Annarosa Buttarelli, filosofa e direttrice scientifica della Scuola di Alta Formazione Donne di Governo, tra i fondatori del Festivaletteratura di Mantova, commenta il progetto “Ritratti di donne” (l’Italia di oggi raccontata attraverso dieci storie di donne, protagoniste della scena culturale e creativa, ndr)


Professoressa Buttarelli, come legge e interpreta, alla luce della sua riflessione filosofica, un’iniziativa come “Ritratti di donne”?

Il progetto “Ritratti di donne” conferma una delle preziose novità dei nostri tempi che molti non esitano a definire “bui”. La novità consiste nel protagonismo femminile nella vita pubblica mondiale e, al contempo, nel passo avanti compiuto dal femminismo che si è incamminato a disegnare la cosiddetta “quarta ondata”.

Nel 2013, quando ho scritto “Sovrane. L’autorità femminile al governo” (il Saggiatore), ho festeggiato l’inizio della terza ondata italiana: la rinuncia a tenersi lontane dalle istituzioni patriarcali, avanzando la pretesa di avere voce in capitolo per trasformarle e crearne di nuove a radice femminile.

Ora, il passo ulteriore riguarda l’affermazione dell’autorità femminile nelle cose del mondo e soprattutto, nell’orientamento delle molteplici relazioni che lo costituiscono, comprese quelle donne-uomini. Le chiavi fornite dal pensiero e dalla politica della differenza sessuale sono, infatti, potenti strumenti, ineguagliabili e insostituibili, per mostrare come l’autorità genealogica femminile sia generativa del meglio e del “di più” per tutti e per tutte.

In Italia, possiamo dire di avere un enorme vantaggio poiché, dalle riflessioni di Carla Lonzi, all’esperienza della Libreria delle Donne di Milano alla Comunità Filosofica Diotima di cui faccio parte dal 1988, si è contribuito in modo sorprendentemente veloce a realizzare quello che abbiamo chiamato ordine simbolico della madre.

Questo vantaggio, tuttavia, non corrisponde ancora pienamente, in Italia, alla trasformazione dell’agire e del pensare delle donne che vanno a ricoprire posti decisionali o della rappresentanza. Si vede a occhio nudo che si accontentano di indugiare nell’ambiente della terza ondata, quella che ha infranto il famoso “soffitto di cristallo”. Non basta questa conquista, se non la si nutre di buoni rapporti tra donne e di una radicale trasformazione di sé, attraverso l’ingresso nell’ordine simbolico della madre.

In che modo questo genere di riflessione può tradursi in buone pratiche?

Per tutte le ragioni di cui sopra, ho creato la “Fondazione Alta Formazione Donne di Governo”, come luogo di formazione e trasformazione personale di donne e uomini che vogliono ragionare oltre le dicotomie e le esclusioni, oltre il binarismo radicale amico/nemico, essere/non essere, ecc. Dirigo scientificamente una realtà come la Scuola che sta lavorando intensamente in partnership con alcune università statali italiane, con amministrazioni locali, scuole, associazioni di medici e mediche, con numerose grandi aziende pubbliche e private. L’obiettivo è nutrire di una formazione differente e di qualità le donne che hanno la vocazione di governare decidendo e/o di governare orientando, perché sia possibile sviluppare una nuova forma mentis che vada oltre ogni patriarcato e fratriarcato (come amano dire alcune pensatrici politiche).

Cosa può raccontarci dell’esperienza, ormai più che ventennale del Festivaletteratura di Mantova, del cui gruppo fondatore fa parte? Cosa ha significato per la città e il territorio, oltre che per le autrici e gli autori coinvolti in tutti questi anni?

Il Festival Internazionale della Letteratura che abbiamo creato a Mantova, primo festival del genere in Italia, ha contribuito a rendere nota e ammirata la città in tutto il mondo. Si narra che in Marocco, negli USA, in Russia se si dice “sono di Mantova” rispondono “wow! La città di Festivaletteratura!”. Non è poco. Abbiamo inventato il rapporto diretto tra autori e autrici e il loro pubblico senza l’interfaccia della critica, dei cerimoniali, delle istituzioni. Siamo ancora una dei pochi festival del tutto indipendenti e diretto da noi sette volontari che l’abbiamo progettato e portato fin qui dopo 25 anni di lavoro. Abbiamo inventato un nuovo modo di fare politica culturale avanzata e sostenuta dai 700 ragazzi e ragazze volontari. Abbiamo creato 11 posti di lavoro fisso. In uno studio della Bocconi si certifica che per ogni euro che spendiamo ne generiamo 10 sul territorio. Autori e autrici dicono ancora oggi che a Mantova sono felici e che è il miglior festival d’Europa. Abbiamo generato un Archivio aperto alla consultazione che costituisce un valore culturale inestimabile. Ecc. ecc. Potrei dire molto di più. Aggiungo solo che Festivaletteratura nasce e prosegue in Italia l’opera di un altro mio progetto culturale (anch’esso durato 25 anni): la Scuola di Cultura Contemporanea, che ha vinto il Premio ANCI come miglior progetto culturale nazionale.


(italiana.esteri.it, 26 aprile 2021)


Chiara ZamboniSentire e scrivere la natura, Mimesis, 2020. La Vita Nova della natura. Non chiedersi cos’è la Terra ma chi è la Terra. L’autrice toccando vari linguaggi, pone la natura come orizzonte simbolico. “Il sentire con tutto il corpo è ciò che ci fa fare esperienza del bordo tra le cose nel loro apparire e il lato viscerale, inconscio della natura” (M. Zambrano). Laura Minguzzi dialoga con Chiara Zamboni, Annamaria Piussi, Caterina Diotto e Mariateresa Muraca.

Per approfondimenti http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-17-2020/ alla rubrica Femminismo ed ecologia.


Per acquistare online Sentire e scrivere la natura:
https://www.bookdealer.it/goto/9788857566016/607


Sono una musicista milanese, nell’arco di questo ultimo anno mi sono interessata al ruolo delle donne nella lotta partigiana.

Ho “incontrato” vari libri ma tra i tanti La Resistenza taciuta (sottotitolo: Dodici vite di partigiane piemontesi, di Rachele Farina e Anna Maria Bruzzone, La Pietra 1976, ripubblicato da Bollati Boringhieri nel 2016, ndr) è quello che maggiormente mi ha colpito.

