di Nadia Maria Filippini


Avvento. Il parto verginale di Maria. Tra esaltazione della maternità e rimozione. Per secoli il dibattito si è snodato intorno al modo in cui la ragazza di Nazareth ha «dato alla luce» Gesù. L’ostilità verso la materialità del corpo ha pesato sul vissuto femminile fino alla presa di parola del movimento delle donne


Durante il periodo dell’Avvento, in vari luoghi dell’Occidente cristiano, tra Medioevo ed età moderna, si celebrava una festa particolare, successivamente scomparsa dal calendario liturgico: quella dell’attesa del parto di Maria, Expectatio partus Beatae Mariae Virginis. Il X Concilio di Toledo nel 656 l’aveva fissata nel giorno 18 dicembre, a pochi giorni dal Natale. Una vasta produzione artistica di statue e dipinti fissava questo momento dell’attesa, rappresentando Maria nella pienezza della sua gravidanza, spesso con in mano un libro (simbolo delle Sacre Scritture), o con la mano posata sul ventre, in una postura comune a tutte le donne incinte.

Ma in che modo la Madonna aveva messo al mondo Gesù? In che modo egli era uscito alla luce? Queste domande erano state al centro di un intenso dibattito teologico che si era snodato per secoli, ed avevano una rilevanza tutt’altro che secondaria, in quanto incrociavano frontalmente la questione della natura di Cristo: solo uomo (come sostenevano gli ariani) o solo Dio (come sostenevano i Nestoriani)? Il Concilio di Efeso (431) aveva infine proclamato la sua duplice natura umana e divina, definendo di conseguenza Maria Theotókos e Deipara (madre di Dio); il che rendeva ancor più complessa la questione del parto e della nascita: un inghippo esegetico intorno al quale continuarono ad arrovellarsi molti teologi, non senza dispute e conflitti.

In quanto vero UOMO egli avrebbe dovuto seguire le leggi della natura e venire al mondo attraverso le vie naturali, come sosteneva, ad esempio, Tertulliano. A far da ostacolo a questa ipotesi stavano però poderosi contenuti di natura sia culturale che religiosa. Innanzitutto il peso della religione ebraica che coniugava la punizione divina per il peccato originale proprio al parto, caricando l’evento di un’aurea che sanzionava con Eva tutte le sue discendenti. Vero è che la Vergine non era stata contaminata dal «seme immondo» della concupiscenza e in quanto Immacolata Concezione, cioè priva di peccato originale fin dal suo concepimento, era esonerata dalle sofferenze del travaglio; ma nei primi secoli della Chiesa, questa era solo un’ipotesi teologica controversa tra diverse correnti degli «immacolisti» e «macolisti»; non ancora una verità di fede, che verrà proclamata come dogma solo nel 1854.

A creare problema era soprattutto una rappresentazione del parto carica di valenze negative che il Cristianesimo ereditava dal mondo antico. Il nascere nel sangue era visto dalla cultura classica e da quella ebraica come causa di impurità; al sangue impuro dei lochi era attribuito pure un potere malefico e corrosivo, analogo a quello mestruale, secondo un parere condiviso per secoli pure dalla medicina.

Agli dei e agli eroi del mito classico erano attribuite infatti altre vie per la nascita, extra-ordinarie: ora dal fianco, come Asclepio o Dioniso, ora dalla testa, come Atena. Perfino il grande Giulio Cesare, secondo una falsa tradizione medioevale, era nato da taglio cesareo (da cui il nome). Questo sguardo disgustato sulla materialità della nascita si intrecciava, nei primi secoli del Cristianesimo, con il tema degli effetti della caduta del genere umano, di cui proprio le modalità del parto e della nascita (intra foeces et urinam) diventavano quasi simbolo, non solo nell’elaborazione degli gnostici o dei manichei, ma anche di molti teologi medioevali come Gregorio Magno e Lotario di Segni (papa Innocenzo III).

Come avrebbe potuto il figlio di Dio nascere nel sangue senza risultarne in qualche modo contaminato? Ed inoltre il suo stesso passaggio dalle vie naturali non comportava di per sé un’apertio vulvae, interrompendo la verginità di Maria, come appunto Tertulliano e altri sostenevano, ipotizzando una verginità della Madonna nel momento del concepimento, ma non durante o dopo il parto?

Sul parto della Madonna i Vangeli erano piuttosto vaghi: dicevano soltanto che mentre si trovava a Betlemme aveva «dato alla luce il suo figlio», avvolgendolo in fasce e ponendolo in una mangiatoria, perché non c’era posto per loro nell’albergo (Luca, 2,1). Solo due vangeli apocrifi, quello dello pseudo-Matteo e di Giacomo, rifacendosi al profeta Isaia, parlano esplicitamente del parto verginale di Maria, introducendo nel racconto la figura di una levatrice, Zelomi, chiamata da Giuseppe, che, arrivata troppo tardi quando il bambino era già nato, aveva avuto modo di verificare con la sua visita la verginità della Madonna, attestando l’evento miracoloso: Gesù «non aveva sofferto alcuna contaminazione di sangue»; la partoriente nessun dolore; essa, che aveva concepito vergine, aveva partorito vergine ed era rimasta tale.

Fu proprio questa versione dei vangeli apocrifi ad essere ripresa dalla Chiesa. Si ricorse a un’idea della verginità nel parto speculare a quella della fecondazione, che confermava l’evento della nascita di Cristo dal corpo della madre, ma modificava al contempo miracolosamente le leggi fisiologiche che normalmente lo regolano. Egli infatti «non era stato concepito dal piacere carnale, né era uscito alla luce attraverso i dolori» (come scriveva Gregorio di Nissa): era venuto al mondo lasciando intatto il sigillum; aveva attraversato il corpo della madre come un raggio di sole attraversa il vetro, con un’efficace immagine costantemente ripresa. In questo modo la nascita risultava assimilata con una specularità emblematica alla ri-nascita, all’uscita dal sepolcro che lasciava intatti i sigilli, come spiegava sant’Agostino nell’Enchiridion. Ne risultava rimarcata e arricchita di nuovi attributi anche la contrapposizione tra le due donne: Eva (origine e causa della morte) e Maria (origine e madre della vita).

Questa interpretazione divenne progressivamente maggioritaria a partire dal V secolo, sostenuta da autorevoli teologi come Efrem Siro, il «poeta della Madonna», Zeno di Verona, Ambrogio, fino ad esser sancita da vari concili: quello di Calcedonia (451), di Costantinopoli II (553) e quello Lateranense (649). Maria venne dichiarata Áeipárthenos («sempre vergine») e questo appellativo fu inserito nella professione di fede del Concilio Lateranense IV (1215), ripreso poi anche da Paolo IV (1555) nella costituzione Cum quorundam, dove si riaffermava appunto che Maria era vergine «prima, durante e per sempre dopo il parto».

Ci si può chiedere a questo punto quali conseguenze abbia avuto questa costruzione teologica sul piano del vissuto femminile, nella percezione del corpo, della gravidanza e del parto, per donne cristiane abituate a guardare alla figura della Madonna come modello assoluto.

Non c’è dubbio che abbia introdotto elementi di profonda contraddizione nel vissuto della maternità, scindendone gli aspetti e attribuendovi significati e contenuti simbolici opposti. Se da un lato infatti, con il mistero dell’incarnazione, la nascita acquistava un rilievo speciale a livello simbolico; se la maternità risultava valorizzata sul piano spirituale e della relazione madre-figlio, con una rottura rispetto al mondo antico di cui è impossibile non cogliere la rilevanza; d’altro canto però il parto rimaneva confinato nel novero delle espressioni corporee indicibili e indegne della madre di Dio.

Questa svalorizzazione della maternità corporea era destinata ad accentuarsi ancor di più dopo il Concilio di Trento, quando le severe disposizioni controriformistiche in materia di raffigurazione delle immagini sacre portarono alla progressiva scomparsa di tutte quelle rappresentazioni artistiche che mettevano in mostra i segni della maternità corporea di Maria: le Madonne del parto andarono via via sparendo; nella rappresentazione della Natività la postura della Madonna puerpera fu abbandonata, a vantaggio di quella genuflessa, in adorazione del bambino (come più spesso si vede nei presepi) ed anche le mammelle di tante Madonne del latte rientrarono pudicamente nelle vesti.

Questa cancellazione dei tratti corporei dal modello ideale di Madre e i contenuti teologici sottesi erano destinati a pesare non poco nell’autorappresentazione e nell’identità femminile, connotando l’esperienza materna di aspetti ambivalenti. Il tabù del parto, l’impurità della puerpera, che escludeva la madre perfino dal battesimo del figlio, non furono scalfiti dalla «rivoluzione cristiana», pesando, fino ad un passato molto prossimo, come un’ombra nera sul suo corpo fecondo.

In questo modo la forza, il coraggio e la capacità delle donne di mettere al mondo restavano avvolti in un alone di vergogna e impurità che solo in tempi recenti ha cominciato a esser rivisto, grazie al movimento delle donne.


(il manifesto, 23 dicembre 2020)

di Silvia Mari


Si legge di raptus invece di parlare di mamme non ascoltate o non credute quando provano a difendere i figli da padri biologici e assassini


Gli ultimi due innocenti uccisi per mano del padre avevano 15 anni lei e 13 lui. È accaduto in provincia di Padova e hanno provato a fuggire. Lui, l’assassino, Alessandro Pontin, 49 anni, si è ucciso dopo la mattanza. Li ha infilzati alla gola, non gli ha dato scampo. Ha ucciso con crudeltà efferata, come tanti altri padri prima di lui.

La mamma dei ragazzi, dalla quale l’uomo era separato, aveva più volte chiesto aiuto segnalando che il padre dei suoi figli non stava bene. «Più volte mia figlia – ha dichiarato il nonno materno – era stata a parlare con i Carabinieri di quell’individuo che faceva cose strane». Nessuno l’ha ascoltata a quanto pare. Da poco, poi, era stata archiviata la pratica per un assegno di alimenti più decoroso per quei due ragazzi.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a due figli dati in pasto al padre biologico assassino. E queste sono le carneficine che discendono dritte dritte dall’implacabile legge 54/2006 sulla bigenitorialità. Legge che non conosce deroga nemmeno quando gli uomini sono questi, nemmeno quando una mamma chiede aiuto e segnala anomalie, nemmeno quando questi uomini hanno procedimenti penali in corso per abusi e violenza, nemmeno quando i figli ne hanno paura. E ancora una volta si legge di ‘raptus’ invece di parlare delle mamme non ascoltate, non credute, tacciate di essere alienanti e manipolatrici quando provano a difendere i loro figli da quelli che sono padri biologici e assassini. Ecco gli ultimi della lista: Mario Bressi che a mani nude ha strozzato i gemellini Elena e Diego, e poi Claudio Poma che ha ucciso il figlio Andrea mentre dormiva e Alberto Accastello che ha tolto la vita alla moglie e ai due piccoli figli gemelli.

E ancora si deve leggere di raptus e tragedie, di depressioni e separazioni, quando invece si tratta di omicidi e assassini, spesso premeditati ed elaborati da menti violente che non accettano la separazione, la libertà di scelta della propria partner e che utilizzano i figli come strumenti di ritorsione. […]


(dire.it, 21 dicembre 2020)

di Elena Ribet


Paola Cavallari, presidente dellOsservatorio interreligioso contro le violenze sulle donne, racconta due anni di attività, a partire dal recente incontro con Anne Soupa e Antonietta Potente


Lo scorso 12 dicembre si è tenuto lappuntamento con la teologa francese Anne Soupa, che si era candidata alla guida come Vescova della sede vacante della Diocesi di Lione. Com’è andata?

È stato un incontro preziosissimo, eccedente direi; anche perché il binomio Anne Soupa e Antonietta Potente – teologa e religiosa domenicana, anche lei autorevole ospite della mattinata – si è rivelato una vera fioritura di anime profetiche e il dialogo a tratti vulcanico. Le domande di Paola Lazzarini molto puntuali, la conduzione di Ludovica Eugenio sapiente. I riscontri che abbiamo avuto sono stati entusiastici, per lo più.

Quali sono gli argomenti e le posizioni emerse dallincontro?

La candidatura di Anne Soupa è un evento che ha provocato crepe, malumori, opposizioni (viscerali è stato detto)… ma è fiorita una altrettanto giubilante meraviglia, speranza di vento (Ruah) nuovo, scompigliante ordini ammuffiti. A favore della teologa francese è emerso un ampio sostegno. In vaste aree di opinione pubblica, religiosa e laica, ella è riuscita a trasmettere l’immagine di una presenza femminile autorevole. Si è liberato il messaggio: “la mia dignità non può sopportare altri maltrattamenti”; “C’est fini”! Non aspettiamo più, non accettiamo più di essere oggetto del discorso del clero” – “Crediamo in noi, sta a noi dire, nella gioia, chi siamo”. Il gesto di Soupa non è stato dunque né un gesto di assimilazione al paradigma ecclesiastico, o di fede disincarnata, né atto allineato con l’assetto gerarchico clericale della chiesa, né individualistico. È stato piuttosto mosso da un desiderio profondo di libertà femminile, e allo stesso tempo un segnale mistico-politico forte di risveglio per tutte noi. Toutes apôtres, è il nome del gruppo francese che si è creato espandendo la forza d’urto. Energie sopite sono state suscitate, è sbocciato un rinnovato desiderio di re/in/surrezione (prendendo a prestito un neologismo coniato dalle donne del Comité de la jupe, di cui Anne è presidente). Tra le conseguenze del suo gesto – dice Anne – c’è quella dell’espandersi di un’onda di un popolo che si faceva domande (“perché no?”) e metteva in atto una presa di coscienza.

Il pastorato/ministero femminile, il sacerdozio universale, la vocazione e il servizio di donne e uomini nelle chiese, sono argomenti che trovano differenti punti di vista e di interpretazione. Secondo lei cosa possiamo imparare da queste diversità?

La questione dei ministeri femminili è stato ovviamente un tema centrale, sia nei discorsi di Anne Soupa sia in quelli di Antonietta Potente. Non va inquadrata come “femminile” (Accesso alle donne) e basta; una sorta di “quote rosa” elargite dal vertice. È piuttosto un argomento che coinvolge la chiesa tutta, donne e uomini, insieme a tutti gli orientamenti sessuali. Non a caso la parola clericalismo, un male che affligge la chiesa cattolica, è uscita spessissimo durante l’appuntamento, sia dalla bocca di Anne, che di Potente, che nelle domande della platea. Non si tratta quindi di “ammettere” le donne cattoliche – a cui il ministero ordinato è interdetto – ma di convertirlo in ministero disordinato, come ha provocatoriamente affermato Potente, ministero cioè che è dentro la vita e non avulso da lei. Anche su questo punto le due relatrici sono state assolutamente concordi. E su ciò Soupa ha chiosato che, alle origini del cristianesimo, l’episcopato non era funzione associata al sacerdozio, ma esercizio dei laici (e delle laiche, talvolta).

In quanto donne, che tipo di azioni è possibile intraprendere?

Soupa e Potente sono state concordi nel proclamare con assertività che, per le donne, non si tratta ormai più di chiedere, ma di osare e prendersi ciò che ci spetta, autorizzandoci, perché siamo chiesa. È stata più volte evocata la figura della emorroissa, la donna, disperata e coraggiosa, che si fa largo tra la folla e osa toccare, nonostante la sua condizione di “impurità”, i bordi della veste di Gesù. Superbo esempio – presente nei vangeli – di personaggio femminile che, seguendo la voce vivificante dello Spirito in lei, va e agisce, nonostante tutto e tutti.

Nellincontro si è parlato anche di chiesa cattolica e di papa Francesco. Che quadro ne emerge?

Sulla chiesa cattolica, entrambe le due teologhe hanno espresso un parere sulla figura di papa Francesco, un papa certamente in felice continuità con il Concilio Vaticano II, nonché in felice discontinuità con i suoi predecessori. Ma riguardo alle donne si apre una dolorosa ferita. Il papa seduce, ma ignora le donne e le offende (anche nel suo ultimo libro), dice Soupa; le fa eco Potente: “Questo papato sembra molto aperto, ma in realtà sta distraendo dai gesti escludenti che opera”.

Quali suggerimenti sono scaturiti?

Un altro elemento emerso è la necessità di compiere gesti forti, atti simbolici, che abbiano la capacità di accendere i riflettori e che contengano un raggio d’azione non ristretto al proprio paese/nazione, ma sconfinino in una dimensione internazionale. Occorre agire in rete, sostenendoci, appoggiando il desiderio di un’altra che osa e si espone per scardinare il monopolio androcentrico, anche se il suo desiderio non è il mio medesimo. Con questo spirito assolutamente estraneo al clericalismo, le candidature in Italia potrebbero essere avanzate da un gruppo – proposta auspicata da Soupa e ripresa con chiarezza da Potente – e sostenute da una rete con convinzione.

La storia. Religioni (monoteiste) e patriarcato. Binomio necessario?

