di Filippo Di Giacomo
In Italia la notizia viene ignorata, ma nelle Chiese del Nord Europa è l’argomento che, da tre settimane, tiene banco. Dopo la dimissione-rimozione del cardinale di Lione Philippe Barbarin, al grido «le donne sono il futuro della Chiesa Cattolica» l’accademica (anche biblista, teologa e scrittrice) Anne Soupa ha inoltrato al papa la richiesta di essere scelta come arcivescova di Lione. Un’idea fantasiosa di una personalità effervescente nonostante i 73 anni. L’istanza (preparata dal collettivo ToutesApôtres!) trasmessa a Francesco per presentare la sua candidatura alla successione di Barbarin, accompagnata da un regolare “fascicolo” istruito come, forse meglio, di quelli preparati dalla burocrazia clericale per il “discernimento” dei candidati all’episcopato, è stata completata con una petizione firmata da 17 mila cattoliche e cattolici d’Oltralpe.
Ma vista l’ampiezza, non solo continentale, del dibattito, i sostenitori sono aumentati in fretta in modo esponenziale. Tanto che in Germania, dove l’argomento viene considerato molto seriamente, il vescovo di Amburgo, Stefan Hesse, si è espresso in modo chiaro affermando che «bisogna avere il permesso di pensare e discutere la questione». Che poi in sostanza, sembra essere il vero obiettivo perseguito da Anne Soupa, che non si fa certo illusioni: «Tutto mi autorizza a dire che sono in grado di correre, tutto mi vieta di farlo. Escludere metà dell’umanità non solo è contrario al messaggio di Gesù Cristo, ma è anche dannoso per la Chiesa». E mentre a Roma il dicastero della S-comunicazione (in Vaticano la chiamano così) si nasconde dietro il suo mantra preferito (sopire, sopire, sopire), a Parigi il nunzio apostolico Celestino Migliore si è offerto di incontrare Anne Soupa e le sue compagne al più presto. Anche se solo per paura, è comunque un passo avanti.
(il venerdì di Repubblica, 11 settembre 2020)
di Laura Minguzzi
Maria Kolésnikova è una flautista e una donna politicamente impegnata. Presidente di un Circolo Culturale di Minsk, oggi è detenuta nella regione di Gomel. È stata arrestata dalle guardie di frontiera di Mozyr. Una fonte citata dall’agenzia Interfax-Ukraina dice che non ha attraversato la frontiera ucraina perché durante «il tentativo di deportazione di fatto all’estero contro la sua volontà ha strappato il passaporto». Maria è stata la responsabile della campagna elettorale di Viktor Babáriko, prima che fosse arrestato, poi stretta collaboratrice di Svetlana Tikhanóvskaja, candidata alle elezioni presidenziali del 9 agosto e reale vincitrice, costretta a riparare in Lituania l’11 agosto. Donne che hanno fatto conoscere in tutto il mondo la Bielorussia, paese sconosciuto ai più, se non a chi ama l’arte perché a Vitebsk è nato Marc Chagall, diventata un’enclave del mondo ex-comunista, dopo la caduta del muro di Berlino. Donne protagoniste non per caso di una rivoluzione simbolica. Dico non per caso perché in passato forte è stata la presenza di donne che hanno governato la regione e ricordo la figura storica di Eufrosinja di Polozk, badessa di due monasteri, non dimenticata, essendo stata proclamata santa e protettrice del paese. Dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (1054) esercitò con autorità un ruolo politico di mediazione fra le due chiese con l’intento di non interrompere le relazioni e gli scambi fra cattolici e ortodossi.
La flautista Maria Kolésnikova si è fatta beffe della polizia di frontiera e dei residui sovietici della polizia di Stato (KGB) con una mossa semplice e per questo simbolica. Li ha spiazzati col suo gesto di fare in mille pezzi il passaporto, rendendo così impossibile la messinscena della fuga di un’oppositrice. È stato uno svelamento frutto di un’idea semplice ma efficace. Prendersi gioco della burocrazia, dell’identità è stata una schivata che solo una donna poteva fare. La libertà vale più dell’identità, una bella lezione di libertà e di autorità femminili. Le donne bielorusse in primo piano stanno lottando con azioni pacifiche ed efficaci, ispirate dalla forza che il popolo bielorusso infonde loro grazie anche alla durata delle manifestazioni pubbliche che dopo il risultato scontato delle elezioni farsa che il paese non riconosce, si avvicendano nelle strade e nelle piazze. Formano catene tenendosi per mano per chilometri e chilometri, si vestono di bianco, offrono fiori, non cedono alle provocazioni violente. Queste donne libere pensano a un paese libero da un dittatore che sta giocando alla guerra come se il patriarcato non fosse finito.
Nel frattempo, secondo le ultime notizie le autorità bielorusse hanno comunicato che Maria Kolésnikova deve rispondere dell’accusa di “tentato colpo di Stato”. Il Consiglio di Coordinamento dell’opposizione bielorussa al regime di Lukashenko è ridotto a un solo membro: in seguito agli arresti e alle fughe all’estero delle ultime settimane è rimasta la sola Svetlana Aleksiévich, premio Nobel per la letteratura nel 2015, che ha subito ieri un tentativo di irruzione nel suo appartamento di Minsk da parte di uomini mascherati. Per questo un gruppo di diplomatici europei è corso in aiuto della scrittrice. La ministra degli esteri svedese Ann Linde ha twittato un’immagine dell’autrice a casa sua circondata da diplomatici. «Le molestie, gli arresti e l’esilio forzato dell’opposizione in Bielorussia sono una grave violazione delle proteste pacifiche contro il regime bielorusso. Sono felice di condividere questa foto scattata a Minsk con Svetlana Aleksiévich circondata da diplomatici europei» ha scritto Linde.
(www.libreriadelledonne.it, 10 settembre 2020)
di Fulvia Caprara
LIDO DI VENEZIA – Nel mondo meraviglioso delle femmine, quelle che si mettono il rossetto e danzano sulle punte, quelle che si innamorano dei libri come se fossero fidanzati, quelle che cucinano il «pesce finto» e quelle che vanno matte per i pasticcini, può succedere che la morte bussi alla porta con tutta la sua malvagia violenza, senza riuscire, in nessun caso, a soffocare la vita. Dal palcoscenico al set, Emma Dante racconta le sue sorelle geniali in un film potente e anche sfidante perché costringe lo spettatore a confrontarsi con la durezza del dolore, con il peso del senso di colpa e con la sconcezza della malattia, senza offrire vie di mezzo, avanti e indietro, sulle montagne russe delle emozioni: «La parola sorellanza mi fa tornare bambina, mi fa pensare alle guerriere, alle conquiste, all’amore, al legame e alla forza che si ha quando si è insieme».
Il femminile, dice Dante, ieri in gara con Le sorelle Macaluso (tratto dall’omonima pièce teatrale e da oggi nelle sale con «Teodora Film»), «non si esaurisce nella descrizione della sensualità, anzi, forse, è il contrario, perché la sensualità può stare dove meno te l’aspetti». Per le 5 protagoniste della storia, Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella, raccontate in tre momenti decisivi delle loro esistenze, la sensualità può essere un bacio lesbico, scambiato tra una sedia e l’altra di un cinema all’aperto, ma anche un costume indossato in fretta, per andare sulla spiaggia di Mondello, accanto a uno stabilimento che è come una terra promessa: «Negli Anni ‘90 a Palermo il Charleston era un’istituzione, ci andavo da piccola e anche io, come le protagoniste del film, mi infilavo con gli amichetti tra le palafitte che lo sorreggevano. Oggi è tutto cambiato, il posto ha un altro nome, ma quel riverbero della luce sull’acqua mi è rimasto impresso».
Alle sue attrici, 12 in tutto, Emma Dante non ha chiesto di invecchiare, niente «make up» pesanti, meglio puntare su volti diversi, che riuscissero a rendere il senso profondo del passare del tempo: «Mettere rughe sul viso di Donatella Finocchiaro sarebbe stato un peccato mortale. Il tempo è il protagonista della storia, una specie di chirurgo plastico che modella i corpi delle persone. A 80 anni siamo diversi da come eravamo a 40, la somiglianza fisica non ci può essere, c’è, però, una persistenza della gestualità, sono quei gesti che ci fanno restare gli stessi di prima».
Nella casa delle Sorelle Macaluso, piena di disordine familiare, abitata da «oggetti ottusamente resistenti, il lampadario, il tavolo, il letto matrimoniale, la finestra, oggetti costruiti dai morti e appartenuti ai morti, che probabilmente sopravvivono ai vivi», scorrono epoche differenti, senza un piano predisposto, con quella casualità banale e spesso cinica che fa morire in un incidente Antonella, la più piccola delle sorelle, che fa ammalare di cancro quella che voleva fare la ballerina, che costringe Pinuccia (Donatella Finocchiaro) a diventare la custode insofferente di Lia (Serena Barone): «Il mio è un film sul tempo. Sulle cose che durano. Sulla vecchiaia come traguardo incredibile della vita».
La scena, occupata, come negli spettacoli teatrali dell’autrice, dalla fisicità esplosiva delle protagoniste, si illumina a tratti di canzoni che non sono accompagnamento né colonna sonora, ma «hanno sempre una precisa funzione narrativa, aiutano lo spettatore a capire quello che sta succedendo». Gli animali, con cui Dante dice di avere «un rapporto speciale», sono più che mai presenti e protagonisti, lo stuolo di colombe, che abita nella colombaia sopra l’appartamento delle Macaluso, sembra partecipare agli eventi della storia, riempiendo pause, solitudini, vuoti: «Sul set le abbiamo coccolate più degli attori». Una delle riflessioni alla base del film, scritto con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, riguarda, spiega la regista, «la forza vitale della memoria. L’amore fra le sorelle e quello per la casa in cui vivono, tiene in vita la loro intera esistenza come fosse un unico organismo vivente». La casa muore solo quando si svuota, ma è difficile immaginare che i fantasmi di quelle inquiline non continuino ad aleggiare per sempre, con tutto il loro carico di vitalità disperata.
(La Stampa, 10 settembre 2020)
di Alessandra Pigliaru
Il tempo della pandemia non è stato il tempo dei festival né degli incontri in presenza. Dopo il dirottamento necessario su web, in particolare sui social, le iniziative che sono state attivate non hanno voluto sostituire ciò che si andava cancellando ma mostrare come la modificazione della realtà potesse corrispondere anche con il desiderio di continuare a esserci.
Una vicinanza su cui ha riflettuto a lungo anche Maria Palazzesi che – insieme ad Anna Maria Crispino (Leggendaria), Stefania Vulterini (collana Sessismo Razzismo di Ediesse) e Giovanna Olivieri (Archivia) – organizza «Feminism», la fiera dell’editoria delle donne che si sarebbe dovuta svolgere a Roma dal 5 all’8 marzo alla Casa internazionale delle donne.
L’appuntamento, quest’anno alla sua terza edizione, risponde all’esperienza di relazione che il femminismo ha insegnato e oggi, con l’irrompere della pandemia, «ci era chiara la necessità di prendere atto che qualcosa si fosse modificato e su quella modificazione dovevamo misurarci». Maria Palazzesi prosegue raccontando che, a differenza di altre realtà, «Feminism» non si è voluta arrendere rinunciando all’edizione ma ha cambiato rotta: «Abbiamo continuato a lavorare, anche durante il periodo di contenimento, domandandoci cosa avremmo potuto fare del nostro progetto davanti a una relazionalità cambiata che presume uno stare insieme in termini diversi, del resto lo constatiamo in molti ambiti. Abbiamo proposto così agli editori in fiera, 84 in questa terza edizione, la nuova intenzione di immaginare un festival diffuso, con un calendario a serpente, che da luglio fino alla fine di ottobre potesse adoperare la doppia formula della presenza e della rete mediatica.
La risposta è stata consistente. Il “sì” ricevuto da molti è un buon risultato: Viella, Elliot, Vanda, Nova Delphi, All Around, Iacobelli, Bordeaux, Nottetempo, Ensemble, Il dito e la luna, Biblink, Villaggio Maori e tanti altri. Tra loro anche case editrici nuovissime come Le Assassine, che pubblica solo gialli scritti da donne. Tra gli eventi in presenza abbiamo anche voluto organizzare, con la collaborazione di Giulia Caminito, un focus dedicato all’editoria indipendente nel post pandemia, che è stato seguito da un numero importante di addetti ai lavori e di pubblico. Né abbiamo rinunciato a presentare il libro della nostra madrina 2020, Maria Rosa Cutrufelli, L’isola delle madri, pubblicato da Mondadori».
Nasce così «Corpo a corpo», una serie di presentazioni con autrici e case editrici, resa possibile grazie anche alla collaborazione della libraia Anna Di Giovanni (associazione In itinere), che – seguendo le regole sanitarie obbligatorie – si collochi in risposta alla sparizione dagli spazi pubblici per riabitarli in forma differente: la Casa internazionale delle donne, che firma anch’essa la manifestazione, ne può allora essere esempio operativo. «Vogliamo lavorare su qualcosa che possa essere sviluppato in futuro e che tenga conto della tangibilità. Staremo in via della Lungara, negli interni o, come è accaduto nel mese di luglio, negli spazi esterni del giardino. Anche l’utilizzo della tecnologia a cui ci siamo allenate nostro malgrado in questi mesi può essere un innesto importante, non un sostitutivo, non potrebbe mai diventarlo, ma qualcosa che possiamo tenerci per moltiplicare la diffusione. Del resto, da una maggiore conoscenza dei mezzi a disposizione c’è una maggiore capacità di governo. Dovremmo approfittarne e non spaventarci. Pensare in presenza è un fatto irrinunciabile che può consentire ulteriori declinazioni».
Per questa ragione una seconda e conclusiva parte del Festival, che avrà luogo il 7 novembre prossimo, sarà pensata proprio in direzione dello streaming e si chiamerà «Feminism in rete», concentrandosi su tre focus proposti dall’organizzazione della fiera: emergenza climatica (a cura di Maria Palazzesi e Elena Gagliasso), donne irriverenti (curato da Anna Maria Crispino) e afrofuturismo (curato da Stefania Vulterini assieme all’associazione Le sconfinate). «Lo sforzo che dobbiamo fare è appropriarci di questa situazione, è difficile e siamo consapevoli che le risposte a quanto stiamo vivendo dovranno essere ancora lavorate. Il passaggio è in fieri ma possiamo contaminare ciò che arriverà, lo stiamo già facendo e proseguiremo».
(il manifesto, 9 settembre 2020)
SCHEDA: Tra gli incontri di settembre
Venerdì 11, ore 18.30, sarà la volta di Anna Segre con «100 Punti di lesbicità (secondo me) e 100 Punti di ebraicità (secondo me)». Il 16 alle 18.30 «Abbecedario della Differenza. Omaggio a Alice Ceresa», a cura di Laura Fortini e Alessandra Pigliaru. Il 17 l’ultimo numero di «Leggendaria» e del volume collettaneo «Femminismi Futuri». Per leggere il programma completo si consulti il sito: www.feminismfieraeditoriadelledonne.it/
di Giacomo Giossi
Vita familiare, rivoluzioni e dittature si intrecciano nel Novecento come forse mai prima nella storia, come già ha indicato nel suo brillante e approfondito saggio, Famiglia Novecento (Einaudi), Paul Ginsborg.
