di Annalisa Ramundo


ROMA – C’è una donna, tra le altre, che in Italia si è battuta strenuamente per la decostruzione della teoria di una presunta inferiorità biologica femminile, concetto chiave su cui nei secoli si era fondata l’esclusione delle donne dalla scena pubblica. Risponde al nome di Franca Ongaro, coniugata Basaglia, anima teorica e comunicativa della coppia che liberò i malati di mente dall’infamia sociale e medica dei manicomi, dando il via a una rivoluzione copernicana nel trattamento dei disturbi psichiatrici in Italia a partire dalla legge 180 del 1978, conosciuta come ‘legge Basaglia’. Ma anche scrittrice, due volte senatrice (dall’83 al ’92), e femminista ante litteram, critica di alcuni pilastri del patriarcato che sarebbero poi stati centrali negli anni 70 per la riflessione del movimento delle donne, di cui colse tra le prime alcuni concetti-chiave.

Lattività di scrittrice e lincontro con Franco Basaglia

“Nata a Venezia nel 1928 da una famiglia borghese, perde il padre quando è alla fine del liceo classico e questo non le consentirà di iscriversi all’università, come avrebbe voluto”, spiega all’agenzia di stampa Dire Vinzia Fiorino, professoressa di Storia contemporanea all’università di Pisa nel secondo appuntamento dello speciale DireDonne-Società Italiana delle Storiche (Sis) ‘Donne da ricordare’. “All’indomani della seconda guerra mondiale, nel ’45, conosce Franco Basaglia, studente di Medicina a Padova con cui si sposerà e avrà due figli”. La carriera di Franco Basaglia “non decolla e nel ’61 il medico filosofo” viene inviato a dirigere l’ospedale psichiatrico di Gorizia. “Lei segue il marito con i bambini e si occupa di letteratura – continua Fiorino – Scrive racconti per bambini, per il ‘Corriere dei Piccoli’ e riduzioni per grandi classici come ‘Piccole donne’ e comincia a studiare sociologia”.

Nella rivoluzione Basaglia rappresenta il legame con il fuori

Definita “segretaria del marito” dallo psichiatra Giovanni Jervis o sua “collaboratrice” dal presidente della provincia di Trieste (1970-77), Michele Zanetti, in realtà Franca Ongaro “è pienamente autonoma nel pensiero e nella capacità di scrivere testi importanti”, chiarisce Fiorino, che legge cosa diceva lei stessa di questo rapporto di vita e di lavoro con Basaglia: “‘So che ogni parola scritta era una discussione senza fine con lui per farmi capire meglio’”. E “capovolge uno stereotipo: descrive lui come estroverso, irrazionale, passionale, imprevedibile”, osserva la storica, mentre “ritaglia per sé uno spazio ad hoc, tutto incentrato sulla parte logica e razionale”. Una cifra che la vedrà “attivissima nelle relazioni con le istituzioni, in primo luogo la provincia” e curiosa osservatrice del modello scozzese di Maxwell Jones “il primo ad aver teorizzato la comunità terapeutica”, dove Ongaro realizza “una grande esperienza di pratica”. Ma è a partire dall’esperienza di Gorizia che il suo lavoro di “pubblicista e teorica” prende corpo, diffondendo “il senso della rivoluzione dei Basaglia. Per lei – precisa la studiosa – la fine delle istituzioni manicomiali avrebbe avuto un senso solo se legata alla trasformazione sociale, quindi alla fine di una precisa percezione che aveva eretto barriere contro la diversità, come la voglia di difendere la società dal malato o la paura generalizzata verso qualsiasi forma di diversità. Rappresenta, quindi, il legame con il fuori, ma lavora moltissimo anche dentro”.

Limpegno come comunicatrice e senatrice

È proprio “il sociale”, insieme a “comunicazione”, la parola chiave attorno alla quale ruota il contributo di Ongaro come scrittrice, nell’intreccio con l’attività del marito. “Il sociale a ribadire questo nesso tra dentro-fuori, cruciale in tutta la vicenda della dismissione del manicomio – osserva Fiorino – e la comunicazione, perché ha saputo indubbiamente comunicare all’esterno tutta la portata della loro critica”. È lei a adoperarsi per la realizzazione di Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, il libro-denuncia sui manicomi italiani “che ha sensibilizzato l’opinione pubblica su quella realtà orrenda e violenta verso le condizioni in cui vivevano i malati reclusi”. E a tentare di “spiegarla ai ragazzi” con Manicomio perché?, in cui “cerca di dimostrare la continua mortificazione dei malati, dimostrando una grande abilità nel decodificare i rapporti di potere”. Il suo impegno continua anche da senatrice, che la vedrà occupata in “Commissione Sanità su temi diversi, dai trapianti alle disposizioni sul fine vita, alle tossicodipendenze”, e, soprattutto, nella difesa “dell’applicazione della riforma psichiatrica. Ci sono negli Anni 80 alcuni disegni di legge che tendono a scardinare i principi della riforma e lei si oppone con successo – ricorda la storica – Non era felice dell’applicazione della legge Basaglia e della riforma più in generale, perché la loro grande intuizione era che il malato di mente non ha bisogno di un letto di ospedale, ma di altri servizi, su cui chiedeva un maggiore investimento”. Per questo è molto attiva “nella rete associativa delle famiglie, che legittimamente in una prima fase, dopo la legge del ’78, non avendo ricevuto le risposte che meritavano, si erano mobilitate e avevano manifestato una certa ostilità rispetto alla legge. Poi con un’opera di mediazione, attivando servizi, formando diversamente gli operatori, si è ricomposta quella frattura”.

Nel 68 parla di politicità del quotidiano, anticipando il pensiero femminista

Non da meno il contributo di Franca Ongaro alle battaglie delle donne. “Nel ’68 parla di ‘politicità del quotidiano’ e scrive: ‘Io mi rifiuto di essere relegata a preparare il latte caldo ai rivoluzionari’ – ricorda Fiorino – Sua la prefazione di un testo cult del femminismo italiano, Processo per stupro, lavoro collettaneo dal documentario di Loredana Rotondo trasmesso nel ’79”. E ancora, “introduce Le donne e la pazzia, testo del ’77, una delle prime riflessioni sulla specificità della violenza che la cultura patriarcale ha operato sulle donne, e promuove il libro di Giuliana Morandini E allora mi hanno rinchiusa, aprendo il tema della specificità della violenza manicomiale e delle ricadute della cultura misogina in questo ambito”. Altro scritto cruciale, “l’introduzione a Linferiorità mentale della donna del neurologo tedesco Moebius, che per Franca Ongaro sarà l’occasione per ribadire alcuni concetti chiave che la storiografia femminista avrebbe sviluppato, cioè la costruzione di un’inferiorità biologica delle donne”. Radicalità, nel senso di “andare alla radice dei problemi”, autocritica da parte della categoria dei medici, e rapporto tra salute e malattia, contro la separazione che tiene il malato “fuori da ciò che la scienza costruisce sul suo corpo”, sono, secondo Fiorino, i tre aspetti più preziosi dell’eredità con cui Franca Ongaro, scomparsa nel 2005, dialoga col nostro presente. “È una donna da ricordare perché essendo protagonista di una grande battaglia che fa onore al nostro Paese, laver chiuso quei luoghi orrendi che sono stati i manicomi, ha guardato a ciò che cera attorno, al contesto di riferimento, invitandoci a rifuggire da quegli atteggiamenti di esclusione e non accettazione della diversità che hanno costruito le discriminazioni”.


Per approfondire:

Salute/malattia. Le parole della medicina, di Franca Ongaro Basaglia

Una voce. Riflessioni sulla donna, di Franca Ongaro Basaglia

Lutopia della realtà, di Franco e Franca Basaglia, a cura di Maria Grazia Giannichedda


(Agenzia DiRE – www.dire.it, 16 marzo 2021)

di Tiziana Plebani


Quando troppa luce si concentra su una donna, come è il caso di Elena Corner, l’effetto sovente che si ottiene è di farla divenire una figura eccezionale rispetto al suo sesso, nella tradizione della galleria delle donne illustri, e quel che è peggio, di usarla per rimuovere altre dalla memoria.

Pertanto un po’ di chiarezza può essere utile e può anche illuminare meglio quale fosse il rapporto delle donne con gli studi superiori. Prima di tutto è bene ricordare che le università al loro esordio non furono ostili alla presenza di donne sapienti, come si dimostrarono invece più avanti. Prova ne sia la vicenda della Scuola di Salerno, centro di codificazione delle pratiche medicali, che vide dal XI secolo un’attiva partecipazione di alcune donne che insegnarono e produssero testi di studio, tanto da far coniare la denominazione collettiva di Mulieres Salernitanae.

Un’esperienza di insegnamento femminile si radicò a Bologna con Bettisia Gozzadini che, conseguita la laurea in giurisprudenza nello Studio bolognese il 3 giugno 1237, ottenne la cattedra di diritto. Una simile carriera, un secolo dopo, è ricordata anche per Novella d’Andrea, figlia di un professore di diritto canonico, che avrebbe, anche secondo il racconto di Christine de Pizan, sostituito il padre nelle lezioni dell’ateneo bolognese, pur divisa dall’uditorio da un pudico velo. La sorella Bettina d’Andrea avrebbe invece insegnato filosofia e legge presso l’Università di Padova.

Alcune umaniste nel XV secolo raggiunsero grande fama e intrapresero vere carriere di intellettuali, tenendo anche orazioni pubbliche, come la veneziana Cassandra Fedele, a cui venne chiesto di pronunciare nel 1487 un discorso in lode delle scienze e delle arti di fronte alle autorità accademiche all’Università di Padova. Le università nel frattempo si erano strutturate come ambienti esclusivamente maschili, a forte impronta ecclesiastica.

Per incontrare un’altra donna impegnata a discutere una tesi e a conseguire un titolo dottorale bisogna arrivare al primo Seicento. Si tratta della spagnola Juliana Morell, nata a Barcellona il 6 febbraio 1594. Figlia illegittima di Juan Antonio, un mercante di stoffe, di una famiglia di ebrei conversi, dimostrò da subito una straordinaria vivacità intellettuale, tanto che il padre la fece seguire da maestri e poi la mise in educazione nel convento di Montsió. Morell, travolto dai debiti e dall’accusa di aver partecipato a un omicidio, si trasferì con la figlia a Lione nel 1600, dove riuscì ad avviare una banca. Comprese tuttavia che il suo riscatto sociale risiedeva proprio nelle grandi doti della figlia che all’età di dodici anni possedeva un’ottima padronanza di lingue classiche e straniere. Così il 16 febbraio del 1606 Juliana difese al cospetto dei dotti una tesi di argomento filosofico ed etico ottenendo «summa cum laude». Trasferitisi ad Avignone, per allontanarsi dall’ambiente protestante, Juliana discusse pubblicamente nel 1608 le sue tesi di diritto canonico davanti a un pubblico di eruditi e aristocratici.

Le carriere intellettuali e le vicende biografiche di Juliana Morell e di Elena Corner hanno molto in comune. Innanzitutto nascono dal bisogno di riscatto e promozione sociale da parte dei loro padri. Elena, nata il 5 giugno del 1646, scontava la condizione umile della madre che escludeva i figli dai ranghi del patriziato. Solo a seguito di un cospicuo versamento di denaro nel 1664 per sostenere le spese della guerra di Candia contro i Turchi, Giovan Battista Corner poté far accettare i figli maschi nel Libro d’oro, ma fu una soddisfazione parziale che lo indusse a servirsi delle straordinarie doti della figlia per riscattare l’onore della famiglia. Seguita da vari eruditi e soprattutto da un professore dell’ateneo patavino, Elena poté discutere il 25 giugno del 1678 una tesi di filosofia, e non di teologia come avrebbe voluto.

Dei veri desideri di queste due donne sappiamo poco ma entrambe hanno lasciato testimonianza di non gradire la pressione genitoriale e di soffrire la grande notorietà che le costringeva di continuo a dare prova della propria sapienza, quasi fossero strane creature. Tutte e due scelsero, contrariando i loro padri, una vita ritirata, come monaca Juliana che nel 1609 entrò nel monastero domenicano di Sainte-Praxède di Avignone, come oblata Elena, che peraltro morì a pochi anni dal conseguimento della tanto acclamata laurea.

La notorietà di Elena, a differenza di Juliana, godette però di un eccezionale riscontro mediatico grazie alla nascita delle gazzette a metà secolo che diedero un’accelerata al sistema delle comunicazioni e che divulgarono celermente in tutta Europa la notizia della prima laureata al mondo. 
Tuttavia dobbiamo chiarire un aspetto cruciale: queste due donne non entrarono mai in un’aula universitaria, né frequentarono un corso di studio insieme ad altri studenti: il corpo femminile non era assimilabile né contenibile da questa comunità. L’eccezionalità del conseguimento ottenuto comportava una sottolineatura, e non una riduzione, di tale estraneità nelle manifestazioni pubbliche che vi si associavano, che peraltro tendevano a spogliare di ogni caratteristica femminile le candidate: estranee alla comunità dei dotti, dovevano apparire quasi estranee al loro stesso sesso.