Premetto che sono una persona che crede nel divino e nelle sapienze sacre. Sono innamorata della figura di Gesù di Nazaret, vero maestro. A proposito della religione in cui sono stata battezzata (cattolicesimo), aderisco però con tutta me stessa a Simone Weil che scrive: «È come se col tempo si fosse finito per considerare non più Gesù, ma la Chiesa come Dio incarnato quaggiù» (Lettera a un Religioso). E sulla scorta di Meister Eckhart ripeterei: «prego Dio che mi liberi da Dio». Entro ora nella sua domanda. Dal punto di vista teologico, DIO (questa parola come sapete non andrebbe detta/scritta senza esitazioni, per varie ragioni, anche femministe, ma ora non possiamo addentrarci) nelle religioni monoteiste non è maschio, ma una “realtà” senza sesso. La ricezione delle Rivelazioni, però, avviene in un contesto segnato dal patriarcato che ha agito colonizzando, per così dire, Dio, quindi rappresentando-“lo” a “propria immagine e somiglianza”. La mia risposta deve tener conto delle vicende storiche in cui le religioni si collocano. Come tutto ciò che si è dato nel mondo, esse sono storicamente determinate. Poiché il dominio maschile è in atto almeno dal neolitico, le istituzioni e culture religiose hanno subito questo influsso e ne hanno assunto l’impianto: hanno commesso peccato di idolatria, credo si possa dire, e credo che a noi donne spetti rivolgere ad esse un jaccuse alto e chiaro e una richiesta di conversione vera, non insincera come è stato fatto nel caso del cattolicesimo. Inoltre le culture religiose hanno quasi sempre legittimato la costruzione simbolica androcentrica contrabbandandola come disegno divino e con questa prospettiva hanno insegnato e trasmesso tradizioni (che poi hanno reso fortilizi).

Linvasione dei Kurgan tra il 4500 e il 2500 a.C. rappresenta, secondo moderne teorie antropologiche, linizio dello scardinamento del femminile nel sacro. Le terre fertili dellantica Europa subiscono una devastazione materiale e culturale. Penso ad esempio a Marija Gimbutas e Riane Eisler. Cosa ne pensa?

Le studiose femministe Kate Millett (in Sexual politics) e Adrienne Rich (in Nato di donna), trattano il tema dello scippo simbolico e spirituale subito dalle donne nella antichità. Raccontano come Eschilo si avvalse dell’ultimo dramma della trilogia di Oreste (Eumenidi) per presentare il dramma che si consuma tra l’autorità paterna e l’ordine politico-sociale precedente, fondato sulla autorità materna. Lavorando sul materiale di un mito assai precedente, il drammaturgo narra il processo in cui gli dei si schierano per decretare l’inscrizione dell’ordine patriarcale. Clitemnestra aveva vendicato l’uccisione della figlia Ifigenia commessa dal padre, Oreste aveva ucciso la madre per vendicare a sua volta il padre. Al processo Apollo, nella sua arringa, giustifica Oreste “non essendo egli colpevole perché non dello stesso sangue della madre”, mentre dal dio viene proclamata e da Atena (figlia di Zeus) sancita la legge divina (di natura) che inscrive il padre – e non la madre – soggetto di “titolarità della discendenza”. La verità incontrovertibile del primo legame biologico inscritto nel legame madre-figlio viene sconfessata e negata da Apollo, che si fa portavoce del ribaltamento più titanico della storia. Un testo esemplare dell’avvento arrogante della egemonia del patriarcato. Ma che nasconde ahimè le motivazioni in esso inscritte: la insopprimibile invidia e riluttanza maschile per la potenza generativa delle donne.

Quindi, tornando ai monoteismi, c’è speranza?

Le culture religiose monoteistiche si sono innestate in una pianta patriarcale e l’hanno riperpetuata. Ma nei testi sacri (che molte di noi valutano redatti per lo più da uomini) noi troviamo fessure luminose e scintille che racchiudono tesori di senso, da far fecondare in un’ottica di armonia per tutte le creature, senza egemonia alcuna.

LOsservatorio OIVD a marzo compie due anni. Un periodo denso per le donne e per lumanità (crisi economica, ecologica, sociale, pandemia…). Qual è stato il momento più difficile del vostro percorso?

I momenti difficili sono stati legati a incomprensioni con alcune socie che tempo fa ci hanno lasciato in modo non sereno; il dialogo interreligioso quasi quotidiano così come lo pratichiamo noi non è privo di inciampi. È stata una ferita che ha lasciato i segni. Come si può immaginare non ne posso riferire i motivi o le dinamiche, perché darei una versione di parte, non potendo qui registrarsi il loro punto di vista. Anche le pratiche tra donne talvolta hanno slabbrature e lacerazioni. I nodi vanno assunti, perché solo così si cresce, senza rimozioni, visioni edulcorate, cedimento al trionfalismo; le esperienze faticose devono servire a rimodellarsi guadagnando in consapevolezza.

Quali sono, oggi, le caratteristiche dellOIVD e i suoi ambiti di intervento?

Mi sono resa conto, in questi due anni, che la nostra associazione ha un profilo politico, o di mistica politica, molto ambizioso, di cui non mi ero resa conto quando l’ho promossa. Ho scritto nella mia relazione alla assemblea ordinaria che non conosco (ma sarà un mio limite) altre associazioni che hanno questo duplice obiettivo: l’interreligiosità vissuta sul campo, e non solo in convegni sporadici – e questo è un elemento decisivo -; e il pensiero/pratica femminista. Non è facile lavorare su questo doppio binario, come ho detto, ma è la nostra vocazione, a cui non possiamo sfuggire: creare un ponte tra sapienze sacre e femminismi, e agire con queste eredità / genealogie per la libertà femminile (senza di cui non si dà quella maschile) e per rapporti tra i sessi “redenti”. Il processo del nostro lavorare vorrebbe essere altrettanto importante degli obiettivi: metodo assai complesso anche questo, su cui talvolta – credo – deragliamo. Come vede la parresia mi accompagna.

Siamo una pratica vivente femminista di dialogo interreligioso: una debole e al tempo stesso luminosissima scintilla di Bene.

Quale è stata la maggiore soddisfazione in seno allOsservatorio interreligioso contro le violenze sulle donne?

Le soddisfazioni che abbiamo attraversato sono moltissime, difficile scegliere. Dal momento del nostro incontro del 14 marzo ’19 in cui realizzammo una sorta di celebrazione delle firme al Protocollo di intesa, il testo che sanciva la nostra alleanza (ed era venuta apposta da Parigi Anne Soupa a tenerci a battesimo) e si sollevò una grande curiosità dei media intorno a noi; le nostre giornate “Osservazioni sul tempo presente”, in cui con molta tempestività organizzammo tre giornate di Webinar sulle esperienze durante il lockdown viste da un’ottica specifica nostra, parlando di temi quali la prostituzione e l’etica della cura (tra poco uscirà il video); la soddisfazione di aver “preso parola pubblica” a proposito di eventi importanti con comunicati stampa (tra cui quello “siamo tutte Anne Soupa”, oppure quello dello scandalo dei cimiteri dei feti); l’appuntamento di cui abbiamo parlato sopra… Ma sono le persone, donne e uomini, i volti che ho incontrato e le voci con cui ho progettato… sono le relazioni, insomma, il dono più grande; relazioni fiorite, cresciute, rinvigorite nelle pratiche politiche… ecco la soddisfazione più grande!!!

L’intervistata precisa che le posizioni espresse nel testo sono sue personali e non necessariamente riflettono quelle dell’OIVD.


(www.nev.it, 21 dicembre 2020)

di Laura Minguzzi


Teresa Lucente, Il Luogo Accanto. Identità e Differenza, una storia di relazioni (Effigi 2020, €14.00)

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Imprendere la propria vita, questo è l’incipit del racconto di Adriana Sbrogiò che dà avvio a questa lunga narrazione storico-politica. Il titolo di un testo del 1988 in cui Adriana racconta la scelta di fare della propria vita un’impresa. Una parola dalle origini antiche. Già Margherita Porete usava questa parola, entreprendre, nello Specchio delle anime semplici. Impresa femminile in quanto può essere considerato il manifesto programmatico di una nascente associazione, Identità e differenza, che vede la luce nello stesso anno. Due donne, Adriana e Marisa Trevisan, uniscono i loro desideri e ne fanno, miracolo della pratica, una relazione politica. Nasce una Comunità di donne e uomini che ha una storia di lunga durata. E questo libro ce la fa conoscere, in profondità, con le stesse parole dei e delle protagoniste che l’hanno pazientemente e con tenacia e passione tessuta. Trent’anni di impegno per dare valore alle parole scambiate. La curatrice, Teresa Lucente, lo è nel senso letterale della parola, ha fatto un lavoro immenso seguendo passo passo le riflessioni e l’emergere di pensieri e parole nuove nei gruppi che si riunivano nei laboratori preparatori, che sarebbero confluite nei Convegni annuali, dove venivano proposte alla riflessione e alla discussione a tutti, tutte le partecipanti. Una speciale cura delle parole tanto cara ai membri dell’associazione, che si realizza attraverso la trascrizione fedele delle registrazioni degli interventi, attraverso il lasciare spazio alle parole maturate durante gli incontri, interni e pubblici, anche se non comunicati in presenza. Sono scandagliate con una precisione amorosa da entomologhe le relazioni di affidamento sperimentate nelle istituzioni che scompaginavano leggi, costumi, consuetudini. Penso all’esperienza di Graziella Borsatti che ha amministrato la città di Ostiglia per quattordici anni, cui la curatrice è debitrice del titolo. Non intestarsi le cose fatte ma avere cura delle relazioni e del come si fanno, dice Graziella, per disfare le logiche di potere e far luce sull’autorità. Una pratica relazionale per nominare la tendenza radicata a prendere possesso delle cose da fare e per tentare di trasformare la Giunta comunale in Comunità Governante «con il gusto della politica, che è ricerca incessante delle mediazioni e cura delle relazioni». Un orizzonte politico verso cui Identità e Differenza si indirizza immediatamente lavorando negli anni per svolgere il ruolo di Comunità Comunicante e Accogliente anche per donne e uomini impegnati nel governo delle città. Graziella B. dice: «E sempre mi veniva in mente questo luogo, questo Luogo accanto di Spinea […] perché mi permetteva di fare pensiero». I temi proposti per i Convegni annuali sono legati a relazioni ed esperienze reali, vissute, che ponevano interrogativi. Scorrendo le pagine degli Atti dell’Incontro-Scambio fra due Giunte del 1998, voluto da alcune dell’associazione, di cui fanno parte anche uomini, incontriamo sindaci, sindache, assessore e assessori, semplici cittadine, cittadini che si mettono a nudo, si interrogano sul proprio modo di operare. Per aprire l’incontro fu scelto Marco Cazzaniga, che confessa che quest’idea è nata dalle donne, agli uomini non sarebbe mai venuta in mente di intraprendere un’iniziativa come questa.

Scrive Gianni Ferronato che la paura più grande è quella della solitudine, una volta che scegli di fare una politica altra. Desiderio di amore e di politica: da qui nasce Identità e Differenza. Amore senza gelosie per allargare l’ambito del possibile. L’amore che fa anima. La cornice è quella della relazione, dello scambio nella differenza di essere donne e uomini. È ciò che rende creativa la politica: «C’è una forma dellamore femminile per la realtà che fa amare la differenza dice Annarosa ButtarelliUna forma che richiede ascolto e che necessita di parole ma anche di silenzio, di sosta e di ristoro […]».

Rendere creativa la politica è il tema del Convegno del 2003, undicesima Esperienza Formativa-Residenziale che ha luogo nella casa delle Suore Maestre di Santa Dorotea. Gelindo Tonon nell’invito al Convegno scrive «si tratta di andare oltre, di scostarsi da sé, spostare lo sguardo, lasciare che avvenga».

Il libro rende conto delle molteplici attività dell’associazione. Nel Convegno del 2004 ad Asolo Donne e uomini in Relazione di Differenza si interrogano su Pratiche creative di mediazione politica accade un imprevisto.

Lia Cigarini chiede agli uomini: «Sulla questione della relazione di differenza che gesto politico intendono fare gli uomini?» Chiede un’assunzione di responsabilità da parte degli uomini che riconoscono l’autorità femminile. «Cosa intendono fare gli uomini per significare agli occhi dei loro simili che c’è stato uno spostamento?». Il tema è la violenza sessista e Lia sostiene che gli uomini sono chiamati a fare un lavoro politico sul simbolico, come hanno fatto le donne, perché non basta prendere le distanze da quelle che lei chiama le figure sintomatiche, quali possono essere gli uomini violenti. Secondo Marco la via d’uscita è una relazione fra due libertà che sono asimmetriche. E per Lia è questa la difficoltà. Per lui la relazione è spesso una limitazione della libertà. Con Adriana e con l’incontro del pensiero della differenza si è aperto un mondo inaspettato. La libertà è nella relazione e non dalla relazione. Strade che si aprono. Lia C.: «penso che gli uomini devono compiere un gesto imprevisto che metta la differenza maschile, quindi la relazione di differenza sulla scena pubblica». Siamo all’ultimo Convegno nel 2019 ma i luoghi accanto continuano. Sono i luoghi dove le donne pensano e intessono relazioni con uomini che sanno stare in presenza di donne libere.


(www.libreriadelledonne.it, 21 dicembre 2020)

di Adriano Prosperi


«Come christiana benché peccatrice», Lucrezia Borgia si rivolse per lettera a papa Leone X il 22 giugno 1519 per chiedergli la benedizione dell’anima sua. Era stata l’ultima gravidanza a lasciarla in gravi condizioni e lei sentiva che ormai «era forza concedere alla natura». Con questo messaggio si chiude anche il gran volume delle lettere di Lucrezia che si deve all’investimento intellettuale e umano di una studiosa di grande qualità, da più di vent’anni attiva nel laboratorio di Lucrezia: Lucrezia Borgia Lettere 1494-1519, a cura di Diane Ghirardo, con la collaborazione di Enrico Angiolini, Direzione generale Archivi, Tre Lune Edizioni, pp. XLI-755, e 38,00). Da ricordare il suo lavoro su Lucrezia Borgia imprenditrice e l’accurata edizione critica dell’inventario degli enormi tesori che Lucrezia portò seco come dote quando fece il suo ingresso trionfale a Ferrara. Adesso è la volta delle 727 lettere che di Lucrezia ci sono rimaste. Sono state raccolte da più sedi e ora, decrittate quelle in cifra e tutte fittamente arredate di note filologiche ed erudite, si offrono alla lettura di chi vuole conoscere meglio una delle donne più celebri del passato. Occuparsene non è cosa da chi vuol passeggiare piacevolmente nei giardini della storia: vuol dire misurarsi con la realtà e l’immagine di una donna che fu oggetto di dicerie infamanti dei suoi contemporanei, coinvolta nella leggenda nera del papato di Alessandro Borgia e delle imprese del figlio Cesare. È quello che ha voluto fare Diane Ghirardo. La sua ampia introduzione rilegge la biografia della protagonista offrendone un ritratto che sostituisce alla incestuosa esperta di veleni una figura di madre e moglie virtuosa, cristianamente devota, ma anche donna di grandi capacità politiche e amministrative. E va detto che l’aiuta in questo la sorte che ha selezionato dell’epistolario di Lucrezia praticamente solo la parte ferrarese. È come se attraverso queste lettere sfumassero in prospettiva la Roma dei Borgia e i toni crudi della vita in quell’appartamento affrescato con divinità egizie e il taurino totem di famiglia che scandalizzò Edgar Wind. Lasciamoci dunque alle spalle le voci di cronisti del tempo romano e il secco giudizio di Francesco Guicciardini e cogliamo l’occasione per conoscere la Lucrezia ferrarese attraverso questa documentazione epistolare e lo sguardo rasserenante che Diane Ghirardo ha gettato sulla sua vita. Un’altra fonte per così dire a difesa – quella delle lettere del confessore – l’aveva pubblicata tempo fa Gabriella Zarri mettendo in risalto la quotidianità devota della duchessa. La domanda però resta aperta: qual è la vera Lucrezia? E qual è stato il Rinascimento delle donne che Joan Kelly nella sua provocatoria domanda rivolse anni fa agli storici? Perché non c’è dubbio che Lucrezia è stata la figura femminile più celebre di un certo Rinascimento, quello caro alle fantasie romantiche dell’Ottocento. Sul mare del vissuto femminile del tempo è il suo nome che spicca fra le poche abituali protagoniste, celebri per bellezza o per intelletto, sante o prostitute, nelle corti o nei conventi. Nel Rinascimento italiano il dominante potere di una casta sacerdotale e fratesca votata in teoria al celibato favorì la prostituzione e beatificò la santità. Ora, del sovrano di quella casta sacerdotale Lucrezia fu figlia e strumento nelle mutevoli alleanze politiche che passarono più volte attraverso la cessione del suo corpo di donna. Così, alla domanda rivolta agli storici se ci sia stato un Rinascimento per le donne, la risposta potrebbe essere: sì, perché c’è una donna il cui nome si lega da un lato al Rinascimento dei veleni e degli incesti romani e dall’altro alla molto diversa corte padana di Ferrara. La prima fase alimentò voci infamanti di cronisti e storici dell’epoca e trovò un’eco nei teatri e nella letteratura dell’Ottocento, quando lord Byron si innamorò della celebre ciocca dei suoi biondissimi capelli. Poi fu la storiografia a rimandarsi pigramente lo stereotipo dell’avvelenatrice dai molti mariti, oggetto di amori incestuosi, figlia di un papa simoniaco e sorella del Valentino – un fratello possessivo, geloso al punto da farle assassinare il marito Alfonso d’Aragona dal suo scherano Miguel de Corella, il fosco personaggio che doveva incantare Machiavelli. Anche quando nel 1939 fu la carriera letteraria di Maria Bellonci a esordire col romanzo della vita di Lucrezia, fondato più su voci altrui che su fonti dirette, ci si trovò immersi nell’ambiguità di un’epoca lontana e affascinante per una sua morale fuori misura. Ma già allora la distinzione tra la Roma borgiana e la corte ferrarese rese possibili riconoscimenti alla serietà e all’intelligenza della duchessa estense. Gli storici cattolici del dopoguerra, come Giovanni Soranzo e Gian Battista Picotti, ebbero troppo da fare col personaggio di papa Borgia per occuparsi di lei. Così la ricerca della verità documentaria su Lucrezia è rimasta a lungo silente per svegliarsi solo quando sono state le storiche a dedicarsi allo studio delle fonti disponibili. E oggi la sua figura riappare, filtrata dalle lettere e dalla netta presa di posizione di Diane Ghirardo, come quella di una donna esemplare, madre e moglie affettuosa, cristiana devota, duchessa di gran polso, conversatrice amabile coi suoi corrispondenti: una vera santarellina, ha scritto un perplesso Giulio Busi, conoscitore come nessun altro di quel mondo. Va detto tuttavia che Lucrezia può contare tra i testimoni a suo favore nientemeno che su Ludovico Ariosto che ne elogiò ripetutamente «la beltà, la virtù, la fama onesta». Quel passato romano l’accompagnò in terra emiliana dove era giunta a cavallo col grandioso dispiegamento di seicento illustri accompagnatori e di una dote strepitosa di arredi e gioielli recata a dorso da più di ottanta muli. Fu da subito mediatrice autorevole col padre pontefice sia per il duca sia per il cognato cardinale, Ippolito d’Este. Anche quando la stella dei Borgia era giunta al tramonto non esitò a chiedere aiuto al nuovo papa per la liberazione del fratello Cesare prigioniero in Spagna. Tuttavia, chi cercasse in questo epistolario tracce di ricordi e testimonianze della vita precedente si troverebbe deluso. Certo, non era questo che una duchessa poteva affidare allo scritto. La tradizione delle lettere di famiglie signorili nelle corti italiane risaliva molto addietro nel tempo e la loro ricchezza nei nostri archivi ha sempre stupito e attirato gli storici. Ma non si trattava di un genere epistolare come luogo di confidenze intime in un rapporto privato. Quelle lettere nascevano dalla necessità di curare le relazioni tra famiglie dominanti dei piccoli stati italiani, per garantirsi alleanze o almeno per intercettare per tempo nascenti ostilità, come richiedeva la natura di poteri fragili, nati da avventure personali e sempre minacciati dal mutare della fortuna. Le lettere di Lucrezia appartengono a questa tradizione politica recandovi in più, di femminile, il carico dei doveri di ogni donna. Bisognava farsi accogliere nella famiglia del marito: da qui le letterine di obbedienza e rispetto al suocero Ercole e gli omaggi e i ringraziamenti alla cognata Isabella, la coltissima e molto supponente marchesa di Mantova. Il flusso più continuo e numeroso è offerto dalla corrispondenza col marito, spesso assente per guerre, mentre la moglie esercitava poteri ducali verso i sudditi e le municipalità delle città soggette. In questa veste Lucrezia mostra di saper usare lo stile di comando appreso a Roma: benevolo, suadente e autorevole ma all’occasione fermo e ultimativo. Del privato suo mondo di affetti e di pensieri appare ben poco, al di là di quelli seri e intensi riservati a marito e figli. In altri casi la lettera si limitava a rinviare il destinatario a ciò che il latore gli avrebbe riferito a voce, come accadde nel rapporto epistolare con Pietro Bembo conservato all’Ambrosiana, residuo di una corrispondenza amorosa ricca di cautele e di silenzi. Cristiana e peccatrice, si sentiva: ma cos’era la sua religiosità? Poco più che convenzionali le frasi sulla misericordia divina per gli esseri umani e «per gli peccati di questa nostra etade» di una lettera al marchese di Mantova. Ma è il polso di una persona di potere concreta e realistica che si avverte quando, tenendo a bada le pulsioni mistiche di suocero e cognato, impose nel 1505 alla visionaria «santa viva» Lucia Brocadelli di rientrare nell’ordine di una regola monastica. Aveva anche lei bisogno di uno spazio appartato dove respirare: e la sua scelta cadde sul convento del Corpus Domini, sacro alla lieta religiosità di Caterina Vigri. Qui volle vivere accanto alla figlia Eleonora che vi sviluppò l’amore per la musica. E qui, vicina a morire dopo l’ottavo parto, scelse di venire sepolta. La sua figura restò affidata ai versi dei poeti e alle pitture degli artisti. Poter leggere oggi le sue lettere e rendere giustizia alla sua figura è un’occasione da non perdere. Il merito va riconosciuto alla dedizione appassionata e competente di Diane Ghirardo.


