di Laura Minguzzi
La morte della madre di una cara amica della Libreria delle donne di Milano mi ha colpito dolorosamente, non perché la conoscessi bene, ma ha dato un volto alla morte nel tempo presente, tempo della pandemia. Il volto della solitudine. Una donna comune, sua madre, che ha sofferto come tante, tanti, dell’impossibilità di vivere in presenza della figlia e del figlio il distacco dalla vita. Eppure aveva scelto di dedicare la sua vita alla famiglia. Una donna che, pur non essendo malata di Covid-19, è stata portata d’urgenza in ospedale, e lì, a causa della meccanica dei protocolli ne ha subito le regole emergenziali. Mi ha toccato perché il lungo legame di amicizia personale e politica con la figlia mi ha portato col pensiero più prossima alle tante persone che in questi lunghi mesi hanno vissuto questa stessa disumana esperienza. Non potere fare visita, vedere la persona, nemmeno la stanza, il luogo dove si somministrano le cure. Non potere scambiare una parola per telefono. Dal giorno dell’improvvisa partenza un taglio netto e poi la fine imprevista. Non poter essere vicine alla persona cara al momento della morte è l’altra faccia della medaglia dell’impasse, del vicolo cieco in cui sembrano versare le fondamenta essenziali del vivere sociale: la vita scolastica, il lavoro, la cultura, la città eccetera. In un flash ho rivissuto la notte in cui è morta mia suocera, alcuni anni fa, in casa, dopo una breve malattia, quando mi ha voluta accanto a sé e pur essendo moribonda mi ha preso la mano, me l’ha stretta e mi ha detto «Ti voglio bene». Parole che contano. Io non avevo potuto darle molto aiuto materiale durante la malattia abitando in un’altra città, aveva una famiglia di badanti che se ne prendeva cura quotidianamente oltre alla figlia e alla nipote. Per me è stato importante quel momento e quelle parole mi hanno dato molta forza. Ho sentito che con quel gesto l’accompagnavo a oltrepassare il confine in modo umano. Ci legava un’empatia silenziosa ma profonda: sua madre e mia nonna materna erano morte in tempo di guerra sotto i bombardamenti. Così mia madre e lei rimasero orfane in giovane età. Ricordi della sua vita a cui mi aveva accennato conoscendo il mio amore per la storia.
(www.libreriadelledonne.it, 4 dicembre 2020)
di Tiziana Nasali
Ho appreso con grande piacere dalla stampa che l’avvocata Rosanna Rovere ha deciso di rinunciare alla difesa di Giuseppe Forniciti, reo confesso di aver ucciso la compagna Aurelia Laurenti. Ho ascoltato con interesse le motivazioni da lei addotte: Rovere dichiara di aver rifiutato «nell’interesse dei diritti dell’assistito e dell’imparzialità della legge», in quanto per la sua storia fatta di impegno per la difesa delle donne non poteva «garantirgli quello che qualunque cittadino merita: un legale capace di agire senza retropensieri». Dichiara anche che la sua è stata una scelta sofferta in quanto «da avvocato il diritto alla difesa è sacro ed è garantito dalla Costituzione».
La sua argomentazione è molto centrata sul diritto costituzionale e sulle regole della buona deontologia professionale, tuttavia il suo a me sembra un gesto ben più audace, di rottura: lei donna, fedele al suo intimo sentire, al suo sesso, si prende l’autorità di dire di no alla difesa di un uomo accusato di un reato contro le donne e si prende l’autorità di dirlo pubblicamente, a sancire la fine del sistema patriarcale.
Sistema difeso invece dal presidente dell’Unione delle Camere penali del Veneto, il trevigiano Federico Vianelli, le cui critiche vertono non tanto sul rifiuto di Rovere alla difesa quanto sulla sua presa di posizione pubblica: «Nessuno di noi vuol mettere in discussione la libertà del difensore di fiducia di accettare o non accettare un incarico difensivo… Ma questa libertà non può tradursi nel rilasciare pubbliche dichiarazioni sulle ragioni della mancata accettazione dell’incarico, perché ciò può pregiudicare la posizione giuridica dell’indagato/imputato… ed al contempo getta una pericolosa ombra sulla figura ed il ruolo dell’avvocato».
Ebbene è proprio la presa di posizione pubblica che rende significativo il gesto di Rovere: Vianelli non considera che essendo la legge, anche la Costituzione, frutto di una pratica del diritto e dei rapporti sociali fra uomini, ed essendo il rapporto fra i sessi ancora squilibrato simbolicamente a favore degli uomini, una donna che non si fa guidare dalla presunta oggettività delle regole giuridiche e deontologiche, non fa altro che rimediare allo squilibrio della legge e affermare un principio che non è ancora inscritto nell’ordinamento giuridico.
Rovere dice: «non è una decisione nel mio interesse come potrebbe sembrare, è una tutela soprattutto per l’assistito». Io vedo nel suo rifiuto, un gesto politico nell’interesse delle donne – e anche degli uomini interessati a modificare il rapporto con le donne e a riflettere sulla loro sessualità. E il diritto costituzionale alla difesa? Chiaro che debba essere garantito: se tante e tanti imitassero il gesto di Rovere, la difesa d’ufficio potrà venire in soccorso di qualsiasi imputato di reati contro le donne…
(www.libreriadelledonne.it, 3 dicembre 2020)
di Luisa Muraro
Sull’inserto del manifesto Alias del 14 novembre ho letto una interessante recensione di Anna Wiener, La valle oscura (Adelphi 2020), firmata da Massimo De Carolis. La valle del titolo è la Silicon Valley, il dipartimento industriale della California famoso per ospitare centinaia di imprese di tecnologia informatica; il tech, lo chiama l’autrice nel racconto autobiografico dei quattro-cinque anni di lavoro in questo tipo di aziende. Anzi, così lo chiama la traduttrice, Milena Zemira Ciccimarra; io avrei tradotto con la tech, al femminile. Ma poco importa, la lettura del libro è appassionante, oltre che istruttiva, merito anche di Zemira. Alla quale vorrei ricordare soltanto che il femminile di presidente è presidente.
Il titolo, che traduce esattamente quello originale: Uncanny Valley, fa pensare agli inizi del viaggio di Dante che si è perso in una valle oscura… Quella di Dante è una selva, ma lui stesso, pochi versi dopo, la chiama valle: «là dove terminava questa valle che m’avea di paura il cor compunto». Paura, guarda caso, è una parola che troviamo anche nella recensione di Alias. Per caso? C’è chi dice che il caso non esiste.
Il racconto dei quattro-cinque anni passati a lavorare nel tech scorre come una lunga rassegna di fatti e pensieri occasionali, incontri e dialoghi, descrizioni e riflessioni. Procede per accumulazione veicolando segretamente una crescente insofferenza. Alla fine l’insoddisfazione si espliciterà in una presa di coscienza dell’autrice-protagonista, che riguarda tanto il mondo del tech quanto lei stessa in quel mondo e il suo modo di lavorare. Ma non è più una generica diffidenza o avversione come quella descritta all’inizio che era snobismo newyorchese più che consapevolezza.
Torno alla recensione la quale ha come titolo (titolo d’autore, presumo) Miraggi di benessere pilotati verso l’obbedienza: per quanto? Per capire il titolo bisogna sapere che a un certo punto Massimo De Carolis fa un accostamento sorprendente: accosta a La valle oscura un libro intitolato Operaie e dedicato alle operaie di un’immensa fabbrica cinese. Ebbene, mi pare che il titolo della recensione sia sbilanciato verso quest’ultimo libro e che, applicato a quello di Anna Wiener, ne trascuri qualcosa di essenziale, qualcosa che ha a che fare con la presa di coscienza di cui abbiamo parlato.
La presa di coscienza porta la protagonista ad abbandonare un mal riposto sentimento di empatia con l’altro sesso, a rendersi invece consapevole di una differenza maschile e a intuire che quest’ultima riguarda il rapporto di agio/disagio nel mondo avanzante del tech.
L’accostamento tra i due libri resta nondimeno sensato, anzi qui si potrebbe vedere la sua ragione più profonda: donna è colei che fa e racconta il viaggio nella valle oscura, donne sono le ragazze che lasciano le campagne cinesi per lavorare nell’immensa fabbrica e donna è la studiosa che raccoglie le loro confidenze, Leslie T. Chang. È un caso? No, appunto. Si tratta in entrambi i casi di lavoro postmoderno, spiega l’autore della recensione. Sì, ma secondo me quello che risalta di più è la presenza femminile che cambia il modo d’intendere il lavoro e il suo rapporto con la vita. Costatazione, timore o previsione che sia, questo pensiero, dopo che ha preso forma, viene scartato: «Beninteso non si tratta…». Non si tratta cioè di quello che ha in mente lui in vista di cambiare il mondo.
Io credo di sapere il perché di questo scarto: perché approfondire quel pensiero di un soggetto che non vede le cose come le vede lui, gli chiederebbe di decentrarsi per prendere coscienza della sua differenza, la differenza maschile.
Qui, infatti, nella presa di coscienza della vuota eccitazione di lavorare in una startup di successo, quello che alla lunga risalta agli occhi di una donna come la protagonista di La valle oscura sembra essere il rapporto degli uomini con il potere e il primato. Rapporto che in effetti li tiene straordinariamente occupati, ma che non è e non può diventare il rapporto di lei: «non riuscivo a immaginare di tornare a essere così compiacente, così totalmente assorbita». Con queste parole lei si congeda dalla carriera. Lui, neanche si accorge di seguire, compiacente e assorbito, la logica del potere e vagheggia di cambiare il mondo (o di conservarlo, dipende) restando in ogni caso centrato su di sé. Per quanto ancora?
(www.libreriadelledonne.it, 2 dicembre 2020)
di Marina Terragni
A 16 anni Keira Bell è stata paziente della Tavistock Clinic di Londra, specializzata in transizioni di minori. Dopo una frettolosa diagnosi di disforia di genere le sono stati somministrati bloccanti della pubertà, trattamento al quale sono seguiti doppia mastectomia e ormoni cross-sex (testosterone). Finché qualche anno dopo la ragazza non si è resa conto di aver commesso – meglio: di essere stata indotta a commettere – un tragico errore.