La battaglia delle donne per accedere all’istruzione superiore trovò invece un’ottima alleata nella scienza, a cui molte si applicarono confidando nella revisione culturale che avrebbe reso le università, con le riforme settecentesche, più aperte a nuovi insegnamenti e alle donne. Dopo la laurea di Laura Bassi in fisica (filosofia naturale), nell’aprile 1732 a Bologna e al suo incarico di lettrice stipendiata, dobbiamo arrivare alla rodigina Cristina Roccati per incontrare la prima donna davvero frequentante i corsi dello studio felsineo, dove conseguiva la laurea il 5 maggio del 1751 sempre in filosofia naturale.

Ma il percorso verso l’istruzione superiore per le donne rimase accidentato. Nell’Italia unita solo nel 1875 si permise l’accesso delle donne all’Università, previo il superamento dell’esame di licenza liceale da privatiste, perché solo nel 1883 le ragazze poterono iscriversi alle classi liceali. Ma il titolo ottenuto si scontrava con l’esclusione dalle carriere, abolita solo nel 1919, ad eccezione di quelle giuridiche e militari. 
Le donne tuttavia ebbero da sempre altri luoghi e altre modalità di apprendere e coltivare la loro passione per la conoscenza, dalle accademie ai salotti, dagli scambi negli ambienti di lavoro all’autoapprendimento, con letture spesso clandestine e furtive, forse il percorso più comune e più avventuroso.


(ilmanifesto.it, 16 marzo 2021)

di Grazia Villa

Raccontare la storia di Marianella García Villas significa non solo togliere dall’oblio la vita e la morte di una giovane donna forte e coraggiosa, amante dei profumi, ma celebrarne il memoriale, una liturgia pasquale. Il pane spezzato della sua vita con i poveri, il sangue versato per le donne e gli uomini oppressi.

Trentotto anni fa i militari del suo paese la catturarono e torturarono per ore, il suo corpo fu ritrovato il 13 marzo 1983.

Marianella nasce nel 1948 in una famiglia dell’alta borghesia di El Salvador, madre salvadoregna e padre spagnolo, studia a Barcellona nel ricco e prestigioso collegio religioso Las Teresianas dove le suore, oltre all’equitazione e al violino, offrono alle allieve la possibilità di fare catechismo ai bambini del barrio a La Torraza. Qui l’adolescente Marianella incrocia per la prima volta lo sguardo di chi ha fame e freddo, i volti di bambini di strada e di adulti segnati dalla povertà. Da quel momento i suoi occhi non cercano altro.

Al rientro in patria, negli anni dell’Azione cattolica universitaria, comincia a lavorare a La Fosa, dove la gente vive nelle baracche, in miseria e precarietà totale. Si interroga e chiede ragione di come in un Paese così cattolico, persino nel nome, possano essere presenti e radicate forme di ingiustizia e di emarginazione. Promuove i gruppi universitari di lettura del Vangelo per comprendere la “scelta preferenziale dei poveri”, attingendo ai documenti conciliari e della storica Conferenza dell’Episcopato latinoamericano di Medellín in Colombia (1968), ai testi della teologia della liberazione.

La passione per gli studi giuridici, per la filosofia del diritto, per la politica attiva la porteranno a diventare l’avvocata del Soccorso giuridico della diocesi di San Salvador, la diocesi di Oscar Arnulfo Romero, a fondare e presiedere la Commissione per i diritti umani, ad impegnarsi nella Democrazia Cristiana salvadoregna. Prima dello sdegnato addio al suo partito, a causa degli arresti e delle persecuzioni delle forze di sicurezza del potere democristiano, Marianella fonda con María Paula Perez il Movimiento campesino de mujeres demócratas cristianas. Le due donne vanno a visitare le contadine in luoghi impervi, con loro leggono la Bibbia, celebrano la Parola, analizzano la realtà, cercando di organizzare una rete di comunità e di famiglie impegnate nella difesa dei propri diritti.

Marianella aiuta a trovare «“il nome delle parole”, cioè a identificare le cose, a riconoscerle, ad accettarle o combatterle, e poi sapere che al di là del cancello dell’orto, o della curva della montagna, oltre il fiume e il mare, c’erano altri uomini che dicevano parole equivalenti alle loro, anche se con linguaggio diverso e che si poteva stabilire un ponte tra questi linguaggi, un canale di amicizia e solidarietà» (Linda Bimbi, Il Margine, 1984). Vive la fede con «una vera passione quasi mistica per l’uomo, una reale incarnazione dell’amore».

Portando questo ricco bagaglio di spiritualità incarnata nasce e cresce la speciale amicizia con l’arcivescovo, ora santo, Óscar Arnulfo Romero.

Tutte le settimane Marianella depone il suo fardello nelle mani di Romero: immagini, numeri, nomi, storie, ferite, torture, prove, dati che si trasformano, a contatto con il fuoco delle scritture, nei carboni ardenti della sua predicazione.

A lui porta quei volti, catturati con l’altro suo occhio, l’obiettivo di una macchina fotografica compagna fedele, che diventati irriconoscibili dalle percosse o violati dagli stupri, diventando strumento di denuncia e di prova della violazione dei diritti umani. «Volti di campesinos senza terra, oltraggiati dalle forze armate e dal potere. Volti di operai licenziati senza motivo, volti di anziani, volti di emarginati, di abitanti di tuguri, volti di bambini poveri che già dall’infanzia cominciano a sentire il morso crudele dell’ingiustizia sociale» (omelia di Romero).

Tra le mani di quel pastore depone anche il suo dolore, la fatica di continuare nella lotta dopo aver visto morire amiche e amici, la ribellione dopo i suoi arresti e il suo tragico silenzio dopo la violenza sessuale subita. Al racconto freddo e terribile del suo stupro Romero scoppia in pianto e le sue lacrime inattese riescono a placare l’odio e a trasformare il desiderio di vendetta in un’altra occasione di spietata denuncia dell’avvocata Marianella.

«Violentare una donna che si ha tra le mani è considerato un obbligo di virilità, chi non lo fa con una donna catturata, chi la rispetta, viene messo alla berlina, deriso come impotente e sono i capi stessi che inculcano ai loro sottoposti questo misto di incultura, di maschilismo e di alienazione. Così questa violenza, che è sempre esistita, è diventata una pratica abituale e istituzionalizzata per i corpi di sicurezza e per l’esercito» (intervista in Marianella e i suoi fratelli, di Linda Bimbi e Raniero La Valle – Ed. Linda Bimbi 1983).

Il 24 marzo del 1980 questa santa amicizia sembra interrompersi. Romero viene ucciso, come preannunciato e ordinato nelle sedi della politica nazionale, indifeso, nonostante i ricorsi ai tribunali nazionali e internazionali, le inchieste aperte dagli organismi e dalle associazioni per i diritti umani, i viaggi per denunciare da lui intrapresi a Roma, in Vaticano, e dalla stessa Marianella in Europa e in Nord America. La sentenza è pronunciata ed eseguita: l’arcivescovo deve morire, e così accade per mano di un sicario. È solo una sospensione dell’amicizia terrena, perché nello stesso mese di marzo, il mese delle idi e delle lotte delle donne, a distanza di tre anni Marianella raggiunge il fratello vescovo e le compagne del pesante santorale del martirio del Salvador. Il 13 marzo 1983 un comunicato stampa informa che in uno scontro a fuoco è caduta la terrorista Marianella García. L’unica arma ritrovata della guerrigliera pacifista e non violenta è la macchina fotografica che l’accompagna nel suo lavoro di ricerca della verità, quella verità “splendore della realtà” dell’amata Simone Weil. La realtà maestra di vita e di morte, con la sua durezza, la sua ingiustizia, il suo lato negativo e buio, quello che rischiara nel livido colore dei cadaveri dentro la camera oscura e che però si trasforma in fonte di sapienza, o come direbbe oggi la teologa Antonietta Potente, in “misticapolitica”.

«La grande sfida che ci viene dalla storia è lo sforzo per divenire capaci, senza evadere dalla realtà in cui viviamo, di prendere distanza da questa stessa realtà e interrogarla, interrogare noi stessi per trovare risposte che stiano oltre la superficie delle cose. Così si passa da una coscienza ingenua a una coscienza critica, così si va alle radici dei fatti e la nostra visione diventa più completa e noi riusciamo a capire le cause e, al di là delle contraddizioni, fare del quotidiano un evento storico.

Questa è la sapienza.» scrisse nel 1981.

Questa è l’eredità della memoria pericolosa di una donna che ha fatto e fa ancora la storia.


* Avvocata per i diritti delle persone


(Donne Chiesa Mondo – L’Osservatore Romano, 14 marzo 2021)

di Fulvio Bufi


Nei giorni scorsi il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha accolto l’istanza di una donna che chiedeva di poter ricevere, nonostante il parere contrario dell’ex marito, l’impianto degli embrioni creati con il coniuge prima della separazione e poi crioconservati. La sentenza emessa dai giudici casertani è la prima in Italia che sancisce il diritto della donna a procedere alla procreazione medicalmente assistita anche se l’uomo con cui ha creato gli embrioni non vuole più diventare padre.

Secondo quanto sostiene l’avvocato toscano Gianni Baldini, legale dell’aspirante mamma, la decisione del tribunale fa riferimento alla legge 40, che regola la procreazione assistita e contempla la regola del consenso solo fino alla fecondazione dell’ovocita. Dopo l’uomo non può più impedire l’eventuale gravidanza, anche se nel frattempo ha cambiato idea: dovrà comunque assumere la paternità giuridica e farsi carico di tutti i relativi obblighi, sia economici che morali, nei confronti del figlio.

L’avvocato Baldini ritiene che la sentenza di Santa Maria Capua Vetere possa fare da apripista per casi analoghi pendenti in altri tribunali. E se lo augura anche la protagonista della vicenda, che in passato, prima della separazione, già tentò di avviare la gravidanza ma senza successo. Ora, nel commentare la sentenza, dice: «Quando quegli embrioni furono creati io e il mio ex marito vivevamo in un contesto d’amore. Quindi spero di aver fatto qualcosa anche per tutte le altre donne che si trovano nella mia stessa situazione».



Il diritto di chi non vuole è più forte. Lo ha riconosciuto anche lEuropa

di Chiara Lalli


Tennessee, anni Ottanta. La signora e il signor Davis sono sposati da poco e vogliono un figlio, ma le cose non vanno come desiderano. Mary Sue, dopo cinque gravidanze extrauterine, si fa chiudere le tube. Provano sei volte con le tecniche riproduttive e poi con l’adozione. Niente. Riprovano con la fecondazione in vitro: due embrioni vengono trasferiti, sette vengono congelati. Anche il settimo tentativo fallisce. A febbraio del 1989 i Davies decidono di divorziare, ma c’è un problema: che fare degli embrioni congelati? La signora Davis vuole riprovare, il signor Davis no e la disputa finisce in tribunale. Chi ha ragione? Il giudice sceglie di impostare la causa sullo statuto degli embrioni: sono persone o prodotti? Questa falsa dicotomia è comune ma non risolve la questione. Inoltre, quasi nessuno di quelli che rispondono “sono persone” poi prende sul serio la propria risposta. Perché se davvero gli embrioni fossero già̀ bambini, sarebbe di certo orrendo congelarli e destinarne moltissimi alla morte (ma ne basterebbe anche uno solo, come basta un solo omicidio). Quindi le tecniche riproduttive dovrebbero essere vietate, tutte e sempre.

Qualcosa di simile è successo in Italia. C’è una coppia che vuole un figlio, ci sono degli embrioni congelati, una separazione e un conflitto perfetto: lei vuole usarli per provare a diventare madre, lui non vuole più perché non vuole diventare padre – almeno non in queste circostanze. Il conflitto è perfetto perché la soddisfazione del desiderio di lei implica la necessaria violazione del desiderio di lui e viceversa, anche se in un senso più debole (lei potrebbe diventare madre in altro modo). Come i Davis si rivolgono al tribunale, e il giudice dà ragione alla donna. E forse non avrebbe potuto decidere altrimenti, visto che la legge 40 stabilisce che il consenso si può cambiare solo fino alla produzione degli embrioni e non fino all’impianto.

La differenza è rilevante, e se è giusto che dopo l’impianto sia solo la donna a decidere, prima non lo è ed entrambi dovrebbero avere la possibilità̀ di cambiare idea. A parte l’interpretazione della legge 40 e l’opportunità̀ di un suo ennesimo aggiustamento, da quando è possibile produrre un embrione e congelarlo fino al prossimo eventuale impianto ci sono alcune domande morali che è opportuno non ignorare. Qual è il suo statuto? Ha il diritto di nascere? E se c’è disaccordo sul suo destino, chi decide?

Nel caso italiano il giudice sembra considerarlo una persona, accettando le premesse della legge 40. «La legge 40/2004 pone l’esigenza di tutelare la dignità dell’embrione al quale è riconoscibile un grado di soggettività correlato alla genesi della vita non certamente riducibile a mero materiale biologico». «L’articolo 6 comma 3 non ammette più la revoca del consenso alla procreazione assistita e l’articolo 8 attribuisce a siffatta volontà – irrevocabile – funzione determinativa di maternità, di paternità e di status di figlio». E soprattutto «con riguardo alla fattispecie in esame deve ritenersi prevalente il diritto dell’embrione a nascere».

