di Franca Fortunato


In questi giorni d’estate per chi, come me, vive e si nutre dell’amore per la lettura, i libri sono compagni di viaggio inseparabili. È così che mi sono trovata a leggerne uno di straordinaria bellezza. La Biblioteca di Parigi di Jane Skeslien Charles (Garzanti 2020), un romanzo ispirato a persone e fatti reali accaduti tra il 1939 e il 1944, sotto l’occupazione nazista e durante il secondo conflitto mondiale, nella biblioteca americana di Parigi, American Library, che conserva una delle più grandi collezioni di libri al mondo e di cui quest’anno ricorre il centenario della fondazione. Le bibliotecarie, i bibliotecari e la loro direttrice in quegli anni hanno sfidato i nazisti, mettendo a repentaglio la propria vita pur di assicurare la circolazione dei libri, anche quelli proibiti, e salvare l’amore per la lettura, che aiuta a vivere. Una pagina di storia della Resistenza parigina, sconosciuta e imprevedibile, scritta da donne e uomini, più donne che uomini, che passano la vita tra scaffali di libri e si inebriano dell’“odore più buono del mondo, un mélange del profumo di muscoso di libri vecchi e pagine fruscianti di quotidiani”, e sanno dare senso all’amore per la lettura, facendo della biblioteca una “comunità” dove chi lavora e chi la frequenta si sente “a casa”. Un’umanità straordinaria vive tra quei mattoni e scaffali pieni di libri, fatta di coraggio, solidarietà, resistenza, lotta, speranza, fiducia, amicizia, amore, che non conosce frontiere, barriere, odio, razzismo e salvaguarda la biblioteca quale “ponte di libri tra le culture”, “una finestra sul mondo” presente e futuro perché “le cose belle passano ma anche quelle brutte” e l’essenziale non è salvarsi e salvare ma il come. Loro lo hanno fatto scrivendo una pagina straordinaria sul potere dei libri che “come le persone, senza contatti cessano di esistere”. Rifiutano di espellere dal loro tessuto relazionale ebree ed ebrei a cui, vietato loro dai nazisti l’ingresso nella biblioteca, non fanno mancare i libri consegnandoli a casa, perché “i libri e le idee sono come il sangue, hanno bisogno di circolare e ci tengono in vita”. Portano e leggono libri negli ospedali ai soldati malati o feriti “per tenere alto il morale”, aiutati da diecine di volontarie e volontari, spediscono migliaia di libri con dentro foglietti di incoraggiamento ai reggimenti e ai prigionieri nei campi d’internamento nella campagna francese, “per continuare a fare battere il cuore, a far immaginare il cervello, a tenere viva la speranza”. L’amore per i libri unisce anche chi la guerra divide, dando speranza al futuro. È così che il nazista “tutore dei libri”, un bibliotecario che lavorava nella biblioteca più prestigiosa di Berlino, alla direttrice, conosciuta prima della guerra, che teme la chiusura della biblioteca, dice: “Mia cara signorina (…) le persone come noi non distruggono i libri, naturalmente certe persone non possono più entrare e certi libri circolare”. Le uniche a cui la biblioteca negò l’ingresso furono la miseria e la vergogna umana delle “lettere dei corvi”, piene di rabbia e di odio, spedite anonime alla polizia per denunciare ebrei, vicini, amici, familiari, colleghi. A noi resta la bellezza di una storia che insegna come l’amore per i libri salva la nostra umanità là dove, oggi come ieri, dilagano odio, rabbia, razzismo e misoginia. Ecco perché il grande patrimonio librario della biblioteca regionale siciliana, danneggiato dal nubifragio che ha colpito di recente Palermo, va recuperato e salvato dal macero.


(Il Quotidiano del Sud, 30 luglio 2020)



Dedichiamo la copertina ai senzatetto, a quelli che fino a ieri erano una popolazione a parte, che vedevamo quasi come dei predestinati: la possibilità di “finire sotto il ponte” come dicevano i nostri nonni, non esisteva più. La minaccia di una malattia grave e il fantasma della riduzione in povertà hanno forse cambiato le cose, in bene o in male vedremo. In uno degli scambi forse più belli della storia del cinema, il bandito si confida con la donna del saloon: “Facevo il mandriano, poi è successo qualcosa…”, e lei: “Già, è così. Succede sempre qualcosa”. E guardando le foto delle centrali, tornano alla mente le idee di Antonella Agnoli a proposito delle biblioteche: facciamone dei luoghi dove possano incontrarsi cittadini d’ogni ceto sociale, di ogni età, compresi i senzatetto, come nel caso della Salaborsa di Bologna. Oggi più che mai la sinistra dovrebbe impegnare le sue forze migliori a tessere reti sociali, a costruire luoghi di incontro, dove le persone possano ritrovarsi, stringere amicizie, scambiarsi le idee, raccontarsi cos’è che è andato o che va storto, aggiornarsi e far nascere possibilità e, anche, seconde possibilità. Nell’intervista sulla sua vita, la “badante” Georgeta, ex dirigente del pubblico impiego rumeno, racconta di quanto sia importante, per superare la difficoltà di star lontano dai figli e da casa, quel ritrovo quotidiano con le amiche ai giardini, nelle due ore di libera uscita. La “nuova casa del popolo” è, secondo noi, la sfida del futuro.
Cosa significa davvero lo smartworking? Le potenzialità del lavoro da casa sono evidenti, ma si accompagnano al timore per ciò che si perde venendo meno l’incontro fortuito con il collega o il compagno di viaggio e al rischio che i confini tra lavoro e vita diventino sempre più labili. Ce ne parla Anna Ponzellini.
L’evidente inefficacia dell’approccio svedese alla pandemia di Covid-19, fondato sulla convinzione che i cittadini sappiano come comportarsi, e le conseguenti critiche, hanno scatenato nel paese reazioni assai “poco svedesi”; il concetto di individualismo statalista e l’ambizione illusoria – forse persino disumana – di un welfare state capace di liberarci da tutte le relazioni di dipendenza. L’intervista è a Gina Gustavsson e Adele Lebano. www.unacitta.it/it/intervista/2752-il-modello-svedese


Qui il sommario: www.unacitta.it/it/sommario


(Una Città, 29 luglio 2020)

di Francesca Maffioli


L’intervista. Parla la filosofa e artista brasiliana, che a causa di persecuzioni e minacce, ha dovuto lasciare il Paese governato da Bolsonaro per vivere a Parigi, in occasione del suo volume Il contrario della solitudine (effequ). «Penso al femminismo nel senso del suo potere trasformativo e non solo come una critica al patriarcato. È una promessa di felicità e di un mondo migliore a venire».


«La storia delle donne potrebbe essere raccontata come storia delle vittime, anche se non possiamo strategicamente metterci in questa posizione quando si tratta di pensare alla forma e alla potenza della lotta». Sono parole di Márcia Tiburi, filosofa e artista brasiliana. Da domani sarà disponibile la prima traduzione italiana del suo Feminismo em comum: para todas, todes e todos, a opera di Eloisa del Giudiceper la casa editrice effequ. Il contrario della solitudine (pp. 120, euro 15), tiene insieme l’idea che il femminismo sia istanza dialogica e plurale, portatrice di alleanze tra donne che, secondo l’autrice, nascono sotto il sillage del «dolore politico» causato dalla violenza del potere.

Alleanze di «dolorità» in ordine alla definizione di Vilma Pietade, per cui la «sororità» si articola insieme al dolore inserendosi in uno spazio politico che è anche uno spazio di parola personale e condivisa.

I dolori fondativi di cui parla Márcia Tiburi, pur nella coscienza politica di quanto radicata sia nel patriarcato la volontà di ferire e sottomettere, non restano tuttavia allo stadio di constatazione del destino storico delle donne in quanto vittime. «Per questo – dice Tiburi – il movimento femminista è anche una lotta contro la violenza esercitata nell’intento di distruggere le donne quando si trovano nella posizione di indesiderabili al sistema, vale a dire quando non servono sessualmente, maternamente o sensualmente, quando non producono, non consumano e anche quando criticano questo stato ingiusto».

All’importanza della radicalità della lotta, intesa come la serie di pratiche esercitate da quei corpi che non sono considerati dominanti, fanno allusione sia Igiaba Scego nella prefazione sia Antonia Caruso nella postfazione. La radicalità si esplicita secondo Tiburi nella scelta non scontata di condurre la lotta vegliando agli abbagli seduttivi insiti al contesto capitalistico, dove dimorano con agio dominazioni, sfruttamenti, oppressioni e violenze.

Nel suo libro ripete a più riprese che il femminismo è una teoria critica non solo plurale, ma «eminentemente potenziale». Cosa intende?

Penso sempre al femminismo nel senso del potere trasformativo e non solo come una critica al patriarcato, cosa che è senza dubbio. A mio parere, questo potere si costruisce a partire dalle interazioni, dai processi tra le persone e anche dalle istituzioni. Questi processi si riferiscono a potenziali dialoghi che possono essere concretizzati. Il femminismo è un grande e profondo dialogo tra le donne, un dialogo che è stato storicamente impedito dal patriarcato.

In generale, la mia intera concezione della filosofia si basa sulla nozione di dialogo, che non è una semplice conversazione. I dialoghi coinvolgono processi di pensiero e fluiscono oltre i discorsi. Con questo intendo dire che il femminismo non fa sempre rumore, ma che si è costruito socialmente in un modo molto più profondo. In questo senso, il femminismo è la filosofia del presente e del futuro, la promessa della felicità e di un mondo migliore a venire. Fino a ora, il potere è stato nelle mani degli uomini che lo hanno usato in modo narcisistico e violento. Il femminismo è invece un processo che dipende da chi agisce in suo nome; mira a essere la trascendenza teorica e pratica del patriarcato in quanto meccanismo distruttivo, per il mondo e la vita sul pianeta.

Nello scorrere dei capitoli parla spesso di sua madre e di sé, facendo trapelare la storia della sua vita e dichiarando l’esigenza di uno spazio di parola: «È per questo che tutte le femministe, in un modo o in un altro, quando scrivono, parlano di sé».

Come pratica discorsiva, il femminismo è un ritorno delle biografie che sono state rubate alle donne dal sistema patriarcale. Alle donne non era permesso raccontare le loro storie perché la parola è sempre stata nelle mani degli uomini. Simone de Beauvoir si chiedeva come fosse possibile per una persona realizzare se stessa come essere umano essendo una donna. E lo diceva perché consapevole che le donne occupano una posizione secondaria nella società e, peggio ancora, una condizione inessenziale. È difficile pensare che le donne siano sempre state degli esseri al servizio degli uomini.

Il femminismo è un’espressione del fatto che le donne non desiderano più questo ruolo, hanno imparato cosa significa essere protagoniste, che non vuol dire avere un posto nella società dello spettacolo o nei circuiti del potere. Al contrario, esso implica la consapevolezza di se stesse, la capacità di vivere una vita non secondaria ai soggetti privilegiati del patriarcato. Perché ciò sia possibile, è ovviamente necessario decostruire il patriarcato.

Spesso parlando del Brasile, ma non solo, allude alla «cultura della molestia». Racconta di aver provato a ignorare certe forme di violenza patriarcale per non sentirsi «nella posizione della vittima della storia e delle circostanze», senza però riuscirci.

Appartengo a una generazione e a una classe sociale in cui le donne non hanno alcuna possibilità. Dovevo scappare dai miei cacciatori e dovevo farlo da sola. Non c’era stato femminismo per mia madre, come non ce n’era per me. L’ho capito durante l’adolescenza. Mia madre mi ha dato la forza di studiare, anche se lei non ha potuto farlo. Ho studiato molto, sono diventata professoressa all’università molto presto. Come insegnante, ho sperimentato l’estraneità del mondo delle università brasiliane, perché lì il femminismo era estraneo. Sebbene abbia studiato il femminismo nel campo della filosofia, ho iniziato a dirmi femminista solo quando per un certo periodo ho lavorato in una emittente televisiva, circa quindici anni fa.

A quel tempo, in Brasile, il femminismo non conosceva il successo di oggi. Non c’era nemmeno la consapevolezza della tanta violenza e quando c’era, c’era insieme la paura che tutto sarebbe stato anche peggio di quanto non fosse già. Io stessa ho avuto difficoltà ad accettare la presenza di una certa violenza nei miei confronti. La consapevolezza della violenza fa troppo male. Inoltre, sapevo che le forze del patriarcato sono ancora più dure e violente nei confronti delle vittime isolate. Mi sono detta quindi che il femminismo è l’opposto della solitudine. Perché supereremo la violenza contro le donne solo se ci uniremo. È l’unione delle donne che può proteggerci dalla paura e dalle minacce che affrontiamo ogni giorno.

Non esita a parlare di «governo del Golpe». Cita Michel Temer alludendo al suo successore Bolsonaro, scrivendo: «Penso ora al nostro paese sotto un colpo di Stato che è cominciato nel 2016 e che, durante la scrittura di questo libro, non si è ancora concluso. Un colpo di stato che è stato una violenza contro una donna e ha instaurato una dittatura maschilista, insidiosa e cinica, come ogni maschilismo». Vuole aggiungere qualcosa?

La gente non può dimenticare che il Brasile ha subito un colpo di stato. Oggi è stato dimostrato che Dilma Rousseff era innocente, che non ha commesso alcun crimine. Lo stesso atto di governo per il quale è stata destituita è già stato eseguito da Bolsonaro, perché si tratta di una procedura burocratica che tutti i leader seguono. Ma quando è Bolsonaro a farlo si parla di «dribbling» e non di crimine. Perché è il burattino fascista dei neoliberali brasiliani e stranieri che hanno interesse a sfruttare e colonizzare il Brasile. Il colpo di stato contro Rousseff coinvolse media, potere giudiziario e legislativo. Oltre alla sua posizione di leader grottesco, Bolsonaro ha commesso veri crimini contro l’umanità e dovrebbe essere processato per questo. Il governo brasiliano usa la violenza «decorativa» oltre a quella reale. La misoginia che faceva parte della campagna contro Rousseff colpì anche Marielle Franco. I legami di uno dei figli di Bolsonaro con gli assassini di Marielle sono stati oggetto d’inchiesta.

