di Jonathan Bazzi


Ci avevo già pensato a inizio pandemia ma l’altro ieri mi è tornato in mente con un post di Instagram che annunciava la nuova puntata di un noto programma di approfondimento di Rai3: su dodici ospiti invitati a parlare di Covid undici erano uomini.

Avevo smesso di farci caso ma è così da febbraio: le voci emblematiche di questa emergenza – politici, virologi, amministratori – sono perlopiù maschili. Uomini, solo uomini quelli che contano. Avanti con gli anni, coi loro completi grigi o blu scuro, o in camice bianco, li vediamo salire sui loro scranni oppure in collegamento, esporsi, contraddirsi, azzuffarsi, in questo pandemonio infodemico che confonde autorevolezza ed egopatia.

L’emergenza parla con la voce del maschio: la conferma l’ho avuta cercando i membri dell’organo più citato in questi mesi, il comitato tecnico-scientifico: nei primi mesi i venti erano tutti uomini. Sono dovute arrivare le (sacrosante) proteste per far aggiungere, il 15 maggio con un’ordinanza integrativa, sei donne.

Mediaticamente le donne che vediamo intervenire sono in secondo piano, o altrove, in altri Stati, oppure finiscono – a torto o a ragione – a giocare il ruolo delle inette: il ciondolo a forma di virus, i banchi con le rotelle.

Eppure la storia ha consegnato (imposto) alle donne il ruolo della cura: sono loro quelle che si occupano della vita e della morte, che accudiscono, assistono. Mamme, infermiere, suore, badanti.

Sempre loro, solo che qua si tratta di decidere, governare. Si tratta di potere. Una tendenza confermata del resto anche nella sanità: le donne medico sono circa il 40 per cento, ma i primari donna negli ospedali raggiungono solo il 14 per cento (concentrate in pediatria e ginecologia).

Quando il gioco si fa duro arrivano i padri, e i nonni: scendono in campo i capifamiglia. Ci troviamo a pendere dalle loro labbra, reiteriamo le loro parole, ci abbeveriamo alla loro fonte, non proprio nutriente, del loro immaginario. Dove sono le donne?

Anche perché sappiamo che ci sono differenze di genere, innate e culturali, nella gestione delle emergenze: ce lo insegnano le neuroscienze, l’antropologia, la psicologia. Non voglio azzardarmi a dire che le donne farebbero meglio, ma una più equa rappresentanza ci avrebbe regalato di sicuro chance di visione in più.

La mancanza di prospettive e lo strapiombo comunicativo che hanno davanti forse arrivano anche da questa unilateralità, la schizofrenia tra autoritarismo, pavidità e decisioni casuali credo arrivino anche da qui.

La pandemia, tra le altre cose, è il reagente che disciolto nella nostra società sta rivelando ciò che dovrebbe già essere sotto i nostri occhi: il potere che mette in scena sé stesso scelto sempre per autoconservarsi.

Non è normale, non dovrebbe essere normale.

Non si tratta di mitizzare il femminile, ma di rilevare un vuoto, un’anormale normalità resa ancora più inquietante dal fatto che passi sotto silenzio. Questo Paese continua ad avere un gigantesco problema con la leadership femminile.


(Domani, 13 novembre 2020)

di Ferdinando Camon


Versi a testa alta dentro il male


La notizia risale a 3-4 giorni fa e quando mi ci sono imbattuto son rimasto scosso e turbato: pensavo che sarebbe stata ripresa da tutti i giornali, ma questo non succede, e ne sono deluso e avvilito. Eccola: nell’armadio di un’ex prigioniera di Auschwitz è stato trovato un quaderno di poesie, scritte nel campo di sterminio dalle detenute, che lo nascondevano e se lo passavano una con l’altra, per leggerlo in segreto. Il quaderno ha 32 pagine, e le donne se l’erano procurato per annotare i nomi di quelle che morivano. Ma poi finirono per annotare sentimenti e pensieri, poesie appunto, e incitamenti a resistere. La data di scrittura è il 1943.

La prigioniera che l’ha trattenuto con sé si chiama (merita che si ricordi il suo nome) Bożena Janina Zdunek, una polacca combattente nella resistenza clandestina, e come tale catturata dalla Gestapo e inviata ad Auschwitz. Da qui nel ’44 passò a Ravensbrück, dove nel ’45 fu salvata dalla Croce Rossa svedese e portata in Svezia. In Svezia è morta nel 2015. Perché mi emoziona scoprire che le prigioniere tenevano nascosto un quadernetto di poesie scritte da loro? Che se lo passavano da una all’altra? Che volevano leggerlo e salvarlo? Perché per tutta la vita ho tenuto nella memoria una frase lapidaria e terribile di Adorno, sulla ‘colpa’ di scrivere poesie: «Dopo Auschwitz, scrivere poesie è un gesto di barbarie». Voleva dire che lo Sterminio ha ucciso la poesia, l’ha resa in-scrivibile, il-leggibile, im-praticabile.

Lo Sterminio mette fine all’arte come bellezza, alla poesia, alla musica. Contro la musica si era già pronunciato Lenin, quando aveva detto che «un paio di stivali val più di tutto Beethoven»: tu non puoi ascoltare Beethoven, quando sai che fuori della porta c’è qualcuno che muore di freddo. È il principio a cui obbediscono i missionari: non possono stare a casa, quando nel mondo c’è chi ha un bisogno mortale (e vitale) di loro. Questa detenuta di Auschwitz e Ravensbrück, che per tutta la vita ha conservato un quadernetto di 32 pagine in cui lei e le sue compagne scrivevano e nascondevano le poesiole che le tenevano in vita, viene però a dirci che la poesia è insopprimibile e irrinunciabile: non soltanto ‘dopo’ Auschwitz, ma anche ‘dentro’ Auschwitz. Non soltanto ‘successivamente’ ad Auschwitz, ma anche ‘contemporaneamente’. Perché la poesia è ‘resistenza’. Se il mondo è oppressione e uccisione, scrivere (versi, ma non solo versi) è liberazione.

La notizia del quadernetto di poesie, che le donne nascondevano nel lager, l’ha data l’agenzia AdnKronos, che a sua volta cita come fonte il Daily Mail. Riportano un solo verso, questo: «Teniamo alte le nostre teste rasate». È un verso che suona, appunto, come un motto di resistenza e di sfida. Le teste rasate servivano ai padroni della vita e della morte perché quando facevano l’appello, e loro stavano sul cocuzzolo che sovrasta l’Appelplatz, da lassù guardando la massa delle prigioniere e vedendo la distesa di teste rasate si sentivano onnipotenti di fronte a impotenti. Da quel verso apprendiamo che le prigioniere mostravano le teste rasate non come una vergogna, ma come un’accusa.

Il figlio di Bożena Janina Zdunek ha regalato il quaderno al Museo di Auschwitz. La prossima volta che andrò ad Auschwitz (sarà la quarta), chiederò di vederlo. Lo toccherò con venerazione. Non è uno strumento di barbarie, ma di opposizione alla barbarie.  


NB Maggiori notizie in   
https://www.thefirstnews.com/article/secret-notebook-filled-with-poems-by-prisoners-donated-to-auschwitz-17403


(Avvenire, 12 novembre 2020)

di Luciana Tavernini


Recensione al n. 58/2020 della rivista DUODA Estudios de la diferencia sexual


Accade che un testo che contiene scoperte importanti per la politica delle donne si e ci illumini in modo potente quando viene ripubblicato e posto insieme ad altri che propongono sfaccettature diverse dello stesso tema.

È quello che è accaduto a me rispetto al tema monografico della rivista DUODA dell’Università di Barcellona «L’invidia delle donne» che ci offre in traduzione spagnola il saggio di Chiara Zamboni «Invidia e amore nell’esperienza dell’eccedenza femminile»i e quello più recente di Wanda Tommasi «L’invidia, male sacro: María Zambrano e Melanie Klein»ii proprio perché accostati tra loro e proposti insieme a quello della psicologa Candela Valle Blanco «La envidia de las mujeres: cómo entenderla y cómo sanarla» (Linvidia delle donne: come capirla e come guarirla). Essi rispondono «alla necessità di fare ordine e offrire luce politica all’invidia delle donne», come scrive Laura Mercader Amigó nella presentazione del tema. I testi di Tommasi e Zamboni seguono tre linee della ricerca filosofica che dal 2005 sta portando avanti la comunità di Diotima dell’Università di Verona, cioè quale spazio hanno l’inconscio, il lavoro del negativo e l’ombra della madre nella politica delle donne oggi.

I quattro testi del tema monografico costituiscono un contributo all’elaborazione simbolica dell’invidia delle donne, un contributo importante per tutte e soprattutto per le femministe che sanno come la politica delle relazioni sia il fondamento della libertà femminile.

Le autrici concordano con riflessioni diverse sul fatto che l’invidia è una passione che tocca sia uomini sia donne, ma nelle donne, in epoca post-patriarcale, l’invidia tra donne non è più per la conquista di un uomo ma ha qualcosa di illimitato che ha a che vedere col fatto che siamo dello stesso sesso della madre e ci riporta alla relazione con lei.

I saggi sono ricchissimi per cui accennerò solo a qualche altro elemento, invitando a una lettura diretta.

Wanda Tommasi sottolinea che, non essendoci differenza sessuale con l’altra donna, è più facile che vi sia confusione senza limiti. Espone il contributo filosofico di Zambrano e quello psicanalitico di Klein e alla loro luce alcune dinamiche dell’invidia femminile, proponendo un percorso di crescita di una donna che, pur conservando il legame con la figura materna, sa allontanarsi da lei, contrattando le condizioni della sua libertà e correndo il rischio della sua singolarità. In questo percorso può affiorare linvidia negativa, il cui danno maggiore è farci deviare dal nostro desiderio più vero per competere o danneggiare l’altra, invece è possibile recuperare l’ammirazione e giocare al rialzo.

Chiara Zamboni ci ricorda come con l’indebolimento dell’autorità maschile noi donne spesso cerchiamo la misura in una donna e che l’invidia di ciò che più amiamo nell’altra diviene una passione più profonda e anche più distruttiva perché è importante dal punto di vista sociale ma prima di tutto da quello simbolico. Prende spunti da Hannah Arendt, Donatella Borghesi, Luisella Brusa e sviluppa il concetto di gratitudine, che Melanie Klein vede come sentimento che ripara l’invidia, proponendo una gratitudine creativa che rilancia «l’elemento di valore che si ama nell’altra» impedendo che diventi oggetto di aggressioni invidiose. Non si tratta di saldare i conti di un senso di colpa e neppure di fare riconoscimenti formali. Segnala inoltre come spesso per controllare l’invidia si idealizzino le donne invidiate e quindi non si perdoni la loro «naturale fragilità», quando si presenta. Nell’invidia c’è anche il timore verso qualcosa di eccessivo che ci affascina nell’altra, che ci pone fuori di noi perché risuona in noi ma indica una mancanza, ci trascende e allo stesso tempo ci tocca.

Candela Valle Blanco, psicologa di Madrid, si pone due domande: chi ha invidia delle donne? Che cosa invidiano le donne? Per rispondere ripercorre la teoria freudiana dell’invidia del pene, mostrandone i danni e le falsità. Presenta la figura dell’invidiosa come una donna potente e intelligente capace di coinvolgere l’invidiata in una relazione di dominio e manipolazione che appaiono come interesse e accompagnamento nel suo sviluppo, in modo che l’invidiata non possa «dispiegare la sua libertà di essere che è quello che l’invidiosa non può tollerare. La donna invidiosa proietta nell’invidiata il suo mondo interiore non risolto, pone fuori il male che porta dentro, posto che lei non sente la libertà di essere se stessa, si sente piena di valore però non riconosciuta e, nel suo male oscuro interiore, crede che ogni volta che si manifesta questo valore non sarà riconosciuto». A me ha ricordato la regina di Biancaneve. Inoltre l’autrice accenna alla figura di una terza che vede le dinamiche e che molto difficilmente potrà farle riconoscere all’invidiosa ma potrà accompagnare l’invidiata a capire perché rimane invischiata in questa relazione. Descrive il disordine in se stesse e nelle proprie relazioni generato dall’invidia e ci avverte che non si può cambiare con la volontà e neppure parlandone solo dal punto di vista teorico. Ci suggerisce di connettersi con proprio sentire per addentrarsi in un percorso che porti all’origine della ferita, quando è sorta la desolazione del sentire di non aver ricevuto l’amore di cui si necessitava, a partire dal momento della nascita.

La rivista, oltre al tema monografico ci offre un saggio di María-Milagros Rivera Garretas in cui con grande erudizione l’autrice prova che il quadro nel monastero dell’Escorial di Madrid è l’autoritratto di Sor Juana Inés de la Cruz (1651-1695) dipinto per María Luisa Manrique de Lara y Gonzaga, viceregina della Nueva España (Messico) e da lei portato in Spagna nel 1688. Dell’autoritratto vi è una copia nel Philadelphia Museum of Art (USA). In questo modo ci mostra come fossero intrecciate e valorizzanti le relazioni femminili.

Un esempio di relazioni transoceaniche è la conversazione tra Luisa Muraro e Carolina Narváez, Clara Ramírez, Claudia Llanos del Grupo de Investigación Escritos de Mujeres de la Universidad Nacional Autónoma de México e due amiche della Libreria delle donne di Milano, dove si è svolta il 26 aprile 2017. Il testo «Vuelos de una feminista» ha la freschezza di un’opera teatrale in cui Muraro, a cui tutte riconoscono autorità, sa creare le condizioni per la valorizzazione e la circolarità dell’autorità delle altre. Così veniamo a conoscere, tra l’altro, come i libri e le scoperte di Muraro si diffondano nelle Americhe, quali e con quali modalità molte femministe portino avanti le loro lotte in Messico, quali ricerche stiano facendo, oltre a riflessioni sul femminismo italiano a partire proprio dalle richieste di queste giovani donne.

