«All’inizio della pandemia avevo chiesto un cessate il fuoco in tutti i conflitti nel mondo. Lo chiedo anche per la violenza che ha luogo nelle case». Si è aperto così, con un intervento del segretario generale António Guterres, l’incontro di ieri al palazzo delle Nazioni Unite di New York a margine dell’annuale Assemblea generale Onu, in corso da due settimane (si chiude oggi): l’incontro è stato dedicato alla «pandemia sommersa», che è come l’agenzia delle Nazioni Unite per le donne ha ribattezzato, da che esiste il Covid, l’intensificarsi della violenza di genere «in tutte le regioni del mondo: abusi domestici, abusi sessuali, matrimoni infantili e anche reati sessuali online».
Al tavolo (e in collegamento) responsabili delle pari opportunità di governi e ong di mezzo mondo; moderatrice, la giornalista italiana Rula Jebreal. Perché «pandemia sommersa»: «I morti per Covid19 sono un milione», spiega Jebreal, «ma le denunce per violenza di genere sono molte di più. E complici isolamento e difficoltà economiche, la situazione è molto peggio che in tempo di pace». Agli atti dell’incontro, una cifra: la somma delle segnalazioni di abusi sessuali o violenza di genere raccolte dai servizi anti-violenza di tutto il mondo da Un Women era stata, nei 12 mesi prima del Covid-19, di 243 milioni; oggi «si è intensificata». Non importa se «già 136 Paesi membri hanno preso iniziative per contrastare il fenomeno». In Francia le chiamate al numero anti-violenza domestica sono aumentate del 30%, così a Cipro; +33% a Singapore; +25% in Argentina; dati simili in Canada, Germania, Spagna, Regno Unito, Usa; aumenti fino al 40% nelle regioni più povere del mondo. Come si sa, il sommerso in questo tipo di reati è alto: in media si stima che li denuncino, nel mondo, solo 4 donne su 10. Mentre una su tre, nel corso della propria vita, subisce violenza di qualsiasi tipo da un partner. Una su due, infine, subisce violenza online: dalle molestie digitali ai ricatti sessuali. «Le Nazioni Unite», spiega Jebreal, «hanno lavorato a una partnership con i principali social per fermarla; è ora che lo facciano anche i governi».
(Corriere della Sera, 30 settembre 2020)
di Clara Jourdan
Quando giorni fa ho sentito a una rassegna stampa che il giornale satirico francese Charlie Hebdo aveva ripubblicato la vignetta offensiva su Maometto che scatenò il sanguinoso attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione parigina della rivista, non potevo crederci. Di nuovo? L’occasione era l’apertura del processo contro i sopravvissuti complici o organizzatori dell’attentato. Per ribadire la libertà di espressione che non si piega di fronte a niente. Eppure cinque anni fa qualcuno aveva riconosciuto che era stato un grave errore politico pubblicare quella vignetta: una crudeltà ingiustificata verso milioni di persone di fede islamica e una provocazione al terrorismo. Facile e stupido fare dello spirito su qualcosa di sacro per gli altri, e irresponsabile in una situazione di convivenza già fragile. Allora perché di nuovo adesso? Per il potere delle gonadi maschili (biologico o culturale che sia). Non me lo spiego altrimenti. Molti uomini non sanno resistere all’impulso a sfidare, a provocare, a far vedere chi sono. Costi quel che costi. E infatti puntualmente è arrivato un altro attentato, piccolo, appena simbolico, perché si sappia che le gonadi le hanno anche gli altri. Il problema non è tanto il rischio di attentati, è che così si continua ad alimentare sfiducia e ostilità in un mondo sempre più conflittuale, e per di più in nome di una civiltà (“libertà di espressione”) che è anche la mia. Di che ti sorprendi, mi dico. Sono millenni che uomini scatenano guerre, per questi motivi. Sì, ma adesso che il patriarcato è caduto sono caduti anche i veli che coprivano tali imprese virili. Adesso sappiamo che è la sessualità maschile (come si esprime storicamente) a fare problema, a minacciare e distruggere la pace e la convivenza civile. Non possiamo impedirlo? Almeno non chiamatela libertà di espressione.
(www.libreriadelledonne.it, 29 settembre 2020)
di Simonetta Sciandivasci
Il suo primo romanzo, “Lo spazio bianco”, stava per essere pubblicato, e sulla Repubblica Carla D’Alessio scrisse che Valeria Parrella, se fosse stata un colore, sarebbe stata l’arancione. Era il 2007, aveva trentatré anni e alle spalle molto teatro, il Premio Campiello Opera Prima, due raccolte di racconti, gli studi classici, la finale dello Strega (dove è arrivata anche quest’anno, unica donna in sestina). La incontro in piazza Bellini, a Napoli, in un bar che sta tra il conservatorio e un affaccio su un ipogeo sul quale hanno legato uno striscione che dice: essere napoletani è meraviglioso. Penso a Matilde Serao, che a un certo punto da Napoli era andata via perché non riusciva a lavorarci: la distraeva – aveva scritto: “Troppa poesia, troppa bellezza, troppo Vesuvio”. Ma Parrella non è distraibile. Mi dice che avrebbe voluto darmi appuntamento a piazza Dante ma fa troppo caldo, sedersi è impossibile, ed è tutta colpa di Gae Aulenti, no, scherza, non è colpa di Gae Aulenti, ma della giunta che l’aveva chiamata e le aveva affidato la riqualificazione della piazza e lei aveva studiato le carte del 1600 e aveva visto che all’epoca lì non c’erano alberi e quindi aveva deciso di levarli. E però che ne sapeva lei, era arrivata da Milano e aveva stravolto la piazza, e poi se n’era tornata a Milano, e da allora per i napoletani è diventato impossibile sedersi a Piazza Dante: non c’è ombra, le panchine si surriscaldano, se ti ci siedi sopra ti vengono le emorroidi, vedi perché sono NoTav anche se non ne so niente di Val Di Susa? Solo chi vive in un territorio sa di cosa ha bisogno quel territorio e ha diritto di scegliere cosa deve starci e cosa no.
Me lo dice concitatamente, come mi dirà tutto il resto.
Secondo Kandinskij, l’arancione è “come un uomo sicuro della sua forza”. L’arancione la descrive perfettamente, la collega di Repubblica aveva ragione.
Nel suo ultimo libro, “Quel tipo di donna”, appena uscito per HarperCollins, la nota in esergo è una frase che le ha detto una volta Luisa Muraro, filosofa femminista tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Questa frase: “Stringiti alla comunità delle donne, perché quando sarai vecchia saranno loro che ti salveranno, non i maschi”.
Mi dice qualcosa di più sulla conversazione privata tra lei e Muraro?
Ero ospite a Tempo di Libri per parlare di “Enciclopedia della donna”, che avevo pubblicato da poco. Chiara Valerio aveva invitato anche Muraro, che aveva accettato di venire nonostante non fosse d’accordo con niente di quello che avevo scritto: lo trovava maschile. La mia protagonista, Amanda, scopava dal mattino alla sera, pensava che gli uomini le sarebbero piaciuti fino alla fine, immaginava che, da vecchissima, in un molto confortevole ospizio che avrebbe potuto permettersi essendo molto ricca, avrebbe fatto pensieri zozzi pure sull’infermiere che le avrebbe tolto la bava.
Mica male come vecchiaia.
Infatti.
E allora?
E allora con Muraro avevamo discusso parecchio, e poi sciolto le ostilità, superato le diffidenze. Lei mi aveva detto: pensavo che ti fossi corrotta, e invece mi sbagliavo, ma ricordati che a salvarti, da vecchia, non saranno i maschi, ma le donne.
A salvarla da cosa?
Dalla solitudine. L’unica vera paura che abbiamo o che dovremmo avere tutti, in fondo, è di rimanere soli. In compagnia si può affrontare qualsiasi cosa, mentre da soli no, gli ostacoli raddoppiano, i fantasmi prendono forma, diventano concreti. E’ soltanto negli altri che sta la spinta a sfidare ciò che ci depotenzia, perché gli altri sono la ragione per essere competitivi nonostante le nostre fragilità. La disabilità genera handicap soltanto se chi la porta non chiede aiuto, si chiude, rinuncia alle sfide. Basaglia intuì che per i malati psichiatrici a contare non era tanto l’ospedalizzazione quanto l’inserimento nella società: aprire tutto a tutti, tutti a tutti. Non funzionò non perché la sua intuizione fosse sbagliata, ma perché mancò una comunità accogliente. Lo so per esperienza: tutto quello che puoi fare con gli altri è migliore di quello che puoi fare da solo. Tutto, tranne scrivere.
I libri non sono lavori di squadra, in fondo?
Certo. Ma c’è sempre il momento in cui per fare un mondo dentro devi scartare quello fuori.
È spaventoso?
Affatto, è libertà. Io mi sento libera solamente quando scrivo. Per il resto no, le condizioni sociali non mi permettono molto di più che un anelito alla libertà. E in fondo è giusto così, è in quella incompletezza che c’è la ragione per la quale facciamo tutto.
Lei però mi sembra molto disinvolta. E la disinvoltura è un affluente della libertà, no?
Sono del tutto disinteressata al giudizio altrui. E da qui certamente ricavo la capacità che ho di dire sempre quello che penso: mi viene facile, mi è sempre venuto facile.
È più difficile dire quello che si pensa o dire quello che non si pensa?
Dire quello che si pensa richiede una solidità particolare. Nel mio caso credo si tratti di una forma di autostima che deriva dai miei genitori: non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno e so per certo che è importante sostenere un bambino durante il suo sviluppo psicofisico. Conosco persone che hanno fatto scelte molto difficili in situazioni di grande ignoranza e le hanno fatte con leggerezza perché sentivano l’amore della propria famiglia. E conosco altri che vengono da ambienti assai più illuminati che tremano all’ombra di loro stessi perché hanno avuto genitori giudicanti.
Il corpo è un limite alla libertà?
È il contrario: nel corpo dispieghiamo la libertà.
Ma è anche l’oggetto privilegiato dei giudizi. Soprattutto dei primi, quelli che riceviamo da piccoli e che ci condizionano di più.
Se lo intendiamo in senso politico, sì: il corpo è il luogo dove si scatena il potere. Ma succede proprio perché è lo spazio della possibilità individuale. Mi riesce difficile, comunque, parlare di corpo come unità a sé: sono una materialista, corpo e anima per me sono indissolubili. Io sono qui davanti a lei, con lei perché ho questo corpo. Che mi sta liberando mentre le parlo.
Le parole che potere hanno?
Di diventare quelle giuste nel momento in cui tu che le usi decidi che lo siano. In “Quel tipo di donna” c’è una parola che ho inventato: ho chiesto alla mia editor se potevo inserirla, abbiamo cercato su tutti i vocabolari per capire se esistesse o meno, e quando ci siamo rese conto che non era così, lei mi ha detto di sì, perché comunque si capiva. Esiste anche questo, che non so se sia un potere, di certo è un prodigio: uno inventa un nome e tutti capiscono cosa indichi, perché suona bene, richiama, evoca. Fa nascere qualcosa.
Hanno scritto che questo suo nuovo libro è femminista.
Io sono femminista.
Che significa?
Significa una cosa che non possiamo non essere, in un paese dove in più di settant’anni di storia repubblicana non abbiamo avuto nessun presidente del Consiglio donna, nessun presidente della Repubblica donna, e soltanto tre presidenti di Camera e Senato donne.
Siamo un paese maschilista?
L’Italia è un paese patriarcale e una sfumatura di questo patriarcato è il maschilismo. Voglio dire che pure chi non è maschilista tende a mantenere posizioni di potere: non riconosce che a fare la differenza per includere le donne potrebbe essere un suo passo indietro. Una volta una mia editor diventò direttrice di collana per la narrativa italiana della mia casa editrice di allora: quando la chiamai per congratularmi, mi disse che tutte le volte che una donna arriva in un posto di potere è perché stanno abbassando gli stipendi. Nell’editoria gli uffici stampa sono tutti femmine perché tutte e tutti riconosciamo la capacità di relazione come un tratto forte e tipico delle donne, però non riusciamo a emanciparci dall’idea che vada fatta diventare la parte strategica del paese, e così lasciamo che esistano figure non di potere che la fanno fruttare al meglio, e che naturalmente sono sottopagate. Non ci mettiamo in testa che devono comandare le donne, punto e basta. Una settantina d’anni, e poi ne riparliamo.
Non ha paura del potere?
