di Luca Mastrantonio
Nella prima metà del 2020 il coronavirus ci ha costretti a vivere chiusi in casa. Abbiamo dimenticato il mondo di fuori: era primavera, non l’abbiamo quasi vissuta. Poi, d’estate, abbiamo ripreso a uscire, e vagando anche solo per pochi chilometri lontano dalla caverna, ci siamo dimenticati la vita reclusa. A ricordarcela è arrivato l’autunno, poi l’inverno con i suoi piccoli lockdown. Abbiamo vissuto un anno da Persefone (per i latini è Proserpina), la ninfa rapita dal dio dell’oltretomba, Ade: passa metà dell’esistenza nell’al di là, raggelando il mondo, e l’altra metà, trascinata dalla madre Demetra, sulla Terra, dove risveglia la vita. Il mito che spiega il ciclo delle stagioni è al centro di uno dei due libri con cui il Saggiatore inaugura l’opera di Louise Glück. In Averno, del 2006, lo scontro tra caducità umana e ciclicità della natura si incarna proprio in Persefone, mentre L’Iris selvatico, del 1992, canta l’unione mistica tra una donna e il suo giardino, dove i fiori parlano con lei e lei parla con Dio, nel confronto tra bene e male, morte e rinascita.
In Italia molti di noi hanno scoperto Glück solo dopo il riconoscimento dell’Accademia di Svezia, e tanti devono ancora scoprirla (il Saggiatore, con la traduzione di Massimo Bacigalupo, ne pubblicherà l’opera omnia, a partire da questi due libri intercettati anni fa da Giano e Dante & Descartes).
Ma Louise Glück (classe 1943) in America è una delle voci più apprezzate e premiate da pubblico e critica. La sua poesia è dura e spietata, personale ma universale, autobiografia che usa le maschere del mito. I suoi versi parlano con i morti, fan parlare i morti, le piante, persino dio. Si sente vicina ai poeti del passato e scrive pensandosi letta dai posteri.
Dall’innevato giardino dell’abitazione a Cambridge, Massachusetts, dove ha ricevuto il Nobel, ha omaggiato William Blake ed Emily Dickinson, maestri nell’esprimere la solitudine dell’essere umani. Non ama le interviste, ma ha accettato di parlare con l’Italia, patria dell’amato Dante (omaggiato nella raccolta «Vita nova»), e con 7 per raccontare l’Averno del 2020 agli sgoccioli: l’abbiamo chiamata il 21 dicembre.
Nel 2020 siamo stati tutti Persefone. Il mito si è fatto cronaca. Lei come vive la pandemia?
«Cielo! Non c’è stato nessun evento nella mia vita paragonabile a quanto sta accadendo. Forse lei non ne è al corrente, ma sono una persona socievole che fa grande affidamento sui propri amici e parenti. Le attuali restrizioni sono terribili. Ieri ho visto le mie nipotine, prima non le avevo ancora incontrate, a causa della pandemia. Adesso io sono in quarantena, qui a San Francisco, ho viaggiato da Boston, ed è pericoloso per una persona della mia età. Con mio figlio Noah e le nipotine abbiamo tenuto la distanza di due metri, con la mascherina. È straziante ma è giusto. Non avrei rinunciato per niente al mondo a vedere loro. Ho pure investito parte del Nobel».
In che senso?
«Era difficile e pericoloso viaggiare in aereo per arrivare qui. Così ho utilizzato una parte del denaro ricevuto con il Nobel per noleggiare un piccolo aereo privato. Quando mai nella mia vita avrei pensato di dover ricorrere a una simile soluzione? Era però più sicuro e poi chi dovrebbe utilizzare questo denaro? Adesso, però, ne ho meno».
Cos’ha detto a suo figlio quando ha saputo di aver vinto il Nobel?
«L’ho chiamato subito, anche se per lui, che era qui in California, io invece in Massachusetts, era notte. Ha alzato il telefono per rispondermi e beh, lui ha ricevuto una chiamata a notte fonda dalla madre anziana, non è difficile immaginare cosa abbia provato! Avrà pensato che fossi stata ricoverata, che avevo il Covid magari ma non doveva essere così grave, perché ero pur sempre viva, lo stavo chiamando. Gli ho detto: “Ho vinto il Premio Nobel”. Lui è rimasto in silenzio e poi ha risposto: “È incredibile!”. Ha fatto una pausa e ha aggiunto: “No, è credibile.” E io ho pensato che fosse una cosa bellissima da dire. Anche perché lui è una persona che non ha nulla da spartire con la vita letteraria. Ha intrapreso una strada molto diversa».
Entrambi i libri che escono in Italia sono dedicati a suo figlio Noah. Che cosa ha rappresentato per lei la maternità?
«La nascita di mio figlio mi ha fatto crescere. Un’esperienza che mi ha dato tanto e mi ha sottoposta a molte forzature. All’improvviso, diventi responsabile di un esserino e, per un paio di anni, sono stata una mamma single. È uno shock, ma è stata la decisione migliore che abbia mai preso. Anche sul lato artistico: sarei stata una poetessa molto più tediosa senza la nascita di un figlio. E senza i miei studenti, i loro testi, non avrei superato il mio primo grande blocco di scrittura».
Ne L’Iris selvatico lei fa parlare le piante, dal trifoglio al papavero. E Dio le parla: com’è possibile concepire la voce di Dio?
«Tra le storie che mio padre mi raccontava, a me e mia sorella, oltre ai miti greci, c’era quella di Giovanna d’Arco… Senza la parte del rogo. Ci raccontava che lei sentiva le voci. Per me era una cosa normale, immaginare voci nel silenzio».
Che storie raccontava a suo figlio per addormentarlo?
«In realtà cantavo. Avevo un’estensione vocale limitata, ma il dottor Spock, mentore della pediatria, sostiene che i bambini amano sentir cantare la mamma, al di là delle capacità. Ero felice, perché amo cantare. Così gli cantavo canzoni dall’American Songbook, le “torch song”, The Red Red Robin… raramente vere ninna nanna. Un giorno, lui aveva due anni e mezzo e io stavo intonando il mio medley, Over the Rainbow, probabilmente, si è portato le dita alle labbra e ha detto: “Shhh!”, aggiungendo: “Mamma, non sai fischiare?” La mia carriera da cantante è finita lì».
Lei usa i miti antichi per universalizzare il suo vissuto. Come Persefone ha patito una madre dominante, Demetra. Per le traversie coniugali c’è Ulisse con Penelope, nel libro Meadowlands. Quale mito greco userebbe per raccontare suo padre?
«Per mia madre, verso cui nutrivo sentimenti concreti e ostili, era facile trovare un corrispettivo nei miti, per mio padre no. Lo ammiravo immensamente: mi sentivo simile a lui e diversa da mia madre, con cui spesso non riuscivamo a capirci. Con mio padre era facile, mi sentivo sangue dello stesso sangue, il carattere era lo stesso. Mia madre era forza, mio padre intelletto. Se dovessi associarlo al mondo dei miti greci, direi che era Zeus e io sono nata dalla sua mente. Questa scelta, tuttavia, non mi soddisfa completamente perché non spiega come mai mio padre non appaia mai nelle mie poesie associato a parafrasi mitologiche. Era una figura meno allegorica forse».
Lei ha sofferto di anoressia, che le ha creato problemi anche a scuola. Grazie alla psicanalisi, ha superato questi conflitti. Poi con il suo secondo marito, John Dranow, ha investito in una scuola di chef. Come spiega questa ambivalenza verso il cibo?
«La mia anoressia era legata alla ricerca disperata di controllo sulla mia vita. Sono stata fortunata a essere seguita da un ottimo analista che mi ha fatto comprendere quanto fosse disperata la mia esigenza di controllo, che ho imparato ad esprimere in altri modi. Spesso si diventa anoressiche pur essendo affascinati dal cibo. Ripudiarlo è un sacrificio enorme. Allo stesso tempo, però, le anoressiche si sentono, io mi sentivo, in guerra con l’ingordigia, temendo la destinazione cui può condurre. Negli anni in cui mi sono lasciata morire di fame non ho mai smesso di pensare al cibo. Mai! Non a caso ho imparato tantissimo sul cibo in quegli anni. E mia madre era una cuoca spettacolare! Mi mancava il cibo e sono stata felice di riaccoglierlo nella mia vita. Conosco l’Italia attraverso la poesia e i libri di ricette».
È mai stata in Italia?
«Un paio di volte. Prima dei miei trent’anni, a Bellagio, alla fondazione Rockfeller. Poi ho passato una settimana a Todi, da amici».
Il primo viaggio che vorrebbe fare finita la pandemia?
«In Svezia, per gratitudine».
Ho letto sulla New York Book Review di dicembre la poesia Winter journey, che mescola ricordi d’infanzia e tempo presente: c’è malinconia ma anche ironia, lei beve con sua sorella del gin liscio, senza ghiaccio, e le infermiere si congratulano perché lo scambiano per acqua e dicono brave, idratatevi! Il viaggio vale più come esperienza reale o mentale?
«Sono l’unico membro della mia famiglia che odia viaggiare. Quella poesia comunque fa parte del prossimo libro, Winter Recipes from the Collective. Ma non si tratta di ricette di cucina».
Ho letto in una recente intervista che scrivere per lei è prendersi una rivincita sulle circostanze. Sulla sfortuna, sulle perdite, sulla sofferenza. Penso alla sorella che è morta prima della sua nascita e ai versi di Nostos.
«La sua morte non ha fatto parte della mia esperienza, ma la sua assenza sì. Quei versi riguardano le morti che lasciano un segno indelebile nella nostra infanzia così che ogni eventuale revisione delle stesse, attraverso la poesia, risulta ostica poiché non c’è spazio per discussioni o svolte. Viene data una forma permanente a una impressione. Non si tratta della natura stessa della memoria, felice o infelice, ma piuttosto della renitenza della memoria. Insomma, sto eludendo la risposta alla sua domanda».
C’è una rivincita poetica che sente particolarmente riuscita?
«Ci sono stati cinque anni in cui ho sofferto per un trauma molto serio da colpo di frusta. Era prima di Averno, il dolore è stato così forte che non mi coricavo, non mi concentravo e non sapevo come avrei vissuto il resto dei miei giorni. Poi, il dolore si è affievolito e sono riuscita a scrivere quella che ritengo essere una delle mie poesie migliori, inserita nel volume Averno, e si intitola Ottobre. Ciascuno può avere una lettura diversa, ma so che l’elemento catalizzatore è il colpo di frusta, che nella mia vita era una desolazione per un periodo molto lungo. Poi, ho scritto questa poesia di cui andavo estremamente fiera e mi sono ritrovata a pensare a quale fortuna fosse stato quel colpo di frusta. Senza di esso non l’avrei scritta. Sono le cose di cui ho bisogno. Si sviluppa gratitudine verso le catastrofi che ti colpiscono.
Ottobre è una poesia di terrore e violenza che ci cambia nel profondo, di corpi che non sono stati salvati, di un diffuso senso di insicurezza, dell’estate che non sopravvive all’estate, di voci ormai perdute. È vero che l’ha scritta per l’11 settembre 2001?
«È stata scritta in quel periodo e io stessa stavo vivendo quel periodo sulla mia pelle. Però, non avevo iniziato a scrivere con l’intenzione di trattare l’11 settembre. Allo stesso modo non è l’intenzione di parlare di Covid che mi spinge a scrivere oggi. Mi appare, tuttavia, chiaro che le mie poesie riflettono il periodo che hanno attraversato. Quindi, in questo senso, la risposta è sì, la poesia tratta dell’11 settembre, tratta del crollo del mondo così come lo conoscevamo».
Ricorda le circostanze in cui ha appreso dell’attacco alle Torri?
«Eccome se me lo ricordo. Ero proprio qui, a San Francisco. Mio figlio si era appena trasferito in California. Era iniziato il trimestre alla Williams, la scuola dove insegnavo, e avevo ottenuto il permesso per intervenire a una sessione di letture a San Francisco, per passare un weekend con Noah che stava attraversando un periodo difficile. Dovevo parlare con l’analista e scrittore inglese Adam Phillips nella serata del 10 settembre e l’11 sarei dovuta rientrare per tornare a insegnare. Uscita dalla stanza dell’hotel, scesi con i bagagli e notai qualcosa di strano. Una donna che avevo già visto in hotel stava varcando l’ingresso principale con le valigie e con un’aria molto perturbata, annunciando a voce alta che il suo volo era stato annullato. Immaginai che San Francisco fosse sottoposta a qualche chiusura, augurandomi che non riguardasse il mio volo. Dissi qualcosa e la donna replicò che l’intero aeroporto era stato chiuso. Il personale al front desk fece una chiamata, confermando l’annullamento. Ritornai nella mia stanza senza sapere cosa fare e squillò il telefono. Non credo avessi il cellulare all’epoca. Comunque era mio figlio che mi chiese: “Sai cosa è successo?” Risposi di no e lui continuò: “Accendi il televisore, ma resta dove sei. Vengo a prenderti”». «È stato… ero terrorizzata. Era strano trovarsi sulla costa occidentale perché non stava accadendo qui. Qui, a San Francisco, sembrava tutto come al solito, ma mia sorella era a New York, avevo amici stretti lì, non sapevo come stessero, il terrore era concreto. Sono restata bloccata. Ritornavo all’hotel ogni giorno e non era assolutamente chiaro chi avrebbe pagato il conto, oltre le due notti previste dagli organizzatori dell’incontro. Io non avevo il denaro per saldare il conto in hotel ma mio figlio e la fidanzata vivevano in un posto piccolo, non era un periodo sereno, non potevo andare da loro. Per fortuna degli amici si sono presi cura di me e un amico poeta, Bob Hass, mi ha portato all’ufficio della compagnia United Airlines tutti i giorni per vedere se ci fossero spiragli sui voli. Sono salita sul primo da San Francisco a Boston dopo cinque giorni, o sei giorni».
Nella sua poesia l’autobiografismo non è auto-indulgente e la verità fa male, ma salva dalla menzogna. Ade non dice a Persefone «ti amo, ti proteggerò» ma «sei morta, niente può farti male». Si può dire la verità così anche al di fuori della poesia?
