nuova fase della sua vita: coltiva l’amicizia come un bene raro e prezioso, partecipa a mostre collettive (nel 2009 con 25 artiste collabora alla mostra “Venezia salva. Omaggio a Simone Weil”, evento collaterale alla 53esima Biennale d’arte di Venezia) e si concentra sempre più sull’arte delle icone. Dopo pochi anni, colpita dalla stessa grave malattia della madre, perde progressivamente l’indipendenza a cui era abituata, deve sottoporsi a dialisi tre volte la settimana ed è costretta all’uso della carrozzina. Non potendo più vivere autonomamente a casa propria né avendo in quel momento amiche fidate a cui chiedere aiuto o un consiglio, dolorosamente accetta a soli sessantotto anni il ricovero in una casa di riposo di Mirano. Qui, dopo alcuni mesi drammatici di perdita di riferimenti e disorientamento, costruisce buone relazioni con le infermiere, le educatrici, il personale medico dell’istituto; ha la forza di riprendere a fare acquerello e dipingere icone; realizza tre libri d’artista, si impegna a tenere dei corsi di acquerello rivolti non solo al personale e alle/agli ospiti dell’istituto, ma anche al territorio ed è alla guida di incontri settimanali di attività creative. Trascorre gli ultimi anni della sua vita sostenuta, amata, riconosciuta da alcune amiche preziose con le quali ritrova la gioia di uno scambio sull’arte, sulla politica e la spiritualità che si era interrotto anni prima. Si spegne a settantadue anni nella rianimazione dell’ospedale di Mirano il 17 giugno 2020.
(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2020)
di Vanessa Thorpe
L’autrice dei libri di Harry Potter è al centro di una tempesta di polemiche, iniziate con un tweet sui diritti di genere
Una storia semplice a lieto fine dove si smaschera e si sconfigge il male ha un grande fascino, soprattutto se lungo il cammino ci sono minacce e ostacoli da affrontare. Per due decenni, JK Rowling non solo ha deliziato lettori e lettrici con questo tipo di storie, ma è stata anche la prova vivente del trionfo sulle avversità, avendo scritto fiduciosamente i libri per sua figlia dentro un caffè di Edimburgo, nel tentativo di riscaldarsi e avere una nuova vita per se stessa e la sua piccola.
Ora, le schiere di ammiratori di Rowling stanno aprendo gli occhi sulle difficoltà del mondo reale, in cui nessun individuo può sottrarsi ai cambiamenti nella valutazione e dove il contesto è tutto. «Oh no, perché stiamo trasformando Harry Potter in una guerra di genere?» ha lamentato un fan di Rowling online la scorsa settimana, con una riga di commento sulle opinioni dell’autrice circa i diritti dei transgender diffuse in tutti i social. «Ha dimostrato di essere letteralmente una cattiva», ha sostenuto Eden@wrath su Twitter.
Questo fine settimana la disputa sembra il grande scontro all’interno di una guerra generazionale, non solo una scaramuccia nella sezione “narrativa per bambini” della biblioteca. Una delle scrittrici di maggior successo al mondo è accusata di aver abbandonato alcune delle persone più vulnerabili della società, quelle che sentono di essere nate nel corpo sbagliato.
Di conseguenza, le star della serie cinematografica basata sui suoi romanzi, una volta felici di condividere il red carpet con lei, sembrano essersi allontanate educatamente da Rowling. Emma Watson, che ha interpretato Hermione Granger, ha affermato che le persone transgender hanno il diritto di essere chi dicono di essere, senza che nessuno lo metta in discussione. Daniel Radcliffe, che ha interpretato Harry Potter, ha parlato in termini simili, anche se ha fatto notare con cautela che non voleva si presumesse che stesse attaccando Rowling.
A partire dalle loro dichiarazioni, è stato chiesto a politici, romanzieri e attori di rendere note le loro posizioni, e così anche agli studi della Warner Bros, pronti a realizzare un nuovo redditizio film della serie Animali fantastici (tratto da un libro legato alla saga di Harry Potter, ndt).
La raffica di dichiarazioni e tweet ha ulteriormente deteriorato la ormai logora demarcazione tra gli atteggiamenti liberali e quelli conservatori. Sebbene tali schieramenti appaiano perlopiù legati all’età, quello vicino alla Rowling è etichettato invece da alcuni come più vecchio e lento nel riconoscere le mutate priorità. Anche il sito di fan di Harry Potter preferito dall’autrice, The Leaky Cauldron, ha esortato i follower a smettere di comprare i libri o guardare i film, mentre una scuola nel West Sussex ha cambiato il nome di una delle sue case da JK Rowling a Blackman, come dedica a Malorie Blackman, autrice della serie di romanzi Noughts& Crosses.
Un segno chiave della confusione è il fatto che venerdì (12 giugno 2020, ndt) la Rowling, una socialista, ha ricevuto il suo più controverso sostegno da un titolo sensazionale apparso sul quotidiano Sun. Annunciando un’intervista dal Portogallo con il primo marito dell’autrice, Jorge Arantes, il titolo recitava: «Ho schiaffeggiato JK e non mi dispiace». Gli editori del Sun sostengono che sia stato un tentativo di far vergognare Arantes, ma molti commentatori, incluse associazioni contro gli abusi domestici, hanno criticato il giornale per aver dato voce a un uomo accusato di violenza.
Dalla parte di Rowling sono schierate alcune delle voci storiche del femminismo, tra cui la femminista radicale Julie Bindel, che ha espresso il suo sostegno in questo fine settimana: «La sua posizione politica non ha nulla a che fare con le questioni transgender. È sempre stata una femminista e ha ispirato generazioni di giovani donne e uomini a esaminare i problemi della discriminazione basata sul sesso», ha dichiarato all’Observer.
Alla base di tutto questo clamore e del recente focus sulla vita personale di Rowling c’è la sua decisione di parlare delle proprie esperienze per spiegare la propria posizione sui diritti dei transgender. Ma mentre Rowling ha sollevato il velo sulla violenza subita in passato, non ha svelato un prima nascosto impegno politico. È stata a lungo politicamente esposta e attiva sia su questioni parlamentari che sociali, e ormai è pure abituata a essere denigrata.
Nel dicembre 2018 su Twitter ha adottato un finto linguaggio biblico per rispondere a chi contestava le sue critiche a Jeremy Corbyn: «Ed ecco, a lei è apparsa una schiera di difensori di Corbyn, che sono scesi sulle sue citazioni e non aveva paura, perché era abituata.»
Nata a Yate, nel Gloucestershire, Joanne, 54 anni, autrice, laureata all’Università di Exeter, ha perso sua madre nel 1990. Poco dopo è andata in Portogallo per insegnare inglese e ha conosciuto Arantes lavorando come giornalista televisiva a Porto. Una relazione tempestosa, a detta di entrambi, che fu formalizzata velocemente da un matrimonio nel 1992 e dalla nascita della figlia Jessica l’estate successiva. Rowling è tornata in Scozia solo sei mesi dopo, richiedendo un ordine restrittivo su Arantes che aveva rintracciato lei e la bambina a Edimburgo.
Poi c’è stato il periodo di cui JK Rowling è più orgogliosa, dove ha lottato per prendersi cura di sua figlia col sostegno dei benefici statali, mentre scriveva la sua saga di magia per ragazzi. Una volta pubblicati, i suoi libri divennero di culto, per poi passare rapidamente allo status di potente istituzione culturale e rendere l’autrice una delle persone più ricche del paese. Rowling, poi risposatasi con un medico, Neil Murray, e avuti altri due figli, ha continuato a cimentarsi a livello creativo. Quando nel 2012 ha terminato la saga di Harry Potter, ha scritto un romanzo per adulti ben accolto, The Casual Vacancy (trad. it. Il seggio vacante, ed. Salani 2012, ndt), e poi una serie di thriller sotto lo pseudonimo Robert Galbraith.