(Alias, il manifesto, 20 dicembre 2020)

di Claudia Durastanti


L’idea è semplice: prendere quello che esiste già e dargli visibilità. In qualsiasi contesto produttivo o culturale. Che siano festival letterari, aziende, testate giornalistiche o gruppi di ricerca. Non c’è niente da inventare, c’è da ascoltare. Senza spacciare inviti e assunzioni a donne, trans, disabili, queer, proletari e persone dalle disparate etnie per un fenomeno nuovo o esemplare di un paese che cambia: l’Italia è già cambiata. Questi soggetti politici stanno già scrivendo romanzi innovativi, stanno già scoprendo formule scientifiche destinate a risolvere qualche problema e immaginando un’altra economia. L’Italia li vive ancora come una scoperta e un mondo sommerso, per custodire un’idea un po’ segreta e stanca del potere: solo ribaltando prospettiva, in cui sono i sommersi a salvare i salvati, si riequilibrano anche i diritti.


(D la Repubblica, 19 dicembre 2020)

di Silvia Luperini


Finora venivano penalizzati i rapporti solo in caso di minacce violenza o costrizione


Con 96 voti a favore e nessun contrario è stata approvata ieri dal Folketing, il Parlamento unicamerale danese, la legge che penalizza il rapporto sessuale se non c’è stato un consenso esplicito delle persone coinvolte. «Ora sarà chiaro che se entrambe le parti non sono d’accordo, si tratta di stupro», ha dichiarato il ministro della Giustizia, Nick Haekkerup spiegando che il consenso si può esprimere a parole o «indirettamente». Finora, lo stupro, per essere considerato tale in Danimarca, doveva essere accompagnato da prove di violenza fisica, minacce, coercizione o dall’impossibilità per la vittima di opporre resistenza. La mancata resistenza è da sempre una questione controversa, ma – secondo gli esperti – la “paralisi involontaria” o il “raggelamento” sono una risposta fisica e psicologica molto comune di fronte a un’aggressione sessuale.

«A questo giorno storico non si è arrivati per caso, ma grazie ad anni di campagne delle vittime che, raccontando le loro storie dolorose, hanno contribuito a far sì che altre donne non dovessero vivere lo stesso incubo», ha sottolineato Anna Błuś ricercatrice di Amnesty International sui diritti delle donne.

La legge che verrà ratificata il primo gennaio, dopo la firma della regina, è stata una battaglia dell’organizzazione internazionale che dal 2008 denuncia il paradosso di un Paese che pur avendo una reputazione legata all’uguaglianza di genere ha uno dei più alti tassi di stupro in Europa, leggi antiquate e inadeguate.

Nel Paese che nel 2019 ha eletto la più giovane prima ministra della sua storia, la socialdemocratica Mette Frederiksen, […] prima del 2013 non veniva giudicato come stupro un rapporto in cui la vittima non poteva opporre resistenza perché incosciente. E finora, solo quattro denunce di stupri su dieci arrivavano davanti al giudice. […]

Dal 2021, la Danimarca sarà il dodicesimo Paese europeo a riconoscere che il sesso senza consenso è uno stupro. Una decisione che, per Anna Błuś, «la rende un esempio per altri Paesi in Europa che hanno a cuore l’accesso alla giustizia per le vittime di stupro e la vera parità di genere».

La “legge del consenso” si è rivelata decisiva in Svezia, che l’ha adottata nel 2018 portando a un aumento del 75% delle condanne per stupro. È andata così a raggiungere Belgio, Croazia, Cipro, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Svezia e Gran Bretagna. E in Italia? Malgrado l’impegno preso nel 2013 alla Convenzione di Istanbul, il nostro codice penale prevede che il reato di stupro sia «necessariamente collegato agli elementi della violenza o della minaccia o dell’inganno, o dell’abuso di autorità». Di consenso, per ora, non c’è traccia.


(la Repubblica, 19 dicembre 2020)

di Stefania Tarantino


A proposito di «Soggettività e potere. Ontologia della vulnerabilità in Simone Weil», un volume di Rita Fulco per Quodlibet


L’ultimo libro di Rita Fulco indaga da un punto di vista ontologico il rapporto tra soggettività e potere nel pensiero di Simone Weil. Il pre-originario, relativo all’analisi di ciò che, in forma universale e sostanziale, sta all’essere in quanto tale, alle sue dimensioni imprescindibili colte al di là delle determinazioni contingenti. Soggettività e potere. Ontologia della vulnerabilità in Simone Weil (Quodlibet, pp. 165, euro 20), il volume è diviso in tre capitoli e segue un itinerario di pensiero che parte dalla decostruzione weiliana della soggettività, attraverso il movimento del distacco e della decreazione, individuando l’umanità dell’umano al di là del soggetto, della metafisica del potere e nel sentimento di giustizia.

Nel confronto con l’analisi di Simone Weil, Rita Fulco indica, come un primo elemento che specifica il «proprio» dell’essere umano, l’esposizione senza difese alla necessità e alla forza. Venire al mondo coincide con questa esposizione che sarebbe errato considerare pertinente solo al momento della nascita. È qualcosa che attraversa e accompagna tutta l’esistenza umana e non solo. L’esposizione svela dimensioni essenziali per la riflessione di Simone Weil sulla soggettività. Il suo carattere aperto e proiettato verso un fuori di cui non siamo padroni e che non può mai essere inteso e vissuto come autocentrato. Non tutto dipende da noi. Siamo sempre esposti alla necessità e dunque soggetti al caso. 

La nostra «natura» è intrinsecamente vulnerabile e sottoposta a un limite. Non accettare questo dato essenziale della condizione umana, produce una distorsione nel modo in cui abitiamo e intendiamo la realtà, noi stessi/e e gli altri. È dalla percezione della vulnerabilità e dal contatto con il limite che si hanno giustizia e saggezza. Nell’approccio critico alla soggettività, Simone Weil vede le continue illusioni che l’io si fabbrica per fuggire tale consapevolezza attaccandosi al possesso delle cose nella brama di essere qualcosa. Una difesa naturale, una disposizione psichica, sostenuta e amplificata dalla dimensione sociale, che protegge da ciò che è imponderabile e che ci espropria da questo dato di fatto. Per sopportare il dominio incontrastato della forza nella physis è necessaria un’educazione spirituale che ci insegni a gestire tutte quelle situazioni in cui sperimentiamo sulla nostra pelle l’illusorietà del nostro potere comprendendo la nostra vulnerabilità. 

Nell’interpretazione che Simone Weil offre della civiltà greca, si fa riferimento alla profonda consapevolezza che questa civiltà aveva della miseria umana e, conseguentemente, del fatto che nessuno può sfuggire all’ineluttabilità del destino, parte integrante dell’ordine dell’universo. 
La meccanica spirituale è iscritta nella logica della creazione al pari di ogni meccanica fisica. Ma, a differenza delle leggi implacabili e ferree che regolano il corso degli eventi naturali, quelle che riguardano la soggettività umana sono soggette a infinite variabili e richiedono un «addestramento» costante. Simone Weil accorda così grande importanza alla formazione spirituale e culturale perché performa i processi di soggettivazione. Fulco sottolinea a più riprese l’importanza per Simone Weil di dare vita a una «psicagogia», a un processo di formazione costante dell’anima umana nella solitudine indispensabile al pensiero e all’azione, mettendo altresì in luce il carattere problematico e ambiguo che tale «formazione», pensata secondo un immaginario di classe, potrebbe avere nei processi di soggettivazione, dal momento che potrebbe tradursi in un’imposizione di determinate forme di vita. Resta che solo attraverso un «addestramento» costante dell’animale che è in noi, è possibile costruire l’architettura dell’anima, far nascere la facoltà di attenzione che genera il desiderio di giustizia. 

Conquistare una disciplina interiore ci consente di apprendere l’arte soggettiva del distacco e della decreazione. Assume qui un ruolo centrale l’abitudine che testimonia dell’antico legame tra corpo e spirito e della natura plasmatrice dell’anima attraverso cui si ha un trasferimento di sensibilità della coscienza in un oggetto diverso dal corpo proprio. Simone Weil lo chiama corpo artificiale per indicare quella meravigliosa capacità che il corpo ha di incorporare, come proprio corpo, tutti quegli strumenti che estendono la sua sfera d’azione. È la scena su cui si apre la riflessione sull’impersonale come via di corrispondenza (e non di conquista) dell’universo. Dalla concretezza di quest’attività plasmatrice dell’anima sul corpo si assume un modo d’essere, un habitus che appare come qualcosa di naturale, qualcosa che sembra andar da sé mentre è frutto di lavoro. 

L’estensione della percezione su strumenti che hanno la stessa immediatezza del proprio corpo è al centro di molte sue analisi poiché mette in luce la vera natura del lavoro. Gli esempi che ci offre sono molteplici: quello del bastone da cieco che diventa, al posto della mano, il luogo sensibile su cui il cieco può fare affidamento; quello del marinaio che diventa tutt’uno con la propria barca tanto da percepirne le posizioni e i movimenti come propri; quello del musicista che diventa il suo strumento. Ciò che qui accade è un trasferimento della sensibilità dal proprio corpo al corpo artificiale (strumento). Tutto ciò mostra come l’anima sia capace di dislocarsi fuori dal proprio corpo in cosa altra. L’estensione della propria percezione attraverso gli oggetti non corrisponde per Simone Weil a un’estensione di sé, del proprio io, al contrario, a una riduzione, a uno svuotamento di sé. Più che dominio c’è consegna alla struttura dell’ordine del mondo, alla modificazione necessaria che lo strumento richiede per confermarci alla realtà dei rapporti. L’abitudine ci offre l’apprendimento di un metodo attraverso il quale ci impossessiamo – dislocandoci da noi stessi – del mondo oggettivandoci in qualcosa di altro da noi. Tale trasferimento della sensibilità, possibilità di estensione e di prolungamento, è essenziale per aprire nuovi tracciati d’intensità che ci fanno riconoscere come nostro il volto di chiunque subisca i colpi della sventura. 

Solo sapendo che ciò che accade agli altri può accadere a noi, è possibile disegnare le basi di una teoria degli obblighi verso l’essere umano. E qui si apre il versante giuridico-politico dell’analisi, che apre una finestra anche sul lavoro operaio e sul ruolo dei partiti politici. Obbligo è responsabilità nei confronti degli altri. È corrispondenza. È dare una risposta di prossimità a chi si trova schiacciato dagli eventi, dalle calamità, dalle ingiustizie. Ecco perché il darsi dell’obbligo è considerato come simultaneo all’esserci dell’umano. L’invito weiliano che l’autrice coglie come compito da avviare in questo nostro presente è «pensare le nozioni fondamentali come se fossero delle realtà nuove». È un compito complesso e necessario che Rita Fulco estrae da questa lettura attenta di Simone Weil e che riconsegna noi lettori e lettrici «all’intima estraneità» delle vite e della vita. Fondamento dell’essenza conoscitiva nella dimensione materiale della vulnerabilità in cui ricaviamo il senso preciso dell’orribile conflitto che questo «nostro» mondo vive. 


(ilmanifesto.it, 17 dicembre 2020)  

di Luisa Muraro


Nella ricorrenza del 12 dicembre 1969, data della strage di piazza Fontana, riproponiamo lo scritto che Luisa Muraro ha dedicato ai fatti lo scorso anno, in occasione dei 50 anni dalla strage.

La Redazione del sito

di Silvia Motta


Intervento allincontro Donne e lavoro dell11/12/2020, in diretta dalla pagina fb della consigliera comunale di Milano Marzia Pontone


Quale occasione, vi chiederete, in tempo di pandemia mondiale e di crisi economica acutissima? In un momento in cui la pandemia colpisce duro verso tutti ma ancora di più verso le donne?

L’occasione che ci è offerta – se la cogliamo – è di incidere davvero verso quel cambiamento che è già in atto e che in un documento della Libreria delle donne di Milano è stato definito “un cambio di civiltà”.

In questa mia visione c’è dell’ottimismo che nasce da alcune considerazioni.

La prima è che lautorità femminile è presente oggi in tutto il mondo come non è mai stato prima. Angela Merkel, Ursula von der Leyen, Kamala Harris, Christine Lagarde, Jacinda Ardern solo per fare alcuni nomi, sono donne che occupano posizioni di grande rilievo e di potere e che influiscono su come orientare il futuro. E ancora, sempre parlando di presenza femminile autorevole, statistiche recenti dimostrano che le aziende guidate da donne sono quelle che vanno meglio, che realizzano maggiori profitti (hanno subito qualche flessione in questo periodo di pandemia, perché quelle dove le donne svolgono un ruolo di leadership sono per lo più aziende di servizi).

E anche per quanto riguarda l’occupazione femminile, val la pena precisare che anche in Italia, sempre presentata come la peggiore in Europa, in realtà c’è una situazione variegata rispetto alla quale le medie aritmetiche non danno il senso della realtà. Perché, se il Sud è in grande sofferenza non va scordato che nelle grandi città del nord a Bologna, a Reggio Emilia quasi il 70% delle donne lavora fuori casa e a Milano, prima della pandemia, il numero delle lavoratrici nell’età tra i 20 e i 64 anni era pari a quello dei lavoratori.

La seconda ragione che mi rende ottimista/speranzosa è che la pandemia, insieme alle disgrazie porta con sé anche un benefico effetto di svelamento rispetto a che cos’è il lavoro e il ruolo che vi giocano le donne.

Già nove anni fa in un ‘manifesto’ del Gruppo lavoro della Libreria delle donne dal titolo “Immagina che il lavoro” avevamo sottolineato come sia essenziale modificare la concezione stessa di “lavoro”, cioè cos’è lavoro, e affermare che “il lavoro è molto di più”, “lavoro è tutto quello necessario per vivere”.