«Io cerco di dire la verità. Oddio, la verità… cerco di avere accesso alla verità offrendo le mie visioni schiette delle cose. Quando mi viene posta una domanda, la mia risposta è sincera, anche nei casi in cui non rappresenta la risposta desiderata. A volte, se ritengo che la risposta possa risultare umanamente dolorosa, cerco di adottare un approccio tale da renderla più sopportabile. Quello che tento di fare nelle poesie è stupire me stessa e, mi auguro, anche il lettore. Se il lettore ritiene di essere in procinto di avvicinarsi a un finale che è in grado di immaginare, che sembra coerente con l’apertura della frase, faccio in modo che la poesia prenda un’altra piega, desidero che il lettore sia un poco destabilizzato, che si meravigli e possa infine pensare che il finale così è più interessante, più vivo. La scrittura serve per mantenere lo stupore. La prima regola che insegno ai miei studenti di poesia è dividere le parti vive da quelle morte. Quelle morte sono le parti della poesia in cui un verso segue l’altro in maniera prevedibile. Non mi importano tanto le metafore, per quanto belle c’è il rischio che le abbiano usate migliaia di volte. Una poesia viva ti porta in un posto che non conoscevi prima».
Beh, c’è un verso che non smette di destabilizzarmi, dove si discute della verginità persa di Persefone: «Ha collaborato al suo stupro / o è stata drogata, violata contro la sua volontà / come spesso oggi le ragazze moderne?». Com’è possibile “collaborare” al proprio stupro?
«Questo è un bosco fitto in cui addentrarsi. Penso sinceramente che sia preferibile desiderare che qualcun altro si assuma la piena responsabilità di una azione in modo da poter sostenere che quella stessa azione sia stata perpetrata contro di te, anche se in realtà tu stesso hai agito in modo da renderla possibile o tu stesso l’hai voluta. Questo è il senso di quel verso».
Nella poesia Sirena, la protagonista, una cameriera, racconta: «Innamorandomi sono diventata una criminale» e confessa pensieri terribili per la moglie del suo amante. Poi chiede al lettore che le venga riconosciuto il coraggio della verità. Lei ha mai vissuto amori così maligni?
«L’amore è una miriade di cose diverse. E per amore si è disponibili a fare cose che non si penserebbe neanche di essere in grado di fare… in alcuni momenti, per alcuni amori. Altri amori sono più benigni».
Nel suo discorso per il Nobel, ha raccontato di quando da piccola, nella casa della nonna, metteva in gara diverse poesie e testi letterari. Ad esempio Little black boy di Blake e la canzone Swanee River di Stephen Foster: quest’ultima è diventata l’inno della Florida, ma hanno cambiato alcune parole perché considerate razziste. Le piacerebbe che un domani cambiassero le sue parole perché considerate sconvenienti?
«Ho lavorato sulle mie parole: non è obbligatorio leggere le mie poesie, nessuno potrà cambiarle. Se capitasse con me ancora in vita, farei quanto in mio potere per chiudere la bocca a chi ci provasse».
Grazie signora Glück per il suo tempo, speriamo che nel 2021 torni davvero la Primavera.
«Me lo auguro, che l’inverno finisca. Comunque… signorina Glück. Ho il cognome di mio padre».
(Corriere della Sera-Sette, 8 gennaio 2021)
di Annarosa Buttarelli
Proprio sulla 27esima ora, qualche anno fa, si aprì un dibattito sui femminismi e sulla possibilità che fosse, o non fosse, percorribile una strada per un’intesa comune. Era una buona idea per tentare di far rinascere un movimento unitario delle donne in Italia. Un movimento che invece si è ulteriormente frammentato, anche se i femminismi resistono come pure la politica della differenza, che nutre il femminismo radicale ma non può contare al presente su di un movimento un tempo sostenuto da un lavoro collettivo di pensiero.
La temporanea, spero, scomparsa del movimento non significa che il femminismo in Italia sia finito, tutt’altro, ma è sospesa la capacità delle femministe attuali di saper confliggere tra di loro con signoria, lealtà e rispetto dell’autorità femminile.
A parte le pensatrici della differenza sessuale, che ancora oggi si impegnano a indicare uno stile del conflitto tra posizioni che non cancelli l’avversaria, né la desautori, secondo la logica binaria amico/nemico, come invece si fa con una eccessiva disinvoltura anche tra donne. Ricordo una maestra di filosofia, Luisa Muraro, che si dà come compito, e ci esorta a fare altrettanto, di non parlare mai “male” pubblicamente di un’altra donna anche se avversaria. Ed è coerente con questa pratica che evita il brutto spettacolo di donne che si attaccano tra di loro disordinatamente, anche se dichiarano di battersi per la causa della libertà femminile, un altro modo di chiamare il femminismo. Muraro ha dato una lezione di stile di conflitto con una lettera (pubblicata sul sito della Libreria delle donne di Milano e qui ripresa) rivolta alle ministre Bonetti e Bellanova, in cui le esortava a “dare il vostro contributo, lo sapete fare”.
Diceva loro, in sostanza, di assumersi in prima persona il compito, dall’interno del governo in carica, di migliorare autorevolmente il lavoro del governo stesso, senza aderire a un particolare schieramento partitico, dal quale non dipendono più nel momento in cui hanno giurato come ministre davanti al presidente della Repubblica. Ci ha mostrato ancora una volta come si può confliggere tra donne: cercando e valorizzando il meglio dell’avversaria, riconoscendoglielo. Mi aspetto perciò che venga rispettato il suo insegnamento e che Luisa Muraro venga contraddetta, se qualcuna lo reputa necessario, con garbo, rispetto e riconoscenza. Tutte qualità di uno stile che purtroppo donne che amano il potere più di sé stesse riservano solamente al loro “capo” o ai loro compagni di gestione del potere.
Annarosa Buttarelli è tra le fondatrici della Scuola di Alta formazione Donne di Governo.
(La 27esimaora – Corriere della Sera, 8 Gennaio 2021)
di Luisa Muraro
Pubblichiamo il proseguimento dello scambio avviato da Luisa Muraro (Ndr)
6 gennaio 2021
Italiaviva.it
Lettera sulla libertà femminile. Di Teresa Bellanova ed Elena Bonetti
Una riflessione da parte delle due Ministre di Italia Viva
Il partito in cui siamo e agiamo è Italia Viva. Partito che dalla sua fondazione, da parte di Matteo Renzi, contempla la diarchia in tutti i ruoli e le cariche, scelta che anche a livello locale sta cambiando il volto della partecipazione politica (1).
Non a caso Matteo Renzi è stato il primo e finora l’unico Presidente del Consiglio ad aver attuato la piena parità nell’indicazione dei suoi Ministri (50% donne e 50% uomini). Già molte ministre di quel governo furono accusate di essere succubi del capo. Megafoni.
D’altra parte, è un maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali. Dunque, nessuna meraviglia se lo stesso incantesimo ricade oggi su due Ministre della Repubblica. Lascia tuttavia sconcertati che a farsene interprete sia questa volta anche la parola di una filosofa che ha scritto saggi sulla libertà femminile e l’autorità che ne deriva.
Perché le donne, alla prova degli eventi e dei fatti, sono obbligate a dare ragione della loro autonomia di giudizio rispetto agli uomini mentre agli uomini mai, neppure dalle donne, questo è richiesto? E in quali gravi condizioni versa la credibilità del servizio della politica e dello stesso agire politico, se perfino una donna di pensiero è portata ad escludere nelle premesse che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese? Quest’ultima è, forse, la vera domanda del nostro tempo e attiene alla drammatica incapacità di concepire la comunità.
Finisce così per interessare poco ciò che voci ufficiali di donne e uomini di Italia Viva, comprese le nostre, dichiarano da mesi nel merito puntuale di temi cruciali per il futuro di questo Paese.
Diventa invece necessario ribadire che, in piena libertà e autonomia, abbiamo condiviso con Matteo Renzi e l’intera comunità di Italia Viva i rilievi mossi al Presidente del Consiglio rispetto a quelli che noi per prime riteniamo veri e propri vulnera istituzionali e deficit nella capacità politica di governare la complessità che stiamo vivendo.
Richiamando le domande al principio del nostro ragionamento, chiediamo: è così difficile per Luisa Muraro, che sembra non conoscere a sufficienza neppure le nostre storie politiche e le nostre biografie, vedere e riconoscere libertà decisionale e autonomia femminile nelle nostre scelte? Mostreremmo forse una qualche prova di maggiore libertà se non richiamassimo tutti alla necessità di considerare le enormi risorse del Recovery un’occasione storica per il Paese e le nuove generazioni, tale da rendere necessario un confronto responsabile, rigoroso, di qualità all’interno della maggioranza di governo?
Appariremmo donne più libere se non parlassimo di quanto una superficiale gestione delle responsabilità rischi di penalizzare pesantemente e mettere fuori gioco una intera generazione, costretta oggi alla didattica a distanza come unica modalità di insegnamento e domani a un futuro lavorativo desolante, sul quale nessuno sente il dovere di aprire gli occhi per disegnare una strategia valida e creare concrete opportunità?
Saremmo riconosciute libere se con serena accettazione dicessimo che dinanzi alla gravità della pandemia è meglio non discutere e guai ad alimentare conflitti (e pazienza se si mette a tacere la coscienza e si rende sterile e innocuo, e in questo modo, sì, inutile e persino superfluo, l’esercizio critico del nostro giudizio)?
Meriteremmo una patente di libertà, infine, se venissimo meno al riconoscimento reciproco come fondamento delle relazioni nelle comunità politiche e al giuramento fatto sulla Costituzione il giorno in cui siamo state nominate Ministre della Repubblica, quello di “esercitare con lealtà e onore le funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”?
Semplicemente, la nostra idea di libertà e di autorità femminile non coincide con quella espressa dalle parole di Luisa Muraro e da chi come lei oggi ci sollecita ad agire al di fuori di una logica di comunità. Nel pieno rispetto delle reciproche differenze d’opinione, ne teniamo conto. Ma non vorremmo inutilmente alimentare un dubbio: non ci occorre alcuna patente di libertà. Noi siamo persone libere. Siamo donne libere. E con il servizio della politica abbiamo l’ardire – Muraro non se ne dorrà – di voler contribuire a spezzare i gioghi, troppi e subdoli, che parole come le sue ancora vogliono imporre sulle spalle delle donne di questo Paese.
Teresa Bellanova
Elena Bonetti
(1) Dallo Statuto di Italia Viva:
1.1 Italia Viva è la casa aperta a tutte le donne e a tutti gli uomini che si identificano nei valori propri dello Stato liberale, laico, inclusivo e fondato sulla divisione dei poteri, nella Costituzione repubblicana e antifascista, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
1.2 Promuove la concreta parità di genere, impegnandosi affinché donne e uomini abbiano eguali diritti e medesimi doveri.
3.3 L’Associazione persegue anche attraverso azioni positive l’obiettivo della parità dei sessi in attuazione degli articoli 3 e 51 della Costituzione. Ogni incarico, elettivo o di nomina, è affidato congiuntamente a una donna e a un uomo, salvo diversa espressa previsione del presente Statuto o della Legge. In ogni caso, va garantito l’equilibrio numerico dei due sessi all’interno degli organi collegiali.
Alle ministre Elena Bonetti e Teresa Bellanova
Vi ringrazio di aver preso in considerazione la mia lettera aperta del 31 dicembre, doppiamente perché, oltre al segno di attenzione, mi date anche l’occasione di spiegare meglio il mio pensiero. Chiedendovi di collaborare al vostro meglio con il governo di cui fate parte, io do per acquisito che siete libere. Agitando la minaccia delle vostre dimissioni per ricattare il capo del governo, Matteo Renzi vi usa.
Mi viene quasi da pensare che voi vi rivolgete a me per una rivendicazione di libertà che vorreste rivolgere a quest’ultimo, un uomo di cui è nota la voglia di protagonismo. (Luisa Muraro)
(www.libreriadelledonne.it, 8 gennaio 2021)
Ho molto apprezzato, sul sito, il testo di Vera Gheno sulla questione dei nomi delle professioni al femminile: sono gli stessi argomenti che utilizzo anch’io dagli anni ’90. Una raccomandazione che mi sento di fare è cercare di sensibilizzare sempre e ovunque, in qualunque contesto e ambiente, al doppio linguaggio di genere: io lotto per questo in un arco molto vasto di soggetti, perché frequento moltissimi soggetti di varia natura e martellando qualcosa si riesce a ottenere. È una lotta di sostanza, non di forma. Segnalo un altro libretto utilissimo, il numero 4 della serie prodotta nel 2016 dall’Accademia della Crusca e da La Repubblica sull’italiano intitolato “Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere”.
Mi è piaciuto molto anche il testo di Silvia Motta: non mi ha detto nulla di nuovo, in quanto sono femminista, ma ha ribadito in modo particolarmente chiaro alcuni concetti, come ad es. quello di parità. Dissento sul lavoro da casa, che per me è dannoso soprattutto per le donne ma non solo: da quando è massicciamente usato (e in questo periodo non si può fare diversamente) sono aumentati i femminicidi e altre forme di violenza domestica, varie coppie a causa della convivenza forzata per tutto il giorno sono “scoppiate”, le persone in età lavorativa che vivono sole sono private di qualsiasi forma di socialità, la sindacalizzazione è resa ancor più difficile (e non era proprio necessario) e, anche se giuridicamente il lavoro da casa consente autogestione degli orari di lavoro, in pratica se non ti connetti alle 8.30 o altro orario consentito anche quando sei in presenza, vieni mazzolato/a dal datore di lavoro, che controlla facilmente l’orario di inizio e non va a controllare se, iniziando più tardi, magari lavori fino alle 20 o alle 21.
È vero che l’autorità femminile è attualmente presente come mai è stato prima, ma a mio parere è fondamentale ricordare che l’autorità femminile è sempre stata presente fin dalla più remota antichità in ruoli di potere – non poi così pochi –, nelle scienze (vedere il libro di Sara Sesti e Liliana Moro “Scienziate nel tempo”), nella poesia (Saffo), nella letteratura dal XV secolo, a partire da Christine de Pizan, in politica ampiamente intesa dalla fine del XVIII secolo. Le donne hanno “inventato” l’agricoltura e l’unico uomo da cui l’ho visto ricordare è Giorgio Galli.
