di Nara Cecchini


Siamo nel salotto di un appartamento di Milano, l’ambiente è inondato di luce e sembra faccia caldo. Nell’inquadratura una signora di una certa età siede sul suo divano nell’angolo in cui di solito “legge libri gialli”. Indossa un vestito al ginocchio, blu scuro e comodo, giacca turchese e classico filo di perle a incorniciare un viso disegnato dal tempo, incredibilmente espressivo. Gli occhi sono intelligenti, mobili e vivaci, spesso affettuosamente irridenti. La voce dell’intervistatrice le chiede quale messaggio lascerebbe alle generazioni future e a suo figlio. La signora appare sorpresa per la domanda, in un primo momento ride: non è tipo da lasciare messaggi ai posteri. Poi si ferma e si fa di colpo pensierosa, lo sguardo si sposta di lato e sembra andare altrove. Lei è Luciana Nissim Momigliano, sopravvissuta ad Auschwitz che ha deciso di partecipare all’iniziativa della Shoah Foundation di Spielberg; è il 3 luglio del 1998 e in dicembre un tumore ne avrebbe spento la vita.

Dopo quel momento di impasse si ricompone, cambia posizione e risponde: «Il messaggio è questo: lavorare, darsi con devozione alle cose che si fanno, fare quello che si crede sia importante fare, non fare le cose solo per il successo, per farsi un monumento […] e poi credere nella vita anche quando le cose vanno peggio e tutto sembra sia distrutto». Chiude ironizzando su ciò che ha appena detto, «Per carità di Dio, dare un messaggio alle generazioni future, ma scherziamo? Ma dai!».

Questa risposta, e l’ironia che vi è sottesa, ci dice molto della sua straordinaria personalità. Luciana ha voluto credere che potesse ancora esserci vita anche quando tutto intorno a lei moriva; lei stessa è stata vita che resiste sotto il peso delle macerie della seconda guerra mondiale, dei Lager e dello sterminio. Quando è poi riemersa dal cumulo di rovine ha deciso che avrebbe vissuto dandosi interamente a ciò che amava, al suo lavoro e alle persone che aveva vicino. Sembra una lezione semplice, quasi banale, ma non lo è. Appena tornata aveva raccontato la sua esperienza concentrazionaria in un breve scritto dal titolo Ricordi dalla casa dei morti, considerando così chiuso quel capitolo della sua vita. Assolto il dovere della testimonianza, del Lager non aveva più parlato fino agli anni ’90.

«Ora che siamo alla fine dell’intervista, perché non ha testimoniato per tutta la vita e ora invece sì? Cos’è cambiato?», le chiede la sua intervistatrice. Questa volta nessun tentennamento precede la risposta: «Beh, perché credo che bisogna testimoniare. Per tanti anni non l’ho fatto, pensavo che lo faceva Primo Levi molto meglio di me, io facevo l’analista ed era importante far bene il lavoro che facevo. Da quando è morto Primo mi sembrava più necessario parlare […] credo che essendo in tarda età sia importante lasciare una testimonianza, non so, non avrò mai nemmeno modo di vederla».

Scomparso Primo, Luciana non si sente più legittimata al silenzio. Otto anni prima, all’indomani della sua morte, su la Stampa lo aveva ricordato così: «Ciao Primo, testimone sulla terra. Nel dolore disperato di oggi resto ormai sola a ricordare laltro viaggio, e i carissimi Vanda e Franco S. che lavevano condiviso con noi e non erano tornati.» Firmato: Luciana, 11 aprile 1987. Come in un simbolico passaggio di testimone, ora è il suo turno di prendere parola.

Primo e Luciana si conoscevano da sempre, dai tempi dell’università e della biblioteca della Scuola Ebraica di Torino. Grazie ai biografi di Levi possiamo fare luce su quel periodo, Carole Angier ha ricostruito l’atmosfera di quegli anni e il clima che si respirava all’interno del gruppo di amici di cui facevano parte anche loro. Sono giovani discriminati per qualcosa che conoscono vagamente, sentendosi molto più torinesi che ebrei. Quando scoprono di essere considerati inferiori e diversi, decidono di diventare speciali. Condividono politica, letteratura, scienza e ogni altezza del pensiero. Luciana ricorda che aveva un soprannome per Primo, lo chiamava “la più alta espressione”: secondo lei era il più intelligente del gruppo. Parlano, discutono, spesso s’innamorano e ancora più spesso vanno in montagna. Sopra Torino, in Val di Susa o in Val d’Aosta, in mezzo a quelle montagne così selvagge e domestiche allo stesso tempo, tanto che si possono ammirare anche dall’autostrada o dalle vie del centro. Luciana scia molto bene, ama la velocità e la sinuosa inclinazione dei pendii di montagna, i boschi e la loro tranquillità. Primo preferisce andare più in alto, dove il bosco lascia posto al minerale e alla roccia. A furia di sfidare l’altezza mette a rischio la propria vita, come raccontò poi nel celebre racconto di Il sistema periodico. In montagna, non poteva essere che lì, capita che i destini di Luciana e Primo vadano a saldarsi definitivamente.

Luciana studiava medicina, una facoltà lunga sei anni, all’epoca considerata non adatta alle donne, che nel 1936 erano meno del dieci per cento delle matricole. Anche in questo Luciana fu in qualche modo un’anomalia. La scelta si rivela però indovinata: arrivano le leggi razziali, solo gli ebrei già iscritti possono continuare a studiare e lei, immatricolata nel ’37, continua a frequentare con relativa serenità fino al ’43. Di quegli anni abbiamo un bel ricordo in technicolor: Luciana doveva sostenere l’esame di Anatomia con il professor Giuseppe Levi; padre di Natalia Ginzburg, maestro di Rita Levi Montalcini e di altri due premi Nobel, Renato Dulbecco e Salvador Luria; scienziato di fama mondiale e convinto antifascista, era stato espulso dalla facoltà e sostituito dal suo assistente. Luciana lo ricorda come un omino, niente di più. Poiché ebrea, deve essere interrogata per ultima. Quando viene chiamata ed entra in aula ha gli occhi di tutti su di sé: per l’occasione ha comprato un vestitino di seta blu a pastiglie colorate, che sullo sfondo scuro delle divise fasciste dei compagni è un vero e proprio lampo di colore. Il professore non può che esclamare: «Signorina Nissim, dulcis in fundo!». Luciana aveva un naturale talento che la portava a spiccare sulla massa. Tenacemente predisposta alla vita e dotata di un convinto spirito anticonformista, era difficile non rimanerne colpiti.

Dopo la laurea, conseguita con il massimo dei voti, le viene regalata una vacanza a Courmayeur dove si reca con l’amica Vanda Maestro. Durante questa vacanza vengono a sapere della caduta di Mussolini e decidono quindi di tornare in città. Dal treno vedono i paesi in festa e i simboli del fascismo abbattuti, l’euforia che le contagia ha per loro un significato particolare: possono finalmente tornare a vivere come tutti. La caduta del regime avrebbe comportato la cancellazione delle leggi razziali e per i giovani del gruppo di Luciana la fine delle discriminazioni, dei lavori precari e sottopagati. Per dei ragazzi ebrei, neolaureati e professionalmente preparatissimi, più che un vero e proprio nemico il fascismo che avevano conosciuto fino a quel momento costituiva una seccatura e una continua frustrazione. Come tanti altri, da ormai due anni, anche Primo si barcamenava tra un lavoretto e l’altro senza particolare successo. Con i fatti dell’8 settembre si infrangono queste speranze: i tedeschi occupano il nord Italia e istituiscono il governo fantoccio di Salò. Dalle città la gente scappa verso la montagna, così anche i Nissim che tornano in Val d’Aosta, a Brusson. Luciana ricorda una grande confusione: soldati disertori, sfollati dalle città, antifascisti latitanti, fascisti imboscati, partigiani e spie. Non ricorda invece come ebbe la notizia, ma a un certo punto viene a sapere che anche Primo e altri del gruppo sono in zona, stanno cercando di formare una banda partigiana ad Amay, sul Col de Joux. Quindi, dopo averne parlato in famiglia, lo raggiunge. Con lei c’è anche Vanda, salgono con gli sci, i pantaloni da neve e gli scarponi. Luciana ricorda l’urgenza di schierarsi e di parteggiare in un momento in cui «in Italia si aveva la sensazione che nessuno aveva il suo posto». A spingerla in montagna fu la delusione dell’8 settembre e la maturata idea che il fascismo andava combattuto in maniera attiva: «c’era la guerra e bisognava combattere».

L’adesione alla resistenza, più personale che ideologica, le permise di affrontare la deportazione sentendosi al centro di un’avventura che, seppur in maniera incosciente, lei stessa aveva coraggiosamente iniziato.

La banda è più un’idea che una realtà: sono senza preparazione, senz’armi e i loro contatti si limitano a un altro gruppo attivo ad Arcésaz, più numeroso e meglio equipaggiato. All’alba del 13 dicembre del 1943 la milizia fascista accerchia l’edificio e per i giovani partigiani non c’è scampo. Vengono arrestati e condotti ad Aosta per essere interrogati. Secondo gli storici della resistenza la loro cattura fu probabilmente casuale: i fascisti avevano ricevuto una soffiata e salirono sul Col de Jeux alla ricerca della banda di Arcésaz, considerata il vero pericolo, ma trovarono Luciana, Primo, Vanda e alcuni membri del loro gruppo.

Nel mese passato ad Aosta avviene uno di quegli episodi che ci permettono di conoscere più intimamente la personalità di Luciana e la disposizione d’animo di quei giorni: il comandante Ferro, che li aveva in consegna, s’era invaghito di “questa ragazzina ebrea”. Lei ricorda che: «Mi faceva la corte, mi diceva che poteva farmi scappare. Ma io gli risposi con la famosa frase – con un fascista? Giammai! – E così mi sono fregata la vita, perché invece di finire ad Auschwitz sarei potuta andare in Costa Azzurra!». Ride mentre lo racconta, ripensa a quella ragazza forse troppo fiera e testarda.

Vengono portati a Fossoli, dove vi era un campo di concentramento gestito da italiani. Luciana si ricorda quel posto con il sole, nonostante fosse pieno inverno. Al gruppo, composto da Primo, Luciana e Vanda, si aggiunge Franco Sacerdoti: gentile, bello e atletico, a Luciana piaceva e in quei giorni di rilassata prigionia si vollero bene. Nella memoria di Luciana il tempo trascorso a Fossoli fu una parentesi felice, erano giovani e potevano stare assieme, niente poteva farli sentire in pericolo. A questo punto dell’intervista viene tradita da un lapsus che sembra preludere alla tragedia che sta per ricordare: dice che loro quattro cucinavano spesso, che «sbattevano le ossa per fare le creme». Si corregge subito, “uova”, sbattevano delle uova e poi le mescolavano con il latte condensato di Franco. Erano uova, le ossa sarebbero arrivate dopo.

Quando il campo passa sotto il controllo tedesco finisce il fragile idillio: il 22 febbraio del 1944 parte il trasporto diretto in Polonia, siamo così giunti all’altro viaggio, quello a cui si riferiva Luciana nel suo necrologio per Primo.

Dopo il racconto di Fossoli, Luciana si alza e consegna alla sua intervistatrice uno scritto, perché possa aiutarla a comprendere. È una copia della sua testimonianza scritta: Ricordi della casa dei morti, il resoconto che Luciana scrisse al suo ritorno dal Lager e una delle primissime testimonianze sui campi di concentramento. La vita di Luciana ci compare come un mosaico, le tessere che ci occorrono ora sono contenute nei Ricordi e qua e là in Se questo è un uomo. Letti in parallelo questi due racconti diventano un’unica sorprendente narrazione, permettendoci di osservare le stesse vicende attraverso un doppio punto di vista. Le loro memorie si integrano a vicenda, si consultano in più di un’occasione e, soprattutto nel caso dei Ricordi, trasformano il testimone della vicenda in protagonista del racconto.

Il viaggio è duro, ma loro sono insieme. Si stringono e si sorreggono a coppie di due: Vanda e Primo, Franco e Luciana. Lei ricorda la paura di chi stava con loro pigiato nel vagone, la disperazione degli altri deportati che contrastava con l’amore che sentiva di ricevere da chi compiva quel viaggio con lei. Ricorda di essere stata addirittura curiosa, voleva scoprire come l’avventura sarebbe continuata.

Al Brennero lasciano cadere un biglietto indirizzato all’amica Bianca Guidetti Serra, è firmato da tutti e tre ma le parole sono probabilmente di Luciana: «Cara Bianca, tutti in viaggio alla maniera classica. Saluta tutti. A voi la fiaccola. Ciao Bianca, ti vogliamo bene». L’esortazione a ricevere la fiaccola è uguale in una lettera inviata a Franco Momigliano il giorno prima di partire: «Caro lavventura è finita. […] ti avevo detto che ti trasmettevo la fiaccola. Ora è sicuro». Superato il confine, oltre Vienna, la campagna è disseminata di baracche e filo spinato. Primo guarda dalle feritoie e ha una lacerante premonizione: «Questa Germania deve essere una enorme prigione». L’arrivo ad Auschwitz è di notte, le donne sono separate dagli uomini e il saluto non è che un cenno della mano, poi la notte inghiotte tutto.

I Ricordi sono un testo breve e inorganico, un flusso di parole senza capitoli, capace di restituire il senso di profonda disgregazione dei legami umani operato dal Lager. Non manca un certo stile letterario e il titolo stesso è un riferimento a un romanzo di Dostoevskij, Memorie di una casa dei morti.

La stessa citazione è usata in Se questo è un uomo quando Levi viene accolto «sulla soglia della casa dei morti». Chi ha letto con attenzione il testo di Primo, leggendo i Ricordi troverà alcune interessanti somiglianze nel modo di guardare all’esperienza: Luciana esercita lo stesso sguardo antropologico, coglie il significato di gesti e riti, leggendovi la mostruosità del progetto nazista. Comprende il senso delle stazioni d’ingresso, la progressiva spogliazione dell’identità in preparazione del totale annichilimento dello spirito, prima che del corpo. Vede nella fame perenne e nella trasformazione del cibo in moneta di scambio il ricatto che sta alla base del Lager: per sopravvivere dovrai essere meno di una bestia. Lo stesso significato con cui Primo interpreta l’uso del verbo “fressen”, il lappare degli animali, per “essen”, il mangiare degli uomini. Mentre questi e altri momenti accumunano i due testi, propriamente di Luciana è la capacità di descrivere da una prospettiva di genere l’offesa subita. Denunciando la cancellazione dei tratti femminei dal viso delle compagne, smaschera il desiderio dei suoi carcerieri di annullare ogni traccia di soggettività, anche attraverso l’accanimento sulle caratteristiche proprie del corpo della donna: le cosce, il ventre, i seni e i capelli.