Lei si definisce innanzitutto femminista; donna, “solo in nome della lotta femminista”. Può spiegarci come la volontà di risignificazione del termine donna sia legata alla sua genealogia e quanto di collettivo deve esserci in questo atto?

Ri-significare vuol dire appropriarsi delle costruzioni e dei segni dell’oppressione trasformandoli a favore di coloro che l’hanno subita. I movimenti neri lo fanno con il termine «nero», che è stato creato dal razzismo. Il termine donna, così come il termine femminile, sono stati costruiti dal patriarcato. Ci sono voluti secoli di discorsi e pratiche oppressive per dare un carattere «naturale» alla «donna» e al «femminile». Le femministe hanno trascorso la vita cercando di dimostrare che le donne dovrebbero essere rispettate, che già di per sé è un nuovo significato. Oggi, di fronte all’azione positiva delle donne transgender, è ancora più chiaro che essere una donna va ben oltre ciò che viene definito in termini di biologia. Credo che la pratica concreta del femminismo dipenda dall’atto linguistico individuale, ma che migliori la comprensione del tutto. Ciò non impedisce alle donne che si vedono come donne di continuare ad affermarsi come desiderano. Certamente nel femminismo c’è spazio per tutte le forme d’essere una donna.


(il manifesto, 29 luglio 2020)

di Francesca Pasini


Quarta Vetrina è il programma d’arte contemporanea della Liberia delle donne di Milano, ideato da Corrado Levi, proseguito da Donatella Franchi e, dal 2015, da Francesca Pasini che ha raccolto 31 artiste, con le quali ha ideato per Libreria delle donne e Comune di Milano la mostra Vetrine di Libertà (Fabbrica del Vapore di Milano, 2019, catalogo Nottetempo).
I dialoghi durante gli opening sono stati videoregistrati e Cristina Rossi, con Chiara Mori e Alessandra Quaglia, ha realizzato un documentario che sarà presentato prossimamente.
La stagione 2020, inserita nel palinsesto I talenti delle Donne del Comune di Milano, doveva iniziare il 25 marzo con la Vetrina di Paola Gaggiotti, Le immagini che restano. Il Covid-19 l’ha bloccata. Che fare? La risposta in questo dialogo fra la curatrice e l’artista.

Abbiamo aspettato: quando è stato possibile uscire di casa, abbiamo scelto di usare il lato esterno della vetrina, così dal 25 giugno chi passa in via Pietro Calvi 29 vede l’opera. A settembre ci daremo appuntamento dentro, per vederla dall’altro lato e per parlarne insieme. Credo che sia stata proprio l’idea del dialogo a farti decidere di parlare di una cosa così difficile da dire. Dopo il primo incontro, mentre ti salutavo davanti all’edicola sotto casa, hai detto: “Voglio parlarti di una cosa che non ho detto a nessuno: da piccola ho subito violenza”. Mi sono zittita per qualche minuto. Poi sono riuscita a chiederti: dove? Quando? Mi hai detto poche cose, ci siamo salutate. Perché hai deciso di dire proprio a me quello che ti era successo?
Quando abbiamo iniziato a parlare di un mio intervento alla Quarta Vetrina mi hai suggerito di provare a osare. Mi sono così chiesta cosa non avevo ancora osato fino a quel momento. Interrompere un silenzio durato quarant’anni mi è sembrata l’azione più spregiudicata da compiere. Un gesto intimo e politico allo stesso tempo. Il fatto che a chiedermelo fossi tu, intellettuale e donna vicina alle donne, mi ha rassicurata sul non sentirmi sola nel farlo.

Ero rimasta colpita dal fatto che all’Istituto dei Tumori, dove lavoravi, l’arte è una Cura Palliativa, e mi ero detta: lo è sempre anche quando si sta bene. Mi piaceva la scommessa di toglierla dalla terapia e inserirla nella salute quotidiana di tutti e tutte. Ma ora, senza il dialogo, sei veramente “in vetrina” e le immagini restano di nuovo senza parole.
L’aver lavorato in un ospedale con pazienti oncologici adolescenti mi ha messo di fronte alla sfida di usare l’arte per esprimere “l’incidente” senza ricorrere a spiegazioni, ma con un gesto inventivo, un po’ poetico. Mi sono posta le stesse domande che rivolgevo a loro per aiutarli a pensare a progetti d’arte partecipata. Ho scelto di raccontare il mio incidente attraverso le immagini che mi sono rimaste in mente di quel giorno, sostanzialmente di quella strada. In un primo momento volevo ripercorrerla, fotografare gli scorci, poi l’ho guardata con Google street view e quella visione astratta e desolata si è adattata ai miei ricordi più della strada vera.
Mettere in vetrina alcune vedute, incorniciate e appese su una parete ricoperta di tappezzeria simile a quella della mia camera di bambina, mi ha fatto capire che interiormente mi ero “arredata” il trauma. La necessità di separare la visione esterna e interna della vetrina è diventata una chiave di lettura: da fuori il trauma si può solo intuire. Solo entrando lo posso raccontare.

Sembra una città, vuota, non ci sono persone, biciclette, carte per terra. Se so che sono le tracce di un trauma hanno un significato, ma se non lo so e le guardo da fuori, mi sembrano la solitudine anonima della provincia. La duplice visione tra dentro e fuori è però anche una visione dell’intimità tipica dell’arte. Perché vuoi raccontare la violenza in modo anonimo?
Sono sempre stata attratta da tutte quelle opere che suggeriscono e non svelano completamente. In quello spazio di incertezza lo spettatore può confondere e sovrapporre la sua storia con quella dell’autore. Faccio così in modo che il mio lavoro sia un collettore di emozioni dove tutti possono ritrovarsi. Se avessi esplicitato i fatti, la mia storia sarebbe diventata un caso o un esempio e io mi sarei ritrovata di nuovo ad essere la protagonista di qualcosa che non voglio rivivere, lasciando chi guarda al di fuori del dramma o, peggio ancora, dandogli la possibilità di avvicinarsi con compassione al lavoro.

A settembre, quando ci sarà il dialogo, i disegni ti aiuteranno riviverla senza sentirti sola?
Normalmente associo la solitudine alla quiete; i disegni saranno sicuramente un appiglio, è la mia personale iconografia della vulnerabilità. Guardarli mi fa sentire più fragile, ma, paradossalmente, io che disegno la mia fragilità sono più forte di chiunque necessiti dello strumento della sopraffazione per potersi affermare. E qui torniamo all’inizio del nostro incontro, quando tu, colpita da alcuni miei racconti sul tema dell’abuso, mi hai suggerito la Libreria come luogo dove per poterne parlare in sicurezza, con verità. A settembre, Francesca, lo faremo certamente.


(www.artribune.com, 28 luglio 2020)

di Tiziana Ferrario


Il discorso di Alexandria Ocasio-Corteznon riguarda solo le donne americane, ma tutte le donne che quotidianamente sono trattate con sufficienza, con violenza, con arroganza.


Gratitudine. È la sensazione iniziale che ho provato ascoltando Alexandria Ocasio-Cortez che, con pacatezza e lucidità, asfaltava il repubblicano Ted Yoho che l’aveva insultata davanti ai giornalisti con l’abituale arroganza che distingue tanti uomini quando si rivolgono a una donna con la quale sono in dissenso.

Mentre ascoltavo le parole di Alexandria Ocasio-Cortez cresceva in me la netta sensazione che quel discorso sarebbe rimasto tra quelli che segnano un prima e un dopo, perché da oggi sarà molto difficile che altri parlamentari come Yoho possano usare lo stesso linguaggio volgare rivolgendosi a una collega. Il discorso di Alexandria non riguarda solo le donne americane, ma tutte le donne che quotidianamente sono trattate con sufficienza, con violenza, con maleducazione, con arroganza. Sono così abituate a essere trattate male, a essere considerate a disposizione di qualcuno che ha più potere e che in genere è un uomo, che non reagiscono più, pensano che sia normale. Ma non è normale trattare le donne come cittadini di serie B pagate di meno, licenziate di più, sfruttate di più, aggravate di più dei loro compagni di tutti i carichi familiari e professionali per la mancanza di servizi sociali alle famiglie, picchiate e uccise da partner che le consideravano proprietà privata. Non è normale e Alexandria Ocasio-Cortez con il suo intervento al Congresso lo ha detto chiaramente ricordando a tutti che per essere un uomo decente non è sufficiente avere una moglie e delle figlie. Per essere decenti bisogna trattare i nostri simili con dignità. Significa restituire alle donne quella dignità che da secoli gli è stata tolta.

C’è un passaggio del suo intervento che non è stato messo in risalto a sufficienza. La deputata ricorda che quando Yoho l’ha insultata, non era solo, ma con un altro parlamentare che non ha detto niente.

“…è proprio questo il problema, dice la Ocasio Cortez, e ci fa capire come non si sia trattato di un incidente isolato. Yoho mi ha rivolto insulti che mi sono sentita rivolgere più volte nella vita da altri uomini in metropolitana a New York o quando lavoravo al ristorante. Non c’ è niente di nuovo e questo è il problema. È un fatto culturale. Si accetta la violenza e il linguaggio violento contro le donne e non si punisce chi lo usa. C’è un sistema di potere che supporta questo tipo di comportamenti”.

Ho ammirato Alexandria Ocasio-Cortez per la determinazione con la quale ha preso la parola all’interno di un’aula parlamentare divisa dalle tensioni che un presidente come Donald Trump ha alimentato in questi quattro anni. Ma il problema che ha sollevato la giovane parlamentare non è una questione di destra o di sinistra, perché il maschilismo è trasversale e colpisce tutte le donne. Alexandria Ocasio Cortez ha dato una grande lezione di coraggio.

Prendiamola ad esempio anche nel nostro Parlamento dove troppe volte si assiste a scene indecorose di uomini che insultano colleghe senza che altri uomini si indignino. Girare la testa dall’altra parte davanti alla maleducazione, agli insulti, alla misoginia dilagante non è più possibile. Non tutti gli uomini sono maschilisti e misogini. Spero di vedere un giorno un uomo alzarsi in piedi e dire con voce pacata a un altro uomo che sta insultando una donna. “Io non ci sto”.


(www.lavocedinewyork.com, 25 luglio 2020)

di Mariacarla Molè


FOTOGRAFIA. «Soggetto nomade», catalogo della mostra omonima ora edito da Nero. Con gli scatti di Paola Agosti, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Elisabetta Catalano e Marialba Russo


Il luogo cieco di un antico sogno di simmetria recitava il titolo della prima parte di Speculum di Luce Irigaray, un classico del pensiero femminista della differenza. Il progetto di questo testo del ’74 era quello di colmare i vuoti della mancata esperienza dell’alterità, quella dell’identità femminile, trattata dalla tradizione psicoanalitica e filosofica occidentale, come copia manchevole del maschile, priva di una sua rappresentazione e quindi di immagini.

Probabilmente, modificare la lettura della tradizione occidentale non è possibile, ma dare un volto a quella cecità si. Potrebbe essere uno dei tanti ritratti dalle fotografie di Paola Agosti, Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Elisabetta Catalano e Marialba Russo, scattate tra il 1965 e il 1985, e raccolte nel progetto editoriale di Nero Soggetto Nomade (pp. 160, euro 25), catalogo della mostra omonima, curata da Cristiana Perrella e Elena Magini lo scorso inverno per il Centro Pecci di Prato.

Il titolo prende in prestito un concetto chiave del pensiero di Rosi Braidotti, che porta avanti il progetto di deflagrazione dei fondamenti maschili della soggettività classica, e propone una prospettiva post-identitaria, in cui i soggetti siano sempre il risultato di un processo incessante di negoziazioni e aggiustamenti. Il corpo dei testi, affidato alla stessa Braidotti e alle due curatrici, offre una cornice concettuale molto solida, a una sequenza di immagini molto diverse tra loro, nelle intenzioni e negli esiti.
Nella selezione di fotografie, che raccontano due decenni di lotte femministe, rivendicazioni e conquiste civili, il ripensamento dell’identità femminile corre parallela alla costruzione di un punto di vista femminile, da parte di fotografe che si trovano in una posizione pioneristica nella loro professione, che contava soltanto uomini. La differenza di genere è palpabile nei loro scatti, ora incantati ed empatici, ora complici e intimi, ma sempre il risultato di un’interrogazione reciproca e di un legame di fiducia.
Negli sguardi puntati alla macchina fotografica vediamo proiettati quelli delle fotografe, che nel catturare femministe, malate psichiatriche, bambine, transessuali, dive, scrittrici, e travestiti scoprono la specificità del loro sguardo differente.

L’opera di sabotaggio di ogni ostacolo all’affermazione di sé è assolutamente collettiva nelle fotografie di Paola Agosti, che ha documentato il movimento femminista italiano, e romano nello specifico, la nascita dei consultori, la fondazione di redazioni femministe, e le alleanze di corpi stretti in girotondi e in una gestualità condivisa.
Più intima è la dimensione di sperimentazione del sistema di codici femminile nelle fotografie di Marialba Russo, nei suoi ritratti di uomini travestiti da donne durante i festeggiamenti del carnevale, in alcune cittadine campane. La parentesi del rovesciamento carnevalesco permette a un parterre eteronormato di giocare con le rappresentazioni femminili, e di sbizzarrirsi nell’eccesso goffo dei costumi, dei nei sapientemente collocati, e dei makeup scenici.