La domanda che oggi si sente fare più spesso è: «Are you a boy or a girl?» (sei un ragazzo o una ragazza?). «Ero schiava delle mie emozioni – racconta –. Non avevo bisogno di chirurgia o di farmaci, ma solo di sapere che andavo bene così com’ero… Non c’era niente di sbagliato nel mio corpo». Keira ha realizzato di essere semplicemente lesbica.
Ma la colossale propaganda dell’industria della transizione ha avuto la meglio. In meno di un decennio in Gran Bretagna i casi tra i minori e soprattutto tra le minori, che costituiscono ben il 76%, sono aumentati a dismisura (da un centinaio a 2.500).
Keira ha chiesto giustizia e l’ha ottenuta. L’Alta Corte le dà ragione affermando che «è enormemente difficile per un minore capire e soppesare le conseguenze a breve e a lungo termine del trattamento e decidere se dare il suo consenso all’uso di bloccanti ormonali. C’è da dubitare che un bambino di 14 o 15 anni possa capire… Date le conseguenze a lungo termine degli interventi clinici nel caso in questione, ed essendo il trattamento del tutto nuovo e sperimentale, riconosciamo il fatto che in casi come questi i medici dovrebbero richiedere l’autorizzazione del Tribunale prima di intraprendere il trattamento».
Trattamento i cui effetti sui corpi perfettamente sani di bambine e bambini non sono affatto «totalmente reversibili», come propagandato: lo sviluppo osteoscheletrico e muscolare può esserne definitivamente compromesso, così come la fertilità. Keira non ha più seno, ha la barba, la sua voce ha un timbro maschile. La sentenza non parla mai di “identità di genere” né di sesso “assegnato alla nascita”, rinunciando all’armamentario linguistico-ideologico mainstream.
L’Alta Corte era chiamata a esprimersi anche sul caso di una ragazza autistica transizionata, e si è detta «sorpresa» per non aver potuto disporre, come richiesto, del numero esatto di casi di minori con disturbi dello spettro autistico o altri problemi mentali trattati come disforici: secondo fonti di stampa (Mail of Sunday) sarebbero poco meno di 400, scandalo etico e deontologico all’origine delle dimissioni di alcuni medici dalla Tavistock, tra cui il veterano della clinica Marcus Evans.
Dopo il no del governo all’autocertificazione di genere (self-id) e le nuove linee guida del Dipartimento dell’educazione che impediscono la trans-propaganda nelle scuole, la sentenza sul caso Bell conferma l’impetuoso cambio di vento in Gran Bretagna, patria della gender politics, cambiamento che avrà riflessi in tutto il mondo e potrebbe salvare molti bambini dalla tragedia delle transizioni precoci.
Anche l’Italia autorizza i trattamenti di minori con bloccanti ormonali – il numero dei casi non è noto – dopo l’ok pressoché unanime del Comitato nazionale di Bioetica, unico voto contrario quello di Assuntina Morresi. Le novità inglesi potrebbero aiutare a cambiare le cose? Keira oggi si dichiara felice. Ma la sua battaglia, dice, non è ancora finita: «Rivolgerò un appello ai medici perché i servizi di salute mentale creino protocolli migliori, in grado di aiutare chi soffre di disforia a riconciliarsi con il proprio sesso. E chiederò alla società di accettare chi non è conforme agli stereotipi di genere, non allontanandolo da quello che è davvero e costringendolo a nascondersi o a prendere farmaci a vita». La Tavistock Clinic sta valutando di ricorrere in appello.
(Avvenire, 2 dicembre 2020)
di Umberto Varischio
Il dibattito sulla riapertura di gran parte, se non di tutte le attività commerciali per il Natale e il Capodanno, ha degli aspetti surreali e insieme drammatici. Se si fa una semplice moltiplicazione dei decessi giornalieri per il numero dei giorni che mancano da qui a fine aprile, quando le condizioni climatiche forse ci daranno una mano a diminuire i contagi, il numero dei morti in Italia per Covid-19 diventa impressionante. E sappiamo bene che in ballo ci sono le vite dei più fragili. Il dibattito mediatico, al contrario, oscilla tra la necessità di passare dalle festività di relazioni (e con queste si intendono principalmente quelle familiari) e la necessità di consumare per sostenere l’economia.
Io sono spettatore attonito di questa dinamica, ma anche soggetto alle decisioni che vengono prese: sento sulla mia pelle lo scambio tra le necessità dell’economia e la vita, quella di un uomo che ha passato i sessantacinque anni e che da poco è in pensione, subisco la contraddizione tra i bisogni di un essere umano e gli imperativi del consumo e della valorizzazione, i significati cui oggi i più riducono l’economia.
So bene che altre e altri, in questa pandemia, patiscono a causa della mancanza di lavoro e soldi, della fatica a far fronte ai bisogni quotidiani, della deprivazione sociale.
E sempre più vedo l’insensatezza di questa realtà e mi chiedo come sia possibile uscire da queste contraddizioni. Mi sono venute in soccorso le parole di Ina Praetorius sulla necessità di un cambio di paradigma o meglio «dell’irruzione di un paradigma scientifico che metta (di nuovo) al centro l’essere umano». E di un cambiamento di priorità in economia, il «soddisfare il bisogno umano di preservare la vita e la qualità della vita» e cioè un mettere al primo posto i bisogni primari di tutti e al secondo posto il mercato.
Questo cambio di paradigma è assolutamente necessario non solo per superare la pandemia, ma anche per dare un futuro all’umanità. Alcuni passi in questa direzione, la “Care Revolution, la rivoluzione della cura” auspicata da Praetorius, ci sono stati nelle scorse settimane, a diverso livello d’importanza mediatica: l’incontro internazionale “Economy of Francesco – Papa Francesco e i giovani da tutto il mondo per l’economia di domani” di Assisi (19-21 novembre), e la costituzione di una “Società della Cura” (https://societadellacura.blogspot.com/) che ha promosso sabato 21 novembre una mobilitazione nazionale con diversi appuntamenti che si sono svolti quasi sempre virtualmente.
Perché se il futuro è nelle nostre mani, di donne e uomini, che – sono sempre parole di Praetorius – almeno sia in direzione del «passaggio da una società di mercato centrata sulla produzione di merci e sul profitto a una società di economia domestica, centrata sul bisogno e sulla libertà-in-relazione di tutti gli esseri umani».
(www.libreriadelledonne.it, 2 dicembre 2020)
Antonella Mariani
L’esponente della Coalizione internazionale contro l’utero in affitto: si assimila la procreazione alla produzione, adesso vogliono «liberare» la donna dalla maternità.
Del business del trasporto di embrioni crioconservati da una parte all’altra del globo non ne sapeva nulla, ma Francesca Izzo si dice tutt’altro che sorpresa dopo la lettura del reportage pubblicato domenica da Avvenire. Lei, già parlamentare Pd, tra le fondatrici della rete femminista Se non ora quando – Libere e tra le referenti italiane della Coalizione internazionale contro l’utero in affitto (Ciams), commenta che «è uno sviluppo inevitabile».
Uno sviluppo di cosa, professoressa Izzo?
Della frammentazione del processo riproduttivo. Se si assimila la procreazione alla produzione, allora è possibile che essa avvenga in momenti diversi, separati nel tempo e nello spazio.
Un bambino come una scarpa da tennis?
Sì, è così. I lacci si producono da una parte, la tomaia da un’altra, le suole in un altro luogo ancora. Poi i diversi elementi vengono assemblati. Sulle pagine di Avvenire è stata descritta la globalizzazione della riproduzione. Il bambino è un oggetto che può essere scomposto nelle sue parti in qualunque luogo del pianeta e poi assemblato.
L’assemblaggio avviene nel corpo di una donna, che scompare in quanto madre…
Non a caso noi insistiamo nel voler considerare la procreazione come un processo unitario, in cui il desiderio iniziale di un figlio e la sua realizzazione diventano un essere umano, legato alla madre che l’ha messo al mondo.
Diceva che non si è stupita nel leggere il reportage che documenta il triste mercanteggiamento di embrioni. Perché?
Perché il processo di segmentazione della procreazione, di cui la spedizione di embrioni è uno degli ultimi tasselli, serve a far accettare sempre di più quello che si sta preparando nei laboratori di tutto il mondo.
Cosa si sta preparando?
L’utero artificiale, con l’eliminazione di ogni possibile imperfezione del nascituro e della stessa maternità. E sa qual è la cosa sorprendente?
Quale?
Che una parte del mondo femminile plaude a questo processo, perché si immagina che liberandosi dalla maternità la donna sarà finalmente al pari degli uomini, senza trasformazione del corpo, senza appesantimento del tempo… Liberarsi della maternità è il diktat che nasce dall’alleanza perversa tra gli imperativi di una società che vuole omologare uomo e donna e la spinta a tecnicizzare ogni processo. Ecco allora che se la donna è “liberata” dalla maternità e dunque da tutto ciò che la lega alla natura, non c’è più necessità di cambiare la società. Tutto può restare com’è, togliendo di mezzo quello che distingue l’uomo dalla donna.
Professoressa Izzo, lei ha respirato la cultura comunista, è una esponente di spicco del femminismo della differenza, però per poter affermare la sua contrarietà all’utero in affitto ha dovuto uscire dal Pd, con Licia Conte e Francesca Marinaro. Singolare, non trova?
Questo tema è terreno di scontro, è una linea di faglia, di ripensamento di cosa sia la cultura progressista. Nel 2018 siamo uscite dal Pd perché su questi temi le posizioni del partito sono allineate a un progressismo radicale che non ho mai condiviso. E nessuno ci è venuto dietro.
(Avvenire, 1° dicembre 2020)
di Fabrizio Dragosei
Saranno processate per omicidio premeditato le sorelle Khachaturyan che poco più di due anni fa uccisero il padre-padrone che da anni le sottoponeva, secondo il loro racconto, a incredibili violenze fisiche e sessuali. Mercoledì prossimo, dopo numerosi rinvii, avrà inizio la procedura che porterà a dibattere davanti a una giuria popolare uno dei casi che maggiormente ha diviso l’opinione pubblica russa, visto che la violenza familiare e in particolare quella sulle donne è argomento caldissimo e che vede parti della società schierate su fronti diametralmente opposti.