Lo spirito combattivo di JK Rowling era già stato messo in evidenza nel 2011, quando prese pubblicamente le armi contro la stampa britannica per essersi intromessa nella sua vita privata. Nell’inchiesta di Leveson, ha parlato del suo orrore per gli sforzi dei giornalisti di scoprire la sua vita familiare.
Per alcuni dei suoi fan, più problematica è invece risultata la sua posizione di opposizione a Corbyn quando era capo del partito laburista. JK Rowling ha regolarmente criticato l’approccio di Corbyn sui social media ed ha iniziato a manifestarsi in contrasto con la trasformazione della politica di sinistra tesa a guadagnare terreno con i più giovani.
L’acceso dibattito di oggi è iniziato con un tweet scherzoso. Rowling aveva commentato un articolo online che faceva riferimento a «persone che hanno le mestruazioni» scrivendo: «Sono sicura che c’era una parola per quelle persone. Qualcuno mi aiuti. Sonne? Fonne? Tonne?». Assente dalla piattaforma dei social media da un po’, l’autrice era tornata per parlare del suo nuovo libro per bambini, The Ickabog, e ha detto di essere stata immediatamente etichettata come Terf, un acronimo dispregiativo che significa “femminista radicale trans-escludente”. Poi mercoledì è arrivata la sua dichiarazione, intitolato TERF WARS.
È qui che ha rivelato la natura violenta del suo primo matrimonio con Arantes e ha parlato di una precedente aggressione sessuale cui è sopravvissuta. Ha anche scritto del suo disagio per il numero di ragazze a cui ora viene offerto un intervento chirurgico di transizione, perché sono infelici nei loro corpi. Tuttavia, ha riconosciuto che «la transizione può essere una soluzione per alcune persone con disforia di genere».
Ha sostenuto che durante la sua infanzia «il fascino della fuga dalla femminilità sarebbe stato enorme», aggiungendo: «Se avessi trovato online quel sostegno e quella simpatia impossibili da trovare nell’ambiente a me circostante, credo che avrei potuto essere convinta a trasformarmi nel figlio che mio padre aveva apertamente dichiarato avrebbe preferito.»
La Rowling è stata subito accusata di essere transfobica, inizialmente dagli attivisti, sebbene sostenesse che «non è odio dire la verità». Considera i costumi contemporanei come i più misogini che abbia mai vissuto, ha detto, lamentandosi: «Per le donne non è abbastanza essere alleate delle trans. Le donne devono accettare e ammettere che non vi è alcuna differenza materiale tra le donne trans e loro stesse.»
È improbabile che la controversia si spenga presto proprio perché Rowling è ancora molto importante per tante persone. Gli atteggiamenti delle due fazioni vanno anche al cuore della questione se i diritti dei transgender influenzino i diritti delle donne e delle ragazze e se le paure della comunità transgender di abusi e violenza siano più valide e pressanti.
Oltre a questo, sembra essere in evoluzione anche la natura stessa delle caratteristiche femminili e maschili, e insieme alla questione di chi riesce a definirle. Quando la polvere si depositerà, resta da vedere se la reputazione di JK Rowling sopravvivrà intatta.
(The Guardian, 14 giugno 2020 – traduzione italiana di Laura Colombo)
di Ida Dominijanni
Nel dicembre del 1998 la rivista Italia contemporanea pubblicò, e il Manifesto e la Repubblica anticiparono (entrambi il 19 di quel mese), alcune lettere inedite scritte nel 1954 da Indro Montanelli – all’epoca giornalista del Corriere della Sera e collaboratore del Borghese – all’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce, nominata da Dwight Eisenhower nel 1953 (malgrado la contrarietà di Alcide De Gasperi e i dubbi del segretario di stato americano) grazie all’impegno profuso con suo marito (il magnate dell’editoria Henry Luce, proprietario di Time e Life) nella campagna elettorale presidenziale a fianco del senatore McCarthy. Personaggio tanto mondano quanto mediocre, la neoambasciatrice diventa subito una paladina oltranzista dell’ingerenza diretta degli Stati Uniti sul governo italiano per spostarne l’asse a destra, contro i “bizantinismi” della Democrazia cristiana di De Gasperi e Scelba che si mostrano insensibili alle sue pressioni per mettere fuori legge il Partito comunista italiano. E intreccia legami con la destra italiana più conservatrice e anticomunista, da Rodolfo Pacciardi a Gesualdo Barletta all’entourage del Borghese di Leo Longanesi.
In Italia si è appena insediato il governo Scelba-Saragat, in un quadro politico destabilizzato dalle elezioni del 1953, dalle quali la Dc di De Gasperi è uscita indebolita come l’intera coalizione centrista, i socialisti e i comunisti rafforzati, la destra monarchica e missina consolidata. Il centrismo non è più una formula politica autosufficiente, deve aprirsi verso destra o verso sinistra; e alla destra più conservatrice la Dc comincia a sembrare un referente inaffidabile, troppo poco atlantista e troppo fedele al patto costituzionale, troppo poco liberista e troppo statalista, troppo poco zelante nella repressione del pericolo comunista.
È in questo contesto che nasce la corrispondenza fra Clare Luce e Montanelli. Convinto che l’Italia versi ormai «in uno stato preagonico» (questa e le prossime citazioni sono testuali), cioè che la vittoria elettorale dei comunisti o di un non meglio precisato fronte popolare sia alle porte, Montanelli si fa sostenitore presso l’ambasciatrice della costruzione di una organizzazione «terroristica e segreta», composta da «centomila bastonatori» reclutati «secondo la tecnica comunista delle cellule», graditi ai carabinieri, cementati dall’anticomunismo e preferibilmente fascisti e monarchici, uniti da una bandiera e sotto il comando di un apposito capo. Sponsorizzata (particolare non irrilevante) da una parte dei vertici confindustriali, questa organizzazione dovrebbe avere l’aiuto («non platonico»: armi, aviazione, flotta) degli Stati Uniti, entrare in azione in caso di vittoria elettorale dei comunisti, aiutare o fare in proprio un colpo di stato con relativo scatenamento di una guerra civile «allo scopo di inchiodare l’Italia nell’Alleanza atlantica». Qualora questo piano insurrezionale fallisse, il suo ideatore riterrebbe utile un concentramento di forze in Sicilia per preparare la riscossa sotto l’ala di un nobile locale in ottimi rapporti con la mafia.
Ruoli e feticci
Questo è l’uomo che il comune di Milano ha voluto immortalare in una statua, che l’establishment giornalistico di oggi considera intoccabile anzi «sacro», che il presidente del consiglio ritiene giusto tutelare dalla «furia iconoclasta» e dall’«oltraggio alla memoria di persone che hanno avuto un ruolo nella nostra storia culturale, civile, politica, istituzionale». Che nella storia nazionale Montanelli un ruolo in effetti l’abbia avuto è indiscutibile: ma quale? È lecito porsi e porre questa domanda senza peccare di lesa maestà? Davvero quel ruolo va difeso e tutelato dalla dissacrazione di quante e quanti oggi dipingono di rosa e di rosso la sua statua e ne chiedono la rimozione? E quella corale difesa che si leva da allievi e ammiratori dell’intoccabile che cosa difende davvero?
Al centro delle polemiche di oggi c’è il Montanelli del 1936, l’ufficiale fascista che parte per la campagna d’Etiopia, si prende in affitto («era un leasing», parole sue) Destà, una schiava («una scimmietta», la chiama lui) dodicenne infibulata e, «faticando a superare il suo odore», ne fa uso e abuso sessuale facendosi aiutare dalla madre di lei a «demolirla», ovvero a sfondarne l’infibulazione. La circostanza, più volte confermata dallo stesso Montanelli senza un’oncia di rimorso, pentimento e nemmeno ripensamento, unisce due gravi fattispecie di reato, la compravendita di un essere umano e lo stupro di una minorenne, ed è corredata e corroborata da un cospicuo numero di successive dichiarazioni dallo stesso Montanelli sulla superiorità della razza bianca su quella nera, a sostegno e legittimazione dei propri trascorsi africani.
