di Andrea Cortellessa


Sinora conoscevamo Mariangela Mianiti come una delle più brave giornaliste italiane. Con una doppia vocazione: da un lato le sue inchieste, come Quindici giorni da cameriera o Una notte da entraîneuse, sono state fra le prime ad applicare tra noi il “metodo Wallraff” (dagli anni Settanta Günter Wallraff conduce inchieste “sotto copertura”: celebre il suo Faccia da turco, in cui fingendosi appunto turco lavorò a lungo da McDonald e alla Thyssen per poi denunciare le condizioni dei Gastarbeiter nella Germania di allora). Dall’altro, il titolo della rubrica di Mianiti sul “manifesto” è Habemus corpus: col filo della percezione e dell’identità fisica, corporale, delle questioni d’ogni giorno (eloquente quanto ironico il titolo di un altro suo libro-inchiesta, La vita Viagra).

Rispetto a questa doppia attitudine, la sorprendente opera narrativa cui ha dato il titolo Organsa – pubblicata da una sigla, quella storica del “Verri”, per vocazione attenta alla sperimentazione linguistica e formale – pare per un verso una conferma, per l’altro un contrappasso. Un contrappasso perché, al di là di tutti i travestimenti, a colpire è qui l’intensità dell’investimento bio-grafico: non so quanto sia una storia d’invenzione, ma certo Organsa disattende ogni convenzione e tran-tran del package romanzesco. Le si obietterà, per esempio, che non ha un finale: non sono concluse le vite che il libro racconta, non è definito il loro esempio. Ma non necessariamente avrà un seguito; a Mianiti non interessa la vita di chi dice «io», «l’Aurelia», quanto quella del personaggio che le racconta la sua storia: sua madre Luisa, anzi «la Luisa».

Già questo modo di chiamare i personaggi richiama l’altro e principale aspetto che conquista, di questo libro: la fragranza dell’oralità che lo intesse da cima a fondo. E che conferma a pieno, stavolta, la vocazione “corporale” di Mianiti. I personaggi sono definiti dal loro modo di parlare; memorabile, per esempio, il lessico famigliare e “transgenico” del padre: «Sercavo la Aurelia. Grasie e la mi scusi abòta se l’ho disturbéda. Grasie anmò e che la mi staga bene, veh». Questo veh «è un vezzo che la gente mette a ogni fine di frase per dire guarda un po’, stai attento, ricordati, veh».

È l’energia dell’errore ad animare il racconto. Che prende il titolo da una cliente della Luisa, la cui vocazione all’alta sartoria è stata conculcata, ma testarda propone i suoi estri anche a quella gente priva di vezzi: «Luisa g’ho da andare a un matrimonio. Ci ho portato questa organsa qui che mi piace abòta il colore. Guardi guardi che bel rosso». «Ma Gemma, l’organza rossa allarga molto». «E va ben, mo a me mi piase dli stesso». L’organsa è il tessuto di questa lingua straripante di umori: «un caos arduo da governare, ma pieno di colori e sorprese, come un fuoco d’artificio». Ed è questa, con rara costanza, la materia che incarna il “mondo sensibile” della narrazione: un po’, si parva licet, come quella di Proust secondo un maestro dimenticato della critica, Jean-Pierre Richard.

Siamo in un tempo imprecisato, a cavallo del Sessanta, ma in un territorio assai preciso: un minuscolo borgo della bassa parmigiana che ristagna quasi ancestrale. Volendo citare un talento paragonabile a quello di Mianiti, nella riproduzione dell’oralità, bisognerebbe tirare in ballo la scuola emiliana, appunto, dei Cornia e dei Nori; ma il suo mondo, a differenza del loro, non ha niente di simpaticamente stralunato, niente di umoristico. Nessun Eden pasoliniano, neppure; nessuna “umile Italia” fiera delle radici. È un piccolo mondo soffocante e crudele, invece, disegnato con precisione altrettanto crudele («Sono piccola, ma vedo tutto, anche quello che non dovrei vedere»: le descrizioni – come quelle à la Federigo Tozzi del macello del maiale o della castrazione del cappone – sono di un virtuosismo quasi da école du regard). La Luisa, che sarebbe curiosa del mondo (a parte sua figlia, solo lei non si esprime in dialetto), viene risucchiata indietro, dalla città e dalla modernità, da genitori tanto gretti quanto egoisti, da suo marito loro succube, dalle ripetute gravidanze. E così resta prigioniera dell’osteria che deve gestire e del “casone” annesso, prigione-labirinto dove si accumula tutto quello che, chi sa mai, magari un giorno le darà la libertà che la terrorizza (finirà per collezionare cinque lavatrici).

Da questa vita strozzata fantastica di salvarla sua figlia: «Vorrei essere ricca per regalarle le cure che non ha mai potuto concedersi, i viaggi e le vacanze che non ha mai fatto. E invece scappo». Alla fine scapperà davvero, l’Aurelia, “tradendo” insieme sua madre e le proprie viscere linguistiche: si guadagnerà da vivere scrivendo – ovviamente in perfetto italiano. Ma sarà proprio questa lingua a consentirle, a posteriori, di redimere l’esistenza della donna che a quella lingua-corpo ha dato la luce.


(Un abito di organza rossa allarga molto ma alla cliente della Luisa “piase dli stesso”, La Stampa – TuttoLibri, 27 marzo 2021)

di Mira Furlani


Due giorni fa, 25 marzo 2021, è morta Uta Ranke-Heinemann. Ci conoscevamo. Nel 1988 partecipò a Brescia al Seminario delle Comunità cristiane di base intitolato “Le SCOMODE figlie di Eva”. La sua autorevole presenza spinse le donne partecipanti, fra cui io stessa, a celebrare l’Eucarestia senza prete. Fu la prima celebrazione eucaristica pubblica di sole donne. Esiste e sta circolando una foto ricordo.

Uta è stata una scrittrice, teologa e storica delle religioni. Era la figlia dell’ex presidente della Repubblica Federale Tedesca Gustav Heinemann; sposò l’insegnante Edmund Ranke.

Nata da famiglia protestante, si convertì al cattolicesimo. Grande studiosa, fu la prima donna abilitata dalla Chiesa cattolica a insegnare teologia nelle università (1970), ma anche la prima donna che la Chiesa cattolica allontanò dall’insegnamento (1987). Raggiunse fama internazionale grazie alla pubblicazione dei libri “Eunuchi per il regno dei cieli”, (Rizzoli) che illustra la morale sessuale della Chiesa in due millenni del suo sviluppo, e “Così non sia, introduzione al dubbio di fede”, (Rizzoli).

Fu per anni professora di Teologia cattolica. Nel 1987 perse la cattedra per aver sostenuto che la verginità di Maria debba essere intesa in senso teologico, e non biologico. Pur non essendoci stato nessun provvedimento formale, Uta, in quanto teologa, ritenne di essere incorsa nella scomunica automatica prevista dal Codice di Diritto Canonico per il delitto di eresia.

In seguito fu docente di Storia della religione all’Università di Duisburg-Essen.

Durante i giorni del Seminario a Brescia abbiamo pranzato insieme.  Ricordo la sua ironia intelligente e il coraggio delle sue posizioni, sia teologiche che sociali.


(Facebook, 27 marzo 2021)

di Alfredo Mantovano


Stabilire in una norma che «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni», è preoccupante e nellipotesi migliore irrispettoso della Costituzione


In un’intervista successiva all’approvazione dell’emendamento ‘salva-idee’, alla domanda sul fatto che «si ha comunque il diritto di ritenere che un uomo che si dichiari donna non sia donna» e se «con una simile legge dirlo in tv sarebbe considerato istigazione all’odio», il relatore del testo unico anti-omofobia Alessandro Zan ha risposto: «No, ma resta un atteggiamento di non rispetto». Ma un’associazione lgbt potrebbe fare causa dopo la legge Zan? La replica del suo autore è stata che «lo decide un giudice» confermando che a suo avviso – ma non è un’opinione di scarso peso, visto che è il relatore – porta dritto al processo la semplice perplessità che taluno manifesti sul fatto che autodichiarare il cambio del proprio sesso sia sufficiente per farlo ritenere mutato. Poi l’eventuale condanna sarà demandata alla discrezionalità del giudicante, ma intanto vi è la certezza della chiamata in giudizio, con gli annessi e connessi delle spese materiali, delle ansie e di avere a carico chissà per quanti anni una pendenza giudiziaria.

Zan non si ferma qui: «La legge – sono sempre sue parole – serve a instillare nelle persone un atteggiamento di prudenza. Se dici che una donna trans non è donna è come se dicessi a una persona che non è cattolica»: il che elimina la linea di confine fra «instillare un atteggiamento di prudenza» e spingere all’autocensura. Zan ammette con chiarezza, pur se non in modo esplicito, che il testo unico di cui è relatore viola il diritto di manifestare il pensiero. Se una persona resta ferma – pur se in modo rispettoso, senza usare diffamazioni o minacce – sulla distinzione fra uomo e donna rischia, e non poco: con la sua legge affermare che «una donna trans non è donna» è un reato, garantisce con certezza la citazione a giudizio e con una certa probabilità pure la condanna.

La differenza rispetto all’impianto originario della legge Mancino c’è tutta, e per bocca del relatore. Si potrebbe replicare che la posizione dell’onorevole Zan rileva, ma in misura inferiore rispetto alla lettera dell’articolo 4: questo, come ha spiegato il capogruppo del Partito democratico in Commissione Giustizia Alfredo Bazoli nell’aula della Camera il 28 ottobre 2020, [è?] «l’articolo che garantisce in maniera piena la libertà di manifestazione del pensiero». E allora, valgano le espressioni e le parole adoperate in questo articolo, al netto delle dichiarazioni che ne hanno accompagnato l’introduzione. L’articolo 4 si può suddividere in tre parti: 1) «Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni»; 2) «nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte»; 3) «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

1. Nell’ordinamento italiano la ‘salvezza’ della «libera espressione di convincimenti e di opinioni» non deriva dalla graziosa concessione di una legge ordinaria: quella libertà trova riconoscimento, fondamento e tutela nell’articolo 21 della Costituzione. Stabilire in una legge ordinaria che «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni» nella migliore delle ipotesi è irrispettoso per la Costituzione, che pure rappresenta il complesso di norme fondamentali alla cui stregua valutare la legittimità delle disposizioni ordinarie. Equivale a dire che non è sufficiente che sia scritto lì, tant’è che si sente il bisogno di ribadirlo: il Parlamento del 2020 si ritiene con tutta evidenza più importante dell’Assemblea costituente. Nella migliore delle ipotesi… Il senso dell’inserimento di quella frase nel mezzo del testo unico Zan nei fatti è una segnalazione di allarme: vi è necessità di rimarcare quel che è incontestabilmente scritto nella Costituzione solo perché il rischio della violazione di quest’ultima è reale. Restando nell’area dei «princìpi fondamentali», come verrebbe letto un articolo di legge che stabilisse che «sono fatti salvi i diritti inviolabili dell’uomo»? Farebbe immediatamente domandare chi e in che modo li sta mettendo in discussione.

2. Il «sono fatte salve» riguarda anche il passaggio successivo, cioè «le condotte legittime». È vero che da decenni la tecnica legislativa ha abituato a tutto, ma scrivere che “è legittimo quel che è legittimo” fa correre il dubbio sulla padronanza anche dei fondamentali di quella tecnica. Nel Codice penale l’espressione «salvo che…» può avere lo scopo di delimitare l’area di applicazione di una fattispecie incriminatrice rispetto a un’altra: si pensi al delitto di cui all’articolo 316-ter, che punisce l’indebita percezione di erogazioni pubbliche, e che esordisce con un «salvo che» la condotta non integri una truffa aggravata. Oppure, sottesa al «salvo che» vi è la base concettuale delle cause di non punibilità, dalla legittima difesa allo stato di necessità: una condotta materiale in sé illecita – financo togliere la vita a una persona – non va incontro alla sanzione penale se sussistono le circostanze obiettive descritte dalle varie scriminanti. Qui invece la lettera della norma ‘fa salve’, cioè ritiene non punibili condotte che vengono definite già in sé ‘legittime’: a che serve? Quel che segue non aiuta, perché si aggiunge che la ‘salvezza’ attiene alle «condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte»: par di trovarsi, se è lecita l’espressione, di fronte a una ‘legittimità rafforzata’, visto che il «pluralismo delle idee» o «la libertà delle scelte», come prima si sottolineava, hanno fondamento costituzionale.

3. Il groviglio diventa inestricabile di fronte alla chiusura della norma, che prevede una deroga alla clausola di salvezza: la lettera di essa va nel senso che non tutte le condotte di «libera espressione di convincimenti od opinioni» sono in realtà «fatte salve», bensì solo quelle che, pur costituendo «condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte» tuttavia non siano tali da «determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Dunque, l’articolo 4, dopo aver sancito che “è legittimo quel che è legittimo”, precisa che l’area della legittimità, pur ‘rafforzata’ col richiamo a valori costituzionali come il «pluralismo delle idee» e la «libertà delle scelte», conosce tuttavia una restrizione quando da esse derivi «il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Attenzione: la deroga alla clausola ‘salva idee’ non riguarda condotte riguardanti «atti discriminatori o violenti»; tenere queste condotte fa ricadere senza ombra di dubbio in una delle incriminazioni che il Codice penale prevede da sempre. La deroga, se le parole hanno un significato, riguarda condotte «legittime» corrispondenti a manifestazioni di idee, che però «legittime» non sono più allorché il magistrato ritenga che da esse derivi il pericolo prima indicato…


Magistrato, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, già parlamentare e sottosegretario all’Interno


Anticipazione da “Legge omofobia: perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo” a cura di Alfredo Mantovano (256 pagine, Cantagalli)


(Avvenire, 27 marzo 2021)

di Daniela Monti


Rebecca Solnit scherza e dice di vivere in lockdown dal 1988, «da quando ho lasciato la redazione per cui scrivevo, per poi perdere un altro posto e diventare un’autrice indipendente. Pensavo che mi sarei trovata un nuovo lavoro, ma non ne ho ancora avuto il tempo. Per scrivere non-fiction bisogna uscire e fare ricerca, ma per la maggior parte del tempo si sta da soli a casa propria. Lavorando in un bell’appartamento, con un reddito abbastanza fisso e senza bambini in giro, per me è stato tutto molto semplice durante la pandemia, e sono consapevole che la mia situazione è ben diversa da quella di tante altre persone che hanno dovuto affrontare ogni genere di problema».

