di Sebastiano Canetta
Per la prima volta due donne guideranno la Sinistra tedesca. Dopo nove anni, in piena era Coronavirus, e sei mesi prima delle elezioni per il Bundestag, la Linke rinnova il proprio vertice politico con un voto storico: ieri mattina i 600 delegati riuniti nel congresso on-line hanno eletto come co-segretarie nazionali Janine Wissler, 36 anni, e Susanne Hennig-Wellsow, 43, capogruppo nel Parlamento regionale rispettivamente dell’Assia e della Turingia.
Si apre così ufficialmente la nuova fase del partito proiettato a «cacciare la Cdu e la Csu dal governo» con il ritorno alla linea internazionalista e la chiusura della crepa provocata dall’ala sovranista nell’ultimo lustro: «La solidarietà è indivisibile e non si esaurisce ai confini esterni dell’Ue» scandisce Wissler, forte del consenso-record di oltre l’84% dei delegati. Mentre Henning-Wellsow, sostenuta dal 70% della Linke, spalanca la porta all’alleanza con Verdi e Spd: «Non possiamo più aspettare, la gente non ha più tempo per attenderci».
Tre nuove parole d’ordine: sicurezza sociale, pace e giustizia climatica, con la Sinistra sempre più a vocazione eco-sociale ma ancora ancorata al tema che da queste parti non ha mai smesso di rappresentare la rivendicazione di base: «Nessuno in Germania deve guadagnare meno di 1.200 euro al mese».
Da qui l’imperativo della «solidarietà» in cima al programma elettorale per ridurre la forbice salariale ampliata dagli effetti collaterali del Covid-19: «Nella pandemia siamo tutti nella stessa barca, ma mentre alcuni sono impegnati a remare altri continuano a spassarsela a bordo delle loro cabine» è il riassunto di Wissler.
La soluzione? Anche guardando al passato, come suggerisce Henning-Wellsow: da “ragazza dell’Est” ricorda agli iscritti le conquiste sociali ottenute con il Pds negli anni Novanta nei Land orientali travolti dall’annessione occidentale.
Resta invece ancora tutto da sciogliere il nodo della partecipazione della Germania alle cosiddette missioni di peacekeeping sotto l’egida Onu. Solo circa il 20% dei delegati ha votato per il candidato della minoranza, Reimar Pflanz (contrario a qualunque partecipazione al governo come all’impiego dell’esercito all’estero) ma il tema rimane un punto controverso non chiarito dalle due segretarie, nonostante risulterà tra i cardini fondamentali nell’eventuale trattativa per la coalizione con Verdi e Spd.
Comunque, la nuova leadership conferma il veto totale della Linke all’esportazione del made in Germany in formato bellico, fino a ieri puntellato da Katja Kipping e Bernd Riexinger, gli ex segretari alla guida dal 2012.
Da oggi il testimone passa alle due dirigenti promosse politicamente sul campo. Wissler è cresciuta a Dreieich, in Assia, il padre era sindacalista e la madre simpatizzante del partito comunista della Germania Ovest (Dkp) e poi dei Verdi. Dopo il diploma si è laureata in scienze politiche all’Università Goethe di Francoforte, nel curriculum spicca anche il lavoro da commessa part-time in un negozio di casalinghi per pagarsi gli studi, prima dell’assunzione nello staff elettorale dell’ex deputato Linke, Werner Dreibus. Deputata nel Landtag dell’Assia dal 2008, ha mancato l’elezione a sindaca di Francoforte nel 2012 e nel 2018. Nel portafoglio, le tessere di Attac, del sindacato Ver.di e della rete trotzkista Marx 21. Da sempre Wissler è in prima linea contro il neofascismo, come dimostra il suo nome in testa alla lista di nemici da colpire dell’organizzazione terroristica di estrema destra Nsu 2.0.
Hennig-Wellsow, invece, è salita alla ribalta della cronaca internazionale un anno fa, dopo avere gettato ai piedi del governatore Cdu, Thomas Kemmerich (eletto con i voti di Afd), il bouquet di fiori inaugurale.
Nata a Demmin, nella ex-DDR, si è diplomata al liceo sportivo nel 1996 e fino al 1999 gareggiava nel pattinaggio di velocità. Laureata in scienze dell’educazione all’Università di Erfurt nel 2001, ha cominciato il suo impegno politico come assistente nel gruppo parlamentare del Pds. Eletta deputata in Turingia nel 2004, dal 2013 è la leader regionale della Linke e anche la capogruppo: due incarichi che lascerà per dedicarsi alla nuova sfida.
(il manifesto, 28 febbraio 2021)
Le Citta Vicine
Nell’incontro on line delle Città Vicine sabato 27 febbraio 2021 è stata espressa unanimamente piena solidarietà a Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi, coppia nella vita e nell’impegno politico, amica delle Città Vicine e spesso presente agli incontri.
Da anni siamo a conoscenza e ammiriamo il continuo impegno politico di Lorena e Gianandrea nei confronti degli ultimi, donne e uomini sofferenti che cercano di fuggire da guerre, persecuzioni e fame attraverso la Bosnia, ma che vengono respinti dalle forze dell’ordine, picchiati, costretti al freddo, con piedi piagati per il lungo cammino. Lorena e Gianandrea lavano loro i piedi, curano le loro ferite, portano cibo e coperte sulla pubblica piazza di Trieste. Cercano di soccorrerli come possono. A volte hanno anche ospitato qualcuno, come una famiglia iraniana di etnia curda nella loro casa che è anche sede dell’associazione Linea d’ombra.
Qual è la loro colpa secondo la polizia che vi ha fatto irruzione perquisendola e requisendo il telefono e il computer personale di Gianandrea? L’assurda accusa è “favoreggiamento nei confronti degli sfruttatori”, i cosiddetti passeur, che prendono soldi dai migranti in cambio della promessa del passaggio attraverso i confini.
Noi pensiamo che la vera “colpa” sia quella che con il loro impegno mostrano l’inerzia e la disumanità dell’Europa nei confronti degli sfruttati e dei nuovi perseguitati. Invece è proprio grazie a loro e agli altri volontari, se la città di Trieste riesce in parte a riscattarsi dall’immagine di intolleranza e razzismo che mostra troppo spesso, come fa anche in questa occasione, costruendo, come dice Gianandrea Franchi: «una sorta di macchina del fango che si vuol gettare non tanto sulla mia persona ma su un lavoro collettivo di solidarietà.»
Ad aggravare “la colpa” di Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi c’è la loro convinzione spesso dichiarata che il loro non è un semplice gesto umanitario, ma un agire politico. Non è elemosina, non è l’ipocrita e rituale dichiarazione di cordoglio che troppe volte abbiamo ascoltato dopo le periodiche stragi di migranti, affogati nel Mediterraneo o morti di fame e freddo sulle strade della civile Europa. Da quando la solidarietà è diventata reato, da quando il gesto umano di tendere la mano allo straniero che chiede di poter vivere una vita degna di questo nome è diventato un crimine? Abbiamo dimenticato l’insegnamento cristiano delle sette opere di misericordia corporali? La vicenda ci interroga tutte e tutti su che cosa sono diventate le nostre città, intorno alle quali sono state erette mura invisibili, ma non meno invalicabili di quelle abbattute nell’’800.
Dichiariamo di condividere l’azione politica di Linea d’Ombra;
Di aderire all’iniziativa lanciata da Lorena, di costituire un “ponte di corpi”. È la convocazione di donne e uomini per chiedere l’apertura delle frontiere: il 6 marzo “un ponte di corpi” attraverserà l’Italia dal sud al nord e, nello stesso giorno, alcune donne si incontreranno sul confine più violento, quello della Croazia contro le violenze e i respingimenti di cui sono vittime ogni giorno donne e uomini della rotta balcanica;
Di impegnarci a contribuire alla raccolta di fondi per la loro difesa.
Le Città Vicine chiedono quindi agli organi competenti di fare immediata chiarezza sulla vicenda per poi poter riconoscere l’alto valore sociale e umano delle azioni di Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi che in questo impegno mettono a disposizione risorse personali e la propria vita.
(www.libreriadelledonne.it, 28 febbraio 2021)
con Laura Boella
dal 28 febbraio al 28 marzo 2021, la domenica alle 9.30
“Il pensiero inizia quando un’esperienza di verità colpisce nel segno”
(da una lettera di Hannah Arendt a Mary McCarthy, Arendt-M. McCarthy, Tra amiche. Corrispondenza 1949-1975, Sellerio, Palermo 1990)
Capita spesso di avere un desiderio: se persone dal cuore e dalla mente molto grandi che non ci sono più fossero ancora vive, potremmo chiedere loro di aiutarci a pensare cose difficili, coltivando la speranza che la loro voce e la loro forza risuoni come quella di persone vive che continuano a parlarci. Inizia domenica 28 febbraio un ciclo di 5 puntate di Laura Boella su cinque importanti pensatrici del Novecento, che hanno vissuto in tempi che oggi ci appaiono lontani, ma la cui ombra continua a incombere sul presente.
“Maestre che insegnano a pensare”. Perché pensare è di tutti, ma lasciare che il pensiero sia forgiato dalla vita, dal patire, essere capaci di rimetterlo in gioco ogni volta attraverso la passione del capire, è un dono. L’eredità delle filosofe che incontreremo non è soltanto scritta, vive nelle loro esperienza, nelle scelte etiche, politiche e spirituali. Incontriamo Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano e, da ultima, Etty Hillesum (non ‘filosofa’, ma giovane donna che voleva essere scrittrice).
di Rosella Prezzo*
Strana storia quella del “genere”. Un termine, che originariamente prendeva il suo senso in ambito logico (classe comprensiva di più specie) o grammaticale (maschile, femminile, neutro), e che è diventato al giorno d’oggi una parola onnipresente, masticata all’infinito come un chewing gum ormai privo di sapore, usata senza sapere bene a cosa ci si riferisce. Contemporaneamente, però, il “genere”, sovraccaricato di senso, è assurto progressivamente a vessillo di una guerra: un’arma da impugnare contro presunti “nemici”, in un malinteso e distorto senso della libertà e della uguaglianza che si accredita come battaglia di civiltà. Chi sarebbero, poi, i nemici del genere? Si tratta soprattutto di “nemiche”, in particolare femministe, che pretenderebbero ancora di dirsi “donne”. E per ciò stesso vengono bollate come “omotransfobiche” in quanto perpetuerebbero il dominio eterosessuale in nome del loro sesso biologico.
Contro di esse assistiamo ad attacchi di particolare virulenza. E ci ritroviamo in una sorta di crociata nominalista (“in hoc signo vinces”) che, all’ombra di un acronimo impronunciabile (Lgbtqi+) e di una neolingua con asterischi come desinenze, propugna l’utopia post-sessuale dell’Uomo Nuovo. E cioè di un individuo indifferenziato, libero dalle costrizioni di un sesso, senza luogo né storia, tutto preso a issare la sua identità del giorno come segno di grande libertà.
La cosa più sconcertante è che la sacrosanta lotta contro ogni forma di sessismo, pregiudizi e discriminazioni, e per la tutela dei corpi di tutte/i da oltraggi e violenza a sfondo sessuale, che è sempre stato tra l’altro un obiettivo centrale dei movimenti femministi, si è trasformata in una parodia dell’egualitarismo di Rousseau.
Tale concezione sembra avere la seguente premessa: l’«Uomo nasce liberamente neutro mentre dappertutto è messo in catene», perché viene “assegnato” (tramite il nome e l’anagrafe) a un sesso determinato all’interno di un binarismo liberticida.
Il che vincolerebbe ciascuno (?) al suo sesso puramente biologico, impedendogli così di inventarsi identità molteplici, vagabondando tra generi e sessualità, autocreandosi e decreandosi in piena libertà.
La distinzione tra sesso (biologico) e genere (che ha connotazioni più psicologiche e culturali) fu introdotta in ambito psichiatrico negli anni ’50 per rendere conto dei casi di ermafroditismo e del diverso livello di sessuazione. Essa fu poi rielaborata negli anni ’70 da alcune teoriche femministe come categoria di analisi e usata per indicare la disparità e la gerarchia di valore dei ruoli attribuiti agli uomini e alle donne all’interno di un sistema di dominio.
Alla base di questa rivoluzionaria critica della cultura occidentale patriarcale stava lo smascheramento dell’Uomo come soggetto universale e la conseguente necessità di “deneutralizzare” la storia dell’umanità, restituendole la reale complessità della sua dimensione maschile e femminile, per una sua interpretazione più corretta e veritiera.
La categoria di genere, però, da «utile categoria di analisi storica» (come titolava un famoso saggio del 1986 della storica americana Joan Scott) è stata sempre più contrapposta al sesso. E, con uno slittamento sempre più accentuato, “uomini e donne” sono diventati i generi “maschile e femminile” e questi indicati come mere espressioni culturali, che ubbidiscono alla logica di dominio che si articola nella differenza sessuale.
Un’ulteriore trasformazione della concezione del genere porta a indicare la stessa differenza sessuale come costruzione sociale al fine di legittimare una sessualità normativa. Si tratterebbe allora, secondo la formula di Judith Butler, di «disfare il genere», mostrando il carattere totalmente fittizio e costrittivo dell’identità sessuale.
In quest’ottica la differenza sessuale sarebbe solo un binarismo artificiale costruito da «una cultura eterosessuale dominante», un dispositivo ideologico coercitivo che assegna agli uomini un sesso alla nascita per meglio controllarli.
Per combattere ciò si contrappone allora la proliferazione dei generi (gay, lesbiche, transgender, ecc.) in una catena tendenzialmente infinita dove ciascuno rivendica se stesso e il proprio gruppo di simili, in un’affermazione di libertà svincolata da ogni condizionamento naturale.