Se esiste un simile diritto, però, deve valere per tutti gli embrioni e non solo per quelli contesi. Se vogliamo cioè attribuire il diritto di nascere a morule e blastocisti, dobbiamo poi accettare le conseguenze necessarie di questa premessa, cioè farle nascere tutte. Non solo. Se presa sul serio, quella premessa avrebbe molte altre conseguenze: una significativa riduzione della possibilità di abortire; il divieto assoluto di ricorrere alle tecniche, perché molti di quegli embrioni muoiono o vengono scartati, violando il loro “diritto a nascere”; la riconsiderazione di molti comportamenti della madre durante la gravidanza e perfino delle sue condizioni di salute – cioè di tutto quello che potrebbe minacciare il diritto di nascere degli embrioni. Sarebbe un diritto piuttosto complicato da garantire oltre che pericoloso. A parte la legge 40, in un caso simile è più giusto permettere alla donna di usare l’embrione – con tutte le implicazioni morali e legali per l’uomo – oppure no? È più forte il diritto di diventare madre o quello di non diventare padre? La risposta nel caso opposto è facile (almeno finché non esisterà l’utero artificiale): non è pensabile e sarebbe moralmente ripugnante obbligare una donna a un impianto forzato e poi obbligarla a non abortire, perfino in nome del diritto dell’embrione a nascere. 
Ma se è l’uomo a non volere? È giusto costringerlo perché ha consentito a una tecnica e alla produzione degli embrioni? È giusto impedirgli di cambiare idea? Non ci sono solo le conseguenze giuridiche della paternità. Immaginate di essere costretti ad avere un figlio che non volete, un figlio che non volete più con quella persona. Anche sospendendo il dovere del mantenimento o eventuali altri obblighi pratici, l’aspetto più spaventoso è proprio l’essere padre per forza, l’esservi costretto. È giusto obbligare un uomo solo perché non è la persona che materialmente e con il suo corpo fa nascere un individuo? Queste domande, lo ripeto, valgono solo prima dell’impianto. 
Non c’è dubbio che per la donna sarebbe doloroso e frustrante il divieto di usare quegli embrioni, ma non è una ragione abbastanza forte per obbligare qualcuno a diventare padre. Per me la risposta più giusta (o meno ingiusta) è quella che hanno dato i giudici in appello ai Davis e la Corte europea dei diritti dell’uomo in un altro caso simile, quello di Natallie Evans: è più forte il diritto di chi non vuole diventare genitore. 
Insomma, in questa storia italiana ci sono almeno due problemi. Ribadire la “soggettività̀” e il “diritto dell’embrione a nascere”, rinforzando la premessa di una delle leggi più incoerenti e ingiuste sulle tecniche riproduttive. E quell’articolo della legge 40 sul consenso che andrebbe cambiato. Perché è moralmente ripugnante costringere qualcuno a diventare padre, impedendogli di cambiare idea prima dell’impianto. Perché è ingiusto ignorare i principi di uguaglianza e di libertà personale, di cui il non diventare genitore fa parte.


*Chiara Lalli è docente di Bioetica alla Sapienza di Roma


Carlo Rimini: «Giusto vincolare luomo agli effetti del suo consenso. Ma per quanto tempo?»


Un uomo non può pentirsi della decisione di diventare padre. Non può quando il concepimento avviene naturalmente e non può, a maggior ragione, quando l’embrione è l’effetto dell’impiego di tecniche di fecondazione assistita, che richiedono una preventiva manifestazione di consenso da parte di entrambi gli aspiranti genitori. La legge è chiara: l’art. 6 della legge n. 40 del 2004 (la legge sulla fecondazione assistita) afferma che il consenso può essere revocato solo fino al momento della fecondazione dell’ovulo. Consentire all’uomo di opporsi all’impianto dell’embrione porterebbe a risultati aberranti. La donna percepisce l’embrione come parte di sé, del proprio corpo: impedirle l’impianto che permette lo sviluppo del feto sarebbe come costringerla a subire un aborto. Spesso la donna si sottopone a cure invasive per stimolare la produzione ovarica e per consentire la fecondazione artificiale: costringerla a distruggere l’embrione che è stato creato dopo tanta fatica significherebbe abusare del suo corpo. Un abuso opposto, ma non dissimile, da quello che avvererebbe se la si volesse costringere all’impianto dell’embrione e alla gravidanza.

Nella fecondazione artificiale, la legge garantisce che l’accesso alle tecniche avvenga solo da parte di una coppia pienamente consapevole. Ciascuno degli aspiranti genitori fa affidamento sul consenso manifestato dall’altro. La tutela dell’affidamento è un principio cardine su cui si fonda il diritto privato. Non è infrequente che l’esigenza di tutelare l’affidamento porti l’ordinamento a sacrificare interessi rilevanti, e astrattamente meritevoli di tutela, della persona che avrebbe validi motivi per cambiare idea. L’interesse dell’uomo a far valere le ragioni per cui non vuole più un figlio contrasta con l’interesse della madre a portare a compimento ciò che si è deciso assieme. Il bilanciamento degli interessi è il compito del legislatore. In queste materie, in cui sono in gioco valutazioni etiche, è un compito delicatissimo. Nel caso della fecondazione artificiale, la legge tutela l’affidamento che la donna fa sulla serietà del consenso manifestato dall’uomo. Non tutela invece l’affidamento dell’uomo perché la donna può cambiare idea e nessuno può costringerla a subire l’impianto dell’embrione. La donna può quindi decidere e l’uomo no. È una disparità di trattamento contraria alla Costituzione? Non penso. Non c’è simmetria e non c’è uguaglianza di genere nella gravidanza. È la natura che ha stabilito che solo la donna può portare il peso della gestazione: è quindi la donna a decidere. Avviene anche nella gravidanza naturale. Quanti uomini, che non vogliono diventare padri, vorrebbero convincere la loro compagna – di una vita o di un’ora – ad abortire: non possono. Se la costringessero commetterebbero una violenza inaccettabile.

In realtà però la legge pone un problema. È certamente giusto vincolare l’uomo agli effetti del suo consenso per il tempo strettamente necessario per impiantare l’embrione, ma ci si deve chiedere se sia altrettanto giusto tenerlo vincolato ad un progetto di filiazione per molti anni, durante i quali l’embrione rimane crioconservato. Questo è un problema che la legge non si pone. Non se lo pone perché la legge n. 40/2004, così come approvata dal Parlamento, vietava espressamente, all’art. 14, la crioconservazione degli embrioni e consentiva la formazione di un numero limitato di embrioni, fino ad un massimo di tre, da impiantare contestualmente. La crioconservazione era in via di eccezione ammessa solo nelle ipotesi in cui si verificasse un problema tale da impedire l’impianto immediatamente dopo la fecondazione e per il tempo strettamente necessario a superare il problema. La legge però, così formulata, era contraria ai principi costituzionali perché – rendendo necessario il ricorso alla reiterazione dei cicli di stimolazione ovarica, ove il primo impianto non desse luogo ad alcun esito – esponeva ad un rischio inutile e inaccettabile la salute della donna. La Corte costituzionale (con la sentenza n. 151 del 2009) ha quindi dichiarato l’incostituzionalità del divieto di produrre un numero di embrioni superiore a quanto necessario ad un unico impianto. In conseguenza di ciò, ha anche introdotto una eccezione al divieto di crioconservazione, dichiarando l’incostituzionalità della legge nella parte in cui non consente il congelamento degli embrioni non impiantati e non prevede la loro conservazione fino al momento in cui l’impianto è compatibile con il rispetto della salute della donna. Il risultato di questo intervento da parte della Corte costituzionale è un sistema che lascia un ampio margine di discrezionalità ai medici e lascia sospeso, congelato, per un tempo indefinitamente lungo il consenso del padre alla fecondazione. Un tempo durante il quale le circostanze della vita e le condizioni di ciascuno possono cambiare rendendo del tutto inattuale il progetto di paternità.

Poteva la Corte fare meglio? Assolutamente no. I limiti del potere della Corte costituzionale sono scolpiti in una regola fondamentale della democrazia. La Corte non può modificare discrezionalmente una legge, perché questo compito spetta solo al Parlamento. Può solo eliminare le scelte discrezionali fatte dal legislatore contrastanti con la Costituzione. Può quindi solo togliere, non aggiungere.

Il legislatore invece potrebbe fare scelte politiche. Potrebbe prevedere che, nel caso di crioconservazione dell’embrione per un lungo periodo, la madre possa liberamente decidere di procedere all’impianto, ma il padre possa, in questa sola ipotesi, dichiarare la propria volontà di non essere nominato nell’atto di nascita. È una possibilità che la legge già attribuisce alla madre (ma non nella fecondazione artificiale) che non voglia assumersi l’onere della maternità, ma non voglia abortire. La stessa possibilità potrebbe essere data al padre se il tempo trascorso fra il momento del consenso e il momento dell’impianto giustifica il fatto che egli abbia cambiato idea.


*Carlo Rimini è ordinario di Diritto privato allUniversità di Milano



(Sette – Settimanale del Corriere della Sera, 12 marzo 2021)

di Luisa Muraro


Non importa quanto ci è voluto, ma ci siamo! Finalmente si comincia a capire il senso di quel grande movimento che si è chiamato femminismo, nome convenzionale di una svolta in corso nella storia dell’umanità. Il nome vero e definitivo forse non esiste, forse dovremmo semplicemente pensare che l’evoluzione umana percorre un’orbita ellittica, come i corpi celesti, e che il suo corso ogni tanto si illumina di un nome che fa luce.

Del femminismo si comincia a capire che non è stato soltanto emancipazione né richiesta di uguaglianza e che sta non tanto sul piano dei diritti quanto nella consapevolezza di sé e dell’autorità che ci dà l’essere di sesso femminile. Si comincia a capire e a dire che il movimento delle donne va verso il senso libero della differenza sessuale e che ha origine nella qualità dei rapporti tra donne. Sono cose vissute e scoperte da decenni ma l’opinione dominante le rendeva invisibili con nomi sbagliati e interpretazioni fuorvianti. Quarant’anni fa, Carla Lonzi aveva intuito il cambiamento storico che si annunciava ma poche la capivano e nel suo diario parla di sé come di una “voce che grida nel deserto”.

Chi o che cosa ha fatto luce?

Giorni fa, Internazionale 1399 ha dedicato la copertina alle giovanissime, accompagnata all’interno da un lungo articolo tradotto dal settimanale britannico The Economist. L’ho letto e ho esclamato: finalmente! Quasi senza saperlo, il discorso mediatico comincia a rendersi conto del segreto racchiuso nel cambio di civiltà di ragazze baldanzose e insieme pensose, capaci di amicizie profonde e durature, che coltivano la fiducia reciproca, e nelle madri vedono delle alleate e dei modelli…

Non che tutto sia facile, del resto l’inchiesta dell’Economist non lo pretende. Né lo pretendo io. Quello che mi ha colpito è la selezione delle cose notevoli che viene fatta sul materiale raccolto nell’inchiesta. Mi ha colpito perché nelle testimonianze raccolte e ordinate (in cinque capitoletti: Identità diverse; Amiche; Figlie; Corpi; Attiviste) è riconoscibile il percorso fatto negli anni dal cosiddetto femminismo della differenza.

La luce viene da questa coincidenza, il cui significato mi sfida a tornare al lavoro del pensiero, nonostante l’età e la pandemia.


(www.libreriadelledonne.it, 11 marzo 2021)

di Michela A. G. Iaccarino


Faccia perlacea, occhi da cerbiatto, sinuosità elegante: con la bellezza ci nasci, col coraggio no. Milena Radulovic, meno di trent’anni e ultimo volto noto del cinema serbo, è stata la prima attrice a denunciare Miroslav Aleksic, pigmalione di numerose generazioni di artisti slavi che, sin dall’infanzia, frequentavano la sua scuola di recitazione, severo istituto dove agli atti dei drammi si univano ore di preghiere ortodosse, punizioni fisiche e psicologiche. L’uomo capace di decretare l’inizio o la fine della carriera amava saltare dal palco degli spettacoli a quello dei comizi politici: ex nazionalista, Aleksic è stato anche il “regista” delle imprese del comandante Arkan durante la guerra jugoslava e del suo matrimonio con la cantate folk Ceca.