La stampa americana, in questo ultimo difficile anno, l’ha ribattezzata “la voce della resistenza”: sessant’anni a giugno, scrittrice e attivista, i suoi lavori sulla politica, il femminismo, l’ambiente sono una ricerca (o un auspicio) di visioni del mondo più complesse, varie, audaci, forse pazienti. Un tentativo di dare un valore a ciò che sembra non averne, di riconoscere le rotte indirette degli uomini e della storia, e le loro conseguenze a lungo termine. Di contrastare la disperazione con la speranza. Una ricerca sull’importanza di non chiudere la porta all’incertezza e alla sorpresa. Di rivalutare il lavoro lento che getta le basi di ciò che sembra accadere improvvisamente, con una svolta o una rivoluzione sociale. Di superare l’idea dell’eroe solitario e imparare ad apprezzare i direttori di coro che permettono a gruppi interi di esprimere il proprio potenziale eroico. Ha dato spessore a neologismi come mansplaining, spiegazione non richiesta e paternalistica fatta da uomini a donne che non ne hanno bisogno (Gli uomini mi spiegano le cose, raccolta di saggi pubblicata nel 2014, è fra i suoi libri più noti e divertenti). Un neologismo fortunato, padre di molti figli: l’ultimo è whitesplaining, i bianchi mi spiegano le cose.

«Sì — dice dalla sua casa di San Francisco, intrecciando la Storia e le storie, l’attualità e il desiderio di fare una lunga passeggiata fin sulle colline dietro Berkeley — ho l’impressione che la pandemia rappresenti un evento epocale, come un muro che ci separa da chi eravamo e da come vivevamo». Racconta di essere stata molto colpita dal modo in cui le persone si sono adattate a una vita improvvisamente molto più “locale”. «Ma uno degli aspetti interessanti di questa pandemia e che non ritroviamo, per esempio, in un terremoto o in altri disastri, è il fatto che le persone hanno fatto esperienze diverse: gli infermieri hanno lavorato perfino di più, mentre musicisti e camerieri sono rimasti del tutto fermi; chi vive da solo potrebbe essersi sentito terribilmente abbandonato, mentre nelle famiglie numerose ci sarà stato chi sognava un po’ di tempo con sé stesso. La pandemia ha rovinato finanziariamente tante persone, che negli Stati Uniti sono divenute pressoché invisibili: sarà soltanto tra qualche anno che capiremo meglio questi effetti». Da attivista per il clima, dice che il coronavirus ha spazzato via le due scuse normalmente addotte per non agire contro la catastrofe climatica: l’impossibilità di cambiare dall’oggi al domani il nostro modo di vivere e, per i governi, di destinare in breve tempo enormi somme di denaro per affrontare specifici problemi. «Lo vedete? Abbiamo appena fatto entrambe queste cose. Tuttavia, molto di ciò che accadrà dopo la pandemia dipenderà da quale narrativa noi ne faremo. Chi eravamo? Cosa abbiamo imparato? Cosa vogliamo portarci dietro della vita radicalmente diversa che abbiamo condotto? Chi è stato trattato in modo ingiusto e cosa possiamo fare per cambiare tutto ciò?».

I piedi piantati nella speranza

Ora che in Italia esce la biografia Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie), Solnit fa il punto del suo lavoro. Che ha una particolarità: l’effetto straniante di preveggenza. La riflessione sulla speranza, per esempio: Hope in the Dark, il libro uscito nel 2004 dopo che i movimenti contro la guerra non erano riusciti a fermare il conflitto in Iraq — suffragando apparentemente l’idea che darsi tanto da fare non serve a nulla, le armi e il potere vincono sempre — è fra i suoi testi più riletti proprio oggi che la speranza, il bisogno di motivazione oltre la paura, è elevata a «strumento di salute pubblica», come ha scritto il New York Times commentando i discorsi di Biden, strumento ben più potente del pessimismo e dell’ottimismo, che hanno prodotto entrambi parecchi danni nella gestione della pandemia. Quello che dobbiamo fare, dice Solnit, è piantare i piedi nella speranza, che non è buon senso e neppure “andrà tutto bene”. È resistenza e sfida, vedere il mondo com’è e come potrebbe essere, mettendoci in moto in prima persona perché il cambiamento avvenga. Luogo della lotta e della gioia della lotta. «Se assumete una prospettiva di lungo periodo», dice, «vedrete come sorprendentemente, inaspettatamente ma regolarmente le cose cambiano. La disperazione spesso viene fuori da questa amnesia, dal dimenticarsi che tutto è in movimento».

«Fin da quando avevo 15 anni, sono stata affascinata da come la gente risorge dai disastri», scriveva in Hope in the Dark, anticipando il tema di un altro suo lavoro importante, A Paradise Built in Hell,

Un Paradiso all’inferno. Il disastro come momento, drammatico e magico insieme, in cui avviene qualcosa. La speranza è la chiave per superare questa pandemia?

«I disastri di cui ho scritto in Un paradiso allinferno erano perlopiù di carattere fisico (un terremoto, l’uragano Katrina che ha devastato New Orleans)» risponde, «e si abbattevano all’improvviso, mentre la pandemia non ha dato segni diretti, solo un lento progredire da una persona all’altra che non si è ancora fermato e continua a mutare. La sospensione della quotidianità e la necessità di improvvisare una risposta hanno messo alla prova le istituzioni e la società civile producendo, a mio avviso, sia le migliori sia le peggiori reazioni alla crisi e alla catastrofe. Tra i migliori esempi, le tante persone che hanno semplicemente continuato a fare il proprio mestiere, anche se questo era divenuto all’improvviso più difficile e pericoloso. Alcuni hanno messo in atto nuovi modi di raggiungere e aiutare chi aveva bisogno. La mia amica Wendy McNaughton ha iniziato a dare lezioni di disegno online ai bambini e anche io ora faccio parte dell’Auntie Sewing Squad, un gruppo che conta diverse centinaia di membri, formato perlopiù da donne di colore e di origini asiatiche, che da casa cuciono mascherine in tessuto per le persone più vulnerabili e meno assistite. Abbiamo distribuito oltre 250 mila mascherine e collaboriamo con le comunità di immigrati, nativi americani e altri gruppi sociali. Questa può essere definita una “disaster community” in quanto ha dato vita a relazioni tra singole persone e nuove strutture sociali, facendo emergere nuove capacità».

Solnit ha definito un’«emozione più seria della felicità» la sensazione di speranza che pervade le comunità nel momento in cui l’ordine crolla e bisogna rimboccarsi le maniche per tirarsi fuori dai guai. Ma perché non riusciamo a stare, come gocce granitiche, dentro quell’emozione, trattenendo viva nel tempo la speranza? Perché, passata l’ondata, passati i primi tempi in cui in Italia si cantava dai balconi, queste “disaster communities” perdono la loro forza, collassando? «Quando la città crolla, la terra trema o la tempesta imperversa, ti risvegli dalle distrazioni dorate di ogni giorno e dall’egocentrismo, e vedi con occhi nuovi la gente attorno a te, capisci quanto le cose dipendano le une dalle altre, come possono cambiare e cosa è davvero importante o, ancora, ti diventa chiaro che persona puoi essere e trovi un senso di immediatezza e, spesso, di intrepidezza e connessione. Nella maggior parte delle società, questi cittadini “risvegliati” minacciano lo status quo perché si sentono forti, mettono passione nel prendersi a cuore le situazioni, cambiano le cose e mettono in discussione quelle autorità che nella crisi hanno fallito, per indifferenza o incompetenza». E poi? «Succede qualcosa per cui queste persone vogliono rimettersi a dormire: i loro risultati e il loro potere non vengono riconosciuti, viene detto loro di fidarsi delle autorità e delle decisioni che vengono prese, o si sentono raccontare storie più elaborate sul capitalismo e il consumismo in base a cui niente è collegato e ognuno è al mondo per occuparsi unicamente della propria felicità come singolo, e non della collettività, dell’umanità o del pianeta».

Costruire il futuro

Sperare dunque è restare svegli? «A volte penso che il mio concetto di speranza sia un misto di impegno e consapevolezza della profonda incertezza del futuro», riprende la saggista. «Qui negli Stati Uniti sento molti parlare del futuro come di un oggetto lontano, già completamente formato, che diventa più grande man mano che ci si avvicina. Quello che io, invece, voglio far capire è che il futuro lo costruiamo oggi, con le nostre azioni, indolenze, scelte e priorità. E poi che abbiamo un grande potere, non sempre come singoli ma spesso come collettività». La clinica aperta a New Orleans poco dopo Katrina, racconta Solnit, è ancora attiva. Dal disastro economico che ha innescato la contestazione Occupy Wall Street è nato un movimento contro gli abusi del sistema del debito statunitense che ha raggiunto molti traguardi in termini di delegittimazione del sistema e conquiste concrete. E prosegue con un altro esempio per dare corpo alla sua idea di speranza e dimostrare che «la storia non smette mai di stupirci» anche se a volte le cose cambiano a passi talmente piccoli che è difficile riconoscere in quei passi la causa di cambiamenti immensi. All’interno del movimento per l’abolizione della schiavitù nell’impero britannico e negli Stati Uniti, racconta, è nato nel 1840 il primo movimento abolizionista femminile, quando le donne si resero conto che non sarebbero state ammesse alla grande conferenza antischiavista di Londra. Sessant’anni più tardi, le suffragette della Gran Bretagna ispirarono il Mahatma Gandhi a tornare in Sudafrica e avviare la sua prima campagna non violenta: proprio da queste tattiche e ideali scaturirono non solo la liberazione dell’India dal colonialismo, ma anche una marcata influenza su Martin Luther King e sul movimento americano per i diritti civili, che tuttora rappresenta nel mondo un modello per altri movimenti di liberazione e per i diritti. Ecco dunque che quanto avvenuto nel 1840 a un congresso a Londra riecheggia ancora…

La speranza, allora, ha bisogno di pazienza: quella del contadino che pianta un albero e sa che servirà tempo per assaggiarne i frutti. Ma sappiamo ancora aspettare? Cosa rispondere a chi dice: voglio vedere i risultati! «Qualche anno fa Maria Popova, scrittrice bulgara trapiantata negli Stati Uniti, ha detto che “il pensiero critico senza la speranza è cinismo, ma la speranza senza il pensiero critico è ingenuità”. Adoro il fatto che abbiate scelto una metafora agricola: gli alberi piantati, i mesi dell’attesa… Siamo spinti, credo, a vedere tutto come una fabbrica in cui “non sta accadendo nulla” se, in qualsiasi momento, non vediamo cumuli di prodotti uscire dalla linea di assemblaggio. Come possiamo fare per metterci in testa che chi oggi sviluppa un vaccino, quarant’anni fa era l’allievo di un maestro paziente? O che i milioni di maestri che insegnano a leggere a decine di milioni di bambini stanno tutti svolgendo un compito dal valore immenso? Siamo affetti come da un’amnesia che ci impedisce di vedere quali sono le cause e le conseguenze di “ciò che è successo oggi”».

Chi insegna a non sperare

La speranza che sconfigge la paura Solnit ha cercato di insegnarla attraverso i suoi racconti. Storie di come funziona il cambiamento, dei suoi effetti indiretti e a lungo termine e di come gente comune abbia migliorato il mondo. «Credo che la mancanza di speranza venga insegnata attivamente da numerosi e potenti protagonisti della vita pubblica: lo spettacolo, la pubblicità diretta al consumatore e il governo. Ci insegnano che siamo al mondo per perseguire i nostri interessi egoistici, che non si deve per forza dare valore a ciò che non si può possedere o utilizzare, che noi stessi (in particolare le donne) siamo merce a cui dare un prezzo di mercato e che la politica compete a qualcun altro, incoraggiandoci a pensare a cose frivole e senza spessore. Credo che l’egoismo porti all’isolamento e l’isolamento alla disperazione. È una visione tristemente riduttiva di ciò che significa essere umani». Solnit invita a «lasciare aperta la porta all’ignoto, la porta all’oscurità» perché è quando ci si perde che si trovano le cose importanti (e quindi rivendica come «davvero politico» anche la sua Storia del camminare, saggio che indaga tutte le possibilità racchiuse nel semplice gesto di muoversi a piedi). Ma questa pandemia ci ha tolto la possibilità dell’imprevisto, di un incontro fortuito. Si può vivere rinunciando all’imprevisto? «Quando le nostre vite e le società hanno cambiato forma da un momento all’altro, credo che tutti ci siamo trovati di fronte all’inatteso, e nell’improvvisazione abbiamo trovato la possibilità di fare le cose diversamente. Credo anche che l’imprevisto abbia già rischiato di uscire dalle nostre vite e i giovani che vedo qui all’ombra della Silicon Valley sono stati particolarmente colpiti. Non andare mai da nessuna parte senza lo smartphone, seguire pedissequamente le sue indicazioni senza improvvisare o esplorare quasi fino a perdersi. Essere sempre in contatto con le persone che già si conoscono e strutturare in anticipo e con attenzione tutta la propria vita sociale con sms e WhatsApp: i giovani hanno già in gran parte abolito spontaneità e casualità».

Tutto ciò che facciamo è un atto politico

Gli intellettuali restano svegli? Essere “impegnati” è oggi la sola opzione possibile? «Non soltanto scrittori e intellettuali, ma ciascuno di noi è tenuto a essere parte di qualcosa di più grande, a comportarsi da cittadino, ad accettare che tutto ciò che facciamo (e non facciamo) è un atto politico in quanto porta a delle conseguenze. Pensando a chi ha modo di far sentire la propria voce: se non portate avanti un impegno, cosa vi rimane da dire? Ci sono — o, meglio, c’erano — tanti scrittori americani (eterosessuali bianchi) che paiono credere all’esistenza di una realtà apolitica in cui possono sollazzarsi. Questo però significa non voler vedere che la politica ridisegna le nostre vite in modi diversi a seconda che siamo ricchi o poveri, che apparteniamo a un gruppo oppresso o privilegiato e abbiamo o meno accesso all’istruzione». E racconta di aver portato a termine da poco un libro su George Orwell, che nel romanzo distopico 1984 scriveva: «Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l’ingiunzione essenziale e definitiva». «Se ribaltiamo questa affermazione» dice «vediamo che basta fare affidamento sui nostri occhi e le nostre orecchie per compiere un atto di resistenza, che è importante tenere ogni giorno alta la guardia e vivi l’impegno e l’indipendenza di pensiero, e che tutto questo può essere portato avanti in modo apparentemente non politico, per prepararsi a quando si presenterà una situazione politica».

Giocando con il titolo della sua biografia intellettuale, Ricordi della mia inesistenza, la sua personale “inesistenza” è solo un ricordo del passato oppure quella sensazione vivida di inadeguatezza, di inconsistenza, di non essere ascoltata in quanto donna in un mondo dominato da uomini, che lei racconta così bene nel libro, si riaffaccia anche oggi? «Sì, l’inesistenza riguarda il passato, ma subirò sempre l’influenza di quegli anni. La mia esperienza, estremamente comune, è stata trovarmi da ragazza a fare i conti con il fatto che tanti uomini avrebbero voluto farmi del male e il fatto che la società ignorasse la questione o pensasse fosse normale. Quindi non solo ho vissuto una costante minaccia, ma anche quando confidavo a qualcuno di essere seguita per strada o di subire maltrattamenti sul lavoro, venivo considerata delirante, iperemotiva. Alla fine sono riuscita a farmi sentire, sono diventata una scrittrice. Quello che mi è rimasto però è la poca fiducia nel fatto che gli altri mi credano, quel lottare, sempre, per essere ascoltata».