La dimensione pubblica diventa, nelle fotografie di Letizia Battaglia, spazio in cui situare soggetti di una fierezza spietata. In una Palermo lacerata dalla seconda guerra di mafia, le donne, le bambine, guardate con occhi complici, sono portatici di una vitalità selvaggia in uno scenario disperato e mortifero.
La stessa consapevolezza, di condividere con le donne ritratte un destino marginalizzato, si trova nelle fotografie dei travestiti di Lisetta Carmi, dove la logica del binarismo di genere risulta satura e impraticabile, e sfugge a ogni tentativo di normalizzazione.
Inquadrate in dinamiche di consumo e in un’ottica maschile, sono le donne fotografate da Elisabetta Russo, attrici, scrittrici e dive dello spettacolo che, nelle pose studiate e sempre riflettenti un ruolo all’interno della società, non riescono a non ammiccare a un desiderio maschile, e finiscono per restare intrappolate in rapporti di potere patriarcali.
La simmetria evocata in apertura non può quindi che essere dispari, lo sguardo ai soggetti nomadi disassato, il modello identitario sfasato. E la fotografia riesce a essere il luogo in cui il divenire di identità mobili possa trovare il modo di dare un volto a soggettività eccezionali.


(ilmanifesto.it, 24 luglio 2020)

di Franca Fortunato


Negli ultimi dieci anni molte/i hanno scritto, io stessa l’ho fatto, delle testimoni e collaboratrici di giustizia di famiglie di ’ndrangheta, che hanno denunciato e mandato in galera i loro uomini per rendere libere se stesse e le figlie e i figli, alcune hanno pagato con la vita. Si è scritto anche delle madri che sempre più affidano i figli e le figlie al Tribunale di Reggio Calabria per sottrarle/i a un destino certo, mafiosi i primi, mogli di mafiosi le seconde. Qualcosa di imprevisto e imprevedibile per gli uomini di ’ndrangheta, che hanno visto distrutti i legami di sangue su cui hanno sempre contato per garantirsi omertà e complicità.

Si è scritto anche di testimoni di giustizia non appartenenti a famiglie mafiose ma, che io sappia, non di donne e in particolare di Marianna F., probabilmente la prima testimone di giustizia, la cui storia è diventata un libro, da poco in libreria, Testimone di ingiustizia, edito presso San Paolo, scritto insieme al giornalista Eugenio Arcidiacono. Marianna è nata e cresciuta in un paesino del crotonese dove negli anni della sua infanzia felice “nessuno parlava di mafia o di ’ndrangheta (…) era un’oasi felice”, come lo erano altri paesi e città della Calabria, compresa la Vibo Valentia della mia infanzia. Poi tutto cambia, con l’emergere di due boss locali che in guerra con un suo zio mafioso lo ammazzano. Ignara del cambiamento che questo porterà anche nella sua vita, si diploma e si trasferisce a Pisa per frequentare l’università dove si laurea in lingue. Trova lavoro a Parigi, è felice, quando le ammazzano i fratelli, Francesco che “frequentava brutte compagnie” e Luigi, per paura che un giorno potessero vendicare la morte dello zio. È a questo punto che la sua vita prende una strada irreversibile, almeno fino ad oggi. Erano i primi anni Novanta. Assieme ai genitori e alla sorella diventa testimone di giustizia ed entra nel programma di protezione. Da allora vive/vivono lontano dalla Calabria, sotto falsa identità, senza amici e amiche e senza un lavoro. Marianna è orgogliosa di sé e dei suoi per aver fatto condannare l’assassino e i mandanti anche se del solo fratello Luigi. Scrive e racconta la sua storia di “fantasma per aver denunciato la ’ndrangheta” perché si sente tradita e disillusa da uno Stato che non ha mantenuto le sue promesse. Lei sa che la ’ndrangheta, invece, le sue di promesse le mantiene, anche a distanza di anni, ed è per questo che, ancora oggi, uscita con la madre e la sorella dal programma di protezione – il padre è morto, il fratello piccolo è chiuso in una clinica –, vive nel terrore di essere scoperta/e e ammazzata/e, come le ha gridato dalle sbarre uno dei boss condannati. Dopo 25 anni non è libera di tornare nella sua casa per “ritrovare le vecchie foto, la mia tesi conservata in un cassetto e soprattutto toccare e ammirare il corredo che con tanto amore la mamma aveva preparato per me (…) e poi correre in spiaggia e farmi una lunghissima nuotata, finalmente libera”.

Se le donne di famiglie di ’ndrangheta hanno trovato nel programma di protezione la strada della loro liberazione e l’inizio di una nuova vita, Marianna, invece, ha perso la sua libertà e la sua felice “vita vissuta”. “Era finito tutto, le passeggiate per i vicoli del mio paese, le vacanze al mare, i raduni nel pomeriggio attorno alla piccola villa nel centro storico, le corse al bar a mangiare un gelato”. Se oggi le condizioni di vita delle/i testimoni di giustizia sono migliorate è grazie anche alle battaglie sue e della sorella, ed oggi non chiede che una vita da vivere, per sé e i suoi familiari.


(Il Quotidiano del Sud, 23 luglio 2020)

di Massimiliano Virgilio


Intervista alla scrittrice Valeria Parrella dopo le immagini di Chiara Ferragni alle Gallerie degli Uffizi e al dibattito social che ne è scaturito: “Rimettiamo le politiche museali al centro del dibattito” dice l’autrice partenopea finalista al Premio Strega. “La conoscenza dell’arte è uno strumento di emancipazione. Qualsiasi cosa la favorisca è benvenuta”.

Mentre sto parlando al telefono con Valeria Parrella, qualcuno ci interrompe. La voce di una donna irrompe, dicendole che sta parlando troppo a ridosso di casa sua: evidentemente il tono squillante della scrittrice partenopea deve averle creato qualche scompiglio. “Questa è Napoli” mi dice sorridendo l’autrice di Almarina (Einaudi), che all’ultima edizione del Premio Strega ha più che ben figurato ottenendo un onorevole terzo posto col suo ultimo romanzo ambientato nel carcere minorile di Nisida. Tuttavia prima di procedere oltre in quest’intervista devo confessare ai lettori di vivere un conflitto di interesse: da anni con Valeria Parrella condividiamo un pezzo di vita e di lavoro, organizzando insieme una piccola rassegna letteraria che si chiama Un’Altra Galassia, ma soprattutto siamo grandi amici. Qualche giorno fa, in occasione del polarizzarsi del dibattito social italiano attorno agli scatti di Chiara Ferragni alle Gallerie degli Uffizi (ma più che gli scatti pare che a generare la battaglia social sia stato il contenuto del post degli Uffizi) ho letto un tweet della scrittrice e le ho posto qualche domanda, che spero possano essere di un qualche interesse generale.

Andiamo subito in affondo: cosa pensi della vicenda Ferragni-Uffizi?

Per come la vedo io, qualsiasi cosa contribuisca ad “aprire” i musei alle persone è la benvenuta. Mentre qualsiasi cosa li “chiuda” è male. Il solo fatto che ne stiamo parlando da giorni significa, in qualche modo, riparlare dei musei e metterli al centro di un dibattito. È giusto o sbagliato che un museo faccia questo tipo di marketing? Non lo so. La questione più importante di cui dovremmo discutere sono le politiche museali.

In quali termini?

Prima ho bisogno di una premessa. Viviamo in una società capitalista, quindi non mi meraviglio che i musei oggi sopravvivano attraverso i privati, né che Ferragni faccia un servizio fotografico agli Uffizi o che la Fontana di Trevi venga restaurata con il contributo di Fendi. Prendo atto della cosa. E poi senza fare troppo gli snob posso dire una cosa? Grazie a una fotografia di Chiara Ferragni, ho scoperto un’opera di cui non conoscevo la storia.

Quale?

Quella del “Tondo Doni” di Michelangelo Buonarroti. C’è una foto molto bella in cui Chiara Ferragni è stata immortalata di spalle mentre la osservava. Sono andata a fare delle ricerche e ho scoperto che si tratta dell’unica opera che possiamo attribuire con certezza a Michelangelo. Con questo cosa voglio dire? Ipotizziamo che in Italia ci sia qualcuno che fino all’altro giorno non conosceva la Venere di Botticelli, magari adesso la conosce. Se questo è l’obiettivo, penso che qualsiasi strada vada bene: i puristi cercano le strade pure, ma siccome viviamo in un mondo impuro, la ricerca della purezza non ha senso.

Se scrivessi questa cosa in un tweet, saresti sommersa dalle critiche.

L’ho fatto. Ho letto i commenti e alcuni erano interessanti. Perlopiù si tratta di persone colte, qualcuno mi ha persino invitare a rileggere Agamben per dirmi che sbagliavo. Ma ho qualche dubbio che chi legga Agamben abbia un problema con gli Uffizi dopo il passaggio della Ferragni. Il punto è un altro: per chi sono i musei? Per chi legge i libri di Agamben? O vogliamo che siano anche per gli altri che non lo leggono? Forse una parte della bagarre che si è scatenata dipende da come la gente vede la Ferragni.

Pensi ci sia del sessismo in questa vicenda?

Avverto un disprezzo generale ma non saprei dire se è sessista o elitario.

Prima hai accennato al fatto che bisogna rimettere al centro del dibattito le politiche museali… (a questo punto, la signora infastidita dal vociare ci interrompe per qualche secondo…)

Vorrei che in Italia si potesse fare come al Prado di Madrid. Dopo le 19, si entra gratis. Magari invece di fare tutti l’aperitivo, a quell’ora qualcuno potrebbe scegliere di andare ad ammirare una singola opera per un’ora, prima di cena.

L’idea è: musei gratis per tutti?

Sarebbe l’ideale, ma l’ideale è parlarne senza estremismi: il fatto che un turista paghi il biglietto per entrare in un museo può essere giusto, lo è meno che debba pagarlo un cittadino residente. Ecco. Aiutiamo e sosteniamo le persone a varcare la soglia nei musei, facciamo che chi abita le nostre città possa entrarci quando vuole, senza aspettare le domeniche gratis. Un altro grande problema sono le barriere architettoniche che ad oggi rappresentano un problema enorme e irrisolto, per cui davvero ci vorrebbe un movimento di indignazione che veda tutti uniti: i direttori dei musei, chi ci lavora e le persone che scrivono sui social…

Di recente, in un’intervista che ci ha concesso qui, il nuovo direttore generale del MiBact, Massimo Osanna, ha dichiarato che quest’ultima sarà una delle sue priorità. Ma andiamo avanti. Prezzi, accessibilità e poi?

Didattica.

Ti fermo un attimo. Vorrei che in proposito rispondessi anche a questo: prima, quando hai affermato che dopo il passaggio della Ferragni a Firenze qualcuno più di ieri oggi conosce la Venere di Botticelli, alludevi al fatto che questo è lo scopo ultimo dell’arte. Perché è così importante conoscere un dipinto?

Ti rispondo con un fatto accaduto in passato nella mia famiglia. Mia madre era figlia di un operaio delle Ferrovie dello Stato e di una casalinga, arrivava a scuola a digiuno di tutto. Durante gli studi incontrò una professoressa di italiano che intuì il suo potenziale, ma anche il fatto che di più, data la situazione socioeconomica di partenza di mia madre, per lei non avrebbe potuto fare. Peraltro mia madre e un’altra sua compagnuccia erano le uniche due donne presenti nella loro classe. Così la professoressa si inventò un appuntamento settimanale, di domenica, in cui accompagnava mia madre alla scoperta dei musei della città, dall’Orto botanico al Museo di Capodimonte a Napoli. Col tempo quel seme gettato da una professoressa si è trasformato in un frutto che ha consentito a mia madre di prendere il famoso ascensore sociale e di guadagnarsi una vita migliore di quella a cui era destinata. L’arte serve a questo: a emanciparci.

Cosa può fare un intellettuale oggi per contribuire a questo scopo?

Non so un intellettuale, ma so cosa dobbiamo fare come adulti: dare le chiavi delle porte che teniamo chiuse ai ragazzi. Dobbiamo fare un passo indietro e lasciare che i ragazzi di oggi si costruiscano da soli il futuro che li aspetta. Stiamogli dietro, solo così riusciremo davvero ad accompagnarli.


(www.fanpage.it, 20 luglio 2020)

di Luciana Castellina


#donne&lavoro/ 29. Una riflessione a partire dalla emergenza sanitaria per cui il lavoro produttivo si è andato a mescolare con quello riproduttivo, nello spazio ridotto delle nostre moderne case e non solo


Quando una ha quasi 91 anni (che sono molti di più di 90 perché sei arrivato fra quelli impegnati a passare lo Stige ) la morte la vedi diversamente. Intanto con meno preoccupazione, perché sai che tanto, in un modo o nell’altro, stai per provare l’esperienza, e che sia per Covid19 o per un ictus, è secondario. Pensi naturalmente ai figli e ai nipoti, ma poiché da quando è arrivato il virus è stato fatto di tutto per spiegare che i giovani erano quasi immuni, più che al decesso ti sei soffermata a pensare alla vita: come stanno vivendo l’epidemia; che mutamento ha indotto nel loro modo di stare al mondo; prevale la paura o, al contrario, si ritrova l’energia per ripensarsi e ripensare all’altro?

Poiché io sono ottimista (al limite della stupidità, come gli amici non mancano di ricordarmi) ho pensato che, al di là delle sofferenze prodotte, virus Corona sarebbe stato salutare: dopo decenni di individualismo esasperato ognuno, finalmente, era costretto a riscoprire che da soli non si può sopravvivere, che tu non sei niente se non in rapporto con il fitto e articolato complesso di cui si compone la società. Non solo, l’amico Corona, con il suo lockdown, stava offrendo un’altra inedita opportunità: mischiare, come forse mai era accaduto prima, il lavoro produttivo con quello riproduttivo, nel senso che lo spazio ridotto delle nostre moderne case, entro cui si sono accavallati quelli e quelle dello smartwork con quelle (le stesse) adibite all’attenzione per bambini, vecchi, malati, e magari anche embrioni. Tutte cose sempre fatte, con la novità che quelli addetti alla produzione sono stati costretti ad accorgersi, come mai era accaduto prima d’ora, della centralità del lavoro di cura. Obbligati se non altro a vederlo, minuto per minuto, non più solo a trovarselo già fatto al ritorno a casa.