Per influire dobbiamo allearci tra donne nei luoghi dove operiamo, scrive Silvia: è quello che faccio da anni come responsabile nazionale politiche di genere del Partito Comunista Italiano e anche in altre sedi. È con questo intento che avevo promosso il convegno del 3 ottobre “Donne e politica ieri oggi e domani: uniamoci per essere libere tutte” (https://falcerossa.com/2020/11/10/donne-e-politica-ieri-oggi-e-domani-uniamoci-per-essere-libere-tutte/), che propone di tessere alleanze tra donne delle varie forme della politica, puntando soprattutto su CGIL e Non Una Di Meno.
Un abbraccio e buon anno, Maria Carla
(www.libreriadelledonne.it, 7 gennaio 2021)
di Isabella Consolati
Percorsi. A proposito di Caterina da Racconigi e Mary Astell raccontate in due volumi firmati da Eleonora Cappuccilli. Dal Rinascimento piemontese alla Rivoluzione inglese, due donne interrogano politica e teologia. Le spinte di rinnovamento sono veicolate dalla presa di parola femminile contro le disuguaglianze
«Ho aperto davanti a voi una porta che nessuno può chiudere»: il versetto dell’Apocalisse che introduce il primo volume di Eleonora Cappuccilli La critica imprevista. Politica, teologia e patriarcato in Mary Astell (Macerata, Eum, pp. 263, euro 16) evoca la crepa nell’ordine costituzionale aperta dall’irruzione delle donne nella sfera pubblica durante la Rivoluzione inglese. Nonostante il pensiero politico moderno che lì prende forma si adoperi per farlo, quella crepa non può essere cancellata e l’opera di Mary Astell (1666-1731) ne è testimonianza. Questa filosofa inglese «in corpo di donna» è stata per lo più considerata un’eccezionale anticipatrice di un femminismo successivo.
Cappuccilli invece la restituisce alla sua radicalità che è tale non in quanto prefigurazione, ma perché esprime la tensione prodotta dalla presenza imprevista e impensabile delle donne sull’intero impianto del pensiero politico occidentale, dal costituzionalismo al patriarcalismo antico e moderno, dalla teologia politica alla storia costituzionale. Questo disordine si fa strada sorprendentemente considerato che Astell osteggia la rivoluzione, sostiene l’ordine costituzionale infranto e la legittimazione trascendente del potere dinastico. Astell è questo, ma è anche colei che ripensa i termini dell’ordine costituzionale a partire dall’uguaglianza di donne e uomini di fronte a Dio e dunque dalla critica alla subordinazione di metà del genere umano al dominio maschile. Come convivono queste due facce? Questa domanda attraversa il libro di Cappuccilli che riesce a tenere aperta la contraddizione e, mentre ci dimostra che la prospettiva femminista trasforma la storia costituzionale in storia di conflitti materiali e sul significato dei concetti fondamentali, ci costringe ad abbandonare l’idea che sia possibile trovare un porto sicuro in una presunta essenza femminile al di fuori della storia e dei suoi conflitti.
Astell, dunque, coniuga la difesa dell’ordine che la rivoluzione ha messo a soqquadro e la polemica serrata contro il nuovo ordine costituzionale che si sta configurando anche attraverso la rivoluzione. E lo fa attraverso un riferimento a Dio come unico depositario dell’autorità capace di togliere legittimazione alle autorità sociali che producono la subordinazione delle donne. La filosofa inglese mostra così che la cesura che segna la soglia della modernità è il luogo di una contemporanea saldatura tra il patriarcalismo antico e il contratto socio-sessuale al centro del patriarcalismo moderno.
Cappuccilli mostra come, sotto la sferzante critica di Astell, tanto il patriarca tradizionale quanto l’individuo possessivo di John Locke appaiono come due formulazioni di un dominio maschile che vuole mantenere salda la sua presa. L’intento lockeano, con cui Astell polemizza accesamente, di giustificare razionalmente la subordinazione delle donne nella famiglia non tiene di fronte alla pretesa astelliana che la razionalità sia attributo di ogni creatura di Dio, il caposaldo di quella che Cappuccilli definisce la sua «teologia politica anti-patriarcale». Il rapporto individuale con Dio rompe la catena d’autorità che lega Dio al sovrano e al padre, ma mostra anche che l’uguaglianza naturale degli individui alla base del contrattualismo moderno cela in realtà il predominio maschile.
Facendo leva sulle storie notevoli di altre donne che prima di lei hanno parlato, Astell individua l’intreccio di fattori normativi – il diritto, la religione, il costume – che sanciscono e riproducono la minorità giuridica, intellettuale e materiale delle donne, primo fra tutti il matrimonio. Pur non propugnando la disobbedienza all’autorità maschile, nelle sue opere Astell pensa quali siano le condizioni per praticare l’uguaglianza. Per riuscirci bisogna sospendere la sottomissione facendo leva sul «privilegio cognitivo» che le donne hanno rispetto agli uomini, ovvero la «libertà dalle opinioni ricevute e la capacità di rifiutare il costume». L’autonomia delle donne si costruisce attraverso il perfezionamento dell’intelletto e della morale. Per Astell ciò non significa ritirarsi in una sfera protetta dall’autorità maschile, ma prepararsi, affinarsi e disciplinarsi per la vita in un mondo di uguali.
Sulle tracce delle donne notevoli dalle quali Astell trae ispirazione, Cappuccilli si rivolge nel suo secondo libro La strega di Dio. Profezia politica, storia e riforma in Caterina da Racconigi (Aracne, pp. 160, euro 12) all’esperienza profetica di Caterina da Racconigi (1486-1547), terziaria domenicana, figura di spicco del Rinascimento piemontese, consigliera di corte dei Signori di Savoia e «musa» di Gianfrancesco Pico della Mirandola. L’autrice si confronta così con un altro momento cardine della genesi della modernità e riattiva il dispositivo interpretativo adoperato su Astell, mostrando le spinte di rinnovamento che, già prima della Riforma, sono veicolate dalla presa di parola femminile.
La vicenda alterna di Caterina tra eresia e ortodossia, tra stregoneria e devozione, riflette la tensione interna al fermento rinascimentale in cui la profezia diventa tanto momento di potenziale sovversione quanto strumento di legittimazione del potere politico e della gerarchia ecclesiastica. Entrambi questi momenti sono in ogni caso intensificati dal fatto che Dio parli per bocca di una donna. Caterina inoltre non è isolata, ma è parte di quella che Cappuccilli definisce una «soggettività corale» insieme alle altre carismatiche domenicane che manifestano come lei l’esigenza di praticare la parola di Dio in prima persona, contro il monopolio maschile della vita religiosa.
L’apertura sul futuro che la profezia comporta è prima di tutto invito all’azione, non ultimo perché pronunciata da una donna la cui autorità non è prevista dal mondo del suo tempo. Paradossalmente il carisma profetico di Caterina diventa vettore di un disincantamento del mondo di natura peculiare, perché, denunciando la rovina morale della Chiesa, riesce a porre una domanda sulle forme e le sedi del potere e contestare con ciò la sua configurazione patriarcale. Per farlo Caterina e le altre carismatiche si rendono umilmente veicolo della parola divina, ma rivendicano un margine individuale di interpretazione, che costituisce la fessura attraverso cui si fa inesorabilmente strada la soggettività femminile.
Nello stesso momento in cui la riarticolazione conciliare della pietà cristiana prova a recludere le donne nei conventi e a confinarle nelle case, la pratica profetica viene messa al servizio di quel mutamento delle forme dell’obbligazione politica che si ha con l’emergere della politica moderna, in cui l’apertura sul futuro diventa la base per dare corpo a un esercizio continuativo e costante del potere. Ancora una volta, dentro un’altra frattura e attraverso la voce di un’altra donna, Cappuccilli mostra che la differenza sessuale non si colloca fuori dal tempo, ma emerge materialmente alle prese con l’avventura del reale.
(il manifesto, 7 gennaio 2021)
di Franca Fortunato
Agitu Ideo Gudeta, la signora etiope della “capra felice”, a pochi giorni dalla fine dell’anno e dal suo 43° compleanno, è stata uccisa nella sua casa da Adams Suleimani, un giovane suo dipendente che dopo averla colpita più volte con un martello, mentre era agonizzante, l’ha violentata. Non importa di che nazionalità è l’assassino, è solo e sempre un uomo che non sopporta che una donna abbia una vita sua, sia libera, autonoma, indipendente e in più abbia successo, come Agitu con la sua azienda agricola “La capra felice” di cui andava fiera. Tra le montagne del Trentino aveva recuperato terreni abbandonati dove allevare le capre mochene autoctone, che voleva salvare dall’estinzione, e al centro della città di Trento aveva aperto la bottega della “capra felice” dove vendere i suoi prodotti. Per la prossima primavera aveva in mente di aprire un agroturismo. Il motivo economico che il suo assassino ha confessato non dice la verità vera di tanta ferocia e violenza, segno di volontà di dominio e di sottomissione di una donna, ai suoi occhi, “troppo” coraggiosa, colta, intelligente, forte, bella, felice come le sue capre, invidiata e odiata fino a ucciderla e stuprarla. Agitu, la donna dallo splendido sorriso, era arrivata in Italia a 18 anni, si era laureata a Trento in sociologia ed era tornata in Etiopia per unirsi alla lotta dei contadini contro le multinazionali che in Africa, come in India e ovunque nel mondo, li espropriano dei loro terreni, ne distruggono l’economia di sussistenza riducendoli alla fame, e vi piantano monoculture estranee e intensive che rendono arida la terra e ne distruggono la biodiversità. La pandemia tra le tante cose ha portato alla coscienza dei tanti il valore del prendersi cura della terra, del vivere in armonia con essa, di contro un sistema economico capitalista vorace e distruttore, responsabile dello sfruttamento della natura, dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della distruzione delle foreste e della biodiversità, del surriscaldamento del clima che sta mettendo a rischio la vita stessa sul pianeta. È la cultura della madre terra, della vita della natura e dei popoli, per cui le donne nel mondo si battono in prima fila da sempre, anche nell’Africa e nell’Etiopia di Agitu, che lei porta dentro di sé come un sogno da realizzare quando nel 2010, costretta a scappare dal suo paese perché minacciata di morte, torna in Italia. Un sogno il suo che realizza in un paese e in una regione divenuti il suo paese e la sua regione, dove trova però un clima ostile di cui aveva paura. Subisce, infatti, minacce, offese, molestie per ragioni razziali, si sente gridare “qui non ti vogliamo”, come dal suo vicino di casa che, denunciato, viene condannato a 9 mesi. Lei non molla, resiste, forte delle sue radici a cui è rimasta sempre fedele e che affondano nella cultura dei suoi “pastori”. Radici che ha voluto trapiantare nelle montagne trentine, vivendo in armonia con la natura. «Vedo un equilibrio perfetto tra la terra e le capre, un dare e ricevere reciproco», soleva dire. Non era un’integrata, come molte/i l’hanno definita, ma una donna, venuta in pace da un paese lontano per studiare, lavorare, e creare lavoro – nella sua azienda dava da lavorare anche a rifugiati – e vivere in pace con la popolazione del luogo, senza rinnegare se stessa e le sue origini. Il suo è uno splendido esempio di civile convivenza e con la sua cultura, la sua presenza e il suo lavoro ha reso questo Paese più ricco di umanità e più abitabile. Grazie Agitu per il tuo grande coraggio di donna libera.
(Il Quotidiano del Sud, 7 gennaio 2021)
di Mariangela Mianiti
Con una lettera aperta intitolata «Prendere la mira giusta» e pubblicata sul sito de La libreria delle donne di Milano, la filosofa e femminista Luisa Muraro ha chiesto alle ministre Teresa Bellanova (Agricoltura) ed Elena Bonetti (Pari Opportunità), che fanno parte di Italia Viva, «Di non prestarsi alle dubbie manovre di Matteo Renzi. Il passato – continua Muraro – non parla in suo favore. In ogni caso, non lasciate che sia lui a parlare e decidere per voi. Non siete ministre a disposizione di Matteo Renzi, siete ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere. Mirate alla libertà femminile e al bene comune».
La lettera è del 31 dicembre scorso e mi è ronzata in testa di giorno e di notte, tormentando il mio sonno, pungolando il mio inconscio (…), quasi come se fossi io una delle due ministre chiamate in questione, accidenti. Mi auguro che le parole di Muraro stiano facendo lo stesso effetto anche su Bellanova e Bonetti perché mai come in questo momento abbiamo bisogno di donne che decidano con la loro testa e il loro sentire e non secondo le disposizioni di un capo che, sempre come dice Muraro, non le chiama nemmeno per nome, ma minaccia di usarle, e qui sono parole mie, come se fossero roba sua, armi da guerra o utensili da guerriglia, pedine da dama (il gioco) o aggeggi di potere.
Che poi, più che un capo, il mio solito inconscio malandrino mi fa vedere Renzi come un capetto che molto assomiglia a quei bulletti di provincia che si gonfiano il pettuccio facendo lo struscio su e giù per la via principale del paese, gonfi di orgoglio per quel mirabolante duevirgolaottopercento di consensi che gli assegnano i sondaggi, (…)
D’accordo, i sondaggi non sono oro colato e al giorno d’oggi la popolarità di un personaggio è molto inquinata dalla propaganda, dalle commistioni di interessi, da quanto ti vedono e parlano di te sulle pubbliche piazze mediatiche. Però è anche vero che Renzi è stato capace di precipitarsi con le sue stesse mani dal quarantapercento al pocomenoditre, una dotazione che con le leggi elettorali di oggi non gli permetterebbe nemmeno di entrare in parlamento.
Tutto ciò qualcosa vorrà dire, per esempio che gli italiani ogni tanto sanno ridestarsi dagli incantesimi. Ma niente, quando un moscerino si sente Napoleone è inutile illudersi di cambiarlo, bisogna lasciarlo al suo destino, o a un ottimo psicoanalista, sempre che lui abbia voglia di andarci, e proprio qui sta il potenziale delle due ministre che ora hanno la formidabile occasione di mostrare che non sono a disposizione di un capo, ma che hanno autonomia di pensiero e idee per migliorare governo e Paese. Muraro, dicendo loro «Date il vostro contributo. Lo sapete fare», parla anche a tutte le donne. È un’esortazione importante perché indica un cambio radicale del fare e pensare la politica: dare un contributo anziché obbedire a giochi e lotte di potere; essere consapevoli di saperlo fare. Tutto ciò equivale a darsi autorità e autorevolezza perché le donne non sono ancelle obbedienti, ma potentati politici capaci di prendere la giusta mira.
