di Viviana Mazza


«Le donne sono stanche di Trump: non è sessista, ma sicuramente misogino»


Donald Trump ha un problema con l’elettorato femminile. I suoi consensi sono crollati tra le donne, tranne le bianche non laureate, che scelsero lui nel 2016 e che sembrano intenzionate a farlo di nuovo, con un possibile peso negli Stati in bilico. Ma colpisce il collasso della sua popolarità̀ tra le bianche laureate che quattro anni fa, pur eleggendo per il 51 per cento Hillary Clinton, diedero a Trump il 44 per cento dei voti e costituirono una parte importante della sua base. Il messaggio «law and order» e lo spettro della violenza razziale nei sobborghi non sembra averle persuase a restare con lui. Se nel 2016 il presidente perse il voto femminile di 13 punti percentuali, stavolta il gender gap con il rivale potrebbe superare i 20 punti, un record nella storia elettorale moderna. «La mia sensazione è che le donne siano stanche di Trump», dice a 7 la filosofa Kate Manne. «I pregiudizi di genere tendono ad essere condivisi dalle donne, che tristemente, come dimostrano le ricerche, possono essere più attirate da un candidato maschio democratico». «La ricostruzione giornalistica delle molestie e delle probabili aggressioni sessuali da lui commesse sta finalmente avendo effetto, non gli concedono più̀ il beneficio del dubbio. Penso che anche la sua gestione della pandemia sia stata cruciale». Docente della Cornell University e neomamma, Manne ha appena scritto un editoriale sul Washington Post sul legame tra l’atteggiamento di Trump da «dominatore del virus» e la sua mascolinità tossica. Nei suoi due libri — Down Girl (Giù ragazza; sottotitolo: La logica della misoginia) e Entitled (Esigere, come il privilegio maschile ferisce le donne) — la filosofa ha analizzato i rapporti di genere nell’ambito delle relazioni di potere, basandosi sempre su fatti di attualità.

Quattro anni fa le rivelazioni sulle frasi misogine e le molestie di Trump non impedirono a molte donne bianche di votare per lui. Buzzfeed le chiamò «Ivanka Voters», perché́, «pur turbate da quelle rivelazioni, ritenevano che, se la figlia del miliardario, madre e imprenditrice, lo aveva perdonato potevano farlo anche loro». Perché le cose sarebbero cambiate ora?

«In parte perché́, dopo quattro anni, sappiamo molto di più su Donald Trump, ma anche perché nel 2016 a sfidarlo era una donna mentre oggi il suo rivale è un uomo. I pregiudizi di genere tendono ad essere condivisi dalle donne, che tristemente, come dimostrano le ricerche, possono essere più attirate da un candidato maschio democratico».

Lei spiega che Trump non è sessista ma misogino, un po come lo è la società moderna. Cosa vuol dire? 
«Trump incarna un fenomeno recente: non è particolarmente sessista, pensa che le donne siano competenti e che possano contribuire alla sua Amministrazione come alle sue aziende. Ma è sicuramente misogino nel senso che impone il rispetto dell’ordine patriarcale, reagendo con ostilità e odio nei confronti delle donne che lo sfidano o lo ostacolano. Ci si aspetta che siano fedeli e deferenti. Quando Kamala Harris ha opposto resistenza a Mike Pence nel dibattito tra i vice, Trump l’ha definita un mostro, il classico modo in cui vengono etichettate le donne che sfidano l’autorità maschile».

Kamala Harris è la prima candidata vice nera: quanto conterà per il voto delle donne?

«È difficile dirlo, non c’è niente di particolarmente radicale in una vicepresidente donna, alla fine è percepita come al servizio di un leader uomo. Il suo compito è di appoggiarlo, un ruolo in linea con le aspettative di genere, incluse quelle verso le donne nere, anzi specialmente loro. Anche se lei sta facendo tanto per infrangere alcune aspettative di genere, non credo che avrà un ruolo smisurato in quest’elezione».

Una frase di Harris, Im speaking, per evitare di essere interrotta da Pence, ha fatto notizia, è diventata uno slogan sulle T-shirt. Come hanno reagito le altre donne?

«Ci sono donne che difendono le norme patriarcali. Megyn Kelly, commentatrice di centro-destra, le ha detto: “Prendila come una donna, non fare quelle facce”, dopo le occhiatacce di incredulità di Harris per le bugie e la manipolazione psicologica di Pence. Ma molte altre sono state rinvigorite dalla sua insistenza a non essere interrotta».

Ci sono dinamiche misogine anche nel partito democratico? Chi considerava Kamala poco adatta al ruolo di vice di Biden faceva spesso riferimento ad uno scontro con lui nelle primarie.

«Sì, ci si aspettava che in quanto donna Kamala Harris fosse fedele al grande vecchio del partito, che non ferisse i suoi sentimenti dichiarando una semplice verità, ovvero che lui aveva osteggiato misure di desegregazione di cui lei da bambina nera aveva beneficiato. Ora comunque per Harris sarà più facile: può essere percepita come una brava donna, appoggiando Biden, citando le sue idee».

E le due first lady?

«Melania è imperscrutabile ma anche complice dell’Amministrazione, viene spesso criticata in modo ingiusto, per esempio per il suo abbigliamento, ma non significa che tutte le critiche non siano valide. Un oppressore può essere anche un oppresso. Quanto a Jill Biden, ha coperto spesso il marito, a partire dall’audizione di Anita Hill. Come Brett Kavanaugh nel 2019, il giudice Clarence Thomas entrò nella Corte suprema nel 1991 nonostante le accuse di molestie sessuali: Biden presiedeva la Commissione Giustizia del Senato e rifiutò di ascoltare testimonianze di altre donne che potevano corroborare quella di Anita Hill».


(7XXL – Corriere della Sera, 24 ottobre 2020)

Video pubblicato su la Repubblica


Un lungo dialogo sul filo dell’ironia e dell’intelligenza delle due protagoniste. Tra “ricordi d’infanzia atroci” e commozione, storia vera d’artisti e valori personali. Ecco l’integrale inedito dell’incontro tra la curatrice e critica d’arte Lea Vergine e la scrittrice Chiara Valerio registrato a Milano nel 2017 per il progetto ‘Cosa pensano le ragazze’ ideato e realizzato per Repubblica da Concita De Gregorio. Un brano di questo video è stato inserito anche in “Lievito madre”, il film di Concita De Gregorio e Esemralda Calabria presentato al Festival di Venezia nel 2018

di Lia Cigarini e Luisa Muraro


Lea Vergine non è più tra noi ma è ancora dentro di noi nel ricordo e ancor più nella riconoscenza: lei è tra le donne che hanno aiutato la nascita della Libreria delle donne di Milano.

L’abbiamo conosciuta nel 1975, quando, in cerca di soldi, ci siamo rivolte ad alcune artiste come Carla Accardi, Dadamaino, Valentina Berardinone e Nilde Carabba. Altre si uniranno. Lea Vergine ha messo insieme le opere (serigrafie) di queste artiste accrescendo così il loro valore anche in senso commerciale.

In un’intervista di Massimiliano Gioni, curatore della mostra di Palazzo Reale La Grande Madre (2015), Lea racconta: «Nel 1975, la Libreria con Luisa Muraro e Lia Cigarini mi chiese di presentare una cartella di artiste. Rimango un po’ perplessa. Scrivendo per la prima volta su nove artiste insieme, tra le quali Carla Accardi, Dadamaino e Amalia Del Ponte, ho cominciato a prendere coscienza di separazioni terrificanti…» E aggiunge: «avevo un subbuglio dentro di me, forse un autentico star male. Così mi sono detta è il momento di fare una ricerca seria e, nel 1978, ho cominciato a lavorare alla mostra L’altra metà dell’Avanguardia inaugurata a Palazzo Reale di Milano nel 1980».

Lea Vergine aveva già pubblicato Il corpo come linguaggio (la Body Art e storie simili) e scoprì, in seguito all’incontro con la Libreria, l’importanza che la politica delle donne dava e dà all’essere corpo. Questa coincidenza è diventata un legame duraturo con la Libreria delle donne di Milano, che resta vivo e che noi affidiamo anche a quelle che non l’hanno conosciuta.


(www.libreriadelledonne.it, 21 ottobre 2020)

di Marta Equi


Martedì 20 ottobre è mancata la curatrice e critica d’arte Lea Vergine.

La celebrano rendendo conto del suo ricco e articolato percorso professionale Art Tribune e molte altre testate dedicate all’arte, e non solo. [1]

Personalmente la associo ad un progetto importante per la storia della Libreria delle Donne di Milano, che è particolarmente interessante perché fa luce sulla relazione originaria tra politica della Libreria e pratiche artistiche, che prosegue fino ad oggi con le attività della Quarta Vetrina.

A Lea Vergine dobbiamo la mostra «L’Altra Metà dell’Avanguardia 1910-1940», tenutasi a Palazzo Reale nel 1980 e dedicata a rivelare il lavoro delle artiste nei movimenti di avanguardia. Quella mostra fondamentale, «un taglio simbolico per le donne nella storia dell’arte» scrive Lia Cigarini [2], fu ispirata dai progetti e dalle riflessioni che la curatrice incontrò alla Libreria delle Donne di Milano, come racconta lei stessa in un’intervista. [3] Vergine curò infatti la «Cartella delle Artiste» (1975) con opere di Carla Accardi, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Nilde Carabba, Dadamaino, Amalia del Ponte, Grazia Varisco, Nanda Vigo.

La cartella fu pensata non solo come «momento di solidarietà verso il movimento delle donne e in particolare verso la Libreria delle donne», come scrivono le artiste coinvolte (la Libreria nacque infatti anche grazie al sostegno di questa iniziativa), ma anche come gesto dal potenziale trasformativo e trasgressivo rispetto alle logiche del mercato dell’arte, proponendo prezzi politici e logiche distributive alternative ai canali tradizionali. «È un piccolo inizio» – concludono le artiste nel comunicato del ’75 – «Altre donne compiono altre azioni, inventano altri gesti. Un giorno tutti questi gesti si potranno incontrare.» [4]

Ancora una volta, il femminismo delle origini mi trasmette energia, voglia di inventare, e di trasgredire.


(www.libreriadelledonne.it, 21 ottobre 2020)


[1] Per esempio: Nicoletta Spolini, Addio a Lea Vergine, critica d’arte, moglie di Enzo Mari. Vogue, 20 ottobre 2020; Matteo Bergamini, Lea Vergine, Scrivere leggendo L’arte, Exibart, 20 ottobre 2020.

[2] Lia Cigarini, Niente è più come prima. In catalogo della mostra «Vetrine di Libertà», a cura di Francesca Pasini e Chitra Cinzia Piloni, Nottetempo, 2019.

[3] L’altra metà dell’avanguardia. Modernismo e questioni di genere in una mostra storica. Lea Vergine intervistata da Massimiliano Gioni. In catalogo «La Grande Madre», a cura di Massimiliano Gioni e Roberta Tenconi, 2015, SKIRA, pagine 267-270.

[4] Le citazioni derivano dalla cartolina di invito alla presentazione della Cartella delle Artiste, riportata nel catalogo della mostra «Vetrine di Libertà», a cura di Francesca Pasini e Chitra Cinzia Piloni, Nottetempo, 2019

di Charles Michel


Bruxelles – Il Premio Sakharov 2020 per la libertà di pensiero è stato assegnato dal Parlamento europeo all’opposizione democratica in Bielorussia. Lo ha annunciato il presidente David Sassoli al termine della riunione della Conferenza dei presidenti (22 ottobre) che ha selezionato i rappresentanti dell’opposizione di Minsk tra la rosa dei tre finalisti in cui erano insieme agli attivisti ambientali di Guapinol e Berta Cáceres in Honduras e all’arcivescovo di Mosul, Najeeb Michaeel.