Il potere va inteso in maniera etimologica: la possibilità di fare qualche cosa. Non comandare, ma poter incidere sulle realtà. Non mi aspetto che tutti siano martiri o eroi, ma chi decide di fare di più, di tentare di far fare uno scatto alla realtà che lo circonda, e di farlo in virtù di qualcosa che lo travalica, deve poterci provare. Chi ci riesce, ha il potere. Chi non ci riesce, è un martire. Se ci pensa, le Giovanna D’Arco sono tutte femmine di sedici anni o giù di lì: Antigone, Greta.
Morirebbe per un ideale?
No. Morirei soltanto per mio figlio.
Prima di diventare madre, cosa c’era di diverso nella sua vita?
Questo: sarei morta per un ideale.
Lei molti anni fa si candidò alle elezioni europee con la lista “L’Altra Europa con Tsipras” e fu molto votata. Perché ha smesso con la politica?
Non ho smesso. Ho lasciato la politica attiva, che feci in quella occasione perché me lo chiese Ermanno Rea, che mi aveva messo in lista con persone fantastiche, Loredana Lipperini, Franco Arminio, Curzio Maltese, Moni Ovadia. E come facevo a dire di no? Scrivemmo un libretto di autofinanziamento bellissimo: “Avviso ai naviganti”, in cui tutti inserimmo un racconto. Funzionava come la sottoscrizione che si faceva una volta nel Partito Comunista e i militanti lo compravano alla cifra che volevano. Quel partito aveva in mente una idea bellissima e forte di Europa dei popoli, e parlava di come la Troika avrebbe potuto neutralizzare la Grecia. Per me era un dovere provare a evitarlo, e partecipare a quell’esperienza mi sembrò un modo di farlo. Ma mi imbarazzava scrivere il mio nome, chiedere il voto per Valeria Parrella: odio i personalismi e dei leader non mi frega niente: leggo i programmi e vedo i manifesti, da sempre. Mi piacciono i pensatori, mi piace Gramsci, mi piacciono alcuni discorsi di Ingrao, ma dei leader non mi è mai importato. Facemmo il comizio di chiusura a Piazza Dante e preparai il discorso seduta qua dietro su una panchina di pietra, presi un applauso dagli anarchici che erano invece venuti a fischiarci: parlai dei detenuti, che non votano, e infatti sono quasi del tutto assenti dai discorsi delle campagne elettorali, e così anche il pubblico più ostile capì che la mia e la nostra era una sfida altissima. Ricordo che tremavo e tutti mi sfottevano. Per me era una cosa importantissima. Posso fare la cialtrona se parlo di letteratura, non se vado a impegnare un cittadino in una scelta esiziale, come è ogni scelta di voto.
Ermanno Rea perché è stato così importante per lei?
Era uno scrittore di cui mi fidavo. Ha visto le stesse cose che ho visto io, ma prima. Era sempre accogliente. Gli uomini anziani comunisti non sono paternalisti: ecco, uno dei lasciti del comunismo in Italia è che te ne accorgi se un uomo è paternalista o no. E lui mi leggeva con curiosità, non mi accoglieva con un tono di benvenuto.
In Italia la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti?
Se mai, quella è la ragione per cui la dovremmo fare: ci verrebbe più facile unirci, lottare. La ragione è un’altra: la rivoluzione si fa con le armi, e noi non le abbiamo. Negli anni Settanta c’erano, stavano nelle fabbriche, adesso non più.
Quando ha deciso di fare la scrittrice?
Non c’è stato un momento particolare. È stato naturale. Ricordo che amavo leggere i romanzi rosa, specie quelli di Liala, che avevano delle copertine bellissime, pastellate con sopra un aviatore che sarebbe poi morto dopo il primo bacio – e io mi domandavo sempre come fosse baciare, facevo le prove con lo specchio, sulle mani, lei lo faceva?
Eccome no. Ma mi dica di Liala.
Ah sì. Una mia compagna di scuola mi regalò la sua trilogia: rimasi folgorata perché il titolo dell’ultimo volume era “Liala che torna”. Finalmente c’era un che! Mi sembrò una rivoluzione in quel profluvio di sintagmi nominali che erano i titoli dei romanzi che leggevo allora (Piccole donne, Piccole donne crescono, L’isola del tesoro). E invece Liala stavolta tornava da chissà dove, vedevo il suo movimento, i suoi viaggi, i suoi misteri: tutti in quel “che torna”. E allora presi a girare per casa dicendo: il giorno che scriverò un libro lo intitolerò così e cosà. Inventavo un sacco di titoli e per ciascuno avevo un libro in testa. Finché non scrissi il primo, lo chiamai in un modo altisonante che però funzionò, e adesso eccomi qui.
Ha rinunciato a qualcosa per scrivere?
Sì. A correre. Ero una centometrista e dovetti abbandonare per dedicarmi alla scrittura e allo studio. Ed è l’unico rimpianto che ho. Lo sport mi piace. Lo pratico. Faccio nuoto una volta a settimana e palestra un’altra volta. Sto attenta alla cellulite.
Sa che ai maschi non frega niente della cellulite?
Certo che lo so. Non lo faccio mica per loro.
Non mi dica che crede al mito del farsi bella per sé.
Non è un mito. Io passo molto tempo a guardarmi allo specchio. E lo faccio perché mi piace.
Lei si piace?
Moltissimo. Altrimenti non mi guarderei. E mi sono sempre piaciuta.
Non si è mai sentita in imbarazzo?
Mai.
In soggezione?
Uno dei miti idoli è Noam Chomsky. Molti anni fa andai a vederlo all’Auditorium. Mi nascosi nel sottopalco con una mia amica e quando arrivò gli diedi un libro nel quale avevo nascosto un biglietto con sopra scritto: Noam, you’re here. Come una groupie scema.
Lei è ancora di sinistra?
Eccome. Ma non credo nella sinistra parlamentare. Non mi rappresenta.
Sinistra extraparlamentare e istituzionale possono dialogare?
Certo, a Napoli è successo. De Magistris ha assegnato molti posti occupati ai centri sociali, riconoscendone la funzione civica e culturale. Le bollette le paga il comune e nessuno fiata. In molti quartieri, gli spazi autogestiti sono un punto di riferimento per tantissime famiglie, fine della storia.
Le piace De Magistris?
Mi piace la sua carica vitale. E apprezzo il fatto che non sia colluso, corrotto: in una città come Napoli non è semplice. Ha fatto cose importanti: ha tenuto aperti gli asili nido che rischiavano la chiusura quando il patto di stabilità aveva bloccato molti fondi, ha creato mense, servizi per i diritti dei disabili, ha dato la cittadinanza onoraria a tutti i bambini che nascevano da migranti a Napoli. Diceva: non posso darvi la cittadinanza italiana ma vi do le chiavi della città.
Perché la sinistra non è capace di unirsi?
Ha questo di bello: è composita e friccicarella. Si bisticcia perché su cento persone di sinistra, ci sono cento idee diverse. Per questo voglio il proporzionale.
Non eviti la mia domanda.
E che vuole, che mo’ il problema della sinistra che litiga lo risolviamo io a lei a questo tavolino? Secondo me, poi, il punto è un altro: è che la sinistra da troppo tempo cerca solo consensi. La prendo da un altro lato. Da piccola avevo i genitori comunisti ma i miei nonni paterni erano fascisti monarchici e avevano votato monarchia al referendum e tutto il resto della vita votarono MSI: quando rischiava di vincere il PCI, votavano DC perché avevano paura. Ora, molti elettori di sinistra è come se stessero votando DC: votano il PD per arginare Salvini. Ma questo che c’entra con la sinistra? Soltanto Landini fa discorsi di sinistra. E fa un ragionamento politico che viene dai libri e cerca di incarnarsi negli operai. Ma quanto è difficile parlare alle egide e ai gruppi quando questi gruppi sono stati artatamente divisi e depauperati di forze e riconoscibilità? Pensi alla lotta degli insegnanti, alle modalità schizofreniche di assunzione e reclutamento che li hanno messi gli uni contro gli altri. Come si fa a fare il sindacato degli insegnanti, se sono stati spezzettati in categorie e non si riconoscono più in una figura unica? E a questo processo infame sono stati sottoposti tutti i lavoratori, dopo l’abolizione dell’articolo 18. Quindi io e lei stiamo facendo un discorso antico, parliamo della sinistra come se fossimo in Francia, ma noi non abbiamo le 35 ore: noi abbiamo i co.co.co., la gente che lavora otto ore al giorno e guadagna 300 euro al mese.
Dove fa politica, se la fa ancora?
Su Twitter!
Non è vero.
La faccio anche nel quartiere. Cerco di essere una figura di raccordo tra i cittadini e le istituzioni. Per esempio abbiamo creato un comitato per far aprire l’ex Italsider ai cittadini.
Com’è vivere a Napoli?
Non si resta mai soli. Napoli è un’altra persona con la quale avere a che fare. Tu hai un marito, un figlio e poi hai Napoli.
Serao la abbandonò perché la distraeva troppo.
A me non distrae niente. Ho scritto “Lo spazio bianco” con mio figlio in terapia intensiva. L’ho scritto sulle ringhiere delle scale dell’ospedale. “Antigone” l’ho scritto con gli operai in casa che mi chiedevano stracci, martelli, bicchieri d’acqua in continuazione. E che problema c’è.
Le nuove femministe giovani le piacciono?
Le trovo bravissime. Ci salveranno.
Cosa manca alla scuola?
L’educazione sentimentale. Io avrei già pronto il programma per realizzarla: educazione di genere e alla diversità, sistemi di inclusione, passaggio generazionale.
Mi piacciono i suoi vestiti.
Scrivo da anni per un giornale di moda, sarà servito a qualcosa. Ho avuto un papà borghese che però spendeva solo per viaggi e libri: non che mi pesasse, ma appena ho potuto usare i miei soldi, non ho lesinato sulla vanità.
È sempre così allegra?
Sì. Però sono una rompicazzo. L’altra faccia di questa vitalità è la rabbia. Perdo il controllo, spacco tutto, urlo, piango.
Cosa la fa arrabbiare?
Potenzialmente qualsiasi cosa. Soprattutto non tollero chi finge di non capire quello che dico.
È ottimista?
Certo che sì.
Perché è progressista?
No. Perché sono viva.
IL FOGLIO, 27 settembre 2020
Francesca Pasini ci parla del documentario Donne in libertà (2020), che raccoglie i progetti di Quarta Vetrina dal 2015 al 2019. Regia di Cristina Rossi con Chiara Mori e Alessandra Quaglia, è stato presentato in Libreria il 26 settembre 2020, con mascherina 🙂
di Laura Colombo
La riapertura dei cinema dopo il periodo di lockdown ci ha accolto con l’uscita di alcune grandi produzioni, film spettacolari e grandi kolossal, che mai come quest’anno ho salutato con favore. Voglio soffermarmi su Tenet di Christopher Nolan, un film straniante, che seduce e disorienta insieme. Sono state scritte molte parole sull’evoluzione della ricerca di Nolan, che in quest’ultimo lavoro fa precipitare chi guarda nel circolo del tempo, con balzi in avanti, schivate indietro, attese sospese, smarrimenti risolutori. Molto è stato scritto anche sulla bravura del Protagonista (John David Washington) e del suo compagno Neil (Robert Pattinson). Invece sul personaggio femminile ho letto parole di critica e di svalutazione, io stessa durante la visione ero disturbata dalla figura altera ma debole e sottomessa della moglie del cattivo (la coppia è interpretata da Elizabeth Debicki e Kenneth Branagh). Mi sono chiesta perché.
Credo sia perché mostra molto bene quello che nessuno vuole vedere: il ritratto realistico di una vittima di abusi domestici. Parla di questo la fissazione che la donna ha per suo figlio, diventando il bambino l’unica motivazione della sua vita. Racconta la violenza domestica anche tutto quello che fa Sator, il marito, che la inonda di affetto e doni in pubblico, controllandola emotivamente, finanziariamente e fisicamente in privato. Non si può etichettarla come una macchietta o come un personaggio marginale senza perdere l’essenziale. È difficile ammettere che si possa finire in quella posizione, ci chiediamo come e perché sia arrivata lì, cosa che le vittime di abusi domestici si chiedono costantemente. Alta istruzione, carriera e soldi non mettono al riparo da relazioni inizialmente affascinanti e intriganti che possono finire nel controllo e nell’abuso. Per uscire è necessario un aiuto esterno. Anche il grande cinema aiuta, rappresentando in modo magistrale quello che non vogliamo vedere.
(www.libreriadelledonne.it, 24 settembre 2020)
di Umberto Varischio
Una giovane donna viene investita e uccisa dal fratello perché ha una relazione d’amore con un giovane transessuale.