Anche le autorità che hanno in mano il caso hanno avuto problemi a prendere una posizione univoca. In un primo momento, dopo che Mikhail, 57 anni, era stato trovato in una pozza di sangue sul pianerottolo di casa (colpito con decine di coltellate e colpi di martello), l’accusa aveva parlato di premeditazione. Poi il viceprocuratore generale aveva deciso di riformulare l’accusa, riconoscendo che le sorelle avevano ucciso per difendere se stesse. Alla fine, dopo pressioni da parte di ambienti legati alla Chiesa e ai settori più conservatori, nuova modifica: le Kachaturyan si erano mosse «spinte da una forte ostilità nei confronti del padre» e avevano agito con premeditazione. La possibile pena oscilla tra gli otto e i vent’anni. Ed è bene ricordare che in Russia la percentuale di cause penali che si chiudono con il rigetto delle tesi dell’accusa è irrisoria.
Mikhail, che non aveva una vera e propria occupazione, era estremamente superstizioso e aveva riempito la casa di immagini religiose. Era stato pure in pellegrinaggio a Gerusalemme. Probabilmente per questo ancora oggi c’è chi parla bene di lui e non accetta la posizione della difesa. Secondo quanto è emerso nel corso dell’inchiesta, lui era stato già denunciato per le violenze dalla moglie Aurelia che a un certo punto era stata cacciata di casa assieme al figlio maschio Sergej. Così Mikhail era rimasto solo con le tre figlie, Angelina, Krestina e Maria che nel 2018 avevano 19, 18 e 17 anni. Le trattava come schiave, con un atteggiamento da padrone o da antico patriarca. Impediva loro di uscire di casa e le picchiava e le violentava in continuazione. Il 27 luglio di due anni fa Mikhail era tornato a casa alterato, dopo una seduta in un centro di igiene mentale, e subito se l’era presa con le figlie, accusandole di aver sperperato dei soldi e di tenere in disordine la casa. Le aveva fatte entrare una alla volta in una stanza e aveva spruzzato loro in faccia del gas urticante. Esasperate per l’ennesima angheria, mentre Mikhail sonnecchiava su una poltrona, le ragazze avevano deciso di ucciderlo e l’avevano aggredito con un coltello e un martello.
La tragedia, che si era svolta in un appartamento nella periferia della capitale, aveva subito suscitato grande emozione nell’opinione pubblica. Anche perché proprio in quei mesi era incandescente il dibattito sugli abusi nelle famiglie. Una legge che avrebbe reso più pesanti le pene non era riuscita a passare alla Duma. Invece nel 2017 una parlamentare conservatrice, Yelena Mizulina, era riuscita a far approvare una norma per depenalizzare i reati minori commessi nell’ambito familiare. Forme di violenza che non provocano «seri danni corporali» sono puniti da allora solo con una multa di circa 300 euro e 15 giorni di «arresto».
Fino a qualche anno fa le statistiche del ministero dell’Interno fornivano un quadro terrificante della situazione nelle famiglie russe. Nel 1999 il governo inviò all’Onu un rapporto nel quale denunciava che 14mila donne venivano uccise ogni anno fra le mura di casa. Poi, dopo le critiche a queste statistiche della stessa Mizulina, i dati sono cambiati. Nel 2015, secondo il ministero, gli omicidi in famiglia sarebbero stati mille e le vittime femminili solo trecento. Un quadro ben diverso da quello presentato da associazioni indipendenti. Il centro Anna contro la violenza sulle donne, ad esempio, fornisce cifre più in linea con quelle ufficiali del passato: 9.600 vittime femminili ogni dodici mesi.
(Corriere della Sera, 29 novembre 2020)
di Beppe Pavan
Riceviamo e pubblichiamo una importante presa di posizione maschile uscita sul Supplemento a UinC (Uomini in Cammino) 4/2020, newsletter online (La redazione del sito).
Le misure di prevenzione anti-covid ci hanno imposto di celebrare la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne con modalità diverse dal solito, soprattutto niente manifestazioni di piazza. A Pinerolo l’assessora e vicesindaca Francesca Costarelli ha letto e trasmesso in filodiffusione nel centro storico della città – sabato 21 e mercoledì 25 – le riflessioni e i messaggi di associazioni e gruppi che gestiscono centri antiviolenza (EMMA/Svolta Donna, AnLib, Liberi dalla Violenza) o si impegnano a vari livelli per promuovere la presa di coscienza e il superamento della cultura patriarcale (AdamEva, commissione Pari Opportunità, LOFT giovani, associazione Sciascia di Bricherasio, Uomini in Cammino, gruppo Donne Cdb e Oivd, Fidapa, Donne Cgil-Cisl-Uil, Zonta).
Il giorno dopo – 26 novembre – sono stato invitato a presentare il nostro gruppo Uomini in Cammino durante un incontro online convocato dal gruppo SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) di Milano e intitolato «Il virus più pericoloso». Trascrivo di seguito il testo del mio intervento, che ha ricevuto una reazione molto positiva, con corollario: molte donne hanno chiesto di ricevere il foglio Uomini in Cammino, per restare in contatto con noi e per diffonderlo.
Il gruppo Uomini in Cammino è nato all’interno della comunità cristiana di base (cdb) di Pinerolo nel 1993. A poco a poco è cresciuta la mia/nostra consapevolezza che la conversione a cui ci chiama il Vangelo di Gesù significa “cambiamento di vita” ed è pratica sessuata, diversa per le donne (uscire dal silenzio, dalla sottomissione, affermare la propria libertà di autodeterminazione ecc.) e per gli uomini (scendere da ogni piedestallo su cui ci ha issati la plurimillenaria cultura patriarcale). A poco a poco tutti gli uomini della nostra attuale piccola cdb Viottoli sono diventati uomini in cammino. E questo seme si è diffuso anche in altre cdb italiane.
Ieri era il 25 novembre: la cosa che continua a colpirmi negativamente è che non sento mai usare l’aggettivo “maschile” accanto alla parola “violenza” da parte di chi presenta la “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne”. Così si continua a parlare soprattutto, quasi esclusivamente, delle donne che subiscono la violenza maschile, dei centri antiviolenza per le donne eccetera.
La protezione e la messa in sicurezza delle donne sono la priorità assoluta, sia chiaro!
Ma in questa giornata dovremmo parlare soprattutto di prevenzione (eliminazione della violenza) e, quindi, di chi commette questi atti di violenza: sono gli uomini; parlare di prevenzione significa parlare di come aiutare gli uomini a cambiare le loro modalità di stare nelle relazioni, abbandonando prepotenze, aggressività agite, violenze di ogni tipo…
Questo facciamo nei gruppi di autocoscienza maschile come Uomini in Cammino, il primo nato in Italia: sono luoghi di autoformazione personale attraverso lo scambio di racconti e di pensieri; sono gli unici luoghi collettivi in cui impariamo a poco a poco a uscire dalle nostre afasie e parliamo di noi, ci riveliamo a vicenda, scopriamo che ci piace e ci fa bene parlare delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti… superando i pregiudizi e la paura del giudizio altrui.
Le nostre regole sono: parlare a partire ciascuno da sé; ascoltare con attenzione; non giudicare mai. A poco a poco il gruppo si rivela spazio di grande intimità tra uomini e gli scambi affrontano temi delicati e molto intimi, come la bellezza, le difficoltà e le perdite delle relazioni…
Il cambiamento che avviene, che è avvenuto nella mia vita, è cammino di felicità. Di questo sono riconoscente a mia moglie Carla e al femminismo, che lei mi ha fatto incontrare. Il femminismo è, per me, non solo il movimento di liberazione delle donne dal giogo patriarcale. È anche l’alternativa al patriarcato, l’approdo del cammino di uscita dal patriarcato, conveniente anche per noi uomini, che ne soffriamo il peso insopportabile nonostante tutti i suoi dividendi in privilegi. È il nuovo mondo possibile: l’ordine simbolico della madre, improntato alla nonviolenza, all’inclusività, alla convivialità di tutte le differenze… È il regno di Dio, per dirla con linguaggio biblico. Anche noi uomini dobbiamo diventare femministi! Ringrazio Maria Soave Buscemi che mi ha permesso di sdoganare questo termine, che finora era proibito applicare agli uomini.
Questo cammino di cambiamento si traduce in prevenzione della violenza maschile sulle donne, perché impariamo la bellezza e la convenienza di relazioni libere e rispettose della libertà di chi sceglie ogni giorno di stare con noi/con me liberamente e non per paura o per costrizione.
E possiamo diventare modelli migliori, come adulti di riferimento, per i cuccioli che crescono: i nostri figli e nipoti biologici, ma anche i bambini e i ragazzi con cui veniamo in contatto nella quotidianità o negli incontri a scuola. E sta accadendo che ragazzi ventenni stiano prendendo la parola contro il bullismo. Stiamo cercando di stimolare la nascita di un gruppo di uomini giovani, peer to peer…
Per finire, propongo tre piste di impegno, che sento come esigenze sempre più urgenti:
- dar vita a Gruppi Uomini in ogni città e in ogni territorio, per moltiplicare le opportunità di cambiamento offerte a un numero sempre crescente di uomini. Ci sono Gruppi Uomini nati grazie al forte e tenace stimolo di donne: sia questo un costante impegno comune!
- Quante volte sento dire: bisogna cominciare a educare i bambini, fin dalla più tenera infanzia, dalla scuola primaria… Certo, ma chi può fare questi interventi educativi, se non adulti e adulte? Ma adulti e adulte devono essere formati/e in modo adeguato, perché “si vende ciò che si possiede”… Per questo è necessario che l’Università formi, in modo trasversale, tutti e tutte, ma in modo specifico i/le docenti, alla competenza in relazioni di cura e nella cura delle relazioni, nel rispetto delle differenze e della libertà, eccetera. Nella scuola tutti e tutte passiamo molti anni della nostra vita: nel giro di qualche generazione potremo avere adulti e genitori migliori nel prossimo futuro. Il ruolo educativo della scuola è decisivo in questo senso. E so che ci sono già iniziative che vanno in questa direzione.
- Le Istituzioni – governo e Servizio Sanitario Nazionale a tutti i livelli, in primis – si assumano in prima persona la gestione dei servizi di prevenzione della violenza maschile sulle donne, non delegandola al volontariato: prendersi cura della “salute” della popolazione è un loro preciso dovere istituzionale. Contemporaneamente implementino iniziative di smascheramento della cultura patriarcale ancora dominante: argomento su cui si fanno spesso tante parole, ma poco altro. Infine, per eliminare la violenza maschile sulle donne devono cominciare a considerare come “reati” la prostituzione e la pornografia, che sono pratiche violente e matrici di violenza negli adolescenti, che si autoeducano a una sessualità violenta sui siti porno fin dagli 8/9 anni, come dicono le ricerche più recenti (v. il libro Crescere uomini di Monica Lanfranco).
