di Laura Minguzzi
Ricordo in sintesi i fatti: all’incontro di Ankara del 7 aprile scorso, una signora in giacca fucsia, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, rimane in piedi, senza sedia, e nessuno gliela porge. L’inatteso della differenza sessuale ha colto Charles Michel di sorpresa e ha messo in evidenza l’inadeguatezza di una politica maschile.
«Il 20 marzo la Turchia, con decreto presidenziale, è uscita dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. […]
Che altro può accadere? Il cerimoniale dell’incontro di Ankara è stato definito con un delegato del gabinetto del Presidente del Consiglio europeo. Per questo è giusto chiamare in parlamento Michel per un chiarimento, come ha fatto la capogruppo dei Socialisti e Democratici Iratxe García. “Non accettiamo che le nostre istituzioni debbano prostrarsi di fronte a un regime ostile allo stato di diritto”. […] Una bruttissima pagina per l’Europa che però svela una fragilità ancora più grave, quella di un continente vittima degli egoismi nazionali.»
Ecco alcuni stralci di un articolo di Massimiliano Smeriglio dal Manifesto di sabato 10, che offrono al nostro sguardo un quadro e una lettura, comuni alla gran parte della stampa occidentale, dell’umiliazione subita da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.
Proviamo a spostarci su un altro scenario, sbilanciamoci dalla parte di un’Europa e non solo, dove le donne sono ovunque e disegnano contesti, politiche e orizzonti non delimitati da confini nazionalistici o patriottici e il nostro sguardo vedrà tutt’altro quadro. Nasce da questa consapevolezza, che esiste altro, il grande scompiglio e la grande indignazione che il mancato riconoscimento dell’autorità di Ursula von der Leyen ha provocato in me e in mezzo mondo.
Se usciamo dalla gabbia dei diritti e dalle griglie dei protocolli, possiamo vedere come sia stata volutamente obliterata la svolta che alcune donne, in varie posizioni di potere, con determinazione hanno prodotto nella visione dell’Europa. Per esempio, Ursula von der Leyen è stata la promotrice nel suo ruolo di presidente della Commissione dell’Unione della Cura: una priorità che assume un significato simbolico oltre che economico. Un programma europeo che pone in primo piano non i diritti astratti ma ciò che Simone Weil chiamava gli obblighi dell’anima. La fisica soprannaturale che mette al centro la fisicità dei corpi e delle relazioni che fanno società. Non a caso anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in una recente intervista citava le sue telefonate con la cancelliera Angela Merkel e con la stessa Ursula von der Leyen come una differenza qualitativa della loro modalità di agire e governare. Abbiamo a che fare dunque con i fondamenti del vivere e non si tratta di uno sgarbo personale che si può rimediare con una telefonata di scuse o altre argomentazioni di carattere sostanziale. Nel Sole 24 ore di sabato scorso, Michel ha sottolineato quanto abbiano pesato sul suo comportamento poco civile le preoccupazioni sulla posta in gioco geopolitica dell’incontro con Erdoğan, a lungo preparato a Bruxelles, per cercare di modificare i Trattati e la politica aggressiva e ricattatoria del governo turco riguardo a varie crisi in atto (migratoria, energetica, pandemica ecc.). L’atto mancato di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Freud insegna, è stato la rivelazione di una complicità simbolica fra due uomini di potere che, benché appartenenti a due sistemi politici e a due religioni differenti, sono entrambi affetti dalla stessa cecità: non vedono e se vedono, non comprendono o non accettano ciò che la realtà offre al loro sguardo: il mondo è cambiato e la pandemia ha tolto gli ultimi veli di nebbia. Le donne esistono, agiscono e hanno parola sulla scena pubblica a tutti i livelli, a dispetto della parità non raggiunta, e bisogna farci i conti, volenti o nolenti. Il fatto che nelle istituzioni europee sia presente questa diarchia irrisolta, che non tiene conto di due soggetti asimmetrici, fra Commissione europea e Presidenza del consiglio europeo non potrà che produrre altre tensioni e “incidenti” oltre che allontanare la soluzione dei problemi e il miglioramento della vita dei suoi abitanti. Nell’intervista al Sole, Michel parla di pari legittimità di entrambe le istituzioni e del fatto che ci saranno sempre tensioni e l’Europa deve trovare il modo di camminare su queste due gambe. D’accordo, ma resta il fatto che a capo della Commissione oggi siede una donna ed è evidente che proprio questo fatto elementare ed epocale crea la complessità che non si vuole vedere e considerare.
(www.libreriadelledonne.it, 13 aprile 2021)
La ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, ha nominato, con il decreto firmato oggi, 12 aprile 2021, Maria Chiara Carrozza presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Carrozza sarà in carica per i prossimi quattro anni. La nomina arriva due mesi dopo la decadenza di Massimo Inguscio. «Voglio augurare buon lavoro alla neo presidente e ringrazio il presidente Massimo Inguscio per il grande lavoro svolto in questi anni» ha detto la ministra Messa. «Con questa nomina il Cnr torna a essere nel pieno delle sue funzioni organizzative e gestionali, oltre che scientifiche. Il ruolo che questo ente sarà chiamato a svolgere nei prossimi anni sarà strategico per la crescita di tutto il Paese e per la competitività internazionale: dovrà essere un vero motore, in modo trasversale su tante tematiche e settori, per valorizzare e fare emergere le tante potenzialità che esistono nel sistema della ricerca italiana». Laurea in Fisica all’università degli studi di Pisa, dottorato in ingegneria alla Scuola Superiore Sant’Anna, Maria Chiara Carrozza, 56 anni, è docente ordinaria di bioingegneria industriale. Dirige e conduce ricerche nei settori della biorobotica, della biomeccatronica, della neuro-ingegneria della riabilitazione di cui è una dei principali esponenti. Ha ricoperto incarichi scientifici e gestionali di livello nazionale e internazionale. È stata la più giovane rettrice italiana, autrice di numerose pubblicazioni e brevetti, responsabile di progetti europei, cofondatrice di spin-off accademici, presidente di società scientifiche e di panel di esperti. Ha insegnato e condotto ricerche in centri e università in Italia, Europa, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Cina. È stata ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (2013-2014), parlamentare della Repubblica, (XVII legislatura), componente del Consiglio di Amministrazione di Piaggio SpA. È direttrice scientifica dell’’IRCSS Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus. «Sono felice ed emozionata per la nomina a presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Ringrazio la ministra Messa e il comitato di selezione per la fiducia riposta nella mia persona» dice la presidente Carrozza. «Essere la prima donna alla guida del più importante e grande centro di ricerca del Paese è una sfida e una responsabilità senza precedenti. Ma anche un cambio di passo e di prospettiva. Confido sull’aiuto e sulla collaborazione di tutte le ricercatrici e ricercatori dell’Ente, sulle loro preziose indiscusse competenze e sul loro entusiasmo. Insieme dobbiamo riportare al centro dell’attenzione sociale, economica e politica la ricerca unico volano per la ricostruzione del Paese e il futuro dei giovani».
(la Repubblica, 12 aprile 2021)
Siamo donne e uomini che fanno riferimento all’area politica del centro-sinistra, ispirati ai valori di estrazione democratica e progressista, proveniamo da esperienze sociali e culturali differenti, da sempre schierati in battaglie contro ogni discriminazione, per la difesa dei diritti e la libertà delle donne.
Da tempo ci interroghiamo sul come la politica e le istituzioni affrontano questioni legate alle parità e alle differenze, alle discriminazioni, alla sessualità, ai nuovi modi di nascere e crescere, alla tutela della maternità, all’integrità dei bambini.
Per brevità elenchiamo alcune delle tante riflessioni che andrebbero promosse nei partiti, nei gruppi parlamentari, nelle reti associative, tra le persone per rispondere alle inquietudini e domande sempre più complesse che investono la vita di ogni persona.
…
Ci schieriamo a sostegno di ogni azione e provvedimento che promuova l’ottenimento di diritti sociali e civili, che tuteli le persone e le comunità più esposte all’odio, alla discriminazione, alla persecuzione criminale e violenta, in ragione del sesso, dell’orientamento sessuale, o qualsivoglia altro motivo.
Pensiamo che il riconoscimento sociale e legislativo della differenza sessuale sia una conquista che oggi è messa in discussione da visioni culturali e sostenute da campagne mediatiche, che colpiscono la libertà delle donne; si intende accreditare il commercio dei corpi, proponendone addirittura una normalizzazione, in particolare con la volontà di introdurre anche in Italia la pratica della maternità surrogata oggi vietata, oppure l’esaltazione della prostituzione come libera scelta lavorativa.
Queste idee, che si sono diffuse anche nel nostro campo, concepiscono il corpo e l’essere umano come un oggetto, un bene alienabile e disponibile che entra nel mercato come qualunque altra merce: dal business della maternità surrogata alla compravendita di prestazioni sessuali. Idee propugnate come espressione di modernità, libertà e di progresso, ma che invece nascondono un’inaccettabile e arretrata visione discriminatoria e di restaurazione che relega le donne a minoranza.
Sono temi che attraversano tutte le classi sociali, che interrogano il mondo, la civiltà delle democrazie; per questo come per il bando planetario della pena di morte, è necessario impegnarsi nelle istituzioni internazionali e nei propri paesi, per il superamento di ogni forma di sopraffazione e schiavitù sessuale, e per il divieto assoluto della compravendita dei bambini.
Possiamo far molto agendo innanzitutto in Italia, costruendo alleanze tra le donne e gli uomini, a partire dagli ambiti in cui operiamo, con una particolare attenzione alla scuola, all’università alla ricerca scientifica, affinché prenda forma e forza un punto di vista autenticamente progressista.
È attualmente in discussione al Senato della Repubblica, il ddl Zan già approvato alla Camera dei Deputati, che dovrebbe combattere l’omotransfobia.
Riteniamo che sia essenziale e non procrastinabile l’estensione alle persone omosessuali e transessuali delle tutele previste dalla vigente legge Mancino, che contrasta il razzismo e l’antisemitismo criminali, in coerenza con la Costituzione e le Risoluzioni UE.
Vogliamo presto un provvedimento che combatta in maniera severa l’omotransfobia, ma con amarezza rileviamo che questo disegno di legge si è trasformato in un manifesto ideologico, che rischia di mettere in secondo piano l’obiettivo principale e di ridurre pesantemente diritti e gli interessi delle donne e la libertà di espressione.
È un testo che va emendato prima di essere approvato, perché una legge scritta male porta a delle interpretazioni e applicazioni controverse che riducono i diritti e non ne consentono la piena tutela.
Il ddl Zan facendo leva su un tecnicismo che appare secondario e terminologico introdurrebbe, se non emendato, una pericolosa sovrapposizione della parola “sesso” con quella di “genere” con conseguenze contrarie all’art. 3 della Costituzione per cui i diritti vengono riconosciuti in base al sesso e non al genere e non in armonia con la normativa vigente, legge n. 164/82 (e successive sentenze della Corte Costituzionale), che ammette e consente la transizione da un sesso a un altro sulla base non di una semplice auto-dichiarazione. La definizione di “genere” contenuta nel ddl Zan, che non è accettata dagli altri Paesi, crea una forma di indeterminatezza che non è ammessa dal diritto, che invece ha il dovere di dare certezza alle relazioni giuridiche e di individuare le varie fattispecie.
Una legge attesa da decenni è stata, quindi, trasformata, in una proposta pasticciata, incerta sul tema della libertà d’espressione, offensiva perché introduce l’“identità di genere”, termine divenuto il programma politico di chi intende cancellare la differenza sessuale per accreditare una indistinzione dei generi. Un articolato che mischia questioni assai diverse fra loro e introduce una confusione antropologica che preoccupa. Fra le conseguenze vi sono la propaganda di parte, nelle scuole, a favore della maternità surrogata e l’esclusione di ogni visione plurale nei modelli educativi.
La violenza e la discriminazione che in particolar modo colpiscono le persone transessuali e i/le giovani gay e lesbiche, sono state strumentalizzate a tal punto, che c’è il concreto rischio prevalgano visioni che, anche in altre parti del mondo, hanno aperto un conflitto rispetto all’autonomia delle donne. Per tutte queste ragioni, crediamo che la legge vada modificata, assolvendo così al compito che si prefigge: tutelare le persone lgbt.
Ci appelliamo, a tutte le persone che condividono le nostre riflessioni, affinché aderiscano a questo documento, che si prefigge il compito di costituire un’area di pensiero, azione e discussione nel campo del riformismo italiano, sui temi sopraelencati.