Si confonde così un sistema di dominio, che ha visto la gerarchia e la diseguaglianza tra uomini e donne fondate su una pretesa naturalità dei ruoli, con il “male” della differenza dei sessi. Ingenerando in più l’equivoco in base al quale se la si elimina (magari per Legge) sparirebbe anche il sistema di dominio. Magari attraverso una legge dello Stato che si incarica di definire i nuovi tipi antropologico-sessuali. Ma dovremmo ormai sapere, come la storia ci ha insegnato, che le utopie performanti dell’Uomo Nuovo sono il frutto di un’ingegneria sociale totalitaria foriera di violenze e liste di proscrizione. Dopo quella del cyborg e del postumano, la figura idealizzata del Trans diventa ora il modello per l’Uomo Nuovo, che oltrepasserebbe come un’arcaicità inutile, anzi una colpevole connivenza con il Potere, la differenza sessuale. Così si realizzerebbe l’utopia dell’Uomo svincolato finalmente dall’umana finitudine, che non è data solo dal fatto che siamo mortali ma dal fatto che si nasce da un corpo altro, da un corpo di donna, e non dalla propria volontà e dalla sua vertigine. Ma può esistere, nella vicenda umana, l’artificioso antagonismo antitesi tra natura e cultura, tra necessità e libertà?
Può darsi, da una parte, l’io di una persona che volontariamente possa indossare la sua identità di genere come un abito e, dall’altra, il suo corpo che definisce solo l’identità di sesso? Il corpo umano non è mai solo biologia o solo produzione culturale, ma è sempre biografia, storia singolare che ciascuno traccia nel tempo che gli è dato. D’altra parte, il processo di individuazione non si libra nel vuoto ma si radica in un corpo comunque sessuato. Riprendendo una formula kantiana, potremmo infatti dire che il sesso senza genere è cieco e il genere senza sesso è vuoto.
*Filosofa e saggista Scuola di Alta Formazione Donne di governo
(La 27esimaora – Corriere della Sera, 9 dicembre 2020)
di Marinella Salvi
Trieste – Presidio spontaneo in piazza Libertà, ieri pomeriggio, per ricordare che quella è la piazza di tutti, la piazza di Linea d’Ombra e della Strada Si.Cura e dei migranti feriti, affamati, spaventati, che hanno percorso la rotta balcanica e sono arrivati fino a lì. Pochi, alla spicciolata, attraversando nazioni e confini e filo spinato, rincorsi dai cani, bastonati dalle polizie, ributtati indietro senza spiegazioni nella neve delle discariche e dei boschi della Bosnia. Senza diritti, nemmeno quello di provare a sopravvivere. Solidarietà a Linea d’Ombra perché all’alba la polizia aveva fatto irruzione nell’abitazione privata di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir che è anche sede dell’associazione. Sono stati sequestrati i telefoni personali, i libri contabili e diverso altro materiale, alla ricerca di prove per un’imputazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il notiziario regionale ha balbettato qualcosa riguardo al presunto aiuto fornito ad una famiglia di curdi, chissà come, chissà quando.
I lettori del manifesto hanno imparato a conoscere Lorena, hanno letto più volte della sua presenza in piazza e come i suoi genitori partigiani le avessero insegnato l’attenzione per gli ultimi ed il rispetto per la vita. Un lascito che Lorena ha rispettato con tutte le sue forze, con a fianco Gian Andrea compagno di una vita e i volontari che, sempre più numerosi, hanno scelto di esserci. Così, con il suo carrettino verde ecco Lorena ogni pomeriggio in Piazza Libertà, la “piazza del mondo”, a portare un gesto di solidarietà e attenzione, una medicazione, un panino, un po’ d’acqua.
È anche grazie a Lorena, a Gian Andrea e agli altri volontari, se questa città riesce a riscattarsi dall’immagine di intolleranza e razzismo che mostra troppo spesso. È grazie a loro se un gesto umanitario è diventato un gesto politico chiarissimo, un’accusa senza sconti dell’ingiustizia, una scelta di campo di assoluta coerenza. Questa improvvisa iniziativa delle forze dell’ordine, le modalità stesse della perquisizione, preoccupano e sgomentano. Brutto segnale in una città dove, tra l’altro, l’amministrazione comunale di destra non ha organizzato nulla per chi non ha una casa, per accogliere chi arriva, per il freddo dell’inverno; anzi, ha chiuso l’Help Center che da anni si trovava in stazione e i Centri diurni che garantivano almeno un momento di calore, un bagno, l’acqua, a chiunque ne avesse bisogno. A questa sordità, a questa quotidiana umiliazione della dignità umana, hanno sempre cercato di supplire l’ICS, la Caritas e i tanti che non voltano la schiena alla sofferenza ma la accolgono cercando di mitigarla, come Lorena e Gian Andrea.
Già in mattinata, ieri, il comunicato di Linea d’Ombra: «… Oggi, in Italia, regalare scarpe, vestiti e cibo a chi ne ha bisogno per sopravvivere è un’azione perseguitata più che l’apologia al fascismo, come abbiamo potuto vedere il 24 ottobre scorso proprio in Piazza Libertà» (il riferimento è alla manifestazione di neofascisti autorizzata dalle autorità cittadine e “difesa” da un ingente spiegamento di polizia, ndr). Prosegue il comunicato: “Condanniamo le azioni repressive nei confronti di chi è solidale, chiediamo giustizia e rispetto di quei valori di libertà, dignità ed uguaglianza, scritti nella costituzione, che invece lo Stato tende a dimenticare.”
Durissimo anche il comunicato di Rete Dasi: «…Le uniche pratiche esplicitamente fuori legge sono quelle che si arroga lo Stato nei suoi respingimenti informali contro i richiedenti asilo che giungono in Italia e che vengono rimandati in Slovenia e giù giù, attraverso maltrattamenti e vere e proprie torture fino in Bosnia.»
Vicinanza a Lorena e Gian Andrea viene espressa da Rifondazione Comunista: «Riteniamo che i reati di clandestinità e di solidarietà siano il frutto di ideologie superate e contrarie ai diritti umani, purtroppo tramutatesi in leggi dello Stato. Esprimiamo piena vicinanza a Fornasir e Franchi. La solidarietà non si inquisisce né si processa!» e dal consigliere regionale di Open Sinistra FVG Furio Honsell: «Esprimiamo sconcerto e preoccupazione per le notizie relative alle indagini su Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che rappresentano un esempio di solidarietà nei confronti degli ultimi. Siamo fiduciosi che la Giustizia al più presto chiarirà il loro ruolo con piena soddisfazione di chi non è indifferente al problema dei migranti».
Sono in tanti a chiedere che sia fatta rapidamente luce sulla vicenda e a sperare si possa realizzare al meglio l’ultima iniziativa di Lorena, quel “ponte di corpi” che ha lanciato un mese fa stilandone il bel manifesto. È la convocazione di donne e uomini per chiedere l’apertura delle frontiere: il 6 marzo “un ponte di corpi” attraverserà l’Italia dal sud al nord e, nello stesso giorno, alcune donne si incontreranno sul confine più violento, quello della Croazia. Un’azione per gridare contro le violenze e i respingimenti di cui sono vittime ogni giorno donne e uomini della rotta balcanica. «Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita» scrive Lorena «Noi siamo coloro che dicono no alla paura… Noi siamo coloro che maledicono i confini».
(il manifesto, 24 febbraio 2021)
di Paola Mammani
Le donne del PD hanno trovato intollerabile che non vi fosse almeno una donna a occupare uno dei tre posti da ministro assegnati al loro partito nel governo Draghi.
Nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa, non una parola sulle loro competenze, su qualche particolare obiettivo da perseguire o su forme della politica da innovare o produrre che non fosse l’appello al rispetto delle quote, al 50 e 50, dunque alla semplice parità numerica con gli uomini, cui aspirano per il “solo” fatto di appartenere al sesso femminile che è la metà dell’umanità. Annosa, più che decennale frattura con buona parte del movimento delle donne che non ha mai aderito a questa forma semplicistica di misura politica, per più di una fondata ragione. Prima fra tutte che l’appartenenza al sesso femminile non richiede alcuna rappresentanza, unica ragione “logica” che giustifica, invece, la richiesta di ricoprire il 50 per cento degli incarichi. Se mai tale forma ha avuto senso per classi e ceti sociali, certamente non ne ha per le donne che, pur riconoscendosi prima di tutto reciprocamente in quanto donne, quando si tratta di votare seguono i propri interessi personali, sociali ed economici, o le loro idee, gli ideali, le ideologie. È un dato di fatto che le donne non hanno mai votato per le loro simili solo perché donne, altrimenti avrebbero garantito loro il 50 per cento dei voti, trattandosi della maggioranza dell’elettorato. Anche solo questa constatazione avrebbe dovuto farle rinsavire, queste donne del PD e quelle che le hanno precedute. Se non è stato l’elettorato femminile, prima di tutto, a dare alle candidate il 50% delle preferenze, quando erano esprimibili, a che titolo richiedere una pari quota agli uomini? E comunque, passi pure la richiesta di pari e alternata presenza nelle liste elettorali ora che le liste sono “bloccate”, alla fine è faccenda che riguarda loro, i loro partiti e gli uomini con i quali hanno contrattato. Ma che in nome della parità, e cioè della sola appartenenza al sesso femminile, pretendano addirittura di diventare ministre, è cosa che quasi indigna, specialmente in questi tempi di pandemia in cui tanta, ben visibile autorità femminile si è manifestata nella società, dalle infermiere alle mediche, alle ricercatrici, alle scienziate. Anche il tono quasi piagnucoloso delle rimostranze rischia addirittura di minare la loro autorità alla radice, mentre è sotto gli occhi di tutti l’autorità esercitata nel mondo dalle donne sulla scena politica, in particolare dalle tre che sono state capaci di attivare le mediazioni necessarie a traghettare l’Europa verso il Recovery fund. Potrebbero quindi guardare con interesse alle parole di Christine Lagarde che avendo raggiunto posizioni di massimo potere, in un’intervista a Io Donna del 2 gennaio scorso, riconosce che proprio l’essere donna le ha consentito di raggiungere e mantenere con successo ruoli di primissimo piano.
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi consigliano alle donne del PD di “fare squadra” all’interno delle correnti cui appartengono. La proposta ha il pregio di suggerire qualche cosa che ha a che fare con la politica, quella vera. Le donne del PD, infatti, sembrano ignorare del tutto le conquiste fondamentali del pensiero politico delle donne. Non si approda con autorità sulla scena politica semplicemente perché donne, ma solo se tale differenza diventa portatrice di un significato di riconosciuto valore per sé e per altre che per questo ti appoggiano dentro e fuori il partito. L’autorità che non hanno, che non si sono guadagnate fra le loro simili, non c’è nessuna quota che può dargliela. Grinta e pervicace presenza sulla scena pubblica sembrano contraddistinguere solo le infatuate dei diritti a tutti i costi, che riescono così a cancellare la differenza sessuale. Per esempio, quelle, parlamentari e non, che si lanciano spedite a difendere un presunto diritto a far figli purchessia, con la cosiddetta gpa, gestazione per altri, che rende le donne meri recipienti di creature: un affronto alle loro simili e al buon senso, misoginia spicciola, altro che politica.
(www.libreriadelledonne.it, 24 febbraio 2021)
di Marco Missiroli
Rachel Cusk ha rivoluzionato la scrittura contemporanea attraverso l’utilizzo di una prima persona singolare nuova. In Resoconto, Transiti e Onori – i tre libri di una trilogia che l’hanno resa celebre – descrive la realtà senza esporre direttamente la voce narrante, mimetizzandola nel mondo raccontato. Oltre alla trilogia, ha scritto opere che sfuggono all’autobiografia e al memoir ma non del tutto: trattano la ferita del divorzio e della maternità, come ne Il lavoro di una vita, che esce ora in Italia in una nuova edizione.
Cusk è nata in Canada, ha vissuto a Los Angeles e da tempo si è trasferita in Gran Bretagna, tra Norfolk e Londra. C’è un’espressione che la rivela, ed è lei stessa a usarla: «Rovesciare una storia come un guanto», indicando il suo incessante tentativo di rivoltare la vita fino a trovare la voce per rappresentarla. Quasi una scomposizione di ciò che ci circonda, nella sua trama più nitida e quotidiana.
Rispetto a questa devozione verso l’ordinario diventa necessaria un’espressione di Simone Weil: «L’umiltà è soprattutto una qualità dell’attenzione». Dove per attenzione si intende il sacro sguardo verso gli altri. Questa sacralità lo è doppiamente per lei.
«Sì, Simone Weil. È interessante, perché io sento profondamente la questione dell’attenzione, della qualità percettiva che si presta, e di quale forza essa riversi nel mondo. A volte, però, questa visione mi dà l’impressione di essere inconsistente, intangibile. Mentre altre volte è potenza pura. Dare attenzione, in questo tempo di isolamento, è un atto di santità in sé perché in un certo senso allena la propria energia morale su un oggetto, conferendogli sentimento. Ed è davvero la mia questione fondante: per tutta la vita di scrittrice non sono mai riuscita a esimermi dal conferire anima attraverso lo sguardo, portando reazioni di ascolto o di sdegno in chi mi legge. Alla fine mi trovo in una posizione di esilio dove sono costretta ad arroccarmi e tentare di mantenere quest’attenzione incrollabile, come in parte fece Simone Weil».
Esilio o egocentrismo?
«Direi che mi appare sempre più chiaro, via via che invecchio, che il mio lavoro sia stato un perpetuo sacrificare il mio ego. A volte mi è sembrato addirittura di non avere un ego, e altre volte invece che il mio ego volesse certe cose e che io dovessi affamarlo di quelle cose. Quindi direi che l’esilio, o il sentimento di esilio, fa parte integrante dell’uso di sé stessi per amore del mondo: ma questa sembra proprio la definizione di autofiction, mentre invece per me non lo è. È, come dire, una posizione morale a partire dalla quale io navigo, e che essenzialmente consiste nel considerare l’io come neutrale, o come oggettivo, o quasi come un nulla, ed è per questo che si possono vedere le cose che gli succedono. Così, essere fuori dall’egotismo a volte mi fa l’effetto di un posto vuoto, altre volte mi dà molto piacere, quasi un piacere sacro».