(7 – Corriere della Sera, 26 marzo 2021)

di Rebecca Solnit


L’uomo accusato di aver ucciso otto persone, tra cui sei donne statunitensi di origine asiatica, il 16 marzo in alcuni centri benessere di Atlanta avrebbe detto che stava cercando di “eliminare le tentazioni”. Come se altri fossero responsabili dei suoi pensieri, come se il mostruoso atto di togliere la vita agli altri piuttosto che imparare a controllarsi fosse giusto. Questo aspetto di un crimine che è stato anche orribilmente razzista riflette una cultura che incolpa le donne per il comportamento degli uomini. L’idea delle femmine tentatrici risale all’Antico testamento ed è sottolineata nel cristianesimo evangelico dei bianchi; le vittime della sparatoria di Atlanta erano dipendenti e clienti dei centri benessere e si dice che, quando è stato arrestato, l’assassino avesse in mente di andare in Florida per colpire “l’industria del porno”.

Qualche giorno fa un’amica più anziana di me mi ha raccontato i suoi tentativi negli anni settanta di aprire un rifugio per le donne che hanno subìto violenza domestica in una comunità in cui gli uomini non credevano che quello fosse un problema. E quando li avevi convinti che lo era, ti chiedevano: “E se fosse colpa delle donne?”.

La scorsa settimana un mio amico ha condiviso un lungo post antifemminista che incolpava le ragazze per i problemi del governatore di New York Andrew Cuomo, accusato di molestie sessuali: avrebbero dovuto fare buon viso a cattivo gioco quando Cuomo violava le regole sui comportamenti nel posto di lavoro, era loro la responsabilità di proteggere la sua carriera e la sua reputazione?

A volte gli uomini sono esclusi dalla storia. Dall’inizio della pandemia sono stati pubblicati molti articoli sul fatto che le donne hanno smesso di fare carriera o hanno lasciato il lavoro perché nelle famiglie eterosessuali devono occuparsi della maggior parte delle faccende domestiche, e in particolare di crescere i figli.

A febbraio la National public radio statunitense (Npr) ha aperto un servizio affermando che questo impegno è “piombato sulle spalle delle donne”, come se fosse caduto dal cielo e non imposto dal coniuge. Devo ancora leggere un articolo su un uomo la cui carriera sta andando alla grande perché ha scaricato quel peso su sua moglie. Spesso si biasima la donna per la situazione in cui si trova a causa del marito e le viene consigliato di lasciarlo, senza riflettere sul fatto che il divorzio spesso porta povertà per lei e i suoi figli, senza contare che carichi di lavoro disuguali in casa possono ridurre le possibilità per una donna di raggiungere l’indipendenza. Dietro tutto questo c’è il problema di come si raccontano le cose. Il modo più comune di parlare di casi di omicidio, stupro, violenza domestica, molestie, gravidanze indesiderate, povertà delle famiglie con madri single e una miriade di altri fenomeni lasciano gli uomini fuori dal quadro. Li assolvono dalla responsabilità. Abbiamo sempre trattato molte cose che gli uomini fanno alle donne o che uomini e donne fanno insieme come problemi delle donne, che sono loro a dover risolvere, omportandosi in modo sorprendentemente eroico e resistendo al di là del buonsenso. Oltre alle faccende domestiche e all’assistenza all’infanzia, anche quello che fanno gli uomini cade sulle spalle delle donne.
In No visible bruises (Nessun livido visibile), un libro del 2019 sulla violenza domestica, Rachel Louise Snyder osserva che la reazione comune è spesso “perché non se n’è andata?” piuttosto che “perché lui era violento?”. Alle donne che subiscono molestie e minacce per strada viene detto di limitare le proprie libertà e cambiare comportamento, come se le minacce e la violenza maschili fossero qualcosa che non si può correggere, come il tempo, non qualcosa che può e deve cambiare. Sulla scia del presunto rapimento e omicidio di Sarah Everard da parte di un poliziotto, poche settimane fa nel Regno Unito, la polizia è andata a bussare porta a porta per dire alle donne del sud di Londra di non uscire da sole. Quando se ne parla, le gravidanze indesiderate sono descritte come situazioni nelle quali sono andate a ficcarsi delle donne irresponsabili: per questo alcuni i conservatori vogliono punirle. Chiarito che le donne possono rimanere incinte da sole, con l’aiuto di una banca del seme o di un donatore, le gravidanze indesiderate sono al 100 per cento il risultato di rapporti sessuali in cui qualcuno, per dirla in poche parole, ha messo il suo sperma dove era probabile che incontrasse un ovulo: sono coinvolte due persone. Ma troppo spesso, se c’è un’interruzione di gravidanza, solo una delle due è considerata responsabile.
Nel suo libro del 2015 sull’aborto, Pro: reclaiming abortion rights, Katha Pollitt osserva che il 16 per cento delle donne ha subìto una “coercizione riproduttiva”, cioè il partner ha usato minacce o violenza senza tener conto della scelta riproduttiva di lei, e il 9 per cento ha subìto un “‘sabotaggio del controllo della nascita’, cioè il partner ha gettato via le sue pillole, bucato i preservativi o le ha impedito di usare altre forme di contraccezione”. Uno dei motivi per cui l’aborto dovrebbe essere un diritto illimitato è che le violazioni che portano al concepimento devono essere bilanciate dalle conseguenze. E ovviamente le leggi che permettono l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro richiedono
alle donne di dimostrare di essere state violentate: un processo faticoso, invadente e prolungato che spesso fallisce comunque. Pollitt sottolinea anche che molte gravidanze indesiderate derivano da abusi che non rientrano nella definizione legale di stupro. Lo stesso stupro è un reato di cui la vittima, e non l’autore, è spesso ritenuta responsabile. Nel suo meraviglioso libro di memorie Know my name, Chanel Miller racconta di essere stata accusata perché, mentre era incosciente, era stata aggredita da uno sconosciuto, “il nuotatore stupratore di Stanford”. Quando nel 2018 la Tulane university ha denunciato che il 40 per cento delle studenti e il 18 per cento degli studenti erano stati aggrediti sessualmente, avrebbe dovuto concludere che il suo campus era popolato non solo da vittime, ma anche da stupratori.
E invece non è stato così. Nel 2016 i Centers for disease control and prevention, un organismo di controllo sulla sanità pubblica statunitense, hanno pubblicato un avviso in cui dicevano alle donne che il consumo di alcol avrebbe potuto provocare violenze, gravidanze, maltrattamenti o malattie sessualmente trasmissibili, come se l’alcol facesse tutte queste cose, e le donne da sole avessero la responsabilità di evitarlo. Ancora una volta gli uomini erano stati eliminati dalle storie di cui sono protagonisti.
Esistono poi modi più sottili, per esempio descrivere le persone che subiscono abusi e discriminazioni come arroganti o malate. Ovviamente succede quando i responsabili dello status quo decidono di difenderlo piuttosto che preoccuparsi dei soggetti danneggiati o emarginati, rendendo così più facile che la segnalazione di un abuso ne produca altri. A febbraio Ruchika Tulshyan e Jodi-Ann Burey in un articolo su The Harvard Business Review hanno scritto che “la sindrome dell’impostore ci spinge a cercare di cambiare il comportamento delle donne nel posto di lavoro piuttosto che cambiare i luoghi in cui le donne lavorano”.
Troppo spesso una donna “ha l’impressione di non essere meritevole o qualificata”, quando dovrebbe pensare che “lavora in un luogo dove la trattano come immeritevole o non qualificata”. Il titolo di un articolo del 7 marzo della Nbc News ne dà un esempio: “Google ha consigliato una verifica della sanità mentale nel caso di dipendenti (uomini e donne) che si sono lamentati di razzismo e sessismo”. L’articolo spiega che i dipendenti che hanno presentato i reclami sono stati licenziati, mentre nessuno ha controllato chi gli aveva dato qualche motivo di lamentarsi.
Escludere i responsabili da questo modo di raccontare le cose significa proteggere gli autori dei crimini, sia come individui sia come classe, anche se si finge attenzione per chi ha subìto gli abusi. È un problema che può diventare critico in tutte le situazioni che ho descritto, ma che nel massacro della Georgia è stato terribile: un giovane ha imparato dalla sua sottocultura battista del sud che il sesso è peccato e le donne sono tentatrici, le ha ritenute responsabili delle sue tentazioni e le ha punite con la morte.


(Internazionale, 26/3/2021)


Liberare i brevetti dei vaccini sviluppati dalle case farmaceutiche. La Casa Bianca sta valutando se revocare lo scudo di protezione dei vaccini anti-Covid prodotti in Usa, realizzato a difesa del diritto di proprietà intellettuale. Lo riportano alcuni media Usa.

La mossa permetterebbe ad altri Paesi di replicare i vaccini esistenti, venendo così incontro alle crescenti preoccupazioni sul fatto che solo un pugno di Paesi ricchi abbia il diritto di disporre di un ammontare sproporzionato di dosi rispetto alla disponibilità globale.

La speaker della Camera Nancy Pelosi avrebbe quindi scritto alla Casa Bianca sostenendo che la proprietà intellettuale venga messa a disposizione di tutti. La lettera di Pelosi non è pubblica; è arrivata dopo che diversi colleghi democratici hanno sollevato la questione dei brevetti.

Al momento si sta valutando se sospendere temporaneamente la proprietà intellettuale a Big Pharma. Come riporta la Cnbc questo stop a tempo si applicherebbe a tutte le tecnologie mediche per trattare o prevenire il Covid-19. Il Sudafrica e l’India hanno fatto già una richiesta formale all’Organizzazione Mondiale del Commercio per rinunciare alle protezioni fino alla fine della pandemia. La Casa Bianca non ha ancora preso una decisione.


(il Messaggero, 26 marzo 2021)

di Flavia Landolfi


Sette pagine fitte e senza tentennamenti: sono quelle in cui la procura generale presso la Corte di cassazione smonta pezzo per pezzo il castello di carta dell’alienazione parentale tanto in voga nell’universo parallelo delle aule giudiziarie in cui, non di rado, alle donne vittime di violenza viene sottratta la custodia dei bambini. Una requisitoria senza appello depositata nell’udienza del 15 marzo scorso sul caso di un bambino allontanato dalla madre e collocato in casa-famiglia, dopo le denunce di violenza domestica sporte dalla donna. Un capovolgimento di responsabilità, con esiti kafkiani, possibili grazie alla teoria dell’alienazione parentale, oggi sempre meno nominata negli atti giudiziari, ma comunque presente attraverso le accuse nei confronti delle madri di “invischiamento”, “rapporto simbiotico” e di ostacolo al rapporto con l’altro genitore, anche se violento.

Da quel che si coglie nelle pagine delle conclusioni a firma della procuratrice generale Francesca Ceroni, già giudice del Tribunale dei minori di Firenze e ora in servizio al Palazzaccio di Roma, il bambino aveva denunciato la violenza del padre: il giudice però non ne tiene conto, e in un corto circuito sempre più frequente in queste vicende, lo affida ai servizi sociali collocandolo in casa-famiglia. «Nel provvedimento impugnato – recitano le conclusioni della procuratrice – non viene indicato alcun fatto, circostanza, o comportamento tenuto dalla madre pregiudizievole al figlio ma sono unicamente evocati concetti evanescenti come “l’eccessivo invischiamento”, “il rapporto fusionale”, rispetto ai quali è impossibile difendersi non avendo essi base oggettiva o scientifica essendo il risultato di una valutazione meramente soggettiva».

Le violazioni dei diritti dell’infanzia

Le conclusioni della procura nell’ambito del procedimento (n. 36260/19) chiamano in causa innanzitutto la giurisprudenza della stessa Cassazione (7041/2013) che in un caso del tutto simile ha censurato «la decisione di sottrarre un bambino all’ambiente materno con il quale il rapporto – indipendentemente dalla condotta ritenuta “alienante” – non presenta altre controindicazioni per collocarlo […] in una struttura educativa». L’orientamento della Cassazione (sentenza 6919/2016) richiama poi il giudice di merito, nel caso specifico la Corte di Appello di Roma, a verificare «le ragioni del rifiuto del padre dalla parte della figlia» ogni qual volta un genitore denunci violazioni da parte dell’altro genitore. Nella vicenda – scrive la procura – «le ragioni del rifiuto emergono chiaramente nella annotazione di servizio dei carabinieri» ai quali il bambino aveva denunciato comportamenti violenti da parte del padre “rifiutato”. In definitiva secondo la procura della Cassazione la decisione del giudice dii merito di collocare il bambino in casa-famiglia sottraendolo alla custodia della madre «viola non tanto il principio di bigenitorialità ma il diritto del fanciullo a mantenere la continuità affettiva e di cura con la madre oltre a violare il suo diritto alla conservazione all’habitat domestico […] che per giurisprudenza costante deve essere protetto in quanto luogo che maggiormente favorisce l’armonico sviluppo psico-fisico del minore».

La Convenzione di Istanbul e il Codice Rosso

Le conclusioni depositate dalla procura generale della Suprema Corte rivestono un’importanza particolare anche per il richiamo netto alla norma sovranazionale, spesso trascurata dai giudici nelle vicende di violenza con al centro la questione dell’affidamento dei figli. Si tratta della Convenzione di Istanbul, tornata alla ribalta in questi giorni per la decisione della Turchia di sfilarsi dall’accordo internazionale per la tutela delle donne e dei bambini vittime di violenza. E che invece non deve essere trascurata, perché la legge 77/2013 con cui l’Italia ha ratificato l’accordo «si colloca al di sopra della legge e costituisce parametro interposto nel giudizio di costituzionalità». Ricordando che l’articolo 31 della Convenzione esclude «non solo l’affidamento condiviso ma anche qualunque contatto autore-vittima», il giudice stigmatizza la decisione della Corte di Appello che di fatto ha del tutto «omesso di approfondire gli episodi di percosse e di verificare gli esiti dei procedimenti penali, seguendo un vecchio paradigma per il quale giudizio civile e giudizio penale corrono su binari separati». Nelle argomentazioni non manca poi il riferimento al Codice Rosso che in questo senso prevede proprio la trasmissione degli atti del penale al giudice civile chiamato a decidere in merito alla custodia dei figli.

L’ascolto del minore e l’alienazione parentale 
Gli argomenti della procura non finiscono qui. Secondo le conclusioni i procedimenti dei giudici di merito sono gravemente carenti anche sotto il profilo dell’ascolto del minore, sollevato come vulnus dal ricorso depositato in Cassazione e considerato un “faro” in tutta la giurisprudenza nelle vicende in cui il magistrato deve decidere in merito a questioni che lo riguardano. E invece la Corte territoriale – si legge nell’atto – «non ha neppure riportato in modo sintetico i bisogni, le opinioni, le aspirazioni, espressi dal minore, né in alcun modo indicato le ragioni per le quali essi non coincidono con il suo “best interest”». E qui torna in scena l’alienazione. Perché il meccanismo perverso che fa da sfondo alle storture giudiziarie, anche sotto il profilo delle garanzie e del giusto processo in ambito civile, rende donne e bambini “patologici” quindi del tutto inattendibili anche nelle loro dichiarazioni davanti al giudice.