(il manifesto, 5 gennaio 2021)
di Teresa Numerico
Il motore di ricerca, a dispetto dei suoi proclami, applica una strategia di esclusione dell’alterità di vedute. Come dimostra il caso di Timnit Gebru, licenziata per un articolo non approvato.
Timnit Gebru è stata licenziata da Google all’inizio di dicembre 2020. Aveva la corresponsabilità della squadra dedicata all’etica dell’intelligenza artificiale nell’azienda ed era una delle più note dipendenti afroamericane del motore di ricerca.
Secondo Jeff Dean, capo della divisione Intelligenza Artificiale, un articolo per il quale aveva chiesto l’approvazione – che aveva contribuito a scrivere – non superava gli standard di qualità aziendali. Alle proteste di Gebru è scattato, immediato, il licenziamento.
Il caso è rilevante perché dimostra una più generale tendenza del motore di ricerca e delle grandi aziende Internet a usare l’etica dell’Intelligenza Artificiale solo per i grandi titoli delle pubbliche relazioni, mentre quando si tratta di approfondire i problemi e discutere nel merito delle pratiche tecniche non accetta di essere criticata. È la nota pratica dell’ethics washing: fare finta di seguire una serie di norme auto-definite, solo per potersi autoassolvere quando si esercitano pratiche discriminatorie, basate su stereotipi e pregiudizi.
Il problema della diversità dei lavoratori delle aziende della Silicon Valley è impossibile da sottovalutare. La maggior parte dei programmatori, venture capitalist, imprenditori che lavorano in quell’area, non solo sono maschi bianchi, ma sono anche formati nelle facoltà scientifiche delle università esclusive della Ivy League che – essendo molto costose – presuppongono anche una precisa appartenenza di classe.
Tutti i tentativi di aumentare la diversità di genere, etnica e sociale dei lavoratori non è andata oltre l’adozione di progetti speciali da reclamizzare nelle conferenze stampa, come mostra l’impietoso memoir di Anna Wiener La Valle oscura (Adelphi, 2020).
L’episodio del licenziamento di Gebru è un’eloquente prova che – nella Silicon Valley – qualsiasi buona intenzione è destinata a infrangersi al primo stormire di fronde di una contrapposizione culturale e politica. Alcuni dipendenti di Google, infatti, hanno testimoniato che nessuno ha passato al vaglio contenutistico gli articoli di cui sono autori, segnalando così come questa valutazione del lavoro di Gebru sia irrituale e pretestuosa.
Il giudizio di merito svela – se ce ne fosse ancora bisogno – il meccanismo di potere appena nascosto dietro la foglia di fico della qualità scientifica. Google non perde occasione per mostrare le due verità della sua ideologia, da una parte campione di diversità, dall’altra pronta a sanzionare una delle sue dipendenti più rilevanti rispetto a questa politica. La tentazione di una strategia di esclusione dell’alterità di vedute esprime il vero nucleo immorale e coloniale del tecnopotere, incapace di tenere fede ai suoi proclami pubblici.
La Mit Technology Review, in un articolo del 4 dicembre scorso, ha descritto i contenuti del testo incriminato. Lo scritto analizzava gli strumenti di natural language processing usati da Google e argomentava intorno a quattro rischi relativi al loro uso per comprendere e riprodurre testi secondo i dettami degli algoritmi adottati.
La prima questione problematica è la grande richiesta energetica necessaria per addestrare e riaddestrare anche solo una delle reti neurali di deep learning usate per la comprensione dei testi. Secondo una serie di studi citati è possibile misurare il carbon footprint prodotto per ottenere un
sistema di IA, in grado di interpretare i testi.
È molto difficile definire un’unità di misura univoca per valutare il peso dell’inquinamento prodotto dall’addestramento di questi sistemi, ma è evidente che i costi energetici siano molto ingenti, anche considerando l’obsolescenza dei materiali usati, il loro smaltimento, l’uso dell’energia per eseguire i calcoli e refrigerare le macchine. Sebbene i meccanismi che presiedono all’addestramento siano virtuali, i dispositivi hanno una materialità costosa, ingombrante e un consumo energetico rilevante.
Il secondo rischio preso in esame dall’articolo incriminato era legato all’addestramento di queste reti neurali sui corpora di testi incontrollati presi da Internet che tendono a perpetrare e reiterare pregiudizi razzisti, sessisti e sociali.
Il terzo rischio ipotizzato si concentra sulla capacità manipolatoria sul linguaggio che non si accompagna a una vera comprensione dei testi. Tale prospettiva spinge a privilegiare questi modelli a discapito di altri che invece potrebbero condurre a una maggiore comprensione del linguaggio, attraverso corpora più ristretti e controllati, con costi di addestramento meno ingenti.
L’ultimo rischio è relativo all’uso degli strumenti per produrre testi che simulano quelli scritti da esseri umani, che potrebbero incrementare il potere di generare automaticamente false informazioni, amplificandone la diffusione con l’obiettivo di intossicare la vita democratica.
Una delle ipotesi sul motivo di una reazione così smisurata contro Timnit Gebru per un articolo che sostanzialmente non proponeva una ricerca innovativa ma solo una rassegna della letteratura critica, è che si sia toccato un nervo sensibile. Il progetto, infatti, prendeva di mira l’ultimo strumento di Natural Language Processing usato da Google, il Transformer language model proposto nel 2017, che recentemente ha dato luogo all’ultimo modello Bert, che viene utilizzato per comprendere le domande per la ricerca sul web, ancora al centro dei ricavi del motore.
L’analisi del linguaggio è particolarmente delicata. Sappiamo che Bert utilizza una rete neurale molto efficiente, le cui prestazioni non si comprendono pienamente. Il sistema di deep learning non ha una vera comprensione del linguaggio, ma costruisce inferenze basate sulla sua capacità di apprendere stereotipi. Il metodo non consente di esercitare l’euristica del senso comune: per esempio, sebbene comprenda che si può camminare dentro una casa e che una casa può essere grande, non deduce da queste conoscenze che una casa sia più grande di una persona.
Ha difficoltà a comprendere le relazioni tra i numeri e non ha una comprensione del mondo nel senso che non sa mettere in relazione le capacità di un oggetto con le sue caratteristiche, oltre a non saper ragionare sui termini astratti. Eppure è in grado di fare correttamente una sintesi di un testo complesso, di produrre testi accettabili sintatticamente, oltre che di supportare la traduzione in modo efficace. Il carattere manipolatorio dello strumento è quindi estremamente preoccupante perché svuota il linguaggio del suo valore, dal momento che può essere usato per mimare la capacità linguistica umana, senza padroneggiare il significato che veicola.
Un’altra preoccupante osservazione riguarda l’aumento di intensità computazionale richiesta dalle ricerche nell’intelligenza artificiale che rende tutti gli studiosi sempre più dipendenti dalle disponibilità dei data center della Silicon Valley.
In un recente articolo di Nur Ahmed e Muntasir Wahed dal titolo The De-democratization of AI: Deep Learning and the Compute Divide in Artificial Intelligence Research si dimostra che dal 2012 nelle maggiori conferenze di informatica americane siano aumentati nettamente i contributi dei dipendenti delle aziende Internet da soli o in collaborazione con i ricercatori delle principali istituzioni universitarie.
Il rischio è la creazione di un compute divide, che avrebbe come conseguenza una pericolosa privatizzazione della conoscenza di questo settore. Tale privatizzazione riguarderebbe anche le prestigiose istituzioni accademiche dipendenti dal «potere, dall’expertise e dai data center» delle aziende Internet per mettere alla prova le loro ipotesi di ricerca.
L’intelligenza artificiale è un campo sempre più cruciale per lo sviluppo economico e per il controllo sociale; se la sua evoluzione stesse esclusivamente nelle mani dei giganti della Silicon Valley, ciò potrebbe avere effetti preoccupanti per le trasformazioni delle democrazie nei Paesi occidentali. Sarebbe utile avere un progetto strategico per contrastare questo esito nefasto sia per la conoscenza, sia per l’autonomia e la libertà della politica nell’Unione Europea.
È per questo forse che le grandi aziende Internet stanno incrementando la loro attività di lobbying a Bruxelles: non vogliono essere disturbate dalla regolazione e, nel frattempo, controllano che non si creino potenziali concorrenti nel settore.
Riferimenti bibliografici
Ahmed, N., & Wahed, M. (2020). The De-democratization of AI: Deep Learning and the Compute Divide in Artificial Intelligence Research. arXiv preprint arXiv:2010.15581.
Clarke L. (2020) Big Techs carbon problem, NewStatesman, 26/11/2020
Hao K. (2020) We read the paper that forced Timnit Gebru out of Google. Here’s what it says, MIT
Technology Review 4/12/2020
Rogers, A., Kovaleva, O., & Rumshisky, A. (2020). A primer in bertology: What we know about how bert works. arXiv preprint arXiv:2002.12327.
Satariano A., Stevis-Gridneff M. (2020) Big Tech Turns Its Lobbyists Loose on Europe, Alarming Regulators, New York Times 14/12/2020
Strubell, E., Ganesh, A., & McCallum, A. (2019). Energy and policy considerations for deep
Wakabayashi D. (2020) Google Chief Apologizes for A.I. Researcher’s Dismissal, New York Times 9/12/2020,
(il manifesto, 3 gennaio 2021)
di Lorenzo Giarelli
“Ministre Bellanova e Bonetti, date prova della vostra indipendenza e non seguite Renzi nella crisi”. L’appello della professoressa Luisa Muraro, tra le più illustri pensatrici del femminismo italiano (fino ad averne inaugurato un filone autonomo, quello della cosiddetta “seconda ondata”) è insieme politico e simbolico. In una lettera pubblicata sul sito de “La Libreria delle donne di Milano”, Muraro si è rivolta alle due ministre renziane chiedendo di dissociarsi dal loro leader e “non farsi strumentalizzare” dalle sue manovre contro il governo, non solo per “il bene comune”, ma anche per un gesto di “libertà femminile”.
Professoressa Muraro, perché leggere la posizione di Bellanova e Bonetti in chiave femminista?
Io intendo il femminismo non come uguaglianza tra uomo e donna, ma come ricerca femminile della libertà. Un gesto forte delle ministre darebbe forza a questa libertà, sarebbe una prova di non subordinazione. Mi auguro diano prova di indipendenza, nel rispetto della Costituzione, aiutando questo governo a fare meglio.
C’è qualcosa che non va nei rapporti tra le ministre e Renzi?
Renzi è un uomo egocentrato, non ne faccio un discorso di incapacità politica. Pongo attenzione sulla arroganza con cui parla delle ministre Bellanova e Bonetti, senza neanche nominarle e minacciando di ritirarle come fossero pedine a sua disposizione. Per questo mi sono rivolta a loro chiedendo di non mettersi a disposizione delle sue manovre, dando prova di indipendenza.
Oltre a un discorso di libertà femminile, lei cita il ‘bene comune’. Che cosa intende?
Questo contesto di pandemia rende irresponsabili manovre destabilizzanti. Veniamo da anni di difficoltà economiche e l’Europa ci ha dato un credito enorme, nonostante in passato non avessimo dimostrato buone capacità di gestione. Eppure l’Unione, per altro guidata da diverse donne in ruoli di potere, ci ha dato un aiuto che non possiamo far naufragare nelle difficoltà e nelle beghe interne, tipicamente italiane. Una risposta positiva dell’Italia darebbe più forza a tutta l’Ue.
Crede che le ministre di Italia Viva seguiranno il suo consiglio?
Ho voluto dare voce a una opinione che mi pare molto diffusa e su cui, pur con grande misura, ha pronunciato parole importanti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non ho motivo per non stimare le ministre Bellanova e Bonetti, ma ho voluto far sentire loro questa voce e renderle partecipi delle mie aspettative. Indipendentemente da come andrà, mi piace provare a dare un contributo e sono contenta quando posso farmi sentire, anche perché sono convinta che il femminismo abbia sempre dato un grande impulso alla politica.
(Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2021)
di Marta Equi
Non si può sopprimere un mito finché non ci si sente in grado di praticare l’attività mitizzata. Ritirare astrattamente il mito non serve a niente. (…)
Forse per questo la prima iniziativa che ho preso nel femminismo è stata di formare questa specie di casa editrice (Carla Lonzi, 1976)1
Il di più che è in gioco
La serie di contributi di cui fa parte questo breve testo parte da una domanda che nella sua semplicità mi pare custodisca una promessa radicale: cosa possiamo dire di nuovo e di più sulla sfera della cultura attraverso lo sguardo di genere? L’interrogazione posta dalla “chiamata alle idee” si articola esplicitamente non solo su tematiche connesse ai processi di inclusione: “c’è di più”, si legge nella call, “la scommessa che le donne possano mostrare una nuova rotta.”
La presenza di quel di più mi ha convinta a scrivere.
Vorrei con queste breve testo mettere in luce il radicamento storico di queste interrogazioni menzionando la vicenda della fondazione di imprese culturali femministe che, articolate non solo secondo forme giuridiche diverse ma anche a partire da visioni politiche differenti, nel loro insieme, condividono alcuni punti potenzialmente interessanti per una riflessione come quella sollecitata da Flavia Barca e Letture Lente perché vanno a strutturarsi proprio nel nesso che ci può essere tra operare femminile e cambiamento culturale.
Imprese femministe
Il contributo dei femminismi e della loro storia è oramai consolidato nelle aree più innovative e meno mainstream dei Management e Organisations studies, che guardano a questo patrimonio di pratiche e teorie come una sorgente di idee capaci di offrire lenti di lettura per comprendere criticamente specifici aspetti del management (la questione della leadership o del decision making, per esempio), nuovi approcci metodologici ed epistemologici e strumenti critici capaci di cambiare riflessivamente il modo in cui studiamo le organizzazioni e possibilmente la disciplina stessa.2
Considerando la storia del neo-femminismo italiano è possibile rintracciare esempi brillanti di articolazione di una critica radicale alla cultura e al potere come istituzioni del dominio maschile accompagnati però da sforzi imprenditoriali dedicati proprio a questo ambito.