Da ciò ho sentito la necessità di raccontare attraverso il teatro e la musica alcune delle storie lette.

Avremmo dovuto rappresentarlo per il comune di Chiavenna ma causa covid non abbiamo potuto proseguire nelle prove.

Nonostante ciò ho realizzato un breve video di 16 minuti che narra la testimonianza di due donne partigiane piemontesi.

Mariangela Tandoi


(YouTube, 21 aprile 2021)

di Luciana Tavernini


Recensione del libro di María-Milagros Rivera Garretas; a cura di Loredana Magazzeni e Luciana Tavernini, Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, VandAePublishing 2021.


Come svelare il non ancora detto che la vera poesia ci può far scoprire? Come comprendere le rivelazioni che le parole nell’uso corrente non riescono a dire?

Due traduttrici in relazione tra loro, Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, hanno messo a punto una modalità in cui, restando fedeli alla lettera del testo e dandosi tempo per far emergere situazioni concrete, hanno illuminato di senso quello che a una prima lettura appariva indecifrabile.

Invece di utilizzare la così detta “ideologia della traduzione”, che rende invisibile chi traduce e fluido, normalizzato il testo, con equivalenze linguistiche agevoli, per una decina d’anni, tra il 2005 e il 2015, hanno tradotto dall’inglese allo spagnolo le 1786 poesie di Emily Dickinson.[1]

Questa poeta, per poter rendere dicibile ciò che era necessario fosse detto, ha spiazzato le norme linguistiche, superando i limiti di punteggiatura, ortografia, sintassi e composizione del suo tempo, ha utilizzato e contribuito a mantenere viva la lingua materna. Una lingua materna che ha obbligato le due traduttrici a riappropriarsi della propria lingua e della loro esperienza di donne; ha permesso loro di esprimere esperienze femminili che non avevano ancora trovato parole per dirsi. Per poterci riuscire, come scrive Rivera Garretas nel suo approfondito saggio su questo lavoro di traduzione, [2] hanno cercato di sentire fisicamente l’effetto che ciascuna poesia produceva, dopo averla letta e riletta, finché non sentivano un vuoto tra le due lingue da cui nasceva quella tensione per tentare “di fare in modo che tutto quello che lei diceva nella sua poesia fosse traducibile, pur sapendo che non tutto lo è. […] Niente è rimasto volontariamente non tradotto, niente è stato cambiato con la pretesa di migliorarlo, di pacificarlo, di ordinarlo meglio, di farlo suonare più bello o di renderlo più comodo o digeribile per la lettrice o il lettore, niente è stato ritenuto antiquato o da scartare”. E Rivera Garretas continua: “Così, senza volerlo, ci siamo propiziate il momento in cui, nel vuoto di cui parlavo prima, nella tensione tipica del vuoto, una vede, in quella poesia, un’altra poesia: la assale letteralmente lo strato di significato più profondo e velato che lei in quel momento è capace di vedere.” Perché avvenga un salto simbolico è dunque necessaria la massima fedeltà alla lingua materna in particolare al genere grammaticale: tradurre al femminile quando si parla di esperienze femminili, di sé o di altre donne e anche nelle personificazioni, senza usare il preteso neutro universale maschile.

Da questa esperienza empatica, non di immedesimazione, ma di fedeltà alla lingua e di relazione tra le due traduttrici e con Emily Dickinson, sono venuti alla luce aspetti della vita della poeta che erano stati volutamente cancellati.

Proprio per l’intensità di queste scoperte María-Milagros Rivera Garretas è stata spinta a scrivere una breve e profonda biografia, dedicata soprattutto alle giovani, con una scelta di poesie a cui il testo fa riferimento.

In essa, dopo aver descritto la formazione di una bambina nella Nuova Inghilterra del secolo XIX, l’autrice mostra il momento della presa di coscienza delle atrocità della guerra da parte di Emily, nonostante la vittoria dei Nordisti, l’esercito che prima con fervore patriottico sosteneva.

Quindi presenta il dolore dell’incesto, subito da Emily nell’infanzia e nell’età adulta da parte del padre Edward Dickinson e del fratello Austin Dickinson, un delitto e i suoi “Confini di dolore”, rivelati attraverso diverse poesie che li mostrano per il senso di terrore e disagio che fanno sentire, prima ancora di poterli comprendere.

Per permettere di condividere l’importanza di ciò che hanno compreso, oltre a parlarne nella biografia, Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas hanno scelto ventitré poesie e le hanno raccolte in Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto, un’edizione bilingue che in Spagna ha avviato una riflessione politica sull’incesto, dove al centro non vi è più il violatore, ma la bambina e poi la donna che l’ha patito. Ciò ha permesso di ridefinire il tabù dell’incesto come il tabù a parlarne da parte delle donne, non solo da parte di quelle che l’hanno subito.[3]

La biografia parla di come Emily, attraverso la poesia, sia riuscita a salvarsi dall’indifferenza, dalla pietrificazione di fronte alla propria e altrui sofferenza e a trasformare il dolore in creatività, continuando ad avere fiducia nella possibilità delle parole di esprimere la propria esperienza. Un’esperienza che comprese l’innamoramento in corpo e anima per la sua compagna di studi, Susan H. Gilbert, poi divenuta sua cognata Susan H. Dickinson. Questa relazione fece percepire a Emily l’infinito e le permise un confronto costante sulle sue poesie, tra cui molte dedicate a Susan, la sua principale critica e corrispondente – anche dopo il matrimonio con Austin, che avrebbe dovuto permettere alle amiche di vivere vicine e che invece produsse separazione e dolore.

Nella biografia viene sviluppato anche il tema dell’ispirazione e dell’esperienza di esserne visitate, di come nasce il pensiero dell’esperienza che riesce a rivelare cose che interessano chi le dice, o scrive, e chi le ascolta, o legge. Emily creò questa modalità di fare poesia, e rivoluzionò le regole linguistiche e compositive, per poter dire ciò che veniva scoprendo ed era necessario che lei portasse nel mondo.