Inoltre, come sempre, la rivista è attenta a diversi linguaggi. Apre con un’arguta vignetta di Pat Carra. Ci presenta nella sezione Creació literària 13 poesie di Susanna Pruna Francesc di cui segnalo in particolare il Manifiesto de la perra del 2017, un percorso allegorico che dalla fedeltà rassegnata a un padrone porta alla conquista della libertà. Nella sezione Projecte dartista vediamo «Diversas obras» di Toni Crabb, un’artista che, dalla scrittura dei suoi sogni ha lasciato emergere figure le quali, ripresentandosi, chiedevano di essere rese visibili. Trasformandosi continuano ad aprirsi a nuove interpretazioni.

Infine vi sono sei recensioni che segnalo perché testimoniano e sviluppano sia l’interesse fra diversi linguaggi sia il continuo lavoro di scambio tra femminismo spagnolo e italiano. La poeta Juana Castro recensisce la raccolta di poesie di donne scelte da Ana Mañeru e Carmen Oliart e pubblicate in Palabra de Diosa. 44 siglos de poesía; Gloria Luis Peralvo ci parla Diarios de la alegría di María García Zambrano, poesie-diario che convocano l’allegria. Due recensioni ci mostrano quanto sia importante rileggere figure storiche per dar forza alla nostra genealogia e raffinare il simbolico: quella di Nieves Muriel García al libro di María-Milagros Rivera Garretas Sor Juana Inés de la Cruz. Mujeres que no son de este mundo e quella di María-Milagros Rivera Garretas a Del delirio al Amor. Teresa de Jesús (1515-1582) di Alejandra Atala. Inoltre segnalo l’attenzione alle riflessioni italiane sulla prostituzione e sul diritto, messe in luce da Ana Mañeru Méndez nel presentare sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Grazia Villa, Luciana Tavernini e da Lola Santos Fernández nel discutere di Femminismo giuridico. Teorie e problemi, libri che, pur presentando peculiarità nazionali, sanno offrire uno sguardo più ampio sui problemi affrontati.


La rivista on line si può leggere in spagnolo e si possono scaricare i testi in pdf con questo link https://www.raco.cat/index.php/duoda

Ripubblichiamo in italiano il saggio di Chiara Zamboni, quello di Wanda Tommasi è disponibile nel libro già citato Linconscio può pensare?


(www.libreriadelledonne.it, 12 novembre 2020)


[i] Pubblicato in Marisa Forcina, ed., Tra invidia e gratitudine: la cura del conflitto, Milella / Università degli Studi di Lecce, Lecce 2006, pp. 201-208.

[ii] Pubblicato in Chiara Zamboni (ed.), Linconoscio può pensare?, Moretti&Vitali Editori, Bergamo 2013, pp. 21-37.

di Chiara Zamboni


L’eccedenza femminile – quell’impossibilità di stare e acquietarsi dentro i limiti – ha un legame con il rapporto senza confini che una donna ha con la propria madre. Un rapporto che si altalena tra amore e odio, quando rimane senza forma, e che può trovare a volte forme, che però poi vengono perse e riguadagnate.

Inizio a parlarne a partire da Invidia e gratitudine di Melanie Klein. La concezione dell’esistenza di Klein è drammatica, tragica: quanto più si ama, tanto più si è portati ad attaccare e distruggere ciò che si ama, soprattutto attraverso l’invidia, ma anche attraverso l’avidità e la maldicenza. E questo crea un paradosso che sembra non avere soluzione se lo si vive nella sua immediatezza1.

Ora per la Klein questo ha a che fare con la prima esperienza avuta con la madre con la quale c’era l’amore per il bene ricevuto e contemporaneamente il desiderio di distruggere questa fonte di bene a causa di pulsioni mortifere.

Nella Klein, ancor di più che nei testi di altri psicoanalisti, risulta chiaro come i sentimenti siano qualcosa che non si rinchiude nel cerchio circoscritto della soggettività e perciò secondari rispetto all’andamento oggettivo del mondo, ma rappresentino il segnale delle relazioni ontologiche che noi viviamo. Il conflitto innato tra amore e odio, tra istinti cli vita e istinti di morte, che proviamo, segnano il nostro rapporto con gli altri e dunque il modo di darsi a noi dell’essere relazionale.

Si possono leggere i suoi testi e la sua esistenza alla luce della differenza sessuale: il primo e più importante segno è che Melanie Klein era una madre e una donna e perciò non a caso ha accentuato, rispetto a Freud, la centralità del rapporto dei piccoli con la madre2. Del resto nei suoi primi casi clinici lei ha preso in esame proprio il figlio e la figlia. Ed è da leggersi alla luce della eccedenza femminile anche il conflitto tra lei e la figlia Melitta, a sua volta diventata psicoanalista da adulta.

A me pare abbia a che fare anche con la differenza femminile il fatto che la Klein abbia riflettuto soprattutto sull’invidia nei confronti della madre e abbia allargato poi questa invidia a coloro che amiamo nel corso della vita.

Il fatto è che l’invidia è certo una passione sia di donne che di uomini, tuttavia nelle donne ha un che di illimitato e senza fondo più evidente.

Donatella Borghesi in Specchio specchio delle mie brame ne fa una questione di fine di patriarcato. Sostiene che, se nel patriarcato la misura femminile è stata soprattutto l’uomo e quindi la gelosia il tono del rapporto tra donne in lotta tra loro per lo sguardo maschile, tutt’altra cosa è nel post-patriarcato. Nell’indebolimento dell’autorità maschile la misura risulta di frequente essere un’altra donna, e dunque l’invidia, per ciò che più si ama in un’altra, è diventata la passione più profonda3. Prima l’uomo risultava dunque un punto di riferimento terzo nello specchiarsi reciproco, ma ora non lo è più e nell’invidia le donne si confrontano direttamente.

A me sembra che, ancor prima che sociale, sia simbolica la posizione delle donne tra loro, e che la passione più profonda dell’invidia nelle donne dipenda dal loro essere dello stesso genere della madre. Se la madre è oggetto d’amore e di odio sia per le donne che per gli uomini, negli uomini c’è poi la differenza sessuale che pone una distanza. Ed è una distanza preclusa in questi termini alle donne perché sono simili alla madre. Di qui la maggiore distruttività di questo sentimento per le donne.

Chi è gelosa compete per appropriarsi dell’amore che l’altra possiede. Chi invidia distrugge il tesoro che nell’altra ama.

Una delle possibili mosse di chi invidia è riportare l’altra all’essere come tutte, togliendole l’aura di ciò che di speciale l’attrae in lei. Significativa in questo senso una vignetta di Claire Brétécher: Santa Teresa, catturata dall’amore di Dio, levita, si innalza e le piccole suore amorevolmente la riportano a terra. La riportano alla loro altezza. Perché così non si fa. La tirano giù preoccupate, prendendola per i piedi. È come dire: l’invidiosa è tutta impegnata a riportare l’altra alla normalità. Una normalità in cui siamo tutte uguali, terra terra, senza grandi pretese, sapendoci accontentare. Nel calore della somiglianza, nel tran tran grigio, con la piega della bocca un po’ all’in giù4.

Nel riportare l’altra alla normalità c’è anche la paura per qualche cosa di inconcepibile che cogliamo in lei, di un’eccedenza, appunto. C’è una enormità che meraviglia, che nel profondo stupisce e ci cattura. Ci porta fuori di noi per una risonanza che avvertiamo in noi. In fin dei conti l’invidia è un ammirare andato a finire male, che non ha saputo seguire ad aprirsi.

E in questo si può osservare tutta l’ambivalenza dell’invidia. Invidiamo l’altra perché c’è in lei qualcosa che porta noi a farcene sedurre. Ad uscire da noi stesse per qualcosa che ci trascende e che allo stesso tempo ci appartiene perché se ci attrae vuol dire che qualcosa di noi annuisce ad essa.

È interessante che Hannah Arendt scriva in una lettera a Mary McCarthy: «Il vizio principale di ogni società egualitaria è l’Invidia […] e la grande virtù di tutte le aristocrazie mi pare risieda nel fatto che la gente sa sempre chi è e quindi non fa paragoni con gli altri»5. Vorrei si facesse attenzione all’aspetto per cui per Arendt colui che sa chi è non prova invidia. Sapere chi si è implica non aver bisogno di confrontarsi in modo ossessivo con gli altri. Tuttavia vien da aggiungere che in una società di massa il paragonarsi agli altri e l’invidiare sono elementi costitutivi. Invidiando, ci si appoggia sostanzialmente sull’altro, sull’altra per conoscere se stessi. Al medesimo tempo si rivendica l’eguaglianza proprio per cancellare l’in più che l’altra ha. Ci si impedisce in questo modo di attraversare il sentimento dell’invidia, che ci può dare una luce su noi stessi.

L’ambivalenza dell’invidia porta a distruggere l’alterità, in cui è custodito il tesoro amato da chi invidia, eliminandola nell’eguaglianza. Eppure ha bisogno, per orientarsi, proprio di tale alterità6.

Sembrerebbe a prima vista una figura simile a quella del servo padrone della Fenomenologia dello spirito di Hegel. La somiglianza sta nel fatto che anche nella figura di Hegel si tende a distruggere una dipendenza di cui si ha bisogno per esistere.

Nella dialettica servo padrone, tuttavia, è in gioco il riconoscimento dell’io: si tende a distruggere proprio quell’io che può riconoscerci. Nella figura paradossale dell’invidia più che l’io è in gioco il tesoro amato: distruggo esattamente la fonte di ciò che amo, l’origine di ciò che mi potrebbe far conoscere l’orientamento trascendente della mia vita, se l’attraversassi con sapienza.

In questo senso l’invidia è un sentimento del tutto inscritto nella dualità immaginaria, ma che può diventare percorso simbolico, farsi pensiero se, invece di rimuoverla come un cattivo sentimento, se ne coglie i raggi di apertura.

Questo ragionamento simbolico è possibile perché la Klein insegna che dietro l’invidia c’è la fonte di un amore che ho ricevuto e che ho sentito seducente. Un amore che ha avuto una potenza che non poteva essere regolata. E il paradigma di tale amore intenso è quello della madre, che abbiamo sperimentato nell’infanzia come potenza infinita per la grande dipendenza da esso.

Il guadagno teorico che si può ricavare da Klein è che la distruttività dell’invidia ha alle spalle l’amore troppo forte per la madre. Una l’ombra dell’altro. In più abbiamo aggiunto che le donne vivono l’invidia con più intensità per la prossimità maggiore nei confronti della madre e per una loro inclinazione relazionale che dà minore importanza all’io e alla sua separatezza.

Proprio perciò è soprattutto tra donne che l’invidia è distruttiva. Essa si inscrive all’origine tra la madre e la figlia e poi per estensione al rapporto con altre. Allora essa può bloccare in una condizione indefinita, amorfa, cieca a se stessa e angosciante. Può però anche inquietare positivamente, mostrare percorsi di modificazione. Non solo: far affiorare quanto carnali e profondi siano i legami con la madre e con l’altra donna e come l’identità dell’io non sia per le donne una delle passioni più sentite.

In questo senso, seguendo le sfaccettature dell’invidia e dell’amore di cui essa è ombra, si mostra l’altra faccia di una realtà che l’ideologia dominane neoliberista vorrebbe fondata sull’identità e l’autonomia dell’io, sulla libertà individuale che si otterrebbe tagliando i legami con l’origine.

Se si segue la strada di attraversare l’invidia invece di superarla, risulta troppo frettolosa e non ben meditata la contrapposizione ad essa della gratitudine per riparare i danni che le aggressioni dell’invidia hanno provocato. Si tratta della soluzione che la stessa Klein propone. Scrive: «Quando si è in grado di provare gratitudine – e questo significa che in quel momento si è meno invidiosi – ci si viene a trovare in una situazione più favorevole. […] Il bisogno impellente di riparare e di aiutare l’oggetto invidiato sono anche degli strumenti molto importanti per controbilanciare l’invidia. In definitiva questo vuoi dire controbilanciare gli impulsi distruttivi mobilitando sentimenti di amore»7. In questo brano è evidente la contrapposizione tra impulsi di amore e pulsioni distruttive, che sfiora il manicheismo ontologico. È questo il limite di Klein.

Al contrario sostare presso il negativo, accompagnarlo, non combatterlo o risolverlo, permette di guardarlo, di osservarne le movenze, di farne pensiero e di arrivare ad una diversa posizione rispetto a quella della pura contrapposizione con il positivo8. È appunto accogliendo l’invidia in tutte le sue sfaccettature ambivalenti – che sono di distruzione, certo, ma anche di tensione verso l’altro da sé, verso ciò che ci seduce per amore – che si può coglierne un aspetto pericoloso e al medesimo tempo interessante dei legami tra donne. E vederne la presenza in una politica fondata sulle relazioni, che è al centro della politica delle donne.

In questo senso accettare l’invidia è fare spazio simbolico ad un elemento ambiguo che è parte integrante del reale. In noi e fuori di noi allo stesso tempo. E si tratta non solo dell’invidia che noi proviamo verso altre, ma anche di quella che altre provano nei nostri confronti. L’invidia è potentemente relazionale: una donna non può veramente e del tutto distruggere ciò che ama nell’altra perché distruggerebbe in qualche modo se stessa, tanto è potente la relazione d’invidia-amore. In questo senso l’essere, che è relazionale, trova nell’invidia un surplus di relazione, se pure andata a male.

Mi vorrei fermare brevemente su una delle modalità che prende l’invidia, che così potentemente si è presentata nelle relazioni tra donne anche perché molto mascherata, cioè poco riconoscibile come passione distruttiva. Mi riferisco alla idealizzazione che una donna fa di un’altra: il portarla su di un piedistallo, il vederne soltanto l’eccezionalità, l’isolarla nella sua perfezione.

Melanie Klein ne parla in termini psicoanalitici, ma mi sembra chiari: «I bambini che hanno una grande capacità di amare non sentono il bisogno di idealizzazione quanto quelli che hanno un’enorme quantità di impulsi distruttivi e di angosce persecutorie. L’idealizzazione eccessiva sta ad indicare che la spinta prevalente proviene dalla persecuzione. […] L’oggetto idealizzato è molto meno integrato nell’Io dell’oggetto buono perché è originato più dall’angoscia persecutoria che dalla capacità di amare. […] Le persone che sono riuscite a costituire il loro oggetto buono primario con relativa sicurezza sono in grado di conservare l’amore per l’oggetto pur riconoscendone i difetti; quando questo non avviene, invece, i rapporti di amore e di amicizia sono caratterizzati dalla idealizzazione. Questa però tende a crollare, e allora l’oggetto amato deve essere sostituito spesso, perché nessun oggetto può soddisfare pienamente l’aspettativa»9.