Sacralità della prima persona singolare. In «Resoconto», «Transiti», «Onori» avviene una mutazione della letteratura contemporanea rispetto al punto di vista che si racconta. Mi svela quando ha assorbito questa naturalezza nel dire «Io» attraverso gli altri?
«Penso che la questione dell’arrivare a una nuova, sconosciuta tradizione narrativa, abbia a che vedere con il concetto di autorità in letteratura. Che cos’è l’autorità letteraria? Chi ce l’ha? E come si acquisisce? E tutto questo come si insinua nella vita di una donna? L’autorità letteraria è il fulcro che ho cercato di esaminare attraverso posizioni molto diverse — questo mio libro sulla maternità, il mio libro sul divorzio, libri che parlano del tentativo di trovare un rapporto con le modalità istituzionalizzate di essere e di narrare per una donna. Penso che la storia che le mie opere raccontano riguardi proprio l’essere stata privata inizialmente di quei ruoli riconosciuti come autoritari. Così la posizione alla quale sono arrivata l’ho raggiunta attraverso l’espulsione di uno status per raggiungerne un altro totalmente nuovo: un deserto inedito, un posto vuoto e mai esplorato, una condizione dove nessuno era mai stato prima e dove non c’era nulla. La lingua scaturita da questa rottura è stata quella di Resoconto».
Forse quell’autorità infranta e reinventata c’era già prima di «Resoconto». Forse era già presente nel doloroso interrogativo de «Il lavoro di una vita»: sono ancora io, quando metto al mondo un figlio? A differenza di «Resoconto», però, qui le viscere di chi racconta sono esposte.
«Sono sempre stata consapevole di quanto fossero l’io narrativo e il posto che esso occupa a determinare la scrittura. Dicendo “Io”, il lettore rischia di pensare subito a un’autobiografia, quasi a un diario, attribuendo colpa, causalità, dolore allo scrittore e ai suoi personaggi, come avviene spesso nel memoir dove le viscere sono esposte in modo semplicistico. Ecco che allora il mio lavoro è stato quello di usare la lingua nel modo più preciso, affinché siano le parole a raccontare la vita. Non solo il punto di vista, non solo le viscere, dunque, ma le parole. È una piccola rivoluzione che fa la differenza. Perché costringe chi legge ad ascoltare e a prendere posizione rispetto all’esistenza. Così molte persone hanno assorbito Il lavoro di una vita nella comprensione, altre nell’indignazione. Il risultato finale credo sia questo: il racconto della voce di una madre, di un genitore in difficoltà, per ciò che sente e per la difficoltà oggettiva della condizione genitoriale».
Da genitore alle prime armi vorrei far mia una frase del libro: «Per essere una madre devo ignorare le telefonate, lasciare il lavoro a metà, venire meno agli impegni presi. Per essere me stessa devo lasciar piangere mia figlia, anticipare le sue poppate, abbandonarla per uscire la sera, dimenticarla per pensare ad altro. Riuscire a essere l’una significa fallire nell’essere l’altra».
«Durerà un paio di decenni, penso».
Grazie per l’incoraggiamento. Ma il punto è proprio questo: il conflitto che si prova nel mettere al mondo i figli. Conflitto che alla fine significa dichiarazione di umanità.
«Una delle reazioni incredibili suscitate da Il lavoro di una vita, quando uscì nel 2003 nel Regno Unito, è stata che molte delle donne che l’hanno recensito ci hanno visto l’opera di una cattiva madre. Secondo loro, il mio libro era troppo intellettuale: “Se fosse stata una buona madre, sarebbe stata troppo stanca per pensare in questo modo e per scrivere queste frasi così complesse: non ne avrebbe avuto l’energia mentale…”. Insomma, ciò che ho sentito io a quel tempo, direi, è stato proprio l’inverso di un contesto di umanità. Forse non eravamo ancora pronti, forse l’intellettualismo era una scusa ancora buona per nascondere certi sentimenti».
E come si sente ora, rispetto alla maternità e a «Il lavoro di una vita»?
«Come ci si può sentire quando si riesce a scalare l’Everest e una volta in vetta si costruiscono pure dei monumenti. Intendo dire, sono sbalordita di aver trovato la forza di testimoniare, di dare la mia versione dei fatti, perché sono accadimenti molto nascosti nella storia delle donne, nelle vite delle donne. Adesso i maschi avvertono una maggiore aderenza della genitorialità: di colpo sono diventati più disponibili, più aperti. Ma è stato soltanto quando ho avuto una seconda figlia che ho pensato, ritornando in quello stesso posto: “Oh mio Dio! Questo è quel posto lì, io lo conosco, ci sono già stata eme l’ero dimenticato, quindi adesso devo scrivere, devo mettere tutto per iscritto”. Avevo raddoppiato l’altezza dell’Everest aggiungendo un’altra figlia e decidendo di dare la mia rappresentazione, di costruire il mio monumento in quella nuova condizione. Ho sentito ciò che sento adesso: che il lavoro, che lo sforzo che a quel tempo sembrava tanto legato al dover plasmare e aver cura di quella nuova anima umana, in realtà mi sembra sia lo sforzo di restare attaccata alla verità di ciò che è stato e alla verità della sua rappresentazione».
A proposito di verità, e di maschi. C’è una scena nel libro in cui la protagonista legge due articoli scritti da uomini che tentano un’analisi della condizione faticosa di paternità, senza citare mai la condizione femminile. Dedica a questi due signori pagine di sottile indignazione che non diventano mai collera o rivalsa. Diventano un occhio ancora più umano sul mondo.
«Una delle questioni di cui mi sono resa conto quando ho cominciato a entrare in quelle acque materne – dove ero spesso aperta alla possibilità di esser presa dal panico, di arrabbiarmi, di aver voglia di urlare in faccia alla gente, di voler combattere – è stata comprendere che cominciavo a guardare il linguaggio come un mondo molto più simile a uno spartito, dove le cose accadono in tonalità maggiore o minore, con un moto oscillante e interessantissimo. Non c’era solo bianco e nero, c’erano tonalità emotive mutevoli da rappresentare verbalmente. Da qui lo studio di una nuova scrittura. Ma non era solo questo ad aver cambiato la mia visione narrativa. C’era qualcosa che aveva a che fare con la mia libertà, con la possibilità di liberarmi dai miei sentimenti personali di rabbia o altro, di tornare a risolvermi senza posa. Essere senza posa: cercavo proprio questo, approdando a un’armonia dove, essenzialmente, non c’è guerra».
Che genere di guerra?
«Beh, penso che quando cominci – se sei me – a guardare com’è fatto il mondo, e che posto viene fatto nel mondo per una come me, o per un’altra donna, puoi avere l’impressione che ciò che dovrai fare sarà combattere una serie di battaglie. E io ho sempre avuto difficoltà con questa questione del conflitto, ritenendola, direi, necessaria: se si deve difendere la verità, allora devi combattere. Devi batterti contro persone che vogliono che tu non dica la verità, ma che invece finga che tutto vada bene, che con tua figlia tutto vada a meraviglia, che in qualsiasi parte della vita ti trovi, tutto fili liscio come l’olio. E così, scrivere nel modo in cui scrivo io è un percorso di conflitto, e lo è sempre stato».
Nel conflitto spesso si annida il coraggio.
«La faccenda del coraggio e dell’onorabilità della pace, di non fare il proprio dovere, mi ha sempre tormentato. Voglio dire, la persona che non si lagna di quanto sia duro occuparsi di una neonata… quella persona in un certo senso è degna di onore, è molto devota, matura. Ma ogni lavoro ha i suoi doveri di coraggio e la scrittura non ammette menzogne o nascondigli. Quindi l’ho detto: “No no no, per quanto mi riguarda diventare madri non è tutto liscio, è durissimo, e questi sono i sentimenti che provo”. Dunque, direi, essere riuscita a far parte di quel combattimento e allo stesso tempo a non perdere l’autocontrollo nel raccontarlo, a non arrabbiarmi, a non sfogarmi e basta, è stato molto molto difficile. Probabilmente è stato la cosa più difficile da raggiungere in tutta la mia carriera di scrittrice. Questo, e cercare di rappresentare la vita così com’è».
Sulla rappresentazione della vita così com’è, Mario Monicelli ribadì un imperativo: nessuna scena madre, solo scene figlie.
«Ancora una volta vanno sacrificate le madri! Scherzi a parte, la rappresentazione naturale del mondo – l’ordinario – è uno spazio che ho impiegato molto tempo a raggiungere e non so perché ci ho messo tanto ad arrivarci. So solo che è uno spazio che ho raggiunto attraversando molti altri spazi. E se posso aggiungere ancora una cosa, credo di essermi resa conto, facendo queste considerazioni, che forse la maggior parte degli artisti procederebbe nella direzione opposta, cioè cercherebbero di allontanarsi dalla normalità».
Ci si allontana per stupire o per rivelare. E anche per timore di annoiare, credo.
«Io non ho mai timore di annoiare».
Ma so che a un certo punto ha avuto paura di non scrivere più. Come Clarice Lispector, che disse di essere stata salvata dal vuoto creativo grazie a una pianta che amava moltissimo. Si era data l’obiettivo di annaffiarla solo dopo ogni tot di pagine scritte. Lei ha piante da annaffiare o altre liturgie?
«La crudeltà verso me stessa. Direi che faccio affidamento sull’aritmetica, sui calcoli: quante pagine o paragrafi ho portato a termine, quanto tempo ho impiegato, quanti giorni continuativi. Quando scrivo ho un modo di trattarmi molto irreggimentato, feroce e non molto divertente. E poi un tempo fumavo moltissimo: l’unico piccolo piacere che mi consentivo era quel po’ di autodistruzione. Adesso ho smesso con le sigarette tradizionali e uso quelle elettroniche che non perdo occasione di pubblicizzare. E poi c’è questo fatto correlato: da sempre immagino di essere una top manager molto potente, magari l’amministratore delegato di una colossale impresa petrolifera globale, con tanto di valigetta 24ore e uno di quei tailleur con enormi spalline imbottite… insomma, fantastico di avere un potere immediatamente tangibile. Ma questa fantasia si indebolisce davanti al mio lavoro reale: la scrittura è il potere. Sulla realtà, sulla verità e su me stessa. E finché la penserò in questo modo, sarà impossibile mollare».
Cosa legge e rilegge, Rachel Cusk?
«Beh, leggere mi ha accompagnato tutta la vita. La mia ancora di salvezza. Come nel caso del personaggio mitologico che riesce a uscire dalla caverna del Minotauro grazie a un filo. Per me la lettura è stato il modo di trovare la mia strada. Ma non so mai esattamente in che modo una storia mi cambierà, anche se so che una storia può cambiare sempre: ci sono letture che producono cambiamento esattamente quanto la vita. Questa esperienza adesso è diventata abbastanza rara: quando ero giovane era frequente e decisiva. Ma sono come un animale che va in cerca di cibo, io mi aggiro sempre alla ricerca di qualche cosa di potente da leggere. Questa ricerca è una mia occupazione incessante».
Non mi ha fatto un solo nome di autori o titoli.
«La mia politica è non fare nomi».
Mi sembra il motto che le attribuii quando lessi «Resoconto». Leggevo e pensavo: ma dove vuole arrivare, questa voce? Perché si insinua nelle cose, nelle anime, nella vita, senza mai nominarsi? Poi ho capito: sparire per raccontarsi.
«È un po’ come accadde con la maternità, no? Si sparisce come individui per essere genitori. Poi si impara a essere singoli e genitori. A volte si torna a essere solo individui. C’entra con il periodo in cui diventai madre: all’inizio, nei primi anni, le mie figlie appartenevano solo a me perché dipendevano da me e avevano bisogno di me, colludendo con il mio lavoro, con il mio compito morale e artistico. Ero costretta a scrivere per loro, anche. Che è una forma di libertà rispetto a scrivere per altri scopi a pensarci bene. Obbligo e libertà coincidevano, ed è strano. Ora appartengono pienamente a loro stesse e questo cambia anche il mio lavoro: posso prestare attenzione a cose diverse, posso giocare di più. E sa un’altra cosa riguardo alla libertà? Ora mi sento libera di non scrivere. Ora mi sento libera di restarmene a letto tutto il giorno».
(La Lettura – Corriere della Sera, 21 febbraio 2021)
di Giovanna Casadio
Anna Finocchiaro, lei è stata la prima ministra delle Pari opportunità italiana. Era il 1996. Ma su donne e parità, si procede a passo di gambero?
Già nel 1996 dicevo che l’onda della forza femminile, della sua libertà e della sua autodeterminazione non si arresterà. La rivoluzione femminile è l’unica rivoluzione non sconfitta del Novecento. Il protagonismo femminile dilaga e non si potrà fermare.
C’è un arretramento in Italia?
No, però l’affermazione delle donne nella sfera pubblica deve fare i conti con le resistenze di un sistema costruito su un modello maschile. È un vero e proprio scontro di potere. Le conquiste raggiunte hanno spesso solo “fatto posto” alle donne, non hanno cambiato l’organizzazione del potere, né gli stessi sistemi sociali. Dunque c’è una contesa, e non solo per fare il premier o il ministro, ma anche la caporeparto in una fabbrica, la presidente del Tribunale, la rettrice, la direttrice di un giornale. Di conseguenza quando l’acqua è poca, per dire così, la papera non galleggia: se ci sono tre postazioni di governo disponibili diminuisce lo spazio per la parità.