Nella parte finale del libro troviamo tutte quelle poesie, in inglese e tradotte, che Rivera Garretas ha citato e inserito nella biografia, permettendo a chi legge di far risuonare, in tutta la loro potenza, le parole di Emily e di interagire nel percorso creato dalla narrazione biografica.

Mentre le poesie dell’incesto sono ancora in attesa di una traduzione[4] che ne riveli tutta la dirompenza e che dia la forza per squarciare il silenzio su questo delitto soprattutto contro bambine e donne che gli uomini patriarcali continuano, spesso impunemente, a perpetrare, la biografia permette alle giovani e ai giovani di avvicinarsi a una delle maggiori voci della poesia universale e a trarne energia creativa e capacità di dirsi.


María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson, Sabina editorial, Madrid 2016; trad. italiana dallo spagnolo (biografia) di Luciana Tavernini e dall’inglese (poesie) di Loredana Magazzeni, VandAePublishing, Milano 2021.


Note

[1] Emily Dickinson, Poemas 1–600. Fue – culpa – del Paraíso, prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2012, 940 pagine. + CD formato mp3.

Emily Dickinson, Poemas 601-1200. Soldar un Abismo con Aire , prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2013, 778 pagine. + CD formato mp3.

Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, con la postfazione di MariaMilagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2015, 640 pagine + CD formato mp3.

[2] María-Milagros Rivera Garretas, Né inglese né spagnolo: tradurre la poesia di Emily Dickinson. 1 Farsi mediazione vivente tra due lingue, Per amore del mondo 15 (2017) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it

[3] Vedi Candela Valle Blanco, Dire l’indicibile. Ascoltare il vero, relazione presentata al XXX Seminario internacional de Duoda. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019.  Il video dell’incontro si trova in https://youtu.be/_Gm_7Mk3LdM

[4] Emily Dickinson, Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto, Prologo de María-Milagros Rivera Garretas y Ana Mañeru Méndez, Sabina editorial, Madrid 2017.


(Per amore del mondo, 17/2020. Il testo in spagnolo è pubblicato in Duoda. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, N.57/2019, pp. 64-81).

di Nadia Urbinati


Suggeriva John Stuart Mill che prima di concludere che la politica non fa per le donne e le donne per la politica, occorre dare loro un’opportunità – del resto, come ignorare il ruolo della grande Elisabetta? Chi può dargli torto? Eppure, la realtà sembra a volte superare l’immaginazione, se il “garante” di un partito al governo mette pubblicamente alla gogna la ragazza stuprata dal figlio e dai suoi tre amici. Una storia sordida e vergognosa.

Per respirare aria buona si devono scavalcare le Alpi verso nord. In Germania, i Grünen hanno annunciato che Annalena Baerbock sarà la loro candidata alla cancelleria nelle elezioni di settembre. Una donna potrebbe succedere a una donna, e i verdi a un governo a guida centrodestra. Sarebbe un doppio salto mortale; e se l’atterraggio al tappeto riuscisse bene, sarebbe da medaglia d’oro. Baerbock ha praticato a livello agonistico il salto dal trampolino. È allenata alla competizione. Forse le riuscirà anche questo volteggio, disposta ad alleanze di centro destra e di centrosinistra. Modello larga coalizione. Si dirà, tutto qui?

Eppure le implicazioni della leadership di Baerbock possono essere più radicali di quanto non appaia. È emersa nell’anno della pandemia che impone di tenere insieme politica, ambiente, salute. Un cambiamento colto subito da leader emerse in altri paesi: in Nuova Zelanda Jacinda Ardern, in Finlandia Sanna Marin, in Estonia Kaja Kallas. Hanno in comune con Baerbock la generazione, la formazione e lo stile politico. Quarantenni, colte, capaci di coniugare principi e fattibilità, di smorzare attriti e facilitare compromessi. Insomma, ottime leader, che alla polemica prediligono la progettualità.

Baerbock rappresenta anche l’evoluzione graduale pragmatica dei verdi tedeschi dall’originario ecologismo identitario al governo (di undici Land) in coalizioni variegate, ma tutte ispirate al progetto della transizione ecologica. La lunga marcia dall’intransigentismo al pragmatismo ha il suo traguardo in Baerbock.

I suoi critici da sinistra ironizzano sulla sua narrazione obamiana, tutta “speranza, innovazione e nuovi orizzonti”. Ma dopo la crisi del 2020/21, di questo c’è bisogno, anche se forse in chiave meno accomodante, come Biden dimostra.


(Domani, 22 aprile 2021)

di Marina Terragni


Dell’editoriale di Michela Marzano ho apprezzato il garbo: di solito la scelta è tra il muro di silenzio e le manganellate social. Grazie anche per aver riconosciuto che la gran parte del femminismo italiano – Udi, SeNonOraQuando, RadFem, Arcilesbica e altri gruppi – chiede che si cambi il testo del ddl Zan sull’omotransfobia, in particolare che si rinunci al concetto di genere.