Il testo di Luciana documenta anche tutta una serie di piccoli gesti resistenziali, tentativi di ricostruire una collettività, fragile ma ostinata a non cedere. Ci descrive come le donne sedute in cerchio si scambiassero ricette e promesse, della chiacchera come tentativo di ristabilire legami tra i soggetti, di come dormissero tutte assieme, strette le une alle altre, donando e ricevendo calore umano. Il fulcro della sua esperienza fu l’esercizio della professione di medico in Lager, in condizioni impossibili, senza reale possibilità di cura e senza medicine. Per ovviare a queste mancanze fu costretta a offrire quello che aveva: ascolto, parole, comprensione. Nei Ricordi il pensiero di Luciana è spesso rivolto agli altri, a chi è con lei nelle baracche, a chi invece è sparito nella notte e di cui non sa più nulla e a chi ancora vive nel mondo dall’altra parte del filo spinato.

Luciana riuscì a sopravvivere: si presentò un’occasione e, pur non sapendo nulla della sua destinazione, si offrì volontaria per un trasferimento verso un altro campo. La guerra stava finendo, nella confusione delle marce finali riuscì a scappare e a rifugiarsi con una compagna nei boschi fino all’arrivo dei carri armati americani. I Ricordi presentano due diverse varianti del finale, la prima termina così: «Del nostro trasporto sono tornate dodici o tredici persone; gli altri sono rimasti laggiù. Anche Primo Levi è tornato; ma di Vanda e di Franco abbiamo solo più due fotografie». Le ultime parole sono rivolte a loro, a chi era con lei, al ricordo del bene che c’era stato.

L’impressione è che senza la memoria di questo bene, Luciana sarebbe stata sopraffatta. “La memoria del bene” è anche il titolo di una bellissima intervista che le fece Anna Maria Guadagni nel 1997, contenuta nel volume uscito dopo la sua morte: Lascolto rispettoso. Siamo all’ultimo tassello, la terza e ultima stagione della vita di Luciana Nissim Momigliano, quella della ricerca psicanalitica. Nel volume sono raccolti gli scritti più importanti della sua carriera, alcuni diventati testi di culto come “Due persone che parlano in una stanza” e “Una stagione a Vienna: ma Freud era freudiano?”. Qua trovano posto anche i Ricordi, seppur con un titolo diverso: “Auschwitz”. Negli anni della psicanalisi e dell’attività come didatta del Centro di Psicanalisi Milanese, Luciana si concentra sulle dinamiche della relazione tra analista e paziente. Nei suoi scritti cerca di proporre nuovi modi di intendere il dialogo clinico, che permettano di superare le resistenze e i sospetti dell’analista rispetto alle interpretazioni fornite dal paziente. Partendo dalla lezione di Bion, che considerava il paziente come miglior collega dell’analista, nelle sue supervisioni Luciana sprona i giovani analisti a partecipare anche emotivamente alla seduta, spingendoli a sperimentare una nuova modalità di ascolto, meno rigida e più predisposta ad accettare senza timore il dolore e la paura dei loro pazienti, in modo tale che anche loro si possano sentire protetti nel fare altrettanto. In questo modo di pensare il dialogo, come due persone che semplicemente parlano in una stanza, riecheggia la lezione appresa in Lager, sull’importanza della parola come strumento salvifico in contesti pervasi da dolore e morte.

L’ultima domanda dell’intervista verte proprio su questo, su quali scelte l’esperienza del Lager abbia influenzato, Luciana non ha dubbi: «Immagino tutte, però io amo pensare che ho girato pagina, che è stato un libro dell’orrore che però io ho chiuso e ne ho cominciato un altro della leggerezza e dell’amore. […] Tra le varie fortune che ho avuto penso ci sia anche quella di esser riuscita a girare pagina». Lo sguardo di Luciana si fa sempre più intenso, deve fare delle piccole pause, guarda la giovane che ha di fronte e continua: «Io sono venuta via da Auschwitz, io non sono più là».

Si deve fermare di nuovo, con naturalezza verbalizza la sua evidente commozione: «Adesso sono molto emozionata. Un po’ perché siete molto simpatici… poi siamo alla fine dell’intervista, fine della vita». Sposta di nuovo lo sguardo di lato, come aveva fatto qualche minuto prima e si ferma ancora. Le scende una lacrima: «È stato bello, è stata bella, sono contenta di averla fatta». L’intervistatrice la ringrazia a mezza voce, Luciana sorride e si alza: «Dai, ora mangiamo gli spaghetti».

È complicato stabilire, senza forzature interpretative o letture troppo semplicistiche, quale contributo possa dare oggi la vita di Luciana Nissim Momigliano. Portare nel quotidiano il suo messaggio, quando lei stessa l’aveva ironicamente liquidato, rischia di farci cadere nell’inefficace retorica del bene che deve prevalere sul male. Suggerirei un tentativo in una direzione diversa, provando a cogliere un insegnamento sotto forma di consiglio, un promemoria da osservare nei momenti meno semplici.

Primo Levi nel ’66 si trovò ad affrontare un periodo piuttosto complicato e, nonostante le perplessità che nutriva sulla psicanalisi, scrisse all’amica parlandogli della crisi depressiva che stava affrontando. Alla lettera di Luciana che seguì, Primo rispose ancora. Tra le altre cose, le scrisse: «Oggi non so più niente di nessuno, perché ho smesso di praticare quello sport giovanile che consiste nel raccontarsi a quattro occhi aspre verità. La tua lettera mi invita a riprovare, se ho capito bene. Ecco, ho cominciato».


Cenni bibliografici:


Luciana Nissim, Ricordi della casa dei morti e altri scritti, a cura di Alessandra Chiappano e con un’introduzione di Alberto Cavaglion, Giuntina, Firenze 2008

Alessandra Chiappano, Luciana Nissim Momigliano: una vita, Giuntina, Firenze 2010

Luciana Nissim Momigliano, Lascolto rispettoso. Scritti psicoanalitici, a cura di Andreina Robutti, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001

Vanessa Rosen, Testimonianza filmata di Luciana Nissim Momigliano (Milano, 3 luglio 1998) nell’archivio della Shoah Foundation (USC – University Of Southern California).


NB. Le informazioni sulla vita di Luciana Nissim Momigliano sono sparse, come si diceva, in un mosaico che va ricostruito tassello dopo tassello. Gran parte di questi frammenti sono contenuti nelle biografie, nelle interviste e negli scritti del suo amico Primo Levi. Un’altra parte nella memoria di chi ha lavorato con lei, di chi ha avuto il piacere di conversare con lei.


(Doppiozero.com, 27 gennaio 2021)

di Luigi Ferrajoli


Lo spiega Luigi Ferrajoli su il manifesto in un articolo scritto prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (la Redazione del sito della Libreria delle donne)


Una strana crisi di governo. Il Governo non deve avere la fiducia del Presidente della Repubblica ma solo quella del Parlamento. Avallare la tesi contraria significa spianare la strada al presidenzialismo, che è il vero progetto delle destre


Benché tutti parlino di crisi in atto del nostro governo, non c’è, né finora c’è stata, nessuna crisi di governo. Sulla base della nostra Costituzione un governo entra in crisi, e deve dimettersi, allorquando difetta della fiducia delle Camere. Non basta che non abbia la maggioranza assoluta. Neppure è sufficiente che su un determinato provvedimento venga messo in minoranza: «Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del Governo», dice l’articolo 94, comma 4 della Costituzione, «non importa obbligo di dimissioni».

Se quindi sulla relazione dei prossimi giorni del ministro della Giustizia il governo non porrà la fiducia, non ci sarà nessuna crisi di governo, qualunque dovesse essere l’esito del voto.

Senza una maggioranza stabile, o comunque con una maggioranza «raccogliticcia», d’altro canto, reclamano le destre e ripetono i giornali, non restano che le elezioni, e il Presidente della Repubblica ci manderà a votare. Non è vero. Una simile decisione presidenziale è impossibile. Il Presidente non può dimissionare un governo non sfiduciato dalle Camere. Del resto lo stesso scioglimento delle Camere non è un atto unicamente del Presidente della Repubblica. Come tutti gli atti presidenziali, esso deve essere proposto e firmato da un membro del governo. «Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido – dice l’articolo 89 – se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità». Per un atto come lo scioglimento delle Camere il ministro proponente, senza la cui controfirma tale atto non è valido, è ovviamente il Presidente del Consiglio, che di esso assume la responsabilità. Insomma, la nostra è una democrazia parlamentare, nella quale «il Presidente della Repubblica – come dice l’articolo 90 – non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni». Il Governo non deve avere la fiducia del Presidente della Repubblica, come avviene nelle democrazie presidenziali, ma solo quella del Parlamento.

Il fatto che le destre si rivolgano al Presidente della Repubblica perché sciolga le Camere o comunque licenzi il Presidente del Consiglio a causa della debolezza della sua maggioranza, segnala perciò una concezione appunto presidenziale della nostra democrazia.

Non è solo una concezione sbagliata, né tanto meno un’idea ingenuamente errata.

È al contrario una concezione sostenuta strumentalmente proprio in funzione di una prossima campagna per la trasformazione della nostra Repubblica in una Repubblica presidenziale, cioè per un obiettivo da sempre apertamente perseguito dalle destre.

È questa l’insidia che si nasconde dietro l’attuale dibattito sulla cosiddetta crisi di governo.

Se il Presidente della Repubblica ha così rilevanti poteri, come lo scioglimento unilaterale delle Camere e il destino dei Governi – questo l’argomento forte a sostegno del prossimo tentativo di manomissione del nostro assetto costituzionale – allora è giusto che sia eletto direttamente dai cittadini anziché dal Parlamento.

L’aspetto allarmante di tutta questa vicenda è che non solo le destre, ma gran parte del sistema politico e quasi tutta la grande stampa sembrano condividere o quanto meno avallare questa errata interpretazione della figura del Presidente della Repubblica disegnata dalle norme costituzionali e la conseguente, vistosa deformazione del nostro sistema politico.

È invece questa ennesima, insidiosa aggressione alla nostra Costituzione che oggi occorre prevenire e respingere con la massima fermezza.


(Democrazia parlamentare e Costituzione, il manifesto, 26 gennaio 2021)

di María-Milagros Rivera Garretas


Stamane, a un giornale radio in un orario di grande ascolto, il presentatore e direttore si è lanciato in pista con la sua “notizia” della Triplice Discriminazione delle Donne di Gaza, così, con tono di maiuscole. La prima, naturalmente, era il loro essere donne, la seconda la loro razza e la terza non la so perché, infastidita, ho spento automaticamente la radio. Poteva essere l’età e il suo contrario, la maternità e il suo contrario, la povertà e il suo contrario, la guerra degli uni e degli altri che non ha il contrario, qualsiasi cosa… Nemmeno una parola sugli autori del delitto. È forse la discriminazione delle donne automatica, ambientale, teorica?

Basta con l’economia della miseria femminile. Basta presentare le donne come disgraziate per natura. Perché tutto questo è misogino, è odio verso le donne, che è ciò che significa la parola “misoginia”. Esistono i delitti d’odio? Ci sono delitti senza delinquenti? Non sono uomini gli autori della discriminazione delle donne? Denunciare delitti senza nominare chi li commette finisce per essere, a forza di ripetizione, accusare le vittime. Alle donne, a me, fa male; mi danneggia gravemente che mi presentino così, sui mass media, nelle leggi, nella letteratura, nel cinema, nella scienza, dovunque. Se non è un delitto accusare le vittime coprendo quelli che le rendono vittime, che cos’è un delitto di insabbiamento?

Il discorso della miseria femminile mi paralizza politicamente, spingendomi verso il cammino perverso dell’odio. Mi lesina e mi riduce il piacere di essere donna, uno dei più grandi piaceri della vita. Mi mette di cattivo umore e mi intristisce. E gli uomini, per giunta, neanche capiscono che si tratta di loro, compreso il presentatore della notizia. Sono esperti nel naturalizzare i loro delitti, il che non so se non sarà già un delitto. Quello che so è che i delitti contro il piacere delle donne esistono – l’ho appreso da una giurista, Ana Silva Cuesta – e sono perpetrati da uomini, anche quando, raramente, li commettono donne; per esempio, la clitoridectomia.

Urge una rivoluzione simbolica che sia all’altezza della fine del patriarcato, fine molto rumorosa, messa al Mondo dalle donne e dal femminismo, di un regime millenario di dominio degli uomini sulle donne. Un dominio imposto da loro sul piacere femminile proprio – il piacere clitorideo – e sulla maternità. Urge una rivoluzione simbolica che fermi la voce degli uomini quando, a volte buonisti, altre sorridenti, ci presentano come discriminate, perdenti, miserabili. È la denuncia senza delinquente a essere miserabile. Perché le denunce maschili di discriminazione, tutte le denunce senza accusato, non sono vere denunce ma tentativi di ravvivare le ceneri del patriarcato intristendo o provocando le donne.

Tutte queste voci maschili della miseria femminile, buoniste o no, debilitano l’eccellenza femminile e censurano la cultura dell’eccellenza femminile. Non sono voci innocenti. La cultura dell’eccellenza femminile fa paura a chi non ama le donne. Bisogna sapere e ricordare più e più volte che la donna viene sempre prima, che la madre è sempre prima: che lei è il principio di tutto e la creatrice del Tutto.


(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 26 gennaio 2021; per il testo originale vai a: http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/276/)

di Alberto Leiss


«In America le donne sono protagoniste della svolta, noi abbiamo visto ministre dimissionarie rese mute dal leader maschio, un altro capo politico intervistato al posto della moglie senatrice: una crisi testosteronica, di maschi insicuri impegnati a predominare uno sull’altro….». Sono parole del direttore dell’Espresso Marco Damilano: le ha pronunciate, più o meno in questi termini, nello “spiegone” che come ogni venerdì sera recita nella trasmissione “Propaganda live”, su La7, e le ha scritte nell’articolo di fondo dell’Espresso sul numero di domenica scorsa.