Mi spiego meglio: la divisione sessuale del lavoro così come l’abbiamo ereditata dal patriarcato fa sì che quando si usa la parola lavoro normalmente si intenda quello produttivo, per il mercato, retribuito. Quando a qualcuno si chiede “che lavoro fai” la risposta che normalmente si dà è quella del lavoro che dà reddito e posizione nella società. Credo sia molto raro che a una domanda di questo genere qualche donna aggiunga anche: faccio il lavoro che richiede una famiglia, faccio crescere bambini, curo anziani o disabili, mi occupo delle pratiche burocratiche, cucino, pulisco e così via. Dovrebbe parlare una mezz’oretta.

Il fatto è che il lavoro non retribuito, chiamato ‘lavoro di cura’, che comprende tutta quell’area della vita che non è la produzione per il reddito, perde la sua valenza di ‘lavoro’. Diventa altro, è il non monetizzato o non monetizzabile, non ha valore sociale, ed è quello che fanno in prevalenza le donne…

Dobbiamo cambiare lidea del lavoro, la definizione stessa di lavoro. Lavoro non è solo quello per il mercato: lavoro è tutto quello necessario per vivere.

È proprio nel cambiare la concezione del lavoro che questo disgraziatissimo momento in fondo ci viene in aiuto. Perché il coronavirus e in particolare l’esperienza del lockdown ha illuminato l’intreccio che c’è tra i due mondi – quello della produzione e quello della riproduzione: ha reso visibile la iniqua ripartizione tra uomini e donne. E ancora, ha reso evidente il ruolo di ‘perno’ che le donne svolgono nelle tenere insieme questi due mondi.

Per certi aspetti è uno svelamento simile a quello operato dal MeToo: da anni si denunciava la violenza sulle donne, il movimento delle donne si batte dagli anni ’70 su questo argomento, ma il MeToo ha fatto fare un salto in tutto il mondo alla consapevolezza di che cos’è davvero la violenza maschile e di come sono i comportamenti maschili in un mondo profondamente misogino.

Allo stesso modo in questi mesi di pandemia ci si è potuti accorgere molto concretamente che nella produzione siamo massicciamente presenti, e in maggioranza proprio nei cosiddetti lavori indispensabili (ospedali, case di cura, scuole, asili, supermercati… servizi alla persona). Siamo i 2/3 del personale in questi settori. Nello stesso tempo si è visto che nelle famiglie è sulle donne che in questo periodo, più ancora che in passato, è ricaduto il peso della gestione di bambini, anziani, disabili, spesso anche mariti. Sono state e sono, anche in questa seconda ondata pandemica, il perno intorno cui girano il lavoro ‘fuori’/il lavoro dentro (per usare un’espressione semplificata).

Questa esperienza del lavoro, che ci appartiene e dove vita ed economia si intrecciano, non va vista come uno svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista, di una forza, di un sapere femminile che può essere un potente motore di cambiamento non solo del lavoro delle donne, ma del lavoro tout-court. Cioè il motore di cambiamento del modello di sviluppo della società in cui viviamo.

Infatti, proprio perché le due facce del lavoro, entrambe necessarie, sono diventate più evidenti, si presenta l’occasione di metterne in discussione davvero la storica divisione su base sessuale dando spazio al sapere che le donne hanno su entrambi gli aspetti.

Questa considerazione implica però che noi stesse si diventi più precise, più nette, più radicali, anche più coraggiose nel portare con forza nel pubblico e negli ambiti in cui operiamo il rapporto e i nessi che esistono tra queste facce del lavoro, dando spazio alla soggettività femminile.

Alla luce di quanto detto mi sembra importante sottolineare le conseguenze che ne derivano:

Le manager che fanno parte dell’associazione “Donne senza guscio” che in questo periodo si confrontano sulle piattaforme in incontri condotti da Luisa Pogliana (autrice del libro Le donne, il management, la differenza) ci mettono in guardia da questo pericolo.

E poi:

Un discorso di parità è sacrosanto quando il tema è la discriminazione, ad esempio sulla parità salariale, sull’accesso alle professioni, agli scatti di carriera, al credito. Ma è ben diverso dire in maniera generica, come ancora troppo spesso si sente, che vogliamo la parità con gli uomini. Siamo diverse, portiamo nel mondo e nel lavoro la nostra differenza, quel punto di vista speciale che ci viene dalla nostra esperienza che comprende la potenzialità generativa e tutto quel sapere e quelle sensibilità che intorno ad essa si sono consolidati.

La posta in gioco sul lavoro non è essere incluse nel lavoro così com’è, ma la sua modificazione. Le aziende che si sono accorte che le leadership femminili sono più efficaci e ottengono migliori risultati introducono ad esempio dei corsi di formazioni incentrati sulle abilità manageriale che si legano alla funzione materna (a partire da un libro che si intitola La maternità è un master di Zezza e Vitullo). Corsi aperti anche agli uomini, s’intende, che sono quelli che hanno più da imparare da questo.

Ho detto fin qui che il momento è buono per farci avanti e di diventare più incisive nel dare voce al punto di vista femminile. Ma va anche detto che il rischio è alto perché tanti avvenimenti quotidiani ci dicono che il primato dell’economia, della finanza, può prendere il sopravvento (task force, convegni di soli uomini ecc.).

Per essere incisive, per influire dobbiamo parlarci, valorizzarci e allearci tra donne nei luoghi dove operiamo. Dobbiamo anche coinvolgere gli uomini che dimostrano apertura. In fondo il lockdown li ha costretti dentro una situazione/uno scenario mai vissuto prima, con l’allontanamento dal lavoro sociale e la chiusura in casa. È stata un’occasione imprevista per misurarsi con l’altra parte del lavoro, ed è questo il momento per noi donne di operare perché, così com’è successo per il MeToo, avanzi anche tra di loro una presa di coscienza in grado di riaprire i giochi tra donne e uomini in tutti i campi.

In una riunione del gruppo lavoro una di noi ha detto: «Ci vorrebbe un MeToo del lavoro».


(facebook.it, 11 dicembre 2020)

di Giovanna Ferrara


«Vive, libere e senza debiti. Una lettura femminista del debito», di Luci Cavallero e Verónica Gago edito da Ombre Corte


Il femminismo come sguardo trasversale, capace di connettere interi universi, fa esplodere la sua potenza ermeneutica quando si confronta con i temi generali di crisi che affliggono il reale. Ne è un esempio l’ultimo lavoro delle studiose argentine Luci Cavallero e Verónica Gago, Vive, libere e senza debiti. Una lettura femminista del debito, edito da Ombre Corte con la prefazione di Federica Giardini e la traduzione di Nicolas Martino (pp. 149, euro 14).

La prima arma che questa ricognizione attenta e intelligente della questione debito mette a disposizione riguarda la capacità della lettura femminista di smontare l’astrazione che slega la finanza dalla sua responsabilità sociale. Il modo di procedere di cui si dà notizia, lungo i tanti esempi estrapolati da anni di lotte in America latina e le tante ricerche di cui si fa menzione, aspira a diventare metodo di lettura del mondo: quando si parla di finanza, di inflazione, di agenzie di credito, di tassi bancari, riusciamo a rappresentarci le proiezioni che questi istituti innestano sulla materialità della vita? Se lo facciamo, come lo hanno fatto i vari collettivi di Non una di meno in tutto il mondo, le varie esperienze di potenza praticata dallo sciopero femminista, le tante organizzazioni di lavoratrici e migranti, le associazioni contro le speculazioni immobiliari o contro l’invisibilità del lavoro riproduttivo, riusciremo a identificare gli effetti del processo di finanziarizzazione in termini di violenza nelle case e nei territori, in termini di sfruttamento del lavoro, in termini di iniquità sociale. «L’economia femminista – ci avvertono le autrici – implica una ridefinizione, da parte dei corpi differenti e dissidenti di ciò che è lavoro e di ciò che è espropriazione, dei modelli di agire comunitari e femminilizzati, in cui oggi sono impegnate le economie popolari, migranti, domestiche e precarie. Essa apre una linea di ricerca in relazione alla finanza come guerra alle nostre autonomie».

Cavallero e Gago utilizzano tutto il materiale esperienziale accumulato negli studi e nelle lotte per definire non solo i possibili assi di intervento nelle forme di ribellione al meccanismo perverso dell’indebitamento, bensì per spingersi in avvertimento ai tranelli che si possono incontrare, diventando una sorta di mappa del tesoro, dove per tesoro si intende una esistenza degna per tutti. Molti gli esempi della portata «ulteriore» di questa pubblicazione: quando mettono in guardia dal pericolo che il riconoscimento del lavoro di cura possa avvenire al prezzo della sua servilizzazione, quando chiedono di comprendere a fondo «le forme del lavoro migrante e le nuove gerarchie tra i lavoratori free lance». 
Quando tratteggiano le insidie culturali che sono dietro ai modelli di imprenditoria femminile, quando scavano dietro ai piani di riscatto delle proprietà occupate la volontà di estorcere un consenso volontario agli sfratti.

Quando ricordano le analisi di Melinda Cooper, che studia i motivi per i quali sia i neoliberali che i conservatori si siano opposti a programmi a basso budget a favore delle madri afroamericane single, che con i loro corpi danneggiavano l’immagine di famiglia eterosessuale bianca che rappresenta «l’orizzonte morale» delle politiche di finanziarizzazione. 
Danno una forza impressionante al testo le interviste che ne costituiscono l’appendice. Testimonianze di carne dei dispositivi illustrati, ma anche delle insorgenze sperimentate nelle diverse comunità, come il pasanaku, una «cassa di risparmio autorganizzata tra compagne» senza interessi, spesso usata per tirare fuori una delle partecipanti dal meccanismo perverso dei tassi di indebitamento.

Nelle otto tesi sulla rivoluzione femminista riportate alle fine, si ripercorre, con precisione sistematica, la grande portata dell’opportunità femminista nella possibilità di «mappare il nesso concreto tra violenza patriarcale, coloniale e capitalista. Ciò dimostra, ancora una volta, che il movimento femminista non è al di fuori della questione di classe, né può essere separato dalla questione di razza». Che nel coglierci come soggetti non isolati il femminismo dispiega la sua forza di essere lo sguardo più opportuno sul mondo.


(il manifesto, 11 dicembre 2020)

di Franca Fortunato


Nadia Lucchesi con il suo libro ben documentato Anna. Una differente trinità ci riporta all’origine materiale e spirituale di quell’evento straordinario, che si ripete ogni Natale, dell’irrompere di Dio nella storia umana. Maria, madre di Cristo, è colei che con il suo sì ha reso possibile quell’evento, ma prima di lei c’è Anna, sua madre, che, secondo il vangelo armeno dell’infanzia, l’ha concepita senza macchia e senza peccato, immacolata, evento proclamato dogma per la religione cattolica da Pio IX (1854). La maternità di Anna prepara quella di Maria. Con lei, infatti, madre forte e amorosa, piena di Grazia divina – è questo il significato del suo nome – “ripiena di Spirito santo”, si compie, prima che con Maria, la “maternità divina” con la venuta al mondo di “una creatura nuova”, “una creatura eccezionale già prima della nascita” che, perfetta erede della Grazia e dello Spirito santo della madre, dà alla luce il “figlio nuovo”, il “figlio divino”. Una relazione madre figlia alle origini del mistero stesso della nascita di Cristo, come suggeriscono alcune immagini pittoriche della santa “trinitaria”, come Sant’Anna “metterza” di Masaccio e Masolino che raffigura la santa in piedi dietro Maria che tiene in braccio Gesù. Eppure di Anna nei Vangeli canonici non c’è traccia, cancellata, ignorata. Sulla cancellazione della relazione madre figlia si è costruito il patriarcato – anche quello cristiano – che Gesù, l’“uomo nuovo”, è venuto a distruggere. La storia di Anna, che conosciamo dai Vangeli apocrifi (nascosti) dell’infanzia di Maria e Gesù, dai padri della Chiesa, che nei vari Concili scelsero il “canone biblico”, venne considerata una favola per anime semplici, per orecchie infantili e incolte, eppure è ancora a loro che la stessa Chiesa e la tradizione popolare fanno riferimento per la Natività e la devozione della santa. La “favola” è raccontata in particolare nel Protovangelo di Giacomo (I sec. d. C.), indicato come fratellastro, fratello o cugino di Gesù. Anna, sposa sterile di Gioacchino, disperata per l’incapacità di generare, seduta ai piedi di un alloro, su cui avevano nidificato dei passeri, pregava e si lamentava, quando le apparve un angelo del Signore, annunciandole che la sua preghiera era stata esaudita, che lei avrebbe concepito e partorito e che si sarebbe parlato in tutta la terra della sua discendenza. Una prodigiosa maternità, vista l’età avanzata. Alla nascita della sua creatura, dono divino, saputo di aver generato una bambina, a cui impone il nome di Maria, Anna si sente “magnificata”, “capovolgendo la visuale di una società misogina e indicando nel legame madre figlia il valore di una felicità che può cambiare il mondo”. Quando Maria compie tre anni, Anna e Gioacchino l’affidano al tempio e “tutta la casa d’Israele prende a volerle bene”. Giunta a 12 anni, un angelo appare ai sacerdoti e impone loro di chiamare a raccolta tutti i vedovi, ognuno con un bastone. Da quello di Giuseppe uscirà una colomba, segno della scelta divina di uno sposo per Maria. D’ora in poi la protagonista è lei, la futura madre di Dio. Anna e Gioacchino spariscono dalla scena, ma non dalla memoria popolare, in particolare Anna, la cui devozione nel mondo cristiano è ancora oggi intensa per quel «bisogno insopprimibile di ricostituzione di un continuum materno che sembrava sparito, dopo l’affermazione storica di un simbolico patriarcale (Padre-Figlio-Spirito Santo), anche nella tradizione cristiana». Anna, Maria, Gesù, una trinità differente da ricordare ad ogni Natale, come gratitudine verso la madre.


(Il Quotidiano del Sud, 11 dicembre 2020)

di Doranna Lupi


Posizioni e azioni dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (O.I.V.D.)


Ci sono donne sopravvissute alla prostituzione che hanno raccontato l’orrore della loro esperienza, affermando che la prostituzione non è il mestiere più vecchio del mondo bensì stupro a pagamento.

Queste parole autorevoli di donne ci hanno aiutato a capire cos’è la prostituzione al di là di slogan e stereotipi: è violenza contro le donne e, soprattutto, riguarda tutte e tutti.

Fino a quando ci sembrerà “normale” o “inevitabile” l’accesso maschile ai corpi delle donne dietro pagamento di una somma di denaro, continuerà ad essere possibile ogni tipo di sopraffazione nelle relazioni tra uomini e donne.

Si tratta quindi di un tema importante per la libertà e la dignità delle donne, per la redenzione e la trasformazione della relazione tra i due sessi.

Sentiamo l’esigenza di elaborare il tema “prostituzione” a partire dal nostro specifico di donne e uomini appartenenti ad un osservatorio interreligioso contro la violenza sulle donne, poiché, su questa questione, le comunità di fede non si esprimono o, se lo fanno, seguono una linea interpretativa che ne denuncia il peccato, ma senza rendere la sessualità e i privilegi maschili responsabili della schiavitù sessuale delle donne implicate in prostituzione (non solo nella tratta).

Quindi la prostituzione è inaccettabile e la strada per abolirla passa:

1-dal principio che il corpo di una donna non può essere oggetto di commercio né di regolamentazione pubblica

2-da una presa di coscienza, che però è differente per uomini e donne, cioè passa per strade diverse.

Per questi motivi all’interno del femminismo alcune donne hanno ripreso a ragionare sulla prostituzione, anche spinte dal timore che si possa stravolgere o addirittura abolire la legge Merlin.

Il 6 marzo del 2019, infatti, con grande sollievo di tutte noi, la sentenza della Corte costituzionale sulla legge Merlin ha dichiarato non fondati i dubbi sulla sua costituzionalità sollevati dalla Corte di Appello di Bari.

Anche in Europa sono successe molte cose. Alcuni esempi: il 1° febbraio 2019, in Francia, dove vige una legge sul modello nordico che punisce il cliente, c’è stata la pronuncia del Conseil Constitutionnel sulla costituzionalità della punibilità del cliente, mentre in Olanda, dove vige la regolamentazione, all’inizio di aprile dello stesso anno è stata consegnata in parlamento una petizione di 42.000 firme contro la regolamentazione e a favore del modello nordico.

In Italia nel 2019 è stato pubblicato Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, scritto da Grazia Villa, avvocata, con Daniela Danna, sociologa, Silvia Niccolai, costituzionalista, e Luciana Tavernini, femminista storica della Libreria delle donne di Milano. Il libro offre un quadro della situazione italiana.

Nello specifico l’avvocata Grazia Villa mette a confronto i 22 progetti depositati in Parlamento nelle ultime 2 legislature e nell’attuale: si è ripreso dunque a parlare, a pensare, a studiare e, soprattutto, in questo contesto si sono create fitte reti di relazioni che hanno prodotto incontri, libri, traduzioni, pensieri condivisi, lotte comuni, con un grande coinvolgimento di donne e anche di uomini.

Tutto questo ha provocato mutamenti di visioni e anche di posizionamenti rispetto alla nostra lotta alla prostituzione.

Si è aperta una campagna abolizionista con azioni politiche condivise. Si sono moltiplicate le sessioni online, che hanno dato la possibilità di mettere in rete realtà che non si conoscevano.

Tra queste segnalo le iniziative della senatrice Alessandra Maiorino, animatrice di azioni, dibattiti e interventi sui social a favore della campagna abolizionista e per la presentazione di un nuovo disegno di legge in parlamento che vada in questa direzione; segnalo inoltre l’impegno del gruppo Resistenza femminista.