Per aderire appelloddlomofobia@libero.it
Prime firme:
Federico Albano Leoni, docente universitario – Roma
Annalisa Amadori, insegnante Castel San Pietro – Bologna
Elisabetta Andreis, giornalista – Milano
Alessandra Angeli, make up artisti – Milano
Marisa Antonacci, docente – Roma
Alice Arienta, guida turistica, consigliera comunale Pd – Milano
Teresa Armato – già parlamentare – Napoli
Ana Arruabarrena, policy advisor – Milano
Annamaria Bardellotto, insegnante – San Donà di Piave
Lina Bardellotto, insegnante – San Donà di Piave
Livio Barnabò, consulente – Roma
Giorgio Benvenuto, presidente Fondazione Buozzi – Roma
Maria Chiara Bertinotti, pensionata, già responsabile Servizi all’infanzia Comune di Milano -Milano
Romana Bianchi, già parlamentare – Pavia
Merj Bigaran, impiegata – San Donà in Piave
Francesco Binato, impiegato in pensione – San Donà in Piave
Alessandra Bocchetti, saggista – Roma
Luisa Bordiga – bancaria e attivista ArciLesbica – Milano
Federica Borelli – Funzionaria R.L. – Roma
Giuseppe Boschini, formatore già consigliere regionale ER Pd – Modena
Cecilia Brighi, segretaria Italia Birmania insieme
Riccardo Brun, docente – San Donà in Piave
Alessandra Brusatto, assistente sociale specialista – Roma
Antonella Buccaro, collaboratrice ai testi Tv – Roma
Samantha Buzzi, impiegata – Milano
Neviana Calzolari, sociologa – Modena
Daniela Canali, insegnante in pensione Pd – Milano
Andrea Canevazzi, architetto Italia Viva – Milano
Daniela Cardia, funzionaria pubblica amministrazione – Roma
Maura Carrer, operatrice scolastica – San Donà di Piave
Iris Carulli, esperta d’arte – Roma
Giulio Cascino, già dirigente d’azienda -Roma
Andrea Catizone, avvocata – Roma
Rita Cavallari, architetta SnoqLibere -Roma
Renata Cibin – Venezia
Silvana Chiari, Italia Viva – Rozzano
Rosi Anna Clemente – volontariato sociale – Roma
Cristina Comencini, scrittrice, regista SnoqLibere – Roma
Licia Conte, giornalista SnoqLibere – Roma
Luisa Conti – Venezia
Annalisa Cordella, Italia Viva – Milano
Silvia Costa, già europarlamentare – Roma
Cristina Costantini, docente – Roma
Gloria Crema, insegnante – Asola
Antonella Crescenzi, economista SnoqLibere – Roma
Claudia Cuzziol – San Donà di Piave
Laura De Barbieri, restauratrice di libri – Genova
Marcella De Carli Ferrari, insegnante – Milano
Marina De Palo, docente universitaria – Roma
Alessandra De Perini – Venezia
Maria Gabriella Di Giacomo insegnante – Roma
Daniela Dioguardi, già parlamentare Udipalermo – Palermo
Paola Fanton, libera professionista – San Donà di Piave
Emma Fattorini, docente universitaria – Roma
Maria Giuseppina Faruffini, architetta -Genova
Cristina Favati, insegnante, Senonoraquando, Italia Viva – Genova
Debora Fiorentino, impiegata – San Donà in Piave
Manuela Fiorini de Rensis, amministratrice SnoqLibere – Roma
Flavia Franceschini, artista e attivista ArciLesbica – Milano
Lucia Franci, direttrice creativa/regista – Milano
Giovanni Garbin, impiegato – San Donà in Piave
Fabrizia Garroni, giornalista – Roma
Luisa Genevini, insegnante – Asola
Lucia Giansiracusa, impiegata e attivista ArciLesbica – Milano
Francesca Girace, già presidente Commissione Pari Opportunità Campania – Napoli
Milena Girardi, casalinga – San Donà di Piave
Silvana Giraldo – Venezia
Fabrizia Giuliani, docente universitaria già parlamentare SnoqLibere – Roma
Cristina Gramolini, insegnante presidente ArciLesbica Nazionale
Bice Grillo, biblioteca delle donne e centro di consulenza legale Udipalermo – Palermo
Donika Hamati – casalinga – San Donà di Piave
Gemma Infurnari, insegnante Udipalermo – Palermo
Francesca Izzo, docente universitaria SnoqLibere – Roma
Ida La Porta, biblioteca delle donne e centro di consulenza legale Udipalermo – Palermo
Marina Leopizzi, Udipalermo – Palermo
Lia Lepri – sindacalista – Roma
Maria Paola Leuci, coordinatrice Italia Viva – Lecce
Piergiorgio Licciardello, ingegnere consigliere comunale Pd – Bologna
Nadia Lucchesi – Venezia
Marcella Lucidi, avvocata, già parlamentare – Roma
Ignazio Malocco, architetto – San Donà di Piave
Franca Mammoliti, Pd – Milano
Americo Mancini, giornalista – Roma
Aurelio Mancuso, presidente Equality Italia, del Direttivo Pd I Municipio – Roma
Cristina Maranesi, direzione regionale PD Lombardia
Andrea Marastoni, funzionario pubblico – Asola
Valentina Marcon, graphic designer – Milano
Franca Marcomin – Venezia
Francesca Marinaro, già parlamentare SnoqLibere – Roma
Maddalena Marino, psicologa-psicoterapeuta – Palermo
Giovanna Martelli, esperta programmi di cooperazione e sviluppo – Roma
Ferdinando Masullo, giornalista – Roma
Flaviana Meda, dirigente scolastica – San Donà di Piave
Maria Luisa Mello, regista – Milano
Maria Teresa Menotto, direzione nazionale Pd – Venezia
Mauro Mercatanti, pubblicitario – Milano
Michele Mezza, giornalista – Roma
Giovanna Minardi, docente universitaria – Palermo
Caterina Misiti del Direttivo Circolo Pd Bellezza-Vigentino – Milano
Gisella Modica, scrittrice Udipalermo – Palermo
Sandra Morano, ginecologa – Genova
Raffaele Morese, presidente associazione presidente Ass. Koiné – Roma
Enrico Moreschi, ingegnere informatico – San Donà in Piave
Filippo Moreschi, insegnante – San Donà in Piave
Pina Nuzzo, Laboratorio Donnae – Roma
Andrea Paganello, perito – San Donà in Piave
Paola Panerai, docente – Roma
Patrizia Pappalardo, religiosa – Roma
Giuseppe Paruolo, consigliere regionale Pd Emilia Romagna – Bologna
Beppe Pavan, Uomini in cammino – Pinerolo
Claudia Pedrotti, avvocata centro consulenza giuridica Udipalermo – Palermo
Adelaide Pelizzon, ragioniera – San Donà di Piave
Chiara Pelizzon, impiegata Ulss – San Donà di Piave
Donatella Persichetti funzionaria pubblica amministrazione SnoqLibere – Roma
Pesenti Rosangela, scrittrice – Bergamo
Rosa Petagna, insegnante – Roma
Gabriele Petrolito, medico, assessore politiche sociali PD – Mirano
Simona Pianese, dirigente scolastica – Roma
Laura Peretti, già docente universitaria Udi Nazionale – Modena
Maria Concetta Petrollo, direttrice Biblioteca Elio Pagliarani – Roma
Silvia Pizzoli, impiegata SnoqLibere – Roma
Fabio Pizzul, giornalista, consigliere regionale Pd Lombardia – Milano
Anna Maria Pizzuti – pensionata – Roma
Giuseppe Pizzutoli, poliziotto – Bari
Michele Pizzutoli, guardia giurata – Bari
Francesca Polo, editrice, Milano
Monica Ricci Sargentini, giornalista – Roma
Renato Righi, giornalista – Roma
Sara Rinaudo, impiegata – Bergamo
Emanuela Risso, libera professionista – Genova
Annamaria Riviello, insegnante – Potenza
Graziella Rizzetto, casalinga – San Donà in Piave
Simonetta Robiony, giornalista Snoq Libere – Roma
Maddalena Robustelli, blogger – Sala Consilina
Cecilia Sabelli, esperta di comunicazione SnoqLibere – Roma
Michele Santantonio, studente – Roma
Raffaella Santi Casali, consigliera comunale Pd – Bologna
Renata Secco – San Donà di Piave
Serena Sapegno, docente universitaria SnoqLibere – Roma
Celestino Spada, vice direttore rivista Economia e Cultura – Roma
Elena Staropoli, project manager – Milano
Pilar Savaria, sindacalista – Roma
Lella Stefania, manager sportiva – Roma
Costanza Silbernagl, psicologa consigliera comunale Pd di Daverio – Varese
Paola Tavella, giornalista, scrittrice – Roma
Vittoria Tola, segreteria nazionale UDI – Roma
Andrea Tomasetto regista documentarista – Torino
Fausto Tortora, vice presidente Fondazione Basso – Roma
Maria Cristina Treu, architetto – Milano
Roberta Trucco, professione casalinga e scrittrice – Genova
Antonio Tursilli, ingegnere – Roma
Desirée Urizio – Venezia
Giuseppe Vacca, filosofo, storico – Roma
Roberta Vannucci, impiegata e attivista ArciLesbica – Firenze
Suny Vecchi – operatrice cav – Ancona
Sara Ventroni, assegnista di ricerca SnoqLibere – Roma
Giuliana Vogel, giornalista in pensione – Milano
Francesca Zaltieri, docente, coordinatrice Italia Viva – Mantova
Stella Zaltieri Pirola, attrice e attivista ArciLesbica – Milano
Rita Zanutel, insegnante in pensione – San Donà in Piave
Irene Zappalà, assessora Pd Nova Milanese – Milano
Agnese Zappalà, giornalista – Milano
Sabina Zenobi, insegnante e attivista ArciLesbica – Milano
Alessandra Zoccante, impiegata – San Donà in Piave
(https://www.facebook.com/cambiareddlomofobia/, 12 aprile 2021)
di Francesco Raparelli
Venerdì 9 aprile 2021, il Covid si è portato via Elena Pulcini. Filosofa della politica, aveva insegnato Filosofia sociale presso l’Ateneo di Firenze fino allo scorso anno. Assai prima che fosse l’ultima moda «per grandi e per piccini», Elena Pulcini ha dedicato la sua ricerca alla vulnerabilità e alla cura, alla «vergogna prometeica» e alla catastrofe ambientale. Aveva i piedi ben piantati nel pensiero critico, quello che, da Francoforte, più si era mescolato con la rivoluzione del Sessantotto; ed era curiosa, si lasciava appassionare dai movimenti sociali, dalle idee controcorrente. Si appassionava, e le passioni erano per lei la «fonte» (die Quelle) della politica.
Certo, il confronto con le teorie «normative» (Rawls, Habermas e nipoti) era stato obbligato anche per lei; per anni sono state il canone, d’altronde. Ma ogni volta sapeva cercare una via di fuga: fosse la trama del «desiderio di dare» o la simpatia originaria, la responsabilità per ciò che è comune (e ciò che sarà) o la capacità propria dell’immaginazione di correggere ed estendere gli affetti, emergeva sempre un pertugio, semmai accidentato, per andare altrove.
Ho avuto la fortuna di condurre con Elena Pulcini la mia ricerca di dottorato, a Firenze, ormai molti anni fa. La complicità fu immediata: rovesciando il motto della statista amica di Hayek, entrambi pensavamo che non esistono gli individui, ma solo le relazioni – enunciato da prendere sul serio in senso ontologico, oltre che etico e politico. Lei, raffinata e colta quanto dolce, seguendo Arendt e Weil, il femminismo dell’etica della cura, ma scavando «dentro e contro» il paradigma antropologico della modernità: L’individuo senza passioni (2001), Il potere di unire (2003), La cura del mondo (2009), scandiscono il sentiero.
Io, ammaliato da Spinoza, da Marx e dai francesi – all’epoca, salvo qualche eccezione, ancora maltrattati dall’accademia – da lei ho molto imparato. Grazie a Elena, mi sono potuto occupare di «singolarità», ovvero quanto la sovranità e il mercato hanno in odio, fin dalle loro origini; singolare è ciò che in primo luogo sta fuori di sé, che solo nel mezzo della relazione diventa unico e irripetibile. Le nostre vite si sono poi separate, ma proprio con l’inizio della pandemia avevamo ripreso a scriverci con frequenza e con piacere.
Ho recensito per il manifesto il suo ultimo libro, Tra cura e giustizia (Bollati Boringhieri 2020), assai bello e così urgente; progettavamo una lunga intervista per Dinamopress sulle sfide ecologiche e la crisi imposta dal virus. Poi qualche settimana di silenzio. Non sapevo, ho saputo solo venerdì sera. Provo un dolore grande e molta rabbia.
Rabbia, perché intanto il Paese parla da mesi delle piste da sci, delle seconde case, dei viaggi all’estero, delle riaperture. Rabbia, perché ogni giorno in Italia, e da mesi, muoiono in media cinquecento donne e uomini. Rabbia, perché, nel caos delle autonomie regionali e del potere delle corporazioni, non è vero che i più fragili sono stati già vaccinati. Rabbia, perché ci voleva un piano straordinario di finanziamento della Sanità pubblica, invece continuano a fare affari i privati. Rabbia, soprattutto, perché il vaccino dovrebbe essere un bene comune, globale.
È un grande dolore la scomparsa di una filosofa gentile, che aveva il coraggio non scontato di pensare la solidarietà e l’amore per il mondo, quando lo sport praticato dai più è censire senza sosta il «male radicale», la paura che ci tiene assieme perché fonda il Leviatano. Che il dolore si trasformi in lotta, sempre; sono certo che Elena ne sarebbe felice.
(il manifesto, 11 aprile 2021)
Emily Dickinson con la sua vita rivoluzionò la politica sessuale del suo tempo, portando alla poesia il mai detto fino ad allora della sensibilità e del piacere femminile libero. Così aprì nuovi orizzonti di senso. María-Milagros Rivera Garretas, dopo aver tradotto con Ana Maňeru Mendez tutte le sue poesie, ha scritto Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia (VandAedizioni, 2021), un’intensa biografia che ne delinea un ritratto inedito. Ne parlano con lei Donatella Franchi e le traduttrici Loredana Magazzeni e Luciana Tavernini.