E di famiglia e rivoluzioni (collettive e individuali) racconta con grandi qualità narrative e affabulatorie la drammaturga Nino Haratischwili che con il romanzo fiume L’ottava vita (Marsilio, pp. 1129, euro 24, traduzione di Giovanna Agabio) rende omaggio a una storia familiare che è anche il racconto delle intime diversità di generazioni e popoli che sotto l’etichetta dittatoriale dell’Unione Sovietica hanno patito la cancellazione oltre che della libertà anche delle proprie origini.
Haratischwili sviluppa nell’arco di un secolo che si distende tra due voci narranti femminili il racconto di una famiglia che è anche quello di un territorio e di un’epoca attraversati da cambiamenti politici e sociali rapidissimi e straordinari. La qualità principale del romanzo sta nell’offrire uno spaccato storico senza che mai i due piani, quello privato e quello pubblico, si contrastino o entrino narrativamente in conflitto appesantendo la narrazione: tutto è in perfetto equilibrio anche grazie a un non banale tono ironico, leggero che fa di questa famiglia il veicolo ideale per raccontare le contraddizioni spesso ridicole di un tempo così tremendamente segnato dall’ideologia.
Sette le donne che segnano il racconto di una vicenda che va dagli Zar fino alla caduta del muro di Berlino e che utilizza tutti gli strumenti tipici dell’avventura che fanno di questo romanzo un testo ricco e storicamente puntuale, che per certi versi può essere equiparato al lavoro di Stefano Massini, Lehman Trilogy, non a caso anche da questo romanzo Haratischwili ha tratto un lavoro teatrale.
La ricostruzione agisce meno per elementi simbolici e affonda di più in quella che può essere definita l’emotività dell’epoca. Si potrebbe quasi azzardare un confronto tra quello che sembra un racconto femminile che si oppone a uno maschile, il crollo di due ideologie, ma anche la vivacità generativa di una famiglia, quella raccontata da Haratischwili che supera ed evita i legami con il potere e mantiene generazione dopo generazione un’energia sentimentale che ai Lehman non è permessa.
A est, nel vecchio impero comunista, là dove ogni cosa sembra cancellata da un crollo che ha chiuso un secolo, ritroviamo la forza di legami non retorici che intrecciandosi alla Storia la superano mantenendo sotto la cenere dei movimenti e delle ideologie una brace viva pronta a espandersi nuovamente riaccendendo passioni ed entusiasmi. Un romanzo popolare, potente e avventuroso nella migliore accezione del termine, capace di attrarre il lettore e renderlo partecipe appassionandolo senza nulla concedere a un’eccessiva o ricolorata ricostruzione storica.
I due piani convivono felicemente aggiungendo qualità e curiosità alla lettura e non appesantendola. L’ottava vita fa i conti con la storia collettiva di un territorio e di un tempo attraverso il racconto libero e a tratti leggero di una storia privata. L’autrice si pone così come parte integrante di una vicenda, ma anche quale elemento successivo a ciò che convoca e quindi libero di reinterpretare senza trascolorare il tempo trascorso.
(il manifesto, 9 settembre 2020)
di Tiziana Plebani*
L’idea è nata osservando con attenzione ciò che si è mosso in città nella prospettiva delle prossime amministrative del Comune. E che ha sollecitato tante, come me, riluttanti da sempre a essere fagocitate dalla rincorsa elettorale, dalle sue logiche e strettoie, a entrare come candidate nelle liste di opposizione all’attuale governo cittadino. Tante, come me, senza tessera di partito in tasca, distanti dalla militanza tradizionale, attive invece nell’ambito professionale, nel volontariato, nei comitati sull’ambiente e sui beni comuni, o, nel mio caso, nel movimento civico di Un’altracittàpossibile.
A Venezia da tempo si è andata costruendo una forza che non è solo di contrasto alle scelte degli ultimi anni: la consegna all’utilizzo della città come luogo di massima estrazione di valore e ricchezza in mano a chi opera nel turismo, la distorsione urbanistica provocata anche su Mestre e Marghera considerate solo come dormitori, la povertà crescente e la diffusione dello spaccio, il gigantismo crocieristico e l’illegalità diffusa, l’indebolimento complessivo del tessuto sociale, in un quadro di democrazia formale e svuotata da ogni forma di partecipazione. Luoghi di riflessione, pratiche alternative, progetti di cittadinanza attiva, pur nella fatica di reiventarsi spazi sociali, tutti estirpati da questa amministrazione, hanno scandito la vita della città, specie in quest’ultimo anno, alimentando non solo la speranza ma la volontà di dare vita a un governo diverso.
In tutto questo mare di operosità politica, la partecipazione femminile è stata una componente decisiva per qualità e quantità, dentro e fuori i partiti. E questa anima collettiva cittadina e questo desiderio femminile di dar forma a una città diversa hanno spinto tante, come me, a interrogare la consueta distanza di sicurezza dall’agone elettorale e a comprendere se si fosse prodotto uno scarto che lasciava posto a un desiderio nuovo. La parola che si gioca in questa discesa in campo di tante donne è quindi proprio “desiderio”.
La città è il nostro orizzonte, è il luogo in cui viviamo e in cui possiamo agire, l’hic et nunc che abbiamo a disposizione nell’arco della nostra vita. Vogliamo vederla cambiare adesso perché il percorso e la forza femminile sono maturi. Abbiamo parola su ogni aspetto della vita che vi si svolge, abbiamo studiato o osservato, abbiamo competenze diffuse, sia professionali che talenti personali incarnati nelle relazioni quotidiane, sappiamo di economia ma anche di empatia. E le esperienze di sindache come Ada Colau, Anne Hidalgo e molte altre ci confermano che incidere sulla qualità delle nostre città è possibile, ci sono modelli, pratiche, esempi.
Rendersi conto del desiderio femminile che è apparso in città e decidere di ritrovarsi tra alcune legate da relazioni amicali e di fiducia, talune iscritte ai partiti, altre avvicinatesi per quest’occasione come indipendenti, è stato veloce come un lampo. Riflettere sull’orizzonte della nostra azione di valorizzazione di questo desiderio scegliendo di non limitarsi alla lista di coalizione in cui eravamo inserite coinvolgendo tutte le donne che erano scese in campo per cambiare l’amministrazione è stata una scelta maturata ben presto nella discussione.
Ci siamo rese conto che operare per unire e non rivendicare ciascuna un’appartenenza esprimeva una libertà maggiore, parlava di una politica differente che crea ponti per costruire quell’intelligenza collettiva che deve far proseliti in città affinché tutte e tutti si sentano partecipi di un ridisegno comune dei fondamenti del vivere comune. E di quell’intelligenza collettiva, la misura femminile è una componente essenziale, non è qualcosa che si aggiunge bensì indica con precisione la strada da intraprendere. Perché una città a misura di donna è una città più giusta e più felice per tutti. L’appello di Venezia Manifesta, oltre alle tantissime adesioni, sta facendo scorrere energie, riaccendere altro desiderio. E il desiderio è contagioso e presto si renderà visibile in città.
(ilmanifesto.it, 5 settembre 2020)
*Venezia Manifesta. Candidate promotrici firmatarie: Tiziana Plebani, Franca Marcomin, Rosanna Marcato, Valentina Fanti, Anna Messinis, Stefania Bertelli, Eugenia Fortuni, Paola Di Biagi, Michela De Grandi, Barbara Zanon, Monica Sambo.
Prime sostenitrici: Mara Rumiz, Maria Teresa Menotto
L’appello con le firme (che si raccolgono ancora) è stato pubblicato da Ytali: (https://ytali.com/2020/08/31/noi-donne-candidate-a-venezia/) o sul nostro profilo Facebook https://www.facebook.com/veneziamanifesta
di Gina X
Nella settimana 8-13 settembre 2020, in occasione dell’Art Week, la Casa degli Artisti di Milano, prende il nome di: Casa delle Artiste, degli artisti. Ad opera di Gina X (Anusc Castiglioni, Annalisa Cattani, Paola Gaggiotti, Stefania Galegati, Chiara Longo, Valeria Manzi, Concetta Modica, Francesca Pasini, Chiara Pergola, Ginevra Quadrio Curzio, Susanna Ravelli, Giulia Restifo, Gabi Scardi, Daniela Simoncini, Uliana Zanetti).
Gina X è un gruppo inclusivo di artiste, curatrici, critiche che s’interroga sull’urgenza del rapporto in presenza. Si è formato nel settembre 2019 dopo l’invito a passare due giorni, al centro di resistenza culturale in memoria Novella Guerra a Imola, semplicemente per parlare e dormici su una notte. Un paradossale riprendersi del tempo da perdere, strappandolo al dovere, all’efficientismo, al conveniente, alla logica, in cui viviamo e che non condividiamo.
Da quell’incontro – frutto di mesi di confronto tra le organizzatrici e ospiti Stefania Galegati e Annalisa Cattani, per individuare le partecipanti – si delineano stimoli e un nome GINA, che è quello della madre di Stefania, mentre Novella Guerra è della madre di Annalisa.
Data la bella, seppur breve, esperienza di condivisione, gli incontri sono continuati, ognuna con chi aveva vicina. Si voleva evitare la “compromissione” dei media e dell’online, ma il Covid 19 l’ha reso necessario.
Questa imprevista esperienza online si è comunque rivelata positiva, il desiderio di un rapporto in presenza non si è esaudito nel virtuale, ha, invece, indicato la sua attualità. Dall’iniziale confronto sulle priorità personali da mettere in gioco, in un secondo tempo la discussione si è focalizzata sul lavoro comune sul linguaggio, che si è deciso di rendere pubblico con un primo progetto alla Casa degli Artisti di Milano.
Su questo tema i dibattiti irrisolti, presenti e passati, sono tantissimi; oggi più di ieri preda di involuzioni e regressioni, sono la vera emergenza culturale.
Il primo intervento si è appuntato sul nome stesso del luogo destinato ad ospitarlo; che dopo essere stato Casa dei Pittori e in seguito Casa degli Artisti, si arricchisce e diventa, per una settimana, Casa delle Artiste, degli Artisti. Con questa ridefinizione Gina X dà un segno, felice e costruttivo, della propria presenza, inserendosi nello stesso tempo in modo propositivo nelle dinamiche cittadine; si esprime inoltre implicitamente sui cambiamenti avvenuti e su quelli ancora necessari rispetto alle tematiche di genere.
Un arazzo con la nuova denominazione, appositamente realizzato, segnalerà l’ingresso della “Casa delle Artiste, degli Artisti”, mentre nella navata del pianoterra sarà esposta l’opera Regalami una parola, che è il risultato della richiesta a oltre trecento donne e uomini di inviare una parola, per costruire un luogo, invece che con i mattoni, con le parole.
Ripensando ai cartigli che affiorano nei dipinti antichi, si sono realizzati 5 nastri di carta millimetrata lunghi oltre 10 m, sui quali sono state dipinte a mano, con un normografo, le parole ricevute. La carta millimetrata allude al progetto di un’architettura, ma per una coincidenza significativa ricorda alcuni disegni di Luciano Fabro, per decenni prestigioso abitante della Casa degli Artisti. Attorno alla mostra si svilupperanno altri interventi, prima di tutto l’attrice Elsa Bossi leggerà le parole trascritte in ordine di arrivo in modo da evocare il tempo di una relazione.
Nell’ambito del progetto Casa delle Artiste, degli Artisti Gina X ha anche invitato le artiste Laura Malacart e Concetta Modica a presentare una performancein cui troveranno espressione temi di forte risonanza attuale: alla radice delle azioni ci saranno, rispettivamente, il rapporto tra linguaggio e storia sociale, e l’inscindibilità tra sguardo e parola nella poesia e nell’arte.
Casa delle Artiste, degli Artisti comprende infine un laboratorio per bambine, bambini e adulte, condotto da Paola Gaggiotti e Anusc Castiglioni.
Il progetto risponde allo stimolo dato dal programma del Comune di Milano I talenti delle Donne.
Si svolge inoltre in sinergia con la riapertura di Casa degli Artisti e il rientro di artiste e artisti in residenza.
Dal 8 al 13 settembre, durante l’intera settimana sarà inoltre possibile organizzare studio visit con le artiste e gli artisti in residenza alla Casa, scrivendo una mail a coordinamento@casadegliartisti.org.
Gli artisti invitati sono Peter Welz, Gianni Caravaggio, Luca Pozzi, Luca Scarlini e Pietro Coletta, le artiste selezionate su open call sono Camilla Alberti e Eleonora Roaro, le artiste del progetto speciale “Archivio” sono: Chiara Francesca Longo e Rebecca Moccia.
Programma Casa delle Artiste, degli Artisti
del gruppo Gina X
8 settembre ore 17:00 – 22:00: opening e lettura a cura di Elsa Bossi
9 settembre ore 18-20: performance Concetta Modica Tessere sguardi
10 settembre ore 18-20: performance Laura Malacart Dancing the answers: citizenship, re-thinking histories, art practice as resistance
11 settembre ore 18-20: performance Concetta Modica Tessere sguardi
12 settembre ore 14:30 – 16:00 e 17:00 – 18:30: 2 laboratori per bambine, bambini e adulte condotti da Paola Gaggiotti
Anteprima stampa Casa delle Artiste, degli Artisti
Preview stampa: 8 settembre ore 12:00 – 13:00
(www.libreriadelledonne,it, 4 settembre 2020)
di Lola Santos Fernández, Ana Silva Cuesta, María-Milagros Rivera Garretas
Ci arriva la notizia di un magistrato del tribunale costituzionale spagnolo indagato per aver picchiato la moglie che, secondo il giornale, uscì sulla terrazza della sua casa di Madrid gridando e chiedendo aiuto. Come in altri casi di violenza maschilista, furono i vicini o le vicine, allertate dalle urla della donna, ad avvisare la polizia che, recatasi al domicilio della coppia, arrestò il presunto maltrattatore e lo portò al posto di polizia, continua la notizia.
Scopriamo che il magistrato si chiama Fernando Valdés Dal-Ré, e che alcune di noi l’hanno conosciuto quando era professore di diritto del lavoro. Un uomo apparentemente affabile, con un percorso professionale immacolato, progressista, e titolare di una scuola da cui provengono donne e uomini che hanno avuto successo in campo giuridico. Membro fino ad oggi del tribunale costituzionale, massimo organo di difesa della Costituzione e dei suoi diritti fondamentali, tra cui il diritto alla vita e all’integrità fisica.
Il mondo giuridico, malato e devastato dalla schizofrenia che recupera la vecchia divisione patriarcale tra privato e pubblico, esplode dall’alto. L’Alto tribunale sembra albergare nel suo seno il più alto di tutti i delitti: la violenza contro le donne, che è violenza contro la vita, contro il senso della giustizia e contro l’apertura all’altro. Questi, e non altri, dovrebbero essere i principi informatori e ispiratori di un ordine di convivenza che riconosce e impara dall’ordine simbolico della madre. Quello che invece fa il diritto, è voltargli le spalle e disprezzarne in maniera profonda tutte le implicazioni, come la più elementare che ha a che vedere con la cura dei corpi, l’opera della madre.