Gli sguardi (e le parole) si concentrano su di lui e la giovane viene messa in secondo piano se non dimenticata. Nel discutere appassionatamente della necessità della legge sulla omotransfobia ci si distrae da un dato di fatto: si tratta di un femminicidio, come ci ha ricordato Marina Terragni, ed è stato commesso da un uomo il cui sguardo sulla sorella cerca di riportarla all’interno del patriarcato attraverso il potere di vita o di morte che alcuni uomini pensano di avere sulle donne, soprattutto se appartenenti alla propria famiglia. Uno sguardo che pretende di ristabilire il pieno dominio maschile e mette in discussione la libertà femminile, arrivando sino all’omicidio.
Su di un altro piano, ma attraverso lo stesso sguardo si chiede, sia in Francia che in Italia, a giovani donne, studentesse di scuola media superiore, di recarsi a scuola vestite come si deve, perché indossare vestiti corti o minigonne potrebbe turbare i loro professori (maschi).
Molti commenti rimproverano le ragazze perché andare a scuola non è la stessa cosa che andare in discoteca o a una festa; in certi luoghi bisogna andare vestite in un certo modo, decentemente.
Anche qui ci si scorda che la “luna” è rappresentata dallo sguardo maschile e da come questo sguardo costituisce l’ambito in cui le donne possono abitare il mondo.
Quando si parla di donne molti hanno l’abitudine di guardare il dito (il comportamento delle donne, le loro scelte) e non la luna (il patriarcato, i femminicidi, lo sguardo maschile).
Bisogna cambiare (noi uomini), anche gli sguardi.
(www.libreriadelledonne.it, 24 settembre 2020)
Vogliamo ricordare la figura della giudice Ruth Bader Ginsburg, scomparsa il 18 settembre 2020, pubblicando un articolo di Bedatri Datta Choudhury, giovane femminista americana, scritto quando nel 2018 è uscito negli Stati Uniti il documentario RGB (di Betsy West e Julie Cohen, arrivato in Italia nel 2019 col titolo Alla corte di Ruth – RBG). È tratto dall’interessante sito bitchmedia.org, dove “Bitch” diventa la risposta femminista alla cultura pop, così come scrivono le donne che lo animano (si può leggere qui la loro storia: https://www.bitchmedia.org/history)
La redazione del sito.
Radical Patience (pazienza radicale)
Ruth Bader Ginsburg ha trasformato le aule di tribunale in campi di battaglia femministi
di Bedatri D. Choudhury
Tutte le mie prese di coscienza femministe sono capitate quando partecipavo a marce e proteste con la mia migliore amica, nei primi anni del college. Ho sempre provato un immediato senso di euforia quando l’aria si riempiva di slogan e grida. Qualcuno gridava: «Cosa vogliamo?». «Giustizia!» noi gridavamo in risposta. «Quando la vogliamo?» chiedevano. «Adesso!». Quella profonda sensazione di euforia mi ha fatto venire il desiderio di agire, e da tempo associo il femminismo a quel senso di immediatezza. Il nuovo documentario di Betsy West e Julie Cohen, RBG, esplora il modo in cui la giudice Ruth Bader Ginsburg ha praticato la pazienza radicale mentre perseguiva il suo scopo, quello di costruire un sistema legale che rendesse giustizia alle donne. Lei, la giudice Ginsburg, ha subito discriminazioni sessiste in ogni momento: era una delle sole nove donne in una classe di oltre 500 persone alla Harvard Law School, e lei e altre studentesse non potevano entrare in biblioteca.
Sebbene fosse una delle prime donne a far parte della Harvard Law Review, non è mai stata invitata al banchetto annuale della pubblicazione. E come rivela il documentario attraverso le interviste ad amiche e colleghi di Ginsburg, nessuno studio legale di New York l’avrebbe assunta anche dopo che si era laureata alla Columbia Law School con il massimo dei voti. Era anche pagata meno dei suoi colleghi maschi alla Rutgers University, dove insegnava legge, ma Ginsburg non è scesa in piazza con manifesti e slogan; aveva altri piani. Le lotte del movimento delle donne degli anni ’70 erano costruite sullo yin e sullo yang delle femministe che protestavano per le strade e di donne come Ginsburg e Brenda Feigen che combattevano nelle aule dei tribunali. Mentre il movimento femminista stava vivendo momenti di svolta come la pubblicazione nel 1969 del grido di battaglia femminista di Gloria Steinem, «After Black Power, Women’s Liberation», sul New York magazine e il Senato degli Stati Uniti approvava l’emendamento per la parità dei diritti nel 1972, Ginsburg era in causa per il progetto per i diritti delle donne dell’ACLU.
Come ricorda Gloria Steinem nel documentario, lei si sentiva fiduciosa quando protestava perché Ruth Bader Ginsburg segnava la sua presenza nei tribunali. Il documentario RGB rivisita i casi storici di Ginsburg, a partire da quello del 1972, Frontiero versus Richardson, un curioso caso della Corte Suprema in cui ha combattuto per il diritto di un uomo a ricevere l’assegno di mantenimento dalla moglie. «Il sesso come la razza è una caratteristica visibile e immutabile, che non ha alcuna relazione necessaria con l’abilità», ha affermato Ginsburg. «La razza, come il sesso, è stata posta alla base di premesse ingiustificate, o almeno non provate, riguardanti la possibilità che una persona ha di agire e contribuire alla società. È chiaro che lo scopo principale del 14° Emendamento era quello di eliminare l’odiosa discriminazione razziale». Sebbene i giudici non fossero d’accordo sullo standard di revisione, William J. Brennan Jr., William O. Douglas, Byron White e Thurgood Marshall concordarono sul fatto che accordare solo alle mogli lo stato di dipendenza creava «un trattamento dissimile per uomini e donne situati allo stesso modo» e violava la clausola Due Process (giusto processo) del Quinto Emendamento.
Per Ginsburg è stato solo l’inizio: ha paragonato la discriminazione basata sul genere all’ingiustizia razziale e ha attinto alle opere di Marshall e dello studioso legale Pauli Murray per costruire i casi successivi. «È come fare un maglione ai ferri, punto dopo punto», ha commentato uno degli amici della scuola di legge di Ginsburg, Arthur Miller, riguardo al suo tentativo di sanare il sistema legale americano caso per caso. Ginsburg ha continuato a combattere per i vedovi maschi che volevano accedere alla previdenza sociale della moglie defunta (Weinberger vs. Wiesenfeld del 1974 e Califano vs. Goldfarb del 1976) e ciò ha stabilito una base legale per combattere il sessismo, che colpisce sia donne che uomini. In entrambi i casi, i giudici si sono pronunciati a favore del cliente di Ginsburg, e per la prima volta i tribunali americani hanno riconosciuto che i requisiti di genere per i benefici ai superstiti violavano il Quinto Emendamento. Non era popolare per Ginsburg affrontare tali casi nel pieno di una rivoluzione femminista, ma creava precedenti con ciascun verdetto favorevole del tribunale.
«A volte mi è sembrato di insegnare alla scuola materna», dice Ginsburg nel film quando le viene chiesto del lungo processo per far vedere ai giudici il sessismo all’interno della legge. Ginsburg ha usato la pazienza di un’insegnante innanzi tutto per lottare per i diritti degli uomini, per poi allargare lentamente l’argomento sul sessismo e infine centrare il punto sui modi in cui le donne sono discriminate secondo le stesse leggi. Era una strada lunga ma necessaria. Sebbene abbia combattuto due volte contro il cancro, allevato due figli e perso suo marito, Ginsburg non ha mai sprecato un giorno nel suo ufficio di giudice e ha continuato ad attaccare leggi discriminatorie fino a quando non vi è stato posto rimedio. La vita e l’attivismo di Ginsburg offrono una potente lezione per le femministe di oggi: il femminismo è una lotta per il nostro presente, ma è anche una fede nel potenziale del futuro. Dobbiamo assestare colpi forti al momento giusto, ma la pazienza è importante. La famosa dichiarazione «I dissent» di Ginsburg è diventata una bellissima gif (immagine animata), ma ci ricorda anche il lavoro legale di trasformazione che lei ha svolto per decenni. Mentre Ginsburg deve affrontare le pressioni per ritirarsi dalla Corte Suprema, lei, ovviamente, continua ogni giorno a combattere la battaglia giusta, una spinta alla volta. Il femminismo non è una moda e il documentario RBG si colloca nella lotta a lungo termine.
(Traduzione italiana di Laura Colombo da: https://www.bitchmedia.org, 17 maggio 2018)
di Lia Cigarini
Una lunghissima amicizia quella con Rossana. L’ho incontrata nel Partito Comunista che avevo 18 anni, ora ne ho 83. Per me Rossana è stata un riferimento importante: una donna più grande di me che si muoveva con autorità nella politica maschile. Nella relazione con Rossana ho sentito la forza che dà alla singola donna avere una genealogia femminile alle spalle. Tuttavia il legame con il gruppo del Manifesto finì (1967) con la mia scelta di dedicare tutta la mia passione politica al movimento di libertà delle donne.
Il mio brusco allontanamento però non impedì a Rossana di pubblicare un testo del mio gruppo di donne, Il maschile come valore dominante, nel secondo numero della rivista Il manifesto (1969). Perché il bello di Rossana è che continuava a dialogare anche di fronte a posizioni nettamente in contrasto. Dava valore alla relazione.
Negli anni il dialogo e il confronto tra me e Rossana si è svolto a distanza e sostanzialmente epistolare. Salvo l’incontro a Roma (1996) nel quale Rossana presentò il mio libro La politica del desiderio.
In questa occasione si confermò la sua disponibilità al dialogo e al confronto come anche si confermavano le ragioni del nostro dissidio.
Qui voglio ricordare la sua fedeltà alla lotta di classe insieme alla lotta delle donne. E dire la mia stima per la sua passione politica.
(www.libreriadelledonne.it, 23 settembre 2020)
di Paola Mammani
Sono sempre più frequenti immagini di premiazioni di gare sportive femminili in cui il posto più alto del podio, quello della vincitrice, è occupato da atlete molto alte e robuste, atlete trans.
Ai lati, donne che appaiono qualche volta addirittura minute e non solo per effetto dei gradini più bassi del secondo e terzo posto. Scena non bella a vedersi. Torna alla mente la vocetta maliziosa della pubblicità ingannevole di un popolare giochino d’azzardo, che dice: Ti piace vincere facile, eh? Vinci spesso, vinci adesso.
In occasione del trionfo di Valentina Petrillo, trans ipovedente, che pochi giorni fa a Jesolo, nelle gare paralimpiche femminili di corsa, ha vinto l’oro nei 100, nei 200 e nei 400 metri, mi pare sia stato preso qualche particolare accorgimento. La maggior parte delle foto e dei video la ritraggono da sola o sulla pista, quando le altre sono a distanza, ciascuna nella propria corsia. La premiazione non viene immortalata sul podio, e la seconda e la terza classificate, sono semplicemente ai lati, un po’ distanti. Ma non c’è accorgimento che tenga. In un filmato di gara su Rai sport si vede bene che lei si lascia tutte le altre alle spalle, di una, dieci, tante lunghezze. Ma non è così che si vince, nell’agonismo arrivano le migliori, si contende a volte per frazioni di secondo.
Decisa e un po’ su di giri, come si conviene a una vincitrice, dichiara: «A livello morale io mi sento donna e quindi è giusto che io gareggi come donna». Più che di livello morale, però, si tratta di livello di testosterone, il suo è rientrato nei limiti stabiliti dal CIO (Comitato Internazionale Olimpico) e le ha permesso di segnare un altro primato: sarebbe la prima trans al mondo a gareggiare fra le donne, con documenti ancora maschili.
Mentre scrivo scopro in internet un articolo intitolato: Valentina Petrillo, atleta transgender e ipovedente: «Non corro con le donne per vincere facile: inseguo un sogno e la felicità». Allora lo sai? mi viene da dire. Non ho dubbi circa la felicità di realizzare un sogno, ma qui si tratta proprio di vincere facile, di vincere spesso, di vincere adesso e senza rischio. La pubblicità ingannevole, come rimedio al danno, suggerisce: giocate senza esagerare! Ma le atlete trans che rischiano veramente poco, esagerano pure. Nelle interviste di Petrillo e altre si coglie la smania di dichiarare sempre la stessa cosa: sono qua, è giusto, è questo il mio posto. Che sia l’effetto di quanto hanno dovuto penare prima, tra i loro simili, uomini, o di quanto hanno dovuto penare comunque, non so, e certo mi dispiace, ma da qui a non vedere l’iniquità che c’è nella loro presenza nelle gare delle donne, ce ne corre…
Negli Usa, la coalizione Save Women’s Sports chiede atti di tutela nei confronti delle donne discriminate da un’impari competizione con atleti biologicamente maschi, cui nessun abbassamento di testosterone in circolo toglierà mai le masse muscolari di cui godono.