La resistenza è globale: il network internazionale Whrc, Declaration on Women’s Sex-Based Rights, 334 gruppi di donne in 131 Paesi, dalla Svezia alla Martinica, lotta da anni contro la sostituzione della certezza del sesso con l’impalpabile gender identity. Nella vicina Spagna il femminismo è compatto contro la Ley Trans che intende introdurre l’autocertificazione di genere (self-id). Tra noi e la Spagna un paio di differenze: le loro lotte non sono oscurate dai media; il Psoe di Sanchez e Calvo sostiene le ragioni del femminismo, mentre qui il Pd l’abbiamo contro e sordo. Zan si è confrontato con tutti, da Fedez alle sex-columnist di PlayBoy: piuttosto con Pillon, ma non con noi. Eppure argomenti ne avremmo: o forse è proprio per questo? L’identità di genere è una faccenda pericolosa soprattutto per donne, bambine e bambini che pagano prezzi altissimi. Ho per le mani le letterine scritte su fogli di quaderno da due detenute californiane, terrorizzate perché una nuova legge del Senato, il Bill 132, dispone che la destinazione dei condannati non sia più decisa in base ai genitali ma al genere percepito: ed ecco una fila di quasi 300 detenuti con pene che chiedono il trasferimento perché “si sentono donne”. Danielle F., matricola 1822: «Ho paura di questa cosa. Sono una vittima di violenza domestica e stupro». Heather Knauff, matricola 7697: «Ci sono già uomini che sono diventati donne che sono tornate a essere uomini per sfruttare questo sistema». In Canada, dove il self-id vige dal 2017, nelle carceri ci sono stati stupri e gravidanze. Ancora Canada: un paio di giorni fa Robert Hoogland, impiegato delle poste, ha patteggiato la pena di 6 mesi di carcere e 30mila dollari di sanzione (rischiava 5 anni) per aver lottato troppo contro l’ormonizzazione della sua bambina di 13 anni che “si identifica” come ragazzo. È un’epidemia di transizioni infantili – soprattutto di bambine – migliaia in tutto il mondo. Hoogland, “prigioniero di coscienza”, è diventato l’eroe di molti genitori disperati. C’è bisogno di parlare delle decine di trans-atlete, possenti apparati muscolo-scheletrici, che si preparano a gareggiare nelle categorie femminili – troppo schiappe per quelle maschili – alle prossime Olimpiadi in Giappone? O di quei tanti politici tipo il giovane Decaudin, Partito democratico di New York, improvvisamente diventato Emilia per occupare con il suo girldick quote politiche riservate alle donne? Dei sex-offender che una volta arrestati si dichiarano donne, riempiendo le statistiche di inauditi stupri femminili?

Si può fare un’ottima legge contro l’omotransfobia rinunciando a quell’indeterminato giuridico che è l’identità di genere: la Costituzione impone tassatività e determinatezza alla legislazione penale. Quel concetto peraltro non compare nella legge tedesca né in quella spagnola né in altre legislazioni europee. Nemmeno nella legge inglese: lì con il self-id hanno chiuso, e anche con la formazione Lgbtq nelle scuole che ha fatto troppi danni. Del resto il 94 per cento dei britannici (sondaggio The Times, giugno 2020) al self-id ha detto no.


(La Stampa, 22 aprile 2021)

di Barbara Notaro Dietrich


Su queste pagine Davide Barilli, subito dopo l’uscita del libro, ha scritto che «Organsa» di Mariangela Mianiti è un romanzo «vero e spietato, un roveto di straziata verità». E lo è perché l’autrice, nel raccontare in prima persona l’infanzia e l’adolescenza di Aurelia, non fa sconti a nessuno, neppure alla protagonista che cambierà la sua vita e non diventerà né come i nonni, né come i genitori, imprigionati chi nella loro cattiveria, chi nella loro incapacità di opporsi, tutti in un casone della Bassa parmigiana che è osteria, emporio, e punto di ritrovo della piccola comunità locale. 

Mianiti, che ha scritto questo libro più di dieci anni fa in cerca di editore poi arrivato, a riprova del fatto che i cosiddetti classici non hanno scadenza, definisce il suo stato di nomade affettiva – il marito in Svizzera, il lavoro a Milano: «Sì, mi divido tra la metropoli che è la mia passione e la città che ho scelto quando son andata via dalla provincia e questo posto fantastico vicino a Locarno in una casa a strapiombo su un fiume». 

La città come via di fuga dunque per lei e Aurelia?

«Dopo il diploma al conservatorio a Lucca, anche se per molti anni ho frequentato quello di Parma, mi proposero di insegnare a Parma ma dissi no: scelsi la grande città in cui non conoscevo nessuno ed era tutto da costruire, in cui ti puoi nascondere. Nel mio profondo c’è sempre stato il desiderio di essere invisibile, impalpabile ed essere ovunque contemporaneamente che per certi versi ho trasfuso nel romanzo quando parlo del rapporto di Aurelia con l’aria, l’altalena e la bicicletta ovvero con tutto quel che ti fa volare via e in alto».

Nel romanzo, chi più chi meno, son tutti maltrattati dalla vita e però incapaci di provare e mostrare tenerezza. La sofferenza non si trasforma in affetto. La madre di Aurelia vive per i suoi figli ma non li coccola.

«Questo aspetto fa parte di quella generazione e di quell’ambiente contadino dove sin da piccoli si era abituati alla durezza della vita e dunque niente carezze o abbracci o parole gentili, anzi

ci si abbaia addosso e i bambini devono essere curati per i loro bisogni primari. Era appunto il mondo contadino che aveva una sua ferocia anche con gli animali».

Il fratello di Aurelia però li cerca e li cura gli animali.

«È la legge del contrappasso. Così come Aurelia osserva questo mondo di cui vuole liberarsi attraverso la scuola, il fratello d’istinto reagisce facendo il contrario di quel che si fa in famiglia con gli animali: la nonna li ammazza, tutti li mangiano e lui invece li vuole salvare.

Aurelia e il fratello mostrano dentro sé il seme della salvezza».

Una salvezza che però nasce dal dolore di non aver salvato gli altri. O di essere stati perfino cattivi come quando Aurelia non accoglie la richiesta del padre di insegnargli a leggere.

«La consapevolezza di Aurelia è di avere davanti due scelte: o tu o gli altri. Se salvi te stesso poi forse potrai anche essere in grado di offrire uno spiraglio di salvezza per gli altri. Non si tratta di egoismo ma di necessità. Rispetto all’episodio del padre quel che pesa ad Aurelia è l’offerta di denaro da parte sua. E sì, sa di esser stata inutilmente cattiva come i nonni che hanno avvelenato la vita della madre».

Il suo romanzo ricorda «Il posto» di Annie Ernaux anche se in quel libro c’è soprattutto il senso di vergogna per la famiglia di origine.

«In Organsa non c’è tanto la vergogna quanto la consapevolezza della distanza: fin dal momento in cui comincia a guardare il mondo e a notare i primi segni del danno che scorre all’interno della sua famiglia, Aurelia si rende conto che per salvarsi dovrà fare altro e andarsene. Forse la vergogna verrà dopo, ma sarà più senso di inadeguatezza».

Il finale del libro è quasi surrealista con la madre che ha messo assieme cinque lavatrici.

«Tutti gli oggetti che madre accumula non sono solo lo specchio della sua vita negata, il poter finalmente decidere lei che cosa fare e come tenere il casone che è stata la sua prigione, ma c’è anche una ragione profonda, legata al figlio perso proprio per la mancanza di una lavatrice».