E a prendere atto della sua essenzialità.

Questa inedita esperienza potrebbe/dovrebbe indurre a ripensare assieme le «due specie» di lavoro, quello produttivo e quello riproduttivo, ad abbatterne la separazione (imposta dalle leggi del patriarcato), a concepire un solo lavoro: «quello che serve a vivere» (espressione usata in una recente interessante riflessione della Libreria delle Donne). Pensato così, il lavoro in sé potrebbe essere inteso diversamente, sì da aprire l’orizzonte per un superamento del lavoro alienato.

Possibile? Forse sì, anche se non facile: occorre comunque molta autocoscienza delle donne, e anche degli uomini.


(ilmanifesto.it, 20 luglio 2020)

di Marco Missiroli


Mariangela Gualtieri abita in un casale tra i colli di Cesena, protetto da una spalla di promontorio e da un giardino senza steccati. Si arriva da una stradina di ghiaia che sfocia nell’aia della poetessa. Il navigatore satellitare non identica il luogo e per raggiungerlo bisogna seguire indicazioni che Gualtieri trasmette con cura: una chiesa, le buchette rosse della posta, tenere la destra lasciando una via bella che si vorrebbe proseguire. Il giardino è costellato dalle scenografie create dal marito Cesare Ronconi per il loro prossimo spettacolo, in sottofondo un brano di Akira Rabelais si integra al canto delle cicale. L’intervista è avvenuta via posta elettronica («Voglio essere precisa»), con l’incontro di persona che completa la conversazione durata quasi tre settimane. A un certo punto, mentre ci accomodiamo nel grande tavolo arancione sotto il portico, Gualtieri racconta di quando lavorava in uno studio di architettura, «Ero giovanissima, avevamo questa sede un po’ fuori da Cesena, gli orari canonici e una vita stretta. Un giorno sono uscita dall’uscio, ero stanchissima, e nel portone principale ho notato che c’era la chiave. Li ho chiusi tutti dentro. Poi sono corsa via, liberata, saltellavo».

Un saltello come rottura. Roberto Bolaño lo chiamava punto di nascita, da cui scaturiscono liberazioni e una possibile poetica. Quando gli chiesero quale fosse il suo, lui disse di una gallina che si ritrovò vicino al letto, una mattina della sua infanzia. Lei ha un punto di nascita per eccellenza?

«Forse è in una notte d’infanzia che non ho dimenticato. Sono nel mio letto e prima di addormentarmi penso la parola sempre. La penso così intensamente che comincio a sudare freddo, terrorizzata. La mia immagine-madre credo sia un buio immenso, come lo si avverte da piccoli, denso e popolato, e dal buio quell’unica parola che germina, da sola, senza niente altro: sempre, sempre. Io la penetravo e lei si inabissava, portandomi via. Non svegliai mia sorella che dormiva nel letto accanto. Di certo sentii la gravità di quel momento, anche se ero una bambina molto semplice». «Poi sono passati molti anni prima che cominciassi a scrivere. Ricordo benissimo come e quando è arrivato il primo verso. Ero appena uscita da una malattia che non mi aveva fatto dormire per quaranta giorni. Non avevo mai provato una simile prostrazione. In quello stato arrivò l’impellenza di scrivere, con la strana certezza di non avere niente di mio da dire».

Impellenza di scrivere e l’impressione di non avere nulla da dire: è un’abrasione che poteva portare al silenzio. E invece come andò? Come si mosse l’atto creativo?

«Ero già in un silenzio espressivo che durava da tutta la vita e che dovevo rompere per nascere, per non soffocare dentro il mio guscio. Cominciai inconsapevolmente con un’invocazione, proprio come i miei maestri, con quei primi versi di Antenata: “Parlami che/ io ascolto, parlami che/ mi metto seduta e ascolto, / metto una mano sull’altra/ parlami e ascolto”. Non sapevo a chi fossero rivolti quei versi, ma c’era una forte consonanza con i morti. Gli stessi morti che nella mia infanzia sentivo presenti dietro ogni porta chiusa, dentro ogni stanza vuota, adesso erano lì, non più spaventosi come allora, ma soccorrevoli e miti. Quello strano paesaggio era connotato al femminile. Da lì quel titolo: Antenata. Dopo quell’invocazione, dopo quell’atto di fede nel niente, è arrivata una fiumana di parole che ho accolto e messo sul foglio».

Connotazione al femminile: mi sembra sia uno dei suoi nervi poetici.

«Quando qualcuno dice che sono tempi brutti, non posso fare a meno di pensare che come donna non avrei voluto vivere in nessun’altra epoca. Apparteniamo a una specie che ha tenuto inespressa la propria parte femminile per millenni, l’ha zittita, rinchiusa, bastonata, ignorando l’enorme massa di dolore e disarmonia che questa compressione violenta ha generato. Ignorando ancora oggi l’entità di ciò che, come specie, abbiamo perduto. Ora l’energia femminile, sia pure in una piccola parte di mondo, può avere espressione e io voglio credere che questo farà la differenza. Il mio babbo, da buon romagnolo e anticlericale, diceva che la donna è la prova che Dio esiste».

A proposito di Dio: a un certo punto chiesero a Wisława Szymborska se pregasse. Lei fece un appunto all’intervistatore: «Pregare, oltre a comporre versi, intende?». La poesia come atto religioso, non solo spirituale.

«Ho scritto che “forse la gioia è la preghiera più alta”, e ne sono convinta. Ma c’è un pensiero che ho trovato nel famoso discorso di Paul Celan e che da anni mi accompagna, un pensiero che Celan riprende da Benjamin, che a sua volta lo riprende da Malebranche (anche Adorno entra in questa catena di consegne): “L’attenzione è la preghiera spontanea dell’anima”. La poesia, quasi precipitando da un atto di attenzione plenaria, è questo tipo di preghiera: l’io è accucciato e lascia finalmente spazio a qualcosa che parla e che ha tutta l’aria di venire da fuori, spontaneo, benché lo si sia atteso fino quasi allo svenimento, alla nevrosi; inspiegabile e gratuito, benché ci si prepari per tutta la vita».

La parola «gioia», il suono «gioia»: rispetto alla sua storia personale e artistica assume un significato capitale.

«Un tema immenso, quello della gioia, certo legato all’infanzia, al gioco, alla pienezza del corpo che si arrampica o nuota, ma anche a Eros e alla scrittura, alla potenza di non pensare, al fare inteso come poiein, strappare al non essere, e dunque alla parola poetica. Sul piano personale la gioia è un accadimento che scoppia improvviso, non annunciato, e riguarda la consonanza fra me e tutto il resto. Ha una durata minima ma quando accade è una potenza vivificante, un’iniezione di leggerezza e dunque necessariamente legata a una sospensione del pensiero. Sul piano artistico è in una apertura, uno spalancamento a una forza pneumatica che pare soffiarci addosso, dettare, rispetto alla quale ci si spalanca, abitando la propria attenzione plenaria e insieme la propria nullità».

Walt Whitman raccontava quanto la sua poesia nascesse dal paradosso: una chiusura verso il creato e l’essere spalancato improvvisamente verso lo stesso creato. Disse che questa morsa da cui era invaso trovava risoluzione nella terra. Nella materia, nella natura. Nel «corpo naturale». Mi sembra sia uno stato vivificante — e produttivo — che forse le possa appartenere.

«Sì, certo, anche se, restando in area anglosassone di quel periodo, prediligo Gerard Hopkins ed Emily Dickinson. Credo che questo paradosso sia costitutivo dell’umano che sempre si contrappone, o pensa di contrapporsi, alla natura, e il cosiddetto creato vorremmo dominarlo, sottometterlo. In quanto donna, penso di essere più natura — mi si conceda questa semplificazione — con questa cavità al centro del mio corpo, predisposta per accogliere un nato della terra. Intendo più connessa alla terra, alla luna e al cielo, e anche a forze ctonie, forze che stanno prima e dopo la regola della ragione, così necessaria e magnifica, quest’ultima, ma anche così ingabbiante e separativa. Forse tutta la poesia nasce da questo paradosso, e lo risolve, come parola energetica nata in uno strappo della ragione, eppure ragionante, come punto in cui la parola è più vicina alla natura, perché il silenzio che la poesia tiene in sé è natura».

È per il corpo, che scaturisce il suo sentimento per il teatro?

«È difficile parlare di un grande amore, di due grandi amori, perché tutta la mia esperienza teatrale nasce e cresce con Cesare Ronconi, regista, mio maestro e mio sposo. Mi fa piacere che questa sua domanda inizi dal corpo. Fin da principio i miei versi sono nati per essere detti da precisi corpi di attrici e di attori che erano lì ad aspettarli, corpi sempre molto vivi, molto espressivi. La particolare scrittura scenica di Cesare non parte dal testo. Il suo lavoro prende forma dentro un unico giro di forze che vede crescere tutto insieme, come unico organismo multiforme. Così mi viene chiesto di cominciare a scrivere più o meno quando cominciamo a provare, e questo fa un’enorme differenza. In teatro, ogni mio verso, appena scritto, viene provato nella sua potenza orale, viene misurata la sua gittata, se casca ai piedi dell’attore o invece può percorrere un lungo tragitto e depositarsi nel cuore degli astanti. In questa lunga scuola di oralità, di collaudo dell’incanto fonico del verso, sono chiamata da anni dal mio regista a tenere bassa la lingua, pur tenendo alto l’argomento, e in questo la lezione di Dante è una miniera inesauribile e rigenerante».

Cesare Ronconi. E Milo De Angelis. Quali altre fondamenta?

«Due maieuti formidabili. Milo apparve, portato da un amico comune, durante le prove del nostro terzo spettacolo. Stavamo cercando poche parole da scrivere su lunghi cartigli che venivano srotolati in scena. Erano le prime parole che entravano nel nostro teatro, fino ad allora pressoché silenzioso. Milo ci consegnò pochi versi di Paul Celan e suoi. Fu un capogiro. L’irrompere nelle nostre vite di una lingua stellare, una lingua che arrivava da un altro mondo, ci abbagliava e si rivelava. Da lì in poi ci sarebbero stati solo versi nel nostro teatro. Quello con Milo De Angelis fu per me l’incontro con un maestro che avrei a dir poco amato per tutta la vita. Con lui ideammo una Scuola di Poesia, insolita per quei tempi, e lì incontrai i maggiori poeti italiani — Luzi, Bigongiari, Conte, Fortini, Loi, Cucchi, Sicari e altri. Ricordo la giornata passata con Fortini che mi parlò ininterrottamente per ore, con un’energia verbale che, verso le due di notte quando ci salutammo, era ancora vispissima. Ma soprattutto l’incontro con Franco Loi che tuttora mi è amico e guida. È a Milo che dopo qualche anno consegnai i miei primi versi alla sua severità millimetrica, al suo tribunale potrei dire. E così nacque Antenata, in una collana da lui diretta presso Nicola Crocetti e con prefazione dello stesso Franco Loi».

E prima di questi incontri, prima di tutti.

«La lingua delle mie nonne, due vecchie con le quali ho trascorso la mia infanzia. I miei genitori lavoravano bestialmente ogni giorno dell’anno, quasi ogni ora del giorno e io sono cresciuta in strada e con queste due nonne di tipologia opposta, una orchessa e una fatina sdentata. Il loro era un italiano — lingua imposta da mia madre — autogenerato dal dialetto, e dunque una lingua sgangherata, piena di invenzioni linguistiche, a volte con qualche terzina dantesca a memoria. Una lingua solenne e buia che poi nei momenti ad alta intensità tornava dialetto, il nostro magnifico, spalancato e tenero dialetto romagnolo. Non ho mai più sentito una lingua così vicina alle potenze arcaiche della parola, così viva, sorprendente e a suo modo esatta, anche se allora me ne vergognavo. Ne ho nostalgia, come di una patria perduta».

Mi dica allora della nostra Romagna.

«La Romagna, con il suo dialetto, arriva nella mia scrittura ogni volta che voglio rompere la lingua. Nelle imprecazioni oppure nel racconto di eccessi del corpo, o anche con i suoi diminutivi e vezzeggiativi tenerissimi e buffi quando c’è un discorso all’infanzia o sull’infanzia. In questi casi mi carico addosso le mie nonne e scrivo con loro in questa lingua spalancata e ruvida nella quale uscire si dice sempre scapè, vino si dice è bé, il bere. E poi c’è Pascoli su di me, il Pascoli del ritratto a Maria, delle voci di tenebra azzurra o di Giugurta che a volte mi chiedo se l’ho letto o se l’ho visto tanto si incendia nella mia memoria».

E in prosa, che cosa legge?

«Domanda intima e inesauribile, come se lei mi chiedesse da chi sono stata baciata, sedotta e addirittura ingravidata. Preferisco dirle cosa ho letto in quarantena, in quello strano tempo sospeso che sembrava fatto apposta per leggere e rileggere. Il mio sconclusionato elenco comincia con l’amato Jonathan Safran Foer, con Molto forte, incredibilmente vicino che mi era a suo tempo scappato. Poi Francesco Guglieri, Leggere la terra e il cielo e qui mi sono avventurata in alcuni libri di cui l’autore parla con un fervore contagioso, tanto da indurti appunto a varie altre letture, per finire poi con Quammen che dopo un inizio entusiasmante, circa a metà libro è entrato in stallo e per ora è rimasto lì, fra i libri non portati a termine. Da tempo ormai frequento la letteratura scientifica con passione, ma ultimamente mi sono accorta che forse mi affliggono cosmogonie così deserte e gelide. Non posso stare in un universo senza miti e simboli di energie che pur essendo impastate con la mia vita la trascendono. Mi sono poi risollevata con tre autori cari — Carlo Ossola, Eugenio Borgna ed Emanuele Trevi — tre intelligenze raffinate e miti».

È vero del dizionario di italiano?