Le massicce proteste di piazza in Bielorussia contro l’illegittimità dell’insediamento di Alexander Lukashenko, presidente dal 1994 non riconosciuto dall’Unione europea, si svolgono ogni domenica da ormai 11 settimane, sin dalle elezioni presidenziali del 9 agosto scorso che hanno confermato Lukashenko al potere per il sesto mandato nel Paese.

Le proteste a Minsk hanno “commosso il mondo”, ricorda il presidente Sassoli annunciando ad uno ad uno i rappresentanti dell’opposizione bielorussa, vincitori del Premio assegnato ogni anno dall’Europarlamento: i membri del comitato di coordinamento Sviatlana Tsikhanouskaya, la leader d’opposizione e avversaria di Lukashenko alle presidenziali di agosto, il premio Nobel Svjatlana Aleksievič, la musicista e attivista Maryia Kalesnikava, gli attivisti Volha Kavalkova e Veranika Tsapkala; e poi, i politici e personaggi della società civile Siarhei Tsikhanouski, Ales Bialiatski, fondatore dell’organizzazione bielorussa per i diritti umani Viasna, Siarhei Dyleuski, Stsiapan Putsila fondatore del canale Telegram NEXTA, e Mikola Statkevich, prigioniero politico e candidato alla presidenza alle elezioni del 2010.

“Cresce lo sgomento” dell’Unione europea “per le violenze e per la negazione della verità” da parte del presidente Lukashenko, ricorda Sassoli. Coraggio, resistenza e determinazione, di questo si congratula il presidente dell’Europarlamento con i vincitori dell’edizione 2020 del Premio Sakharov. “Hanno resistito e sono ancora forti di fronte a un avversario molto più potente. Li sostiene qualcosa che la violenza non potrà mai sconfiggere – e questa è la verità”. Il messaggio che gli rivolge è di “rimanere forti e non rinunciare alla vostra battaglia. Sappiate che siamo al vostro fianco”, ha aggiunto ancora. La cerimonia di premiazione si terrà il 16 dicembre, durante la sessione plenaria dell’Europarlamento.

Gli sviluppi in Bielorussia sono particolarmente sentiti a Bruxelles, dove il Consiglio ha già adottato un pacchetto di sanzioni nei confronti di 40 alti funzionari del regime di Lukashenko responsabili di brogli elettorali e violenze contro manifestanti pacifici ed è attualmente al lavoro per estendere le sanzioni anche nei confronti del presidente considerato illegittimo. “L’Unione europea saluta il vostro coraggio e sostiene pienamente le vostre ambizioni”, commenta l’assegnazione del Premio in un tweet l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell. Anche il presidente del Consiglio Charles Michel ricorda che l’Ue “condanna le violenze e invita le autorità bielorusse a rilasciare tutti i detenuti e ad avviare un dialogo nazionale inclusivo”, per favorire una transizione democratica al potere.


(tiscali.it, 22 ottobre 2020)

di Paola Mammani


L’Associazione Luca Coscioni, l’Associazione Italiana genitori di ragazze affette dalla sindrome di Rokitansky, Certi Diritti, Famiglie Arcobaleno, Agedo e l’Ufficio Nuovi Diritti della CGIL di nuovo manifestano per chiedere alla politica una legge che tuteli la gestazione per altri.

I fautori dei nuovi diritti chiedono sia regolamentata “solamente” la cosiddetta gpa non commerciale – o solidale, come anche la chiamano – e sembrano ignorare che quando la gpa fosse ammessa per legge, diventerebbe immediatamente un affare di avvocati, cliniche, centri di raccolta di gameti, in un crescendo di servizi offerti per realizzare sul mercato il maggior profitto possibile, e di conseguenza sparirebbe, per quello che è esistita, la gestazione non commerciale.


(www.libreriadelledonne.it, 22 ottobre 2020)

di Monica Ricci Sargentini 

Non sono stati tre anni facili per la Nuova Zelanda. L’attentato antiislamico di Christchurch, l’eruzione del vulcano di White Island, la storica sfida della pandemia che ha portato alla recessione più grave dalla Grande depressione. Eppure Jacinda Ardern, quarant’anni, ne è uscita tanto rafforzata da essere rieletta ieri con il 49% dei voti, un risultato che il Labour party non otteneva da decenni e che le consentirà di formare, se lo vorrà, un governo monocolore, cosa che in Nuova Zelanda non accadeva dal 1993.

È stato proprio il piglio tranquillo ma fermo della premier nel gestire le crisi del Paese che ha conquistato i cittadini: «È nei momenti duri che diamo il meglio di noi. Siamo stati in grado di saltare ostacoli giganteschi e affrontare enormi sfide perché siamo quelli che siamo e perché avevamo un piano» ha detto lei qualche mese fa. L’ultimo successo Ardern l’ha raccolto nella battaglia contro il coronavirus che ha combattuto insieme alla popolazione: «Noi siamo una squadra» ha sempre detto. Il suo approccio è stato drastico: eliminare il virus e non limitarsi a contenerlo. I risultati sono stati strabilianti: la Nuova Zelanda ha avuto 1.883 infetti e 25 morti su una popolazione di 5 milioni. E oggi si è tornati alla vita di sempre anche se i confini sono ancora chiusi e la crisi economica incalza anche a causa della drastica flessione del turismo.

I lunghi capelli scuri, il sorriso rassicurante, Ardern è anche un’icona femminista. Nel 2017 è diventata la seconda prima ministra al mondo, dopo la pakistana Benazir Bhutto nel 1990, ad aver avuto una figlia durante il suo mandato. Difficile dimenticare la sua partecipazione all’Assemblea generale dell’Onu nel settembre 2018 con la neonata e il compagno Clarke Gayford. Niente fuori dall’ordinario, secondo lei. «Non voglio apparire come una superdonna perché non dovremmo aspettarci questo dalle donne. Se riesco a conciliare tutto lo devo a un partner che può dedicarsi a tempo pieno a Neve Te Aroha».

In un mondo dominato da figure maschili esuberanti, conservatrici e anche sessiste, da Bolsonaro a Trump, la premier neozelandese è diventata il simbolo di una politica non urlata, rispettosa degli altri e sicuramente aperta alle differenze. Come ha dimostrato dopo gli attacchi di Christchurch, nel marzo 2019, quando si rifiutò di nominare anche solo una volta l’attentatore per non concedergli notorietà, ma abbracciò uno a uno i parenti delle 51 vittime mostrando un’empatia cui non siamo abituati. Il Paese si unì nel lutto e lei riuscì a far passare una legge per vietare la vendita di armi d’assalto. Si potrebbe dire che, in un mondo costruito tutto al maschile, Ardern ha avuto il pregio non solo di governare bene ma di portare una visione femminile, mettendoci tutta se stessa.

E dire che nel 2017 era semisconosciuta quando portò al successo elettorale i laburisti, solo sette settimane dopo aver assunto la leadership di un partito considerato in difficoltà. Allora formò un governo di minoranza con i Verdi e un piccolo partito populista; oggi, dall’alto dei 64 seggi conquistati dai laburisti in Parlamento su un totale di 120, potrebbe decidere di non allearsi con nessuno. Ma non è questa la vera sfida. La premier ora dovrà affrontare la piaga della povertà infantile che affligge un minore su otto, soprattutto nella comunità maori, e far uscire il Paese dalla crisi economica in cui è piombato. La rivoluzione ferma ma gentile è solo all’inizio.


Corriere della Sera, 18 ottobre 2020)

di Stefano Verdino


«Meno penosa dell’agonia terribile di Emily, questa fu tanto discreta da passare inosservata agli altri ospiti della casa. Nel momento stesso in cui Charlotte si chinava a chiudere gli occhi della sorella, alla porta semiaperta dell’alloggio fu annunciato che il pranzo era servito». Può bastare questo breve passaggio sulla morte di Anne Brontë (1820-49), sorella minore delle più note autrici di Cime tempestose (Emily) e Jane Eyre (Charlotte), per darci il tono di questo bel ritratto della scrittrice vittoriana, fatto da una notevole scrittrice italiana, Beatrice Solinas Donghi (1923-2015): il tragico (una morte così giovane) si mescola con l’ordinaria routine in un sottotono, che pare adeguato alla protagonista, ma non sfuggirà il dettaglio della «porta semiaperta» a proiettarci in un’esattezza quotidiana. Anne Brontë la gemella minore è appena edito, postumo, per le cure di Massimo Bacigalupo (il canneto editore, pp. 131, € 15,00) e corredato di una bella scelta di poesie sempre da Donghi tradotte. Donghi, genovese di ascendenze britanniche, aveva più che un occhio in quel lontano Ottocento, scenario di tanti suoi testi per ragazze e affine a un suo invincibile temperamento di inattualità. Le Brontë poi più volte hanno intrigato sia la scrittrice in proprio (Vite alternative, sempre il canneto, 2010) sia la saggista, con il più ampio ritratto di Emily (Campanotto, 2001). E probabilmente anche questo racconto critico dovette configurarsi in quel tempo, intrigata dal nesso e dalla diversità di Emily e Anne. Donghi forse si trova più a suo agio con Anne, che rispetto al turbine romantico della sorella, sceglie per i suoi romanzi una tonalità morale, a volte anche moralistica, ma dove «Il suo punto di forza era il realismo: quieto e discreto quanto si voglia, ma lucido e talvolta spietato». Donghi usa per Anne una sigla «quietness, la modesta reticenza», che si potrebbe usare per lei stessa (per i suoi racconti essenziali, mirabili congegni tra un gusto fiammingo del dettaglio e un sottile e suggestivo alluso). Dei due romanzi di Anne (Agnes Grey, 1847; The Tenant of Wildfell Hall, ’48, tradotto come Il segreto della signora in nero) Donghi privilegia il secondo, che ha un complesso montaggio narrativo, con vari passaggi di punti di vista, e una istanza femminista, stupefacente per l’epoca, non esitando a prendere posizione anche contro la legislazione vigente pronta a «equiparare a un crimine l’abbandono del tetto coniugale». Del resto la mite e defilata Anne ha sensibilità per più aspetti precorritrici, anche un tratto animalista, quando su un carrozzino «insistette per impossessarsi delle redini, non volendo che il ragazzo alla guida costringesse l’animale a un tratto troppo sostenuto». Come scrive Bacigalupo nella prefazione, qualità di Donghi è «trovare un filo tra tante storie, informazioni» e «opere memorabili» e svolgerlo in una «lingua insieme personale e di trasparenza quasi classica». Sulla scorta di carteggi, testimonianze e biografie inglesi Donghi è assai fine nel ridelineare, con il suo gusto del dettaglio, alcune scene come l’incontro di Charlotte e Anne con l’editore londinese George Smith che «non trovò particolari attrattive in quelle due sbiadite signorine di provincia, modestamente vestite e stanche del loro strapazzoso viaggio notturno» e «La sera stessa se le trascinò dietro all’opera: ad ascoltare II Barbiere di Siviglia, che le frastornò più di quanto non le divertisse. Era imbarazzante, oltre tutto, non possedere il vestiario adatto all’occasione».


(Alias – il manifesto, 18 ottobre 2020)

di Luisa Muraro


Al Cinema Mexico di Milano danno il documentario dedicato a Pippa Bacca da Simone Manetti, che ha intitolato il suo film Sono innamorato di Pippa Bacca. Anche noi. Nel 2008 la rivista “Via Dogana” (n. 85) le ha dedicato questo articolo, che riproponiamo. “Via Dogana” adesso si pubblica sul sito della Libreria delle donne.