Per acquistare il libro online:
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di Adriana Valerio
L’epidemia di sifilide che nel XVI secolo devastò l’Europa era partita da Napoli, e proprio qui Maria Richenza Longo fondò la Santa Casa degli Incurabili. Era un’autentica innovazione, nata e alimentata dalla spiritualità femminile: aperta a tutti, igiene dei locali e distanziamento, sperimentazioni cliniche, iniziative sociali. Finché qualcuno disse che le donne portavano inquietudine e disordine…
Ogni epoca ha conosciuto il suo male del secolo. Nel Cinquecento l’epidemia della sifilide imperversava in Europa: era scoppiata a Napoli nel 1495, a seguito della venuta in Italia di Carlo VIII, il cui esercito era composto per lo più da migliaia di mercenari con prostitute al seguito. Il ritorno dell’esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta la penisola, per poi espanderla in Europa, giungendo sino in Oriente. Questa infezione trasmessa sessualmente era conosciuta per questo con il nome di mal francese, tranne in Francia, dove prese il nome di mal napolitain.
Incurabili? Non per loro
Come si è reagito davanti a questo morbo ripugnante che straziava dal dolore i pazienti, del quale si ignoravano le cause e le cure e che contagiò anche l’80% della popolazione? Gli stati erano impreparati e molti ammalati furono esclusi dalle strutture ospedaliere. La Compagnia del Divino Amore, fondata da Caterina Fieschi Adorno da Genova, comprese la necessità di creare luoghi di accoglienza per queste persone e così sorsero a Genova, poi a Roma e infine a Napoli i primi Ospedali per gli Incurabili, per coloro che non avevano alcun mezzo economico per curarsi (da qui, il nome di «Incurabili») affetti non solo da sifilide, ma anche da malattie difficilmente guaribili.
La storia di questi luoghi è legata strettamente alla spiritualità femminile. L’occidente cristiano, infatti, è attraversato da straordinarie narrazioni di intelligenza e azioni da parte di donne che hanno portato anche a significative riforme sanitarie. Ne è un esempio l’Ospedale di S. Maria del Popolo degli Incurabili di Napoli fondato dalla catalana Maria Richenza Longo. Reduce da un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto dopo il quale aveva riacquistato miracolosamente la salute fisica, in segno di gratitudine, aggiunse il nome di Lorenza al proprio e fece voto di dedicarsi ai malati. E a Napoli, dove viveva, creò nel 1522 una cittadella ospedaliera di enorme rilevanza sociale e sanitaria, diventata poi il più importante plesso ospedaliero del Mezzogiorno. L’istituzione assunse in un primo tempo il nome di Santa Casa degli Incurabili, «indicando con tal nome, che tutti coloro che per miseria in propria casa non potevano essere curati, ivi sarebbero accolti senza alcuna preferenza né di sesso, né di età, né di patria, né di religione» [Celano, Notizie del bello, II, 693]. Caratteristica dell’opera fu, quindi, il non essere riservata ai soli cittadini partenopei, ma a tutti gli ammalati, locali o stranieri, cristiani e non, conferendo una connotazione universalistica all’istituzione, come si evince anche dalla lapide rivolta alle donne e ancora oggi visibile all’ingresso del reparto di maternità: «Qualsiasi donna ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sarà aperto».
Una fondatrice che lavava la biancheria
La Longo, che ricopriva il ruolo di Governatrice, assisteva personalmente i malati, mettendo in atto misure igieniche strettissime e una più consona organizzazione degli spazi: le stanze erano arieggiate, ogni degente aveva un proprio giaciglio ed era posto ad opportuna distanza dal vicino, la biancheria e gli indumenti erano lavati da lei stessa giornalmente. Per questo, la carestia e la peste del 1526-28 non toccarono l’Ospedale. Il dilagare della piaga delle malattie veneree era certamente legato al fenomeno della prostituzione, e la Longo aveva tentato di arginarlo attraverso un’intensa attività di recupero. Sia in Ospedale che per le strade, cercava con ogni mezzo di convincere le prostitute ad abbandonare il loro stile di vita. Alcune riuscirono con il suo aiuto a formarsi una famiglia, altre vennero impiegate al servizio delle altre ammalate, formando le prime infermiere dell’Ospedale.
Eccellenza operativa e organizzativa, l’Ospedale seppe coniugare cura e ricerca scientifica, assistenza e sperimentazione, cose assolutamente nuove per l’epoca, diventando ben presto un centro polifunzionale, dotato di differenziati luoghi che potevano aiutare il disagio sociale dei malati poveri. Nacque anche nel 1589 il Banco di S. Maria del Popolo con intenti filantropici per fornire piccoli prestiti a basso interesse alle fasce più misere della popolazione; fu aperta una spezieria per sperimentare nuove cure e realizzare i farmaci più rari e utili, tra cui la leggendaria e rarissima Teriaca, bevanda alchemica, panacea di ogni male.
Le “madri del buon morire”
La vita e l’esempio della Longo finirono col diventare centro catalizzatore di intense attività e gli Incurabili diventarono un modello organizzativo. Chiamato nel ’600 «Teatro della Carità», aveva attirato un enorme numero di persone dedicate ad assolvere ogni genere di mansione all’interno dell’Istituzione, una sorta di volontariato di persone che sostenevano il peso dell’assistenza ai malati, cercando in tal modo di rispondere alle necessità di chiunque avesse bisogno di soccorso.
Anche alcune nobildonne, conosciute come le «Madri del ben morire», si dedicarono all’assistenza delle inferme negli ultimi istanti di vita. La stessa Longo aveva esercitato questo servizio, stando vicine alle malate fino alla fine della vita e dando loro una degna sepoltura, ma nel ’600 questa attività suscitò molte opposizioni e venne considerato «errore» il far esercitare alle donne un ministero riservato ai sacerdoti, soprattutto per il legame stretto che l’assistenza ai moribondi aveva con il sacramento dell’estrema unzione – come si chiamava allora – e della confessione. Fu tolta la presenza delle donne vicino ai moribondi perché la loro assistenza spirituale ai malati venne considerata un abuso e le donne furono accusate di essere «causa di inquietudine e di disordine». Ma questa è un’altra pagina di storia…
Il Regno delle donne è una collaborazione del Coordinamento Teologhe italiane con Il Regno – a cura di Rita Torti
(ilregno.it, 7 aprile 2021)
Se ne sta parlando molto per varie ragioni, ma è uno di quegli episodi in cui il protocollo e la prassi suggeriscono due cose diverse
Sui giornali e sui social network di mezza Europa si sta parlando molto dell’incidente diplomatico avvenuto lunedì ad Ankara, in Turchia, durante un incontro ufficiale fra Unione Europea e governo turco. All’inizio dell’incontro, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, è rimasta senza un posto dove sedersi, dato che le uniche due sedie disponibili erano state occupate dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e dal presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan.
Dell’incidente si sta parlando così tanto per questioni oggetto di un ampio dibattito da tempo: per esempio lo scarso riguardo nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte di leader stranieri, il sessismo nei confronti delle leader donne, i rischi e le difficoltà di avere a che fare con presidenti autoritari come Erdoğan, e il conflitto latente fra istituzioni dell’Unione Europea.
Sul fatto che l’incidente sia avvenuto davvero, e che non si sia trattato di uno spiacevole equivoco, non ci sono dubbi. Nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per von der Leyen, che si è dovuta sedere sul divano lontano da Michel e Erdoğan. «La presidente della Commissione è rimasta chiaramente sorpresa, e lo si può vedere anche dal video», ha detto il portavoce di von der Leyen, Eric Mamer, in una conferenza stampa tenuta martedì.
Una fonte europea del Wall Street Journal ha raccontato che Von der Leyen non era entrata nella stanza prima dell’incontro con Erdoğan, lasciando intendere che se se ne fosse accorta avrebbe chiesto una sedia per sé. Von der Leyen si è invece seduta di fronte a un altro divano su cui c’era il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, che per protocollo diplomatico non siede sulla sedia dato il suo ruolo meno importante rispetto a Erdoğan.
La versione più aggiornata del trattato fondativo dell’Unione Europea prevede all’articolo 15 comma 6 che il presidente del Consiglio Europeo, cioè Michel, «assicura la rappresentanza esterna dell’Unione per le materie relative alla politica estera e di sicurezza comune»: cioè i due temi di cui Michel e Von der Leyen hanno discusso con Erdoğan.
Anche una delle ultime versioni del protocollo ufficiale del Consiglio dell’Unione Europea spiega che «fra le più alte cariche dell’Unione Europea, nell’ambito della rappresentanza esterna», il presidente del Consiglio Europeo precede il presidente della Commissione.
Secondo la prassi in vigore, però, nessuno dei leader nazionali tratta Von der Leyen come se la sua carica fosse di grado inferiore rispetto a quella di Michel, a prescindere dal protocollo ufficiale. Anche perché in termini di potere, se proprio bisogna fare un confronto, Von der Leyen ne ha assai più di Michel: la prima dirige infatti l’organo esecutivo dell’Unione Europea, che conta quasi 33mila dipendenti e gode di notevoli autonomie in vari ambiti; il secondo svolge quasi solo la funzione, molto rilevante ma anche assai delimitata, di mediatore delle riunioni del Consiglio Europeo, l’organo in cui siedono i 27 capi di stato e di governo dell’Unione e che ne decide l’agenda politica.
In tutti i più recenti incontri con leader nazionali a cui Michel e Von der Leyen hanno partecipato insieme, alla presidente della Commissione è stato riservato lo stesso trattamento di Michel. In un caso, come durante la visita fatta nel marzo del 2020 al confine fra Grecia e Turchia, a Von der Leyen è stato persino riservato un posto di maggiore rilevanza rispetto a Michel, a fianco del primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis.
Nelle ultime ore stanno emergendo delle foto scattate nel 2015 durante una riunione del G20 a Adalia, in Turchia, in cui l’allora presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, erano seduti ai lati di Erdoğan, su poltrone identiche.
Per molti osservatori l’incidente diplomatico è stato un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono da sempre a tutti i livelli della politica, anche ai più alti.
Del resto Erdoğan aveva spesso fatto già in passato commenti discriminatori e offensivi nei confronti delle donne, come quando nel 2016 disse che le considerava «prima di tutto delle madri». Di recente il suo governo ha annunciato il ritiro dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, mentre diverse inchieste hanno mostrato come negli ultimi anni la libertà delle donne turche sia progressivamente peggiorata.
Alcuni politici e commentatori europei hanno sostenuto però che anche Michel avrebbe potuto prendere una posizione più netta, e rifiutarsi di partecipare all’incontro oppure cedere la sua sedia a Von der Leyen. «Perché è rimasto zitto?», si è chiesta su Twitter la parlamentare europea Sophie in ’t Veld, olandese e appartenente al gruppo dei Liberali. «Da Erdoğan non ci aspetta niente di diverso, ma fa amarezza il fatto che il presidente del Consiglio Europeo sia sceso al suo livello», ha commentato l’ex cancelliere austriaco Christian Kern.
A Bruxelles esiste da tempo un movimento piuttosto sotterraneo che segnala episodi di sessismo all’interno delle istituzioni: uno dei più attivi è MeTOOEP, che lavora al Parlamento Europeo e oltre a fare pressione per ottenere una piena parità di genere nelle istituzioni raccoglie testimonianze di molestie e violenze subite dalle donne.
Altri hanno segnalato che non è la prima volta che rappresentanti delle istituzioni europee fanno figure del genere durante delicate visite diplomatiche. «È la seconda volta in due mesi che avvengono imbarazzanti incidenti diplomatici con vicini problematici», ha fatto notare la giornalista di affari europei Beatriz Ríos, citando la recente e fallimentare visita dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell, in Russia.
Secondo alcuni, quello che è successo è la dimostrazione che l’Unione Europea non abbia l’autorevolezza e la credibilità necessarie per condurre una politica estera indipendente. «Il passo falso del divano è una perfetta allegoria della politica estera europea», ha scritto Roman Pable, esperto di relazioni internazionali e consulente politico del gruppo dei Liberali al Parlamento Europeo: «sul piano internazionale veniamo trattati senza alcun rispetto, ma invece che discutere del perché succede ci mostriamo indignati senza cambiare niente di sostanziale, ma restando in pace con noi stessi».
Altri invece ne parlano come di un errore strategico. «Se l’Unione Europea deve impegnarsi in rischiosi passaggi diplomatici, non dovrebbe mandare Von der Leyen e Michel insieme», ha commentato su Twitter Alexander Clarkson, ricercatore di studi europei per il King’s College di Londra: «mandare due importanti istituzioni europee offre più margine a una figura autoritaria per giocare col protocollo, e dare una simbolica dimostrazione di forza. Questi sono i punti su cui il Servizio europeo per l’azione esterna [il servizio dell’Unione Europea per gli affari esteri] dovrebbe alzare il proprio livello».
Clarkson ha lasciato intendere, insomma, che la responsabilità dell’incidente non sia stata di Michel, quanto dei funzionari che avevano preparato l’incontro.