La procura affonda il coltello sia nelle procedure formali che nella sostanza dei provvedimenti. E ritiene grave e illegittimo aver ignorato l’ascolto del bambino protagonista della vicenda. «L’irrilevanza dei condizionamenti psicologici non provati e non dimostrabili non costituisce solo un punto di vista che il giudice può adottare o respingere ma un corollario dell’applicazione della legge e di principi costituzionali definiti dalla Corte costituzionale fondamentali, tra cui il principio di determinatezza (ordinanza n. 22/2017)». E qui c’è un passaggio dirimente anche questo fornito dalla stessa Consulta nella sentenza n. 96 del 1981 che ha dichiarato l’illegittimità del reato di plagio. «Il giudice delle leggi in quell’occasione – si legge nelle conclusioni – ha ritenuto che perché una norma possa essere determinata deve regolare un fenomeno “effettivamente accertabile dall’interprete in base a criteri razionalmente ammissibili allo stato della scienza e dell’esperienza attuale”». L’alienazione genitoriale è al contrario molto controversa e la comunità scientifica internazionale non ha ritenuto di darle dignità di patologia né nel Dsm né nell’Icd (i principali manuali di classificazione diagnostica utilizzati in psichiatria).

Alienazione aleatoria e non determinata 
Il gioco di parole è dietro la porta ma la sostanza è questa, secondo la procura. L’alienazione oltre a costituire un ribaltamento dei fatti di violenza, è aleatoria e non verificabile. Le osservazioni concludono per l’accoglimento del ricorso della madre sottolineando come «solo i condizionamenti accertabili su un piano scientifico a partire da comportamenti concretamente posti in essere possono costituire la ragione per confinare nell’irrilevante giuridico la volontà chiaramente e consapevolmente espressa dal minore, che il diritto vivente vuole al centro di ogni decisione che lo riguardi». Ora toccherà ai giudici della Cassazione esprimersi sulla vicenda e decidere se accogliere o meno il ricorso. In attesa che, prima o poi, la questione non trovi ascolto dalla Corte costituzionale. Gli elementi non mancano: la procura della Cassazione li ha visti e messi in fila. Nero su bianco.


(Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2021)

di Luisa Pogliana


Non sono impazzita per parlare di segnali positivi in una situazione così grave, soprattutto per le donne. Ma succede che nonostante l’indebolimento della presenza femminile nel lavoro – causa covid – le donne non arretrano nella consapevolezza e nell’agire.

C’è un ampio gruppo di manager che si incontrano su una proposta di Donnesenzaguscio (fare ‘Un passo in alto’, ovvero più donne ai vertici delle aziende per cambiare la natura del potere). Questo confronto politico, questo ragionare insieme permette di vedere quanto di positivo viene proprio dalle donne. 

Ci sono evidenze anche nel nuovo governo italiano. Al di là di ogni valutazione in merito, alcuni indirizzi del programma toccano le questioni su cui ci battiamo: «abbiamo uno dei peggiori gap salariali tra generi […] una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. […] bisogna garantire parità di condizioni […] un sistema di welfare per superare la scelta tra famiglia o lavoro […]». Certo non ci aspettiamo che arrivino da lì politiche e leggi che risolvano tutto questo.

Però è la prima volta che questi obiettivi entrano nel programma di un governo.

È un risultato del nostro impegno di donne contro queste vertiginose discriminazioni. Se noi non avessimo parlato e agito costantemente questo non sarebbe successo, non se ne parlerebbe oggi così tanto: abbiamo reso il problema visibile e non più evitabile. Non sottovalutiamo mai l’importanza di quello che facciamo.

Per il resto, sta sempre a noi continuare ad aprirci spazi in queste direzioni.

Sappiamo che le condizioni di lavoro eque si creano se cambia la cultura di chi in azienda decide le politiche – il vertice, appunto -, fatto quasi solo da uomini che continuano a riprodurre una cultura misogina: per questo occorre che in quei ruoli entrino donne con una visione diversa.

Sappiamo anche che per cambiare la squilibrata gestione domestica non basta il welfare, serve una forte battaglia culturale, in casa e in azienda. Bisogna far crescere tra le donne la consapevolezza che è necessario e possibile negoziare con il proprio compagno sulla condivisione di queste incombenze, nella convinzione che non si mette in gioco la relazione affettiva, e gli uomini possono essere ricettivi più di quanto pensiamo. Siamo anche consapevoli che questi comportamenti che avvengono nel privato sono l’altra faccia di ciò che avviene in azienda, dato che nelle culture delle organizzazioni prevale ancora una concezione maschile del lavoro, del tempo, della separazione dal resto della vita: anche lì bisogna affrontare questo problema.

Ci aiuta dunque vedere che ci sono donne che stanno già facendo succedere cose positive nelle aziende.

Le manager che hanno assunto ruoli decisionali alti senza schiacciarsi sul modello maschile hanno per questo un effetto trainante. Altre donne riconoscono la loro autorità, si sentono più sicure di poter assumere a loro volta ruoli di responsabilità. Perché vedono un modo di essere manager, esercitare il potere insito nel ruolo diverso da quello – respingente per molte – trasmesso dagli uomini. L’effetto traino non è stato programmato, è diventato uno sviluppo ‘naturale’.

Le manager di livello alto, in più, vedono le potenzialità delle giovani, le promuovono, e le sostengono. Controbilanciando il fatto che quando entrano in ruoli di middle management sono facilmente attaccate ‘dal basso’. È importante questo rafforzarle nella certezza di essere all’altezza del ruolo: l’attacco è rivolto alle donne che vanno più avanti, non alla loro professionalità. Insomma, queste relazioni tra donne sono preziose: sviluppano una capacità di cambiamento imprevedibile.

Altre manager mettono in atto strumenti organizzativi con vincoli tesi a tagliare le discriminazioni. Per esempio, manager alla direzione del personale – cercando l’alleanza con manager maschi influenti – pongono l’obiettivo aziendale di raggiungere un’equa distribuzione uomini-donne in tutti i livelli dell’organizzazione, e in particolare nelle strutture dove si decide. Questo obiettivo diventa parte degli indicatori con i quali i dirigenti vengono premiati a fine anno. Non basta però solo un meccanismo automatico. È essenziale il coinvolgimento consapevole delle donne: si mettono in campo quindi attività di coaching in modo che le donne possano esprimere e far conoscere le loro aspettative, e superare eventuali resistenze alla propria ambizione (motivate spesso da un contesto famigliare che inibisce questo desiderio). Più in generale, si fa un continuo lavoro sulla cultura. Perché contiene atteggiamenti così radicati che gli uomini non si rendono conto di come si traducano in atti discriminatori: si interviene perciò sui criteri con cui si scelgono le persone, anche nei progetti strategici, e nel processo di promozione a quadri e a dirigenti. Si fa ripulitura dei linguaggi nei documenti aziendali che usano solo il genere maschile (anche con impliciti pregiudizi e stereotipi).

La determinazione femminile a non arretrare e anzi ad andare avanti fa sì che per reazione la misoginia si diffonda nella vita quotidiana di lavoro. Questo ci irrita, ci ostacola, ci ferisce. Ma è un buon segno: è un tentativo di rivalsa, è l’ammissione del fatto che non riescono a fermare le donne. E non è un flagello biblico inevitabile. Questa misoginia quotidiana, a volte subdola, può essere contrastata. Cominciando dal saperla riconoscere. Dice una di noi: «Non parliamo di grandi problemi come il paygap ecc. Sono piccole pratiche quotidiane, che colpiscono tutte, ma abbiamo il potere di contrastarle con alcune piccole, costanti e coraggiose mosse di kung-fu». Ci sono vari strumenti con i quali possiamo arricchirci nella capacità di bloccare il maschilismo tossico: li possiamo imparare, trasmetterceli. Anche su questo continuiamo a lavorare.

I segnali positivi non sono frutto di un ottuso ottimismo, sono reali, sono contagiosi, e vengono dalle donne.


Per chi vuole stare in contatto con noi: www.donnesenzaguscio.it


(www.libreriadelledonne.it, 25 marzo 2021)

di Milly Mazzei


Un mio articolo su “Il Grandevetro” (http://www.ilgrandevetro.it/storia ), rivista nata negli stessi anni della Libreria delle Donne di Firenze. Grazie a Beatrice Di Castri della redazione.


Potrà ancora interessare a qualcuno la storia di un’esperienza locale ormai conclusa come quella della Libreria delle Donne di Firenze? La perplessità è legittima, soprattutto ora, in piena crisi pandemica, in un contesto di svolta epocale, quando un virus pericolosamente mutante (che sta modificando le nostre vite, le nostre relazioni, il nostro quotidiano) ci impone scelte drammatiche e ci costringe a riprogettare modelli economici, sociali, politici, comportamentali per fermare la distruzione in atto del nostro pianeta, l’unico che abbiamo. In un periodo di inevitabile distanziamento fisico tra le persone e di comunicazione prevalentemente virtuale, come restituire il senso di un’esperienza che sempre ha coinvolto corpi in presenza? Un’esperienza cresciuta in uno spazio reale, che per decenni ha visto svilupparsi relazioni forti tra gruppi di donne impegnate insieme in progettualità comuni e che, nelle iniziative rivolte ad un pubblico esterno, ha attratto nello stesso spazio reale molte persone, spesso in piedi – accanto ai tavoli dei libri – perché le nostre cinquanta sedie non bastavano quasi mai. Varie librerie delle donne erano nate in Italia e all’estero sull’onda del femminismo degli anni Settanta. All’inizio del 1978 progettammo di aprire anche a Firenze uno spazio che desse visibilità a libri scritti da donne, a scrittrici di qualità di tutto il mondo ingiustamente non valorizzate o ignorate, a biografie e autobiografie di donne, a saggi di e su artiste, scienziate, filosofe, storiche, teologhe, alla ricca produzione di materiali di riflessione e documentazione prodotti da movimenti delle donne di tutta Italia, con particolare attenzione all’editoria e alle riviste femministe. Io ero tra le più giovani del gruppo fondatore: trentasette donne di tre generazioni, tra loro diverse per estrazione sociale, formazione culturale, esperienze politiche, ma accomunate dall’ intento di definire il progetto e di dargli avvio in una sede adeguata. Per valorizzare la nostra proposta, cercavamo una sede nel centro di Firenze il cui proprietario fosse un ente pubblico. Decidemmo di organizzarci in cooperativa, convinte come eravamo dell’importanza della cooperazione e della sua potenza costruttiva: il 20 aprile del 1979 costituimmo davanti al notaio la Cooperativa delle Donne. Ottenemmo in affitto dal Comune di Firenze dei locali in via Fiesolana e li ristrutturammo a nostre spese, lavorando anche manualmente con grande entusiasmo. Nel dicembre del 1979 inaugurammo i locali con una mostra di opere di cinque artiste e finalmente l’8 marzo del 1980 aprimmo “La Libreria delle donne”. A partire da un nucleo originario di alcune centinaia di titoli acquisiti al momento dell’apertura, il patrimonio di libri e periodici in vendita presso la libreria è arrivato nel corso degli anni a comprendere decine di migliaia di titoli. I nostri scaffali e i nostri tavoli erano organizzati per aree tematiche la cui articolazione rispondeva a un preciso progetto culturale. Le frequentatrici della libreria potevano agevolmente orientarsi nelle scelte, grazie anche alla collocazione fisica di libri e riviste in settori ben identificabili. Riviste e libri erano proposti come veicolo di cultura, di crescita, di rafforzamento dell’identità di genere e sempre li sceglievamo secondo criteri di qualità, dando spazio anche alla produzione femminile di piccole e piccolissime case editrici, orientando la selezione dei titoli sulla totalità dei cataloghi editoriali per evitar di privilegiare solo le novità, procurandoci spesso libri difficili da reperire e non presenti in altre librerie, accogliendo suggerimenti che arrivavano dalle lettrici nostre clienti e tenendo conto delle segnalazioni delle riviste femministe. Saper scegliere che cosa acquisire e saper orientare e consigliare le lettrici è sempre stato importante: un libro letto al momento giusto può attivare movimenti trasformativi e può persino cambiare la vita, come più volte ci è stato riconosciuto. Nei suoi trentotto anni di vita la Libreria delle Donne ha avuto una forte presenza nella vita culturale fiorentina. Abbiamo prodotto mostre e loro cataloghi, edito pubblicazioni legate ai nostri ambiti di interesse, organizzato convegni e conferenze, partecipato a progetti europei, presentato libri insieme con le loro autrici, ospitato gruppi di lettura e di scrittura e mostre di fotografe e artiste, sostenuto iniziative di solidarietà e battaglie per la promozione di diritti politici e sociali. Nel 2015 la CGIL ha presentato le nostre pubblicazioni all’interno della mostra «La forza delle donne. 1970-2014», della quale ha poi pubblicato il catalogo. Attraverso il blog https://libreriadelledonnefirenze.blogspot.com (aperto nel 2008) si può avere un assaggio delle attività degli ultimi dieci anni di vita della libreria. Il collegamento con altre associazioni, con librerie e con centri di documentazione di donne è stata una costante della nostra storia. Fin dagli anni Ottanta la Cooperativa delle Donne ha anche fatto parte della Lega delle Cooperative. Dal 1982 abbiamo raccolto documenti sui femminismi e i diritti delle donne in Italia e nel mondo, libri importanti non più in commercio, annate e collezioni complete di riviste femministe: è nato così il “Centro di Documentazione FILI”, nodo della rete Lilith (cfr. http://retelilith.women.it), con servizio di prestito attraverso il Sistema Documentario Integrato dell’Area Fiorentina – SDIAF, di cui dal 2000 FILI faceva parte (cfr. https://opac.comune.fi.it/easyweb/w2001/index.php?scelta=scheda_bib&opac=w2001&&biblio=FILI). Alla fine degli anni Ottanta è nato “Archivio Musica”, una raccolta di spartiti, registrazioni, materiale grigio, legata alla produzione musicale delle donne. La maggior parte di questi materiali, molti documenti relativi alle nostre attività e tutte le nostre pubblicazioni si trovano ora presso l’Archivio Storico e la Biblioteca delle Oblate del Comune di Firenze, che li hanno acquisiti gratuitamente dopo la chiusura della Cooperativa delle Donne. La gestione della Libreria delle Donne ha visto avvicendarsi decine di socie della Cooperativa che – con il loro lavoro per lo più volontario – ne hanno garantito l’apertura mattina e pomeriggio sei giorni su sette. Progettazione delle attività e ripartizione degli impegni venivano definite in riunioni settimanali alle quali tutte partecipavamo discutendo e confrontando idee, in uno spazio che – nel fare insieme – sentivamo sempre più nostro. Nel corso degli anni c’è stato un ampio ricambio delle socie della Cooperativa: molte nuove sono entrate, molte sono andate via, alcune purtroppo non ci sono più. Non mi è qui possibile far riferimento a ciascuna delle donne che hanno dedicato il proprio tempo e le proprie energie a questa esperienza, ma vorrei sottolineare che ognuna ha contribuito a un progetto collettivo che ha arricchito la vita culturale di tutte noi e della nostra città. La nostra comune avventura si è conclusa nel 2018, con la chiusura della Libreria il 31 maggio e poi della Cooperativa in dicembre: abbiamo deciso di porre volontariamente termine in modo controllato alle attività, perché non potevamo accettare di assistere al fallimento e a una brusca interruzione coatta – a causa delle crescenti difficoltà economiche in un mercato librario in crisi – di un’esperienza come quella che avevamo avviato e condotto con tanta passione e per tanto tempo. 
Vorrei qui esprimere particolare gratitudine alle socie che, soprattutto negli ultimi dieci anni in condizioni esterne sempre più avverse, hanno perseverato nel lavoro di cura necessario per continuare a gestire insieme il nostro ambizioso progetto. Nei locali di via Fiesolana giovani donne dell’Associazione “Fiesolana 2b” (fondata da noi socie della Cooperativa nel 2012), hanno dato vita il 28 ottobre del 2018 a una biblioteca femminista (cfr. https://ww.facebook.com/fiesolana2b ) che promuove varie attività culturali. L’esperienza della Libreria delle Donne si è conclusa, ma rimangono le idee che hanno animato questo spazio di libertà e che ora altre donne portano avanti. È rimasto il valore attribuito alle relazioni interpersonali, alla lettura come strumento di crescita individuale e collettiva, all’importanza del confronto con la ricchezza della produzione culturale delle donne. Per me è rimasto anche l’orgoglio di aver partecipato a una bellissima esperienza.