«Una delle mie letture preferite. Ne posseggo vari e a volte passo serate saltando da una parola all’altra. Ma non per cercare termini astrusi, piuttosto per precisare parole che conosco, vederle risplendere nella sintetica definizione del dizionario, o illuminate dal loro etimo, venire più vicine. Oppure annoto termini che tanto mi ricordano la lingua delle nonne, termini non comuni ma semplici e sorprendenti, al limite del gergale».

Liturgia di lettura. E liturgia di scrittura: come lavora, Mariangela Gualtieri?

«In genere studio e scrivo stando seduta a terra, su un grande tappeto, in una stanza di casa mia quasi vuota. L’inverno scorso, con il mio nipotino abbiamo scoperto non lontano da casa una quercia con un grosso ramo comodo e ben raggiungibile e alcune poesie le ho scritte sulla quercia. Poi, passato il freddo, sono arrivate le formiche e non è più stato possibile. A volte mi alzo la notte e scrivo, ma può accadere in ogni momento. La condizione che prediligo è essere sola, con la certezza che nessuno verrà a interrompermi. Scrivo a mano su grandi fogli, ma ho sempre con me un quaderno dello stesso tipo di carta, un quaderno che cucio io stessa con ago, filo e copertina rigida, e che ha una precisa misura, come un luogo in cui sono a mio agio. Sul quaderno annoto di tutto e quando sono in viaggio è su quello che scrivo i versi. Faccio quello che forse fa chiunque abbia un rapporto intenso con la parola: si è sempre all’erta con l’orecchio e si ha questo taccuino preziosissimo. Perderlo sarebbe la perdita di un tesoro».

Parole e questo nostro tempo presente: come cambia la sua poetica, a partire dalla lingua, se racconta l’oggi?

«Questo presente è il più assillante che io abbia vissuto. Vuole entrare in ogni verso che scrivo e mi inchioda alla contingenza, mi inchioda a Kronos. Ma la poesia, che pure deve appartenere al proprio tempo, è sempre anche anacronistica, inattuale, non si fa logorare dal dente di Kronos, vive al di là di quello, e deve attraversarlo incolume. Ho trovato difficoltà a contenere l’urgenza che sento di portare soccorso con i miei versi. Mi pare di stare in un mondo di affamati e assetati di parole e avverto l’impotenza di avere così poco da dare. Avverto una mancanza di parole guida, e ne sono affamata anch’io. Ora ho deposto ogni volontà di dire e mi sto riprendendo. Sono in un certo senso tornata a casa, cioè tornata alla mia poetica, ma sono stata fino a pochi giorni fa in una inquietudine che non provavo da tempo, in una stanchezza e deserto di me che mi ha spaventata e che per di più ritrovavo e ritrovo in tutte le persone che ho intorno. Mi è tornato in mente La società della stanchezza di Byung-Chul Han, quando in modo lapidario dice che un eccesso di prestazioni porta all’infarto dell’anima. Ma ora la mia animella è tornata. E con lei il grande risplendere e il grande tenebrare del mondo».


(Corriere della sera – La lettura, 19 luglio 2020)

di Ferruccio de Bortoli


A Giulia Maria non piacevano i convenevoli. Era diretta, schietta. Nella sua prepotente dolcezza poteva apparire persino scortese. Impaziente di sentirsi dire di sì a ogni sua richiesta che riteneva giusta, improrogabile, definitiva. Un modo di fare autoritario nella sua semplicità (era la «zarina» secondo i detrattori che non mancarono, viste le sue simpatie politiche). A volte trattava il potente di turno come fosse il suo domestico (che peraltro considerava affettuosamente di famiglia). Ho visto ministri, banchieri, industriali di fama abilmente messi sull’attenti da una donna minuta, gracile, ma innervata da una volontà di ferro. Erano spesso ospiti della sua meravigliosa casa di corso Venezia a Milano, forse intimoriti dai Canaletto che il padre aveva acquistato per poco (invidiati dalla regina Elisabetta), dalla preziosità degli arredi di una famiglia simbolo dell’imprenditoria tessile e editoriale lombarda. Intimoriti, imbarazzati. Il cronista annotava, con sottile godimento e ammirazione per quella donna che era stata – fino al 1974 – il suo editore. Ma Giulia Maria Crespi (chi scrive fu tra gli ultimi giornalisti che assunse) si è sentita editore di fatto del Corriere, del suo Corriere, fino all’ultimo. Anche se aveva scelto di investire nel principale concorrente La Repubblica, cosa che a noi procurava un certo disagio.

Quando si prospettò, in una stagione managerialmente sfortunata, di cedere l’area verde del centro sportivo nella periferia milanese, testimonianza d’antan della responsabilità sociale dei Crespi (che introdussero in busta paga anche il legnatico per il riscaldamento delle case dei dipendenti) i pensionati del Corriere scrissero a lei. Come ex proprietaria e come paladina del verde. Giulia Maria ha continuato a trattarci come i suoi ragazzi, spesso prendendoci metaforicamente a ceffoni. A chiedere, spronare, scrivere. Non per sé. Mai. Non per qualcuno che la pregava di intercedere per i suoi interessi, politici ed economici (per questi ultimi coltivava un regale disinteresse vicino al disprezzo). Mai. Per le sue battaglie a favore della natura, dell’agricoltura sostenibile e biodinamica, contro l’inquinamento, contro le speculazioni edilizie, contro le tante brutture italiche. E per il suo Fondo italiano per l’ambiente (Fai) che nel 1975, venduto il Corriere, volle sul modello del National Trust inglese. Quasi un figlio. Giulia Maria aveva due gemelli. Aldo Paravicini è morto in un incidente d’auto la scorsa primavera nella tenuta sul Ticino rinomata per i prodotti biologici. Come il padre Marco quando Giulia Maria era incinta di Aldo e Luca. E immaginiamo quale sia stato il suo dolore intimo. L’avrà certamente nascosto sotto la sua disciplina calvinista, austera e poco incline a svelare i sentimenti. Avrà forse accelerato i morsi di quel tumore che pensava di aver sconfitto nel 2014 (rifiutando la chemioterapia) e invece aveva ripreso, inesorabile, il suo corso.

Nel 2015, su sollecitazione della famiglia ma anche per quel senso del dovere prettamente borghese e meneghino del «lasciare le cose in ordine, senza dimenticare nulla», Giulia Maria scrisse le sue memorie. Quel libro «Il mio filo rosso» (Einaudi) è una splendida cavalcata (uso questo termine e poi si capirà perché) nella vita di una «bambina irruente, libera e allegra», rimasta tale anche passati novant’anni. «Nella mia vita ho commesso un sacco di sbagli e ho molti difetti – dirà in una intervista sul libro ad Antonio Gnoli di Repubblica – ma ho sempre cercato la verità. Nel nostro Paese quasi tutti hanno paura della verità. C’è la necessità di raccontare i fatti come sono avvenuti. I valori morali mutano, il costume cambia. I fatti restano». Ecco, i fatti restano. Questo dovrebbe dire un editore vero. Al netto del suo carattere, lei l’avrebbe fatto bene il mestiere di editore. Ma si trovò ad essere proprietaria del Corriere in un periodo in cui i bilanci facevano acqua da tutte le parti. «Ma se tu fossi stata il mio editore mi avresti cacciato presto come avvenne con Spadolini» le dissi una volta. Lei sorrise. Ma nel libro, Giulia Maria ammise di essersi sbagliata mandando via il primo presidente del Consiglio non democristiano, causa della sua rottura con Montanelli.

Nelle sue memorie si affermano una coscienza ecologica e una cultura della bellezza che, senza questa donna ostinata e scorbutica, l’Italia non avrebbe mai avuto. Indimenticabili le pagine in cui in una Sardegna incontaminata e selvaggia – che contribuì a preservare – racconta la sua cavalcata con l’architetto Guglielmo Mozzoni e l’inizio della sua storia d’amore. Guglielmo aveva il suo bel carattere. Rimase turbato vedendo il film (Teorema) di Pier Paolo Pasolini, poi collaboratore del Corriere, che Giulia Maria consentì di girare alla Zelata. Troppe perversioni, minacciò di divorziare. Guglielmo inseguì i suoi progetti impossibili di una architettura fusa con la natura (con i suoi inevitabili inconvenienti e disagi). Quando, negli ultimi anni della sua vita, ormai sordo, alzava troppo la voce, Giulia Maria lo riprendeva con uno sguardo dolce e implorante. Un mondo che non c’è più, di cui avremo nostalgia. Sperando che Giulia Maria non ci senta perché non sarebbe d’accordo. C’è tanto da fare – direbbe – guardiamo avanti.


(Corriere della Sera, 19 luglio 2020)


Ndr: Segnaliamo il documentario Giulia Maria Crespi – La Signora del FAI, su MeMoMi, La memoria di Milano (30 luglio 2018): https://memomi.it/giulia-maria-crespi-la-signora-del-fai

di Paola Mammani


È ormai noto che il testo di legge unificato, depositato alla Camera dall’onorevole Zan, per introdurre nel codice penale reati di omotransfobia, ha subito una critica radicale da parte di molte femministe per l’utilizzo dei termini genere e identità di genere. L’ambiguità derivante da tali espressioni ha dato luogo, nei paesi anglosassoni e non solo, a insostenibili contraddizioni, agite anche nei tribunali, che possono arrivare a mettere in discussione la semplice esposizione del pensiero, se ritenuto lesivo o non inclusivo dell’altrui identità di genere.

Concordo con le preoccupazioni connesse all’utilizzo delle espressioni genere e identità di genere. Quello che più mi sconcerta della vicenda, è che nella gabbia del genere sembrano andare perdute importanti acquisizioni del pensiero politico delle donne, e in particolare che ciò per cui lottiamo è il senso libero della differenza sessuale.

Nel ’69 avevo 18 anni, ci ho messo tanto a venire a patti con il mio essere donna. Sulla strada della libertà, prima di approdare al pensiero e alla pratica politica delle donne, ho incontrato i gay, il Fuori, il collettivo della casa occupata di via Morigi a Milano e Mario Mieli e i suoi Elementi di critica omosessuale, infine la prima donna, fra le mie conoscenze, dichiaratamente lesbica, Rosetta Froncillo*, che faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Per dire che vi sono stati tempi in cui omosessuali, lesbiche, bisex, trans e qualunque cosa una, uno, volesse dirsi e viversi, era faccenda di libertà, di libertà sessuale e non di legge. Tempi in cui uomini e donne intelligenti e audaci hanno avuto il coraggio e l’inventiva necessari per ribaltare il mondo, per dare un senso libero al loro essere nati appartenenti a uno dei due sessi, alla ricerca della loro sessualità e dei loro orientamenti sessuali. Hanno elaborato pensieri e fatto scoperte fondamentali per quella che ora chiamiamo politica, con la P maiuscola.

Le donne hanno scoperto che l’unico modo per guadagnare la libertà è sottrarre valore e riconoscimento a chi esercita il potere, e così hanno irreversibilmente minato la struttura di dominio del patriarcato. Per questo, sapendo che la partita si gioca altrove, non hanno mai chiesto una legge contro la misoginia, ma hanno mantenuto un atteggiamento di attenzione e insieme di sostanziale superiorità nei confronti della legge; attenzione perché ne riconoscono il grande valore simbolico, superiorità perché sanno che una parola ben detta, una parola sapiente scardina e supera la legge: ricordiamoci del #meetoo.

Hanno scoperto di volere e potersi amare, anche senza essersi dette o sentite lesbiche e anche per questa scoperta, forse, hanno affermato che sulla sessualità non si legifera.

Infine hanno svelato che la legge di per sé non ha nessun effetto se non cambiano le coscienze: nel nostro caso, quali che siano le sanzioni previste, l’omofobo resta omofobo.

Mi chiedo come è potuto accadere che parlamentari ed esponenti di associazioni di lesbiche (L) gay (G) bisessuali (B) trans (T) queer (Q) e quant’altro si voglia (+) – LGBTQ+ appunto – non abbiano sentito la forza e la gioia di questa grande tradizione di ricerca della libertà e di elaborazione di pensiero politico, che avrebbe potuto e ancora può sottrarre il nostro paese alle miserie cui è andato incontro il mondo anglosassone.

A seguito delle polemiche è stata aggiunta al testo della proposta di legge la parola sesso, accomunando così le donne tutte, più della metà dell’umanità, alle minoranze ritenute bisognose di particolare tutela: quegli omosessuali, lesbiche e trans che forse dalla loro esperienza viva avrebbero potuto e potranno trarre materia per dare all’idea e alla pratica della libertà un contributo diverso dalla richiesta di sanzioni penali per i cosiddetti reati d’odio che possano riguardarli.

In ogni caso, se alcune e alcuni oggi pensano che una legge li aiuti, credo debbano impegnarsi a nominare la loro realtà con speciale attenzione al linguaggio e rispetto per quelle donne, quasi tutte, che non hanno mai chiesto di essere comprese in questa legge.

(*) Matilde Finocchi, Rosetta Froncillo, Alice Valentini, E la madre, tra l’altro, è una pittrice… Dialoghi fra lesbiche, Felina editrice, 1980


(www.libreriadelledonne.it, 16 luglio 2020)

di Franca Fortunato


Con lo sbarco nei giorni scorsi a Roccella Jonica di 70 uomini tra cui 20 minori non accompagnati, intercettati dalla Guardia di Finanza su una barca a vela, 28 dei quali risultati positivi al Covid-19, la Calabria ha mostrato il suo doppio volto, quello che affonda le sue radici in una tradizione materna atavica di accoglienza, aiuto e cura dello straniero e quello più recente che respinge, alimenta e cavalca paure e insicurezze. A incarnare il volto bello della Calabria è stato il sindaco di Roccella che, senza far rumore, si è fatto carico di 20 migranti di cui 5 minorenni asintomatici, messi in quarantena in un hotel, secondo le disposizioni del ministero dell’Interno, e ha rassicurato i suoi cittadini e cittadine sulla non pericolosità degli infetti dando così prova di responsabilità, capacità di governo e umanità anche in tempo di pandemia, che ancora c’è. Nessuna protesta né contro di lui né contro i migranti si è sollevata a Roccella, né a Bova dove ne sono stati accolti 11. Ad Amantea sono stati trasferiti 24 migranti di cui 13 positivi asintomatici, messi in quarantena sotto controllo delle autorità sanitarie. È qui che parte della popolazione ha mostrato il volto brutto della Calabria, quello che ha preso piede in questi ultimi anni, inscenando proteste, blocchi stradali, urlando contro immigrati “untori”, portatori di disgrazia e miseria, chiedendone l’allontanamento.