Nella lettera inviata da oltre 300 atlete alla NCAA – National Collegiate Athletic Association che gestisce le attività degli atleti di più di un migliaio di College fra Stati Uniti e Canada – si legge: Noi atlete abbiamo opinioni diverse su molti argomenti, ma siamo unite su questo fatto: proteggere l’integrità degli sport femminili è pro-donna, pro-equità […]. Crediamo fermamente che tutti dovrebbero avere l’opportunità di competere, ma la vera parità atletica per le donne richiede che gli sport femminili siano riservati alle donne biologiche. La protezione dell’integrità degli sport femminili ha, per decenni, svolto un ruolo fondamentale nel porre rimedio alla discriminazione passata nei confronti delle donne e nel conferire loro il potere di raggiungere il pieno potenziale atletico.
La nuotatrice medaglia d’oro olimpica Donna de Varona, tra le firmatarie della lettera, sensatamente propone la creazione di una categoria apposita per le atlete transgender che vorrebbero gareggiare nelle competizioni femminili. Non risolve tutto, ma potrebbe essere un inizio.
(www.libreriadelledonne.it, 23 settembre 2020)
di Luciana Castellina
Una grande storia. Rossana è stata una grande intellettuale inedita: colta e raffinata, ma insieme fino in fondo militante come qualsiasi altro compagno di base. Senza negare rotture e contrasti, voglio riportarvi a mente un pezzo del nostro vissuto che spiega come anche i conflitti non abbiano incrinato i nostri rapporti.
L’ho vista per l’ultima volta giovedì, prima di ripartire per un altro comizio della campagna elettorale e referendaria in corso. Le piaceva che le raccontassi cosa succedeva, come si mettevano le cose in questo o quel posto. Perché Rossana, impedita a muoversi dal maledetto ictus che da tanti anni l’aveva paralizzata, continuava a girare per il mondo con la testa: il tavolo accanto al suo letto sempre carico di libri appena usciti, ma anche di quelli che le consentivano di tornare a cose importanti del passato.
Adesso leggeva sulla storia della Cina. E poi i giornali, la tv, le visite dei compagni che ormai l’affaticavano molto ma cui cercava di non rinunciare perché erano un canale di comunicazione col mondo di cui la malattia l’aveva privata.
Rossana, staffetta partigiana col nome Miranda, ha sempre continuato ad essere combattente, a prendere parte e posizione. Quando dopo i tanti anni passati a Parigi, accanto a Karol diventato cieco e perciò bisognoso di assistenza costante, tornò a Roma, la prima cosa che mi disse arrivando fu: chiediamo al manifesto di pubblicare un inserto settimanale di 8 pagine, una nuova rivista di cui c’è bisogno. La guardai meravigliata: tu, le dissi, hai 93 anni, io 88, non mi pare possibile. Ma lei era così, non voleva arrendersi. Era sconcertata dalle grandi difficoltà in cui si dibatte la sinistra italiana, che, tornata in Italia dopo tanti anni, aveva trovato più gravi del previsto, ma mai per un momento ha pensato di chiudersi come tanti in un malinconico distacco dall’impegno.
In occasione dell’ultima campagna elettorale, quella per le elezioni europee, venne persino a partecipare a una iniziativa in favore della lista Sinistra ad una Casa delle donne che, saputo della sua presenza, fu affollata come mai. Ma anche all’ultimo congresso di Sinistra Italiana a Rimini pensò bene di inviare un messaggio che fu letto da un giovane compagno emozionato e accolto da un lunghissimo, commosso applauso di tutti i delegati in piedi che cantarono l’Internazionale. Non la preoccupava cosa ci fosse di accordo o disaccordo, le premeva dire che lei era dalla parte di chi cercava di restare in campo.
Perché Rossana è stata una grande intellettuale inedita: colta e raffinata, ma insieme fino in fondo militante come qualsiasi altro compagno di base. A Milano, dove a lungo ha diretto la Casa della cultura, una straordinaria finestra sulle nuove avanguardie europee da cui gli italiani erano rimasti, per via del fascismo, tagliati fuori, Rossana è stata anche membro della segreteria di una Federazione impegnata soprattutto nel lavoro con la nuova classe operaia.
Curiosa vicenda politica la sua: la Casa della cultura milanese che lei dirigeva fu bersaglio di critiche da parte della leadership Pci di allora, e anche Togliatti non era stato da meno – basti ricordare la rottura con Elio Vittorini. E però fu Togliatti stesso che la scelse per affidarle la allora importantissima commissione culturale nazionale del partito. Ed è così che arrivò a Roma. Ma è a Milano, nella sua casa di via Bigli, che già dalla fine degli anni ’50, avviammo le prime riflessioni che dieci anni dopo ci portarono alla creazione del Manifesto rivista. Lucio Magri era allora anche lui a Milano, nella segreteria del comitato regionale lombardo; Aniello Coppola era vicedirettore dell’Unità milanese; Achille Occhetto – sì, c’era anche lui con noi. E Michelangelo Notarianni, segretario della Fgci della città cui succedette Lia Cigarini, che fu poi la prima, già dal numero 2 del futuro Manifesto, nella iniziale versione di mensile, a scrivere del femminismo. E, ancora, Luca Cafiero, giovanissimo docente della facoltà di filosofia e futuro leader del movimento studentesco milanese e poi del Pdup.
Da Roma arrivavo io che ero direttora del settimanale della Fgci, Nuova generazione; e Beppe Chiarante che era a Paese sera dopo esser stato nella rivista di Franco Rodano, Il Dibattito politico. Volevamo, già allora, fare una rivista, che avrebbe dovuto chiamarsi Il Principe, un nome tirato fuori dagli scritti di Gramsci che, a sua volta, l’aveva tratto da Machiavelli. Volevamo con questo sottolineare la necessità di un partito capace di egemonia e di sguardo lungo.
Non se ne fece niente, allora. L’idea de il manifesto maturò molto più tardi, in definitiva sempre a casa di Rossana, romana questa volta, a via San Valentino, proprio di fronte alla mia. Ma allora la nostra rete di amicizie – non fummo mai una corrente – si era arricchita di altri compagni, Trentin, Garavini, anche Reichlin, e del giovanissimo collaboratore di Rossana a Botteghe Oscure, Filippo Maone. E, soprattutto, di Pietro Ingrao.
Il resto della storia la conoscete tutti. Ho voluto ricordare i suoi esordi meno noti per sottolineare ancora una volta quanto Rossana sia stata importante nella creazione del Manifesto, e poi, naturalmente, nella sua storia successiva. Ci incontravamo a casa sua sin dall’inizio, perché lei fungeva da raccordo. Senza il suo apporto di intellettuale e comunista militante non saremmo mai diventati quel che il manifesto è stato.
Non voglio sottacere i contrasti, anche aspri, che hanno marcato in certe fasi la storia del nostro gruppo. La più dolorosa e nociva: la frattura, a un certo punto, fra giornale e partito, il Pdup. E le rotture più recenti, di cui Rossana ha molto sofferto. Ma voglio riportavi a mente un pezzo del nostro vissuto che spiega come anche i conflitti non abbiano incrinato i nostri rapporti.
Quando Lucio Magri, assalito da una depressione grave che lo aveva portato a concludere che la sinistra non sarebbe stata in grado di riprendersi dalla sconfitta degli anni ’90 per molti decenni e che lui a quel punto sarebbe stato comunque già morto, decise di porre fine alla sua esistenza, è a Rossana che ha chiesto aiuto. E Rossana volò a Milano da Parigi, dove i due si incontrarono e insieme andarono in Svizzera. Passarono due giorni, gli ultimi due giorni, a parlarsi, passeggiando attorno al lago di Lugano. Ebbi fino all’ultimo lunghe telefonate con l’uno e con l’altra, fino a quando Rossana mi chiamò per dirmi che Lucio se ne era andato tenendole la mano. Fu tristissimo, ma in quei colloqui ci dicemmo anche che la nostra avventura politica era stata bella. Accompagnarlo in questo ultimo dolorosissimo viaggio è costato molto a Rossana, un dolore di cui spesso mi parlava, una ferita aperta. È stata una prova di amicizia straordinaria, che dice quanto affetto ci abbia legato nonostante i litigi.
Vorrei ringraziare a nome di tutti voi lettori Doriana Ricci, che era stata segretaria e amica di Rossana quando era ancora al giornale. Non solo per la straordinaria assistenza che le ha prodigato in questi anni, ma in particolare per aver fatto per lei una cosa bellissima: solo pochi giorni fa, fra la fine di agosto e l’inizio di settembre, ha preso il coraggio a due mani e l’ha portata al mare, in un albergo sulla spiaggia vicino a Sperlonga; e, grazie a una speciale lettiga di gomma, le ha fatto fare il bagno nel mare! Il mare: una delle grandi passioni di Rossana. L’altra: Karol, il suo secondo marito. È la storia di un grande bellissimo amore. Perché Rossana, così apparentemente austera, è stata una donna di grandi passioni.
(il manifesto, 22 settembre 2020)
Nelle proteste che ormai da più di un mese vanno avanti in Bielorussia, le donne hanno un ruolo fondamentale, che ha catturato l’attenzione dei media di tutto il mondo. È donna Svjatlana Tsikhanouskaya, che ha sfidato alle elezioni il presidente Alexander Lukashenko, e che insieme a Maria Kolesnikova e Veronika Tsepkalo, altre due figure femminili dell’opposizione, è diventata simbolo del movimento del dissenso nel paese. E sono state le donne a organizzare alcune delle prime manifestazioni contro il risultato delle elezioni, scendendo in piazza vestite di bianco, reggendo nelle mani fiori e striscioni.
Secondo la giornalista bielorussa Hanna Liubakova, Lukashenko stesso, forse involontariamente, ha aiutato con il suo atteggiamento fortemente misogino la crescita di queste figure e del supporto nei confronti di Tsikhanouskaya.
A maggio, ad esempio, aveva dichiarato che la società bielorussa non era abbastanza matura per eleggere una donna. «Molte donne e molti uomini mi hanno detto prima delle elezioni che trovavano scandaloso il suo atteggiamento irrispettoso nei confronti di una leadership femminile. Ed è per questo che hanno scelto di sostenere Tsikhanouskaya», ha scritto Liubakova su Twitter.
Tichanovskaja e Tsepkalo sono in seguito fuggite dalla Bielorussia per paura di ritorsioni nei confronti dei loro familiari. Kolesnikova è rimasta nel paese, è stata arrestata al confine con l’Ucraina il 7 settembre, è detenuta a Minsk, la capitale, è stata incriminata per aver incitato ad “azioni volte a minare la sicurezza nazionale” – accusa che prevede una pena massima di cinque anni di carcere. Ma questo non ha fermato i movimenti.
La giornalista Yasmeen Serhan nota su The Atlantic come la forte presenza femminile non sia una prerogativa solo della Bielorussia, ma che anzi ci sia una tendenza «in atto nei movimenti globali di massa: le proteste alle quali partecipano le donne sono di solito più grandi, meno violente e più versatili rispetto alle altre. E, cosa più importante, hanno maggiori probabilità di successo».
Nell’ultimo decennio le donne sono diventate simboli in movimenti di protesta in diverse parti del mondo, come Algeria, Sudan, Stati Uniti, o hanno avuto un ruolo fondamentale nell’animare manifestazioni. È accaduto ad esempio nel 2019 in India per quanto riguarda la legge sulla cittadinanza, o l’anno prima in Brasile, nelle proteste contro il presidente Jair Bolsonaro. In Libano, le voci di protesta contro il governo e la corruzione della classe dirigente sono in prevalenza femminili. «Il grande numero di donne coinvolte è impressionate», si legge su Deutsche Welle, «le donne nel movimento di protesta mostrano un coraggio e una forza particolari, e spesso sono in prima linea nelle manifestazioni». Come ha affermato Laila Zahed, 60 anni, che ha partecipato a quasi tutti i cortei dall’inizio delle proteste in Libano il 17 ottobre dello scorso anno, «la rivoluzione era ed è donna».
La ragione di questa maggiore visibilità risiede in parte nel fatto che i movimenti non violenti di tutto il mondo sono più inclusivi, scrive Serhan, che cita una ricerca dell’università di Harvard condotta dalle docenti Erica Chenoweth e Zoe Marks. Secondo lo studio, fino al 70% delle proteste non violente dal 2010 al 2014 hanno visto «un numero contenuto o molto vasto di donne in prima linea»: si è trattato di movimenti più inclusivi e aperti, ma anche più efficaci nel raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati.
