di Felice Cimatti
Con una lunga e appassionata intervista a Luisa Muraro, Felice Cimatti ha inaugurato domenica 7 febbraio un ciclo di tre incontri, intitolato Femminile futuro, per la nota trasmissione di Radio 3 Uomini e profeti. A partire dalle analisi di Carla Lonzi e dall’invito all’attenzione di Simone Weil, Luisa Muraro ripercorre a ritroso alcune vie del pensiero e della storia delle donne, per approdare alle questioni aperte di questo nostro difficile presente.
La redazione del sito
Il link al podcast della trasmissione
(www.raiplayradio.it, 12 febbraio 2021)
di redazione di Cineforum
Giovedì 21 gennaio 2021 è scomparsa Cecilia Mangini, regista, sceneggiatrice, fotografa e saggista nata a Mola di Bari nel 1927, considerata la prima documentarista donna del cinema italiano. In coppia con il compagno di vita e di lavoro Lino Del Fra (1927-1997), Mangini ha raccontato le trasformazioni politiche e socio-culturali del dopoguerra, raccontando le periferie del dopoguerra e la condizione delle classi disagiate in film come Ignoti alla città (1958), La briglia sul collo (1974), La canta delle Marane (1960, ispirato da Ragazzi di vita di Pasolini) e Stendalì – Suonano ancora (1960). Con All’armi siam fascisti! (1960) con Del Fra e Lino Micciché è stata la prima a realizzare una riflessione visiva sul regime fascista, per poi analizzare la figura di Stalin in La statua di Stalin (1963). In Comizi d’amore ’80 aveva invece toccato i temi della sessualità e dell’aborto. Nel 2013 era tornata al cinema con In viaggio con Cecilia, realizzato con Mariangela Barbanente (rimandiamo a numero 536 per un lungo servizio sul film e un’intervista alle due autrici) e recentemente al Torino Film Festival aveva ricevuto il Premio Maria Adriana Prolo per il suo ultimo lavoro Due scatole dimenticate – Viaggio in Vietnam.
Per ricordare Cecilia Mangini pubblichiamo (…) alcune dichiarazioni tratte da un’intervista di Valentina Alfonsi a Mangini e Mariangela Barbanente, a proposito di In viaggio con Cecilia (n. 536).
(…)
In viaggio con Cecilia (dichiarazioni di Cecilia Mangini)
«Quando ho cominciato a fare cinema c’era una necessità di inquadratura, un termine che mi pare più preciso di immagine: nel perimetro, nella superficie del fotogramma c’è la necessità e la precisione che si trova nei quadri. Qualcosa di voluto e costruito. Una costruzione di certo spontanea, che viene dal di dentro, ma che dà anche informazioni ben determinate su ciò che lo spettatore vede. Erano molti anni che non giravo prima di In viaggio con Cecilia, sapevo bene che alla mia età si trattava di una sfida, ma fare l’inquadratura è un dato culturale e l’ho riconosciuto come un gesto spontaneo e bellissimo, fin dal primo giorno, in modo energico».
«Nel film c’è una citazione da Antonio Gramsci tratta dalle lettere dal carcere indirizzate a Tania. Sento un intimo legame con la sua visione: l’ottimismo della volontà e il pessimismo dell’intelligenza. La speranza è necessaria ma è sempre un punto interrogativo, un’aspettativa senza certezza. Da ragazzina mi sono formata su Gramsci, grazie all’iniziativa di Editori Riuniti che in quel periodo decise di ripubblicare Gramsci in modo ordinato e tematico: gli intellettuali, il Risorgimento, la condizione operaia. C’erano ancora dei passi censurati ma per me è stata un’esperienza fondamentale. La lettura che Gramsci dà della politica, delle realtà, della cultura italiana è una mappa completa. Poi si può anche dissentire ma stiamo ancora aspettando che qualcuno raggiunga una tale completezza di visione. Citarlo era fondamentale, un messaggio indirizzato a me stessa».
«Io mi ritengo una documentarista. Anche se, certo, il cinema è sempre e tutto cinema, senza distinzioni. Però il documentario ha una sua peculiarità: essendo povero, è più libero rispetto al film di finzione e all’inchiesta. E penso che fossimo più liberi noi, negli anni 50 e 60. I produttori non interferivano, o lo facevano in modo inconsistente, con raccomandazioni e non con ordini. Oggi mi sembra che, da parte di chi produce e a volte addirittura degli esercenti, vengano delle imposizioni più pesanti ma il documentarista può difendersi perché non ha su di sé il peso di dover creare qualcosa di assoluto successo commerciale. Spesso la critica non lo racconta ma questa è un’arte che lavora con le manette e la palla al piede. Sì, io mi sento una documentarista perché ho la libertà di dire ciò che è importante dire in questo momento. Qualcosa che, anche se legato a fatti ed eventi particolari, mantenga la sua validità per sempre, che sia esemplare e continui a esserlo».
«Io non credo nelle differenze generazionali: generazione è un termine molto comodo, un termine romantico. Si dice spesso che i giovani hanno sempre ragione, ma non è così. Credo piuttosto nella differenza culturale, che continuamente si rinnova e qualche volta arretra: non sempre il progresso produce un movimento positivo, esistono anche dei momenti di indietreggiamento forte della cultura. Oggi vedo tante opere coniugate in modi artefatti e sento la mancanza di scrittori o autori di cinema nei quali la società riesca davvero a riconoscersi. Eppure ricordo che per me andare al cinema era un momento di consapevolezza, di formazione: penso al Neorealismo, a cosa hanno contato Federico Fellini, ma anche Mario Monicelli, Damiano Damiani, Luigi Comencini. E Alberto Sordi, che ha raccontato un’Italia che continua a essere più sordiana che mai».
A cura della redazione di Cineforum
(Cineforum, 22 gennaio 2021)
di Valeria Fieramonte
Proponiamo la testimonianza di Valeria Fieramonte su Laura Conti (1921-1993), pubblicata in Marina Santini e Luciana Tavernini (a cura di), Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova, 2015, p. 100). Valeria Fieramonte, giornalista scientifica che ha conosciuto profondamente Laura Conti, ha appena pubblicato La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia (Società per l’enciclopedia delle donne, Milano, 2021), una biografia amorosa in cui ne narra la vita dall’infanzia al campo di concentramento di Bolzano, dall’impegno politico alle scoperte e al lavoro di medica e divulgatrice. Una biografia che dà ampio spazio ai contributi scientifici di Laura, confrontandoli con i più recenti studi. (Ndr)
Ho conosciuto Laura Conti alla fine degli anni Sessanta in una sezione del Partito Comunista Italiano: era la prima volta che mi capitava di ascoltare, in una sede politica, un approccio ai problemi basato sulla curiosità scientifica e su una grande massa di dati.
Mi lasciò subito un’impressione indelebile, rafforzata dal fatto che era circondata da un’aura di prestigio e stima palpabili: nel PCI di quegli anni non era ancora andata persa la memoria emotiva del periodo di guerra e lei era portata in palmo di mano come tutte le partigiane. Era molto bella coi suoi capelli biondo ramati e gli occhi azzurri e, forse per questo, durante la Resistenza, le avevano assegnato il compito di “adescare” repubblichini per convincerli a disertare dalla Repubblica di Salò.
Era molto umana, caustica, anticonformista, anticipatrice. È stata una scienziata atipica: al ritorno dal campo di concentramento di Bolzano ha fatto dell’impegno politico la sua principale scelta di vita. Era capace di opporsi, da sola, a mozioni di interi consigli regionali perché infarcite di errori scientifici, come avvenne per Seveso, ma ben lontana dal mitizzare gli ambienti scientifici e fortemente critica dei legami tra scienza e potere. Prima di altri ha saputo intuire l’importanza delle tematiche ambientali, tanto da fondare la Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, senza tuttavia indulgere a estremismi. Una volta gli animalisti minacciarono di assaltarle la casa per i suoi “reati di opinione”.
Laura divenne nota al grande pubblico dopo lo scoppio dell’ICMESA, il 10 luglio del 1976. La sua fu una battaglia appassionata e senza tregua, su come esperti, autorità politiche e militari avrebbero dovuto trattare i disastri ambientali. Il suo libro Visto da Seveso è un “discorso sul metodo”, un tentativo, rimasto largamente inascoltato. Come faceva sempre, ai saggi politici o scientifici accompagnava romanzi, dove poteva meglio mostrare le emozioni e la sua grande ricchezza percettiva. Nel caso di Seveso il romanzo è Una lepre con la faccia di bambina. La metafora della lepre è legata al labbro leporino, la più evidente malformazione da diossina. All’epoca il romanzo ebbe molto successo, e lo meritava.
Fondamentale fu la sua polemica con la Commissione Medico Epidemiologica. Il documento sulla valutazione del rischio da diossina in gravidanza non considerava il danno della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice e non una persona con la salute da salvaguardare, una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma indifferente ai propri rischi. Per Laura Conti ogni regolamentazione legislativa che non riconosca la facoltà delle donne di decidere in merito all’accettazione della maternità, crea situazioni drammatiche e talvolta indecorose.
Laura non era soltanto una divulgatrice, rielaborava costantemente e studiava tematiche biologiche, apportando un suo contributo originale di grandissima lungimiranza. Era a tutti gli effetti anche una biologa teorica e aveva capito già allora l’importanza fondamentale del contrasto all’inquinamento dell’aria.
È morta nel 1993.
(www.libreriadelledonne.it,11 febbraio 2021)
Gentilissima Senatrice Liliana Segre,
noi donne della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale dell’UDIPalermo, fermamente decise a custodire la nostra democrazia, che è per noi un bene estremamente fragile di cui prendersi cura, rivolgiamo a Lei un accorato appello perché si adoperi nella valutazione del caso di Dana Lauriola e delle/degli attiviste/i Notav. Riteniamo intollerabile che in Italia si possano scontare pene detentive di due anni per il blocco di un quarto d’ora di un casello avvenuto in maniera pacifica e per l’uso di un megafono con il quale spiegare le ragioni della protesta, o pene ai domiciliari per aver distribuito volantini.
Riconosciamo in Lei e nella Sua storia di donna gli stessi valori e riferimenti culturali e politici che condussero molte donne e molti uomini a una partecipazione attiva alla Resistenza contro il nazifascismo e che oggi, pur nelle difficoltà e insidie del presente, spingono molte donne e uomini a non restare indifferenti davanti alle ingiustizie. Non giudichiamo degno di uno Stato democratico ridurre a una questione di ordine pubblico la protesta di un territorio, la Val di Susa, come è avvenuto nel caso di Nicoletta Dosio, insegnante in pensione di 73 anni, di Dana Lauriola e di altre/i giovani attiviste/i Notav per la partecipazione alla manifestazione tenutasi al casello di Avigliana il 3 marzo 2012.
Con queste convinzioni ci siamo appellate al Capo dello Stato, On. Sergio Mattarella, chiedendo immediata libertà per Dana e per le altre e gli altri coinvolti nel processo Notav, in quanto le risoluzioni delle autorità giudiziarie, che nonostante il propagarsi del covid-19 nelle carceri non hanno previsto misure alternative al carcere, continuano ad apparirci inspiegabili e disumane, considerata anche la sproporzione tra i reati contestati e le pene inflitte. Una sproporzione che è stata rilevata mesi or sono da Amnesty International e dall’Associazione Giuristi Democratici e in particolare da Ugo Mattei, Peppino Di Lello, Livio Pepino, Claudio Novaro.
Noi donne della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale dell’UDIPalermo abbiamo prestato ascolto alle voci delle Mamme per la libertà di dissenso afflitte per la sorte delle loro figlie/i e di tutti le/i giovani attiviste/i, incriminate/i per avere preso parte a
manifestazioni tese a rivendicare l’antifascismo, l’equità sociale e la salvaguardia dell’ambiente. Dal 28 gennaio ci uniamo, in collegamento da Palermo, al presidio organizzato dalle Mamme ogni giovedì dinanzi al carcere delle Vallette di Torino, e a questo ponte di solidarietà pacifico e simbolico si uniscono altre organizzazioni di donne di diverse città italiane da noi sollecitate e come noi preoccupate dinanzi al venir meno nel nostro Paese di alcuni diritti elementari, quali la libertà di dissenso e di protesta. Nel contesto politico odierno, al di là della TAV, le pene detentive alle quali sono sottoposte Dana e altre/i attivisti non solo disorientano le giovani generazioni impegnate nella salvaguardia dei territori e in lotta per un assetto sociale futuro meno ingiusto e ne mortificano le speranze di cambiamento, ma arrecano anche danno alla nostra democrazia sottraendo valore alla nostra Costituzione.
Pertanto ci appelliamo a Lei, Senatrice Liliana Segre, che ammiriamo per la fermezza e la coerenza con le quali afferma e pratica i princìpi ispirati all’amore e ai valori dettati dalla Carta costituzionale italiana, che noi tutte condividiamo, affinché la preoccupazione nostra e delle Mamme per la libertà del dissenso possa trovare ascolto, per il Suo tramite, nelle/nei rappresentanti delle Istituzioni preposte alla tutela dei diritti sanciti per ogni cittadino/a dalla Costituzione e racchiudibili nel rispetto della dignità umana, fondamento di ogni convivenza civile.