La notizia ci turba, tocca quella parte nostra di giuriste che si è formata dando credito a norme che ci allontanavano da nostra madre e dal suo ordine di senso. Credito che da tempo è andato svanendo per lasciare in noi un vuoto consistente e attento al senso di giustizia. Ed è proprio questo senso che ci dice, un giorno dopo, quando gli stessi mass media smentiscono goffamente ed eliminano precipitosamente la notizia dai titoli, che la negazione della violenza da parte della donna maltrattata da un magistrato costituzionale non indebolisce, come pretendono i giornalisti, bensì rafforza la verità dei fatti. Importa molto anche che il racconto dei fatti davanti all’istanza giudiziaria sia cambiato da un giorno all’altro, così come il rifiuto della moglie del magistrato di sottoporsi alla pratica della prova medico-legale sul suo corpo. Davanti all’impossibilità di sapere cosa dice il corpo e le sue cicatrici, la verità resta allora sospesa, filtrando nell’aria, innalzandosi oltre il diritto processuale e i suoi oscuri tracciati procedimentali. Che valore potrebbe avere per noi il comunicato del tribunale costituzionale che si appella alla presunzione di innocenza di uno dei suoi magistrati? Sentiamo che è un grido malato, disperato e inefficace. Un grido che finisce per collocare ogni cosa al suo posto, lasciando sgombra l’evidenza del fatto che probabilmente uno dei suoi uomini è incapace di sopportare nella vita quotidiana la grandezza femminile.
Perché una donna doveva credere nella giustizia amministrata da uomini come quello che ha accanto? Nelle mani di chi stiamo mettendo noi donne la cura dei nostri corpi, delle nostre vite, della nostra dignità? Capiamo bene che la moglie abbia ritirato o non abbia mai fatto la denuncia.
Come potevano Antigone o Medea aver fiducia nel loro padre, nel loro fratello o nel loro marito, uomini che non distinguono il bene dal male? Si tratta di un’impossibilità grande che fa ammutolire. Impossibilità che solo qualche volta si muta in sollievo per la donna quando chi giudica il maltrattatore è un’altra donna – una giudice –, una simile, che proprio perché lo è e non vi rinuncia porta alla giurisprudenza e alla giustizia una grande opportunità: di iscrivere nelle sue risoluzioni giudiziali la differenza di essere donna, dando valore ed essendo fedele alla genealogia femminile. Una fedeltà che può spiegare che, ad oggi, Elena Garde, la giudice specializzata in violenza sulle donne che istruisce il caso di Fernando Valdés, non abbia archiviato la causa – nonostante non possa contare nemmeno sulla denuncia della donna –, valutando indizi di maltrattamento fisico e portando al supremo tribunale la sua esposizione ragionata dei fatti. Per lei è stata sufficiente la testimonianza di uno dei giovani che chiamò la polizia che, secondo le sue dichiarazioni, sentì come la moglie del magistrato gridava e chiedeva aiuto, perché sa che la verità è rimasta in alto, fluttuando nelle altezze, aspettando il suo vero posto. Intendiamo che questo dovrebbe essere un diritto di qualunque donna, la scelta della giudice per giudicare il presunto maltrattatore in ordine alla comprensione che i diritti delle donne possono essere tali solo se nascono dal riconoscimento della differenza sessuale, o dell’inviolabilità del corpo femminile, che è sacro. Altrimenti, che cosa resta alle donne se non vogliamo che la nostra dignità subisca un doppio attacco, prima con le botte e dopo pubblicamente nei tribunali? Chi tutela la dignità delle donne maltrattate? E la loro vita?
Adesso il presunto violento è libero e temiamo per la vita di sua moglie, che speriamo se ne sia andata di casa o stia in buona compagnia, benché, come ha puntualizzato una donna che ci guida nella ricerca di giustizia, chi deve stare lontano è lui. Lontano da lei e lontano dalla giustizia. Solo così, allontanando i maschilisti e misogini dalla sua amministrazione, forse un giorno noi donne potremo aver fiducia nel diritto.
(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 31 agosto 2020. Originale: El que ha de estar lejos es él: magistrados y maridos, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/270/, 13 agosto 2020)
di Roberta Scorranese
«Non provo più amore».
Ma da quanto tempo?
«Da anni».
E come si sta senza amore?
«Male, tristi. Con una specie di sapienza a posteriori che non consola. Però sono troppo narcisa per azzardare un sentimento che potrebbe non essere ricambiato».
Ma la felicità non è un rischio? Non sta forse nel «fecondo coraggio», come diceva Natalia Ginzburg, il segreto dell’andare avanti?
«Boh».
Roma, Campo de’ Fiori, l’afa di un agosto deserto di persone, la casa all’ultimo piano — senza ascensore —, Patrizia Cavalli affondata sul divano che cerca da dieci minuti una posizione comoda appoggiando i piedi sul tavolino di fronte. Fogli, quadretti, piccole sculture sottili appese alle pareti, oggetti inutili e medicine sono il paesaggio di questo incontro, che sarà pieno di pause, sospiri, immaginari salti temporali per riacchiappare ora questo ora quel ricordo. Patrizia Cavalli è la nostra maggior poeta vivente.
Perché si fa chiamare «poeta» e non «poetessa»?
«Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro».
La stessa Elsa Morante, quando decise di sostenerla, le disse: «Patrizia, sei poeta, sono felice».
«A lei devo tutto, avevamo un rapporto complesso, umorale, esattamente come la sua natura. Ma ricordo un episodio. Una volta eravamo a tavola io, lei e Sandro Penna. Penna c’aveva quella vocetta gne gne e diceva: “Elsa, Elsa, sei contenta di stare a pranzo con due poeti?”. Morante lo gelò: “Io sono più poeta di voi”».
«Con passi giapponesi» è un libro di prose. La voce di Cavalli è naturalmente la stessa. Com’è nato il libro?
«Non c’è stata una vera intenzione. La prosa fa parte di me, io ho sempre scritto molto, ho uno stanzino pieno di note e appunti. I testi qui raccolti sono brevi, almeno per la maggior parte, indago il linguaggio».
Nata a Todi nel ‘47. In Umbria l’adolescenza. Poi Roma, alla fine degli anni ‘60 per studiare filosofia. Come sono stati i primi anni romani?
«Disperati».
Perché?
«Difficili anche sul piano topografico: mi perdevo nelle strade e siccome mi vergognavo a chiedere informazioni capitava che vagassi da sola per ore o che rimanessi fissa in un posto come un baccalà».
Poi questa casa, dove lei abita dal 1972.
«Prima occupavo un piano della casa di un tizio sposato ma gay. La moglie piangeva sempre e la capivo: aveva scoperto di stare con uno che amava i maschi. Gli innamorati si somigliano tutti».
Lei non è mai stata attratta dai maschi?
«Solo da ragazzina, sui dodici o tredici anni. Mi piaceva il mio vicino di casa a Todi, ma non era un’attrazione erotica. Era un’altra cosa. Più conformista, direi. Era come se stessi sperimentando qualcosa che non capivo bene».
A Kim Novak lei ha dedicato la sua prima poesia.
«Avrò avuto sì e no dieci anni. Quella donna mi faceva impazzire, mi sembrava un angelo. La poesia — la ricordo benissimo — faceva così:
Chi sei tu dunque
Kim, Kim, Kim Novak?
Sei forse l’angelo che appar di tratto?
Sei forse luce, calore e sogno?
Sì vedo, in te vedo il bene, la luce e la speranza.
Credo, in te credo con l’anima mi’ intera»
«Con l’anima mi’ intera», addirittura un’elisione.
«Evidentemente quello mi sembrava vera poesia, quell’attenzione alla lingua».
Sta scrivendo in questo periodo?
«No, non scrivo da almeno quattro mesi. La malattia, dicono, al momento s’è ritirata ma queste maledette cure che ho fatto mi hanno portato via l’energia e la memoria. Come si fa a fare poesia senza memoria? La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre. Ma io non ci riesco sempre ora».
Che cosa prova in quei momenti?
«Una sensazione di impotenza. Il corpo che cede, la stanchezza, la sensazione di non esserci. Perché il corpo è tutto. Il corpo è il teatro delle nostre cose, senza il corpo non ci siamo. La memoria è poi anche conforto, con la memoria ci sentiamo interi. Io invece adesso non sempre mi sento la vita davanti. Qualche volta risorge, a tratti e all’improvviso e allora corro a catturarla, a fissarla. Con immagini o con parole».
Il «corpo è tutto»?
«E certo, e di che vuoi parlare, dell’anima? Ma dai. Il corpo è dove sperimentiamo la conquista e la perdita».
In «Con passi giapponesi» uno dei brani più belli è quello in cui si racconta lo sguardo delle donne sulle altre donne: chirurgico, spietato.
«Vero. Uno sguardo che ho sentito più volte su di me e che ho visto spesso da donna a donna. Come uno sguardo unico, che mai sarà rivolto agli uomini».
Una delle poche cose che nessun uomo riuscirà a mai a prenderci?
«Forse».
Lei ha trascorso molto tempo senza pubblicare.
«Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere».
Ma a settembre uscirà una nuova raccolta, «Vita meravigliosa».
«È fuori dal tempo, un libro dove ho messo tante cose. Compreso un poemetto dal titolo “Con Elsa in paradiso”».
Quando Elsa (Morante) decideva chi portare in paradiso si creava la coda: «anche io, anche io!» dicevano tutti. Morante però ci portava sempre Patrizia, perché Patrizia lo meritava.
«Ecco, a un certo punto scrivo “ah come mi piaceva questo andare facile, sicuro, senza dover competere”. Non sono stati anni felici, ma ricordo che succedevano cose, che preparavo cene, che sapevo cucinare benissimo e che c’era sempre tanta gente. Adesso, alla sera, il trovare gente da avere intorno è una preoccupazione».
Non riesce a stare da sola?
«Non mi piace, alla sera non ci riesco».
Quali sono stati i suoi anni felici?
«Non credo che ci siano anni felici. Ci possono essere stagioni felici. O giorni».
Lei racconta di una gita in un paesaggio svizzero e parla di felicità.
«Sì, quella volta sì. C’erano tutte le cose che mi rendono felice. C’era un luogo pianeggiante, d’acqua o di terra, poco importa. Poi c’erano dei sentieri, poi un qualcosa da salire o da scalare. Il bosco. Sì, quella volta sono stata felice».
Bella la parte in cui descrive il cicaleccio delle persone che erano con lei, persone che non stanno bene da nessuna parte e che si riconoscono perché non sanno stare zitti.
«Davvero ho scritto questo? Non me lo ricordo».
Ha scritto tanto di sé.
«Ma nella poesia il lato biografico conta poco. Certo, io ho parlato e parlo tanto di me, le poesie in cui parlo d’altro saranno sì e no un terzo».
Perché?
«Perché ogni tanto la vita mi si ripresenta accanto e allora cerco di catturarla e di scriverla».
Patrizia Cavalli ha una pelle bellissima. Questo è un fatto concreto, qualcosa che può toccare con mano.
«L’ho sempre avuta. Mi dicono anche che ero bella da ragazza ma io non me ne sono mai accorta. Ecco, forse sono stata felice ma non me ne sono accorta. Forse è stato un godimento oggettivo, quello della mia bella giovinezza, ma non soggettivo. Non c’ero e dunque non ho vissuto. A volte si vivono intere vite senza esserci».
(Una delle poesie della nuova raccolta finisce così: «senza sapere che in realtà ero bella»)
Lei è gelosa?
«Moltissimo. Lo sono sempre stata. Gli amori sanno essere diversi l’uno dall’altro e modulare ogni risposta è fatica, ad un certo punto tutto diventa lotta e rivalsa».
E che adolescente è stata?
«Ricordo un anno tremendo, ad Ancona, dove ci eravamo spostati per motivi di lavoro di mio padre. Volevo comandare i giovani ufficiali della Marina che alloggiavano vicino a casa nostra. Avevo promesso loro di rifornirli di divise di nordisti e sudisti, ci avevano creduto. Li comandavo, mi ubbidivano. Ero forte».
Patrizia, ma è vero?
«Nella poesia conta il vero?»
No. Crede in Dio?
«Ma che domanda è?»
Una domanda legittima. Risponda.
«No, piuttosto allora preferisco Apollo».
(Corriere della sera, 28 agosto 2020)
di Franca Fortunato
M.C, Santina Adamo e Tiziana Lombardo, tre donne incinte, tre madri di 34, 35 e 37 anni, morte negli ospedali della Calabria. M.C il 21 agosto scorso, Santina il 17 luglio 2019 e Tiziana il 5 gennaio 2017.
M.C., al sesto mese di gravidanza, è morta insieme alla sua creatura nell’ospedale di Cosenza. Qualche giorno prima si era presentata al Pronto soccorso con forti dolori all’addome e i medici, dopo averla visitata, l’avevano dimessa. Tornata due giorni dopo, perché i dolori si erano fatti sempre più forti, l’hanno ricoverata e, nonostante le cure e gli approfondimenti diagnostici, è morta. L’autopsia farà luce sulle cause della morte. Santina Adamo, già mamma di un bimbo di tre anni, era arrivata all’ospedale di Cetraro da Fuscaldo, dove era in vacanza con la famiglia, per partorire. Il parto naturale, come da lei richiesto, è andato bene, ma subito dopo ha avuto una forte emorragia. Portata d’urgenza in sala operatoria, ogni sforzo per salvarla è stato inutile. È morta poche ore dopo aver dato alla luce il suo bambino. In quella stanza non c’era sangue a sufficienza né un chirurgo perché i dirigenti dell’Asp, qualche settimana prima, avevano deciso che il centro trasfusionale e quello chirurgico dovessero concentrarsi a Paola, a 25 Km da Cetraro. Santina è morta in attesa della sacca di sangue, arrivata troppo tardi. Tiziana Lombardo, madre di un bambino di cinque anni, è morta per aneurisma addominale all’ospedale di Vibo Valentia tre giorni dopo aver dato alla luce la piccola Giada. In tutti e tre i casi sono state aperte inchieste giudiziarie e mandati negli ospedali ispettori del Ministero.
La morte in gravidanza, con la creatura portata in grembo, e per parto è parte della storia delle donne, ma se nel passato era accettata come una fatalità, una sfortuna, oggi – fatte salve le responsabilità individuali – più del fato e della sfortuna possono le scelte di politica sanitaria dei vari governi e della decennale gestione commissariale (risparmio di spesa, tagli di servizi e posti letto, blocco turnover, riparto finanziamenti statali a favore del nord) che ha portato la sanità calabrese – nonostante le eccellenze – a non poter garantire i Livelli essenziali di assistenza e ha reso i Punti nascita non sicuri per le donne, le loro creature e per tutto il personale sanitario che vi opera, come denunciato da tempo dai direttori degli stessi e dalle organizzazioni professionali di ginecologia e ostetricia, che hanno chiesto interventi urgenti. All’ospedale di Lamezia Terme a gennaio scorso l’ambulatorio di ginecologia è stato chiuso per mancanza di medici.
Nel giro di sessant’ anni, l’ospedale è divenuto l’unico luogo dove si nasce, oltre che l’unico dove sempre più si va a morire. Un luogo ritenuto più sicuro della propria casa dove per generazioni, almeno fino a quella di mia madre, le donne partorivano con l’aiuto della levatrice e di altre donne e con l’intervento del medico curante in caso di complicazioni. Un sapere antico, quello delle levatrici, trasmesso per secoli da madre in figlia, da donna a donna; una relazione di fiducia e affidamento tra donne, quella tra partoriente e levatrice, che, spostatasi all’interno dell’ospedale, oggi è fortemente in crisi, almeno in Calabria.