La questione però non è solo l’apertura dal punto di vista del genere e dunque la maggiore partecipazione, ma anche le tattiche usate nelle manifestazioni. «Quando c’è un alto numero di donne partecipanti, è più probabile che il movimento mantenga un’attitudine non violenta», ha affermato Chenoweth, secondo cui un’ipotesi è che le donne abbiano sulle spalle la responsabilità di più persone rispetto agli uomini, e che questo le motivi a stare più lontane da ulteriori pericoli.
Serhan scrive che i movimenti guidati da donne o con un grosso contributo femminile «tendono a essere meno violenti, in parte perché è più difficile reprimere con la forza manifestazioni in cui ne sono presenti molte, soprattutto in società patriarcali come quella bielorussa». Questo di certo non significa che le donne non subiscano repressioni violente.
[…]
Una caratteristica dei movimenti non violenti negli ultimi anni, spiega Serhan su The Atlantic, è stata la capacità di diversificare le proteste rispetto a semplici manifestazioni di piazza. E anche in questo le donne hanno rivestito un ruolo cruciale nell’inventare metodi innovativi di protesta. Basti pensare a boicottaggi, scioperi e altre forme di pressione verso il potere.
Questo, secondo la ricercatrice di Harvard Chenoweth, dipende anche dal fatto che grazie al loro ruolo nella società, le donne hanno un certo senso nel riconoscere i migliori strumenti da utilizzare per realizzare il cambiamento sociale. Ad esempio, il primo episodio documentato di resistenza non violenta in Nord America fu da parte di donne irochesi, una popolazione di nativi americani, nel XVI secolo che chiesero il diritto di veto alle dichiarazioni di guerra. Si sono rifiutate di raccogliere i raccolti e nutrire gli uomini e di costruire scarpe, finché non hanno guadagnato quel diritto dai capi tribù.
«Abbiamo molti esempi di donne che sfruttano effettivamente i loro ruoli di genere per costruire potere sociale», ha aggiunto Chenoweth. Serhan su The Atlantic ricorda le madri di Plaza de Mayo, un movimento nato nel 1977 da un gruppo di donne argentine i cui figli erano scomparsi a causa della dittatura militare: le loro rivendicazioni hanno avuto effetto anche «grazie alla capacità delle partecipanti di fare leva sulla loro condizione di madri in lutto. Sebbene il governo abbia cercato di dipingerle come las locas, ossia “le pazze”, alla fine ha preferito non reprimere il movimento per timore di possibili reazioni». Sebbene il contesto sia diverso, le proteste in Bielorussia pongono una sfida simile alle autorità. Secondo Serhan, per il semplice fatto di essere lì, donne come Bahinskaya, la 73enne arrestata sabato diventata uno dei simboli delle proteste, «sono state capaci di sfruttare a loro vantaggio stereotipi tradizionali e di genere».
Valigia Blu, 21 settembre 2020
Ida Dominijanni
Nella primavera del 1980 all’improvviso mi arrivò, non ricordo più bene tramite chi, una convocazione di Rossana Rossanda nella redazione del manifesto: vorrebbe fare due chiacchiere, mi dissero. Ero una perfetta sconosciuta, avevo scritto per il giornale quattro o cinque articoli in tutto, escluso che mi convocasse in base a quelli. Varcai il portone di via Tomacelli, dal centralino mi indicarono la sua stanza. Mi accolse col suo sorriso dolce e severo, mi disse che s’era incuriosita ascoltandomi in un seminario su donne e lavoro, parlammo un poco di questo e d’altro, poi mi guardò negli occhi e mi chiese perentoriamente: «Che cosa pensi di fare della tua vita?» Balbettai qualcosa senza dirle l’essenziale, cioè che mi sarebbe piaciuto lavorare con lei e che questo desiderio mi era venuto leggendo i suoi pezzi sul movimento del ’77, i soli a coglierne sia pure in ritardo la natura e le ambivalenze, e quelli sul 7 aprile, i soli a denunciare la piega emergenzialista che la democrazia italiana stava prendendo (altro che lo stato d’eccezione da covid-19). Ma lei quel desiderio lo afferrò da sola. Di lì a poco mi ritrovai nella redazione dell’Orsaminore, un mensile femminista che Rossana stava progettando con altre amiche comuni, e due anni dopo in quella del manifesto. Molto di quello che sono diventata lo devo a quell’incontro.
Quella fu la prima volta che la vidi. L’ultima è stata poco più di due mesi fa, prima di partire per l’estate, a casa sua, con Maria Luisa Boccia. Il lockdown ci aveva tenute separate, Rossana a Roma io no, e durante il lockdown lei aveva avuto un malore, poi risoltosi. «Come stai, Rossana?». «Abbastanza bene, tutto sommato». Non era vero. Non stava bene, il corpo affaticato, la voce flebile. Ma Rossana aveva mantenuto nella malattia, da quando un ictus le aveva limitato i movimenti ma non la lucidità, la stessa misura che aveva sempre avuto nel parlare di sé, mai un aggettivo sopra le righe. Del resto, si accendeva ancora non appena si parlava di politica. A settembre dobbiamo fare qualcosa, disse, questo paese non può andare avanti così. Progettammo fra il serio e il faceto questo qualcosa che ora che è settembre non faremo più. Ero preoccupata di non poterla vedere di nuovo per tante settimane, ma a fine agosto ho saputo che Doriana era riuscita a portarla al mare per un paio di settimane, e dal mare Rossana tornava sempre rigenerata; presto ci saremmo incontrate di nuovo. Invece no.
Il momento della fine è quello in cui più forte scatta la tentazione di appropriarsi di chi se ne va, e più forte si manifesta la sua inappropriabilità. Rossana lo sapeva benissimo, tanto da sottrarsi esplicitamente (lo scrisse in La perdita, con Manuela Fraire e Lea Melandri, 2008) al rito dell’esposizione funeraria, quando un corpo non ha più possibilità di replica allo sguardo altrui. Ognuno, ognuna ha la “sua” Rossana, ma Rossana non è di nessuno e la sua biografia resta di una singolarità assoluta, come assoluto, indomabile, è stato il senso della libertà che l’ha ispirata e che ha trasmesso a chi sapeva coglierlo. Suonerà strano, di questi tempi, questo connubio fra una libertà irriducibile e un’altrettanto irriducibile appartenenza comunista, eppure Rossana era questo connubio e questa eresia: non la postura intellettuale del pungolo critico che tutti sono disposti a riconoscerle, ma il vissuto in prima persona, passione e croce, di una contraddizione che se la forma-partito aveva reso impraticabile la forma-giornale rendeva invece feconda. Non si capisce niente dell’esperimento-manifesto – del manifesto secondo Rossanda almeno – se non si parte da questa passione della libertà, che ha consentito a chi l’ha condivisa di leggere il presente violando le certezze del partito preso e i criteri dell’informazione mainstream. Il contrario dell’ideologia, l’opposto del conformismo, l’inverso del minoritarismo: questa era Rossana e questo ci ha sfidate e sfidati a essere.
Ostacoli e conflitti
Non era una sfida facile, soprattutto per noi donne. Perché quello stesso senso forte della singolarità e della libertà la rendeva allergica a qualunque identificazione che potesse vagamente evocarle il fantasma del gregarismo, sì che più ti avvicinavi più lei si allontanava. E perché Rossana era una madre fragile ma potente come tutte le madri, ed esigente come poche soprattutto verso le sue simili, a maggior ragione da quando aveva visto nel femminismo un’irruzione di libertà che a sua volta la sfidava e la metteva in discussione (Le altre, 1989). Ma è stata una sfida generativa di posizioni culturali e politiche che altrimenti non sarebbero esistite nel panorama italiano, e che nello stesso manifesto non sono state prive di ostacoli e conflitti.
Due fra tutte: la difesa dello stato di diritto e del garantismo ai tempi dell’emergenza antiterrorismo negli anni ottanta, un precedente che nei novanta avrebbe impedito a “noi rossandiani” di cedere agli usi politici della giustizia che hanno accompagnato il crollo della cosiddetta prima repubblica e la parabola infelice della cosiddetta seconda. E l’interpretazione dell’89 e del ’91, perché Rossana, che anche grazie al rapporto con K.S. Karol teneva sempre sotto osservazione i paesi dell’est europeo e aveva creduto nell’esperimento di Gorbačëv, come tutto il gruppo fondatore del giornale vide nel crollo del muro di Berlino e nel tracollo dell’Urss più il segno di un nuovo disordine geopolitico che quello della liberazione dal partito-stato che ci vedevano molti di noi. Fu il momento di massima divisione, nel giornale, fra la generazione dei fondatori e quella del ’68: un altro conflitto sul senso della libertà. E a giudicare le cose col senno di poi, dopo trent’anni di trionfo neoliberale, avevano la vista lunga più loro di noi (Appuntamenti di fine secolo, scritto nel 1995 con Pietro Ingrao, è un libro da rileggere).
L’allontanamento di Rossana dal giornale comincerà pochi anni dopo e per altre ragioni – ma «allora sbagliai a non resistere», mi aveva detto di recente – anche se diventerà definitivo solo nel 2012, lasciando in lei e non solo in lei il segno di una ferita non rimarginata. Bisognerà leggere la sua versione della vicenda del manifesto nel libro che aveva da poco licenziato – «ma non mi è venuto bene», continuava a dirmi – e che comincia dove La ragazza del secolo scorso finiva. Mentre il “suo” secolo si chiudeva ingloriosamente in Italia e nel mondo, le cose della vita l’hanno strappata alla nostra quotidianità, perché Rossana aveva molto chiare le priorità dell’esistenza e non esitò un minuto a trasferirsi a Parigi quando le condizioni di Karol lo richiesero.
A lungo ci sono mancate le incursioni nella sua stanza di via Tomacelli dove le confidenze su amori e separazioni non erano meno frequenti delle discussioni politiche, le cene fra amiche (era un’ottima cuoca) dove si parlava di cinema e si litigava sul femminismo, lo stile inconfondibilmente novecentesco delle sue case (in affitto, non ne ha mai posseduta una) con i divani neri modernisti e le librerie bianche in perfetto ordine («buttare le carte inutili fa parte del lavoro intellettuale»), le sue poche ma salde civetterie femminili («non penserai che i capelli bianchi non abbiano bisogno di cura»), la sua inimitabile eleganza minimalista ante litteram, le piccole bugie depistanti che elargiva quando si ostinava a difendere l’indifendibile, gli snobismi che solo lei si poteva consentire («ma questo Osama chi è, il più giovane dei Laden?» chiese per telefono da Parigi mentre noi ci affannavamo a chiudere l’edizione speciale sulle torri gemelle). Una volta, sarà stato a fine anni ottanta o poco dopo, l’accompagnai a Francoforte dove era stata invitata a tenere una lezione magistrale sul femminismo. Era sola sul palco, tailleur nero impeccabile e sciarpa bianca, al centro di un cono di luce che rompeva il buio tutt’intorno. In un’altra vita, pensai, sarebbe stata Greta Garbo.
(https://www.internazionale.it/, 21 settembre 2020)
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 9 ottobre 2020, alle 17,20 per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 30 ottobre:
Venerdì 9 ottobre, ore 17,20 aula 2.2
Lucia Vantini – Rileggere ciò che ci è successo
Venerdì 16 ottobre, ore 17,20 aula 2.2
Delfina Lusiardi – Da cuore a cuore. Invenzioni per sopravvivere all’eclissi del corpo
Venerdì 23 ottobre, ore 17,20 aula 2.2
Margherita Morgantin – L’azione nell’invisibile
Venerdì 30 ottobre, ore 17,20 aula 2.2
Rosanna Cima e Maria Livia Alga – La lontananza è come il vento. Dialogo sugli spazi dell’imparare.
Gli incontri si terranno in aula 2.2, nel palazzo dei dipartimenti umanistici, Università di Verona, via San Francesco 22. Per avere molto spazio sicuro nell’aula, il numero delle e dei partecipanti è fissato a 45. Per ogni incontro singolo occorre iscriversi. Chi è nell’indirizzario di Diotima riceverà un link una settimana prima. Altrimenti si trova il link ogni settimana su Facebook (diotima vr) e sul sito www.diotimafilosofe.it. Cliccando sul link, è da indicare nome cognome, numero di telefono, indirizzo mail. Si darà dopo qualche giorno la possibilità di seguire la registrazione dell’incontro su Youtube.
Il seminario vale come crediti liberi per le, gli studenti di filosofia sia della triennale sia della magistrale.