Così non c’è idealizzazione e invidia aggressiva quando si ha stima dell’altra e al medesimo tempo si è tolleranti nei confronti delle sue fragilità, incertezze. Allora il legame è vivo e reale.

Forse in più rispetto a questo è il fatto che nell’attacco aggressivo a un’altra donna c’è la ricerca in lei di una perfezione, che si vorrebbe incarnata nell’altra desiderandola anche per sé.

Nella politica delle donne molto ha giocato l’idealizzazione di alcune donne. Sono state considerate grandi, e giustamente, però ne ho poi visto la denigrazione al minimo accenno di inadeguatezza, fragilità, imperfezione. Ho in mente in particolare Luce Irigaray, che è una delle più importanti filosofe europee legate al pensiero della differenza. Negli anni passati non è stata solo apprezzata ma anche idealizzata, isolandola come “la filosofa” la cui produzione di pensiero veniva comunque idolatrata. Questo atteggiamento è sintomatico. Come è sintomatico che, nel giro di conferenze tenute ultimamente in Italia, quelle donne, che l’avevano innalzata esageratamente negli anni precedenti, non le perdonassero la naturale fragilità che viene dall’invecchiare e restassero perciò sorde alle proposte di riflessione che nelle conferenze lei offriva.

La Klein parla di gratitudine come un sentimento che ripara l’invidia. Che permette cioè di sopportare la colpa che si prova10. Questo è senz’altro vero. Tuttavia insisterei sul fatto che la gratitudine è un sentimento che ha la stessa radice dell’invidia: l’amore per qualcosa di valore che aggrediamo quando invidiamo e di cui rendiamo grazie nella gratitudine.

A me sembra che la gratitudine non sia un semplice dire grazie, né un opporsi agli elementi distruttivi11. Piuttosto, nel suo aspetto creativo, rilancia l’elemento di valore che si ama. Quel di più che è fatto oggetto delle aggressioni invidiose. Non penso in altri termini alla gratitudine come ad un atteggiamento che salda i conti di un senso di colpa, bensì come all’aprire creativo di percorsi nuovi a partire da ciò che si ama nell’altra donna e che ha risonanza in noi stesse.

Penso ad esempio alla mia possibile invidia verso una grande filosofa. La gratitudine verso il suo pensiero non è nel riconoscimento formale nei suoi confronti ma nel rilanciare la scommessa del pensiero, che può seguire altre strade dal suo, ma che nell’intenzione le è fondamentalmente fedele.

Con Diotima – la comunità di filosofica femminile con la quale collaboro – stiamo riflettendo sul lato oscuro del rapporto tra donne e come questo lato oscuro abbia a che fare con il legame senza limiti con la madre, di cui l’invidia è uno degli aspetti.12

Molto agire politico nello spazio pubblico si basa sulla contrattazione continua tra donne, e tra donne e uomini. Una negoziazione che ha come primo esempio il linguaggio stesso: luogo pubblico, che circola senza che lo possiamo controllare, che ci parla, e che noi parliamo, mettendoci d’accordo, entrando in contrasto, rivelandoci agli altri13. Tuttavia non tutto è contrattabile: c’è un residuo consistente, che prende una importanza simbolica particolare nel rapporto tra donne a causa del legame senza limiti con la madre.

Che avviene nello spazio pubblico delle passioni non addomesticate? Che succede a quegli strati di esperienza che si sottraggono alla negoziazione perché rimangono senza limiti? Una contrattazione infatti ha per sua caratteristica quella di riconoscere implicitamente quanto di sé e delle proprie passioni mette in campo l’una e quanto l’altra. Viene delimitato un “proprio” da scambiare con altro. Ma là dove questo non è possibile? Dove c’è qualcosa di non scambiabile? Che farne? Che fare?

Paradossalmente è proprio questo indefinito tra donne che rende la presenza femminile nello spazio pubblico sempre eccedente il modello dell’emancipazione. Mai adattabile a regole pensate da uomini per uno scambio pubblico tra uomini.

Certo è faticoso ragionare sul lato negativo dell’esperienza – quel lato che non si risolve completamente nelle pratiche a disposizione. Eppure è questo lato in ombra, proprio in quanto impedisce l’omologazione, ad essere anche il terreno per aprire contraddizioni nello spazio pubblico dove donne e uomini sono.

La negatività che passa attraverso il materno nel suo lato oscuro: accoglierla, darle parola fa balzare allo sguardo livelli di vissuto grezzi, non mediati né mediabili. Elementi di differenza femminile non addomesticata in contesti che non la prevedono. Così è per certa invidia tra donne, sulla quale l’ombra della madre getta un che di inquietante.

In questo modo si riesce a dire la verità di spazi pubblici che rimuovono l’aspetto oscuro del femminile e per questo divengono finti. È una pratica che scompiglia una scena falsamente neutra. E inquieta nel senso originario di mettere in movimento, aprire contraddizioni in luoghi che vorrebbero colmarle. Starà poi a ciascuna in situazione scegliere la via più adatta per farne una leva di trasformazione e di guadagno politico.

Il fatto è che, come scrive Luisella Brusa in Mi vedo riflessa nel suo specchio, il legame reale e non immaginario della figlia con la madre è niente allo sguardo del simbolico maschile e al medesimo tempo è attraversato da pulsioni che sono dell’ordine dell’essere14. Possiamo attraversare questo essere senza limiti sapendo del pericolo che corriamo, ma anche della necessità di questo passaggio, affinché la differenza femminile trovi forma. E il desiderio di stare con verità e dirompenza nello spazio pubblico ci porta a tenerne conto nella pratica.


(Tratto da Marisa Forcina, a cura di, Tra invidia e gratitudine: la cura del conflitto, Milella, Lecce 2006, pp.201-208)


1 Cfr. Melaine Klein, Invidia e gratitudine, trad. it. di Laura Zeller Tolentino, Martinelli, Firenze 1985, pp. 13-34.

2 Su questo aspetto si ferma Julia Kristeva. Le génie féminin. Melanie Klein, Gallimard, Paris 2000, p. 47 e pp. 73-77.

3 Cfr. Donatella Borghesi, Specchio, specchio delle mie brame. Luci ed ombre dellinvidia tra donne, LaTartaruga, MiIano 2000, pp. 16-17.

4 La vignetta è riportata alle pp. 80-81 del libro citato.

5 Hannah Arendt e Mary McCarty. Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarty 1949-1975. trad. it. di Amineh Pakravan Papi, Sellerio, Palermo 1999, p. 310.

6 Pagine molo belle sull’invidia come sentimento fondamentalmente duale e legato ail’alterità e al senso di sé sono state scritte da María Zambrano. Cfr. María Zambrano. Luomo e il divino, trad. it. di Giovanni Ferraro, Edizioni Lavoro, Roma 2001, cap. “L’inferno terrestre: l’invidia”.

7 Melanie Klein. Invidia e gratitudine, cit. p. 90.

8 In questo senso va la tesi di fondo del testo Aa.Vv., Diotima. La magnifica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005.

9 Melanie Klein. Invidia e gratitudine, cit. pp. 39-40.

10 Melanie Klein. Invidia e gratitudine, cit. p. 90.

11 Della riconoscenza nei confronti della madre parla in termini simili a quelli della gratitudine anche Luisa Muraro, Lordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 66.

12 Si veda a questo proposito il grande seminario dell’autunno 2005, intitolato Lombra della madre, le cui linee generali di proposta si possono leggere nel sito www.diotimafilosofe.it.

13 Sulla negoziazione tra donne e uomini si è fermata la relazione di Françoise Collin, sostenendo che essa non è estensibile a tutto, che porta con sé un residuo. In questo stesso libro è pubblicato il suo intervento.

14 Cfr. Luisella Brusa, Mi vedo riflessa nel suo specchio. Psicoanalisi del rapporto tra madre e figlia, Franco Angeli, Milano 2004, pag. 83.

di Luciana Castellina


Conversazione dal volume «La reggitora»*, di Peter Marcias. Dal 12 novembre in libreria per Solferino, con le voci di Livia Turco, Marisa Rodano e altri che la conobbero.


La figura di Nilde Iotti è importante nella storia del Partito comunista italiano e quindi dell’Italia, visto che quel partito ha rappresentato tanta parte della società italiana. Dico importante perché Nilde Iotti è stata forse la prima donna, o meglio la prima dirigente del partito, che ha avuto quello che definisco il coraggio della normalità. Ai tempi, c’era ancora un po’ la mitologia della lotta della Resistenza, della clandestinità e quindi persisteva un’immagine stereotipata delle donne comuniste: arrabbiate, brutte e malvestite. Nilde invece aveva sempre avuto il coraggio di presentarsi come una donna normale, di vestirsi con accuratezza, di andare dal parrucchiere, con un portamento da signora di mezza età e non da suffragetta.

Sembra un elemento secondario, ma ha invece una rilevanza politica. Il punto ideologico era affermare che il Partito comunista era un normale fenomeno della società italiana e non una setta violenta che operava in clandestinità. Ben prima di conoscerla personalmente e di lavorare con lei, Nilde Iotti era per me un’icona di donna di sinistra. Per tanti anni ero stata direttora del settimanale della Federazione giovanile comunista, che era un po’ un mondo a parte, aveva pochi rapporti con il partito, in particolare con la sezione femminile di cui Nilde era responsabile.

Fui sorpresa, quindi, quando proprio lei mi chiamò per chiedermi se volevo entrare nel suo staff. Ebbi modo così di conoscerla molto meglio, scoprendo qualità che all’inizio, forse proprio perché era così diversa dallo stereotipo, non sospettavo: era una donna molto intelligente e molto curiosa delle novità, per niente sdraiata sull’evidenza delle cose, del tutto lontana dall’idea di una rigida vestale del partito. Mi lasciò fare cose che erano, per il Pci di allora, non solo discutibili, ma anche discusse.

La prima fu un convegno, in accordo con l’Istituto Gramsci, su famiglia e società nell’analisi marxista, in cui si riprese a partire da Engels tutta la discussione sul concetto di proprietà nella famiglia, un tema allora bollente e di stringente attualità. Nilde non solo mi lasciò organizzare l’evento come volevo, ma partecipò attivamente, sempre con la sua aria un po’ all’antica. Ho un altro bel ricordo di un momento difficile in cui mi fu vicina. Era il 1966 e, all’undicesimo congresso del Partito comunista, Pietro Ingrao fece un celebre intervento, esprimendo pubblicamente il dissenso verso la linea tenuta dalla segreteria. Era un evento enorme: per la prima volta, Ingrao interpretava quel vento di cambiamento che sarebbe divenuto inarrestabile di lì a due anni. Noi giovani diventammo tutti «ingraiani» e fummo tutti allontanati da Botteghe Oscure.

Nilde non solo non ci abbandonò, ma condusse per noi una furiosa battaglia in direzione (nonostante si fosse arrabbiata moltissimo anche con noi che non l’avevamo avvisata della nostra scelta). Alla fine, uscì dalla riunione e mi disse: «Ho trovato un compromesso: vai a lavorare nella presidenza dell’Udi». Come dire: una posizione onorevole, ma fuori dal Pci. La soluzione di una donna politicamente coraggiosa e aperta. Credo che questo l’avesse appreso anche da Togliatti, era pure una sua caratteristica.

Il rapporto con Togliatti fu per Nilde un vero e proprio banco di prova. Non fu tanto la nuova relazione di lui, all’inizio, a non essere accettata, ma la fine di quella vecchia. Rita Montagnana era una compagna, una partigiana, un membro della Costituente e molti trovarono disdicevole che Togliatti l’avesse lasciata. Tutto questo avrebbe potuto essere accettato con naturalezza: anche se in Italia non esisteva ancora il divorzio, le rotture matrimoniali erano numerose e ormai accettate nella vita quotidiana. Non fu così per Nilde.

Il partito comunista era molto attento, in quel periodo, a non dare l’impressione di ripercorrere le dinamiche del 1917 e della Rivoluzione d’ottobre, quando si predicava l’amore libero e la fine dei legami tradizionali. Si poneva il problema del rapporto con le masse cattoliche, per cui i comunisti non dovevano essere quelli «contro la famiglia», «che mangiavano i bambini» e così via: accuse che oggi ci fanno sorridere, ma che allora venivano realmente espresse. Ci fu quindi una reazione di protesta, specie nelle sezioni piemontesi: Rita Montagnana era di Torino e per anni Nilde non poté mettere piede in quella città, perché la federazione locale del Pci non la voleva ricevere.

La protesta partiva soprattutto dai vecchi compagni, per cui si trattava quasi di un tradimento della militanza passata. La spaccatura che si creò nel partito in qualche modo riguardava anche i costumi, il modo di pensare e di sentire la nostra epoca. Ma fu un passo importante perché, proprio grazie a questo scandalo, poté avviarsi nel partito la grande apertura alle donne che Togliatti desiderava molto.

Quando nel 1946 le donne conquistarono il diritto di voto, una parte del Pci era preoccupata, temendo un trionfo elettorale della Democrazia cristiana per via della maggiore frequentazione femminile della chiesa. Togliatti si oppose a questa visione, sostenendo che la partecipazione attiva delle donne contava infinitamente di più rispetto all’avere un voto in più o in meno. Nel partito iniziò a crearsi una sorta di suddivisione fra le compagne: c’erano quelle che possiamo chiamare le «cellule femminili», cioè donne che lavoravano con le donne, e le compagne che invece lavoravano in posizioni e su temi diversi, com’era il mio caso. Non era per niente facile lavorare come gli uomini e insieme a loro, venivamo considerate come qualcosa di «un po’ meno», un po’ inferiori.

Ricordo che il mio problema essenziale era fare di tutto per assomigliare a un maschio: mi sembrava che quello fosse il punto e ci sarebbe voluto il femminismo, con tanti anni di lotte, per far capire a me e alle altre che non era proprio così. Le donne sono diverse, e il femminismo – che in Italia nacque negli anni Settanta e che fu per me una scoperta tardiva – ci ha insegnato che bisogna riconoscere questa diversità. Nilde, che era di una generazione precedente alla mia e non fu mai femminista, condusse battaglie fondamentali. In questo senso era ancora più sul fronte, sia per i tempi che ha vissuto sia per la sua situazione personale: una donna che nel partito contava, ma che aveva addosso l’ombra del proprio compagno.