Infine, la gestione dell’incidente ha anche dimostrato un certo disallineamento fra due importanti istituzioni europee come il Consiglio e la Commissione. Gli uffici della comunicazione delle due istituzioni non hanno concordato una risposta condivisa, e anzi si sono dati reciprocamente la colpa per l’incidente diplomatico.
La Commissione ha fatto commentare l’incidente a Mamer, che fra le altre cose ha sottolineato come i sopralluoghi degli incontri siano stati eseguiti dallo staff del Consiglio Europeo; il Consiglio Europeo invece non ha commentato pubblicamente l’incidente, ma parlando informalmente con Politico ha fatto sapere che dal proprio punto di vista il protocollo è stato rispettato, dato che Michel era la carica europea più alta presente durante l’incontro.
(Il Post, 7 aprile 2021)
di Francesco Battistini
Prima il sudore della battaglia, poi le lacrime della vittoria: «Voglio dire solo questo. Che le donne hanno il diritto d’andare dove vogliono. Non smettete non smettete mai d’andare avanti! Tutti i vostri sogni possono diventare realtà…». Come piange, Vjosa Osmani. Tiene duro, finché può. Ma domenica sera, quando il Parlamento di Pristina l’elegge con 71 voti su 120 presidente del Kosovo e le tocca il discorso di ringraziamento, ecco che crolla commossa. Proprio lei, la tosta giurista che da dieci anni si scontra col machismo e con le ironie della politica balcanica. «Guxo!» – osate! – si chiamava il movimento che fondò per diventare deputata. A furia d’osare, ce l’ha fatta: presidente ad interim dopo l’arresto a novembre del presidente Hashim Thaci, finito sotto processo all’Aja per crimini di guerra, Vjosa è ora il settimo capo dello Stato in tredici anni d’indipendenza kosovara.
Dalle quote etniche alle quote rosa. Qualcosa è cambiato, al di là dell’Adriatico. E se la Croazia s’è già data (e s’è già tolta) una donna presidente, se la Serbia s’è scelta una premier dichiaratamente lesbica, per di più madre in una nazione che vieta le adozioni gay, ecco che il piccolo Kosovo evita il solito confronto d’etnie serbi-albanesi e per una volta punta su quello di genere. Mandando in Parlamento un terzo di deputate. Nominando un governo con sei ministre su quindici. E soprattutto scegliendo Vjosa, che era liceale quando Thaci comandava l’Uck e faceva guerra ai serbi; che è oggi una pragmatica idealista, nata nella città divisa di Mitrovica e formata nelle università americane. La novità Vjosa Osmani non è solo femminile: madre di due gemelle, parla cinque lingue, è titolare di cattedra a Pristina, ama più l’Ovest che l’Est. «Rafforzerò lo Stato di diritto», il suo motto, laddove questo significa sconfiggere la corruzione d’un Paese così giovane eppure già così marcio. E chiudere con i clan criminali che dominano la politica.
Quanto pesa Vjosa? Spinta dalla vittoria in febbraio del nuovo premier anti-casta Albin Kurti, suo sponsor, la nuova presidente ha 38 anni e ne durerà in carica cinque. Comanda le forze armate, ha voce in politica estera e il lavoro non le manca. Perché sono solo poco più d’un centinaio i Paesi che riconoscono il Kosovo: mancano le superpotenze Russia e Cina, amiche dei serbi, oltre a partner europei come la Spagna o la Grecia che temono da sempre l’effetto domino dell’indipendentismo. Dopo la piccola pace con Belgrado, la farsa dell’anno scorso a uso propaganda di Trump, i tempi sembrano maturi per un vero accordo con l’eterno nemico. «La pace ci sarà solo quando la Serbia ammetterà le sue colpe e si scuserà per la guerra del ’99», è il refrain della nuova presidente. Che in realtà rappresenta una nuova generazione stanca di negoziati inconcludenti, ben poco interessata al mito della Grande Albania, annoiata dalla retorica d’un infinito dopoguerra e molto preoccupata, semmai, dalle piaghe dell’emigrazione, dei redditi medi mensili congelati a 500 euro, d’una disoccupazione al 50 per cento.
Vjosa per la verità è la seconda donna a salire alla massima carica. Ma è la prima a poter contare davvero. Chi la precedette all’inizio degli anni Dieci, Atifete Jahjaga, provò senza successo a cambiare qualcosa: la stretta del «serpente» Thaci era ancora troppo forte.
Ma ora che un Kosovo più giovane s’affaccia al mondo, Vjosa e Kurti controllano le tre più alte cariche dello Stato. E possono giocarsela. Solo Ibrahim Rugova, il padre dell’indipendenza, il Gandhi che si perdette nell’inconcludenza, ebbe tanta popolarità e tanto potere: i suoi nipotini sapranno evitarne gli stessi errori?
(Corriere della Sera, 6 aprile 2021)
di Marina Terragni
Jenny Klinge, parlamentare norvegese, è stata denunciata per avere detto che «solo le donne possono partorire». Una nuova legge in Norvegia afferma che chi partorisce può percepirsi uomo (identità di genere) e se lo chiami donna è misgendering, crimine d’odio. La formula è: «tutti, donne e uomini, possono partorire».
Anche la legge italiana sull’omobitransfobia – ddl Zan approvato alla Camera e in viaggio per il Senato – ha al suo centro l’identità di genere, definita in modo così fumoso e tautologico che potresti commettere reato senza saperlo. Ma la nostra Costituzione non consente che si violi il principio di determinatezza delle fattispecie penali.
La legge 164/82 tutela la persona transessuale, ma non dice che basta l’auto-percezione (self-id) per essere riconosciuto di un genere diverso dal sesso di nascita. Introducendo l’identità di genere la Zan apre la strada al self-id: uomini ammessi negli spazi delle donne, spogliatoi, reparti di ospedali e carceri, sport femminili, quote lavorative e politiche.
È il principale rilievo che il femminismo (Arcilesbica, Udi, Radfem, Se Non Ora Quando e altre) muove al ddl. Intanto Zan è impegnato in un vorticoso giro di propaganda con cantanti, influencer (Fedez), perfino una sex-columnist di PlayBoy. Ma con le femministe non si confronta. Come in Spagna: femminismo contro la Ley Trans e politica sorda fino all’ultimo.
Fra le altre richieste: no alla foglia di fico della misoginia (le donne non sono una minoranza, ma la maggioranza degli umani); e si espliciti che il ddl è coerente con il divieto di utero in affitto. Non è scontato. I blogger “Papà per scelta” – due bambini nati da Gpa – da tempo in grand tour in decine scuole, confermano che chi dice che l’utero in affitto è barbarie o mercato con la legge Zan potrebbe essere perseguito. E chiudono con un magnanimo “imparerete”. Lo ha spiegato lo stesso Zan: «la legge serve a instillare nelle persone un atteggiamento di prudenza».
(Quotidiano Nazionale, 6 aprile 2021)
L’intera proposta di emendamento al ddl Zan di Arcilesbica si può trovare a questo link https://www.facebook.com/ArciLesbicaModena/posts/909420216489721 (NdR)
Criticare la pseudo scienza e’ pericoloso. Con Sylvie Coyaud – Trasmissione Prisma – Radio popolare – 6/4/2021
di Carlo Rovelli
La giornalista francese è da poco finita a processo perché smascherava la pseudoscienza. Non possiamo permettere che chi fa soldi vendendo acqua fresca si appelli alla libertà di parola e poi usi la giustizia per far tacere chi contesta
In uno Stato di diritto, le sentenze si rispettano e si applicano. Anche se non ne condividiamo le motivazioni. Ci sono però situazioni in cui i giudici, in buona fede, commettono errori, e questi errori, accumulati, diventano nocivi per la società. In questo caso, penso sia bene parlarne. Sono seriamente preoccupato per un trend in questa direzione. Pseudo-scienza, pseudo-medicina, e ciarlatani di vari tipi si stanno diffondendo in Italia, perfino all’interno delle nostre università, usando una strategia aggressiva: denunciare chiunque li critichi alla magistratura per diffamazione o calunnia.
La strategia è efficace. La paura di restare invischiati in lunghi processi e l’incertezza del giudizio dissuadono persone competenti dal criticare i ciarlatani. Per paura di essere denunciati, i più tacciono. Molti hanno paura perfino di testimoniare in un processo, per timore di essere denunciati a loro volta. I ciarlatani crescono e si rafforzano. Ogni condanna o anche solo rinvio a giudizio per diffamazione di un giornalista, scienziato, o blogger, che ha criticato, magari in maniera mordente, pseudo-scienza o pseudo-medicina viene utilizzata dai ciarlatani come approvazione istituzionale di una ciarlataneria. La gente è confusa. Finisce per fare cose come spendere cifre ingenti per cure inefficaci e sciocche, invece di curarsi veramente. Per fare un esempio nel campo di mia competenza più specifica, la fisica quantistica, i miei colleghi e io siamo tutti disgustati dalla crescente diffusione dell’uso ciarlatanesco di tante cure mediche «quantistiche». Ma molti preferiscono tacere. Non parlo in astratto. L’occasione di questo pezzo è il recente rinvio a giudizio di una ottima giornalista che da tempo si occupa di criticare ovvia pseudo-scienza con grande competenza e in maniera ampiamente documentata: Sylvie Coyaud. Prima di scrivere questo articolo ho esitato, per timore di finire anch’io citato per diffamazione.
Voglio essere chiaro. Voglio vivere in una società in cui chiunque possa curarsi come vuole. Voglio anche vivere in una società in cui chi inventa cure miracolose sia libero di sbandierarle e venderle agli allocchi. Ma voglio anche vivere in una società in cui se qualcuno vende ciarlatanerie miracolose, altri possano criticarlo, con le parole forti necessarie, senza dover temere la magistratura. Non possiamo permettere che i ciarlatani si appellino alla libertà di parola per fare soldi vendendo acqua fresca, e poi però usino il sistema giudiziario per mettere a tacere chi li critica. Purtroppo questo sta avvenendo in Italia. Ci sono alcuni giornalisti coraggiosi, alcune persone di cultura, alcuni blogger, che hanno il coraggio di denunciare questi fenomeni deleteri. Ci sono voci nell’università, anche fra gli studenti, che si sono alzate in questo senso. Vanno difese, non messe in difficoltà. Ci sono giudici che si rendono conto della situazione, e non cadono nella trappola di punire chi fa un servizio civile essenziale. Ma troppo spesso avviene il contrario.
Mi rivolgo per questo a tutti i giudici, di cui ovviamente non metto neppure per un attimo in dubbio la buona fede. È per loro che scrivo questo articolo. Rinviare a giudizio o condannare per diffamazione un giornalista, uno scienziato, o un cittadino che ha il coraggio di denunciare pubblicamente una delle tante pseudo-medicine o pseudo-scienze che dilagano ha effetti devastanti per la società. È diventare inconsapevolmente complici di un sistematico raggiro, difeso con metodi mafiosi: spaventando le voci critiche. Mi rendo conto della posizione difficile di un giudice, che per la sua formazione culturale è spesso nella posizione di non sapere giudicare il merito di una accusa di inconsistenza scientifica. La soluzione, credo, non è giudicare il merito scientifico.
Il dibattito sulla consistenza o meno di un’idea medica o scientifica non deve essere risolto in un’aula di tribunale. Deve essere pubblico, e libero. Io non posso denunciare un ciarlatano perché dice ciarlatanerie (ahimè, quanto lo vorrei!); ma lui non deve pensare di poter denunciare me se io dico pubblicamente che lui è un ciarlatano per la palese inconsistenza delle frottole che racconta. Altrimenti come fa la società a difendersi dai ciarlatani? Cari giudici, per favore fate attenzione: ogni rinvio a giudizio o condanna per diffamazione da parte di un tribunale italiano contro chi denuncia la pseudo-scienza è una coltellata contro la verità, un’arma data in mano a quelle che sono di fatto associazioni a delinquere. Non sta al giudice giudicare se una cura è efficace o meno, e proprio per questo non dobbiamo lasciare che i ciarlatani usino la magistratura per difendersi dalle critiche, anche se queste critiche sono, come devono essere, mordenti.
Ma mi rivolgo anche all’intero corpo docente universitario italiano, ai rettori, ai presidi, ai direttori di dipartimenti. L’università italiana si sta facendo contaminare dalla pseudo-scienza. Basta andare online e cercare pseudo-scienza nelle università italiane, per avere elenchi dettagliati, impressionanti per la dimensione e la diffusione del fenomeno che denunciano. Cartomanti, indovini, rimedi stregoneschi, misteri misteriosi, fenomeni paranormali e altra monnezza. Che orrore. Liberiamoci da questo contagio. Non facciamoci prendere dalla paura. Se per quieto vivere, per evitare di incappare in percorsi giudiziari o polemiche, restiamo in un complice silenzio, stiamo facendo seriamente del male alla salute dei nostri concittadini, alla nostra cultura, alla educazione delle generazioni future. Stiamo mettendo in pericolo la credibilità dell’istituzione che ha il compito morale e civile di essere depositaria dell’affidabilità del sapere della nostra civiltà.
(Corriere della Sera, 2 aprile 2021)
La lettera della sindaca Stefania Bonaldi
Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche, OfficinaPrimoMaggio, Figure, Volere la luna. (Erbacce)
Caro Presidente del Consiglio Prof. Mario Draghi,
chi Le scrive è una sindaca di provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dover aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.
Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici e infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.
Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte a un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema e io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la Realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti e alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.
Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.
Chiedo a lei, signor Presidente, di far giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.
Con stima
Stefania Bonaldi, Sindaca di Crema
(https://www.erbacce.org/crema-non-volta-le-spalle-a-cuba/, 2 aprile 2021)
di Maria Teresa Carbone
Alla giornalista Alison Flood, che l’ha intervistata la settimana scorsa per il Guardian, Kate Briggs – traduttrice britannica da tempo trapiantata a Rotterdam – ha detto che ancora stenta a credere a quello che le è successo: «Quando ho ricevuto un’e-mail del presidente del premio Windham-Campbell, che mi chiedeva un appuntamento telefonico per annunciarmi buone notizie, mi sono detta che probabilmente avrei dovuto presentare qualche autore o tradurre un testo in vista dell’assegnazione».
E invece il riconoscimento – tra i più sostanziosi del mondo con i suoi 165mila dollari, l’equivalente di circa 140mila euro – è andato proprio a lei, che ha tradotto in inglese opere di Roland Barthes e Michel Foucault, ma soprattutto ha firmato come autrice un libro uscito nel 2017 e non ancora tradotto in italiano, This Little Art. Lo ha pubblicato la casa editrice londinese Fitzcarraldo […] e il tema centrale è la traduzione, trattata – a giudicare dalla motivazione della giuria – in modo decisamente originale.
This Little Art, scrivono infatti i responsabili del Windham-Campbell, «sfida le categorizzazioni: è al tempo stesso un memoir, un trattato e un saggio storico, dato che indaga la vita della stessa Briggs come traduttrice dal francese all’inglese, analizza natura e sfide della traduzione, e racconta le vicende di tre traduttrici del ventesimo secolo». Nel libro («bello, incisivo, provocatorio, avvincente sul piano intellettuale e emotivo», lo ha definito Kevin Breathnach su The Tangerine) Briggs presenta la traduzione «come pratica e arte, insieme solitaria e collaborativa, disciplinata e profondamente educativa, una devozione privata e un progetto pubblico, un’esperienza che eccita e frustra, e richiede a coloro che la praticano passione, rigore e disponibilità al cambiamento, alla trasformazione».
Sono parole rassicuranti in un periodo in cui la traduzione è diventata terreno di scontri identitari, ma è impossibile non chiedersi: fino a quando? E non per le polemiche in corso – destinate quasi sicuramente a estinguersi presto – ma perché è possibile, se non probabile, che fra trenta o quarant’anni, se non prima, le traduzioni automatiche avranno soppiantato quelle realizzate da donne e uomini in carne e ossa.
Forse, ce lo auguriamo, il fattore umano continuerà a prevalere, ma già oggi i risultati raggiunti da Google Translate e dai suoi concorrenti non sono neanche paragonabili alle goffe versioni di una quindicina di anni fa, quando il settore era agli inizi. E una rapida visita alla pagina che Wikipedia dedica appunto al servizio di traduzione sviluppato da Google dà un’idea di quanto il territorio si sia esteso: 109 le lingue già supportate, altre 61 in via di sviluppo.
Certo, ammonisce un recente servizio di Sophie Hardach per la Bbc, queste cifre sono un’inezia rispetto alle circa settemila lingue parlate nel mondo, di cui quattromila dotate di un sistema di scrittura. Ma anche qui la situazione è destinata a cambiare rapidamente, visto che lo Iarpa (Intelligence Advanced Research Projects Activity), vale a dire il settore ricerca dei servizi segreti americani, sta finanziando lo sviluppo di un sistema che individui, traduca e riassuma i dati da qualsiasi lingua a bassa circolazione in forma scritta e orale. E di ricerche analoghe nel mondo, scrive Hardach, ce ne sono diverse.
In questa prospettiva le discussioni su «chi può tradurre cosa» che hanno segnato gli ultimi giorni appaiono di colpo datate. Se le reti neurali fossero dotate di senso dell’umorismo, si può star sicuri che sogghignerebbero.
(il manifesto, 1°aprile 2021)
di Serena Tarabini
A cento anni dalla nascita, un libro racconta la vita di Laura Conti, partigiana e ambientalista. Senza di lei non avremmo compreso la gravità dell’incidente di Seveso. Intervista con l’autrice Valeria Fieramonte (La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia, Enciclopedia delle Donne 2021, p. 336, € 19).
La maggior parte dei problemi ambientali nasce dal saper fare che cammina più in fretta del sapere». Con queste parole, in un articolo apparso su l’Unità nel 1985 dal titolo «Fermate lo sviluppo, voglio scendere», Laura Conti esprimeva una delle sue preoccupazioni centrali, quella per i rischi legati all’incapacità di un’umanità in corsa di concepire il finito. Pensiero acuto e premonitore, quello della «scienziata che non si riteneva tale», la cui visione critica e azione concreta hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di una sensibilità ecologica in Italia. Senza il lavoro di documentazione, analisi e denuncia senza precedenti di Laura Conti, il disastro di Seveso non ci sarebbe apparso nella sua gravità sanitaria, ecologica e sociale; ma fermarsi a quello che è stato il suo contributo più famoso significa perdersi, come è stato in parte fatto, l’inestimabile patrimonio rappresentato dalla sua capacità di osservare i fenomeni nella loro globalità e complessità e dalla volontà di comunicare a un pubblico più vasto possibile. A cento anni dalla sua nascita un libro, La via di Laura Conti, scritto dalla giornalista scientifica Valeria Fieramonte, raccontandoci le tappe di una vita straordinaria durante la quale fu partigiana, medico, studiosa, scrittrice, militante politica, ambientalista, divulgatrice, parlamentare, ci restituisce le idee all’avanguardia, l’impegno appassionato e la profonda umanità di uno dei personaggi più importanti del novecento.
Quanto è stato impegnativo scrivere un libro su un personaggio così intenso?
È stata una lunga ricerca che mi ha tenuto una grande compagnia per anni al punto che mi è dispiaciuto quando per forza di cose ho dovuto smettere. Sono convinta che Laura Conti sia ancora una bussola per orientarsi, anche se è drammatico vedere quanto non sia stato fatto, quanto non si sia dato seguito alle discussioni che lei aveva animato e guidato. Ho scritto questo libro anche come una forma di ribellione alla sottovalutazione della portata del suo pensiero, affinché la sua eredità non venga persa o travisata bensì possa essere trasmessa integra.
Laura Conti, come tutti gli eretici, è stata anche un personaggio scomodo: in cosa dava fastidio il suo pensiero?
Laura non si conformava al pensiero politico dominante. Quello dell’epoca correva in parallelo alla fiducia nel progresso e nello sviluppo industriale, di cui già aveva individuato i pericoli grazie anche alla sua esperienza concreta: come medico dell’Inail furono l’analisi delle condizioni di lavoro nelle fabbriche che fecero nascere il suo impegno ambientalista, in quanto riscontrava sull’uomo i danni provocati all’ambiente. Il suo messaggio ecologico non era compreso perché era troppo avanzato. Per fare un esempio, per lei erano evidenti anche altri rischi, quelli legati alle «possibilità praticamente illimitate di osservazione e registrazione consentite dall’elettronica» in grado di consegnare al potere una capacità di controllo sempre più capillare.
In che cosa è stata particolarmente anticipatrice?
Fu fra le prime, con la sua visione globale, ad avvertire dell’importanza e dell’urgenza di tutelare la biodiversità, in tutte le sue forme. Il suo approccio è stato di fatto quello di un’ecologa. A differenza delle scienze dure, l’ecologia, che studia le relazioni fra gli esseri viventi e fra gli esseri viventi e l’ambiente, è una scienza di sistema e di esperienza. L’ecologia osserva e correla i fenomeni e questo è infinitamente più complesso dello studio di uno specifico ambito, che se avulso da una visione integrale, rischia di non rilevare i danni che una determinata attività può provocare. Laura si preoccupava dell’inquinamento industriale come dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi, della deforestazione come dell’impoverimento dei suoli, dello smaltimento dei rifiuti come del dissesto idrogeologico, della produzione di anidride carbonica come dei consumi energetici. Il tutto, essendo un medico, partendo dal corpo umano ma senza mai assegnare all’umanità un ruolo centrale. Era fra i pochi, a qui tempi, a considerare la specie umana come un aspetto del sistema vivente, non suo padrone. Per questo era in grado di vedere i pericoli che la scienza non aveva saputo ancora identificare. E il suo metodo, di fronte ai problemi ambientali, era quello di del coinvolgimento della popolazione nella ricerca di una soluzione che fosse non solo scientificamente efficace, ma anche socialmente accettata.
Intensa fu la collaborazione con un altro grande del pensiero scientifico legato all’ecologia, il fisico di fama internazionale Enzo Tiezzi. Che rapporto avevano?
Enzo Tiezzi, più giovane di vent’anni, stimava enormemente Laura, di sicuro è stato la persona che più ne ha riconosciuto e compreso la genialità. Condividevano la stessa visione e le stesse preoccupazioni per il sovrastare dell’evoluzione tecnologica su quella naturale, il proliferare di risposte semplici a problemi complessi. Avevano in comune anche il desiderio di divulgazione dei temi ecologici, idearono una collana di libri che per la prima vota riuscì a trasmettere tra i giovani e il pubblico l’interesse per le scienze naturali. Erano pari anche nell’impegno a diffondere la consapevolezza dei grandi problemi ambientali e di affermare l’urgenza di un’azione politica per risolverli. Anche per questo nel 1980, con pochi altri, fondarono la Lega per l’Ambiente diventata poi Legambiente.
Eletta nelle liste del Pci, con cui non mancò di polemizzare, la sua lungimiranza e capacità di comprensione si sono viste anche in parlamento
Oltre ad aver sostenuto ed accompagnato l’uscita dal nucleare, fu ispiratrice e promotrice di molte leggi importantissime: per l’eliminazione di alcune sostanze chimiche, per la conservazione della natura, l’istituzione di aree protette e la tutela della vita selvatica, per l’uso razionale del suolo e delle acque, per l’implementazione dei depuratori. Era molto impegnata anche sul fronte delle donne, battendosi per le pari opportunità fra uomo e donna, per la salute delle donne nei luoghi di lavoro, per l’indennità di maternità anche per le lavoratrici a tempo determinato. Purtroppo non tutti i progetti di legge presentati furono approvati: come da lei stessa ammesso, la quantità di lavoro e fatica era stata molto superiore ai risultati ottenuti.
Lei ha avuto modo di conoscere Laura Conti: cosa emergeva della sua persona?
Era una persona estremamente affascinante, ti avvolgeva in una scia magica. Quando l’ho sentita parlare la prima volta avevo solo 16 anni e mi si è aperto un mondo. Nonostante appartenesse a un’altra generazione era diventata per me un riferimento, cercavo di andare a sentirla ogni volta che potevo, era molto coinvolgente nei suoi discorsi. Era una persona molto diretta, schietta, ostinata, anche le persone che nel tempo si sono magari scontrate con lei quando è scomparsa hanno sentito il bisogno di trovarsi tutti insieme per celebrarla. Era anche una persona molto umana, con il carisma del leader naturale, anche se non aveva nessuna propensione al comando.
Perché abbiamo ancora bisogno di Laura Conti?
Ne abbiamo bisogno più che mai perché la sua era una visione chiara, umana e politica, di tutti problemi fondamentali; per rallentare questa corsa verso il disastro dovremmo ancora seguire le sue indicazioni.
(il manifesto – l’Extra Terrestre, 1° aprile 2021)
di Giulia Beghini
Memore dei dibattiti nati a ridosso del mondiale di Francia o della première di Frappart in Champions League, Vera Gheno ci ha spiegato le dinamiche del linguaggio di genere
Ma una donna che dirige un’orchestra si chiama direttrice o direttore? Beatrice Venezi, che le indicazioni all’orchestra le dà per mestiere, sul palco dell’Ariston ha detto di preferire direttore. La notizia, come tradizione sanremese vuole, ha riacceso un dibattito che aveva interessato anche il calcio femminile ai tempi del Mondiale francese. Quella di due anni fa è stata “L’estate della portiera”, come titola Marco Giani in un articolo accademico a cui aggiunge poi un didascalico «polemiche sul linguaggio di genere per il calcio femminile». Per chiarire la questione, ne abbiamo parlato con la sociolinguista Vera Gheno, intervenuta quell’estate e titolare fissa nel campo delle diatribe linguistiche.
Nata a Gyöngyös, Ungheria, da padre veneto, professore di filologia ugrofinnica, e madre ungherese, è dai tempi dell’asilo a Panzano in Chianti che ritiene l’italiano la sua lingua madre, pur conoscendo perfettamente anche l’ungherese da cui è traduttrice. Parla inoltre l’inglese, il finnico, dopo aver abitato per tre anni in Finlandia, e, quando i toni si scaldano, il veneto.
Insegnante all’Università di Firenze, dove tiene il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione, ha collaborato con l’Accademia della Crusca dal 2000 al 2019 e gestisce attualmente la parte linguistica del profilo Twitter di Zanichelli. È autrice inoltre di alcuni libri tra i quali: “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)” (Franco Cesati Editore, 2016), “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi, 2017) con Bruno Mastroianni e “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (EffeQu, 2019).