Biblioteca delle donne e Centro di Consulenza legale UDIPALERMO
Palermo, 10 febbraio 2021
(www.pressenza.com, 10 febbraio 2021)
Dicono che Nadia Riva sia scomparsa, Nadia Riva è morta. Ed è viva nel nostro ricordo e ci resterà. Noi della Libreria delle donne di Milano vogliamo tenerla viva nel ricordo di quelle che l’hanno conosciuta e vogliamo farla conoscere ad altre.
La prima cosa che ci viene in mente è un grazie per un gesto preciso che lei ha fatto recentemente e che significa il suo sostegno e la sua amicizia per la Libreria delle donne: quando abbiamo chiesto alle donne più vicine a noi di diventare socie per contrastare i problemi creati dal Covid, è stata tra le prime a farsi socia. Inoltre per la Libreria faceva stampare a sue spese cartoline umoristiche da dare in omaggio alle lettrici. Le conserviamo e ne stamperemo ancora per tutte quelle che vorranno averle.
Non è l’ultima volta che ci sentirete parlare di Nadia. Non possiamo più andare a trovarla nella sua casa di Col di Lana, ma il ricordo di lei e di quel luogo non si lascerà cancellare.
Sicuramente, a breve, organizzeremo un incontro dedicato a lei e lo saprete da questo sito.
Ciao, Nadia
le librarie, le clienti, le lettrici, le scrittrici
(www.libreriadelledonne.it, 10 febbraio 2021
di Marina Terragni
Un’altra dimensione. Cercando un’immagine di come mi sento dopo avere appreso della scomparsa improvvisa di Nadia Riva, me ne vengono due: una specie di voragine, in quella corte della ringhiera di via Col di Lana, Milano, dove abitava. Come se si fosse abbattuto un meteorite, niente meno di questo. E poi sento di essere entrata nella dimensione del non-più-Nadia, dimensione di cui al momento capisco molto poco. Di Nadia parlo a latere, sono di sicuro l’ultima ad averne diritto. Però ci siamo volute inconsultamente bene. Non ho particolari titoli per dire di lei, senza che lei sia qui a sorvegliare con la sua leonina e intollerabile prepotenza tutto quello che penso, dico e scrivo. Il suo controllo è sempre stato assoluto e fuori discussione. Non sono tra quelle che hanno condiviso con lei quel tutto che lei pretendeva dalle altre: il femminismo integrale come comunità di vita, di esperienze, di intenti, quell’essere fra donne che è stata tutta la sua esistenza, Nord, Sud, Est e Ovest. “Gli uomini” diceva “per me sono tutti uguali, tipo i cinesi“. Di ogni donna invece, con una sensitività che da qualche parte doveva anche farle male, sapeva cogliere le pieghe più nascoste, ogni moto sottile e ogni incrinatura. Siamo state, in un certo senso, una strana coppia. Io per lei così straight, lei per me così minacciosa nel suo caotico indomabile selvaggio femminile, nella sua casa, un tempio del femminismo, in quel suo antro della Sibilla con idromassaggio a fianco della cucina in cui ci ha nutrite tutte in assurde serate con improbabili piatti “diversi”. Io che mi raccomandavo: Nadia per favore stasera no cozze e Nutella o lasagne alle carrube. Arrivavo con ragù, pesto e pane caldo appunto da massaia straight per salvare la vita a lei, a me e a tutte. Se la nostra conversazione la annoiava -sempre- gli occhi azzurrissimi sparivano dietro occhiali neri da protesta. Come molte sono stata più volte sbattuta fuori dalla sua vita -l’ultima volta davvero tremenda-. E poi ripresa, e risbattuta fuori, e adorata, e annientata, e fatta a pezzi, e teneramente accudita, secondo i ritmi segreti del suo umore, imperscrutabili e indiscutibili. Mi ha coinvolto in mirabolanti imprese che non sempre arrivavano da qualche parte -ho in mente assurdi giri pomeridiani con lei e l’amica Gretel in cerca di cascine nell’hinterland in cui mettere in piedi non si sa bene cosa-. E poi altre imprese più intime e struggenti, come quando non riusciva a dire addio al suo amatissimo chow-chow Omar, le grandi mani che tremavano, una bambina sperduta. Siamo state misteriosamente sorelle e ancora non capisco come mai. Era geniale, spiritosissima, totalmente libera e aliena da ogni correctness. Ci insultavamo in milanese. Mi svegliava in piena notte perché le partiva il dito sul telefonino e prima delle 5 lei non andava a letto (io dormivo da un bel po’). Per ragioni che non posso rivelare seguivamo attentamente le peripezie della famiglia monegasca, Caroline, Charlotte e tutti gli altri (questo resterà un segreto tra noi). Mi invitava al Cicip a coordinare assurdi dibattiti tra assurde candidate alle elezioni (di quel luogo fatato, del Cip, di quel tempo magico e sospeso diranno altre). Agitava la stampella per darmi i tempi giusti. Pretendeva i miei libri autografati ma posso assicurare che non ne ha mai aperto uno. Le ho insegnato Facebook anche se all’inizio non voleva. Parlavamo molto di animali. Mi mandava filmatini di mucche che baciavano volpi come questo, è proprio l’ultimo che mi ha inviato qualche giorno fa, prima di scappare da tutte. Di indigene con ponchi colorati. Mi procacciava tranci di squisito quartirolo dop. Non mi ha mai voluto dire quanti anni aveva. Temeva molto per questo transito di Giove e Saturno opposti al suo Sole di nascita e a quanto pare aveva ragione a preoccuparsi. Ha passato l’ultimo mese a dirmi, tra una lite e l’altra, che mi voleva bene, e me l’ha detto veramente troppo volte, avrei dovuto insospettirmi. Mi diceva anche che aveva sbalzi di pressione. Vorrei i suoi quaderni pieni di orecchie e ditate, mi ha detto che stava scrivendo un musical. Vorrei uno di quei miliardi di oggettini assurdi con cui aveva costruito lo strabiliante disordine della sua casa. Quel dinosauro semovente, per esempio. Ho qui una gigantesca orsa di peluche che mi ha fatto recapitare per un compleanno. Mi costringeva a discutere del Grande Fratello Vip, diceva che lì c’era autocoscienza di origine femminile, non ne perdeva una puntata. Mi faceva morire dal ridere, e per un certo tempo anche morire di dolore, con spietata determinazione. Non so dire perché eravamo così amiche. Tutto roteava intorno a lei, noialtre satelliti e lei il Sole solennemente immobile. Un turbine di amiche, colf, assistenti, camerieri del ristorante di sotto, fornitori della spesa e anche infermieri che ogni giorno si arrampicavano al primo piano di via Col di Lana per occuparsi della sua salute piuttosto cagionevole.
Non so come si configurerà il non-più-Nadia, qui dobbiamo reinventarci tutto e mi toccherà inventare pure questo, sarà un bel pezzo del tutto. Ci ha girato le spalle, come da foto -me l’ha mandata giusto un mese fa- e se ne è andata. Anche lì: qualcosa forse avrei dovuto capirla. Con lei non poteva andare in altro modo, dovevamo saperlo, ma è stato peggio di quello che sapevamo. Non ci ha dato il tempo di fare niente, di dire niente, non so: ti porto un pigiama, un libro, una stupidaggine qualunque, come va’? senti male? Una telefonata. Un messaggino. Ti tengo la mano un minuto. Niente. 4-5 giorni senza sentirci, e via. Ha deciso lei, come sempre. Ciao Nadia, allora. Ti saluto qui, dove mi avevi promesso che prima o poi qualcosa avresti scritto.
(Feministpost.it, 9 febbraio 2021)
Per ricordare Nadia Riva, morta il 7 febbraio 2021, invitiamo ad ascoltare l’intervista che Giorgia Succi le ha fatto nell’ottobre 2018 per il progetto AI Amazones, dove Nadia ripercorre le imprese femministe che hanno dato forma e passione alla sua vita.
Un passaggio ci sembra molto significativo e importante, quando Nadia riflette sulla necessità di un rivolgimento interiore, guadagnato per presa di coscienza, da un atteggiamento vittimistico e rivendicativo a una posizione di libertà. Ecco le parole di Nadia: «Il superamento avviene nel rendersi conto che questo potere, che sicuramente gli uomini ci hanno inflitto, noi lo dobbiamo trasformare etimologicamente per quello che è, in un poter essere e quindi questo poter essere se noi lo elaboriamo e lo viviamo e lo mettiamo in atto non ci frega più, non può più fregarci. Ecco, devi superare questa fase di regalare la definizione di potere al patriarcato. È necessario ignorarlo e trasformarlo in poter essere».
La redazione del sito
di Roberta De Monticelli, filosofa
Questo articolo è un po’arzigogolato ma vale la pena. Comincia con un’immagine inventata da Roberta: il filosofo Hegel ha paragonato la filosofia a un uccello notturno che, al tramonto, si alza in volo e svela il significato di tutto quello che è avvenuto durante il giorno; io invece, continua l’autrice, qui parlo come un uccellino (lo scricciolo) che si sveglia e canta all’alba, senza sapere quello che capiterà. L’anima si è appena risvegliata da un incubo e ancora teme… E da qui si passa al nostro presente, nella forma di una predica filosofica che fa l’elogio di tre virtù: l’umiltà, l’attenzione al vero e il coraggio. E le donne? Le donne non sono nominate, ma quella che scrive è una donna che insegna, come faceva Diotima. (L.M.)
La filosofia, secondo un celebre motto di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, è la nottola di Minerva, che esce solo sul far della sera, quando tutto è accaduto, a ricapitolare il senso degli eventi e a confermare nella gloria del concetto le decisioni dello Spirito del mondo. Se una volta anche al più insignificante dei suoi cultori (non di Hegel certamente, ma della filosofia) fosse concesso di incarnare per un attimo lo scricciolo di Fosforo, quello che vi risveglia all’alba, forse il suo canto questa mattina direbbe così, senza sapere quel che avverrà di qui a poche ore. L’anima è un nonnulla. Solo quest’ora è data, ancora intatta, in cui l’anima si è appena risvegliata da un incubo di morte, e ancora teme di ripiombarvi. Se vi sembra che ‘morte’ sia una parola troppo pesante per il nonnulla di piume arruffate che è uno scricciolo, ebbene di questo nonnulla è fatta l’anima, e che possa morire lo sappiamo bene. La morte dell’anima è la mortificazione delle idee, soprattutto se queste idee sono degli ideali. I giorni passati – che dico: i mesi, e gli anni, e i lustri, e i decenni – sono passati sugli ideali come schiacciasassi. Come schiacciasassi sul pennacchio dell’Europa, che è la sua Idea. E che, come ogni idea, è un eccesso sulla realtà. È l’eccedenza del diritto sulla forza, e della ricerca sul luogo comune. E quindi è l’ideale dell’imperio della legge dove c’era la selva delle potenze, e dei dolci lumi della ragionevolezza dove c’erano gli idoli delle tribù, che siano idoli ideologici o identitari. Ma se andiamo più a fondo, è l’esercizio di una virtù in lotta con l’arbitrio peggiore, quello che ciascuno si porta dentro insieme al giusto orgoglio del suo libero arbitrio. Che volentieri si fa puro arbitrio, ferino. Si fa egolatrica menzogna ammantata di costumi rinascimentali come quelli delle sagre italiane estive, si fa machiavellismo ignaro del suo fine — le libere repubbliche — e perciò falso come quei costumi. Abbiamo sentito Renzi, che ha passato i suoi anni migliori a sfasciare gli ostacoli al suo arbitrio, chiamare sé stesso conciliatore e tessitore di alleanze, lo abbiamo udito lodare pubblicamente un principe accusato di assassinio: e tutto questo in nome di condivisibili ideali, che è come iniettargli dentro veleno puro, agli ideali, per il banchetto dei cinici. E allora, l’esercizio di virtù contro l’arbitrio? Umiltà l’ha chiamata Draghi, uno dei migliori italiani cosmopoliti (una genia antica, che riscatta agli occhi del mondo tante pulcinellate nostre nell’arco dei secoli). L’umiltà è questo esercizio di legare e contenere l’arbitrario in noi, sì, anche quella degli animal spirits quando è necessario. Ma non con il cilicio: con l’attenzione al vero. Perché questa è la sola forza in grado di convincere l’arbitrio a seguire ciò che è giusto invece che ciò che conviene subito, e quello che serve a tutti invece che quello che serve solo a me. Draghi questa attenzione al vero l’ha chiamata col nome di un’altra virtù: competenza. E per una volta è parso—oh lo si può ancora dire all’alba, nell’ora ancora intatta — che il bene sia veramente diffusivo di sé, come credevano gli antichi. Perché Giuseppe Conte, cui giovò forse la sofferenza della prova ed errore (un altro metodo molto europeo, lo inventò un pisano di nome Galileo) ha risposto all’elogio dell’umiltà con un gesto che pare di nobiltà. Un gesto signorile, se offre un vincolo all’arbitrio reazionario del risentimento e del rancore dei masanielli, e un’unità possibile a quelli cui bene o male sta a cuore un po’ più di giustizia, rossi o gialli che vogliano chiamarsi, e in questa direzione riequilibra il tavolo altrimenti assai sghembo su cui saranno prese le decisioni per tutti, E infine non si è negata una battuta fulminea e fulminante: “i sabotatori cercateli altrove”. Certo sarebbe un sogno se ce la facesse, Draghi: convinto che l’Europa vera, l’Europa più simile alla sua idea, e più unita al di sopra delle nazioni, sta rinascendo oggi da una crisi di civiltà (come lo credette ai suoi tempi Altiero Spinelli). Ma anche che o l’Italia si salva con lei, o la perde con sé stessa. Nell’ora ancora intatta perfino gli scriccioli lo possono dire, perché il coraggio è la virtù in cui l’anima mortificata rivive. Coraggio, presidente. È la terza virtù che lei ha evocato: e ne abbiamo davvero tutti bisogno.