A partire dalla metà degli anni Settanta il femminismo «inizia a produrre cultura»3 aprendo una serie di iniziative quali Librerie delle donne, Case editrici, Riviste e progetti editoriali, Case delle donne, Centri di documentazioni e Biblioteche, etc. Le imprese fondate furono moltissime, alcune hanno resistito alla prova del tempo e svolgono tutt’oggi la loro funzione. 4
Ingaggiarsi con l’ambito culturale e farlo autonomamente significava innanzi tutto prendere le distanze da una sfera considerata come il sito principale dell’istituzionalizzazione della discriminazione, della generazione della violenza simbolica, e, naturalmente, di un sessismo mascherato. Su questi punti le riflessioni di Carla Lonzi sono tutt’oggi irrinunciabili5. (Tanto più se pensiamo alla situazione odierna, a partire da alcune evidenze emerse recentemente sulle violenze in ambito accademico a discapito di studentesse e ricercatrici, 6 la discriminazione silente che continua nel mondo dell’arte7 ed evidenze aneddotiche che tra lavoratrici della cultura ci scambiamo.) L’atto concreto e insieme dalla valenza simbolica di separarsi dalle istituzioni della cultura maschile per fondare realtà nuove aveva poi la caratteristica di voler prendere in mano il destino della produzione culturale femminile: le varie iniziative a diverso titolo sono stati modi di riscoprire, valorizzare, commercializzare e preservare le parole e il sapere delle donne. Senza la casa editrice La Tartaruga (fondata a Milano nel 1975 da Laura Lepetit)8 non avremmo avuto in Italia Le Tre Ghinee di Virginia Woolf, tanto per dire.
I modi della gestione erano sottoposti ad uno scrutinio continuo in quanto dovevano essere necessariamente rispondenti alle idee e visioni politiche e venivano compresi mai come meri strumenti ma sempre come terreno di verifica delle idee proposte e dei propri atteggiamenti a riguardo. Inoltre, vennero cercati dispositivi di mediazione che andassero oltre i meccanismi formali delle organizzazioni burocratiche, nella ricerca di pratiche antigerarchiche e che non ricadessero nella dicotomia scoraggiante dell’avere o non avere potere. In ultima analisi c’era l’idea che nell’ ingaggiarsi con una attività imprenditoriale ne andasse del proprio sé: non solo perché le attività svolte rappresentavano la passione e l’identità delle donne coinvolte, ma anche perché vi era la ferma convinzione che non ci potesse essere trasformazione sociale alcuna senza una messa in gioco radicale di sé stesse. D’altra parte il femminismo si basa sulla convinzione che non ci sono strade possibili di liberazione né di emancipazione senza aver effettuato la tappa fondamentale della presa di coscienza.
In questo senso le imprese femministe fondate negli anni ’70 costituiscono un patrimonio per noi che ci domandiamo come cambiare la cultura attraverso la partecipazione femminile. Esse ci mostrano che fare impresa (culturale) può essere qualcosa ben lontano dall’idea muscolare e individualista dell’imprenditore coraggioso che tanta letteratura ha perpetuato ma piuttosto una “creazione e coltivazione di un contesto”, ossia delle condizioni di possibilità che un progetto e una visione si possano articolare, a beneficio di una comunità, e di implicazione radicale di sé nel farlo, come suggerito dagli studi di Antonia de Vita. 9 Analizzando la storia dei luoghi delle donne, la loro visione fondativa e le loro pratiche organizzative possiamo riformulare come azione imprenditoriale quella dedicata ad un cambiamento della società, possibile solo in presenza di un cambiamento personale.10
Memoria e Riflessività
Ricordare processi storici mi interessa particolarmente anche all’interno di una disciplina con difetto della memoria come sono i management studies e in contesti orientati al policy making dunque per definizione contemporanei, perché sento che sia importante prestare attenzione affinché la storia delle donne, in qualunque orizzonte politico essa si collochi, non venga obliterata. Questo ha una funzione assai pratica: quando riflettiamo su cose come il perché dell’inferiorità numerica delle artiste, l’importanza del linguaggio sessuato e come esso venga costantemente derubricato, l’efficacia del mentoring, il persistere del sessismo mediatico etc., ci poniamo domande che sono in parte già state poste, alle quali risposte o abbozzi di risposte sono già state date. Collocarci in una genealogia ci aiuta in altri termini ad evitare il rischio latente in questi esercizi della dispersione di energie femminili, in un faticoso processo di “ricominciare sempre daccapo”, che sembrerebbe il destino della mobilitazione pubblica delle donne.11
Infine, dovendo riflettere sulla strategia dei nove punti come la call richiede penso che proporrei di arricchirla con un punto che sottolinei l’importanza di adottare uno sguardo critico, pratico e riflessivo verso la sfera della cultura di cui noi facciamo parte. La cultura e le istituzioni culturali non sono infatti oggetti al di fuori di noi, né semplicemente campi nei quali noi agiamo: noi facciamo cultura. Per questo la questione della riflessività mi sembra di cardinale importanza: prima di arrivare alle generalizzabili buone pratiche domandiamoci intimamente: quali sono le specifiche pratiche che noi, in prima persona, come operatrici culturali mettiamo in campo? Questa domanda sposta il focus dell’agire, io credo, e possiamo anche rivolgercela una con l’altra, per aiutarci a far sì che la nostra azione punti in alto, ad una trasformazione più profonda della società e della cultura, una che inizi con noi.
(AgCult, 2 gennaio 2021)
Note e Referenze
1 Intervista di Michèle Causse a Carla Lonzi, 1976. In Chinese et al 1977 È già politica, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, pp 103-109.
2 Benschop, Y. and Verloo, M. (2016). Feminist Organization Theories. Islands of Treasure, in Mir, R. et al. (eds.) (2016): 100-112.
3 Cutrufelli, M.R. et al. (2001). Il Novecento delle italiane. Una storia ancora da raccontare, Roma: Editori Riuniti.
4 Si pensi, per esempio, per quanto riguarda il territorio milanese, alla Libreria delle donne di Milano (Fondata nel 1975), le case editrici Scritti di Rivolta Femminile (1970) e La Tartaruga (1975), progetti editoriali come Sottosopra (1973) e centri di documentazione come Centro Studi Storici sul Movimento di Liberazione della Donna in Italia (1979, dal 1994 Fondazione Elvira Badaracco). Per un focus sul territorio milanese si rimanda a A.R. Calabrò e L. Grasso, Dal movimento femminista al femminismo diffuso: storie e percorsi a Milano, Fondazione Badaracco e Franco Angeli, Milano. Naturalmente vi sono molti altri esempi possibili in tutto il territorio italiano.
5 Carla Lonzi (1974), Sputiamo su Hegel e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano; Carla Lonzi (1980) Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra. Scritti di Rivolta Femminile, Milano.
6 L’inchiesta. Molestie, quello che le Università non dicono. di Antonella De Gregorio, Elisabetta Rosaspina, Elvira Serra, Francesca Visentin (coordinamento Giovanni Viafora). La 27esimaOra, 10 dicembre 2020 https://27esimaora.corriere.it/20_dicembre_10/molestie-quello-che-universita-non-dicono-ecco-nomi-numeri-denunciare-1c01a136-3a2f-11eb-bd0f-1c432ae6dd98.shtml#tabelle?refresh_ce-cp Sulle donne ricercatrici, il loro talento e la discriminazione, segnalo anche – un esempio tra molti altri possibili – la produzione teatrale Le Eccellenti (di Marcela Serli, promosso dal Comitato Unico di Garanzia dell’Università di Trieste e dal CUG della SISSA e prodotto da Fattoria Vittadini di Milano, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro della Tosse di Genova. Con la collaborazione alla drammaturgia di Cinzia Spanò e Noemi Bresciani e collaborazione alla ricerca fonti di Sergia Adamo, Pilar de Cardenas, Patrizia Romito).
7 Motherhood is taboo in the art world – it’s as if we’ve sold out’: female artists on the impact of having kids. Hettie Judah. The Guardian, 2 Dicembre 2020. https://www.theguardian.com/artanddesign/2020/dec/02/motherhood-taboo-art-world-sold-out-bourgeoisie
8 Sulla storia della Tartaruga e della sua fondatrice si veda L. Lepetit (2016) Autobiografia di una femminista distratta, Roma, Nottetempo.
9 Antonia De Vita (2004) Imprese di Amore e di Denaro. Creazione sociale e filosofia della formazione. Guerini e Associati. Sull’imprenditorialità femminile una ricerca cardine è quella di Helene Ahl (Ahl, H. 2002, The Making of the Female Entrepreneur A Discourse Analysis of Research Texts on Women’s Entrepreneurship, JIBS Dissertation Series, 15).
10 Su questo mi permetto di rimandare al mio lavoro di Phd Equi Pierazzini, M. (2019) A legacy without a will. Feminist organising as a transformative practice. Tesi di dottorato in Analysis and Mangement of Cultural Heritage, IMT School for Advanced Studies, Lucca.
11 Sull’eredità del movimento delle donne e sul suo processo di storicizzazione si veda Di Cori, P. (2012). Asincronie del femminismo: Scritti 1986-2011, Pisa: Edizioni ETS; Diotima (2002). Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Napoli: Liguori.
di Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli
Annarosa Buttarelli: “Sono preoccupata per le lacerazioni, anzi le degenerazioni che si sono installate nello spazio pubblico in un momento così fragile com’è il cambio di civiltà. Penso che sia un obbligo impegnarci nel lavoro sul linguaggio come fa Rebecca Solnit e come fa John Freeman con il suo imperdibile Dizionario della dissoluzione (Black Coffee ed.), poiché molte nostre azioni sono inconsapevole conseguenza delle parole che usiamo.
Oggi, in ogni schieramento politico e in ogni lobby di pressione, le parole sono usate come corpi contundenti e non per il loro potenziale valore di trasformazione. Da pensatrice femminista radicale sono colpita dalla violenza tra gruppi queer e femminismo storico, ad esempio. Ma anche, altro esempio, tra chi si arrabbia per le misure adottate dal governo per contrastare la pandemia e chi aderisce in toto alle iniziative del governo stesso.
Sono le singole parole del “politicamente corretto” dell’una e dell’altra parte, e non gli argomenti, a tirare le fila di un conflitto che è già guerra: “negazionismo”, “conservatorismo”, “biologiste”, “via le Terf dalle università! (via tutte noi della differenza sessuale?), ”collaborazionismo”, ecc. ecc., per citare le più ireniche. Noi che scriviamo dovremmo dare l’esempio e non esasperare i toni, riportando alla misura del savoir-vivre il nostro linguaggio. Vorrei affrontare con te questo problema, cercando di esercitare il pensiero critico nel marcare la differenza, anziché scivolare sul piano inclinato del disprezzo dell’avversario/a.”
Sarantis Thanopulos: “Stai delineando la deriva dal politically correct al politicamente scorretto. Cadiamo dalla padella nella brace. In entrambi i casi è in azione la mistificazione linguistica dell’esistenza. Nel primo si cerca di creare verità nominali, di costruire in modo puramente semantico il senso della realtà, invece di derivarlo dall’incontro erotico, affettivo, riflessivo con essa.
Nel secondo si tende, usando le parole come armi, a distruggere la possibilità di sentire e di pensare, affidando la propria prospettiva sul mondo a emozioni impulsive, totalmente iscritte al meccanismo di eccitazione-scarica e inducenti all’azione irriflessa. Le parole invece di mediare il nostro rapporto con gli altri, lo fabbricano. Ciò corrisponde a una crisi politica seria, a un declino delle relazioni nella Polis.
Dei due esempi da te citati, in cui la pigrizia linguistica sostituisce il pensiero critico, scelgo per ora il primo. Il movimento queer diverge dal femminismo storico su due punti importanti. Associa l’omosessualità alla transessualità, staccandola dal suo legame con l’eterosessualità che modula la sessualità umana. Con il termine “terzo genere” (né donna né uomo) promuove l’oblio della differenza (motore del desiderio femminile) e invoca, come politicamente corretta, un’idea di libertà che ignora il senso del limite (qualità soprattutto femminile).
Il corpo anatomico non è riducibile a quello biologico, ha proprietà relazionali che, animate dal desiderio (dimensione psicocorporea), gli conferiscono una capacità bi-funzionale (etero-omoerotica, femminile-maschile), ma dentro il gioco della complementarietà con la differenza, lo spazio in cui questa capacità resta viva. Dove l’hybris è in agguato, si sente odore di un troppo di maschile. E si può scivolare nelle parole violente.”
Annarosa Buttarelli: “Hai illuminato il punto cardine: la parola libertà, trascinata a forza a indicare il “diritto” di fare-quello-che-si-vuole, come si dice comunemente, cosa ben lontana dal fare ciò che si desidera. Il desiderio è ormai qualcosa di sconosciuto, tranne che per le donne rimaste fedeli al proprio sesso (come ribadisci anche tu, qui e altrove). Il desiderio è alimentato e tenuto vivo dalla mancanza non appropriabile, mentre la libertà brandita come un’arma è avida di appropriarsi dell’oggetto di ogni impulso.
(il manifesto, 2 gennaio 2021)
di Lucia Vantini
Siamo in un tempo di incertezza, non serve ricordarlo. Nell’ovvio, però, non tutto va da sé. Tra ciò che non possiamo dare per scontato c’è la nostra postura nel flusso degli eventi. Seppure muta, essa non smette di dare voce all’esperienza. Seppure non vista, essa continua a dare forma alla storia. Seppure ignorata, essa insiste a generare saperi. Accade perciò che le parole e le pratiche si vanno trasformando in modo non sempre trasparente e condiviso: non sappiamo bene da dove vengano né tantomeno che effetto ci stiano facendo.
Uno dei punti d’osservazione di queste trasformazioni ruota attorno alla vita dei corpi e alle sue narrazioni. Le forme in cui sono regolate le distanze tra i corpi, infatti, producono sempre teorie, immaginari, discorsi e abitudini. Il Covid-19 ha toccato queste distanze, accorciate a volte fin troppo nelle case e dilatate al massimo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei negozi, nelle piazze.