È triste dirlo, ma la vera normalizzazione del rapporto con Togliatti di fronte alla società e al partito avvenne con la morte di lui, quando Nilde fu in qualche modo riconosciuta come la sua compagna. La loro era, del resto, ormai una relazione ventennale. Lei poté sfilare vicino alla salma nel corteo che partì da Botteghe Oscure. Nilde era troppo riservata per parlare di questa storia ad altri, anche a qualcuno che conosceva bene come me. Ma quando, pochi anni fa, sono state pubblicate le lettere d’amore che lui le scriveva – molto belle, molto appassionate, in qualche modo sorprendenti – ho capito quanto amore ci fosse fra i due e mi sono resa conto che era una cosa che incontrandoli traspariva.

Nilde aveva la capacità di capire il cambiamento dei tempi. Nella battaglia sulla legge per il divorzio, che per lei aveva anche un aspetto personale, all’inizio il Pci aveva una posizione molto titubante: fu lei a spingere verso una decisione in favore del divorzio, combattendo perché questo fosse accompagnato da una legge di riforma del codice civile. Era un passaggio fondamentale perché le donne non avevano alcun diritto e con il divorzio rischiavano di non poter nemmeno conservare la casa in cui abitavano.

Quando Nilde è diventata presidente della Camera, io ero deputata, eletta nel Partito di unità proletaria (Pdup), dopo che ero stata radiata dal Partito comunista per la questione del «Manifesto» (e lei fu, insieme a Emanuele Macaluso, l’unica a restarmi vicina). Fu bravissima nel suo ruolo, anche perché era molto ferma, dura ma educata, tutte virtù che adesso sono completamente scomparse: oggi la Camera è un luogo dove la gente si insulta.

La generazione a cui appartengo è stata molto fortunata: ha vissuto la giovinezza nel Dopoguerra, quando c’era un’enorme fiducia nel poter cambiare il mondo e una gran voglia di farlo. Quando parlo con qualcuno che ha fatto il Sessantotto, in genere ricorda quel periodo come un momento molto felice della propria vita, e a ben vedere il motivo è che allora c’era un rapporto reale con gli altri. Insieme agli altri siamo diventati protagonisti: la politica è questo.

Il declino della politica è rinchiudersi nell’individualismo. L’assenza della politica significa più infelicità: l’infelicità dell’isolamento. Isolamento personale e del Paese. In questo senso, l’Europa fu una grande speranza di Nilde, per esempio. Ebbene, anche qui, oggi penso che purtroppo ne sarebbe delusa poiché questa Europa non ha nulla a che fare con quella del Manifesto di Ventotene, che si continua a citare senza aver letto e che lei amava tanto. Il Manifesto di Ventotene pensava a un’Europa in cui fosse forte, prioritaria la questione dell’uguaglianza sociale. Uguaglianza, pace, diritti. Quel manifesto ha avuto più influenza nella stesura della nostra Costituzione nazionale che nel formarsi della struttura dell’Europa. E Nilde, che aveva preso parte a entrambe, penso sarebbe della stessa opinione.


(*) «La reggitora. Nilde Iotti nelle parole e nelle passioni», di Peter Marcias (edito da Solferino e con prefazione di Paola Cortellesi), si compone di diverse conversazioni con personalità che la conobbero e con cui lavorò: Giorgio Frasca Polara, Livia Turco, Ione Bartoli, Marisa Rodano, Rosa Russo Iervolino, Eletta Bertani, Silvio Traversa, Cecilia Mangini, Luisa Lama, Massimo Storchi.


(il manifesto, 11 novembre 2020)

di Marina Catucci


L’America che ha votato contro Trump si è risvegliata con la sensazione che il suo maggior successo stia nell’essere riuscita a tornare indietro da un potenziale punto di non ritorno: la maggior parte dei Paesi che si spingono nell’autoritarismo fino al punto in cui erano arrivati gli Stati uniti non riescono nella stessa impresa. Riuscirci ha richiesto una coalizione straordinaria, che va da Angela Davis a Bill Kristol, e lo sforzo pazzesco di Stacey Abrams in Georgia, con il suo New Georgia Project.

A sostenere Biden è stata la comunità nera che il 29 febbraio, con il voto delle primarie in South Carolina, ha attribuito al vice di Obama una vittoria schiacciante, confermata pochi giorni dopo al Super Tuesday; il resto è già storia. Ma il percorso di Abrams e di una rete di attivisti per capovolgere l’esito delle elezioni presidenziali in Georgia prosegue da quasi un decennio.

Un gruppo composto da politiche nere, difensori del diritto di voto e organizzatori di comunità ha analizzato e stilato l’elenco delle ragioni per cui i democratici perdevano negli Stati del sud. In cima ci hanno messo le tattiche di soppressione del voto da parte della destra e il fallimento dei Democratici nel montare un programma di sensibilizzazione e di protezione degli elettori.

Abrams ha fondato il New Georgia Project nel 2013 mentre faceva parte della Camera dei rappresentanti della Georgia. L’iniziativa mirava a raggiungere le minoranze e i giovani elettori, due gruppi spesso esclusi dal processo politico, ma che rappresentavano la possibilità migliore per consegnare lo Stato ai democratici.

La spinta dei democratici a ribaltare la Georgia è continuata negli anni successivi: nel 2014, una coppia di rampolli democratici, Jason Carter e Michelle Nunn, hanno corso e perso, rispettivamente per il posto da governatore e per il Senato. Qualcosa è cambiato nel 2018. Abrams ha perso, ma la sua sconfitta sul filo di lana alle elezioni governative della Georgia ha chiarito, a lei e agli altri liberal dello Stato, che i cambiamenti demografici nei sobborghi avevano raggiunto il punto critico.

L’argomentazione del gruppo di Abrams con il partito era semplice: i democratici potevano vincere di più espandendo la coalizione per includere gli elettori neri disimpegnati, invece di continuare a concentrarsi sulla persuasione degli elettori indecisi, moderati, e bianchi.

Abrams l’aveva dimostrato: la sua campagna aveva registrato più di 200mila nuovi elettori nel periodo precedente le elezioni del 2018. Quando Fair Fight e il New Georgia Project, due organizzazioni fondate da Abrams, ci hanno riprovato quest’anno, con un lavoro capillare durante la pandemia, hanno quadruplicato il successo, registrando più di 800mila nuovi elettori.

Questa nuova e vasta coalizione di elettori, tra cui molti giovani neri che decidevano di votare per la prima volta, ha portato Joe Biden alla vittoria in Georgia, dove i Dem non vincevano da inizio anni ’90. «Quando cerchi solo di sfruttare i cambiamenti demografici, speri semplicemente che gli elettori ti ascoltino e poi ti votino – ha spiegato Abrams – Ma ciò che devi fare non è cercare di convincerli a condividere i valori democratici. Il messaggio è convincere le persone che il loro voto può effettivamente produrre un cambiamento e aiutarle a votare».

In una lettera datata fine 2019 e diretta agli strateghi democratici e ai candidati alla presidenza, Abrams aveva formalizzato la sua argomentazione: la chiave per conquistare la Georgia è stata coinvolgere nuovi elettori, stabilire roccaforti nei sobborghi della Georgia che cambiano demograficamente e quindi proteggere l’accesso degli elettori alle urne. Ciò di cui ci sarà bisogno poi sarà garantire questa protezione, su scala nazionale.


(il manifesto, 10 novembre 2020)

di Nadia Somma (attivista del centro antiviolenza Demetra)


Vorrei (ironicamente) ringraziare Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Massimo Martinelli, direttore del Messaggero, Clemente Mimun, direttore del Tg5 e gli altri direttori di quotidiani e tv che, ancora una volta, hanno banalizzato con una narrazione stereotipata un femminicidio. Mi riferisco all’uccisione di Barbara Gargano, all’infanticidio del piccolo Alessandro e al ferimento della sorella gemella Aurora [morta anchessa, il 12 novembre, a causa delle ferite infertele dal padre. NdR]. L’assassino, Alberto Accastello, morto suicida, è il marito e padre delle vittime. Vorrei complimentarmi per la tenacia con la quale i loro giornali divulgano la concezione di rapporti tra uomini e donne e del matrimonio ferma agli anni ’50 e ’60. Quando la separazione e il divorzio erano concepiti come un’offesa all’indissolubilità del matrimonio e le donne che ne decretavano la fine erano dissolute malafemmine che si sottraevano al ruolo di custodire e conservare le relazioni famigliari. A qualunque costo. Un ringraziamento particolare va a quei giornalisti che hanno messo in evidenza il sospetto tradimento di Barbara Accastello come se eticamente avesse lo stesso peso di una strage familiare. Insomma, corna e morte si equivalgono. Molti di quelli che ne hanno scritto non si chiedono se le “liti”, alla luce della strage avvenuta, fossero in realtà maltrattamenti. Nessuno è sfiorato dall’idea che Barbara vivesse una relazione arida e insoddisfacente, il punto di vista della donna non viene preso in considerazione. Illustrando al contrario solo il punto di vista di uomini che ammazzano mogli e figli, si rafforza la sottocultura che alimenta il femminicidio. Carla Baroncelli, giornalista Rai per 22 anni e autrice di Ombre sul processo, una formidabile analisi della sottocultura del femminicidio, ricorda sempre che la cronaca nera è lo strumento politico per eccellenza perché orienta l’opinione pubblica. Il messaggio politico sulle uccisioni di Barbara e del figlio Alessandro viene tessuto dalle parole usate nella cronaca. La parola femminicidio scompare, sostituita da «dramma», «tragedia familiare». Alberto Accastello viene definito in molte testate: «tranquillo operaio», «lavoratore», «padre e marito modello», «lavorava moltissimo. Mai un’assenza, sempre presente», un uomo che «aveva costruito una vita che giudicava perfetta». Un uomo «mite» che aveva costruito con le sue mani «il patio per fare giocare i bambini» (quegli stessi su cui ha scaricato pallottole) e che «lavorava alla casa anche i fine settimana». Alcuni tg che era un uomo «legatissimo alla famiglia» e che “non sopportava l’idea di perdere i due figli». I lettori e le lettrici vengono orientati a pensare che la trasformazione di Alberto Accastello da buon padre di famiglia a killer sia opera di Barbara Gargano, descritta così: «Era cambiata», «la moglie voleva la separazione». Viene dato spazio alle opinioni dei vicini di casa: «era sconvolto dalla separazione». Emerge il ritratto di una donna irriconoscente nei confronti di un uomo buono, dedito alla famiglia. I commenti sui social con invettive contro la vittima sono significativi, come quello di Francesco: “mi dispiace per i gemellini di 2 anni e per il cane. Ma per la moglie… ha fatto benissimo”; o quello di Paola “non giustifico ma forse lui si sentiva trascurato, una volta quando esistevano le famiglie patriarcali, queste cose non succedevano”. Il delitto d’onore e la sua sottocultura sono serviti con gradimento di una parte del pubblico. A tutte noi, giornaliste e attiviste, che ogni giorno lavoriamo su tutti i fronti per contrastare il fenomeno della violenza maschile e le sue radici culturali non resta che disfare la tela che fedeli patriarchi tessono ogni giorno nelle aule parlamentari, nei tribunali, nelle redazioni, nelle scuole. Sul Corriere di oggi c’è scritto che «Alberto Accastello ha voluto cancellare quello che restava del suo mondo». Non è previsto che le donne costruiscano il proprio mondo e dovrebbero solo essere grate se qualcuno ne disegna uno per loro. Se lo rifiutano la pena è la morte. Un lettore del Corriere della Sera si chiedeva quali altri modi potevano esserci per raccontare questo femminicidio. Questa è una narrazione differente. Cosa avrebbero potuto scrivere sul Corriere della Sera, sul Messaggero? «Alberto Accastello ha sterminato la famiglia…».


(ilfattoquotidiano.it, 10 novembre 2020)

di Cristiana Fischer


Il fatto che la politica femminista non sia la politica neutra-maschile di destra e sinistra potrebbe anche darsi per acclarato. Kamala Harris è stata procuratrice di destra, cioè autoritaria e non popolare, ma è una donna arrivata a un alto livello politico nell’impero americano: questo che cosa rappresenta per le donne in generale?

Da una parte che le donne NON sono una minoranza – razziale? culturale? – da proteggere o sbeffeggiare o reprimere.

Dall’altra parte, e questo ci tocca da vicino, che non tutte le donne che “arrivano” nel mondo maschile condividono una civiltà che invece condividono in maggioranza le donne senza potere.

È questo il problema che riguarda noi donne senza potere, nei confronti di quelle che “ce l’hanno fatta”. Però sta a noi condizionare appoggio e fiducia in Kamala e convincerla che la sua forza può in realtà, per se stessa e per noi, dipendere dalle altre.

La questione è davvero seria. Una donna autoritaria, ma anche autorevole, che sostiene una politica imperiale e antipopolare, è comunque un punto di forza per le donne? Da un certo punto di vista, che le donne non sono una categoria inferiore da proteggere e insultare, sì. Che il femminismo coincida con il progressismo, o addirittura con la “sinistra” dei politicamente corretti, pare non vero. Questo è difficile da accettare per moltissime femministe.

Forse, da un corno della lotta contro il “neutro/maschile” come unico criterio per l’umanità, una donna che raggiunge potere – e però, questo è importante, non cancella il suo essere una donna! – libera qualcosa che invece ancora in molte donne permane: di essere bisognose di protezione, aiuto, rivendicazioni.

Non è cosa indifferente.

Dopodiché le contraddizioni politiche, in senso maschile, ce le dovremo vedere tra donne, prima di tutto: Kamala Harris dovrà misurarsi con il sostegno delle sue simili, o non lo vorrà? E quante delle sue simili sono disposte a stringerla all’angolo, perché come donna faccia anche scelte politiche che le sue simili considerano importanti?