(Domani, 6 febbraio 2021)
Niente di questo mondo ci risulta indifferente. Associazione Laudato si’. Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale. Daniela Padoan, curatrice del libro edito da Interno4, Guido Viale e Laura Cima, portano i risultati di un tavolo di lavoro durato due anni, con più di duecento partecipanti, sull’ecologia integrale e l’enciclica di Papa Francesco sulla casa comune. In dialogo con Maria Castiglioni.
Per acquistare online Niente di questo mondo ci risulta indifferente:
https://www.bookdealer.it/goto/9788885747432/607
oppure
https://www.libreriadelledonne.it/ordina-un-libro/
di Vittoria Longoni
Una nuova frontiera del fare storia tra e per le donne, e in fondo un allargamento di prospettiva per tutti, si affaccia con questo libro, col suo bel titolo e una copertina elegante e sobria.
Una modalità di indagine e di relazione che non si pretende esaustiva, ma consapevolmente propone alla ricerca storica (nell’accezione più ampia possibile) e alla comunicazione tra donne una prospettiva nuova; accanto e oltre il paradigma sociale, che non viene però accantonato.
La spirale del tempo evoca fin dal titolo la possibilità di una circolazione viva tra passato e presente: schegge, figure, fatti, momenti e persone del passato si ripresentano, ogni volta rivisitati, resi nuovi, potenzialmente riscattati o ricompresi e riscritti.
Leggiamo storie di donne che partono da un proprio nodo interiore per analizzarlo insieme e per riattraversare, mediante la relazione, la propria storia e contemporaneamente quella del mondo. Sono spesso storie di un dolore che chiede di avere parola e significato, figure di madri e di nonne che aspettano di tornare viventi nella memoria e nel racconto per trasmettere messaggi a figlie e nipoti, per riproporre parti di sé e della propria vicenda che erano state taciute e trascurate, prospettive lasciate fuori dallo sguardo e dall’emozione.
La storia in tutte le sue accezioni torna a essere viva e si gioca nel presente; diventa elemento di trasformazione del passato e del presente perché si modifica lo sguardo, perché la relazione tra le donne la fa cambiare di segno e di senso nl momento stesso in cui viene riproposta.
Vi leggiamo passaggi di tipo “autobiografico”, ma il termine risulta molto inadeguato, perché questo libro propone una pratica di autonarrazione e di autocoscienza che passa attraverso un metodo rigoroso di ascolto reciproco di sé e dell’altra.
Accanto a questi temi, e inscindibilmente connessi con essi, troviamo nel libro momenti di riflessione teorica e metodologica: di Marirì Martinengo, di Laura Minguzzi, di Luciana Tavernini, di Marina Santini, di María Milagros Rivera Garretas.
Un modo nuovo di sentire e fare storia, e insieme un modo nuovo di scoprirsi e di dirsi.
Accogliamo con piacere la nuova esperienza della Comunità di storia vivente di Milano, che si è già diffusa in parecchie città con gruppi analoghi e ha dato vita a incontri e momenti di ascolto reciproco.
Esse allargano in più dimensioni il nostro modo di intendere, sentire e praticare la storia.
Ps. Il libro è in vendita alla Libreria delle donne
(www.casadonnemilano.it, 5 febbraio 2021).
Il COVID-19 si diffonde a macchia d’olio. Le soluzioni devono diffondersi ancora più velocemente. Nessuno è al sicuro fino a che tutti non avranno accesso a cure e vaccini sicuri ed efficaci.
Abbiamo tutti diritto a una cura.
Firma questa iniziativa dei cittadini europei per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte.
Le nostre richieste?
1 – SALUTE PER TUTTI
Abbiamo tutti diritto alla salute. In una pandemia, la ricerca e le tecnologie dovrebbero essere condivise ampiamente, velocemente, in tutto il mondo. Un’azienda privata non dovrebbe avere il potere di decidere chi ha accesso a cure o vaccini e a quale prezzo. I brevetti forniscono a una singola azienda il controllo monopolistico sui prodotti farmaceutici essenziali. Questo limita la loro disponibilità e aumenta il loro costo per chi ne ha bisogno.
2 – TRASPARENZA ORA!
I dati sui costi di produzione, i contributi pubblici, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini e dei farmaci dovrebbero essere pubblici. I contratti tra autorità pubbliche e aziende farmaceutiche devono essere resi pubblici.
3 – DENARO PUBBLICO, CONTROLLO PUBBLICO
I contribuenti hanno pagato per la ricerca e lo sviluppo di vaccini e trattamenti. Ciò che è stato pagato dal popolo dovrebbe rimanere nelle mani delle persone. Non possiamo permettere alle grandi aziende farmaceutiche di privatizzare tecnologie sanitarie fondamentali che sono state sviluppate con risorse pubbliche.
4 – NESSUN PROFITTO SULLA PANDEMIA
Le grandi aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto da questa pandemia a scapito della salute delle persone. Una minaccia collettiva richiede solidarietà, non profitti privati. L’erogazione di fondi pubblici per la ricerca dovrebbe sempre essere accompagnata da garanzie sulla disponibilità e su prezzi controllati ed economici. Non deve essere consentito a Big Pharma di depredare i sistemi di assistenza sociale.
Firma per l’iniziativa sul sito https://noprofitonpandemic.eu/it/
(https://noprofitonpandemic.eu/it/chi-siamo-noi/, 5 febbraio 2021)
di Matteo Miavaldi
La protesta dei contadini indiani ha appena sorpassato i settanta giorni di mobilitazione, incassando il sostegno di alcune tra le più influenti celebrità mondiali. La svolta è avvenuta il 2 febbraio con un tweet della popstar Rihanna che, riportando un articolo pubblicato da Cnn, si chiedeva «perché non stiamo parlando di questo?».
Nell’articolo in calce al tweet riportava la notizia del blackout totale delle telecomunicazioni imposto dalle autorità in gran parte dei distretti dello stato dell’Haryana, al confine con la capitale New Delhi, per impedire alle centinaia di migliaia di contadini di organizzare nuove proteste coordinate. La misura, introdotta appena dopo gli scontri tra polizia e manifestanti dello scorso 26 gennaio, avrebbe dovuto esaurirsi alla fine del mese.
Il blackout delle telecomunicazioni è una delle tecniche predilette dal governo guidato dal premier Narendra Modi, cui è ricorso sistematicamente per ostacolare il dissenso popolare: oltre al Kashmir, dove blackout simili sono durati anche mesi, i manifestanti indiani sono rimasti senza rete internet anche durante le proteste contro la legge sulla cittadinanza dello scorso anno e nelle mobilitazioni nel nordest del Paese.
Il tweet di Rihanna ha innescato una reazione a catena che ha coinvolto decine di celebrità, tra cui l’attivista Meena Harris, autrice e nipote della vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, e Greta Thunberg, tutte a ripostare articoli in lingua inglese dedicati alle proteste contadine. Nel tweet di Harris, in particolare, si legge: «Non è una coincidenza che la più antica democrazia del mondo abbia subìto un attacco nemmeno un mese fa e, in questo momento, la più popolosa democrazia sia sotto attacco. Dovremmo TUTTI essere indignati dal blocco di internet e dalla violenza paramilitare contro i contadini in manifestazione in India».
Il giorno seguente, mercoledì 3 febbraio, la macchina governativa indiana ha tentato di correre ai ripari. Il ministero degli interni ha annunciato il ripristino della rete da oggi. Il ministero degli esteri ha diffuso un comunicato in cui si dice «dispiaciuto di vedere gruppi con interessi personali che provano a imporre la propria agenda in queste proteste, deragliandole».
Nelle stesse ore le celebrità filogovernative indiane si sono mobilitate intorno all’hashtag #IndiaTogether, esortando i propri follower a rimanere uniti e non permettere a «coloro che vogliono creare divisioni» di dividere il Paese. Tra i vip mobilitati dalla propaganda indiana si contano numerose superstar di Bollywood (Akshay Kumar, tra l’altro cittadino canadese, Kangana Ranaut, Karan Johar) e del cricket (Sachin Tendulkar, ex capitano della nazionale ora deputato del partito di Modi). Nel frattempo, i coordinatori della protesta si sono detti «orgogliosi» del supporto manifestato da «eminenti personalità internazionali», e hanno rilanciato i temi della protesta. Da oltre due mesi i contadini indiani chiedono l’abrogazione di tre leggi passate lo scorso anno dalla maggioranza guidata dal Bharatiya Janata Party (Bjp, il partito di Modi) destinate a riformare e «liberalizzare» il settore dell’agricoltura. Leggi che, dicono i rappresentanti dei contadini, esporranno i braccianti allo sfruttamento dei grandi gruppi privati indiani, privandoli di tutele cruciali come il prezzo minimo di vendita garantito dallo Stato.
Dopo due dozzine di incontri tra le parti, governo e manifestanti non sono ancora riusciti a trovare un accordo. Alle porte di New Delhi le manifestazioni continuano, con comizi e sit-in permanenti di centinaia di migliaia di braccianti provenienti da gran parte dell’India settentrionale. I delegati dei sindacati dei contadini hanno fatto sapere che rifiuteranno ogni offerta di incontro col governo finché non saranno rimosse le barricate, erette dalle forze di polizia, che impediscono ai manifestanti di entrare a New Delhi. Sono blocchi di calcestruzzo e transenne di metallo a prova di trattore le cui foto stanno facendo il giro del web da giorni, come simbolo dell’“apertura” del governo indiano al dialogo.
(il manifesto, 4 febbraio 2021)
di Crocifisso Dentello
È uscito il carteggio della scrittrice americana, famosa solo per le sorelle March, ma per nulla romantica: “Uso la testa come un ariete da guerra: la libertà è il miglior sposo”
Louisa May Alcott ha scritto diversi libri nei suoi 66 anni di vita (1832-1888) ma resta inchiodata nell’immaginario collettivo a una sola sua opera: Piccole donne. Un classico della letteratura per l’infanzia tanto celebre da rendere via via superfluo il nome della sua stessa autrice.
GENERAZIONI DI LETTRICI e di lettori, conquistati dalle vicissitudini delle quattro sorelle March, sono finiti loro malgrado col prestare fede a ciò che Jean-Paul Sartre scrisse recensendo un romanzo di William Faulkner: “I buoni romanzi finiscono per somigliare moltissimo ai fenomeni naturali; si dimentica il loro autore, li si accetta come pietre o alberi, perché ci sono, perché esistono”.
Dietro la saga di Piccole donne – il primo dei quattro volumi è stato pubblicato nel 1868 e da allora non si contano più i milioni di copie vendute e gli svariati adattamenti cinematografici – si nasconde un’artista americana vissuta nell’Ottocento che vale la pena scoprire. L’orma manda in libreria Le nostre teste audaci, epistolario inedito curato da Elena Vozzi, che offre appunto la preziosa occasione di restituire voce corpo identità a un nome su una copertina.
ALCOTT, NATA nel cuore della Pennsylvania da padre filosofo autodidatta e madre suffragetta, non ha nulla a che spartire con una certa idea romantica della letteratura. Da queste venti lettere ci viene incontro una scrittrice ancorata a una concretezza tale da dire di sé: “L’ispirazione dovuta alla necessità di guadagnare è tutto ciò che ho, ed è un aiutante più fidato di qualsiasi altro”. O ancora, in una missiva datata Natale 1878: “Per me il vero successo è riuscire a dare serenità alla mia cara madre nei suoi ultimi anni di vita e potermi prendere cura della mia famiglia. Tutto il resto viene presto a noia”.