Nella stessa aula in cui imparava a recitare, Milena, alunna di Aleksic dall’età di sei anni, a 17 è stata violentata molteplici volte dall’insegnante, che all’epoca ne aveva 61. Dopo aver partecipato a un paio di colossal come Kola Superdeep e Balkan line, dopo anni di depressione e terapia psicoanalitica, Milena ha deciso di dire a voce alta cosa le era stato fatto, diventando la prima solista di un coro numeroso di 16 donne che ha allungato l’indice contro il vecchio maestro. Finita sulle copertine dei patinati magazine serbi, ha invitato l’abusatore alla battaglia nel luogo in cui pensava di non dover finire mai: in campo aperto. Grazie alla pazienza certosina di un detective della polizia serba, che ha ricostruito il caso, Aleksic è finito prima sotto inchiesta della Corte di Belgrado e poi in custodia, accusato di aver abusato, molestato e violentato decine di studentesse tra il 2008 e il 2020, alcune delle quali ancora oggi minorenni. Prima è uscita dalla scuola, poi dall’Accademia d’arte drammatica di Belgrado, infine dal guscio di silenzio: la sua audacia è stata omaggiata dal ministero della Cultura di Belgrado, mentre il ministro dell’interno ha chiesto a tutte le altre vittime di farsi avanti. “I manipolatori come Aleksic amano essere acclamati dalla società che finisce per amarli, bisognava rompere un doppio muro”, dice Milena, ma lo stupore è arrivato quando la società serba si è dimostrata abbastanza matura da supportare le alunne abusate e non il professore adorato dall’élite. C’è un solo modo giusto per raccontare la storia di una vittima di violenza sessuale ed è lasciare spazio alle parole che lei stessa sceglie: “Le persone non capiscono perché chi ha subito abusi rimane in silenzio per tanto tempo, pensano che sta nascondendo qualcosa o che si ottiene qualcosa nel denunciare” ribadisce l’attrice. Il parallelo con il caso Epstein (ma anche quello di Weinstein) l’hanno tracciato in molti “per il narcisismo e l’ossessione dell’abusatore verso le teenager, ma le vittime del tycoon americano non lo conoscevano, per noi invece è stato come essere violentati da un membro di famiglia, era amato da studenti e genitori. Il nostro caso è comparabile anche a quello di Larry Nassar”, medico della Nazionale Usa di ginnastica, denunciato di stupro da 500 atlete.

A parlare oggi è una donna di successo, non la ragazzina spezzata da minorenne. “Mi fidavo, conoscevo il mio violentatore. Ero in una trappola di manipolazione dove non c’è via di fuga, ma incolpi te stessa per essere finita lì. Le vittime, di solito, quando cominciano a capire cosa è successo, sono molto più mature rispetto all’età in cui lo stupro è avvenuto”.

“Pensava che nessuna di noi avrebbe mai parlato”. Il perno della violenza sistematica del maestro era il silenzio, la più grande prova del suo potere intrusivo: anche decenni dopo, le studentesse continuavano a rimanere zitte. La violenza subita non la dimentichi mai, ma trovi un altro modo per ricordarla: l’onda di denunce a catena sono oggi per Milena motivo d’orgoglio. “Non mi aspettavo una reazione così rapida delle vittime, sapevo che parlando avrei fatto la cosa giusta, ma questo lo ha confermato. Non è così importante che venga chiamato il ‘#Metoo dell’est’, le donne serbe sono state più forti dello stigma”, racconta l’attrice, e del tradizionale maschilismo nei Balcani questa volta sono state più forti Milena e “la rivolta delle allieve”.


(C’è un nuovo #MeToo in serbo: le attrici accusano il maestro, Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2021)

di Teresa Numerico


«Nel paese degli algoritmi» di Aurélie Jean, per Neri Pozza. Una parola aleggia al centro del testo: interpretazione. Non tutto può essere infatti oggetto di astrazione perché incide sulla vita reale delle persone


Aurélie Jean non corrisponde alla rappresentazione classica del nerd che scrive algoritmi per la simulazione scientifica, eppure lo è. Si dedica anche alla divulgazione e ha pubblicato un libro, da poco tradotto in italiano. Nel paese degli algoritmi (Neri Pozza, pp. 173, euro 17) è in un certo senso una sua biografia intellettuale. Descrive come abbia cominciato a fare modelli algoritmici professionali misurando l’elasticità delle gomme delle automobili. Ha poi lavorato a calcolare il rischio, anche indiretto, di un trauma cranico in presenza di un’esplosione, a fare previsioni algoritmiche sul mercato azionario per conto di Bloomberg, ha contribuito a una ricerca per simulare lo sviluppo di cellule cardiache in vitro. Attraversando vari campi ha sperimentato alcune criticità dei meccanismi algoritmici. Ritiene, quindi, che ci sia bisogno di una riflessione epistemologica ed etica.

Una parola aleggia non molto pronunciata, ma incontrovertibilmente al centro del suo progetto: interpretazione. Quando si modella un fenomeno si devono prendere delle decisioni, relative alla sua formulazione matematica. Queste interpretazioni o semplificazioni richiedono l’uso di bias, meccanismi di discriminazione, o pregiudizi, che possono essere espliciti, ovvero adottati consapevolmente dal programmatore, o impliciti, espressi indirettamente nel codice o annidati nei dati per addestrare l’algoritmo a comprendere il fenomeno, oppure relativi alla valutazione dell’output della simulazione. Tali bias sono inevitabilmente soggettivi, cioè costituiscono una ricostruzione situata del fenomeno da modellare. Ogni simulazione, quindi, implica uno sguardo, un vincolo percettivo e cognitivo di chi la esercita.

Il processo di astrazione guarda le situazioni da più lontano e le raggruppa in cluster, discriminando tra loro in merito a somiglianze e differenze. Tuttavia, questo meccanismo – proprio della conoscenza per astrazione, non solo algoritmica – nel caso degli algoritmi si inabissa nella tecnicalità della programmazione che opacizza la consapevolezza del loro carattere soggettivo, valutativo e incerto.

La definizione dei criteri di astrazione avviene lontano da dove si manifestano i suoi effetti. Ma i vincoli pregiudiziali di chi scrive i programmi e mette insieme i dati di training producono conseguenze concrete per le persone a cui quei modelli si applicano. La procedura algoritmica, infatti, si nutre di astrazioni sui dati, ma ha effetto sulle persone quando le decisioni poi pesano sulla quantificazione del premio assicurativo, sulla definizione dei protocolli di cura che li riguardano, sulla valutazione relativa alla libertà condizionata, sulla possibilità che il proprio curriculum sia selezionato, ecc.

Jean è molto consapevole dei rischi, ma tentenna quando si tratta di definire i limiti degli strumenti tecnici. Attribuisce alle persone che li programmano la responsabilità di includere i loro pregiudizi nel codice, e ha ragione.

Ma non basta. I sistemi complessi e automatizzati sono rigidi e opachi per costituzione, e questo impatta sulla loro potenziale iniquità. La sua analisi, a tratti, si rifugia nel soluzionismo tecnologico, pur raffinato.

In certe situazioni complesse dove gli interessi in gioco sono tanti e contrapposti – come di solito nella vita reale delle persone – non esiste una soluzione ottimale dei problemi politici e sociali. Pensare di costruire un algoritmo a cui appaltare la decisione, anche con le migliori intenzioni, non è una buona strategia – nemmeno se i programmatori sono morali e consapevoli. Automatizzare le procedure di valutazione non può essere una scusa per neutralizzare lo sguardo di chi le determina e occultarne il potere.

L’apparato tecnico è di per sé un’incarnazione di un sistema di potere-sapere che esercita gli interessi di chi ne è in controllo, che sono spesso un gruppo ristretto e coeso di maschi bianchi addestrati nelle migliori università private english-speaking. Non è un caso che ad accorgersi delle contraddizioni sia una donna francese, sebbene educata in matematica computazionale, che – come dichiara – non rientra nelle categorie prevedibili. Il suo bagaglio di conoscenze implicite, trasversali le offre la cultura per riconoscere i problemi irrisolti.

Ma bisogna fare in fretta perché l’omologazione culturale è imperante anche nell’ambito dell’educazione. La brama di internazionalizzare la conoscenza – da intendere come colonialismo culturale anglofono dell’università in tutto l’occidente – mette il pluralismo a rischio. La diversità non è un progetto di assunzione nella Silicon Valley, le cui aziende dovrebbero scegliere più donne, più afroamericani o latini, più persone dall’identità sessuale o etnica ibrida, ma accettare di prendere in considerazione modi alternativi di pensare, la varietà dei giudizi e di riconoscere la singolarità delle condizioni delle persone.

Razzismo e discriminazione sono invece l’effetto di meccanismi di generalizzazione avvenuti in modo superficiale e scorretto, dentro un contesto chiuso, privo di contraddittorio. Non tutto può essere oggetto di astrazione, senza condurre a esiti iniqui.


(il manifesto, 10 marzo 2021)

di Pinella Leocata


Catania. Le donne de La Ragna-Tela, in questo 8 marzo, sono tornate a prendersi lo spazio pubblico, l’anno scorso negato dall’inizio del primo lockdown. E lo hanno fanno trasformando piazza Università in un luogo d’incontro, di confronto e di scambi. Qui hanno tenuto un’assemblea pubblica sul tema della potenza delle donne, una potenza che “nessuna violenza potrà scalfire”. E qui, lungo la facciata di palazzo Sangiuliano, hanno affisso il loro striscione storico, “Libere da violenza e militarizzazione”, insieme a tanti altri, coloratissimi e fatti da stoffe e ritagli. Cartelli che parlano del “laborioso lavoro delle donne nei campi più svariati”, un lavoro spesso occultato, misconosciuto e sminuito. Eppure si tratta di un lavoro prezioso, e lo è tanto più in questo lungo periodo segnato dalla pandemia e dalle difficoltà ad essa connesse.

Denunce e racconti che trovano spazio non solo nella parola detta, ma anche nelle immagini – e nelle didascalie che le accompagnano – affisse in questo spazio espositivo di un giorno che ha accolto la mostra “Il cammino delle donne scienziate di ieri e di oggi”. Un altro modo per ricordare “la potenza delle donne” e i tanti campi in cui si è espressa, spesso senza che alle protagoniste siano stati riconosciuti i legittimi meriti. Ed eccole, allora, le foto di Rosalind Franklin, di Hedy Lamarr, dell’immunologa Françoise Barré Sinoussi, della vicepresidente di Pfizer Kathrin Jansen, della chimica Dorothy Crowfoot Hodgkin e delle tre scienziate dello Spallanzani che hanno isolato per prime il coronavirus in Europa, tutte meridionali: Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, Concetta Castilletti. E ancora Agitu Ideo Gudeta, la sociologa eritrea che allevava capre sulle Alpi e che è stata massacrata da un immigrato che aiutava, e l’esperta di tecnologia dei superconduttori Anna Grassellino. E poi le vignette contro il machismo dell’artista spagnola Marina Castañeda. Immagini e parole accompagnate dal suono dell’organetto di Rosaria Torcitto e dalle poesie di Carmina Daniele che ha letto anche quella che Amanda Gormen ha dedicato al mondo in occasione della cerimonia di insediamento di Biden.

In questo contesto tante donne hanno preso la parola, tenendo in mano una mela presa dal cesto posto al centro dello spazio. Un modo per ribaltare il senso di un simbolo antichissimo: non più annuncio di danni e problemi, ma della saggezza e dell’azione quotidiana, bella e gustosa delle donne. Un’iniziativa per ribadire – con le parole di Anna Di Salvo – che le donne non sono soltanto ignorate, schiacciate, negate, ma si sono fatte spazio in tanti contesti, nella ricerca scientifica, come nel mondo dell’impresa e nelle professioni. Oltre ad avere un ruolo importante nel mantenere in vita l’esistenza di ogni giorno. «Donne che si realizzano e lo fanno non in maniera solipsistica, nella ricerca del potere per il potere, ma applicando la formula della condivisone, dello scambio, del lavoro d’équipe. Non è un caso che cresca, soprattutto nel nord Europa, il numero delle donne che governano, e lo fanno bene, come abbiamo visto anche in questo periodo di pandemia».

«Viviamo – recita il volantino della manifestazione – un presente abitato dalla libertà femminile, vediamo con gioia che le donne sono ovunque, e i movimenti più significativi si richiamano al femminismo. “La battaglia per l’ambiente – come dice Malena Ernman Thunberg, madre di Greta – è il movimento femminista più grande del mondo”. Vediamo ragazze che prendono la parola con disinvoltura, ministre, sindache, presidenti, scienziate, che chiamano altre donne per gestire insieme il corpo sociale e la salute del mondo. Non come neutre, cooptate o fedeli esecutrici di un ordine prestabilito, ma con un atteggiamento in cui vediamo felicità e naturalezza di essere sulla scena pubblica con corpi di donne».

Un’occasione per ribadire – come hanno fatto Giusi Milazzo del Sunia e l’associazione antitratta Penelope – alcune delle richieste delle donne, a partire dalla necessità di reperire alloggi dove accogliere donne e migranti in difficoltà, vittime di violenza e persone senza tetto. E per annunciare le iniziative della Ragna-Tela per i prossimi mesi: la pubblicazione di un testo che racconti il lavoro di monitoraggio dei giardini e dei piccoli parchi di città in modo da tutelarli, e, tra marzo e aprile, una performance artistica per collocare una “statua” di Proserpina accanto a quella della madre Cerere posta in piazza Cavour. «Perché è dalla relazione tra madre e figlia che hanno origine le stagioni e si rinnova la vita con le sue messi.»