Per il Pd, il suo partito, non avere neppure una donna ministra è un formidabile autogol, non crede?
La piena partecipazione delle donne alla vita sociale, politica ed economica del paese è una questione politica di prima grandezza e anche una questione morale. Di morale costituzionale repubblicana, fondata sull’uguaglianza sostanziale, la parità di accesso alle cariche pubbliche, il riconoscimento di meriti e bisogni.
Cosa dovrebbero fare le donne dem a questo punto?
Non potendo dare il cattivo esempio, do buoni consigli. All’interno del Pd aprirei una discussione sulla formazione e selezione delle classi dirigenti. Nella società promuoverei una grande battaglia sul tema dell’uguaglianza sostanziale e del riconoscimento del merito. Insomma stabilirei io quale è l’ambito della competizione, sfidando sulla qualità delle donne e i loro meriti.
Senza aspettare concessioni? Come gli annunciati incarichi di sottosegretarie?
È una scelta politica. Le donne dem valutino quale è la posta in gioco, se la partecipazione al governo come sottosegretarie o una posta politica più alta. Considerino poi che hanno dalla loro un’arma formidabile, che è la democrazia rappresentativa. Presidino il fronte della rappresentanza, stando attente ad alcuni temi istituzionali. Siamo sicuri che quando al Senato ci saranno 200 parlamentari, la rappresentanza femminile eguaglierà il 36% che abbiamo oggi? Ricordiamoci che le quote previste per le donne riguardano le candidate, non le elette. Quando si scelse il maggioritario la presenza femminile in Parlamento diminuì perché alle donne furono assegnati i collegi meno sicuri. Inoltre, io credo che il modello leaderistico dei partiti non agevoli la partecipazione delle donne. E non credo che la parità di accesso alle cariche pubbliche possa essere consegnato nelle mani di un leader, per quanto illuminato, che scelga le candidature contrattandole con le anime interne del partito.
Bene una vicesegretaria nel Pd?
Le leadership politiche si impongono, non si cooptano. Le donne hanno tutte le carte in regola per imporsi.
Le parole di Draghi sulle donne fanno ben sperare?
Sì, soprattutto là dove dice che il Paese non si risolleva se non include le donne nel mercato del lavoro, in particolare nel Mezzogiorno. Senza le donne non ce la facciamo a tirare il Paese e il Sud fuori dai guai. Sacrosanto. E mi è piaciuto il riferimento allo studio delle materie scientifiche da parte delle donne.
Bisogna superare il “farisaico rispetto delle quote” rosa?
Farisaico è il modo in cui sono state adoperate. Ma sono un utile strumento di sblocco, transitorio, che aiuta il passaggio alla costruzione di una società di donne e uomini.
(la Repubblica, 20 febbraio 2021)
di Valeria Valente*
È passata più di una settimana da quando il premier (presidente del consiglio dei ministri! In Italia non esiste il “primo ministro”, che ha attribuzioni diverse: per esempio – ma non solo – può nominare direttamente i ministri e sciogliere le camere, cosa che invece in Italia spetta al capo dello stato, cioè il presidente della repubblica. N.d.R.) Draghi ha annunciato la sua squadra di governo, in cui non siedono ministre del Pd. Lo abbiamo detto in tante, dentro e fuori dal partito: è più di una ferita per noi donne democratiche, più di una sola nostra battuta d’arresto e anche più di un incidente di percorso per il Pd. È qualcosa che rischia di minare la nostra credibilità e di interrompere relazioni di fiducia e affidamento tra donne, Democratiche e non. Qualcuna lo ha definito un fatto simbolico che va oltre il contingente e io sono d’accordo. Un fatto che racconta un limite, un’incapacità, un’insufficienza profonda: una questione culturale e politica insieme.
Non si è trattato di un fulmine a ciel sereno e derubricarlo a questo sarebbe una sottovalutazione. Sul tema della parità di genere, dobbiamo riconoscerlo e riconoscercelo, il Pd ha in questi anni ha fatto molta strada: grazie anche alla battaglia di tante donne ha introdotto nuove regole, cambiato norme e statuto, eletto nei territori e negli organismi assembleari tante di noi, nominato tante donne negli organi esecutivi. Come donne abbiamo al contempo ripreso a organizzare luoghi e spazi autonomi e collettivi di discussione e di organizzazione del nostro agire e abbiamo ricominciato a elaborare pensieri differenti e autonomi e contributi programmatici per esprimere il nostro punto di vista nel partito e sul mondo. Eppure, a dispetto di tutto questo e di quanto accade nella società, in Europa, in America e nel mondo, il Pd fa tantissima fatica a riconoscere e a investire su leadership femminili e così si ritrova guidato da un gruppo dirigente sostanzialmente maschile. La dirigenza del Pd è tutta maschile. Draghi dunque, diciamocelo chiaramente, non ha fatto altro che fotografare e prendere atto della situazione per come si mostrava, inserendo nella squadra di governo quelle che, agli occhi del mondo, sono e vengono riconosciute come le principali leadership del nostro partito: Orlando, Guerini e Franceschini. Tutti sapevamo in anticipo che sarebbe andata così, del resto e non a caso quei nomi si susseguivano da giorni nei circuiti dell’informazione.
Di cosa ci sorprendiamo dunque e perché alzare un polverone che rischia di appannare le tante cose importanti e utili che pure il Pd sta facendo in un frangente delicato e difficile? Perché come donne non accettare di esserci e basta dal momento che, seppure non ai vertici, ci siamo? Forse alla fine gli uomini sono davvero più esperti, capaci e competenti di noi e dobbiamo accettarlo?
No, non è così. Perché oggi anche una donna più brava di un uomo resta indietro. Perché le donne ci sono e sono tante, dentro e fuori dal Pd e sono donne competenti, autorevoli e capaci, perché riconoscerlo è l’essenza di una democrazia reale e compiuta, perché avere un punto di vista delle donne nelle decisioni è prezioso per la qualità del nostro agire, perché avere leadership di entrambi i generi ci rende un partito e una comunità più forti, in grado di rappresentare meglio la società e i suoi bisogni, perché sguardi pratiche e punti di vista differenti nell’assumere decisioni aiutano a prenderle meglio e ad adottare quelle più giuste, perché privarsi di un punto di vista differente nella guida dei processi ci rende invece più fragili, più esposti. Perché il mondo ci sta raccontando un’altra direzione, migliore e più sana della nostra. Perché come donne ce lo meritiamo, perché è giusto.
E allora è necessario riequilibrare la situazione e trasformare davvero il Partito Democratico in un luogo guidato in maniera autentica e vera da donne e da uomini. Lo dobbiamo a noi stesse e alla nostra storia anche femminista, al Pd e al Paese. Cosa possiamo fare dunque, a partire da ora e senza recriminare?
Credo che sia arrivato il momento di capire se e come noi donne vogliamo davvero metterci in gioco, forse rischiando qualcosa di più e chiedendo ancora di più a noi stesse rispetto a quanto fatto finora, che non è poco. Perché il potere è per ora solo nelle mani degli uomini e nessuno lo cederà per gentile concessione. E non è solo una questione di regole interne – che pure esistono – e di pari condizioni di accesso alle candidature e alle cariche. Si tratta di ripensare al nostro stesso agire, che può e deve diventare, nell’agone politico, anche accettare il conflitto verso un sistema di potere consolidato. Ma come, con quale forza? Con quali strumenti per evitare semplicemente di esporci e restare schiacciate, ottenendo così l’effetto contrario? Donne autorevoli che hanno segnato la nostra storia direbbero, ora: «dalle donne la forza delle donne». Serve qualcosa di più forte e inedito di quanto sperimentato finora, qualcosa che scardini da dentro le regole del gioco per cambiare il sistema è al contempo preservare e promuovere così la nostra autenticità e differenza: una corrente femminista nel nostro partito, una corrente che, nel rispetto pure del pluralismo interno che (e ci mancherebbe altro) anche le donne esprimono, scelga di anteporre a quel tipo di appartenenza quella DI un pensiero e uno sguardo femministi.
Non so se il presidente Draghi con quel “farisaico” riferito al modo di intendere le quote si riferisse anche a questo, ma mi piacerebbe pensarlo, e comunque di sicuro ciò potrebbe rappresentare un modo per dare un senso più profondo anche alle quote.
Quindi per me la risposta a questo interrogativo è sì: come Democratiche possiamo provare a cambiare e contare davvero. L’unica strada possibile per gettare il cuore oltre l’ostacolo è però quella di un’azione collettiva basata sul reciproco riconoscimento tra noi ma soprattutto, e prima di ogni altra cosa, sul riconoscimento della nostra autorevolezza. Solo così possiamo sperare di scardinare un sistema ingessato che si presenta per ora impermeabile, solo così potremo ambire realmente a scalare i vertici della nostra organizzazione e predisporre le condizioni affinché l’intero sistema politico affronti il non più rinviabile cambiamento di paradigma culturale nel Paese in favore delle donne.
So già quali critiche si alzeranno alla mia proposta, tra cui la principale: le donne non devono far politica solo in quanto donne, possono e devono avere una visione complessiva dell’agire politico che, in quanto tale, si organizza in un partito anche attraverso correnti di idee e visioni. Dico subito che capisco questa argomentazione. Ho praticato e vissuto nel pluralismo per tanti anni e non potrei non riconoscerlo. Ma viviamo in una fase storica senza precedenti, in cui si rendono necessarie scelte chiare e punti di vista forti. Per questo affermare uno sguardo diverso sul mondo da donne e da femministe mi pare che possa essere anteposto, almeno per ora, a molte altre prospettive e punti di vista: può essere e rappresentare un significante molto più forte di tanti altri. La condicio sine qua non è però lavorare sulla consapevolezza della nostra autorevolezza ed esercitare tra noi la capacità di stringere un’alleanza politica per contare di più, essendo in grado di diventare all’occorrenza un soggetto politico collettivo capace di parlare con una voce sola. Si tratterebbe, infatti, di costruire un luogo da cui muovere per intercettare tante donne che si sentono strette in logiche e pratiche che non riconoscono come quelle più adatte al loro agire. Dal quale poi intrecciare forza e relazioni anche con altre donne che invece faranno scelte diverse, con la consapevolezza che da quel luogo potremo trarre una forza utile e comune a tutte. Un luogo per sfidare insieme, a viso aperto, gli uomini a capire e a cambiare modo di stare dentro le relazioni con noi costruendone di più equilibrate ed effettivamente paritarie.
È una proposta, uno spunto di riflessione per tutte noi in vista anche degli appuntamenti dei prossimi giorni, a partire dalla Direzione richiesta e appositamente convocata. Credo che oggi sia arrivato il momento di osare e chissà che un episodio tanto serio e doloroso come quello accaduto non possa essere foriero di qualcosa di positivo e virtuoso. Voglio provare a credere che sia possibile.
*(avvocata, senatrice del PD e Presidente della Commissione d’inchiesta sul Femminicidio)
(HuffPost, 20 febbraio 2021)
di Marina Terragni
Da tempo il femminismo radicale non usa più l’espressione “genere” per nominare la differenza sessuale. Anzi, non la usa più del tutto: “donne e uomini” o anche “i due sessi” sono parole che vanno benissimo e hanno il vantaggio di non poter essere equivocate. Il linguaggio è l’ambiente umano, con le parole si costruisce il mondo, per questa ragione vanno scelte con cura.
A partire dagli anni Novanta la parola genere è stata completamente risignificata. Mary Daly aveva profetizzato: di donne non si parlerà più, spariranno nella nebbia del genere. Più precisamente, come si è visto, si sta provando a sostituire le donne con la libera scelta dell’identità di genere, le madri con le persone che partoriscono, il seno che allatta con il torace e il resto che sappiamo.
Tutto questo non trova alcun riscontro nell’esperienza reale in cui le donne restano donne e gli uomini uomini, con ciò che consegue da questa naturalità. Si tratta di resistere alla deriva liberal-allucinatoria. Le ragazze fanno un po’ di fatica ma le stiamo aiutando ad attrezzarsi e a capire.
L’onda lunga del “genere” lambisce il linguaggio della politica e delle istituzioni e anche lì si deve dare una mano. Per fortuna siamo ancora lontane dalla perentorietà dell’executive order di JoeBiden, che sostituisce del tutto le donne con l’identità di genere: la legge Zan contro l’omobitransfobia ci prova mettendo l’identità di genere al centro di tutto, ma al momento è arenata nel guado tra Camera e Senato, c’è ancora tempo per lavorarci.
Il nuovo premier Mario Draghi non parrebbe orientato dalle gender identity politics ma anche lui non rinuncia al “moderno” comfort del termine “genere”. Così nel suo discorso al Senato: «L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo… Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso…» eccetera.
Il modo in cui Draghi usa questo termine, certo, non ha niente a che vedere con la risignificazione mainstream, con “i mestruatori”, “le persone con cervice” e tutte le nefandezze linguistiche del lessico trans-neopatriarcale. Ma “uomini e donne” andrebbe benissimo anche perché il gap salariale e le discriminazioni economiche sono esperienze riservate alle donne, in particolare a quelle che hanno partorito con il loro corpo di donna o che hanno in programma di farlo contravvenendo scandalosamente alle regole di comportamento richieste al perfetto neutrum oeconomicum (Ivan Illich). Per non parlare della violenza di genere, che eufemizza e contribuisce a velare l’orrore della violenza maschile sulle donne.
Ecco perché è auspicabile che l’espressione “genere” sparisca del tutto anche dal lessico politico istituzionale, e dovremmo lavorare per questa modernizzazione.