A chiunque abbia un grano di sale nel cervello la vicenda non può che suonare raccapricciante, e a me pare perfino gentile il gesto di reagire al raccapriccio dipingendo di rosa la statua milanese come hanno fatto un anno fa e di nuovo pochi giorni fa alcuni gruppi femministi: più un atto di solidarietà e di giustizia differita verso la vittima che una furia iconoclasta verso lo stupratore. Un paese civile quel gesto lo avrebbe raccolto come il risarcimento di una ferita, invece di respingerlo come un’aggressione a mano armata. E degli uomini consapevoli non dico di sé, che sarebbe troppo chiedere, ma del mondo in cui vivono e che oggi si rivolta per ogni dove sia contro la violenza sessuale sia contro la violenza razziale avrebbero colto l’occasione per chiedere scusa a nome dell’intoccabile invece di difenderlo come un feticcio.
Com’è potuto accadere che Montanelli sia diventato un’icona liberaldemocratica?
Al posto di che cosa sta quel feticcio? Di un’autorità paterna svaporata, e compensata con l’aura inventata di un personaggio modesto e sopravvalutato? Di un complesso di minorità irrisolto, e coperto con la venerazione di un maestro? Di un crampo misogino che periodicamente e ostinatamente torna a tentare di barrare l’accesso alla sfera pubblica di donne che osano contestare le icone del virilismo? Di una autoreferenzialità del ceto giornalistico, incapace di registrare i cambiamenti della realtà, cioè di fare quello che sarebbe il suo mestiere? Di un malinteso senso dell’intoccabilità del passato, ignorante del fatto che il passato è sempre oggetto di disputa, ogni qualvolta nuovi soggetti lo interrogano dal loro punto di vista nel presente? O forse di un’arrogante pretesa di detenere pro domo propria il monopolio della revisione della storia?
Torniamo infatti al Montanelli del 1954, quello delle lettere a Clare Luce, e al Montanelli del 1998, quando quelle lettere vengono ritrovate nella biblioteca del congresso americano. Il Montanelli che nel 1954 fantastica di un’organizzazione «terroristica e segreta» e armata da scatenare contro un’eventuale vittoria del Pci, lo fa ispirato non solo dalla fobia anticomunista, ma anche dalla diffidenza per le forme della democrazia e dall’insofferenza per il patto costituzionale. La Dc – che infatti Montanelli usava votare «tappandosi il naso» – gli appare inaffidabile precisamente perché poco propensa a sacrificare quel patto, siglato anche con il Pci, alla fedeltà atlantista dell’Italia. Da qui il suo dilemma, messo nero su bianco nell’epistolario e risolto a favore della seconda ipotesi: «Difendere la democrazia fino ad accettare la morte dell’Italia; o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia?». Una posizione che oggi definiremmo a buon diritto sovranista e illiberale. Domanda: com’è potuto accadere che su questi presupposti Montanelli sia diventato, per l’establishment di centrodestra e di centrosinistra, un’icona liberaldemocratica?
Quando anticipai sul Manifesto la scoperta di Italia contemporanea, il 19 dicembre 1998, la costruzione di questa icona era già in corso. E infatti sul Montanelli del 1954 scattò la stessa difesa sull’attenti che scatta oggi sul Montanelli del 1936, con la stessa derubricazione rassicurante dei fatti e dei misfatti che scatta oggi. Su entrambi i fatti è stato il protagonista stesso a dettare la linea, minimizzandoli senza smentirli né rinnegarli né scusarsene. Sul caso Destà, com’è stato ricordato in questi giorni, nel corso del tempo Montanelli se l’è cavata dicendo che il madamato era pratica corrente e diffusa, che non fu uno stupro ma un leasing, che Destà gli voleva bene tanto da dare il suo nome a un figlio: dove sarebbe lo scandalo?
Sui fatti del 1954, intervistato nel 1998 dagli storici che li avevano portati alla luce, rispose che il suo progetto – che secondo quanto aveva scritto nelle lettere avrebbe dovuto «aiutare o fare in proprio un colpo di stato» –, in realtà serviva «non per fare il golpe, assolutamente no, ma per essere pronti a una nuova resistenza», contro il Pci stavolta: di nuovo, dove sarebbe lo scandalo? Tanto bastò infatti per rassicurare, all’epoca, la stampa mainstream: non era un piano golpista ma un progetto di resistenza anticomunista, e in nome dell’anticomunismo si può perdonare anche l’elogio della nazione contro la costituzione. Dalla caduta del muro di Berlino erano passati dieci anni, dal tracollo della cosiddetta prima repubblica pochi di meno e le patenti liberaldemocratiche si rilasciavano – e tuttora si rilasciano – così. La patente rilasciata a Montanelli ha avuto per di più il timbro congiunto del berlusconismo, che ha sdoganato la cultura di destra e avallato la concezione di una democrazia post, extra e anticostituzionale, e quello dell’antiberlusconismo, cui è bastato un no del giornalista al cavaliere per arruolarlo nelle proprie fila.
Non è vero che le statue servono solo a ricordare una persona e a preservare un pezzo del passato. Hanno anche un valore performativo: danno autorità a chi rappresentano e autorizzano valori e comportamenti per il presente e per il futuro. Rispetto ai fatti del 1936, difendere la statua di Montanelli significa continuare a dire, non solo per il passato ma anche per il presente e il futuro, che approfittare sessualmente di una schiava bambina nera è un comportamento plausibile, una svista secondaria di gioventù in una biografia che ne resta illesa; significa condonare e rilegittimare, per il presente e per il futuro, sessismo e razzismo come posture ininfluenti rispetto al giudizio morale e politico; significa avallare i deliri di uomini politici di destra che dall’alto delle istituzioni in cui sono stati ahimè democraticamente eletti sostengono oggi che il fascismo «non era razzista ma portò la civiltà in Africa», come ha fatto di recente il presidente del consiglio regionale della Calabria. Rispetto ai fatti del 1954, che peraltro in queste settimane nessuno o quasi ha ricordato, difenderla significa assecondare l’idea che la democrazia si può presidiare scagliando un’organizzazione «terroristica e segreta» contro l’eventuale vittoria elettorale legittima di uno dei contraenti del patto costituzionale.
Altro che un presidio della storia e della memoria, quella statua è un monumento alle letture revisioniste della storia italiana che assolvono, o rivalutano, il fascismo, e svalutano l’antifascismo in nome dell’anticomunismo. Contestarla significa, insieme, portare alla luce le rimozioni dell’inconscio italiano – come titolava un bel film di Luca Guadagnino sull’avventura in Etiopia – di epoca coloniale, e combattere l’operazione di sradicamento della democrazia italiana dalla matrice antifascista della costituzione portata avanti tenacemente dal mainstream liberale durante la cosiddetta seconda repubblica. Verniciarla di rosa è un modo fin troppo gentile di segnalare che non ha nulla, ma proprio nulla, da insegnarci, né sul passato né sul futuro, se non ciò che non siamo e che non vogliamo.
(Internazionale, 23 giugno 2020)
di Alice Pinotti
Filosofemme è un progetto in rete e sui social, nato da un gruppo di giovani filosofe che nutrono la loro passione col pensiero e la voce delle donne. Nei due articoli ripresi qui, Alice Pinotti dialoga idealmente con Ida Dominijanni su filosofia, inconscio, pratiche politiche femministe. Non anticipiamo altro, solo ricordiamo che il recente libro «La carta coperta» (Moretti e Vitali, Bergamo 2019) sta proprio sul crinale di filosofia, psicanalisi e femminismo.