Grazie per avermi ascoltato.
(Uomini in Cammino, novembre 2020)
di Alessandra Pigliaru
Cielo nero. Parla Manuela Ulivi, presidente del Cadmi di Milano e avvocata: «Vogliono i codici fiscali delle donne. Ma verrebbe meno la segretezza. In Italia vengono preservati i dati di chi si rivolge ai Centri. Ci siamo rifiutate di fornirli alla Regione e siamo state escluse dalla distribuzione dei finanziamenti statali»
La Casa di accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (Cadmi), primo centro antiviolenza a essere stato fondato in Italia nel 1986, a oggi ha ospitato più di 700 donne e ne ha seguite oltre 30mila nei loro percorsi di uscita dalla violenza maschile, dapprima affiliate all’Udi ma soprattutto grazie alla perseveranza di una pioniera come Marisa Guarneri e a una pratica delle relazioni che la distingue per buone prassi da anni. Dal 2008 fa parte della rete Di.Re. che affonda le proprie radici nella storia e nella pratica femminista.
È dal 2014 che in Lombardia i centri antiviolenza, oltre alla insufficienza e al ritardo strutturale dei fondi statali stanziati, devono fare i conti con una questione complessa. La Regione Lombardia infatti prevede che le organizzazioni antiviolenza compilino una scheda in cui tra gli altri dati vengono chiesti i codici fiscali delle donne che si rivolgono ai Centri. La giustificazione da parte della Regione, che senza dati non dà i fondi che spetterebbero di diritto, è che il codice fiscale serva a livello statistico e venga anonimizzato senza intrecci. «I problemi invece ci sono – dice Manuela Ulivi, attuale presidente di Cadmi e avvocata -, perché i dati rimangono nei computer regionali e sono condivisi con la società “Lombardia Informatica”. Il nodo è stato sollevato anche dal “Grevio” (esperti/e di violenza sulle donne del Consiglio d’Europa, ndr) che si occupa di monitorare la rispondenza alla convenzione di Istanbul ma non abbiamo avuto riscontri».
Qual è la situazione del Cadmi?
Attualmente le case rifugio sono 7 e possono ospitare fino a 20 donne, ora ne abbiamo 12 in ospitalità. Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2020 abbiamo avuto 750 contatti e abbiamo seguito circa 500 donne nelle loro richieste di incontro e di sostegno.
In altre regioni funziona tutto in anonimato. Perché allora Regione Lombardia vuole i dati?
Abbiamo sempre collaborato con la Regione, una delle ultime a dotarsi di una legge specifica sul tema della violenza contro le donne, l.r. 11/2012, per ampliare la nostra presenza, anche per attività di formazione oltre che per altre attività di sostegni psicologici, legali, di reinserimento lavorativo e/o di recupero delle proprie autonomie, compresa quella di trovare una nuova abitazione e un nuovo luogo di vita. Regione Lombardia ha costruito un sistema di raccolta dati, O.R.A. (osservatorio regionale antiviolenza) che ad un certo punto, senza alcuna possibilità di discussione tanto meno di condivisione, ha preteso di ottenere dai nostri centri l’inserimento del codice fiscale delle donne. Ci siamo ribellate, innanzitutto perché questo avrebbe violato la nostra metodologia dell’accoglienza, che prevede il rispetto della segretezza e dell’anonimato della donna. Il risultato è stato quello di essere state escluse dalla distribuzione dei finanziamenti, peraltro provenienti e definiti da una legge statale (l. 119/2013). Si consideri che Regione Lombardia riceve questi finanziamenti anche in ragione della nostra stessa esistenza sul territorio.
Una questione politica?
L’idea sottesa è prestazionale, lo vediamo anche nell’ambito sanitario e i centri antiviolenza rientrano in questo ragionamento che prevede la verifica di non dover pagare «prestazioni doppie», quando neppure veniamo finanziate a prestazione, e che però diviene un meccanismo di controllo a tutti gli effetti a cui non possono sottostare donne nella già complessa condizione di una fuoriuscita da un percorso di violenza. Cadmi, con molti altri centri antiviolenza lombardi, sta subendo, in altre forme, una violenza dall’istituzione perché si rifiuta di sottostare a imposizioni che snaturano la propria metodologia di lavoro: il rispetto della donna, delle sue volontà, ma soprattutto dell’anonimato e della sua segretezza.
Come avete vissuto gli ultimi mesi?
In lockdown abbiamo lavorato il doppio, senza presidi sanitari, che abbiamo dovuto reperire in autonomia o con dispendio enorme di risorse, oppure addirittura facendoli arrivare attraverso amicizie e conoscenze dalla Cina. Le nostre operatrici hanno dovuto cercare attraverso la rete cittadina delle corsie preferenziali nel caso di necessità di verifica di positività per le donne ospitate, perché ancora oggi in regione è molto difficile avere accesso ai tamponi gratuitamente.
(ilmanifesto.it, 26 novembre 2020)
La Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano rende visibile e approfondisce un argomento ancora troppo trascurato.
Da tempo ci confrontiamo con le conseguenze di una violenza poco compresa e molto sottovalutata: la violenza istituzionale, un tema conosciuto molto bene dalle donne che intraprendono percorsi di uscita dalla violenza e dalle operatrici dei centri che le affiancano.
Nei percorsi giudiziari, sanitari, dei servizi sociali – in una parola istituzionali – accade spesso che siano non riconosciuti o negati i presupposti della violenza, che si metta in discussione la parola della donna, che le sue scelte di vita siano giudicate. Con il medesimo approccio, i centri antiviolenza vengono attaccati, ricattati economicamente e non riconosciuti come soggetti competenti.
Per parlarne, CADMI ha scelto di pubblicare una guida – La Doppia Violenza – e di renderla disponibile su una pagina del sito, nella quale le e gli utenti potranno trovare approfondimenti con esperte e esperti.
Si potranno infatti trovare: Alessandra Simone, Prima Dirigente della Polizia di Stato – intervistata da Manuela Ulivi, Presidente CADMI; Fabio Roia, Presidente Vicario del Tribunale di Milano – intervistato da Francesca Garisto, Vicepresidente CADMI; Caterina Arcidiacono, Docente di Psicologia di Comunità presso l’Università Federico II di Napoli, ideatrice del Protocollo approvato dall’Ordine degli Psicologi della Campania sulle linee guida in materia di affido dei figli in caso di violenza – intervistata da Cristina Carelli, Coordinatrice generale CADMI.
Da oggi, 24 novembre 2020, è online sul nostro sito la pagina https://www.cadmi.org/ladoppiaviolenza/ Sarà il luogo dell’approfondimento che CADMI continuerà a dedicare a questo importante e sottovalutato argomento durante tutto il 2021, con l’obiettivo di costruire insieme la CARTA DI MILANO, che conterrà principi condivisi per le azioni da fare o da evitare per combattere la ri-vittimizzazione delle donne.
Dal 1986 ad oggi CADMI ha ascoltato circa 30.000 donne, e le ha affiancate nel loro percorso di uscita dalla violenza: spesso le donne non sono credute, le loro parole vengono messe in dubbio, la loro vita osservata per individuare un punto di criticità che possa essere usato contro di loro.
Questo accade nei tribunali, nel rapporto con le forze dell’ordine, nella costruzione delle relazioni con i servizi sociali. L’obiettivo è quello di rendere visibile questa realtà e di modificarla.
«La doppia violenza si verifica quando è messo sotto processo il racconto della donna, e non i fatti accaduti. Si verifica quando è la donna a dover fuggire di casa con i figli, a doversi nascondere, per poi mettere in discussione ciò che ha fatto. Quando si impone ad una donna di trattare o confrontarsi con il violento, si esercita doppia violenza. Se la donna ha scelto di allontanarsi da un partner violento dovrebbe avere un percorso facilitato. Questo in Italia non sempre accade, anzi il trattamento istituzionale rivela molte carenze che possono farlo diventare un ostacolo per la donna e non un vero aiuto. È necessario cambiare l’approccio alla violenza maschile sulle donne e valutare il comportamento dei violenti, non quelli di chi subisce la violenza» – dichiara Manuela Ulivi, Presidente di CADMI.
(www.cadmi.org, 24 novembre 2020)
di Giannina Mura
Prima e unica pittrice italiana a vivere e lavorare in Russia da quasi trent’anni, Elide Cabassi coniuga le tradizioni artistiche dei due paesi in un’opera risolutamente libera e contemporanea. Non solo. Nel 2011, fonda nell’orfanotrofio La nostra casa di Mosca un laboratorio d’arte italiano dove risveglia la creatività di bambini affetti da disturbi psichici con una pedagogia centrata sulla bellezza. E che fa già storia. L’abbiamo raggiunta nella capitale russa in occasione della sua mostra Luoghi di confine al museo statale-Centro Culturale Integrazione A.N. Ostrovskij.
Nata nel 1963 in Val Trompia, cresciuta nel Piemonte contadino, formata artisticamente in Toscana, un lungo percorso l’ha portata fino a questa mostra. Quando ha capito che voleva esser pittrice?
Sin da piccola, ho avuto una fortissima attrazione per la bellezza della natura e dell’ambiente in cui crescevo. Ho sempre disegnato. Mia madre, sarta con grandissimo senso estetico e profonda cultura interiore, mi stimolava e mi spingeva a inviare i miei disegni a uno zio pittore. Ma la mia vocazione si è realmente manifestata all’Accademia di belle arti di Firenze, grazie all’incontro con uno degli ultimi maestri del novecento italiano, Goffredo Trovarelli. Ho capito allora che non potevo essere che pittrice. Dipingere è per me come un atto sacro. Coinvolge tutto il mio essere e anche il mio modo di vivere. La mia pittura ha bisogno di vita semplice, ascetica, severa, solitaria, fatta di poche cose. È una pittura sempre sul confine, dove s’incontrano gli opposti, terra, cielo, luce, tenebre, è come una vibrazione, che negli ultimi quadri riguarda soprattutto il confine tra la vita e la morte, e il nostro rapporto con l’invisibile. Ho dedicato la mostra alla mia famiglia. Sono molto legata alle mie radici italiane. Col mio trasferimento in Russia, l’unione tra le mie antiche e nuove radici ha portato la pittura verso immagini che sono come un abbraccio delle due culture.