(La Sicilia, 9 marzo 2021)


Tina Anselmi, partigiana, è stata la prima donna a ricoprire la carica di Ministro della Repubblica Italiana. In questa intervista, realizzata in seguito al debutto dello spettacolo di Renato Sarti Nome di battaglia Lia, nel 2005, racconta la sua attività e il suo impegno all’interno della Resistenza. L’incontro, con Renato Sarti, Mario Abbiezzi, Francesca Balbo, Raffaele Maggi e Antonio Pacor, era organizzato da Teatro della Cooperativa e CGIL Lombardia.


(www.youtube.com, 8 marzo 2021)


Con loccasione segnaliamo lultimo libro di Tina Anselmi (1927-2016): La Gabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi (Manni, 2019). «Dobbiamo non perdere la memoria di quello che è avvenuto, di quello che abbiamo pagato perché la storia si ripete, non c’è niente e nessuno che ci possa salvare il giorno in cui noi questa storia la tradissimo proprio nella memoria.»

26 settembre 1944, Tina Anselmi ha 17 anni, quando decide di unirsi alla lotta partigiana. Con il nome di battaglia di Gabriella, per molti mesi percorre un centinaio di km al giorno mantenendo i collegamenti tra le formazioni partigiane, trasportando stampa clandestina, armi, messaggi.

Tina racconta delle imprese che erano la normalità, i rischi che correva, laiuto che riceveva; e racconta cos’è accaduto in Italia in quegli anni, quali fossero le speranze, le idee, le vicende personali e collettive della Resistenza, con semplicità, immediatezza e profondità che riescono a rendere la complessità della Storia.

Il libro contiene anche agili schede sui momenti salienti del Fascismo e della Resistenza, sui principali personaggi, come Matteotti e Pertini, e alcune lettere dei partigiani condannati a morte.

(Ndr)


L’8 marzo le lavoratrici di Radio Popolare hanno aderito allo sciopero internazionale delle donne, quindi non abbiamo sentito in giornata voci femminili se non quelle del loro comunicato collettivo e di un altro letto singolarmente da ciascuna a nome proprio. Quest’ultimo mi ha suscitato una profonda irritazione e dopo averlo sentito per l’ennesima volta ho mandato questa mail alla radio:


Care redattrici e collaboratrici di Radio Popolare,

sono una abbonata e assidua ascoltatrice di Radio Popolare, grazie per le iniziative e trasmissioni della radio, anche oggi 8 marzo senza di voi.

Tuttavia, vorrei esprimere il mio disappunto per la comunicazione di ciascuna di voi, tutta improntata al vittimismo.

Sentirmi dire da donne bravissime che con grande autonomia, signoria e professionalità gestiscono i più svariati programmi: “Sono… (nome) e aderisco allo sciopero perché non accetto di essere vittima della violenza maschile e delle discriminazioni di genere” mi ha veramente irritata. Mi sembravano parole che non rispecchiano la realtà. Perché giocare al ribasso? Non rende un buon servizio alle donne.

Con questo non nego affatto l’importanza di affrontare la violenza maschile, soprattutto da parte degli uomini che ci riflettono troppo poco.

Non ho l’indirizzario di tutte le redattrici, magari voi potete fare girare la mail, grazie!

Spero di risentirvi da domani con la solita grinta!


Traudel Sattler


(www.libreriadelledonne.it, 8 marzo 2021)

di Viola Papetti


Tra Londra e Costantinopoli. Il Settecento offrì alle donne possibilità nuove: viaggiare, lèggere, scrivere… La storia di Lady Mary, «influencer» anti-vaiolo, nel racconto di Maria Teresa Giaveri, Lady Montagu e il dragomanno. Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini (Neri Pozza, pp. 157, € 17,00).


«Quando apriamo qualche vecchio libro di ricordi o di lettere siamo fin troppo pronti a abbandonarlo con lo stesso sorpreso disgusto che ci prende quando contempliamo fotografie ingiallite di trent’anni fa» – scrive quell’impareggiabile saggista che fu Lytton Strachey. Prima di iniziare il suo ritratto di Lady Mary Wortley Montagu nel 1907 fa una ulteriore drammatica premessa. Il suo secolo, il Novecento appena iniziato, ha messo di moda l’umanità, ed è difficile riconoscere quelle che chiama le fredde nobiltà del tempo antico. I doveri di una generazione diventano le tentazioni di quella successiva. Tuttavia, se vogliamo esplorare «il famoso Regno dei Morti» occorre lasciarci alle spalle la nostra insularità. «Dovremmo scendere nudi nelle loro dimore, per un incontro di boxe con la Morte». (Biographical Essays).

Strachey si calò nel Settecento, il secolo più civile, inventivo, moderno della storia inglese, e incontrò Lady Mary con la sua prorompente vitalità: i tormentosi amori italiani, l’intraprendenza, l’impulsività, la naturalezza di una scrittura suggerita dalla conversazione e che alla conversazione ritorna, come cronaca, chiacchiera, confessione. Le sue famose Turkish Letters (1716-1718), lette ad alta voce nei salotti londinesi, misero fine all’Oriente moralisé dei contemporanei e diedero inizio alla grande voga pittorica dell’Orientalismo. Accolta in un hammam femminile, Lady Mary ammira stupita le donne completamente nude che la invitano graziosamente a bere un caffè, che non bisbigliano maliziose alle sue spalle, che non maltrattano le belle schiave. «Qui mi sono convinta della verità di una riflessione che avevo fatto spesso; che se la moda imponesse di andare nudi, non si guarderebbero più i visi. Le signore con la pelle più bella e le forme più delicate riscuotevano la mia grande ammirazione, anche se avevano un viso meno bello delle compagne». A ragione Ingres teneva quella lettera sotto gli occhi mentre dipingeva tonde odalische. Ma Strachey, ancora immerso nel perbenismo vittoriano, si sottrae al fascino di un egotismo tanto spinto, a una spavalderia così femminile. «Lei era, come il suo tempo, fredda e dura; infinitamente non romantica; spesso cinica, e qualche volta volgare». Il Settecento, così congeniale a Lady Mary, offriva alle donne (ricche) possibilità impensate: leggere, viaggiare, scrivere tante lettere ad amici e amanti – favorite da un instancabile servizio postale. Erano le eroine di romanzi famosi che anche nel titolo ostentavano il nome di lei: Pamela, Moll Flanders, Roxana, Clarissa.

Un’egloga sulla sua malattia

La produzione epistolare di Lady Mary si può suddividere in quattro gruppi che corrispondono a quattro periodi della sua vita: le lettere al futuro marito Edward Wortley – non due normali fidanzati, ma «due gladiatori intellettuali» che si fronteggiano prima dello scontro (ancora Strachey); poi le straordinarie lettere da Costantinopoli in cui era giunta al seguito del marito nominato ambasciatore presso la Sublime Porta; gli scritti londinesi, quando entra in contatto con gli intellettuali più in vista (Pope, Addison, Francesco Algarotti, Lord Hervey, l’abbé Conti); le ultime lettere dalla Francia e dall’Italia, indirizzate alla figlia Lady Bute. Due sono i punti in cui l’imprevedibile Lady Mary, emergendo dal suo secolo, tocca il tempo a venire: il contatto con una civiltà tanto diversa sperimentata nell’hammam e quella prova dolorosamente personale della malattia che l’aveva deformata: il vaiolo che aveva ucciso il fratello tredicenne, e per sempre butterato il volto di lei, i suoi begli occhi ormai senza ciglia. Il celebre «Wortley eye», come lo chiamarono gli amici.

Nel 1716 sulla sua triste esperienza scrisse una Town Eglogue, ossia un’egloga moderna, «The Small Pox» (Il vaiolo). «La povera Flavia nel suo letto reclina, / così lamentava l’angoscia d’un animo ferito. / Uno specchio rovesciato nella destra reggeva; / ora evita la faccia che prima cercava. / Quanto sono cambiata! Ahimè, sono diventata / uno spettro spaventoso a me stessa ignoto!». Il lamento va avanti per un centinaio di distici eroici e conclude: «Adieu voi Parchi, in qualche oscuro recesso, / dove acque gentili piangeranno la mia disgrazia, / dove un falso amico non parteciperà al mio dolore, e lamenterà il mio disastro con la gioia nel cuore, / ch’io viva in qualche luogo deserto, / là nasconderò questo volto distrutto inglorioso / Voi Opere, Feste, mai più dovrò vedervi! / alla mia Toilette, ai miei nei, a tutto il mondo Adieu!».

Nel 1765 il Parini compose «L’innesto del vaiolo» contro quella che fino alla fine del secolo fu una malefica pandemia: «Tutti i sudor son vani / Quando il morbo nemico è su la porta». Maria Teresa Giaveri ricostruisce la storia di questa drammatica pagina della medicina, puntando sul ruolo che vi ebbe Lady Mary fra quanti tentarono di trovarne un rimedio: Lady Montagu e il dragomanno Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini (Neri Pozza «I colibrì», pp. 157, € 17,00). La tecnica della ‘variolizzazione’ o ‘inoculazione’ o ‘innesto’ è descritta in una lettera di Lady Mary da Adrianopoli (Edirne) dell’aprile 1717: «Il vaiolo, così fatale e così frequente da noi, è qui reso completamente inoffensivo dall’invenzione della inoculazione, come viene chiamata». Una vecchia esperta punge con un grosso ago e introduce la materia vaiolosa con una piccola ferita in quattro o cinque vene. «Non si conoscono persone che ne siano morte; e l’esperienza pare abbastanza inoffensiva da farmi decidere di tentarla sul mio caro bambino. Sono abbastanza patriottica da darmi la pena di mettere di moda in Inghilterra questa utile scoperta; e non mancherò di darne tutti i particolari per iscritto a quei nostri medici – se ne conoscessi – che fossero abbastanza virtuosi da far scomparire una parte considerevole dei loro introiti per il bene dell’umanità».

Mode, opinioni, diari

Mantenne la parola. Fece vaccinare il piccolo Edward, e tornata a Londra adoperò la sua influenza a corte – era una brava influencer – presso la noiosa corte degli Hannover. La coppia dei Wortley era assistita da un medico scozzese, il dott. Charles Maitland – la peste il pericolo più temuto – e da un «primo dragomanno», ossia un segretario speciale con vari e importanti compiti, in servizio presso l’ambasciata. Emanuel Timoni, turco di origini genovesi, vantava competenze mediche, letterarie e scientifiche. Nel dicembre 1713 Timoni mandò un lunga lettera in latino sulla pratica dell’inoculazione, tradotta poi e pubblicata nelle «Philosophical Transactions» della Royal Society di Londra. Lady Mary di certo la lesse. Studente della famosa Università di Pavia come Timoni, Jacopo Pilarino, console a Smirne, nel 1715 spedì a Venezia un resoconto sull’inoculazione. Di loro, scomparsi nel 1718, non si faceva menzione, ma in Italia già alla metà del secolo la loro proposta circolava tra medici e scrittori (il dottor Gatti di Pisa, Verri, Parini…). Giaveri disegna un eccentrico quadro storico, pubblico e privato, di mode e opinioni, di viaggiatori e diaristi, di liberi pensatori, quei «cittadini di Europa», come scrisse Voltaire a proposito di Francesco Algarotti, l’uomo che Lady Mary, innamorata, sperava vanamente di rincontrare in Italia. Quasi presaga, scriveva dalla Turchia: «A prestar fede alle donne di questo Paese, esiste una maniera di farsi amare sicura quanto quella di farsi bella (che è il metodo usato da noi)… Non pretendono di aver commercio con il diavolo, ma solo di ispirare l’amore con certi filtri. Se ne potessimo esportarne un carico, faremmo subito fortuna».

Lady Mary, la «splendida cometa» che aveva riempito i cieli della prima metà del secolo, si spegneva a Londra tra l’incomprensione e l’impazienza di parenti e amici. Il suo biografo alla fine le riconosce l’onore delle armi: intelligenza e coraggio.


(il manifesto – Alias domenica, 7 marzo 2021)


Nota redazione: Finalmente in tempi di virus e vaccini, si ricorda Lady Montagu che ha introdotto il concetto di vaccino in Europa e non si è dimenticata di ringraziare le donne turche da cui ha imparato.

C’è una pecca nell’articolo: si cita il Parini, ma non si dice che lo scrittore fa un elogio a Lady Montagu, alla sua tenacia.


Dall’Ode del Parini, L’innesto del vaiuolo, il frammento:

[…]

O Montegù. Qual peregrina nave,

barbare terre misurando e mari,  
e di popoli varj 
diseppellendo antiqui regni e vasti, 
e a noi tornando grave 
di strana gemma e d’auro 
portò sì gran tesauro, 
che a pareggiare non che a vincer basti 
quel, che tu dall’Eussino a noi recasti?

Rise l’Anglia la Francia Italia rise 
al rammentar del favoloso innesto: 
e il giudizio molesto 
de la falsa ragione incontro alzosse. 
In van l’effetto arrise 
a le imprese tentate; 
ché la falsa pietate 
contro al suo bene e contro al ver si mosse, 
e di lamento femminile armosse. 