Contaminazioni e contagi. La politica delle donne a confronto con il reale
Abbiamo vissuto e stiamo vivendo un taglio tra un prima e un dopo. Qualcosa ci è accaduto che non abbiamo scelto. L’evento della pandemia ci ha portato in prossimità del senso della vita, della morte. Di fronte al significato della vecchiaia e al rapporto non semplice tra generazioni. A ripensare lo squilibrio di vissuto tra donne e uomini. A sperimentare altre forme del tempo, del dolore e dell’allegria. Abbiamo sentito vicine persone di mondi lontani e lontane persone vicine. Abbiamo sperimentato la radicalità della parola in presenza e la speranza nascosta nell’ascoltare parole lontane. I corpi sono diventati protagonisti nella malattia, nella paura, nella rabbia, nell’amore. La cura per gli altri è diventata impellente. La domanda di sapere si è trasformata in desiderio di crescere assieme.
È capitato che ci siamo trovate e trovati di necessità a confrontarci con il senso della vita, nella sua radice prima. Inchiodate a domande inaggirabili. Per un evento per cui la nostra esistenza dipende dagli altri e quella degli altri dai nostri comportamenti.
Come orientarci ora? La politica delle donne è nata in una vicinanza tra l’azione, la parola e il senso primo della vita. Dunque quello che abbiamo vissuto a partire dal taglio della pandemia non è qualcosa di totalmente estraneo al nostro percorso. Eppure qualcosa è accaduto di profondamente discontinuo e quindi non è più possibile proseguire nelle certezze già acquisite.
Non si tratta nemmeno di ricordare e narrare di nuovo quel che abbiamo vissuto quest’anno, ma di farne materia di una memoria immaginativa che apra sentieri da percorrere. Una memoria che ci porti nel cuore del reale per aprire nuove vie. È di questo che abbiamo bisogno, perché è a partire dal legame profondo con il reale che la politica delle donne trova il suo slancio. È questo che ci può dare una misura rispetto alle tante questioni sul tappeto come l’uso della tecnologia nell’insegnamento e non solo, il rapporto libertà-potere, il legame non scontato con l’ecologia, la dialettica salute-malattia e quella tra scienza e politica.
Se restiamo fedeli ad una esperienza patita, ascoltata interiormente, contemplata, possiamo entrare nella discussione su questi temi non per uno scontro di opinioni, ma per una verità che sentiamo nascere dall’esperienza di questi mesi.
Bibliografia:
Chiara Zamboni (a cura di), La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti&Vitali, 2019.
Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Libreria delle donne di Milano, 2011.
Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli, 2019.
(http://www.diotimafilosofe.it/, 20 settembre 2020)
ROSSELLA BERTOLAZZI della Libreria delle donne di Milano, tra le fondatrici del Circolo della rosa, vince il premio Compasso d’oro 2020
L’ADI, Associazione per il Disegno Industriale, ogni due anni assegna il premio Compasso d’oro ADI, il più antico e prestigioso premio di design a livello mondiale.
Dal Catalogo dell’Associazione, un breve profilo e le motivazioni che hanno portato all’assegnazione del premio Compasso d’oro ADI 2020 a Rossella Bertolazzi.
Rossella Bertolazzi ha iniziato a scrivere negli anni Sessanta di società e ambiente per varie riviste, tra cui Linus. Tenendo come riferimento costante l’idea di progettualità e il femminismo ha lavorato nelle redazioni di riviste di cultura materiale (La Gola), come caporedattore per Sapere, SE scienza e esperienza, IKON, Ottagono; come direttore per Cronache filmate del XX secolo, tra i primissimi periodici multimediali; e poi come autrice televisiva per Mediaset, Telepiù e Rai. E’stata capoprogetto della trasmissione La scuola in diretta (Rai Educational), in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, con due redazioni a Milano e a Napoli. Dal 2001 dirige la Scuola di Arti Visive di IED Milano, dove ha fatto nascere corsi inediti come Sound Design. Ideatrice e collaboratrice di numerose mostre alla Triennale di Milano e a Roma, tra cui Personal Design: dall’oggetto al soggetto (2003, con Studio Azzurro), nel 2019 ha curato con Davide Sgalippa La luna è una lampadina e ha lavorato al volume Dialogues – Architecture Interiors Design sui 25 anni dello studio Locatelli Partners.Non amando le luci della ribalta ma la sostanza delle cose, ha saputo contribuire in modo determinante alla divulgazione, allo sviluppo critico e all’insegnamento della cultura del design e della comunicazione visiva nel nostro paese. Una donna burbera e dolcissima, con uno spirito da combattente che l’accompagna da tutta la vita e le ha consentito di puntare sempre all’innovazione e al bene dei suoi studenti.

(www.libreriadelledonne.it, 18 settembre 2020)
di Paola Mammani
Nell’ultima settimana di agosto abbiamo appreso della decisione di non assegnare più premi al miglior attore e alla migliore attrice, al festival del cinema di Berlino. I curatori hanno detto: Non separare più i premi nella professione di attore secondo il genere sessuale è un segnale verso una maggiore consapevolezza di genere nell’industria cinematografica. Altri hanno commentato: Un segnale di sensibilità e maggiore consapevolezza che abbraccia uno dei temi più dibattuti in ambito LGBTQ. E abbiamo appreso che la questione è stata più volte sollevata dall’attrice Kate Dillon della serie Orange is the new black che non riconoscendosi in un genere binario, ha pubblicamente chiesto che sia eliminata la distinzione tra uomo e donna.
Dunque la motivazione sarebbe che poiché vi sono alcuni/alcune che non vogliono essere definite né donne né uomini, e affermano di essere altro, un terzo, un quarto sesso/genere, un non sesso, eccetera, è meglio non usare più le espressioni miglior attore, migliore attrice. E sia. In questa specie di idioletto universale, mi ci metto anch’io e dico che per me il nuovo corso indica, semplicemente, che si intende premiare la bravura più grande, il meglio. Quante volte alcune di noi hanno bisticciato con la lingua, con il maschile e il femminile grammaticale, se intendevano affermare, per esempio, che Elsa Morante è la più grande, non solo delle scrittrici, ma la più grande fra tutti, scrittori e scrittrici, del secondo novecento italiano? Da Berlino, dalla stampa, viene una mezza soluzione linguistica: esaltare l’abilità, la funzione, la capacità attoriale, in questo caso, e vinca chi fa meglio!
Una specie di controprova della mia versione dei fatti, che equivale a dire che la grandezza femminile è sempre più visibile pubblicamente e non ha bisogno di una specifica quota né di specifica nominazione per emergere, viene dal festival del cinema di Venezia.
Presenza molto numerosa di donne, con prestazioni di grande qualità, dicono, sia delle attrici, sia delle registe, queste ultime anche in maggioranza numerica rispetto agli uomini: proprio una di loro, poi, risultata vincitrice del Leone di Venezia. Insomma, la coppa Volpi a Favino potrebbe essere stata attribuita solo perché era previsto un premio per la migliore interpretazione maschile. E allora, perché non regolarsi come a Berlino, e assegnare due coppe Volpi, ex equo, a due donne?
Mentre da questa parte dell’Atlantico, dunque, sembra aperta nel cinema la contesa per l’attribuzione di senso ai termini uomo, donna, sesso e genere, senza che le donne abbiano niente da perdere, anzi, parrebbe, perfino da guadagnare, da Hollywood arriva la definizione delle donne come categoria da tutelare nella produzione cinematografica. Assieme alle minoranze etniche, alle persone LGBT e a quelle disabili, dovrebbero raggiungere la quota del 30% fra le maestranze, perché un film possa concorrere all’Oscar. Condizioni simili poste anche per la scelta di ruoli attoriali e di altre figure artistiche e professionali rilevanti.
Qualcuna nota che nel cinema americano è già così, si sta solo formalizzando quanto è accaduto e accade. Dall’introduzione di ruoli di rilievo per i neri a metà dei Sessanta, ai tanti amori omo e storie trans, con immancabile gpa a seguito, che oggi spuntano nelle serie tv, spesso senza alcun nesso rilevante con la storia complessiva. È il loro modo di lottare contro le discriminazioni.
È grottesco? Rasenta il ridicolo che le donne, quella metà dell’umanità senza la quale non esisterebbe l’umanità intera, siano comprese fra le categorie da tutelare e per di più fino al limite del 30%?
Grande è la confusione sotto il cielo. Sembra proprio così. La situazione, quindi, è eccellente, Confucio. Anche questo potrebbe essere vero: contorsioni della realtà e del linguaggio, di fronte alla presenza incalzante delle donne.
(www.libreriadelledonne.it, 17 settembre 2020)
La sentenza n. 12193/2019 delle Sezioni Unite della Cassazione ha offerto consistenza giuridica a quello che noi donne della Rete Italiana contro l’Utero in Affitto sosteniamo da sempre: e cioè che il primo diritto, interesse e bisogno di ognuna-o che nasce è non essere strappato alla madre che l’ha partorito, oltre che sapere che è proprio da lei che è venuto al mondo.
Alcuni mesi prima della sentenza ci eravamo infatti rivolte a Sindaco, Giunta e Consiglio Comunale di Milano perché decidessero di interrompere le trascrizioni in automatico – che si andavano ormai consolidando come consuetudine – degli atti di nascita esteri di bambine e bambini nati da utero in affitto. Atti di nascita in cui la verità sulle origini delle creature veniva sostituita e “surrogata” dalla pretesa di essere indicati come padri o madri in assenza di legame genetico, sulla base della semplice “intenzione” – nonché del fatto di avere pagato per questo supposto “diritto” – perfezionando in questo modo la cancellazione della madre prevista dai contratti di surrogazione.
Abbiamo chiesto che nell’atto di nascita venisse indicato solo il genitore biologico, suggerendo eventualmente l’istituto dell’adozione in casi particolari da parte del-della partner del padre come strada possibile per garantire la continuità affettiva. Siamo state ascoltate. Il Comune di Milano ha bloccato le trascrizioni ben prima della sentenza 12193/2019 che ha indicato con chiarezza questa strada.
Abbiamo perciò appreso con stupore dell’ordinanza n. 8325 del 2020 con cui, a pochi mesi da quella sentenza, la stessa Cassazione (prima sezione) riapre nuovamente la questione. L’ordinanza propone la questione di costituzionalità dell’art. 12, comma 6, della legge n. 40 del 2004 (l’articolo di legge che vieta e sanziona il ricorso a utero in affitto in Italia), degli artt. 18 del d.p.r. n. 396 del 2000 e 64, comma 1, lett. g, e della legge n. 218 del 1995 nella parte in cui non consentono che si riconosca l’inserimento del cosiddetto “genitore d’intenzione” nell’atto di stato civile di un minore nato da utero in affitto. Secondo l’ordinanza, la sentenza delle Sezioni Unite si porrebbe in contrasto insanabile con il parere espresso in materia dalla Grande Camera della Corte Europea.
Non è nostro compito né intenzione addentrarci nei formalismi di questioni giuridiche di cui ci pare di poter rilevare la pretestuosità. La sostanza è nel reiterato tentativo di far rientrare dalla finestra ciò che credevamo definitivamente cacciato dalla porta: il riconoscimento di genitorialità piena per chi genitore non è sulla base di un supposto “diritto” economicamente acquisito, là dove i soldi possono tutto, anche violare la dignità di una donna con ogni evidenza in stato di bisogno (di più d’una, considerando anche le fornitrici di ovociti) e pregiudicare il destino di una creatura a cui viene inflitta una ferita così profonda e insanabile: dove sarebbe l’amore di genitore, quando è il proprio desiderio a contare più di tutto e tutti?
Consentire la trascrizione integrale all’anagrafe degli atti di nascita realizzati all’estero per le nate e i nati da utero in affitto (per non parlare dell’eventualità di giudicare incostituzionale il divieto di surrogazione espresso dalla legge 40) spalancherebbe le porte a una pratica di cui la stessa Corte Costituzionale ha ribadito l’illegittimità, affermando che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” (sentenza 272/2017).
Esprimiamo pertanto l’auspicio che la Corte Costituzionale voglia attenersi a quanto già limpidamente espresso e ribadito e voglia respingere in toto quanto proposto dall’ordinanza 8325/2020 della Cassazione.
Rete femminista Italiana contro l’Utero in Affitto, 10 settembre 2020
(www.libreriadelledonne.it, 15 settembre 2010)
di Franco Marcomin
La vicenda di “Venezia Manifesta”, un’alleanza trasversale tra candidate di tutte le coalizioni antagoniste alla lista di centrodestra del candidato sindaco uscente, nasce nel contesto delle elezioni amministrative di Venezia.