Al netto della possibile osservazione che le ministre Bellanova e Bonetti in realtà hanno riaffermato il loro completo accordo con la linea scelta da Renzi (a questo proposito segnalo lo scambio tra la filosofa femminista Luisa Muraro e le stesse ministre sul sito della Libreria delle donne di Milano e quanto ne ha scritto Franca Chiaromonte sul sito DeA ); al netto di questa osservazione, dicevo, riporto le frasi di Damilano perché mi sembrano significative del fatto che anche qualche maschio, persino tra quelli che sono immersi nella logica e nel linguaggio dell’informazione e della politica istituzionale, si accorge di quanto pesi in ciò che accade la dialettica dei sessi, e in particolare la crisi dell’autorità specificamente maschile di cui siamo tutti e tutte spettatori e spettatrici.

A proposito, il verbo accorgersi a quanto pare è legato al latino corrigere, e quindi il suo significato non è solo quello di rendersi conto che una certa cosa esiste, si configura in un certo modo che non avevamo visto, ma forse implica anche la possibilità di correggere opinioni sbagliate, comportamenti inadeguati. 
Sembra che questo tipo di reazione si stia diffondendo più che nel passato. Qualche ora prima di scrivere questa rubrica discutevo, via zoom, con vecchi amici sindacalisti l’idea di un incontro pubblico sul rapporto tra Pci e classe operaia, in margine ai tanti discorsi sul centenario della scissione di Livorno ecc. Passati a immaginare i relatori, quando chi parlava è arrivato alla sesta ipotesi, si è accorto che si trattava di soli maschi: «Dobbiamo invitare anche qualche donna!…». Mi è capitato di pensare e di dire: forse sarebbe ancora meglio se gli uomini dicessero apertamente perché si ritrovano in queste adunate monosex, si accorgessero del loro esserci in determinate modalità e relazioni, e non solo della assenza femminile, e delle ragioni che producono questa situazione, che comincia a creare, come minimo, un certo imbarazzo. Un altro sintomo, forse di simile genere, è una non banale tendenza maschile ad arricchire il discorso politico con osservazioni sulla propria vita e i propri sentimenti. Non a caso me lo ha fatto osservare una cara amica. Damilano ha anche ricordato con affetto e grande stima Emanuele Macaluso. Sia lui, sia Luciana Castellina, sia Aldo Tortorella e anche Massimo D’Alema (in una lectio magistralis su Pci e democrazia italiana), sono rimasti colpiti da una frase pronunciata recentemente da Macaluso: «Quelli sono gli anni in cui il Pci mi si è radicato dentro…».

Si dice spesso che la politica che vediamo in quel che resta dei partiti e nelle istituzioni della rappresentanza sembra non avere un’anima. Per rintracciarne una forse è necessario, oltre a una riflessione seria sulla crisi radicale delle culture, visioni del mondo, che l’hanno animata fino a non pochi decenni fa, un viaggio più intimo tra le ragioni del cuore e della memoria di ognuno di noi. Senza dimenticare di essere uomini.


il manifesto, 26 gennaio 2021

Ascoltate le richieste di Dana e delle sue compagne di lotta in sciopero della fame!

di UDI Palermo


comunicato stampa


Non possiamo far passare sotto silenzio la vicenda che vede ancora una volta coinvolta Dana che assieme a Fabiola, Stefania e Manuela, rinchiuse nel carcere torinese Le Vallette, hanno iniziato lo sciopero della fame ad oltranza contro le disumane condizioni di detenzione e contro la negazione del diritto di incontrare i propri familiari.

Noi donne dell’UdiPalermo, che da mesi continuiamo a chiedere per Dana e le/gli altri attivisti NoTav la fine delle misure detentive perché pensiamo che lottare per la salvaguardia di un ecosistema non debba considerarsi un reato, siamo molto preoccupate per la salute di Dana e delle altre compagne che hanno deciso di utilizzare il proprio corpo per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. Rimaniamo vicine alle mamme che in questo momento così triste della storia umana, che ci rende tutte e tutti più fragili, si vedono negata anche la possibilità di verificare con i propri occhi lo stato di salute fisico e psicologico delle loro care.

Ci uniamo, pertanto, alle Mamme in piazza per la libertà di dissenso che ogni giovedì pomeriggio organizzano un presidio dinanzi al carcere Le Vallette per portare amore, affetto alle figlie e solidarietà alle altre detenute con parole e gesti che attraversano le sbarre e da questo momento ci assumiamo l’impegno di essere simbolicamente in piazza con le mamme delle e degli attivisti NoTav. Estendiamo l’invito a impegnarsi ogni giovedì con un gesto simbolico alle altre associazioni di donne, per non lasciare soli le giovani e i giovani attivisti Notav e le loro famiglie. Nel rinnovare l’appello LIBERTÀ per DANA al Capo dello Stato, Presidente Mattarella, chiediamo alle istituzioni l’immediato accoglimento delle richieste delle detenute: Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO onlus – via Lincoln, 121 – 90133 Palermo – tel. 0916170026 www.bibliotecadelledonnecentrodiconsulenzalegale-udipalermo.itbibliotecadonneudiipalermo@gmail.com – PEC udipalermoonlus@pecsoluzioni.it

1. Ripristino delle videochiamate per i detenuti che non possono fare i colloqui in presenza;

2. per chi può svolgere i colloqui in presenza, dato che sono ridotti, poter completare le 6 ore mensili previste dalla legge, con videochiamate;

3. ripristinare il servizio di prenotazione visite via mail;

4. togliere la chiamata all’avvocato dalle 6 ore di colloqui parentali previste dalla legge;

5. inserimento nel piano vaccinazioni dal quale i detenuti, al momento, sono completamente esclusi, e programma di screening per tutti.


(www.bibliotecadelledonnecentrodiconsulenzalegale-udipalermo.it, 23 gennaio 2021)

di F.Q.


Fotografa, regista, pioniera del cinema del reale. In un mondo quasi totalmente presidiato dagli uomini, fu la prima donna documentarista in Italia. Cecilia Mangini è morta a Roma giovedì 21 gennaio all’età di 93 anni. Era nata a Mola di Bari il 31 luglio 1927. I suoi primi importanti lavori sono stati presentati, discussi e premiati a Venezia. Documentò la storia del Paese a partire dal secondo dopoguerra, dedicandosi in primo luogo a raccontare i problemi del Mezzogiorno. Ha collaborato agli inizi della carriera con Pier Paolo Pasolini e poi a lungo con il marito Lino Del Fra, tra le voci più autorevoli del documentario italiano. Mangini ha dedicato la sua vita al ‘cinema militante’, un aggettivo che “oggi sembra quasi una parolaccia”, ha dichiarato lei stessa. Per renderle omaggio, Rai Storia ha riproposto la sua intervista a “Cortoreale” (…)

Alla fine degli anni Cinquanta Cecilia Mangini scelse di raccontare la realtà contadina insieme a Pier Paolo Pasolini. Nacquero così “Ignoti alla città” (1958), ispirato al romanzo dello scrittore “Ragazzi di vita”, “Stendalì” (1960), “La canta delle marane” (1962). Questi documentari condensavano la poetica che orienterà la sua produzione: dare voce a coloro che vivono ai margini, mostrare la desolazione della campagna devastata dal cemento delle periferie, registrare gli ultimi istanti di vita dei rituali della cultura contadina spazzata via dalla civiltà industriale e dei consumi. Durante gli anni Sessanta ha indagato l’umanità delle fabbriche. Fu proprio la Rai che le commissionò un’inchiesta, “Essere donne” (1965), che disattese le aspettative delle aziende che le avevano permesso di intervistare le operaie, tanto che il cortometraggio venne escluso dalla programmazione in sala dalla Commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Il suo cinema affrontò consapevolmente le trasformazioni politiche e socio-culturali del Dopoguerra. Con “All’armi siam fascisti!” (1962), Mangini e Del Fra furono i primi, insieme a Lino Micciché, a realizzare una riflessione sul regime di Mussolini, insieme al commento dello scrittore Franco Fortini. Apertamente comunista, la sua fede politica non le impedì di realizzare nel 1963 un documentario su “Stalin”, seguendo lo stesso principio di storicizzazione e critica che aveva tenuto sul fascismo. Con il documentario “Fata Morgana” (1961) la coppia Del Fra-Mangini vinse il Leone d’Oro a Venezia. Hanno poi conquistato il Pardo d’Oro al Festival del cinema di Locarno con “Antonio Gramsci – I giorni del carcere” (1977), del quale Mangini firmò soggetto e sceneggiatura. Il suo lungo silenzio cinematografico è stato interrotto solo nel 2012 quando insieme alla sua allieva Mariangela Barbanente è tornata alla regia con il documentario “In viaggio con Cecilia”.


(ilfattoquotidiano.it, 22 gennaio 2021)


Nel video si documenta l’opera di artiste che hanno esposto nella Quarta vetrina della Libreria. Un lavoro di raccolta e di analisi che è stato poi presentato all’interno della mostra che, da aprile a giugno 2019, è stata esposta alla Fabbrica del Vapore di Milano e che è stata inserita all’interno dell’iniziativa “I talenti delle donne”, curata dall’assessore Del Corno.


5 Feminist Artists portraits: from the project Quarta Vetrina – Vetrine di Libertà by Francesca Pasini for Libreria delle Donne in Milan

di Giacomo Marramao


«Il massimo di autorità con il minimo di potere» (Vita Cosentino) è un principio di orientamento acuto, sperimentato dalle donne e valido per tutti. Marramao si ferma a Gramsci, il pensiero politico femminista può aprire altre vie per far fronte allimpasse della politica.  

(la Redazione del sito della Libreria delle donne)


Isocrazia. Si tratta di una crisi strutturale aggravata a dismisura da una pandemia che ha le sue radici nella violenza “estrattiva” esercitata dall’Antropocene sulle materie prime e le forme di vita animali e vegetali del pianeta e che ha determinato una crescita esponenziale delle diseguaglianze.

Interregno. È la prima parola che mi viene incontro mentre mi accingo a queste rapide osservazioni sui temi sollevati dall’articolo di Pier Giorgio Ardeni e Stefano Bonaga sull’impotenza della politica. Sirena d’allarme che acquista un suono ancora più stridulo e incalzante nella nuova congiuntura determinata da due eventi recenti: la scampata crisi di governo in Italia e il Capitol Hill attack. A dispetto della loro diversa natura e scala di rilevanza, questi eventi squadernano davanti ai nostri occhi il doppio versante del guado in cui oggi si trova la politica democratica: da un lato lo stallo delle istituzioni (governo e parlamento), dall’altro la faglia tellurica dei movimenti populisti di protesta.

Interregno, dicevo: termine di ascendenza gramsciana ripreso da Zygmunt Bauman ma ancora da comprendere e ridefinire, in una direzione che avevo già avviato da un ventennio nei miei lavori sulla globalizzazione e che proverò a sintetizzare alla fine. Sui primi effetti dell’esitare a metà del guado Ardeni e Bonaga hanno ragioni da vendere: le fasi di interregno sono quelle più traumatiche per i partiti (o movimenti) politici. E non si tratta di una semplice crisi di rappresentanza, ma di una crisi della forma democratica ereditata da due secoli di storia della modernità. Una crisi strutturale aggravata a dismisura da una pandemia che ha le sue radici nella violenza “estrattiva” esercitata dall’Antropocene sulle materie prime e le forme di vita animali e vegetali del pianeta e che ha determinato una crescita esponenziale delle diseguaglianze.

È da questa crisi di forma che si generano i movimenti populisti: movimenti bidirezionali che contestano le istituzioni democratiche assumendo talvolta i tratti di un vero e proprio insurrezionalismo reazionario (come si è visto nell’attacco a Capitol Hill). Pura illusione, finché non si verrà a capo di questa strozzatura, pensare di risolvere la crisi con il ritorno alla normalità liberaldemocratica di Biden. Dopo Trump, spunteranno allora sulla scena nuovi leader populisti videocratici e digitali pronti – in forme talora comiche, talora spettrali e funeste – a presentarci la sventura sotto le sembianze della salvezza. Come tentare allora una via d’uscita? Vi è un solo modo, a mio avviso. Operare un potenziamento della politica su entrambi i versanti dello stallo in cui ci troviamo: le strutture e i soggetti.

Si tratta, per un verso, di rompere la sindrome spettatoriale delle attuali policrazie istituzionalizzate: cittadelle democratiche popolate (notava già Weber più di un secolo fa) di individui che vivono “di” politica anziché “per” la politica. Ridare ai soggetti quell’eguale potenza di agire politicamente che Ardeni e Bonaga compendiano nel termine “isocrazia”: intendendo in sostanza una dynamis piuttosto che un kratos (termine – Luciano Canfora docet – insidiosamente prossimo al potere come dominio o violenza).

Per altro verso, occorre ridefinire l’interregno non fermandosi alla fenomenologia del celebre passo dei Quaderni del carcere in cui si parla dei “fenomeni morbosi” che si verificano quando il vecchio è ormai morto e il nuovo stenta a nascere, ma andando invece all’aspetto strutturale e, per così dire, patogenetico della diagnosi: la “crisi di autorità” di una élite che, incapace di essere “dirigente”, si è ormai ridotta a pura dominatrice e detentrice della “forza coercitiva”.

Proviamo allora a ripensare alla potenza non come forza ma come auctoritas, come un augere, un augmentum simbolico non verticale, ma orizzontale, una donazione di senso in grado di accrescere le capacità di azione politica dal basso: come è accaduto a tutti i movimenti generativi della storia, a partire dal movimento consiliare (e, ai giorni nostri, alle stesse Sardine). Solo così saremo in grado di tenere insieme le due dimensioni della politica-processo, della costruzione e della pratica quotidiana, e della politica-evento, della capacità di cogliere il kairós, i segni dei tempi, per intervenire tempestivamente nella congiuntura.

La vera tragedia non sta nella presunta onnipotenza, ma nell’impotenza del potere: di un potere privo di autorità.

È degli effetti violenti di questa impotenza che dobbiamo temere. Non della nostra potenza di restituire alla politica l’autorità perduta.