La presidente della Regione Jole Santelli, eletta per governare, che cosa fa di fronte a questo doppio scenario? Fa ricorso alla saggezza e assennatezza delle madri cercando di placare le paure, vere o presunte che siano (magari dentro c’è anche lo zampino della ’ndrangheta, visto che il Comune è stato di recente sciolto per mafia)? Fa riferimento all’esempio positivo del sindaco di Roccella? Niente di tutto questo. In aperta competizione con i suoi alleati ha messo in campo uno scenario già visto. Cavalca la paura, butta benzina sul fuoco, parla di “situazione esplosiva”, di catastrofe imminente, minaccia di chiudere i porti, chiama in causa il governo, insomma rinuncia a governare la situazione con responsabilità e sapienza, indossando i panni dell’agitatrice, il che non le fa onore né come donna né come presidente di Regione. Che si tratti di mera strumentalizzazione lo dimostra il fatto che i migranti sono gli unici che al loro arrivo vengono sottoposti, com’è giusto che sia, a tampone. Nessun tampone invece, visto che la presidente ne ha eliminato non solo l’obbligatorietà ma anche la volontarietà, per i tanti e tante che sono arrivati o stanno arrivando in Calabria in treno, in macchina, in aereo, anche da regioni dove il contagio ancora non è scomparso; nessun controllo sulle spiagge e nelle località turistiche dove gli assembramenti e la mancanza di precauzioni sono all’ordine del giorno. Davvero 13 migranti, asintomatici, messi in isolamento, rappresentano una minaccia? Di tutta questa faccenda la cosa che più mi dispiace è che a cavalcarla in modo irresponsabile sia una donna, la prima a governare la regione Calabria, anche se io non l’ho votata. […]


(Il Quotidiano del Sud, 16 luglio 2020)

di Silvia Niccolai


In Italia sono oggi punite la propaganda di idee sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, l’istigazione o il compimento di atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, o religiosi. Il progetto di legge contro l’omotransfobia aggiunge a questi reati quelli «fondati sul sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere».

Le quattro parole, tutte insieme e l’una dopo l’altra, rimandano ai capisaldi dei cosiddetti studi di genere: il sesso è solo biologia, il genere designa i ruoli che la società assegna a un sesso o all’altro, l’orientamento sessuale è l’attrazione verso l’altro sesso o il proprio e l’identità di genere è il ruolo in cui ciascuno si percepisce, anche rifiutando il “binarismo”.

Sono definizioni dal sapore normativo, in quanto stabiliscono che le cose stiano così e non in altro modo, sempre e per tutti. In effetti gli studi di genere appartengono al campo delle scienze sociali, come la sociologia e la psicologia sociale, che furono dette “scienze nomotetiche”, scienze di leggi; esse, come spiegava Pietro Rossi, vogliono «conoscere la struttura della società e le sue “leggi”». Perché? Per «rendere possibile l’intervento consapevole sul corso delle cose, rivolto a indirizzarlo verso determinati fini». Sin dalle loro origini ottocentesche, queste scienze sono «uno strumento di trasformazione della società in vista di precisi obiettivi politici», ciò che corrisponde alla «loro finalizzazione a un’opera di “ingegneria sociale”».

Quando costruita in modo normativo, e secondo criteri ancora debitori di prospettive positiviste, la scienza sociale ha suscitato e suscita serie obiezioni. È perciò ingenuo, da parte, per esempio, del manuale Il genere della Società Italiana per lo Studio delle Identità Sessuali, sancire che «il tipo di pensiero e di ragionamento che sottende gli attacchi contro gli studi di genere – è basato su una “tradizione intuitiva” (ovvero uno schema di ragionamento precritico e prescientifico)». Già Horkheimer e Adorno rivolsero critiche durissime alla convinzione per cui tutto nell’umano è determinato dalla vita in società, e pertanto con gli strumenti della società (per esempio le leggi penali, o i modelli e le teorie) può essere indirizzato, modellato.

Che cosa resta, in un simile quadro, dell’idea stessa di libertà? A sua volta, il pensiero femminista italiano detto “del simbolico” ha sempre affermato che la differenza sessuale non è solo costrutto sociale né mero dato biologico: il sesso è una relazione, di distinzione e connessione, con sé e con gli altri; è terreno dell’interazione umana, in cui mettiamo in gioco tutte le nostre risorse anche spirituali e dove troviamo la forza simbolica di resistere ai dispositivi di dominio.

La nostra differenza sessuale ci fornisce l’immagine interiore per saperci capaci di differire a ogni livello dai modelli imposti, compresi quelli che derivano da concezioni teoriche deterministiche. Tra questi la femminista americana Carole Pateman annovera il genere, strumento del contratto sociale capitalistico, cui sono utili identità fungibili.

Ammettiamo pure che in campi numerosi i legislatori si facciano guidare da teorie e da modelli sociali normativi, che non sono neutri e non sono oggettivi. Il problema è se sia corretto farlo quando, come in questo caso, si tratta di esplicitare limiti alla libertà di manifestazione del pensiero. Per identificare questi ultimi la bussola non può che essere la Costituzione.

Con i valori personalistici su cui questa si impernia non si accorda l’idea, suggerita dalle quattro parole per come il legislatore le mette oggi in fila, secondo cui esisterebbe un aspetto di noi, il sesso, “soltanto biologico”, il che significa prettamente empirico, o inanimato. Né vi si accorda l’idea che la società sarebbe solo la fonte di eteronomi “ruoli sociali” (il genere) che si impongono alle persone, alle quali resterebbe la scelta tra essi (identità di genere), e non anche il frutto dei modi molteplici in cui, nella storia, gli esseri umani, nella loro autonomia, si sono rapportati e si rapportano gli uni con gli altri. Quando la Costituzione usa la parola “sesso” è certamente per riferirsi a un aspetto eminente della personalità e della socialità umana.

Il libero sviluppo della personalità e la pari dignità sociale delle sue manifestazioni, nel rispetto dei doveri costituzionali di solidarietà, è allora il vero valore costituzionale in gioco.

Penso, del resto, che sia questo che il legislatore ha in mente: riconoscere e proteggere la libertà e pari dignità di tutte le persone indipendentemente da come esprimono la loro personalità nel campo della sessualità e in specie nel caso, poiché si tratta di proteggere minoranze, delle persone omosessuali e transessuali. Basterebbe che lo dicesse con queste semplici parole, senza eccedere in definizioni, e il legislatore scoprirebbe di avere con sé un fortissimo accordo sia nei diversi schieramenti intellettuali e politici, sia nel sentire comune.


(il manifesto, 12 luglio 2020)

di Silvia Veroli


[…] Hildegard von Bingen, […] santa e [adesso anche] dottora della Chiesa [nacque nel] 1098, […] decima figlia di famiglia agiata, nel Medioevo della prima crociata, un momento non buio come perlopiù ritenuto, ma al contrario luminoso, per chi poteva permetterselo, di ricerca culturale, vivido dei colori delle miniature e delle pietre, degli erbari e dei bestiari. E risuonante di musica. Tutte componenti che nella fervida mente di Hildegard […] hanno fatto sintesi e fatto di lei un diamante sfaccettato capace di gettare arcobaleni tra persone e saperi.

Un personaggio appunto poliedrico, ed eccezionalmente capace in tutti i suoi cimenti, ma in fondo, ci ricorda Diego Poli, docente di glottologia ed esperto di linguistica germanica per l’Università di Macerata, non così anomalo per l’epoca in quanto ad esperienza multidisciplinare e a dimestichezza col tema della visione. Perché Hildegard, prima compositrice d’Occidente e curatrice (i suoi rimedi a base di erbe e gemme affollano anche scaffali di deriva new age), è nota soprattutto come mistica. Immagini del cosmo, dell’anima, della trinità l’hanno visitata sin dalla prima infanzia trovandola sempre coi sensi all’erta. Non ha vissuto estasi ma disvelamenti della realtà esperiti da sveglia, come sogni fatti alla presenza della ragione ma ignorati fino all’età di quarantadue anni. Era malata a quel tempo, racconta, proprio per l’ostinazione di rintuzzare le elargizioni del suo dono, inferma a letto quando una voce le ha imposto «Scrivi, scrivi ciò che vedi e senti»; seguire quell’ordine l’ha salvata.

Se il comando venisse da Dio, dal quel daimon di cui parla James Hillman nel Codice dell’Anima o dal sacro fuoco che arde in chi trova nella realizzazione artistica la sua ragione d’essere, ognuno può valutarlo come vuole. Quello che è certo è che la Sibilla del Reno non si è limitata a scrivere ciò che visto ma lo ha rappresentato per mezzo di illustrazioni, lo ha raccontato, condiviso, cantato, usando in modo personalissimo il linguaggio e creando una propria lingua (oltre che una nuova musica). È la Lingua Ignota, fatta di 23 lettere, che dà il titolo allo spettacolo di danza e luci della coreografa Simona Lisi, direttrice artistica di Cinematica festival, che ha portato in scena una somma dell’opera di Hildegard von Bingen in una notte di luna piena dentro lo spettacolare spazio d’arte e perfomance che è la Mole Vanvitelliana di Ancona. Già Lazzaretto, luogo di quarantena, ha ospitato il primo festival ad essere eliminato per Covid dalla programmazione marchigiana di marzo e il primo a tornare in piedi dopo lo schiudersi dei divieti che hanno afflitto il mondo degli spettacoli dal vivo.

Il racconto di scrittura col corpo tracciato da Simona Lisi, padrona della danza e del canto, si è sviluppato insieme a quello delle musiche fondamentali di Paolo Bragaglia e delle luci di Pietro Cardarelli che ha proiettato sul corpo della danzatrice e sulle mura dietro di lei animazioni delle figure viste da Hildegard e le 23 lettere dell’alfabeto di sua invenzione. Una rielaborazione di quello latino, un glossario di 1011 lemmi ha spiegato il prof. Poli «fatto di sostantivi, pochi aggettivi, nessun verbo e accompagnati dal corrispettivo traducente in latino e talvolta in tedesco».

Alcuni dei nuovi vocaboli che «non sono resi corrotti dall’uso» si rapportano alle gerarchie celesti, anche se per la maggior parte si riferiscono alla natura e al corpo umano, seguendo un’organizzazione tassonomica ripresa dalle Etymologiae di Isidoro nel disporre le voci sui tre livelli di appartenenza: spirituale, umano e naturale. Alla creazione di parole nuove, Hildegard ha affiancato anche un uso effervescente del latino medievale, arricchito di contrazioni, giochi di parole, messaggi cifrati e rimandi alla numerologia: l’opera più famosa della mistica ha per titolo la parola di sua invenzione Scivias, conosci le strade, unione di due lemmi realizzata per ottenerne uno di sette significanti lettere. Nulla è casuale nei suoi messaggi, scritti o visivi che siano, e la chiave per decrittarli è quella luce di cui Hildegard parla continuamente: raggio divino all’origine di tutto. Non può che essere così avendo a che fare coi testi profetici di una religiosa medioevale. […]

La casa editrice Skira ha pubblicato lo scorso anno un prezioso lavoro di Sara Salvadori, musicista e educatrice, che ha realizzato una ricognizione perfetta dell’apparato iconografico a corredo del racconto mistico di Hildegard: Hildegard Von Bingen. Viaggio nelle immagini contiene 35 miniature con glossario sapienziale e con la spiegazione della loro simbologia. Vi sono riprodotti a grandezza naturale una Trinità dove Cristo è color zaffiro come un umanoide di Avatar, il firmamento, che Hildegard avrebbe voluto rappresentare con un globo, è un uovo, un Cammino dell’anima comprende la raffigurazione di un utero abitato e traslucido come un’ecografia, il processo della procreazione è accompagnato dalla rappresentazione simbolica dei genitali e del seme.

Sguardo al cielo ma coi piedi per terra, Hildegard ha parlato di piacere femminile senza giri di parole, si è messa in cammino a sessant’anni, seguendo il corso del Reno, a predicare e redarguire clero corrotto e imperatori protervi. Ha corrisposto con gente del calibro di Bernando da Chiaravalle e litigato con il Barbarossa, il nonno di Federico II, al cui matrimonio con la francese Beatrice di Borgogna si deve l’arrivo della cultura trobadorica in Germania dove non erano rare le trovatore e dove si colloca anche il canto d’amore di Hildegard; la religiosa tedesca ha riscattato Eva, parlato di viriditas come verdezza vitale che ha dentro vir ma anche virgo. Ha inteso la verginità non come integrità anatomica ma come interezza del dono e della specificità che ognuno riceve dalla nascita: il peccato non è la trasgressione del divieto ma lo spreco, il non osare seguire la propria strada. «O figlia corri» scrive «perché ti sono state date ali per volare… dunque vola velocemente per tutte queste avversità».
Hildegard si è ritrovata nella sua lunghissima vita (è morta a 83 anni) anche a vivere una situazione di reclusione e privazione artistica non lontana da quella che abbiamo conosciuto in lockdown.