Lei si è stabilita a Mosca nel 1992: cosa cercava?
Volevo ritrovare l’anima russa, la natura, il paesaggio e le grandi icone che avevo scoperto durante il mio anno a Mosca con una borsa di studio nel 1987/88. Mi aveva colpita l’aspetto mistico, profondo, ancora molto legato al valore simbolico della vita di questo popolo. C’è qui un modo viscerale di vivere l’arte, le persone se ne fanno letteralmente attraversare. Emblematica dell’anima russa, la poesia potentissima di Marina Cvetaeva, mi era allora indispensabile. Di lei mi affascinavano il coraggio, la libertà, e l’impeto, che corrispondeva al mio di quegli anni. Nel 1994 feci una mostra – Il paese dell’anima – proprio nella sua casa-museo, a Mosca. Opere dedicate a lei, nella dimora della sua infanzia.
Com’è cambiata la sua arte dopo il suo arrivo in Russia?
È diventata più calma. Ho ripreso i colori a olio, che avevo abbandonato per l’acrilico, e le diverse mostre che ho fatto nel Nord della Russia mi hanno introdotta al suo cromatismo. Il severo e laconico paesaggio russo mi ha anche aiutata a liberarmi, aprendomi a un movimento più lento ed essenziale. Le icone russe mi hanno riportata alla profondità delle forme, strutturate come sono in modo geometrico, per certi versi vicine all’arte astratta. In più, vi ho anche ritrovato il nostro Trecento e Quattrocento, e soprattutto quella vena bizantina persa da noi col Rinascimento. Una cultura immensa e profondissima, che le icone mi hanno fatto riscoprire, come se si chiudesse un cerchio…
Durante i bombardamenti americani dell’Iraq ha dipinto «Barriere» e quando i russi hanno bombardato la Cecenia ha realizzato «Rosso inverno», facendo della sua pittura una forma sublimata d’impegno politico. Lei stessa ha definito la sua arte come una «politica della bellezza». Cosa intende?
Se si considera che il degrado della bellezza ha sempre accompagnato quello della vita civile, la politica della bellezza consiste nel salvare quest’ultima dentro di sé e in tutto ciò che si fa, riuscendo così a recuperare un pezzo di mondo. Propongo la mia visione, e il pubblico la vive come un’oasi, nel senso di luce, trasparenza, silenzio. Rispondendo a una necessità umana molto forte, la bellezza ha un senso etico oltre che estetico. Corrisponde a un cammino interiore.
Ne «Il sacrificio di Ifigenia» la bellezza appare sospesa tra immolazione e resurrezione. Cosa l’ha portata a interessarsi a questa figura?
Ifigenia rappresenta la bellezza pura e vulnerabile al tempo stesso. Il suo corpo di bambina tutto bianco con quel cordoncino rosso, si può ferire in qualsiasi modo, ha le mani legate, è incapace di difendersi. In questo corpo immolato, c’è tutta l’umanità fragilizzata dal sacrificio della sua parte migliore. Ci sono i migranti che muoiono annegati, le donne violentate… La vulnerabilità umana mi tocca profondamente, è anche legata a un episodio della mia infanzia. Avevo cinque anni, mia madre, già ammalata e debolissima, urtata da un cane, cadde davanti a me. Ho sentito allora tutta la fragilità dell’esistenza e l’impotenza di non poterla aiutare a rialzarsi. Questa sensazione di esser minuscola davanti alle grandi sofferenze della vita continua ad accompagnarmi. La sento viva anche con i bambini dell’orfanotrofio. Davanti al loro destino tragico, faccio tutto il possibile, ma so che sono segnati per la vita.
Fondare un laboratorio d’arte in un orfanotrofio per bambini affetti da disagi psichici non è molto comune per un’artista né a Mosca né altrove. Come le è venuta l’idea?
Il mio scopo era di portare la bellezza dove ce ne fosse stato più bisogno. E, attraverso di essa, offrire ai bambini un metodo e gli strumenti per aiutarli a vederla e a crearla a loro volta. Dopo anni di ricerche, ho trovato l’orfanatrofio giusto: il direttore ha creduto nel mio progetto, concretizzato poi grazie al sostegno degli italiani di Mosca, all’associazione femminile Asi e a diverse imprese e privati che continuano a collaborare. Questo laboratorio è unico nella storia della Russia, anche perché aggrega italiani e russi per portare la gioia in un luogo di sofferenza. È uno spazio creato appositamente per il benessere, composto di materiali naturali, oggetti, musica, giochi, libri, tutto ruota intorno al perno della bellezza. I bambini vi s’immergono con grande piacere. Mi prendo del tempo per seguire ognuno di loro personalmente. Sono la maestra silenziosa che facilita la loro creatività, dando loro tutto quello di cui hanno bisogno. Così, si sentono ascoltati e liberi di esprimersi senza barriere. E se con certi bambini, troppo feriti o ammalati, il lavoro resta difficile, con molti altri i risultati sono incoraggianti.
Lo dimostra l’esposizione dei suoi allievi intitolata, appunto, «Dipingere la bellezza», che lei ha voluto in parallelo alla sua…
Sì, un bambino come Ruslan, per esempio, è stato letteralmente salvato dal manicomio dalla sua passione per l’arte. L’aver imparato a dipingere e disegnare ha stimolato la sua guarigione, tanto che da quattro anni non prende più medicine. Lo seguo sempre da molto vicino. E credo che sia valsa la pena di aver creato questo laboratorio anche solo per lui.
(il manifesto, 24 novembre 2020)
di Katia Ricci
Dopo un breve ricovero in ospedale a Roma colpita dal Covid 19, il 17 novembre scorso è mancata Saviana Scalfi, attrice teatrale, cofondatrice dello storico teatro romano della Maddalena e fondatrice del collettivo teatrale “Isabella Morra”. Molto nota e apprezzata negli ambienti teatrali di tutta Italia e oltre, anche Foggia l’ha accolta e ha applaudito molte volte le sue raggianti performance.
Milanese di nascita, esordì giovanissima nella parte di Regana in Re Lear con lo Stabile di Bolzano diretto da Fantasio Piccoli e in Madame sans gêne di Sardou con la Compagnia di Elsa Merlini e Paolo Carlini. Si trasferì poi a New York dove visse per 5 anni e frequentò i famosi corsi di Lee Strasberg all’Actor’s Studio. Tornata in Italia a metà degli anni ’60, dopo aver preso parte ad alcuni spettacoli, lavorò con Giorgio Strehler ne Il fondo di Gorki e Il fantoccio lusitano di P.Weiss. Ha poi recitato con i maggiori attori, attrici, registi e intellettuali, da Franco Enriquez a Paolo Volponi, da Elsa Merlini a Maricla Boggio e nei principali teatri italiani, ma anche stranieri.
Nel ’71 con Bruno Cirino dette vita al Teatro di Centocelle. Saviana Scalfi, infatti, in tutta la sua carriera non si accontentò mai di essere solo attrice, il suo si può definire un teatro globale, perché lo intendeva come un mezzo di ricerca per divulgare una nuova visione del mondo e della cultura femminista che in quegli anni si andava diffondendo anche in Italia.
E così nel 1973 con altre donne, scrittrici e intellettuali del calibro di Adele Cambria e Dacia Maraini, dette vita a una grande impresa, il mitico Teatro La Maddalena, che divenne ben presto un centro di riferimento del femminismo italiano, in cui debuttò con alcune storie di donne, Mara Maria Marianna. Altra sua importante impresa, che da allora ha segnato tutta la sua carriera, è stata la creazione del Collettivo “Isabella Morra”, di cui è stata direttrice artistica, attrice e regista. Con il Collettivo ha portato rappresentazioni non solo nei teatri, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, nelle carceri, nei centri anziani. Le tematiche e i problemi più attuali, ricerca di un linguaggio più fedele al proprio essere donna erano al centro delle commedie appositamente scritte per lei o cercate in altri contesti culturali europei.
Fu così che la conoscemmo a Foggia nel 1979, quando noi giovani donne femministe la invitammo a recitare nel teatro Umberto Giordano in Due donne di provincia con Renata Zamengo. Ricordo che non fu facile ottenere l’autorizzazione per l’opposizione per evidenti motivi politici dell’ente locale, ma fummo determinate e caparbie, oltre che numerose e riuscimmo a spuntarla, a riempire tutto il teatro e a decretare il successo della commedia di Dacia Maraini.
Da allora partecipò al Collettivo anche la nostra amica e concittadina Pia Mancini che ne diventò la direttrice di scena, l’aiuto regista, la consulente nella scelta dei testi e nell’amministrazione e le è rimasta a fianco per tutta la vita.
E Pia fu il tramite per altre importanti occasioni che qui a Foggia videro Saviana Scalfi recitare in Mela con Elsa Merlini al teatro Giordano, La Regina dei Cartoni di Adele Cambria rappresentata alla sala Farina, al Piccolo Teatro, al Cine teatro Ariston. All’Ariston nel 1993 grande successo ebbero lei e Alessandra Casella in Casa Matriz della scrittrice argentina Diana Raznovich.
Una grande donna di teatro, dunque, sempre generosa con il pubblico che intratteneva dopo ogni spettacolo in dibattiti sui temi proposti nelle commedie. Ha partecipato con alcuni spettacoli a festival internazionali ottenendo sempre grandi risultati: con Due donne di provincia nel 1979 ha vinto il Premio de honor al Festival di Sitges in Spagna, dove vinse per la seconda volta il premio con Maria Stuarda di Dacia Maraini nel 1980 e vi ritornò con Mamma eroina di Maricla Boggio.
A Roma nel 1984 organizzò la prima rassegna internazionale di teatro fatto interamente da donne, dal titolo Palcoscenico, Pensieri Parole di Donna, a cui hanno aderito compagnie italiane e straniere, grandi attrici come Franca Rame, Paola Borboni, Valeria Moriconi, la stessa Saviana Scalfi, oltre che attrici provenienti dall’Inghilterra, dalla Francia, dagli USA e dalla Svizzera. Per un intero mese oltre agli spettacoli si svolsero anche incontri-dibattito con giornaliste e intellettuali come Anna Maria Mori, Germaine Greer, Lina Wertmüller, Ida Magli, Gianna Schelotto, Dacia Maraini, Simona Argentieri, Tina Lagostena Bassi.