Racconto brevemente, a partire da me, come si è svolta questa vicenda ancora in corso dell’appello firmato da 180 donne, tra cui qualche uomo, che vogliono cambiare il governo della città. Innanzitutto le cose non capitano per caso: c’è dietro un impegno, un lavoro di pensiero, una pratica di scambio e di relazioni. E non è tutta opera di una sola o di un unico gruppo o movimento. Di fatto, i tempi erano maturi, per cui è accaduto che donne con scommesse e proposte politiche anche molto diverse tra loro si sono unite con il desiderio comune di cambiare il governo della città.
In relazione politica con Maria Teresa Menotto del PD, con la quale mi sono impegnata per anni nella Consulta delle Cittadine (dal 2016 siamo entrambe di “Preziose”), ho partecipato a una riunione con una decina di donne candidate. Prima di quella riunione, arriva via mail il testo-appello di Tiziana Plebani intitolato “Venezia Manifesta. Candidate: perché ci siamo. Appello a partire da una rete amicale” che ottiene immediati consensi da parte delle presenti. Tutte firmano l’appello. Si decide di chiedere adesioni non solo tra le candidate della lista sostenuta dal PD e dalla lista Verdeprogressista, ma anche tra quelle delle liste antagoniste al sindaco in carica. Io avrei tenuto separati il momento elettorale di sostegno al candidato sindaco di centrosinistra e l’obiettivo di un coinvolgimento più ampio di donne, ma poi l’appello è circolato per cambiare l’Amministrazione e contemporaneamente creare in città una rete di donne per rilanciare una discussione politica aperta, puntuale e intelligente che duri nel tempo, anche dopo la scadenza elettorale.
Io sono candidata per il Consiglio Regionale del Veneto con “Europa Verde” e da tempo ragiono sulle forme del governo femminile con alcune donne provenienti dall’associazionismo, dal femminismo radicale della differenza e dall’esperienza politica istituzionale. Il desiderio comune è quello di valorizzare le pratiche di libertà e le forme di autorità femminile dentro e fuori le istituzioni, facendone un precedente di forza e traendone criteri e indicazioni per l’agire politico in città. Sono consapevole della crisi della rappresentanza e della politica istituzionale dei partiti ma, invece di abbandonare il campo, ho scommesso sul cambiamento di questa, se al primo posto si pongono le relazioni e non il potere e se, a prendere le decisioni, ci sono donne capaci di agire e pensare in modo indipendente.
Tra il 2018 e 2019 con le “Preziose” di Mestre e Mirano abbiamo organizzato diversi incontri di riflessione politica con l’intento di arrivare alla stesura di un “Manifesto” di pratiche politiche proposto da Sandra De Perini e rivolto a tutte le donne, ma in particolare a quelle impegnate nella politica istituzionale. A questi incontri hanno partecipato una trentina di donne. L’anno scorso, in occasione delle elezioni Europee, alcune di noi hanno preso la decisione di scrivere una lettera alle candidate e lì ci siamo misurate sull’efficacia di una comunicazione basata sulle pratiche. Dopo le Europee, abbiamo ripreso la riflessione politica sul governo femminile, anche in vista delle elezioni Comunali e Regionali che avrebbero di lì a poco dovuto esserci, ma nei primi mesi del 2020 è arrivata la pandemia e la discussione politica “in presenza” è stata sospesa. Durante illock down ognuna ha continuato a ragionare per conto proprio, confrontandosi con le altre via mail o per telefono, perciò le cose sono comunque andate avanti, dentro di noi innanzitutto.
L’appello non si presenta come un elenco di punti programmatici, ma è l’esplicitazione di una pratica comune di donne per il governo della città. È rivolto principalmente alle donne ma aperto agli uomini perché la politica cambi e la città si apra ad un confronto ampio, non finalizzato unicamente alle elezioni.
(Rete 1 Dicembre, 13 settembre 2020)
di Franca Giansoldati
Gli scatoloni sono ormai pronti. Destinazione Milano. Marta Cartabia lascia il Palazzo della Consulta, dove è entrata trentenne, come assistente di studio, nel 1993, e poi è ritornata, nel 2011, a 48 anni, come giudice costituzionale nominata dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Negli ultimi nove mesi, i suoi colleghi l’hanno scelta per guidare la Corte, prima presidente donna nella storia della Repubblica. «Un’assunzione di responsabilità enorme, non una medaglia al valore», dice in questa intervista al Messaggero, in cui fa il bilancio della sua lunga esperienza, prima di tornare all’insegnamento universitario, «Non è un ritirarsi in una dimensione privata – spiega – perché considero la cura e l’istruzione delle giovani generazioni il primo dei compiti pubblici». E cita Mario Draghi: «Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione». Ai giovani e al futuro Marta Cartabia guarda con incrollabile fiducia, richiamando però tutte le istituzioni a un impegno sociale: «Sostenere le energie positive emerse durante il lockdown in una prospettiva di ricostruzione a lungo termine».
Presidente, in questi nove anni la Corte è cambiata?
«La Corte è una solida istituzione di garanzia, ben radicata nel sistema costituzionale, il cui tratto distintivo, soprattutto negli ultimi anni, è il pluralismo. Le istituzioni sono pensate per durare nel tempo; sono sempre le stesse, ma la loro sensibilità cambia a seconda di chi ne fa parte. Quando arrivai, il collegio della Corte era più omogeneo e in quel contesto io ero un po’ un’anomalia; a tratti mi sentivo persino un po’ sola come unica donna nel collegio. Diversa per genere, generazione e geografia dagli altri giudici. Oggi la Corte ha una composizione diversificata e reputo che questa sia una ricchezza. Tanto per cominciare, le donne sono tre e l’ultima nomina del Presidente della Repubblica ha mantenuto questo numero. La Corte è più varia per genere, per età, per provenienza geografica e per estrazione culturale. Questo tratto è decisivo per un organo come la Corte costituzionale perché è solo dal pluralismo interno che può nascere una vera neutralità nel giudicare».
Qual è la sua idea di neutralità e, quindi, di imparzialità e indipendenza?
«C’è chi pensa che la neutralità si ottenga per sottrazione, spogliandosi della propria storia, dei propri valori e orientamenti culturali. Nella vita della Corte, la neutralità si ottiene invece per addizione e nel confronto di culture e provenienze diverse. E qui di culture e provenienze ce ne sono tante. Alcuni giudici, ad esempio, hanno avuto un passato politico e parlamentare. Può sembrare una contraddizione: chi fa le leggi poi ne giudica la legittimità costituzionale… Ebbene, tutto questo non è un problema, ma una ricchezza. Dentro la Corte, ma anche fuori, ognuno vede il mondo attraverso un punto di vista: ogni punto di vista illumina l’uno o l’altro degli aspetti dei problemi da decidere, gettando un fascio di luce. È nell’intrecciarsi dei vari fasci di luce che si delinea l’immagine nella sua complessità. Nessuno può conoscere da solo, occorre incrociare le prospettive. Come direbbe Hannah Arendt: «Nell’ascolto, faccio esperienza del mondo, ovvero di come il mondo appaia da altri punti di vista. In ogni doxa si manifesta il mondo». Poi, naturalmente, ci deve essere un punto di sintesi. Dopo aver ascoltato tutti e aver lavorato nel dialogo e con l’arte della persuasione, la Corte cerca di offrire la risposta più convincente e adeguata».
È qui che entra in gioco il ruolo del presidente?
«Il ruolo del presidente è saper cogliere il contributo di tutti mettendolo a frutto».
È stato facile per lei?
«No. È faticosissimo, ma entusiasmante. È più semplice affermare un punto di vista unilaterale che sintetizzare ciò che ha valore nel contributo degli altri, specie quando le visioni sembrano inconciliabili. Non si tratta di trovare una media matematica o un minimo comune denominatore. Il Presidente è un po’ come un direttore d’orchestra. Tiene la partitura, segna il tempo, il tono. Valorizza le singole voci, assicurando la coralità. Il mio obiettivo è stato mantenere l’armonia nel collegio».
C’è riuscita?
«Lo lascerei dire agli altri. Ho cercato di valorizzare i contributi di tutti. Come dice San Paolo: vagliare tutto e tenere ciò che vale».
Da cattolica, come ha conciliato la sua visione con il punto di vista laico degli altri colleghi?
«Non sono certo la prima cattolica ad entrare nella Corte (sorride). Ma mi chiedo: perché essere cattolico viene percepito da alcuni come un problema? Credo che ciò sia dovuto al fatto che spesso la fede è percepita come un sistema di regole e leggi che competono con quelle dello Stato. Ma questo non è il cristianesimo che ho conosciuto. Il cristianesimo che conosco è lo sguardo sulla persona raccontato nel Vangelo quanto Cristo incontra la prostituta, quando incontra Zaccheo, quando incontra la Samaritana o quando incontra il buon ladrone sulla Croce. È uno sguardo che comprende e valorizza appieno ogni aspetto della loro umanità, così che nel rapporto con quell’Uomo tutti si trovano a dare il meglio di sé. È uno sguardo che permette a tutti, laici e credenti, di trovare un terreno di incontro. Tracce di questo sguardo sulla persona si leggono in filigrana anche nei principi costituzionali».
Che cosa ha significato per Marta Cartabia, teorica del diritto, diventare giudice?
«Diventare giudice per un giurista significa imparare a guardare al diritto a partire dai problemi che si creano nella vita delle persone e nella vita sociale. Un caso giudiziario, in fondo, è un enigma da risolvere. Questa abitudine a guardare ai problemi e coglierne la vera natura reputo sia uno degli aspetti più interessanti di questi nove anni alla Corte, perché come dice Chesterton: “Il guaio non è non vedere le risposte, ma non cogliere l’enigma”».
Quest’esperienza l’ha cambiata?
«Essere giudice ti fa vedere le questioni in tutta la complessità delle situazioni reali e la realtà è sempre imprevedibile. Da qui vedi il diritto nel momento del suo impatto sulla vita delle persone. Essere giudice ti chiede di misurarti continuamente con ciò che non è giusto, dalla piccola e minuscola ingiustizia quotidiana fino ai drammatici risvolti di una legge che genera effetti inaccettabili. Svolgere la funzione giudicante richiede una disponibilità all’inquietudine, perché stare davanti alle ingiustizie mette inquietudine. Per questo non possiamo dimenticare le parole di Calamandrei: “Vogliamo dei giudici con l’anima, giudici engagés, che sappiano portare con vigile impegno umano il grande peso di questa immane responsabilità che è il rendere giustizia”».
Oggi la Corte ha implementato anche la comunicazione. Perché?
«La comunicazione è parte fondamentale dei compiti della Corte. Il suo compito è custodire i principi costituzionali e il primo modo per farlo è coltivare una cultura costituzionale, raccontando il suo impatto nella vita delle persone. I valori costituzionali debbono mantenersi vivi nel tessuto sociale, se no diventano lettera morta, diventano cenere. Magari ceneri da adorare, come direbbe Papa Francesco, ma incapaci di incidere nella vita sociale».
Nonostante il lockdown, e la sua malattia, lei lascia un’impronta di modernità senza precedenti: udienze da remoto, App, processo telematico, podcast, firma digitale… Avete fatto un salto quantico.
«Il Covid ha richiesto a tutti di rinnovarsi per continuare ad essere se stessi. Anche la Corte, per continuare a svolgere i suoi compiti normali, ha dovuto mettere in atto un imponente processo di innovazione. Prima si lavorava solo su carta e in presenza. Col Covid tutto è cambiato: per esempio, gli avvocati – che vengono da ogni parte del Paese – non potevano più viaggiare per venire a depositare gli atti nella cancelleria della Corte: abbiamo dovuto attivare uno scambio elettronico di documenti; nel frattempo abbiamo impostato il processo telematico costituzionale che è a un buon punto di sviluppo e si chiamerà e-Cost. L’attività della Corte non si è mai fermata, neanche a Ferragosto. Abbiamo fatto udienze e camere di consiglio da remoto e alla fine non c’è stata alcuna flessione nell’attività della Corte: basta vedere il numero delle decisioni». […]
(il Messaggero, 13 settembre 2020)
Nell’area del Mediterraneo
di Silvia Camisasca
È trascorso quasi un anno da quel 13 novembre 2019, in cui si sono date appuntamento a Palermo una ventina di donne in rappresentanza di 12 diversi Paesi dell’area Mediterranea: l’incontro nella Sala delle Lapidi di Palazzo delle Aquile del capoluogo siciliano, oggi sede della Rete Jasmine, promossa dall’ong Mediter Bruxelles nell’ambito del progetto Amina – Programme thématique Organisations de la société civile et autorités locales (Oscal), finanziato dall’Ue, puntava alla costituzione di una rete nel Mediterraneo a supporto della leadership femminile, che, attraverso formazione continua e scambio di buone prassi, favorisse l’accesso a posizioni di rilievo di giovani donne africane ed europee. Tre giorni di confronto e dibattiti a conclusione dei quali le co-fondatrici della Rete hanno sottoscritto, davanti ad autorità locali e internazionali, la Carta di intenti Jasmine, che ufficialmente definisce priorità ed emergenze, modalità di intervento e strategie di azione.