(il manifesto, 21 gennaio 2021)

di Alessandra Pigliaru


Tra narrazione, graphic novel e memoir. Un percorso di libri che indagano la violenza maschile contro le donne


Quanto l’attuale pandemia abbia inciso nelle vite delle donne, in particolare quelle che stanno affrontando un percorso di fuoriuscita dalla violenza o intendono cominciarlo, risulta dalle testimonianze e dai dati forniti dai centri antiviolenza. 
Fenomeno che non ha niente a che vedere con l’emergenza, l’esacerbarsi della violenza maschile si configura, nella riflessione più lunga del femminismo e della politica delle donne, di tutto ciò che in questi anni viene portato avanti quotidianamente. Anche per queste ragioni è importante leggere il libro edito da Donzelli a firma di Lella Palladino. Si intitola Non è un destino (pp. 232, euro 14) e chi lo ha composto è figura centrale e autorevole nel vasto panorama dei centri antiviolenza e della pratica politica femminista che li sostanzia.

Sociologa e già presidente della rete Di.Re., Palladino rammenta di quanto tenace e interdisciplinare sia il lavoro che viene portato avanti da decenni anche in Italia; l’osservatorio di storie riportate nel volume restituisce corpo e presenza agli incontri diretti, soprattutto perché alla base vi è l’idea che «se è vero che anche la denuncia spesso non è sufficiente per salvarsi, avere a disposizione l’esperienza specialistica, la forza della sorellanza e una rete di supporto competente e sinergica può fare la differenza tra la vita e la morte».

Basterebbe leggere ciò che riferiscono le cronache delle ultime settimane per comprendere quanto ciò che cerca di veicolare Lella Palladino sia tanto prezioso quanto definitivo da assumere, nella critica serrata che parte dalla lezione di Carla Lonzi alla «uguaglianza» e alla insufficienza delle politiche fondate sul mero riconoscimento della parità, insieme alla presa di coscienza che i centri antiviolenza siano dei luoghi della libertà femminile. Francesca, Vittoria, Lia, molti sono i nomi che compaiono nel quadro tracciato da Palladino, dietro ogni numero che entra nelle statistiche stilate ogni anno ci sono esistenze da ricostruire, connessioni da ricreare.

Ne è convinta anche Rossana Carturan che nel suo romanzo breve Marinella (pubblicato in formato ebook dalle edizioni All Around in collaborazione con la Casa internazionale delle Donne di Roma, euro 4,99) ci consegna la vicenda di una «piccola storia ignobile», come recita il sottotitolo. A costeggiare la biografia della ragazzina protagonista, Marinella, rimasta cieca all’età di dieci anni a causa della reiterata violenza del proprio padre, ci sono due città come Bologna – negli anni della strage – insieme alla storia di una ricerca di riscatto e riparazione lontano da Napoli. Anche qui la vicinanza con le proprie simili, dalle insegnanti alle compagne di classe, darà struttura e sostegno alla parabola di liberazione.

Raccontare una età incandescente, come quella della prima adolescenza, acquista contorni altrettanto urgenti verso un altro aspetto della violenza contro le donne, spesso giovani, che migrano per l’impossibilità di vivere nel proprio paese di origine e incontrano il fenomeno della tratta. Del tema si occupa, con delicatezza e misura, il progetto editoriale Faith (Epoké, pp. 40, euro 15), curato da Rossana Calbi; si tratta di un albo illustrato da Marta Bianchi, psicologa, e scritto da Andreina Bochicchio, avvocata. Ci sono i colori del mare di notte, a dipingere la traversata che da Benin City in Nigeria, la tredicenne Faith, intraprende per arrivare in Italia. I testi sono sincopati e a tratti lirici, carichi dello sfinimento di sapersi definitivamente in mano di uno sfruttamento. 
Tre libri diversi, per struttura e stile, eppure con la medesima intenzione politica: quella di fare della forza femminile qualcosa capace di trasformare la realtà se ci si allea ad altre donne.


(il manifesto, 21 gennaio 2021)

di Maria Rosa Cutrufelli


Come debellare la «cultura barbuta» dei nostri compagni?, si chiedeva Maria Giudice, all’inizio del Novecento. Maria Giudice, una delle prime sindacaliste italiane, al Congresso di Livorno c’era, anche se poi scelse un’altra strada. Ma bisogna dire che le donne del partito comunista, in seguito, hanno ripreso proprio quel suo vecchio interrogativo. A fasi alterne e in modi diversi, però non l’hanno accantonato e talvolta, anzi, l’hanno fatto diventare un nodo politico. Da sciogliere, se necessario, anche tramite un conflitto. Le tracce di questo scontro si possono trovare facilmente negli archivi storici, che raccolgono l’immenso materiale prodotto dalle commissioni e dalle sezioni femminili del Pci. Ma sono soprattutto le testimonianze, le memorie, i racconti di vita, che ci restituiscono il senso profondo di quella battaglia e la passione con cui le donne l’hanno vissuta, dentro il partito e fuori. Vale la pena leggerli, questi racconti, perché trasmettono un entusiasmo contagioso (positivamente contagioso, al contrario del Covid). E di questi tempi l’entusiasmo è sentimento raro, da tenere ben stretto quando capita d’incontrarlo. Non succede spesso, a dire il vero.

Soprattutto quando l’industria editoriale, in occasione di anniversari o ricorrenze, sforna un libro dopo l’altro, senza troppo sottilizzare. Ma per fortuna ci sono le vecchie edizioni, i vecchi cataloghi. Basta avere un po’ di pazienza per scoprire un racconto capace di emozionarti e di farti sentire la voce delle donne che cercano, attraverso la politica, di uscire da un’antica zona d’ombra. «Compagne incarnate», le chiama Concetta La Ferla, protagonista assoluta di un prezioso libro di Maria Attanasio (Di Concetta e le sue donne, Sellerio 2000).

Un libro che è al tempo stesso autobiografia e biografia, dialogo costante con l’altra-da-sé, rievocazione di un’epoca e di una storia. La memoria qui si fa grande scrittura e, partendo da un frammento della realtà, ricostruisce un mondo intero: il mondo della militanza comunista, narrato da un punto di vista femminile. Da donne che confessano di sentirsi «accubare», soffocare, in questo tempo attuale senza politica: «come se ci mancasse l’aria». Per la verità Maria Attanasio non vorrebbe scriverlo, questo libro. È Concetta La Ferla, «tardocapopolo e protofemminista», a convincerla. «I libri e le parole servono come le piccole lumiere che fanno un po’ di luce quand’è scuro», le dice.

I libri, ragiona Concetta, non sono la luce, ma aiutano a ricordare le vittorie (e i dolori) del passato alle nuove generazioni, che «camminano e non sanno» e inoltre mangiano con «il piatto impiattato», ossia già pronto in tavola. Maria Attanasio l’ascolta, ma poi esita, tentenna, riesce perfino a perdere gli appunti. E’ troppo forte il coinvolgimento: c’è anche lei, c’è il suo passato, c’è la sua militanza dentro la biografia di Concetta.

Infine si chiede: ma è proprio necessario «fingere un’ipocrita oggettività»? La memoria non è tanto più forte quanto più condivisa? Emotivamente condivisa. Ed ecco nascere questo libro che, proprio come una piccola lumiera, getta un fascio di luce sopra un episodio che certi storici considererebbero senz’altro minore. Ma minore non è, anche se si svolge nella provincia siciliana, a Caltagirone, e ha al suo centro una battaglia che può sembrare di scarsa rilevanza: l’apertura di una sezione femminile nel Pci locale. Un fatto, si direbbe, organizzativo. Nulla di più. E invece all’epoca, verso la fine degli anni Sessanta, provocò una specie di terremoto nel partito e una reazione maschile scomposta e vendicativa. In un certo senso, fu la dimostrazione che Maria Giudice, in quel lontano 1921, aveva visto giusto: una cultura barbuta non può che produrre una politica barbuta. Eppure Concetta non è certo un’infiltrata. E’ anzi di schietta discendenza comunista: «Quando mio padre mi fece – era nel trenta – di sicuro quella notte pensava alla bandiera rossa. E nacqui io». In più, ha al suo attivo un impegno costante nel partito: ha organizzato la battaglia per l’acqua (e l’ha vinta), quella per la luce elettrica e per la fognatura.

Mobilitando, ogni volta, le donne. Ed è proprio questa sua esperienza a farle venire in mente l’idea di una sezione «delle» donne, dove ritrovarsi senza suscitare troppe chiacchiere nel vicinato. Ma a questo punto scoppia l’inferno. I compagni, racconta Concetta, ci dicevano che «per la nostra superbia di donne volevamo rovinare un partito: la sezione femminile, maimai; doveva essere bloccata sul nascere. E successe un parapiglio di riunioni, di attacchi e contrattacchi». Concetta ormai, per i suoi stessi compagni, è la pazza. O la buttana (come le sue seguaci, che erano molte e altrettanto determinate).

Alla fine, malgrado l’opposizione dei dirigenti locali, la sezione si fa. Anche se dura soltanto due anni e se prende il nome di «Lenin» e non di «Rosa Luxemburg», come volevano le donne. Un punto, quest’ultimo, molto significativo, perché ci dice cosa era davvero in gioco in quella battaglia: un potere simbolico. E Concetta ne è assolutamente consapevole. «Quando mi toccavano l’autonomia delle donne», confessa, «io perdevo il controllo mentale della situazione. Si arrivava alle mani».

Anche Miriam Mafai, nella prefazione a un altro delizioso libretto del 1992 (Vera Pegna, Tempo di lupi e di comunisti, La Luna edizioni), sottolinea la capacità delle donne di cogliere, nei loro racconti, «alcuni particolari che assumono una forza quasi simbolica». In Tempo di lupi e di comunisti, Vera Pegna ripercorre la sua esperienza di giovane militante mandata a costruire il partito a Caccamo: un paese di mafia, «dove non ci vuole andare nessuno». Un’autobiografia che fa riflettere, ma anche sorridere. Indimenticabile il vecchio segretario di sezione che accoglie la giovane indossando una fascia tricolore con la scritta «Il segretario» ricamata in lettere d’oro. Indimenticabili le reazioni perplesse dei compagni, di fronte alla giovane donna (per di più forestiera) che dovrebbe dirigerli. Ma anche se Vera non riesce nel suo intento e dunque la sua, come ricorda Miriam Mafai, «non è una storia a lieto fine», però un risultato l’ottiene. Perché a Caccamo c’era l’abitudine, durante le sedute del consiglio comunale, di far sedere in una grande poltrona accanto al sindaco il capo-mafia locale. E Vera dà battaglia e riesce a togliergli la poltrona.

Un risultato, per l’appunto, di grande forza simbolica. Come il cambiamento innescato da Concetta La Ferla e dalla sua «eresia» politica. «La nostra battaglia», riconosce a un certo punto la proto-femminista di Caltagirone, «non ha portato il socialismo, però ha cambiato il modo di pensare, e senza modo di pensare non c’è vittoria rivoluzionaria». Non per niente, aggiunge poi con orgoglio, il nostro è stato «uno sperimento nazionale»!


il manifesto, 21 gennaio 2021


Maria Attanasio presenterà il suo ultimo libro “Lo splendore del niente e altre storie” sabato 30 gennaio 2021, alle ore 18.00 all’incontro zoom organizzato dalla Libreria delle donne: https://www.libreriadelledonne.it/incontri_circolodellarosa/lo-splendore-del-niente/


della Misantropa


L’incessante e suggestiva lotta contro e per l’ingiustizia nel mondo non finisce mai di stupirci e intrattenerci con la sua mutevolezza. È chiaro che il primo campo di battaglia è oggi quello linguistico. Se una volta c’erano i poveri e gli oppressi, che chiedevano pane e habeas corpus, oggi ci sono i discriminati la cui prima sacrosanta richiesta è quella di far entrare il nome della propria specifica discriminazione nei dizionari, nei social, nelle parole delle canzoni, sulle etichette dei cereali e nel codice penale. Nate dal felice connubio tra political correctness e pride (che, come ci insegna una delle più amate zie di tutte noi, va di solito a braccetto con prejudice), queste nuove parole indicanti la discriminazione costituiscono uno dei settori produttivi maggiormente in crescita, tanto che si sta studiando il modo di introdurlo nel Pil. Tra parentesi notiamo che lo stile di queste parole si è evoluto, passando dal già collaudato -ismo (sessismo, razzismo, classismo ecc.) al più attuale -fobia, più snello e adatto per un uso modulare (es. omo-trans-lesbo-bi-plus-fobia). I suffissi hanno decisamente spodestato i prefissi, resistono la mis-antropia e la miso-ginia che, però, oltre a essere un po’ retrò sono decisamente generiche, a-specifiche e quindi identitariofobiche. La fine delle discriminazioni è prevista per il 2050. Entro tale data saranno forniti a tutti i discriminati parità e uguaglianza: le donne saranno uguali agli uomini, i non-caucasici ai caucasici, i poveri ai ricchi e così via, ma nel rispetto delle differenze (gli uomini, infatti, non saranno uguali alle donne e i ricchi saranno ancora più diversi dai poveri, mentre i caucasici, visto il trend economico dell’Occidente, cercheranno di passare per non-caucasici per trovare un lavoro). […]


Leggi tutto: https://www.erbacce.org/una-nuova-forma-di-discriminazione-la-satirafobia/


(erbacce.org, 21 gennaio 2021)

Associazione Evelina De Magistris


Tra noi socie di Evelina De Magistris, in diverse abbiamo partecipato, progettato, fondato il Centro Donna di Livorno, nel 1984. Anche per questo teniamo al Centro Donna, oltre ai motivi, per noi fondamentali, dettati dalle nostre convinzioni in tema di cittadinanza attiva e di posizionamento femminista.

Dal 2002, anno in cui il Comune decise di esternalizzare la gestione del Centro Donna, abbiamo assistito ad una progressiva riduzione delle prospettive e delle scelte su cui il Centro era nato.

Leggiamo nella delibera istitutiva del 28 febbraio 1984 che si individuavano tre funzioni fondamentali: quella di aggregazione, quella di documentazione e di ricerca, quella di offrire momenti di confronto attorno a tematiche presenti e pressanti nella vita di gran parte delle donne. La forma di gestione individuata era segnata da una forte partecipazione delle donne che ne avevano desiderio, inserite in gruppi tematici riconosciuti dall’Amministrazione, del tutto avulsa da logiche di rappresentanza partitica o altro.