(Il Quotidiano del Sud, 27 agosto 2020)
Si stenta a credere che nel 2020 in un momento storico denso di gravi e complessi problemi, in cui c’è grande preoccupazione per la ripresa dei contagi da covid 19, dei consiglieri comunali, invece di dedicarsi al bene comune, impieghino il loro tempo a istituire registri dei bambini mai nati e a individuare per loro uno spazio cimiteriale. È avvenuto a Marsala, ridente cittadina sul mar Tirreno, ed è una notizia che ne offende l’antica civiltà che ha nell’isolotto di Mozia, città fenicia, il suo esemplare più famoso, e anche la storia: chi non ricorda lo sbarco della spedizione dei Mille? È per noi doppiamente avvilente apprendere che la propugnatrice è una consigliera comunale donna, del Movimento per la vita, ed è impossibile trovarne una motivazione sensata, tenuto conto che ci sarebbe davvero molto da fare per la difesa della vita innanzitutto dei bambini già nati. Pensiamo alle migliaia di immigrati e immigrate, tra cui molti/e bambini/e, morti/e drammaticamente vicino alle coste siciliane e ai/alle minorenni migranti che scompaiono ogni anno e che non si sa che fine fanno. E, invece no, il problema sono “i bambini mai nati”! In realtà è una ipocrita e triste operazione di facciata con cui si cerca un po’ di pubblicità e di facile consenso. Il risultato certo che si ottiene è quello di colpevolizzare e stigmatizzare le donne che non possono portare a termine una gravidanza, nella maggior parte dei casi per situazioni di difficoltà oggettive che sarebbe compito di un buon governo e di una efficiente amministrazione rimuovere. Tutto il contrario, quindi, di quanto consiglia monsignor Vincenzo Paglia, direttore della Pontificia accademia per la vita: “Compito della Chiesa è certo predicare la dottrina ma anche praticare l’amore, la vicinanza, l’aiuto, la misericordia, perché una decisione abortiva è sempre un dramma. E – ripeto – si condanna il peccato, non il peccatore. Dobbiamo comunque accompagnare coloro che vivono situazioni drammatiche perché sperimentino una prossimità calda e fattiva… Invito i politici, gli amministratori, i miei confratelli vescovi, i sacerdoti, a unirci per una grande battaglia di civiltà: creare le condizioni affinché scompaia presto questa piaga e ci sia una società capace di accogliere e far crescere tutti, dai bambini agli anziani.” In Sicilia, ancora più delle altre regioni, sono del tutto carenti i consultori che pure la legge 194 “Sulla tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza” del 1978 prevedeva proprio come prevenzione all’aborto. Sono pochissimi gli asili nido pubblici con una ridicola percentuale di frequenza del 9%. Per non parlare del lavoro, bassissima, intorno al 29%, la percentuale di occupazione femminile e potremmo continuare a lungo ad elencare tutto ciò che manca per fare della maternità una scelta davvero libera. Questo è anche il motivo principale del calo demografico che si registra nel paese e di cui a parole sembrano tutti preoccuparsi. Insomma l’Italia continua a non essere un paese per donne e tanto meno per bambini. Purtroppo non diciamo nulla di nuovo. È sconfortante essere costrette a ripetere sempre le stesse cose e, ancora di più, se in risposta all’iniziativa di una donna con un ruolo istituzionale che dovrebbe già esserne abbondantemente informata e, invece di sprecare tempo in sterili iniziative funeree, darsi da fare per trovare soluzioni adeguate e civili.
(Facebook, 20 agosto 2020)
di Alessandra Pigliaru
SCAFFALE. «Come la sabbia», il secondo romanzo della scrittrice svizzera, è stato pubblicato di recente da Paginauno
Prosegue l’ottimo lavoro di traduzione dell’opera di Alice Rivaz da parte della casa editrice Paginauno. Dopo La pace degli alveari (1947, recensito su queste pagine il 5 luglio del 2019), insieme agli altri pubblicati alla fine degli anni Novanta (Nuvole tra le mani, Il cavo dell’onda, L’alfabeto del mattino, Racconti di memoria e di oblio, Getta il tuo pane), ora è arrivato Come la sabbia (pp. 204, euro 18, traduzione di Grazia Regoli, postfazione di Valèrie Cossì), secondo romanzo della scrittrice svizzera, dato alle stampe nel 1946.
LA QUALITÀ LETTERARIA è quella cui ci si abitua fin dalle prime righe di qualsiasi suo libro, elegante, asciutta e mai banale. Scoperta preziosa, Alice Rivaz illumina centrale la cultura romanda ed europea. Nell’arco lungo quasi un secolo (nata nel 1901 scompare a 97 anni), per intuirne il carattere ironico e sferzante basterebbe vedere in rete qualche sua intervista. Un sorriso alleggerito da una longevità e autonomia fuori dalle convenzioni. Un clima simile si respira nei suoi romanzi: disincanto privo di tormento, dono raro delle fuoriclasse che scelgono la schiettezza senza mai rinunciare alla misura della dirompenza.
Lo avevamo imparato leggendo il diario di Jeanne Bornand protagonista di La pace degli alveari e ora lo comprendiamo meglio grazie a Hélène Blum, Claire-Lise Rivier, André Chateney, Nelly Demierre e tutti i protagonisti di Come la sabbia. Ambientato nell’inverno ginevrino del 1928, tra le fila di funzionari e impiegati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (dove anche Rivaz aveva trovato posto fino al 1959), possiedono l’inquietudine livida di larga parte della letteratura novecentesca, raccontano quanto deperibile e ilare sia il destino della condizione umana.
TUTTO HA UN TERMINE, l’amore, per primo, è uno scacco irrisolvibile. La grande Storia, come in ogni scrittura di Alice Rivaz, interferisce continuamente nel quotidiano, la crisi economica, il tema del lavoro e delle diseguaglianze sociali in particolare riguardanti le donne, sono consegnate nelle mani di Hélène che è personaggia cavillosa, analitica e fin troppo deduttiva.
Vive di ambivalenze e disappropriazioni, Hélène, a partire dalla propria identità ebraica e non si capacita di quanto imprendibile al ricordo sia la relazione avuta con il suo collega André. Non sa bene, dopo sette anni, cosa sia accaduto in quella massima dispercezione che è l’amore offerto a chi non ha idea neppure dell’esistenza dell’altro da sé; incurante degli sguardi di Hélène, André desidera oggetti indisponibili.
É una faccenda che attraversa i secoli questa dell’evitamento dell’intimità, si sceglie più spesso il proprio ombelico, in molti casi abitacolo di feste centripete e di edonismo da quattro soldi. Tutto ciò riguarda anche i protagonisti di Rivaz; a partire dalla postfazione di Cossì, si ribadiscono i temi cari al femminismo radicale che alla fine degli anni Sessanta farà capolino anche in Svizzera: la libertà femminile, la disparità giocata non solo nello scardinamento dei ruoli sociali né su un terreno puramente paritario.
LA RELAZIONE TRA I SESSI è per Alice Rivaz questione da condividere con le altre donne, di cui parlare nelle contraddizioni eppure senza la miseria di sentirsi autosufficienti, inutile ripetere gli errori maschili. Gli uomini sono certo disattenti, secondo la scrittrice, talvolta invocano semplicità quando invece vorrebbero maggiore compiacenza, eppure restano interlocutori preziosi di una tassonomia affettiva più vasta.
Siamo state donne innamorate, dice Rivaz, e ci hanno fatte diventare cuoche e casalinghe. Nonostante tutto, questi uomini sono stati amati con ostinazione, rivelandosi altrettanto orbi. Non resta che congedarsi dall’illusione romantica e avviarsi per strade più ariose. Notevole a tal proposito è la costellazione musicale e danzante di tutto il libro. Se la sabbia è il tempo che scorre nell’oblio, l’elemento inconscio del fluire nel corpo a corpo con altri esseri umani è la lente ulteriore di relazioni più oblique.
IL BALLO TRASFORMA il grigiore impiegatizio diurno nel sentire la propria differenza sessuale tra esultanza e inadeguatezza. Quella della ventenne Claire-Lise, tra i più interessanti profili dell’intero romanzo, riveste in tal senso un posto speciale: la sua timidezza intrinseca, il suo sentirsi vista quando vorrebbe invece solamente infilarsi in qualche porta sul retro, determina il rischio di stare nella tenuta di sé, di non andare via. In una «rivolta piccolissima» e definitiva, sono dunque i gesti quotidiani scelti per l’osservazione del mondo, insieme alla pratica del partire da sé, che hanno spinto Alice Rivaz, fino agli ultimi anni della propria vita, nella prosecuzione della scrittura. Un passo dopo l’altro, regale e tenace protagonista del proprio spazio nel mondo.
(il manifesto, 18 agosto 2020)
di Gianfranco Capitta
Autrice, interprete e creatrice di memorabili personaggi fra teatro, grande e piccolo schermo, Valeri è morta pochi giorni dopo aver compiuto cent’anni. In questo articolo, pubblicato poco prima del suo ultimo compleanno, la ricostruzione delle tappe più importanti di una carriera professionale e un’esperienza umana memorabili
Tra pochi giorni, venerdì 31 luglio, Franca Valeri festeggerà il suo centesimo compleanno. Chissà se gradirà gli auguri che l’Italia intera, e non solo, le farà. Schiva e sobria come è sempre stata fuori del palcoscenico, giusto una ventina d’anni fa, intervistata dal manifesto perché prossima al debutto all’Argentina (ultimo atto della direzione Martone) in un testo di Abraham Yehoshua, Possesso, si era stupita per l’usanza smodata da noi di festeggiare compleanni e ricorrenze (allora era il caso proprio di un suo storico amico, Giuseppe Patroni Griffi).
Ora il suo compleanno straordinario cade in una stagione tutta dedicata, sui giornali e in tv, a mostre e iniziative su «avrebbe compiuto cent’anni», è «scomparso da venti» o cose del genere, da Fellini a Sordi a Gassman. Lei, «la grande signorina» (proprio come Arbasino chiamava Ivy Compton Burnett) resta riservata, sempre. Anche ora che approda al secolo, che è quasi l’eternità.
Due soli grandi amori e compagni di vita confessa lei stessa nella sua autobiografia (Bugiarda no, reticente, Einaudi 2010) entrambi impari nei sentimenti rispetto a lei, ma da lei quasi rivendicati, i soli grandi amori della sua vita. Vissuti, goduti e sofferti lungo la sua inesauribile creatività.
Ovvero quella capacità di «creare», letteralmente, le nuove «maschere» del ’900, tragiche e insieme irresistibilmente comiche. Dall’illusione della rinascita dopo gli orrori del fascismo e della guerra, con lo stereotipo dello snobismo che ambiva a bypassare la durezza di un presente da vivere e reinventare, a tutte quelle altre donne che ha disseminato lungo gli anni ’50 nella rincorsa del boom, «intimo» prima ancora che economico e nazionale. Dalla «Signorina Snob» del dopoguerra (negli stessi anni di un curioso tentativo di Valeri attrice con Strehler) alla «manicure Cesira». Fino alla trionfale apparizione tv della fija della sora Augusta, quella maritata Cecioni, che riusciva a capovolgere e stravolgere lo sfondo meraviglioso e luccicante di Kessler e Bluebell, nella quotidianità (patetica ma irresistibile anch’essa), di una modernizzazione fatta di strafalcioni e paradossi. Un personaggio, la Cecioni, che con egregia disinvoltura maneggiava insieme telefono e tv, scoprendone in grande anticipo il lato «salvifico», penoso quanto esilarante, in una quotidianità ricalcata su fotoromanzi, tg orecchiati, e confusi ricordi di un’infanzia collettiva. È impressionante oggi poter rileggere quegli sketches che parevano improvvisati al momento, nei loro testi precisi e minuziosamente costruiti, pubblicati per fortuna in appendice a Tutte le commedie (La tartaruga/La nave di Teseo, 2020, pp.668, 22 euro), un libro che è il vero grande regalo di compleanno per «la Franca», e per tutti i suoi ammiratori.
Del cinema divenne subito una presenza unica e indimenticabile: è del 1955 la sua «cattivissima» boss che tiranneggia e quasi distrugge Alberto Sordi, Un eroe dei nostri tempi firmato dal genio di Mario Monicelli. E nello stesso tempo Il segno di Venere diretto da Risi. La televisione le ha certo dato la popolarità più straordinaria, la sua cartella curriculare nelle Teche Rai deve essere pressoché sterminata, così come il pubblico che l’ha applaudita per decenni, citando e rifacendo quelle sue maschere, dalla Cesira alla Cecioni, che sono divenute celebri almeno quanto quelle goldoniane. Ha avuto la fortuna, e la diabolica capacità, di appassionare i pubblici più disparati, da quelli intellettuali a quelli più popolari. Insomma, a suo modo, una maga. O meglio una sensibilità straordinaria, che agiva poi con abilità «scultorea» a dare corpo e parola a debolezze, orrori, ridicolaggini che attraversano la vita di tutti. Dovunque apparisse, e su qualsiasi medium e linguaggio si esprimesse.
DavveroFranca Valeri ha rappresentato un caso praticamente unico di attrice di successo in teatro, al cinema e in tv, e nello stesso tempo (o per lo stesso motivo) regista sagace e fulminante autrice. Anzi, di lei si può proprio dire grandissima scrittrice, originale e innovativa quanto colta e preparata sulla cultura di ogni epoca. E non solo quella «scritta»: la musica da sempre ha costituito una passione e un universo di tale importanza e fascinazione da investire e «condizionare» il suo privato e la sua scrittura: uno dei suoi compagni di vita era direttore d’orchestra, lei ha promosso e finanziato per molti anni un concorso nazionale per voci liriche, e ha tratto dalle opere personaggi e intrecci per il suo teatro.
Ragazza per bene, di buona famiglia (ebrea), di buona cultura, milanese di nascita e giunta con l’arte a Roma. Una naturale figlia di quella tradizione di «gran lombardi», che dalla storia migliore della letteratura italiana, aveva portato e «naturalizzato» nella capitale Gadda e Arbasino. E lei si è divertita per la sua sagace, folgorante capacità d’occhio e d’orecchio. Il linguaggio come il vestiario (non solo esteriore) sono sempre stati, fin dall’inizio suoi terreni prediletti di osservazione, misura, analisi, e interpretazione. Poi son venuti i dialetti, gli accenti, le ellissi, le occhiate, i sorrisi capaci di disegnare un atlante di umanità e di comportamenti, di amarezza e di tenerezza. Una capacità, unica e straordinaria, di mixare tutto questo negli sketches, nei paradossi con i suoi Gobbi (Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, a lungo suo compagno d’arte e di vita) che sfondarono anche nei teatri parigini, tanto da farla conoscere e apprezzare dai grandi di allora, come il maudit Jean Genet (e il ricordo di lei con Sergio Tofano affacciati qualche anno dopo dallo scostumato Balcon dello scrittore francese al Valle di Roma, resta una immagine mitica per chi ha avuto la fortuna di vederli).
Ma giànei primi anni ’60, in contemporanea con il suo successo televisivo come Cecioni, le donne della Valeri hanno sentito il bisogno di crescere e moltiplicarsi, in una dialettica a quasi esclusiva preponderanza femminile, in commedie che riuscivano a risultare divertenti quanto pensose e profonde. Le Catacombe nel ’62 fu il primo titolo, seguito da una produzione sempre più vasta quanto puntuta; le donne sempre a scoprire il volto oscuro dell’universo, ma con una energia e una autoironia che ne rendevano il giudizio inappellabile. La vedova Socrate in testa, magari a fianco alla Ferrarina (ciarliera ostessa padana in cerca d’affari nel demi-monde romano, appena ripubblicata da Einaudi nella collezione Teatro) fino a quelle di un pugno di anni fa, come Il cambio di cavalli.