(Gazzetta di Parma, 21 aprile 2021)

di Antonella Mariani


Contro l’omofobia e la transfobia serve un testo migliore, che superi le ambiguità e su cui possa convergere un consenso più largo. La senatrice del Pd Valeria Valente è tra le voci dell’area progressista che sostengono la necessità di un confronto sul testo del ddl Zan. A capo della Commissione d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, Valente nei giorni scorsi ha rilanciato sulla sua pagina Facebook le parole dell’attivista omosessuale Paola Concia, pubblicate su queste colonne, che invitavano a togliere le donne «dall’elenco di minoranze o gruppi sociali da tutelare, perché le donne non sono una minoranza ma metà della popolazione». Il post di Valente, avvocata napoletana 45enne, madre di un bambino, ha ricevuto mille commenti. Non tutti amichevoli…

Senatrice, si è sentita sotto attacco per aver espresso le sue perplessità sul testo del ddl Zan?

No, non mi sono sentita sotto attacco. Anche perché sarebbe paradossale che chi promuove una norma che ha l’obiettivo di affermare il rispetto della dignità della persona considerasse il richiamo al dialogo come un modo per cercare visibilità anziché un contributo di idee…

Il clima non è dei più distesi, però. Qual è la sua posizione sul ddl Zan?

Credo che l’Italia si debba dotare di una legge contro l’omofobia e la transfobia. La storia e l’identità di un Paese come il nostro lo richiede. Personalmente approverei il testo del ddl Zan con alcune modifiche, ed è per questo che trovo gravissimo che la Lega (che presiede con Andrea Ostellari la Commissione Giustizia al Senato, ndr) ne abbia impedito la calendarizzazione e di conseguenza anche la discussione.

Davvero non c’erano altre strade per contrastare i crimini d’odio?

Avrei preferito che si introducessero le aggravanti generiche per tutti i reati commessi sulla base dell’orientamento sessuale delle persone nella prima parte del Codice. Ma rispetto il percorso compiuto alla Camera e penso che in Senato abbiamo l’opportunità di migliorare il testo di legge.

Quali sono le sue obiezioni?

Il Codice penale necessita di tassatività e determinatezza per evitare problemi di applicazione. Anche per questo, avrei evitato un elenco che nelle intenzioni è dettagliato (Misure di prevenzione e contrasto alla discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, ndr), ma che in realtà potrebbe risultare complicato interpretare e applicare in fase di giudizio. Prendiamo l’espressione “identità di genere”: rischia di creare da una parte problemi di applicazione della norma. Inoltre, rischia di creare conflitti nello stesso campo progressista, ad esempio con parte del mondo femminista che con buone ragioni vede il rischio di confusioni e passi indietro rispetto a conquiste fatte.

La seconda obiezione?

Eviterei che nell’elencazione delle categorie o gruppi sociali meritevoli di tutela per legge entrasse l’espressione “sesso”, cioè le donne. Il tema della violenza contro le donne, infatti, nel nostro ordinamento è già affrontato in modo specifico, perché ha un’altra radice rispetto all’omofobia e alla transfobia.

Ce lo spieghi.

La violenza contro le donne è frutto di una asimmetria di potere nell’ambito di una relazione, come fotografa bene anche la Convenzione di Istanbul. La radice non è il disprezzo dell’altro o della differenza, come nell’omofobia, bensì l’atteggiamento possessivo e proprietario. Tenere insieme in una legge contro l’omofobia anche la violenza contro le donne rischia di generare confusione e complicare il percorso per sistematizzare tutte le norme in materia in un unico testo, lavoro oggi quanto mai necessario.

L’onorevole Zan è del Pd. C’è stato un difetto di dibattito all’interno del Partito democratico?

A un certo punto alla Camera c’è stata la valutazione della necessità di accelerare, ma il deficit di discussione si può recuperare in Senato: occasione preziosa per mettere a punto una legge migliore.

Crede che l’identità di genere sia un cavallo di Troia per aprire il confronto su altri temi, come l’utero in affitto?

Noto che nelle legislazioni europee si usano molto i termini “orientamento sessuale” e “identità sessuale” e poco “identità di genere”. Se ci possono essere altri obiettivi? Potrebbero. Ma non mi soffermerei su questo perché finiamo per fare dietrologie che non vorremmo fossero applicate ai nostri stessi ragionamenti. In ogni caso, “identità di genere” non è il termine che costruisce più unità, mentre per una legge di questo tipo deve esserci la maggior convergenza possibile.

Si temono anche rischi per la libertà di opinione.

Non lo credo, non vedo il ddl Zan come una legge liberticida. Il nostro ordinamento ha tanti bilanciamenti che tutelano la libertà di espressione.

Cosa succederà nelle scuole? Molti temono il pensiero unico Lgbt…

Nelle scuole bisognerebbe concentrarsi sull’educazione al rispetto e al riconoscimento di tutte le diversità. Per me sarebbe sufficiente questo.


(Avvenire, 21 aprile 2021)

di Carlo Formenti


Fra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila Marisa Fiumanò, psicanalista lacaniana non sospetta – per cultura e biografia – di nutrire sentimenti bacchettoni, pubblicò una serie di libri e saggi sul tema della fecondazione assistita. Nei suoi scritti (per una bibliografia completa consultare il suo sito) ebbe il coraggio di andare controcorrente rispetto alla vulgata femminista che vedeva in quella pratica un nuovo strumento di “emancipazione” della donna, oltre che un mezzo per soddisfare il desiderio delle coppie infertili. In particolare, mise in luce come dietro quel fenomeno si nascondesse: 1) un’alleanza fra tecnologia e mercato finalizzata ad alimentare e sfruttare un bisogno umano; 2) un nuovo, pericoloso passo verso l’oggettivazione/mercificazione del corpo; 3) un altrettanto pericoloso passo verso la neutralizzazione della differenza e del desiderio sessuali; 4) la scarsa, per non dire nulla, attenzione nei confronti del “prodotto” (il bambino) e del suo diritto a “sapere” della propria origine.