Personalmente ho apprezzato molto che l’OIVD abbia accolto l’invito di Paola Cavallari ad assumere il tema della prostituzione come uno dei fenomeni più radicati ed emblematici della violenza patriarcale sulle donne. Sono andata a rileggere i verbali delle assemblee O.I.V.D. e già nella prima del 22 ottobre 2019 Paola – che su questo tema ha scritto diversi articoli e interventi, nei quali ho apprezzato molto la connessione tra radicalità di Gesù e radicalità del femminismo, e in cui afferma che Gesù non è stato un collaborazionista del patriarcato, non se ne è reso complice e non ne ha perpetrato gli schemi escludenti e violenti nei confronti delle donne – pone all’attenzione il tema prostituzione/pornografia, poiché su questa questione le comunità di fede non si esprimono o, se lo fanno, seguono una linea interpretativa che ne denuncia il peccato, ma senza rendere la sessualità e i privilegi maschili responsabili della schiavitù sessuale delle donne implicate in prostituzione (non solo la tratta). A proposito di uno sguardo su tradizione cristiana e prostituzione è molto efficace l’articolo di Paola Cavallari “Un’immoralità lecita: resa lecita da chi?” (ESODO, n.2 aprile-giugno 2019), in cui l’autrice apre un focus a proposito dei pronunciamenti sull’argomento, intrisi di misoginia e sessismo, di santi e Padri della Chiesa, opinioni che segnarono le linee guida catechetiche per secoli e ancora le condizionano.

Questo tema è stato quindi discusso nell’assemblea del 4 giugno 2020, da cui sono emersi molti spunti di riflessione e, soprattutto, l’esigenza di elaborare il tema “prostituzione” a partire dal nostro specifico di donne e uomini appartenenti ad un osservatorio interreligioso contro la violenza sulle donne.

Questo approccio non viene messo in dubbio dalle Chiese, e addirittura tante giovani mogli hanno sentito parlare del dovere coniugale nei percorsi di preparazione al matrimonio tenuti nelle parrocchie.

Il dovere coniugale invece corrisponde talvolta a uno stupro coniugale, e questo modo maschile di vivere la sessualità all’interno del matrimonio potrebbe corrispondere a una sorta di prostituzione matrimoniale.

In questo senso la responsabilità ecclesiale – almeno della Chiesa cattolica – è assolutamente evidente e innegabile. Nel nostro ambito cristiano è sempre stato considerato un peccato la prostituzione, ma solo perché mette in pericolo la fedeltà coniugale e il matrimonio. Quindi lo stigma sul fatto prostitutivo entra nel merito della morale e non della sessualità maschile, vissuta come violenza nei confronti delle donne e come violazione dell’annuncio evangelico. Siamo ancora lontanissimi dal tema della libertà femminile; il discorso sulla prostituzione è proprio la punta dell’iceberg di un simbolico ancora molto forte all’interno della rappresentazione dell’educazione “affettiva” che viene fatta nelle comunità cristiane.

Prima di tutto chiediamoci cosa dice (o cosa non dice) la nostra religione su questo tema. Poi chiediamoci cosa dovrebbe dire. Osserviamo soprattutto un silenzio, una doppia morale, un divario in cui possiamo notare un peccato di omissione, un tradimento, e presentarlo in un modo molto preciso e critico alle nostre comunità.

Inoltre, cosa molto importante di cui tener conto, è che dietro alla prostituzione c’è un grande business di mercato. Per questo è necessario essere in ascolto delle giovani donne, perché l’idea di libertà femminile che è passata è un’idea sbagliata, a misura maschile. Il mercato prostitutivo si basa su questa deformazione patriarcale neoliberista dell’idea di libertà.

Essersi adeguate ad una liberazione sessuale a misura maschile, all’appiattimento della sessualità femminile su una sessualità maschile ancora fortemente influenzata dall’immaginario patriarcale predatorio (come quello della pornografia, che si riflette anche nella pubblicità, nell’abbigliamento femminile, nelle rappresentazioni televisive e cinematografiche), ha prodotto fraintendimenti e squilibri nel modo di vivere la sessualità da parte delle giovani donne e dei giovani uomini.

Anche il silenzio delle donne e degli uomini sul tema della prostituzione è un silenzio che ha radici diverse; il silenzio delle donne è dovuto alla paura di riconoscere un dispositivo di potere sui corpi delle donne, mentre per gli uomini il silenzio nasce dal timore di dover mettere in discussione il proprio modo di vivere la sessualità. Serve autocoscienza maschile anche nella Chiesa. A questo riguardo è molto interessante il numero 2 del 2020 di Esodo, dove Paola Cavallari e Laura Tagliabue indagano il maschile nelle religioni e oltre, “alla ricerca del pericoloso grumo di pensieri e sentimenti comuni a tutti gli uomini, che li spinge alla violenza contro le donne in tutte le sue forme”.


Materiale di consultazione


https://www.resistenzafemminista.it/

-Julie Bindel, Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, VandAepublishing Milano 2019, 283 pagine, 15,00 €, e-book 9,99 €

-Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, ed. Round Robin, Roma 2017, 378 pagine, 16,00 €, e-book 2,99 €

https://www.libreriadelledonne.it/approfondimenti/storia_vivente/stupro-a-pagamento-di-rachel-moran-una-storia-vivente/ Doranna Lupi

-Daniela Danna, Silvia Niccolai, Grazia Villa, Luciana Tavernini, Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, VandAepublishing 2019, € 15,90.

https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-prostituzione-ci-riguarda-tutte-e-tutti-introduzione/

https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-prostituzione-ci-riguarda-tutte-e-tutti-luciana-tavernini/

https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-prostituzione-ci-riguarda-tutte-e-tutti-grazia-villa/

https://manifesto4ottobre.blog/2019/12/29/salvare-dio-dal-patriarcato/ SALVARE DIO DAL PATRIARCATO

-Relazione di Paola Cavallari al 38° Incontro nazionale delle Comunità Cristiane di Base l’1-3 novembre 2019 a Vico Equense (NA), avente per titolo: “Vangelo e Costituzione oggi. Credenti disobbedienti nella Chiesa e nella società”

https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/prostituzione-domanda-e-offerta-o-stupro-a-pagamento-parliamone-con-gli-uomini/ Doranna Lupi, Carla Galetto

https://www.youtube.com/watch?v=jknddDb2QZY La storia siamo noi. Il corpo e la politica. Anna Maria Mozzoni e la prostituzione di stato. Proposta per una didattica della storia di genere. A cura di Franca Bellucci, Alessandra Celi e Liviana Gazzetta.

https://www.youtube.com/watch?v=NuOeV4LVoxw LA PASSEGGIATA, associazione Le Giraffe. Laura Caffagnini, Una produzione video Le Giraffe in collaborazione con La Ragazza di Benin City, anno di produzione 2009. Durata 42 minuti.

Doranna Lupi è referente del gruppo prostituzione dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (O.I.V.D.)


(www.cdbitalia.it, 10 novembre 2020)

di Vera Gheno


Oltre a questo piccolo, puntuale e divertente saggio di Vera Gheno, sullo stesso tema proponiamo alcuni consigli di lettura per approfondire l’argomento.

La Redazione del sito



Recentemente, sui media si è parlato molto dell’elezione di Antonella Polimeni a rettrice dell’Università La Sapienza di Roma e della direzione della partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev del 2 dicembre 2020 da parte dell’arbitra Stéphanie Frappart. Al di là della rilevanza dei due eventi, una parte della discussione pubblica ha, come di consueto, riguardato i nomina agentis, ossia i nomi di agente: declinarli o meno al femminile? Antonella Polimeni è Magnifico Rettore, Rettore donna o Magnifica Rettrice? Stéphanie Frappart è arbitro, arbitro donna o arbitra? La risposta, Zingarelli alla mano (dato che è il dizionario che più di tutti fa attenzione a riportare il maggior numero possibile di femminili professionali, e lo fa sin dal 1994) è che le forme corrette sono rettrice (peraltro già usato da altre rettrici di importanti atenei italiani) e arbitra. Aggiungo che nessuno dei due è un neologismo: già in latino esistevano le coppie rector/rectrix e arbiter/arbitra, che nel corso dei secoli hanno subito ovvi slittamenti semantici, ossia cambiamenti di significato.

La risposta, dunque, sembra semplice; eppure, sui social network – e non solo – ho letto moltissime discussioni, talvolta anche dai toni estremamente accesi, sull’opportunità o meno di impiegare questi femminili. Per cercare di risultare utile contemporaneamente a chi desidera avere delle risposte da fornire ai detrattori e alle detrattrici e a chi invece non è convinto della bontà o correttezza dei nomina agentis declinati al femminile, ecco una lista delle obiezioni più comuni assieme ad alcune possibili risposte o suggerimenti per comprendere meglio la questione. Ho scritto un intero libro su questo tema, alla cui consultazione rimando nel caso si volesse approfondire: Femminili singolari (2019, EffeQu).

1. «I femminili sono cacofonici»

L’obiezione della cacofonia, ossia del suonar male (spesso: “Non si possono sentire”), è forse quella sollevata più spesso. Al di là del fatto che ogni persona ha i suoi gusti, perfino in fatto di parole, osserviamo che nella lingua che usiamo tutti i giorni la cacofonia o l’eufonia delle parole non ha nessuna rilevanza: usiamo i termini che ci servono, non quelli che ci suonano. Isterosalpingectomia, transustanziazione, caldaista, pantomima, gestazione, brocca sono tutte parole che alle orecchie di qualcuno possono suonare sgradevoli; ciò non toglie che le usiamo senza alcuna remora quando ne abbiamo bisogno. La questione del suono può diventare rilevante se stiamo scrivendo un testo letterario o componendo una poesia – o magari il testo di una canzone – ma non riguarda l’ambito dell’uso. Soprattutto, nessuna parola è mai stata “vietata” perché cacofonica. E poi, se maestra non è cacofonico, perché dovrebbe esserlo ministra? Insomma, se non ti piace il suono di una parola, puoi cercare di evitare di usarla. Ma questo non la rende meno “reale”.

2.«Ministra ricorda minestra, architetta è troppo vicino a tetta, fa ridere»

Il giochetto delle assonanze è divertente, ma non dirimente. Siamo pieni di parole che ne ricordano altre, magari comiche, volgari o disdicevoli, ma che usiamo lo stesso senza grossi problemi. Oppure, magari ci facciamo pure una risata sopra, ma ciò non ci impedisce di impiegarle: fallo calcistico, palle da tennis, pene d’amore, sfigato, tettonica a placche, stronzio (l’elemento chimico), cavallo di Troia, zoccoli di legno, benefica, retto cammino, cazzuola, scazzare, seno e coseno, culatello di Zibello, processo penale, pompa e sovrapompa, piselli (sgranati), bocchino per sigarette, cazzotto, la penuria, i membri della commissione, il rinculo dell’arma, la cappella Sistina. A proposito: architetta forse strappa qualche risata, ma vi consiglio di seguire RebelArchitette (http://www.rebelarchitette.it/) affinché la parola acquisti un sapore decisamente diverso.

3. «Non si può usare quel femminile perché vuol dire già un’altra cosa»

La questione della polisemia, cioè dell’avere più significati, stranamente, sembra toccare solo i femminili professionali. In tutti gli altri casi, che un termine voglia dire anche altro non pare essere un problema. E quindi non si potrebbe dire grafica perché la grafica indica anche l’insieme delle caratteristiche grafiche di qualcosa (ma anche grafico può indicare la persona che esercita questa professione, come pure lo schema appeso al muro); non si potrebbe definire una donna chimica o fisica perché indicano già la materia (ma anche fisico può riferirsi sia al mestiere sia alle caratteristiche del corpo di una persona: per fortuna, è diverso dire che Luigi è un fisico bestiale o ha un fisico bestiale); non bisognerebbe dire che Nilde Iotti era una politica perché la politica è la scienza e arte di governare uno Stato (e politico non può forse essere usato anche con il significato di aggettivo?); giammai, direttrice si confonde con la direttrice di marcia! (ma lo sapevate che direttore significa anche “dispositivo per aumentare l’efficienza di un’antenna televisiva in una particolare direzione”?). In breve, la polisemia non è un reale motivo ostativo per evitare di usare un femminile.

4. «Si è sempre fatto così»

Non è vero. I nomina agentis al femminile sono documentati sin dall’antichità classica, e ricorrono anche durante la storia della nostra lingua (per fare un esempio: Dante usa ministra) tutte le volte che – indovinate un po’? – in un determinato ruolo, o in una posizione, si trovava una donna. Così abbiamo la giudicessa Eleonora D’Arborea (oggi si dice la giudice) e l’architettrice Plautilla Bricci (oggi sarebbe architetta) per fare due esempi particolarmente famosi. Come accennato all’inizio, basta consultare i vocabolari delle lingue classiche, o i dizionari storici dell’italiano, per rendersene conto.

È interessante, quindi, il richiamo a un presunto tradizionalismo che però si ferma inspiegabilmente alle proprie scuole dell’obbligo: “Quando andavo io a scuola ingegnera non esisteva”. Non è che non esisteva: non era usato. E non era in uso non per qualche arcana ragione che ne vietava l’impiego, bensì perché non c’erano, in circolazione, ingegnere (femminile plurale). Generalmente, nominiamo ciò di cui abbiamo esperienza, per cui accade che ci siano molte parole che non usiamo perché non corrispondono a qualcosa che si può incontrare “in natura”. Poi le cose cambiano, iniziamo a incontrare donne in lavori nei quali prima non c’erano, ed ecco che quelle parole, fino a quel momento esistenti ma non in uso, improvvisamente iniziano a servire.

5. «Non uso i femminili perché vanno contro le regole dell’italiano»

È una variante dell’obiezione analizzata al punto precedente. Per l’appunto, le regole dell’italiano ci dicono che normalmente si indica con un sostantivo al femminile un essere vivente di sesso femminile. Per entrare nel dettaglio, le “regole dell’italiano” dividono i sostantivi riguardanti animali ed esseri umani in quattro classi, a seconda della relazione tra maschile e femminile di quel determinato termine. E quindi possiamo isolare:

I nomi di GENERE FISSO: maschile e femminile sono termini completamente diversi, che non hanno radici comuni, come fratello-sorella, marito-moglie o, per gli animali, toro-vacca.

I nomi di GENERE COMUNE: i termini sono di fatto ambigeneri, cioè, in sostanza, basta cambiare l’articolo: il/la pediatra, il/la custode, il/la cosmonauta, il/la preside, il/la docente, il/la giornalista, il/la penalista.

I nomi di GENERE PROMISCUO: la definizione si riferisce a nomi di animali che hanno un’unica forma, come tasso o tigre, così che il genere opposto si forma aggiungendo un descrittore, come il tasso femmina o il maschio della tigre. Possiamo includere in questa categoria anche i termini riferiti a esseri umani che hanno generalmente un’unica forma grammaticalmente non ambigenere, come vittima o pedone, e anche i sostantivi che sono femminili anche se riferiti tradizionalmente a soggetti maschili (la guardia, la vedetta, la sentinella, la spia). Sono tutto sommato pochi, e sono un gruppo di parole un po’ sui generis, che non minano in alcun modo il sistema nel suo complesso.

I nomi di GENERE MOBILE: sono gli unici che si declinano in base alle regole morfologiche previste dall’italiano (ma coprono, di fatto, la maggior parte dei casi). Ne esistono di vari tipi: rettore-rettrice (e minatore-minatrice), maestro-maestra (e ministro-ministra), sarto-sarta (e avvocato-avvocata), infermiere-infermiera (e ingegnere-ingegnera). Altre coppie sono irregolari, come abate-badessa, dio-dea o eroe-eroina: per questo, in caso di dubbi, conviene verificare la forma più corretta e più usata in un dizionario sufficientemente aggiornato.

6. «Che sciocchezza! Allora da domani devo dire la lampadaria perché il lampadario si sente offeso a essere chiamato al maschile?»

No: una cosa è il genere grammaticale (che non dipende da nessuna caratteristica dell’oggetto o del concetto che un sostantivo denota: la sedia non è più femminile del tavolo), una cosa è il genere semantico, questione che si pone quando i nostri sostantivi si riferiscono a esseri viventi (animali o umani). Quindi dire la sindaca non implica dire la lampadaria, dato che il primo termine è riferito a una donna ed è coerente con il genere al quale la persona appartiene (o sembra di appartenere, o dichiara di appartenere), mentre il secondo riguarda un oggetto per il quale il genere della parola non ha nulla a che fare con le sue caratteristiche.

7. «Allora da domani dico pediatro, dato che sono un uomo»

No: rileggi quanto scritto precedentemente. Pediatra, come in generale i nomi in -ista e -iatra, i nomi derivati (in latino o italiano) da un participio presente come studente o presidente e alcuni tipi di nomi in -e, come vigile o preside, sono ambigeneri. Questo vuol dire che basta cambiare l’articolo e non serve creare un maschile inesistente, perché il termine è già anche maschile. Mischiare i nomi ambigeneri con i nomi di genere mobile è come giudicare le mele in base al comportamento delle pere.

8. «E la povera guardia cosa deve dire? Da domani devo chiamarla guardio?»

Guardia è un esempio di nome promiscuo, come i nomi di molti animali (tigre, elefante, serpente…). Solitamente, questi nomi vengono usati per indicare persone di entrambi i generi con il solo genere storicamente a disposizione della parola. Così si parla della guardia Mario Rossi come del pedone Giovanna Verdi, della star del cinema Brad Pitt o di Pinca Pallina membro della commissione xy.

Tuttavia, attenzione! Il fatto che storicamente questi sostantivi non abbiamo entrambi i generi non esclude che l’altro genere potrebbe esistere (pensiamo ai Sentinelli di Milano o al termine pedona, che si incontra online, o ancora, all’uso scherzoso di membra o genia); semplicemente, fino a questo momento non sono stati usati. Nello specifico, il motivo per cui guardia, sentinella, vedetta, maschera eccetera sono usati al femminile è di tipo storico ed etimologico, non dovuto a una scelta “cosciente” da parte di qualcuno. E il motivo per cui nessun uomo ha sentito il bisogno di farsi chiamare guardio, stello o maschero rimarca, secondo me, l’esistenza di uno squilibrio linguistico tra maschile e femminile: i maschi non sono e non si sentono generalmente sottorappresentati da un punto di vista linguistico, per cui quei pochi casi in cui vengono appellati al femminile non sono percepiti in maniera disturbante o lesiva. In ogni caso, citare un esempio di termine promiscuo come prova del fatto che sarebbe sbagliato usare sindaca non ha molto senso.