Anche il linguaggio della ministra alle Pari Opportunità Elena Bonetti andrebbe senz’altro modernizzato. Il suo ricorso alla formula “questione femminile” ci ha fatto riprecipitare agli anni Cinquanta. Il movimento delle donne ha speso i molti decenni successivi – e anche quelli antecedenti – per dimostrare che se vi è una questione è solo maschile: si tratta per la precisione dell’incapacità degli uomini di stare in piedi assumendo una postura diversa da quella del dominio. Strano che una ministra alle Pari Opportunità non ne sappia nulla.
(RadFem.it, 19 febbraio 2021)
È uscito il nuovo numero di “Autogestione & Politica Prima”, trimestrale di Azione Mag e dell’Economia Sociale, il famoso periodico cartaceo meglio noto come “AP”, pubblicato dalla MAG Società di Mutuo Soccorso di Verona, che da molti anni agisce e riflette sul mondo con la consapevolezza della differenza sessuale e in relazione con realtà femministe, tra cui Diotima, la Libreria delle donne, le Città Vicine… Segnaliamo in particolare questo numero dedicato a Vite all’opera nelle maglie della pandemia, per i contributi su questo tema attuale e su altre importanti questioni, come la prostituzione. (N.d.r.)
Indice:
*L’umanità allo specchio del coronavirus: tra vecchie e nuove fragilità, a cura di Elisabetta Zamarchi
*Alla Cooperativa Scolastica Cappelletti in tempo di Covid è scattata la creatività, a cura di Tommaso Vesentini
*Se Shakespeare va sul web. Quando il teatro crea comunità ai tempi del Covid, a cura di Paolo Dagazzini
*Le Città Vicine nell’era dell’emergenza climatica e pandemica, a cura di Simonetta Patanè
*Coltivare relazioni anche in tempo di pandemia: L’esperienza del progetto Abbracci tra bisogni di aggregazione e distanziamento fisico forzato, a cura di Gemma Albanese
*T.A.G. (Territorio Attivo Giovani) Diamo voce ai/alle giovani comunque, a cura di Stefano Cestaro
*Verona “verde”: un futuro che si può costruire, a cura di Fabiana Bussola
*Louise Michel, Pia Klemp e Banksy, a cura di Anna di Salvo
*Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, recensione di Ana Mañeru Méndez
*Le Città Vicine alla luce di questo presente, a cura di Mariella Pasinati
*Mail art 2020: “Rigenerazione”, a cura di Katia Ricci
*Spot ironico sugli assorbenti? Vedo uno sguardo maschile senza misura, a cura di Clelia Mori
È possibile sottoscrivere l’abbonamento ad “Autogestione & Politica Prima” al costo di € 25 annui cliccando al seguente link: http://magverona.it/partecipa-e-sostieni-la-mag/abbonati-alla-rivista-ap/
Per qualsiasi indicazione rivolgersi a: Segreteria CASA COMUNE MAG – Giulia Pravato. Tel. 0458100279 (dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 12.30). Mail: info@magverona.it Sito: http://www.magverona.it
(magverona.it, N.1 / gennaio – marzo 2021)
di Massimiliano Virgilio
Dallo scorso 8 febbraio è nelle librerie italiane La donna gelata di Annie Ernaux (L’orma editore), romanzo del 1981 dell’acclamata scrittrice francese che analizza in maniera profonda e impietosa la vita matrimoniale di una giovane coppia. Dopo quarant’anni i lettori italiani possono finalmente leggere questo libro, scoprendone una forza letteraria e politica ancora intatta. Ne abbiamo discusso con l’autrice de Il posto e de Gli anni.
Ne La donna gelata parla delle donne della sua infanzia come “donne da esterni”, non abituate a stare al chiuso e da sempre avvezze “a sgobbare”, donne forti, lavoratrici. Qual è stata la sua esperienza del mondo femminile prima del matrimonio?
È un’esperienza fatta di donne che non si sono mai lasciate dominare, «donne da esterni» come scrivevo, donne attive che si preoccupano delle faccende domestiche soltanto il minimo indispensabile, perché non hanno tempo da dedicare alla casa. In un ambiente contadino, soprattutto a quell’epoca, le abitazioni erano abbastanza spartane, spoglie, come immagino fossero anche in Italia a quei tempi. Fuori dagli appartamenti borghesi non c’erano tappeti da sbattere o soprammobili da spolverare tutti i giorni. Sono queste le donne che ricordo, donne che lavorano quanto gli uomini, e non tra le pareti domestiche, ma spesso nei campi, oppure in fabbrica: di conseguenza sono donne che hanno diritto di parola perché guadagnano del denaro, e questo è già un fattore molto importante. Durante la mia infanzia nella mia famiglia c’era soltanto una donna che aveva molti figli – nel libro parlo anche di lei. Di fatto, era la più sottomessa al volere del marito, perché non poteva lavorare, solo occuparsi dei bambini.
Leggendo il libro ho compreso (o almeno, lo spero) alcuni paradossi che da bambino non riuscivo a spiegarmi del rapporto tra i miei genitori (hanno tutti e due più o meno la sua età). In particolare, rispetto al tema delle libertà. È come se per le donne della sua generazione la libertà fosse qualcosa di faticoso e di scomodo. Mentre per gli uomini di ogni epoca la libertà presenta sempre meno svantaggi. Cosa ne pensa?
È davvero una grande questione, perché la libertà degli uomini della mia generazione – e credo il discorso sia ancora attuale ai giorni nostri – è un dato di fatto che non viene mai messo in discussione, ed è così fin dalla nascita. Pensando a un bambino si immagina abbia la possibilità di fare tutto. E quando dico “tutto” intendo sia la libertà di andare ovunque sia quella di scegliere il proprio percorso professionale. Per le donne invece – vale per le bambine cresciute in un contesto tradizionale ma ritengo sia così ancora oggi – questa libertà non è data una volta per tutte, non è scontata. Sappiamo benissimo che la libertà di andare dove si vuole è spesso condizionata da minacce di ogni tipo che, in effetti, nella maggior parte dei casi sono rappresentate dagli uomini. Ai miei tempi la libertà era qualcosa che dovevamo conquistare, e che in qualche modo non abbiamo mai raggiunto pienamente. Credo che a tutt’oggi debba ancora essere raggiunta. Certo, ci sono forti distinzioni a seconda del luogo in cui si vive. E nemmeno per gli uomini parliamo davvero di una libertà totale. Quello che conta però è che maschi e femmine non hanno ancora davanti a sé un futuro ugualmente libero.
Forse il punto è che la libertà delle donne è ancora percepita come una minaccia. È stato molto evidente, ad esempio, durante il movimento del metoo, del quale si è detto: «Adesso state proprio esagerando!». Che in parole povere significa mettere in discussione, senza dirlo apertamente, la libertà di denunciare che siamo state molestate e non vogliamo che accada di nuovo. La libertà delle donne è sempre stata un problema per la società. A partire dagli anni Settanta abbiamo scardinato alcuni dei meccanismi che opprimevano le donne. Ma quella rivoluzione non è ancora compiuta.
La donna gelata è stata scritta quarant’anni fa, quando immagino fosse molto più difficile affermare certe idee con una tale veemenza.
All’epoca (parliamo del 1981) sono stata molto contestata, e il libro criticato. Criticato perché si pensava fosse del tutto normale che una donna lavoratrice si sobbarcasse comunque tutte le faccende domestiche, la cura dei figli, la gestione della cucina. C’era la convinzione diffusa che a livello sociale l’emancipazione femminile fosse ormai completamente raggiunta, perché avevamo ottenuto il diritto alla contraccezione, quello all’aborto, e il partito socialista era alla guida del Paese. Al governo c’era anche un’importantissima esponente del movimento femminista: Gisèle Halimi. Così ci si illudeva che la questione femminile fosse risolta una volta per tutte. Durante una trasmissione televisiva, fui coinvolta in una discussione molto accesa su questo tema. Mi chiesero: «Ma così non si finisce per dimenticarsi dell’amore?». L’amore veniva sempre brandito come un’arma per sviare il discorso e negare che ci fossero disuguaglianze nella ripartizione dei compiti.
A sostenere certe idee, c’è il rischio di passare per madri degeneri.
Sì, sono stata subito accusata di essere una cattiva madre perché non vivevo la maternità come se fosse il mio unico obiettivo di realizzazione personale, se così si può dire.
Diversi anni fa in un’intervista ha dichiarato: «Non mi abituerò mai a una visione maschile del mondo». Crede che nel frattempo la società si sia abituata ad avere una visione più femminile di se stessa?
Credo che stiamo attraversando un periodo di grandi progressi, di cambiamenti originati dalla volontà e dalle azioni delle donne. È inutile aspettarsi che gli uomini si convertano da soli a una visione del mondo diversa da quella che gli è stata trasmessa. C’è stata un’evoluzione in tal senso, ed è tuttora in atto, ma quella maschile resta una concezione del mondo in cui il privilegio gioca un ruolo fondamentale. Un privilegio garantito sempre da altri uomini. Si tratta di una visione interiorizzata, ovviamente, sulla quale si riflette poco e della quale si parla ancora più di rado. Ma gli uomini occupano quasi tutte le posizioni di potere, in politica, in campo artistico, letterario… Basti pensare che ci sono scrittrici e scrittori in egual numero, ma le donne ricevono molti meno riconoscimenti. Ed è difficile che i loro colleghi maschi lo ammettano o ne parlino. È una situazione pesante, e c’è ancora molta strada da fare. Ciò detto, il grado di consapevolezza delle donne è cresciuto enormemente, dal 2000 in poi, su questo non c’è dubbio. Abbiamo assistito, specie negli ultimi anni, a un aumento della loro influenza nel dibattito pubblico, per sostenere valori di uguaglianza e libertà.
Ho letto che successivamente alla pubblicazione de La donna gelata, negli anni Ottanta, ha chiesto a Gallimard di rimuovere dalla copertina di tutti i suoi libri qualsiasi riferimento a uno specifico genere letterario. Mi può dire cosa l’ha spinta a farlo?
Sì, è stata una mia decisione. Sulla copertina dei miei primi tre libri, compreso La donna gelata, una scritta recitava «romanzo». In seguito ho abbandonato l’io finzionale e ho fatto eliminare la dicitura «romanzo», perché sono definitivamente passata al mio io reale, autobiografico. Mi sono resa conto che i miei libri precedenti erano già al 95% autobiografici, fatta eccezione per dettagli legati ai nomi dei personaggi, o a eventi di minima importanza.
Si tratta di un modo per sottrarsi a ogni classificazione, o al contrario c’è un’etichetta specifica che utilizzerebbe per i suoi libri?
Ho rifiutato l’etichetta romanzo per scrupolo di autenticità, per non dover più indossare una maschera o adeguarmi ai canoni di un genere letterario che non era il mio. Preferisco non indirizzare a monte il lettore in una sola direzione attraverso l’etichetta del genere letterario, voglio che sia chi legge a decidere.
Dunque ha deciso di buttare giù la maschera con il lettore e dire apertamente che si trattava di lei ne Il posto.
Sì, il progetto di quel libro presupponeva che non ci fosse distanza tra personaggio e voce narrante: l’io de Il posto è davvero Annie Ernaux. E l’uomo di cui parlo è davvero mio padre. Non volevo che ci fosse alcun dubbio. Questa decisione ha cambiato radicalmente la mia scrittura, che ha perso quella forma di leggerezza ancora presente ne La donna gelata, dove ci sono dei passaggi ironici, in cui mi prendo in giro.
Se ne Il posto uno dei temi è il tradimento che l’ascesa sociale comporta, anche ne La donna gelata c’è l’idea di un tradimento, rappresentato dal matrimonio e dalla vita familiare. Un tradimento senza infedeli. Come se il peccato fosse presente nella nostra struttura sociale, ancor prima che nei suoi interpreti…
Lei parla di tradimento, e certo, ha ragione. Per quanto mi riguarda, non avrei mai pensato di tradire a quel modo le mie ambizioni, quelle che nutrivo prima del matrimonio: superare gli esami da insegnante, lavorare a scuola e scrivere. Avevo un programma preciso che si è rivelato del tutto irrealizzabile, fin da subito. Credo che molte donne della mia generazione abbiano sperimentato questo tradimento di se stesse, del quale però non sono state le vere artefici: sono le condizioni della vita, della famiglia che le hanno costrette ad abbandonare i propri sogni.
Insomma, o si tradisce se stessi o si tradiscono le proprie origini…
Nel mio caso sono avvenute entrambe le cose, perché si trattava di un matrimonio borghese, che sanciva il mio ingresso in un mondo borghese che non conoscevo e non capivo. Credo che ne La donna gelata si senta questa differenza di origine sociale, di habitus. Ed è in nome di una certa idea di cosa può o non può fare un uomo che mio marito si rifiutava, per esempio, di sbucciare le verdure. O che ironizzava: «No, ma scusa, mi ci vedi con il grembiule?». Nei primi anni di matrimonio, non provavo ancora un senso di colpa al riguardo. Poi, alla morte di mio padre, per me è cambiato tutto. So bene che la convivenza è impossibile senza scendere a compromessi, ma nel mio caso ero sempre e solo io a cedere terreno all’interno della coppia.
Perché lo accettava?
Perché si tende a rassegnarsi quando la discussione diventa troppo faticosa da portare avanti, quando si ha l’impressione di stare sempre lì a cavillare su tutto. Si teme di incarnare il triste stereotipo della donna petulante che non fa che lamentarsi, che accampare pretese. Che non si accontenta mai. Ne sentivo parlare spesso. A un certo punto de La donna gelata faccio questo paragone: si tratta dello stesso meccanismo oppressivo usato dai padroni quando dicono che gli operai non sono mai contenti di quello che gli viene dato. I dominati non sono mai contenti… È uno dei modi in cui si sancisce il rapporto di potere e si spinge l’altro alla rassegnazione. Può sembrare una forzatura, ma la vita delle donne è spesso costellata di situazioni in cui ci si rassegna, perché è estenuante dover sempre rivendicare i propri diritti. Ed è ancora più difficile in un rapporto il cui presupposto è l’amore. Quell’amore in nome del quale si dovrebbe accettare tutto. E invece come si manifesta più spesso il dominio dell’uomo sulla donna, quest’egemonia tanto diffusa e accettata a livello sociale? In maniera diluita, apparentemente innocua, in tutte quelle situazioni che si pensa afferiscano soltanto alla sfera privata, sentimentale, quando in realtà sono un problema sociale.