Se invece la maggioranza delle donne condivide una politica solita, quella divisa tra destra e sinistra, come se fosse – come del resto è tuttora di fatto – l’unico orizzonte della politica… allora, per il femminismo, effettivamente niente potrebbero contare le donne in politica.

È questo il dato cruciale del presente in cui ci troviamo.


(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2020)


Estratto del discorso della vicepresidente eletta degli Stati Uniti Kamala Harris a Wilmington il 9 novembre 2020.

di Ida Dominijanni


Non passa neanche un quarto d’ora dall’annuncio alla Cnn della vittoria di Joe Biden che su WhatsApp cominciano ad arrivare da San Francisco, Los Angeles, New York i video delle manifestazioni spontanee di esultanza. Dopo quattro giorni appesi all’ansia per la conta salta il tappo di quattro anni plumbei, aggressivi e depressivi, che avevano immerso nella malinconia il sogno americano. Non che adesso si apra un futuro radioso: asserragliato nella Casa Bianca con i suoi avvocati, il presidente sconfitto si rifiuta di telefonare al vincitore come prassi vorrebbe e promette ancora tempesta. Domani chissà che succede, ma adesso è il momento della festa. L’inviato politico afroamericano della Cnn piange in diretta: «Da oggi è più facile dire ai nostri figli in che paese vivono. We couldn’t breathe». Non si respirava più. George Floyd è vendicato.

Passano ancora una decina di minuti e le tv cominciano a snocciolare i messaggi ufficiali di felicitazioni dei capi di stato e dei vertici europei: Merkel e Macron, Mattarella, Sassoli e Von der Leyen brindano al riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico. Il presidente sconfitto non riconosce il vincitore, ma il mondo sì: di fronte al fatto compiuto, diventa sempre più difficile per Trump inventarsi i suoi scoppiettanti “fatti alternativi”. Poche ore dopo, dal fortino dello Studio ovale arriverà una briciola di senno: il presidente uscente riconoscerà l’esito legale del voto, non si sa quando e a quali condizioni ma prima o poi, gli stanno spiegando i figli e gli avvocati, sarà costretto a farlo, la vittoria di Biden essendo tale che nessun riconteggio in questo o quello stato può metterla in discussione.

La direzione della storia

Kamala Harris sale sul palco del parcheggio tirato a festa e popolato di mascherine anticovid di Wilmington, la città di Joe Biden nel Delaware, quando in Italia sono passate le due di notte. È magnifica nel suo tailleur bianco, raggiante nei suoi tratti meticci, e d’improvviso con la sua comparsa si palesa la direzione vera che la storia sta prendendo. Il duello tra i due maschi bianchi ultrasettantenni che ha occupato fin qui il centro della scena sfuma come d’incanto sullo sfondo mentre in primo piano si materializza la metà rimossa della storia americana: «La genealogia delle donne nere, ispaniche, immigrate che come mia madre hanno aperto la strada a questo momento, che sono da sempre la spina dorsale della nostra democrazia, che hanno lottato in passato per il diritto di voto e che oggi continuano a lottare per farsi ascoltare». Figlia di immigrati, nera, asiatica, Kamala Harris è la prima donna a varcare da vicepresidente la soglia della Casa Bianca e a varcarla senza essere la moglie di nessuno, «ma di certo non sarò l’ultima»: un nuovo primato apre una nuova possibilità. Interrotta da Trump, la narrativa del sogno americano può ricominciare.

Biden si incarica di completarne il canovaccio, presentandosi come da copione come il presidente di tutti: «Non ci sono Stati blu e Stati rossi, ci sono solo gli Stati Uniti d’America». Ringrazia l’immensa moltitudine dei suoi che si è mobilitata per eleggerlo – mai nella storia tanti voti, quasi 75 milioni, un altro primato – ma ha di fronte un paese spaccato in due e deve riunificarlo in qualche modo; nomina uno per uno i segmenti della coalizione sociale che sono confluiti sul suo nome, «i neri, i bianchi, i latini, i gay e gli etero» ma fa appello agli sconfitti, «vi capisco, anche a me è capitato di perdere, non è piacevole, ma adesso siamo tutti americani», e lui è lì «per guarire l’America» e ritrovarne l’anima «col potere dell’esempio e l’esempio del potere».

We did it!

Come sempre nei momenti topici, l’istantanea del palco di Wilmington restituisce lo stato delle cose più di mille analisi politologiche. Con la sua sola fisicità, ma anche con la sua retorica scarna e diretta – «Hi Joe, we did it!», così la sua telefonata di congratulazioni a Biden – Harris archivia d’un botto l’estetica mortifera, plastificata e berlusconiana, della corte di Trump, e d’un botto riporta alla memoria quella piena di vita e di futuro della famiglia nera che nel 2008 era salita sull’indimenticabile palco del parco di Chicago. Il backlash trumpiano, suprematista e razzista, che nel 2016 aveva cercato di mettere una pietra tombale sull’era obamiana sconfiggendo al contempo la prima candidata bianca alla presidenza viene fermato non per caso dall’ex vice, bianco, di Obama e da un’altra donna, meticcia come Obama. Nei momenti topici, la storia presenta sempre il conto e i conti, alla fine, tornano.

La narrativa progressista dell’esperimento americano può ripartire, ma non siamo nel 2008, se non per il fatto che oggi come e più di allora incombe sul governo democratico una crisi economica di proporzioni incalcolabili. Quattro anni di populismo suprematista lasciano un segno anch’esso incalcolabile e non si sa quanto cicatrizzabile, e dalle urne esce un paese spaccato in due come una mela, polarizzato politicamente e soprattutto, in una delle due metà, psichicamente bipolare, oscillante fra fissazioni identitarie e incubi complottistici, cognitivamente disorientato sul confine perduto tra vero e falso. L’anima dell’America, quella che Biden evoca come discendente dai Lumi e alleata della scienza al tempo del covid, faticherà non poco a riportare alla razionalità politica l’emotività postpolitica del popolo trumpiano. E non si tratta soltanto, come pensano in coro molti commentatori di casa nostra, di mettere all’opera l’abilità da politico di lungo corso di Biden, la sua sperimentata capacità di mediare con un senato che probabilmente resterà repubblicano e di comporre una squadra di governo incorporando i moderati della sua coalizione e magari qualche repubblicano in fuga dal trumpismo. Le cose saranno più complicate, e lo schema di gioco, per fortuna, meno scontato.

Guardando all’esito del voto infatti, e in attesa che le consuete analisi sociologiche forniscano dati più precisi sulla sua composizione demografica, sociale e culturale, il quadro che emerge è più articolato di quello che impazza nei nostri talk. Per quanto polarizzata, la situazione non è affatto simmetrica, e soprattutto non sospinge affatto verso un’ennesima riedizione del già perdente centrismo democratico. In primo luogo, la partecipazione oceanica al voto è il segnale di una politicizzazione vitale della società americana, di cui un vettore è stato indiscutibilmente lo stesso populismo trumpiano, ma l’altro, altrettanto indiscutibilmente, è stata la mobilitazione incessante dei movimenti di contestazione del trumpismo. Lo dice benissimo Harris nel suo discorso: «La democrazia non è uno stato, è un atto. Non è garantita, è forte solo se non la diamo mai per scontata e la difendiamo praticandola. Per quattro anni avete lottato per le nostre vite e per il nostro pianeta, e poi avete votato»: senza di voi, sottinteso, non ce l’avremmo fatta.

In secondo luogo, la vittoria di Biden, per quattro lunghi giorni sul filo del rasoio, alla fine non è affatto una vittoria di misura. Non solo numericamente, per via dei quasi cinque milioni di voti di scarto rispetto a Trump (dei quali più della metà californiani, tanto per capire da che parte batte il vento del cambiamento), ma soprattutto politicamente. Biden ha riportato a casa il voto operaio bianco del “muro blu”, ha strappato a Trump alcuni stati decisivi, gli ha conteso l’elettorato frammentato ma cruciale della suburbia metropolitana, ha prevalso tra i neri e, salvo che in Florida, fra gli ispanici del sud e del sudovest, già determinanti per la sua vittoria alle primarie, ha raccolto il sostegno, preparato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, della nuova classe operaia, se così possiamo chiamarla, fatta di precari ed essentials. È vero ovviamente che Biden non avrebbe vinto senza il sostegno di larghi settori dell’establishment centrista; ma è altrettanto vero che non avrebbe vinto neanche senza il sostegno della sinistra dentro e fuori il suo partito. È la differenza cruciale che passa fra la vittoria di “zio Joe” oggi e la sconfitta di Hillary Clinton ieri.

La partita di Bernie Sanders

Niente è stato frutto del caso, e anche per questo – in terzo luogo – il risultato è carico di valore politico. Non è vero, e non è mai stato vero, che Sanders sarebbe stato un candidato migliore: Biden ha fatto bene a perseverare quando, all’inizio delle primarie, era dato da tutti per spacciato e Sanders pareva volare; la parola d’ordine della maggiore “eleggibilità” del candidato moderato ha funzionato. Ma ha funzionato solo perché l’hanno sostenuto l’ala radicale dei dem e un movimento sociale plurale e intelligente che si è snodato in tante forme, dalle women’s march al #MeToo, da Black lives matter al sabotaggio del muslim ban, dalle lotte dei precari alla magnifica campagna elettorale vincente delle candidate di nuova generazione nel mid term.

Perciò, se il sentiero della pacificazione con i repubblicani e con il popolo trumpiano è stretto, la strada di un’alleanza stabile fra moderati e radicali è obbligata. Niente destina Biden a una deriva centrista: l’anima americana che lui invoca, di un’America devastata non solo dal trumpismo ma anche dalla pandemia e dal tracollo economico, ha bisogno con ogni evidenza di una svolta riformista. Se l’immaginario dei movimenti ha pescato nella storia lunga delle lotte contro la segregazione razziale, l’immaginario democratico deve pescare, oggi, nella memoria rooseveltiana del New Deal.

Si vedrà nel frattempo che ne sarà del lascito di Trump, che non ha solo mantenuto, com’era nelle previsioni, il suo consenso ma l’ha accresciuto, non solo nelle zone rurali ma perfino in settori insospettabili come l’elettorato femminile bianco e in quello gay, a dimostrazione che il populismo scompagina tutte le caselle e le linee di conflitto novecentesche con cui siamo abituati a ragionare. Il presidente sconfitto non ha molti appigli per le sue fantasie golpiste: il rito del voto ha tenuto, e il sistema giudiziario non è nelle sue mani per quanto lui abbia fatto di tutto per appropriarsene, dai tribunali statali alla corte suprema. La forma democratica ha retto al suo assalto e reggerà a quello eventuale dei Proud boys. Anche per lui, la strada è solo politica: deve decidere che fare del capitale di consenso accumulato, e lo stesso dovrà fare il suo partito, per ora incerto fra la tentazione di mollarlo e quella di incassare il suo malloppo di settanta milioni di voti.

Nel mondo intanto l’internazionale sovranista, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, d’improvviso piange. Quanto a noi qui sull’altra sponda dell’Atlantico, abbiamo capito che il sovranismo populista può portare le pericolanti democrazie occidentali sull’orlo del baratro, ma può essere sconfitto, quando il popolo plurale che si mobilita dal basso intorno a valori di uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà prevale sul popolo mobilitato dall’alto e compattato da leader superomisti sulla base di valori gerarchici e identità escludenti. Forse la politica può rimettersi in moto anche da questa parte dell’oceano.


(Internazionale, 8 novembre 2020)

di Alberto Leiss


Maschile plurale. Il messaggio su che cosa sia un “uomo virile”, su come si vivono i rapporti tra i sessi, è profondamente legato all’idea di quale sia una società giusta, all’esistenza che desideriamo. Riguarda non solo l’eros e i sentimenti, ma l’economia, la democrazia, le disuguaglianze, il welfare, insomma tutto ciò che definisce l’agire politico.

Che cosa fa di un maschio un “uomo virile”? Se lo è chiesto il New York Times analizzando linguaggi e comportamenti opposti dei candidati Biden e Trump. Ma che significa “uomo virile”, Man Manly? Il dizionario riporta un esempio dall’ inglese: “Un uomo che sia fiducioso e sicuro nella sua mascolinità; un uomo che abbia uno stile di vita di concretezza fisica e un vigore fisico oltre che mentale”. Anche leggendo “mascolinità” in modo positivo sappiamo che questa idea di forza spesso degenera in violenza, ansia di possesso, misoginia.
L’articolo del NYT, scritto da due donne (Claire Cain Miller e Alisha Haridasani Gupta, il 30 ottobre, cita esempi. Biden abbraccia affettuosamente i figli maschi (per un elettore conservatore non è un “gesto appropriato” tra veri uomini) e afferma che bisogna prendersi cura degli altri. Indossa diligentemente la mascherina, mentre Trump se la strappa platealmente, negando la propria vulnerabilità così come il rischio di infettare altri. E la misoginia è un “fattore essenziale della sua personalità”. Aspetti importanti nelle strategie elettorali se il 67 per cento dei maschi bianchi privi di titoli di studio superiori sarebbero suoi elettori. Ma il punto è un altro.
I mesi di pandemia hanno acutizzato questi dilemmi. Ne abbiamo discusso con molti amici della rete maschile plurale. Offrendo poi alla riflessione pubblica un testo con un primo appuntamento su zoom nella giornata di domani. Ora che la “seconda ondata” è tra noi e la politica istituzionale litiga sul “che fare”, mentre, silenziati i cori sui balconi, molti cittadini e cittadine protestano nelle piazze, si torna con insistenza a parlare di “guerra”. Solo questa metafora sembra capace di indurre alla “disciplina”. Il nostro testo parte proprio da questa distorsione “virilista” del linguaggio, per avanzare domande partendo dal vissuto di ognuno e ognuna: “Cosa abbiamo imparato da questa esperienza? O meglio cosa vogliamo imparare mentre ci auguriamo che man mano la vita e le relazioni possano ritrovare la loro pienezza di espressione?”. Per riconsiderare “le nostre abitudini e stili di vita, praticare accoglienza, dare valore alle relazioni e alla cura, di sé, degli altri, dell’ambiente, dare senso e spessore differenti al nostro uso del tempo? Che cosa pensiamo dei casi di violenza narrati dalla cronaca, in cui spesso al centro c’è una concezione della maschilità schiacciata dall’aggressività, dal possesso, dall’odio per il diverso?”.
Abbiamo finalmente capito che è assurdo rimuovere che tanta parte del lavoro necessario alla vita di tutti è fatto gratuitamente dalle donne? La parola cura, contrapposta a guerra, conosce un notevole successo, ma come scrive Adriana Maestro “se si affronta il tema della cura rimanendo all’interno dell’ordine simbolico patriarcale, non si riesce a comprendere la forza scardinante che questo sapere, questa esperienza porta con sé.” Non si tratta quindi di monetizzare il lavoro di cura, o di rimuovere i conflitti che implica, ma “di rileggere completamente l’idea di lavoro, di economia, di valore, alla luce di un’idea di cura che rovescia le priorità acquisite e pone effettivamente la vita al centro, come priorità che determina lo sguardo su tutto il resto, superando la distinzione tra lavori produttivi e lavori riproduttivi”.
Credo che per tentare questa rivoluzione occorra un desiderio, un gesto, una determinazione da parte di noi uomini che finora non ho visto. Mi piacerebbe che l’incontro di domani aiutasse una nuova ricerca condivisa.