Non è un fatto di cronaca, oppure sì, di quelli che un giorno serviranno a scrivere la vera storia di donne e uomini, e questo è già pronto.

“Voleva raggiungere Gerusalemme”, dicevano di Pippa Bacca, quando ne fu denunciata la scomparsa, e pensai alla Crociata dei fanciulli (1212), quasi senza pensarci, come se anche questa fosse una di quelle vicende tristi e favolose che la storia s’inventa e su cui ci lascia fantasticare. Anche lei, come loro, alla ventura, verso l’Oriente, nel trasporto di un sogno, con quello slancio che hanno i fanciulli, non più creaturine attaccate per istinto agli adulti, non ancora adulti preoccupati del proprio benessere. Si era ai primissimi giorni di aprile e i giornali avevano cominciato a pubblicare immagini e notizie dello strano viaggio di Giuseppina Pasqualino di Marineo, il suo nome anagrafico. È partita l’8 marzo, dicevano, insieme all’amica Silvia Moro, entrambe vestite da spose, in autostop, dall’Italia ai paesi dei Balcani fino alla Bulgaria e da lì, purtroppo non più insieme, in Turchia per ritrovarsi poi in Libano e raggiungere Gerusalemme.

Poi ho capito che non era una favola. Voleva essere un atto teatrale e politico per la pace dei popoli, un lunghissimo atto unico che metteva in scena la fiducia di due giovani donne e l’accoglienza loro riservata, lungo il percorso. Con un sito per seguirlo e un titolo: Brides on tour (spose in viaggio).

Poi sembrò che tutto fosse finito, il teatro come la favola, allorché, il 31 marzo, Silvia Moro fece sapere che aveva perso il contatto con l’amica e le ricerche portarono, dieci giorni dopo, alla scoperta del corpo di lei, seguita dall’arresto dell’uomo che l’aveva uccisa, Murat Karatash. L’uomo, reo confesso, l’aveva raccolta in autostop, aveva mangiato con lei e poi l’aveva violentata e uccisa. Presa e buttata, così come certi strappano i fiori che sporgono dai giardini o spuntano dai fossi umidi. Aveva 33 anni, un’età che un certo tipo di persone non riesce a oltrepassare.

Ma non è vero che fosse tutto finito. Tant’è che il manifesto, che non ha pagine destinate alla cronaca, ha scelto giustamente che a parlare del fatto fosse Arianna Di Genova, critica d’arte, sulle pagine intitolate “Visioni”. La storia, infatti, è riuscita a riscattarsi dagli aspetti più penosi e ha preso la forma di un’opera d’arte. Ora Pippa Bacca è compiutamente quella che ha voluto e aveva cominciato ad essere, un’artista, e non si dica che è stata la morte, la morte non ha fatto che annodare insieme fili che hanno i colori della vita.

In ciò ha contato non poco la risposta della Turchia, che è stata di una qualità speciale, non saprei dire di più, salvo che, nello specchio di questa risposta, l’impresa della giovane artista milanese ha assunto una grandezza nuova. Parliamo di un paese che aspira a entrare nella comunità europea e lotta per migliorare l’immagine che se ne ha all’estero: c’era questo nei gesti pubblici, ma li dettava un sentimento vero. Come lo so? Ce lo garantisce il contesto. 

Un grande ruolo ha avuto la madre, Elena Manzoni insieme alle figlie, ben cinque con Pippa, sorelle unitissime fra loro, da lei portate, ancora bambine, in pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Nel susseguirsi degli avvenimenti, fino al funerale celebrato il 19 aprile, nell’antica basilica di San Simpliciano, all’insegna della festa pura, quasi fanciullesca, la madre ha costantemente parlato, agito e, credo che si possa dire, sentito, con una serenità stupefacente, sempre accettante verso le scelte di Giuseppina, come lei naturalmente la chiama. “Poteva accadere ovunque”, è stato il primo commento pubblico di Elena Manzoni, che ha indirizzato i mass-media nel senso di rivolgere l’attenzione verso la figura e il progetto della figlia. “La sua è stata una prova di fede nella pace e nell’accoglienza dei popoli”, ha detto ancora, e come tale ci chiede di vederla. Ora, insieme alle figlie, prepara una mostra dell’opera di Pippa, che l’ambasciatore turco, presente ai funerali, ha chiesto di portare anche nel suo paese.

Dopo il funerale, sul sagrato di San Simpliciano (una chiesa associata alla figura della grande Guglielma Boema), mescolate alla folla, c’erano alcune autorità di Milano, la sindaca Letizia Moratti in testa. Se avesse potuto parlare, Pippa avrebbe chiesto loro (a suo tempo lo aveva effettivamente chiesto) di recuperare la Casa degli artisti, un luogo affascinante, a lei caro, da decenni in un miserevole stato di abbandono. Le autorità hanno promesso targhe, celebrazioni e onorificenze, e a chi ha ricordato loro il desiderio della giovane donna, hanno risposto “magari”, che è la quintessenza dell’italiano intraducibile.

La vicenda è stata molto seguita e commentata, specialmente a Milano, e alcuni commenti sono stati di critica: una dovrebbe sapere…, non ci si può esporre… Commenti che trovo ammissibili e ai quali vorrei rispondere. Sì, è vero, lei si è esposta a rischi non trascurabili, ma non più grandi di quelli che fanno scalate, corrono a Monza, volano in deltaplano. Con la differenza che lei ci ha messo più inventiva e più generosità, offrendo qualcosa di bello e insolito alla nostra fruizione (parola che ha la radice del “dolce frui” del Paradiso di Dante). Non sono una difensora della libertà femminile che, insofferente di limitazioni, sfida il buon senso. Però dico: c’è libertà femminile, oggi, vogliamo farne qualcosa che non sia solo stare un po’ meglio o misurare quello che ancora manca? Pippa Bacca ha investito questa libertà come meglio sapeva fare, in una testimonianza politica cui ha dato forma d’opera d’arte, pagando un prezzo alto, che alza il valore dell’opera. Altrimenti, a che pro? Come disse una volta Luce Irigaray: se è solo per me, tanto valeva restare fra le mura domestiche a fare le ottime cose che hanno saputo fare le nostre antenate. Sia detto senza ombra di riprovazione, per incoraggiamento.


(www.libreriadelledonne.it, 15 ottobre 2020)

di Ettore Meccia


Il Premio Nobel per la chimica 2020 è stato assegnato a Jennifer Doudna e a Emmanuelle Charpentier «per lo sviluppo di un metodo per il genome editing».

[…]

Qualcuno (Il Corriere della Sera) le ha chiamate le “Thelma e Louise del DNA” e questo ha scatenato non poche proteste. Perché l’essere una coppia di donne viene prima dell’essere scienziate? In effetti il titolo è dell’articolo di Anna Meldolesi che scrive: «Le Monde le aveva soprannominate le Thelma e Louise del Dna (ndr il paragone era dovuto alla capacità di rompere gli schemi), ma la loro avventura (a differenza di quel memorabile film) ha il lieto fine più bello…» e chi scrive è una donna, biologa, che gestisce una pagina che si chiama CRISPeRmania e che di editing genomico ne sa. Difficile che volesse sminuire il merito scientifico delle due colleghe.

[…]

Quello che è sicuro è che questa non è, finalmente, una delle troppe storie di grandi donne che “stanno dietro” a grandi uomini. Doudna e Charpentier sono due donne che hanno fatto ognuna la propria carriera, una negli USA, l’altra in Europa, prima di incontrarsi nel 2011 e avviare quella collaborazione che nel 2020 le avrebbe portate a stringere la mano al re di Svezia tra gli ori della Konserthuset di Stoccolma, se un piccolo virus non si fosse messo per traverso. Purtroppo hanno dovuto accontentarsi di un riconoscimento virtuale. E salterà anche il grande banchetto nella Sala Blu della Stadshuset, il municipio di Stoccolma.

Paradossalmente, tutta questa storia nasce tanto tempo fa da un altro virus. Anche se… in verità no, nasce tutto da una salina vicino ad Alicante, in Spagna.

Quindi cosa hanno inventato le due scienziate da Nobel? Inventato, niente. Esisteva già tutto, era lì da molti, molti milioni di anni. Allora lo hanno scoperto? Nemmeno.

In effetti, tutta questa storia nasce dalla scoperta fatta nel 1993 da Francisco Mojica, microbiologo dell’Università di Alicante, di strane sequenze ripetute nel genoma di due archeobatteri del genere Haloferax, isolati nella vicina salina di Santa Pola. Come se in un libro (il genoma) avesse trovato una pagina strana in cui la stessa parola è ripetuta in ogni riga intervallata da un testo normale. Particolare, ma non propriamente una di quelle scoperte che finiscono sulle prime pagine dei giornali, come il nuovo ultimo farmaco che finalmente sconfiggerà il cancro. Che poi il progetto di Mojica inizialmente era un altro, era studiare gli adattamenti all’ambiente salino dei due archeobatteri (la peculiarità di molti archeobatteri, o meglio archea, è di essersi adattati a condizioni estreme di temperatura, salinità, acidità…). Ma qualcuno aveva pubblicato i dati prima di lui, costringendolo a cambiare in corsa.

Francisco Mojica negli anni successivi scopre che quelle ripetizioni si trovano anche in altri archeobatteri – praticamente in tutti – e in molti batteri, e che contengono elementi che si ritrovano nel genoma di molti batteriofagi, ovvero virus che infettano specificamente i batteri. Mojica chiamerà queste sequenze «clustered regularly interspaced short palindromic repeats» (piccoli elementi palindromici ripetuti regolarmente in cluster), più brevemente CRISPR. Ci vorrà molto tempo per capirci qualcosa di più. Se li avessimo scoperti oggi avremmo avuto qualche idea, ma il 1993 nella scala della biologia molecolare è più lontano di quello che sembra.

Col tempo si sarebbe scoperto che i CRISPR sono piccole sequenze di DNA ripetute, alternate ad altri elementi che sembrano avere il ruolo di spaziatori, di spacers, tra le sequenze ripetute. E gli spacers non sono altro che frammenti del DNA di batteriofagi, residuo di infezioni precedenti che il batterio inserisce come fossero trofei nel locus CRISPR e poi trascrive sotto forma di piccole molecole di RNA (crRNA) che manda in giro nella cellula insieme a una endonucleasi chiamata Cas (CRISPR associated system, una endonucleasi è una proteina in grado di tagliare un doppio filamento di DNA come un paio di forbici). Se un crRNA troverà nella cellula un DNA con la sua stessa sequenza, come quello proveniente da una nuova infezione del batteriofago da cui origina, si appaierà a esso, la proteina Cas9 riconoscerà il DNA “taggato” come estraneo dal piccolo RNA guida e lo taglierà eliminando l’invasore.

In fondo, sono l’analogo molto precoce del nostro sistema immunitario, con la differenza che le esperienze della cellula madre si trasmettono in eredità alle cellule figlie. E sono la prova che le cellule, anche quelle più semplici come un batterio, sono impegnate da sempre a combattere una guerra senza tregua con i virus che è in corso da molti milioni di anni, probabilmente dall’inizio della nostra storia di organismi cellulari e poi pluricellulari. Una guerra che nel corso dell’evoluzione si farà sempre più raffinata e micidiale da entrambe le parti, con esiti a sorti alterne, come stiamo vedendo recentemente.