La ribalta inattesa e clamorosa che le procura la storia “natalizia” di Meg, Jo, Beth e Amy – bollata dalla stessa Alcott come “il primo uovo d’oro del brutto anatroccolo” – non serve a solleticare la sua vanagloria ma a rendere giustizia a una storia familiare funestata da avversità finanziarie. Basta soffermarsi sulle righe che indirizza alla sorella Anna nella primavera del 1854: “Sgobbo come al solito, cercando di mettere da parte abbastanza denaro per comprare alla Mamma un bello scialle caldo… Vorrei solo essere capace di guadagnare, fosse pure a costo di infiniti pianti e nostalgia”.
AL PADRE, il 28 novembre 1855, in occasione del compleanno, dedica parole commosse: “Carissimo papà, senza altri regali da offrirti oltre al mio cuore colmo d’affetto”. Sempre rivolta al padre mette nero su bianco propositi di rivalsa: “Sto provando a spremere qualche soldo dalle mie meningi… Userò la mia testa come un ariete da guerra e mi farò strada nella mischia di questo pazzo mondo”.
Emerge il profilo di una donna impegnata a strappare al destino un’emancipazione in grado di affrancarla non solo dal bisogno ma dalla morale del suo tempo. Del resto, bastano le pagine di Piccole donne a certificarlo e in particolare il personaggio di Jo, la sorella più ribelle irrequieta coraggiosa. “Io sono Jo nella maggior parte dei suoi tratti caratteriali”, confessa la stessa Alcott in una missiva del 7 agosto 1875 a una traduttrice olandese.
PRIMA DI DEDICARSI alla scrittura (“Scrivo sempre di mattina. Mi serve una cosa sola, il silenzio”) la sua biografia è scandita dalle mansioni più disparate: domestica, sarta, attrice, insegnante. Fu infermiera volontaria durante la guerra di Secessione nella volontà di essere dentro i fatti del mondo, di catturare dalla vita tutto ciò che la società organizzata sembrava precludere alle donne. La sua letteratura scende per le strade, attinge al suo privato: “I personaggi sono ispirati alla vita reale, alla quale si deve qualunque merito essi abbiano, poiché mi sarebbe del tutto impossibile inventare nulla di autentico ignorando anche solo la metà dei meri eventi che la vita mi mette davanti ogni giorno”.
UNA SUA FRASE è rivelatrice e insieme una temeraria dichiarazione di guerra contro la prigione di una certa condizione femminile: “Per molte di noi la libertà è un marito migliore dell’amore”.
(Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2021)
“L’editore mi chiede di maritare Jo Peccato: stava meglio da zitella”
di Louisa May Alcott
Cara signorina Powell, il fatto che le mie sciocche Piccole donne siano state ammesse nel suo college mi onora profondamente, e spero proprio che si comportino bene in un ambiente così erudito, considerato che le poverine non hanno goduto di molti privilegi e sono piuttosto ritrose, come la loro mamma. La prego di impiegarle come meglio crede per la cura del mal di testa o di qualunque altro malanno possano alleviare, non riuscendo a immaginare impiego più nobile per il mio libretto. Il seguito uscirà ad aprile, e come tutti i seguiti probabilmente deluderà o disgusterà buona parte del suo pubblico, perché gli editori non vogliono saperne di lasciare a chi scrive la libertà di decidere in autonomia il finale di una storia, al contrario insistono perché venga infarcito di matrimoni un tanto al chilo, e io ancora non so bene come darmi pace. Jo sarebbe dovuta rimanere una zitella devota alla letteratura, ma sono stata sommersa da talmente tante lettere di giovani lettrici che mi pregavano entusiaste di farle sposare Laurie, o comunque di farla maritare, che non ho avuto il coraggio di rifiutarmi. Alla fine, non senza una punta di perversione, le ho combinato un matrimonio assai bizzarro. Mi aspetto di essere coperta di insulti, ma devo ammettere che la prospettiva mi diverte abbastanza.
20 marzo 1869
Mentre da altre città giungono le cronache delle prime esperienze delle donne ai seggi, eccovi quella di Concord… Ventotto donne erano intenzionate a votare, ma a causa di alcune pratiche burocratiche diversi nomi non sono potuti entrare. Tre o quattro di loro sono state trattenute a casa dai doveri famigliari e non si sono sottratte alle incombenze domestiche per correre ai seggi. Venti donne, tuttavia, erano lì, alcune da sole, la maggior parte in compagnia di mariti, padri o fratelli; tutte di buonumore e nient’affatto intimidite dalla memorabile impresa che stavano per compiere… Nessun fulmine è caduto sulle nostre teste audaci, nessun terremoto ha scosso la città, ma appena eravamo tornate a sedere una piacevole sorpresa ha creato un diffuso scoppio di risate e applausi quando, dopo che avevano votato le donne e prima che avesse votato un singolo uomo, il giudice Hoar ha proposto di chiudere i seggi… La decisione ci è parsa perfettamente equa, considerato che noi non avevamo voce in capitolo in nessun’altra questione all’ordine del giorno… Ma ormai abbiamo rotto il ghiaccio, e prevedo che l’anno prossimo i nostri ranghi saranno più nutriti, e quando anche le più timide o indifferenti vedranno che siamo sopravvissute all’impresa, potranno azzardarsi a esprimere pubblicamente le loro opinioni.
30 marzo 1880
(Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2021)
di Ketty Giannilivigni
Il 28 gennaio 2021 il presidio che da ottobre le Mamme in piazza per la libertà di dissenso organizzano ogni giovedì dinanzi al carcere delle Vallette di Torino per portare affetto e sostegno a Dana Lauriola, alle altre attiviste Notav e a tutte le detenute, ha visto l’adesione di diverse associazioni di donne che lungo la Penisola hanno raccolto l’appello (vedi pagina FB https://www.facebook.com/665374417260049/posts/1066898283774325/) lanciato dall’UDI Palermo il 23 gennaio, dopo che Dana e, successivamente, Fabiola e altre carcerate avevano intrapreso lo sciopero della fame per reclamare i diritti negati.
Il presidio in diretta Facebook del 28 gennaio ha visto la partecipazione a distanza di donne singole e associate, ma anche di uomini che hanno voluto esprimere sostegno al comitato delle Mamme, solidarietà a Dana e alle compagne in carcere perché è davvero intollerabile, come è stato rilevato anche dai Giuristi democratici e da Amnesty International, che in Italia si possano scontare pene detentive di due anni per il blocco di un quarto d’ora di un casello avvenuto in maniera pacifica e per l’uso di un megafono con il quale spiegare le ragioni della protesta, o pene da scontare ai domiciliari per aver distribuito volantini.
Tra le voci che si sono levate per chiarire le ragioni del presidio c’è quella di Diana, una delle mamme, che ne dà una testimonianza diretta nel corso di un’intervista: quando si sono viste recapitare le denunce e gli avvisi di garanzia indirizzati ai figli, lei e le altre madri, che risiedono in diversi luoghi d’Italia, sono rimaste in un primo momento disorientate e frastornate, ma poi dal 2015 hanno trovato conforto e forza nelle relazioni che hanno costruito, nella solidarietà reciproca e nella solidarietà con le figlie e i figli e le loro lotte, tese a rivendicare l’antifascismo, l’equità sociale, la salvaguardia dell’ambiente. Le relazioni che esse stanno costruendo e le azioni concrete con forte valore simbolico che stanno realizzando reclamano che venga restituita a Dana e alle/agli altre/i la vita non fra le sbarre di un carcere.
Le Mamme in piazza per la libertà di dissenso dichiarano di essere Madri non solo dei propri figli ma anche di Dana, Fabiola e dei/delle compagni/e dissenzienti rispetto ad alcune scelte economiche e sociali delle istituzioni; esse espongono tutte se stesse nel presidio settimanale; promuovono e realizzano azioni riconducibili alla politica delle donne, che è cura e attenzione per ogni vita, per ogni forma vivente, per ogni ecosistema. Un modo di fare politica in qualche modo corrispondente a quello di Dana e delle altre sue compagne di lotta che dal carcere hanno utilizzato l’arma non violenta dello sciopero della fame ottenendo una piccola-grande vittoria, stando alla notizia delle rassicurazioni da parte della direzione del carcere di Torino sull’accoglienza delle richieste delle detenute.
Le donne dell’UDIPalermo, «fermamente decise a custodire» la «nostra DEMOCRAZIA, un bene estremamente fragile», che da mesi denunciano l’intento di ridurre a questione di ordine pubblico «la protesta di un territorio» chiedendo «immediata libertà per Dana» nell’appello lanciato al Presidente della Repubblica, riconoscono e valorizzano la novità della forza politica delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso come pure di Dana e delle altre e per questo hanno dato avvio il 28 gennaio a un’azione politica di più ampio respiro che vede coinvolte diverse associazioni di donne e di singole, ma anche di uomini e di singoli, da Palermo a Torino, dalla Val di Susa alla Sicilia. Lo ha ben rilevato Ugo Mattei, giurista e costituzionalista, erede di Stefano Rodotà nel suo impegno riguardo alla “dottrina sui beni comuni”, il quale ha salutato il «ponte di solidarietà, speranza, lotta comune che dalla Sicilia» ha raggiunto il «Piemonte attraversando l’Italia» e che con un comunicato si è unito al «coro di protesta in difesa del diritto di resistenza e di dissenso politico».
L’iniziativa del 28 gennaio dovrebbe far riflettere le donne che rivendicano le quote rosa nei luoghi della politica e nei governi: come mai non sono le prime a porre attenzione e ascolto alle Mamme in piazza che reclamano per le figlie e i figli «la vita che viene loro sottratta con la detenzione e le misure cautelari» mediante la sproporzione tra i reati contestati e le pene inflitte?
E come mai le deputate, le senatrici, le sindache, le consigliere, le assessore che dichiarano di avere i loro riferimenti culturali e politici nelle donne che hanno partecipato alla Resistenza, non danno voce alle richieste di libertà delle giovani attiviste in carcere?
Come mai le ammiratrici della politica di Lidia Menapace – partigiana e antifascista da poco scomparsa – ne disconoscono l’amicizia con Nicoletta Dosio, anche lei incriminata e carcerata per aver preso parte alla manifestazione Notav per cui Dana è detenuta?
Come mai le donne che si dichiarano rappresentanti delle istanze delle donne – anche grazie ai movimenti femministi – non ascoltano né recepiscono le richieste di libertà delle giovani attiviste in carcere, delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso, dell’UDIPalermo, dell’UDI Nazionale, della Città felice di Catania, di Archivia donne, de Le Rose bianche, di Studi femministi, delle Onde donneinmovimento, di Femminile è politico: potere alle donne, di Iniziativa Femminista, di Ecofemministe e sostenibilità, del Coordinamento antiviolenza 21 luglio Palermo, e di tutte le donne singole e associate che si sono unite simbolicamente in piazza il 28 gennaio scorso?
C’è un’eccellenza femminile nel pensiero e nelle pratiche che è nel cuore delle donne e che ispira l’impegno quotidiano in un cambiamento concreto che riguarda tutti i piani dell’esistenza collettiva, dell’esistenza di ogni singola donna e di ogni singolo uomo, di ogni essere vivente, di ogni ecosistema. A questa eccellenza portatrice di una rivoluzione simbolica che si traduce in politica delle donne per donne e uomini è bene appellarsi anche quando si parla di diritti elementari quali la libertà di dissenso e di protesta, perché nel nostro Paese nel contesto odierno, al di là della TAV, è in gioco il fragile bene della democrazia e con essa la Costituzione italiana.
(www.pressenza.com, 31 gennaio 2021)
Il documento che vi proponiamo nasce dalla riflessione di donne appassionate alla politica, e si rivolge a donne già presenti nelle istituzioni o interessate a farne parte, a quelle che aspirano a intraprendere un’azione di governo, a quelle che operano in gruppi, associazioni e movimenti, proponendo 10 pratiche che possono accompagnare e rendere maggiormente consapevole il desiderio politico di ognuna. Ve lo proponiamo come un dono tenendo anche presente l’occasione delle imminenti elezioni amministrative in molte città italiane.
PREMESSA
Questo documento firmato da 25 donne è frutto di un percorso di discussione sulle pratiche di autorità femminile dentro e fuori le istituzioni politiche, che si è svolto a Mestre tra il 2018 e il 2019 e si è articolato in cinque incontri, coinvolgendo anche donne di altre città (Venezia, Mirano, Chioggia, Vicenza).
Dopo i mesi del lockdown, è stata messa a punto la forma definitiva e adesso il documento è pronto per andare oltre il contesto in cui è nato. La scommessa condivisa è che sia uno strumento utile per far conoscere il senso di una politica inventata dalle donne, all’altezza delle sfide del presente, qui articolata in dieci pratiche elementari che possono combinarsi tra loro e moltiplicarsi nei diversi contesti della vita sociale, politica e lavorativa, dando vita a nuove narrazioni.
Hanno partecipato al confronto donne appassionate di politica che si sono riconosciute preziose l’una per l’altra, la cui formazione è avvenuta in contesti diversi: il femminismo della differenza, l’associazionismo, il movimento ecologista e pacifista, l’amministrazione locale, alcuni partiti della sinistra, la partecipazione al governo della propria città o del Paese, l’impegno nelle professioni, nell’arte, nella ricerca filosofica e spirituale.