Nelle chiese sono stati assunti i protocolli di sicurezza previsti, ma c’è nell’aria una strana commistione tra la paura del contagio e la paura che il popolo di Dio possa vivere bene la fede anche senza celebrazioni in presenza. Comunque sia, proprio perché c’è un cambiamento importante riguardo la distanza tra i nostri corpi, accade qualcosa di profondo e di indecifrabile nel nostro vissuto, toccato nel cuore della sua vocazione relazionale. Potremmo dire sinteticamente che è il nostro immaginario della prossimità a ritrovarsi convocato e scosso. Non è facile riordinare i pensieri, le parole e le azioni. Si è aperto un conflitto interpretativo su che cosa davvero significhi vivere relazioni buone in un tempo in cui le tensioni economiche, sociali e politiche sono sempre più esasperate. È difficile anche prendere sul serio e onorare la vulnerabilità che ci contraddistingue tutte e tutti, smascherando le molte gerarchizzazioni con cui abbiamo convissuto da sempre. Nelle comunità cristiane, la stessa questione si riassume efficacemente nel termine fraternità, categoria che non può immunizzarsi dalle tensioni del mondo che abitiamo insieme, come dà testimonianza anche l’ultima enciclica di papa Francesco.
In ascolto delle donne
Perché quest’occasione di rielaborazione della storia non vada sprecata, tuttavia, occorre ascoltare anche le donne. Non in generale: le donne non sono detentrici del vero (né del falso) per natura. Si tratta piuttosto di ascoltare le molte donne che – tra infinite perturbazioni – portano il discorso sul senso della differenza sessuale, sulle differenze in cui essa storicamente si declina e sugli immaginari che le accompagnano.
Sono le donne che hanno imparato per esperienza a diffidare dei discorsi universali, neutri, astorici e disincarnati. Queste donne sanno bene che l’ingiustizia non ha pudore e che spesso si traveste con gli abiti della parità. Continuamente ci ricordano che non basterà discutere di giustizia sociale o di fratellanza per trasformare il mondo in un luogo effettivamente ospitale per chiunque. Ci mettono di fronte al fatto che i programmi di buona volontà scivolano sulla superficie della storia senza inscriversi nella sua trama effettiva se non si spinge lo sguardo fino alle singolarità concrete e a ciò che le raggiunge effettivamente nel silenzio delle vite.
In ascolto di queste donne si impara l’urgenza di interrogare gli immaginari della differenza sessuale, perché in essi si nasconde spesso qualcosa di ingiusto. Sta qui la ragione di alcune contraddizioni del mondo, che sollevano domande irrisolte. Per esempio, come mai in un ordine civile che non ammette discriminazioni legate alla differenza sessuale le donne sono le prime a perdere il lavoro, vengono di solito pagate meno, spesso si ritrovano addosso la faticosa gestione della casa, si sentono poco adatte a compiti scientifici, difficilmente raggiungono posizioni apicali e, se subiscono violenza, tendono a colpevolizzarsi e a essere colpevolizzate? E come mai, in una versione ecclesiologica centrata sulla dignità battesimale, i legami tra i sessi risultano squilibrati nei tanti modi che conosciamo, oscillanti tra la demonizzazione e l’idealizzazione del femminile senza soluzione di continuità?
Non si può rispondere senza immergersi nel regno umbratile degli immaginari culturali in cui viene espressa la differenza sessuale.
Questo non è un suggerimento a distogliere l’attenzione dal piano del discorso esplicito e politico: è piuttosto un invito ad affinare lo sguardo, perché le “spiegazioni” valgono anche per il non-detto e per le passioni che lo agitano. In fondo, come ha ben mostrato lo psicologo e neuroscienziato Michael Gazzaniga, tendiamo a produrre molte ragioni per giustificare i nostri sì e i nostri no alla vita, ma spesso si tratta di confabulazioni: le ragioni del fare stanno altrove, nascoste da discorsi di copertura messi in campo per governare lo squilibrio della differenza.
In questa complessità ci può orientare una sapienza femminile, riconoscibile nel pensiero filosofico della differenza (Diotima) e nelle teologie di genere del Coordinamento delle Teologhe Italiane (Cti).
Una rimozione antica e sempre nuova
La trama patriarcale che interrompe i legami giusti tra donne e uomini – giusti sul piano affettivo, interpretativo, giuridico, simbolico, pratico – è piena di quelle contraddizioni che l’inconscio si può permettere. Senza poter fare una disamina approfondita, sottolineiamo come in esso si instauri spesso un immaginario patriarcale che esalta e disprezza il femminile al contempo. La donna così disegnata è paradossalmente troppo angelica e troppo demoniaca per essere ascoltata in quello che ha da dire o per essere lasciata agire.
Pesa sul femminile l’impressione di un’incompatibilità naturale con il sacro e con lo spazio pubblico, incompatibilità che renderebbe le donne fuori posto in entrambi i contesti. Quest’incompatibilità è fatta di “troppo” e di “poco”: troppo materna, troppo affettiva, troppo relazionale e troppo corporea da un lato, ma anche poco razionale, poco sistematica, poco politica e poco spirituale dall’altro, la donna si fa irrilevante sul piano dello scambio concreto delle prospettive sul mondo, anche teologiche. Le rimozioni messe in atto vengono da questa trama contraddittoria, anche se spesso le argomentazioni si servono solo del versante luminoso, quello idealizzante. Le demonizzazioni sono taciute, perché non riconosciute o per strategia.
L’intreccio è comunque deleterio, perché neutralizza tutto ciò che mette in questione il senso unitario della realtà. Perché, si sa, è questo che fanno le donne: esprimono disagi e desideri che smascherano la parzialità delle tradizioni che non le hanno previste e che non le vogliono ancora incontrare e, in questo modo, aprono il discorso a molte altre differenze.
In questa prospettiva, le teologie delle donne sono disturbanti per la richiesta che portano con sé: chiedono di salvare il particolare. Parlano di corpi, di sentimenti, di oppressioni, di vita e di storie, forse perché sono meno preoccupate di ciò che va finendo e molto più attratte da ciò che va nascendo.
Così si incamminano per i sentieri dei processi pasquali che attraversano l’esistenza. In questo senso, non si tratta di teologie progressiste: non è il nuovo ad attrarre, ma la fioritura dell’essere.
Il sogno femminile non è solo per donne
Viene in mente ciò che la filosofa María Zambrano scrive a proposito delle rovine, in un articolo del 1949 scritto probabilmente a Roma, durante una delle tappe del lunghissimo esilio a cui la costrinse il regime franchista.
Davanti al Foro Romano, Zambrano avverte il pathos che si sprigiona dalle rovine. Per lei le rovine sono sempre una metafora della speranza che si ostina a darsi anche nelle crisi e nei fallimenti. Qualcosa di sacro rimane nell’aria: è la traccia del passato che si è perduto, ma è anche il canto di ciò che, vinto, non ha smesso di lanciare il proprio appello. Così l’edera, il muschio o l’erba che si fa strada tra le crepe delle pietre rimaste, che tanto hanno incantato Zambrano, sono anche immagine di quella speranza ostinata delle donne dentro le nostre comunità, che in fondo non è altro dal delirio della vita stessa che chiede espressamente di essere condivisa.
(Le disturbanti teologie delle donne, L’Osservatore Romano, 2 gennaio 2021)
di Alison Smale and Jack Ewing
Le donne ambiziose che accettano la competizione per raggiungere posizioni di potere, di solito non sottolineano l’essere donne. Nel raccontarsi, sorvolano sulla loro appartenenza al sesso femminile, privilegiando tutto quanto riguarda capacità di lavoro e competenze.
La crescente esposizione pubblica delle donne, l’evidenza di un’autorità femminile sempre più circolante fanno sì che alcune comincino a dire quanto essere donne abbia contato nel raggiungere e mantenere con successo ruoli di primissimo piano. Cominciano a farci vedere come quel che abbiamo chiamato il di più femminile era ed è un elemento del loro successo. Christine Lagarde ce lo mostra in questa intervista.
La Redazione
(…) Una delle priorità che (lei) ha stabilito per la Banca centrale europea è la creazione di un programma per contrastare il cambiamento climatico. Le donne contribuiscono alla lotta contro i danni che ne conseguono con una sensibilità diversa?
Credo proprio di sì. Penso che le donne abbiano svariati poteri che possono essere utili a tutti. Innanzitutto hanno il potere del portafoglio, perché in molte, moltissime occasioni sono le donne a prendere le decisioni sui consumi. Poi, secondo me, contribuiscono con il potere della vita. Sono convinta che dare alla luce un figlio ti dia un senso di prosperità, eredità, trasmissione… È davvero speciale. (…)
Può spiegarsi meglio?
So che non tutti saranno d’accordo, ma penso che la maternità abbia un’importanza fondamentale nel garantire che i nostri figli ereditino un mondo sostenibile e abitabile, con il quale possano convivere e che possano trasmettere alle generazioni future. Penso inoltre che le donne siano resilienti, come dimostrano molti studi. E la resilienza di fronte al cambiamento è qualcosa di cui abbiamo molto bisogno. (…)
Passiamo all’Europa: sono molte le donne che ricoprono posizioni di leadership a livelli alti. Lei è la presidente della Banca centrale europea. Ursula von der Leyen è la presidente della Commissione europea. Angela Merkel è la cancelliera della Germania, il paese dell’Unione europea con il maggior numero di abitanti. Pensa che sia stato determinante? Cosa ne è scaturito?
Innanzitutto, a mio parere, il fatto che noi tre ci conosciamo abbastanza bene si è rivelato utile: ci ha permesso di comunicare molto velocemente attraverso messaggi o telefonate, senza seguire i protocolli. Ecco il primo aspetto: comunicare tra di noi è facile. Il secondo è che nessuna di noi voleva prendersi il merito a tutti i costi, né lasciare che il nostro ego intralciasse il lavoro altrui, e anche questo si è rivelato utile. Quindi direi meno vanità. E una comunicazione più efficace. (…)
Come definirebbe il suo modo di gestire il Consiglio direttivo e le riunioni rispetto a quello del suo predecessore Mario Draghi? Che stile preferisce adottare?
Non voglio fare un paragone tra me e Mario Draghi, né tra me e gli uomini in genere. Ma, in base alla mia esperienza, so che le donne sono più inclusive che volubili, più pazienti che impazienti, più rispettose che intrattabili. Se non fossi paziente, inclusiva e rispettosa, certe decisioni richiederebbero meno tempo. (…)
Ultima domanda: ha mai chiesto aiuto o consigli ad altre donne, famose o no? E qual è, a suo avviso, il miglior consiglio che le abbiano dato e che si è rivelato utile per la sua carriera?
Una persona alla quale chiedevo spesso aiuto e consigli è stata, senza dubbio, mia madre. Mi ispiravo a lei, era la mia guida. Per quanto riguarda i consigli che lei o altre donne mi hanno dato, ne vorrei citare un paio. Uno è della mia allenatrice ai tempi della nazionale. (Da ragazza, Lagarde faceva parte della nazionale francese di nuoto sincronizzato). Mi diceva sempre: “Stringi i denti e sorridi”. È un consiglio che non ho mai dimenticato. Un altro invece è: “Non lasciarti scoraggiare dalle canaglie”.
(Corriere della sera – Io Donna, 2 gennaio 2021 – © 2020 The New York Times Company)
Suggeriamo la rilettura di:
https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/autorita-femminile/
di Tonia Mastrobuoni
È un’italiana la promotrice del più grande esperimento di democrazia digitale al mondo. E sulla sua pelle, Francesca Bria ha vissuto anche la violenza con cui la guerra tecnologica viene combattuta dai giganti della Silicon Valley. La pioniera quarantaduenne consiglia il governo tedesco, la Commissione Ue e l’Onu su una serie di ambiti prioritari che soprattutto in Italia continuano ancora ad essere fuori fuoco. «E ciò — osserva — nel paese del teorico più visionario al mondo sui diritti dell’era digitale, Stefano Rodotà». Bria valuta positivamente il Digital Market e il Digital Service Act varati dalla Commissione Ue, che ritiene due «tasselli importanti verso la definizione di una Costituzione europea dell’era digitale». L’autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung ha appena incoronato la presidente del Fondo nazionale per l’Innovazione “Persona dell’anno”, definendola una «visionaria» e «l’opposizione extraparlamentare dell’era digitale».
Bria, a Barcellona lei ha rivoluzionato le politiche comunali. Non solo perché ha coinvolto 400mila cittadini nella definizione delle iniziative locali, ma perché ha preteso che i cittadini rimanessero in possesso dei loro dati.
«Quando mi hanno chiamato a Barcellona ho notato che negli appalti — ovvero nelle gare pubbliche per contrattare servizi quali la gestione delle telecomunicazioni, trasporti e mobilità elettrica, rifiuti o illuminazione urbana — non c’erano indicazioni su come trattare i dati, come garantirne la proprietà. Gli eventuali vincitori si sarebbero tenuti tutto. Come avviene sempre e ovunque, del resto. Quando parliamo di dati, parliamo delle infrastrutture su cui si creano i servizi, della “moneta” dell’economia digitale. E di solito i cittadini li pagano due volte. La prima, quando chiedono il servizio, la seconda quando cedono “gratis” i dati che vengono sfruttati dalle aziende per fare soldi».
Quindi?
«Quindi ho voluto che il Comune di Barcellona richiedesse indietro i dati alle aziende fornitrici. Abbiamo inserito una clausola di “sovranità dei dati” e la proprietà pubblica dei dati nel contratto di servizio, imponendo a Vodafon, nostro fornitore delle telecomunicazioni, di trasferire i dati che stavano raccogliendo nella città in tempo reale e in un formato aperto in modo che potevamo controllare le informazioni e costruire nuovi algoritmi e modelli per gestire la città e prendere decisioni in tempo reale. Prima non succedeva. Hanno semplicemente preso tutti i dati, usandoli solo a loro vantaggio. In questo modo invece i dati diventano un bene comune, un’infrastruttura pubblica gestita dalla città. E abbiamo creato un patrimonio molto forte».
Il piano con cui avete garantito la sovranità dei dati ai cittadini si chiama “DECODE Project”. Lei ha ingaggiato una squadra di talentuosi programmatori che hanno lavorato su una tecnologia molto complessa, la blockchain. Ma poi cos’è successo?