La redazione
Parte I – 22 giugno 2020
Eccoci di nuovo qui a parlare del nuovo incontro di CONTRA/DIZIONI che ha avuto come protagonista la giornalista e filosofa Ida Dominijanni. Nello specifico, la discussione si è svolta attorno a due suoi testi: Soggetto dell’inconscio, inconscio della politica e Pratica dell’inconscio, inconscio della pratica (1).
Il primo testo nasce da una domanda molto antica: che cosa la politica apprende e cosa invece non riesce ad apprendere dalla psicoanalisi?
In che rapporto stanno questi due saperi che, pur condividendo per certi versi una storia di interessante parallelismo nella modernità, non si parlano?
C’è infatti una sordità della politica, sia come prassi che come filosofia politica (ma anche della filosofia in generale) alla questione molto perturbante della costituzione anche inconscia del soggetto. La politica, infatti, lavora da sempre sul presupposto di un soggetto interamente razionale che si associa razionalmente agli altri soggetti attraverso la costituzione di un patto sociale: in questo modo prende vita la Politica stessa, considerata però come il prodotto razionale e artificiale di un soggetto a sua volta razionale e dotato di volontà. Questa concezione del soggetto è però incompatibile con quella freudiana, che a quello razionale aggiunge l’elemento essenziale dell’inconscio, del desiderio, delle pulsioni: non sempre positive e non del tutto dominabili razionalmente.
Se negli anni ’70 c’era un’apertura del pensiero politico verso l’inconscio e la psicoanalisi, essa si è poi paradossalmente chiusa con l’avvento del capitalismo neoliberale.
È questo un paradosso, perché è proprio questo tipo di capitalismo ad essersi accorto della pluridimensionalità del soggetto, cominciando a sfruttarla a suo vantaggio e investendo non più solamente sul soggetto razionale, ma soprattutto su quello dell’inconscio: il sistema capitalistico, infatti, funzionafacendo leva sui desideri individuali e traducendoli in desideri consumistici – ovvero di un oggetto o dell’altro, ma sempre inteso come oggetto e mai come persona – per proporre infine una soddisfazione mercificata del desiderio. Lo si vede bene guardando al funzionamento dei social network: essi lavorano infatti facendo leva sull’elemento emozionale, istintuale e irriflessivo dei loro utenti, che si esprime attraverso la modalità del like o delle reazioni, ovvero emozioni molto primarie che spesso rispondono a istanze non consapevoli (inconsce o preconsce, ma quasi mai razionali).
Un primo interrogativo che lega dunque i due testi di Dominijanni è come il rapporto con la dimensione inconscia del soggetto sia stato spesso mancato dalla politica della trasformazione (quella che in teoria dovrebbe essere rappresentata dalla sinistra), e come esso sia stato invece utilizzato dalla parte opposta, che ben si adatta alle ideologie capitaliste contemporanee, e come allora questa dimensione inconscia della soggettività operi nella politica.
Per spiegare meglio che cosa ciò implichi nel concreto, Dominijanni propone una riflessione sull’attualità: a fronte della situazione inedita creatasi a causa di questa pandemia, sarebbe infatti interessante interrogarsi sul futuro (e sarebbe bene che lo facessero soprattutto le pratiche politiche) tenendo in considerazione le conseguenze che questa situazione ha causato sull’inconscio.
Questo significa, per esempio, indagare le paure e le fobie profonde che sono emerse da questa condizione di pericolo, che molto probabilmente avranno a che fare con l’impatto con la morte ridotta a un problema di smaltimento dei cadaveri, che ci ha privato della possibilità di avere un compianto pubblico e un’elaborazione adeguata del lutto. In che modo tutto ciò ha cambiato in profondità noi stessi? Secondo Dominijianni, questa è una dimensione che andrebbe indagata per capire come si potrebbe renderla produttiva politicamente; altrimenti essa diventerà sì produttiva, ma in modo “selvaggio”, causando atti sociali di rancore, rabbia e colpevolizzazione nei confronti dell’ordine costituito a cui in parte abbiamo già assistito in questi mesi.In altri termini, una ribellione nei confronti del potere.
A questo proposito è utile chiederci: qual è la vita psichica del potere e quali sono i dispositivi psicologici e inconsci attraverso i quali noi accettiamo il potere? Perché e in base a cosa accettiamo di essere governati oppure ci ribelliamo al potere?
Per rispondere bisogna prima di tutto uscire dal dualismoche contrappone un potere delle dinamiche sociali positivo, estroverso e riconoscibile, a una dimensione oscura e criptata dell’inconscio. Si tratta di capire attraverso quali dispositivi psichici e inconsci noi accettiamo o contestiamo la normatività sociale: questa è la forza dell’inconscio. Basti pensare al ruolo fondamentale che esso ha avuto nell’adesione ai totalitarismi, come ha fatto notare la psicoanalisi ma anche altre studiose, tra cui Hannah Arendt e Simone Weil: perché, in determinate circostanze storiche, gli esseri umani accettano di sottostare a un dominio che li mortifica, li reprime e li violenta? Attraverso quali dispositivi? E, parallelamente, perché a un certo punto ci si ribella?
Se vogliamo iniziare a ragionare e a lavorare sulla soggettività politica come soggettività fatta sia di ragione che di processi inconsci, possiamo cercare di capire in che modo l’inconscio è coinvolto nelle dinamiche sociali e politiche. Questo vuol dire, per esempio, cercare di capire come mai la normatività eterosessualeè stata ed è ancora dominante: cosa ce la fa accettare e cosa invece ci fa ribellare? Qual è la capacità di ribellione creativa che ha il nostro inconscio per far sì che noi ci ribelliamo alla norma? Anche di questo si occupano le pratiche femministe: di questo, però, parleremo meglio nel prossimo articolo.
Parte II – 23 giugno 2020
Nell’articolo di ieri abbiamo avuto modo di riflettere su come la dimensione inconscia della soggettività operi nella politica; ora, invece, ci interrogheremo sul rapporto tra l’inconscio e il pensiero femminista. Per farlo partiremo dunque dal secondo testo di Ida Dominijanni su cui si è concentrato l’incontro di CONTRA/DIZIONI, ovvero Pratica dell’inconscio, inconscio della pratica. Come quello precedente, anche questo testo parte dalla ricostruzione del nesso tra pratica politica e pratica psicoanalitica, nesso che il Femminismo (soprattutto quello italiano, ma non solo) ha sempre tenuto molto in considerazione.
Tuttavia, qualcosa è cambiato: anche nella trattazione femminista, infatti, risulta la tendenza a fare a meno degli interrogativi sull’inconscio. E invece è importante sottolineare che il Femminismo nasce proprio da una pratica di rapporto con esso.
Ci si domanda allora: considerando che oggi l’inconscio è messo al servizio del sistema capitalistico per la sua implementazione (per esempio attraverso la pubblicità) anziché per la creazione di strategie che lo rivoluzionino, il femminismo di ultima generazione è ancora interessato ad approfondire il percorso di scoperta e valorizzazione del desiderio e dell’inconscio?
Quello che si può fare (e che dovrebbero fare a maggior ragione le pratiche femministe) è provare a tenere sempre più conto dell’esistenza di una dimensione inconscia della soggettività che è sempre presente in maniera inconsapevole e che dunque può essere fonte di “sorprese”. Non si tratta per forza di sorprese negative e traumatiche, come si tende a pensare: l’inconscio infatti è anche il luogo della creatività, dell’insorgenza, del desiderio che spiazza rispetto alla volontà.
Dunque, dal momento che questa dimensione – invisibile ma costante – entra necessariamente a far parte dell’agire politico, bisognerebbe lasciarla libera di esprimersi e di agire per la trasformazione.
Una particolare tipologia di desiderio su cui il Femminismo ha posto l’accento è il desiderio erotico: tutto il movimento, infatti, è partito dal riconoscimento di un elemento erotico che c’era nello stare tra donne, nel senso di un desiderio lesbico, ma anche nel senso più lato del termine, ovvero il piacere di stare insieme tra donne, di dare valore all’altra, di non essere misurate dal desiderio maschile.