(il manifesto, 7 novembre 2020)


Ieri, mercoledì 4 novembre, è passata alla Camera dei deputati, non ancora al Senato, la legge contro l’omotransfobia, senza dare risposta alle obiezioni di molte femministe. Nella dichiarazione finale prima del voto, l’on. Walter Verini del Pd ha affermato che il suo partito «ha rispettato e si è confrontato con importanti filoni del movimento femminista» sulle critiche e le obiezioni formulate al testo di legge.

Quali erano le obiezioni delle femministe che i deputati PD e alleati non hanno preso in considerazione? Principalmente due (che la redazione del sito condivide): le donne in quanto tali non sono una minoranza da tutelare, come vuol far credere questa legge, le donne sono parte dellumanità su cui il diritto si basa per avere autorità; lidentità di genere è diventata una nozione ambigua e non va inserita in un testo di legge che, per sua natura, deve parlare con chiarezza.


(La redazione del sito) 



La lettera:


«Caro Verini, siamo colleghi giornalisti e se consenti ti darei del tu. Nel corso della tua dichiarazione finale prima del voto alla Camera sulla legge contro l’omotransfobia hai affermato che il Pd ha rispettato e si è confrontato con “importanti filoni del movimento femminista” sulla legge contro l’omotransfobia.

Da collega ti chiedo le fonti dell’informazione che hai ritenuto di dare: dove, quando, in quale circostanza e con la partecipazione di chi sarebbe avvenuto detto confronto.

A noi femministe non risulta alcun contatto, né alcuna richiesta di confronto e di dibattito da parte vostra. Le richieste sono venute da noi e non hanno avuto alcun riscontro.

Ti richiedo pertanto un chiarimento a riguardo.


Grazie, Marina Terragni»


(www.libreriadelledonne.it, 5 novembre 2020)

di Maria Nadotti


Questo testo è un estratto da Sensibilità condivise. Leggere bell hooks pensando a noi, l’introduzione al libro Elogio del margine / Scrivere al buio di bell hooks e Maria Nadotti, in uscita per Tamu Edizioni il 16 novembre, proposto in anteprima dal sito della casa editrice. 
 
[…] Come si guarda e cosa si vede quando si guarda? Che effetti ha lo sguardo egemone sulla percezione che ha di sé colui/colei che viene osservato ma non visto, alla lettera “allucinato”? 
Sono domande più che mai attuali, che si ripropongono con forza alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali statunitensi. Marcata da un’inquietudine sociale esplosiva, da un’irrespirabilità di cui la pandemia in corso è una lugubre letteralizzazione, la campagna che vede Donald Trump/Mike Pence contrapposti a Joe Biden/Kamala Harris, è improntata a una vis propagandistica bilaterale dalle conseguenze potenzialmente nefaste. Se i repubblicani hanno scelto di confermare i propri candidati e la loro chiassosa volubile linea, i democratici hanno optato per un abbinamento che ha i tratti dell’audacia e la sostanza della convenienza: un bianco anziano e moderato, l’uomo in seconda del quasi-nero Obama, e una donna di colore, anche se non proprio africana-americana, attualmente senatrice per lo stato della California, un passato da ex-procuratrice distrettuale di San Francisco che ha indotto alcune aree dei movimenti neri nordamericani a ribattezzarla Copmala.  
Ma, come scrive Keeanga-Yamahtta Taylor, ricercatrice presso l’Università di Princeton nel dipartimento di African American Studies: «dopo otto anni di Obama, una faccia nera in una posizione elevata non basta più». 
Ed è qui che l’analisi di bell hooks si rivela oggi più preziosa che mai: la sua passione di verità, che non è mai un fatto astratto e/o ideologico, una teoria dai piedi freddi, si traduce in un invito pressante ad andare al di là di quel che sembra, a mettere in discussione proprio la rappresentanza e i suoi seducenti inganni figurali, a ragionare su quella nuova tecnica di sterminio razziale e di classe che consiste nel contrapporre i neri “rispettabili” ai neri “cattivi”, gli African-American ai nigger. I primi/le prime, ormai armoniosamente parte del sistema, ne garantiscono il funzionamento, intonacandolo quanto basta per evitarne il collasso. La loro ammissione alle cariche più alte dello Stato, inimmaginabile anche solo vent’anni fa, non si è tradotta in politiche interne e estere più eque, in minore disparità sociale, in più diffusa giustizia. Il teorema delle quote – rosa, nere, verdi o blu che siano – ha dimostrato anche in questo caso di non essere ciò che afferma, ma ciò che produce: ridistribuire le carte invitando al tavolo da gioco alcuni “identici” dissimili (per sesso o razza, mai per classe) non migliora necessariamente la vita di tutte e di tutti né modifica l’immagine e la coscienza che essi hanno di sé. 
La sottomissione dei neri americani al dominio dello sguardo dei bianchi permane e lo stordimento indotto dalle immagini del consumo coniugate con un potere d’acquisto per i più pari a zero si traduce in invidia sociale, rabbia e depressione, raramente in rivolta. E la rivolta, come hanno dimostrato i moti degli ultimi mesi, scatenati dall’ennesima uccisione intenzionale di un nero per mano della polizia, può assumere la forma ibrida e vassalla del saccheggio e della devastazione e consumarsi in un fuoco di paglia.  
Slogan magnifici come «Black Lives Matter» – il movimento fondato da tre donne nere, Alicia Garza, Patrice Cullors e Opal Tometi nel 2013 (sì, sette anni prima dell’assassinio di George Floyd) – sono pure petizioni di principio in un’economia di scambio in cui non tutte le vite contano, perché alcune non hanno valore alcuno, anzi rappresentano un ingombro, una voce di spesa in più, un disagio sociale.  
Ecco perché bell hooks non riduce il suo discorso ai diritti, all’eguaglianza, e tantomeno alla “discriminazione positiva” e alla “correttezza politica”. Con tutta evidenza la condizione catastrofica dei neri non è un errore del sistema bensì una sua struttura portante. In America, come in molti paesi d’Europa che si pensano democratici, i nigger non sono necessariamente di pelle nera: corpi a perdere ridondanti e precariamente indispensabili, vanno, vengono, scompaiono in mare o nelle periferie urbane, si impigliano nelle false burocrazie assistenziali, non lasciano traccia di sé e sembrano non averne del proprio passato.  
Li vogliamo così, ci servono così.  
C’è nelle politiche in materia (negli USA la si chiama “questione razziale”, da noi “migratoria”, in Francia o Portogallo “postcoloniale”) una surreale continuità tra visioni che si dicono diverse, tra posizioni teoriche che si presumono opposte. Nigger e migranti sembrano aver messo d’accordo democratici e conservatori, destre e sinistre. O forse ne hanno semplicemente smascherato l’identica adesione al monocromo copione neoliberista, rivelando una società dove gli argini sono saltati, dove i più (e non solo gli esseri umani) sono obiettivamente a rischio, dove si fa un’enorme fatica anche solo a coltivare la speranza.  
È essenziale, ci ricorda bell, non abboccare alle esche di quella che negli anni sessanta e settanta fu definita senza giri di parole Blaxploitation e che oggi si manifesta nella bizzarra rivendicazione di una nerezza/africanità/alterità ricalcata sui cliché razziali e sessuali più classici. A guardare le pubblicità imbandite negli ultimi tempi da marchi quali Nike, Reebok, Adidas, blockbuster come Black Panther (sì, avete letto bene) diretto nel 2018 da Ryan Coogler, o il trailer di Black Is King, il nuovo “album visivo” della pop star Beyoncé, si nota con crescente disagio che la superiorità razziale nera esibita in maniera più o meno rozza in ognuno di questi testi visivi sembra frutto di neuroni specchio pigri o malandrini. Tra quelle rappresentazioni e la realtà durissima degli ultimi vent’anni – grossomodo dai primordi della crisi dei mutui subprime a oggi – non c’è neppure ombra di simbolico. Si tratta di immaginario allo stato puro.  
«Nel mondo attuale», come scrive Alain Badiou ne Il nostro male viene da più lontano, «ci sono poco più di due miliardi di persone delle quali si può dire che contano zero. Cosa vuol dire che contano zero? Vuol dire che non sono né consumatori, né forza lavoro». 
A loro è destinato lo “spettacolo del benessere”, di cui il narcotico corpo nero-gadget (merce di lusso/fulgida guerriera/mitico antenato) non è altro che il nuovo veicolo e la rivisitata forma.  
The business must go on e le vite nere continuano a contare zero.  
Eppure il tema della violenza agita, non subita, seguita a essere un tabù. Per trovare testi attuali che lo affrontino nella sua complessità, senza ipocrisie e con spregiudicata radicalità, non bisogna certo rivolgersi a uno dei nuovi “neri di servizio” amati da chi ha ancora troppo da perdere, ma all’abrasivo Childish Gambino di This Is America o al primo Jordan Peele, autore di Get Out, un film manifesto uscito nel febbraio del 2017, a un mese dalla conclusione del secondo mandato presidenziale di Barack Obama.  
«Vattene», un’intimazione a doppio senso, non è solo l’esortazione a scappare finché si è in tempo o un verdetto di esclusione: è il suggello di un’asimmetria e di un’incompatibilità. Nella casa bianca c’è posto per chi ha la pelle nera solo se è disposto a “prestare” il suo corpo, il suo cervello, il suo appeal ai bianchi, senza porre condizioni che divergano dalle loro. È una storia che va avanti da quattro secoli e che Peele porta con ironica brutalità alla ribalta: niente mediazioni e niente patti. Tu o io. Il pacificato noi collettivo invocato da chi ha scambiato il razzismo per conflitto tra pari e creduto in una possibile riconciliazione non può esistere. Unica, pragmatica risposta da parte dei neri: difendersi. 


(www.tamuedizioni.com, 4 novembre 2020)

di Elisabetta Elia


A Jinwar, villaggio di sole donne (e bambini) nel Rojava, Siria del nord, lo scorso 4 marzo è stato inaugurato Sifa Jin, centro di medicina naturale che ha lo scopo di prendersi cura delle abitanti di Jinwar e dei villaggi circostanti, ma anche di rispondere – con la pratica – ad alcune domande.

Esiste un altro modo di intendere il concetto di salute? Ci si può prendere cura gli uni delle altre in un modo diverso da quello a cui siamo abituati?

Sifa Jin è gestito da sette donne (tra cui due mediche internazionaliste), che lavorano all’interno della clinica in modo orizzontale e in relazione costante con le abitanti di Jinwar e dei villaggi.

In questi mesi, mentre il mondo è affossato dalla crisi pandemica e non riesce a tutelare la salute dei propri cittadini, le donne di Sifa Jin sono riuscite a fare tanto: hanno visitato circa mille persone tra donne e bambini, hanno organizzato tre seminari nelle aree limitrofe e sette a Jinwar, hanno prodotto nuovi medicinali grazie alla raccolta di erbe officinali.

Lavorano ispirandosi ai principi della Jineolojî (la scienza delle donne), secondo cui la salute è lo specchio della società in cui viviamo e, come le cure, va intesa in modo olistico. «Vogliamo che le donne conoscano il proprio corpo e la relazione che c’è tra il loro malessere e la loro situazione di vita», ci dicono da Jinwar. Non è un caso che molti problemi riscontrati finora riguardassero situazioni di oppressione familiare.

«Vogliamo anche che le donne si riapproprino dei saperi di medicina naturale e che diventino nuovamente attive nei processi di cura, così com’era prima che la nascita del sistema capitalista la estromettesse dalle “professioni mediche”, quando erano figure fondamentali all’interno delle comunità».

Tutti questi cambiamenti, secondo la Jineolojî, possono avvenire solo quando le donne si uniscono per capovolgere il paradigma presente. Per questo, finora, «la cosa più importante a Sifa Jin è stata la costruzione e il rafforzamento di relazioni cariche di significato e bellezza fra donne».

Relazioni che crescono e legami che si rafforzano anche grazie ai rapporti costanti al di fuori di Jinwar. Per questo motivo, la Rete Jin – rete di donne e libere soggettività in solidarietà con il movimento delle donne curde – ha lanciato lo scorso giugno il crowdfunding «Arte per Jinwar. Sosteniamo l’ecovillaggio delle donne, dove la vita è rivoluzione» sul sito di Produzioni dal basso.

La rete intende sostenere l’acquisto di un’ambulanza, fondamentale per raggiungere altre donne e per intervenire in situazioni emergenziali e di guerra.

«L’idea è nata durante il nostro lockdown, volevamo sostenere il villaggio in previsione della pandemia così abbiamo chiesto loro di cosa avessero bisogno», spiega Fabiana Cioni, attivista della Rete Jin e dottoranda dell’Uav.

Fabiana è stata a Jinwar per due volte e ha sperimentato in modo diretto questo progetto di vita libera tra donne: «Vogliamo sostenerle perché sono l’avanguardia della rivoluzione: vivono in base a un contratto sociale, libere dalle costrizioni del sistema patriarcale e in accordo con i cicli naturali».