Milly Mazzei, 28 gennaio 2021


(Il Grande Vetro, n. 141, marzo 2021)


Proponiamo l’intervista rilasciata da Livia Turco ad Anna Bredice, andata in onda su Radio Popolare, durante la trasmissione Prisma di mercoledì 24 marzo, da 1:20:41 a 1:29:45.


(Radiopopolare.it, 24 marzo 2021)

di Redazione


È online l’ultimo, ricchissimo, numero (n° 17/2020) della rivista di Diotima “Per Amore del Mondo”


Link: Numero 17 – 2020 | Edizioni | diotima (diotimafilosofe.it)


Questa pubblicazione, dal titolo L’istante del risveglio, porta il segno della condizione di straordinarietà che ha caratterizzato il lungo periodo del suo crearsi e rende conto dell’intenso scambio e del lavoro di pensiero mai interrotto in questa situazione imprevista.

Oltre agli interventi dei Grandi Seminari di Diotima 2019 (La politica delle donne. Qui e ora) e 2020 (Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale) contiene anche contributi del XXX Seminario Internazionale di DUODA (Il corpo si confessa: l’incesto, Barcellona 2019) e nuove rubriche come “Pandemia”, presentata da Chiara Zamboni, con racconti e riflessioni di chi si trova a operare a scuola, nel mondo della scienza, nella cura, nelle imprese sociali oppure nelle Librerie delle donne di Milano e di Padova. La rubrica “Femminismo ed ecologia” approfondisce «le questioni riguardanti l’ecologia, essenziali nel tempo in cui viviamo, attraverso lo sguardo incarnato e relazionale della differenza sessuale». “Incesto” raccoglie e rielabora gli interventi di Barcelona, mettendo «in parole l’esperienza di ciò che siamo state abituate a chiamare molestie o abuso sessuale e ora nominiamo come incesto». Per chiudere il numero, alcune recensioni, anzi, inviti alla lettura di testi importanti per leggere il presente.


(www.libreriadelledonne.it, 23 marzo 2021)

Donne firmatarie


Il 70 per cento delle risorse destinate al Sud e all’occupazione nel Recovery Plan deve essere riservato alle donne del Mezzogiorno.

È questa in sintesi la richiesta di un gruppo di donne, meridionali e non, che hanno redatto il documento “Non come prima” sulla necessità di trasformare la pandemia in una occasione per ripensare i criteri, i valori, le priorità da assumere per guidare la nostra convivenza.

Le firmatarie del documento, utilizzando il supporto di dati recenti, soprattutto ISTAT, parlano di un vero e proprio scandalo democratico. I dati, infatti, radiografano una situazione sconfortante segnata da una scolarità femminile che nella sola Regione Campania vede quasi seicentomila donne non oltre la licenza elementare, da un incremento della povertà e dall’assenza di una adeguata infrastrutturazione sociale. Uno scandalo che rischia di deridere sul nascere molte buone intenzioni.

Al Sud il 9,3 per cento della popolazione versa in stato di povertà

Il 45% delle donne disoccupate nel nostro Paese risiede nel Mezzogiorno

Valori bassi e divari elevati nei tassi di occupazione (32,5%) rispetto al Nord (59%)

Il tasso di occupazione delle giovani diplomate tra i 25 e i 34 anni a Sud è pari al 34,5% e a Nord al 68,4%, per le laureate 47,4% al Sud e 77,7% al Nord

Uno scandalo che ha molte facce tutte palesemente ingiuste e insensate, tra le quali l’accesso a scuole che avviano a professioni scientifiche scoraggiato e ritenuto non adatto alle donne nonostante le smentite numerosissime.

Per tutto questo nel documento si evoca l’urgenza di soluzioni radicali. Consapevoli che intervenire sulla relazione tra donne e lavoro significa ridisegnare gran parte di tutto l’assetto della società.

Se non si ha l’ambizione di toccare le ragioni prime di una immotivata discriminazione, si ricadrà inesorabilmente in tutti gli errori del passato che a questo presente ci hanno portato. Dovranno essere le donne a giudicare in corso d’opera l’opportunità e la congruità delle azioni inaugurando anche forme di partecipazione alle scelte utili a connotarle. Le donne hanno dato e danno prova di sé anche quando dirigono lo Stato e questo è un dato dal quale è utile imparare a non prescindere.

Il documento sarà oggetto nelle prossime settimane di più confronti con quelli e quelle che, a diverso titolo partecipano ai criteri che sono seguiti nel Recovery Plan.

La situazione del nostro Paese e in particolare quella delle regioni meridionali, non consente tempi lunghi né misure non capaci di affrontare prioritariamente le contraddizioni più rilevanti. E certamente il più rilevante freno ad un mutamento significativo è proprio la relazione fra donne e occupazione nel Sud.

Rosalba Bellomare “Mezzocielo Palermo”, Luisa Cavaliere Festinalente Castellabate, Tiziana Iaquinta Università Magna Graecia Catanzaro, Maria Liguori editrice, Giustina Orientale Caputo Università Federico Secondo Napoli, Silvia Rossi Università Federico Secondo Napoli, Paola Profeta Università Bocconi Milano, Assunta Veneziano Arlas Napoli.


(il manifesto, 22 marzo 2021)

a cura di Davide Frattini


L’irlandese Colum McCann scrive un romanzo in 1.001 pezzi, come le storie di Sherazade, in cui due genitori raccontano le figlie uccise a Gerusalemme e in Cisgiordania per farle vivere. Ne parla con Manuela Dviri, che nelle guerre del Medio Oriente ha perso un figlio.

(Colum McCann, Apeirogon, trad. Marinella Magri, Feltrinelli, p.519, € 22)


Due padri, quattro madri. Genitori che provano a sopravvivere alla perdita di un figlio. Donne e uomini. Un solo dolore, modi diversi di affrontarlo. Israeliani e palestinesi. Distinti eppure indivisibili.

Dopo la morte di Yoni durante un’operazione militare in Libano, Manuela Dviri Vitali Norsa si unisce al movimento delle Quattro Madri. Colum McCann racconta il lutto di due padri: per Smadar ammazzata in un attentato suicida a Gerusalemme, per Abir uccisa da un proiettile di gomma durante un raid dell’esercito israeliano a Beit Jalla, in Cisgiordania. Distinti eppure indivisibili. Manuela si collega da Tel Aviv, dove abita da oltre mezzo secolo. Colum, nato e cresciuto in Irlanda, vive e lavora negli Stati Uniti. Scrittori migranti come gli stormi di uccelli descritti in Apeirogon, testimoni che si muovono insieme nel cielo sopra al conflitto.

Qual è stato il primo incontro con queste terre?

Colum McCann – Sono venuto con un gruppo di artisti e attivisti dell’organizzazione Narrative4, che ho fondato: l’obiettivo è spingere i giovani a mettersi nei panni gli uni degli altri. Abbiamo visitato la Cisgiordania, Israele, incontrato molte persone interessanti. Il penultimo giorno siamo andati a Beit Jalla ed è lì che tutto – stavo per dire – «è crollato per me», ma forse è più corretto: il mio cuore si è spalancato alle storie di Rami e Bassam. Era il novembre del 2015.

Manuela Dviri – Sono arrivata in Israele 52 anni fa. Sono nata in Italia, mio padre aveva sempre sognato di immigrare, non c’è mai riuscito, così l’ho fatto io. Durante il viaggio in nave ho incontrato l’uomo che sarebbe diventato mio marito, un giovane israeliano, stiamo insieme da allora. Il Paese che trovai era molto diverso da oggi, non c’era quasi nulla in confronto all’Italia del boom economico. Venire qui era la scelta più naturale dopo quello che i miei genitori avevano subito con le persecuzioni razziali, volevo essere parte di questa nazione, di quello che stava diventando e di quello che è adesso. Ho pagato un prezzo molto alto, ma sono contenta di quella decisione.

Madri e padri: esiste un modo diverso di reagire alla morte di un figlio?

Colum McCann – Rami e Bassam continuano a ripetere le storie delle figlie per tentare di mantenerle in vita, lo considero un gesto alla Sherazade, così ho costruito il libro attorno a mille e uno capitoli come nel classico arabo. Il dolore delle mogli, almeno in questa situazione, è molto più privato, trattengono a sé le bambine in una sorta di abbraccio nell’utero. Non intendo dire che il lutto degli uomini sia più potente, di sicuro è più pubblico.

Manuela Dviri – Non nel mio caso. Il tuo libro mi ha aiutata a capire mio marito: era un soldato come Rami, ha combattuto nella guerra dei Sei Giorni, in quella di Yom Kippur e in quelle in Libano. Pensava che il suo dovere fosse proteggere la famiglia, proteggere i suoi figli. Non avrebbe mai immaginato che un figlio sarebbe morto per proteggere lui. Ci sono stati momenti in cui credevo non sarebbe sopravvissuto, molti padri colpiti da queste perdite si suicidano. Mio figlio Yoni era un soldato, questo rende la mia storia completamente diversa da quella di Rami e Bassam. Quando sono venuti a suonare alla porta per annunciarmi che era stato ucciso in Libano, ho saputo da subito che dovevo reagire, organizzare qualcosa. Ho deciso di fare quello che avrebbe fatto lui, avesse continuato a vivere: aiutare gli altri. Mai e poi mai avrei detto ai miei figli di non prestare il servizio militare, ho due nipoti sotto le armi in questi mesi. Ma ero contraria alla nostra presenza in Libano, così abbiamo creato le Quattro Madri per dimostrare che per proteggere il Paese non c’era bisogno di invaderne un altro. Quando le truppe israeliane si sono ritirate dal Libano è stato un momento dolceamaro: che cosa perseguirò da adesso in avanti? Così è partito il progetto Saving Children che negli anni ha curato 13 mila bambini palestinesi in ospedali israeliani. Ho incontrato una donna di Betlemme, più o meno della mia età: eravamo travolti dalla seconda intifada e per la prima volta nella mia vita ho guardato alla realtà da punti di vista diversi. Un po’ come Bassam e Rami, ma noi siamo donne. Una donna è consapevole, in qualche modo lo percepisce nel Dna, che non tutti i figli sopravviveranno, la mia bisnonna ne ha avuti 11, allora era normale che qualcuno non ce la facesse. Ho scelto di vivere, di essere felice, di avere dei figli e dei nipoti felici. Sono una madre terribile? Come Sherazade non voglio raccontare il finale della storia. A nessuno. In questo modo posso continuare.

Colum McCann – Sono profondamente commosso da quello che dici, dalla capacità di accedere all’immaginazione maschile. Mi sembra che questo sia il lavoro che dobbiamo portare avanti: provare a capire che cosa significhi andare oltre noi stessi. Per te è anche una missione pratica, organizzare programmi medici e aiutare i bambini palestinesi. Per me è raccontare una storia e lasciare che altri ne facciano la loro storia. Ho sempre saputo di non voler insegnare che cosa pensare, sono stanco di chi mi impone le sue opinioni. La situazione tra israeliani e palestinesi è così complicata: uno Stato, due Stati, otto… Federazione, cooperazione… Non so niente. Conosco il paesaggio umano ed emotivo: ascoltandoti vedo la storia estendersi in direzioni differenti, diventa anche la tua storia e la storia di tuo figlio, di tuo marito. Questo è il lavoro della letteratura: negoziare uno spazio comune, non in maniera didattica.

L’Apeirogon del titolo è un poligono con un numero infinitamente numerabile di lati. I lettori possono aprirsi con Colum a illimitati punti vista. Allo stesso tempo Jorge Luis Borges è più volte citato, nei suoi labirinti ci si può perdere come nelle opzioni inesauribili.

Colum McCann – L’Apeirogon è infinito ma possiamo scegliere un punto finito in cui collocarci. Ammettere la mia confusione era fondamentale: sono cresciuto in Irlanda, mia madre era di Derry (nell’Ulster, parte del Regno Unito, ndr), mio padre di Dublino, c’era una guerra, ho visto persone morire, ho studiato il processo di pace, ho ascoltato donne e uomini, ho assorbito punti di vista molteplici. Sapete una cosa? Sono ancora confuso. Riguardo a Israele e Palestina per me era necessario scombussolare il lettore. Così l’inizio del libro è bum, bum, bum, bum. Tutte quelle informazioni e descrizioni tecniche degli uccelli migratori, al punto che uno si chiede: ma cos’è questo? L’obiettivo era portare il lettore ad arrendersi alla confusione e dire: va bene essere confusi, non è un problema, è una risorsa. Perché oggi uno dei temi più importanti politicamente è riconoscere lo scompiglio in cui siamo immersi e provare a ricostruire da lì. Troppo spesso – come Manuela sa bene – la gente sbatte la porta, si chiude dentro, tira le tende, dichiara: le mie idee sono le uniche idee, voglio solo parlare con chi assomiglia a me, vive come me. Ed è un disastro. Quello che dobbiamo tentare come scrittori, giornalisti, studenti, insegnanti è ammettere quanto disorientanti queste vicende possano essere, qualche volta meravigliosamente disorientanti. Dal punto di vista della confusione possiamo capire che cosa sia essenziale: per me era il dolore di Rami e Bassam, ma anche la speranza. Manuela ha appena detto di voler essere felice, ha preso la decisione di proclamare «è tutto così complicato, non mi lascio ridurre alle semplificazioni. Per continuare a vivere devo abbracciare gli aspetti molteplici di questa situazione».