Vera Gheno sembra proprio quel tipo di insegnante così appassionata della sua materia, da coinvolgere gli studenti al punto di condizionarne le scelte di future carriere. Anche per questo non si sottrae mai al confronto, come dimostra la quantità notevole di dirette e conferenze di cui è piena la sua agenda. Alla dedizione per la sociolinguistica, Vera Gheno aggiunge una passione per il brutalismo, vari gatti che girano per casa e un carisma punk che sa dominare la scena.
Partiamo dall’inizio, le Azzurre si qualificano ai Mondiali dopo vent’anni di assenza e gli italiani, oltre a essere allenatori, si sono scoperti anche linguisti, ponendosi il problema di come chiamare le giocatrici in campo. Le questioni principali si sono sollevate per portiera e difensora, mentre per capitana, centrale, esterna, centrocampista, attaccante, bomber e soprattutto panchinara, non ci sono stati grossi problemi. Come mai la discussione si è focalizzata sui primi ruoli e non sugli altri?
Portiera e difensora sono sostantivi di cosiddetto genere mobile. Quindi con il maschile in -o/-e ed il femminile in -a, lo stesso modello di maestro/maestra e infermiere/infermiera, per citare dei femminili universalmente riconosciuti come esistenti. Centrocampista e attaccante sono invece nomi ambigeneri, cioè basta cambiare l’articolo: il centrocampista, la centrocampista; così pure attaccante: dall’articolo non si vede (viene apostrofato sia per il maschile sia per il femminile), ma si capisce accordando il resto della frase; qui siamo ancora nell’ambito di sostantivi come il/la docente. Per quanto riguarda lì dove la declinazione femminile è più evidente, le parole sono state uno specchio della società e della cultura in cui una certa lingua agisce. La società è abituata al fatto che il calcio sia faccenda maschile, le calciatrici sono un po’ una new entry. Tipicamente le persone che non usano questi femminili si difendono dicendo che non esistono, ma non è vero. Basterebbe prendere in mano un dizionario, io per queste cose uso lo Zingarelli perché ha messo a sistema i femminili professionali dal 1994. Se ti viene il dubbio che non esista una forma femminile, vai lì e guardi che cosa ti dice.
Questo problema con la percezione dei femminili professionali, non solo in questo ambito, lo si ha di più con i nomi di genere mobile o anche con gli altri?
Secondo me è abbastanza diffuso comunque, perché uno non ci fa caso che in realtà il nome sia di genere mobile. Quindi se tu vuoi declinare al femminile presidente, molto spesso la risposta è: “Allora da domani devo forse dire la presidenta?” Non c’è la percezione che quel presidente sia ambigenere, quindi basta cambiare l’articolo. Lo stesso vale per i sostantivi di genere promiscuo tipo guardia, che ha solo la forma la guardia e non il guardio.
In un articolo accademico è riassunta un po’ tutta la cronologia della polemica, tipo tutta la polemica minuto per minuto, compresi i vari interventi di giornalisti, linguisti e del grande pubblico. Quando il dibattito diventa anche mediatico, qual è il ruolo dei linguisti e degli studiosi in genere? Dovrebbero intervenire o si fatica a fare chiarezza visto il flusso turbolento di opinioni?
Dipende. Credo che negli ultimi anni si sia diffusa un po’ questa figura del linguista che interviene nelle diatribe popolari. È in corso una specie di avvicinamento fra mondo accademico e ampio pubblico tramite la divulgazione. In realtà penso che ci sia bisogno anche di questo, quindi se fino a un paio d’anni fa non mi capitava spesso di venire chiamata a dirimere delle controversie, adesso è piuttosto comune e credo legato proprio a un aumento dell’importanza della divulgazione. Del resto, il linguista è un parlante di una lingua particolarmente competente, perché l’ha studiata e può dare opinioni informate. Il punto è che, più che in altri campi, siccome ogni persona che parla una lingua è convinta di conoscerla molto bene, c’è quest’idea che siamo tutti linguisti. Non è vero, perché il linguista fa discorsi metacognitivi sulla lingua, si chiede come mai siamo arrivati a definire certe regole. Per cui il linguista può scegliere di fregarsene e andare avanti nei suoi lavori di ricerca senza curarsi di quello che succede fuori dal suo ufficio oppure può scendere nella mischia.
E tu scendi nella mischia.
Io vengo da una prospettiva demauriana, uno dei miei maestri è stato Tullio De Mauro che era a sua volta ispirato da don Milani. C’è una storia di volontà di far conoscere meglio la lingua alle persone, perché la lingua è vista come strumento di liberazione anche dalla sottomissione a un potere superiore. Senza una competenza linguistica buona, non c’è democrazia. Per cui io lo sento un po’ come dovere quello di cercare di aiutare le persone a capire meglio come funziona la lingua. Dopodiché posso avere un ruolo di guida su certe cose, ma non posso cambiare la testa delle persone. Questa resistenza a usare i femminili non è una resistenza linguistica, ma la cartina tornasole del fatto che siamo ancora oggi una società tendenzialmente patriarcale e soprattutto molto tradizionalista. È indice di una resistenza mentale nei confronti della presenza della donna anche in ruoli e in contesti in cui prima non c’era, ed era meglio quando non c’era. Cioè “che ci stanno a fare le donne del calcio? C’è bisogno?”
Il punto apice della polemica si è raggiunto quando le telecroniste, durante Italia-Cina, hanno riportato la preferenza di Giuliani per portiere rispetto a portiera. La sua opinione è stata condivisa da molti riportando l’esempio del libero nella pallavolo, sempre al maschile perché riferito al ruolo in senso stretto, o il fatto che la connotazione della parola, a differenza di capitana, sia associata classicamente a quella della macchina.
Ma anche il portiere può essere quello di uno stabile. La questione della polisemia diventa un problema solo per i femminili, perché più insoliti e quindi balzano più all’orecchio. La triste verità è che molti nomina agentis al femminile sono percepiti e autopercepiti come dequalificanti e quindi molto spesso sono le donne stesse che preferiscono essere chiamate al maschile. Tante volte succede che le donne mi dicano «Io ho lavorato tanto per fare l’avvocato, non voglio svilire il mio titolo con avvocata». Ma che razza di discorso è? Maestra lo dici, regina lo dici, cassiera lo dici, però avvocata no, giammai, è svilente. Purtroppo, non è che essere donne ci metta al riparo dall’avere una mentalità tradizionalista patriarcale, sono moltissime le donne che ci stanno dentro e ci stanno benissimo. Da questo punto di vista il mio lavoro è anche divertente, perché vengo attaccata sia da una parte che dall’altra. Portiera non è squalificante nel momento in cui lo usi con tranquillità, la prima volta qualcuno ride, la seconda ride e la terza volta è già dimenticato, così come usiamo fallo a bordo campo senza pensare tutte le volte al ca**o, che anzi è proprio la stessa parola. È un po’ un finto problema. Spesso sono le donne che preferiscono il maschile, perché se usi portiera o arbitra devi difendere la tua scelta, la devi spiegare perché è strana e molte non ne hanno voglia di usare un nome che poi genera una discussione nella quale ti dovresti informare anche.
Da un certo punto di vista, lo si può anche capire che non ne avesse particolarmente voglia, le è stato chiesto in giorni in cui avevano raggiunto un traguardo storico dopo anni in cui nessuno si interessava a loro.
Infatti, uno dei problemi che ha questa questione è di farne una battaglia. Motivo per cui io sono invisa anche a molte donne più femministe perché «Eh, se non dici portiera sei vittima del patriarcato introiettato». Ma lascia vivere la figliola, io la appellerei come portiera, poi se lei preferisce essere chiamata portiere, benissimo, la chiamo portiere. Il tipo di lavoro che faccio io è molto laissez-faire, cioè ti spiego che il femminile corretto sarebbe arbitra, documentato in centinaia di anni di letteratura italiana, addirittura già in latino. Non lo vuoi usare? Va bene lo stesso.
Questo problema con i femminili professionali lo hanno anche le altre lingue neolatine che non hanno il genere neutro, come spagnolo e francese, o è una discussione che avviene solo in Italia?
Quella sul linguaggio attento al genere è una discussione presente un po’ in tutte le lingue laddove dietro c’è una cultura che inizia a far caso alle diversità. In generale se ne sta discutendo un po’ in tutte le lingue d’Europa e non solo. C’è un documento interessante del Parlamento Europeo che parla proprio delle varie strategie di uso non sessista delle varie lingue. Poi, sai, sia il francese sia lo spagnolo hanno due enti linguistici (Real Academia Española e Académie Française ndr.) che hanno il potere di legiferare sulla lingua. In Italia un ente di questo tipo non c’è, molti credono che sia la Crusca, ma la Crusca non ha un ruolo così definito.
Non ha un ruolo decisionale diciamo.
No, per cui ti al massimo può dare consigli. Per esempio, l’italiano non ha un dizionario ufficiale, non ha una grammatica ufficiale. Le lingue summenzionate ce l’hanno, per cui nel momento in cui la Real Academia Española ha iniziato a usare i femminili, la questione non si è più posta, si fa così e basta e le persone si adeguano. L’italiano questo dirigismo non l’ha mai avuto. Si è provato a farlo col fascismo, per cui c’è stata tutta la questione dell’autarchia che è stata fallimentare, perché poi la gente è tornata a dire cocktail invece di bevanda arlecchina e altre scemenze. Noi paghiamo un po’ questa anarchia linguistica, che però è anche una forza dell’Italiano, fondamentalmente alla fine decidono i parlanti.
In Spagna e soprattutto in Francia, il calcio femminile è a ottimi livelli e da anni è più riconosciuto rispetto a quanto accade in Italia – nonostante qui esista dagli anni ’70. Questo può avere una qualche influenza sulla lingua e sul tempo necessario a questi cambiamenti, a maggior ragione se sono i parlanti a decidere?
Ci vuole la creazione di una tradizione. Esattamente come la pallavolo femminile che è riconosciuta da tanto tempo e come dicevi prima, a parte “libero” che è un caso particolare, tutti gli altri ruoli sono declinati al femminile. Per cui il fatto che una qualsiasi branca della conoscenza diventi usuale in una cultura, poi fa sì che anche la lingua si adegui. Per cui potremmo rifare questa chiacchierata fra dieci anni e se per dieci anni il calcio femminile è andato fortissimo e magari tutti i delusi del calcio maschile si sono riversati sul calcio femminile che diventa un affare miliardario, io sono abbastanza convinta che portiera e tutto il resto potrebbero tranquillamente entrare senza far troppi danni. Ci sono dei casi, mi viene in mente senatrice e deputata, che trent’anni fa erano desueti e poi sono entrati nell’uso e nessuno ha avuto nulla da ridire, sono entrati di soppiatto. Il punto è che adesso è una questione, quindi ora stanno tutti a scannarsi.
Quanto può aver influito sulla affermazione linguistica di queste parole il fatto che la stampa, che per prima ha posto la questione, poi poco dopo la fine del Mondiale non abbia più dimostrato molto interesse per l’argomento?
Non so fare un pronostico, sarebbe interessante vedere la prossima volta che si rinfocola l’interesse femminile che cosa succede, a che punto siamo. Per il resto guarda può accadere di tutto. Io ho notato due cose però, che calciatrice è già entrato abbastanza e l’altra è che sta entrando anche se a fatica è arbitra. Potrebbero essere i prodromi di un cambiamento linguistico di cui alla fine portiera va a seguire. Portiera potrebbe essere il più fastidioso di tutti perché appunto c’è la consonanza con la portiera della macchina. Però secondo me se entrano gli altri, farebbe strano avere tutta la squadra declinata al femminile tranne il portiere.
In questi ultimi anni un minimo di visibilità in più per il movimento c’è stata, però, soprattutto in passato, si è faticato a parlare delle calciatrici come atlete vere e proprie. Tu ti occupi anche di social e lì la questione spesso si pone, cioè è meglio che di una cosa se ne parli purché se ne parli o è meglio che se ne parli meno ma meglio?
Giornali e media tradizionali parlano spesso di ciò che fa clic, non è la logica di coltivare l’interesse. Per come è cambiato il sistema mediale è una domanda a cui non si può rispondere. Prima c’erano degli emettitori di notizie e dei fruitori di notizie. Internet e i social hanno stravolto questo sistema, per cui ora siamo contemporaneamente fruitori ed emettitori di notizie e soprattutto tutti hanno voce in capitolo. Qui non c’è l’esperto che ti dà gentilmente la sua opinione, ma c’è questo popolo di esperti che si parlano l’uno sopra l’altro, l’autorevolezza l’abbiamo dimenticata a casa. Il punto è chiedersi che cosa succede quando se ne parla a livello globale. L’esperto dovrebbe insistere nel far sentire la propria voce in quel campo, cercando di raddrizzare quando vengono dette cose particolarmente oscene. Invece, siccome il dibattito è molto sporco, c’è questa specie di spirale del silenzio degli intelligenti, cioè i competenti si guardano bene dall’entrare nella diatriba.
Però questo tendenzialmente non migliora le cose.