La storia del CRISPR/Cas9 è anche una storia della conoscenza scientifica moderna: dimentichiamo l’immagine romantica del grande scienziato chiuso nel suo laboratorio che fa la scoperta che cambierà il destino dell’umanità, dimentichiamo i più grandi virologi, immunologi o quello che vi pare, del mondo. È la storia lunga, anche decenni, di conoscenza cumulativa, condivisa all’interno della comunità scientifica, fatta anche di piccole scoperte, a volte fortuite, a volte apparentemente senza storia né gloria che restano lì, fino a che, anni dopo, qualcuno scoprirà che era il pezzo mancante del proprio puzzle e tutto prenderà un senso nuovo.

Ecco, Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpentier hanno avuto la capacità di guardare con occhi nuovi a qualcosa che stava lì da milioni di anni – ed era stato scoperto già da parecchi anni – e ne hanno fatto uno strumento rivoluzionario grazie alle competenze dell’una e dell’altra messe insieme. Hanno capito che quel sistema nato per difendere si poteva usare per modificare, si poteva esportare e inserire in altre cellule perché diventasse, dentro la cellula, le nostre mani sufficientemente piccole e precise da fare esattamente quello che volevamo noi, dove volevamo noi. Un metodo per il genome editing. Questo è il motivo per cui hanno avuto il premio Nobel.

Chi vuole qui trova più dettagli https://science.sciencemag.org/content/337/6096/816

[…]

Un archeobatterio isolato in una pozza di acqua salata vicino ad Alicante ha spalancato la porta a un mondo insospettato.

Le prime reazioni dei biologi molecolari sono state quelle del bambino nel negozio di giocattoli. Per decenni abbiamo lavorato su DNA, RNA e proteine che stanno dentro le cellule usando strumenti di lavoro trovati nel mondo dei microorganismi, degli enzimi e delle proteine batteriche e virali in grado di riconoscere sequenze specifiche di DNA, in grado di tagliarlo, di rincollarlo, di rimuovere o aggiungere nucleotidi, di modificarli, in grado di copiare un pezzo di DNA o di RNA, in grado di tradurlo in proteina.

[…]

Ma poi, data l’opportunità, le occasioni si sono moltiplicate, il sistema CRISPR/Cas9 identificato nei batteri si è evoluto, si è adattato a nuove esigenze, si è moltiplicato: nuove porte si aprono in continuazione. E dallo studiare si è passati a modificare, correggere, migliorare. Si va dalle applicazioni in biotecnologie (piante modificate tramite il CRISPR, in cui nessun gene estraneo è stato introdotto, secondo le nostre normative quindi non sono OGM, per cui le normative si sono dovute adeguare) a quelle per migliorare i sistemi di immunoterapia dei tumori, alla diagnostica. Recentemente, è stato messo a punto dal team di Jennifer Doudna un sistema di diagnostica per Sars-CoV-2 che promette di essere molto più semplice e rapido della PCR (i test diagnostici basati sulla Reazione a Catena della Polimerasi), grazie alla specificità di Cas13 di tagliare l’RNA a singolo filamento.

A volte, tuttavia, si aprono porte in un mondo di cui ancora non conosciamo i limiti, che dovremmo esplorare con grande prudenza, e forse in certe zone sarebbe il caso di non andare per niente. Ma inevitabilmente, se una cosa si può fare, qualcuno la farà. E così le enormi potenzialità del CRISPR hanno creato questioni di natura etica oltre che tecnica, da cui Jennifer Doudna si è sentita particolarmente coinvolta: «Una parte del percorso da seguire da qui in avanti è la formazione: va insegnata ai giovani la tecnologia dell’editing genetico: cos’è, come funziona e come pensare di usarla in modo responsabile».

Difficile non associare quel monito a quanto successe agli albori delle tecnologie del DNA ricombinante quando con ben altre tecnologie, molto meno potenti, si iniziava a lavorare sul DNA di batteri, virus, cellule animali, si scopriva che i tumori erano provocati dall’attività di geni fuori controllo… Quel mondo ebbe paura, si fermò, si riunì nella conferenza di Asilomar, si diede delle regole.

[…]

L’ultimo aspetto da affrontare sarebbe quello della guerra sui brevetti che ovviamente c’è stata, della commercializzazione, delle quotazioni in borsa, ma è una porta per cui stavolta non passeremo. Preferisco rimanere con l’immagine della salina di Santa Pola con i suoi fenicotteri, il sale lasciato ad asciugare al sole, i suoi archeobatteri lì da sempre, che sembra quasi di sentire il vecchio Qfwfq raccontare dell’inizio dei tempi nei racconti di Italo Calvino, e pensare che in quell’acqua c’era tutto quello che serviva per arrivare a meritare un premio Nobel, ma chi ci avrebbe pensato…


(valigiablu.it, 15 ottobre 2020)

di Fulvia Astolfi


Il mondo delle donne si sta muovendo. Ieri mattina si è conclusa una assemblea di due giorni organizzata dalla Casa internazionale delle donne a Roma. All’ordine del giorno, le donne e i fondi del Next Generation EU, quei 750 miliardi di euro che l’Unione Europea ha destinato, e di cui l’Italia avrebbe titolo a ricevere una percentuale pari al 28 per cento.

Ma è chiaro che la discussione va oltre, riguarda il paese che vogliamo, perché questa pandemia ci ha stordito e ci lascia ancora oggi spaventate (e sta arrivando la seconda ondata), in Italia abbiamo perso 500/600 mila posti di lavoro (pur nel vigore di norme che vietano i licenziamenti). La situazione diventerà ancora più difficile all’inizio del prossimo anno.

In questo contesto, l’Unione Europea – pur con le difficoltà politiche del momento – ci offre la possibilità di scrivere una nuova pagina.

Alla Casa internazionale delle donne hanno parlato moltissime donne di tutta Italia, l’associazionismo femminile è stato rappresentato da tantissime voci, dalla presidente Maura Cossutta ad Alessandra Bocchetti, da Laura Onofri a Giorgia Serughetti, dalla direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini, da dirigenti pubbliche (Cristina Maltese) da giornaliste, sindacaliste (Susanna Camusso), ma anche moltissime politiche (Cecilia D’Elia, Valeria Valente, Livia Turco, Elly Schlein, Marta Bonafoni).

È chiaro che le disuguaglianze stanno diventando insopportabili e – se nulla cambia – insormontabili. Per questo l’occasione va colta, senza indugi e senza separatezza. I temi d’urgenza sono chiari a tutti, e in larga parte condivisi.

Occorre ripartire dai servizi pubblici, che sono quelli che permettono alla società di superare le disuguaglianze, di educare e dare quindi strumenti per il mondo del lavoro e del domani a tutti, di curare chi si ammala e si trova in difficoltà (e nei mesi della prima ondata della pandemia chi si è ammalato si è rivolto ed è stato accolto – fino dove è stato possibile – dal servizio sanitario nazionale).

E se occorre ripartire da quei servizi, serve uno stato che “accentri” un disegno di organizzazione e rilancio di questi temi e progetti, facendo uno sforzo di sintesi nella fase della progettazione di quelle che altrimenti continueranno a essere frammentazioni regionali e comunali.

Dunque ci vuole concretezza, ed eccoci qua.

Parliamo di misure, e valutiamo gli importi da destinare a ciascuna delle misure che il Paese che vogliamo richiede.

Le misure necessarie e irrinunciabili riguardano: asili nido, istruzione pubblica, salute pubblica di prossimità, sostenibilità, digitalizzazione e superamento della inefficienza della burocrazia, lavoro per tutti coloro che sono e saranno occupati nei settori innanzi indicati (e non solo), a condizioni salariali dignitose e gratificanti.

Persino i sondaggi, strumento molto usato ma mai del tutto sdoganato o amato, ci dimostrano che non sbagliamo: emerge infatti dal sondaggio di Demopolis del 6 ottobre 2020 che per gli italiani le priorità del governo dovrebbero essere le politiche per l’occupazione e il lavoro (83%), gli investimenti per la sanità (75%) e la riduzione della pressione fiscale (72%), il piano di investimenti per la scuola (66%) e la semplificazione e digitalizzazione della burocrazia (61%).

A chiusura dei lavori, le donne si accingono ora a scrivere un “manifesto” che rifletta le discussioni, e proponga il paese che le donne vogliono.

Che il governo investa nei punti che precedono non è più rinviabile. Cominciamo dagli asili nido, le risorse per costruirli e gestirli sono diverse decine di miliardi, ma si otterrà una inversione della denatalità, una crescita del Pil, e quella felicità pubblica che le donne sanno essere indispensabile per costruire un nuovo domani. È proprio la petizione proposta da  #dallastessaparte, dettagli al link  www.change.org


(Domani, 12 ottobre 2020)

di Alessandra Pigliaru


Si chiamano «misure coercitive a scopo assistenziale» e rappresentano lo scenario che in Svizzera, fino al 1981, ha segnato la vicenda umana di migliaia di bambine e bambini sottratti alle famiglie contro la propria volontà e affidati a istituti di varia natura, oppure a contadini. Durata circa quarant’anni, la prassi – diffusa non solo in Svizzera, basti pensare allo sfruttamento del servizio agricolo o a quello domestico – era giustificata con la povertà o precarietà dei nuclei familiari d’appartenenza o con la presunta condotta disturbante o eccentrica dei destinatari. La fine che ha fatto quella larga parte di infanzia e prima adolescenza è stata tanto brutale quanto rimossa: internamenti in istituti penitenziari o psichiatrici, lavoro minorile, sterilizzazioni, violenze e adozioni forzate. Esperienze irrimediabili di cui ci si è assunti la responsabilità solo nel 2013, quando l’allora consigliera federale Simonetta Sommaruga (ora presidente della Confederazione svizzera) ha chiesto scusa pubblicamente alle vittime avviando un processo di riparazione, diventato poi legislativo.

Il nuovo romanzo di Begoña Feijoó Fariña, Per una fetta di mela secca (Gabriele Capelli editore, pp. 142, euro 16) prende avvio dalla storia personale di una di quelle bambine cui la scrittrice, galiziana ma residente in Svizzera da molti anni, restituisce voce immaginandone la vicenda.

Per motivi banali, Lidia Scettrini, questo il nome di fantasia che le si attribuisce, viene strappata alle cure della propria madre e affidata a un istituto religioso dove, insieme ad altre, subisce maltrattamenti per poi essere trasferita in un ulteriore alloggio. Perché e quando ha cominciato a lavorare alla storia? 
La necessità è nata il giorno in cui sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questa buia pagina della storia del paese che abito. È accaduto guardando il documentario Cresciuti nell’ombra che Mariano Snider aveva realizzato nel 2015 per la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Ho iniziato a cercare informazioni alla fine dell’estate del 2016, man mano che ne arrivavano nascevano nuove domande e la fase di lavoro di ricerca e lettura di documenti e testimonianze si dilatava. Circa un anno e mezzo dopo ho deciso che potevo fermarmi. 
Avrei potuto andare avanti per molto tempo, basti pensare all’enorme lavoro fatto dalla Commissione peritale indipendente (Cpi) che ha prodotto più di dieci volumi sull’argomento. Ma io non sono una storica, il mio lavoro di ricerca è funzionale alla scrittura. Esistevano già testi di narrativa riguardanti l’argomento, ma erano autobiografici. Scrivere la storia di Lidia è stato un modo per dare alle vittime una voce in più, la voce di qualcuno che pur non essendo stato personalmente toccato dai fatti riteneva giusto parlarne. 
Un’altra motivazione, di carattere più personale, è legata al mio passato. Ero in Svizzera da pochi anni quando i miei genitori si sono separati e mia madre si è trovata, come accadde alla madre di Lidia, a dover provvedere da sola al mantenimento dei figli; quella circostanza ha portato l’intera famiglia a dover fare affidamento sull’assistenza pubblica e questo era uno dei motivi per cui in quegli anni ci si poteva trovare a essere vittime di misure coercitive. Così, mi sono scoperta a chiedermi: se avessi vissuto trent’anni prima, dove sarei oggi? Cosa ne sarebbe stato di me?