Tutte le firmatarie hanno una storia segnata dalla presa di parola pubblica nella propria città e ognuna ha sperimentato in luoghi, tempi e modi diversi la forza dell’autorità di origine femminile, riconoscendone la straordinaria efficacia insieme alle difficoltà e agli ostacoli.
L’associazione “Preziose” di Venezia ha avviato la discussione sulle pratiche. La relazione politica con la filosofa Annarosa Buttarelli ha condotto alcune a coinvolgersi in prima persona nel progetto “Scuola Alta Formazione Donne di Governo”, impegnandosi nella trasmissione dei saperi di origine femminile da sempre all’opera nella storia.
La scrittura del documento delle dieci pratiche presuppone percorsi relazionali di sperimentazione e trasformazione soggettiva, anni di lavoro politico, letture e incontri in grado di aprire a una più alta ricerca di senso. E ancora, progetti realizzati, battaglie attraversate, passaggi e simboli ritrovati.
Il documento si rivolge, in particolare:
- alle donne più giovani, attive nei movimenti, per le quali “lotta politica” significa soprattutto manifestare, rivendicare diritti, denunciare pubblicamente violenze e ingiustizie, ma che ancora non conoscono l’eredità più significativa del femminismo: la libertà relazionale
- a quelle che operano nella politica istituzionale, perché riconoscano come precedente di forza le forme di governo femminile già in atto nella realtà e si interroghino sul proprio agire, misurandosi con le pratiche inventate dalla politica delle donne
- agli uomini tutti, perché cambino radicalmente il loro modo di porsi, di fare e di pensare la politica
Ci auguriamo che questo documento, con le opportune mediazioni, susciti un’ampia discussione tra generazioni politiche diverse e favorisca processi di presa di coscienza e trasformazione soggettiva.
DIECI PRATICHE IN CUI CI RICONOSCIAMO
* La pratica di fare la differenza
La differenza si fa innanzitutto dentro di sé. Si pratica concretamente quando si entra in relazione con donne e uomini che ne sono consapevoli. Fare la differenza significa costruire giorno per giorno il senso libero del proprio essere donne o uomini. Il femminismo a cui ci richiamiamo afferma il valore della differenza e mette la vita al centro della politica anziché l’esercizio della forza e del potere in tutte le sue forme. I sessi sono due, non riducibili l’uno all’altro, differenti, non uguali. Le donne non sono una classe né una categoria né tantomeno un “genere” da includere nel concetto di “umanità”. Ognuna e ognuno parla non per astrazioni universali ma a partire da sé: capire questo è essenziale per sprigionare la forza della differenza.
* La pratica della radicalità
Radicalità è andare oltre la posizione rivendicativa o di contrapposizione alle logiche e ai giochi del potere e mettersi in relazione con altre o altri, assumendo la posizione affermativa del desiderio. A partire dal desiderio e dalle relazioni si possono pensare nuove istituzioni, percorsi più incisivi per la trasformazione della realtà, del modo di rappresentarla, pensarla e nominarla. Siamo radicali, per esempio, quando ci chiediamo se i problemi ci toccano da vicino, ci riguardano direttamente, rinunciando a parlare in generale e in astratto. Siamo radicali se entriamo concretamente nel merito delle questioni, avendo chiaro il contesto reale in cui si sono presentate, ascoltando donne e uomini che le vivono, confrontando tra loro le diverse soluzioni proposte. Ognuna di noi ha tolto consenso e credito al sistema patriarcale e scommette sulla possibilità già in atto di un “governo femminile della realtà” che fa leva sulla vita reale e sulle relazioni.
* La pratica della libertà femminile
Praticare la propria libertà è l’esercizio più alto della nostra soggettività. La libertà come la intendiamo è relazionale, non individuale. È legata alla cura delle relazioni e non si pone come valore assoluto. Si rafforza quando riconosciamo la libertà dell’altra e dell’altro. Si manifesta sul crinale tra libertà e necessità, nel riconoscimento dei limiti e nella consapevolezza che la nostra libertà dipende da quella di altre donne. Non pensiamo alla libertà come diritto dell’individuo sancito dalla Legge o dalla democrazia, ma come guadagno dell’umanità femminile che nel corso della storia ha lottato per essere fedele a se stessa e realizzare i propri desideri.
* La pratica delle relazioni
Le relazioni femminili, luogo di scambio tra due che sono sempre “dispari” l’una nei confronti dell’altra, sono la forza che possiamo mettere in campo per essere più felicemente e fedelmente noi stesse. In questa disparità, e non sull’appiattimento dell’“una vale una”, corre il più dell’energia, della libertà e della politica femminili. Il primo passo necessario è prendere coscienza del legame profondo con la madre, nostra origine reale e simbolica, su cui si fonda il desiderio di intrecciare relazioni privilegiate con altre donne. Le relazioni non sono già date. Non basta dichiarare di essere in relazione: c’è un percorso da fare, si passa per un lavoro onesto e rigoroso su di sé che rende disponibili alla trasformazione soggettiva. Due donne in relazione tra loro non formano un luogo chiuso, escludente o autosufficiente, sono invece la leva più efficace perché di due in due cresca nel mondo una rete di forza femminile in grado di contrastare la logica del potere.
* La pratica delle genealogie femminili
Praticare una genealogia vuole dire fare riferimento alla parola e alle azioni di altre donne che prima di noi hanno saputo dire la verità e regolarsi secondo le proprie ragioni, in fedeltà all’esperienza soggettiva. Si tratta di una relazione “verticale” che integra le relazioni nel presente. Quanta indipendenza di pensiero e autonomia di azione hanno esercitato le donne che sono venute prima di noi? Quali mediazioni hanno messo in atto? Partendo da queste domande si ritrova il filo delle genealogie femminili rese invisibili dal primato della parola maschile. Quando ci dobbiamo orientare nei diversi campi in cui siamo impegnate o quando siamo chiamate a prendere decisioni, riferiamoci alle genealogie del sapere femminile, chiediamo aiuto alle donne autorevoli, non solo quelle del presente ma anche quelle del passato. Facciamo tesoro delle loro indicazioni per il nostro agire. Esiste un ordine simbolico femminile, una ricchezza di pratiche creative, di linguaggi sapienziali e spirituali, di insegnamenti a cui ogni donna può riferirsi in ogni momento della sua vita, “fonti” a cui attingere e da cui ricevere “doni” preziosi.
* La pratica della riconoscenza
Riconoscenza è saper onorare il “debito” di gratitudine nei confronti della madre e di tutte quelle donne che nel corso della nostra vita ci hanno incoraggiate, sostenute, e hanno saputo costruire mediazioni che per noi sono state importanti. È fondamentale chiederci a chi dobbiamo la consapevolezza che abbiamo raggiunto, riconoscere il bene che riceviamo da altre donne e anche da alcuni uomini, dal territorio, dall’ambiente. È importante rendere visibili le relazioni che ci sostengono e ci autorizzano ad andare avanti e a rilanciare nei contesti in cui agiamo. “Riconoscenza” è una parola femminile universale che indica il passaggio a un piano più alto di civiltà. Di qui passa l’amore per il mondo da cui muove la politica vera.
* La pratica di promuovere autorità sociale femminile
C’è autorità di origine femminile ovunque ci si prenda cura del vivere insieme, si sanino le ferite, si compiano gesti pieni di significato, si trovino le parole giuste nei momenti di conflitto, si inventino mediazioni efficaci avendo come prima motivazione non il vantaggio personale ma il desiderio di migliorare il mondo. Promuovere autorità femminile significa anzitutto fare attenzione alle donne (e agli uomini) che operano nei contesti reali con competenza, generosità e capacità di tessere relazioni. Non basta volgere lo sguardo a queste figure sociali positive, che sono tante benché spesso invisibili e anonime. È necessario indicarle come esempi e promuovere concretamente la loro opera.
* La pratica dell’amore per la città e per il luogo in cui si vive
È una pratica che nasce da un radicale cambiamento di sguardo: superata l’estraneità nei confronti della città e del territorio e l’indifferenza per chi ci vive accanto, il nostro sguardo si orienta verso la comunità di cui siamo parte. Questa pratica d’amore si realizza nei contesti, qui e ora, a partire dallo spazio vicino alle case che abitiamo, senza rigide separazioni tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, tra ciò che accade nel “piccolo” dei contesti reali e ciò che capita nel “grande” del mondo.
Il vincolo di prossimità, l’attenzione a quelle e quelli che abitano accanto a noi, alle vicine e ai vicini di casa e nei diversi contesti della vita sociale, politica e lavorativa diventano così il fondamento dell’azione politica. Amare il luogo che abitiamo comporta il prendersene cura, garantire una presenza consapevole che ha attenzione per la vita materiale e al tempo stesso ha a cuore la qualità della vita pubblica. Le cose possono cambiare in meglio quando sono all’opera donne attente e sensibili – ma anche uomini liberi dal bisogno di primato -, consapevoli della fragilità e dell’interdipendenza tra viventi.
* La pratica del desiderio
Si tratta di non smettere mai di interrogarsi su ciò che ci muove a livello profondo, anche inconscio, e saper ricondurre il confronto politico con altre e altri alle ragioni del desiderio. Quando, per esempio, ci si candida a elezioni: qual è il desiderio che ci spinge? L’amore per il mondo? Provare a rispondere alle richieste di libertà e giustizia? Lavorare per la salvaguardia dell’ambiente e la cura del territorio? Quanto, invece, pesa l’ambizione di potere o il semplice protagonismo personale? Il desiderio femminile di libertà apre la strada a un’azione politica che dia spazio all’immaginazione creativa, al pensiero fecondo, alle pratiche artistiche.
* La pratica della trascendenza e della spiritualità
Le donne che oggi intendono impegnarsi nel governo di un’impresa, di una città o di una nazione con l’intento di restituire dignità alla politica e all’economia, strappandole alla gestione brutale del potere e alle logiche onnivore del profitto, non possono prescindere da un cammino interiore che le conduca a un’autentica trasformazione, in relazione con altre donne libere e consapevoli. È politico sentirsi in connessione con la terra e con gli altri viventi, con la bellezza naturale, con quella delle espressioni artistiche. È politico saper tenere conto dei limiti. In molte pratiche femminili, come la ripetizione dei gesti di cura, la pazienza di insegnare a parlare, il silenzio, coltivare un orto, raccogliere erbe medicinali, e ancora la tessitura, la calligrafia, si è sempre manifestato un legame inscindibile tra spiritualità e sapienza materiale. Queste pratiche hanno tenuto le donne vicine a un’idea di ciò che è sacro e ad un tempo alle necessità dell’esistere, senza gerarchie né divisioni tra spirito e materia, conducendo alle fonti della vita stessa, generando un incontro imprevisto con il presente vivo e con il respiro che attraversa la storia. Queste pratiche sono politiche perché contrastano la perdita di umanità che stiamo patendo in questo presente.
Alessandra De Perini, Franca Marcomin, Maria Teresa Menotto, Luisella Conti, Luana Zanella, Nadia Lucchesi, Désirée Urizio, Silvana Giraldo, Renata Cibin, Luciana Talozzi, Carla Neri, Antonella Cunico, Laura Guadagnin, Grazia Sterlocchi, Lucia Catalano, Paola Morellato, Annalisa Faverin, Grazia Guarenti, Paola Pattaro, Cristina Bergamasco, Laura Bellodi, Daniela Bettella, Maria Voltolina, Stefania Bertelli, Renata Mannise.
(https://feministpost.it/ 30 gennaio 2021)
di Grazia Rita Di Florio
L’anonimato è sempre stata una condizione necessaria per gli street artists, perché pitturare muri è considerata una pratica illegale, assimilata agli atti di vandalismo e il rischio di essere ricercati e sanzionati non è del tutto scongiurato (vedi la recente vicenda di Geco). Quando sono comparse le prime Superwomen nelle finestre cieche del centro storico di Firenze, è cominciata subito la caccia all’identità di Le Diesis. Ma di loro non sa quasi nulla.
All’inizio si pensava si trattasse di un singolo artista, non si era a conoscenza se fosse uomo o donna. Ora è noto che sono due amiche che operano in coppia e che sono fiorentine, una proviene dal mondo della comunicazione e l’altra dall’Accademia d’arte.
Per Le Diesis però l’anonimato è soprattutto un valore. «Non è importante chi siamo, quello che conta è il messaggio che vogliamo trasmettere con le nostre opere. Non siamo attrici o frontgirls di un band, siamo artiste e quello che esprimiamo è nell’opera. Restare nell’ombra è una forma di protezione della nostra privacy, ma anche un mezzo per dare risalto a quello che facciamo. Siamo circondati da smanie di protagonismo, lo vediamo ovunque, a noi non interessa mostrare chi siamo, per quello che realizziamo è irrilevante. Ci piace pensare che il nostro superpotere sia proprio l’invisibilità, perché ci rende molto più libere».