Tutti questi desideri sono stati la spinta iniziale della nascita del Femminismo e sono tutt’ora vie di contestazione dell’ordine dominante nonché segnali precisi che i nostri corpi ci mandano e che, in quanto tali, hanno un’enorme valenza politica.
Come aveva fatto per spiegare come l’inconscio influisca sull’agire politico, Dominijanni lega questi argomenti col nostro presente: che cosa succede all’erotismo in una situazione dominata dalla paura del contagio? Il distanziamento sociale, infatti, è distanziamento fisico, e questo può avere delle conseguenze enormi dal punto di vista della perdita del contatto con l’altro. Per questo motivo c’è un grande bisogno di parlarne in questo momento, soprattutto per i soggetti più giovani.
Ed è importante farlo partendo dal linguaggio, perché esso non è mai soltanto razionale: il linguaggio è ciò attraverso cui l’inconscio trapela, sempre, al di là della volontà del soggetto.
Questo lavoro comprende anche l’invenzione di nuovi significanti. Un esempio di significante inedito creato dal femminismo è, primo tra tutti, differenza sessuale: significante non biologico ma discorsivo che voleva significare il desiderio della libertà femminile. La politica, infatti, è sempre anche produzione di significanti inediti (la lotta di classe di Marx ne è un esempio): la politica è politica del linguaggio. La difficoltà, di nuovo, è che formare un significante nuovo, efficace, performativo e mobilitante, non è mai un processo solamente razionale, ma deve emergere da più elementi, alcuni dei quali inconsci.
Anche il desiderio femminile che il Femminismo della seconda ondata ha con la sua ribellione riportato a galla era desideriorepresso dal Patriarcato e dunque inespresso.
Proprio per questo motivo, Dominijanni suggerisce che anche il Femminismo Intersezionale, oltre ad occuparsi della pluralizzazionedei soggetti e della riflessione sull’intersezionalità del soggetto politico, dovrebbe andare più in profondità nel processo di decostruzione della struttura ontologica del soggetto.
E dovrebbe farlo proprio tenendo presente anche la dimensione inconscia del soggetto politico: struttura che ha spesso a che fare con la differenza sessuale intesa come struttura dell’immaginario e che non si può eliminare con la sola liberazione del genere, poiché essa rimane come struttura di pensabilità.
Bisogna infatti tenere in conto che, nei processi di soggettivazione politica (ovvero i processi di adesione o ribellione al potere), il punto non è solo il pluralismo dei soggetti e la loro intersezionalità, ma anche la dimensione dell’inconscio. Altrimenti si rischia di dar vita a un Femminismo solamente sociale che però ignora completamente tutta quella parte della soggettivazione che ha a che fare con i processi psichici non razionali. E anch’io, come Ida Dominijanni, mi sento di dire che sarebbe una grave perdita oltre che un’occasione sprecata per comprendere sempre più a fondo ciò che riguarda la soggettività e la sua relazione col potere.
(1) Per chi fosse interessato, entrambi i testi sono disponibili in modalità lettura sul cloud di CONTRA/DIZIONI (potete trovare il link sulla loro pagina Facebook).
(filosofemme.it, 22 e 23 giugno 2020)
di Lia Cigarini e Silvia Motta del Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano
Il Corriere della sera ha pubblicato qualche tempo fa (28 maggio 2020) un articolo di Maurizio Ferrera e Barbara Stefanelli intitolato Perché senza donne non c’è ripresa? Lo abbiamo letto e discusso, noi della Libreria delle donne di Milano, e precisamente il Gruppo che si interessa del lavoro, gruppo che ha anche pubblicato un Sottosopra intitolato Immagina che il lavoro (Milano 2009).
Tra i due testi c’è un punto di rispondenza, cioè che la separazione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, simbolicamente e socialmente costruita dal patriarcato, permane nelle teste e nel linguaggio. E quindi è necessario secondo Ferrera e Stefanelli, trovare «forme di confronto aperto tra persone che si interrogano sui propri preconcetti e progettano soluzioni, facendo scelte condivise e per questo più coraggiose». La chiamano, non a caso, «maieutica di genere» che significa da vocabolario «arte della levatrice, cioè metodo socratico». Noi la chiamiamo autocoscienza, pratica politica che ha innervato il movimento delle donne durante gli ultimi cinquant’anni, fino al Me-Too, e l’ha reso vivo e vincente.
L’irruzione del coronavirus ha evidenziato che la separazione tra lavoro produttivo, da una parte, e lavoro riproduttivo/di cura, dall’altra, non rende conto dell’intreccio che c’è tra questi due mondi, della loro porosità, e ci ha fatto vedere che le donne svolgono tra i due un ruolo di perno fondamentale. Chi ha fatto un figlio o curato un genitore anziano, sa benissimo quanta energia, quanto tempo, quanto sapere e capacità di relazione e mediazione si debba mettere in campo perché i servizi diventino concretamente fruibili alle persone in carne ed ossa. È un residuo del patriarcato quello che ci fa parlare di lavoro femminile di cura e di lavoro produttivo (perlopiù maschile): sono semplificazioni.
Cambiamo piuttosto l’idea, la definizione stessa di lavoro. È lavoro tutto quello necessario per vivere, abbiamo scritto in quel testo del 2009, oggi divenuto più attuale.
L’esperienza di lavoro che intreccia vita ed economia, lavoro retribuito o non, esperienza che le donne conoscono bene, noi non la vediamo come segno di minorità o svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista, di una forza, di un sapere femminile che noi riteniamo possa essere un potente motore di cambiamento non solo del lavoro delle donne ma del lavoro tout-court. E da lì un motore di cambiamento del modello di sviluppo della società in cui viviamo.
Di questo lavoro, complesso ed essenziale, che connette, dà senso e forma alla vita quotidiana di adulti e bambini, generi e generazioni, gli uomini, nella loro pretesa indipendenza, sono meno consapevoli benché assai bisognosi. Nel mix vita/lavoro, al contrario, noi vediamo un segnale forte e suggestivo che intreccia libertà e costrizione, dipendenze e relazioni. E che, a volerci mettere mano, sarebbe ricco di pensieri stimolanti per il futuro di tutti.
Durante l’epidemia si è manifestato un desiderio diffuso di cambiamento, si tratta ora di renderlo parlante. Infatti, nei mesi del lockdown si è molto discusso sul ‘dopo’, se ne usciremo cambiati in meglio o in peggio o se le cose ritorneranno come prima. Prevaleva e in parte prevale anche ora la prospettiva che ci sarà più attenzione all’ambiente, come anche alle disuguaglianze. Sono preoccupazioni buone e necessarie, ma c’è il rischio che il primato dell’economia e del potere finanziario riprendano il sopravvento. Ci vuole uno spostamento in più, c’è qualcosa di più elementare, accettare il fatto che lavorare è nella necessità del vivere. Primum vivere anche nella crisi.
Chiediamo: si può pensare che anche gli uomini, istruiti da uno scenario mai vissuto prima con l’allontanamento dal lavoro sociale e la reclusione in casa, siano stati toccati da un’esperienza che ha fatto capire di più il nesso tra economia e vita (la dipendenza nella malattia, il rapporto con i bambini, la vicinanza con la morte)? Si può pensare che avanzi una presa di coscienza in grado di riaprire i giochi tra uomini e donne?
Ci dà una risposta il sociologo inglese Colin Crouch che scrive «oggi esistono i margini per una politica che interpreti gli interessi di tutti, compresi quelli degli uomini, in una prospettiva femminile, non anti-maschile, che abbracci al suo interno l’identica esigenza degli uomini, seppure meno facile da esprimere, di condividere una vita equilibrata… un approccio meno frammentato alla vita» (Colin Crouch, Quanto capitalismo può sopportare la società, Ed. Laterza 2014).