La sua scrittura ha un andamento poetico, uno sguardo vicino alle cose, come la scommessa su un altro ritmo della parola. Tra i punti poetici più alti, non solo in riferimento alla Svizzera, c’è Mariella Mehr che ha consegnato la sua drammatica e indimenticabile esperienza di persecuzione insieme agli Jenisch, già dilaniati dal nazismo. Quanto l’ha orientata?  
Devo confessare che ho conosciuto il lavoro di Mariella Mehr solo diversi mesi dopo aver iniziato a lavorare a questo progetto, grazie all’incontro con Anna Ruchat, traduttrice di alcuni suoi lavori in italiano. Non so se la sua poetica abbia dato una direzione al mio lavoro ma sicuramente gli ha dato un valore nuovo e una nuova giustificazione. 
Il “ritmo della parola” è per me la ricerca principale nella fase finale di scrittura. Quello che scrivo deve innanzitutto funzionare come suono. Rileggo ad alta voce per trovare i nodi e poi cerco le parole in grado di scioglierli. Credo effettivamente che ciò abbia molto a che fare con la poesia, che leggo sempre e solo in spazi che mi permettono di farlo ad alta voce.

Nel suo romanzo compaiono anche Arietta, Inge, Camilla, Grazia. Sono le abbandonate dalla storia più grande. Al primo esproprio, di cui non conoscono la ragione perché troppo piccole, ne seguono molti altri. Da parte di chi arriva a prenderle. Succede anche a Lidia quando si fanno avanti due uomini che vogliono vederla e parlarle. Allora ha 14 anni, cerca di fuggire ma non le riesce. In che modo ha costruito il suo personaggio che, sia pure con difficoltà, rimane un ritratto di indomita e malinconica sognatrice in cerca di libertà? 
Ho dovuto decidere quali fossero le cose importanti e necessarie per lei. Tra queste, quelle che ha avuto nei primi anni della sua formazione personale e il cui ricordo non l’abbandona mai sono la madre e i suoi monti. Nasce tutto da lì, il suo reclamare una libertà di cui è stata privata. La madre soprattutto, essendo stata una madre amorevole e di cui dunque conserva un buon ricordo, è ciò a cui Lidia vuole tornare. Pur sapendo che la fuga è sbagliata, lei tenta di raggiungere casa sua, la madre e i suoi boschi, perché quelli sono stati gli anni della sua felicità.

I brevi capitoli in cui suddivide il romanzo tengono infatti come punto fermo la madre di Lidia, interlocutrice prediletta. Quanto manca alla sua morte e cosa accade dopo che scompare. Come ha calibrato l’amore intatto con lo sfascio della realtà che vive la sua protagonista?  
La madre è il ricordo dell’amore. Mai per tutta la lunghezza del testo la accusa di qualcosa. Lidia sa, essendo stata presente nel momento in cui viene deciso che dovrà partire, che sua madre ha fatto quel che era in suo potere, arrendendosi solo quando aveva capito che lottare non sarebbe servito. Lidia aveva già visto questo atteggiamento in sua madre, al momento della separazione dal padre. Anche allora la decisione era altrui e la madre non aveva potuto far nulla per cambiarla. Per questo non mette mai in discussione quella figura e vi si aggrappa nei momenti di maggiore difficoltà. Grazie a quegli anni insieme, Lidia dimostra una capacità di amare che le permette di aiutare le altre ragazze e bambine. 
Ho deciso di dare ai capitoli una struttura in grado di riportare il lettore alla madre perché, pur avendo raccontato la storia di una figlia, volevo fosse sempre presente l’immagine di una madre a cui quella figlia era stata strappata, come a voler dire: «vi racconto di Lidia, ma non dimenticate che altrove qualcuno sta vivendo un dolore diverso». Questo per me era molto importante; fin da principio mi era stato molto chiaro che anche le famiglie rimaste nelle loro case erano delle vittime. Madri, padri e fratelli si erano visti amputati di una presenza in modo improvviso e spesso ingiusto.

Dal profumo dei boschi da bambina fino alla menta bollente di moltissimi anni dopo, Lidia comincia a fare esercizio di rammendo di sé e torna con la mente alla piccola casa di Cavaione. Quella donna non è più inerme perché può scegliere e ha ottenuto il sostegno delle sue simili? O forse perché ha contezza che ci sono luoghi del dolore che non possono essere risarciti? 
Lidia ha ottenuto il sostegno di altre donne e ha un suo posto nella comunità allargata del paese, non più la comunità limitata dell’istituto o della fattoria, in cui ha inteso vivere. Scegliere è la principale conquista di Lidia: la possibilità di decidere dove vivere, in che modo farlo, se andare o no in chiesa e tante altre cose. Lidia però, soprattutto dopo l’ultima grande scoperta che fa sulle conseguenze di quegli anni sul proprio corpo e sul futuro, sa anche che ci sono dei danni per cui non esiste rimedio, quel dolore non ha risarcimento possibile e, anche se il perdono potrebbe forse lenirlo un po’, lei si riserva il diritto di non concederlo. Tra le tante libertà negate a tutte le vittime di misure coercitive a scopo assistenziale, non solo ai bambini, ritengo che oggi la società debba loro almeno quella di scegliere di non perdonare.

Breve profilo bio-bibliografico

Begoña Feijoo Fariña (1977) è nata a Vilanova De Aurosa, in Galizia. Arrivata in Svizzera all’età di dodici anni, nel 2015 lascia il Ticino per trasferirsi in Valposchiavo dove si dedica a teatro e scrittura. Pubblica due romanzi: «Abigail Dupont» (2016) e «Maraya» (2017). Con il suo terzo, «Per una fetta di mela secca», ha ottenuto diversi riconoscimenti. Suoi racconti sono presenti in antologie e riviste ed è co-fondatrice della compagnia teatrale «inauDita». La sua attuale ricerca è sul translinguismo. «Lo scopo – ci dice – è quello di trovare una comunità a cui riferire il mio percorso di migrazione e su questa costruire un testo in parte autobiografico che racconti il mutismo linguistico ed emotivo che può presentarsi in seguito alla migrazione da una regione linguistica ad un’altra in giovane età».


(il manifesto, 11 ottobre 2020)

di Liliana Segre


Radio Popolare, Gli speciali, 9 ottobre 2020


All’età di novant’anni, Liliana Segre ha scelto di ritirarsi dalla sua ormai trentennale opera di testimonianza sul periodo storico che va dalle leggi razziali ai lager. L’ha fatto con un ultimo discorso tenuto alle ragazze e ai ragazzi ospiti dello studentato della Cittadella della Pace di Rondine (Arezzo), il 9 ottobre 2020, dov’è stata anche inaugurata l’Arena di Janine, intitolata alla ragazza francese che Liliana guardò andare alle camere a gas senza salutarla, ma il cui ricordo non l’ha mai abbandonata.

Un racconto che parte da sé e tesse un filo continuo tra l’esperienza personale e la grande storia, tra il passato e ciò che è in gioco nel presente, tra il suo vissuto e le condizioni di chi vive i drammi storici di oggi. Senza che mai la narratrice dimentichi di essere una donna, la donna di pace che è diventata.


(La redazione)


https://www.radiopopolare.it/podcast/gli-speciali-di-radio-popolare-di-ven-09-10-20/

N.B. Nella seconda metà del discorso c’è una pausa di parecchi secondi: non è né la fine dell’intervento, né un guasto.

di Duoda


Fino al 30 ottobre 2020 sono aperte le preiscrizioni al Master online in Studi della Differenza Sessuale dell’Università di Barcellona, promosso da Duoda Centro di ricerca di donne, che comincerà nel gennaio 2021. La lingua prevalente è lo spagnolo ma ci sono anche docenti italiane con cui si può lavorare nella nostra lingua (Diana Sartori, Clara Jourdan, Chiara Zamboni, Donatella Franchi, Luciana Tavernini, Marina Santini, Barbara Verzini, Anna Maria Piussi). (Ndr)

Las profesoras que imparten el Máster en Estudios de la Diferencia sexual de DUODA (Universidad de Barcelona) no solo enseñan y comparten el conocimiento de cada una de las materias sino que establecen una relación con cada alumna o alumno que hace circular experiencia y saber femenino a través del conocimiento (en literatura, filosofía, derecho, historia, psicología, arte, poesía, política…). ¿Cómo nombra este saber lo que yo vivo? ¿Cómo me modifica? ¿Cómo enriquece mi relación con la realidad?

Es un Máster y posgrado online que precisamente este estar en presencia a distancia permite el acercamiento a cada una individualmente y se vuelve importante porque este máster no es solo el conocimiento que se imparte y se aprende en cada una de las asignaturas, sino que es una experiencia que propicia el placer femenino de estar en relación con otra.

Puedes descargar el programa y mirar el contenido de los módulos del Máster y consultarlos, tanto del primer curso 2020-2021 La práctica de la diferencia, como del segundo 2021-2022: La sexuación del conocimiento. http://www.ub.edu/duoda/web/es/cursos/6


Contacto: Duoda Máster Cursos duoda2@ub.edu


Le docenti che insegnano nel Master in Studi della Differenza Sessuale di DUODA (Università di Barcellona) non solo insegnano e condividono le conoscenze di ciascuna materia, ma stabiliscono con ogni studentessa e ogni studente un rapporto che fa circolare l’esperienza e il sapere femminile (in letteratura, filosofia, diritto, storia, psicologia, arte, poesia, politica…). Come questo sapere dà un nome a ciò che vivo? Come mi modifica? Come arricchisce il mio rapporto con la realtà? È un Master online e un corso post-laurea che proprio con questa presenza a distanza permette l’approccio individuale e diventa un’esperienza che favorisce il piacere femminile di essere in relazione con un’altra donna.

Si può scaricare il programma e vedere il contenuto dei moduli del Master, sia del primo corso 2020-2021 La pratica della differenza, sia del secondo 2021-2022: La sessuazione della conoscenza. http://www.ub.edu/duoda/web/es/cursos/6


Contatto: Duoda Máster Cursos duoda2@ub.edu


(Duoda, 8 ottobre 2020)

di Marina Terragni


Ha preso avvio in Commissione Giustizia della Camera la discussione su due diverse proposte di legge (prime firmatarie rispettivamente Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e Mara Carfagna di Forza Italia) che chiedono in sostanza la stessa cosa: una modifica dell’art. 12 comma 6 della legge 40/2004 sulla fecondazione medicalmente assistita allo scopo di estendere la punibilità del ricorso a utero in affitto – già sanzionato se realizzato in Italia – anche ai casi in cui si realizzi all’estero: cioè sempre. 

Svariati gli italiani tra i “genitori intenzionali” di quei bambini scandalosamente stoccati in un albergo di Kiev in Ucraina, merce in attesa di ritiro causa lockdown: questione, quella dei neonati in deposito, ancora lontana da una soluzione. 

Ucraina, Canada e California (per i più abbienti) sono le mete principali dei committenti italiani. Che una volta rientrati in Italia con i bambini richiedono la trascrizione dell’atto di nascita formulato all’estero, in cui di norma sono qualificati come genitori. 