Commedie che rilette oggi di seguito possono costituire un vero trattato, storico e sociologico: le sue donne sono una guida indiscutibile e preziosa nell’animo profondo, e nei discutibili sogni e nelle illusioni pretenziose, di un secolo italiano. Sempre facendoci ridere amaro, naturalmente. Molti di questi aspetti li sottolinea bene, nella postfazione a Tutte le commedie, Patrizia Zappa Mulas, non a caso attrice anche lei (e anche lei di origine lombarda). Perché il nodo vero della curiosità di quel personaggio grandioso che è Franca Valeri, oggi lanciata a superare il secolo (in simpatica sintonia con un altro nume tutelare e pensante della nostra scena, Gianrico Tedeschi) è quale sia in lei l’aspetto dominante e propulsore di questa arte che vola a livelli alti tra scrittura, interpretazione, messa in scena dei suoi formidabili personaggi. Dove l’attrice per altro compete con se stessa e la propria carica tra palcoscenico, schermo, televisione. Forse una mistura chimica, sempre pronta a riaccendersi, tra l’intuito profondo di tutto quanto esiste attorno e oltre a sé, e insieme la voglia di ricostruirlo e penetrarvi e in quel modo corroderlo. Insomma il mestiere di attore (all’antica, e quindi anche autore e regista di se stesso) intriso della capacità strepitosa della scrittura, formatasi e coltivata fin dall’infanzia, nelle stagioni più sensibili della vita. Attrice e scrittrice quindi, ma senza mai arrendersi al potere e all’ingiustizia.
Sono statericordate in questi giorni certe sue puntate in luoghi «inconsueti» per la cultura dominante, anche di sinistra, dall’ex cinema Palazzo al Valle occupato. Ma lei, divina davvero, è stata capace anche di peggio. Premiata «alla carriera» qualche anno fa a quella manifestazione promozionale che sono le Maschere d’oro per il teatro, ritirò con un sorriso di circostanza il premio dalle mani del promoter Gianni Letta. Poi afferrò il microfono, andò in proscenio, e pronunciò una invettiva memorabile contro l’abbandono e lo scarso amore per la cultura (e il teatro in particolare) da parte delle autorità che dovrebbero essere competenti. Indimenticabile, e insuperata.
(il manifesto, 25 luglio 2020)
di Donatella Massara
Quando è circolata la notizia che stava per essere approvata una legge come quella Zan un attimo di stupore mi ha preso. Proprio un attimo. Di meraviglia. Poi mi sono rimessa in strada. Ma certo, con tutto il dibattito o meglio scontro che c’è stato sulla rete sui trans le trans sulla differenza sessuale piuttosto che di genere interviene anche il parlamento. Poi non ci sono stati i passi fatti per ottenere il matrimonio fra gente dello stesso sesso? È bastato un attimo e dalla legge per il divorzio a quella che permetteva l’aborto e quella faticosa contro la violenza sessuale ecco che siamo alla legge che condanna l’omotransfobia.
Il nostro parlamento ha visto grandi cambiamenti: svecchiamento anagrafico prima di tutto e poi una specie di sinistra -comunque una sinistra- al governo, con una presenza femminile che stranamente continua a essere scarsa anzi sempre meno significativa ecco non poteva che cimentarsi anche in una legge contro l’omotransfobia. Una volta le fobie le curavano le analisi adesso sono vietate per legge. È un mondo un poco strano che avanza. Un mondo però maschile. Maschile perché intorno al tema della sessualità c’è uno scontro fra maschi ai quali la parola delle donne non arriva? Non che non ci siano donne nel movimento lgbt è che non le vedo visibili come donne. Il femminismo quello che ha prodotto grandissimi cambiamenti nella società non è materia di scambio, in questo caso. È il femminismo invece che ha prodotto le grandi trasformazioni sociali liberando onde di libertà e di liberazione femminile che hanno trovato modo di diventare materia solida nella società. Anche la legge contro l’omotransfobia così come il matrimonio omosessuale derivano dal femminismo. Non avrebbero avuto accesso alla parola legislativa se prima non ci fosse stata la modificazione simbolica con il senso forte che ha nelle esistenze delle donne. Ma chi può dirlo? Lo può dire il grande numero di persone di sesso femminile che si riconoscono nel femminismo, un movimento che agisce pubblicamente dalla metà del XIX secolo. Che un piccolo gruppo Facebook che amministro con Loretta Meluzzi conti quasi 22000 iscritte in sei anni è un risultato che merita considerazione.
Sono soprattutto gli uomini che hanno agito sul piano della lotta politica, della battaglia legale per il riconoscimento dei diritti. È stato il partito radicale a promuovere le campagne per il divorzio e via dicendo. Le donne si occupano delle donne e dei corpi femminili da difendere vedi la battaglia politica per la libertà di aborto. È la differenza sessuale e non di genere la soglia da passare per ragionare e praticare la politica femminista. Sono i temi che mi riguardano da vicino. I temi che concernono l’affermazione giuridica della identità sessuale mi riguardano meno. La mia battaglia politica è nella società pubblicamente espressa dalla mia esperienza. L’intervento della deputata americana contro il linguaggio sessista di un nemico politico va nel senso della differenza sessuale. Perché ha il coraggio -giusto dirlo- di affrontare una posizione che ha segnalato quanto c’è di umiliante nell’uso sessista dei riferimenti a un essere di sesso femminile. E ha dato il posto dell’umiliazione a chi l’ha attaccata. Dovere attaccare su un insulto che afferisce alla sfera sessuale invece che a quella politica è umiliante bisogna saperci fare. Anche su Nilde Iotti presidente della Camera sono stati usati nomi sessisti. Umiliante sentirli dire occorre attaccarli. Queste battaglie mi riguardano di più. Non c’è pericolo che queste lotte servano agli uomini per affermare il potere delle lobbies. Sulle questioni di diritto delle identità lgbt io vedo una lotta di potere e non mi interessa molto parteciparvi. Però non posso trascurare quel moto di meraviglia che questa legge ha suscitato in me. È una legge imprecisa che insieme ai diritti lgbt vuole introdurre anche le donne. Imprecisa al massimo e che però così forse cerca di correggere quella definizione di identità di genere che porta via tanta politica femminista agita per affermare la soggettività femminile e il senso libero della differenza sessuale. Tutto vero, inoltre di quale pratica politica parliamo con la legge Zan dove il femminismo non ha nominazione? Il femminismo con la sua tradizione di pratica politica in rapporto alle leggi? L’essere sopra la legge non sotto.
Eppure quell’attimo di meraviglia non lo trascuro. È con la meraviglia che mi sono detta: bene che siano punibili comportamenti parole ideologie politiche contro l’omosessualità.
(www.libreriadelledonne.it, 9 agosto 2020)
di Cristian Fuschetto
Internet ha generato un esercito di egomaniaci, dice Jia Tolentino, giovanissima e talentuosa columnist del New Yorker, che in Trick Mirror spiega come l’abitudine a decifrare l’altro da quello che cinguetta su Twitter, posta su Facebook, balla su TikTok o da quello che ascolta su Spotify, alla fine conduca a guardare anche noi stessi attraverso la lente di quello che postiamo, twittiamo, condividiamo, in una narrazione digitale mai interrotta dall’entropia del reale. La rete è diventata il luogo per eccellenza di espressione del sé. Non più un luogo di informazione o formazione, come sognavamo negli anni Zero, ma un posto in cui se qualcosa non fa le fusa all’ego, la cancelli punto e basta. Simonetta Sciandivasci sul Foglio illumina il senso del discorso in un articolo dal titolo “La dittatura dell’io”. “Online – scrive Sciandivasci – comunichiamo un’identità corretta, convincente, efficace, splendida, e lo facciamo senza mai separarcene, perdendo così presto la cognizione della sua costruzione, del suo artificio. È per questo che chi ci contesta, ci irrita: noi abbiamo perduto il senso della nostra fallibilità, della proporzione tra chi siamo e chi crediamo d’essere o facciamo in modo che gli altri pensino che siamo. Quando il prossimo arriva a metterci in discussione, non lo vediamo come interlocutore, ma come un intralcio che ci deconcentra, ci distrae, ci porta via tempo. Lo odiamo perché non riconosce la nostra autorità assoluta, che vediamo riverberare in un mondo virtuale che ci asseconda e, assecondandoci, ci convince del fatto che le nostre intuizioni e convinzioni non sono semplicemente legittime: sono esatte, trascinanti. È un microcosmo che ci sembra infinito perché non si scontra con il dato reale (che spesso è incarnato dall’altro) e sul quale noi rimuginiamo incessantemente”.
Nello spazio della rete non c’è spazio per l’Altro
L’internet, i social, la rete hanno ingigantito l’io, misconosciuto il tu e reso passabile il noi a condizione che a farne parte siano tanto io molto simili, indistinguibili, non disturbanti, in pratica un io più grande. Nell’infinito spazio della rete non c’è spazio per il prossimo. Se l’internet è questo, e tutto fa pensare di sì, è perché lo abbiamo disegnato così. “Quella che noi usiamo è la rete costruita dalle big company, funziona benissimo solo che segue i principi di imprese che legittimamente fanno il loro mestiere. Non possiamo lamentarci se affidiamo al martello il compito di avvitare un bullone”, spiega con una metafora dal pragmatismo anglosassone Luciano Floridi, filosofo dell’informazione che in effetti anglosassone lo è un po’ diventato.
Partito da Roma in treno per l’Inghilterra a 23 anni per scrivere la tesi di laurea a Oxford, dopo varie peripezie accademiche tra l’Italia e l’Inghilterra (lì vinceva ogni concorso, in Italia li perdeva) è arrivato a poter scegliere tra Oxford e Cambridge per una junior research fellowship, ha scelto Oxford – “anche perché la lettera d’ammissione dell’ateneo rivale arrivò in ritardo” e da allora non è più andato via. A Oxford è ora docente di Filosofia dell’Informazione, dirige il Digital Ethics Lab e inoltre è chairman del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute. Teorico dell’onlife, dell’iperstoria, dell’infosfera, buona parte dei concetti che oggi utilizziamo per interpretare la digitalizzazione del mondo sono farina del suo sacco. “Infosfera è una parola che non ho inventato io, ho solo contribuito a dirottarla nel campo digitale”, si schermisce subito Floridi dietro un sorriso fanciullesco. “L’internet che conosciamo è a immagine e somiglianza di chi ha avuto il potere di plasmarlo, sarebbe un grande errore farne un assoluto e confonderlo con il digitale tout court. La cultura digitale ci insegna invece che l’io viene dopo il tu. Noi siamo l’esito delle relazioni che ci legano agli altri”, dice Floridi.
Da Darwin a Turing: siamo tutti uniti in un’unica rete
Nella trilogia sull’infosfera, “La Quarta Rivoluzione” (2017), “Pensare l’Infosfera” (2019) e “Il verde e il blu” (2020), tutti editi da Raffaello Cortina, Floridi parte da un assunto che ancora molti faticano a metabolizzare, e cioè che da quando Alan Turing ha teorizzato e realizzato una macchina in grado di computare, l’umanità ha dovuto ingoiare un altro brutto rospo, non più al centro del cosmo (Copernico), all’apice dalla natura (Darwin) e padrone in casa propria (Freud), abbiamo scoperto di non essere più unici nemmeno nell’elaborare informazioni. “Condividiamo l’infosfera con altri agenti informazionali, animali e macchine, e in quanto tali siamo tutti nodi di una stessa rete”. Qualcosa di molto simile la scriveva anche Darwin nei suoi Taccuini: “Se decidiamo di lasciar correre le congetture, allora gli animali sono nostri compagni, fratelli in dolore, malattia, morte e sofferenza e fame; nostri schiavi nel lavoro più faticoso, nostri compagni negli svaghi; dalla nostra origine essi probabilmente condividono un comune antenato; potremmo essere tutti legati in un’unica rete”. Quello che ci ha insegnato la biologia, ora lo ribadisce l’informatica e naturalmente come tanti Wilberforce non mancano i censori del mondo nuovo.
I tecnoapocalittici, Heidegger, Agamben, eccetera
Quasi tutti ispirati da Martin Heidegger, da quel saggio del 1956 sulla “Questione della tecnica”, dal suo discorso sul dominio dell’apparato tecnologico, sulla riduzione dell’uomo a ente tra enti, a risorsa tra risorse da sfruttare nel desolato scenario di un Essere ridotto a “Gestell”, le cassandre dell’infosfera non perdono occasione per puntare il dito contro il nichilismo disumanizzante imposto dalla cultura digitale. L’autore di Essere e Tempo attribuiva la deriva tecnologica del XX secolo alla “metafisica della soggettività”, che da Cartesio in poi avrebbe trasformato le cose in oggetti posti di fronte a un soggetto divenuto incapace di distinguere l’essere di una cosa dalla sua utilizzabilità. Si odono queste stesse tonalità emotive anche in Giorgio Agamben, tanto per citare il più noto dei filosofi italiani, che nella lotta senza quartiere alle Ict non le ha mandate a dire. “Fa parte della barbarie tecnologica che stiamo vivendo la cancellazione dalla vita di ogni esperienza dei sensi e la perdita dello sguardo, durevolmente imprigionato in uno schermo spettrale”, ha scritto di recente l’autore di Homo Sacer a proposito delle derive della didattica a distanza, paragonando i professori che decideranno di tenere corsi online ai docenti universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista.
Se un tweet avesse smascherato Auschwitz
“Ma quale barbarie tecnologica? Quale fascismo digitale?” sbotta Floridi. “Vogliamo dirla tutta? E allora diciamo che Auschwitz è figlio di una cultura analogica. Dovremmo pesare meglio le parole e limitarci a dire che la barbarie è nell’animo umano, che l’aberrazione ce la portiamo dentro e che se barbari si era, barbari si resta. Il digitale non può cancellare la barbarie, e sarebbe un’idiozia già pensarlo, una cosa però la può fare, può farcela vedere. Se oggi sappiamo quello che succede in ogni angolo del mondo è grazie a tecnologie digitali, se nei campi di sterminio qualcuno con un post o un tweet avesse potuto svelare al mondo quello che stava succedendo magari le cose sarebbero andate diversamente. Magari no, ma forse sì. La civiltà digitale è quella che ti permette di filmare e condividere con il resto del mondo e in tempo reale la morte di un uomo indifeso per mano di un uomo in divisa nelle strade di Minneapolis”.
Relazioni prima delle cose, l’altro prima dell’io
Nell’infosfera l’uomo perde centralità, è vero, ma ciò non significa che perda in umanità. Uomini, smartphone, software, satelliti, robot, smartwatch, sono tutti agenti informazionali legati in un’unica rete in cui le relazioni vengono prima delle cose. Da filosofo qual è Floridi parla di “monismo relazionale”, un modo per dire che a dare sostanza alle cose sono appunto le relazioni, che le cose in tanto sono in quanto esito di intrecci. Quando pensiamo alla società immaginiamo tanti atomi simili a mattoncini Lego collegati tra loro all’interno di uno spazio, che sia un quartiere, una città, una nazione. Ecco queste sono metafore che non reggono più, perché non sono i mattoncini a mettersi in relazione ma sono le relazioni a fare i mattoncini.