«Con DECODE abbiamo creato delle applicazioni tecnologiche che consentono ai cittadini stessi di controllare i dati che producono in città e di scegliere con chi condividerli, nel pieno rispetto della privacy, dando vita a quello che noi chiamiamo un nuovo patto cittadino sui dati. Ha effettivamente invertito la situazione attuale in cui le persone sanno poco degli operatori dei servizi a cui sono registrate, mentre i servizi sanno tutto di loro. Invece, i cittadini possono decidere che tipo di dati desiderano mantenere privati, quali dati vogliono condividere, con chi, su quali basi e per fare cosa. DECODE è stato sviluppato da un gruppo di programmatori giovani e straordinari e finanziata con fondi europei per la ricerca. Quasi alla fine, Facebook ha assunto in blocco il team di sviluppo che ha disegnato il protocollo criptografico. E l’ha messo a sviluppare il protocollo di Libra, la discussa, famosissima criptovaluta di Facebook… È stato uno shock».
Che lezione se ne trae?
«Bisogna che impariamo a finanziare generosamente queste tecnologie e chi le sviluppa. Non è possibile che le creiamo e poi ce le scippano».
Quindi è importante che l’Europa si stia muovendo per recuperare un po’ di sovranità digitale?
«È fondamentale. Insieme alla legge sulla Protezione dei dati (GDBR), al Digital Service Act, il Digital Market Act e all’imminente Data Act, la Ue sta definendo una vera e propria Costituzione che punta ad affermare un proprio modello di governance sul digitale che ridimensioni lo strapotere delle Big Tech americane (e cinesi), crei un mercato autonomo e una industria digitale competitiva e tuteli seriamente la sovranità sui dati dei cittadini. Il segnale importante, insomma, è che l’Europa non ambisce più soltanto ad essere un grande regolatore dell’era digitale, ma vuole avere anche un ruolo più forte sul mercato, come competitore globale, attraverso una sua politica industriale e tecnologica».
Domanda scontata: ma che alternative europee ci sono ad Amazon, Google o Facebook?
«Esatto, il problema è anche quello. Lavoro con Mariana Mazzucato che ha dimostrato come Internet, il GPS o il touch screen, e altre innovazioni fondamentali sono basate sugli investimenti pubblici».
Mazzucato ha scritto “Lo Stato imprenditore” in cui sostiene, in sostanza, che solo le istituzioni publiche possono avere i soldi e la lungimiranza per investimenti di lungo respiro.
«Sì, e il punto è che la ricerca richiede investimenti giganteschi: i cinesi li stanno facendo, hanno investito 300 miliardi di euro sull’Intelligenza artificiale, sviluppano propri microprocessori, i propri chip e i quantum computers del futuro e hanno imposto gli standard sul 5G, cambiando le regole di internet. L’Europa deve avere la stessa ambizione, altrimenti rischia di rimanere schiacciata tra gli Stati Uniti e la Cina».
Il caso Edward Snowden, teorici come Shoshana Zuboff o come suo marito Evgeny Morozov, e il suo lavoro a Barcellona e in Europa, hanno contribuito ad aprire gli occhi sull’importanza della sovranità dei dati. Perché è importante?
«L’autodeterminazione dell’informazione e dei dati, come la chiamano i tedeschi, va protetta. Noi abbiamo avuto l’avanguardia giuridica su queste teorie: Stefano Rodotà lo considero il mio maestro. La mia politica di Barcellona è ispirata alle cose che ha scritto e che ha detto Rodotà, la Data Protection Legislation è la sua, il GDPR è figlia del suo lavoro. L’Italia ha anche scarsa memoria di questo. Siamo noi la culla giuridica di questa cultura».
Perché è importante anche la trasparenza algoritmica e che l’Europa la pretenda?
«L’Antitrust tocca il cuore stesso del business delle piattaforme: quello della monetizzazione e della manipolazione dei dati personali. Se le tendenze attuali reggono, i nostri dati varranno oltre 200 miliardi di dollari entro il 2022. Il fatto di rendere virali certi contenuti fa parte del modello di business delle Big Tech. Va corretto alla radice. E la radice è la trasparenza, l’accountability algoritmica e la loro gestione democratica. Oltre alle fake news e le conspiracy theories, c’è ad esempio il nodo dell’uso dell’Intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale. Qualcosa su cui si è mobilitato il movimento Black lives matter. E di recente una delle più importanti ricercatrici di AI di Google è stata cacciata perché in un paper dimostrava come gli algoritmi fossero “biased”, avessero pregiudizi nei confronti delle persone di colore. Nel momento in cui questi algoritmi sono sempre più usati nelle applicazioni che cittadini e governi usano, anche per avere accesso ai servizi sociali o a un mutuo, serve un monitoraggio, bisogna poterli governare o in futuro potremmo vedere minacce alla democrazia che vanno ben oltre gli scandali già emersi come Cambridge Analytica o il microtargeting politico. Ma la Commissaria alla Concorrenza Margarete Vestager è una persona estremamente liberale e si rende conto che queste questioni riguardano il futuro delle democrazie e delle nostre libertà fondamentali».
Il Recovery Fund destina una quota importante di fondi al digitale.
«È un’enorme opportunità, direi unica, per sviluppare queste tecnologie in Europa, attraendo anche i nostri talenti all’estero. Peraltro, molte persone che lavorano in questo settore hanno un approccio estremamente favorevole alla protezione dei dati, all’idea che siano un bene comune e che possono essere mobilitati per creare valore pubblico, più innovazione e migliorare servizi e infrastrutture. Quando ero a Barcellona mi arrivavano proposte di lavorare con noi da persone con un curriculum pazzesco e che adoravano l’idea al mettersi al servizio dei cittadini».
Francesca Bria è esperta di scienze sociali, economia e tecnologia, è la presidente del Fondo nazionale italiano per l’innovazione.
(Ecco i diritti dell’era digitale, la Repubblica, 2 gennaio 2021)
di Franca Fortunato
Questo terribile anno che, con l’arrivo del vaccino, si chiude con una speranza in più, si è portato via tante vite umane tra cui quella della scrittrice e poeta Marisa Provenzano (1950-2020).
Amica amatissima, accanto al dolore ha lasciato dentro di me le tante immagini di noi due insieme, che me la fanno sentire viva. Una su tutte quella di noi due sedute al tavolino del solito bar mentre lei sorseggia il suo caffè ed io il mio tè, o fuma la sua sigaretta, intente ad organizzare “La poesia… in città”, una sua creatura, nata dall’amore per questa sua città e che ci ha viste insieme – io a raccontare la donna, lei a leggere le sue poesie – con Antonia Pozzi, Maria Cumani, Joumana Haddad, Alda Merini, Sylvia Plath. La prossima doveva essere Emily Dickinson. Amante della bellezza e dell’armonia, Marisa voleva che quegli incontri, come tanti altri, fossero accompagnati dalla musica e spesso dal canto lirico dell’amatissima nipote Fernanda Iiritano. Ogni sua iniziativa, come le nostre presentazioni dei suoi romanzi, era un tumulto di emozioni. Oggi sono i suoi libri che me/ce la restituiscono viva perché – come amava ripetere – “la parola e il pensiero non muoiono”. Lei continua a vivere nella sua scrittura, con cui voleva lasciare “un segno” perché diceva: «Se c’è data la vita, ed è un periodo breve e comunque circoscritto in un certo numero di anni di cui non sappiamo né la quantità né la durata, il tempo che abbiamo deve essere riempito di significato». Cresciuta tra libri, musica e poesia, la sua prima raccolta di poesie “Triangolo di luce” la pubblica da universitaria (1971), a cui segue un lungo periodo di silenzio, ma non di scrittura. Nel 2006 comincia a partecipare a qualche premio e a mandare in giro le sue poesie e da allora fino alla sua morte i premi e i riconoscimenti non si contano. Due le raccolte che ci ha lasciato: “Origami dell’anima” e “Kintsugi”. Scrive “pagine della sua vita” nel suo primo romanzo “Qualunque cosa accada… amala” per cercare una catarsi alla propria anima ferita, umiliata, e “recuperare il perdono verso chi ti ha fatto del male, chi ha cercato di ucciderti l’anima”. Un’anima che in ogni parola, in ogni verso, si mette a nudo e guarda con meraviglia la bellezza della vita o di un cielo stellato, illuminato dalla luna, o di un paesaggio di cui dipinge con le parole i colori cangianti a ogni stagione. Di ogni suo romanzo fa l’ordito su cui tessere e dipingere la tela della vita, sua e delle protagoniste, tutte donne. “Baliva” è il romanzo della “creatura comparsa nel nulla, senza storia né tempo, in una notte senza luna” sulla spiaggia di Badolato. “Fato o Destino” è il suo romanzo più filosofico, dove sullo sfondo del dolore, che ruba alla protagonista l’infanzia e l’adolescenza, si pone e pone le grandi domande sulla vita. La vita è tutta nelle nostre mani? Siamo noi a scrivere le pagine del libro che compongono la nostra vita, attraverso le nostre scelte? O tutto è già scritto nel destino? Viviamo nelle mani del Fato, della sorte o del caso? “La vita è una tela dipinta da noi con i colori che sono anche nelle nostre mani” è la sua risposta, che insieme alle domande torna in ogni suo libro, anche nell’ultimo “Il silenzio di pietra”, storia di uno stupro di un’adolescente nella Sicilia degli anni Cinquanta. Lei che sente il tempo che “passa in maniera inesorabile”, non so se si è accorta, nel momento della morte, che il suo era scaduto, ma so di certo che non lo sarà il ricordo di lei fino a quando ci sarà chi, come me, continuerà a leggere i suoi libri e a parlare di lei.
(Il Quotidiano del Sud, 31 dicembre 2020)
Luisa Muraro della Libreria delle donne
Errori e danni il governo in carica ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia. Ma nessun errore o danno è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi con le sue manovre nella coalizione di governo. “È senza anima” ha sentenziato Renzi del piano di spesa proposto dal capo del governo: parla come un esperto di anime l’uomo che conoscevamo per aver insidiato il governo Letta e mandato allo sbaraglio il proprio!
Lo sta rifacendo con la minaccia di ritirare le “sue ministre”. Chi sono? Elena Bonetti e Teresa Bellanova, deputate nel parlamento italiano, elette nelle liste del Partito democratico (PD) e ministre del governo in carica, rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura. Il riferimento delle due ministre è, costituzionalmente, il capo del governo, Giuseppe Conte. Ma entrambe hanno aderito a una piccola formazione, “Italia viva”, un nuovo partitino cui ha dato vita Matteo Renzi (anche lui del PD), dopo le elezioni. Con quale scopo? Ci sono diverse risposte, sicuramente Renzi voleva contare di più e non trovarsi fuori dalla gara per il potere.
Bisogna sapere che il Partito democratico è entrato a far parte della nuova coalizione di centrosinistra dopo la famosa manovra fallita dell’on. Salvini, estate 2019, che ha mandato per aria il centrodestra, e lui all’opposizione. La manovra doveva servire a spostare la politica più a destra e invece non fece che far ruotare il partito di maggioranza, i Cinquestelle (e con loro Giuseppe Conte che ha fatto da perno) da destra a sinistra: i numeri in parlamento c’erano senza tornare a votare. È stata una vera piroetta, il merito ne va a 4-5 persone fra cui lo stesso Matteo Renzi che voleva così rientrare nella gara per il potere: non pensava a favorire Conte, che in quel posto era arrivato quasi per caso.
Poi è esplosa la pandemia e tutto è cambiato fra cui la politica europea e dietro a questa l’importanza dell’Italia e, con questa, quella di Conte e del suo governo di centrosinistra.
Siamo a questo punto. E a questo punto mi rivolgo alle due ministre per chiedere loro di non prestarsi alle dubbie manovre di Matteo Renzi. Il passato non parla in suo favore. In ogni caso, non lasciate che sia lui a parlare e decidere per voi. Non siete ministre a disposizione di Matteo Renzi, siete ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere. Mirate alla libertà femminile e al bene comune.
P.S. Sono stata informata che la ministra Teresa Bellanova è senatrice e che Elena Bonetti è ministra senza essere stata eletta. Mi scuso con le interessate. L.M.
(www.libreriadelledonne.it, 31 dicembre 2020)
di Debbie Hayton
“‘Persone che mestruano’: Sono sicura che esiste un termine per queste persone”. Con queste parole JK Rowling si è addentrata nel dibattito più febbrile della società contemporanea. Nemmeno il Covid-19 è servito per attenuare il furore della discussione sulle persone transgender. Mentre due visioni del mondo collidevano, alcune verità fondamentali che generazioni prima si consideravano indiscutibili sono state messe in discussione.
Cosa significa essere donna? Cos’è essere uomo? Come possiamo differenziarli? Da una parte c’è la fede nell’identità di genere, sentimento nelle nostre menti che spinge la natura e definisce il nostro vero genere: siamo il genere che crediamo di essere. Ma la creatrice di Harry Potter ha espresso un’opinione contraria. Secondo Rowling lei è donna non per una questione psicologica ma per la sua biologia, e si è sentita molto frustrata quando il suo sesso è stato relegato a “persona che mestrua”. Cento anni dopo che le donne hanno ottenuto il diritto di voto in molto paesi Rowling si è ritrovata coinvolta in una campagna che le suffragette non avrebbero potuto mai immaginare: una battaglia per conservare il proprio nome di ‘donna’.
La risposta è stata prevedibile e brutale. Man mano che gli attori diventati famosi grazie ai suoi libri si allontanavano di lei, Rowling è diventata l’obiettivo di una campagna paragonabile a una caccia alle streghe dei nostri tempi. Le donne che hanno affermato a viso aperto che la parola donna appartiene a loro e soltanto a loro hanno dovuto far fronte a un’opposizione rumorosa e talvolta violenta. Alle vibranti proteste contro la femminista canadese Meghan Murphy che teneva una conferenza nella biblioteca pubblica di Seattle ai primi di febbraio sono seguite quelle per l’incontro organizzato dal gruppo Woman’s Place UK a Brighton in autunno. Le donne sono state attaccate, altre hanno perso il lavoro. La furia si scatena perché se le donne si definiscono in base alla loro biologia le donne trans si sentono escluse dalla femminilità. Per le donne trans che vogliono disperatamente essere considerate vere donne, questo significa un rifiuto esistenziale.