Prevedibilmente, la sua battaglia – che non mirava tanto a proibire una pratica, quanto a diffondere la consapevolezza dei suoi probabili effetti controintuitivi – ebbe scarsi effetti: la fecondazione assistita fa ormai parte nella consuetudine e nessuno si pone più problemi in merito. Il fatto è che la potenza del binomio tecnologia-mercato, associata al trionfo dei valori individualisti e consumisti generati dalla società neoliberale, è assai difficile da contrastare. Infatti, qualche anno dopo, quando la filosofa Luisa Muraro osò criticare quegli atteggiamenti della gender theory che negano qualsiasi radice “naturale” delle differenze di genere, denunciando il diffondersi di una cultura del “travestitismo generalizzato” che, mentre si illude di essere sovversiva, è al contrario del tutto funzionale alla logica del tardo capitalismo e della sua ideologia liblab, fu accusata di omofobia. Accusa reiterata – assieme a quella di essere portavoce del cattolicesimo più retrivo – quando criticò Vendola e il suo compagno per avere fatto ricorso alla maternità surrogata (la nuova frontiera della colonizzazione del corpo da parte del mercato).

In quella occasione Muraro scrisse tre cose importanti: 1) la complicità fra desiderio diritto e mercato generano dismisura, esattamente come la legge dell’accumulazione allargata dell’economia capitalista (e come insegnavano i miti greci la dismisura, aggiungerei, è fonte di sventura); 2) l’estensione incontrollata dei diritti alimentata dal riconoscimento di desideri individuali rimuove il fatto che quei diritti si fondano in ultima istanza sulla legge del mercato e alimenta la disuguaglianza (il desiderio può essere soddisfatto solo da chi può permetterselo); 3) legittimare la maternità surrogata in base allo slogan “L’utero è mio e lo gestisco io” è mistificatorio perché quello slogan mirava a difendere le ragioni di una maternità liberamente desiderata, mentre qui si tratta di subordinare la fecondità personale a un progetto di altri che sono titolari del “prodotto” (il bimbo) e dettano le condizioni della produzione (la gestazione).

Sul tema intervenne anche Alessandro Visalli sul suo blog. Insistendo, fra le altre cose, sul fatto: 1) che il nostro corpo, e le sue facoltà, non possono essere considerati “oggetti” di cui si possa disporre liberamente in quanto nostre “proprietà”: questa è un’aberrazione tipica dell’individualismo liberale, che ignora la nostra natura di esseri sociali, in cui tutto – corpo, mente, sensazioni, emozioni, ecc. – è prodotto di relazioni con altri soggetti, quindi non ci “appartiene” nel senso economico del termine; 2) che ciò è tanto vero che la legge proibisce la vendita dei propri organi, ma quello che vale per un rene vale a maggior ragione per l’utero (che questo non venga venduto ma affittato non cambia la mostruosità della riduzione del corpo della donna a “contenitore”); 3) Il rapporto commerciale che si istituisce è inevitabilmente sospetto di essere ineguale, cioè fonte di sfruttamento. La donna non è in miseria? Sceglie “liberamente” di vendere il proprio corpo come contenitore, di erogare un “servizio”? Tutto ciò somiglia terribilmente all’operaio che vende “liberamente” la sua forza lavoro a un padrone; 4) in tutti questi discorsi è sistematicamente assente la terza figura, il bambino, ridotto a prodotto.

La trincea dell’utero in affitto non è ancora caduta vittima della logica che equipara desideri e diritti, come era avvenuto anni fa con la fecondazione assistita, ma l’attacco si fa sempre più deciso, così assistiamo allo scontro fra opposti disegni di legge che vorrebbero vietare la maternità surrogata o al contrario chiederne la legalizzazione. Non entro nel merito del dibattito in corso, perché gli argomenti restano quelli che ho appena richiamato. Segnalo solo l’ipocrisia di quelle parti del DDL per la legalizzazione che pongono come condizione che la donna che “si offre” sia in età fertile e “non abbia difficoltà economiche”, e prevedono solo “rimborsi spese” per i controlli medici e le eventuali perdite di reddito. Solo i gonzi non capiscono che qui sono già previsti tutti gli espedienti per aggirare questi vincoli e liberalizzare quello che si prospetta come un nuovo “lavoro” (per inciso: non si capisce perché, una volta legalizzata la vendita dei corpi, si voglia mantenere l’interdetto sulla prostituzione).

Resta da porsi un quesito: perché a farsi portabandiera della legalizzazione della maternità surrogata sono le sinistre (sia pure non senza voci discordanti)? Temo che la risposta giusta l’abbia data il segretario del Partito Comunista Marco Rizzo, in un’intervista che ha suscitato scandalo negli ambienti “politicamente corretti” perché rilasciata all’Associazione Pro Vita e Famiglia (la correttezza politica è l’ultimo argomento quando si vuole delegittimare una verità scomoda). Rizzo prima ha sintetizzato così le critiche fin qui esposte: “Nessuno mette in dubbio che una coppia etero o gay possa avere il desiderio di avere un figlio. Sarebbe però barbaro permettere che questo desiderio vada a schiacciare i diritti di una donna povera, obbligata ad abbandonare il figlio appena partorito mercificando la propria gravidanza e diritti del bimbo appena nato”. Poi ha affondato il dito nella piaga: se la sinistra neoliberale investe tutte le sue energie nelle battaglie per promuovere ogni sorta di diritti individuali, è perché queste battaglie sono armi di distrazione di massa rispetto a quei temi sociali che non fanno più parte del suo programma politico.


(micromega.net, 21 aprile 2021)

di Alessandra Pigliaru


Un ritratto a partire dal libro della storica Anna Tonelli, «Nome di battaglia Estella» pubblicato da Le Monnier (2020). Nata nel 1900 nella Torino proletaria e operaia, la lotta di classe e il senso di giustizia contro sfruttamento e oppressione saranno con lei fino alla fine. Staffetta, emissaria, giornalista, deportata, dirigente di partito e madre costituente, ha raccontato il Novecento attraverso documenti, libri e romanzi. «Rivoluzionaria professionale», la sua autobiografia edita nel 1974, percorre una vita straordinaria.