“Immagini una rotonda – dice – è una cosa che si trova lì dove le strade si incontrano. Viene prima o dopo le strade? Viene dopo, noi non possiamo immaginare di disegnare una mappa dove mettiamo prima le rotonde e poi le strade che vi si congiungono. Questo vuol dire che le rotonde non esistono? No, vuol dire solo che acquistano senso e realtà come punto di arrivo di una rete. Ed è così anche per gli individui nell’infosfera, la realtà individuale rimane ma viene logicamente dopo le relazioni che la presuppongono. In una società complessa devo cambiare la circolazione delle strade per far funzionare meglio la rotonda”. Un esempio? Pensiamo all’Europa. Quello che conta nel progetto politico europeo è lo spazio relazionale radicato nella condivisione di valori da parte dei nodi della rete e non lo spazio “cosale”, fisico e puramente geografico dei confini europei, ed è questa la ragione per cui un domani si dovrebbero poter espellere dall’Unione paesi geograficamente e fisicamente tali ma non europei dal punto di vista relazionale. Il digitale “scolla” due aspetti che fino a pochi anni fa sembrano inscindibili, normatività e territorialità, rende periferica la dimensione puramente oggettiva e cosale rappresentata dal territorio, mentre mette al centro lo spazio relazionale che unisce, come tanti nodi, tutti i cittadini che condividono gli stessi valori. “Si tratta di approfondire la possibilità che non siano le cose, ma le relazioni a poter svolgere un ruolo fondativo nel pensiero politico del ventunesimo secolo”, osserva Floridi.
Lévinas, lezioni per la civiltà digitale
Pensare le relazioni prima delle cose significa forse ripensare e “decostruire” nel modo che meno ti aspetteresti “la metafisica della soggettività”, significa imparare ad anteporre il tu, erodere la dittatura dell’io e scoprire la prossimità del prossimo, e allora ritorna alla mente un altro grande filosofo del XX secolo, uno che Heidegger lo ha criticato quando era considerato non un filosofo ma la filosofia, e cioè Emmanuel Lévinas. La scoperta dell’Altro è un momento che sconvolge perché, secondo Lévinas, mette la coscienza in discussione, irrompe nella rappresentazione di sé e del mondo, oggi forse diremmo nel nostro storytelling digitale. Scoprire non solo di essere in un’unica rete ma di essere perché in una rete può rivelarsi un buon viatico all’etica della responsabilità e all’“epifania del viso”. “L’epifania dell’assolutamente altro – scrive Lévinas ne “L’umanesimo dell’altro uomo” – è viso in cui un Altro mi interpella e mi significa un ordine, in nome della sua nudità del suo squallore. La sua sola presenza è una intimazione a rispondere”. La desostanzializzazione delle cose, quello che accade nel mondo iperconesso installato del digitale, dovrebbe cominciare a far riflettere sulla destanzializzazione dell’io e, anche se può apparire strano, c’è ancora molto da imparare da un testo del 1972. “Essere Io – continua il filosofo – significa in conseguenza non potersi sottrarre alla responsabilità […] la responsabilità che priva l’Io del suo imperialismo e del suo egoismo”.
“Sì, questo è un autore che meriterebbe di essere approfondito da parte di chiunque e in special modo da parte di chi voglia accostarsi ai problemi di un’etica per la civiltà digitale. Il traduttore dei miei libri in italiano, tra l’altro, è Massimo Durante, un allievo di Lévinas e con lui mi capita spesso di affrontare questi discorsi. Se i filosofi andassero al potere altro che Heidegger for president, ma mille volte Lévinas for president”, scherza Floridi sapendo di parlare di cose serie.
(www.scienzainrete.it, 9 agosto 2020)
di Raffaella Silipo
La prima vera voce femminile autonoma della scena italiana. Con la morte oggi di Franca Valeri scompare un simbolo, oltre che una grandissima attrice e una signora colta, ironica, di gusto. Aveva appena compiuto cent’anni, era nata il 31 luglio 1920 a Milano, di buona famiglia di origine ebraica, vero nome Franca Maria Norsa. Sin dal suo debutto nel 1948, con il nome d’arte, derivato dal poeta francese Paul Valéry, «perché mio padre non voleva facessi teatro», aveva interpretato i vizi, i mutamenti, le debolezze di una società in trasformazione e poi decadenza, creando icone popolari come la Signorina Snob o la Sora Cecioni, uno strepitoso successo di cui a lungo si è sentita prigioniera.
La sua satira era capace di sedurre gli intellettuali e il pubblico più popolare, in un percorso che nasce nel dopoguerra e dal sodalizio con Vittorio Caprioli (poi diventato suo marito) e Valerio Bonucci con cui diede vita nel 1951 ai “Gobbi”, creatori di un nuovo modo di fare cabaret che ebbe anche un travolgente successo a Parigi. Insieme a Caprioli non solo teatro ma anche cinema (da «Leoni al sole» a «Parigi o cara»). Ma è nel duetto con Alberto Sordi che tira fuori tutta la sua grinta e il suo talento senza farsi mai mettere in ombra dal mattatore. Basti pensare a «Piccola posta» (1955), di Steno, dove è Lady Eva, sedicente aristocratica polacca che da un rotocalco femminile dispensa consigli d’amore alle lettrici, e lui è un losco figuro. O «Il segno di Venere» del 1955 di Dino Risi (dove tiene testa a una bellissima Sophia Loren nei panni della cugina milanese calata a Roma e Sordi è un personaggio che vive di espedienti) o «Il vedovo» (1959) dove è una manager milanese cinica e spietata e lui un marito nullafacente e mantenuto che lei umilia: “Cretinetti”.
La popolarità arriva con la radio e poi la tv dove divenne una delle attrazioni dei varietà firmati da Antonello Falqui. È l’epoca della romana Sora Cecioni, pigra e di cattivo gusto nella sua irruenza, lanciata da Studio uno e diventata un piccolo classico, assieme alla sofisticata Signorina Snob, che per la sua creatrice «non era la figurina di uno sketch, ma qualcosa di vero e vissuto in cui traspare anche la tragedia dello snob, quella di non riuscire a adeguarsi alla realtà che lo circonda». In tv, più avanti, prenderà anche parte ad alcune fiction, dalla sit-com con Bramieri «Norma e Felice» sino ancora nel 2000, ottantenne, accanto a Nino Manfredi in «Linda, il brigadiere e…» su Raiuno.
Ma la Valeri non è stata solo un’interprete: negli anni ’70 comincia a scrivere e interpretare commedie proprie cui tiene moltissimo, da «Lina e il cavaliere» a «Meno storie» o «Tosca e altre due» (divenuta anche film nel 2003) e «La vedova Socrate» che sta portando adesso in tour Lella Costa. «Il cambio dei cavalli» del 2014 indaga il passaggio tra generazioni e la vede in scena sino a 94 anni a Spoleto col partner sodale Urbano Barberini e il regista Giuseppe Marini, nonostante la lotta col morbo di Parkinson, che già la affliggeva. E poi ci sono i libri, dal «Diario della signorina Snob» (illustrato da Colette Rosselli, Mondadori, 1951); a «Toh, quante donne!» (Mondadori, 1992); da «Animali e altri attori. Storie di cani, gatti e altri personaggi» (Nottetempo, 2005) a «L’educazione delle fanciulle. Dialogo tra due signorine perbene» (Einaudi, 2011) con Luciana Littizzetto.
Nel frattempo aveva iniziato seriamente a darsi alla musica appoggiata dal suo nuovo compagno, il musicista Maurizio Rinaldi, sia come regista lirica, sia dando vita al concorso Battistini per giovani cantanti. Ha lavorato fino all’ultimo: «È il mio modo di ripagare l’affetto della gente». Nella sua autobiografia «Bugiarda no, reticente» scriveva con orgoglio: «La nostra generazione era preparata. La preparazione non è solo forza fisica, è indubbio che noi siamo più robusti dei giovani, l’esercizio è soprattutto di genere morale».
(La Stampa, 9 agosto 2020)
di Alessandra Pigliaru
Il tetto che scotta. Ammonta a un milione di euro il pagamento richiesto alla Casa internazionale delle donne di Roma da parte del Comune. La sindaca Raggi tace. Le attiviste: «Non ce ne andiamo». Nessuno scomputo per i servizi offerti in questi anni. «Ci aspettavamo di discutere nel merito», dice Maura Cossutta, presidente del Consorzio di via della Lungara
Il 27 luglio la Casa internazionale delle Donne di Roma ha potuto incontrare Valentina Vivarelli, assessora al patrimonio e alle politiche abitative della capitale. L’appuntamento sollecitato dalle amiche di via della Lungara è l’ultima tappa di un percorso durato mesi, che ormai sono diventati anni, teso a scongiurare l’ipotesi dello sfratto, dopo la richiesta di pagamento da parte del Comune arrivato nel novembre del 2017 della «morosità accumulata» attribuita al Consorzio del Buon Pastore. Ammontava allora a 833mila euro mentre adesso, nel computo dettagliato da esigere, è pari a un milione di euro (precisamente si tratta di 1.012.398,72 euro). Una richiesta abnorme e tuttavia priva di ulteriori spiegazioni, come lo sono i dati contabili, algidi oggi come nei precedenti incontri tra le attiviste e il Comune, nell’indifferenza alle interlocuzioni passate.
RESPINTA AL MITTENTE la richiesta di transazione presentata nei mesi scorsi dal Consorzio, si chiede alla Casa di sborsare una cifra da capogiro. «Ci trattano come fossimo inquiline morose e lasciano che la nostra esperienza politica sia affidata a una pratica burocratica», appare amareggiata Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale che – come la sua predecessora Francesca Kock – non si scoraggia. «A dire il vero, sono sorpresa – prosegue Cossutta – ci aspettavamo un’apertura per discutere nel merito. Dal 2018 attendiamo che la sindaca e la giunta si esprimano congruamente nel merito. Dentro la Casa c’è una storia che non può essere spazzata via in questo modo». Ed è appunto dell’agosto del 2018 la revoca della convenzione, da quel momento, si apprende adesso, il debito è stato aggiornato. Piuttosto bizzarro visto che in molti modi dal Buon Pastore hanno cercato di proporre tavoli e confronti con l’Amministrazione, «per esempio in virtù degli indicatori regionali di valutazione economica dei servizi – dice Cossutta – e grazie anche a un ordine del giorno al decreto legge Milleproroghe che aveva previsto la valorizzazione economica e sociale dei servizi considerando i luoghi delle donne beni comuni». Questa congiunzione avrebbe potuto agevolare l’uscita dall’impasse, eppure niente è stato colto dal Comune; nemmeno giunte assai più contrarie di questa attuale hanno mai creduto di affossare l’esperienza della Casa internazionale delle donne.
GIÀ NEL 2017 le attiviste sostenevano che non veniva considerato il valore dei tantissimi servizi offerti e per questa ragione, a fronte di una interlocuzione cominciata nel 2013 con il Comune e le precedenti giunte, la qualità di quei servizi arrivava a un valore economico di 700mila euro annui. Ma con Virginia Raggi al timone non sembra vi siano margini di ascolto né di scomputo. Preferisce il silenzio ed era assente anche a quest’ultimo incontro tra la Casa e l’assessora Vivarelli. Una ritrosia che appare adesso ancor più inaccettabile, in particolare dopo gli ultimi mesi in cui a causa della pandemia ulteriori sono state le difficoltà affrontate sia dalla Casa – che non ha mai smesso di sostenere le esigenze di quante vi si rivolgevano – sia dai luoghi delle donne, centri antiviolenza e sportelli così come di quante dentro le case si sono caricate un lavoro enorme e misconosciuto come quello domestico, di cura con uno slabbro formidabile riguardo l’insufficienza di sostegni esterni; «ci saremmo aspettate più rispetto e attenzione, proprio per il momento drammatico che stiamo attraversando» spiega Cossutta. Insieme al pagamento delle utenze e all’autofinanziamento per poter garantire comunque i servizi e stare accanto al tessuto sociale cittadino, questi mesi in via della Lungara sono stati complessi da affrontare. Nessuna si è sottratta e anche la sindaca avrebbe dovuto stare sul punto, mostrarsi presente aprendo un reale dialogo ed evitando di rubricare la vicenda come un affare per funzionari che dettagliano il piano-spesa.
MOLTE sono state le mobilitazioni, sia nel mondo dell’attivismo e dell’associazionismo, anche da una parte delle istituzioni. Sono arrivati appoggi e riconoscimenti pubblici sull’indiscusso rilievo di una esperienza politica e sociale come quella della Casa internazionale delle donne di Roma da ogni parte del mondo eppure non sono sembrati adeguati a far comprendere quanto stia accadendo: a distanza di mesi e di finte trattative a cui si sono aggiunte mozioni (come quella presentata nel maggio del 2018 dall’allora presidente della commissione delle elette Gemma Guerrini), la Casa è in pericolo perché ancora una volta si intima un pagamento che continua a svicolare sul merito politico.
COSÌ, MENTRE il Consiglio comunale ha promosso il valore dei beni comuni, votando all’unanimità contro il patto di stabilità, l’assessora Vivarelli ha proposto di rateizzare il milione di euro in tre anni grazie alla norma transitoria della bozza di regolamento dei beni immobili non disponibili. Le attiviste sono sicure: «Consideriamo responsabile di tutto questo la Giunta e in particolare la Sindaca Raggi. Altro che “Le donne unite fanno la differenza!” Oggi la sindaca è contro le donne, è responsabile di questa provocazione e di questo attacco esplicito alla vita e all’autonomia della Casa delle donne, in una prospettiva di ingannevole sussidiarietà e di bandi». Aggiunge Maria Brighi che «il valore della Casa è inestimabile, lo abbiamo costruito noi tutte e non ce lo faremo portare via». Si prospettano mesi di lotta ed è certo che sugli spazi della libertà femminile come è la Casa delle donne, ma come lo sono anche Lucha y Siesta e tanti altri sparsi lungo il territorio italiano, a prendere parola saranno il femminismo e la politica delle donne.
(il manifesto, 7 agosto 2020)
di Ida Dominijanni
Pochi giorni fa Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica al congresso americano e star della sinistra radicale, è stata ingiuriata da un collega repubblicano, Ted Yoho, con epiteti del tipo “disgustosa, pazza, fuori di testa, fottuta puttana”. Storia di ordinaria misoginia, non fosse per il luogo istituzionale dove si è consumata, la scala del Campidoglio, e per la sfacciataggine con cui il nostro si è poi “scusato” in aula, sostenendo che in quanto buon marito e buon padre di famiglia non aveva certo inteso offenderla, e spingendo Ocasio-Cortez a pronunciare un memorabile discorso sui discorsi d’odio (hate speech) maschile come fenomeni non incidentali ma strutturali della società americana, sostenuto da un intero e collaudato sistema di potere e di complicità.
Ripreso da tutti i mezzi di informazione anche in Italia, l’episodio ci dice due cose. La prima: a tutte le latitudini la violenza – verbale e non solo verbale – contro le donne, nonché contro gay, lesbiche, transessuali e altri “irregolari”, è un problema culturale sistemico e richiede strategie di contrasto sistematiche. La seconda: a tutte le latitudini l’efficacia della risposta dipende da molti fattori, per primi la forza, la visibilità e l’autorevolezza della vittima di turno o di chi per essa, ovvero della rete di sostegno su cui può contare. Una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro, dice da sempre il femminismo che infatti una legge contro la misoginia non l’ha mai chiesta, si chiama pratica politica. Naturalmente, una legge può aiutare: a stigmatizzare la violenza, a punirne l’attore e risarcirne la vittima. Ma non è tutto, e può essere perfino un alibi per non fare l’essenziale, che viene prima e va oltre la legge.