Nella prima pagina la parola «confusa» ricorre tre volte. Quanto si sente confusa Manuela dopo 52 anni da queste parti?

Manuela Dviri – Non lo sono. Sono arrabbiata, molto arrabbiata. Vedo solo uomini dappertutto: in politica in Israele, in politica in Palestina. Qualche volta donne che vogliono comportarsi come gli uomini. Sono d’accordo, la confusione è grande per chi viene da fuori e capisco la scelta di Colum. Sono stanca di quel che succede qui, è diventato come le stagioni che non puoi evitare, prima l’inverno poi l’estate. Abbiamo vissuto così da sempre, la destra promette qualcosa, la sinistra qualcos’altro. Nessuno discute di come risolvere la questione palestinese: non a Gerusalemme e neppure a Gaza o a Ramallah. Sempre gli stessi politici. Quando mio figlio è stato ucciso nel 1998, Benjamin Netanyahu era primo ministro. Ventitré anni dopo, Netanyahu è primo ministro, martedì 23 marzo si vota di nuovo e Netanyahu è ancora candidato. Uguale per i palestinesi. Sono infuriata perché è il mio futuro, dei miei figli e dei miei nipoti. Questo virus ci sta mostrando quanto siamo piccoli, ci vuole insegnare che dovremmo essere un po’ più intelligenti e lavorare insieme perché siamo condannati a vivere insieme.

Colum McCann – Stiamo parlando di persone abbastanza coraggiose da tentare di conoscere le altre, da rischiare le umiliazioni, da esporre se stessi, per provare a comprendere qualcuno con il quale – come hai detto – si è condannati a convivere. Rami e Bassam lo sanno, tu Manuela lo sai. Noi? Noi dobbiamo ascoltare e riascoltare queste storie. Antonio Gramsci scriveva di essere «un pessimista dell’intelligenza, ma un ottimista della volontà». Così quando dici «sono arrabbiata», lo capisco, perché vedi la realtà attorno a te e diventi una pessimista dell’intelligenza. Un ottimista della volontà è qualcuno che riconosce «è un disastro, è buio», ma dobbiamo trovare un modo di uscirne. I politici sono uomini piccini e – hai ragione – per il 99 per cento sono uomini. Servono se stessi, i loro ego, i loro portafogli, impediscono alle persone di incontrarsi l’un l’altra. Non dobbiamo amarci l’un l’altro…

Manuela Dviri – Assolutamente no.

Colum McCann – …Ma dobbiamo compiere un balzo di empatia per capire che cosa significhi vivere a Betlemme, a Beit Jalla, a Tel Aviv. A questo punto serve il coraggio, e gli scrittori devono continuare a ripeterlo, perché un giorno qualcosa succederà o qualcuno succederà.

Manuela Dviri – Ho lavorato con Shimon Peres fino a quando è morto nel 2016 e ripeteva sempre: l’ottimista e il pessimista moriranno allo stesso modo, ma almeno l’ottimista avrà vissuto bene. Credo valga la pena di essere ottimisti ed è l’unico modo di affrontare questa realtà, in tutto il pianeta, non solo qui.

Colum McCann – Lasciami dire: per essere un buon ottimista devi prima essere un buon cinico. I cinici vedono che il mondo è spacciato, ma sono loro i sentimentali, non reagiscono. L’ottimista interviene: e allora? Facciamo qualcosa.

Negli anni in carcere Bassam decide di imparare l’ebraico perché si ripete «conosci il nemico, conosci te stesso». Sarà poi il dolore a spingerlo ad abbracciare il nemico. Conoscere, anche per tattica, è comunque un primo passo. È ancora possibile? Non solo tra israeliani e palestinesi. Superare le differenze, la distanza, la sordità alle opinioni degli altri, le contrapposizioni politiche senza compromesso.

Colum McCann – Credo di sì e la mia non è una visione ingenua. Succederà dal basso, non per volontà dei politici, dei poteri economici e neppure degli artisti. Arriverà a sorpresa e sarà sostenuto dalla gente, un processo che si autocorregge come uno stormo: un uccello migratore è intelligente, l’insieme degli uccelli migratori è super-intelligente. Da dove partirà questo movimento? Dalla scuola. I custodi della nostra democrazia, delle nostre anime, sono gli insegnanti e sono malpagati, trascurati. È necessaria una riforma profonda del sistema educativo, perché è nelle classi che la democrazia opera, è nelle classi che i ragazzi e le ragazze sono in qualche modo forzati a stare insieme, a parlarsi, a frantumare gli stereotipi. Il movimento emergerà dagli studenti. Non so se sapete che negli Stati Uniti una norma permette ai militari in servizio attivo di salire sugli aerei di linea per primi. Non ho niente in contrario, mi sta bene. Un giorno davvero fantastico sarà quello in cui concederemo questo privilegio agli insegnanti.

Manuela Dviri – Sei davvero un ottimista. Sono stata un’insegnante, sono sottopagati e credo ci vorrà molto tempo per arrivare a realizzare le tue speranze. Anche la tecnologia potrà aiutare perché già adesso sta costruendo ponti e favorisce la cooperazione economica: se una startup israeliana ha bisogno di un bravo ingegnere che vive a Ramallah e costa un po’ meno, perché non assumerlo? Questi strumenti ci possono permettere di non rimanere impantanati nel passato. Dobbiamo riuscire a venirne fuori, altrimenti ho paura che qualcosa di terribile possa succedere.

Colum McCann – L’impossibile qualche volta può accadere. Bassam mi ha parlato dell’idea che in Irlanda non abbiamo avuto la pace per 800 anni e all’improvviso proprio nel 1998 abbiamo siglato un accordo. Vedi Manuela, il nostro processo di pace è vecchio quanto il giorno in cui hai perso tuo figlio e nessuno pensava che sarebbe potuto compiersi.

Manuela Dviri – Nessuno avrebbe pensato di poter volare da Tel Aviv agli Emirati Arabi e invece sono stata a Dubai qualche mese fa. Ho vissuto qui gli anni degli accordi con l’Egitto e la Giordania: non sono perfetti, ma ci sono e funzionano. I palestinesi potrebbero diventare i nostri migliori alleati, perché siamo così vicini, legati come gemelli siamesi. Il problema più grande da risolvere è Gaza.

Pochi mesi fa la deejay Sama Abdulhadi è stata arrestata dalla polizia palestinese per aver organizzato uno spettacolo vicino a una moschea. La comunità Lgbt è perseguitata nei territori, spesso anche dalle famiglie. A volte la sinistra israeliana e quella europea, per non incrinare la lotta contro l’occupazione, sorvolano sulla questione dei diritti civili tra i palestinesi.

Colum McCann – È molto preoccupante che la sinistra stessa – e qui torniamo all’inizio della nostra conversazione –  non abbia il coraggio di dire: tutto questo è complicato, contraddittorio, incasinato. La sinistra pretende di avere una sola prospettiva. Questo mi rattrista, la mia propensione è di essere dalla sua parte e di pensare che sia nel giusto. Ma questa correttezza si trasforma in manette. Non possiamo essere un po’ più traboccanti, generosi, indulgenti? La gente dirà «non possiamo parlare di queste vicende perché il vero problema è l’occupazione» ma in questo modo ci autoparalizziamo, ci tagliamo la lingua da soli.

Manuela Dviri – Non sono parte della sinistra internazionale, partecipo solo a quello che succede qui e sto per tornare a votare. Non so quale partito scegliere perché la sinistra in Israele quasi non esiste più e molto probabilmente indicherò l’unica donna accettabile. Come per i palestinesi anche per noi l’occupazione definisce tutto: da un lato nessun politico durante la campagna elettorale ha presentato un piano per arrivare a un accordo di pace, dall’altro finché dura l’occupazione non si affrontano gli altri problemi, quelli interni a Israele. Su questo punto non so se sono un’ottimista o una pessimista, ma di sicuro cinica: ho la sensazione terribile che solo una tragedia porterà un cambiamento, altrimenti i leader continueranno a rinviare.

Nel libro ritorna più volte l’immagine del dirigibile bianco in volo sopra Gerusalemme, attrezzato con le telecamere di controllo israeliane. È uno strumento di sorveglianza, il vocabolario indica tra i sinonimi «vigilanza». Eppure sembrano avere significati diversi: la sorveglianza è un controllo sugli altri, la vigilanza è quella di Rami o Bassam, necessaria per proteggere le loro famiglie circondate dalla violenza. Un’attitudine che ti può mangiare da dentro, chiudere rispetto al mondo: tutto si trasforma in preoccupazione e dubbi sulla sicurezza.

Colum McCann – La sorveglianza è insidiosa, lavora a tutti i livelli e dobbiamo rimanerne vigili, appunto. Allo stesso tempo la vigilanza nella vita di tutti i giorni va indirizzata via dalla paura, dobbiamo imparare un modo diverso di stare all’erta: non solo riguardo a noi stessi ma anche a quello che succede agli altri. Perché vigilanza suggerisce che siamo individui singoli, c’è molto di più però, siamo una molteplicità. Con il libro volevo esprimere l’idea che questa è una storia italiana, sudafricana, irlandese… Per questa ragione ho inserito gli uccelli che passano sopra Israele e la Palestina seguendo i loro percorsi migratori: quello che succede là in parte tocca tutto il mondo, è il punto di congiunzione delle tre religioni monoteiste e di tre continenti. Se potesse nascere in questa regione un nuovo modo di pensare a noi stessi, si diffonderebbe ovunque.

Manuela Dviri – Sono d’accordo. Soprattutto a Gerusalemme si percepisce qualcosa di magnetico e in questa parte del mondo c’è un’energia incredibile. Sono andata per la prima volta al ristorante dopo sei mesi, sembrava la fine della Seconda guerra mondiale: di sicuro in questo posto le cose succedono e se riusciamo a trovare una soluzione qui, questa onda raggiungerà anche altre nazioni. I numeri e le coincidenze mi danno speranza: mio figlio è stato ammazzato il 26 febbraio e quattro dei miei nipoti sono nati in quella stessa data. L’ultima ha 10 anni, è arrivata alla mezzanotte e diciotto minuti del 26 febbraio. Diciotto nella numerologia ebraica significa vita.


(Corriere della Sera – La Lettura, 21 marzo 2021)

di Paolo Di Paolo


Confesso che è stata una scoperta. Il suo romanzo Una lepre con la faccia di bambina, appena ripubblicato da Fandango, racconta – come una distopia dal vero – il disastro di Seveso. Era il 10 luglio 1976, e la nube di diossina sprigionata dal reattore di un’industria chimica segnò la vita (la salute) di centinaia di persone. Per raccontare la vicenda, un paio di anni dopo l’evento, Laura Conti, che di lì a poco sarebbe stata fra i fondatori di Legambiente, si mette nei panni di un ragazzino brianzolo. Marco, «in cerca delle verità del mondo e in cerca delle verità del proprio corpo», prova a vedere chiaro in quella nube tossica, e a distinguere i fatti dalle bugie. In fondo, dice Conti, è la vecchia storia del giovane che si perde nel bosco e deve trovare la strada. Una fiaba più che vera, in cui i polli e i conigli muoiono, i gatti barcollano e respirano a fatica, e forse è colpa della «nuvola velenosa», ma c’è chi non ci crede.

È una assolata, interminabile estate italiana degli anni Settanta. I calzoncini corti, i fumetti, le scarpe da calcio, l’afa, le mosche. Però quelle bestie morte e i pomodori avvelenati ne infiltrano la spensieratezza, un mistero tutt’altro che buffo, ma cupo e inquietante. I genitori si sono decisi a spedire Marco a Rapallo dalla zia Irma; meglio essere prudenti. Ma zia Irma fa finta di niente: «Come se il veleno era una cosa indecente, che non si poteva parlarne davanti ai ragazzi». Ma Marco insiste, fa domande, vuole sapere, vuole capire. Tende le orecchie quando la televisione parla delle famiglie con i bambini all’ospedale, della diossina che va dappertutto, delle assistenti sanitarie con le borse piene di carte che domandano alla gente se ha prurito, macchie sulla pelle. È stufo di sentirsi trattare da bambino, sente che le verità pubbliche e le verità private non coincidono. D’altra parte, nella sua introduzione, Laura Conti insiste su come la comunità colpita abbia reagito in modo irrazionale: «Negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore dell’Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica».

Una lepre con la faccia di bambina è il romanzo – lucido e appassionato – di una grande attivista. Che conosceva il potere della narrativa: in Cecilia e le streghe, con cui debuttò nel ’63 e vinse un riconoscimento nella cui giuria c’erano Vittorini e Soldati, il Premio Pozzale, sviluppa una sorta di noir sentimentale ispirato a un episodio della sua vita di medico. Udinese di nascita – oggi avrebbe cento anni – ma milanese fin da bambina, partigiana (fu deportata nel lager di Bolzano), comunista impegnata nell’amministrazione pubblica, parlamentare attenta ai diritti e all’ambiente, Conti ha vissuto un’esistenza coraggiosa e appassionata. Ne ricostruisce, in modo eccentrico, la parabola un piccolo libro dal titolo Laura non c’è (Fandango). Le autrici, Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, proseguono il dialogo con Laura, in sua assenza. Le raccontano dell’oggi, e lei, dal suo altrove, sembra consapevole di essere «caduta nel dimenticatoio». Ma le sue parole arrivano nette e vitali, audaci anche nelle contraddizioni. E così la sua testimonianza: gli anni dei collettivi, dei dibattiti, il sodalizio intellettuale con compagne e compagni. Ma anche la solitudine quando prese posizione sulla caccia, in chiave non abolizionista; o quando insisteva sulla necessità di politiche ambientali ed ecologiste in un’Italia poco sensibile alla questione. La scelta ecologica, dice, è una scelta d’amore, amore per il sistema vivente: «Ho iniziato a studiare e trattare le scienze biologiche e l’ecologia quando le questioni ambientali non erano presenti nelle agende politiche istituzionali. Quando non si era ancora abituati a parlare di sostenibilità ambientale e sociale delle scelte economiche e industriali. Quando parlavo della relazione primaria fra politica e ricerca tecnologica e scientifica, strabuzzavano gli occhi, perché in pochi allora avevamo questo approccio. A me, che ero donna e comunista, mi trattavano come una bizzarra affabulatrice e una eccentrica visionaria».