Infaticabile, anche dopo la crisi che il teatro indipendente ha subito in Italia, ha ideato e realizzato “Recitare Libri”, presso librerie, numerosi Centri Anziani, Scuole Superiori, carceri. Presentò e recitò testi narrativi di alcune fra le più significative scrittrici italiane, tra cui Dacia Maraini, Lidia Ravera, Lia Levi, Maria Luisa Spaziani, Luce D’Eramo, Adele Cambria, Ippolita Avalli, Elena Gianini Belotti, Edith Bruck ecc.
A Foggia l’abbiamo applaudita l’ultima volta il 25 novembre del 2018 nel suo monologo Stupri impuniti… ma non per sempre tratto da La passione di Artemisia di Susan Vreeland e Lo stupro di Franca Rame in una serata presso Parcocittà organizzata dalle associazioni di donne della città: La Merlettaia, Donne in rete, Impegno donna, Andos, Correre donna, Matilde editrice, Telefono Donna e Il filo di Arianna.
Faccio mio il commento dopo la triste notizia che Alessandra Casella ha rilasciato su twitter: «Il Covid si è portato via una grande guerriera, Saviana Scalfi. Attrice, regista, impresaria: per lei la voce femminile a teatro poteva gridare o sussurrare, ma comunque farsi sentire, sempre il teatro le deve moltissimo. Le donne perdono una paladina, io una grande amica». Ciao Saviana.
(www.libreriadelledonne.it, 22 novembre 2020)
Milano, 22 novembre 2020
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Le libraie
La grande filosofia discute sul presente
In occasione della Giornata mondiale della Filosofia, la Fondazione De Sanctis in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura, il sabato 21 novembre 2020 ha presentato la maratona online Pensare il presente. L’evento, curato da Giacomo Marramao, può essere visto interamente sul sito dedicato pensareilpresente.org.
Una delle ospiti è stata Luisa Muraro, qui il suo intervento, online alle 14 del 21 novembre 2020.
di Giuliana Sgrena
Il vento tra i capelli non è una suggestione, è la percezione fisica della libertà. Avvertita da molte donne costrette a coprirsi i capelli e il corpo. Lo è sicuramente per Masih Alinejad promotrice della campagna Stealthy Freedom (Libertà clandestina), lanciata nel 2014 su Facebook per pubblicare le immagini delle iraniane che osano fotografarsi senza velo, una trasgressione che molte hanno pagato con il carcere.
Masih allora si trovava già a New York, aveva lasciato l’Iran nel 2009, ma il velo è sempre rimasta la sua ossessione, non solo e tanto per quel pezzo di stoffa ma perché simbolo dell’oppressione delle donne. «Era da quando avevo sette anni che dovevo mettere l’hijab», scrive Masih Alinejad nel suo libro autobiografico Il vento tra i capelli, la mia lotta per la libertà nel moderno Iran pubblicato da Nessun dogma (pp.440, euro 22). E già da bambina si ribella alle imposizioni della Repubblica islamica, un atteggiamento che si immagina più consono a chi cresce in una famiglia borghese di Teheran mentre lei è nata in un villaggio del Mazandaran, una provincia dell’Iran settentrionale, da una famiglia di contadini molto religiosa e sostenitrice, soprattutto il padre, degli ayatollah al potere.
«Prima copriti i capelli, è un appunto che conoscono tutte le donne iraniane. È un modo per mortificare le donne… per chi come me ha tanti capelli è sempre problematico coprirli», racconta Masih. Le sue origini l’hanno abituata a parlare a voce alta, un altro ostacolo in un mondo oscurantista che considera la voce delle donne una vergogna. Masih fin da giovanissima cerca il riscatto nella cultura partecipando all’organizzazione di un club clandestino di lettura, ma le letture scelte fin da subito erano politiche – dai libri si passò ai volantini – e avrebbero segnato il suo futuro, anche portandola in carcere e a conoscere la violenza bruta della repressione. Anche il matrimonio con un aspirante poeta, che aveva accettato per sottrarsi alle costrizioni familiari, non porterà alla realizzazione di quella libertà tanto agognata. Rimasta incinta prima del matrimonio – un altro sfregio alla morale islamica – non è rimasta a lungo a lavare pannolini: fotografa prima e giornalista parlamentare poi ha sempre sfidato gli ayatollah.
Il divorzio chiesto dal marito oltre a rappresentare uno stigma la metteva di fronte alle discriminazioni del diritto di famiglia. «In tribunale mi scontrai con la triste realtà dell’essere donna nella Repubblica islamica, dove le leggi sono promulgate da misogini che si rifanno a direttive e precetti del settimo secolo», scrive. Quelle leggi che avrebbero affidato la custodia del figlio di quattro anni al marito. Del divorzio è sempre accusata la moglie anche se a chiederlo è il coniuge. «In seguito scoprii che una donna divorziata è ancora più desiderabile agli occhi di certi uomini» che cercano favori sessuali al di fuori del matrimonio. La soluzione: risposarsi.
Masih non ci sta. La fuga all’Iran non taglierà i legami con le donne che lottano per la libertà, diventerà la loro voce sulla scena internazionale.
(il manifesto, 20 novembre 2020)
di Simonetta Patanè
Resoconto del convegno
Il 27 settembre scorso si è svolto – online – il convegno annuale delle Città Vicine dal titolo «Le Città Vicine nell’era dell’emergenza climatica… e pandemica» già rimandato una volta dato che il 1° marzo, giorno in cui avrebbe dovuto tenersi in presenza, eravamo all’inizio della pandemia. Purtroppo, la recrudescenza dei contagi ci ha costretto all’ennesimo incontro “virtuale” e abbiamo dovuto rinunciare, ancora una volta, alla calda accoglienza della Casa Mag di Verona e a tutti quei momenti di convivialità che, accanto allo scambio di idee ed esperienze, nutrono le nostre relazioni e che quest’anno avrebbero dovuto trasformarsi in una vera a e propria festa per i vent’anni delle Città Vicine. Il convegno, dunque, si colloca tra la prima e la seconda ondata di Covid 19, un tempo di sospensione – come stanno a indicare i puntini aggiunti al titolo originario – in cui ci siamo trovate/i e ci troviamo fronteggiare un’emergenza ancora più dirompente di quella climatica ma ad essa strettamente connessa. Di ciò che è successo in questo tempo sospeso ne rende conto ampiamente il numero speciale di AP – Le Città Vicine alla luce di questo presente – che ha raccolto le riflessioni sulle trasformazioni che stavano avvenendo dentro di sé e nella città durante il tempo della quarantena, così come gli auspici, i desideri, le nuove prospettive. L’edizione speciale ha fatto da base per l’intera discussione il cui filo rosso si è snodato intorno al tema del cambiamento: quello che non dipende da noi eppure ci trasforma, quello che dipende dai nostri desideri, dal nostro impegno e dalla forza che riusciremo a mettere in campo.
Delle trasformazioni indipendenti dalla nostra volontà, introdotte prima dal lockdown e poi dalla convivenza con il virus, sono state messe in rilievo soprattutto quelle che riguardano il piano intimo delle relazioni: se per alcune l’isolamento è stato vera e propria solitudine, non essendo stata colmata la lontananza fisica delle amiche con gli strumenti tecnologici insufficienti nel restituire l’intimità (Rosanna Macrillò) o insopportabili da usare (Maria Concetta Sala), per altre invece è stata l’occasione per fare una selezione delle proprie amicizie e renderle più profonde (Luciana Tavernini). Anche la relazione con la città sembra aver subito un’intensificazione: tanto nei racconti contenuti nel numero speciale di AP quanto dagli interventi nel dibattito, emerge con forza il «legame d’amore» che ciascuna/o intrattiene con la sua città, un legame «quasi spirituale» (Bianca Bottero). La spiritualità ancor di più sembra caratterizzare il rapporto con la natura: quella “selvatica” che viene osservata dalla finestra riprendersi il suo spazio sul cemento e tra gli alberi sporchi di città, quella della campagna e dei boschi in cui molte si sono rifugiate per la quarantena e per «trovare parole di risveglio cercate, non a caso, nell’opera di María Zambrano “Chiari del bosco”» (Stefania Tarantino). La riscoperta della misura umana del paese, della possibilità di una vita spartana in cui si può vivere con poco, di una comunità femminile in rapporto con la terra (R. Macrillò), della generosità degli orti «che non ci hanno fatto mancare niente» (S. Tarantino), fino al silenzio delle passeggiate tra gli alberi (Adriana Sbrogiò) sono tutte esperienze che parlano di raccoglimento e introspezione, di un tempo lento di riflessione sulle proprie trasformazioni interiori. Tutti argomenti di cui in genere «non si riesce a parlare, perché non trovano spazio nei webinar, negli appelli, nei documenti» (Antonietta Lelario) e che, viceversa, ricevono un’«accoglienza materna» nelle Città Vicine perché da sempre «hanno impostato la difesa della città non solo dal punto di vita dei servizi e degli aspetti funzionali ma su un’interpretazione vasta e su valori vasti» (B. Bottero). L’idea di una «città materna» costituisce, senz’altro, un «salto simbolico ed esistenziale» rispetto alla concezione funzionalista (A. Lelario). Per le donne più avanti con gli anni, definite nel dibattito pubblico più a rischio o più “sacrificabili”, che si sono sentite chiamate in causa, l’introspezione si declina come un moto di stizza di fronte alla scelta di favorire i giovani nelle cure «dopo una vita passata a pagare le tasse!» (R. Macrillò), o come pungolo a «prepararsi alla morte» e a fare un bilancio della propria vita per scoprirne la bellezza e la ricchezza e sentire il bisogno di un riconoscimento verso quelle relazioni, politiche e affettive, che l’hanno resa possibile (A. Sbrogiò). Tra i cambiamenti che stanno modificando le nostre abitudini è stato affrontato anche quello inerente l’uso massiccio della tecnologia che è stata riconosciuta, è indubbiamente utile per continuare a mantenere vivi gli scambi fra noi e, addirittura, ci ha permesso di avere relazioni con persone lontanissime nello spazio che probabilmente non avremmo mai incontrato altrimenti, ma, proprio per questo, anche pericolosa perché rischia di fomentare un certo «attivismo fordista» (partecipare a quel webinar, seminario ecc. tutto il giorno) (Marina Santini) e di farci vivere un’esperienza straniante – e il pensiero va immediatamente alle bimbe e bimbi, alle ragazze e ragazzi costretti alla didattica a distanza. Le tecnologie «ci stanno rapinando di qualcosa di intimo, stanno sottraendo linfa vitale alle relazione umane in tutti gli ambiti» (Maria Concetta Sala), ci stanno cambiando e non sappiamo ancora come, non siamo in grado di coglierne le sfumature ed è necessario osservarle con attenzione e approfondirne l’analisi, ad esempio leggendo il testo di Shoshana Zuboff, Il Capitalismo della sorveglianza (Clara Jourdan).