Stupisce che di questa eccedenza dalla legge delle questioni che hanno a che fare con il sesso, o come si dice adesso con il sesso e con il genere, non ci sia traccia nella pur accesa discussione che sta accompagnando l’iter del disegno di legge Zan contro la omotransfobia, estesa in corso d’opera alla misoginia. Eppure proprio la consapevolezza di questa eccedenza ha consentito in passato al movimento femminista di ottenere dei buoni compromessi sul piano legislativo, ad esempio nel caso della legge sull’aborto e di quella sullo stupro. Compromessi in grado di creare un minimo comun denominatore fra posizioni inizialmente distanti, senza saturare lo spazio dell’iniziativa politica extragiuridica.
Pare a me invece che oggi, e non da oggi, l’urgenza della soluzione giuridica dei conflitti attinenti al sesso-genere esaurisca l’operato di tutti gli attori in campo: di un parlamento ignaro della complessità della materia, che al meglio ragiona solo in termini di vittimizzazione e di risarcimento penale dei soggetti da tutelare e al peggio sventola valori tradizionalisti e reazionari; e di movimenti caratterizzati da una segmentazione identitaria assetata di riconoscimento giuridico-istituzionale. Una situazione che certamente è figlia di lunghi processi di trasformazione politica e sociale, ma che non necessariamente porta a un buon uso del diritto, anzi.
Tutele e uguaglianza
Veniamo infatti al disegno di legge Zan, che dovrebbe approdare nell’aula della camera dopo aver esaurito l’esame in commissione. Questa legge, si dice, colma un vuoto: nomina e riconosce gay, lesbiche, transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili, dunque meritevoli di una tutela specifica, e codifica come specifiche fattispecie di reato la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (casistica poi allargata anche al sesso e al genere), aggiungendole alle analoghe fattispecie su base razziale, etnica e religiosa previste dalla legge Mancino. L’intenzione, ovviamente del tutto condivisibile, è antidiscriminatoria ed egualitaria, e punta a realizzare “quella pari dignità che la costituzione riconosce a ciascuna persona”, oltre che ad allineare la legislazione italiana ad una risoluzione contro l’omotransfobia del parlamento europeo.
C’è da chiedersi tuttavia, ed è il punto generale di politica del diritto che questa legge solleva, se per raggiungere questo scopo egualitario sia più efficace introdurre di volta in volta nell’ordinamento norme antidiscriminatorie specifiche riferite a specifiche categorie di soggetti, o rafforzare principi e norme di carattere generale generalizzando, appunto, le esigenze e le pressioni di questi soggetti specifici. Sono due strade diverse: l’una, potremmo dire, di particolarizzazione dell’universale, l’altra di universalizzazione del particolare. Il disegno di legge Zan sceglie la prima strada; ma sarebbe (stata) percorribile anche la seconda, ad esempio, com’è stato suggerito, limitandosi a introdurre nel codice penale un’aggravante per gli atti lesivi della dignità della persona (tutte le persone, senza ulteriori specificazioni). La strada prescelta però non è priva di effetti collaterali, come il dibattito in corso sta dimostrando, in parlamento e fuori.
Se si procede in direzione dell’uguaglianza identificando e categorizzando delle differenze – nel nostro caso, quelle delle persone gay, lesbiche, transessuali – l’esito inevitabile è quello di un’ulteriore moltiplicazione differenziale e identitaria delle domande di riconoscimento, inevitabilmente accompagnata da altrettante denunce di esclusione e misconoscimento. L’iter della legge Zan lo dimostra già di suo: all’omotransfobia, e ai comportamenti discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, sono stati aggiunti in corso d’opera la misoginia e i comportamenti discriminatori basati sul sesso e sul genere, includendo così le donne fra i soggetti da tutelare, ma aprendo al contempo divisioni nel campo femminista, fra chi è favorevole a questa inclusione perché ritiene che le discriminazioni in questione abbiano tutte la stessa radice eteronormativa e chi invece ritiene che essa riduca le donne al rango di una minoranza fra le altre.
D’altra parte il meccanismo della moltiplicazione delle tutele presta il fianco alle critiche strumentali della destra. La quale è dominata da un’unica ossessione e da un unico fantasma: l’ossessione, effettivamente fobica, dell’“invasione” gay e trans, mina vagante per le sorti della famiglia “normale” e della norma eterosessuale, e il fantasma della “ideologia del gender”, sinonimo di relativismo, individualismo, edonismo e quant’altro. Ma ha buon gioco a diluire questa ossessione e questo fantasma in una valanga di emendamenti che aggiungono altri comportamenti da sanzionare e altre categorie da tutelare a quelli previsti dal testo: atti discriminatori basati sulla disabilità, sull’età, sull’aspetto fisico, sulle caratteristiche estetiche (c’è perfino un emendamento che nomina la calvizie e la canizie), sulle condizioni economiche e sociali; e la categoria delle coppie eterosessuali, perché, come ha sostenuto in commissione un esponente della Lega senza che nessuno gli ridesse in faccia, “io mi sento sotto attacco in quanto etero e nella legge bisogna introdurre tutele contro l’eterofobia e la famigliofobia”. La norma eterosessuale e la normalità familiare diventano così, con uno di quegli abili rovesciamenti in cui la destra è maestra, minoranze da difendere dall’attacco di altre minoranze, vittime di altre vittime trasformate in oppressori, araldi della libertà di espressione conculcata dalla nuova norma del “politicamente corretto”.
Lessico politico e lessico giuridico
Una sorta di gara fra “opposti vittimismi”, come l’ha definita Letizia Paolozzi, che penetra purtroppo anche il dibattito femminista, anche se lungo discriminanti diverse da quella destra-sinistra. Come abbiamo visto, il testo del ddl Zan elenca e allinea come atti discriminatori e violenti da sanzionare quelli basati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Vengono così per la prima volta trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico termini prelevati dal lessico teorico-politico femminista e lgbtq+. Ma mentre nel dibattito teorico-politico si tratta di termini mobili e porosi, spesso controversi e comunque sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione, trasposti nel linguaggio giuridico gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi.
La distinzione fra sesso (come dato biologico) e genere (come costruzione culturale) ad esempio, netta e basilare nel femminismo anglofono, non è tale in quella vasta area del femminismo radicale italiano che lavora piuttosto sulla risignificazione politica della differenza sessuale, a sua volta intesa come interfaccia fra natura e cultura. E l’espressione “identità di genere”, che si riferisce al genere a cui le persone trans sentono di appartenere a prescindere dal sesso di nascita, per quanto sia entrata a far parte del linguaggio giuridico internazionale non può non suscitare qualche perplessità quantomeno sul piano concettuale: a me pare che contraddica nell’uso stesso del termine “identità” la fluidità che vorrebbe esprimere. Sono questioni aperte, in Italia e altrove, che rinviano alla composizione e all’articolazione dei movimenti femministi e lgbtq+, e dovrebbero restare affidate al libero gioco politico della soggettività, delle alleanze, dei conflitti, del rapporto necessario fra le pratiche e i posizionamenti teorici.
La loro codificazione, viceversa, da un lato costringe la scena istituzionale a confrontarsi con un lessico ancora instabile e per molti oscuro (quanti parlamentari sono in grado di esprimere un voto in scienza e coscienza sulla sequenza “sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere”?), dall’altro lato rischia di avere un effetto regressivo sulla galassia sociale a cui si rivolge. Malgrado la suddetta sequenza voglia essere la più larga e inclusiva possibile, e malgrado si riferisca alla definizione degli atti da sanzionare e non dei soggetti da tutelare, quello che ha prodotto finora è un effetto di segmentazione identitaria della galassia femminista e lgbtq+. Dove le questioni aperte di cui parlavo prima si trasformano in definizioni chiuse, quando non in reciproche scomuniche.
Si sono infatti fin qui fronteggiati da una parte un femminismo preoccupato che l’identità basata sul genere dichiarato si sostituisca all’identità basata sul sesso biologico, con la conseguenza di una “dissoluzione della realtà dei corpi femminili”, nonché di una nuova e paradossale forma di discriminazione e tacitamento delle donne e del femminismo che rivendicano l’importanza dell’impronta biologica sulla costruzione del soggetto (si vedano i casi delle accuse di omotransfobia rivolte alla scrittrice J. K. Rowling e alla filosofa Sylviane Agacinski). Dall’altra parte un femminismo che nella legge Zan, e nella sequenza sesso-genere-orientamento sessuale-identità di genere, non vede nulla di problematico e registra anzi un passo avanti, il più inclusivo possibile, “verso la garanzia di uguali libertà per tutte e tutti”. Infine, e su questa stessa onda, un “femminismo e transfemminismo”, che accusa il femminismo critico verso la legge di voler affermare “il falso biologismo” di un’identità femminile anatomica contro le identità di genere (che invece, mi chiedo, sarebbero “vere”?), di escludere le persone transessuali e di essere alla fine “l’altra faccia della medaglia” dei movimenti no-gender di destra.
Derive antipolitiche
Qui non intendo entrare nel merito di queste posizioni, né fare lo slalom fra quello che di ciascuna mi parrebbe da accogliere o da respingere. Eviterò dunque di argomentare perché a mio modesto avviso la prima posizione vede bene il rischio degli effetti collaterali della legge Zan, pur scivolando effettivamente in un certo biologismo; o perché la seconda si fidi troppo del linguaggio giuridico progressista tralasciandone gli effetti performativi sui movimenti; o perché la terza sia viziata da un pregiudizio contro il femminismo della differenza, radicato più nell’accettazione passiva delle tassonomie del femminismo anglofono che nella conoscenza effettiva di quello italiano.
Eviterò anche di esplicitare che effetto mi fa apprendere (scusate il ritardo) che noi femministe radicali siamo ormai classificate ed etichettate come “transfem” o “terf” a seconda della presunta inclinazione inclusiva o escludente verso le transessuali. Eviterò tutto questo per non cadere nella trappola in cui invece tutte queste posizioni cadono, e che a me sembra la vera trappola della legge Zan: quella di incoraggiare – essendone peraltro e al contempo un prodotto – la deriva verso la frammentazione identitaria già presente nella galassia femminista e lgbtq+, deriva a mio avviso pericolosamente antipolitica, che ripercorre una strada già rivelatasi senza uscita nel femminismo americano e dalla quale l’originalità del femminismo italiano ci aveva a lungo preservate (si veda in proposito il fondamentale libro della filosofa americana Linda Zerilli Feminism and the abyss of freedom, a cui la rivista Soft Power ha dedicato tempo fa un ampio approfondimento).
Questa deriva consiste nel concepire il soggetto femminista come una somma algebrica – più o meno inclusiva o più o meno escludente – di identità sociali differenti, certificate non si sa come se non sulla base di astrazioni teoriche o giuridiche, piuttosto che come una costruzione politica basata su pratiche condivise. Prima fra tutte la pratica del partire da sé, pratica che di suo è aperta a chiunque perché volta a dare voce a chiunque sulla base di un desiderio di condivisione dell’esperienza e non di un’identità rivendicata o certificata; e che di suo è generatrice di relazioni, alleanze, coalizioni nonché conflitti, ma motivati da ciò che si fa, non da ciò che si è o si afferma di essere; da ciò che di inedito e imprevisto si mette al mondo, non dal bisogno di riconoscimento da parte del mondo com’è e delle sue leggi, buone o cattive che siano. Questa modalità politica di costruzione del “noi” femminista è ciò che oggi a me pare messo a rischio dalle diatribe identitarie, ed è ciò a cui invece non possiamo rinunciare, né che possiamo sacrificare a pur sacrosante sanzioni legali di comportamenti inaccettabili e a pur comprensibili istanze di riconoscimento giuridico e istituzionale.
(www.internazionale.it, 3 agosto 2020)
Segnaliamo l’intervista relativa a questo articolo fatta all’autrice da Radio Popolare, durante la trasmissione Ora di punta delle ore 20 di lunedì 3 agosto 2020.
di Simonetta Sciandivasci
Lia Quartapelle è come Paris di Gilmore’s Girl: studia, e quando ha finito studia ancora. Ma Paris era sempre incazzata, Quartapelle no, molto meno. È ligia e imperiosa, non irosa. Più dello studio le piace soltanto l’ascolto, per questo ha fatto politica sin da ragazzina, a Milano, dopo aver finito il liceo in un collegio del Galles, studiato in Mozambico e in Mali e nelle università di Londra, Firenze e Pavia. Dopo molti anni da segretaria dei circoli del Pd milanese, a trent’anni è diventata membro dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico e l’anno dopo è stata eletta deputata della Repubblica. Ha fondato tre associazioni, è membro della Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni e della Commissione Esteri alla Camera, presiede un comitato. Dice di essere pigra. Vive tra Roma e Milano e in centro a Roma fa fatica a orientarsi. Per via della pigrizia, dice.
Questa settimana in molti avevano detto che Quartapelle sarebbe diventata presidente della commissione Esteri della Camera, perché lei è una delle migliori, quella che in questi casi si dice la “candidata naturale”, e invece l’incarico è andato a Fassino.
A Milano si sono piuttosto risentiti, o almeno così ha scritto qualche giornale.
In verità, non ero tra i papabili.
E le dispiace?
Affatto. Ciascuno vive la propria carriera come desidera. Non è soltanto legittimo: è giusto.
Teme che i ruoli dirigenziali possano tenerla lontana dalla politica dei circoli che lei ama tanto?
Alcuni dicono che i politici migliori sono misantropi, hanno un distacco dalle persone e quindi riescono a gestirle, guidarle. A me, invece, le persone piace ascoltarle. Lo farei per ore, ogni giorno. Dirigerle non mi interessa: preferisco aiutarle a connettersi tra loro perché quando si mettono insieme hanno una potenza micidiale. Non vedo allora perché non stare lì in mezzo e dare una mano da una posizione di privilegio.
Di quale privilegio parla?
Fare il parlamentare ti offre un punto di osservazione unico. Vedi centinaia di cose che altrimenti non sapresti neppure che esistono ed entri in contatto con un numero enorme di persone che puoi unire, aiutare e che sono disponibili a raccontarti i loro problemi e a mettersi a tua disposizione per risolverli per sé e per gli altri. Quando un cittadino si fida di te, ti offre tutto quello che ha e che conosce, perché sa che tu hai gli strumenti per servirtene al meglio. In queste settimane mi scrivono molte madri che non sanno se a settembre potranno continuare a lavorare, se saranno costrette a badare ai figli anche in orario di scuola, se avranno assistenza, nidi, sostegno: in molte stanno pensando di licenziarsi. Ci sono anche quelle che, invece, hanno prospettive meno incerte e per questo vogliono mettersi a disposizione delle altre, lavorare insieme per un obiettivo comune.
Allora non è vero che gli italiani demandano alla politica la soluzione dei loro guai senza mai pensare di lavorare in sinergia con le istituzioni.
In questa fase, gli italiani stanno tornando a pensare che la politica serve. Sentono il bisogno di una guida. Noi che li rappresentiamo dovremmo renderci conto di aver bisogno dei cittadini non per chiedere il voto ma perché il mondo che stiamo affrontando è cambiato: se non ci facciamo dire da loro in che cosa è cambiato e come, ci scolleremo del tutto dalle loro vite.