No, non le migliora, ma se noi prendiamo atto che questo è oggi il dibattito pubblico, possiamo chiederci cosa si possa fare per migliorarlo, quindi tu nel tuo e io nel mio senza che io venga a dire a te come fare il tuo lavoro. Bisogna imparare a vivere questa complessità cognitiva e informativa del presente, l’infodemia di cui parlava l’OMS. Nessuno ci ha insegnato a viverla finora, stiamo imparando sulla nostra pelle.
In generale nel calcio femminile si tende a specificare femminile. Non si parla di calcio, ma di calcio femminile, c’è la Juventus e la Juventus Women, Roma e Roma Women, come a dire c’è la versione ufficiale e poi ci siete voi. In questo caso quello specificare femminile ha accezione positiva o negativa?
Ha accezione informativa, laddove la norma è il maschile, è da segnalare il femminile. Bisognerebbe vedere se c’è qualche sport che ha una tradizione fondamentalmente femminile, nella quale i maschi magari sono una novità. Per esempio, il nuoto sincronizzato maschile.
Credi che questa resistenza al cambiamento si senta di più in un ambito tradizionalmente maschilista come il calcio rispetto ad altri campi?
Ricordati che noi esseri umani siamo animali profondissimamente abitudinari anche nella lingua. Quindi che qualcuno ci venga a sovvertire l’abitudine è sempre visto come una minaccia e quando uno è minacciato, come tutti gli animali, poi diventiamo aggressivi. È la cosa più vecchia del mondo da questo punto di vista, quando qualcuno aggredisce le nostre abitudini linguistiche, spesso abbiamo delle reazioni inconsulte. Stavo pensando alle Olimpiadi, lì è tutto maschile e femminile.
L’atletica ad esempio specifica femminile, ma specifica sempre anche maschile.
Esatto, perché è normale che ci siano i due sessi, invece il calcio è maschile e poi ci sono femmine. Secondo me non puoi togliere la specifica, perché è giusto che venga segnalato che non è il calcio dei maschi, forse una sorta di equilibrio sarebbe se il calcio maschile fosse indicato come maschile.
Probabilmente non si percepirebbe il doppio standard, che invece salta fuori anche per la questione dell’arbitra che dicevi prima. In Francia al Mondiale c’erano solo arbitre, 27, ma nessuno ha fatto commenti sulla cosa. Frappart ha arbitrato una partita di maschile (Champions ndr) e tutti si sono posti la questione, come se anche per avere diritto a essere chiamate col femminile servisse la legittimazione del calcio maschile.
Finché ce la cantiamo e ce la suoniamo tra di noi donne, va bene, ma un’arbitra che va ad arbitrare gli uomini, insomma c’è comunque un panda rosa, signora mia dove andremo a finire.
Va a finire che a livello di diffusione del sostantivo, fa di più il calcio maschile che non quello femminile.
Ne parlavamo oggi in un panel abbastanza infuocato, alla fine succede che le donne per essere legittimate hanno ancora bisogno della legittimazione maschile.
Questo potrebbe essere un esempio visto che, al Mondiale, nella VAR room, dove si legittimano situazioni di gioco dubbie in campo, erano tutti uomini.
Il problema di buona parte del maschilismo o del patriarcato è che non è così evidente. Tu donna hai la sensazione di poter accedere a tutto e di non avere limiti, poi però ci sono delle cosette qua e là che invece poi ribadiscono che insomma proprio pari pari non siamo o perlomeno non siamo percepite come perfettamente pari.
Ultima domanda, partita Italia-Ungheria, chi tifi?
[logoranti secondi di riflessione] Ungheria.
Così proprio, colpo basso questo.
Eh, lo so. Io ho lasciato subito l’Ungheria, però il posto dove sei nata è qualcosa di viscerale. Quando incontro italiani all’estero non faccio particolari scene, anche perché è più comune, una pizzeria la trovi anche al Polo Nord. Quando incontro un ungherese all’estero c’è una parte di me che esulta. Poi odio tutto l’ambaradan ungherese attuale però insomma sì, tiferei più Ungheria.
Ne prendo atto amaramente.
Sorry [ride].
(www.lfootball.it 1 aprile 2021)
«Noi non vogliamo bloccare il ddl Zan, ma eliminare gli errori che contiene. La legge serve, ma senza questi emendamenti si rischiano gravi guasti». Così in un comunicato stampa Arcilesbica che ha scritto alla Commissione Giustizia del Senato, solo ai componenti di centrosinistra e del M5S, chiedendo di «modificare il ddl Zan e fornendo una documentazione molto argomentata».
Nella nota stampa Arcilesbica chiede di:
- nelle definizioni all’art.1, usare i termini chiari di “sesso, stereotipi di genere, orientamento sessuale, transessualità”, invece che le attuali ambiguità;
- rendere esplicito che il ddl è coerente con il divieto vigente di affitto dell’utero. Essere contro la gpa non è omofobia;
- rendere esplicito che il ddl è coerente con la legge vigente 164/82 e con la sentenza Corte Cost. 180/2017 che afferma che per il cambio di sesso «va escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo». Essere contrari/e all’autocertififcazione di genere non è transfobia.
«Le persone lgbt hanno diritto al rispetto, chiediamo ai partiti progressisti di correggere gli errori del ddl Zan e poi – conclude Arcilesbica – di approvare la legge che la comunità lgbt aspetta da tanto tempo».
(Agenzia DiRE – www.dire.it, 31 marzo 2021)
Il documento completo è pubblicato sulla pagina fb di Arcilesbica Modena (n.d.r.)
di Valeria Fieramonte
Laura Conti, una donna che ha anticipato i tempi – Partigiana, medica, ambientalista e divulgatrice. Spiegava fenomeni complessi con genialità e intuizione. Ecco perché, a cent’anni dalla sua nascita, è importante ricordarla
Ho scritto La via di Laura Conti per una sorta di ribellione contro la strisciante damnatio memoriae nei suoi confronti, una scomparsa dai radar della memoria storica comune a molte donne che hanno dato contributi scientifici anche determinanti. Persino chi parlava bene di lei, nel frenetico copia incolla della rete, sembrava assommare sentito dire a sentito dire, senza quasi mai risalire alle fonti, ovvero i suoi 26 libri e qualche altro scritto. Mi sembrava che Laura fosse stata trasformata in una sorta di mummia plastificata, quasi innocua, dove le parole “partigiana” e “Seveso” erano le sole segnalazioni di rilievo, senza peraltro spiegare realmente cosa si celava dietro a quelle parole. E poco riescono a fare, purtroppo, anche le fondazioni custodi della memoria storica delle epoche pre-informatica, perché spesso prive di fondi.
Sembra quasi che si voglia cancellare la memoria storica del nostro passato, specie se ha attinenza con i movimenti popolari.
Sappiamo tutti che l’ecologia non è una scienza esatta, come la matematica e la fisica, ma una scienza di sistema e di esperienza, e questo la rende anche la più difficile da capire. Il pensiero ecologico di Laura è stato sottovalutato – lei stessa si definiva più che altro una divulgatrice, una persona che «spiava la scienza dal buco della serratura» – quando il suo pensiero ecologico era invece geniale e ancora oggi più completo e rivoluzionario dei tanti contributi, pur validissimi ma settoriali, di glaciologi, oceanografi, geologi e climatologi. Come medico dell’Inail era diventata un’appassionata di ecologia in primo luogo osservando gli effetti perversi di certi ambienti industriali sulla salute degli operai. Ma il suo impegno in questa direzione è diventato prioritario solo dopo il disastro di Seveso. Sono altrettanto importanti le sue battaglie politiche contro il nucleare e a favore di una legislazione attenta alle donne. Non è un caso se al secondo anno di università, allora ancora regia, scrive una tesina su Ramazzini, un medico del ’600 considerato il padre della medicina del lavoro.
La guerra e la politica
Non si può però capire la figura di Laura Conti se non si parte dal suo internamento, a ventitré anni, nel campo di concentramento di Bolzano. Da questa esperienza determinante sono derivati molti aspetti del suo carattere e agire politico. Si salvò solo perché chiusero le frontiere del Brennero: Bolzano era un campo di transito, dove rimase otto mesi prima della Liberazione.
La condizione femminile era tragica: a Ravensbrück – nell’estremo nord della Germania, unico campo di sterminio solo femminile – all’entrata c’era scritto «Qui spezzeremo la tua volontà» e non il solito ironico «Il lavoro rende liberi» degli altri campi a prevalenza maschile. Le donne che arrivavano al campo, in prevalenza comuniste e oppositrici politiche, come pure ebree, all’uscita dei vagoni piombati e magari con bimbi al seguito, vedevano subito di fronte all’entrata il camino dei forni crematori, sempre in funzione, avvolto dall’acre odore di carne bruciata che ne promanava.
Dopo la guerra Laura divenne comunista, fu eletta consigliera provinciale e regionale e non abbandonò il partito neanche quando cambiò nome nel corso del suo mandato parlamentare e dell’apparente rivoluzione di Mani Pulite. Era stata eletta nel 1987, a sessantasei anni, assieme all’amico e collega Enzo Tiezzi, illustre chimico fra i fondatori come Laura della prima Lega per l’ambiente. L’elezione non avvenne a Milano, sede delle sue battaglie politiche, ma nella circoscrizione di Firenze-Pistoia sull’onda della battaglia contro il nucleare. Nell’aprile 1986 era esploso il quarto reattore della centrale di Černobyl’, creando quel vasto movimento che da noi portò alla chiusura delle centrali nucleari e all’entrata in Parlamento, per la prima volta, dei Verdi e delle ecofemministe.
Le pubblicazioni
Per capire gli effetti che sostanze tossiche invisibili possono avere sul corpo umano occorre partire dal suo primo libro importante sui temi ambientali, Che cos’è l’ecologia (Mazzotta, 1977): «La vita – scriveva Laura – se fabbrica una molecola complessa, fabbrica anche la molecola di un enzima che la degrada. Ma non fabbrica enzimi per molecole sconosciute. Per ogni molecola che si costruisce c’è un enzima che la distrugge, è una legge biologica senza eccezioni, e la si ritrova all’interno di ogni singolo organismo come pure nel rapporto tra organismi diversi. Se ci fosse stata anche una sola molecola fabbricata da un organismo vivente e capace di sfuggire alla degradazione, oggi il mondo ne sarebbe colmo […]»
Imparare la salute (Zanichelli) è un testo scritto nella primavera del 1983 per congedarsi dal suo lavoro di medico, ed era rivolto in particolare agli insegnanti delle scuole medie. È impressionante notare adesso similitudini e differenze circa l’andamento della salute collettiva. Ricordo che il Covid ha fatto in un anno circa centomila morti, ma le malattie tumorali, per l’80% di origine ambientale, ne hanno fatti molti di più: erano 178mila nel 2018. Dunque c’è ancora una prevalenza delle malattie croniche su quelle infettive, che all’epoca di Laura sembravano definitivamente sconfitte. Per non parlare dei dati ISTAT relativi agli scolari nel 2016-2017, che rivelano come dagli anni ’80 i casi di autismo siano triplicati. All’epoca di Laura l’autismo era invece una malattia rara.
Interessante è la battaglia incessante per la tutela dei patrimoni genetici, in primis quello della nostra specie, sempre più minacciato da una chimica indifferente alle conseguenze ambientali e dall’interesse di quelle grandi lobby economiche. Come pure descrivere i suoi libri sulla nascita della differenziazione sessuale, molto divertenti e attuali, o delle polemiche a proposito del referendum sull’aborto (Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne, Mazzotta, 1981), e del suo romanzo forse più famoso, Una lepre con la faccia di bambina (Editori Riuniti, 1978), trasposizione poetica di una delle più evidenti malformazioni da diossina, il labbro leporino.
I riconoscimenti
Nel 1986 a Laura fu conferito il Premio Minerva per la ricerca scientifica (una testa di Minerva disegnata da Guttuso). Le fu consegnato da Rita Levi Montalcini con queste parole: «La scienza è stata un divertimento che mi è piaciuto, mentre penso sia più meritevole chi, cominciando come partigiana, ha poi cercato di salvare il sistema vivente, occupandosi di problemi così importanti come quello ecologico». È nel libro Questo pianeta (Editori Riuniti, 1983) che Laura approfondisce e continua ad ampliare le sue riflessioni sull’ambiente. Fra le altre cose, sostiene che i sistemi in essere spingono a provocare una “patologia degenerativa generalizzata”.
Ai tempi di Seveso, quando nelle assemblee cercava di spiegare il concetto di correlazione statistica era spesso accolta da una sorta di ilarità tra il pubblico. Così la descriveva: «Una sera un simpatico vecchietto mi spiegò bonariamente quali erano gli aspetti umoristici della questione: noi pretendevamo che la gente accettasse delle limitazioni di libertà in vista del fatto che qualcuno (e non si sapeva chi), un giorno (e non si sapeva quando) forse si sarebbe ammalato (e non si sapeva di quale malattia)». Vi ricorda qualcosa? La gente ne deduceva che la scienza dev’essere qualcosa di stravagante.
Un’eredità importante
Nel libro Il dominio sulla materia (Mondadori, 1973), in un capitolo intitolato Nuovi servi dell’uomo, aveva invece anticipato quei timori che oggi dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti. Si domandava, con uno sguardo che va ben oltre i movimenti dell’epoca e anche dei successivi: «Si potrà evitare che l’elettronica, coi suoi meravigliosi progressi, finisca col fare di ciascuno di noi un sorvegliato speciale? Alcuni temono che stiamo andando verso un’era di controllo totale da parte di chi è in grado di investire grandi somme di denaro a fini di controllo sociale». Una sensibilità praticamente sconosciuta all’epoca.