Un anno prima di morire le venne imposto dai preti di Magonza il divieto di ricevere l’eucarestia e quello di cantare durante le celebrazioni liturgiche: questo per essersi rifiutata di disseppellire, come ordinatole, il corpo di un nobile colpevole di delitto, assolto e inumato nel cimitero del monastero di cui Hildegard era badessa. Salda nella sua pietas […], rivolge ai preti una lettera che è di fatto il suo manifesto a difesa alla musica. «L’anima è una sinfonia e lo spirito profetico ordina che Dio debba essere lodato dalla gioia dei cimbali e degli altri strumenti musicali che saggi e sapienti hanno inventato. Voi tutti o prelati dovete stare bene attenti prima di chiudere con un decreto la bocca ai cori che cantano lodi a Dio».


(il manifesto – ALIAS, 11 luglio 2020)

di Mazal Mualem


Dopo anni di preparazione e promozione, la nuova legge israeliana che criminalizza l’accesso alla prostituzione è finalmente entrata in vigore


La nuova ed epocale legge israeliana contro l’accesso alla prostituzione entra in vigore oggi, 10 luglio 2020, un anno e mezzo dopo la sua approvazione. «Le donne non sono merce e i loro corpi non sono a disposizione per essere usati da chiunque sia disposto a pagare», ha scritto questa mattina su Twitter il Ministro della giustizia Avi Nissenkorn, del partito Blu e Bianco. Il suo tweet è la risposta a giorni di forti pressioni perché venisse posposta l’entrata in vigore della legge.

Per la prima volta nella storia di Israele la responsabilità della prostituzione grava sui clienti. La polizia può ora multarli con migliaia di shekel (moneta israeliana, ndt) senza dover prima punire gli sfruttatori. La legge stabilisce inoltre che, nel caso di infrazioni multiple, chi paga donne prostituite potrebbe essere processato penalmente, con multe che a quel punto aumenterebbero a decine di migliaia di shekel.

Fino a ieri il diritto israeliano non aveva considerato la prostituzione in sé un reato, a meno che non fossero coinvolte minori. Le attività legate alla prostituzione invece, incluso lo sfruttamento e la pubblicizzazione dei servizi sessuali, erano illegali. Con il risultato che, mentre gli sfruttatori e i manager dei bordelli venivano arrestati e indagati, gli utilizzatori finali non venivano mai sanzionati.

Questa legge è storicamente significativa perché finalmente riconosce la fondamentale immoralità dello sfruttamento economico a fini sessuali delle donne prostituite e il fatto che le vere vittime sono coloro che vendono il proprio corpo per sopravvivere. Stabilisce che sono i clienti a trasformare il sesso in merce e che sono loro a dover essere puniti per questo.

È una legge rivoluzionaria che rappresenta una vittoria importantissima dopo anni di sforzi per far approvare norme che riducano la realtà della prostituzione e vietino a terzi di trarne vantaggio. Se non fosse stato per la seconda ondata di coronavirus, la legge che oggi entra in vigore sarebbe stata sui titoli di tutti i giornali, invece di perdersi tra le notizie del collasso economico o degli ospedali di nuovo stracolmi di ricoverati.

Ma anche senza l’attenzione dei media, la legge è qui per restare. Sarà ancora operante quando la pandemia sarà passata e rappresenterà un cambiamento profondo nel senso di una significativa riduzione della prostituzione.

Secondo la maggioranza delle statistiche, circa dodicimila persone sono coinvolte nell’industria del sesso qui in Israele. Di loro, il 95% sono donne e il 5% uomini, incluse 1.100 ragazze e più o meno 40 ragazzi. In totale, questa industria genera circa 1,3 miliardi di dollari all’anno.

Fino al 2016 Israele non aveva mai cercato di adottare un approccio sistemico per contrastare la prostituzione nel paese. Quell’anno, il Ministro del lavoro e del welfare promosse uno studio di tale realtà, scoprendo che l’industria della prostituzione in Israele aveva cambiato volto negli ultimi anni. Nei primi anni 2000 era composta perlopiù di donne provenienti dall’ex Unione sovietica. Oggi invece coinvolge migliaia di donne israeliane, la maggior parte delle quali madri, adolescenti a rischio o donne transgender. Il report concluse che le difficoltà economiche sono il primo motivo che porta le donne a rivolgersi alla prostituzione. E sono anche il motivo per il quale così tante donne fanno fatica a uscirne.

Nel 2018 una potente coalizione di uomini e donne di tutti i partiti si unì per la prima volta in Parlamento per combattere questa realtà. E fece la storia. A guidare questo sforzo fu la precedente Ministra della giustizia Ayelet Shaked, che fu anche capo della Commissione ministeriale per la legislazione. Lei formulò la proposta di legge e portò avanti il procedimento per la sua approvazione fino a quando il Parlamento non venne sciolto e nuove elezioni vennero annunciate.

Shaked reclutò l’allora Ministro degli Interni Gilad Erdan, recentemente nominato ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite. I due hanno lavorato insieme e non si sono fermati finché la legge non è stata approvata. Avevano l’appoggio delle parlamentari di tutti i partiti, inclusi quelli religiosi. Il giorno di approvazione della legge, la ex-parlamentare Shelly Yachimovich (Labor), che era stata in prima linea per questa battaglia, ha affermato: «La battaglia per la fine della prostituzione è come la guerra per la fine della schiavitù».

Insieme alla legge il governo ha approvato un programma perché le persone che vivono nella prostituzione possa uscirne. Uno stanziamento di 30 milioni di shekel (8,7 milioni di dollari) è stato destinato a fornire loro sostegno.

Il provvedimento è ispirato al modello nordico, che attribuisce ai clienti la responsabilità della prostituzione. Nel 1999 la Svezia divenne il primo paese al mondo a sanzionare i clienti della prostituzione, e i dati raccolti negli anni successivi hanno dimostrato che nel paese il numero di donne prostituite crollò di circa due terzi, e che sempre meno donne entravano nell’industria del sesso. Il successo di questo modello ha portato a adottarlo altre nazioni, come Norvegia, Francia e Irlanda. Nel ventennio successivo le organizzazioni israeliane per i diritti delle donne, che seguivano gli sviluppi nella lotta internazionale alla prostituzione, e un ristretto gruppo di parlamentari provarono a fare lo stesso, ma i loro sforzi vennero bloccati.

Ora sta ai Ministeri della giustizia e della pubblica sicurezza assicurare l’effettività della legge nel mezzo dell’attuale caos politico e della pandemia. Molto lavoro ricadrà sulla polizia, che ci si aspetta perseguirà attivamente chi vìola le disposizioni. Ogni cliente fermato dovrà pagare una multa di 2000 shekel (580 dollari). La polizia sarà inoltre dotata di un computer dove verranno archiviati i dati di questi clienti, e chiunque venga fermato di nuovo verrà multato il doppio. Come già detto poi, infrazioni multiple potrebbero portare anche a sanzioni penali.

Ayelet Dayan, la responsabile della taskforce che si occupa di tratta e prostituzione, afferma che la legge aveva già avuto un impatto da quando era stata approvata due anni fa, anche prima che entrasse in vigore: c’era già stata una riduzione della prostituzione e un aumento di richieste di sostegno per uscirne, con sempre più donne che vogliono uscire da quel circolo vizioso. «Questa è una decisione storica del governo israeliano», commenta. «Lo sfruttamento delle donne nella prostituzione non è più accettabile». E spiega anche: «La legge non è concentrata solo sui clienti, che per la prima volta sono ritenuti responsabili per quel duro sfruttamento che prevale nel mondo della prostituzione. Ma è rivolta anche a tutte le donne e agli altri popoli nel mondo. Ciò che il governo sta dicendo loro è: “Vi vedo, e vi tendo una mano per uscirne”».


(www.al-monitor.com, 10 luglio 2020, traduzione di Chiara Calori)


Testo originale inglese

di Flavia Amabile


Centinaia di donne alla prima assemblea pubblica alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. Da Livia Turco a Cecilia D’Elia e Marta Bonafoni per dare il via a un nuovo movimento che presenterà proposte alla politica e preparerà una mobilitazione in autunno


Roma. Unirsi e cambiare la società. Unirsi in nome di due parole: femminismo e rivoluzione. Hanno un suono scomodo e antico ma stanno tornando sempre più spesso nei dibattiti delle donne sul sistema da costruire dopo la quarantena.

Femminismo e rivoluzione sono state le parole protagoniste anche delle proposte lanciate mercoledì pomeriggio nella prima assemblea pubblica organizzata alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. Oltre tre ore di interventi con centinaia di persone tra quelle che erano presenti e collegate a distanza da diverse città d’Italia. C’erano parlamentari, rappresentanti di movimenti come le Sardine, Priorità alla Scuola e degli incontri nei parchi realizzati dopo gli Stati Generali. C’erano le donne di Lucha y Siesta a portare il sostegno di Non Una di Meno e associazioni attive in molti settori. E poi donne del mondo della sanità, della legge, manager, insegnanti. Un universo variegato unito da una stessa conclusione che prende di mira l’ipocrisia di questi ultimi anni della politica italiana: la presunta disponibilità a inserire i temi femminili nei grandi discorsi programmatici sul futuro del Paese e la situazione di reale e crescente difficoltà creata nella vita di ogni giorno.

E, quindi, per salvare le donne non bastano le donne: ci vuole il femminismo. Qualcuno lo considererà uno sterile ritorno al passato: per chi ha deciso di impegnarsi in questa battaglia non esiste altra risposta se la presenza di donne in ruoli di potere conduce a provvedimenti come la marcia indietro sull’aborto farmacologico deciso dalla presidente della Regione Umbria a metà giugno. «Il Covid non è stata una livella, anzi, sono aumentate le disuguaglianze» e «solo il femminismo può rovesciare» il sistema economico neoliberale che penalizza innanzitutto le donne, spiega Maura Cossutta, la presidente della Casa Internazionale delle Donne.

È l’inizio del dibattito ma anche il concetto di fondo intorno al quale finiscono per ritrovarsi tutti gli interventi. Cecilia D’Elia, vicepresidente della Provincia di Roma con Zingaretti, una delle fondatrici del movimento “Se non ora quando” e ora portavoce della conferenza delle donne democratiche, organismo interno al Pd con l’obiettivo di spingere il partito a investire di più sulle politiche di genere: «Sono convinta che sia necessario» perché «anche litigando dobbiamo essere al centro delle politiche e c’è un sapere femminista che ci deve indicare la strada». Una strada che non prevede i bonus ma «un diverso sistema di politica».

Livia Turco, oggi presidente della Fondazione Nilde Iotti dopo un lungo passato di politica e ruoli di governo tra le file del Pci e di tutte le sue trasformazioni fino all’attuale Pd: «Nei prossimi mesi si decideranno questioni che riguarderanno i prossimi cinquant’anni: vogliamo esserci o no?», chiede. Sulla risposta nessun dubbio ma come esserci? «Non voglio un ritorno a un passato che non c’è più», chiarisce. Questo vuol dire accettare le differenze esistenti fra le diverse realtà di donne, discutere e «decidere se ci sono dei punti con cui le donne possono stupire questo Paese».

Trovare dei punti di unione è una riflessione in atto da alcune settimane, parte da un appello lanciato proprio da Livia Turco e confluito in un movimento chiamato “Dalla stessa parte”.  Fra le fondatrici anche la scrittrice femminista Alessandra Bocchetti che durante l’assemblea chiede di «costruire una forza di donne che nessuno ha mai visto prima e che provochi stupore, sorpresa e anche un po’ di spavento», e pronuncia una parola impegnativa: «Mettersi insieme è un gesto rivoluzionario: vogliamo farla questa rivoluzione?». Anche lei sa perfettamente che l’unione assoluta e perfetta delle donne non esiste. «Esistono dei temi su cui siamo d’accordo: sono i temi della vergogna del nostro Paese come la disparità salariale». Unirsi quindi su temi come questi e organizzare una manifestazione a ottobre è la sua proposta.

Marta Bonafoni del Pd, consigliera alla Regione Lazio: «Ora è necessaria un’alleanza fra donne ma con lo sguardo femminista» per essere radicali e soprattutto più simili alla società che ci circonda, quindi «più periferiche, più intergenerazionali e più meticce». Insomma maggiore attenzione alle donne che vivono nelle difficili periferie italiane, alle giovani, alle precarie, alle disoccupate, a quelle che attendono da anni la cittadinanza. Giorgia Serughetti, ricercatrice dell’Università di Milano Bicocca, si chiede quale sarà la risposta del governo alla disoccupazione creata dalla pandemia. «Ancora soldi alle imprese? Preferirei invece sottolineare la forza della cura intesa in senso ampio per una manutenzione della nostra vita, dei nostri spazi, del nostro corpo, della salute intesa anche come benessere. E vorrei che questa che è stata una parola chiave durante la pandemia lo diventasse anche della ripresa».

Mila Spicola, insegnante, pedagogista, consulente della Ong Room to read che si occupa di valorizzare il ruolo delle donne attraverso l’istruzione, sottolinea il ritorno delle «parole delle battaglie femministe» e la necessità di «una battaglia forte per la costruzione di uno stato sociale vero» perché «la donna povera non chiede il bonus e il nonno non sostituisce il nido» e dare un asilo nido a tutti i bambini significa «dire finalmente alle donne con bambini da 0 a 6 anni: sei una persona».

Laura Onofri, presidente di Se Non Ora Quando – Torino: «Bisogna intervenire sulla frammentazione delle donne con uno sguardo alla Spagna dove le donne sono riuscite a dare vita a un documento unitario dopo un lungo dibattito. Per unirsi bisogna scegliere alcuni temi su cui siamo d’accordo come il lavoro e la scuola, per esempio».

La proposta di fondo è stata lanciata, quelle concrete sono da costruire e la grande mobilitazione d’autunno anche. Le donne femministe italiane si sono messe al lavoro.


(La Stampa, 9 luglio 2020)

di Alberto Leiss


Ho appena finito di rivedere in tv quel bellissimo film che è Gran Torino, diretto, prodotto e interpretato da Clint Eastwood. Se ho qualche lettore, e se per caso non lo avesse ancora visto, gli consiglierei di farlo. Specialmente se maschio.