Camilla Cederna l’ha definita «una specie di straordinaria moderna Odissea». E chiunque abbia avuto occasione di leggere Rivoluzionaria professionale, l’autobiografia di Teresa Noce – edita per la prima volta nel 1974 e di cui l’ultima riedizione è del 2016 per Red Star Press –, potrà facilmente convenire sulla intensità di una esistenza che ha attraversato il Novecento e che ne ha saputo raccontare le nervature, politiche, storiche ma anche sentimentali e di intrecci. Della intransigenza indocile di una protagonista di tale rilievo, si è scritto molto e la stessa Teresa Noce ci ha consegnato testi, discorsi, romanzi e documenti che testimoniano e descrivono la temperie di un secolo nel suo portato di libertà femminile e convinta militanza, senza reticenze sulle contraddizioni.

L’esperienza del comunismo, quando ventunenne prende la tessera – in seguito alla scissione livornese – del partito comunista d’Italia, vive in lei nel senso primigenio alla lotta di classe i cui bagliori si intravvedono già nei suoi lavori, come sarta apprendista, poi in una fabbrica di biscotti, dunque al tornio della Fiat Brevetti. Eppure la possiamo avvertire ancor prima, nella bambina precocemente ostinata e curiosa di conoscenza che cammina per le strade di Torino diretta a comprare i giornali per la propria madre, mentre si siede in una panchina e comincia a leggere i primi nomi del mondo intuendo di non essere sola. Proletario, operaio e sindacale, è un mondo che domanda, in quei primi anni del secolo scorso, giustizia e libertà. Camere del lavoro, leghe, i primi scioperi e moti del pane con il fascismo alle porte, lotte che contrassegnano la sua vita fin da ragazzina ancora lontana dalla guerra civile spagnola cui prenderà parte o dalla scuola leninista moscovita e ancora il massimo oltraggio della deportazione; la partigiana, madre costituente, deputata, dirigente di partito sempre al fianco delle lavoratrici, delle operaie, in particolare le tessili, è in quella giovanissima età una pretesa di riconoscimento inemendabile, per tutti e tutte.

Ancora non immagina cosa significhino strategie politiche complesse nella lunga strada della clandestinità o dentro la dirigenza di un partito ma in fabbrica protesta già per difendere le proprie compagne – molestate dai padroni. Lei che poi rientra a casa e l’acqua le si ghiaccia dentro il secchio, orfana di madre a 17 anni, un fratello aviatore che muore in guerra un anno dopo e un padre che non c’è mai stato. Legge silenziosa e studia avidamente nel pianerottolo dove la luce resiste più che nelle varie soffitte in cui è vissuta e da cui l’hanno sfrattata, ripetute volte. Emerge la rivolta rabbiosa di chi ha conosciuto l’esatto orlo della miseria e ha inteso sopravvivere con tutte le energie a disposizione, non si è mai rifugiata in altri mondi perché ha sempre saputo che è in questo unico e reale che bisogna giocarsi la scommessa vera.

A meno di dieci anni la scabbia è un ricordo lontano, non può più andare a scuola e comincia a consegnare il pane per contribuire al sostentamento della propria famiglia, si nutre delle croste che avanzano e intanto contratta con un bancarelliere l’affitto di due libri a settimana invece di uno solo. Ha una tale fame di amore e giustizia, quella bambina, da rimanerle attaccata anche da adulta, eppure possiede un profilo talmente complesso di imprese che ha fatto bene la storica Anna Tonelli a indicarne la complementarietà in un interessante e piccolo libro che la presenta, nella ricostruzione bibliografica e delle fonti. Nome di battaglia Estella. Teresa Noce, una donna comunista nel Novecento (Le Monnier, 2020, pp. 155, euro 13) è infatti diviso in due parti; Tonelli – docente di Storia contemporanea e dei partiti e dei movimenti politici all’università di Urbino – compone un testo che percorre i due rilievi di pubblico e privato, stimolando anche il desiderio di procurarsi ogni cosa scritta da Noce, diffonderne la parabola, poterne discutere ancora la voce e le parole per comprendere quanto sia di gran lunga più generativo il comunismo quando risiede nelle mani di una donna.

Nella prima parte si descrivono dunque le fasi principali della sua vita pubblica, mentre avanza l’offensiva fascista e comincia per Teresa Noce e per altri la lunga strada della clandestinità. Staffetta, giornalista, emissaria, organizzatrice, consigliera, agitatrice, dirigente, Tonelli ne sintetizza ruoli e luoghi, dalla prima esperienza con Luigi Longo nella redazione di Avanguardia (poi La voce) a quella carceraria a San Vittore, la prima di altre detenzioni. Sono anni tumultuosi, dalla clandestinità necessaria alla «traduzione di un ideale politico, economico ed esistenziale» che per lei è stata la scuola leninista moscovita. Eppure mai abbandona l’osservazione e l’interlocuzione delle operaie, come accade infatti con le tessili di Ramenskoye.

Francia, Italia poi Spagna accanto alle Brigate internazionali, gli anni Trenta sono andirivieni di impegno vivido per il partito e per la resistenza. Del resto, già quando sostiene lo sciopero delle mondine (del 1931 nel vercellese e novarese), Teresa è Estella, l’anonimato per proseguire spostamenti e il suo antifascismo, e anche «Madonna tempesta», per segnalare il suo carattere poco avvezzo ai compromessi. È un punto, questo della sua inclinazione al «dire di no», da sempre, che Tonelli tiene a precisare come costante puntellando le scelte autonome e il prezzo pagato anche interno al partito, fino alla vicenda personale con Luigi Longo, suo marito – almeno legalmente visto che il matrimonio si era sfaldato anni prima – fino al 1953, quando quest’ultimo ottiene l’annullamento a San Marino senza consultarla; Noce lo apprende mentre è alla Camera del Lavoro di Milano – impegnata nella stesura della legge sulla parità salariale tra uomo e donna – da un trafiletto del Corriere della Sera. Tonelli insiste sul punto perché la Teresa «pubblica» e quella «privata» sono molto più porose di quanto si immagini. E chi ha letto la sua autobiografia lo sa, quanto le contraddizioni sortiscano un disincanto radicale talvolta insanabile, oltre che ammalante.