E spesso la situazione si ritorce contro chi evidenzia il problema, vero?
Esatto. Ma senza mai riconoscere a chi si lamenta, a chi protesta, la sua condizione di donna all’interno di una società iniqua. Come se il problema non fosse la società, ma tu in quanto individuo. O, al massimo, tuo marito, il tuo compagno, che sono sempre casi isolati, del tutto irrelati dal resto degli uomini. Troppo spesso ci si dimentica completamente del fatto che i rapporti tra uomini e donne sono sempre politici, e riguardano tutti noi.
Rilegge i suoi libri? Io non riesco a farlo. In generale gli scrittori con cui discuto affermano di non riuscirci per mancanza di tempo o pigrizia. Eppure io credo che abbia a che fare anche con un pizzico di senso di colpa. Se rileggessi, temo che scoprirei di essere stato ingiusto con qualcuno di molto importante nella mia vita. Che rapporto ha con i suoi libri passati?
No, neanche a me piace farlo. Mi sono sforzata un po’ più del solito proprio con La donna gelata, ma ne ho riletto solo i passaggi salienti. In più, sono sempre proiettata verso il libro che sto scrivendo, o che ho intenzione di scrivere. Jean-Paul Sartre descriveva i libri che aveva già scritto con la parola «pratico-inerte». Una volta che il libro è scritto, diventa un residuo inerte della scrittura. Se sono obbligata a rileggermi – per esempio in occasione di una nuova traduzione, o per rispondere a un’intervista come questa – nella stragrande maggioranza dei casi mi dico che non avrei potuto scrivere quel libro altrimenti, che quella è la verità; solo di rado mi dico che avrei qualcosa da aggiungere, o mi viene voglia di cambiare qualcosa. Però no, non mi capita mai di pensare di aver danneggiato qualcuno. Mi dico che sono eventi del passato, lontani, storia vecchia, anche quando sono passati solo un paio d’anni. Per quanto possa sembrare strano, dato che parlo tanto della memoria e della sua importanza, in realtà io vivo immersa nel presente e nel futuro. In definitiva non mi pento di nulla, né per quanto concerne la scrittura, né per quel che riguarda i contenuti o le persone che li hanno ispirati.
Il presidente Macron ha risposto alla sua lettera di qualche mese fa? Secondo lei è cambiato qualcosa in questi mesi di pandemia, rispetto alla considerazione di cui godono infermieri, insegnanti, postini, o verso coloro che svuotano la spazzatura o lavorano alle casse dei supermercati?
No, e in realtà non mi aspettavo che rispondesse. In un certo senso preferisco questa distanza, tra noi, tra i nostri ruoli. Per quel che riguarda la percezione del personale sanitario purtroppo non mi pare che sia cambiato granché. Ho come la sensazione che capiremo davvero la situazione che stiamo vivendo soltanto quando la pandemia sarà sotto controllo e potremo riprendere una vita normale. Non sarà la vita per come ce la ricordiamo, ovviamente, ma per il momento non ci sono indizi su come sarà. Anche gli insegnanti, che siano alle scuole materne o all’università, stanno affrontando quotidianamente difficoltà enormi. E chi lavora in ospedale, ovviamente. Ma non so fino a che punto il resto della popolazione ne sia consapevole. Eppure sono convinta che avremo bisogno di una resa dei conti, alla fine della pandemia. Bisognerà interrogarsi. E rendere il giusto merito a tutti quelli che hanno tenuto in piedi la nostra società in questi tempi difficili.
(fanpage.it, 14/2/2021)
di Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi
Suona un po’ troppo antica, nel senso di logorata, l’“amara” scoperta che non ci sono ministre dem o della sinistra (che tuttavia, intesa nel senso di Sinistra italiana e Articolo1 è presa adesso dalla sua nuova divisione) nel governo Draghi.
Non varrebbe la pena di parlarne se non fosse che, magari, le donne potrebbero cercare altre strategie, visto che quelle della parità, del 50 e 50 per non parlare delle quote, offrono illusori risultati alla loro affermazione, anzi, tendono a ricordargli che restano delle intruse nel gioco del potere. Strategie dunque legate alla faccia buona del potere, modellato su una ragnatela di proposte, progetti, idee che molto devono alla politica del femminismo, a una sua esigenza di cambiamento del potere.
Perlomeno dai tempi di Palmiro Togliatti e poi dell’Udi e di Enrico Berlinguer e quindi della Carta delle donne di Livia Turco si ripresenta la cosiddetta “questione femminile”.
Ogni volta però le donne ricadono mani e piedi legate nelle sabbie mobili della rappresentanza (che già di per sé non sembra godere di buona salute).
Le nostre madri emancipazioniste erano riuscite a tessere delle filiere interne femminili (traduzione odierna: fare squadra) per migliorare una condizione intessuta di ingiustizia e di imposizioni; sarebbe, in quest’anno di lutti, il momento di osservare il cataclisma che ci è piombato addosso riprendendo le figure della violenza, della ferocia, dello sfruttamento che si accaniscono su tanti soggetti di un Paese in sofferenza per la distruzione operata dal coronavirus.
In passato, tra le cause delle difficoltà, delle fatiche che azzoppavano la presenza femminile nella politica veniva indicata con più di una ragione l’arretratezza italiana; la famiglia; la religione; il patriarcato. Adesso però nel Pd a sfavorirle sarebbero le correnti.
A parte che le stesse che indicano nelle correnti la causa delle loro disgrazie generalmente vi stanno aggrappate come ostriche, fare del Pd un partito senza correnti significherebbe trasformarlo in una specie di Cavaliere inesistente.
Nato e cresciuto da un coacervo di ambizioni governiste, dimentico di una qualsiasi storia, si riesce con difficoltà a rintracciarvi i fili delle diverse culture politiche: socialista, liberale, cattolica.
Le correnti ritraggono una spartizione di posti di potere, di distribuzione delle cariche.
Magari sbagliamo. Ammettiamo che la corrente zingarettiana, franceschiniana, ex renziana coltivi progetti da Città del Sole, allora perché le donne che vi partecipano non rivendicano questi meravigliosi progetti, invece di negare di farne parte?
Delle due l’una: o ti consideri defraudata di un posto nella compagine governativa perché non sai metterti in sintonia con quei meccanismi e ti ribelli, oppure contribuisci a cambiare quella corrente, a segnarla con la cultura, sapienza, pragmatismo femminile.
C’è anche la possibilità che queste donne si vergognino di avere un leader, capo, boss di sesso maschile. Tuttavia i partiti, fino a prova contraria, non sono un racconto di Murakami Haruki “Uomini senza donne”. A meno che non siano plasmati su uomini che odiano le donne. In questo caso, meglio scappare a gambe levate.
Magari, a gettare in confusione è la stucchevole vicenda del cinquanta per cento di rappresentanza femminile. Anche qui, potremmo cadere in errore, ma puntare genericamente sul proprio sesso (quando poi a decidere sono sempre dei maschi, almeno da quando sono scomparse le responsabili femminili del tipo Adriana Seroni che lottavano con le unghie e con i denti per la promozione di tante) non finisce per svalorizzare le competenze, le qualità individuali?
Partite con un segno più (non sei più tu che mi interpreti e che decidi quello che va bene per me), le donne rischiano di arrivare con un segno meno. Nella destra, Forza Italia non ha avuto remore a puntare su due donne su tre per la sua delegazione nel governo Draghi.
Per questo, secondo noi è arrivato il tempo di cambiare strategia. Con una rete di buone relazioni femminili alle spalle (sperando che esistano), operando degli scarti, cercando di legarsi a uomini che hanno interesse per lo scambio. E non per una carica (la propria).
(DeA, Donneealtri.it, 16 febbraio 2021)
di Guido Caldiron
Parla l’autrice di «Heartland», da oggi in libreria per Black Coffee. Un memoir che racconta tre generazioni di agricoltori del Kansas tra crisi economica e sconfitte domestiche. «Quando privilegio razziale e svantaggio economico vanno insieme, il problema si pone in termini di classe. Qualcosa che nel mio Paese si è sempre cercato di negare o mettere a tacere»
«Il sogno americano sembra più un fantasma che perseguita i nostri pensieri piuttosto che un contratto sacro che vale la pena firmare per mettere in cassaforte il futuro». Non è facile scoprire quanto rapidamente la promessa di felicità sancita fin dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti possa tradursi in un bluff, in una vita difficile e priva di qualunque traccia di miglioramento anche solo all’orizzonte. Ed è ancora meno facile se a fare questa scoperta è una ragazzina che cresce in una famiglia di agricoltori nel bel mezzo delle campagne del Kansas.
L’essere bianchi non basta, come la retorica razziale sulla quale si è costruito il Paese ha invece sempre affermato, perché nell’equazione della propria biografia essere poveri ha un ruolo di gran lunga più importante. Oltre il «mito» di una working class che costruisce le proprie fortune grazie all’abnegazione e al duro lavoro, emergono le frontiere di classe, le limitazioni economiche, le tante derive personali che in una società dove la sconfitta e la miseria sono spesso vissute come colpe lasciano ferite profonde e incancellabili: dalle violenze domestiche agli abusi, dall’alcolismo alla dipendenza da medicinali e da ogni sorta di oppiacei.
Con un coraggio e una forza eccezionali, è questo che ha scelto di raccontare Sarah Smarsh in Heartland (Black Coffee pp. 284, euro 18, traduzione di Federica Principi) un memoir dolente e straordinario che ha la forza dell’inchiesta e il timbro del romanzo dove si descrivono le vicende di una famiglia di agricoltori di origine tedesca del Midwest, attraverso diverse generazioni e un sguardo particolarmente affettuoso rivolto a nonne, madri e figlie. Quarantuno anni, giornalista economica affermata, Smarsh descrive il mondo nel quale è cresciuta e dal quale si è almeno in parte allontanata, ma lo fa con il calore che si riserva a ciò che si ama e senza perdere né la speranza né la tenerezza.
La vicenda che racconta è segnata profondamente dalla paura, per sé come per i propri cari, a cominciare dai suoi genitori che ha sempre sentito di dover in qualche modo proteggere. È questo il sentimento che ha dominato la sua infanzia più della difficoltà di immaginare un futuro?
Gli aspetti pericolosi della vita della mia famiglia – i pericoli fisici insiti nel lavoro nei campi, quelli psicologici frutto dei modelli costanti di abuso che abbiamo ereditato di generazione in generazione, quelli sociali derivanti dal fatto di essere troppo poveri per accedere anche soltanto all’assistenza sanitaria – erano così «normali» per me che non percepivo le altre paure che provano di solito i bambini. Vivevo piuttosto immersa in uno stato costante di vigilanza per proteggere sia me stessa che il resto della mia famiglia.
Le pianure del Kansas in cui è cresciuta sono considerate «il granaio d’America», una zona presentata come «il cuore» del Paese e celebrata con grande retorica. Eppure la storia di molte famiglie come la sua racconta di un totale abbandono da parte delle istituzioni e del potere economico che ha condotto a un impoverimento crescente e a decine di milioni di poveri. Come è stato possibile?
Per metà del XX secolo la politica federale degli Stati Uniti è stata intenzionalmente progettata per spremere le piccole fattorie e favorire l’agricoltura industriale basata sulle grandi aziende. Di conseguenza, già nel corso degli anni Ottanta, quando ero bambina, molte aree rurali come quella in cui vivevo venivano definite «morenti», mentre la gente di campagna fuggiva nelle città per cercare di sopravvivere. E non si tratta di un caso isolato: le leggi adottate via via hanno creato intenzionalmente uno svantaggio per gli afroamericani, le donne e altri gruppi minoritari. Del resto, per un Paese così ricco avere un numero di cittadini in difficoltà talmente elevato non è certo un caso. È tutto tranne che una fatalità.
È comune pensare alla povertà e all’emarginazione nelle grandi metropoli, allo sfruttamento dei migranti ispanici o al razzismo nei confronti degli afroamericani, ma cosa significa essere bianchi e poveri negli Stati Uniti?
La storia del mio Paese è intrisa di riferimenti alla supremazia bianca, il che significa che i neri hanno statisticamente maggiori probabilità di essere poveri rispetto ai bianchi. Tuttavia, in virtù delle percentuali delle diverse comunità che formano la popolazione totale, è anche vero che ci sono più bianchi poveri di qualsiasi altra razza. E in effetti abbiamo difficoltà a discuterne pubblicamente perché si tratta di qualcosa che smentisce il modo in cui il Paese è abituato a pensarsi. Significa infatti che privilegio razziale e svantaggio economico – e, nel caso dei poveri bianchi delle campagne, anche su base geografica – possono convivere. Il che equivale implicitamente porre il problema in termini di classe, qualcosa che nel Paese si è sempre cercato di negare o mettere a tacere.
In un celebre saggio di alcuni anni fa – «What’s the Matter with Kansas?» (2004) – il giornalista e politologo Thomas Frank parlava proprio dello Stato in cui è nata per dimostrare come i bianchi poveri siano stati spinti a lungo a votare contro i propri interessi dalla propaganda della destra. È un tema tornato d’attualità con Trump. Lei come vede le cose?
Non mi piace l’espressione secondo cui le persone «votano contro i propri interessi», come conclude Frank, perché implica che si tratti di gente un po’ stupida. Ciò nonostante è assolutamente vero che la propaganda della destra ha preso di mira per decenni, e con successo, ambienti e regioni specifiche del Paese, come le chiese evangeliche o le aree rurali, concentrandosi su questioni controverse come l’aborto che hanno orientato il voto più dei temi legati alla vita quotidiana di queste persone. E si tratta di una tendenza che non ha fatto che rafforzarsi negli ultimi anni anche attraverso i social media.