Una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (12193/2019) chiarisce che solo il genitore biologico può essere trascritto: la verità sulle origini, diritto del nascituro, si configura anche come principio di ordine pubblico. Ma la battaglia si è riaperta: recentemente la prima sezione della Cassazione è tornata a interpellare la Corte Costituzionale riproponendo la trascrizione di “due padri”. 

Più che sul piano legislativo, la Rete Femminista Italiana contro l’Utero in affitto si è mossa negli anni con molte azioni di informazione e sensibilizzazione per un’abolizione universale della pratica. La riforma della legge 40 con estensione della punibilità del reato sarebbe un passo decisivo in questa direzione. 

Per questo la Rete, che tiene insieme importanti associazioni come Udi, Se Non Ora Quando Libere e RadFem Italia, si è rivolta ai componenti della Commissione Giustizia nonché ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari sollecitando «la modifica della legge 40/2004 affinché le pene previste per chi ricorre all’utero in affitto in Italia vengano applicate anche quando il reato sia commesso all’estero». E appellandosi «a tutte le forze politiche perché trovino un accordo e trasversalmente contribuiscano alla formulazione di un testo unico che estenda la punibilità del reato sostenendolo in aula fino all’approvazione». 

La Rete ha inoltre richiesto di essere audita in Commissione. 

La formulazione dell’appello femminista ha comportato qualche fatica: buona parte dei gruppi che compongono la Rete è storicamente legata alle forze del centrosinistra e le proponenti in Commissione sono due eminenti rappresentanti della destra. D’altro canto ogni interlocuzione con la sinistra su questo tema non ha prodotto finora risultati sostanziali: all’assicurazione del segretario Pd Zingaretti che «il divieto non si tocca» corrisponde una robusta azione pro-Gpa della responsabile Diritti Monica Cirinnà. Poche le personalità di sinistra – come Stefano Fassina e l’area cattodem – che oppongono un no senza ambiguità all’utero in affitto. 

Anomalia tutta italiana e difficilmente spiegabile: in Spagna, in Svezia e in buona parte d’Europa le sinistre giudicano la Gpa una neo-schiavitù delle donne – la povertà femminile causata dalla crisi Covid rischia di aumentare la schiera delle “surrogate” oltre che delle prostituite – e una mercificazione dei bambini. 

La speranza è che il comunicato-appello della Rete Femminista contribuisca a risvegliare le coscienze in modo bipartisan.


(Avvenire, 8 ottobre 2020)

di Giorgia Baschirotto


Tu che lavori nel campo della moda, che cosa pensi del numero di Vanity Fair “Le donne italiane” affidato a Francesco Vezzoli? 


Ingenuità o provocazione? Mi piace pensare che la scelta di Francesco Vezzoli di scattare una persona transgender per la copertina del numero di Vanity Fair da lui curato, “Le donne italiane”, sia una scelta mirata, consapevole, volta a suscitare una reazione e ad alimentare un dibattito.

Mi piace pensare che questo numero sia non una reale, seppur spiacevole, dedica alle donne, quanto un invito a reagire e a rifiutare rappresentazioni stereotipate, patinate e in questi termini non necessarie, come non è necessario il bisogno di riconoscimento e la valorizzazione delle donne da parte del mondo maschile ed editoriale in quanto ennesima forma di subalternità. 

Le donne hanno già ampiamente affermato il loro valore e manifestato la loro autorità, e continueranno a farlo con forza senza il bisogno di essere ricordate e vezzeggiate da l’ennesimo settimanale, il quale riflette la presunzione di poter dare uno spazio speciale alle donne come se si trattasse di una minoranza da esaltare e proteggere. Una “minoranza” che rappresenta più della metà dell’umanità e le cui battaglie e conquiste non possono essere confuse o confrontate con quelle di alcune comunità come quella trans, nella speranza di accaparrarsi il consenso di lettori che senza troppo senso critico si lasciano trarre in inganno dall’unione di termini oggi molto di moda come “inclusività” e “transizione”. 

Mi piace pensare che l’abuso di parole come “emozioni”, “empatia” ed “estetica”, assieme alle lacrime dipinte sui manifesti femministi da Vezzoli, sia un’insolente parodia, un’esortazione a dire “basta!” o piuttosto a riderci su, con l’elegante superiorità di chi non accetta né concepisce definizioni. 

Spero di non sbagliarmi.


(www.libreriadelledonne.it, 7 ottobre 2020)

di Layla Mustapha Ammar


Biancamaria Scarcia Amoretti è morta a Roma il 19 settembre 2020 all’età di 82 anni. Nata ad Aosta il 26 novembre 1938, è stata docente di islamistica presso “La Sapienza” di Roma ed è nota per i suoi studi sull’Islam e gli sciti. Le sue ricerche riguardano in particolare il rapporto fra religione e politica. Negli anni Settanta e Ottanta ha fatto parte della redazione della rivista di politica delle donne DWF (Ndr).


Non mi scorderò mai il nostro primo incontro del 18 marzo 2007, quando in un seminario dedicato all’Ebraismo, Cristianesimo e Islam intitolato «Donne e religioni», il tuo intervento sul “maschilismo” religioso si è concluso maestosamente con queste parole: «Il futuro dell’Islam si gioca all’interno della famiglia, saranno le donne le protagoniste del nuovo Islam, perché le sole in grado di assorbire gli stimoli esterni e di trasmetterli alle nuove generazioni».

E non solo, hai perfino intravisto con un certo ottimismo il momento in cui si potrà intravedere «un commento coranico di marca femminista, sistematico e all’altezza della tradizione esegetica maschile contemporanea».

Al di là di tutte le mie interrogazioni personali sulla libertà delle donne in occidente, quella sera il tuo carisma, la tua determinazione insieme alle tue parole dissidenti, mi hanno cambiato la vita stessa, ho preso la decisione di proseguire il mio percorso di studio in Islamistica insieme a te, con la grande fortuna di averti come guida di istruzione prima, ma anche come una carissima amica dopo, mantenendo sempre il “Lei” per consuetudine fino all’ultimo giorno.

Il tuo sostegno e la tua pazienza hanno rafforzato il mio stato d’animo e la volontà di mantenere la mia autenticità senza tradire me stessa. Ho capito che in qualche modo questo percorso sarà anche il mio modo di essere ed esistere in un momento storico in cui il pregiudizio occidentale si è appiattito automaticamente sulle competenze professionali e storiche di chi se ne occupa.

Davanti a te e per l’ultimo saluto domenica scorsa non riuscivo ad esprimere l’amarezza, il dolore che sentivo, ma anche quel vuoto profondo che hai lasciato, un vuoto che mi ha fatto tornare alle mie radici e mi ha spinto per quasi un’ora a parlare con te in lingua araba, la lingua del mio cuore. Ho pensato che le anime che si vogliono bene hanno un linguaggio universale anche dopo la morte.

E così mi sono anche permessa di salmodiare per te la nostra sūra preferita del Corano, con le lacrime che non avevano più un senso, e il mio bacio sulla tua fronte bianca e fredda era finalmente accompagnato da un silenzio assordante.

«Ad Allah apparteniamo e a Lui facciamo ritorno» (Corano: II, 156)


(il manifesto, 6 ottobre 2020)

di Francesca Maffioli


La guerra la guerra la guerra è il titolo del primo tomo de Il paese degli altri, trilogia ad opera dell’autrice franco-marocchina Leïla Slimani pubblicata da La nave di Teseo nella traduzione di Anna d’Elia. Nel romanzo il titolo del volume fa capolino nelle parole di Selma, bellissima sorella minore del protagonista, la quale fa il verso a Rossella-Scarlett O’Hara di Via col vento. Entrambe, con strafottenza schernita, si lamentano del bellicismo esasperato che caratterizzerebbe il genere maschile. Come nel romanzo di Margaret Mitchell la guerra di secessione americana troneggiava indiscussa nella storia, così gli scontri in seno al Protettorato francese in Marocco scandiscono la dimensione del tempo emotivo della vicenda raccontata da Slimani.

La saga familiare della famiglia Belhaj andrà ben oltre gli anni Sessanta, dichiara la scrittrice e questa prima parte rappresenta l’esordio di un trittico in cui il risveglio nazionalista marocchino e le lotte contro il potere coloniale francese si accompagnano al lento ma decisivo cambiamento del ruolo delle donne nella società. Le tensioni tra modernità e tradizione si altalenano nel testo in un andirivieni di spinte apparentemente irreversibili al cambiamento e rigurgiti reazionari, che si stringono come lacci alle caviglie di chi corre appresso al progresso dei modi all’europea. Le ingiunzioni della dominazione coloniale sono affrontate attraverso la dimensione sessuata dei rapporti di genere, che sono descritti apertamente come rapporti di potere che vanno anche oltre il giogo coloniale. In linea al pensiero della storica e antropologa femminista Ann Laura Stoler si direbbe che la difficoltà consista proprio nel determinare cosa sia specificamente coloniale nella dominazione coloniale.

L’europea della storia è una francese, Mathilde, un’alsaziana che si innamora di Amin, volontario marocchino nell’esercito coloniale di passaggio in Europa al seguito delle truppe alleate. I due si incontrano nel 1944 vicino a Mulhouse e alla Liberazione, gonfi d’amore e d’entusiasmo, si sposano e decidono di trasferirsi in Marocco nella tenuta che Amin aveva ereditato dal padre, a 25 chilometri da Meknes. «Aveva letto che il Marocco sarebbe diventato una specie di California, quello Stato americano pieno di sole e di alberi di arancio dove gli agricoltori erano tutti milionari».

I sogni milionari di Amin sono il corrispettivo di quelli di Mathilde, cullata nelle sue scelte da scenari africani alla Karen Blixen. I sogni esotisti della donna si sciolgono presto nella pozza di disillusione in cui il sentimento di straniamento, di lei straniera, sembra essere l’unica realtà galleggiante.

La rudezza della terra con cui la famiglia si scontra è dello stesso tenore ruvido della biancheria di lana grezza che indossa la piccola Aisha. La solitudine subita e cercata di questa famiglia mista si installa definitiva, mettendo in luce sia la portata escludente degli atteggiamenti sprezzanti da parte dei coloni sia quella degli sguardi interrogativi e impietosi degli autoctoni.

Il suo libro, per come tesse la trama della storia coloniale e il disincanto dei suoi personaggi, ricorda «Una diga sul Pacifico» (1950) di Marguerite Duras. La disillusione indocinese, che è anche quella della madre protagonista del romanzo di Duras, ricorda i momenti di sconforto esistenziale di Mathilde, la sua protagonista. Cosa accomuna queste due personagge?

Ha ragione a tracciare un parallelo tra questi due romanzi perché il lavoro di Duras è stato davvero una grande fonte di ispirazione per me. Come la madre di Duras, Mathilde affronta delle delusioni; come lei, non è completamente integrata in questo mondo coloniale che disprezza. Sono entrambe donne che si confrontano con la terra, gli elementi naturali e le frustrazioni che ciò può generare. Ma Mathilde, a differenza della madre, non è sola. Vive una relazione d’amore appassionata con il marito, è una madre amorevole, si integra gradualmente nel nuovo paese di cui parla la lingua. Credo insomma che si radichi.

I suoi personaggi, prime fra tutti Mathilde e Selma, ma anche Amin, vestono i panni di condannati perché considerati traditori nei confronti dei paesi da cui provengono e degli usi e abitudini. È daccordo nel dire che senso dappartenenza e tradimento costituiscano i motori del respiro, i polmoni de «Il paese degli altri»?