Voi però non dipingete muri ma utilizzate dei dipinti che poi attaccate nelle finestre cieche delle città. Siete illegali o di solito vi accordate con le amministrazioni locali?
Utilizziamo la tecnica del paste up. Prima realizziamo le nostre Superwomen in studio con acrilico su carta velina. In seguito le attacchiamo in alcune finestre o archi ciechi dei centri storici delle varie città in cui interveniamo. Abbiamo scelto di utilizzare le finestre cieche perché fanno da cornice naturale alle nostre opere, che possono anche interagire con chi le guarda come fossero persone affacciate, e strizzano l’occhio al passante con complicità. A parte l’anno scorso, in cui abbiamo realizzato con la Fondazione Il Cuore si scioglie, una campagna per promuovere la raccolta fondi dei progetti e delle iniziative di solidarietà, interveniamo sempre in spazi non legali, cercando di valorizzarli. La street art nasce illegale, l’arte urbana su commissione è un’altra cosa e ha origini ben più lontane, basti pensare ai murales realizzati già un secolo fa da Diego Rivera. Proprio in questi giorni siamo state segnalate a Firenze dove abbiamo attaccato alcune opere in occasione della mostra Superwomen. Che, ironia della sorte, non solo è patrocinata dal Comune di Firenze, ma è allestita al Mad (Murate Art District), uno degli spazi espositivi gestiti dall’amministrazione.
Secondo la nostra sensibilità, quando l’intervento di street art, seppur illegale è realizzato seguendo un criterio di estetica, l’irregolarità è una costruzione mentale. Per esempio, ci sono tantissimi cartelloni pubblicitari molto più invasivi, ma siccome sono in spazi legali sono consentiti.
Come vi siete conosciute e come siete arrivate alla street art? Incuriosisce che una persona che proviene dal mondo della comunicazione, evidentemente con doti per la pittura, sia approdata alla street art…
L’arte è sempre comunicazione! Quindi non c’è assolutamente niente di strano nel nostro progetto. La nostra forza sta esattamente nel congiungere questi due mondi, l’arte e la comunicazione, apparentemente distinti, per creare insieme qualcosa di unico. Quello ci accomuna è che siamo due amiche con una visione simile della vita e del cammino che stiamo percorrendo e con lo stesso impulso di voler trasmettere un messaggio importante attraverso la leggerezza, senza prendersi troppo sul serio. La street art è un mezzo di comunicazione con un’energia incredibile. Il fatto che si realizzi per strada è un motivo in più per veicolare messaggi positivi. Gli street artists hanno una grandissima responsabilità perché sono sotto gli occhi di tutti. Arrivare alla street art, quindi per noi è stata una conseguenza del nostro percorso interiore. L’idea delle Superwomen è nata quasi per gioco durante la visita di Arte Fiera a Bologna, a gennaio dello scorso anno. Avevamo ambedue voglia di creare qualcosa che ponesse al centro dell’attenzione le donne, e così un’idea ha tirato l’altra in modo del tutto naturale e istintivo. Abbiamo realizzato la prima incursione nella nostra Firenze, una delle città capofila della street art italiana, in occasione dell’8 marzo del 2019 attaccando 8 donne in altrettante finestre cieche del centro storico come un omaggio alle donne e come momento di riflessione per tutti. Sinceramente non ci aspettavamo il successo mediatico che abbiamo avuto. Questo ci ha incoraggiate a uscire con altrettante icone a Roma. Abbiamo disseminato di donne il Ghetto e Trastevere, e in seguito a Napoli, Bologna, Milano, Venezia, L’Aquila, Bari, Livorno.
Non praticate tagging, i vostri dipinti hanno due caratteristiche: una firma che è la S di Superwoman che può essere assimilata al tag ma pure allo stencil per l’uso della lettera e il gesto dell’occhiolino. La vostra idea è di contrapporre le Superwomen dotate di superpoteri al classico Superman. Vuole essere un messaggio femminista? Nel senso, voi vi ritenete femministe?
Partiamo dal fatto che l’umanità non è allenata a percepire le risorse che sono dentro ognuno di noi. Dovremmo tutti imparare ad amplificare le nostre capacità. Questo è un periodo di grandi cambiamenti, soprattutto per le donne che stanno sempre più prendendo coscienza delle loro possibilità. Quindi, se per femminismo intendiamo un percorso di risveglio della consapevolezza delle potenzialità femminili, allora sì, siamo femministe.
La domanda nasce dal fatto che i soggetti rappresentati sono quasi sempre figure femminili tra le più disparate, da Frida Kahlo a Margherita Hack, da Nefertiti a la Sora Lella, dalla Madonna a Vanessa Incontrada, Giovanna Botteri, Barbie e tantissime altre. Il messaggio che arriva è sicuramente positivo e incoraggiante: che ogni donna ha una sua potenzialità e una sua bellezza contro qualsiasi stereotipo e omologazione imposta dai modelli pubblicitari…
I criteri con cui scegliamo le donne da raffigurare sono i più disparati. Ci sono soggetti che ci ispirano particolare simpatia, come la Sora Lella, la Maga Magò, le ragazze niqab (che, in realtà, è il nostro autoritratto) e altri che rappresentano degli esempi. In ogni caso, l’opzione è sempre guidata dall’istinto e seguiamo questo flow che è accompagnato dal gioco e dal nostro divertimento. Senza nulla togliere al dato di fatto che ognuno di questi personaggi ha comunque dato tanto al mondo. Vuoi per impegno sociale, scientifico (Margherita Hack, Rita Levi Montalcini), artistico (Anna Magnani, Maria Callas, Alda Merini, Marina Abramovich, Frida).
Avete realizzato diverse mostre dal Museo Archeologico di Napoli all’ultima mostra a Firenze con un’esposizione al Semiottagono delle Murate, con due nuovi assi nella manica Freddie Mercury e Laura Pergolizzi, una Jimi Hendrix al femminile. Grazie a queste mostre ora siete conosciute un po’ dappertutto e avete raggiunto una certa legittimità culturale. È così?
L’arte è lo specchio dei suoi tempi. Negli anni ’70 l’intero tessuto sociale era permeato da uno spirito rivoluzionario che si contrapponeva ai tanti stereotipi dell’epoca. Oggi alcune motivazioni non hanno più ragione di essere, l’arte può prescindere da funzioni civili, divulgative, educative. Ormai la street art è completamente sdoganata all’interno della scena culturale italiana e internazionale, ma continua a conservare delle specificità grazie a un contatto più diretto, informale e quotidiano con lo spettatore. Con la maggiore libertà creativa e di espressione, riesce a spingersi laddove gli artisti più tradizionali sembrano avere il timore di avventurarsi. La rivoluzione di oggi è molto più sottile: prendere consapevolezza di se stessi. Per noi è importante attaccare opere per strada, ma anche esporre in un museo per far conoscere la street art proprio lì dove non te l’aspetti, cercando di creare un allestimento fresco che non snaturi il lavoro che fai in strada.
(Alias – il manifesto 30 gennaio 2021)
di Ida Dominijanni
La pandemia incombe sulla scena istituzionale, ma non le insegna nulla. A una società segnata dalla perdita e dal lutto si risponde col linguaggio del danaro e del potere, che copre un’impotenza distruttiva.
Siamo un paese a lutto, ma nessuno lo dice. Abbiamo perso, solo in Italia, più di 86.000 persone, e nel mondo più di due milioni. Ciascuna, ciascuno di noi ha dovuto dire addio a un amico o un’amica o un conoscente, a un nonno o una nonna, a un marito o una moglie, a un padre o a una madre, a un fratello o a una sorella, qualche volta perfino a un figlio o a una figlia. Tutti questi amici, nonni, genitori, fratelli e sorelle sono morti in solitudine, senza respiro e senza conforto, i più senza adeguata sepoltura, tutti senza pubblico compianto. E non abbiamo perso solo loro. I più vulnerabili ed esposti fra noi, vite precarie già prima della pandemia, hanno perso un lavoro, un reddito, una casa, la possibilità di curarsi negli ospedali pubblici sequestrati dal virus. Tutti abbiamo perso il contatto fisico con il nostro prossimo e con molti oggetti, molte nostre abitudini quotidiane, qualche libertà, la socialità del lavoro e del tempo libero; molte certezze, vere o false che fossero; la possibilità di fare progetti e di viaggiare, e con i viaggi l’altrove dove andare o immaginare di andare. Ci siamo adattati a farne a meno, certo, o a sostituire molte di queste cose con le loro parvenze digitalizzate; ci siamo allenati a vivere nell’incertezza. Ma il cumulo delle perdite è enorme, ed è distribuito in modo intollerabilmente diseguale. Come se un dispositivo sociale basato sull’avere e sul potere si fosse convertito in un’esperienza emorragica fatta di perdita e di impotenza, un’esperienza generalizzata e insieme gerarchizzata. Avremmo bisogno di una politica capace di parlare a questa esperienza; ma ci ritroviamo una politica che di fronte a questa esperienza torna a parlare solo il linguaggio del potere e dell’avere. La politica ha poca familiarità con la perdita: chi fa politica vuole vincere, e pur di vincere arriva a negare, e perfino a sopraffare, l’esperienza della perdita, propria e altrui. Sul Guardian di pochi giorni fa, Judith Butler ha analizzato in questa chiave l’impossibilità di Donald Trump di accettare di aver perso le elezioni: l’uomo che non riesce a riconoscere la sconfitta elettorale è lo stesso che non è riuscito a riconoscere e piangere le perdite dovute alla pandemia. Lui non può perdere né stare dalla parte di chi conta le perdite, e questo suo «rifiuto maschilista di piangere» è legato all’orgoglio nazionalista e alla supremazia bianca, tant’è che i suoi supporter convenuti a Capital Hill si rifiutano a loro volta di accettare la perdita del loro “naturale” primato razziale, fino a travestirsi da soldati confederati pronti a devastare il Congresso pur di riprenderselo. La negazione della perdita, cioè il rifiuto del lavoro del lutto, scivola così nella violenza: chi nega la perdita preferisce distruggere la realtà piuttosto che accettarne un verdetto di lesione o di sconfitta.
Trump è Trump e per fortuna non abita in Italia (ma i suoi antesignani sì, e certi suoi estimatori anche), ma mi domando se il rifiuto maschilista di piangere le perdite descritto da Butler non sia estensibile ben oltre Trump, e se non c’entri qualcosa con la gestione politica della pandemia e con l’andamento di questa dissennata crisi di governo tutta maschile e machista (e manovrata da maschi anche per interposte donne). Non mi riferisco solo ai negazionisti di casa nostra, che sulle orme di Trump hanno sempre sottovalutato la pericolosità e l’impatto del virus dando mostra di sfidarlo virilmente senza mascherina e anteponendo sistematicamente le ragioni della produzione e del profitto a quelle della salute. Penso anche al modo in cui la maggioranza di governo oggi disfatta si è avvitata sull’uso degli aiuti europei, trasformandoli da strumento di guarigione e ripresa, come indicherebbe il termine “recovery”, in occasione di scontro muscolare e di autodissoluzione. Come se l’improvvisa disponibilità di danaro, inimmaginabile dopo decenni di austerità, avesse fatto da mezzo di rimozione delle ferite della pandemia, e lo scontro di potere sulla destinazione di quei fondi innescato da chi ha voluto la crisi ci avesse poi aggiunto un sovrappiù di cieca distruttività. Danaro e potere come saturazione della perdita e sostituzione del lutto: è precisamente questa sostituzione che rende incomprensibile e inaccettabile questa crisi di governo.
L’elaborazione del lutto, ce l’ha insegnato Freud, è un lavoro di trasformazione di sé. Comporta la messa a fuoco dell’oggetto perduto, l’analisi delle ragioni per cui l’abbiamo perduto ove non siano dovute solo al caso, un cambiamento di sé che apra alla possibilità di nuovi investimenti affettivi. È il lavoro che consente il passaggio dalla perdita – morte, malattia, separazioni, sconfitte – alla rinascita, e senza il quale si rimane inchiodati alla malinconia. Vale per gli individui come per le comunità. Accettare di essere una comunità marcata in questo momento dal lutto, costituirsi in comunità della perdita, vorrebbe dire lavorare collettivamente sulle ragioni per cui un virus è riuscito ad hackerare un intero sistema sociale ed economico basato su presupposti sbagliati, e progettarne di conseguenza le necessarie e radicali correzioni. Vorrebbe dire lasciarsi alle spalle l’etica neoliberale dell’individualismo, della competizione e del rancore per ripartire dalla vulnerabilità e dall’interdipendenza che ci accomuna; prendere sul serio la centralità della cura imposta dal Covid a livello sanitario per costruire una società della cura di sé, degli altri, del pianeta che ci ospita – il contrario del regime di sfruttamento sistematico delle persone e della natura in cui viviamo, in cui i virus saltellano da una specie all’altra e in cui la M del circuito di valorizzazione capitalistico D-M-D’ non sta più per merce bensì per morte. Un cambio di paradigma che a tante e tanti in tutto il mondo è parso urgente e obbligato fin dallo scoppio della pandemia, ma di cui nel discorso politico ufficiale non c’è ancora traccia: lì la pandemia incombe, eppure non insegna nulla.