Per me questa è una faccenda personale. Sono una donna trans, perciò è la mia identità quella che viene rifiutata. Ma sono anche un’insegnante di Scienze nelle scuole superiori e so riconoscere il pensiero magico quando lo vedo. Le donne trans sono uomini – certamente io lo sono, visto che sono padre di tre figli – mentre le donne sono donne. Le persone-uomini non sono persone-donne, pertanto le donne trans non sono donne. Qualunque siano le emozioni che si muovono in questo dibattito, JK Rowling ha ragione. Quando feci la mia transizione otto anni fa la posizione di Rowling non avrebbe creato alcuna polemica. Noi transessuali – così eravamo chiamati prima –cambiavamo il nostro corpo per assomigliare al sesso opposto e per reintegrarci nella società facendo il minor rumore possibile. Chi di noi occupava un incarico pubblico si rendeva conto che questo non era un fattore decisivo. Perché avrebbe dovuto esserlo? Noi insegnanti, donne e uomini, facciamo lo stesso lavoro e la mia transizione non interferiva né con le leggi del movimento di Newton né con nessun altro argomento dei quali mi occupo in quanto insegnante. Ma conto su relazioni di fiducia con le persone del mio ambiente. Altri uomini si sentono a loro agio presentando se stessi in abiti femminili senza cambiare i loro corpi. Ma nessuno ha mai pensato che i travestiti –così erano considerati questi uomini non trasformati – fossero donne.
Cosa è cambiato? Come mai questi due gruppi – un piccolo numero di transessuali e un numero più ampio di travestiti – sono diventati un movimento transgender in grado di mettere in discussione l’uso del sesso biologico per classificare la società? Tra i leader politici che volevano mostrarsi progressisti – o si disinteressavano della questione – e una popolazione che non ne sapeva nulla, si è cominciato a fare nuove leggi e sono si sono cambiate alcune politiche seguendo le indicazioni degli attivisti transgender interessati a queste innovazioni. Man mano che genere e sesso sono stati fusi, l’identità di genere ha sostituito silenziosamente il sesso nelle politiche e nelle leggi. Abbiamo potuto scegliere non soltanto il nostro genere ma anche il nostro sesso legale, con conseguenze devastanti per i diritti delle donne. Come ha detto Kiri Tunk, fondatrice del gruppo Woman’s Place UK: “Se non puoi definire cosa è una donna, come puoi difendere i diritti delle donne?” (…)
Debbie Hayton, donna trans, insegnante di scuola superiore nel Regno Unito e columnist (traduzione di Eva Martínez Manzana)
(https://radfemitalia.it/, 30 dicembre 2020)
di Silvia Camisasca
In Messico e Argentina. A Hong Kong e sul confine turco-siriano: ogni volta che mobilitazione di piazza o dissenso politico assumono i toni della non violenza hanno il volto femminile di studentesse, operaie, giornaliste, madri: sfidano a testa alta cinici dittatori, affrontano a viso aperto le milizie paramilitari, rivendicano orgogliosamente diritti, negati o violati, allo studio, al lavoro, alla libertà. E, quando i loro compagni, figli, fratelli sono imprigionati, torturati o uccisi, si battono perché sia fatta giustizia, anche in nome della loro memoria. Dal 9 agosto, in Bielorussia, giorno delle elezioni (ritenute illegittime dall’Ue), in cui Aleksandr Lukashenko si è autoproclamato presidente, la resistenza al regime è combattuta a colpi di fiori, quelli con cui migliaia di donne ogni fine settimana scendono per le strade della capitale Minsk: li sventolano con le bandiere bianco-rosso-bianco della nazione di fronte all’avanzare delle camionette e dei cingolati delle forze di polizia. Difendono con i denti gli scampoli di libertà sfuggiti al controllo di un regime ossessivo e a morsi i loro corpi dalle aggressioni delle guardie presidenziali. Fin dall’inizio, durante la campagna elettorale, le uniche voci che, candidandosi direttamente o coordinando la regia dell’opposizione, hanno osato sfidare lo strapotere dell’uomo forte del Paese, sono state quelle di Svetlana Tikhanovskaya, costretta poi a riparare in Lituania, da cui ancora coordina le attività di protesta, Maria Kolesnikova, portavoce dell’avversario di Lukashenko, incarcerato poco prima delle elezioni, e Veronika Tsepkalo, moglie del presidente del parco tecnologico bielorusso.
Sentendosi minacciato dal seguito che andava riscuotendo il movimento rosa, Lukashenko aveva dichiarato illegittima costituzionalmente una presidenza al femminile. L’indignazione conseguente a una tale discriminazione suscitò un’ondata di protesta e per giorni le piazze della capitale e di diversi centri del Paese furono invase da catene umane in cui ragazze, pensionate, avvocatesse e casalinghe sfilarono, mano nella mano, nel nome delle leader della rivolta, simboli di resistenza per tutte loro. Esattamente come Norma Victoria Berti, voce delle detenute imprigionate da Vileda e Massera a metà degli Anni 70, la settantaduenne Nina Bahinskaja è divenuta l’icona di migliaia di giovani bielorusse, il cui motto «Sto solo passeggiando» si ispira alla pronta risposta della coraggiosa Nina all’interrogatorio dei servizi speciali. Ormai virale, lo slogan è stato adottato dalle ventenni, nate sotto il regime di Lukashenko, e che mai hanno conosciuto la democrazia nel loro Paese, che ora manifestano perché sia liberata Nina, incarcerata per le sue posizioni antigovernative. Pochi giorni prima del suo arresto, la avevamo incontrata davanti al tribunale, dove era stata chiamata a testimoniare: «Non ho paura per me: da anni mi hanno sequestrato il conto corrente per riscuotere le multe dovute alle denunce contro i soprusi di un regime crudele e liberticida. Non mi voglio arrendere a lasciare alle future generazioni un Paese in ginocchio, corrotto e senza speranza». Degli oltre 20.000 oppositori transitati per le carceri del Paese, delle iterate torture e violenze su manifestanti inermi, dentro e fuori le centrali di polizia, delle operazioni di rastrellamento e giustizia sommaria, delle silenziose sparizioni di attivisti politici, continuano a dare testimonianza tante giornaliste. E dei 360 fermati negli ultimi tre mesi, in gran parte sono donne arrestate senza alcun procedimento penale a carico, come Katerina Borisevich, Darya Chultsova e Katerina Andreeva: in particolare, Katerina stava indagando sulla morte di Roman Bondarenko, secondo fonti ufficiali, dovuta ad una rissa per stato di ubriachezza. Versione smentita dalle testimonianze dei medici. Nemmeno Elena, la madre di Roman, intende rinunciare alla verità e si sta battendo affinché emerga.
Persino Miss Bielorussa 2008, Olga Khizhinkova, icona utile alla propaganda nazionalistica filogovernativa, nonostante stia pagando la sua esposizione contro il regime con l’estromissione dalle tv di Stato e ora con la condanna al carcere, per la partecipazione a un sit in non autorizzato, ha invitato il mondo della televisione e dello spettacolo ad unirsi alla protesta degli attivisti. Ed è di un’intellettuale di valore, il premio Nobel Svetlana Alexievich, l’invito che dalla Germania dove si trova in esilio, dopo essere stata perseguitata dal regime, è stato rivolto alla comunità internazionale, perché si intervenga a porre fine alle violenze che stanno insanguinando questo piccolo Paese nel cuore dell’Europa. Proprio nel cuore del vecchio continente il sacrificio maggiore lo stanno pagando le donne, di ogni età. Eppure, il coro che risuona nel cielo della vecchia Europa parla di speranza: «Non ci arrenderemo fino a che il nostro domani non sarà libero e democratico».
(Corriere della sera, 29 dicembre 2020)
Domenica, 27 dicembre, è morto Giorgio Galli, politologo e storico di fama, è stato per decenni docente all’Università Statale di Milano. Intere generazioni di studenti hanno avvicinato temi storici e di analisi politica attraverso i suoi scritti e il suo insegnamento.
Frequentava, con l’amata Francesca Pasini, critica d’arte e femminista, la Libreria delle donne di Milano che riteneva un luogo di interessante dibattito politico. Nel 2018 vi aveva festeggiato i suoi novant’anni.
Tra gli articoli a lui dedicati dalla stampa in questi giorni, riportiamo qui sotto quello di Maria Grazia Meriggi da il manifesto, e segnaliamo quello di Egidio Lorito da panorama.it. (https://www.panorama.it/amp/giorgio-galli-morto-92-anni-bipartitismo-imperfetto-2649656896)
La redazione
Addio allo studioso dell’«Occidente misterioso», tra luci e ombre
di Maria Grazia Meriggi
Giorgio Galli se ne è andato il 27 dicembre dopo una vita lunga e creativa. Ha accompagnato la nostra storia repubblicana da testimone, interprete e protagonista. La competenza scientifica si è sempre unita in lui alla curiosità per le faglie e i confini estremi della storia e a una fedeltà di fondo all’aspirazione alla giustizia sociale e all’eguaglianza.
Possiamo qui solo indicare alcuni momenti di questo lungo percorso.
Giorgio Galli è stato incontestabilmente il decano degli scienziati della politica ma ha sempre utilizzato gli strumenti della disciplina per sottoporli a esame critico e pur senza esibire gli strumenti della sociologia marxista ha cercato di strappare il segreto dei rapporti di forza sociali allo stratificarsi delle classi dirigenti.
È intervenuto nel dibattito storiografico a soli 25 anni con un volume sulla Storia del partito comunista italiano (Schwartz 1953), in cui sottolineava il ruolo di Bordiga nella nascita del partito: oggi acquisizione incontestabile, allora coraggioso primato della storia sulla propaganda. Da questo lavoro epocale derivano rapporti di conoscenza e stima con le minoranze comuniste, da «Azione comunista» a «Lotta comunista» in cui ha sempre individuato il respiro utopico più che la ricerca di una ortodossia.
Senza mai piegare il proprio progetto di ricerca a un interesse immediato di partito o di governo Galli è stato un socialista. Per molti decenni un «socialista senza partito» ma legato a un progetto riformatore in cui governo, rispetto del ruolo creativo del conflitto e conquiste di libertà si intrecciassero senza escludersi. Presso l’Istituto Cattaneo di Bologna e poi nelle università di Trento e di Milano Giorgio Galli è stato uno dei pochi studiosi che dall’analisi dei flussi elettorali, di cui è stato incontestato specialista, hanno tratto una conoscenza capillare dei trends profondi della pubblica opinione e delle mentalità.
È del 1966 il suo volume più noto su Il bipartitismo imperfetto (Il Mulino, più volte ristampato). L’aspirazione a spingere il più in là possibile le potenzialità riformatrici del centro-sinistra si scontravano con le peculiarità dei partiti di massa in Italia, soprattutto con un partito riformatore con una base elettorale e sociale operaia e popolare ma con dei riferimenti internazionali e un funzionamento interno eredi della storia comunista. Giorgio seppe analizzare questa peculiarità senza demonizzarne i protagonisti ma comprendendo le impasses che provocavano.
Ha poi indagato – in Occidente misterioso (Rizzoli 1987) – il ruolo degli immaginari esoterici e della resistenza delle razionalità alternative femminili e popolari contro l’affermarsi della razionalità statuale agli esordi del capitalismo, strettamente intrecciato all’ascesa dello stato nazionale, come ha acutamente dimostrato anche Gianni Arrighi nel suo Lungo XX secolo.
Nel successivo Hitler e il nazismo magico – Le componenti esoteriche del Reich millenario (Rizzoli 1989), senza mai negare le componenti economiche e materiali dei processi sociali, indagava il ruolo degli immaginari oscuri che dalla letteratura minore e dai circoli di bizzarri emarginati potevano condizionare processi storici in fasi, come la Germania degli anni Venti, di crisi di sistema.
Il suo incontro e confronto col movimento delle donne è stato egualitario e rispettoso delle differenze, a partire da quella fondativa del femminile. Ed è fiorito anche grazie al felice incontro della sua vita con quella di Francesca Pasini, femminista, critica d’arte e organizzatrice creativa di circolazioni e fecondazioni fra arte, politica e cultura.
Negli ultimi anni ha indagato come interessi finanziari autosufficienti svuotassero sempre più le capacità di governo degli stati. Cito solo il volume a più voci Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci (Rubbettino 2017).
Questo ricordo non si può concludere senza rievocare le capacità comunicative di Giorgio, docente e maestro, capace di rivolgersi con comunicazione simpatetica al collega come ai più giovani ospiti di una bella tavola di amici.
Ricordarlo significa impegnarsi a continuare la sua interrogazione curiosa e rispettosa verso la società intera, nelle sue ombre e luci.
(il manifesto, 29 dicembre 2020)
di Farian Sabahi
«In mezzo a mille impedimenti, le nuove generazioni dell’Iran stanno producendo una cultura raffinata e cosmopolitica saldamente ancorata alla storia locale. Cerchiamo allora di guardare più in là, in questo momento storico difficilissimo, quando sull’agenda internazionale si ripropone il conflitto tra Stati Uniti e Iran. L’odio nei riguardi dell’Iran rischia di portarci tutti sull’orlo del baratro. Quanto a me, posso solo continuare a diffondere la cultura di questo straordinario paese, che amo come fosse il mio. Il mio luogo preferito è Tehran. Conosco già le obiezioni: è inquinata, caotica, cresciuta senza un piano regolatore. È brutta, ma io sono innamorata e gli innamorati, si sa, sono irrazionali». Così scriveva Anna Vanzan nel suo Diario persiano. Viaggio sentimentale in Iran.
Iranista e islamologa, Anna è mancata la vigilia di Natale, a 65 anni, dopo una lunga malattia. Laureata in Lingue Orientali a Ca’ Foscari, aveva conseguito il dottorato alla New York University con Peter Chelkowski, lavorando sul diario della principessa persiana Taj al-Saltana. Si occupava di problematiche di genere nei paesi islamici, in molti dei quali aveva svolto ricerca. Tra le sue monografie, Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici e Figlie di Shahrazad. Traduttrice di letteratura persiana contemporanea, nel 2017 aveva ricevuto dal Ministero della Cultura il premio alla carriera per opera traduttiva e diffusione della cultura persiana in Italia. Sue le traduzioni dei bestseller La civetta cieca, Suvashun e Mio zio Napoleone. Leggere sarà un modo per ricordarla. In questi decenni Anna aveva insegnato a contratto in diversi atenei senza diventare di ruolo. Quest’anno era titolare del corso Culture as Mediation a Ca’ Foscari. Un altro buon modo per ricordarla potrebbe essere una borsa di ricerca in suo nome.
(il manifesto, 29/12/2020)