Mi piace concludere segnalando il libro che Enzo Tiezzi riteneva essere il suo capolavoro, La fotosintesi e la sua storia (Giunti editore, 1991). Parla di una vera e propria “guerra dell’umanità contro la fotosintesi” per segnalare che per ogni molecola di anidride carbonica che si forma ci sono due molecole di ossigeno che scompaiono, anche se i fenomeni di carenza di ossigeno riguardano per ora soprattutto aree ristrette delle città a grande traffico automobilistico. Nel ricostruire la storia della formazione dell’ossigeno sulla terra, Laura spiegava come si sono formati nel contempo i giacimenti di petrolio, carbone e gas naturale.
Leggendo questo libro è impossibile non capire la pericolosità della situazione in cui ci troviamo, a partire dalla crescita ormai accelerata del convitato di pietra più interessante, l’anidride carbonica o CO2. Anche in questo caso, una preveggenza degna di nota, no?
Valeria Fieramonte è autrice del libro La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia
(La nuova ecologia, aprile 2021)
di Antonello Caporale
Perché i leader delle formazioni di destra sono spesso donne? E perché a sinistra non ci sono personalità finora in grado di tener loro testa? Il colloquio con Lucetta Scaraffia, femminista prima che storica e giornalista, inizia da questa curiosa disposizione delle differenze di genere in politica.
«I governi europei sono stati per anni nell’alveo del centrosinistra presidiato da un establishment a forte caratura maschile. Dunque le donne sono sbocciate all’opposizione, dove il potere costituito era più debole e la concorrenza più scarsa. L’antesignana è senza dubbio Margaret Thatcher che conquista la leadership dei conservatori inglesi quando il partito è ridotto al lumicino, senza più energia e futuro. Negli anni, in Italia, Francia, nei Paesi del Nord, le conquiste femminili hanno vissuto di luce propria. Ha fatto carriera chi ha dimostrato capacità, sostanza politica. E poi le donne di destra hanno avuto la fortuna di non soggiacere al principio delle quote rosa che è la costruzione ipocrita di un cartello organizzato spesso per selezionare le favorite dei maschi».
Le quote rosa sono di sinistra.
«La scelta orrenda di Enrico Letta di regolare i conti interni al Pd attraverso la proposizione della questione di genere conferma che la sinistra utilizza questo metodo figlio di una grande ipocrisia.»
Un tot di donne, purchessia.
«Un tot di donne, magari brave, altre magari amiche, altre ancora magari fidanzate. Un tot, una modalità di gestire il potere consociando spesso il genere femminile ma al livello più basso.»
Però le donne del Pd non si sono ribellate.
«È questo il problema. Non hanno ribaltato il tavolo, non hanno protestato. La condizione femminile vive anche delle diversità delle aspirazioni, delle ambizioni, delle scelte di carriera di ciascuna. In politica conta questo fatto più ancora del riconoscimento del proprio ruolo. Giorgia Meloni si è affermata grazie all’assenza di queste concessioni benché dentro un partito schiettamente maschilista e paternalista. Ha potuto vincere la sfida in ragione delle qualità proprie non certo comparabili con quelle dei suoi compagni di viaggio.»
Due anni fa lei rinunciò alla guida dell’inserto femminista (“Donne Chiesa Mondo”) che ogni mese era ospitato dall’Osservatore Romano. Lo fece dopo aver denunciato le continue e gravi violenze che nella Chiesa si consumavano ai danni delle suore.
«Non c’era convento in Asia, in Africa ma anche in Europa dove non vi fossero casi di soprusi e di gravi effrazioni alla dignità e al corpo delle donne da parte dei loro confratelli. Tantissime le suore mandate ad abortire e innumerevoli i casi di riduzione a ruoli meno che ancillari, a servitù domestica.»
E la Chiesa non prendeva posizione. Osservava silente e complice.
«I pochi casi che venivano alla luce erano classificati come infrazione al voto di castità. Lui e lei avevano infranto la norma. Tutti e due colpevoli. Dunque nessun colpevole. Però le cose stanno cambiando.»
Stanno cambiando?
«Sono cambiate le suore. La condizione femminile vive una nuova stagione grazie alla generazione di donne giovani, delle nostre ragazze che non sono figlie della società maschilista, di quella cultura. Anche la Chiesa fa i conti con questa esplosiva novità generazionale.»
È questo il mondo nuovo?
«La presidente dell’unione internazionale delle Superiore Generali ha invitato espressamente a denunciare i soprusi, a dare voce alle proteste. L’avrebbe mai detto?»
Anche nel governo del Vaticano si stanno vedendo volti femminili.
«Sebbene sia una scelta molto d’immagine, votata più da una necessità stringente che da una scelta di fondo, resta una novità interessante.»
[…]
(Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2021)
di Nadia Urbinati
Difficile per le donne fare carriera politica. La difficoltà non giustifica i comportamenti delle singole donne. Ma è un fatto che non può passare sotto silenzio. Non vale solo per la politica, bensì per tutte le professioni tradizionalmente tenute dagli uomini.
Essere state allevate con il marchio del futuro scritto nella funzione procreatrice non ha aiutato nessuna donna ad essere tranquillamente sé stessa nei ruoli sociali e politici. E anche questo parlare al singolare-collettivo è fastidioso, perché nessuna donna è un’indistinta parte del suo genere.
Se le donne hanno bisogno di unirsi è per una ragione tutta politica – la “questione femminile” è nata politica come quella della “classe” o delle altre forme di esclusione per ragioni identitarie. È nata per reclamare che uomini e donne sono ugualmente animali politici e possono far politica attiva se lo vogliono. “Se lo vogliono” è una premessa fondamentale. Non vi è nessun dovere nel fare politica di carriera. Ma è proprio questa volontarietà che fa vedere gli impedimenti e li rende intollerabili e irragionevoli, soprattutto nelle società fondate sui diritti.
Le “donne in politica” sono la cartina di tornasole per sondare lo stato di salute di una società. Ci fanno vedere le storture che la loro presenza non basta a sanare. Le donne ne sono consapevoli. E si comportano, si legge con toni scandalistici, “come” gli uomini. E certo!
Appunto perché non c’è alcuna essenza femminile, il fatto di avere una donna in un luogo dirigente non risolve la questione dell’inospitabilità dei luoghi di potere verso le donne. Quel che sta succedendo nel Pd mostra la durezza di questo fatto: una o due donne non fanno primavera.
Cosa succede? La lotta tra Marianna Madia e Debora Serracchiani per il ruolo di capogruppo alla Camera ha mostrato quanto insalubre sia la vita politica nel Pd, non solo per le donne, e non perché due donne competono. Insalubre perché l’appartenenza al partito non ha valore. Conta prima di tutto l’appartenenza ad una fazione. Ciascuno, uomo o donna, è in quota di qualcuno.
Non ci sono “le donne del Pd”. Ci sono le donne afferenti a quel capo o a quella sigla (perfino il simbolo del Pd è stato infeudato dai simboli delle fazioni).
Se il PD è una confederazione di signorie, la presenza delle donne perde di senso, poiché ogni ruolo dirigenziale è comunque un campo di conquista per gli interessi di corrente.
Le donne sono proxy, segnaposti delle fazioni. E allora, che differenza fa avere una donna o un uomo come capogruppo se l’essere vicini a chi aveva coperto quell’incarico è la condizione principale? Se al Senato tutto è filato liscio è stato perché la fazione dell’ex-capogruppo gode lì di solido potere: e una donna ha rimpiazzato un uomo. Ma alla Camera i giochi sono più fluidi; e si scatena una competizione tra due donne.
Secondo Madia, questa competizione al femminile serve essenzialmente a legittimare chi dovrebbe vincere, ovvero la candidata vicina a Graziano Delrio, il precedente capogruppo. Che questa dichiarazione contenga del risentimento non cambia il fatto: il problema alla base di tutto, e che sta emergendo anche per le candidature a sindaco in vista delle elezioni d’autunno, è che chi ha coperto l’incarico designa il proprio successore, come se la funzione fosse posseduta da chi la ricopre. Che il candidato sia uomo o donna, la logica non cambia. Ed è una logica che fa buon gioco all’argomento dei populisti: il Pd è un establishment istituzionale che riproduce sé stesso per partenogenesi. La “questione” della presenza delle donne nel PD mette in luce un sistema oligarchico che sconcerta.
(Domani, 29 marzo 2021)
di Fulvia Bandoli
Duemilaventuno, anno di centenari illustri: quello del PCI, quello di Gianni Agnelli. Per me e per altre donne ambientaliste e femministe, quello di Laura Conti, medica, partigiana, comunista, deportata, ecologista, scrittrice e divulgatrice formidabile di conoscenza e scienza. Eppure per trovare notizia di questa ricorrenza bisogna spulciare con cura siti Internet, e si trovano soltanto alcuni articoli e qualche convegno. Nessun grande giornale, salvo uno, ha fatto inserti o pagine dedicate, nessuna trasmissione tv ha approfondito la figura di questa donna straordinaria. E pur essendo tornata molto di moda quella che lei, sempre diretta e trasgressiva, forse chiamerebbe «l’ecologia fatta di buone maniere», nessuno si interroga su quali siano le origini del pensiero ambientalista in Italia, dell’ambientalismo scientifico o dell’ecologismo razionale, come lo chiamava lei, con un’insistenza quasi maniacale. Si facesse questa ricerca, la prima persona che si incontrerebbe sarebbe proprio Laura Conti. Ma in questo buio, alcuni giorni fa, si è accesa una luce: grazie alla casa editrice Fandango è uscito un delizioso libro scritto da due femministe, Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, dal titolo “Laura non c’è”. Ed è stato ristampato anche “La lepre con la faccia da bambina” che Laura Conti scrisse dopo la tragedia di Seveso. Mia madre me lo fece leggere, ma di persona la conobbi solo nel 1991 quando venne a Botteghe Oscure (lei parlamentare Pci, io responsabile nazionale Ambiente da un mese) e la prima cosa che mi disse brusca e diretta fu: «Io e te abbiamo subito una brutta grana da risolvere, fare una legge per regolare la caccia e avremo contro tutti, i cacciatori perché togliamo loro i privilegi e diamo regole stringenti, e i Verdi che invece vogliono abolirla». Ma io volevo parlare di Seveso, perché lei era stata la persona che aveva affrontato il primo grande disastro ambientale italiano in tutti i suoi aspetti. È il 10 luglio 1976. Brianza. Zona di mobilifici famosi ma nell’area c’è anche un’industria chimica svizzera, l’Icmesa. Il reattore A101 rileva un guasto, gli operai non riescono ad arginare il danno e uno dei più potenti e tossici componenti chimici, la diossina, fuoriesce nell’aria. L’impatto è micidiale. Muoiono 80.000 capi di bestiame, le abitazioni in zona A vengono abbattute e altre abbandonate. Sono gravi anche i danni alla salute dei cittadini. Vengono evacuate 700 persone. Alle donne in attesa di un figlio viene concesso, se temono malformazioni ai nascituri, di ricorrere alla interruzione di gravidanza; da quella vicenda parte una discussione difficile sull’aborto terapeutico e in generale sulla possibilità che sia una libera scelta della donna. Dopo due anni, nel 1978, l’Italia si doterà di una legge in materia. Una delle persone che starà accanto alle donne e alla popolazione di Seveso è Laura Conti, in quel momento consigliera regionale Pci in Lombardia, esperta anche di medicina del lavoro. Nel suo libro “Visto da Seveso” e negli articoli scritti in quei mesi elabora una metodologia di analisi e valutazione ambientale che sarà alla base della Direttiva Europea Seveso sulla prevenzione dei grandi rischi industriali. Direttiva ancora in vigore e tra le più avanzate mai scritte. E quando il mondo, nel 1986, dovette affrontare la catastrofe nucleare di Chernobyl, lei fu tra le più pronte, accanto al movimento femminista, a scendere in campo. Di scienza, potere e coscienza del limite scriveva già da parecchi anni. Per gli ambientalisti comunisti, da Seveso in poi, Laura Conti sarà una maestra per sempre. I Verdi arrivano dieci anni dopo. E anche Legambiente, che lei contribuirà a fondare con altre e altri, nascerà solo nel 1980. Peccato che la sua cultura ambientalista non sia mai stata veramente e convintamente assunta dai comunisti italiani, fosse accaduto avrebbero potuto affrontare la loro crisi con carte migliori. Nel libro di Marina Turi e Barbara Bonomi Romagnoli ci sono tutte le battaglie di Laura Conti e molto altro. La fantastica trovata delle autrici, di ricollocarla nel presente, centenaria, nella casa milanese, piena di gatte e di amiche com’era davvero, e di presentarla a chi non la conosce attraverso otto dialoghi possibili su temi attuali come il Covid, i pericoli degli allevamenti intensivi, il ruolo dell’agricoltura, fa rivivere Laura Conti nei nostri difficili giorni. E le parole che animano i dialoghi (tutte prese da suoi scritti o interviste) sono ancora di enorme attualità.
(Domani, 28 marzo 2021)