Questo carattere inedito e per molti versi straordinario si perse con la scelta del 2002: si affidò la gestione del Centro ad un soggetto esterno, secondo la logica dell’affidamento di un servizio.

Un cambio radicale di prospettiva, miope e infecondo, e soprattutto non in grado di rispondere ad una realtà sociale, politica, culturale femminile in grande fermento.

Ci vorrebbero volumi interi per rappresentare ciò che è avvenuto, in questi anni, nel mondo comune delle donne. Ci vorrebbero più giornate di confronto per tentare di descrivere cosa si muove oggi, qui e ora, cosa si discute, cosa si sceglie in quel mondo. l’enorme complessità di desideri, di guadagni simbolici e fattuali, di difficoltà che perdurano, di conflitti, di relazioni con il mondo del lavoro, con la cultura specialistica e diffusa, con la pratica del potere.

Per sgomberare il campo da ogni equivoco, non imputiamo certo questo arretramento ai soggetti che hanno gestito, negli anni, il Centro: il punto discriminante è la scelta politica del modello di gestione.

Inoltre, oltre a non tenere il passo con quanto si muoveva nella realtà e che ci siamo sforzate di rappresentare, il Centro ha assunto sempre di più, quasi esclusivamente, la fisionomia di Centro antiviolenza (CAV).

Altra questione da mettere in chiaro: lungi da noi sottovalutare il dramma della violenza subita da troppe donne. Lo sappiamo bene: fin dai suoi primi passi, quasi quaranta anni fa, abbiamo ascoltato e offerto aiuto a quelle donne che si rivolgevano al Centro perché vittime di violenza e di soprusi.

Abbiamo visto che, anche in documenti ufficiali della Regione Toscana, il Centro Donna di Livorno è assimilato tout court ad un CAV. Non sappiamo se ci siano stati atti politico-amministrativi (ad esempio, delibere consiliari) che abbiano sancito tale scelta: se vi fossero, non ne siamo a conoscenza.

Fatto sta che, nella recente manifestazione di interesse rivolta ai soggetti del Terzo settore per l’affidamento della gestione del Centro nei prossimi tre anni, il Comune ne pone ancora centrale la fisionomia di CAV.

Pur apprezzando i tentativi di assicurare una maggiore fruizione del Centro stesso, rispetto ad un bando che era stato pubblicato lo scorso mese di maggio, la funzione di CAV vi appare strategica, ed altre attività e caratterizzazioni appaiono residuali.

Noi pensiamo che questa sia una scelta di retroguardia.

Il mondo delle donne non è riducibile alla violenza che, purtroppo, subiscono. Anzi: un Centro donna, oggi più che mai, deve essere un luogo di crescita culturale, politica e sociale; un luogo in cui si parla di libertà e di autodeterminazione, in cui si mettono a confronto idee, progetti, modi di stare al mondo che possano far crescere l’indipendenza simbolica femminile, il senso di sé, il senso del proprio valore. Questo, a nostro parere, è il nodo cruciale per combattere la violenza contro le donne: percorsi per essere consapevoli, autonome, libere, indipendenti dagli stereotipi che ancora troppo le catturano. Per creare socialità e relazione.

Proprio la pandemia ha messo al centro la capacità femminile di prendersi cura del mondo, a partire da come lo si può pensare/ri-pensare/agire. Pensieri liberi, però, hanno bisogno di uno spazio libero.

Uno spazio che possa essere condiviso e agito anche dalle donne più giovani, che spesso si districano tra desiderio di esserci, desiderio di mondo, pratiche inedite di relazione e di costruzione di socialità, che si esprime anche nell’abitare/frequentare i luoghi comuni con modalità proprie, e precarietà e compressione delle possibilità del vivere.

Abbiamo proposto all’Amministrazione, alcuni mesi fa, un modo di gestione diverso del Centro Donna. I suoi 37 anni di storia, le migliaia di donne che lo hanno frequentato, le iniziative che vi si sono svolte, i servizi che ha fornito e che fornisce stanno a dimostrare che il Centro Donna sia un bene comune per eccellenza.

Per questo, noi dell’associazione Evelina De Magistris pensiamo che la gestione del Centro Donna debba essere sottratta alla logica dell’affidamento ad un soggetto, pur del Terzo settore, ma trasformarsi, nell’ottica, appunto, dei beni comuni, in un Patto di collaborazione tra l’Amministrazione comunale e i soggetti del territorio -associazioni, gruppi informali e gruppi di cittadine -orientato alla promozione della solidarietà, del benessere, dell’autodeterminazione e della valorizzazione della storia e della cultura delle donne.

Un luogo di confronto, di scambio dei saperi e delle conoscenze, ma anche un luogo in cui, a carattere volontario, si crei un orientamento ai servizi per tutte le donne che possono trovarsi in difficoltà, anche attraverso una mappatura delle opportunità e delle risorse presenti sul territorio.

Una co-progettazione di interventi, di azioni, di linee di sviluppo, ovviamente nel massimo rispetto dei ruoli.

Questa gestione potrebbe consentire la presenza di saperi e competenze multidisciplinari, orari di apertura più ampi e una riduzione dei costi per l’Amministrazione.

Non sarebbe un orientamento isolato: il dibattito in corso su luoghi importanti come la Casa internazionale delle donne di Roma, la Casa delle donne di Milano, quella de L’Aquila, per citare alcuni esempi, portano i segni di questo orizzonte, quello cioè del ripensare questi luoghi come beni comuni.

Chiediamo al Comune di Livorno di ripensare le proprie scelte gestionali e di aprire un confronto su questi temi. Si obietterà sui tempi: potrebbe forse essere adottata una soluzione-ponte, in modo da discutere in modo approfondito e disteso.

È nostro desiderio aprire un dibattito pubblico su questi temi.


Associazione Centrodonna Evelina De Magistris di Livorno


Se lo desideri, puoi dare la tua adesione al Documento sulla gestione del Centro Donna di Livorno, oltre che attraverso la mail inviata a webevelinademagistris@gmail.com

riempiendo questo modulo https://forms.gle/WVENeovnJwoxVBqs9,

Basta un click. Ti ringraziamo.

Le donne della Associazione Evelina De Magistris

(www.evelinademagistris.org, 2 gennaio 2021)

di Manuela Perrone


Omero è vecchio, la testa china, le spalle curve. Ha gli occhi chiusi. «Cantami, o musa», dice con voce risoluta. Ma lei, Calliope, la musa che invoca, mica è dell’umore giusto. Con tutti quegli uomini a pretendere la sua attenzione, con tutti quei poeti che pensano solo a se stessi, con tutto quello che di epico è già stato raccontato: guerre, città assediate, villaggi distrutti, viaggi, naufragi. E allora canta, sì, ma la parte nascosta della storia della guerra di Troia: le donne. «Gli sto offrendo la possibilità di vedere la guerra da entrambi i lati». Gli sta aprendo gli occhi.

Arriva in libreria il 21 gennaio per Sonzogno “Il canto di Calliope” di Natalie Haynes, tradotto da Monica Capuani. Leggendolo, non si fa fatica a capire perché sia stato inserito nella shortlist del Women’s Prize for Fiction 2020 né perché sia stato segnalato tra i migliori libri del 2019 da The Guardian e The Times. È una rivisitazione letteralmente rivoluzionaria della guerra di Troia, se per rivoluzione intendiamo il grido dove prima c’era silenzio. Contro il silenzio delle donne e sulle donne, Haynes-Calliope si prende la rivincita. E snocciola a Omero i vissuti che erano rimasti ai

margini, le eroine mai considerate quanto gli eroi, i tormenti delle troiane e delle greche, delle umane e delle dee. Se il poeta si lagna («Devono proprio morire tutti?»), la musa si arrabbia: «Le morti degli uomini sono epiche, le morti delle donne sono tragiche: è questo il problema?».

Sfilano nelle pagine Creusa, la regina Ecuba, Polissena, Andromaca, Teano, l’amazzone Pentesilea, la turbolenta Criseide e la magnifica Briseide, esistenze funestate da lutti e abbandoni. «Quando finisce una guerra, gli uomini perdono la vita. Le donne perdono tutto il resto». Cassandra, sulla spiaggia dove attendono il loro destino di schiave, trema «per la voglia di gridare che lei l’aveva detto cento, mille, diecimila volte. E che nessuno di loro era mai stato a sentirla, neanche per un istante»: vedere il futuro è la sua maledizione, la condanna a una solitudine straziante. Ecuba accusa Elena: la colpa è tutta sua, che da donna sposata non ha respinto suo figlio Paride. Anche «Paride era un uomo sposato», replica Elena.

«Perché tutti se ne dimenticano sempre?». L’intramontabile “due pesi, due misure” e l’altrettanto intramontabile “Eva contro Eva”: le donne non si perdonano neppure un’unghia di quello che perdonano agli uomini.

C’è da capirle. Non esiste chi non si racconta: niente specchi, niente identità, nessuna genealogia. Quale complicità è mai possibile? Scrive Penelope nelle sue lettere senza risposta a Ulisse: «Tutti i poeti cantano il coraggio degli eroi e la grandezza delle vostre imprese: è uno dei pochi elementi della vostra storia su cui sono concordi. Ma nessuno canta il coraggio richiesto a quelle di noi che sono state lasciate a casa». Ed è una realtà distorta quella raccontata a metà. Calliope rimbrotta Omero: o il poeta tiene conto e racconta anche il dolore delle donne «che sono sempre state relegate ai margini della storia, vittime degli uomini, scampate agli uomini, schiave degli uomini» oppure «non racconterà un bel niente». Hanno aspettato il loro turno anche troppo, le donne. E perché? «Perché troppi uomini continuano a raccontarsi tra di loro le storie di altri uomini».

Ribalta la prospettiva unica del maschile ricorrendo alla polifonia del femminile anche Marilù Oliva con «L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre» (Solferino). Ulisse è l’oggetto del racconto, le donne della sua avventura sono il soggetto. Il tema non è il viaggio di un uomo, ma le relazioni che lo costellano e ne scandiscono le tappe. La dea ex machina è Atena, che ammette la sua predilezione per Ulisse e la sua stirpe e la sua preoccupazione per Telemaco: «Crescere tra gente tracotante non ti lascia scampo. Ti spezza le ossa». È Atena a incoraggiare padre e figlio a fare ciò che devono: la grande donna dietro i grandi uomini. Ma è Penelope la vera roccia, il fulcro intorno al quale ruota il mondo: «Quanto a solidità, l’ho costruita in gran parte da sola, come capita sovente a noi donne. Ho cresciuto mio figlio, ho cercato di governare con giudizio, di tenere conto delle voci degli anziani». Non è in questa cura del futuro e del passato la straordinaria differenza del potere femminile?

Se la forza del libro di Oliva è l’estrema perizia filologica e la fedeltà al testo originale dell’Odissea, di cui ha cambiato soltanto l’impianto narrativo iniziale, elementi che rendono ancora più potente la riscrittura dalla parte delle donne, “Il silenzio delle ragazze” di Pat Barker (Einaudi), tradotto da Carla Palmieri, tenta un’operazione diversa: restituire l’orrore delle violenze dell’Iliade dando voce al non detto, rivelando la realtà offuscata dall’epica. L’incipit suona come un manifesto: «Il grande Achille. Il luminoso, splendido Achille; Achille simile a un Dio. Montagne di epiteti che le nostre labbra non hanno mai pronunciato. Per noi era solo un macellaio». Sono stati gli uomini a tessere le lodi degli eroi, le donne nel mito non hanno avuto parola.

Barker fa allora parlare Briseide, in tutta la sua complessità: lucida, chirurgica. I massacri e i saccheggi non sono nobilitati, men che mai gli stupri. La schiavitù è schiavitù, senza infingimenti. La prima notte con Achille è una violenza piatta e frettolosa. «Mi provò», dice Briseide, come avrebbe provato un’armatura se il suo premio fosse stato quello. Le 344 pagine del romanzo spostano sul margine e dal margine il punto di vista sulle gesta degli eroi greci: è così che vediamo «la curiosa mescolanza tra ricchezza e squallore», il sesso smisurato e bestiale «ma privo di tenerezza», il modo in cui ogni donna – oggetto, premio, sfogo – «cercava di resistere a suo modo», l’intimità forzosa che Briseide costruisce con Achille, il responsabile del massacro di suo marito e dei suoi quattro fratelli, la terribile morte di Astianatte e quella di Polissena, con uno squarcio nella gola. Riflette Briseide quando cerca di dare degna sepoltura al cadavere: «Dava l’impressione che avesse due bocche, entrambe silenziose. Alle donne si addice il silenzio…». L’unica via di Briseide per uscire dalla storia di Achille è prendere parola, levare la sua voce. Ma non si può chiudere il cerchio senza tornare a Elena. Ne “Il canto di Calliope” Haynes fa dire a chi la guarda che «c’era qualcosa di non umano nei suoi capelli dorati, nella pelle trasparente, negli occhi scuri, nei vestiti scintillanti. Era difficile descriverla quando non era presente, come se lo sguardo non potesse trattenere il ricordo di una simile perfezione». In “Elena di Sparta” Loreta Minutilli (Baldini+Castoldi) dà la parola proprio a lei, la più odiata, l’origine della guerra. «Il conflitto esiste da quando esisto io», esordisce. E non si riferisce soltanto a Troia, ma all’eterno sconquasso che provoca la bellezza femminile, un potere che spesso le donne non sanno gestire e che le altre non sanno riconoscere.

Con una lingua scarna, senza fronzoli, Minutilli descrive la prigione del corpo, persino quando è perfetto, anzi forse ancora più soffocante. «Ero tutta corpo, esattamente come mi avevano voluta», ricorda Elena della sua giovinezza. «L’unica mia consapevolezza era il mio corpo, non sapevo fare nulla, il mio cervello era quello di una mosca». Accudire le sue forme l’unica competenza, l’aspetto fisico unico metro con cui è capace di giudicare le altre. «D’altra parte, nessuno aveva mai dato mostra di trovare altre qualità in me».