Oltre ai cambiamenti che avvengono in noi e nelle nostre abitudini, si è molto dibattuto su quello che sta accadendo intorno a noi e su come interpretarlo: si tratta di modificazioni reali e profonde o di atteggiamenti opportunistici e strumentali? Uno degli indicatori più eclatanti in questo senso è il linguaggio usato nel dibattito pubblico, anche istituzionale, nel quale sono entrati termini quali cura, relazione, mutualismo e persino “solidarietà” fino a qualche anno fa quasi impronunciabile (Franca Fortunato): quando tali parole-chiave del linguaggio femminista sono pronunciate dal primo ministro Conte o dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen questo è indice di una reale e sostanziale presa di coscienza (F. Fortunato) o è soltanto un uso strumentale, un «sequestro delle nostre parole» (Maria Castiglioni)? Oppure è un insieme di queste due posizioni? «Forse non c’è strumentalità ma l’idea che si debba andare in quell’orizzonte, anche se non è chiara la prospettiva» (Loredana Aldegheri). Viene sottolineato, però, che il linguaggio femminista delle più giovani segnala una costante cancellazione della madre, un vero e proprio «attacco al lavoro fatto dalle donne» (Anna Potito) nel tentativo di «cancellazione della differenza» in favore di un’idea di libertà tutta dentro ad una «cultura della mercificazione» (Daniela Dioguardi). Non si può tralasciare, inoltre, la recrudescenza del linguaggio della violenza e dell’odio, dell’individualismo esasperato che segnala un reale processo di «sfilacciamento delle relazioni» (R. Macrillò). Più in generale, se all’inizio della pandemia, durante il lockdown, abbiamo avuto una forte percezione di una generalizzata presa di coscienza rispetto all’insostenibilità del nostro modello sociale ed economico basato «su un’idea perversa di libertà e autonomia» (S. Tarantino), pian piano la fiducia in un reale cambiamento sembra venuta meno: ben presto si è constatato che «tutti i giochi di potere sono ancora lì» (A. Potito) e se pure è sembrato che ci fosse una «circolarità tra l’esperienza vissuta e il dibattito pubblico e sui social media che avevano fra loro una certa risonanza», ora sembrano essersi nuovamente allontanati essendo il dibattito pubblico tutto orientato alla «ri-organizzazione della normalità» (Chiara Zamboni). Una normalità che peraltro «è stata un imbroglio» in quanto basata sulla «disconnessione maschile che porta a tenere tutto separato anche nell’emergenza» (S. Tarantino). Che si tratti poi di “emergenza” è una questione in sé dato che il termine «ha a che vedere con circostanze imprevedibili: ma siamo certe/i che le attuali emergenze – climatica, pandemica e migratoria – siano il risultato di accidenti che sarebbe stato impossibile presagire?» (M. C. Sala). Il punto è che i cambiamenti in atto non sono altro che l’esplosione di contraddizioni già presenti e già note. Era già chiaro, ad esempio, che lo smantellamento progressivo del sistema sanitario nazionale basato sulla «logica della malattia come risorsa su cui speculare e fare affari», una concezione della sanità centrata sull’ospedalizzazione a scapito di un’assistenza domiciliare «accurata e affettuosa» (A. Di Salvo) e di una «medicina di territorio intesa non solo come cura a domicilio ma anche come cultura sanitaria che implica una vera e propria educazione alla salute» (Maria Vittoria La Grotta) non potevano che farci trovare impreparati e inadeguati a fronteggiare un evento traumatico come la pandemia; ma, indubbiamente, oggi è diventato lampante che «il denaro non compra la salute» e «la produzione di beni e servizi essenziali non possono essere delocalizzati ma devono essere garantiti a livello locale» (L. Aldegheri). Malgrado, inoltre, lo choc procuratoci dal vedere le nostre città «deserte e surreali» durante la quarantena, eravamo consapevoli da tempo che le «città museo» ad uso esclusivo dei turisti non hanno realmente valorizzato l’arte (Laura Minguzzi), che ha la funzione non solo di creazione e diffusione della bellezza ma anche di interpretazione del presente e di espressione della speranza (Katia Ricci). Sapevamo bene che le politiche abitative e urbanistiche dissennate fossero «effimere, incapaci di sostenere la vita», quando, invece, «la città dovrebbe essere il luogo della salute e della protezione della vita» (A. Di Salvo). Semmai, oggi, la pandemia aggiunge l’ulteriore consapevolezza che «occorre un profondo ripensamento della relazione corpo/spazio: i luoghi della città non possono essere destinati a un solo uso, ma vanno messi in connessione tra loro per una maggiore circolarità dei corpi che devono poter tornare a respirare» (Nadia Nappo); si pensi, a questo proposito, allo stravolgimento dell’ambiente domestico che ha modificato la sua fisionomia per fare spazio alla didattica a distanza e al lavoro, mettendo in una continuità assoluta la dimensione pubblica e quella privata (M. Santini).
Insomma, «il presente è incardinato su contraddizioni vecchie» (L. Aldegheri) sulle quali le donne hanno già prodotto molto sapere. In particolare, nei loro venti anni di vita le Città Vicine «hanno fatto un lavoro enorme ed eroico per intelligenza e forza» (B. Bottero) e non a caso nell’edizione speciale di AP «c’è già tutto: abbiamo posto come potrebbe essere la nostra visione del mondo» (Mirella Clausi), incentrata sugli «immaginari di futuro desiderato» (M. Castiglioni). Un sapere femminile che viene da lontano, come molte hanno riscontrato rileggendo, durante il lockdown, le pagine della Kollontaj, della Luxemburg (L. Minguzzi) o dei classici del femminismo anni ’70 «che avevano già detto tutto» (Donatella Franchi). Ma è anche un sapere circolante, viste «le molte donne (filosofe, scienziate, politiche, amministratrici ecc.) impegnate nella vita pubblica che hanno fatto di questi temi il centro della loro attenzione» fino al punto che «ecologia e femminismo nella percezione diffusa formano un continuum» (A. Di Salvo). Dunque, è da qui che occorre ripartire, dalla «fiducia nel lavoro già fatto, e nella passione declinata da tutte noi nei rapporti individuali e spirituali mantenuti nonostante l’isolamento» (Maria Letizia Montalbano). «La ricchezza è l’esserci, in un rapporto costitutivo non solo con le persone vicine. Su questo, che è l’essenziale, possiamo portare il conflitto» (C. Zamboni). Esserci sì, ma in movimento perché «nell’esserci non ci accontentiamo mai, abbiamo un desiderio di andare oltre» (A. Lelario); esserci, inoltre, radicandosi al suolo e, contemporaneamente, mondializzarsi, come suggerisce Bruno Latour: «per tener insieme le immagini opposte di suolo e di mondo» (M. C. Sala). Il che significa che sebbene sembri che sia già stato detto tutto oggi vi è un contesto nuovo: «quaranta anni fa non c’era il Forum Sociale Mondiale di Barcellona» (B. Bottero), «tutto quell’insieme di realtà auto-organizzate e autogestite che hanno costruito un movimento internazionale che cerca di erodere la globalizzazione neoliberista» (L. Aldegheri). Allora, bisogna che lo sguardo si ampli e tenga conto che le medesime contraddizioni si declinano in modi molto diversi a seconda di chi si è e di dove si vive nel mondo a cominciare dalla distinzione, a cui siamo poco abituate, tra ambienti urbani e ambienti rurali.
Dunque, ci sono dei nodi della trasformazione verso i quali siamo attrezzate. Proprio perché donne, siamo abituate al cambiamento perché «il nostro stesso corpo è investito da trasformazioni indipendenti dalla nostra volontà ma che accettiamo e questo ci permette di rispondervi creativamente. Siamo attraversate/i dal cambiamento e dobbiamo impegnarci a credere di poterlo orientare» (L. Tavernini). Il problema vero, allora, è quello di «raffinare la strategia dell’esserci» (L. Aldegheri), perché se pure è chiaro che «la civiltà delle relazioni e la città della cura sono i due pilastri intorno ai quali gira tutto il discorso» (M. Castiglioni), è pur vero che «ne parlano tutti e il punto è fare in modo che la nostra parola e la nostra competenza venga fuori con forza» (Giusi Milazzo). Sicuramente è importante «continuare a organizzare incontri, dare informazione su questi temi e fare pressione sulle istituzioni» (Luciana Talozzi) ma è anche vero che non basta: «più che fare un ulteriore passo, occorre fare uno scatto in avanti» (L. Aldegheri). In questo senso, ci si è chiesto: «sono più efficaci le pratiche di democrazia diretta e progettazione partecipata o le pratiche antagoniste degli anni ’70? Quali incidono di più sul cambiamento?» (M. Castiglioni). Probabilmente queste pratiche sono entrambe necessarie: cercare l’interlocuzione con le istituzioni, avendo fiducia nelle donne di governo e nelle amministratrici (Mirella Clausi), molte delle quali attuano «politiche che rispecchiano importanti avanzamenti nella direzione della sostenibilità ambientale e sociale» (B. Bottero) e che hanno dimostrato, nella gestione della pandemia, di avere uno «sguardo lungo e lungimirante» scegliendo «di fronte al rischio vita/morte o rischio economico la vita» (M. Santini); aprire conflitti laddove vi è una sordità e un’impraticabilità della relazione. Ma il conflitto deve nutrirsi di una forza che può derivare solo dal fare rete fra noi, aumentare i nostri incontri: esigenza che è stata sentita da tutte/i.