(27esimaora.corriere.it, 21 giugno 2020)
«Oggi, Giornata per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti, ricordiamo che la donna racchiude in sé la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto. Da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità». Queste le parole di Papa Francesco in un tweet pubblicato venerdì19 giugno sull’account @Pontifex. In questo modo, il Pontefice ha voluto rilanciare l’appello delle Nazioni Unite contro la violenza sessuale nei conflitti armati, definita dal Palazzo di vetro «una pratica disumana». La Giornata è stata istituita il 19 giugno 2015 insieme all’adozione della risoluzione 1820 che condanna lo stupro come arma di guerra. Per oggi sono in programma eventi di sensibilizzazione sul tema in diverse città del mondo.
(L’Osservatore Romano, 20 giugno 2020)
di Laura Minguzzi
Un libro sulla gratitudine, un racconto sulla riconoscenza alla madre e al padre, una restituzione simbolica di un debito: la nascita in primis, la crescita e gli insegnamenti. Belli e brutti, il negativo dopo il positivo. Uno spostamento interiore dell’autrice: non colpevolizzare la madre, non idealizzarla, non è un’icona, non va mitizzata la figura materna ma riscattata, nel bene e nel male. Questo è l’essenziale del racconto. Un passo obbligato per accedere all’ordine simbolico della madre e all’accettazione dell’autorità femminile nel mondo reale e farla finita con le recriminazioni e la richiesta illimitata di riconoscimenti, smisurata, un pozzo senza fondo… Trovo in quest’approccio un taglio che me lo avvicina alla pratica della storia vivente. Scegliendo la forma del memoir l’autrice riattraversa i suoi ricordi, le sue emozioni e con tocco leggero e accattivante anche il nodo della relazione con la madre reale. Riscattandola ricomincia a vederne i lati positivi, la sua concretezza materica, la pone nel giusto luogo, quello della riconoscenza, della gratitudine malgré tout.
Il tempo è l’adolescenza negli anni sessanta del secolo scorso. Due sorelle, una famiglia borghese ma con radici contadine. «Tra le cose buone, mia madre mi ha insegnato a cucinare. La preparazione del tortino di finocchi – avrò avuto dodici anni – era interamente a mio carico. […] Cucinando imparavo la misura che serve per tutto il resto. […] È tutta questione di togliere e mettere come quando si scrive e si dipinge.» Fin dalla prima pagina ho sentito delle forti assonanze con una scrittrice che io ho amato tantissimo e fatto conoscere alle mie allieve quando insegnavo francese e parlo di Colette. In particolare un romanzo, Le Blé en herbe (Il grano in erba). Al centro un’adolescente, la natura di una femminilità in erba, un’età acerba ma colma di energia e di promesse. Lo stile di scrittura me la fa ricordare: lunghi elenchi di nomi di fiori e di alberi, frutto degli insegnamenti materni, amore per la natura, per i dettagli della preparazione del cibo. L’incipit è una ricetta della madre e un abbozzo del desiderio di autonomia della figlia. Il padre le ha «insegnato a condire l’insalata prima il sale, poi l’aceto che lo scioglie e infine con l’olio, non viceversa»…
Francesca Avanzini, Quel che di buono, ed. Consulta Librieprogetti, 2020
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2020)
di Franca Fortunato
La tempesta giudiziaria e politica, che come uno tsunami si è abbattuta su Riace e il suo sindaco, Domenico Lucano, ha distrutto quel modello di accoglienza e di convivenza tra cittadine/i e immigrate/i divenuto famoso in tutto il mondo. Una distruzione iniziata molto prima dell’arresto e della rimozione del sindaco, con il blocco dei finanziamenti del ministero degli Interni e della Prefettura di Reggio Calabria, e che si è completata con la chiusura del progetto di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), riattivato solo nel maggio 2019 in seguito a una sentenza del Tar Calabria che ha accolto il ricorso del vicesindaco. Con la chiusura dello Sprar la maggioranza delle/i migranti è stata trasferita in altri centri e altre/i hanno tentato la fortuna altrove. Alcune/i sono poi ritornate/i a Riace perché lì hanno una casa e una vita dignitosa. Oggi nel paese vivono una trentina di migranti. Le operatrici e gli operatori delle associazioni hanno perso il lavoro, i laboratori dove per 20 anni hanno lavorato insieme riacesi e migranti, perlopiù donne, sono stati chiusi, gli asini della fattoria didattica, utilizzati per la raccolta differenziata, sono stati messi sotto sequestro, perché le stalle sono state dichiarate non agibili, la taverna “Donna Rosa” è stata chiusa, il poliambulatorio pure e così pure l’asilo. Private del loro sindaco – messo prima ai domiciliari, mandato poi in esilio e rientrato a settembre 2019 -, le famiglie si sono spaventate per un’inchiesta giudiziaria che ha visto coinvolte direttamente o indirettamente molte di loro. Alle ultime elezioni il candidato della Lega, Antonio Trifoli, ha potuto soffiare in modo strumentale su malumori, paure, false percezioni della cittadinanza in particolare di Riace Marina, secondo cui Lucano era stato solo il sindaco delle/degli immigrate/i, dove ha raccolto la maggioranza dei voti. Trifoli è diventato sindaco. Lucano, a cui è stato negato il permesso di rientrare a Riace per fare campagna elettorale, nonostante la maggioranza dei voti del borgo, non è stato eletto consigliere comunale.
Il nuovo sindaco ha da subito tentato di cancellare ogni simbolo che potesse ricordare quell’esperienza di accoglienza, come se la memoria non andasse al di là dei simboli e non continuasse a vivere nella coscienza e nel ricordo di quante/i quell’esperienza l’hanno conosciuta, vissuta, raccontata o semplicemente letta.
Poco prima della festa patronale il nuovo sindaco ha sostituito il cartello all’entrata del borgo “Riace, paese dell’accoglienza” con l’immagine dei Santi protettori del paese, Cosma e Damiano, evento benedetto da due preti, che hanno però dimenticato di ricordare a sé stessi e al sindaco che i due fratelli gemelli erano stranieri, originari dell’Arabia, e che da medici prediligevano nella cura i più poveri e gli emarginati. Poi è stata la volta della rimozione del cartello con una citazione di Peppino Impastato, il giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1978. «Mi sembra che sia l’ennesimo tentativo di rimuovere tutto ciò che di positivo aveva il paese di Riace, come l’accoglienza e la lotta alla mafia» ha scritto la sorella di Peppino, Luisa Impastato.
Trifoli non avrebbe dovuto essere eletto, secondo il Ministero degli Interni e la Prefettura di Reggio Calabria, in quanto come dipendente del Comune non poteva candidarsi, e in quando titolare di contratto a tempo determinato non poteva usufruire del congedo per fare campagna elettorale. Dichiarato ineleggibile, ha presentato ricorso, e intanto continua ad amministrare. Inoltre, un assessore della sua Giunta, consigliere di Fratelli d’Italia, subito dopo le elezioni è stato arrestato, perché legato a una potente cosca di ’ndrangheta.
Di fronte alla desolazione e desertificazione di Riace, Lucano non si è arreso e con lui tante/i che non hanno mai smesso di credere in lui e nel suo progetto. Il 12 gennaio 2019, a Caulonia dove viveva per il divieto di dimora, è nata la Fondazione “È stato il vento”, per iniziativa della coordinatrice della Rete dei Comuni Solidali (Recolsol) Chiara Sasso, di Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), del missionario comboniano Alex Zanotelli, dei magistrati Livio Pepino ed Emilio Sirianni, della pediatra e laica comboniana Felicetta Parisi e di Barbara Vecchio della rete delle cooperative Longo Mai. «È stato il vento… a trasportare una nave carica di curdi sulle coste ioniche nei pressi di Riace e da lì è partito un po’ tutto», sono le parole con cui Lucano ha sempre raccontato come ha avuto inizio l’esperienza di Riace nel lontano 1998, quando sulle coste della Locride approdò un veliero, carico di curdi (66 uomini, 46 donne e 72 bambini/e) in fuga dall’Iraq, dalla Siria e dalla Turchia e diretti in Europa.