La bellezza è un elisir di salvezza in un mondo di uomini, ma non le risparmia le loro violenze né la solitudine, l’invidia e il disprezzo delle donne. Nella narrazione di Minutilli, Elena accetta di seguire Paride incantata da un sogno di liberazione, mossa dalla curiosità dell’«inimmaginabile libertà che avrei avuto a Troia, la mitica città senza ginecei». «Volevo scegliere, volevo rischiare», dice. Non per passione, ma per «una forza tanto più viva e tanto più fredda: quella della mia mente». Muoversi dalla periferia al centro della storia, autodeterminarsi. Il prezzo sarà enorme: è questa la colpa delle donne che il mito tramanda di generazione in generazione? «Era l’unico modo perché tutti vedessero che ero una persona», confessa Elena a Menelao. L’unica possibilità per viaggiare, «per provare l’altra metà della vita». Forse, alla fine, riusciamo a perdonarla. E a perdonarci.


(ilsole24ore.com, 17 gennaio 2021)

di John Anthony Bleasdale


Quando mia moglie ha partorito la nostra prima figlia ho imparato una lezione importantissima.

Dopo nove ore di travaglio, un’epidurale fatta male e un cesareo all’ultimo minuto, ho capito che non esiste una sceneggiatura. O meglio, che ce ne sono tante e si rivelano sempre sbagliate. L’unico consiglio che posso dare a chi si trova in circostanze simili è che ogni gravidanza, ogni parto, come pure ogni bambino, sono differenti. Il nuovo film di Kornél Mundruczó «Pieces of a Woman» è realistico perché riesce a dare un senso a questo caos, a questa casualità – il senso che gioia e tragedia possono essere separati da millesimi di secondo, da frazioni di tempo, il movimento di una molecola. Per questo il film si differenzia da molti altri – in particolare da quelli che arrivano da Hollywood – che sbagliano nel raccontare uno dei momenti più drammatici della vita: il momento in cui la vita nasce – letteralmente. Per prima cosa, la nascita è un tema che viene trattato più di frequente da due generi specifici: le commedie e i film dell’orrore.

Per quanto riguarda le commedie, il travaglio viene descritto da una serie di momenti così riconoscibili da diventare dei cliché. Le acque si rompono di solito in pubblico e con uno splash imbarazzante, il futuro padre va in panico, la donna urla in un’agonia comica e i medici fanno del loro meglio prima dell’uscita del bambino, pulitissimo, da una vagina invisibile (con l’unica eccezione di «Molto Incinta» di Judd Apatow in cui c’è la ripresa della testa della bambina che sta uscendo).

«Nine Months», «Che cosa aspettarsi quando si aspetta» e «The Women» presentano tutti travagli pieni di sorprese, ma paradossalmente uguali. Quando non sorridiamo, trasaliamo, sussultiamo.

«Rosemary’s Baby» di Roman Polanski ha mostrato l’idea di una gravidanza demoniaca con Mia Farrow. Il body horror continua con «Alien» in cui John Hurt dà vita a uno xenomorfo. Chi può dimenticare la scena da incubo in cui Geena Davis partorisce una larva in «La mosca» di Cronenberg?

C’è un disgusto profondo per il corpo femminile e il mistero – tutto di regie maschili – della gravidanza che ha sapore di tabù. Infatti questo tabù esisteva eccome. Nel 1936 iniziò il Production Code, una forma di autocensura adottata dagli studios sotto la pressione di gruppi cattolici. Una guida al codice forniva queste istruzioni: «È completamente accettabile fare riferimento a un bambino ma ogni riferimento a concepimento, gravidanza e parto è considerato inappropriato per una discussione in pubblico.» Il codice è esistito fino agli anni Sessanta ma la visione immatura della nascita dei bambini è durata molto più a lungo.

Con il nuovo film di Mundruczó – scritto dalla sua compagna Kata Weber – abbiamo finalmente una scena di travaglio realistica e drammatica che dà – con i suoi 23 minuti – il giusto peso ad un momento così fondamentale.


(Alias – il manifesto, 16 gennaio 2021)

di Ida Dominijanni


Fra le immagini provenienti da Washington ne circola una perfino più sintomatica di quelle dei manifestanti che si arrampicano come formiche sui muri di Capitol Hill e devastano indisturbati il tempio della democrazia americana, o di quelle dello sciamano tatuato con le corna che si accomoda trionfante sullo scranno di Mike Pence, o di quelle dei legittimi rappresentanti del popolo evacuati sotto la minaccia dei Proud boys armati. È un filmato fatto con il telefono e diffuso dal figlio dello stesso Trump, che ritrae il presidente tuttora in carica con la moglie a fianco davanti a uno schermo televisivo, mentre si gode la diretta della manifestazione che sta per aizzare contro il parlamento, il tutto con Gloria – un nome un programma – a tutto volume per tenergli su il morale.

Il filmato, mi si perdoni il paragone sacrilego, mi ha fatto venire in mente l’analisi di Las meninas di Velázquez fatta da Foucault nell’indimenticabile incipit di Le parole e le cose: come quel quadro, dice tutto della situazione epistemica di un’epoca, la nostra. C’è un fatto clamoroso, trasmesso in diretta tv, che tutto il mondo sta guardando con sgomento. E c’è il regista di quel fatto che dopo averlo organizzato lo guarda a sua volta su uno schermo e guarda noi che lo guardiamo, ma senza sgomento alcuno, anzi: ne gode.

Che sta facendo Trump? Che farà nei prossimi giorni? Che farà fra quattro anni?, si chiede tutto il mondo, attribuendogli una razionalità politica che non gli appartiene. Risposta semplice: Trump gode; contempla la sua opera distruttiva e gode. E che farà in futuro? Risposta altrettanto semplice: continuerà a fare quello che lo farà godere. Facendosi beffe di quella razionalità politica in base alla quale lo si continua a giudicare.

Oltre ogni limite

La categoria psicoanalitica del godimento è entrata da tempo a far parte dell’analisi politica più sensibile alle trasformazioni della contemporaneità, e attenzione, non ha niente a che fare con un sano piacere di vivere. Ha a che fare piuttosto con un eccesso di piacere mortifero che si attiva nell’oltrrepassamento del limite, e in particolare del limite della legge. È di questo che godono – se ne parlò in Italia ai tempi di Berlusconi – i leader autoreferenziali e narcisisti di oggi: del collocarsi oltre la legge. Perciò il richiamo alla legalità non ha alcuna efficacia su di loro: la legge non li contiene e non li limita, perché ciò di cui godono, e di cui fanno godere il loro popolo, è precisamente trasgredirla, o prescinderne. E il loro popolo si identifica con loro non malgrado, ma in quanto la trasgrediscono o ne prescindono, dimostrando che se ne può fare a meno.

È uno degli ingredienti basilari della relazione populista tra capo e popolo, che insidia alla radice l’edificio della democrazia costituzionale, tutta basata viceversa sull’autorità impersonale della legge; ma destabilizza anche l’equazione tradizionale fra la destra e lo slogan “law and order”, che infatti i politici alla Trump usano solo contro gli altri ma non applicano mai a se stessi, e che infatti Trump ha tirato fuori, quando infine si è risolto a invitare i suoi supporter a tornare a casa “in pace, perché noi siamo il partito della legge e dell’ordine”, in palese contraddizione con l’incitamento all’illegalità con cui li aveva arringati poche ore prima.

La messa in scena della realtà

Un secondo ingrediente basilare del populismo è quello della politica come performance. La performatività è una dimensione propria dell’azione politica non da oggi, come dimostra la fortuna della metafora teatrale nel lessico politico della modernità. Ma nel teatro (politico) moderno c’erano un proscenio, un retroscena e un fuori-scena; c’era un essere e un apparire, un detto e un non detto, un pensiero e un retropensiero; c’era una rappresentazione che interpretava la realtà senza confondersi con essa, in perfetta simmetria con la rappresentanza che interpreta le istanze dei rappresentati senza identificarsi con loro. Oggi invece il set della performance politica non è più quello teatrale, bensì quello del reality show, da dove non a caso Trump – e prima di lui Berlusconi – proviene. E nel reality show non c’è l’essere e l’apparire ma l’apparire che coincide con l’essere, non c’è retroscena né fuori-scena ma tutto va in scena, non c’è non detto né retropensiero perché tutto si può dire e si dice. E non c’è rappresentazione della realtà, perché la rappresentazione è la realtà; come non c’è rappresentanza in assenza dei rappresentati, bensì presenza ossessiva del leader e identificazione fra il leader e i suoi seguaci.

Per questo è vano domandarsi, di fronte alla diretta da Washington, se si sia trattato “solo” di una sceneggiata o invece di un golpe “vero”, tentato e fallito: perché se anche si trattasse “solo” di una messinscena, sarebbe una messinscena immediatamente produttiva di realtà. La lesione della democrazia americana che ne deriva non è meno effettiva e reale di quella che sarebbe derivata da un tentativo di golpe “vero”: la messa in scena serve precisamente a rendere plausibile, pensabile e realizzabile ciò che prima era inconcepibile, per l’appunto performandolo. Se è andato in onda è accaduto, o comunque può accadere: al cospetto del mondo, e dei molti nemici che non senza ragioni ha nel mondo, la democrazia americana è diventata vulnerabile, e da questo punto di vista il golpe, “reale” o “sceneggiato” che fosse, è perfettamente riuscito.

Siamo arrivati a un terzo, e connesso, ingrediente basilare della politica populista, che è lo sfondamento del confine fra vero e falso: dove tutto è dicibile, vero o falso che sia, tutto diventa verosimile, anche la menzogna più eclatante, e tutto diventa oggetto di incredulità o creduloneria. Pure qui non si tratta di una novità assoluta: della menzogna la politica ha sempre fatto uso, e il totalitarismo – Arendt insegna – ne ha fatto un uso cruciale per i propri fini. Ma pure qui c’è un salto di scala, dovuto alle trasformazioni della sfera pubblica nelle democrazie contemporanee, dalla crisi delle autorità simboliche al dilagare del mercato delle opinioni alla diffusione dei social media, tutti fattori convergenti nell’innescare quella “crisi epistemologica” della democrazia americana che Obama denuncia nel suo ultimo libro e che ha trovato in Trump il suo carburante più potente, grazie anche – ma non solo – al suo uso intensivo dei social come strumento di “disinformazione partecipata”. Fino alla gestione negazionista della pandemia e alla grande menzogna del furto delle elezioni, alla quale nonostante tutto credono tuttora o fingono di credere i parlamentari repubblicani rimasti fedeli a Trump oltre che la stragrande maggioranza del suo elettorato.

Lombra della democrazia

Se si considerano questi tre ingredienti della politica populista in generale e di quella di Trump in particolare, l’assalto a Capitol Hill risulta tutt’altro che imprevedibile. E infatti era stato ampiamente previsto, già durante la campagna elettorale, il “worst scenario” di un presidente uscente che se sconfitto nelle urne avrebbe applicato al risultato la sua strategia di falsificazione della realtà, trasformando così la crisi epistemologica della democrazia americana in crisi istituzionale. Uno scenario scartato con sufficienza, qui in Italia, da quanti prima hanno cercato di normalizzare la gara elettorale come una questione di ordinaria alternanza, poi hanno cercato di normalizzarne l’esito brindando troppo frettolosamente alla tenuta delle istituzioni americane.

C’è voluta la “sceneggiata” di cui sopra perché l’allarme suonasse davvero; e si spera che non rientri non appena la legalità costituzionale americana avrà trovato un modo, non è ancora chiaro quale, per ricucire la ferita. Non c’è infatti nessuna normalizzazione all’orizzonte, perché se pure Trump dovesse sparire dalla scena politica non spariranno i processi di cui egli è stato sintomo e causa. La partita che si sta giocando non è tra una parentesi anomala e il ritorno alla normalità, perché il populismo non è un’anomalia rispetto al modello democratico “corretto”. È piuttosto, come ha scritto una volta per tutte Margaret Canovan, l’ombra della democrazia, una eventualità sempre latente pronta ad attivarsi impugnando il democraticissimo principio della sovranità popolare ogni qualvolta la democrazia rappresentativa attraversa fasi di crisi radicale. Come tutte le ombre, si allunga al tramonto. E niente oggi ci garantisce che la crisi delle democrazie occidentali non si stia trasformando in un lungo tramonto.

La campana di Capitol Hill suona dunque anche per noi europei. E quanto all’Italia non annuncia solo un pericolo a venire, rappresentato dai Salvini e dalle Meloni di turno. Evoca piuttosto un passato recente e già rimosso, di cui portiamo tuttora i segni. Lo sa bene il famoso tassista di New York che non bisognerebbe mai citare in un pezzo, quello che ogni volta che atterri lì ti chiede da dove arrivi, e che se ai tempi di Berlusconi ti salutava con un beffardo «Italy! bunga bunga!», dopo l’elezione di Trump si limitava a un più mesto e complice «you know the matter», voi ci siete già passati. Ci siamo già passati infatti, con uno che l’assalto al parlamento non l’ha mai organizzato ma l’attacco alla costituzione l’ha costantemente predicato e praticato, e quanto a perversione narcisistica, politica-reality e annebbiamento del confine tra vero e falso è stato un indiscutibile precursore. Né possiamo scandalizzarci più di tanto di fronte allo sciamano con le corna, abitante di un’America MAGA (Make America great again) immaginaria e perduta, non tanto diverso dai celebratori dei riti dell’ampolla in quel della Padania. E nemmeno di fronte agli invasori del parlamento, che dalle nostre parti otto anni fa qualcuno voleva aprire come una scatoletta di tonno. Il virus populista circola da molto tempo, e noi che ci siamo già passati, sperimentandone per giunta variegate versioni, alla normalità democratica – ammesso che esista – non siamo mai più tornati.

Lanticorpo della Georgia

Pensiamo piuttosto agli anticorpi che possiamo e dobbiamo attivare. È tornata in auge in questi giorni la tesi, già molto diffusa a sinistra dopo l’elezione di Trump, di un rapporto di causa-effetto tra aumento delle disuguaglianze sociali e avanzata populista. Tesi fondata – anche se largamente contraddetta dalle analisi della composizione dell’elettorato trumpiano – ma parziale. Il populismo non è solo l’effetto di una crisi sociale. È un fenomeno politico, che ha a che fare con la crisi della politica: delle forme, del linguaggio, dell’immaginario e del credito della democrazia. E richiede perciò invenzioni politiche, non solo risposte economiche, all’altezza della complessità di questa crisi.)