Forse perché la politica dovrebbe a sua volta elaborare un lutto, il lutto per la perdita della propria volontà di potenza a fronte di un imprevisto che l’ha messa ovunque in scacco. Ma la politica non accetta di perdere e non elabora il lutto. O impara a farlo, deponendo una maschia muscolarità che copre l’impotenza, rinunciando a una insensata distruttività che rifiuta i verdetti della realtà e aprendosi così a un’immaginazione riformatrice e a un’intelligenza programmatica adeguate alla sfida planetaria lanciata da un virus, o si consegnerà a chi il linguaggio del potere e del danaro oggi lo maneggia per davvero. Il mondo post-pandemico può molto rapidamente diventare un mondo post-politico, governato non dai parlamenti e dagli esecutivi ma dalla tecnocrazia del capitalismo digitale. Una distopia che è dietro l’angolo, e non rispetta i riti delle consultazioni al Quirinale.
(CRS – Centro per la Riforma dello Stato, 30 gennaio 2021)
Lo splendore del niente e altre storie di Maria Attanasio, Sellerio editore Palermo, 2020. “Storie soprattutto di donne – ribelli non rassegnate – di cui spesso resta solo un gesto, un dettaglio, impigliato in vecchi libri o nelle scritture di cronisti locali”. Così Attanasio dice dei suoi racconti, recuperati tutti dalle antiche cronache e riportati in vita da una scrittura che suscita emozione e immagini di rara forza. In dialogo con l’autrice, Rosaria Guacci, Francesca Pasini e Renata Sarfati.
Per acquistare online Lo splendore del niente:
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di Antonietta Berretta
Seguendo l’ispirazione di Beatrice Venezi, direttora d’orchestra e autrice, fra le altre sue opere, di Le sorelle di Mozart, libro nel quale scrive di molte musiciste mai ricordate, voglio ricordare i due libri scritti da Antonietta Berretta, docente al Conservatorio di Novara, intitolati “Inaudita musica”, pubblicati nel 2012 e dedicati rispettivamente alle compositrici del ‘600 e del ‘700. Antonietta inoltre ha organizzato concerti sulla loro musica, mostre itineranti, conferenze, presentazioni. L’obiettivo politico di Antonietta, oltre a quello di far conoscere le compositrici,è stato quello di far suonare, nei conservatori, negli istituti musicali, la loro musica. Il Conservatorio di Novara, sul portale www.inauditamusica.consno.it ha raccolto tutto ciò che è stato prodotto nel corso della ricerca sulle compositrici, a partire dai suoi esordi e dalle motivazioni fino ai convegni, concerti, eccetera.
L’11 dicembre 2012 è stata invitata al Circolo della rosa Libreria delle donne di Milano, dove ha tenuto la bella conferenza, che riproponiamo.
(Marirì Martinengo)
Sabato 11 dicembre 2012, ore 18.30
Libreria delle Donne, Circolo della rosa
Desiderare la musica d’altre. Viaggio tra le compositrici
di Antonietta Berretta
Ringrazio la Libreria delle donne che ha accettato di dedicare questo pomeriggio alla musica delle compositrici e in particolare alla presentazione del Cd I suoni Bianchi della notte e ringrazio soprattutto Luciana Tavernini che si è adoperata per organizzare l’iniziativa.
Qualche mese addietro delle giovani ricercatrici dell’Università della Sapienza di Roma hanno scritto una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione e della Ricerca manifestando il disagio e il disappunto in seguito alla lettura delle indicazioni sulle prove d’esame e i relativi programmi contenuti nel bando del concorso in programmazione. «Negli elenchi di autori che i / le candidate dovrebbero conoscere, per la filosofia nemmeno una donna, per la letteratura solo Elsa Morante, per la storia non c’è alcun accenno alla storia delle donne e alle questioni di genere, tra i fatti notevoli del Novecento non è menzionato il femminismo, per l’educazione linguistica non c’è nessun riferimento al linguaggio sessuato». Ancora persiste lo stesso atteggiamento del passato che dava visibilità solo a qualche donna di valore. Penso per esempio a Raffaello Sanzio, che pare abbia inserito in un immaginario pantheon, formato da filosofi, la figura di Ipazia d’Alessandria. Mi riferisco all’affresco La scuola di Atene, realizzato tra il 1509 e il 1511 e conservato nella Stanza della Segnatura presso i Musei Vaticani a Roma.
Sono Antonietta Berretta e ho contribuito assieme ad altre, tra cui Beatrice Campodonico, alla fondazione di Magistrae Musicae, un’associazione che abbiamo voluto per valorizzare e promuovere la figura della donna artista dall’antichità ai nostri giorni. Attraverso concerti, spettacoli, stages, incontri, convegni, congressi, seminari, mostre vogliamo diffondere, in particolare, la musica delle compositrici affinché venga, studiata, ascoltata ed eseguita durante esami, saggi e concerti per la creazione, all’interno della cultura musicale, di una visione del mondo che si richiami alla sapienza e alla creatività femminile. S’ispira al progetto trasversale In-audita musica, da me ideato nel 1998 (e realizzato con il sostegno di tutto il “Conservatorio Guido Cantelli” di Novara) e selezionato come “buona pratica” per illustrare l’Anno Europeo della Creatività e dell’Innovazione (2009) dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Da quando sono in pensione sto dedicando in misura maggiore il mio tempo all’associazione e organizzo assieme a Beatrice Campodonico e a Rosalba Montrucchio, che ne è la presidente, degli eventi nella provincia milanese. A Pessano con Bornago per il terzo anno consecutivo abbiamo partecipato all’iniziativa del Comune, denominata Autunno Classico, con concerti dedicati alle compositrici. Abbiamo partecipato anche alla Fiera di Sant’Apollonia con un concerto di Ottoni del gruppo Brianza Quintet Brass che ha eseguito musiche di Antonia Sarcina. Abbiamo allestito uno stand che conteneva in esposizione una selezione di foto di compositrici di tutto il mondo e compositrici viventi in Lombardia, i programmi di sala, le locandine di tutti i concerti realizzati, libri e CD dedicati alle compositrici e alle loro musiche che per tutto il giorno hanno allietato lo spazio concessoci. Anche se abbiamo rischiato di rimanere congelate (eravamo all’aperto e il 12 febbraio dell’anno scorso a Pessano con Bornago la temperatura era sottozero), siamo state contente dell’interesse suscitato. Siamo fiere che a Pessano e dintorni i nomi e le musiche delle compositrici del passato (Mel Bonis, Emilie Mayer, Maria Teresa Agnesi, Cécile Chaminade, Matilde Capuis, Maria Malibran, Pauline Viardot, Fanny Mendelssohn, Clara Schumann) e del presente (Beatrice Campodonico, Rita Portera, Barbara Heller, Laura Shur) circolino e il pubblico che ci segue, cresca di anno in anno.
Frequento la Libreria delle donne da parecchio tempo e ho delle belle relazioni con Luciana Tavernini, Marina Santini e altre, soprattutto con Marirì Martinengo, che mi ha suggerito nel 1998, quando allora mi accingevo a fare una ricerca sulle compositrici del Seicento, di utilizzare uno sguardo diverso nell’affrontare il canone biografico delle compositrici, prendendo a prestito gli strumenti del pensiero della differenza sessuale. Il lavoro sfociò in una mostra con catalogo, In-audita musica. Le compositrici del ’600 in Europa; credevo di impersonare il ruolo di paladina delle compositrici dimenticate dalla storia, invece scoprii di essere alla ricerca delle mie origini. Il mio desiderio era conoscere le antiche matriarche della musica (non solo le cantanti e le strumentiste) perché, pur subendo la fascinazione operata dai grandi musicisti, mi sentivo sola in un mondo di uomini. I libri di testo dei conservatori su cui ho studiato la storia della musica citavano (ancora citano?) solo quattro nomi di compositrici: Francesca Caccini, Antonia Padovani Bembo, Barbara Strozzi e, celata nel gruppo dei Sei, Germaine Tailleferre. Frequentando donne che mi hanno indicato la lettura di libri che narravano un’altra storia scoprii che erano esistite le scienziate, le poetesse, le scrittrici, le filosofe, le compositrici. Sia che abbiano vissuto nei monasteri o nei conventi, nelle corti o nei salotti hanno contribuito a creare cultura lasciando la loro impronta anche in musica. Studiando il Seicento italiano m’imbattei nelle suore compositrici: un fenomeno particolare che in quelle dimensioni non si è più ripetuto nella storia. In quel secolo, in Italia, c’era sia la pratica della monacazione forzata sia la consuetudine, da parte delle ragazze che rifiutavano il matrimonio, di vivere nei conventi o nei monasteri per stare in relazione con altre donne: qui con l’aiuto economico delle famiglie studiavano canto, composizione, strumento oltre che meditare e pregare. Grazie alla loro creatività e intelligenza hanno reso i luoghi di clausura in pregevoli laboratori culturali. Il materiale documentario del catalogo Inaudita musica. Compositrici del ’600 in Europa (presente in libreria) e della relativa mostra itinerante (conservata presso il Conservatorio di musica di Novara) è costituito dalle biografie di quaranta compositrici tra cui spiccano Caterina Assandra, Chiara Margherita Cozzolani, Rosa Giacinta Badalla, Francesca Caccini, Antonia Bembo, Isabella Leonarda, Élisabeth-Claude Jacquet de La Guerre, Barbara Strozzi. Tutte europee (molte italiane e soprattutto dell’area milanese), laiche e religiose, nate o comunque in attività nel Seicento. Hanno scritto musica vocale e strumentale, sacra e profana, da ballo e da teatro. Il tutto è arricchito da bibliografie, immagini di frontespizi, spartiti e tavole di opere di pittrici coeve (Artemisia Gentileschi, Sofonisba e Lucia Anguissola, Giulia Lama, Louise Moillon, Magdalena de Pas, Lavinia Fontana, Rosalba Carriera, Judith Leister ecc.)… Fu un lavoro che mi gratificò molto. Infatti La mostra ha percorso l’Italia da Nord a Sud riscontrando ovunque benevoli consensi.
Quando nel 1999 venne nel Conservatorio di Novara, dove io insegnavo, Beatrice Campodonico, in veste di compositrice ospite durante un concerto in cui veniva interpretato il suo brano, La leggenda di Vassilissa, dalla chitarrista Maria Vittoria Jedlowski, io ne fui favorevolmente impressionata: dopo un anno di letture sulle compositrici vissute nel passato finalmente ne vedevo una in carne e ossa! La prima cosa che feci, dopo il concerto, fu una domanda che col senno di poi mi è sembrata stupida: cosa faceva prima di comporre? Come chiedere a una pittrice cosa facesse prima di dipingere o a una scrittrice prima di scrivere. Però a me sembrava talmente strano che Beatrice Campodonico fosse una donna senza l’aureola, senza superbia, anzi preoccupata per aver lasciato a casa la sua bambina con la febbre, e che nello stesso tempo fosse anche compositrice. L’anno successivo fu trasferita come docente di ruolo al Conservatorio di Novara e la sua continua presenza diede un grosso contributo al progetto In-audita musica divenuto intanto linea guida del conservatorio e con lei fece l’ingresso nell’istituto la musica contemporanea. È noto come i programmi scolastici fino a pochi anni or sono fossero fermi agli ultimi anni dell’Ottocento-primi del Novecento. L’orecchio, abituato alla musica tonale, non gusta immediatamente le nuove sonorità, non capisce i nuovi linguaggi dove manca il discorso compiuto, dove manca il rapporto gerarchico tra i suoni più o meno importanti, dove gli accordi dissonanti non sono più obbligati a risolvere su quelli consonanti. Da allora la musica contemporanea divenne per me meno ostica. Con l’avvio di seminari e laboratori tenuti direttamente dalle compositrici contemporanee, italiane e straniere, ospiti del conservatorio, studenti e docenti si dovettero misurare con lo studio delle nuove musiche che venivano interpretate durante i concerti pomeridiani.
Il CD I suoni bianchi della notte contiene brani che sono stati pensati per l’infanzia ma in effetti sono anche per l’età adulta. Magistrae Musicae lo ha presentato a Pessano con Bornago il 25 novembre 2012 dove abbiamo registrato il favore del pubblico che ha apprezzato particolarmente la combinazione musica e parola. C’è stata una mamma, restia a frequentare i concerti, ma per altri motivi presente in sala col suo bambino, che ha subito la fascinazione emanata dalle musiche suonate con la chitarra, col flauto e con il violoncello. Il suo piccolo stava seduto a terra di fronte agli strumentisti con gli occhi spalancati e attenti. Il linguaggio delle musiche incise (a parte quello più vicino ai canoni tradizionali di Luisa Indovini Beretta, l’ideatrice del progetto, venuta a mancare quando il Cd era ormai prossimo alla realizzazione), è vario: ogni compositrice, Beatrice Campodonico, Gabriella Cecchi, Annamaria Federici, Anna Gemelli, ha il proprio. I suoni, non ordinati secondo una gerarchia rigida, formano oggetti musicali che si frantumano in una moltitudine di incisi evocanti atmosfere, sensazioni, richiami. Le partiture a volte contengono una legenda contenente i segni esplicativi della effettistica usata che sostituiscono totalmente o in parte il pentagramma, invitando l’interprete a realizzare effetti particolari, a volte veri e propri rumori realizzati col proprio strumento e/o con la voce.