Affabulatrice e visionaria. In fondo, un modo diverso per dire cos’è l’essere politici. Alla sua morte, il 25 maggio del 1993, su queste colonne fu messo l’accento sulla battaglia anti-nucleare. Nella dichiarazione di voto che fece alla Camera nell’agosto del 1987 a favore del referendum contro le centrali nucleari parlò a nome degli ambientalisti. Che – disse, con toni da vera narratrice – «si sono sempre sentiti dire che, se non si costruissero altre centrali nucleari, dovremmo passare le serate d’inverno nel calore animale delle stalle, a lume di candela, raccontandoci a voce le storie dei reali di Francia». La lezione di Chernobyl, il rifiuto del cinismo, la lungimiranza, la coscienza del limite. In un articolo scritto per l’Unità in quello stesso anno, dal titolo eloquente «Sempre più radioattivi», spiegava con il nitore della divulgatrice d’eccezione i rischi della contaminazione nella catena alimentare. E qualche anno dopo, allargando la prospettiva, metteva in guardia dal rischio che comporta «continuarsi a muovere nell’ideologia della crescita continua, e del continuo aumento della produttività del lavoro, ottenuta sempre a prezzo dell’accelerazione del degrado entropico, e di una crescente patologia dei rapporti interumani». Titolo? «Anche la ricchezza della natura ha un limite». Come quel ragazzino brianzolo a cui dava voce nel romanzo del ’78, Laura Conti non smetteva di farsi domande, di cercare la strada giusta nel bosco delle verità di comodo, delle verità parziali e contraddittorie. E soprattutto – come il suo personaggio – non fingeva mai di non sapere.


(Robinson – La Repubblica, 20 marzo 2021)


Nota della redazione: ricordiamo anche la recente biografia di Laura Conti scritta da Valeria Fieramonte, La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia, Enciclopedia delle Donne 2021, p. 336, € 19.


Nell’anno della pandemia planetaria il Nobel è andato a una scrittura di ‘austera bellezza’ che ruota intorno al tema della morte ma anche della resilienza. In Averno e Iris Selvatico, due raccolte appena riedite da il Saggiatore, Louise Glück con determinazione offre una verità soggettiva che dalla unicità della sua esperienza diventa proposta politica. Ne parleranno Fiorenza Mormile e Luciana Tavernini. Letture di Anna Nogara.


Per acquistare online Averno:
https://www.bookdealer.it/goto/9788842829676/607

Per acquistare online Iris Selvatico:
https://www.bookdealer.it/goto/9788838940279/607

oppure
https://www.libreriadelledonne.it/ordina-un-libro/

di Arianna Di Genova


Mostre. Alla Galleria nazionale d’arte moderna, la rassegna che si ispira a Carla Lonzi e ai suoi gesti di «rivolta», con centoventi opere e parte del suo archivio fotografico, per la prima volta fruibile


In un periodo di incertezze, costellato di onde anomale virali, malinconici nascondimenti dietro le tende delle proprie finestre, relazioni interrotte e spazi del mondo evaporati, alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma inaugura una mostra che invece rimanda a un «luogo aperto» e in continua costruzione: quello della presa di parola a partire da sé, in prima persona. Non un monologo interiore (che avrebbe il difetto della incomunicabilità e del sigillo psichico) ma la raccolta di sensazioni, immagini, dati, narrazioni, percorsi in soggettiva.

Una soggettiva che assume come prospettiva lo sguardo femminile, essendo le testimoni di questa disseminazione esperienziale tutte artiste, appartenenti a diverse generazioni. D’altronde, la pandemia è proprio alle donne che ha tolto la parola, il lavoro, la visibilità sociale, invertendo tragicamente la rotta di una trasformazione che si avviava verso la «cucitura» delle ferite della disparità di genere.

A fare da apripista a questo abecedario libero – che non prevede regole alfabetiche né rigide cronologie ma sposa l’andamento caotico e ordinato allo stesso tempo della creatività – è Carla Lonzi. È a lei che si riferisce, per assonanza elettiva, il bel titolo della mostra Io dico io, I say I, che si snoda dal salone centrale irradiandosi ovunque grazie alla cura di Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini (visitabile fino al 23 maggio). Una rassegna che ha dovuto aspettare un anno slittando fino a oggi e che approfitta della «finestra gialla» del Lazio per comporre quella «molteplicità di rappresentazioni» che tessono i fili di una geografia conviviale con quasi centoventi opere e un coro polifonico di voci d’artista.

Per entrare nella «giostra dell’identità» dove il corpo non è mai un limite ma sempre uno sconfinamento, si varca la soglia delineata dall’architettura a mo’ di luminaria che si accende per le feste di Marinella Senatore (Remember the first time you saw your name, «ricorda la prima volta che hai visto il tuo nome») che aveva già ammaliato alla sfilata della maison Dior in Puglia. 
A chiusura dell’itinerario carsico della mostra c’è – una volta affrontata la scala che regala altri spazi sospesi – l’archivio di Carla Lonzi: fotografie di quotidianità e arte che hanno composto un immaginario e che, per la prima volta, possono presentarsi al pubblico. Sono i meravigliosi tasselli di una storia che potrebbe anche far concepire una nuova museologia – il prezioso patrimonio è stato donato alla Galleria nazionale dal figlio Battista Lena e dal 2018 si sta procedendo all’inventario e all’indicizzazione che fino a ora prevede 99 voci bibliografiche.

Per terminare il puzzle di quella radicalità assunta come modello esistenziale, con un’attitudine più meditativa rispetto alla veloce visita di una esposizione, si possono consultare i materiali dell’archivio online su Google Arts & Culture, all’indirizzo g.co/womenup. Anche in quella «stanza tutta per sé» Lonzi comunque dialoga con le artiste contemporanee che attorniano le fotografie della sua collezione privata con i loro ultimi lavori (fra cui anche quello di Pippa Bacca, che fu violentata e uccisa in Turchia mentre viaggiava vestita innocentemente da sposa per la sua performance).

Passeggiando a ritroso nell’esposizione, come colonne portanti di «quel gesto generativo di rivolta» che caratterizzò l’essere al mondo di Lonzi, troviamo Origine di Carla Accardi (dedicato alle sue antenate) e il video «domestico» La conta di Marisa Merz (1967). Ma poi, dopo quelle attestazioni di conquista di spazi strappati a un dominio tutto maschile ancora nel decennio dei Sessanta (fra le «madri» ci sono anche Antonietta Raphaël Mafai, Carol Rama, Ketty La Rocca, Giosetta Fioroni, Elisa Montessori e Lisetta Carmi con le sue peregrinazioni intorno ai corpi nomadici), si dipanano altre «azioni» fondative. Per esempio, quella reiterata da Sabrina Mezzaqui per la trascrizione dei quaderni di Simone Weil, il parto di Silvia Giambrone (suggerito dal busto femminile rivestito con un body che accentua la connotazione sessuale con il «monte di Venere») o la scelta delle perle – ingigantite in Bruna Esposito e a cascata, a formare un corpetto, per Paola Pivi – come oggetto feticcio, dispositivo lunare e intrecciato alle profondità dell’inconscio. Qui contra nos recita invece lo specchio nobiliare in cui Marzia Migliora fa precipitare frammenti di storia recente (sarà lei oggi la protagonista della video-diretta per la rubrica Alt del manifesto, alle ore 18). E con un gioco di assenza e presenza, Gea Casolaro in El tiempo de alzar los ojos ricorda, infine, che quell’«io» assertivo, protagonista della rassegna, è in grado di far germinare in sé una moltitudine di soggetti.


(il manifesto, 9 marzo 2021)


È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2020 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (187 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it


(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2021)

di Vita Cosentino


Ho avuto la fortuna di partecipare al convegno da cui trae origine questo volume collettivo, in quanto la rivista online Via Dogana 3, di cui sono una delle redattrici, aveva appena chiuso un numero dal titolo L’inconscio, ingrediente segreto. Eravamo all’università di Verona, alla fine di un settembre ancora estivo, e ricordo che uscii da quelle due giornate densissime con il sentimento che fosse capitato qualcosa di importante, che andava tenuto come un punto fermo a cui tornare e ritornare.

Ora che ho letto il libro, si è ripresentato ancora quel sentire. È un testo da leggere e rileggere, perché si può rivelare uno strumento straordinario in un tempo in cui una pandemia che non passa ha reso troppo di superficie quegli approcci che tengono in conto solo la razionalità, che isolano un aspetto, vivisezionando gli esseri umani.

La pandemia con irruenza ha portato “il ritorno dei corpi” come ha scritto il collettivo Malgré Tout nel Piccolo Manifesto in tempi di pandemia, reperibile in rete: “Eccoli diventati da un giorno all’altro i principali soggetti della situazione e delle politiche messe in campo. I corpi ‘si ricordano di noi’, dopo che negli ultimi quarant’anni, nel dominio incontrastato del sistema neoliberista, l’obiettivo è stato quello di “deterritorializzarli, virtualizzarli, facendone una materia prima manipolabile, un ‘capitale umano’ da utilizzare a proprio piacimento nei circuiti del mercato.”

I corpi sono tornati con tutto il loro spessore umano, chiedono di essere ascoltati anche nelle loro parti invisibili, pongono innumerevoli domande. Sono quindi benvenute analisi politiche e pratiche più fini, quali quelle che emergono da questo volume che tratta dell’intensa prossimità del femminismo della differenza con il metodo psicanalitico e la dimensione dell’inconscio. (Dominijanni)

Sebbene svariati testi, con accenti diversi, ricostruiscano il rapporto tra femminismo e psicanalisi negli ultimi cinquanta anni – e questo è uno dei pregi del libro – l’intento non è storico e neppure teorico, bensì politico: l’attualizzazione di questo rapporto al presente, per capire “in quali forme nuove questa questione spariglia le carte della politica e del pensiero in un contesto profondamente mutato anche grazie al femminismo stesso”. (Zamboni)

Il titolo, La carta coperta, a me richiama l’azzardo e la capacità di scompigliare il gioco, l’apertura all’imprevisto e a un in più rispetto all’ordinario. Un grande riconoscimento va alla curatrice, Chiara Zamboni, e alla sua infaticabile passione nel tenere vivo il dibattito sull’inconscio e sulla sua politicità. Oltre a questo libro ne ricordo almeno un altro, che lo precede, con la stessa casa editrice, cronologicamente e logicamente, L’inconscio può pensare?

Al cuore del volume c’è il dare parola al cambiamento intercorso tra gli anni ’70 del secolo scorso e oggi e, di conseguenza, dare conto dell’inconscio nel presente. Sono soprattutto i testi di Ida Dominijanni e di Cristina Faccincani a mettere a fuoco il passaggio dall’economia “nevrotica”, di epoca patriarcale, a quella postpatriarcale “perversa”, laddove questo termine indica solamente un tipo di posizione psichica.

Negli anni ’70, tutte le scoperte politiche fatte dal femminismo mettendosi all’ascolto dell’inconscio, si sono poste all’interno di un’economia psichica “nevrotica” – centrale la figura dell’isterica – “basata sul rapporto tra desiderio e legge (del padre), sulla rimozione, sull’elaborazione linguistica del sintomo”. (Dominijanni)

E a tanti anni di distanza, in un tempo in cui c’è presenza pubblica femminile con crescente autorità, è più facile vedere come il femminile e la genealogia materna fossero il rimosso della cultura occidentale: da ogni ambito del sapere, che fosse psicanalitico, filosofico oppure scientifico o altro, agli assetti politici e sociali. Allora ci hanno accompagnato letture di riferimento come Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, I sessi sono due di Antoinette Fouque, Speculum e Etica della differenza sessuale di Luce Irigaray.

Nella attuale struttura psichica “perversa” non c’è, come in quella precedente, netta separazione tra inconscio e coscienza, per cui le irruzioni dell’inconscio nella vita quotidiana muovono il desiderio e la differenza. C’è invece la compenetrazione tra fantasma e realtà: «L’io espanso narcisisticamente come Io Ideale con la sua compattezza ovoidale, sostituisce il rapporto tra l’Io e i suoi Ideali, centrato sulla differenza e sulla distanza». (Faccincani)

È un tutto pieno e la totale saturazione priva il soggetto dello spazio necessario perché ci sia il movimento del desiderio e la differenza. Il rischio è «la cancellazione della differenza sessuale per un ritorno del tutto nuovo e imprevisto – postpatriarcale – al neutro». (Zamboni)

Il saggio di Dominijanni ha almeno altri due meriti (in realtà sono molti di più): colloca la questione della sostituzione della posizione “nevrotica” con quella “perversa” all’interno dell’attuale dibattito nell’ambito della psicanalisi soprattutto di matrice lacaniana; amplia l’orizzonte sviluppando i passaggi per cui «non si tratta di dinamiche circoscritte al teatro intimo della psiche individuale, bensì di processi che innervano il legame sociale.» Passando, infatti, all’analisi politica del neoliberalismo, si ritrova al centro di nuovo un individuo narcisista e autoreferenziale, assoggettato all’autoimprenditorialità e all’imperativo del godimento immediato.

Uno degli intenti del libro è richiamare “gli inizi”, perché la memoria dell’inizio aiuta a trovare una strada per l’oggi. Due autrici in particolare li ricordano e li analizzano nel loro portato politico a partire dalla loro esperienza viva: Lia Cigarini che richiama “la pratica dell’inconscio” e Manuela Fraire che riflette sulla “pratica dell’autocoscienza”. Ai tempi queste due pratiche sono state nettamente distinte, se non in parziale contraddizione, come ricorda la stessa Fraire nel suo contributo, ma a riguardarle oggi ciò che più emerge è la loro carica sovversiva e il fatto che entrambe restino in rapporto con l’inconscio. Come si sa, l’autocoscienza è stata la pratica più diffusa. È una pratica di parola nel piccolo gruppo, introdotta in Italia da Carla Lonzi e di cui Fraire mette in evidenza il fatto che non coincide, come spesso si intende, con il racconto del vissuto: «È stata piuttosto una testimonianza della disposizione psichica di chi la praticava nei confronti degli affetti che attraversavano la vita del corpo e quella della mente». Fraire utilizza l’après coup come invenzione creativa del presente che risignifica il passato. Secondo l’autrice, anche se oggi le donne sono dappertutto, l’autocoscienza è ancora attuale e necessaria perché è un’inesauribile ricerca di senso: «quando si fa strada un vuoto di senso relativo al rapporto tra lavoro e vita, cosa che avviene anche nella politica, sorge spontaneamente il bisogno di dare voce e parola alla propria insoddisfazione e offrirla all’ascolto delle altre».

Lia Cigarini si concentra invece sulla “pratica dell’inconscio”. Racconta con ricchezza di particolari e affondi teorici l’incontro con Antoinette Fouque, fondatrice di Psychanalyse et Politique, e della conseguente formazione di gruppi Analisi in Italia. La pratica dell’inconscio ai tempi ebbe un seguito limitato e durò poco. Tuttavia «è il nocciolo originario che sta all’origine del femminismo della differenza» (Cigarini). In effetti è stata “la matrice generativa” di tutte le invenzioni politiche di quegli anni: dal partire da sé, alla relazione, alla madre simbolica, all’autorità femminile. La pratica più dirompente allora, e che può esserlo ancora oggi, è la relazione duale di affidamento «che le donne hanno sperimentato per rafforzare il proprio desiderio e trovare dei riferimenti simbolici offerti da altre donne». (Cigarini)

L’idea stessa della relazione come forma politica è mutuata dal setting analitico. Nell’introduzione agli scritti di Simone Weil su Oppressione e Libertà, Luisa Muraro e Lia Cigarini definiscono la politica scoperta in quegli anni «un processo di sottrazione di sé all’ordine del discorso dominante e di conquista dell’indipendenza simbolica». Nasce così un femminismo che «concepisce e pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale» (Orthotes, 2016). In questa scoperta il fulcro sta nella soggettività e la politica coincide con le pratiche. Non c’è una teoria che precede. La teoria viene pensata man mano interrogando le pratiche che si stanno facendo e che vengono messe in circolazione tramite il loro racconto ragionato.