Nel suo libro racconta che da ragazza non aveva neppure mai sentito nominare la Carhartt – il famoso brand che si ispira all’abbigliamento da lavoro e dei cowboy, ndr -. Quanto è distante la costruzione «pop» e stereotipata dell’immagine del lavoratore bianco dalla realtà concreta di chi vive e lavora nei campi?
Secondo questa immagine costruita a tavolino, una famiglia di contadini bianchi come la mia si sposta su grandi pickup di marche americane e indossa stivali e cappelli da cowboy. Nella realtà, qualche volta è così, molte altre no. Così a me è successo di seguire gli animali o lavorare nei campi con indosso le scarpe da tennis comprate da WalMart o di guidare per anni una piccola macchina giapponese a gas per risparmiare sui lunghi tragitti che ero costretta a fare per raggiungere la scuola o il supermercato più vicino. Allo stesso modo, anche l’immagine politica di chi vive nelle campagne che viene offerta d’abitudine è troppo semplicistica. Conosco molti bianchi della classe operaia provenienti da ambienti agricoli, inclusa la mia famiglia, che disprezzano Trump e difendono con forza le idee progressiste. In passato a casa mia si è votato per Carter come per Reagan.
Lei viene da una famiglia nella quale ci sono almeno tre generazioni di madri adolescenti, le cui vite sono state decise da queste gravidanze in giovane età. Un contesto che è all’origine della sua scelta di non avere figli da giovane. Nelle zone rurali sono le donne, per quanto coraggio e determinazione possiedano, a pagare il prezzo maggiore?
Senza dubbio. Per la mia esperienza, in questo ambiente essere donne e essere povere ha sempre rappresentato un doppio svantaggio. E lo è ancor di più per chi è madre già a 15 o 16 anni. Per le risorse di tempo e denaro che i bambini richiedono. Sono sfide che si intrecciano e rendono la vita ancor più precaria di quanto già non lo sia in queste famiglie: essere poveri rende la maternità più difficile e essere madre rende più difficile la povertà.
Un altro suo libro è dedicato a Dolly Parton, cresciuta in una fattoria di agricoltori poveri del Tennessee e che ha cantato le vite difficili di molte donne bianche della classe lavoratrice. Ai suoi occhi Parton sembra incarnare un volto inedito del femminismo. Vale a dire?
Sono stata allevata da donne che, proprio come Dolly Parton sono intelligenti e forti ma non hanno ricevuto molta educazione formale. Spesso la nostra discussione sul femminismo è accademica ed esclusiva, incentrata sulle donne istruite e attiviste. Ma negli Stati Uniti le strutture economiche sono così soffocanti che le donne della mia famiglia non potrebbero permettersi di partecipare ad una manifestazione anche se lo volessero. Devono lavorare o non hanno assistenza per i loro figli, qualcuno che le possa sostituire. Eppure, quelle donne della working class sono in qualche modo delle femministe esemplari per il modo in cui vivono le loro vite, lottando ogni giorno per la propria indipendenza e rivendicando le proprie scelte. Allo stesso modo, Dolly Parton non fa dichiarazioni politiche esplicite, ma incarna fino in fondo i principi del femminismo imponendo il proprio punto di vista, la propria autonomia e l’autorevolezza del proprio percorso.
(il manifesto, 18 febbraio 2021)
di Tiziana Plebani
Si cominciano a scaldare i motori per dare il via alle celebrazioni dedicate ai 1600 anni di vita di Venezia e questa è una buona occasione per conoscere meglio la storia cittadina, a partire proprio dall’inizio. Il racconto delle origini, come per altre città, è denso infatti di intrecci narrativi a tinte forti, giusto per dare subito l’idea di un destino singolare e indipendente che si dipanava dal nulla. In questo groviglio di storie, un mito femminile di fondazione, pur ricordato da tutte le cronache antiche, è rimasto in ombra e merita invece attenzione. Ma andiamo per ordine.
Come è noto, Venezia non nacque il 25 marzo del 421, data che si è invece consolidata nel tempo, specie dopo il XIII secolo. Ma non si tratta di menzogne, falsità o, come diremmo oggi, fake news. Nella mentalità medievale la costruzione storica si riforniva di leggende, di racconti trasmessi per via orale e di documenti di dubbia provenienza: il confine tra storia e cronaca, tra istorie e lezende, del resto non venne mai tracciato rigorosamente e d’altronde il tema della veridicità del racconto non sembra aver costituito una preoccupazione ingombrante, tantomeno un ostacolo alla creazione di mitografie.
L’esigenza di ancorarsi e sviluppare miti fondativi, individuando un momento che interveniva provocando una cesura nel flusso della storia, divenne cruciale per le città d’alto Medioevo che avevano necessità di legittimare il loro nuovo corso. Bisognava ricollegare la storia locale, la propria vicenda, alla grande storia, per soddisfare quindi un racconto universale e uno particolare, creando una trama e un ordito. Le cronache cittadine, che si svilupparono dal XI-XII secolo soddisfano queste esigenze, risalendo sovente nel racconto sino ad abbracciare epoche remotissime, secondo scansioni temporali dettate dalla storia ecclesiastica, più spesso la nascita o la passione di Cristo, oppure il diluvio universale, o ancora leggende romane o troiane. E quanto più l’origine della narrazione aspirava a retrocedere nel tempo e a dilatare l’orizzonte geografico, tanto più il ricorso a fonti indirette e a tradizioni popolari, di cui si era anche smarrita la genesi, diveniva necessario.
Alle origini di molta narrazione storica cittadina si riscontra un mito fondativo romano oppure uno di matrice troiana, entrambe centrali per l’identità culturale urbana. I cronisti e gli storici veneziani, in accordo con le vicende politiche della città, esclusero il ricorso alla storia romana e privilegiarono la radice troiana che aveva alimentato la letteratura romanzesca che circolava in Europa.
Premierement furent il Troians, (In principio ci furono i Troiani.) Inizia così la storia di Venezia narrata dal Martin da Canal nella seconda metà del XIII secolo e non a caso scritta in francese, lingua con cui i romanzi circolavano appassionando i lettori. Ma perché mai tirare in ballo Troia e i suoi fuggitivi? Si trattava di rivendicare un’origine ben più antica di Roma con la pretesa di attingere a un’eredità che non cessava di nutrire l’immaginario medievale attraverso leggende, romanzi, epica. Un archetipo storico, un distillato ancora più puro e integro dell’antica civiltà.
Ecco dunque le cronache veneziane mettere in scena Enea, ma talvolta anche Antenore, nell’intenzione di strappare a Padova il suo motivo di orgoglio cittadino, inserendo altri troiani che giunti in Italia avrebbero quindi fondato molte città dall’Adda alla Pannonia, dando origine alla “prima Venezia” con capitale Aquileia, ma sarebbero giunti anche in laguna ad animarne le isole.
Ma non era sufficiente. C’era bisogno di un altro mito fondativo per popolare maggiormente queste terre miste ad acqua. Volutamente si fece orecchie da mercante alla trattazione redatta da Giovanni Diacono nell’XI secolo, che ricostruiva i percorsi migratori delle genti che, dalla terraferma veneta e non solo, si erano recate nelle isole lagunari per sottrarsi al dominio longobardo. Ci voleva un altro passaggio topico, un prima e dopo, un’altra cesura nel tempo a effetto: storici e cronisti si trovarono d’accordo nel far giocare ad Attila questo ruolo. Con Attila, figlio di cane, crudele ed empio, attorno al quale già dal VIII secolo erano sorte composizioni romanzesche e leggendarie ampiamente diffuse, e dal contrasto a lui opposto, in un quadro fosco di distruzioni, città arse, civiltà in pericolo, doveva sorgere il meglio: la cristianissima e libera Venezia.
Le cronache veneziane pertanto, abbandonati i troiani, intinsero le penne nell’inchiostro della leggenda attiliana, e presero a narrare le imprese del campione assoluto della lotta contro l’empio Attila, il re di Padova, Gilius. Costui, uomo giusto, pio e amato dal suo popolo, come si conviene a un vero eroe, affrontava più volte il crudele unno. Le varianti più estese si dilungavano su un episodio che sarebbe piaciuto al regista svedese Ingmar Bergman. Narravano infatti che il re Gilius si trovava a sfidare a una partita di scacchi Attila, che si presentava sotto le mentite spoglie di un pellegrino; una scena che, pur nelle diversità, non può non ricordare il film Il settimo sigillo, con Attila nella figura della Morte. Che Bergman abbia attinto spunti dalle cronache veneziane per la sua ambientazione risalente al XIII secolo? Ne dubitiamo.
Ma a noi interessa il seguito della storia e arrivare al nocciolo del mito femminile di fondazione. Mentre Gilius svelava l’identità del suo avversario, complice una profezia, e si apprestava ad affrontarlo in duello, chiamava la moglie, la regina Adriana, buona e cristianissima pure lei, e le ingiungeva di raccogliere i figli, le ancelle e i tesori e di andare verso il mare per mettersi al riparo. La regina che aveva ascoltato i racconti della distruzione della splendida Aquileia, come narrano le cronache, aveva grande paura; «honde la se fe chomdur con i navili verso il mar. Et la prima Ixola che la trovala, là stete». Il gruppo di donne, bambini, con a capo Adriana, avvistò, tra velme e terre emerse, ciò che viene definita «una mota de tera molto dura», ovvero un lembo di terra più consolidata, più salda, da cui derivò l’etimo della zona, Dorsoduro. Le cronache a questo punto non abbandonano la regina ma specificano che si fece edificatrice non solo di capanne di paglia e di legno ma di segni simbolici e spirituali in quella terra: «Et là quela dona la prima cosa che là fexela, la fé edifichar una chapeleta de legnio chon ase [assi], al nome del santo Anzolo Rafiel». Ecco dunque una donna, una regina, non solo fondare la vita in un’isola veneziana ma anche costruirvi la chiesa dell’Angelo Raffaele. La cronaca di Enrico Dandolo si sofferma a cercare di descrivere l’impegno assunto dalla regina, e dai primi abitanti di “quelle mote” che il mito voleva del tutto disabitate: «Et è da creder che cum grande fadiga alevono i luogi et stancie tra queli paludi, ma la fuga et la crudeltà di queli infideli Ungari li faxeva ogni fadiga quasi dilecto, alevando et acressando».
La regina, narrano cronache posteriore, aveva una figlia che poi divenne badessa del convento di San Zaccaria, ma questa è un’altra storia… sempre al femminile.
(Venezia nasce da una donna, Il Gazzettino, 18 febbraio 2021)
di Gad Lerner
Piangono lacrime di coccodrillo le donne del Pd tagliate fuori dal governo Draghi. Mi scuso della brutalità, ma alla loro coordinatrice Cecilia D’Elia, a Barbara Pollastrini, a Debora Serracchiani, a Marianna Madia, a Roberta Pinotti e alle altre che ora denunciano la “ferita” inferta loro da un gruppo dirigente compattamente maschile, viene da rispondere: dove eravate nel 2007 quando Rosy Bindi si candidò alla segreteria del partito in alternativa a Veltroni? O nel 2016 quando Francesca Balzani sfidò Beppe Sala alle primarie per candidarsi sindaca di Milano?
Cito tali esempi, fra innumerevoli altri, perché li ho vissuti personalmente. Impegnandomi al fianco di queste donne non solo per le loro qualità politiche e personali, ma nella convinzione che il loro affermarsi “numeri uno” avrebbe rappresentato un’innovazione di cui la sinistra italiana aveva bisogno. Invece è regolarmente scattato tra voi il richiamo di partito (o di corrente), tipico in special modo di quelle che provenivano dal Pci, per cui suonava imperativa l’indicazione proveniente dall’alto dell’uomo della Ditta. Quante volte vi ho sentite ripetere che era troppo presto, che la solidarietà femminile non doveva prevalere sulla scelta politica, che al momento era meglio accontentarsi di uno spazio di rappresentanza?
Ben prima della designazione dei tre ministri Pd nominati da Draghi, l’organigramma del vostro partito aveva preso una conformazione integralmente maschile. Nel 2019, quando Zingaretti venne eletto segretario, in un’intervista pubblicata nel suo libro “Piazza Grande”, gli feci notare che nelle posizioni apicali aveva accanto solo uomini: il presidente, i capigruppo nel Parlamento italiano, il capogruppo al Parlamento europeo. Questa fu la risposta di Zingaretti: «Il Pd deve assumere nel prossimo futuro un modello che i Verdi tedeschi praticano da tempo nei loro forum: per ciascun organismo, la doppia direzione uomo-donna. L’ho messo nel mio programma e lo faremo». Non è andata così. C’è voluto un anno perché la sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi, venisse nominata presidente del partito (senza peraltro esercitarvi un effettivo ruolo di direzione). E solo nel giugno 2020 è stata ricostituita, dopo anni di assenza, una Conferenza delle donne democratiche. Contraddistinta, va pur detto, da sostanziale irrilevanza.
La spiacevole verità è che le donne del partito hanno assunto in pieno la stessa vocazione governista tipica dei maschi. Secondo cui la politica altro non sarebbe che comando, e dunque il culmine della carriera è fare il ministro. Si tratta di un limite culturale, diciamo pure di un morbo, che sgretola l’idea stessa di una formazione progressista fondata sulla militanza di popolo e sul perseguimento di modelli sociali alternativi. Non sarà qualche sottosegretaria a sanare questa che è una vera e propria mutilazione.