Spesso si pubblicizzano eventi che vedono coinvolte le compositrici con la formulazione “musica al femminile”. Come se la musica, naturalmente maschile solo in determinate occasioni possa essere declinata al femminile. Nel Dizionario sessuato della lingua italiana è scritto: «Suggeriamo di non cadere nel tranello di adottare, sia pure a “fin di bene”, forme che si stanno diffondendo ma continuano a essere discriminatorie come “giudice donna”, “giudice in gonnella”, “scrittura al femminile” in luogo di “la giudice” e “scrittura femminile”». «La musica non ha genere, cioè non ha sesso, anche se la percezione del mondo femminile è diversa da quella maschile». Forse solo nei testi che accompagnano la musica è rintracciabile il pensiero maschile o femminile. La scrittrice Catherine Clément sostiene che l’opera lirica nella maggior parte dei grandi autori narra e canta la disfatta delle donne: «L’opera è una faccenda di donne. No, non una versione femminista; no, non una liberazione. Tutt’altro: le donne soffrono, lanciano acute grida, muoiono». Il Teatro alla Scala di Milano ha continuato per tutto l’Ottocento, il Novecento e anche adesso, a veicolare il patriarcato e la sua misoginia. Oltre a rappresentare la musica di compositori, privilegia i grandi direttori d’orchestra, i grandi scenografi e registi, tutti uomini, con qualche eccezione (Emma Dante, regista della Carmen, 2011). Come se non ci fossero opere scritte da donne. Molte compositrici del Settecento hanno nel loro catalogo opere teatrali (drammatiche e comiche), balletti, drammi pastorali, oratori, oltre a opere strumentali e vocali. Ricordo la milanese Maria Teresa Agnesi Pinottini, Maria Rosa Coccia, Maria Theresia, contessa di Ahlefeldt, Elizabeth Berkeley, margravia di Anspach, Marie Emmanuelle Bayon Louis, Amélie Julie Candeille, Caroline Wuiet e altre. (Nel catalogo della mostra In-audita musica. Le compositrici del Settecento in Europa – presente in Libreria – a cura di Antonietta Berretta, Patrizia Florio e Pier Giuseppe Gillio, Istituto Superiore di studi Musicali “Conservatorio Guido Cantelli” di Novara, 2004, sono state selezionate quaranta profili di compositrici). Anche nell’Ottocento non mancarono musiciste che scrissero opere liriche: Maria Bottini-Andreotti, Carlotta Ferrari da Lodi, (soprannominata La Saffo italiana, La regina del canto e della lira, Bellini in gonnella, La doppia stella di Lodi). Un’artista, quest’ultima, che si cimentò oltre che nella musica (compose diversi lavori tra cui i melodrammi Sofia e Eleonora d’Arborea) anche nella poesia (scrisse quattro volumi di Versi e Prose). Nonostante le sue opere siano state rappresentate, il suo nome cadde ben presto nell’oblio. Stessa sorte per Vincenza Garelli della Morea in de Cardenas, Gabrielle Ferrari, Giulia Recli…
Nel 2008, sempre al Conservatorio di Novara, avevamo organizzato il Convegno In-audita musica. Intrecci femminili tra armonia e melodia, cui invitammo Suzanne Cusick che ha avuto il merito di far intervenire il femminismo nella politica della sua disciplina invitando i suoi e le sue colleghe a utilizzare uno sguardo diverso nell’affrontare il canone biografico della musicologia. Prendendo a prestito la storia delle donne e citando i testi di Adriana Cavarero e di Luce Irigaray, la Cusick sostiene che nella ricerca e nella presentazione delle biografie di uomini e donne non si possono usare le stesse categorie che rimandano a un neutro universale (uomo/donna) che è invece maschile. Infatti, nel suo lavoro di ricerca sulla figura di Francesca Caccini, compositrice e cantatrice del diciassettesimo secolo, perplessa perché non trovava sufficienti notizie biografiche (dato il peso che questa donna aveva presso la corte medicea) volse lo sguardo sui luoghi frequentati dalle donne. Uno di questi fu la corte femminile della reggente del Granducato di Toscana, Cristina di Lorena. «Scoprii una rete di relazioni e patronage che legava le donne delle classi nobiliari tra di loro e con la loro granduchessa, poiché era lei stessa, più dei loro padri e fratelli, a gestire la negoziazione, i dettagli cerimoniali, il consumo, la buona riuscita e lo scioglimento dei loro matrimoni […]». «[…] un particolare sistema sesso/genere, che ho chiamato patriarcato femminile». Qui le notizie si moltiplicano e rendono conto di una realtà ricca e variegata da cui si staglia prestigio, creatività e libertà delle donne. «Ma soprattutto, sotto le duplici spinte del pensiero postmoderno, a un livello più generale, e della teoria femminista di Luisa Muraro, Adriana Cavarero e la comunità filosofica Diotima, mi sono proposta di sfidare le regole della biografia musicologica, scrivendo di Francesca, in un modo che sottolineasse la relazione tra la sua storia e le altre storie delle donne della corte medicea». A quel convegno invitammo altre personalità di spicco della storia della cultura femminista (tra cui Marirì Martinengo, Annamaria Cecconi, Silvana Bartoli) e della musicologia (Pinuccia Carrer). Presente anche all’iniziativa della Libreria delle donne, Pinuccia Carrer, docente di storia della musica del Conservatorio “G. Verdi” di Milano, ritenuta una delle massime esperte italiane per quanto concerne la ricerca musicologica nell’ambito delle compositrici, ha introdotto nell’attività didattica la musica delle donne. È autrice insieme a Barbara Petrucci del libro Donna Teresa Agnesi compositrice illustre (1720-1795), Genova, Ed. San Marco dei Giustiniani, 2010.
Breve bibliografia (1980-2012) relativa a scritti sulle compositrici
a cura di Magistrae musicae (rosalba.magistraemusicae@fastwebmail.it)
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Roland de Candé, Storia universale della Musica, Roma, ed. Riuniti, 1980
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Carolyn Gianturco, Caterina Assandra suora compositrice in La musica sacra in Lombardia nella prima metà del Seicento: Como 31 maggio-2 giugno 1985 a cura di Alberto Colzani, Andrea Luppi, Maurizio Padoan, Como, A.M.I.S., 1986
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Antonietta Berretta (a cura di), In-audita musica. Compositrici del ’600 in Europa, Conservatorio “G. Cantelli” di Novara, catalogo della mostra, Novara, Edizioni Et, 2000
Patricia Adkins Chiti (a cura di), Una visione diversa, Milano, Mondadori Electa, 2003
Candida Felici, Maria Rosa Coccia “Maestra Compositora Romana”, Roma, Editore Colombo, 2004
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Adriana Mascoli, Marcella Papeschi, Fanny Mendelssohn. Note a margine, San Cesario di Lecce, Pietro Manni s.r.l., 2006
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Laura Zattra, Musica e famiglia. L’avventura artistica di Renata Zatti, Padova, Coop. Libraria Editrice Università di Padova, 2010
Laura Zattra, Renata Zatti. Invenzione musicale, Padova, CLEUP, 2012
di Vincenzo Postiglione
Proprio oggi, 27 gennaio, la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sul diritto di una coppia di uomini che hanno fatto ricorso a utero in affitto a essere riconosciuti come entrambi “padri” del bambino. L’orientamento espresso nel 2019 da una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite è stato quello di consentire il riconoscimento all’anagrafe al solo padre biologico, lasciando aperta per il (o la) partner la possibilità di ricorrere all’istituto dell’adozione in casi particolari, procedura da istruire presso il Tribunale dei Minori. In attesa del pronunciamento da parte della Consulta, una riflessione sul tema della battaglia Lgbtq+ per la regolamentazione e il libero accesso al mercato della “surrogazione“. (introduzione redazionale del magazine Feministpost)
All’interno della comunità gay esiste una forte tendenza all’omologazione con l’uomo eterosessuale e il sistema di dominio maschile. Non mi riferisco ai ruoli etero-normativi, bensì a un fenomeno preoccupante che, benché riguardi una piccola percentuale di uomini gay, viene rivendicato come diritto dall’attivismo LGBT+ mainstream. Sto parlando della GPA (Gestazione Per Altri), meglio conosciuta come “utero in affitto”, pratica che consente a persone single o in coppia di avere un/a bambino/a tramite il corpo di un’altra donna che “si presta” come gestante.
“Ogni donna ha la libertà di decidere sul suo corpo” scrivono gli attivisti gay sotto i post di dissenso delle donne contrarie alla pratica. “Agli etero, che sono la maggioranza, non dite nulla quando lo fanno, vero, omofobe?” commentano altri. “Per colpa vostra torniamo alla storia della famiglia naturale, composta da mamma e papà padrone” sentenziano quelli con la bandiera arcobaleno come copertina di Facebook.
Ragioniamo un po’ su queste affermazioni. Tutto si può dire della pratica dell’utero in affitto, eccetto che le donne siano libere di gestire i loro corpi. Non è infatti la verità. Essendo a tutti gli effetti un mercato, i “genitori di intenzione” – che io definisco committenza per il loro ruolo di acquirenti – vogliono avere la certezza che il prodotto commissionato sia reso senza alcun tipo di impedimento. So che è triste parlare di un/a neonato/a in questi termini, ma cosa vi aspettate da una forma di mercificazione ben inserita nel sistema capitalistico?
Prendiamo in considerazione i contratti firmati dalle donne che fanno da gestanti: la clausola prevede che per i nove mesi della gravidanza non possano più disporre dei loro corpi, né del diritto all’aborto (che passa vergognosamente ai committenti), né dell’alimentazione, né della capacità di spostarsi in certi luoghi, né di avere ripensamenti su quanto hanno pattuito. “Ma ha firmato” si può obiettare. E quindi? Si tratta di esseri umani, non di automi incapaci di provare emozioni o di sperimentare cambiamenti e ripensamenti durante quel periodo di tempo.
Piuttosto io mi porrei una serie di domande: è questa la libertà di gestire il proprio corpo? Firmare un contratto su cui si dichiara di non essere più liberi di gestirlo in cambio di soldi? Sembra un concetto di libertà piuttosto fallace. Pur essendo vero che l’85% della committenza è eterosessuale, rimane il fatto che a rivendicare la pratica come un diritto inalienabile è il movimento arcobaleno. Anche l’obiezione della famiglia naturale non regge. Un’analisi del sistema patriarcale ci permetterebbe di identificare nella cosiddetta “famiglia naturale” (o nucleare) la sede di tutte le discriminazioni: misoginia, omofobia, razzismo ecc. La famiglia eterosessuale è il fulcro dell’odio e della prevaricazione maschile verso le donne. Il padre è il proprietario, la madre il mezzo di produzione e la prole la forza lavoro. Il figlio maschio deve essere virile, forte, eterosessuale.
Il mezzo con cui gli uomini si sono appropriati (e si appropriano ancora oggi) dei corpi delle donne è la famigerata retorica del sangue, secondo cui tu sei genitore solo se tuo/a figlio/a ha il tuo stesso DNA. Indovinate un po’ dove viene proposta tale retorica? Nella pratica dell’utero in affitto, in cui si usano gli ovociti di una donna (alta, ariana, intelligente) che saranno fecondati con il seme dell’uomo committente e impiantanti nell’utero della gestante, naturalmente dopo che entrambe saranno state bombardate di ormoni per la sincronizzazione del ciclo mestruale. Non conferendo il suo patrimonio genetico, la gestante sarà un semplice contenitore, un guscio senza alcun diritto, mentre la committenza, che invece i suoi geni li avrà trasmessi, potrà richiedere qualsiasi cosa.
Sarà che alcuni gay, in quanto uomini, cercano un posto nel patriarcato, accanto all’uomo etero. Non vogliono spezzare le catene di un sistema ingiusto e violento, ma stringerle ancora di più nell’illusione della “parità”. Parità: una parola che a livello globale ha assunto un significato positivo, a cui io però associo solo negatività. Il movimento di liberazione omosessuale nacque per liberare le persone omosessuali dall’oppressione, non per raggiungere il privilegio dell’oppressore. Cosa ancor più importante, non lottava per trasformare il privilegio di pochi ricchi in un diritto esteso a tutti.
Vincenzo Postiglione
(https://feministpost.it/ 27 gennaio 2021)