9. «Va bene tutto, ma presidenta non si può sentire»

Ti rincuoro: nessuno ha mai pensato di usare presidenta, perché presidente è un sostantivo epiceno, per cui basta cambiare l’articolo: il presidente/la presidente (meglio evitare la presidentessa, che nasce come sostantivo per indicare la moglie del presidente). Presidenta è un’invenzione giornalistica nata per prendere in giro Laura Boldrini, che aveva solo richiesto di essere chiamata signora presidente e non signor presidente.

10. «Non uso il femminile perché non esiste»

Ne hai la certezza? Prima di dichiarare che un certo femminile non esiste, ti consiglio di consultare un dizionario aggiornato (no, uno di cinquant’anni fa non è detto che vada bene: nel frattempo, la realtà è cambiata, e di conseguenza anche la lingua); se non ce l’hai, possono essere d’aiuto anche Google, Google Libri e alcuni dizionari presenti in rete. Ricorda una cosa: la registrazione dei femminili da parte dei dizionari segue consuetudini differenti. C’è chi li cita regolarmente, mettendoli a sistema (come il già citato Zingarelli), c’è chi li menziona solo se ricorrono un numero sufficiente di volte nell’uso odierno (talvolta anche come lemma a sé, se hanno una storia particolarmente rilevante, cfr. Treccani su medico e medica), c’è chi non li cita proprio, ma magari perché sono dizionari meno recenti.

Il dizionario da solo, quindi, non è dirimente per decidere l’inesistenza di una forma. Esistono, invece, fonti che elencano numerosi femminili professionali – e i modi morfologicamente corretti per formarli – che sono di libera consultazione: per esempio, la guida di Cecilia Robustelli per Giulia “Donne, grammatiche e media” e, sempre della stessa autrice, le “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo”.

11. «Non uso il femminile perché il ruolo è neutro»

Faccio una premessa: in italiano, il neutro non esiste. Esisteva in latino, ma in italiano no; casomai, possiamo parlare di maschile sovraesteso, che però è una cosa un po’ differente. Detto questo, ti invito a osservare una peculiarità: nessuno si pone il problema della neutralità del ruolo quando si parla di sarte, cassiere, professoresse o regine; il problema sorge – ma tu guarda che caso – quando si ha a che fare con ruoli e professioni nelle quali la presenza femminile è relativamente recente: questora, avvocata, assessora, ingegnera. Peraltro, questa motivazione è spesso addotta dalle donne stesse che ricoprono quei determinati ruoli: ho parlato con fotografe che rivendicavano il maschile, fotografo, con avvocate che richiedevano di essere chiamate avvocato, con ingegnere convinte: “Io sono un ingegnere”. Sono abbastanza sicura, però, che quelle stesse donne usano tutti i femminili a cui sono abituate senza alcuna remora (sarta, dottoressa, cassiera, operaia, donna delle pulizie, regina).

E allora, pur essendoci pareri apparentemente anche titolati che si battono per l’uso del maschile, rimango dell’idea che una presunta regola linguistica che vale solo per alcuni casi specifici abbia qualcosa di strano. Del resto, posso continuare a parlare di “ruolo di rettore” o dei “compiti di chi siede sulla poltrona da ministro” e poi rivolgermi alla rettrice xy o alla ministra yx senza che ci sia alcuna incompatibilità tra le due cose.

12. «Non uso il femminile perché è svilente»

Brutta storia, questa. Nel senso che è vero: a oggi, alcuni femminili sono percepiti come svilenti rispetto al maschile (per esempio maestra, segretaria, direttrice). Tuttavia, dizionario (sempre lui!) alla mano, si può verificare che in realtà i repertori lessicografici non rilevano differenze di significato tra il maschile e il femminile di questi (e di altri) termini. In altre parole: il senso “meno alto” con cui usiamo questi femminili non è legato al significato della parola, bensì alla sua connotazione, ossia a una sorta di aggiunta di significato che vi percepiamo noi in quanto parlanti della nostra lingua.

Siamo abituati ad accostare a segretaria il significato di “donna che scrive al computer le lettere del capo”, a maestra quello di “insegnante alla scuola dell’infanzia o primaria”, a direttrice quello di “persona che dirige un collegio”. Ma se ci abituiamo a usare segretaria di Stato, maestra d’orchestra o direttrice di un quotidiano, queste parole finiranno per cambiare connotazione: non le sentiremo più in alcun modo come svilenti (posto che non c’è nulla di svilente nemmeno nel lavorare come segretaria d’azienda, maestra d’asilo o direttrice di un convitto). Ci vuole del tempo, ma tanto vale iniziare.

13. «Che confusione, ci devono essere delle regole chiare!»

Le “regole” ci sono, e sono anche abbastanza chiare. Certo, essendo regole linguistiche, non sono apodittiche, cioè sono piene di eccezioni; tuttavia, dizionario alla mano, non è affatto difficile destreggiarsi tra esse. Basta avere l’attitudine giusta.

14. «Io ho deciso di dire se sono una ministro»

Aspetta un attimo: la lingua segue delle regole, per quanto elastiche, non è che possiamo fare completamente di testa nostra. Qui mi rivolgo a coloro che si definiscono “un’avvocato, ma con l’apostrofo perché sono femmina”, o che dicono “la ministro” o “la sindaco” o “un’ingegnere” o “la direttora” o “la rettora” o “la professora” perché “direttrice, rettrice e professoressa sono sputtanati”. Visto che una norma, nella nostra lingua, esiste, perché non seguirla? È molto meglio che non perderci in mille rivoli alternativi.

Quindi, ministro si comporta come maestro, sindaco come sarto, ingegnere come infermiere, direttore e rettore come attore e scrittore; professore, dottore e alcuni altri sostantivi invece sono ormai entrati nell’uso con il femminile in -essa, professoressa e dottoressa, e il buon senso linguistico (o meglio, l’economia linguistica) consiglia di non modificare ciò che è già stabilmente nell’uso, perché è uno spreco di energie. Aggiungo questo perché per i femminili non ancora stabilizzati si consiglia di usare il femminile con suffisso zero invece che con suffisso -essa, dato che quest’ultimo nasce principalmente per indicare le “mogli di”, oppure veniva usato con senso dispregiativo. Quindi: avvocata meglio di avvocatessa, sindaca meglio di sindachessa, la presidente meglio di la presidentessa. E studentessa? C’è chi dice la studente: si può fare.

15. «Tutte boldrinate»

Lascia stare Laura Boldrini: lei si è sicuramente esposta moltissimo sul tema dei femminili professionali, ma le discussioni sulla questione sono ben precedenti a lei. Un documento molto importante, che in un certo senso marca l’inizio di una maggiore attenzione nei confronti di un uso non sessista dell’italiano, è Il sessismo nella lingua italiana (1987), di Alma Sabatini (con la prefazione di Francesco Sabatini, il linguista più amato della televisione italiana!); una lettura consigliatissima (anche per vedere a che punto siamo, dopo più di trent’anni).

16. «Ma basta! Facciamo come l’inglese che non distingue tra maschile e femminile!»

Il fatto è che l’inglese è una lingua strutturalmente differente dall’italiano: la nostra è gendered, cioè ha il genere grammaticale; l’inglese invece è una lingua con il cosiddetto natural gender: i sostantivi sono privi di genere, mentre i pronomi sono “genderizzati” (he/she e it, che però non si usa per le persone). Per questo motivo, nel tentare di usare la lingua in maniera non discriminatoria, gli anglofoni vanno nella direzione di scegliere sostantivi neutri (actor invece di actor/actress, perché actor è semanticamente neutro, non maschile; spokesperson invece di spokesman o spokeswoman): è una strada che l’italiano, per come è fatto, non può prendere, dato che, come già detto, non abbiamo il genere neutro e tutte le parole hanno per forza genere o maschile o femminile. Comunque, le sue grane le ha anche l’inglese: non a caso, è stato introdotto l’uso del pronome neutro singolare they per riferirsi a una persona dal genere indistinto.

Se ti interessa il modo nel quale le varie lingue dell’Europa affrontano la questione di genere, leggi questo documento del Parlamento Europeo. Lo stesso documento ti mostra anche un’altra cosa: che le questioni di genere non sono uno sghiribizzo dell’“Italietta”, ma che sono discusse in ogni paese (e in ogni lingua) che cerca(no) di andare nella direzione di una società più equa. A proposito: la cancelliera Angela Merkel è chiamata così, non cancelliere, anche da noi (in patria è Bundeskanzlerin). Ma tu guarda questi tedeschi.

17. «Sono solo parole»

Le parole non sono mai solo parole: sono ganci verso mondi di significati, e al contempo le parole che usiamo ci definiscono agli occhi degli altri. L’uso di un termine rispetto a un altro è collegato a fattori sociali, culturali, ambientali. Ma soprattutto, poiché noi esseri umani usiamo le parole per capire la realtà, per concettualizzarla e poterne quindi parlare, ciò che viene nominato si vede meglio, acquisisce maggiore consistenza ai nostri occhi. In altre parole, nominare le donne che lavorano in professioni prima quasi esclusivamente maschili, o che conquistano posizioni apicali che precedentemente erano loro de facto precluse, può contribuire a normalizzare, agli occhi (e alla mentalità) delle persone, la loro presenza.

18. «Se pensate che bastino le parole…»

Non credo davvero che tra le persone che usano i femminili professionali sia diffusa l’idea che bastino le parole per risolvere le disparità tra maschi e femmine. Semplicemente, sono istanze che viaggiano tranquillamente in parallelo, anzi, intrecciate, senza che una tolga forza in alcun modo all’altra. Pensare che qualcuno ritenga sufficiente cambiare il lessico è un caso di argomento fantoccio: si costruisce un’argomentazione farlocca, inutilmente polarizzata, irricevibile, in modo da demolirla con maggiore facilità.

19. «I problemi delle donne sono ben altri»

Meglio evitare di cadere nella trappola del benaltrismo: si dà inizio a una catena di obiezioni che teoricamente potrebbe andare avanti all’infinito. Qual è, infatti, il problema sommo, quello di cui tutte e tutti dovremmo occuparci senza un minimo di distrazione? Un problema del genere non esiste: esistono tante questioni differenti, alcune più interessanti per alcuni, altre per altri, e possiamo felicemente convivere a questo mondo occupandoci di questioni diverse senza darci fastidio. Io, quando qualcuno mi fa notare che i problemi delle donne sono ben altri, rispondo chiarendo che lo so, che io stessa mi occupo di molte altre faccende accanto a quella dei femminili professionali, e di solito chiedo cosa stia invece facendo per la “causa femminile” la persona che ha sollevato la questione. Spesso succede che non mi arrivi alcuna risposta: non è affatto detto che i benaltristi più accesi siano impegnati su qualche fronte… però hanno la pretesa di spiegare agli altri di cosa si dovrebbero occupare.

In più, attenzione a non compiere un errore piuttosto comune: parametrare la realtà alla propria esperienza. Sia che tu lo dica da maschio (e allora è in agguato il rischio di minchiarimento – per Michela Murgia Il #mansplaining, o #minchiarimento, è quella cosa per cui un uomo spiega qualcosa di cui non sa niente a una donna che invece la sa benissimo. Quando succede, la reazione più ovvia è ridergli in faccia, proprio come fa Valeria Parrella), sia che tu lo dica da femmina, ricordati che la tua esperienza personale non riassume il mondo intero. Se ci sono tante persone che rivendicano l’uso del femminile, anche se a te sembra superfluo, forse potresti provare ad ascoltare le loro esperienze, che magari non coincidono con le tue. Come ricorda sempre il linguista Federico Faloppa, è importante prestare ascolto alle vittime, nel senso più ampio del termine, anche quando ai nostri occhi non sembrano nemmeno tali: esistono microaggressioni che dall’esterno sono difficili da vedere, ma che lasciano un segno nelle persone, soprattutto se sono reiterate nel tempo.

20. «Uffa! Queste femministe rompiballe…» e «Non li uso perché non voglio essere bollata come femminista»

Se è indubbiamente vero che nell’ultimo trentennio l’istanza dei femminili di professione è stata portata avanti dalle sinistre e da parte dei femminismi (ché mica ce n’è uno solo), proprio uno sguardo alla storia insegna che i nomina agentis al femminile sono stati usati da molto prima che esistesse il concetto stesso di femminismo. In altre parole, secondo me non occorre essere femministi e femministe per usare i nomi di agente al femminile (certo, esserlo aiuta). En passant, non occorre nemmeno essere di sesso femminile per essere femministi: consiglio di seguire Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista, per averne certezza.

21. «Chiamare le donne al femminile non è necessario»

Il fatto che se ne discuta così tanto, così diffusamente e con toni così esacerbati per me indica che per qualcuno è una questione rilevante, che qualcuno invece lo ritiene necessario. Come ripeto spesso, la parte più interessante della querelle linguistica è nelle reazioni che ogni notizia o post sull’argomento desta. Ci sono persone che cercano in tutti i modi di convincere gli altri che i femminili professionali sono inutili. Io penso che siano non tanto necessari, quanto piuttosto naturali. Se diciamo infermiera, perché non dovremmo dire ingegnera? Ma soprattutto, chi sei tu per decidere che “non è necessario”?

22. «E basta con questo politicamente corretto!»

A parte che il politicamente corretto probabilmente non è quello che pensi, come può essere definito “politicamente corretto” il nominare la realtà in maniera più precisa? Di per sé, il politicamente corretto propone di trovare dei termini non connotati negativamente per indicare determinate persone (per fare degli esempi, non chiamare invertito un omosessuale o negro una persona africana o afrodiscendente).

Chiamare al maschile una donna non è politicamente scorretto: è a mio avviso semanticamente fuorviante, innecessario, contrario al normale funzionamento della nostra lingua; di conseguenza, non considero un esempio di politicamente corretto appellare una donna al femminile; piuttosto, mi pare semplice conseguenza della realtà.

23. «Ma se volete la parità, perché sottolineare la differenza?»

Penso che si possa ricercare tranquillamente la parità nella differenza: mica ci dobbiamo omologare. Fabrizio Acanfora parla di “convivenza delle differenze” se non addirittura “delle unicità”, ed è un concetto che mi piace molto, perché implica che le differenze non vadano annullate. E poi, a me non sembra che si sottolinei una differenza, ma che in tantissimi casi usiamo i femminili con assoluta naturalezza e senza considerarli una sottolineatura, per poi rifiutarci in casi specifici (la giudice, l’amministratrice delegata, la segretaria generale). E se fosse solo o soprattutto questione di abitudine?

24. «Certo che ne avete di tempo da perdere…»

Un commento che mi fa sempre sorridere. Se io sto perdendo tempo con un’istanza che tu ritieni inutile, pensa al tempo che stai perdendo tu a commentare una cosa che ritieni di nessuna rilevanza. Io, quando vedo che si discute di un argomento che non mi interessa, passo oltre: ho ben di meglio da fare!

A conclusione di questa lunghissima casistica di obiezioni, un consiglio finale: nessuno impone cambiamenti coatti, anche perché le lingue sono capaci, sul lungo periodo, di regolarsi benissimo “da sole”. Il lavoro che vorrei fare (assieme a molte altre persone più titolate di me) è di togliere di mezzo pregiudizi, preconcetti, false credenze. Dopodiché, ogni persona è libera di agire come meglio crede, auspicabilmente nel rispetto delle opinioni divergenti. L’importante è farlo senza accampare motivazioni scientificamente scorrette: a volte è meglio un onesto “non mi piace/mi fa fatica/non mi interessa” che non una supercazzola facilmente smontabile tramite grammatiche e vocabolari.

Per quanto mi riguarda, io ormai uso i femminili di default; ma se la donna alla quale mi rivolgo mi chiede di essere appellata in un altro modo, mi adeguo alle sue richieste. Casomai, se ho l’occasione di tornarci sopra, le chiedo il perché della sua scelta.

Ricordiamoci che non si tratta di una guerra, né di una battaglia, ma di una normale evoluzione linguistica dovuta ai cambiamenti in corso nella nostra società e cultura.


(valigiablu.it, 10 dicembre 2020)

di Joanna Walters


La senatrice democratica californiana Kamala Harris è stata inserita al terzo posto nella lista delle 100 donne più potenti al mondo dalla rivista Forbes. Appare appena sotto Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha raggiunto il primo posto per il decimo anno consecutivo, nella lista 2020 pubblicata questa settimana.

Forbes ha sottolineato la vittoria di Harris come compagna di corsa di Joe Biden nella vittoria democratica su Donald Trump e il suo vicepresidente, Mike Pence, nella corsa di novembre per la Casa Bianca, sottolineando che sarà la prima vicepresidente donna d’America e la prima persona di colore in quel ruolo.

Harris, che era procuratrice generale della California prima di essere eletta al Senato degli Stati Uniti, sarà la prima americana nera e la prima asiatico-americana ad essere vicepresidente.

Harris ha fatto un discorso dopo la vittoria elettorale in cui ha osservato che può essere la prima donna in quel ruolo, ma non sarà l’ultima, e Forbes ha indicato il momento di rottura nella sua campagna elettorale nel dibattito contro Pence prima delle elezioni quando ha bloccato con calma le sue ripetute interruzioni dicendo: «Signor Vicepresidente, sto parlando».

Al di là della menzione di Harris, l’elenco del 2020 porta in primo piano leader donne che hanno ottenuto riconoscimenti sulla scena mondiale per la loro gestione della pandemia di coronavirus.