È passato un decennio, ma direi che resta una delle più forti e attuali testimonianze, da parte di un uomo, della gravità e complessità di quell’universo di violenze che ci circonda, tutte riconducibili, in qualche modo, a una matrice maschile.

La guerra, il razzismo, lo stupro, le comunità di gruppo e le gang fatte di competizione e gerarchia violenta, i riti di passaggio a cui il giovane maschio deve sottoporsi, le convenzioni del linguaggio tra «uomini veri», al bar o dal barbiere. E il paradosso tra la «forza» della figura paterna e la sua concreta e impotente assenza.

Troppa retorica, nel finale in cui la rinuncia alla violenza e alla vendetta, fino al proprio sacrificio, appare la via giusta per riaffermare la legge e una speranza di convivenza pacifica?

Può darsi. Ma a me sembra una buona, ottima retorica. Così la vivo, con la testa, il cuore, il corpo. È questo il momento in cui noi uomini dobbiamo trovare il modo di rendere conto, ognuno per sé, e tutti insieme, di una cultura millenaria che questo vortice di violenze ha autorizzato. Anzi lo ha eretto a regola di una convivenza sempre fondata, anche nella apparente pace domestica, su una sorta di «equilibrio del terrore».

Forse l’emozione prodotta da quelle immagini è stata più forte per questa situazione inedita. Il virus ha aperto una cesura nelle nostre vite e vediamo noi stessi e il mondo in una luce diversa. Forse vediamo meglio anche l’inaccettabilità della violenza?

Sabato ho passato un pomeriggio a parlare, via Zoom, con molti amici della rete di Maschile plurale. Alcune considerazioni “politiche”: la reazione delle istituzioni e degli stati al virus mette in mostra, oltre agli estremismi al limite dell’irresponsabilità criminale dei Bolsonaro o dei Trump, anche il pericolo di un «neopatriarcato» tecnocratico e capitalistico, che aumenta esponenzialmente il controllo e la limitazione della libertà di ognuno? Oppure rivela che il potere formato sulla figura del «grande patriarca» è solo ormai un feticcio, dietro cui si nascondono incertezze, paure, incompetenze, e in definitiva la conferma di un crollo dell’autorità maschile?

Ma le parole più interessanti sono venute da chi ha raccontato i propri personali sentimenti di paura e di incertezza: di fronte al pericolo della malattia, all’invadenza delle norme e dei divieti, alla imposizione della sospensione di relazioni affettive primarie.

E anche le esperienze di elaborazione di questi stati mentali. Spesso aiutati dalla forza del desiderio: dell’insegnante che ritrova i propri alunni, veicolando e scambiando parole ricche di senso – al di là dei programmi didattici – anche attraverso la distanza delle tecnologie informatiche. Dell’innamorato che ritrova l’amata anche a dispetto del lockdown. Dell’uomo anziano che è contento di potersi finalmente occupare, prendersi cura, della vecchia madre.

Torna spesso il discorso della cura. Più che un “lavoro”, che sarebbe giusto condividere finalmente con le donne che lo fanno da sempre, un altro modo di intendere la vita e le relazioni con gli altri, le altre.

Con il mondo.

Discussione avvenuta anche col proposito di raccogliere idee, esperienza, proposte, e invitare uomini e donne a discuterne in un incontro pubblico – speriamo possa avvenire in presenza – alla ripresa autunnale.

Sarà l’occasione di una testimonianza maschile più incisiva?

Se c’è riuscito, dieci anni fa, un conservatore repubblicano americano…


(il manifesto, 7 luglio 2020)

di Kate Denereaz


Dietro Hana Khider c’è una grande mappa di muro grigio, con i campi minati che la sua squadra ha ripulito segnati in verde. «Questo è il luogo in cui gli Yazidi vivevano insieme», afferma. «È dove ho vissuto la mia infanzia; ho così tanti ricordi qui, è molto importante per me.» Il posto è Sinjar, o Shingal come lo conoscono gli Yazidi, al confine nord-occidentale dell’Iraq con la Siria. Khider, 28 anni, sta parlando in videochiamata dal suo ufficio nella regione. «Questo lavoro è così importante per me perché mi sento come se stessi facendo qualcosa di buono per la mia famiglia, la mia comunità e le persone che sono state sfollate da Sinjar. Rimuovendo le mine, le sto aiutando a tornare un giorno, forse».

Nell’agosto 2014, l’Isis ha invaso e occupato questa regione. Il gruppo ha ucciso circa 5.000 Yazidi, ha rapito e ridotto in schiavitù 6.000 donne e bambini e ha sfollato una comunità che viveva in città e villaggi incastonati attorno al monte Sinjar, da secoli sacro agli Yazidi. «Prima avevamo una vita normale. Tutto andava bene, la gente viveva la propria vita felicemente. Ma dopo il genocidio del 2014, tutto è cambiato. Non siamo più sicuri», afferma Khider.

Quando nel 2017 l’Isis fu respinta da Sinjar, aveva piazzato centinaia di migliaia di mine antiuomo e altri ordigni esplosivi in case, edifici e campi. Il gruppo li ha fabbricati su scala industriale, ma ha anche usato oggetti domestici come pentole, padelle e persino controller per videogiochi – qualunque cosa su cui potesse mettere le mani – per costruire dispositivi improvvisati. «Le persone vengono uccise o ferite quotidianamente a sud della montagna», spiega Khider. Una parte importante del suo lavoro è educare la comunità e in particolare i bambini, che sono soggetti molto a rischio. In una zona minata, un uomo le ha detto che un’esplosione ha ucciso suo nipote di 15 anni mentre era fuori nei campi a occuparsi del gregge. L’altro nipote ha riportato ferite che gli hanno cambiato la vita.

Un nuovo film, Into the Fire, segue Khider e la sua squadra di donne Yazidi al Mines Advisory Group (MAG), un’organizzazione benefica internazionale che rimuove bombe inesplose nelle ex zone di guerra di tutto il mondo, mentre sminano Sinjar.

L’alto livello di presenza di mine è uno dei motivi per cui, a tre anni dalla liberazione di Sinjar dall’Isis, solo un quarto della popolazione è tornato. Quasi 300.000 Yazidi vivono ancora in campi di tende e rifugi di fortuna nella vicina Regione del Kurdistan, in Iraq. Le condizioni sono pessime e la comunità ha un accesso inadeguato ai servizi, inclusi i trattamenti per gli alti tassi di malattia mentale. Ancora mancano all’appello oltre 2.000 tra donne e bambini.

Secondo Portia Stratton, direttrice nazionale di MAG per l’Iraq, chi è tornato vive principalmente a nord della montagna che divide Sinjar. «Il nord della montagna, sebbene gravemente colpito, presentava una minor quantità di mine rispetto al sud, perché l’Isis l’ha occupata per un periodo molto più breve. Inoltre, dato che molta più gente è tornata al Nord, storicamente abbiamo avuto maggiori informazioni sulla presenza di mine in quelle aree. Nel sud, in particolare, resta ancora molto da fare», afferma Stratton.

L’ente benefico MAG ha sminato il villaggio di Khider nel 2016, permettendo a lei e alla sua famiglia di tornare, anche se non nella loro vecchia casa, che aveva subito troppi danni. Un’alta percentuale di case in tutto il distretto è stata colpita in modo simile, e molte sono state completamente distrutte. Santuari, scuole e edifici pubblici sono in rovina. «C’è anche una mancanza di servizi, come l’assistenza medica e l’istruzione, specialmente nei villaggi», afferma Khider. Due dei suoi figli vanno a scuola, ma per seguire le lezioni devono percorrere svariate miglia ogni giorno, attraversando zone devastate della guerra. «Quello che voglio più di ogni altra cosa è che siano sicuri e liberi.»

Nonostante i pericoli del suo lavoro, Khider non ha paura. «Ho fiducia in me stessa e so che sto facendo la cosa giusta». Uno dei problemi è che Sinjar rientra nei “territori contesi” dell’Iraq, le aree rivendicate sia dal governo centrale iracheno che dal governo regionale del Kurdistan. Il conflitto politico ha alimentato la guerra, ha frammentato l’autorità, rendendo particolarmente vulnerabili gli Yazidi e altre minoranze, tra cui Assiri, Turkmeni e Shabak, a Sinjar e nelle vicine pianure di Ninive. «Manca un governo che funzioni», dice Abid Shamdeen, direttore esecutivo di Nadia’s Initiative, un’organizzazione benefica che lavora a Sinjar, creata dalla vincitrice del premio Nobel per la pace Nadia Murad. La mancanza di forze dell’ordine ufficiali nella regione «genera anche caos e paura», afferma. Una moltitudine di milizie rivali opera nell’area, impedendo agli ex residenti di tornare e ostacolando la ricostruzione. A metà giugno questo stato di insicurezza è stato messo in luce da un attacco aereo turco (ultimo di una serie) sulla montagna di Sinjar, contro i militanti curdi, che ha invece colpito le aree in prossimità dei civili. «Quand’è che @IraqiGovt e la comunità internazionale avranno un po’ di coraggio e volontà politica per risolvere i conflitti nello Sinjar?» ha twittato Murad in risposta.

Nonostante questa precarietà, Khider è impegnata nella sua casa, che ama. Ora ha iniziato a coltivare un orto. «Ho piantato cose semplici, alcuni fiori, verdure come cetrioli, pomodori, melanzane», dice. «Sento che hanno un’anima e uno spirito. Sono felice solo a guardarli». È questo atteggiamento che ha attirato l’attenzione di Orlando von Einsiedel, il regista premio Oscar di The White Helmets, sulla storia di Khider.

«Into the Fire non si concentra sull’oscurità dell’Isis e sulle sue azioni. Volevo invece che si concentrasse sull’incredibile capacità di ripresa e forza di coloro che sono sopravvissuti alle loro atrocità e che stanno ricostruendo le loro vite e le loro comunità.» Spera anche che il film porti una maggiore consapevolezza del ruolo delle donne nella ricostruzione delle loro comunità dopo il conflitto. «In tutto il mondo, MAG ha squadre straordinarie di sminatrici – molte delle quali madri – che lanciano una sfida totale alle percezioni stereotipate di cos’è “il lavoro della donna”.» Khider pensa che questo lavoro sia un’occasione per riprendersi per le donne della sua squadra, alcune delle quali sono ex prigioniere dell’Isis e tutte hanno perso la famiglia e gli amici nel 2014. «Stanno facendo questo lavoro che in precedenza forse facevano solo gli uomini, e questo dà loro fiducia in loro stesse. Stanno facendo qualcosa di buono per la loro comunità e la loro famiglia e possono anche dipendere da loro stesse, finanziariamente e non solo». Khider lavora ancora con le donne, ma è stata promossa a guidare una squadra più ampia, che include uomini. Dal 2016 lei e i suoi colleghi hanno sgomberato più di 27.000 mine dalle aree liberate dall’Isis.

Quando ha visto Into the Fire per la prima volta ha detto: «Mi sono sentita triste nel vedere la realtà in cui viviamo ora e tutte le cose che sono successe alla mia comunità e al popolo Yazidi. Ma sono anche stata felice di vedere le cose buone che io e la mia squadra stiamo facendo. Spero che il film mostri alle persone di tutto il mondo che noi donne Yazidi siamo forti, non ci arrendiamo e che siamo in grado di rialzarci e vivere la nostra vita, anche dopo tutto quello che abbiamo passato».


Into the Fire è disponibile in streaming sul canale YouTube del National Geographic


(The Guardian, 7 luglio 2020, traduzione di Laura Colombo)

di Emanuela Mariotto


Seguo con attenzione il dibattito che, sui quotidiani e sui social, si sta svolgendo intorno alla proposta di legge Zan contro l’omofobia e la transfobia. Su questo ddl, infatti, si è aperto un conflitto aspro non solo tra i partiti, ma, anche, nel mondo femminista che si divide.

Le femministe radicali sono per una opposizione totale alla legge e alla definizione “identità di genere”, ancor più dopo che, forse per dare un contentino alle donne, è stato introdotto nel testo anche il reato di misoginia; altre femministe, Boccia, Melandri, Serughetti, si schierano a favore e auspicano una approvazione rapida; Arcilesbica tenta un’ultima mediazione e chiede di sostituire “identità di genere” con “transessualità”.

Sesso, genere, identità di genere: intorno a questi concetti ruotano dibattito e conflitti. A ragione, io penso. L’identità, infatti, è, come afferma Linda Laura Sabbadini, «una costruzione sociale in divenire». Tutte e tutti lo sperimentiamo nelle nostre vite. Quello che emerge nitidamente da questo conflitto è il legame inscindibile tra il corpo, la percezione di sé e il linguaggio. Ogni mutamento che avvenga nel linguaggio ha il potere di influire sull’identità personale, infliggendole, come nel caso di questa legge con il concetto di genere, contraccolpi negativi.

Hanno ragione quelle donne che non vogliono essere chiamate “persone che mestruano”, come avviene in Gran Bretagna e che è costato non pochi attacchi all’autrice di Harry Potter. Hanno ragione quelle che ritengono occultante del sesso femminile il concetto di genere, così come, ad esempio, io rifiuto la definizione cisgender per rappresentare il mio pacifico incontro con il mio sesso di nascita.

Si ripropone la questione tra Alice e Humpty Dumpty:

«– Quando io uso una parola – disse Humpty Dumpty con un certo sdegno – quella significa ciò che voglio che significhi, né più né meno.

– La questione è – disse Alice – se lei può costringere le parole a significare così tante cose diverse.

– La questione è – replicò Humpty Dumpty – chi è che comanda, ecco tutto.»

Nella sostanza, chi è il padrone del linguaggio? Grazie al femminismo siamo consapevoli che è sul piano simbolico che si gioca la nostra libertà e che proprio sul simbolico si concentrano, pervasivamente nella società della comunicazione, gli attacchi più infidi del patriarcato vecchio e nuovo, anche se travestito da difensore delle donne.


(www.libreriadelledonne.it, 5 luglio 2020)