[…] 
 

In italiano sono pubblicati:

Lady Mary Wortley Montagu, Tra le donne turche. Lettere 1716-1718, Archinto, 1993

Lady Mary Wortley Montagu, Cara bambina. Lettere dall’Italia alla figlia, a cura di Masolino D’Amico, Adelphi, 2014

di Paola Di Nicola


La produzione giuridica, al pari di quella filosofica e religiosa, è, innanzitutto, una produzione culturale: stabilisce i valori su cui poggia la struttura della convivenza civile. Una sentenza non si limita a stabilire la regola del caso concreto, dando torto o ragione, ma stabilisce anche qual è lordine sociale, ritenuto legittimo, in nome dello Stato. La magistratura con l’attività interpretativa dà forma alla realtà ed esprime la parola pubblica sino a renderla un modello che si impone nei confronti di tutti. Se listituzione replica pregiudizi culturali li rende regola giuridica, se li decostruisce rompe assetti millenari aprendo nuove prospettive. È una scelta che presuppone consapevolezza, formazione e capacità di visione. In questa difficile e delicata operazione un ruolo cruciale è svolto dal linguaggio, massima forma di espressione del potere perché, come dicono le linguiste, esiste solo ciò che è nominato e l’utilizzo di una parola al posto di un’altra legge o deforma la realtà, legittima un assetto di valori e assegna precise identità. Se il movente di un femminicidio viene individuato in un raptus di gelosia, se l’intervento delle forze dell’ordine per violenza domestica viene definito lite familiare, se lo stupro viene qualificato come impulso sessuale irrefrenabile, se la ritrattazione di una vittima è ridotta a scelta di un amore malato, il fenomeno criminale è banalizzato, naturalizzato, romanticizzato, quindi ridimensionato e giustificato, infine impunito.

Violenza: il linguaggio che sposta le responsabilità

La narrazione della violenza di genere, come di qualsiasi tipo di reato, deve essere oggettiva e fondata su fatti, non su pre-giudizi e atteggiamenti moralistici e compassionevoli. Utilizzare un linguaggio emozionale in una sentenza, enfatizzando lo stato emotivo di un uomo che esercita violenza (era frustrato, esasperato, amareggiato, geloso, ecc.) costituisce, di per sé, una scelta che sposta l’attenzione dalla descrizione di un dato di realtà, cioè l’atto criminale (botte, insulti, denigrazioni, umiliazioni, morte), al suo travisamento frutto soltanto della scala valoriale di chi indossa la toga (uomo o donna) tanto da imporne il suo modello soggettivo. Descrivere un uomo che violenta una donna come mosso da un impulso sessuale significa spostare la responsabilità dal suo autore ad una natura incoercibile di cui non è padrone; descrivere un uomo che uccide la compagna come mosso da gelosia significa depotenziare e naturalizzare la violenza come frutto prevedibile e genuino di un sentimento; descrivere un uomo che picchia o insulta la moglie come mosso dall’ira avalla il ruolo del padre-padrone che non può essere contraddetto.  
In questo modo la famiglia diventa un luogo di pulsioni unilaterali e non di relazioni paritarie, un territorio di caccia e di affermazione di un uomo in cui nessuna donna deve porre argini, esprimere dissenso e autonomia, esercitare minimali diritti di libertà: pena violenze e morte. E quando tutto non può essere taciuto, perché a terra c’è un corpo senza vita, arriva un altro strumento potentissimo di neutralizzazione della responsabilità maschile: il delirio di Otello, il raptus, la perdita di controllo, la cieca passione. Patologie e sentimenti debordanti e non atti volontari e premeditati. Il nero si tinge di rosa, il romanticismo dell’emozione in nome del popolo prende il sopravvento sulla realtà di quella morte e di quella violenza. Di quel reato. L’imputato si trasforma magicamente in una vittima fragile e predestinata di una donna che lo ha ferito con la sua libertà; di un contesto culturale e sociale che pretende la sua re-azione, altrimenti non è un uomo; di un ego smisurato che è centro di tutte le cose dalla notte dei tempi.


(27esimaora.corriere.it, 6 marzo 2021)

di Fabrizio Guglielmini


[…] La presa di posizione del religioso è netta di fronte alla violenza ed è la parte centrale della sua riflessione: «Contro la viltà del prepotente, contro la violenza ottusa, contro la pretesa aggressiva di possedere e la perfidia dell’umiliare, alzerò il grido della protesta. E sarò la voce di ogni donna ferita, di ogni giovinezza negata, di ogni bellezza sfruttata, di ogni fedeltà tradita». Nella terza parte il testo si conclude con un invito al «popolo immenso di donne e di uomini» a scrivere insieme un nuovo patto, una «sinfonia dei mondi» capace di raccogliere e custodire «tutte le voci e tutte le speranze: come scrivere una sinfonia dei mondi, se non la scrivete anche voi? Ecco, la sinfonia dei mondi, resta ancora da scrivere, da imparare e da cantare» termina il messaggio dell’Arcivescovo.


(Corriere della Sera, 6 marzo 2021)

di Franca Fortunato


Da anni assistiamo all’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di navi delle Ong che operano salvataggi nel Mediterraneo o di donne e uomini che accolgono e aiutano le/i migranti. È quanto accaduto a Mimmo Lucano ex sindaco di Riace, ancora oggi sotto processo. È quanto accaduto qualche giorno fa a Gian Andrea Franchi che insieme alla moglie Lorena Fornasir e la loro associazione “Linea d’Ombra” da anni a Trieste si prende cura nella piazza della città dei tanti migranti che arrivano stremati dalla rotta balcanica. Ogni giorno con il loro carrettino verde, muniti di garze, forbici, bende, acqua ossigenata, alcool, sono in piazza per medicare e curare piedi devastati da migliaia di chilometri, corpi maciullati dalla violenza della polizia alla frontiera croata. Portano cibo, vestiti, sacchi a pelo a quegli esseri umani, scappati per guerre e fame, tenuti prigionieri nei “campi” bosniaci o ammassati in immobili abbandonati a Bihac, da dove Gian Andrea e Lorena sono tornati a inizio febbraio. Qualche giorno fa all’alba la polizia ha fatto irruzione nella loro casa per una perquisizione. Ha sequestrato il computer e il cellulare di Gian Andrea che è stato portato in caserma e, preso le impronte digitali, fatto le foto segnaletiche, è stato accusato di favorire l’immigrazione clandestina a scopo di lucro, per un episodio di due anni fa. Allora, come fanno spesso, lui e la moglie hanno ospitato una famiglia curdo-iraniana, con due bambini. Volevano raggiungere i parenti in Germania, come il 90% delle persone che arriva dai Balcani. Il giorno della loro partenza Gian Andrea li ha accompagnati alla stazione e la polizia lo ha fermato con una scusa, in verità per controllarlo. Quella famiglia la sera prima era stata ospite in un appartamento gestito da passeur (trafficanti che si fanno pagare dai migranti per aiutarli ad attraversare il confine) e alla stazione si era incontrata con altri passeur. L’accusa mette Gian Andrea insieme a loro. Oggi quella famiglia vive in Germania, i bambini vanno a scuola e sono riusciti a costruirsi una vita. Conosco Gian Andrea e Lorena da tanti anni, più volte negli incontri della rete de “Le Città Vicine” mi/ci hanno raccontato la loro esperienza. Lei è psicoterapeuta, donna raffinata, gentile e bellissima, lui docente di filosofia, uomo colto e saggio, entrambi in pensione. Ho piena fiducia in loro come l’ho sempre avuta in Mimmo Lucano. L’agire di Gian Andrea e Lorena è politica, perché, insieme ai piedi e ai corpi di quegli sventurati, giorno dopo giorno, simbolicamente medicano e fasciano le tante ferite di razzismo e intolleranza inflitte alla città dall’amministrazione comunale, a trazione leghista, e tessono i fili di una civile convivenza radicata nell’antica civiltà dell’accoglienza dello straniero come ospite. Ancora una volta si criminalizzano solidarietà e umanità nel mentre ho/abbiamo davanti agli occhi le immagini degli immigrati in fila nel campo di Lipia, sorvegliato dalle forze speciali bosniache, che avanzano lentamente nella neve e nel ghiaccio, avvolti alla men peggio in una coperta – scene che ci riportano a tempi bui dell’Europa – per ricevere un pezzo di pane e un barattolo di carne in scatola. L’Europa e il governo italiano intervengano per porre fine alla vergogna dei campi bosniaci, alle violenze e respingimenti della polizia croata, aprano le frontiere e organizzino corridoi umanitari. È quanto chiederanno domani donne e uomini con l’iniziativa “un ponte di corpi”, lanciata da Lorena in solidarietà con Gian Andrea.


(Il Quotidiano del Sud, 5 marzo 2021)

di Elena Tebano


Quando l’Europa doveva scegliere come reagire alla pandemia, la più grande minaccia al benessere dei suoi abitanti dalla Seconda guerra mondiale, a deciderne le sorti c’era un gruppo di donne in posizioni decisive: la cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione europea fino a dicembre (la vera artefice del piano di solidarietà europeo, a cui un giorno la storia dovrà riconoscere i giusti meriti), la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, quella della Banca centrale europea Christine Lagarde. C’era una donna a capo del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, e anche come capo economista della Banca mondiale (Carmen Reinhart), ovvero due delle più importanti istituzioni economiche del mondo. Nel giro di pochi mesi è arrivata una donna “persino” alla Casa Bianca, non come first lady, ma come numero due del governo Usa: Kamala Harris. Fosse successo solo dieci anni fa, quando è nata la 27esima Ora, ai loro posti ci sarebbero stati uomini, con l’eccezione della Merkel. Dove si decideva delle nostre vite si vedevano solo cravatte.

Nel contempo la pandemia ha squadernato davanti ai nostri occhi la fragilità delle conquiste femminili: le donne sono di gran lunga le più colpite dalla crisi economica causata da quella sanitaria. Su 444 mila persone che secondo l’Istat hanno perso il lavoro nel 2020 in Italia, 312 mila sono donne. I bassi tassi di occupazione femminile, un problema strutturale nel nostro Paese, sono peggiorati ancora, riportandoci indietro di anni. Le donne hanno dovuto lavorare da casa più spesso degli uomini, facendosi carico della cura dei figli durante la didattica a distanza. E sono quelle che hanno sofferto di più dello «stress pandemico», l’aumento dei sintomi di depressione e ansia registrato con l’epidemia. Durante questi mesi sono aumentate le violenze domestiche e i femminicidi. Lo stesso succede negli altri Paesi ricchi. In quelli più poveri la pandemia ha inferto un colpo pesantissimo all’istruzione delle donne, lo strumento principale della loro emancipazione: molte bambine e ragazze che hanno dovuto lasciare le aule di scuola per le restrizioni anti-contagio non vi ritorneranno più. Gli effetti si sentiranno per anni.

Tra questi due estremi in contrasto eppure compresenti – l’aumento della presenza femminile nei luoghi del potere politico, economico e culturale e la maggiore vulnerabilità durante la crisi – si tende l’arco dei cambiamenti che hanno investito le donne e la società tutta tra il 2011 e il 2021. «Se c’è una cosa che ci ha insegnato la storia di genere è che accanto agli elementi di rottura, ci sono quelli di continuità, una compresenza di spinte e controspinte – spiega Silvia Salvatici, professoressa di Storia contemporanea all’Università Statale di Milano -. È successo anche in questi dieci anni». Un periodo infinitesimo nella storia dell’umanità, che per millenni ha visto nella divisione di genere il criterio primo per determinare l’esistenza delle persone: «è una bambina» era una frase che conteneva una vita già scritta. Eppure in questo decennio sono venuti a galla cambiamenti in atto da tempo, frutto delle lotte secolari delle donne per mettere in discussione il loro destino di genere (e oggi le generazioni più giovani stanno svuotando persino il concetto di genere).

Il potere economico e politico

È stato uno scandalo sessuale che ha investito il suo predecessore a far spazio a Christine Lagarde come presidente del Fondo Monetario Internazionale, nel 2011, la prima nella storia di questa istituzione. Il fatto che adesso ci sia di nuovo una donna a presiederlo è possibile perché la sua nomina ha abbattuto un muro simbolico. In Italia c’è voluta, sempre nel 2011, una legge varata con la collaborazione delle parlamentari di destra e di sinistra, la Mosca-Golfo, per imporre almeno un terzo di donne nei consigli di amministrazione delle società italiane quotate in borsa. Un terzo, ancora una minoranza (nonostante le donne siano il 54% della popolazione italiana), ma molto più del 5% di prima della sua approvazione. È anche grazie a queste spinte se ad aprile per la prima volta in Italia ci sarà un’amministratrice delegata a guidare una banca: Elena Patrizia Goitini di Bnl. Lentamente – troppo lentamente – stanno aumentando anche le donne in politica: non senza intoppi, come dimostrano le polemiche sul governo Draghi. Dove le ministre donne più “pesanti”, Marta Cartabia alla Giustizia e Luciana Lamorgese all’Interno, sono tecniche, non espressione dei partiti, che rimangono in larga parte centri di potere maschile.