In questa storia che mi coinvolge di persona, devo dire che l’autocoscienza e il movimento delle donne degli anni ’70 sono stati importanti nella mia vita, ma ancora di più lo è stata la politica del partire da sé e delle relazioni, che mi ha permesso di esserci nel mondo come soggettività femminile libera e pensante. Dagli anni ’80 in poi, ho vissuto le esperienze più feconde e politicamente creative e ancora oggi amo questa politica perché libera da tutte le pastoie dell’organizzazione, come partiti, comitati e organismi di ogni genere.

Oggi poi è diventata rispondente al nostro tormentato presente e attraente anche per gli uomini, come testimonia nel volume Riccardo Fanciullacci. Con il suo saggio, appoggiandosi a tutto ciò che sulla politica ha elaborato il femminismo della differenza, apre un dialogo sulla politica possibile con la maggiore scuola psicanalitica lacaniana. La questione inizia nel 2017 quando la scuola fondata da Miller, erede di Lacan, nelle elezioni ha preso apertamente posizione contro Marine Le Pen e il “partito dell’odio”, e ha compiuto successivamente una svolta legata al tentativo di «far esistere la psicanalisi nel campo politico».

Le autrici che appartengono a generazioni successive a quella degli anni ’70, come Chiara Zamboni, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, nei loro scritti sono consapevoli di non avere sperimentato, per ragioni di età, né l’autocoscienza né la pratica dell’inconscio, quanto piuttosto la pratica di relazione: «pratiche di libero scambio tra donne a partire da sé, ma anche interrogando filosoficamente temi socio-simbolici, politici e culturali» (Tommasi). Nella loro esperienza la relazione è stata la via maestra per stare in rapporto con l’inconscio.

Questo è molto evidente nel saggio di Tommasi, che racconta di come sia riuscita con la scrittura a dare voce a suoi vissuti molto difficili, tramite relazioni duali profonde che hanno viaggiato in parallelo: quella con la sua psicoterapeuta e quella con alcune amiche di Diotima, che l’hanno sostenuta in questa sua scommessa. Celebra «la grazia di avere delle interlocutrici» ed è consapevole dell’opera di civiltà che fanno queste scritture che mescolano vissuti dolorosi e pezzi di esperienza a riflessioni filosofiche, letterarie e psicanalitiche: creano «uno spazio transizionale in cui anche altre e altri si possono riconoscere, ritrovando così un pezzetto di sé, forse uno scarto altrimenti inassimilabile».

Anche Annarosa Buttarelli approfondisce la via della relazione a partire dall’esperienza di cinque anni del Master “Filosofia come via di trasformazione”, tenuta all’università di Verona. È interessante seguirla nel come fa interagire il femminismo con la filosofia e la psicanalisi, aprendo un’area di confronto tra pratiche politiche – soprattutto autorità e disparità – pratiche filosofiche e pratiche psicanalitiche.

Da ultimo, ma non certo per importanza, lo scritto sul sentire di Chiara Zamboni che va letto insieme a quello di Antonella Moscati che lo completa, approfondendo l’analisi delle pulsioni nell’opera di Freud.

Zamboni apre all’ascolto dell’inconscio nel presente con un azzardo politico: se allora, negli anni ’70, il punto focale è stato il rimosso, oggi invece lo è l’imminenza. A sostegno di questa sua importante tesi convoca alcune psicanaliste, come Françoise Dolto per la rivalutazione delle pulsioni passive, derivata dalla sua pratica analitica con le creature piccole, oppure come Lou Salomé per la sua concezione del narcisismo originario come totale apertura al mondo. Questi riferimenti permettono a Zamboni di dire che «il punto essenziale è che nel sentire avvertiamo una verità imminente di cui non conosciamo i contorni, ma che si sporge su qualcosa a venire», perché «il sentire, nel suo essere soglia tra conscio e inconscio, è passivo e contemporaneamente aperto non solo a ciò che avviene, ma anche a ciò che sta per avvenire».

A sviluppo della sua tesi, Zamboni approfondisce il tema dell’esperienza come sede in cui affiora l’inconscio, e di conseguenza confuta le obiezioni, per esempio di Michel Foucault e di Judith Butler, per cui il racconto di esperienza non ha credito. Ribadisce che il punto di leva del femminismo è stato proprio legarsi all’esperienza che «significa scoprire il nucleo di verità che non è solo soggettivo, ma riguarda, con le giuste mediazioni, la verità del mondo in cui viviamo».

Trovo questa ricerca di Chiara Zamboni molto vicina alle posizioni di Luisa Muraro quando afferma che «la verità soggettiva è più vera di quella oggettiva». E per concludere, parlando ancora delle pratiche possibili in tempo di pandemia, richiamo di nuovo Muraro, che di recente ha avanzato una proposta di pratica politica incentrata proprio sulla verità soggettiva da ricercare, tra sé e sé e con il contributo di altre o altri. Interrogandosi su come si fa a dirla, scrive: «il come preciso non lo so, ma cerchiamola praticamente nelle cose che facciamo (o non facciamo), combattendo l’inganno e l’auto-inganno».  (VD3 25 maggio 2020)

Ecco, la lettura di questo libro ci può accompagnare nel nostro attuale cammino. 


La carta coperta, l’inconscio nelle pratiche femministe, a cura di Chiara Zamboni (Moretti & Vitali 2019)


(Per amore del mondo – La rivista, n. 17, 19 marzo 2021)


di Francesca Maffioli


L’esperienza della Comune di Parigi, pur nell’intervallo di tempo limitato in cui ha espresso la sua carica trasformativa, ha saputo anticipare alcune – non poche, in realtà – misure rivoluzionarie che saranno riprese negli anni a venire. Secondo lo storico francese Jacques Rougerie, una delle misure a cui il controgoverno della Comune avrebbe potuto aprirsi – e se non lo fece non fu solo a causa di questioni legate alle circostanze di un tempo troppo breve – sarebbe potuta essere quella che consentiva il voto alle donne. 
Non può tuttavia il solo accesso al voto (la cui rivendicazione fu presente anche se non prioritaria) a determinare il valore radicalmente trasformativo delle battaglie delle communardes. Lo furono la lotta per il diritto all’istruzione, al lavoro, all’uguaglianza salariale, al riconoscimento dei figli e delle compagne «non legittime». Ma anche la lotta per la cessazione dell’«incapacità civile» delle donne sposate – lo smarcamento dal dovere d’obbedienza della moglie nei confronti del marito (che si ottenne più di sessant’anni dopo, nel 1938). 
Vinzia Fiorino, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, membra della Società italiana delle storiche e del centro interuniversitario di storia culturale, ha recentemente pubblicato presso Viella un volume intitolato Il genere della cittadinanza (recensito su queste pagine il 14 gennaio scorso) in cui analizza la realtà transalpina dal 1789 al 1915. Nel suo testo l’esperienza della Commune si rivela grazie alla bella ragnatela costituita dai vissuti di militanza delle donne che hanno partecipato alla Comune di Parigi, ma anche di quelle che l’hanno anticipata o seguita.

Durante la Comune di Parigi non ci fu modo di instaurare il suffragio femminile. Quali furono le priorità? 
No e non solo per la breve durata di tutta l’esperienza, compresa, come è noto, tra il marzo e il maggio del 1871. Ci sono dei momenti nella storia francese in cui alcune strutture culturali profonde si traducono autenticamente e immediatamente in atti politici. Con la rivoluzione del 1848 si approva subito il suffragio universale maschile perché esso dava corpo allo spirito repubblicano; con la Comune si attivano immediatamente almeno due figure profonde dell’immaginario politico ottocentesco: il cittadino (maschio) che in armi difende il proprio territorio e infatti è la Guardia Nazionale – da cui le donne erano escluse fin dall’89 – a assumere il controllo dell’amministrazione pubblica e a detenere il potere governativo. In secondo luogo, tutti i rappresentanti sono controllabili, revocabili e riconoscibili: in questo gioco di identificazione/rispecchiamento tra elettori ed eletti, il genere non può che essere un elemento costitutivo. Insomma, ancora una volta un patto tra soli veri uomini. Si farà in tempo, però, ad approvare alcune misure rivoluzionarie: vengono rese pubbliche le fabbriche abbandonate e viene introdotta una sostanziale eguaglianza salariale.

Louise Michel è una delle figure emblematiche della Comune, ma anche antesignana del femminismo europeo. Scriveva: «Il nostro posto nellumanità non deve essere mendicato, ma preso»… 
Intanto, ricordo che il movimento delle donne si organizza in varie direzioni: nella difesa armata della Parigi insorta, nei club, nelle associazioni per le lavoratrici, nei giornali o ancora, nell’impegno come infermiere e in altre attività di supporto; in ogni caso, è sempre dominante il significato politico di queste attività, non già l’ancoraggio ai ruoli oblativi tradizionali. La disuguaglianza economica sulla base del genere diviene centrale come dimostra l’esperienza dell’Union des femmes – diretta dalla rivoluzionaria russa Élisabeth Dmitrieff. In questo quadro spicca la figura poliedrica e versatile di Louise Michel, tra le protagoniste più originali dell’intera stagione comunarda: armata per difendere il quartiere nevralgico di Montmartre, organizza i gruppi di lotta contro le truppe «regolari» di Thiers ma è soprattutto una scrittrice prolifica di ispirazione libertaria. La citazione, pregnante, è in continuità con una certa tradizione del femminismo francese che va alle origini del problema delle asimmetrie di genere e per il quale la presa di parola – il processo di soggettivazione – è fondamentale per rivendicare i diritti e offrire un proprio sguardo sul mondo.

Nel suo libro torna spesso Paule Minck. In seguito allesperienza della Comune, Minck cercò di coniugare istanze femministe a quelle del socialismo rivoluzionario. Perché fu una pioniera? 
Paule Minck, attiva già durante il Secondo Impero, è un personaggio interessante in quanto, come altre teoriche, ha cercato un punto di congiunzione tra femminismo e socialismo. In questo caso però, ecco la nota originale, la sua critica è rivolta alle infinite forme di autoritarismo e di coercizione sociale insite sia nelle relazioni private, sia in quelle politiche. Si candiderà provocatoriamente alle elezioni, ma non riceverà alcun sostegno dal partito socialista. Lei continuerà a rivendicare la specificità del suo essere e della sua libera visione politica fuori dai partiti.

La figura della «troleuse» risente tuttoggi di un immaginario caricaturale per cui gli accenti di rivolta delle donne rimano con esaltazione e follia. Può darcene conto? 
Le donne sulla scena politica, anche durante la Comune, suscitano un sentimento di ostracismo; restano un «fuori luogo». Nel conflitto, acerrimo, che pone fine all’esperienza comunarda prende corpo una figura immaginaria, la troleuse: una donna non più giovane che appicca incendi in ogni dove, in preda a una pulsione di violenza politica incontrollabile. L’iconografica al riguardo è notevole, i passaggi semantici altrettanto: una nuova scienza positivista si esercita nella codificazione di soggetti parossistici e depravati, come le donne che osano far politica e rilegge le protagoniste del passato, Olympe de Gouges ad esempio, come in preda a isteria rivoluzionaria; una nuova patologia!

Tra le «communardes» si ricordano Victorine Gorget, Eulalie Papavoine, Hortense David e altre. In quanto storica, come ricostruire e dare voce alla storia delle loro esistenze? 
Penso che sia sempre interessante soffermarsi sul pensiero e sulle elaborazioni di coloro che nel passato hanno preso la parola per i molteplici punti di vista che ci offrono. È anche politicamente importante che lo/a storico/a possa restituire gli sguardi, anche i più personali, dei soggetti che non hanno ricoperto ruoli e posizioni di primo piano ma che hanno offerto riflessioni originali sul loro tempo vissuto. Tutto questo affinché la storia non torni a essere il racconto dei grandi eventi e dei «grandi uomini». Le loro riflessioni ci interrogano sulla Comune come esperienza di democrazia che ha tentato di «inventare l’ignoto», per citare la bella espressione di Daniel Bensaïd, ma che ha mostrato anche robuste resistenze.


(il manifesto, 18 marzo 2021)

di Paola Mammani


Sette, settimanale del Corriere della Sera del 12 marzo scorso, dedica un accurato servizio a una recente sentenza. Introducendo i commenti di Chiara Lalli, docente di Bioetica alla Sapienza di Roma, e di Carlo Rimini, ordinario di Diritto privato all’Università di Milano, il giornalista Flavio Bufi così riepiloga i fatti: «Nei giorni scorsi il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha accolto l’istanza di una donna che chiedeva di poter ricevere, nonostante il parere contrario dell’ex marito, l’impianto degli embrioni creati con il coniuge prima della separazione e poi crioconservati. La sentenza emessa dai giudici casertani è la prima in Italia che sancisce il diritto della donna a procedere alla procreazione medicalmente assistita anche se l’uomo con cui ha creato gli embrioni non vuole più diventare padre». Il giornalista riporta infine un commento della donna protagonista della vicenda giudiziaria: «[…] spero di aver fatto qualcosa anche per tutte le altre donne che si trovano nella mia stessa situazione».

Ora, che la signora possa essere contenta di quanto ha ottenuto è quasi ovvio dal momento che si è sobbarcata l’onere della procedura giudiziaria. Ipotizzo però che le abbia lasciato anche dell’amaro in bocca quel costringere un uomo a diventare padre controvoglia e per questo non comprendo perché ritenga addirittura di aver fatto qualche cosa di buono per le altre che si trovano nella sua stessa situazione.

Con l’augurio che abbia fatto davvero qualche cosa di buono almeno per se stessa e soprattutto per la sua creatura, credo non abbia fatto invece nulla di buono per me e per molte altre. Certo, io non ho voluto figli nella mia vita e non ho embrioni crioconservati da qualche parte, quindi il suo augurio non è rivolto a me. Ma appartengo al suo stesso sesso e questo ci lega comunque. Nell’inseguire il suo desiderio, al di là delle possibilità più immediate che la vita le ha offerto, lei si è consegnata alla tecnologia della procreazione e con questo ha consegnato anche alla legge e al diritto una delle forme e delle materie più intime e preziose che possano correre tra una donna e un uomo: quella contrattazione, quell’asimmetrico affidamento che li porta a decidere di diventare assieme madre e padre. E tutte ne soffriamo se il terreno della libertà viene eroso dalla forza del diritto.

Non le basta, amica mia, di avercela fatta, visto che così, con queste modalità lo ha voluto? Deve proprio figurarsi come un’eroina che afferma l’ennesimo diritto per sé e per altre? Per lo meno discutiamone.


(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2021)