(www.libreriadelledonne.it, 19 novembre 2020)
di Stefania Giannotti
La scintilla era già scoccata col n. 48 di “Via Dogana”.
Lontanovicino. Il Dio delle donne era il titolo della rivista della Libreria delle donne nel febbraio 2000.
Apriva un discorso che in me e penso in molte altre, per lontananza o all’opposto per vicinanza a Dio, creò un’aspettativa. Era un Dio diverso dal solito, eppure rispondeva a uno stesso bisogno, quello che si leggeva tra le righe: non un contenuto ma una dimensione, «dimensione sommersa dell’esperienza femminile» diceva l’editoriale. Ebbi la sensazione che il femminismo fosse pronto. O comunque io.
L’aspettativa non fu tradita. Fui una delle prime a sapere quello che bolliva in pentola: nel 2000 Luisa Muraro mi chiese di fare da prima lettrice di un libro che aveva quello stesso titolo, Il Dio delle donne, e che uscirà in prima edizione nel 2003 con Mondadori.
Meraviglia e smarrimento (e qui ci vorrebbe una di quelle faccine emoticon che si usano nei social per indicare emozioni e sentimenti). Io? non di formazione religiosa, non filosofa…? Mi domandavo il perché e non ne trovavo la ragione. Lo capii molto più tardi, quando a me, titubante perché forse non avevo capito un passo o forse non dicevo bene le mie osservazioni, lei un giorno rispose: «Di’ quello che vuoi, poi ci penso io, mi serve». Luisa voleva col Dio delle donne, e penso con tutta la sua produzione filosofica, parlare al mondo, alle donne, alle femministe, a tutti, fuori da ogni specialismo e dall’accademia.
Incominciai la lettura a piccole dosi. Alcuni ricordi sono indelebili ancora oggi, dopo diciassette anni. Quel testo mostrava ad ogni capitolo la possibilità di riappropriarsi della parola Dio, non per rimetterlo al posto della fede o dell’“io credo”, dove era stato collocato prepotentemente come Dio Padre Onnipotente dalla storia degli uomini, ma per cogliere la possibilità di un “oltre”, vedere e spingersi verso un “altro mondo”, imprevisto ma possibile. E lì intravidi e cominciai a conoscere quell’altro mondo e quell’altro pensiero che è delle mistiche. Per me significava rinsaldare la politica con qualche cosa che la eccedeva, e che, penso come tutte, avevo incontrato senza conoscerla nei momenti di grande felicità o di dolore. Assoluto? Amore? Dio?
Quelle brecce, che ogni capitolo apriva nella corazza della politica degli ultimi decenni del ’900, dal ’68 alla lotta al patriarcato, disegnavano una strada da percorrere, che mi indicava di stare al presente, al fattuale, coi piedi per terra, ma senza accontentarmi. Andare oltre, che non significa oltrepassare un limite ma mirare in alto. Non è che una tensione, una corda tirata. Ma ridisegnare la storia delle donne e tendere alla libertà femminile non è questo? Forse senza mai concludere, come resta inconclusa la sua stessa tensione. E inconcluso il pensare Dio liberamente.
Un libro che indica una strada è un libro politico ed è importante per chi lo legge. E questo lo è. Accompagna la vita.
Pubblicato da Mondadori nel 2003, fu ristampato da Il margine nel 2012 con la prefazione di Grazia Villa. Ed eccolo di nuovo oggi nella edizione dell’editore Marietti 1820. Accompagna una vita intera.
(www.libreriadelledonne.it, 19 novembre 2020)
di Luigi Ippolito
È una svolta che assomiglia a un cambio di governo. Il «Rasputin» di Boris Johnson, ossia Dominic Cummings, il super consigliere di Downing Street che era di fatto il vero primo ministro, di cui Boris è stato spesso solo il docile burattino, ha annunciato ieri le sue dimissioni «con effetto immediato».
Cummings era stato l’architetto della vittoria al referendum sulla Brexit del 2016 e del trionfo elettorale dei conservatori nel dicembre dell’anno scorso: un genio, per alcuni, uno «psicopatico di carriera», a detta dell’ex premier David Cameron. Col suo stile abrasivo e pugilistico si era fatto troppi nemici, anche fra i deputati conservatori: ma per farlo fuori ci è voluto l’intervento di Carrie Symonds, la giovane fidanzata di Boris.
Quello che è andato in scena è stato una specie di «golpe delle donne» a Downing Street. Mercoledì si è consumata una «notte dei lunghi coltelli» dalle implicazioni cruciali per la politica britannica: quando Carrie, assieme alle sue alleate, ha messo nell’angolo la vecchia guardia dei consiglieri del premier.
Ma andiamo per ordine. Fino a mercoledì pomeriggio sembrava che il direttore della comunicazione di Downing Street, Lee Cain, stesse per essere promosso a capo dello staff del primo ministro. Cain è l’uomo di Dominic Cummings e la sua nomina avrebbe cementato la presa sul potere della fazione degli ultra-Brexiter, quelli che avevano guidato la vittoriosa campagna nel referendum del 2016.
Ma all’ultimo momento Carrie si è messa di traverso. La ruggine con Cain e Cummings covava da tempo, accusati di seguire una linea disastrosa di pubbliche relazioni durante la pandemia: e così la fidanzata del premier ha posto il veto sulla nomina. Carrie ha fatto squadra con altre due donne: Allegra Stratton, la 39enne giornalista televisiva appena nominata portavoce di Boris, e Munira Mirza, la 42enne brillantissima capa della cellula politica di Downing Street, una musulmana di origine pachistana con trascorsi trotzkisti in gioventù.
Di fronte a questo muro, non c’è stato nulla da fare: umiliato, Cain mercoledì ha preferito dimettersi. E ieri Cummings è stato costretto a seguirlo. Una svolta clamorosa, che consegna Boris all’influenza determinante del «triumvirato femminile». Carrie ha saputo fare sponda col gruppo parlamentare del partito conservatore, insofferente nei confronti della gestione Cummings: il super consigliere ha sempre ignorato i deputati, disprezzandoli, e loro lo hanno ricambiato con la stessa moneta. La fidanzata del premier si è fatta forte di questa rivolta interna e l’ha usata come un ariete per smantellare gli equilibri interni a Downing Street.
Ora sono la «first girlfriend» e la sua squadra che hanno conquistato l’attenzione di Boris, a scapito della combriccola di Cummings: e con un premier che appare sempre più in balia degli eventi, debole e svuotato di energie, non faranno fatica a imprimere una svolta nella condotta del governo.
Carrie, a soli 32 anni, è ormai la più influente compagna di un premier che la storia ricordi: e c’è già chi prevede, sotto la sua egida, una sterzata in senso ambientalista e un approccio meno dogmatico verso l’Unione Europea. Insomma, un ritorno a quel Johnson «liberal» che si era fatto apprezzare come sindaco di Londra. In queste ore, ha di fatto preso avvio a Londra il «Boris 2».
(Corriere della Sera, 14 novembre 2020)
di Giovanni De Mauro
È stato un periodo impegnativo per “una donna”: è stata nominata alla guida della banca centrale giapponese, di Facebook in Africa, di una squadra di pompieri in Francia, dell’università Ca’ Foscari di Venezia, è stata eletta perfino alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Una pagina satirica di Wikipedia segnala le volte in cui, sui mezzi d’informazione di tutto il mondo, nel titolo di una notizia si parla genericamente di “una donna” senza farne il nome. «Dopo anni di silenzio, le conquiste delle donne sono rese invisibili dall’espressione “una donna”. Non riusciamo a sapere chi ha fatto cosa, e non siamo quindi in grado di dare a ciascuna il giusto riconoscimento», spiega l’attivista Sherine Deraz. Quando ci si fa caso la prima volta, si comincia a notare “una donna” dappertutto. “Una donna” ha tante nazionalità, molte professioni e infinite competenze. Ma non sono solo belle notizie quelle che la riguardano: in Italia, “una donna” muore ogni due giorni, uccisa dal marito o dal compagno.
«Nessuno scriverebbe “un uomo eletto presidente di”, sarebbe ridicolo», spiega Marlène Coulomb-Gully, dell’università di Tolosa. «Questo perché le donne sono trattate come se avessero una qualità specifica, mentre gli uomini sono visti come se avessero una qualità universale». “Una donna” finisce nei titoli spesso involontariamente, per pigrizia o sciatteria di chi i titoli li scrive (ed è capitato anche a Internazionale). Ma a volte serve a sottolineare la novità. «Così facendo, però, si rischia di rafforzare l’eccezionalità dell’evento in un mondo nominato dagli uomini, e al tempo stesso di rendere la persona invisibile», fa notare Benjamin Dodman di France24. «Evidenziare il ruolo delle pioniere può avere un’utilità educativa, purché sia accompagnato da un esame della natura sistematica delle discriminazioni di genere che spieghi perché l’attesa di una donna è stata così lunga», aggiunge Coulomb-Gully.
(Internazionale n. 1384, 13 novembre 2020)
di Silvia Motta
«La cura delle donne». È il titolo di un articolo uscito ieri [12 novembre 2020, NdR] su Il foglio che mi ha incuriosito per cui ho comprato un quotidiano che non mi è abituale.
Facendo riferimento alla ricerca condotta da Sharon Bell, una famosa analista di Goldman Sachs, racconta come oggi le donne non solo sono ai vertici di importanti istituzioni e governi in tutto il mondo (per citarne solo alcune Merkel, Jacinda Ardern, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde fino ad arrivare a Kamala Harris), ma in maniera ancora più sorprendente sono alla guida delle aziende “più performanti”, cioè che vanno meglio e che realizzano più utili. A cosa si deve questo successo? si domanda l’articolista. Ecco, è sulla risposta che incomincio a dissentire. Per l’autore del Foglio la ragione del successo sta nel fatto che le donne che guidano queste aziende sono capaci di premiare il merito. Ci sarà anche questo aspetto, ma io penso che la ragione di fondo sia un’altra. Per le donne “la cura”, cioè il “prendersi cura” è una forma mentis relazionale, una capacità che deriva da una “sapienza” accumulata nei secoli, seppure nella sottomissione. E questa sapienza nasce dalla consapevolezza che nasciamo, cresciamo, viviamo “in relazione”. Le aziende sono fatte di persone. È l’attenzione alle persone che fa bene alle aziende.
(Facebook, 13 novembre 2020)