Sì, in effetti, tutti questi personaggi hanno l’impressione di essere in disaccordo con se stessi, di aver rinunciato alla propria identità o alla propria cultura, di esserne stati strappati. Tutti provano una sensazione di solitudine molto profonda perché non è più possibile per loro godere della comodità semplice di appartenere a un campo o all’altro. Tutto ciò è evidentemente esasperato dal contesto coloniale: Amin si sente espropriato del proprio paese, disprezzato, e Mathilde è vista alla stregua di una paria perché ha sposato un uomo arabo.

Lamore sembra essere la prerogativa necessaria per riuscire a resistere ne «Il paese degli altri». Quando esso si degrada, come resistono i suoi personaggi allo straniamento che caratterizza le vite di coloro che restano straniere e stranieri in un altrove quotidiano e in cambiamento?

Se resistono credo sia perché hanno profonde ambizioni che li animano (coltivare la sua fattoria per Amin, essere una madre amorevole e curare la gente per Mathilde) ma anche perché sono spiriti liberi. Si rifiutano di cedere, di fare concessioni o di lasciarsi abbattere dal peso delle umiliazioni che subiscono. Tutti i miei personaggi sono, credo, combattenti che ritengono che non ci sia davvero altra scelta che combattere. È in effetti per questo motivo che questa prima parte della mia trilogia è intitolata La guerra, la guerra, la guerra.

La famiglia protagonista vive in una fattoria sulle colline attorno a Meknes. La vita contadina viene descritta con grande realismo. Come è riuscita a coniugare le facce di un mondo in cui la dimensione del ripiegamento protettivo dalle sommosse cittadine fa da controparte allidea che la vita in campagna sia in realtà un obbligo inderogabile una sorta di schiavitù dalla terra?

Ho voluto fare di questa fattoria una sorta di isolotto, un luogo lontano dal resto del mondo. Questa distanza dà sia la sensazione di essere protetti dalla violenza esterna, ma procura anche ai personaggi una sensazione di paura e solitudine. Sono stata ispirata sia dai miei ricordi personali, nella fattoria dei miei nonni, sia dalle storie che mi hanno raccontato a proposito della loro giovinezza in questo posto. Era una vita molto dura, dove il clima era torrido oppure gelido, dove le condizioni materiali erano estremamente modeste. A questo si sono aggiunte immagini mentali, in particolare di autori americani che mi piacciono come Faulkner o Flannery O’Connor. Volevo fare di questa fattoria la mia piccola Alabama.

«Non ho altra scelta che la solitudine. Nella mia situazione, che vita sociale vuole che abbiamo. Lei non immagina cosa significhi essere sposata con un indigeno, in una città come questa». Nelle parole che Mathilde pronuncia parlando di sé a Corinne, la scelta del termine indigeno rivela la gravità dei pregiudizi legati ai matrimoni misti tra donne europee e uomini africani. Quanto lappropriazione coloniale e la dominazione sui corpi viziano i rapporti tra i suoi personaggi?

A quel tempo, l’idea che una donna bianca potesse sposare un indigeno era del tutto disapprovata. Si riteneva infatti che non solo avesse tradito la propria comunità, ma che fosse anche un po’ perversa sul piano sessuale. Come poteva mai una donna bianca correre selvaggiamente tra le braccia di un uomo dalla pelle scura e accettare che il suo sangue fosse contaminato da quello di un indigeno? Certamente, la questione sessuale è al centro del libro perché la colonizzazione è stata una grande impresa di scompenso sessuale. Si diceva agli uomini bianchi: «Andate alla conquista di questi territori, comportatevi da uomini, da avventurieri. Potrete disporre della terra e dei corpi delle donne». Volevo che questa violenza dei corpi fosse presente nel corso di tutto il romanzo.


(il manifesto.it, 5 ottobre 2020)

di Thomas Martinelli


Californiana di adozione, Trina Robbins (Brooklyn, 1938) è attivissima e non vuole parlare solo di Wonder Woman, pur essendole molto attaccata. In effetti ha una lunga e ampia esperienza creativa, spaziando da protagonista dell’underground femminile a storica di fumettiste riscoperte, da stilista a attivista femminista. È comprensibile che non voglia essere solo «la prima disegnatrice di Wonder Woman», ma parlarci al riguardo è imprescindibile.

Ha iniziato la sua esperienza di fumettista nell’underground, prima con «East Village Other», poi traslocando nel 1970 sulla costa occidentale. Com’era allora a San Francisco?

San Francisco era la mecca degli underground comix. Tutti gli editori di fumetti underground erano lì, nel 1970 ce n’erano già quattro. Sfortunatamente c’era già un club maschile che faceva rete e mi tagliava fuori. A quel momento c’erano solo due donne che disegnavano underground comix a San Francisco, o in qualunque altro posto: Barbara «Willy» Mendes e io. Devo sottolineare che non erano gli editori a lasciarmi fuori, erano i cartoonist maschi che formavano una conventicola. Non erano nemmeno i tanti giornali underground dell’area della baia di San Francisco a escludermi: infatti, appena appresero che mi ero trasferita a San Francisco, mi chiamarono per invitarmi a collaborare. E non aiutava il fatto che mi opponessi ai comix misogini che molti di loro stavano disegnando. E quando dico misogino non mi riferisco solo a donne nude e sesso – quello non mi avrebbe infastidito e non m’infastidiva – Voglio dire umiliazione e odio contro le donne, includendo stupro, tortura e uccisioni raffigurate come qualcosa di divertente. Era intorno al periodo dell’omicidio di Sharon Tate, e si pensava che Charles Manson fosse favoloso. Lo amavano!

Ed è allora che si concentrò sui comix di donne. Può ampliare il racconto?

Poco dopo il mio arrivo a SF, qualcuno mi mostrò una copia del primo giornale underground femminista degli Stati Uniti, It Ain’t Me, Babe. Mi misi immediatamente in contatto con loro e a ruota mi trovai a prendere il bus per Berkeley ogni tre settimane o giù di lì, per aiutare con il layout e il menabò, e disegnando per loro. Disegnavo le copertine e fumetti sulle controcopertine, e poiché finalmente ricevetti il sostegno morale e creativo delle altre donne, mi sentii abbastanza forte per produrre il primo comic book di sole donne: It Ain’t me, Babe Comix. Tutto questo mentre ero incinta e dopo avere partorito mia figlia Casey. Facevo le separazioni del colore per la copertina mentre allattavo Casey di un mese.

Si diceva lei fosse alquanto critica su Robert Crumb. Si sente ancora così e perché?

La violenta misoginia di Crumb (disegnatore underground autore di Fritz il gatto, ndr) nei suoi fumetti era la più grande influenza degli underground comix all’epoca. Era un eroe culturale – era dio! – e il fatto che io criticassi la sua misoginia mi rese sgradita e mal accetta al club dei ragazzi. So che non disegna più quella roba, ma non è la persona più simpatica, e lui e sua moglie mi detestano con veemenza. In un’intervista mi ha chiamato «una piccola bisbetica stridula».

Com’è stato il suo passaggio dall’underground ai fumetti mainstream a metà degli anni ’80, dapprima con Marvel e poi con DC Comix?

Di sicuro, era bello essere retribuita per la mia arte con del vero denaro…

Alla DC si è dedicata a Wonder Woman nel 1986. In che modo era interessata al personaggio prima di allora?

Wonder Woman era solo uno di tutti i fumetti di donne e centrati su ragazze che ho letto da ragazza. Amavo anche Mary Marvel, che aveva tutti i poteri di Superman ma era una ragazza. Non occorreva aspettare di diventare adulta per essere una supereroina. Però la mia preferita era Sheena, regina della giungla. Volevo vivere in una casa sull’albero con il mio scimpanzé, vestirmi di pelle di leopardo e attraversare la giungla sulle liane.

Come si è rapportata all’impronta maschile di William Moulton Marston, creatore originale della guerriera amazzone?

Non era affatto un’impronta maschile! Moulton era un suprematista femminile, credeva davvero che le donne fossero superiori agli uomini. I primi fumetti di Wonder Woman erano così «donna-centrici». Nessun uomo era ammesso su Paradise Island, e quasi mai nemmeno nei fumetti: con l’eccezione dello stupido biondo Steve Trevor, che era lì in modo che Wonder Woman avesse qualcuno da salvare. Anche le cattive erano spesso donne belle che Wonder Woman spediva a «reform Island» per ravvedersi. D’altra parte, i cattivi maschi come Marte, dio della guerra, o il Duca dell’Inganno erano brutti e deformi, e non si correggevano mai. C’era anche un elemento fiabesco nelle storie, con belle sirene e donne alate abitanti il pianeta Venere.

Ha scritto diversi libri su donne e fumetti. Che cosa è cambiato negli anni? Come vede la questione oggi?

Ho cominciato a fare ricerca sulle prime donne fumettiste perché tutti gli uomini avevano detto che non c’erano state donne che disegnavano fumetti, e io sapevo che non era vero. Il fatto è che quello che non è scritto viene dimenticato e tutte queste donne di talento erano state dimenticate perché nessuno degli uomini che scrivevano la Storia dei fumetti era interessato a ricercare e scrivere su di loro. Quindi avevo un bel vuoto da colmare! Non va sempre così bene. A causa dei miei libri, la gente sa di Tarpe Mills e Miss Fury per cui, dato che è di dominio pubblico, questo ha portato a dei fumetti obbrobriosi in cui Miss Fury è disegnata in stile «bad girl» (cattiva ragazza) con pose «brokeback» (dove fianchi e gambe sono rivolti in direzione diversa da quella di spalle e testa, in modo da esaltare le prime, ndr). E a causa dei miei libri, l’arte originale di Nell Brinkley, che si poteva trovare a buon mercato quando solo un piccolo seguito di cultori sapevano di lei, ha portato le sue quotazioni alle stelle. Meno male che ho trovato i miei originali di Brinkley ben prima che diventasse così nota!

Tornando a Wonder Woman, come considera lo sviluppo del personaggio dal suo trattamento a oggi?

Sfortunatamente, poiché è un personaggio di fumetti e non una vera donna, WW è stata schiava di chiunque la sceneggiasse o disegnasse. Così ha passato dei brutti periodi in cui la dimensione del suo busto aumentava drasticamente mentre il suo costume si riduceva drasticamente. Nemmeno la scrittura era così interessante, sceneggiata da vari tipi che semplicemente non la capivano o a cui non importava di lei o, talvolta, penso addirittura che la detestassero attivamente. Ma nel mezzo ci sono stati alcuni ottimi scrittori, come Gail Simone and William Messner Loebs, i miei due preferiti, e dopo il film della buonissima arte e scrittura, sia di donne che di uomini.

Che ne pensa delle serie tv e dei lungometraggi?

Ho amato Lynda Carter nel ruolo di Wonder Woman! Penso l’abbia interpretata proprio come Irish McCalla incarnava Sheena in tv negli anni ’50. E il film è stato davvero magnifico.

I graphic novel e film più recenti di WW sono realizzati da donne. Ritiene che debba essere così?

Qualsiasi buono scrittore o artista – maschio o femmina – che ama e capisce WW può realizzare un buon lavoro su di lei. Ma devi amarla e capirla, e naturalmente devi essere un buono scrittore o artista.

Come spiega il grande ritorno di popolarità di WW oggi?

Ci è voluto un secolo, ma il femminismo è oggi ampiamente accettato dalle giovani donne negli Usa, e il momento di WW è tornato.

Per concludere, cosa attira la sua attenzione ultimamente?