Le interviste rilasciate a margine dei lavori sono ora, a distanza di un anno, raccolte in un libro pubblicato in 5 lingue (italiano, spagnolo, inglese, francese e arabo). «È stato un lungo viaggio con un preciso punto di svolta nel 2006, quando, in Libano, si scoprì il ruolo insostituibile della componente femminile della società civile — racconta Victor Matteucci, presidente di Mediter, ong con oltre 60 partner delle due rive del Mediterraneo, ideatore del progetto Amina e tra i promotori della Rete Jasmine, da 20 anni in ruoli di responsabilità nella cooperazione internazionale nell’ambito delle dinamiche di genere e dei diritti umani delle popolazioni post conflitto —. A differenza degli uomini, ancora coinvolti negli strascichi della guerra civile e nel clima di conflitto con Israele, le donne sembravano eludere ogni contrasto, continuando silenziose il loro impegno in cooperative di sartoria, in piccole attività commerciali o nel reperimento di acqua e cibo: la loro ottica, disincantata e, nel contempo, lucida, era già proiettata nella ricostruzione».
Così, ad esempio, il senso pratico spinse alcune a riunirsi in stanzoni polverosi davanti a vecchie macchine per cucire, mentre lo spirito di iniziativa di altre a commerciare frutta, verdura e altri prodotti di prima necessità in piccole botteghe: «Lì presi atto dell’imprescindibile ruolo strategico che rivestivano» ricorda Matteucci, sottolineando il modello che, con basso profilo e molta dignità, stavano impostando secondo forme di cooperazione spontanea: «Dalla loro organizzazione sociale in strutture orizzontali emergeva una visione di rete istintivamente incline a processi condivisi e inclusivi — prosegue il presidente di Mediter — uno schema ordinato di bisogni, conoscenze, relazioni, iniziative, naturalmente inserito in un dinamico ciclo di opportunità, basato su scampoli di tempo, spazi e risorse, e alimentato dall’alternanza recupero- riciclo».
Tra le figure più carismatiche aderenti alla Rete Jasmine, la psicanalista, scrittrice e antropologa, Rita El Khayat: originaria di Rabat, è stata la prima donna nella storia del Marocco a rivolgersi, direttamente e pubblicamente, al sovrano Mohammed VI, allo scopo di contrastare il tentativo del Movimento islamista-reazionario di limitare la presenza e l’impegno delle donne nella società maghrebina. «Esiste uno squilibrio tra i popoli a nord e quelli a sud del Mediterraneo, come evidentemente è enorme la differenza di cittadinanza tra gli occidentali e gli altri popoli» afferma Rita El Khayat, sottolineando una discriminazione che si ripercuote a cascata in termini di giustizia sociale: «Migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo, consapevoli di rischiare la vita: accettano un atroce compromesso, perché costretti da condizioni umanamente non dignitose nei loro Paesi. Questa situazione non è tollerabile».
El Khayat sottolinea il passaggio, difficile per una intellettuale donna, dalla presa di coscienza di questa lacerazione alla scelta di adoperarsi, in prima persona e apertamente, per abbattere i muri che delimitano gli spazi di autonomia e realizzazione delle donne. «La prima conquista è stata il riconoscimento del mio ruolo: le ricerche e gli studi di anni mi hanno portato ad un approccio trasversale ed oggi mi sento pronta a mettere la mia esperienza al servizio del prossimo, contribuendo a costituire un mondo più giusto». Un obiettivo, questo, raggiungibile, secondo El Khayat, attraverso un processo che faccia leva sulla trasformazione della condizione femminile in tutto il pianeta: «La rivoluzione nei rapporti di forza all’interno delle varie componenti sociali deve iniziare da un altro tipo di relazione tra esseri umani, uomini e donne, giovani e vecchi, minori e adulti, instaurando un nuovo equilibrio basato su un patto di solidarietà e parità».
Altra voce autorevole della Rete Jasmine, Enaam Suhail Al-Barrishi, direttrice della Jordan River Foundation (Jrf), racconta la sua esperienza alla guida, in qualità di General Manager, della Royal Health Awareness Society (Rhas), presieduta da Sua Maestà, la Regina Rania Al Abdullah: «Lavorando da otto anni in una delle più grandi organizzazioni della Giordania, ritengo che la cultura non basti a rendere le donne economicamente autosufficienti. Solo essere indipendenti dà la libertà di scegliere: in famiglia, sul lavoro e negli ambienti di vita. Perché le donne possano autonomamente scegliere il tipo di educazione o come curarsi, dobbiamo aiutarle ad acquisire più forza: una forza che le renda capaci di rifiutare ogni forma di violenza». Proprio quest’ultima, in Giordania, ha assunto i caratteri di un’emergenza, a causa dell’elevato numero di rifugiate irachene e siriane: «I traumi da loro subiti non si contano: fornire assistenza psicologica è una priorità assoluta e, per questo, abbiamo sviluppato diversi programmi ad hoc per le rifugiate» conclude Al-Barrishi, mostrandosi, tuttavia, fiduciosa, alla luce dei significativi passi degli ultimi anni: «La strada è ancora lunga, però, rimanendo nell’ambito dell’emancipazione femminile, la professione, il lavoro, l’impiego, non sono più tabù. Accettare che una donna contribuisse al sostegno e al bilancio del nucleo familiare era impensabile fino al cambiamento radicale di 15 anni fa».
«La mia storia personale è sintomatica della necessità di doversi impegnare per 40 anni nella carriera, in un contesto pieno di contraddizioni e conflittualità culturali e religiose — racconta la libanese, Samira Baghdadi, direttrice della Fondazione Culturale Safadi ed esperta di sviluppo locale —. L’inizio del mio impegno civile nel campo dell’educazione è coinciso con il periodo post bellico dello scontro civile in Libano: in quella fase ho dovuto fare i conti con tutti gli ostacoli di uno stato di guerra e, subito, ho rafforzato la convinzione che le donne sono leva e pilastro del benessere sociale».
Dal mondo arabo giunge un coro unanime nel sottolineare quanto l’assenza di una cultura della valutazione delle competenze agisca da freno all’emancipazione femminile, il che determina una partecipazione alla gestione del potere politico e alla guida delle imprese ancora molto timida e, per lo più, legata all’appartenenza ad un ceto sociale privilegiato. La sfida è certamente culturale, ma non solo, e, soprattutto, richiede il coinvolgimento di tutte le parti sociali, indipendentemente dal genere, dal ceto e dal paese di appartenenza.
(L’Osservatore Romano, 12 settembre 2020)
di Raffaella De Santis
Mantova città delle donne. Mentre montava la polemica sulla mancanza di donne al Festival della Bellezza di Verona, a una cinquantina di chilometri di distanza gli organizzatori del Festivaletteratura di Mantova dormivano sonni tranquilli visto che la loro manifestazione, seppur falciata dal Covid, è piena di donne. Una delle più amate è una signora elegante che parla sottovoce e ha il portamento di una danzatrice. Mariangela Gualtieri è una poetessa romagnola (anzi poeta, come preferisce essere chiamata) che riempie i teatri recitando poesie. Lei dice semplicemente: «Con i miei versi cucio i vestiti agli attori». Nata a Cesena nel 1951, laureata in architettura, dal 1983 è corpo e voce del Teatro Valdoca, fondato insieme al regista Cesare Ronconi.
Gualtieri sa parlare chiaro, i suoi versi arrivano dritti e non si nascondono dietro allusioni criptiche. Sono limpidi come i suoi occhi azzurri. La incontriamo prima del “rito sonoro” che ha tenuto ieri sera nel cortile di Palazzo Te. Qui era molto attesa, anche dai giovanissimi. La sua poesia “Nove marzo duemilaventi” scritta durante il lockdown e pubblicata inizialmente su Doppiozero è diventata un caso, rimbalzata sui social come fosse una canzone pop e nel giro di pochi giorni tradotta in tutto il mondo. Lunedì prossimo Gualtieri aprirà invece la Biennale Teatro, invitata dal direttore Antonio Latella.
Ora a parlare di donne con Mariangela Gualtieri è un’avventura niente affatto scontata perché si finisce per oltrepassare le gabbie dei generi e per approdare a un’idea di femminile che “riguarda tutti”, anche i maschi che non è detto debbano incarnare la fetta di popolazione votata al muscolo e all’arroganza.
Crede che le quote rosa siano un falso problema?
«Il fatto stesso che bisogna ricorrere a leggi e regolamenti rivela che alle donne si pensa troppo poco».
Nella poesia non accade. Lei, Alda Merini, Patrizia Cavalli siete voci amatissime anche dal pubblico popolare. Cosa ha di speciale la poesia femminile?
«Se mi avesse fatto questa domanda qualche anno fa mi sarei arrabbiata. Le avrei risposto che la poesia pesca in un io profondo, che non è né maschile né femminile».
E oggi?
«Oggi penso che nelle voci femminili ci sia una maggiore umiltà, un senso speciale di dismissione, di cura. Dante diceva di scrivere nella lingua delle mulierculae. Anche io voglio scrivere nella lingua delle donnicciole. Voglio esprimermi in una lingua bassa che sia viva e forte, in cui ci sia posto per l’ascolto e si faccia più attenzione alle piccolezze del quotidiano, e con quella lingua dire anche le cose più alte».
Non si rischia di relegare le donne ai soliti ruoli? Perché non desiderare il potere?
«Non dobbiamo nasconderci dietro attributi maschili ma tenere vive le nostre qualità. La pazienza, la lentezza, la cura per il dettaglio, la contemplatività sono virtù che appartengono a un’idea di energia femminile più estesa, che riguarda anche gli uomini».
Lei cosa faceva negli anni Settanta, apparteneva a gruppi femministi?
(Sorride) «In quegli anni insieme a Cesare Ronconi siamo finiti grazie a una borsa di studio in Polonia. Lì abbiamo scoperto il teatro di Kantor e di Grotowski. Eravamo inconsapevoli, è stata la vita a portarci lì. Ricordo che una volta abbiamo assistito di nascosto alle prove de La classe morta. Sinceramente non mi sono mai riconosciuta pienamente nel femminismo o nei gruppi extraparlamentari che frequentavo in quegli anni. Mi hanno sempre messa un po’ a disagio».
Come mai?
«Mi sembrava avessero una lingua troppo specialistica, esclusiva. Faticavo a capire quello che dicevano. Stavamo ore e ore seduti in stanze fumose. Un sacrificio del corpo che non concepivo. Oggi però mi incuriosiscono le nuove femministe. Il loro mondo mi sembra un mondo più accogliente, più inclusivo».
I suoi versi invece parlano a tutti. Sa spiegarsi il successo enorme di “Nove marzo duemilaventi”?
«Ha sorpreso anche me. Mi chiamavano da tutto il mondo, dalla Cina alla Norvegia. Credo che questo testimoni un grande vuoto di parole. In quei giorni vivevamo sotto l’assedio delle parole dell’informazione e avevamo una fame inesauribile di altro».
L’attacco è forte, quasi un monito: “Ci dovevamo fermare”.
«È uno degli aspetti positivi della tragedia che stiamo vivendo. Il virus ci ha aperto gli occhi. Ci siamo accorti di essere incastrati in una corsa. Una corsa che ci condanna a vivere sulla superficie, ad andare sempre di fretta».
Il compito della poesia è anche farci guardare oltre?
«La poesia parla alla ragione ma anche a qualcosa che è al di là della nostra ragione. Sentivo che eravamo affamati di una parola che non comunica ma piuttosto rivela. La poesia sa risvegliare la nostalgia di un senso profondo».
Nella sua nuova raccolta “Quando non morivo”, pubblicata da Einaudi, parla spesso al plurale. Dice “siamo” e include la natura e gli animali.
«I miei momenti di maggiore felicità hanno a che fare con un senso di consonanza con tutto quello che mi circonda. Sono tenuta in vita dall’acqua, dalla luce, dalle piante, dagli animali. Ho bisogno di sentirmi parte di tutto questo».
In Nove marzo dice: “Tutta la specie la portiamo in noi”.
«È così, diminuire il proprio “io” avvicina alla felicità».
(La Repubblica, 11 settembre 2020)
di Mariangela Gualtieri
Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.
Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.