Non è un caso che, nonostante guerra e diffusione del Covid-19, il villaggio di Jinwar continui a garantire una vita libera e completa alle sue abitanti. Nel resto del Rojava, intanto, si continua a combattere da ogni punto di vista.

La diffusione del coronavirus sta impegnando in modo determinante le energie della Mezzaluna rossa curda, dell’Amministrazione autonoma e delle altre organizzazioni sul territorio.

Nell’area di Hasakeh la Turchia continua a bloccare l’accesso all’acqua a 1,2 milioni di persone, grazie al controllo della stazione di pompaggio di Alouk, vicino a Serekaniye.

Contemporaneamente aumentano il numero di crimini documentati nei territori occupati (da Afrin a Serekaniye e Girê Spî) così come gli attacchi indiscriminati nel resto del Rojava da parte delle forze turco-jihadiste.


(il manifesto, 2 novembre 2020)

di Giuseppe Paruolo*


Caro direttore,

il procedere verso l’approvazione del progetto di legge Zan contro l’omofobia, nella scarsa considerazione riservata alle voci dissonanti anche interne al Pd, mi costringe per onestà intellettuale e chiarezza politica a segnalare che quella proposta non mi rappresenta. Trovo infatti troppo pesanti e significative le scelte contenute esplicitamente o implicitamente nel testo per ritenerle accettabili nell’attuale formulazione. Credo che siano indispensabili profonde correzioni perché quella proposta possa rappresentarci tutti ed essere quindi votabile con serenità. In un lungo post** che ho pubblicato sul mio sito il 16 luglio scorso ho già analizzato nel dettaglio le questioni più critiche, ma qui per brevità ne richiamo solo alcune.

Trovo sbagliata l’assunzione che sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere siano considerati come aspetti fra loro del tutto indipendenti e che possano assumere ogni connotazione in modo del tutto scorrelato dalla biologia (nell’attuale versione il sesso non è neppure precisamente definito, visto che «per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico»). Non siamo obbligati a passare da una visione solo biologica a una solo culturale, quando sarebbe possibile e giusto considerare insieme entrambi gli aspetti. Per dirla con le parole di papa Francesco nell’enciclica Amoris laetitia, non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare».

Trovo sbagliato che tutto sia fondato solo sull’autodeterminazione, senza che sia mai previsto un riscontro oggettivo. Per questo è un problema affermare che «per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Per questo sono fondate le proteste di larga parte del mondo femminista, preoccupato che l’identità femminile possa essere ridefinita equiparando a donna anche ogni maschio biologico che si autopercepisca “donna”. Ed è giusta la loro proposta di sostituire il più limpido termine di «identità transessuale» a «identità di genere». Come pure trovo del tutto appropriata la richiesta di togliere dalla legge l’aspetto della misoginia, perché le donne non sono una variante interna al mondo lgbt+. Invece qui si sta allargando anche alle persone con disabilità, aumentando ulteriormente la confusione.

Comunque sia, è un errore gravissimo inserire in questa legge premesse logiche che si prestano poi a essere usate come arma da scasso su questioni antropologicamente decisive. Se la biologia non ha alcun ruolo e se conta solo l’autodeterminazione, cosa impedirebbe, per esempio, di accettare come possibile la maternità surrogata? Spalancheremmo davvero le porte a un futuro distopico.

Nemmeno sul tema della “libertà di opinione”, unico aspetto su cui si è concentrato il dibattito politico, sono state introdotte garanzie sostanziali, e anche con gli emendamenti introdotti la proposta di legge mantiene la propria ambiguità. Come pure sull’aspetto dell’educazione scolastica e dei minori.

Invece di affrontarne il merito, si parla di questo testo come se tutto si riducesse alla scelta se fare una legge contro le discriminazioni verso le persone lgbt+ oppure no. Quando invece sarebbe del tutto possibile difendere le persone lgbt+ da violenze e discriminazioni senza assumere necessariamente l’approccio ideologico rappresentato dai nodi che ho appena elencato.

La dimostrazione di questa possibilità è la legge regionale 15 approvata nel luglio 2019 dalla Regione Emilia-Romagna. Tutti i nodi elencati erano presenti nella formulazione iniziale anche della proposta di legge regionale. Ma il confronto e il lavoro comune ci hanno permesso di arrivare a una sintesi e a un voto in cui si è riconosciuto tutto il Pd e il centrosinistra. Perché in Parlamento questo percorso appare impossibile? Questa è la domanda chiave cui finora nessuno si è degnato di dare risposta.


(*) Consigliere Regionale Pd dell’Emilia-Romagna


(**) http://giuseppeparuolo.it/2020/07/16/cosa-non-va-nel-ddl-omofobia


(Avvenire.it, 2 novembre 2020)

di Claudia Torrisi


Il 22 ottobre in Polonia la Corte Costituzionale ha deciso il divieto di ricorrere all’aborto anche nel caso in cui ci siano gravi malformazioni del feto. Con questa sentenza – che limita ulteriormente una delle leggi più restrittive in Europa riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza – i giudici hanno stabilito che la legge che consentiva l’aborto in questi casi è incostituzionale. Di fatto, il paese va verso il divieto totale di interruzione di gravidanza, fino a questo momento consentita solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e gravissima malformazione del feto. Quest’ultimo, secondo le organizzazioni per i diritti riproduttivi, rappresenta il 98% degli aborti legali in Polonia. Ufficialmente nel paese vengono effettuati poco più di un migliaio di aborti all’anno, ma secondo le attiviste si tratta di cifre non affidabili. Moltissime donne, però, interrompono la loro gravidanza clandestinamente o vanno all’estero appoggiandosi a reti di supporto.

La decisione della Corte – approvata con 11 voti favorevoli e 2 contrari – è arrivata in seguito all’appello presentato l’anno scorso da 119 parlamentari soprattutto del partito di estrema destra ultraconservatore PiS, al governo dal 2015, secondo cui l’aborto in caso di malformazioni fetali avrebbe violato la costituzione polacca, che proclama la protezione della vita di tutti gli individui. La Corte – composta da giudici in maggioranza nominati dal partito di governo – ha motivato la sentenza dicendo che non può esserci protezione della dignità senza protezione della vita. Consentire l’aborto in caso di malformazioni fetali rende legali «pratiche di eugenetica sui bambini non nati, e dunque nega loro il rispetto e la protezione della dignità umana», ha dichiarato la presidente del tribunale, Julia Przylebska, considerata vicina a PiS.

Un tentativo simile di limitazione dell’aborto c’era già stato nel 2016, bloccato dalle proteste di migliaia di donne che erano scese in piazza vestite di nero in diverse città della Polonia (manifestazioni conosciute come #BlackMonday o #CzarnyProtest), e poi ancora nel 2018. Le manifestazioni sono state sostenute da movimenti femministi di tutto il mondo. Anche lo scorso aprile, in pieno lockdown, il parlamento aveva iniziato la discussione di una proposta, poi rimandata indietro in commissione. In quell’occasione le donne erano scese comunque in piazza, pur rispettando il distanziamento sociale.

«È un giorno triste per i diritti delle donne», ha scritto su Twitter la commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović. «Rimuovere le basi per quasi tutti i tipi di aborto legale in Polonia equivale a un ban (messa al bando, N.d.R.) e viola i diritti umani. La decisione di oggi della Corte Costituzionale significa aborti clandestini o all’estero per chi se li potrà permettere e un calvario ancora maggiore per tutte le altre donne».

Dopo la sentenza migliaia di persone, donne e uomini, sono scese in piazza a manifestare, a Varsavia e in diverse città della Polonia, più di 150 secondo gli organizzatori.

Le proteste, coordinate dai movimenti femministi, hanno bloccato le strade e il traffico, e si protraggono da giorni con un’enorme partecipazione, nonostante i divieti e le restrizioni per l’emergenza coronavirus. Anche in Polonia i contagi stanno salendo di giorno in giorno. «Credo non si aspettassero che avremmo protestato durante il coronavirus», ha detto Marta Lempart, fondatrice dello Sciopero delle donne. «La situazione sanitaria sta peggiorando, ed è difficile e siamo preoccupate, tutti sono preoccupati».

Sebbene i sondaggi dicano che la maggioranza dei polacchi non sia a favore della legalizzazione dell’aborto, secondo una recente indagine condotta per il giornale Gazeta Wyborcza, il 59% degli intervistati non è d’accordo con l’ulteriore restrizione della legislazione esistente.

Secondo Antonina Lewandowska, coordinatrice del network Astra che si occupa di salute e diritti riproduttivi, ai cortei non partecipano solo donne arrabbiate: «Tassisti, contadini in alcune città più piccole. Autisti di tram e autobus nei centri più grandi hanno deciso di fermare i mezzi per partecipare alla protesta». In piazza sono scesi anche gruppi di medici, e molti ginecologi hanno criticato la decisione, denunciando la futura esponenziale crescita degli aborti clandestini.

Gruppi di manifestanti hanno fatto irruzione anche in alcune chiese cattoliche del paese, interrompendo le celebrazioni. Sono entrate portando cartelli e striscioni e intonando slogan come «avete sangue sulle vostre mani», «l’inferno delle donne», «lasciateci pregare per il diritto all’aborto» e «questa è guerra». In alcune chiese queste parole sono state scritte sui muri con delle bombolette spray. Ci sono stati scontri con le forze dell’ordine e con qualche gruppo di estrema destra che ha organizzato dei contro-presidi a difesa delle chiese.

Il leader di PiS, Jaroslaw Kaczynski, ha invocato l’uso dell’esercito, e ha affermato che i manifestanti stanno provando a «distruggere la Polonia»: «Dobbiamo difendere le chiese polacche, dobbiamo difenderle a ogni costo». In seguito a questo appello si sono verificati diversi casi di attacchi di gruppi di estrema destra ai danni di manifestanti.

Mercoledì scorso è stato dichiarato uno sciopero generale, lo “sciopero delle donne”. Centinaia di migliaia di persone – tra cui dipendenti pubblici, lavoratori del settore privato, indipendenti e anche studenti – si sono riversate per le strade di diverse città della Polonia. Anche i sindaci di alcuni comuni, tra cui quello della capitale Varsavia e di Cracovia, hanno deciso di supportare lo sciopero. Manifestazioni in solidarietà a quelle polacche sono state organizzate anche in altri paesi, con persone che si sono radunate davanti alle ambasciate ad esempio a Roma, Stoccolma o Lisbona.

A Varsavia il corteo è partito dalla sede di Ordo Iuris, un gruppo ultraconservatore che ha fatto campagna per il divieto di aborto, e si è diretto verso il parlamento, dove è stato circondato dalla polizia schierata in assetto antisommossa.

Secondo le organizzazioni non governative CIVICUS e International Planned Parenthood Federation (IPPF), alle manifestazioni è stato risposto «con eccessiva forza e violenza», sia da parte delle forze dell’ordine che di gruppi di estrema destra. Le autorità hanno utilizzato «lacrimogeni, spray al peperoncino e repressione fisica». Entrambi i gruppi, inoltre, hanno espresso preoccupazione per il paventato uso dell’esercito da parte del governo.

Giovedì, in un’intervista con la radio RMF FM, il presidente polacco Andrzej Duda – attualmente in isolamento perché positivo al nuovo coronavirus – ha dichiarato che le donne dovrebbero avere il diritto di abortire in caso di malformazioni fetali: «Non può essere la legge a richiedere questo tipo di eroismo a una donna». L’affermazione è molto diversa dalle frasi pronunciate dal presidente una settimana fa, subito dopo il verdetto della Corte Costituzionale e prima di sette giorni ininterrotti di partecipatissime proteste per le strade del paese: in quell’occasione il presidente aveva sottolineato la sua opposizione all’aborto anche se il feto è gravemente malformato e non sopravviverà al parto. Duda – che fa parte di un partito alleato con PiS – si è discostato così anche dalla linea di Kaczynski, facendo intendere la possibilità di un compromesso sulle restrizioni. Che però non è detto che sia sufficiente: se nel 2016 durante la Czarny Protest (la protesta in nero, NdR) le donne scese in piazza hanno difeso la legge esistente, adesso la misura è andata oltre e chiedono una vera normativa per l’accesso all’aborto legale e sicuro e la possibilità di scegliere sui propri corpi.

Intanto, il procuratore nazionale, Bogdan Święczkowski, ha inviato una lettera incaricando i suoi subordinati di procedere contro le organizzatrici e gli organizzatori delle proteste con l’accusa di «causare pericolo per la vita e la salute di molte persone provocando una minaccia epidemiologica». Si tratta di un reato, spiega Daniel Tilles sul sito Notes from Poland, per cui è prevista una pena detentiva che va dai sei mesi agli otto anni. Święczkowski ha aggiunto che anche solo il semplice appello all’organizzazione di manifestazioni può essere considerato istigazione al crimine, che comporta fino a due anni di reclusione.


(valigiablu.it, 30 ottobre 2020)

di Mariella Pasinati


“Le domande che dobbiamo porci e a cui dobbiamo trovare una risposta in questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse, la vita di tutti gli uomini e di tutte le donne … È nostro dovere, ora, continuare a pensare…” Sembra formulata per questo nostro tempo la riflessione di Virginia Woolf che oggi risuona nelle nostre esperienze, dovunque siamo situate/i.

A questa sollecitazione prova a rispondere il numero speciale della rivista Ap – autogestione e politica prima della MAG di Verona Le Città Vicine alla luce di questo presente, pubblicato quest’estate e dedicato ai 20 anni delle Città vicine. La rivista raccoglie infatti, attraverso testi e immagini, riflessioni di donne e uomini sulle trasformazioni di sé, dei propri spazi e della propria città in tempo di lockdown.

Non è stato facile in questi mesi districarsi fra la profusione di parole, non sempre adeguate, spese su quanto stava capitando: commenti, annotazioni, racconti in prima persona hanno affollato ogni spazio fisico o virtuale. La peculiarità di questa proposta, però, sta nella sua intenzionalità politica: “individuare nuove visioni e nuove prospettive per le città del presente e del futuro” (p. 47). Gli scritti sono infatti riflessioni di donne e uomini che da anni fanno politica di vicinanza nelle Città Vicine, una rete che connette diverse realtà del femminismo italiano (e qualche gruppo di uomini) accomunate dall’amore per la città e per la politica agita attraverso la pratica del partire da sé e il senso della relazione e della differenza sessuale.