«La resistenza alle donne del mondo della politica e delle istituzioni viene da lontano: la democrazia liberale si è strutturata storicamente al maschile, escludendole. Abbatterla è un cambiamento molto profondo e radicale: i numeri dicono che siamo ancora lontani. Ma ci sono state alcune rotture simboliche importanti, come la nomina di Elisabetta Casellati a presidente del Senato – spiega Salvatici -. Però neppure questo basta, perché c’è un’altra questione, più complessa da realizzare: quella dei modelli politici. Che tipo di politica rappresentano le donne che entrano nel mondo politico maschile? Replicano il modello degli uomini?». Non basta essere anagraficamente una donna per fare una politica da donna. La Conferenza mondiale delle donne di Pechino del 1995 mise al centro dei suoi obiettivi l’empowerment femminile, come attribuzione e riconoscimento di potere. «Non voleva dire portare semplicemente le donne nei luoghi costituiti del potere. Ma portare il potere nei luoghi delle donne: associazionismo, società civile, reti. Il primo tipo di empowerment è un cambiamento importante, ma non è ancora quella trasformazione dell’idea di politica che è storicamente il valore più profondo dell’impegno civile e pubblico delle donne» dice Salvatici.

La vulnerabilità delle donne durante la pandemia è anche frutto di questi cambiamenti compiuti a metà. «Oggi le donne lavorano di più rispetto a dieci anni fa, grazie alla flessibilizzazione iniziata negli anni 90: la moltiplicazione degli impieghi atipici, part-time e stagionali, più favorevoli alla presenza delle donne che nel frattempo hanno continuato a occuparsi in modo prevalente della famiglia – dice Salvatici -. Ma così le donne hanno dovuto combinare lavoro di cura e lavoro extradomestico senza scardinare la divisione dei ruoli in famiglia e hanno finito per pagare un prezzo altissimo. Il lavoro femminile è rimasto meno retribuito e meno stabile e torna a sua volta a incidere negativamente sulla messa in discussione dei ruoli. Se la donna guadagna meno perché dovrebbe essere il marito a prendere il congedo per i figli?». La pandemia ha solo reso evidenti queste strutture, l’incompiutezza del cambiamento.

Una nuova cultura

Per portare a compimento queste trasformazioni, accanto agli interventi pratici (quote, più asili, congedi obbligatori per i padri, strutture diurne per gli anziani) serve un cambiamento culturale. Ma è proprio questo che è iniziato a succedere, la novità più grande degli ultimi dieci anni. Pensiamo alla legge italiana sul femminicidio del 2013. È imperfetta e non ha fermato la strage delle donne (una ogni tre giorni!), ma l’ha trasformata da fatto naturale in problema politico. Quella legge non è arrivata dal niente, ma dall’impegno delle donne, dalle reti antiviolenza che le assistono da anni, dalla consapevolezza delle giornaliste che hanno raccontato la violenza di genere non più come fatto privato ma come fenomeno sociale.

Per questo il movimento culturale più importante di questi anni è il Metoo, la mobilitazione contro gli abusi e le molestie sessuali sul lavoro esplosa nel 2017, che da Hollywood (ancora una volta il potere dell’elemento simbolico) è arrivata a cascata ovunque. Sarebbe stato impossibile senza il ruolo del web, che ha dato un megafono senza precedenti alle donne, aggirando le strutture tradizionali del potere. Nel Metoo c’è la risposta a un problema concreto: liberare le donne dalla zavorra della violenza («È perché sei stata abusata da bambina che ora sei così forte?» chiede alla madre la protagonista della serie Georgia e Ginny, su Netflix. «No, se non avessi dovuto impiegare così tante energie per affrontarlo ora sarei presidente» risponde lei). Ma anche un cambiamento culturale più profondo: demolire la concezione del potere come disponibilità sulle vite degli altri, a partire dalla sessualità delle donne. Sostituirlo con una che incorpori la cura e, ancora prima, il riconoscimento dell’altro.

Non è un caso che in questi dieci anni l’opera letteraria italiana più nota all’estero sia stata la quadrilogia dell’Amica geniale. Letta superficialmente come la storia di un’amicizia femminile (per quell’abitudine di ridurre al privato tutto ciò che riguarda le donne) è invece il romanzo di formazione dell’Italia nel dopoguerra – mafie comprese – raccontato attraverso le strutture di genere. È lo sguardo delle donne che si posa sulla nostra storia, per cambiarla.

È ovvio che tutto questo abbia trovato delle resistenze: il trumpismo in America (inteso come atteggiamento politico e culturale, che precede e permane oltre la presidenza di Donald J. Trump), il movimento no-gender in Italia, con la sua idea di divisione di genere dei ruoli presa direttamente dagli anni ’50, rappresentano un tentativo di opporsi al cambiamento. Che c’è, fa parte della nostra società. Come andremo avanti, se sapremo usare lo sguardo delle donne per migliorare la società degli uomini e delle donne, dipenderà anche da come risponderemo all’operazione verità imposta dalla pandemia. Che ha fatto vedere l’iniquità del sistema, per tutti, con una chiarezza senza precedenti. Non fare niente significherebbe annullare decenni di lotta. La risposta solidale dell’Europa, se includerà – come previsto – una solidarietà di genere, aiuterà a portare finalmente a termine il cambiamento necessario.


(27esimaora.corriere.it, 5 marzo 2021)

Vox Italia Tv, 3 marzo 2021


Sulla questione della debolezza della Commissione Europea rispetto alle condizioni contrattuali sui vaccini stipulate con le società farmaceutiche, merita di essere ascoltato questo appassionato intervento dell’eurodeputata Manon Aubry, del gruppo della Sinistra Unitaria Europea.

(La redazione del sito)


Link al video dell’intervento: www.youtube.com


(/www.youtube.com, 3 marzo 2021)

di Lia Tagliacozzo


Tempi presenti. Esce per La nave di Teseo «Il pane perduto». Un racconto di sé che indaga le ombre del Novecento, dove la scrittura si impone «per necessità, per respirare». Del suo essere testimone della Shoah ha raccontato in molti altri libri. Queste pagine sono diverse: un bilancio del percorso che dall’Ungheria l’ha condotta ad oggi, novantenne a Roma.

Il pane perduto, l’ultimo libro di Edith Bruck (La nave di Teseo, pp. 128, euro 16), offre pagine di intensità struggente, di una lingua piegata alle vite vissute, scritture plurali nel tempo e nello spazio eppure straordinaria espressione di una vita unica, sofferta e vivida. Un regalo doloroso e commovente come la vita di cui racconta: non un libro sui campi di sterminio, un libro sulla vita. Anche se comincia con «tanto tempo fa» non è una favola quella delle pagine d’inizio: «c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida. Nel villaggio dove abitava, che si chiamava Sei Case, c’era chi la salutava e chi no». Essere ebrei ed essere poveri era il motivo di quei mancati saluti ma il racconto di quel periodo si tinge di una vaga serenità.

Nata in un povero villaggio dell’Ungheria, ultima di sei figli “vivi” Bruck con un solo aggettivo apre uno spiraglio su un mondo di miseria dove i figli si nutrono a storie perché non c’è cibo da mettere in tavola. Storie di «una terra del latte e del miele» raccontata dalla madre, terra che darà pane e dignità in un futuro che è invece travolto dalle croci frecciate, delle leggi antiebraiche, dalle deportazioni e dai campi di sterminio. Gli ungheresi furono gli ultimi ebrei d’Europa ad essere deportati nei campi nazisti.

È solo quando racconta della salita sul treno che la porterà con la famiglia nel ghetto che il racconto si muta alla prima persona. Lasciato Sei Case il libro abbandona infatti l’esordio favolistico e Bruck scrive una lingua precisa di fatti, emozioni, paure. Della vita che l’ha resa testimone della Shoah Edith Bruck ha raccontato in molti altri libri destinati a adulti ed anche ad un pubblico giovane ma queste pagine sono diverse: sono un bilancio, una tessitura di vita che dal villaggio Sei Case l’ha condotta ad oggi, novantenne esile e determinata, nel centro di Roma.

Prima però ci sono stati i campi di sterminio e la «marcia della morte», sempre accanto – salvifica – la sorella Judit: «La marcia infinita continuava e anche la semina dei cadaveri. Dalle finestre, anche se aprivano, non cadeva più la manna. Gli abitanti, appena ci vedevano, fuggivano come fossimo appestate. Non restava che nutrirci di rifiuti, bucce avare di patate, foglie e torsoli di cavoli, scorze degli alberi». Con parole piane, paradossalmente misurate, Bruck ricorda a questo occidente obeso e goloso il significato della parola fame. E, dopo i campi di sterminio, racconta il lungo «dopo» di una vita intera.

L’incerto ritorno, la cauta ripresa di peso, gli incontri sulla via del ritorno in un continente distrutto dalla guerra e attraversato da centinaia di migliaia di persone che cercavano un luogo dove tornare o da cui scappare per non tornarvi mai più. Budapest «città ovunque ferita, ovunque macerie, grigiore, distruzione anche umana: negozi vuoti, tristezza, teste basse, corpi rattrappiti e volti chiusi». L’accoglienza della sorella Miriam: «Niente pianti! Niente parole! Avanti!». Un imperativo violento in cui si sono imbattuti tanti reduci dai campi. «Cosa stava succedendo? – scrive Bruck riportando un dialogo muto con la sorella Judit – Il nostro avanzo di vita non era che un peso, mentre ci aspettavamo un mondo che ci attendesse, che si inginocchiasse». «Ma in che mondo siamo tornate? – riprende poche pagine più avanti – Perché abbiamo lottato tanto per la nostra sopravvivenza? Perché? Perché?».

Eppure vince l’ingiunzione al silenzio che è durata decenni. In Italia, tra i primi a romperlo, è stato Primo Levi: lui ha parlato e scritto per tutti, «fratelli e sorelle di lager» dicevano loro e dice lei. Poi lui se ne è andato e molti di loro si sono fatti carico del dovere e del dolore del racconto.

Gonfia di parole e «scomoda nella propria pelle» Bruck raddoppia il proprio peso, da quaranta a quasi ottanta chili, e racconta il tentativo di tornare nel villaggio trovando la propria casetta vandalizzata dai vicini in segno di spregio, le foto di famiglia raccolte «tra il letame che debordava nella stalla vicina». E allora che la scrittura si impone «per necessità, per respirare». La scrittura la accompagna nel viaggio attraverso l’Europa fino a Marsiglia – «dove ho visto per la prima volta il mare» – lì si imbarca per Israele nelle settimane di poco successive all’indipendenza. Arrivata lì la realtà si impone oltre i racconti materni di una terra del latte e del miele. Torna a scrivere «più di prima, le parole da dire stanno aumentando, se fossero bambini concepiti ne partorirei tanti quanti ne sono stati annientati». La consapevolezza, oltre l’amore e il matrimonio: «Forse è colpa mia, non mi trovo più bene da nessuna parte, non mi piace il mondo e non posso cambiarlo».

Il rifiuto di prendere le armi in un paese in guerra dove doveva nascere «l’ebreo nuovo» che non doveva strisciare sui muri dei ghetti ma che a Edith Bruck non piace – poi la scelta di andarsene in una compagnia di danzatori: Atene, Istambul, Zurigo e poi l’approdo, in Italia, a Napoli: a insegnarle a contare, mentre ballano, è Ugo Tognazzi. L’arrivo a Roma, «la città mi parve maestosa». Il primo lavoro come direttrice di un istituto di bellezza a via dei Condotti, la scrittura relegata ad occupazione domenicale ma presenza comunque costante e compagna. Poi l’incontro con Nelo Risi – poeta e regista – compagno di una vita (il matrimonio è celebrato da Francesco Fausto Nitti, fondatore di Giustizia e Libertà): «Sessanta anni di gioia, di passione, di sofferenza, di tenerezza, di pazienza, dolore, amandoci in salute e malattia fino al suo ultimo fiato tra le mie braccia». A lui, alla loro storia, alla convivenza con l’Alzheimer che lo ha colpito Bruck ha dedicato La rondine sul termosifone, edito anch’esso da La nave di Teseo (2017).

Poi la consulenza con Gillo Pontecorvo per Kapò, le altre collaborazioni con il cinema e i giornali, la scrittura per il teatro e la regia. La scrittura continua ad esserle compagna costante ed è sempre in italiano, lingua di accoglienza e di distanza necessaria per poter raccontare la Shoah. Una famiglia sparsa per il mondo tra Israele, Argentina e Brooklyn, affetti e generazioni che tessono e riempiono la vita. «Da figlia adottiva dell’Italia, che mi ha dato molto di più del pane quotidiano, e non posso che essergliene grata, oggi sono molto turbata per il Paese e per l’Europa, dove soffia un vento inquinato da nuovi fascismi, razzismi, nazionalismi, antisemitismi, che io sento doppiamente: piante velenose che non sono mai state sradicate e buttano nuovi rami, foglie che il popolo imboccato mangia, ascoltando le voci grosse nel suo nome, affamato com’è di identità forte, urlata, e italianità pura, bianca; che tristezza, che pericolo».