Nella loro enormità, i fatti di Washington hanno parzialmente oscurato la notizia dell’elezione in Georgia del predicatore nero Raphael Warnock, primo senatore afroamericano nella storia di uno stato marchiato dal segregazionismo, e di Jon Ossoff, documentarista ebreo diventato il più giovane esponente del senato americano. È il segno dell’“altra America”, quella delle minoranze e delle lotte per i diritti, e del conflitto che oggi la contrappone all’America bianca e suprematista dei Proud boys trumpiani, che a Pennsylvania avenue sventolavano la bandiera dei confederati. Ma è anche il risultato di un esperimento e di un investimento politico: a strappare quei due seggi ai repubblicani è stata l’infrastruttura politica e organizzativa costruita da Stacey Abrams e altre attiviste, che ha saputo riportare alla passione politica chi nella politica non credeva più e ha saputo unire in nuove coalizioni chi nella società si sentiva marginale, perdente o intrappolato in un ghetto identitario. È solo nella ricostruzione di un popolo dal basso che c’è l’antidoto alla mobilitazione populista dall’alto.


(Internazionale n. 1392, 15 gennaio 2021)

di Doranna Lupi


Maddalena e le altre. La Chiesa, le donne, i ministeri, nel vissuto di una storia (2020) è il titolo del libro in cui la comunità cristiana di base di S. Paolo di Roma ha scelto di raccontare la propria storia, nella convinzione che possa indicare percorsi, anche inediti, alle ipotetiche future protagoniste e protagonisti di una rivoluzione copernicana che sicuramente arriverà nella Chiesa. Con questo sguardo fiducioso e aperto al cambiamento hanno scritto un testo non accademico, nonostante il supporto di un grande patrimonio di letture e scambi, che però dice l’essenziale sul tema annunciato nel sottotitolo. Poche pagine, che mettono bene a fuoco la fecondità di una storia incarnata in una comunità cristiana dove il seme della libertà femminile è germogliato in pratiche di vita ecclesiale trasformative.

Per le sorelle e i fratelli della comunità i contenuti della loro storia sono sempre stati un’esperienza viva, a contatto con gli eventi e le circostanze del momento. Intrecciando la storia delle donne nella Chiesa e il percorso femminista al vissuto della comunità, hanno narrato una storia che parla al presente, perché racconta una rivoluzione ancora in atto, che non riguarda solo le donne, bensì uomini e donne per un profondo cambiamento epocale, «una mutazione antropologica in corso», come scrisse J. Kristeva (p. 43).

La forza di questo racconto sta proprio nel fatto che Maddalena e le altre donne che hanno accompagnato Gesù in Galilea, dando poi inizio all’annuncio evangelico nelle prime comunità cristiane, sono le testimoni di un vissuto autentico delle origini, che è tornato a essere realtà concreta in alcune comunità post conciliari, grazie al desiderio delle donne e all’intrinseca verità e autenticità di questa proposta.

In origine, spiegano le autrici e gli autori del libro, il rapporto di Gesù con le donne apre uno squarcio imprevisto e scandaloso nel sistema patriarcale, costretto in seguito a spendere moltissime energie per ricucire lo strappo e ricondurre le donne al “loro posto”. E così quasi tutte le Chiese, a suon di anatemi, repressioni, dogmi e colti castelli teologici, hanno dimenticato il mandato di Gesù alla Maddalena che per prima lo vide risorto e alla quale egli affidò il compito dell’annuncio: “Va’ dai miei fratelli e di loro: io salgo al padre”. Così com’è stata rimossa la confessione cristologica di Marta per dare tutto lo spazio a quella di Pietro, su cui poggiano le fondamenta del Papato. Leggendo i Vangeli è evidente che molte donne hanno accompagnato Gesù fino alla fine, senza fuggire o rinnegarlo, e che furono le prime testimoni e annunciatrici della resurrezione. Fin dall’inizio, però, questo ha creato imbarazzo e resistenze. Nella prima lettera ai Corinzi Paolo scrive che, quando ha incontrato i capi della Chiesa di Gerusalemme, da loro ha ascoltato un racconto della Resurrezione in cui sono già sparite le donne, anche se egli stesso testimonia quanto fossero ancora presenti nelle prime comunità, partecipando attivamente ai vari ministeri. La reazione antifemminista nella Chiesa, dunque, non si fece attendere, mettendo in atto, con tutti i mezzi a disposizione, l’esclusione delle donne dal sacro.

Nonostante questo, le donne non si sono mai fatte completamente condizionare dalle dottrine e dai dogmi, mantenendo sempre un rapporto intimo e personale con il divino. Anche la devozione mariana si è piegata a questa esigenza, fino ad assumere la funzione di referente divino femminile, per dare una risposta al bisogno di una divinità in cui rispecchiarsi.

Il punto di forza su cui far leva, l’orientamento per ogni tentativo di ristabilire la loro liberà nella Chiesa, nel corso della storia è sempre stato, per le donne, il modello egualitario delle prime comunità cristiane. Nei secoli XI-XIII, in Europa, vedove, mistiche, beghine si raccolsero, come i cristiani delle prime generazioni, in case private e, senza alcuna consacrazione, si dedicarono alla preghiera, alle opere assistenziali, all’apostolato (p. 29). Alcune di loro, testimoniando un rapporto diretto con un divino differente, si spinsero fino a interpretare le Scritture fuori dalle intermediazioni clericali, come Margherita Porete, che fu messa al rogo dopo che furono bruciati i suoi scritti. Anche se hanno pagato tributi altissimi, la voce delle donne, nel corso della storia, non è mai stata tacitata del tutto e molte storiche hanno riportato alla luce una ricca genealogia femminile, che ci ha rafforzato nella nostra ricerca di identità.

Fino ad arrivare al femminismo cristiano di fine ‘800 con Elisa Salerno, che poneva a fondamento il Vangelo come l’unico testo che rispetta la dignità delle donne: per lei negare il riconoscimento della personalità e dell’integrità della donna significava volere il Vangelo soltanto per metà.

La radicalità del binomio Vangelo/Femminismo si è rivelata molto efficace nella storia: Gesù ha saputo ascoltare e riconoscere la profonda dimensione spirituale delle donne, e il femminismo ha rimesso in circolo voce e autorità, in una rete di relazioni femminili che ha dato loro molta forza.

Questo è quanto è successo anche nella comunità di base di S. Paolo, costituitasi nel settembre del 1973 attorno al proprio presbitero Giovanni Franzoni, Abate di S. Paolo fuori le Mura. Egli, in seguito alle sue posizioni contro il conservatorismo religioso e politico italiano, fu costretto dal Vaticano a dare le dimissioni. In seguito fu sospeso a divinis e poi ridotto allo stato laicale. Attorno a Franzoni, uomo di grande carisma, si aggregarono gruppi di laici, giovani uomini e donne provenienti dall’Azione Cattolica e dal mondo scout, per mettere in pratica gli stimoli suscitati dal Vaticano II e dal movimento del ’68.

Si avviò così una ricerca, radicata nella prassi concreta della comunità, sul senso più autentico dei sacramenti, alla luce del Vangelo. L’indagine sul significato profondo di Ordine (sacerdozio) ed Eucarestia guidò le sorelle e i fratelli alla scelta di celebrare comunitariamente l’Eucarestia, anche senza un presbitero di riferimento. Il principale avallo, però, lo dettero ancora una volta i Vangeli, dove si narra l’ultima cena descrivendola come un banchetto pasquale al quale, nello stesso modo in cui avviene ancora oggi nelle famiglie ebraiche, partecipa tutta la famiglia al completo. Questa cena, aperta ai dodici, accolse sicuramente anche le discepole che accompagnavano da tempo Gesù in Galilea. In quell’occasione Gesù non intese creare una casta sacerdotale maschile vietata alle donne, ma volle significare che chiunque avesse accettato il suo discepolato avrebbe dovuto – come lui – spezzare la propria vita per gli altri (p. 54).

In quel periodo di straordinario fermento ecclesiale, sociale e culturale, le donne della CdB di S. Paolo godevano nella comunità di una dimensione totalmente paritaria, ma erano ancora completamente immerse in una cultura maschilista che pretendeva di parlare a nome di tutti, uomini e donne (p. 47). Abitate da questa inquietudine giunsero al seminario nazionale delle CdB italiane “Le scomode figlie di Eva – Le CdB si interrogano sui percorsi di ricerca delle donne”, tenuto a Brescia nel 1988.

In quell’occasione, in cui anche io ero presente con le amiche del gruppo donne CdB di Pinerolo, nato nel 1986, durante la celebrazione eucaristica “per la prima volta mani di donna spezzarono il pane”, come riportò la stampa (p. 58).

L’efficacia simbolica di quel gesto eucaristico al femminile ebbe un forte influsso sui nostri percorsi successivi di donne delle CdB. Il pane spezzato e distribuito da mani di donne riconduceva al banchetto pasquale, alla naturalezza di gesti quotidiani condivisi sulla tavola in famiglia. Non c’era nulla di rivendicativo o provocatorio, bensì s’irradiò un forte desiderio di libertà femminile, che apriva possibilità inedite nell’espressione della propria differente ministerialità all’interno della Chiesa. Questo seminario fu uno spartiacque, non solo per le sorelle della comunità di S. Paolo, ma per tutte noi. Stavamo comprendendo di non voler più essere assimilate al mondo degli uomini. Cambiando il rapporto donna con donna acquisivamo indipendenza simbolica, cogliendo il nostro valore.

Le scomode figlie di Eva hanno poi fatto un grande lavoro di ricerca spirituale, di autocoscienza, di sperimentazione liturgica, di riflessione teologica condivisa con donne cattoliche e protestanti, attraverso il collegamento italiano dei gruppi donne delle comunità cristiane di base. Per questo motivo la mia lettura assume due prospettive diverse.

La prima è quella di chi ha condiviso questa esperienza e constata l’efficacia di un percorso che s’incarna nella vita di una comunità, trasformando anche gli uomini. Nella comunità di S. Paolo gli uomini hanno accettato di confrontarsi autenticamente con donne che hanno assunto questi criteri, comprendendo che era in gioco la libertà di tutti. Lo stesso Giovanni Franzoni ha seguito sempre con attenzione il percorso delle donne senza mai intromettersi nel loro cammino, adeguandosi nel linguaggio e condividendone sovente le intenzioni (p. 64). Altre comunità di base in Italia sono arrivate alla rottura o all’esclusione pur di non toccare il nocciolo della questione, che in un ambiente progressista come quello delle CdB non è certo l’uguaglianza tra i sessi, bensì rompere l’illusione patriarcale del maschile neutro universale come chiave di lettura omnicomprensiva, anche nel rapporto con il divino e con la teologia.

La seconda prospettiva è data dalla meraviglia per la puntualità a un appuntamento della storia con cui esce questa pubblicazione. Il libro mi è arrivato quasi contemporaneamente all’invito di partecipare all’incontro virtuale con la teologa francese Anne Soupa, che a maggio del 2020 ha proposto la sua candidatura alla diocesi di Lione, ponendo, con il suo gesto, all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale lo scandalo di una chiesa cattolica androcentrica. Sul tema del ruolo della donna nella Chiesa sono intervenuti molti papi, da Giovanni XXIII a Francesco, che hanno ribadito il no al sacerdozio femminile, anche se con toni “dolci” e “paterni” rispetto ai padri della Chiesa. Nonostante l’inserimento di donne, laiche e religiose, in posizioni di responsabilità, ancora non si è arrivati al pieno riconoscimento della figura femminile. Soupa ha avuto il sostegno di una campagna internazionale sostenuta dal Catholic Women’s Council (CWC), una rete che unisce a livello globale i diversi gruppi di cattoliche che lavorano per il pieno riconoscimento della dignità e dell’uguaglianza delle donne nella Chiesa cattolica.

Queste relazioni, fiorite anche a distanza in tempo di covid, ci consentiranno di condividere il nostro specifico di donne CdB, mostrando un desiderio concreto, che non si limita a interpretare il sacerdozio femminile come una questione di parità “sulle orme di quello maschile”, ma come espressione della necessità di mediazione femminile con Dio, che va interpretata con il senso libero della differenza sessuale.

Nel frattempo, a Roma, la comunità cristiana di base di S. Paolo ha sperimentato, nel corso di mezzo secolo, una “Chiesa altra”, nella quale uomini e donne, senza distinzione, spezzano il pane eucaristico in memoria di Gesù, onorando il suo mandato alla Maddalena. Non resta, secondo loro, che attendere una nuova Pentecoste, in cui un concilio di “madri” e “padri” cambi radicalmente teologie e prassi secolari della Chiesa cattolica, non più accettabili.


(Viottoli, dicembre 2020)

di Daniela Dioguardi


Ci sembra improbabile, quasi incredibile, che navigati politici con alle spalle lunghi anni di esperienza non conoscano raccomandazioni e leggi che in Italia impongono in modo più o meno prescrittivo, una percentuale di presenza di entrambi i sessi nelle istituzioni e nei governi. Ancora meno crediamo che Musumeci, presidente della Regione Sicilia, non prevedesse, dopo decenni di lotte delle donne in questa direzione, che avrebbe immediatamente sollevato un vespaio di giuste critiche varando una giunta monosessuata al maschile, vista la situazione disastrosa della nostra regione, risultato di una tradizione quasi ininterrotta di governi di soli uomini. Infatti, se analizziamo le giunte delle due più grandi città siciliane, Palermo e Catania, pur con amministrazioni politicamente di segno diverso, ci rendiamo conto che almeno una, due donne si trovano per salvare la faccia, tacitare critiche e non farsi accusare di maschilismo. Allora perché escludere che invece siano state proprio le donne cui è stato chiesto, che abbiano risposto no? Tra l’altro la pandemia ha reso evidente ciò su cui da tempo le femministe insistono inascoltate: la necessità di una politica che metta al centro la cura e la relazione tra gli esseri umani. Siamo davvero sicure che non sarebbe un bene che le donne in alcuni casi gridassero dei no forti e motivati, rifiutandosi di entrare in netta minoranza in giunte di governi che non convincono e non garantiscono rispetto alla possibilità di incidere con scelte chiare in direzione del bene comune?


Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UdiPalermo


(www.libreriadelledonne.it, 14 gennaio 2021)

di Maria Tatsos


Tutti conoscono Mozart, ma pochi sanno che il genio della musica aveva anche una sorella, Maria Anna detta Nannerl. Una bambina prodigio, virtuosa del clavicembalo, insegnante e compositrice. Non sapremo mai se fosse talentuosa tanto quanto il fratello, o magari anche di più, perché a un certo punto della sua vita si sposa – come era prescritto a tutte le donne – ed esce di scena. Un destino femminile comune, che spiega perché la storia di quest’arte sia un lungo elenco di nomi maschili con poche, recenti presenze dell’altro sesso. Dilettarsi a comporre o a suonare uno strumento era concesso, ma guai ad aspirare a una carriera professionale, almeno fino al secolo scorso.

Beatrice Venezi ne sa qualcosa: è una dei pochi direttori d’orchestra donna in Italia, un mestiere da sempre appannaggio maschile. Nel suo ultimo libro, Le sorelle di Mozart (Utet, 2020), ha voluto raccontare una storia della musica inedita, attraverso alcune delle figure femminili più significative. Compositrici, strumentiste, insegnanti, interpreti, artiste poliedriche. Donne che hanno osato e che sono state oggetto di pregiudizi e maldicenze. La maestra Venezi ci consegna un libro di facile lettura, in linea con il suo obiettivo di avvicinare il grande pubblico al mondo della musica classica. Un’impresa che fa già, con successo, sui social. «Cerco modalità di comunicazione più smart» spiega. «Se nei teatri mancano determinate fasce di età della popolazione, significa che abbiamo sbagliato qualcosa. Perché una volta che si accede, la musica classica è in grado di parlare a tutti».

Come è nata lidea di raccontare le donne musiciste?

Negli ultimi tempi ho ricevuto molte critiche per la mia volontà di sottolineare l’aspetto femminile attraverso il vestire, o le tematiche di cui parlo. E più mi viene detto di desistere, più insisto. Per questo motivo ho deciso di scrivere di queste donne straordinarie che, sebbene dimenticate o ricordate solo come “mogli, madri o figlie di”, sono state chiavi di volta importanti nell’evoluzione della musica.

Come ha fatto a identificarle?

Ho puntato su quelle che mi erano più vicine, perché avevo incontrato le loro partiture, o perché le loro storie erano state particolarmente rivelatrici. Ciascuna di loro per una piccola parte è in me, e devo ringraziarle se oggi posso salire su un podio come direttore d’orchestra. Ovviamente non poteva mancare in questa selezione Nadia Boulanger, che è stata la prima donna a dirigere con successo.

Boulanger le è stata dispirazione nelle sue scelte?

Sì, certamente, ma non dal principio. Quando ho intrapreso gli studi di direzione d’orchestra, non mi ero resa conto dei pregiudizi legati all’essere donna e svolgere un lavoro che storicamente è maschile. Ho mosso i primi passi con musicisti che non mi hanno fatto notare la differenza di genere. Dopo l’ingresso in Conservatorio, ho iniziato a capire. Ma sono piuttosto testarda e ho colto la sfida.

Nel Seicento, Barbara Strozzi è un fulgido esempio di donna libera: compositrice virtuosa e madre di quattro figli, compagna di un uomo sposato. Quindi, chiacchieratissima.

Essere donna e musicista era quasi sconveniente. Da secoli gira la calunnia che per essere artista chissà quali talenti nascosti deve avere una donna. Non è che oggi vada molto meglio: forse è bene parlare del passato per renderci conto che tanti passi avanti non li abbiamo fatti. In realtà, quando si parla di donne del passato si ha spesso un atteggiamento quasi pietistico nel narrare gli ostacoli che hanno incontrato. Anch’io racconto le difficoltà, ma ci tengo a sottolineare la potenza del loro messaggio. Sono donne che, nonostante tutto, sono riuscite a imporsi, le loro sono storie di successo. Prendiamo Clara Schumann: benché ricordata come moglie di Robert, come compositrice è un punto di snodo fondamentale fra la musica del marito e quella di Brahms, e in seguito è presa da modello persino da Ciaikovskij.

Eppure Clara Schumann passa la vita allombra degli uomini. Perché?

È il condizionamento ambientale della società che ancora oggi, in alcuni casi, spinge a pensare che una donna debba vivere in funzione di un uomo. Non c’è niente di male ad avere un compagno e una famiglia, ovviamente, ma una donna deve vivere per se stessa. Come ha fatto Louise Farrenc. Siamo nell’Ottocento e con il futuro marito, Aristide, crea un duo e insieme girano l’Europa tenendo concerti. Poi, al rientro a Parigi lei riprende a comporre e a insegnare. Ha lottato per tutta la vita per ottenere la parità salariale e ci è riuscita. Anche Martha Argerich, la celebre pianista, rompe questo schema: tre figlie da tre compagni diversi, e il pianoforte al primo posto. Lei è un punto di riferimento per tanti giovani musicisti, come lo è stata Nadia Boulanger. Ci insegnano che la maternità non è solo biologica, è sapersi prendere cura dell’altro per farlo crescere professionalmente, nutrire il talento.

Nel titolo evidenzia Nannerl Mozart.

«Mia sorella, colei che possiede il vero talento» ha detto di lei il fratello. E se lo dice un genio come Mozart, c’è da fidarsi. Eppure, di questa compositrice eccezionale non ci è rimasta nessuna partitura. La sua vicenda è significativa della censura che si imponeva alle donne.

Dopo tante virtuose della musica classica, cosa centra un personaggio come Björk?

Non volevo porre limiti e barriere fra i generi musicali e ci tenevo ad arrivare fino ai giorni nostri. Björk rappresenta un unicum nella storia della musica moderna. Ha un linguaggio tutto suo, è una grande sperimentatrice. La sua capacità di stare sul palcoscenico e di comunicare anche attraverso la performance la riallaccia alla tradizione operistica. Nonostante tutte le sue contraddizioni, è un’artista che è riuscita ad autodeterminarsi, senza cedere alla paura di non essere vendibile sul mercato.

Quale storia le è rimasta più nel cuore?

Quella di Ildegarda di Bingen perché siamo nel Medioevo, un periodo in cui le donne non avevano alcun ruolo. È una figura innovativa, caratterizzata da indipendenza, libertà di pensiero e libero arbitrio. Una sorta di Leonardo ante litteram. Parla in pubblico ed è consigliera del Barbarossa. E da monaca, dice alle sue consorelle di curare la propria bellezza perché è un dono che fanno a Cristo.


Beatrice Venezi, lucchese, trentanni, dirige lOrchestra della Toscana e lOrchestra Milano Classica. Lo scorso anno è uscito il suo primo album intitolato My Journey – Puccini’s Symphonic Works, dedicato al grande musicista suo conterraneo. La rivista Forbes lha inserita fra i 100 giovani under 30 più influenti. Attualmente è nella giuria di Sanremo Giovani ed è testimonial di Pink Union, movimento a sostegno della salute delle donne. Le sorelle di Mozart è il suo secondo libro. Il primo, sempre edito da Utet, è Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica.


(Corriere della Sera-Io Donna, 13 gennaio 2021)

di Casa delle donne di Pesaro


Siamo un gruppo di donne della casa delle donne di Pesaro che da anni ragiona di politica, di pratiche politiche, di come stare nei luoghi, di come segnarli con il pensiero delle donne. Luisa Muraro ci ha insegnato molto sulla libertà femminile e sull’autorità. Infatti ha da sempre invitato tutte le donne a “mettersi in gioco nella ricerca libera della differenza sessuale”.

La lettera che Luisa Muraro ha fatto arrivare alle due ministre Bonetti e Bellanova per noi è stata liberatoria: avremmo voluto essere noi a dire le sue parole che invece abbiamo trattenuto nella nostra mente. Abbiamo sentito il suo appello rivolto, oltre che alle ministre, a tutte le donne, noi comprese. Abbiamo salutato con interesse e approvazione il dialogo tentato da Luisa Muraro con due donne delle istituzioni.

Le donne sono ormai in tutti i luoghi e oggi più che mai bisogna lavorare per un cambio di civiltà. Un cambio di civiltà è urgente, anche la pandemia lo ha dimostrato in tutti i suoi risvolti. Il clima del nostro paese è molto pesante. Alla pandemia si aggiungono altri problemi: istituzioni deboli, politica scadente, misoginia e narcisismo maschile imperante. Dato il contesto in cui siamo immersi/e è d’obbligo la domanda, come uscirne e su chi poter contare.

Noi pensiamo si possa contare sulle donne, sulla loro libertà e autonomia di giudizio. A questo proposito, vorremmo sottolineare che Muraro, anche se le ministre non lo hanno recepito in questo modo, dà per acquisito, come da lei ribadito, il loro essere donne libere e come tali le invita a non farsi usare da Renzi che minaccia il governo con l’intimazione “ritiro le mie ministre”.

Vorremmo dire a Teresa Bellanova e a Elena Bonetti che noi le consideriamo le nostre ministre anche se non tutte le abbiamo votate e contiamo su di loro e non sul narcisismo di Renzi.  Vorremmo che si muovessero in un orizzonte più ampio di quello angusto della parità, la cui misura è quella maschile. Pur riconoscendo l’importanza di ricoprire certi ruoli, che è avvenuto, ci fanno notare le ministre, in forza del 50 e 50 voluto anche da Renzi, l’assunto della parità non può, secondo noi, condizionare, limitare, l’agire politico delle elette.

È vero care ministre che con il Recovery Fund, si decide il futuro della collettività, è vero che ci vogliono più risorse per la sanità, più investimenti nel sociale, più investimenti sul lavoro, in particolare quello femminile, ma noi ci siamo chieste: per modificare il piano nelle parti che vi stanno a cuore e che ci stanno a cuore è mai possibile che non ci siano altre modalità politiche diverse dal ricatto?

Noi siamo convinte che le donne pensano con tutto il loro corpo, amano la complessità e siamo altrettanto sicure che sia così anche per voi, anche se come dite, in risposta a Muraro, non conosciamo le vostre biografie. Noi, a voi ministre vorremmo dire che non va sprecata l’occasione di ricoprire un ruolo dove agire un pensiero che prenda le distanze da meccanismi maschili e che porti ad agire una politica fatta di aperture, varchi, concretezza, bisogni reali e non di potere fine a se stesso che conduce, talvolta, ad azioni spericolate.

Ci permettiamo di dire che nella partita sulle manovre all’interno della coalizione di governo sia in gioco il potere e pensiamo sia necessario svelare la radice sessuale del potere stesso. Non si può essere succubi di un patriarcato rantolante, anche se ancora potente. Il sasso gettato da Muraro va preso in maniera seria e pensiamo sia un’occasione di riflessione per tutte le donne. Sia un’occasione, per guardarci dentro, per capire quanto siamo ancora ingombrate da meccanismi maschili. Muraro ci mette in guardia e ci sollecita ad accorgerci delle contraddizioni e trappole che si incontrano lungo il cammino della politica.

Noi pensiamo che sia fondamentale per un cambio di civiltà far emergere nei luoghi dove ci troviamo ad agire il nostro sentire dove, come dice Chiara Zamboni nel libro “La carta coperta”, non è al centro l’io ma la percezione degli altri e del mondo secondo una modalità affettiva.

Proponiamo infine di riflettere anche sulla risposta che in un’intervista Christine Lagarde dà alla domanda su come definirebbe il suo modo di gestire il Consiglio Direttivo, che stile preferisce adottare. Lei risponde ho le doti delle donne: sono paziente e inclusiva. Christine Lagarde, è una donna che non ha un’appartenenza femminista, ma in questa circostanza ha riconosciuto pubblicamente il “di più femminile”. Cosa succederebbe se lo agissimo in tante?


(www.libreriadelledonne.it, 12 gennaio 2021)

di Antonella Prota Giurleo


Il video della Libreria delle donne di Milano raccoglie lavori esposti alla Fabbrica del Vapore nell’ambito de “I talenti delle donne”


Recentemente, seguendo il suggerimento dell’amica critica e giornalista Cristina Rossi, ho avuto modo di guardare un video realizzato sull’esperienza artistica della Libreria delle donne di Milano. Nel video si documenta l’opera di artiste che hanno esposto nella Quarta vetrina della Libreria. Un lavoro di raccolta e di analisi che è stato poi presentato all’interno della mostra che, da aprile a giugno 2019, è stata esposta alla Fabbrica del Vapore di Milano e che è stata inserita all’interno dell’iniziativa “I talenti delle donne”, curata dall’assessore Del Corno.

Il catalogo, Vetrine di libertà, a cura di Francesca Pasini e di Chitra Cinzia Piloni, dà conto sia della mostra che della cartella di grafiche realizzata con opere di importanti artiste per sostenere la nascita della Libreria nel 1975.

Leonilde Carabba, allora tessera 3, ricorda i contatti e le relazioni con le artiste e con Perini, il serigrafo che si occupò della stampa in cambio di alcune cartelle. Nel catalogo, a segnare una storia che continua, sono riportate sia le immagini delle opere che il testo di presentazione di Lea Vergine.

In catalogo i testi di Lia Cigarini e di Luisa Muraro danno conto di una storia ormai quarantacinquennale mentre Francesca Pasini, che di questa storia fa parte, presenta ognuna delle artiste, una quarantina, che hanno dato forma e voce visiva a un’esperienza particolarmente interessante.

L’intero percorso espositivo è stato registrato da Egle Prati, Cristina Rossi, Chiara Mori e Alessandra Quaglia.

Scrive Francesca Pasini: «L’inaugurazione consiste in un incontro tra me, l’artista e il pubblico… Si scambiano domande, emozioni, idee… un’occasione preziosa e un passaggio critico importante».

Tenendo presente la necessità di restituzione del senso complessivo del progetto, e per ovvie ragioni di sintesi il montaggio, affidato a Gabriele Genchi, riporta stralci dell’inaugurazione di cinque artiste: Marta dellAngelo, Sophie Ko, Elisa Sighicelli, Annie Ratti, Alessandra Caccia

La Quarta vetrina costituisce una modalità di presentazione di opere site specific fruibili sia all’esterno che all’interno ed è, come scrive la curatrice, «una finestra accesa che, nella notte, tiene compagnia, crea confidenza».


(Noi donne, 11 gennaio 2021)


Guarda il video https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/feminist-art-portraits-2020/