Cosa è cambiato?
Credo che l’impatto della pandemia, specie sulle nostre psicologie, lo vedremo nel tempo. Non so se la direzione segnata sia già positiva ma un risveglio non solo lo avverto: lo registro, lo vedo. A Milano ci sono almeno tre cose sulle quali non si potrà non intervenire: il costo della vita, che è molto alto rispetto agli stipendi; l’inquinamento; il tempo. Durante il lockdown in molti si sono resi conto per esempio che se stai a casa e hai uno stipendio medio, le spese si riducono esponenzialmente. La città si è divaricata sul tema dei costi. Poi, il tempo: l’isolamento ci ha fatto capire che non controllavamo le nostre giornate, che ci facevamo divorare dal lavoro. Ci siamo resi conto di quanto ci stavamo perdendo e non vorremo più indugiare nello spreco. E infine l’inquinamento. Il 20 giugno a Milano si vedevano le montagne: non capitava più da anni neanche in inverno. Questi tre elementi di novità o semplicemente di presa di coscienza richiedono un ripensamento della città e del suo sviluppo.
Milano ci stupirà?
Il primo incontro che ho fatto lì dopo il lockdown è stato con i negozianti di Corso Buenos Aires dove da poco c’è una pista ciclabile. Erano gli stessi che, quando si era cominciato a parlare di realizzarla, ci si erano rivoltati contro. Ora ne vorrebbero una più grande, chiedono un piano per ripensare la strada, piantare alberi, rivoluzionare tutto. In questa capacità di rinnovamento e di sfida riconosco Milano, il lato migliore della sua laboriosità.
Preferisce lavorare a Roma o a Milano?
A Milano la politica ha un rapporto meno viscerale con la città ed è quindi più che altro civica. I cittadini partecipano con grande entusiasmo. Per noi un indicatore significativo sono sempre i numeri delle primarie: a Milano, che è molto più piccola di Roma, l’affluenza è sempre nettamente superiore. Accade anche perché i milanesi sono più lontani dal centro del potere e sanno che devono sbrigarsela da soli. A Roma invece la politica conta addirittura troppo. I romani sono fatalisti, pensano che la città sia esistita e continuerà a esistere indipendentemente dall’impegno della collettività e degli amministratori.
Vivere tra Milano e Roma mi permette di riconoscere i limiti della mia supposta influenza. Un punto mi sembra chiaro: se da una parte i cittadini pensano che se la devono sbrigare da soli e dall’altra pensano che qualsiasi azione sia ininfluente, c’è qualcosa che non funziona nel rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Ed è una dicotomia che vale in tutto il paese, direi che lo rappresenta.
Come fa a far capire che di lei ci si può fidare, a non pagare l’operato altrui, in un momento in cui si pagano anche le parole degli altri?
Selezionando le cose di cui occuparmi, innanzitutto, in modo da poter essere efficace e incisiva. Non ci si può prendere cura di tutto, né si può avere una posizione su tutto, anche se il meccanismo della comunicazione ci porta a farlo per accaparrare consenso e renderci inattaccabili. Ci limitiamo a fare un commento carino su qualcosa che è successo: non ci sono mai politici che dicono qualcosa che resta scolpito nella pietra.
Tutta questa comunicazione non la stanca?
No. L’esposizione pubblica ha per me avuto sempre questo scopo: dimostrare che non sono un personaggio.
L’autenticità però è diversa dalla trasparenza, che è un mito recente un po’ scemo, o certamente ingenuo, almeno in politica.
Mi sono data delle regole per farmi capire. Se sei chiara, diretta, pratica, non hai bisogno di essere trasparente.
Mi dice qualcuna di queste regole?
Ho bandito le parole troppo lunghe e quelle troppo astratte. Per me devono valere le cose che avevano a cuore i socialisti degli anni Sessanta: scuola, lavoro, case. Dopo il Covid la realtà ha bussato alla porta, non possiamo che parlare di cose concrete. E farle. Cerco poi sempre di dare un messaggio costruttivo. La responsabilità di chi si definisce progressista è dare una prospettiva.
Sui social network vale lo stesso galateo politico?
Instagram mi diverte, incontro persone reali e ci sono molte più donne che altrove: soprattutto, chi fa opinione sono le donne. Il settanta per cento del mio seguito è femminile e devo dire che ne sono contenta, perché le donne che mi contattano su Instagram parlano di problemi e soluzioni concrete.
Ha mai pensato di passare a Tik Tok?
No, ho paura che i cinesi mi spiino! Però una mia amica mi ha detto che l’hashtag socialism su TikTok va tantissimo.
Il socialismo è di gran moda tra i millennial e anche tra i loro fratellini, forse è la sola cosa che hanno in comune. Ha letto Persone normali di Sally Rooney?
No, ma so di cosa parla, conosco Rooney e le sue posizioni socialiste. Lei ha letto Chesil Beach di McEwan? Anche lì ci sono un uomo e una donna che, pur amandosi, non riescono a stare insieme.
Il suo amore come va?
Sono innamorata di Claudio come il primo giorno, ma non voglio parlarne, non ne sono capace. E so che forse dovrei.
È una storia bellissima. Rara.
Non così rara. Una volta mi ha scritto una ragazza di Milano per ringraziarmi: mi diceva che la mia scelta di vivere questa vicenda senza nasconderla l’aveva resa più libera, perché stava con un uomo di trent’anni più anziano di lei e pur essendo molto felice con lui, sentiva il peso, una specie di stigma prima di tutto autoindotto. Detesto la mondanità ed esibire questa storia attira una curiosità morbosa. Non pensavo che potesse avere un impatto politico. E invece quella lettera me lo ha fatto capire. Mi ha fatto sentire una grossa responsabilità.
Questo è molto milanese.
No, è molto femminile. Noi pensiamo sempre di poter salvare il mondo, gli altri, il prossimo, e spesso lo facciamo immolando i nostri desideri, le nostre ritrosie. Il senso di responsabilità per me spesso coincide con il senso di colpa, ed è un bell’inghippo.
Cosa sconta una parlamentare donna nel nostro paese?
L’emotività. Ci mettono poco a dirti che un altro è più affidabile di te perché tu sei troppo emotiva. Ma lo accetto e non me ne lamento: se bisogna rompere uno schema, è inevitabile che la caratteristica che rompe quello schema venga discussa, talvolta anche irrisa. Fa parte del gioco.
Vinceremo quel gioco?
In lockdown ho letto i discorsi di Angela Merkel: lei che ringraziava le cassiere del supermercato, lei che riconosceva che la gente moriva da sola. Poche frasi, ma fondamentali. Credo che in Germania un uomo dopo di lei farà fatica ad affermarsi. Così anche in Nuova Zelanda. È come quel detto, once you go black you’ll never come back. Vale anche per chi sperimenta una buona leadership femminile: se provi una donna al governo, non torni indietro, perché le donne hanno un range emotivo fermo, materno, in certi momenti cattivo, assai più ampio di quello degli uomini. Il Covid ci offre la possibilità riavvicinare le donne alla politica proprio perché c’è un grande bisogno di concretezza. Se continueremo a fare una politica impantanata nei giochetti di potere e consenso, però, le perderemo.
In Parlamento fa fatica?
Non è giusto chiedere se io faccio fatica, ma se la fanno tutte le donne. Ormai siamo sulla buona strada per la divisione equa del lavoro e delle cariche, almeno nel mio partito. Non siamo però ancora capaci di rendere prioritari i temi femminili. Il Recovery fund in questo senso è una risorsa, un punto su cui possiamo lavorare mobilitando le cittadine. Sono figlia di un papà femminista, che però non si è mai definito tale (e non lo farebbe mai). Era l’unico che accompagnava me e mia sorella a scuola e veniva anche a prenderci. Oggi moltissimi padri italiani sono come lui.
Ci sono poi le famiglie senza papà.
Per tante donne crescere dei figli da sole non è neanche una scelta: ci si trovano. Durante il Covid abbiamo fatto i congedi parentali: si doveva dichiarare che l’altro coniuge non prendeva il congedo e moltissime donne non trovavano i loro compagni, non sapevano come compilare il modulo. Così abbiamo dovuto chiedere all’INPS di intervenire e permettere a quelle donne di autocertificarsi. A Milano il 50 per cento dei nuclei familiari sono monoparentali. Dobbiamo lavorare su questo fronte.
Ne avrà di cose da fare. Il futuro la incuriosisce?
Un mio amico inglese dice che essere progressisti significa pensare che domani andrà meglio per una persona in più.
L’uomo però non sempre migliora.
No, ma uno sforzo politico può tendere al meglio.
Qual è un suo errore imperdonabile?
Non riuscire a dire tutto quello che penso. Mi è capitato in alcune situazioni perché temevo di fare danni irreparabili. A volte mi manca la prontezza per dire quello che vorrei. Ho quell’esprit de l’escalier di cui parlano i francesi.
Del futuro del PD cosa la spaventa, invece?
La stagnazione. Vorrei vedere più iniziativa politica. Siamo fermi perché pensiamo che la nostra qualità principale sia la stabilità e invece non è così. Soprattutto in questo momento, tirare a campare significa tirare le cuoia.
Lei per conto di chi lotta?
Delle donne che lavorano. E di chi riconosce che la loro fatica è una questione nazionale.
Mi dice una sua utopia?
Vivere in un paese che funziona, dove decidi di fare una cosa e riesci a farla.
Come si fa a far funzionare le cose?
Ci vuole unità di scopo tra tutte le forze politiche.
Un suo sogno privato?
Una casa a Ilha de Mozambique. Con una finestra che dia sull’Oceano indiano.
Potremo contare su di lei per un impegno serio per una Unione Europea che sia anche una unione mediterranea?
Nella dichiarazione Schuman è scritto che la completa unione dell’Europa avrà senso se favorirà lo sviluppo dell’Africa. I padri fondatori lo avevano intuito, dovremo farlo anche noi, prima di quanto crediamo. Dai popoli africani che ho conosciuto, avremmo tantissimo da imparare, prima di tutto il senso di pienezza della vita e quindi di accettazione delle cose che accadono.
Un obiettivo professionale, invece?
Aprire una scuola di politica per ragazze.
Ha almeno un difetto? Un cattivo pensiero?
Eccome. Sono gelosa, egoista, perfezionista, quasi ossessiva. Insopportabile.
Tutti difetti da niente. Un vezzo?
Non so, mia mamma non era molto attenta alla sua immagine, non mi ha insegnato a curarla.
Ha avuto un maestro?
Gianni Cervetti, che è stato il tesoriere di Berlinguer, nonché un comunista migliorista milanese, colui che ha interrotto i rapporti tra il PCI e la Russia. Si è dedicato alla mia formazione politica con grande pazienza e generosità quando ero poco più che una militante.
Lei sembra felice.
Credo di esserlo.
(Il Foglio, 2 agosto 2020)
di Franca Fortunato
Maria Celeste Crostarosa: il Magistero divino della Madre è il titolo di un libro prezioso curato da Mariagrazia Napolitano, che raccoglie gli interventi di un seminario tenuto all’università di Foggia dalle “Amiche di Maria Celeste Crostarosa” e dal Centro Ricerca e Documentazione, insieme al mondo accademico e religioso, e rivolto alla città. Un libro prezioso perché restituisce alla chiesa e a tutte /i noi una grande madre spirituale e simbolica, una grande donna, che per tre secoli è stata assente dalla storia ufficiale di origine maschile della chiesa e dalla storia delle donne. Assenza che non vuol dire non esistenza. Lei è sempre stata lì e aspettava di essere vista e riconosciuta, come tante altre donne del passato illuminate e rese visibili dall’amore di donne nel presente. Le figlie e i figli dell’Ordine religioso che Crostarosa fondò a Foggia (1738), le Redentoriste e i Redentoristi, hanno sempre creduto di essere nate/i da un padre, S. Alfonso e, dopo tre secoli, i primi a riconoscerne l’origine materna sono stati i figli, sanando così una “ferita” interna alla chiesa.
A restituirla a noi donne ci hanno pensato le “Amiche di Maria Celeste Crostarosa” in una relazione di scambio, chi da 40 e chi da 20 anni, con le sue figlie e figli. Una volta conosciuta ne sono rimaste affascinate e hanno desiderato ascoltarne la voce attraverso i suoi scritti, cercati e studiati con amore, per restituire al mondo, “all’Umanità”, una donna di “primaria grandezza”. La chiesa ha fatto ordine solo nel 2016, riconoscendo la Crostarosa, napoletana di origine, madre fondatrice dell’intero Ordine – fino ad allora veniva nominata come madre delle sole Redentoriste – e ne ha avviato la beatificazione dopo vari tentativi di insabbiamento della causa di santità, risolta solo grazie all’intervento della Madre Superiora e della sua vicaria.
Maria Celeste (nome da religiosa, Giulia di battesimo), come altre donne, fa luce su un passato di libertà ed autorità femminile, altro da quello, accreditato dalla storiografia tradizionale, di donne tutte vittime della cultura patriarcale. Lei, donna del secolo dei lumi (1696-1755), appartiene alla genealogia della mistica femminile, un’esperienza spirituale arrivata fino a noi, che ci parla di una relazione libera con Dio che si pone al di sopra della mediazione della chiesa. È “il Dio delle donne” di cui scrive la filosofa Luisa Muraro. Entra in conflitto con padre Tommaso Falcoia, suo confessore, che aveva stracciato le regole del suo nuovo Ordine, giudicate in contrasto con la dottrina dei padri; rifiuta di sottomettersi al suo potere come le chiede l’amico padre Alfonso, resta fedele al suo Dio e a sé stessa. Per questo viene imprigionata e poi cacciata dal monastero dove aveva concepito il suo progetto. Un conflitto simbolico e spirituale che la Crostarosa affrontò affidandosi alle Sacre Scritture e alla parola viva di quel Dio che aveva accolto e custodito, sin dall’età di cinque anni, nella parte più profonda di sé e che quotidianamente le parlava nel silenzio della meditazione. Una Madre, resa tale da Dio che, con il suo assenso, la ingravida del Suo disegno di “creazione” di un nuovo Ordine religioso di cui le detta le regole – nove quanti i mesi di gravidanza – e vuole partorisca a Foggia, dove si trasferisce, in una piccola casa, povera e umile ma “ricca d’amore”. “Dio così volea”, quel Dio che lei chiama “madre, figlio, sposo, amante, padre”.
I tanti interventi sapienti contenuti nel libro sono “un canto d’amore” per una donna che, come altre/i, “ha saputo lottare per liberare” la sua “fede da pratiche e idee non fedelmente cristiane”. Una Madre, umana e divina, che voleva “vivere di Cristo, diventare una sola persona in lui” e insegnare alle sue figlie come essere “memoria viva” del Salvatore e dei Vangeli “attraverso la propria vita”. A Foggia le figlie conservano con cura “il (suo) corpo sacro, ma anche tutte le produzioni dei suoi scritti”, messe a disposizione delle “Amiche di Maria Celeste Crostarosa”. Un libro di politica delle relazioni tra donne nell’amore femminile per la madre, che va letto, riletto e meditato per sentirne il fascino che emana da ogni parola.
Maria Celeste Crostarosa: il Magistero divino della Madre, a cura di Mariagrazia Napolitano, Ed. Aracne, pp. 194, € 14,00
(Il Quotidiano del Sud, 31 luglio 2020)