Anche per questo racconto dell’oggi Il pane perduto non è un libro sulla Shoah, è un libro che racconta cosa era un angolo di Europa prima della guerra e dello sterminio e cosa sia diventata oggi. È un libro che racconta una vita e che si conclude con una lettera scritta finalmente a Dio dopo averla solo pensata per una vita intera: «Forse mi urge mettere sulle pagine ciò che ho accumulato nella mente perché il destino mi sta privando della vista… il tempo stringe. Sto constatando che ogni parola e ogni riga tende verso l’alto sempre di più e chi può sapere se non arrivi fino a Te, sempre che tu ci sia… a te ho pensato ogni sera della mia vita. Ti interrogavo su tante cose ma non ho mai udito la Tua voce». Al Creatore Edith Bruck, chiede tempo: ha ancora da dire, da scrivere, da testimoniare.


(il manifesto, 3 marzo 2021)

di Pinella Leocata


Il Covid ha stravolto le nostre vite facendoci sperimentare la precarietà e la difficoltà degli incontri e ha messo in luce i guasti provocati dal sistema patriarcale capitalistico – che ha creato le premesse del disastro ecologico e della pandemia che attraversiamo – e gli enormi limiti del modo in cui sono state costruite le nostre città. Questioni centrali per affrontare il dopo pandemia di cui si è discusso nel corso dell’incontro on line promosso da “La Città Felice” di Catania, con la partecipazione delle donne delle “Città vicine” di Milano e di Napoli, sul tema “Nuova vita a spazi e relazioni per la città post Covid”.

Un incontro che ha preso avvio dalla consapevolezza della necessità di superare l’attuale modello di città creato con la rivoluzione industriale e con l’avvento della macchina. Una città progettata essa stessa come una macchina e dove – come ha spiegato Bianca Bottero del Politecnico di Milano – s’impone una visione illuministica che ne esalta quattro funzioni – abitare, lavorare, svagarsi e circolare – pensate come separate l’una dall’altra. Una visione urbanocentrica in cui scompaiano sia la complessità sociale, sia la ricchezza individuale, così come il rapporto con la campagna. “Un vulnus che la città moderna ha inflitto alle nostre vite” e che, nel Dopoguerra, si è tradotto in una speculazione immobiliare avida e predatoria. Un modello in cui l’abitare è stato pensato come una monade nella quale ogni nucleo familiare è isolato. Circostanza di cui il Covid ci ha reso drammaticamente consapevoli.

Di qui l’importanza di trasformare questo periodo di profonda tristezza in un’occasione per riflettere sui grandi temi del vivere e della città, a partire dalla socialità, dalla sicurezza e dalle relazioni. Aspetti – come ha sottolineato Mirella Clausi della Città Felice nell’introdurre l’incontro – messi in contrapposizione durante la pandemia, ma che “possono andare di pari passo se le città assumono un altro sguardo su di sé e se sapremo ridisegnarle a partire dal nostro sentire e dal nostro desiderio”. Un cambiamento di prospettiva complesso che si può ricondurre ad un unico denominatore, quello della “cura delle città e delle persone che ci vivono”. In questa prospettiva il pensiero e la politica delle donne sono preziosi perché da tempo hanno sperimentato la pratica di connettere le azioni senza che il piccolo sia annullato nel grande e il particolare nel generale. E sono state le donne, come abbiamo sperimentato in questa lungo periodo di pandemia – e lo ha ricordato Anna Di Salvo della Città Felice – a riscoprire i cortili, gli androni, le terrazze, le piazze, i giardini e tutti gli spazi verdi come luoghi di incontro e di socialità. E sono loro a giocare un ruolo importante nel contrastare le crescenti discriminazioni sociali e umane, come quelle contro i migranti, e a battersi per il riuso a fini comuni degli immobili abbandonati, come a Catania avviene per i tre grandi ospedali dismessi e per l’uso della costa. “Possiamo ripensare i servizi partendo dall’abitare – ha sottolineato Giusi Milazzo della Città Felice – realizzando case sociali per chi ne ha bisogno, scuole, verde, botteghe artigiane, e recuperando le periferie”. Proposte che si scontrano con le scelte delle istituzioni.

Le donne – con le parole di Nadia Nappo delle Città Vicine di Napoli – propongono modi per migliorare la vita nelle città e si candidano a ricostruirle come “un paesaggio di cura” che tenga conto della complessità. Ma per farlo “c’è bisogno di spazi dove riunirsi per capire che sta succedendo e questo può avvenire nei beni comuni, cioè negli spazi di tutti, luoghi dove non c’è possesso, né controllo, ma la comunità nella dissimiglianza”. Di qui l’impegno a dare alle città regolamenti per l’uso dei beni comuni (Giusy Clarke Vanadia del Comitato Rodotà per i Beni comuni), e a lavorare sulla dimensione della cura tra le persone e tra le diverse generazioni. Obiettivo che richiede la costruzione di relazioni e di reti, a partire dal luogo centrale che è la scuola. Questo vuol dire valorizzare la solidarietà, che invece da anni è criminalizzata (Katia Ricci, e Floriana Lipparini della Casa delle donne di Milano) e rimettere in discussione sia la paura che ha preso il sopravvento nelle relazioni quotidiane sia lo smantellamento dei diritti sociali – a partire dalla privatizzazione della sanità, della scuola e dei trasporti – i cui danni abbiamo sperimentato con l’arrivo del Covid (Nino De Cristofaro dei Cobas Scuola).

E significa prendere atto anche delle opportunità rivelate dalla pandemia, come la riscoperta dei rapporti di vicinato e la voglia di espandere gli spazi pubblici della città, a partire dal verde (Giuseppe Rannisi della Lipu e Maria Castiglioni delle Città Vicine di Milano). Ed anche, come invita a fare Nunzia Scandurra, riconoscere che dobbiamo al Covid l’averci fatto capire “i limiti dell’individualismo in cui abbiamo vissuto”.


(La Sicilia, 3 marzo 2021)

di Alberto Leiss


Sempre più spesso la violenza che gli uomini esercitano sulle donne riempie le pagine dei giornali, i notiziari tv e on line, i social. Succede per la particolare efferatezza di un femminicidio, come è successo a Genova a Clara Ceccarelli, uccisa da cento coltellate dell’ex compagno Renato Scapusi. Grande impressione anche perché la donna aveva già pagato il proprio funerale, per non pesare sul padre anziano e su un figlio disabile. L’uomo la perseguitava, anche minacciandola di morte, da quando lo aveva lasciato.

Oppure i media si attivano quando le violenze si susseguono in poche ore. Dalle cronache di martedì scorso, 23 febbraio: a Trento Lorenzo Cattoni uccide la moglie, Deborah Saltori, con l’accetta. Quattro figli, si stavano separando. A Ferrara Rossella Placati, madre di due figli, viene trovata con la testa spaccata. Arrestato e sospettato il compagno Doriano Saveri. A Torino una ragazza è ferita più volte con un coltello dall’ex fidanzato Jetmir Kurtsmajlaj. Si salva ma resta in prognosi riservata dopo un intervento di sei ore. I quotidiani ripercorrono i femminicidi dall’inizio dell’anno: uno ogni cinque giorni.

Ha fatto discutere un tweet di Milena Gabanelli: «Ne ammazzano una al giorno. Ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è una cosa da maschi proteggere le donne?». Domanda ripetuta da Giulia Borgese sul Corriere della sera del 26 febbraio. Ci sono state alcune risposte. A Biella, per iniziativa di Paolo Zanone, imprenditore e uomo di teatro, si è svolta una manifestazione di uomini con mascherine e scarpe rosse, per dire no alla violenza contro le donne.

A Torino il “Cerchio degli uomini”, gruppo che da una ventina d’anni è impegnato contro il sessismo maschilista, anche con una attività rivolta ai maschi che agiscono violenza perché escano dalla spirale, ha organizzato un flash-mob in piazza Castello. Tra gli slogan sulle pettorine: «Legarsi a una persona non vuol dire possederla, ma amarla ed essere in grado di lasciarla e di vederla andare via». Domani, mercoledì, qualcosa di analogo è previsto a Genova, in piazza De Ferrari. A convocare gli uomini è stato un preside, Paolo Fasce, dell’Istituto Nautico San Giorgio. Ha detto ai media che non si tratta di fare del “paternalismo” ma di cambiare una «cultura diffusa. La donna non è mia. Ci apparteniamo reciprocamente finchè la cosa è consensuale». Un altro flash-mob è annunciato prima dell’8 marzo a Bari, organizzato dal gruppo “Uomini in gioco”.

In questi gruppi ci sono alcuni amici della rete maschile plurale. In realtà non è la prima volta che si organizzano iniziative pubbliche di maschi contro la violenza. Succede in Italia da almeno una decina di anni. Ma gli interrogativi e anche gli appelli come quelli di Gabanelli e Borgese ci dicono che siamo ancora distanti dal riuscire a svolgere un ruolo efficace e visibile. «Fare una manifestazione», che per ora raccoglie qualche decina, o al massimo centinaio, di uomini, non risolve certo la questione. Anzi si corre il rischio di “cavarsela” con poco.

Dall’universo maschile dovrebbero venire gesti simbolici forti e scelte chiare e durature, capaci di rompere quello che viene percepito come silenzio, assenza. Se guardiamo la scena pubblica vediamo esattamente il contrario. Qualcosa forse sta cambiando nei comportamenti quotidiani degli uomini più giovani. Chi di noi ci crede, deve insistere, lavorare di fantasia, convincersi e convincere che un mondo meno virilmente violento renderebbe migliori anche le nostre vite.


(il manifesto, 2 marzo 2021)

di Chiara Valerio


Curatrice e conduttrice del programma, ha formato leve di persone che oggi scrivono, conducono, pensano e provano a portare avanti un lavoro per diffondere conoscenza e informazione


Stanotte è morta Rossella Panarese che si occupava, da anni, di una parte del palinsesto di Radio3 Rai. Ci sono nomenclature affascinanti e kafkiane in Rai e Rossella, in queste nomenclature, era capostruttura, autrice, curatrice e conduttrice. Il nome di Rossella Panarese è stretto, per quel profondo legame stabilito da confidenza e frequentazione, a un programma molto amato e seguito, quotidiano, chiamato Radio3 Scienza dove si discutono e si analizzano le idee e i protagonisti del dibattito scientifico. A Rossella Panarese, che pure non era avara di complimenti, interessavano i progetti, il futuro, e la prassi culturale del lavoro come qualcosa che si fa in squadra e che presuppone un pagamento. Non l’ho mai sentita proporre a qualcuno di fare volontariato culturale, non ho mai vista stancarsi di sottolineare quanto fosse essenziale per la più grande azienda editoriale, la Rai, cercare giovani da inserire nelle redazioni. Era gentile e ferma, sorridente ed educata, discuteva e non pretendeva di giungere a un accordo e, in caso di divergenza, sapeva che decidere è un onere che talvolta non si può delegare.

Quando entrava in redazione, io e gli altri – Daria Corrias (Tre soldi), Fabiana Carobolante (Ad alta voce, Tre soldi), Diego Marras (Le meraviglie) – facevamo finta di scattare in piedi come fosse giunta una improvvisa ispezione dello stato maggiore dell’esercito, Rossella talvolta diceva comodi, comodi, talvolta invece faceva lo stesso, si “impettiva”, come se gli ispettori fossimo noi, e lei la truppa. Credo che questo succedesse in ogni redazione, da Pagina 3 a Battiti, da L’isola deserta a Radio 3 Mondo a Pantheon a Sei gradi, in modi sempre diversi ma con quel minimo comune multiplo dell’idea di parlare con una persona curiosa e capace.

Rossella Panarese era autorevole, e la sua autorevolezza non era minacciosa, anzi, guardandola, anno dopo anno, uno imparava che l’autorevolezza, quando c’è, è accogliente, non esclude, include. Nella redazione di Radio3 Scienza, la sua redazione, e la prima in cui ho lavorato, ho imparato grazie a Rossella e alle persone che c’erano allora – Marco Motta (che ora cura il programma), Silvia Bencivelli (che lo conduce a settimane alterne) e Costanza Confessore (che ne firma la regia) – che parlare di scienza alla radio pubblica è un modo per ribadire, giorno dopo giorno, che in un mondo complesso bisogna imparare molti linguaggi, anche simbolici, che la storia della scienza come la storia dell’arte dovrebbe essere insegnata a scuola, e che molti di noi imparano quando qualcuno ci racconta o quando raccontiamo e questo raccontare la scienza, che non significa semplificarla, si può imparare.

Rossella Panarese da qualche anno teneva un corso sul linguaggio radiofonico alla Sapienza e ha firmato la voce Comunicazione della scienza per la Treccani, ha formato leve di persone che oggi scrivono, conducono, pensano e provano a portare avanti un lavoro intellettuale che non prescinda dalla ricerca del nuovo, dell’altro, dell’obsoleto, del Minority Report. Ecco, Rossella Panarese ha mostrato, nel lavoro quotidiano, quanto l’attenzione non sia fantascienza ma un esercizio che chi lavora per diffondere conoscenza e informazione deve fare, e quanto il buon umore sia una forma della buona educazione, e quanto l’etica, la politica, la scienza, la radio siano una prassi. Rossella Panarese è morta, viva Rossella Panarese, viva la radio.


(la Repubblica, 1° marzo 2021)