C’è un augurio tipico che passa di bocca in bocca tra gli uomini che tentano le imprese in mare: “Buon vento”, si dicono, offrendosi l’un l’altro l’auspicio che le correnti sappiano guidare il bastimento verso la meta prefissata. È lo stesso augurio che accompagna la Fondazione nel suo progetto di rinascita, di resilienza. Resilienza da “resalio” che – come scrive Elly Irukandji, giovane scrittrice calabrese, nel suo romanzo Resalio – è un iterativo del verbo latino “salio” che significa “saltare, balzare”. “Resalio” è stato associato all’atto di risalire e l’associazione più poetica e ricorrente è quella del risalire sulla barca rovesciata dalle intemperie del mare. In metallurgia, infatti, sta a significare la capacità dei metalli di resistere alla pressione dei colpi cui vengono sottoposti. Queste caratteristiche rilevate in natura hanno fatto sì che “resalio” desse i natali alla parola “resilienza”.
Una resilienza, una rinascita, iniziata con la pulizia dei laboratori, che oggi sono stati riaperti. È stato riaperto un asilo parentale e sta andando avanti la ristrutturazione di Palazzo Pinnarò, storica sede dell’associazione Città Futura con cui Lucano ha gestito sin dall’inizio il progetto di accoglienza, qui verrà istituito un Centro documentazione, in collaborazione con alcune Università, con lo scopo di raccogliere tesi di laurea su Riace. È stato riaperto il frantoio di comunità con l’aiuto della popolazione e quando sarà tutto pronto i proprietari degli ulivi porteranno il raccolto. È stata riaperta la taverna “Donna Rosa”, dal nome di una venditrice di stracci di Riace. Il progetto della Fondazione – come ha scritto la sua presidente, Chiara Sasso – guarda a un’accoglienza “spontanea”, ai cosiddetti “lunghi permanenti”, cioè a coloro che pur non avendo più i requisiti per poter continuare ad essere accolti, hanno deciso di restare a Riace. In questa prima fase è sostenuto dai fondi raccolti dalla Fondazione, poi dovrà sostenersi autonomamente con le botteghe, collegate con le tante associazioni che hanno dato la disponibilità per veicolare i prodotti, e col turismo diffuso. Le case vuote dei riacesi emigrati entrano nel progetto. L’associazione Città Futura si sta organizzando per affittare per brevi periodi le case a costi sostenibili, per vacanze o altro.
Segno di una Riace resiliente è stata la manifestazione a sostegno di Domenico Lucano, organizzata da Jasmine Cristallo, responsabile delle sardine calabresi e ideatrice del movimento dei balconi contro Matteo Salvini, del 6 gennaio scorso davanti alla taverna “Donna Rosa”, nel giorno in cui Salvini era a Riace marina per le elezioni europee. Il paese resta spaccato in due, la marina e il borgo antico con la sua resilienza e rinascita, nonostante l’ostilità dell’amministrazione comunale e del suo sindaco.
(A&P – Autogestione & Politica Prima, N. 2/3, aprile/settembre 2020, “Questo è il tempo della resilienza”)
di Luisa Muraro
Sarà prossimamente presentato alla Camera il disegno di legge contro l’omotransfobia, che ha l’obiettivo del contrasto alla violenza e alla discriminazione per motivi legati al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere, in linea con una risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa, risalente al 2006 e rimasta finora fuori del nostro ordinamento. E, proprio nei giorni scorsi, una presa di posizione del ministro Provenzano, che ha disdetto la sua partecipazione a un convegno perché il panel era composto di soli uomini, ha portato al centro dell’attenzione il tema delle donne e della donna nella vita pubblica italiana. Prendendo spunto da queste ultime vicende, abbiamo chiesto a Luisa Muraro il suo punto di vista.
È stato sensato e opportuno, secondo me, che l’autorità scientifica abbia tolto l’omosessualità dall’elenco delle malattie e trovo che sia giusto ricorrere anche alla legge per difendere le minoranze sessuali, comprese le trans, intendo con trans (al femminile) quelle persone che non accettano di dedurre la loro identità sessuale dal sesso anatomico con cui sono venute al mondo, quello maschile, e chiedono di essere considerate di sesso femminile.
Ma c’è un’obiezione. La sessuazione, cioè il sesso e la differenza sessuale pongono degli interrogativi alla nostra umanità, interrogativi la cui formulazione domanda molta finezza, da una parte e dall’altra molta franchezza. Il linguaggio della legge non è fatto per rispondere a queste contrastanti esigenze, per cui, a voler proteggere le minoranze con la legge, si rischia di favorire l’ipocrisia del potere.
Che fare? Una strada si apre con l’analisi delle contraddizioni. Le contraddizioni spesso sono risposte mancate che fanno vedere uno sprazzo di realtà, così come fanno i lapsus rispetto all’inconscio. Non vanno corrette di corsa ma, se siamo alla ricerca del vero (ossia, di quello che vuol dire la realtà), vanno ascoltate.
Durante la pandemia ancora in corso, è venuta a galla una contraddizione istruttiva che ora esporrò nei termini con cui si è mostrata in Italia.
L’Italia, come noto, è il primo paese occidentale investito dall’epidemia di Covid-19 e i responsabili politici, per prendere le decisioni che, secondo il nostro ordine costituzionale, toccava a loro prendere, si sono aiutati con l’autorità alla scienza. Di fatto si sono affidati quasi esclusivamente a uomini, perché uomini sono i personaggi più in vista nei diversi ambiti del sapere codificato.
A un certo momento questo involontario sessismo è diventato evidente; poi vedremo con quali conseguenze. D’altra parte – una tutt’altra parte! ma sempre di uomini e donne si tratta – l’epidemia ha messo in evidenza quello che i progressi della medicina ci fanno dimenticare, e cioè che, “per la genetica, il sesso debole è quello maschile”, come ha esplicitamente detto, sul terzo canale tv, il mercoledì 10 giugno scorso, il telegiornale della scienza e dell’ambiente, con il tono della cosa risaputa.
Domanda: è solo per caso che l’“eccellenza” scientifica sia esibita dal sesso “debole”?
Forse no, forse è un capovolgimento sensato (non dico giusto) che si è prodotto nella traduzione culturale della differenza sessuale. Lo fa pensare il fondatore stesso del patriarcato, Aristotele, nella sua teoria della generazione. Di lui è nota l’immagine del piccolo forno usata per la funzione dell’utero durante la gestazione, paragonata alla cottura di una pagnotta preparata e messa in forno dal fornaio (l’uomo di sesso maschile). Bisogna sapere che Aristotele faceva scienza sui fenomeni non direttamente osservabili ricorrendo anche all’immaginazione e al ragionamento, per cui, volendo forse dare un fondamento alla prevalenza sociale del maschile sul femminile, inventò una teoria della differenza sessuale in cui indovina genialmente come vanno le cose… ma all’incontrario! Infatti, per Aristotele la differenza si determina, dopo il concepimento, per una specie di incidente casuale in un programma che, di suo, prevedeva soltanto maschi. Ragionando anch’io, ma aiutata dalla critica storica e dalla scienza di laboratorio, due specialità moderne, rispondo dunque alla questione posta sopra, che sì, potremmo ipotizzare che l’emergenza dell’epidemia ha riportato a galla, nelle decisioni del relativamente innocente Giuseppe Conte, un collegamento profondo tra l’inferiorità biologica e un bisogno di rivalsa, che si nasconde nella ricerca maschile di autoaffermazione. “Si nasconde”, ho scritto; infatti il bisogno di rivalsa degli uomini civilizzati non si esprime direttamente sul sesso femminile, ma nella gara tra maschi, cioè tra uomini per primeggiare civilmente. Sono sicura che Giuseppe Conte, nominando quasi esclusivamente uomini, non l’ha fatto apposta, non ci aveva pensato, semplicemente.