Riporta Forbes che le donne, dalle prime ministre alle dirigenti d’azienda, si sono guadagnate un posto nell’elenco per i loro risultati aiutando a mitigare e controllare il contagioso e mortale virus, che ha infettato più di 67 milioni di persone e causato 1,54 milioni di morti.

Forbes sostiene che la prima ministra della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, la presidente di Taiwan, Tsai Ing-Wen, la prima ministra finlandese, Sanna Marin, Christine Lagarde, che in precedenza era a capo del Fondo monetario internazionale, e la governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, sono state particolarmente efficaci.

«Pur differendo per età, nazionalità e modo di lavorare, sono state unite nel modo di utilizzare le loro posizioni per affrontare le sfide del 2020», ha detto Forbes sul suo sito web.

La rivista statunitense ha citato anche la prima ministra norvegese, Erna Solberg, anch’essa nella lista, che ha recentemente affermato che «i paesi in cui i diritti umani sono rispettati e in cui le donne sono in grado di raggiungere posizioni di vertice nella società sono anche i paesi più attrezzati per gestire il Covid-19».

La Nuova Zelanda ha eliminato le infezioni da coronavirus con un rigoroso blocco, totalizzando poco più di 2.000 casi di virus e 25 decessi.

Taiwan ha tenuto sotto controllo la pandemia dopo aver istituito rigide restrizioni e chiuso in gran parte i suoi confini a gennaio, molto prima dei paesi occidentali, limitando i casi di virus a poco più di 700 e a sette morti.

Delle diciassette nuove arrivate nella lista di Forbes, Carol Tomé, amministratrice delegata di United Parcel Service, dove i volumi di consegna sono aumentati durante i blocchi, e Linda Rendle, amministratrice delegata di Clorox, che ha incrementato la produzione di prodotti per la pulizia mentre la domanda aumentava a causa del virus, erano già note per il loro lavoro.

Alla CVS Health, sempre negli Stati Uniti, Karen Lynch, divenuta amministratrice delegata a febbraio, ha riorganizzato la risposta Covid del gigante della farmacia e un’ampia rete di siti di test. Nel 2021 sarà la responsabile della supervisione della distribuzione dei vaccini presso le quasi diecimila farmacie statunitensi dell’azienda.

Stacey Cunningham, la prima donna a capo della borsa di New York, ha preso a marzo la rapida decisione di chiudere le negoziazioni di persona, a causa della diffusione del virus.

La regina britannica Elisabetta è solo 46esima nella lista.


(The Guardian, 9 dicembre 2020, traduzione nostra)

di Tonia Mastrobuoni


Rubin di cognome fa Ritter, “cavaliere”. E a 38 anni, il co-presidente di Zalando ha deciso di diventare il paladino di milioni di donne che devono rinunciare alla propria carriera per consentire ai mariti e ai compagni di perseguire la loro. Ha fatto una scelta radicale che ieri ha mosso poco il titolo in Borsa, ma molto i cuori. Il numero uno dell’azienda che da aggressiva start-up berlinese è diventata nel giro di una dozzina di anni la regina in Europa dell’abbigliamento online, ha scritto una lunga lettera ai dipendenti per annunciare il suo addio. Ritter rinuncia dall’anno prossimo alla sua poltrona milionaria per consentire a sua moglie, che fa la giudice, di dedicare più tempo e più energie alla sua carriera. Un addio per amore. “Mia moglie ed io – ha annunciato – siamo d’accordo che nei prossimi anni sarà il suo lavoro a dover avere la priorità”. Dopo undici anni “unici, in cui Zalando aveva la priorità, voglio dare alla mia vita una nuova direzione”. 
Già due anni fa, quando era nato il primo figlio, Rubin Ritter aveva confessato al settimanale “Zeit” che sua moglie “ama il suo lavoro, ed è esattamente il lavoro che vuole fare”. Soprattutto, “per lei il lavoro è importante quanto per me”. Adesso, nella lunga lettera ai dipendenti, il co-presidente ha ammesso di averci pensato a lungo. Con l’arrivo di un secondo figlio, che nascerà all’inizio del prossimo anno, il desiderio di dedicarsi alla famiglia, di “farla diventare il centro della mia vita” è diventato impellente. Il colpo di scena di Ritter significa per il colosso berlinese anche un recupero d’immagine notevole, dopo che l’azienda era stata criticata per anni per il muro di cravatte ai vertici. La capa del consiglio di sorveglianza, Cristina Stenbeck, ha sottolineato in un comunicato il “rammarico” per l’addio di Ritter, ma ha aggiunto di avere “il massimo rispetto” per i suoi motivi. Ma il problema delle “quote zero” in molte importanti aziende tedesche è diventato talmente imbarazzante da spingere di recente persino la riluttante Angela Merkel ad appoggiare una legge per imporre più donne ai vertici. E nella lunga era della prima cancelliera donna, il gender gap, la differenza tra stipendi tra uomini e donne, è migliorato di pochissimo. 
Ritter, per molti anni è stato anche direttore finanziario di Zalando, è stato l’architetto della quotazione in borsa del colosso dell’abbigliamento, nel 2014. E ha contribuito enormemente all’espansione dell’impresa berlinese. Che oggi è attiva in 17 Paesi, conta 35 milioni di clienti e 14mila collaboratori e vanta un giro d’affari da 6,5 miliardi all’anno. Il colosso dello shopping online è un candidato serio per il Dax 40, il listino delle blue chip tedesche, dei titoli più pregiati della prima economia europea. Certo, il top manager cresciuto in McKinsey non lascia povero. Solo un paio di mesi fa, grazie a un’operazione finanziaria sui titoli dell’azienda, Ritter ha incassato quasi 40 milioni in un colpo solo. Ora che smetterà di compulsare indici e bilanci ha già lasciato intendere, come tanti ex pirati, ex nerdoni, ex geniacci dell’era tecnologica finiti a fare soldi a palate prima dei quaranta, che potrebbe dedicarsi, oltre che alla famiglia, anche alla filantropia.


(la Repubblica, 8 Dicembre 2020)

di Luciana Castellina



Questa foto me l’ha mandata Thomas quando Lidia era ormai alle sue ultime ore. Thomas è un compagno altoatesino che l’ha molto aiutata nell’ultimo periodo, da quando Lidia aveva dovuto smettere di girare come una trottola da nord a sud, per andare dove la chiamavano a parlare i tantissimi circoli e collettivi della disorientata ma tutt’ora grande area di sinistra che non ha mollato. Lei non rispondeva mai di no, partiva come una giovane militante percorrendo l’Italia, su e giù per i treni, come se, anziché esser nata nel 1924, fosse una millennial.

Thomas mi aveva anche veicolato un messaggio di Lidia: «Cara Luciana, con Thomas stiamo facendo esercizio di lettura e di scrittura e ci piacerebbe che la nostra piccola rivista crescesse. Potremmo spedirtela». Allegata, una prima pagina, che sotto la testata Sudtirol, porta questa scritta: «Cercasi, con cortesia, essere umane e esseri umani della specie precedente rispetto all’attuale inumana, per ragionare e immaginare insieme».

È proprio Thomas che mi aveva avvertito che sarebbe stato difficile che Lidia riuscisse a scrivere un ricordo alla morte di Rossana; che infatti non è arrivato. La foto Thomas l’ha scattata il giorno del suo ultimo compleanno, il 3 aprile, e sebbene non sia poi tanto tempo fa ci dà l’immagine della nostra Lidia di sempre: lo sguardo ironico, ridente, sembra ancora giovanissima.

Lidia Menapace è stata, nella storia de Il Manifesto, insieme parte integrante e decisiva della sua leadership praticamente dall’inizio, e un «marziano»: non perché era cattolica, di questi ce ne sono stati sempre molti da noi, ma perché fino alla vigilia del suo approdo nel nostro gruppo ancora in formazione, era stata democristiana. Anzi: assessore per la Dc nella giunta della provincia autonoma di Bolzano.

Arrivò da sola, non ricordo tramite quale contatto, e fui io ad incontrarla per prima, stupefatta, a casa mia. Ho ancora in memoria l’angolo dove, sedute in poltrona, ci annusammo reciprocamente con sospettosa curiosità. Doveva essere la fine del ’69, forse ancora prima che fossimo radiati dal Pci, ma quando erano già usciti due o tre numeri della rivista. So che non doveva essere ancora il ’70 perché – me lo ha confermato Massimo Serafini che ne era stato l’organizzatore (ma lo ricordo anche io) – era già presente al primo convegno operaio del Manifesto che si tenne a Bologna, Borgo Panigale. Una delle nostre prime uscite pubbliche.

Da allora la sua storia è stata la nostra, e se non è mai citata fra i «fondatori» de Il Manifesto è solo perché per esserlo avrebbe dovuto essere anche lei radiata dal Pci; e invece – l’anomalia non è di poco conto – lei fu radiata dalla Dc. Ma «fondatrice» è stata anche lei, a pieno titolo. Fu lei che, fra l’altro, ci introdusse agli scritti di Santa Teresa di Lisieux, e proprio una sua frase divenne il motto più identitario della nostra impresa, non a caso quello con cui Lucio Magri amava spesso chiudere le sue relazioni: «Noi non contiamo niente – aveva detto la Santa – ma dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi»: vale a dire il senso di responsabilità. Una frase densa di significato: averla tenuta presente ci ha evitato di cadere nell’allora assai diffusa faciloneria di una critica degli altri perché non abbastanza coraggiosi da chiamare a questa o quella audacia sconsiderata. Proclamare uno sciopero, per esempio, senza valutare che per chi conta poco se fallisce non se ne accorge nessuno, ma per una grande organizzazione il fallimento ha un prezzo fatale.

Santa Teresa, introdotta nel Manifesto da Lidia, ci ha consentito di non dimenticare di calcolare sempre i rapporti di forza; e di non farsi mai indurre nella tentazione di una critica facilona e un po’ infantile del Pci, pratica allora molto diffusa.  La penultima volta che l’ho incontrata fu a Verbania, quando il locale Museo della Resistenza celebrò Gino Vermicelli, partigiano nelle brigate della Val d’Ossola e autorevole esponente del Pci, che aveva avuto il coraggio (allora per chi aveva una collocazione come quella di Gino vi assicuro che ce ne voleva) di seguire nell’avventura l’indisciplinato gruppo di noi «radiati». Lidia era lì, perché del Manifesto e perché era stata partigiana nella vallata accanto.

E proprio come partigiana l’ho reincontrata l’ultima volta, al Quirinale, nella cerimonia dell’8 marzo cui il presidente invita ogni anno le donne anziane che hanno avuto un qualche ruolo nella storia della Repubblica. Le si avvicinò una giornalista televisiva e allungando il microfono fino al suo viso la presentò dicendo: «E ora ecco la ex partigiana Lidia Menapace». Con la bruschezza che le era solita Lidia le strappò il microfono e disse: «Scusi signorina, io non sono ex, sono tutt’ora partigiana». Sì, Lidia è rimasta sempre partigiana. Perché – e questo è il messaggio che ci lascia – serve essere partigiani, anche quando non si usano le armi. Anzi, è indispensabile.


(il manifesto, 8 dicembre 2020)

 
di Chiara Cruciati


La campagna è partita il 25 novembre scorso, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e proseguirà fino all’8 marzo: tre mesi e mezzo per raccogliere centomila firme contro le politiche femminicide del regime turco del presidente Erdoğan e chiedere alla Corte dell’Aja di processarlo per crimini contro le donne.


A lanciare la campagna “100 reasons” è il Tjk-E, il Movimento delle donne curde in Europa, che nel sito 100-reasons.org raccoglie storie da tutto il Kurdistan storico, dalla Turchia, l’Iraq, la Siria, storie di donne uccise e abusate dal governo dell’Akp.

Un mosaico di volti che parte dalla fondatrice del Pkk Sakine Cansız e le attiviste Fidan Doğan e Leyla Söylemez, uccise nel 2013 a Parigi; passa per Kader Ortakaya, uccisa dall’esercito nel 2014 a Suruç durante una marcia per Kobane, e per Amina Waissi, colpita a morte da un drone lo scorso giugno nel Rojava; fino alle donne che hanno perso la vita nell’assedio di Cizre, nascoste senza cibo e acqua nelle cantine delle loro case, e a quelle massacrate dagli attacchi aerei sul campo profughi di Makhmur.

Ne abbiamo parlato con Melike Yaşar, portavoce del comitato per le relazioni internazionali del Tjk-E.

Perché avete deciso di lanciare questa iniziativa?

Come Movimento delle donne curde in Europa siamo impegnate da tempo su diversi fronti per generare consapevolezza sulla situazione delle donne, sia tra le donne stesse che nell’opinione pubblica, e per criticare il sistema patriarcale con l’obiettivo di trasformarne le condizioni. Abbiamo dato vita a diverse campagne e metodi di lotta come parte della nostra auto-difesa. E abbiamo raggiunto obiettivi importanti.

Con la campagna “100 ragioni per perseguire il dittatore”, vogliamo sia attirare l’attenzione sui femminicidi che accadono nella nostra società che puntare il dito contro i responsabili. Erdoğan commette un nuovo crimine ogni giorno, crediamo che sia il momento di punirlo. Non vogliamo solo rendere noti i crimini di guerra, le politiche femminicide e gli attacchi contro la cultura e l’identità di un popolo.

Vogliamo che passi concreti siano presi a livello internazionale: alle istituzioni internazionali vanno ricordate le ragioni della loro esistenza affinché compiano il loro dovere. In passato abbiamo guidato campagne per mostrare la mentalità e le politiche del regime di Erdoğan e dell’Akp, ma continua a prevalere un silenzio inaccettabile.

Sappiamo di donne morte per sciopero della fame che chiedevano un processo equo, di donne e bambini investiti dai veicoli dell’esercito solo perché curdi. Questo dittatore ha commesso un’enormità di crimini. È impossibile contarli tutti, perché dei nuovi vengono commessi ogni giorno. Abbiamo deciso di usare “100 ragioni” come slogan perché, a volte, generalizzare può portare a non “vedere” più i casi, le definizioni generali possono farci perdere il cuore della questione. Quando ne parliamo in Europa, la gente spesso chiede: «Cosa volete di preciso?». O se diciamo «Donne e bambini vengono uccisi, i responsabili dovrebbero essere perseguiti», le nostre parole sono viste come propaganda. Sembra che uccidere curdi, donne e bambini curdi, per tanta gente sia normale. Non posso spiegare altrimenti questo silenzio.

Apprezziamo il contributo che possono giocare le istituzioni pubbliche europee e internazionali, se prendono posizione e impongono sanzioni. Chiedere la responsabilità per cento crimini – e non per migliaia – è sufficiente a perseguire Erdoğan. Abbiamo inserito dettagli concreti, prove e documenti.

Paragonate i femminicidi a un genocidio. Cosa significa dal punto di visto politico?

Come Tjk-E guardiamo al femminicidio come violenza sistematica e strutturale subita dalle donne nei conflitti armati e nella vita di tutti i giorni, come una guerra alle donne fisica e militarista ma anche ideologica e psicologica. La violenza del sistema patriarcale è realizzata in diversi modi nei diversi contesti e non può essere divisa in categorie come “violenza in zone di guerra”, “violenza domestica”, “violenza sul posto di lavoro”. La loro somma è l’oppressione sistematica. Una guerra non dichiarata è combattuta contro le donne, che si tratti di zone di conflitto o di Stati dove il sistema capitalista è più “sviluppato”. La stessa mentalità patriarcale responsabile di atrocità in guerra produce abusi sessuali giornalieri e attacchi, compreso il femminicidio, giustificati ad esempio con la lunghezza di una gonna.

Ovunque nel mondo, il partner o l’ex partner è statisticamente la persona più pericolosa nella vita di una donna. La stessa mentalità che porta alla lapidazione delle donne che non hanno aderito a codici morali arbitrari e patriarcali. Il genocidio è stato riconosciuto come crimine contro l’umanità dal diritto internazionale. Finché il femminicidio non sarà trattato come tale, non sarà possibile sfidare davvero questi attacchi.

Negli ultimi dieci anni nella sola Turchia sono state uccise più di 2.600 donne. Durante il lockdown, in tre settimane tra marzo e aprile 2020, 21 donne sono state assassinate. Che impatto hanno le politiche governative sulla società in termini di violenza fisica e psicologica e di esclusione politica ed economica?

Con l’aumento della natura aggressiva delle politiche interne ed estere del governo Erdoğan sono aumentate anche le politiche femminicide, con cui l’Akp porta avanti anche una politica “societicida”. Il fascismo, sistema che più di altri è dominato dal maschio, può perpetuarsi solo attraverso la posizione colonizzata delle donne. La Turchia è il paese con il più alto numero di prigioniere politiche e sotto il governo Akp le violenze sono aumentate del 1.400%. Questa esplosione non è una coincidenza, né è disconnessa dalle politiche di Stato. Nelle regioni occupate dallo Stato turco le donne sono rapite, stuprate, vendute e massacrate. È un assalto al potere e all’azione delle donne, rese oggetto e spinte verso ruoli di genere conservatori, costantemente soffocate dallo Stato e dalla società patriarcale. Come ovunque nel mondo, le donne sono una forza importante della resistenza in Turchia. Il Tjk-E è in prima linea nella presa di coscienza delle donne. Con il femminicidio lo Stato prova a eliminare l’opposizione e quindi ogni prospettiva di cambiamento, prendendo in ostaggio una società. “100 reasons” raccoglie storie di donne da Bakur, Rojava, Bashur. Come questa guerra alle donne si interseca alla guerra al popolo curdo? Non siamo state noi a creare i contenuti di questa campagna. È stato il regime di Erdoğan. Dico regime perché è la dittatura di un uomo solo. Non c’è un sistema parlamentare vero e proprio, né un sistema giudiziario funzionante o un’economia stabile. Da quando l’Akp ha preso il potere, le sue politiche contro l’umanità, le donne, l’ambiente hanno rappresentato crimini di guerra. Gli stessi meccanismi criminali sono usati ovunque i curdi vivano. Nel 2013, in Europa, sono state assassinate per ordine di Erdoğan Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Söylemez. Nel 2019 la politica Hevrin Khalaf è stata assassinata e dozzine di donne rapite e stuprate ad Afrin. Con i droni al comando di Erdoğan, vengono uccise donne nel Rojava e nel Bashur. E viene attaccato il campo rifugiati di Makhmur. Le Madri del Sabato sono aggredite, parlamentari e sindache votate da milioni di persone ammanettate. Le donne non si sentono sicure nemmeno nelle loro case. Siamo vicine alle donne torturate, detenute o abusate per le loro idee, i loro scritti, le loro canzoni. Ma non solo i responsabili non vengono puniti, spesso vengono premiati.