(Il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2017)
di Michele Giorgio
Non ci saranno solo donne oggi davanti alla sede del Parlamento palestinese a Gaza City a protestare contro la sentenza emessa domenica dal Consiglio giuridico della Sharia (corte islamica), che sancisce l’obbligo per le donne della Striscia di Gaza che intendono viaggiare di ottenere prima un permesso ufficiale firmato da un tutore maschio: il padre, un fratello, il marito. Alla manifestazione parteciperanno anche molti uomini oltre ad attivisti dei diritti civili e dei centri per i diritti umani, giornalisti, esponenti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e di altre forze della sinistra palestinese che respingono la sentenza firmata dal giudice Hassan al Jojo, legato al movimento Hamas che controlla Gaza dal 2007. Se non sarà annullata, come invocano le attiviste palestinesi, la sentenza avvicinerà Gaza all’Arabia saudita che, ben lontana dal “rinascimento” di cui parla Matteo Renzi, solo due anni fa ha alleggerito le norme che imponevano a una donna di richiedere il passaporto o di viaggiare all’estero solo con l’autorizzazione e la presenza del mahram, il tutore.
La corte islamica di Gaza
«Saremo in tante e in tanti a protestare contro questa sentenza assurda, ridicola, totalmente fuori dal contesto storico e sociale di Gaza e del popolo palestinese. La società qui è conservatrice ma cose del genere non si erano mai sentite», ci diceva ieri Majda Abu Daqqa, di Khan Yunis, da sempre impegnata a sostegno dei diritti delle donne. «Già viviamo segregati a Gaza a causa del blocco israeliano – ha aggiunto – poter viaggiare è così raro e difficile per tutti noi. E ora questa sentenza mette una palla al piede a tutte le donne, oltre la metà della popolazione. Ci ripagano così del ruolo fondamentale che abbiamo svolto nella società durante l’Intifada e gli attacchi militari (israeliani) contro Gaza. Non possiamo accettarlo».
La sentenza del Consiglio giuridico della Sharia stabilisce che una donna, soprattutto se nubile, non può viaggiare senza il permesso di un tutore di sesso maschile. Il permesso deve essere registrato presso il tribunale e al tutore non è richiesto di accompagnare la donna. Anche a un uomo potrebbe essere impedito di viaggiare se ciò causasse «gravi danni» ai genitori e alla famiglia. Ma non è tenuto a ottenere un permesso e i suoi parenti dovrebbero denunciarlo per impedirgli di viaggiare. Per il giudice Hassan al Jojo le proteste «non hanno senso, non sono giustificate». A suo dire la sentenza è coerente con le leggi islamiche e civili e intende mettere un freno ai casi di donne giovani che vanno all’estero all’insaputa dei genitori e di uomini che fuggono in altri paesi abbandonando a Gaza mogli e figli. «Con il pretesto di eliminare pochi abusi, mettono sotto controllo le donne di Gaza che pure, come gli uomini, già fanno i conti con le restrizioni alla libertà di movimento imposte da Israele e dalla chiusura del valico di Rafah con l’Egitto», spiega Amal al Khayyal, cooperante di Gaza City. […]
(il manifesto, 17 febbraio 2021)
di Maria Cafagna
L’8 maggio 2008 Mara Carfagna è diventata ministra per le Pari opportunità e da quel momento anche la mia vita non è stata più la stessa: iniziava anche per me una nuova carriera, quella da quasi omonima. E se fino a quel momento non sapevo niente di politica e di sessismo, col tempo avrei imparato molte cose sia dell’una che dell’altro.
Fino al giorno del suo primo giuramento avevo visto Mara Carfagna ai Fatti vostri con Giancarlo Magalli e sapevo che era di Salerno perché era lì che mio cugino faceva il finanziere: per me era un volto televisivo come un altro. Quando fu eletta ministra mi chiesi anche io come fosse arrivata a ricoprire quell’incarico, dato che i telegiornali passavano in continuazione immagini della sua carriera da soubrette accostandole a quelle – diverse e più conformi al ruolo – dei suoi primi passi da ministra, come se il passaggio da Miss Italia alla politica fosse avvenuto da un giorno all’altro.
A settembre dello stesso anno in cui Carfagna diventa ministra, io faccio il mio primo stage. Il mio compito era quello di fare chiamate e mandare mail, ed è lì che iniziano i «come ha detto: Carfagna?» e i «gentilissima Mara». Poi sono arrivati i social network. Sempre nel 2008 mi sono iscritta a Facebook, che all’epoca era ancora un posto carino in cui potevo contattare i miei parenti in Argentina e spizzare le foto del ragazzo che mi piaceva. Quando sono arrivati i primi messaggi d’insulti di persone che mi scambiavano per la mia quasi omonima, ci ho riso su: pensavo che sarebbe finita prima o poi. E invece no, non è mai finita: il 13 febbraio 2021, dopo che Mara Carfagna ha giurato per la seconda volta come ministra, un signore di Siracusa mi ha mandato un messaggio per chiedermi di aiutarlo a trovare lavoro scambiandomi per lei.
Luisella Costamagna, durante il talk-show che all’epoca presentava su Rai3, chiese all’ex-ministra in tono provocatorio come fosse stato possibile per lei passare da soubrette a incarichi istituzionali così importanti; Carfagna non si scompose e rispose con eleganza, ma a tono: «Anche sul suo conto ci sono stati molti pettegolezzi» – disse alla giornalista – «ma io ho sempre pensato che lei fosse arrivata dove è arrivata non per avvenenza ma per il suo merito».
Nonostante abbia passato più tempo in politica che in televisione insulti, accuse e insinuazioni continuano a essere rivolti a Carfagna in continuazione. E lo so perché parte di quegli insulti me li sono presi io. Sono stata taggata in post e commenti rivolti a lei, mi hanno dato della bocchinara e mi hanno detto di tornare a fare i calendari. Se empatia vuol dire mettersi nei panni di un’altra persona, io nei panni di Carfagna mi ci sono trovata mio malgrado. E quegli attacchi ricevuti per interposta persona col tempo mi hanno spinto non solo a solidarizzare con la ministra, ma anche con tutte le soubrette e le olgettine che da anni subiscono lo stesso trattamento. Del resto io da bambina sognavo di fare la letterina, mica l’ingegnera. Imparavo gli stacchetti, il mio mito era Alessia Mancini di Passaparola. Insomma, prendendo in prestito le parole di Michela Giraud: la verità è che io volevo essere una fregna! Se anziché restare un brutto anatroccolo fossi diventata uno splendido cigno, anche io avrei tentato la carriera da valletta, e forse mi sarei trovata in mezzo allo stesso tritacarne mediatico in cui si sono trovate tutte quelle donne che hanno scelto di fare carriera puntando sulla propria immagine.
Questo non è comunque il caso di Mara Carfagna che, nonostante sia nata bella e benestante, ha scelto di complicarsi la vita e fare politica. Per quanto sia legittimo non essere d’accordo con le sue posizioni, è innegabile che Carfagna abbia subito degli episodi di vera e propria violenza verbale rivoltele molto spesso (e questa forse la parte peggiore) da altre donne.
Durante il Sundance Film Festival è stato presentato il documentario Framing Britney Spears che, tra le altre cose, ha evidenziato come la narrazione tossica e misogina fatta dai media abbia contribuito ad affossare l’immagine pubblica della cantante americana. In seguito alla diffusione del documentario, alcuni utenti su Twitter hanno condiviso un’intervista di David Letterman a Lindsay Lohan in cui le battute del conduttore sulla salute mentale dell’attrice la spingono fino alle lacrime. Mara Carfagna non ha mai ceduto agli attacchi e si è sempre dimostrata forte e risoluta nel restituirli al mittente, ma è innegabile che negli anni verso di lei sono state fatte delle insinuazioni volgari e pesanti da quel pezzo di società civile che in teoria dovrebbe rappresentare la parte più progressista del paese.
Mentre Carfagna combatteva la sua battaglia contro il sessismo, io proseguivo la mia quotidiana guerra con la razionalità su Twitter, dove continuavo – e continuo tuttora – a essere scambiata per lei. Ogni volta che un mio tweet esce dal mio consueto giro di follower, qualcuno corre a congratularmi o a insultarmi a seconda dei casi. Una volta sono perfino finita al tg perché sono stata scambiata per un suo account fake. E dire che l’ho pure scritto nella bio, «da non confondere con la più famosa Mara», ma non c’è verso.
Un giorno ricevo una telefonata da uno strano prefisso 06. Riconosco il numero della Camera dei deputati: un mio ex fidanzato ci lavorava, poteva capitare che mi chiamasse dal fisso. Rispondo e dall’altra parte c’è l’ufficio della vicepresidente Carfagna che ha il piacere di invitarmi a un incontro sulla violenza contro le donne. Ringrazio, rido, chiamo la deputata per cui lavoro e le chiedo se è uno scherzo, ma lei mi giura di no. Poco dopo mi arriva una mail ufficiale dall’ufficio della vicepresidente Carfagna con ora e giorno dell’evento.
Quella sera, insieme a tante donne che come me avevano subito abusi, ho partecipato a una splendida serata ricca di testimonianze molto toccanti. Quando le luci si sono spente e qualcuna è andata a ringraziare Carfagna, le persone che erano con me hanno insistito affinché andassi a salutarla. Mi ero preparata tutto un discorso in cui la ringraziavo per avermi aiutata a riconoscere e a combattere il sessismo senza perdere l’eleganza, e mi ero ripromessa di dirle che nonostante l’essere distanti politicamente, io verso di lei provo un senso di autentica sorellanza; che con lei mi sento capita perché, nel bene e nel male – anche se lei non lo sa – quella battaglia l’abbiamo combattuta insieme. Ma non le ho detto niente di tutto questo, perché mentre mi facevo coraggio il suo staff la portava via. Poco male: quando chiamano il nostro nome risponderemo sempre come un’unica donna.
(Wired.it, 16 febbraio 2021)
di Concetto Vecchio
Luciana Castellina, perché la sinistra non ha portato nessuna donna al governo?
«La deluderò, ma non sono mai stata una grande appassionata delle quote femminili: non è che cambia la società se una donna s’infila nei ruoli maschili».
Cosa intende dire?
«Potremmo anche occupare più posti in un governo, e ovviamente sono favorevole, ma se non modificheremo leggi, codici e orari, abbattendo il modello maschile che ci viene spacciato come neutro, non ne verremo a capo».
La politica non è fatta anche di simboli?
«Il 70 per cento delle donne manager non fa figli. Il problema quindi è fare in modo che tutte le donne che assumono responsabilità possano anche fare i figli e gestire una famiglia».
Come definirebbe la sua posizione?
«Semplicemente non m’interessa essere uguale all’uomo, l’ho capito tardi».
Non la pensava così da giovane?
«All’epoca tendevo a nascondermi le tette pur di non fare capire che ero una donna».
Come lo spiegherebbe oggi a una giovane?
«Con il fatto che una bella era spesso considerata anche stupida».
Quando ha cambiato idea?
«Grazie alla generazione di mia figlia, che ha fatto una battaglia per il femminismo della differenza. Loro hanno capito che serviva portare la nostra diversità al potere».
Il fatto che ci siano solo 8 donne su 23 come lo valuta?
«Non è bello, perché non ci hanno pensato, nemmeno Draghi. Ma non lo ritengo decisivo. Vantiamo un credito storico. E quindi allora bisognerebbe stabilire il 75 per cento della presenza femminile per risarcire la discriminazione millenaria, come affermava il codice della Repubblica popolare cinese, anche se poi se lo sono dimenticati».
È un’Italia più maschilista di un tempo?
«Al contrario. Gli uomini sono molto in crisi, anche perché le donne hanno imparato a pretendere che la comunità porti il segno della loro presenza».
Non ci sono troppi femminicidi?
«Non c’è dubbio, ma sono la prova della crisi di cui le parlavo, e infatti muoiono le donne che hanno osato fare una scelta di autonomia».
L’uomo ha perso potere?
«Ha perso autorità, non potere. Pensi al Me too, un tempo nessuno avrebbe creduto alla donna. I manager di Hollywood invece sono stati tutti condannati per molestie».
Lei è la prova che una donna di valore può arrivare in alto.
«In tante ce l’hanno fatta, anche meglio di me. A tutte è costata fatica, dolore, lotta, e infatti ne portiamo le cicatrici. Guardi la von der Leyen, fa un lavoro pesantissimo e ha sette figli, perciò l’ammiro».
La destra le donne però le ha nominate ministre.
«È una cosa che mi lascia freddina».
Le piace il governo Draghi?
«Sono molto scontenta. Alla transizione ecologica c’è uno che approva la politica dell’Eni, siamo al greenwashing, alla vanteria ambientale. Un fisico che si occupa di nanotecnologie, poi, non un ecologo».
Non va giudicato con i fatti?
«Mi fa impressione che ci sia Giorgetti allo sviluppo economico, un uomo vicino alla Confindustria, che vuole lo sblocca-cantieri: costruzioni e produzioni anche se nocive».
Draghi voleva pure sua figlia Lucrezia Reichlin nel governo.
«È candidata ogni volta e poi non accade mai».
Perché?
«Forse perché vive a Londra».
Insomma, boccia Draghi?
«È un uomo intelligente, e in Europa conduce le mie stesse battaglie. Ma mi sarei aspettata di più».
(la Repubblica, 15 febbraio 2021)
“La lingua è l’unica terra che ti porti dietro dentro.” Antonella Doria gioca con il corpo delle parole, materia viva come le pennellate nella pittura impressionista e ci porta in situazioni che prendono forma insieme alle emozioni. Millantanni (il Verri edizioni) una Trilogia che raccoglie – “medi terraneo”, “Metro Pòlis” e “Millantanni”- tre libri scritti in quasi 20 anni. Parleranno con l’Autrice, Giulia Niccolai, poeta, che ha scritto l’introduzione, Maria Castiglioni e Luciana Tavernini.
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