Così, molti dei singoli contributi, concepiti a partire da sé da oltre 40 donne e un paio di uomini, da sé si allontanano per cominciare a restituire un’elaborazione dell’esperienza del confinamento capace di connettere corpo e parola e di aprire ad un suo possibile percorso di trasformazione in agire politico.

Gli interventi gettano luce su come, con la modificazione del vivere, sono mutati durante il lockdown anche il sentire e il pensare, le domande, le questioni, le prospettive su cui riflettere e da considerare.

Dal racconto a più voci emerge la consapevolezza di come il virus e l’esperienza della quarantena, della malattia e della perdita abbiano svelato la condizione comune di vulnerabilità, di dipendenza e la necessità delle relazioni affettive, sociali, politiche, questioni che da decenni fanno parte del bagaglio della politica delle donne e sulle quali, nel presente, occorre far leva per trasformare il senso comune, cambiare il modello di civiltà e i paradigmi socio-economici, dare un nuovo indirizzo alla politica. Stefania Tarantino e Antonietta Ponente si interrogano, infatti, sulla nostra capacità di aprire oggi “una nuova fase del pensiero e della pratica politica”, di dare vita ad un nuovo protagonismo femminile per un “presente da realizzare su una nuova frequenza … sentendo come qualcosa di prezioso l’intimità del tempo, dello spazio, delle città, della natura, delle relazioni umane e delle relazioni viventi”.

Alcuni scritti chiamano in causa atteggiamenti e sentimenti come la riconoscenza (Sbrogiò, Lagrotta), la fiducia (Montalbano, Sbrogiò), la nostalgia (Bottero), il desiderio: di una città/di un territorio diversi (Cima, Borrello, Ferrari), di un diverso patto sociale/sessuale (Minguzzi), di una società “eco femminista” e rispettosa della qualità dell’ambiente e della vita, capace di ristabilire l’ordine delle priorità, di riconoscere la centralità della cura del vivere (Cima, Fortunato, Zanella).

Altri mettono in evidenza le pratiche già inventate per rispondere ai problemi del lockdown: le cassette sospese o i gruppi di acquisto condominiali, una risposta sì all’emergenza, ma anche “una pratica di trasformazione del tessuto economico e produttivo della città”, capace di mettere in rapporto diretto, a km zero, chi consuma e chi produce nel territorio (Patanè).

In molti interventi si è toccato anche il tema delle tecnologie digitali e della loro dilagante diffusione: l’utilizzo di piattaforme di condivisione a distanza, come luogo di incontro e di discussione politica, ha comportato a volte disinteresse e demotivazione (Di Salvo), altre esperienze e vissuti hanno registrato invece come il ritrovarsi, sebbene attraverso il filtro di uno schermo, sia stato utile e non abbia impedito ai corpi di comunicare (Albanese), mentre altri testi ancora ne hanno mostrato l’ambigua necessità (Jourdan); alcuni scritti, infine, hanno riportato l’attenzione sui rischi del 5G per la salute, per l’ambiente, per la nostra stessa umanità (Danna, Guerini).

La prima e la seconda fase della gestione della pandemia sono passate ma siamo nuovamente nel bel mezzo della crisi che durerà ancora.

Occorrerà continuare a pensare, un pensiero che, come il “pensare pensare dobbiamo” di Woolf, non sia conforme e inoffensivo, che contrasti lo status quo (“We won’t return to normality, because normality was the problem” si legge in una foto che riproduce una scritta su un muro), che sia guidato da un desiderio di altri mondi possibili.

Occorrerà ulteriore politica di vicinanza.


(magverona.it, 29 ottobre 2020)

di Francesca Bonazzoli


È una fortuna che mostre e musei siano (per ora) rimasti aperti. Poter entrare a Palazzo Reale e visitare da oggi la nuova rassegna «Divine e Avanguardie» è un piacere che risolleva l’umore. Dentro le sale (sicure e controllate) l’atmosfera avvolgente delle luci basse, i colori accesi della pittura russa, le tante storie curiose raccontate attraverso didascalie ben scritte, offrono qualche ora di impagabile svago. La mostra è dedicata alle donne nell’arte russa dal XIV al XX secolo in un percorso di novanta opere dal museo di Stato russo di San Pietroburgo, scandito in otto capitoli. Il colore della moquette a pavimento distingue le due grandi sezioni: il grigio delle sale iniziali segnala che il tema femminile è l’oggetto delle opere esposte; il rosso della parte finale indica invece che tutti i lavori sono stati realizzati da artiste.

Si comincia con le icone dove Madonne (la Madre di Cristo è la protettrice della Russia) e sante rilucenti di oro inculcavano a chi le guardava l’idea della donna santa e madre, pura e sacra. E come l’immagine riflessa nello specchio, la sala successiva presenta una parata di zarine, figure quasi altrettanto divine che salgono al potere con una propria identità grazie alle riforme di Pietro il Grande: è dopo la sua morte nel 1725 che ha infatti inizio il periodo del regno al femminile. L’icona assoluta è Caterina la Grande di cui sono presenti due ritratti: quello ufficiale, nella massima esibizione del potere; e quello da anziana, con i capelli grigi che sfuggono dal cappello.

Il percorso porta poi alle contadine che condivisero con gli uomini fino al 1861 la condizione di servi della gleba, ma se possibile con una vita ancora più dura perché subordinate anche alle rigide norme patriarcali, illustrate in alcuni quadri della sezione dedicata alla famiglia. Per esempio «Presentazione della promessa sposa», di Grigorij Mjasoedov, ritrae il rito umiliante dell’osservazione scrupolosa della candidata sposa, nuda davanti ai futuri parenti. È solo con la Rivoluzione del 1917 che si arriva alla parità dei diritti e le donne lavoratrici, che ora faticano nei campi come in fabbrica, vengono trasformate in eroine patriottiche. Nel campo dell’arte, personalità come Natalija Goncharova, Olga Rozanova o Liubov’ Popova conquistano il ruolo di comprimarie nel fertile terreno delle Avanguardie che ispirano anche l’arte europea: alcuni di questi nomi sono proprio quelli riscoperti dalla critica Lea Vergine, da poco scomparsa, in occasione della storica mostra allestita nel 1980, sempre a Palazzo Reale.

Infine arriva il 1932, quando il Partito impone il linguaggio unico del Realismo socialista e le altre forme di creatività vengono represse. La mostra si conclude quindi con il modello (e il video della sua realizzazione in scala monumentale) della celeberrima scultura di Vera Mukhina «L’operaio e la kolkoziana» per il padiglione dell’URSS all’Expo del 1937 a Parigi, dove fronteggiava l’aquila del Reich.


(Corriere della Sera – Milano, 28 ottobre 2020)

di Marta Serafini


Aveva 800 anni l’albero delle direzioni (o yellow box in inglese, o Eucalyptusmelliodora se si preferisce il latino). Quale che sia il suo nome, l’abbattimento di questa pianta quasi millenaria ha fatto parecchio rumore in Australia, forse anche di più di quello provocato dallo schianto dei suoi rami e del suo tronco.

L’albero delle direzioni è una pianta sacra per la cultura degli aborigeni australiani Djap Wurrung, in particolar modo per le donne indigene, abituate a partorire nascoste tra le sue foglie. Poi una volta che il bambino è venuto al mondo, sotto le sue radici viene sepolta la placenta, in modo che, andandosi a mescolare ai semi e alla terra, sia di buon augurio per la direzione che la vita del neonato prenderà (e da qui il primo nome). Ma ora la yellow box non c’è più. È stata tagliata per far posto ad un’autostrada da 157 milioni di dollari.

Tutto è iniziato lunedì scorso, a Buangor, nello Stato del Victoria, quando una cinquantina di manifestanti sono stati arrestati mentre i bulldozer entravano in azione per tirare giù la vecchia pianta. Il governo si è giustificato affermando che l’albero non era nella lista di quelli da proteggere, stilata l’anno scorso dopo un accordo con la Eastern Maar Aboriginal Corporation. Inoltre — sostengono sempre a Canberra — la yellow box sorge a lato della Western Highway, autostrada particolarmente trafficata e funestata da incidenti mortali (11 solo l’anno scorso), che le autorità vogliono evitare raddoppiando le corsie e prolungando la tratta.

Tutti argomenti che non sono bastati a placare le polemiche. I filmati pubblicati dagli attivisti sui social media hanno mostrato gli agenti che trascinavano con la forza gli attivisti che si erano arrampicati sugli alberi. Al Guardian Australia è stato riferito che tra le persone arrestate c’erano almeno due osservatori legali, accorsi vicino all’albero per assicurarsi che la polizia rispettasse la legge, e diversi protettori della terra aborigena. La senatrice aborigena Thorpe ha twittato: «Sento il dolore dei nostri antenati». «Posso sentire le motoseghe che mi lacerano il cuore, il mio spirito, il mio corpo di Djap Wurrung soffre», le ha fatto eco una donna del posto, Sissy Austin. E ancora: «Oggi mi sono sdraiata per terra e ho pianto. Ho pianto per nostra madre, Djap Wurrung», ha twittato un’altra donna.

Come spiega anche la Bbc, gli aborigeni ritengono la terra fondamentale per la loro identità. Gli attivisti Djab Wurrung hanno paragonato l’importanza culturale degli alberi nella zona a una chiesa o un altro luogo spirituale. E non sono mancate polemiche contro il governo di Scott Morrison, già tacciato di negazionismo climatico durante l’emergenza incendi che, dall’ottobre scorso, ha distrutto 10 milioni di ettari di boschi.

Ma non solo. All’inizio di quest’anno, anche la distruzione di antiche grotte aborigene da parte di una compagnia mineraria ha suscitato proteste pubbliche. Tensioni che si vanno ad aggiungere alle proteste per il lockdown. E che ora vedono anche gli alberi cadere vittime delle decisioni scellerate degli uomini.


(Corriere della Sera, 28 ottobre 2020)

di Marina Terragni


Covid, crisi economica, emergenza globale, il mondo in standby: niente ferma il lavoro tenace della lobby pro-utero in affitto. Come ha già raccontato sulle pagine di ‘Avvenire’ Antonella Mariani, un gruppo di 22 giuristi sta ragionando per tutti quanti noi sulla decisiva questione del riconoscimento legale della filiazione: l’ultimo incontro si è svolto tra il 16 e il 22 ottobre scorsi. Il tavolo lavora su mandato della Conferenza dell’Aja sul Diritto internazionale privato (85 Paesi membri) e lo sta facendo nel silenzio generale, a porte chiuse e mantenendo il focus sul tema della cosiddetta Gestazione per altri (Gpa), oggi vero core business del commercio di vita umana. I protocolli che si succedono dimostrano un lavorìo incessante di scalpello per logorare fino ad abbatterli i divieti in vigore nella stragrande maggioranza dei Paesi membri (almeno 75 su 85), bypassando le legislazioni nazionali sovrane. E per sbaragliare ogni resistenza politica, in particolare la lotta del fronte per l’abolizione universale che raccoglie associazioni femministe di tutto il mondo.

La tecnica è sempre quella della ‘finestra di Overton’: ciò che ti appare impensabile oggi ti sembrerà digeribile domani e perfettamente lecito e desiderabile dopodomani. La Conferenza dell’Aja, si assicura nel nuovo protocollo uscito dal recente incontro, non prenderà posizione sull’utero in affitto. Né a favore né contro. Ma intanto si dettagliano particolari decisivi per andare a comporre il quadro finale (il lavoro dei giuristi si concluderà nel 2022): come regolare i rapporti tra ‘genitori intenzionali’ e madre surrogata. Meglio, ‘donna surrogata’, si suggerisce. Sparizione della madre: completata. Come far riconoscere il rapporto di filiazione anche in Stati diversi da quello in cui è nato il bambino su commissione. E via dicendo. Manovre preliminari in direzione di un definitivo riconoscimento della liceità della Gpa: poiché esiste, deve essere normata. Meglio: cominciando a regolarla nei dettagli la si rende sempre più normale. La direzione intrapresa dalla Conferenza dell’Aja sembrerebbe purtroppo corroborata dalle parole di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione ha tra l’altro detto: «La Commissione presenterà presto una strategia per rafforzare i diritti delle persone Lgbtqi. In questo contesto mi impegnerò anche per il riconoscimento reciproco delle relazioni familiari nell’Unione Europea. Chi è genitore in un paese è genitore in tutti i Paesi».

Chi sta rappresentando l’Italia a quel tavolo? Si tratta di un inviato del Ministero degli Esteri: quali posizioni esprime? Come si formano quelle posizioni? E in quale luogo di dibattito istituzionale prendono forma? Ciams (Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata) ha chiesto invano di essere audita al tavolo. Tavolo che in compenso si avvarrebbe abitualmente della consulenza di avvocati familiaristi in gran parte pro-Gpa, in quanto a loro volta piuttosto interessati al business della surrogazione transnazionale (c’è sempre meno lavoro sul fronte adozioni!). Il panel starebbe inoltre lavorando in tandem con ‘The International Social Services’, antica Ong dedicata alla protezione dei minori attiva in 120 Paesi.

Anche quest’organizzazione ha formulato un protocollo di «Princìpi per il superiore interesse dei bambini nati da surrogata», protocollo che è stato disconosciuto e rigettato con forza dall’Associazione dei nati da donatori e da utero in affitto. In un commovente documento, sottoscritto da 1.300 firme e arricchito da testimonianze personali, i nati da donatori o da surrogata espongono i loro contro-princìpi e denunciano di non essere mai stati consultati da chi sta prendendo decisioni sulla pelle dei nascituri: eppure nessuno s’intende di questa condizione più di loro. «Tra i membri di questi tavoli – è scritto nel contro-documento – non ci sono nati da donatori. Non ci sono nati da surrogata. Non c’è nessuno che abbia lavorato o abbia legami con nati da donatori o da surrogata». Oltre che di essere inclusi nella discussione, i nati da donatori e da surrogata richiedono anche l’abolizione universale dell’utero in affitto. Poco meno di un anno fa, nel dicembre 2019, hanno presentato le loro richieste alle Nazioni Unite. Ogni loro appello è stato ignorato.


(Avvenire, 25 ottobre 2020)