“Hai ragione, non ci avevo pensato!” è l’esatta risposta che ricevette la ministra guardasigilli del governo Monti, quando fece il nome di una giovane studiosa molto dotata: la risposta veniva da un collega che cercava e non trovava il nome di un giovane dotato per una promozione. In un paese di patriarcato antico (che non vuol dire peggiore) come l’Italia, capita più spesso che in altri che in certi contesti gli uomini “non pensino” alle donne: sono i contesti della loro omosessualità rimossa, essenzialmente il contesto della gara per il potere.
Quando gli uomini onesti e civili se ne accorgono, corrono ai ripari.
Che cosa mettono al riparo? Con questa domanda comincia la seconda parte del mio ragionamento, che riassumo perché chi mi legge probabilmente lo sa. Mettono al riparo se stessi proponendo di chiudere la contraddizione, divenuta manifesta, con la soluzione moderna. Che è l’uguaglianza o, più precisamente, la parità uomo-donna basata sull’uguaglianza dei diritti.
Più facile a dirsi che a farsi, per più ragioni. Quella di fondo (e siamo arrivati al dunque) è questa, che la differenza sessuale, prima di essere tradotta nella versione patriarcale della gerarchia tra i sessi, era un’invenzione della vita per durare e consisteva (anzi consiste, la vita non ha cambiato idea) in una asimmetria radicale e irrimediabile tra due, due che tra gli umani si sono chiamati sesso femminile e sesso maschile. La parità è una risposta al patriarcato, non alla vita. La quale vita, per giunta, ha inventato la sessuazione per riprodursi, ma non ha inventato la separazione matematica tra i due sessi. I sessi sono due ma l’appartenenza degli individui all’uno o all’altro ha dei margini di approssimazione con i quali si può giocare, cosa che gli uomini, senza escludere le donne, non hanno mancato di fare in tanti modi, ricorrendo all’ingegnosità (oggi, la tecnoscienza), alle idee (religiose, etiche o filosofiche) e alla politica (il patriarcato antico e moderno, superato grazie al femminismo).
Alla domanda che traspare dalla contraddizione delle scelte “maschiliste” dell’Italia, rispondo dunque con l’ipotesi “aristotelica” corretta dal contributo della scienza di laboratorio. Rispondo cioè che la differenza maschile, nella traduzione o passaggio dal biologico all’ordine mediato dal linguaggio, a un qualche livello viene sentita come un tralignare dal programma materno, una specie di tradimento biologico della madre, e come tale occultato. La migliore, sorprendente, conferma viene dalla transessualità qui presa in considerazione, che è il voler essere di sesso femminile, lo stesso della madre da parte di individui che nascono sessuati maschili, individui che oppongono un altrimenti misterioso rifiuto ad appartenere al sesso sedicente primo o superiore, e comunque socialmente privilegiato. Dicono no per fedeltà al programma materno.
È solo un’ipotesi, certo, ma trovo sospetto che, nella proposta di legge attualmente in discussione, primo firmatario il deputato Zan, si pretenda difendere le trans cancellando la differenza sessuale, cioè il significante della loro trasgressione, per sostituirla con un’espressione neutra: “identità di genere”. “Sarebbe stato difficile ricorrere a una terminologia diversa”, ha detto il deputato Zan. Perché, mi chiedo.
(Ytali., 15 giugno 2020)
di María-Milagros Rivera Garretas
Sono lettrice, ammiratrice, ascoltatrice assidua di Margaret Mitchell (Atlanta 1900-1949), di Harriet Beecher Stowe, de Audre Lorde, Alice Walker, Toni Morrison…, di altre autrici la cui razza è sempre un di più. Ho vissuto da giovanissima nel sud di Chicago tra due ghetti, ho preso molte volte, alcune da sola, il treno sopraelevato che ne attraversa molti altri, ho voluto scendere da un mondo che permette e fomenta quell’ingiustizia brutale che è il razzismo e la schiavitù…; per questo oso dire che Via col vento è un capolavoro della scrittura femminile che insegna a sentire in modo irreversibile l’insensatezza della guerra. Lo insegna come l’insegnò Simone Weil, contemporanea di Margaret Mitchell, con il suo progetto di un piccolo gruppo di infermiere di prima linea che, inermi, mostrassero con la loro mera presenza all’umanità che intervenne nella Seconda guerra mondiale, l’insensatezza di questa e di tutte le guerre. Noi donne di sesso femminile sappiamo e abbiamo sempre saputo che la pace è condizione della vita umana, proprio perché la guerra, che non è il suo contrario dato che la pace non ha contrario benché qualche scrittore dica di sì, distrugge in primo luogo l’opera di ciascuna madre, che sono corpi che parlano e relazioni per il gusto di stare in relazione.
Sono le ideologie, sempre belliche perché sempre antinomiche o oppositive nel loro disamore naturale, quelle che non permettono di vedere scrittura femminile dove c’è, perché senza contrapposizione dialettica le ideologie muoiono, muoiono con il loro emblema, il patriarcato. Succede che la scrittura femminile si incontra con la scrittura femminile, non con il pensiero del pensiero, sempre ideologico, sempre in lotta, sempre rinchiuso nell’antinomia vincitori/vinti. È un’evidenza dei sensi, oggi dicibile da qualunque donna, non solo da Simone Weil e le sue ammiratrici, che nella guerra nessuno vince davvero, perché la forza nessuno la possiede realmente ma tutti e tutte alla fine siamo possedute da essa.
Che Via col vento (Gone with the Wind) sia scrittura femminile per la pace lo hanno visto e sentito profondamente i milioni di lettrici e lettori del mondo intero che hanno letto il romanzo o hanno visto il film e non hanno dimenticato il nome di Rossella O’Hara né il suo appassionato amore per la vita e per la libertà femminile. Il romanzo, nato dai racconti delle terribili esperienze belliche che Margaret Mitchell ascoltò da bambina ad Atlanta, venne pubblicato nel 1936 e portato al cinema nel 1939, diventando subito un bestseller da record.
Quello che a me ha insegnato e insegna il romanzo Via col vento è che non c’era bisogno della Guerra di secessione o Guerra civile americana del 1861-65, né di nessun’altra guerra, per abolire la schiavitù nel Sud degli Stati Uniti. Mi insegna che la guerra, oltre che insensata, è inutile. Mi insegna che è la pace e la sua possibilità, la pace come condizione di vivere umanamente (María Zambrano), ciò che il vento si è portato via, la pace come valore profondo, inerente al femminile libero. Per farla finita con la schiavitù bastava e basta il senso proprio e personale della giustizia, senso della giustizia che è della madre e che, come lei, è oltre la legge, non contro la legge. La madre inculca alla sua bambina o al suo bambino il senso profondo della giustizia, mediante la giustezza della parola e della grammatica, insegnando a parlare. Basta conservarlo durante il resto della vita nell’interno dell’anima di ciascuno, e agire di conseguenza, partendo da sé fino a raggiungere la concordia con l’altro, senza sosta.
La schiavitù, il cui primo esponente è oggi la prostituzione, ha attraversato, disgraziatamente, le razze, come rende patente la stessa parola “schiava”, che sostituì “ancella” e “serva” quando le popolazioni slave la subirono particolarmente. Dio voglia che la schiavitù stia già essendo impensabile, tanto che il suo uso serva ormai solo ad Amore.
(www.libreriadelledonne.it, 18 giugno 2020. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan di Lo que el viento se llevó ¿racismo o escritura femenina por la paz?, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/269/ )