Scrivo ancora, gli scrittori non devono andare per forza in pensione. Di recente collaboro a diverse antologie di fumetti e voglio sceneggiare altri fumetti e graphic novel. Amo scrivere. E ci sono ancora cartoonist talentuose del primo novecento da raccontare. Sono fiera del mio ultimo libro The Flapper Queens che presenta il lavoro di disegnatrici dell’età del jazz. Poi a gennaio sarà pubblicato il mio libro su Gladys Parker.


(ALIAS – il manifesto, 4 ottobre 2020)

di Anna Maria Ponzellini


Per le donne lavorare da casa negli ultimi mesi è stato particolarmente faticoso. Quali rischi e opportunità dovremmo tenere in conto, dentro e oltre la pandemia


Indagini, interviste, osservazioni sull’esperienza di parenti e amici ci confermano che per le donne questi mesi di lavoro da casa sono stati particolarmente faticosi. In molte famiglie, anche se entrambi i genitori erano in smartworking, è alle donne che è toccata la maggior parte del lavoro domestico e della cura dei bambini a casa per la chiusura delle scuole. Si racconta di padri che se ne stavano chiusi a lavorare tutto il giorno nella (a volte unica) stanza di casa, mentre le madri condividevano cucina e soggiorno con figli adolescenti in collegamento con la scuola o cercavano di tenere a bada bambini piccoli durante le conference-call con l’ufficio o le telefonate ai clienti.

Donne ancora una volta schiacciate al loro destino di doppio lavoro o anche qualcosa di diverso? In effetti, vi sono state anche esperienze più fortunate, in cui padri, allontanati dagli uffici per intere settimane, per la prima volta hanno preso contatto con la vita quotidiana dei figli, hanno sperimentato la ricchezza di un nuovo rapporto con loro, si sono misurati a volte anche con la scelta, così nota alle donne, del rinunciare alla riunione di lavoro per non dover parcheggiare (ancora) il piccolo davanti alla tv. Le prime indagini già lo evidenziano: le ore di condivisione sono aumentate e il contenuto di questo tempo ha riguardato proprio la cura dei figli. Un confronto tra Italia, UK e Stati Uniti, pubblicato nel luglio di quest’anno ci dice che durante il confinamento è aumentato di parecchio il numero delle coppie che hanno condiviso equamente la cura dei figli (l’aumento è stato massimo in Italia, +17% , dove probabilmente il gap da recuperare era più ampio). Anche la condivisione delle altre attività domestiche è stata maggiore (a parte la spesa che, soprattutto in Italia, è diventata un affare dei maschi!) ma in questi ambiti proporzionalmente l’aumento è stato più contenuto.

Durante il lockdown, quindi, gli uomini di tutte le età hanno avuto un’opportunità imprevista, una specie di fortuna, si potrebbe dire, per misurarsi con l’altra metà del lavoro, quegli impegni familiari da cui molti si erano sempre tenuti distanti. E sembra che questa esperienza abbia convinto alcuni di loro che la cosa non è poi così spiacevole, anzi che si può fare… Un’esperienza di qualche mese vissuta sulla propria pelle che ha forse funzionato meglio di decenni di moral suasion sulla necessità della condivisione del lavoro di cura. Comunque sia andata, l’esperienza del lockdown nelle famiglie e nelle coppie ha illuminato come forse mai prima quell’intreccio, complicato e rimosso, che c’è tra il lavoro per il mercato e il lavoro domestico e di cura. E ha reso visibile la contraddizione prodotta dalla ripartizione ineguale tra uomini e donne di quello che nel manifesto Immagina che il lavoro (2009), la Libreria delle donne di Milano nominava come “tutto il lavoro necessario per vivere”. Una sorta di disvelamento, i cui effetti forse non si sono ancora dispiegati del tutto ma che possiamo augurarci siano, almeno col tempo, forieri di equilibri di coppia diversi.

Anche prima dell’esperienza di questi mesi, quando si discuteva di smartworking non mancavano le critiche e gli allarmi, in particolare sul suo potenziale mettere a rischio i confini temporali tra lavoro e vita personale. Già parecchi anni fa si sottolineavano gli esiti non chiari – se non decisamente negativi – del fenomeno dei blurring boundaries causato dalla diffusione dei lavori cognitivi, delle ICTs e della conseguente possibilità di essere sempre connessi alle reti aziendali e quindi potenzialmente “in attività” nel proprio lavoro: una deriva temibile soprattutto per le donne.

Un ritorno a casa

Eppure, un’integrazione positiva tra i due principali spezzoni della propria vita appare, a certe condizioni, assolutamente augurabile. Nella storia dell’umanità fino alla rivoluzione industriale, il lavoro è sempre stato collocato negli stessi luoghi dell’esistenza quotidiana: dal pastore al contadino, dall’artigiano al maniscalco, dall’avvocato fino all’ispettore delle tasse, tutti esercitavano i loro mestieri nei luoghi dove abitavano. La cesura è venuta dopo, con la fabbrica e l’estendersi del suo modello di organizzazione del lavoro: in molte realtà solo da poche decine di anni. L’idea fondante della conciliazione tra lavoro e vita sta nel superare e andare oltre questa cesura, potenziando la possibilità di modulare a proprio piacimento – persino sovrapporre in alcuni casi – i tempi e i luoghi delle proprie attività quotidiane, siano esse il lavoro professionale, la cura, lo studio, le proprie passioni. Così, il “ritorno a casa” può essere un’opzione di civiltà: guadagnare tempo sul pendolarismo evitato, rimescolare la vita, inventarsi nuove routine, abbandonando la rigida ripartizione spazio-temporale a cui il lavoro fordista ci ha costretto. Non solo per le madri e non solo rispetto agli impegni familiari.

D’altra parte, perché poi lo smartworking dovrebbe sfavorire le donne? Forse è il contrario. In realtà, anche prima della possibilità di lavorare da casa, le donne hanno sempre avuto una maggiore capacità di intreccio, una consolidata abitudine al multitasking e una certa maggiore destrezza nella transizione tra tempi, ritmi e spazi simbolici diversi. Come sottolinea Sandra Burchi, le donne conoscono meglio lo spazio della casa, sanno come attrezzarlo “organizzando lo spazio attraverso linee invisibili che consentono separazioni e attraversamenti” ma al contempo sapendo rompere lo schema patriarcale di identificazione donna-casa. Questa maestria femminile è quella per cui sono da sempre in grado di tenere insieme il puzzle delle attività quotidiane, non solo gestendone i tempi e in qualche modo creando o “fingendo” spazi diversi, ma anche cambiandone il ritmo quando è necessario: perché la velocità e la saturazione efficiente richiesta nel tempo performante del lavoro è ben differente dal ritmo pacato e emotivo che è necessario nella relazione con un bambino o con un anziano.

Il rischio di lavorare troppo

Naturalmente, tutto ciò può funzionare a certe condizioni: volontarietà e garanzia di flessibilità. Per chi si accinge a prendere questa strada – che significa uscire dai paletti, rigidi ma anche protettivi, dell’organizzazione degli orari aziendale – non basta appellarsi al diritto alla disconnessione. Si deve essere prima di tutto capaci di organizzare il proprio tempo e anche abbastanza assertive da respingere eventuali pressioni indebite dei capi a lavorare più del dovuto. Questo è un punto su cui le donne tradizionalmente registrano qualche fragilità. A causa di un’autostima non sempre salda o della consapevolezza di dover sempre fare di più dei maschi per essere “viste” e apprezzate: in un sistema che non avesse limiti di orario, forse le donne corrono più degli uomini il rischio di lavorare troppo.

Una ricomposizione vincente, dunque? Per molti aspetti, sì. Con qualche attenzione, però. Sulla gestione del tempo le ragioni di ottimismo sono evidenti, non lo stesso per la riduzione dei luoghi: avere meno spazi in cui transitare e incontri nei quali agire causerà certamente un impoverimento delle relazioni. In particolare la cancellazione dell’ufficio, o comunque la drastica riduzione del tempo che vi passeremo, potrà avere conseguenze importanti. È noto che spesso le persone – non solo gli uomini – tornano tardi dal lavoro perché la casa e la famiglia non sono solo un nido confortevole ma luoghi di tensione e di fatiche della cura. Allora l’ufficio anche inconsapevolmente diventa un porto sicuro e gratificante, dove raccogliere qualche pacca sulla spalla dal capo, scambiare battute coi colleghi, intrecciare una relazione amorosa. Arlie Hochschild, già tempo fa in The Time Bind (1997), ha evidenziato in modo folgorante il paradosso dei “mondi rovesciati” dei genitori sempre a corto di tempo, per i quali la famiglia diventa un lavoro e il lavoro assume il senso e l’atmosfera di una famiglia.

Incontri mancati

Luoghi e incontri sono anche palcoscenici dove giocare più ruoli e indossare maschere diverse. Ciascuno di noi ha identità o sfaccettature diverse nella professione, in famiglia, con gli amici: questo gioco à la Goffman è uno spazio di libertà e di crescita fondamentale. L’assenza dell’ufficio toglierà risorse al nostro percorso esistenziale. Col rarefarsi dei luoghi e dei transiti, avremo anche meno occasioni d’incontri casuali: quelli che succedono in treno quando si commuta verso e dall’ufficio, quelli che possono capitare quando si viaggia per lavoro o anche quando, in azienda, s’incrociano persone che non hanno direttamente a che fare col proprio lavoro.

La riduzione degli ambiti in cui si sviluppano le nostre relazioni personali non finirà per causare un impoverimento? Si sa che abbiamo bisogno di molti specchi per cucire insieme la nostra identità, perché è proprio attraverso il riconoscimento che ci viene dagli altri, come sottolinea Axel Honneth, che noi costruiamo la nostra libertà. È possibile quindi che le donne abbiano a soffrire di più di una riduzione di spazi e relazioni, perché la loro libertà nella e dalla famiglia non è sempre scontata.

Se si andrà verso un’incidenza elevata di lavoro in smartworking, cosa che appare piuttosto probabile, è soprattutto importante che le donne possano scegliere (anche perché la loro sarà, come è giusto, una scelta controversa). Se sarà così, questa trasformazione del lavoro potrebbe andare a finire bene, in generale e anche per le donne e per le città: più flessibilità e meno fatica, meno inquinamento e più vita alle comunità locali. Le donne saranno certamente avvantaggiate dalla loro lunga esperienza di transizioni e intrecci di tempi, luoghi e ritmi, anche se forse un po’ sfidate nella costruzione di un’identità autonoma dal ruolo familiare. Tuttavia, bisogna anche essere ottimiste – come dice Margaret Atwood in un’intervista recente a Robinson di Repubblica – perché le nuove generazioni di donne per fortuna “sono nate e cresciute in un altro, irreversibile, contesto”. Non torneremo a essere ancelle.


Riferimenti


Pietro Biroli e altri (2020), “Vite da quarantena”, in InGenere, 21 luglio 2020

Antonello Guerrera (2020), “Siamo donne non ancelle. Intervista a Margaret Atwood”, in Robinson-La Repubblica, 22 agosto 2020

Sandra Burchi (2017), “Lavorare da casa. Esercizi di dis-alienazione e gestione dello spazio”, in Sociologia del Lavoro, n.145, 1

Erving Goffman (1959), The presentation of Self in everyday life, New York, NY, Anchor Books

Arlie Russel Hochschild (1991), The Time Bind, New York, The New Press

Axel Honneth (2017), La libertà negli altri, Bologna, Il Mulino

Juliet Webster (1996), Shaping Women’s Work: Gender, Employment and Information Technology, London and New York, Routledge


(www.ingenere.it, 9 settembre 2020)