Avete lanciato questa iniziativa per avviare unazione legale contro Erdoğan. Chi è il vostro interlocutore? E ci sono organizzazioni o movimenti europei che vi stanno sostenendo?

L’obiettivo non è solo perseguire Erdoğan ma anche riconoscere il femminicidio come un crimine secondo il diritto internazionale. Come donne curde, pensiamo sia importante attirare l’attenzione sui femminicidi sistematici come frutto sia della cultura di regime che della guerra turca al popolo curdo. Le firme raccolte ricorderanno alle istituzioni che affermano di lavorare secondo le leggi internazionali di fare il loro lavoro: le Nazioni unite, la Corte internazionale di giustizia e la Corte europea dei diritti umani. In passato sono state mosse richieste individuali. Questa campagna è un intervento contro la mancanza di azione da parte di queste istituzioni di fronte a tutti i crimini commessi da Erdoğan. Intende riaprire casi chiusi e amplificare la richiesta di giustizia delle donne. Gli diamo la possibilità di dimostrare se sono le istituzioni che dicono di essere, se sono credibili.


(il manifesto, 6 dicembre 2020)

di Chiara Zanini, critica cinematografica


A volte le registe e i registi usano un’espressione un po’ abusata per spiegare come e perché sia nato un loro film. «È stata come un’urgenza», dicono, «questa storia doveva essere raccontata».E c’è del vero, senza questo tipo di urgenze molte storie non raggiungerebbero mai il grande pubblico del cinema, e alcune infatti vengono dimenticate. Valentina Pedicini, morta a quarantadue anni il 20 novembre 2020, queste urgenze le sentiva davvero.

Autrice di tre documentari – My Marlboro city (2008, disponibile sul sito della scuola di cinema Zelig di Bolzano insieme ai suoi primi lavori), Dal profondo (2013) e Faith (2019) – e del film Dove cadono le ombre (2017), riusciva a trasmetterle a spettatrici e spettatori. Per lei il cinema era lavoro, ma era basato anzitutto sul valore della relazione. Aveva una capacità empatica rara, e un percorso di pratica e militanza femminista di lungo corso che la aiutava. Manteneva il patto di sorellanza creato con le protagoniste dei suoi lavori – donne, per lo più – e i loro percorsi.

Invisibili, lasciate ai margini o relegate in una nicchia, punite da distribuzioni poco lungimiranti, in Italia le registe come lei che rifiutano il dogma eteropatriarcale non hanno un pubblico vasto. Ma a Pedicini, forte della buona risposta ottenuta fin da subito con i suoi lavori, è andata diversamente. Non ha vissuto quella forma di autocensura che porta molte autrici e molti autori a smettere di raccontare storie di persone che a loro volta si discostano dalla norma, convinti che i produttori o il pubblico non capirebbero e finanzierebbero altro.

Un suo riferimento – come ha raccontato il 28 novembre al Torino film festival la sceneggiatrice Francesca Manieri – era Le guerrigliere, romanzo fondamentale del femminismo francese pubblicato da Monique Wittig nel 1969. Se si guarda la sua filmografia si capisce perché.

Nel 2013 Pedicini sceglieva di raccontare l’unica minatrice donna in Italia, Patrizia Saias. E lo faceva con un documentario di 72 minuti, ben oltre i cinquanta minuti che molti non superano per avere più possibilità di vendere il prodotto alle tv. Fra i suoi film, Dal profondo è quello che ha ottenuto il maggior consenso e i premi più ambiti: il Solinas, quello alla Festa del cinema di Roma, il Nastro d’argento e la selezione per la cinquina ai David di Donatello.

«Ci sono storie in cui i numeri non sono soltanto fredde annotazioni matematiche, ma prefigurano esistenze in pericolo», scriveva nelle note di regia per restituire l’idea di quello che lei e la troupe avevano condiviso sottoterra con Patrizia Saias e gli altri lavoratori. «Ci sono film che intercettano quelle esistenze e che spaventati dalla progressione numerica che precipita verso lo zero, sentono l’urgenza di raccontare. Dal profondo tiene insieme questi numeri e cerca di raccontarne il significato». I numeri erano: 150 minatori, una donna fra loro, due anni di preparazione per ottenere l’accesso alla miniera, quattro componenti della troupe che ci hanno passato 26 giorni.

Le radici

Parlando dei suoi esordi, Pedicini si definiva «una regista meridionale, nata a Brindisi». E in effetti ha sempre portato con sé, nella sua vita e nel suo modo di fare cinema, il coraggio delle donne del sud e l’attaccamento alla sua terra. A 18 anni si trasferisce a Roma, dove parallelamente all’attività politica nei collettivi femministi, si dedica agli studi di dialettologia e linguistica italiana.

Il suo esordio nel cinema di finzione avviene proprio nella sua regione. Nel 2016 torna in Puglia per avviare con un gruppo di adolescenti e in accordo con le loro famiglie un lavoro su omofobia e lesbofobia. L’obiettivo è realizzare Era ieri, cortometraggio sulla scoperta di sé. Nella cartella stampa la regista parlava di un mondo capovolto. In questi mondi si spingeva per raccogliere storie che sapeva che altri non avrebbero voluto guardare e far guardare. Ne parlava a proposito dell’inquadratura più importante del cortometraggio: Era ieri si apre e si chiude con l’inquadratura di un mare capovolto. «La scelta di questa immagine non è solo metaforica (il mondo di Jo, la protagonista, verrà stravolto in una sola lunga ultima giornata d’estate), ma credo rappresenti anche un mio modo di fare cinema. Fare un film per me vuol dire scoprire, ancor prima di raccontare, qualcosa di nuovo ed inaspettato su di me e sull’ambiente e le persone con cui entro in contatto».

Guardare il mondo con occhi diversi, osservare la realtà in modo originale, inconsueto. Sperimentare senza giudicare. «Volevo che lo spettatore facesse un percorso insieme a Jo, che vivesse con lei la difficoltà dello scegliere se stessi e della non omologazione», diceva. Era una visione che la guidava anche nel giudizio che dava sul cinema italiano: «Fatte rare eccezioni, come Vergine giurata di Laura Bispuri (la sceneggiatura è di Francesca Manieri, cosceneggiatrice anche di Era ieri, ndr), i film di Alice Rohrwacher, quelli di Claudio Giovannesi e di pochi altri mi sembra che il cinema italiano continui a costruire un immaginario di periferie, droghe, machismo, che vede come protagonisti sempre e solo gli uomini, e in cui raramente si mette in discussione l’ordine precostituito».

Nel 2017 gira Dove cadono le ombre, il suo primo lungometraggio di finzione (disponibile su Raiplay). Un lavoro che si misura con una storia passata sotto silenzio, un altro film tutt’altro che convenzionale. Soggetto e sceneggiatura li scrive nuovamente con Francesca Manieri. Il cuore del racconto è il tentativo di sterminio del popolo nomade degli Jenisch, avvenuto in Svizzera tra il 1926 e il 1973. All’epoca, oltre alla ferocia subita dagli adulti, centinaia di loro bambini furono rinchiusi in istituti psichiatrici per la loro rieducazione, subendo violenze fisiche e psicologiche. Una vicenda conosciuta grazie alla testimonianza di una sopravvissuta, la scrittrice e poeta Mariella Mehr. «I protagonisti del film sono tutti prigionieri: del passato, dei ricordi, dell’ideologia, della menzogna […] Anna identità non archiviabile, Anna la resistente, Anna personaggio glaciale è la stella attorno alla quale si muovono gli altri personaggi».

Il film non è stato del tutto compreso, ma Pedicini ci teneva molto. Come ha raccontato l’aiuto regista Marcella Libonati nel corso dell’omaggio al festival di Torino, la sera prima dell’inizio delle riprese l’autrice aveva detto alla troupe: «Ho tra le mani la responsabilità emotiva ed etica di una storia vera che seguo da quattro anni».

Nel 2019 con Faith torna al documentario e ai monaci shaolin di fede cristiana che aveva già raccontato in Pater noster più di dieci anni prima. Fra i critici c’è chi non ha capito l’invito ad abbandonare gli stereotipi su quella comunità, che per alcuni è basata solo su una scelta masochistica di prigionia. Pedicini ha lavorato com’era sua abitudine: sospendendo i giudizi, rispettando ogni identità, ascoltando. Tutti processi alla base di ogni suo film.


(Internazionale, 6 dicembre 2020)

di Sara De Simone 


Poesia. «Esercizi di potere», una silloge dell’autrice canadese, tradotta da Silvia Bre, per le edizioni Nottetempo. Al centro, le relazioni d’amore che abitiamo, con desiderio, conflitto, differenza. E la coppia come territorio di guerra


Quasi sessant’anni fa una ragazza canadese decise di autopubblicare la sua prima silloge poetica stampandone a mano 220 copie. Sulla copertina disegnò due steli e due foglie, entrambe munite di occhi, a predire il ruolo vivo e centrale che la natura avrebbe avuto in tutta la sua produzione. Double Persephone (1961), questo il titolo, era un libriccino di 16 pagine in tutto, fu venduto a 50 centesimi a copia, e le valse l’E.J. Pratt Medal, prestigioso premio che ancora oggi l’Università di Toronto assegna ai suoi studenti poeti. Quella ragazza si chiamava Margaret Atwood, e cominciava così, con semplicità e vero talento, il suo lungo viaggio nel mondo della letteratura.

Autrice prolificissima di decine di libri di poesia, romanzi, saggi, storie per bambini, icona del femminismo e dell’ambientalismo, Atwood ci ha abituati, nel tempo, al suo sguardo preciso e insieme surreale, alla sua penna affilata, ironica, potente. Eppure non smette di sorprenderci. La raccolta di poesie Esercizi di potere, appena uscita per Nottetempo (pp. 153, euro 12) con la splendida traduzione di Silvia Bre, è un’occasione preziosa per approfondire la sua scrittura in versi, meno nota al pubblico italiano. 
Esercizi di potere, pubblicato nel 1971, è senz’altro un libro simbolo di un’epoca, quella del femminismo, della messa in discussione dei rapporti di potere tra uomini e donne, ma come ogni grande scrittura non si limita a interpretare il proprio tempo: ne restituisce il passato e ne prefigura il futuro. Dal futuro leggiamo i versi di Atwood, dal futuro li sentiamo testimoni di una storia che ci riguarda, e che interroga il nostro presente: quello delle relazioni d’amore che abitiamo, con desiderio, conflitto, differenza. Il fulcro di Esercizi di potere è, infatti, la coppia come territorio di guerra: un corpo a corpo, una sfida, un agone fra due. 
Accade che questi due siano un uomo e una donna, accade che su quest’uomo e questa donna agiscano fantasmi antichi, che prendono o perdono forza a seconda del momento. Accade che si amino, e si odino, e si accarezzino e vogliano distruggersi, e che l’uno si configuri come il soggetto dominante e l’altro come il soggetto dominato. Accade – e questo fa la differenza – che a raccontare di tutto ciò sia una donna. 
«Al ristorante discutiamo/ su chi di noi pagherà il tuo funerale// sebbene la reale questione sia/ se io ti renderò sì o no immortale», scrive Atwood in una delle prime poesie della raccolta, chiarendo fin da subito che il compito spettato per secoli ai poeti – quello di eternare la donna amata – sia ora nelle mani di lei, di quell’altra.

Più avantirincara la dose: «Ti prego muori ho detto/ così posso scriverne». La citazione è chiara, l’ironia feroce, chi scrive – la donna, soggetto imprevisto della storia, come pure della poesia – conosce perfettamente la Tradizione e il Canone, per questo può rovesciarli. 
Se, dunque, Dante dichiarava esplicitamente l’ineluttabilità della morte della donna amata, configurando la lirica d’amore come lirica dell’assenza – «Di necessitade convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia» (Vita Nuova, XXIII) – che cosa farà dell’uomo amato la donna poeta? 
Nel caso di Atwood, come di molte altre, la risposta è stata ed è: ne scriverà, decostruendo la tradizione precedente e inventandone una nuova, con competenza e sublime ironia. Operazione che non equivale affatto a una «liquidazione», piuttosto ad una riscrittura creativa e critica, che mentre confuta e rovescia il Canone, pure ne recupera e trasforma gli aspetti vitali.

«Mi accosto a questo amore/ come una biologa/ infilandomi guanti/ di gomma & camice bianco» annuncia Atwood: eccolo il plurisecolare oggetto del desiderio, la donna da guardare e, eventualmente, lodare, che cambia di posto, e si mette i guanti, s’infila il camice, inforca gli occhiali. Adesso è lei che guarda, lei che percorre centimetro per centimetro il corpo dell’altro, lei che palpa, descrive, classifica, tassonomizza: «Come uova e lumache hai un guscio/ Sei esteso/ e nocivo al giardino/ arduo da estirpare», enuncia nella poesia intitolata Lui è uno strano fenomeno biologico. E continua: «prosperi nel fumo; sei senza/ clorofilla; ti sposti/ da un luogo a un altro come un malanno/ Come i funghi tu vivi negli armadi/ e spunti fuori solo nottetempo».

Altro che donna angelo, eternata perché morta, qui «Lui», l’amato, è vivo e infestante: un coacervo di virus e batteri, un parassita, un fungo, uno «strano fenomeno» da contrastare e mettere in versi, a futura memoria. Gli uomini deuteragonisti di Esercizi di potere sono di rado semplici “umani”: uno ha tre teste e sei occhi, l’altro «la faccia d’argento», «squamata come un pesce», uno è senza spina dorsale, e appena toccato si scioglie, l’altro è un «comandante di legno», troppo rigido per farsi carne. Benché l’incontro sia arduo, quando non impossibile, la fascinazione della poeta per queste strane creature differenti persiste. Il teatro di guerra è destinato a ripetersi. Del resto, a questo servono gli «esercizi di potere»: a misurarsi, a inseguirsi, a inchiodarsi, a vincere, a perdere. E a ricominciare ogni volta da capo.

Insomma, «no wonder» – «nessuna sorpresa» – scrive Atwood, se non fosse che qualcosa per spezzare questa bellicosa coazione a ripetere c’è. Per esempio, se «lui» si lasciasse toccare più a fondo, se acconsentisse a sentirsi esposto, se abdicasse a un po’ di potere… qualcosa di diverso accadrebbe. «Ti accarezzo lievemente e tu hai i brividi/ ti contrai, ritiri/ persino il contorno della pelle/ il piacere è ciò che prendi ma non accetti». E continua: «ti faccio scorrere la mano lungo/ il collo, sento il polso/ ti ritrai/ hai qualcosa nella gola che vuole/ uscire fuori e tu non lasci». A impedire all’altro di abbandonarsi c’è un punto inscalfibile di resistenza, una maglia serrata che non si lascia allentare. Come se davvero fosse (lo è ancora?) troppo difficile accettare il fatto che chi penetra è, sempre, anche penetrato. Come se si potesse ignorare che l’incontro col corpo di una donna, o di un uomo, ci rende – tutti – similmente friabili. Come se la posizione di chi entra – di chi deve «farsi largo» – possa (e debba) essere una posizione libera dall’angoscia della vulnerabilità, dell’apertura, dell’incontro profondo: «non si muove come amore, non/ vuole conoscere, non/ vuole accarezzare, dispiegarsi/ non vuole nemmeno/ toccare ti muovi/ dentro me come se io/ fossi (facendoti/ largo a strattoni, è cosa/ urgente, è la tua vita)/ l’ultima/ libertà possibile».

Atwood non dà istruzioni su come uscire dal filo spinato degli «esercizi di potere». Dai loro meccanismi usurati, dalle logiche oppositive che li governano. Ma indica direzioni verso cui allargare lo sguardo, oltre le teste, oltre la piccola guerra fra due: «Considerando gli animali in sparizione/ il proliferare di fogne e di paure/ l’addensarsi del mare, l’aria/ prossima a estinguersi/ dovremmo essere gentili, dovremmo/ sentire l’allarme, dovremmo perdonarci/ Invece siamo contro, ci/ tocchiamo come chi aggredisce,/ i doni che portiamo/ persino in buona fede forse/ nelle nostre mani si deformano in/ dispositivi, in stratagemmi». Sono versi di cinquant’anni fa, che descrivono l’attuale – della coppia, e di tutte le relazioni – con precisa vividezza. 
Non si tratta di fare appello ai buoni sentimenti, piuttosto di stare nella vita per quella è: fragile, breve, sempre più minacciata. Sapere questo, saperlo davvero, non ci renderà campioni di pace e di perdono. Ma forse ci aiuterà a guardare con più attenzione cosa abbiamo tra le mani, cosa offriamo all’altro, all’altra, e perché. 
Soprattutto, ogni volta che amiamo, ci metterà davanti a una domanda scomoda e centrale: «Una verità dovrebbe esistere,/ non andrebbe usata/ così. Se ti amo/ questo è un fatto o un’arma?».


(ilmanifesto.it, 5 dicembre 2020)