A Noce, queste contraddizioni, hanno procurato anche l’estromissione dal Pci, indicativo l’aneddoto di lei che si rompe il menisco andando alla conferenza del Comitato centrale cui con tutta evidenza non voleva presenziare. E infatti torna indietro. Su quel ripudio da parte di Longo c’era intorno l’ostilità di molti dirigenti che fino a poco prima l’avevano non solo sostenuta ma lodata; basterebbe leggere ciò che le scrive Togliatti, dandole del voi e richiamandola all’ordine. 
Quando scrive a proposito di questa frattura, ne parla come di un dolore più grave della sua deportazione. La prima detenzione in un campo di internamento come prigioniera politica è a Rieucros. Nel 1943 viene arrestata nuovamente a Parigi dalla polizia francese, e trasferita al carcere femminile Petite Roquette, con disposizione della Gestapo viene deportata al forte di Romainville, arriva a Ravensbrück, viene in seguito internata anche a Holleischen.

Ne dà conto nel romanzo del 1952, Ma domani farà giorno (riedito per Harpo nel 2019 a cura di Graziella Falconi) in cui tramite l’alter-ego di Giovanna Pinelli – amava la letteratura e la sua capacità di costruzione del sé e presa di parola – racconta la disumanizzazione subita, insieme ad altre, nei campi di morte fino alla liberazione. Dice però anche altro, cioè una vicinanza e un lavoro comune, per sabotare le armi dei nazisti, sì, e anche per non restare oppresse sia pure nello sprofondo della Storia, bisogna restarsi accanto.

Anna Tonelli ne riconsegna la vicenda fino alla fine, ovvero il 22 gennaio 1980, splendono le parole attraverso i suoi incontri nelle scuole, dalle lettere ricevute da lettori compagni e compagne che non l’hanno mai abbandonata. Rivoluzionaria, è in quanto donna consapevole di se stessa e per le donne che ha lottato con più passione. Comunista e libera, che mai si è pensata sola o separata dagli ultimi della terra.


(il manifesto, 20 aprile 2021)

di Luisa Muraro


Desidero far risuonare anche nel sito della Libreria un importante consiglio della linguista Cecilia Robustelli, profondo, semplice e impegnativo, che mi è capitato di ascoltare. Dice: occorre nominare le donne e usare il femminile, prendendo le distanze dall’utilizzo di simboli neutri. I sessi sono due, le donne vanno valorizzate e nominate con la lingua esistente.


(www.libreriadelledonne.it, 19 aprile 2021)

di Marina Cosi


Giovanna Pezzuoli, intelligente entusiasta e colta, è mancata il 18 aprile. Si definiva “da sempre femminista (con ironia)”: anche questa sua leggerezza lascia a noi di GiULiA.


Giovanna era innanzitutto due cose, l’una che discendeva dall’altra: entusiasta e colta. Saranno state le radici emiliane o quel padre pioniere dal carattere affine o anche il “periodo americano” come lo chiamava, sta di fatto che Giovanna aveva uno sguardo largo e incuriosito. Molto largo, ma con le donne come epicentro. 
Ha scritto molto, perché era il suo mestiere, dal Giorno dove ci siamo incrociate al Corriere della Sera, dove ha qui concluso da vicecaporedattrice però proseguendo la collaborazione per La 27esimaOra, con puntate all’Espresso, Panorama, il Sole24ore… Soprattutto ha molto letto, perché era la sua passione; un’autentica divoratrice di libri. 
Ricordo in proposito come, in finale d’un corso di GiULiA per l’Ordine, lo scorso 18 dicembre, le colleghe l’abbiano tempestata di domande sulla letteratura di/su donne. Tema peraltro che ha indagato anche in libri bellissimi – “Alla ricerca di Mr Darcy” o prima in “Prigioniera in Utopia”, ovvero in “La stampa femminile come ideologia” -, ma soprattutto in collettanei, perché a lei piaceva soprattutto lavorare assieme alle altre donne: da “Lady Frankenstein e l’orrenda progenie” a “Questo non è amore” alle diverse monografie della rivista Leggendaria. 
In GiULiA “Giò” c’è stata sin da quando abbiamo varato l’associazione, ha fatto anche parte del direttivo nazionale, portando idee ma anche concretezza. Come con lo splendido progetto di 100esperte. 
Ricordo benissimo quel giorno; mi chiama Luisella Seveso: dobbiamo vederci, abbiamo un’idea! Altro che idea, era già un progetto definito e bellissimo. Erano le 100esperte.it, dove avevano coinvolto Monia Azzalini del centro di ricerca dell’Università di Pavia, con cui sarebbero andate al Festival della Scienza di Genova, per cui si sarebbero fatte finanziare da Bracco, che poi è stato esportato in Europa … 
Un catalogo tematico delle eccellenze femminili, partendo dalle materie Stem, a disposizione di tutti, ma involontariamente ispirato da quei nostri capiredattori che, quando vai a protestare perché fanno intervistare solo esperti maschi, ti rispondono allargando le braccia: “Ma cara, io volentieri sentirei il parere di una donna, ma non ce ne sono”. Li si trova sul sito, ma anche in libreria, uno all’anno: “100donne contro gli stereotipi per la Scienza”, “100 donne contro gli stereotipi per l’Economia” e avanti così.


(giulia.globalist.it, 19 aprile 2021)

di Maria Luisa Villa

Ci ha lasciato Giovanna Pezzuoli, per molti anni interlocutrice attiva e attenta della Libreria delle donne di Milano e presenza preziosa nel panorama mediatico italiano per dar voce alla politica delle donne. È morta la mattina di domenica 18 aprile 2021. Qui pubblichiamo il ricordo che fa di lei Maria Luisa Villa.

La redazione del sito



Giovanna era una persona sincera. Dici poco. Si può essere eccessivamente sinceri? Sul lavoro, a volte sì. Mediare non era il suo forte, lo diceva apertamente, per questo non ringrazierò mai abbastanza di avere avuto la fortuna di lavorare con lei. Sempre disposta a sostenere la sua visione delle cose lei, più incline a rinunciare a qualcosa per far quadrare tutto io. Eravamo un buon mix. Discutevamo e ridevamo, perché con Giovanna ci si divertiva molto.

Quando è arrivata al Corriere, anni Duemila, ho ritrovato subito la ragazza che avevo conosciuto al Giorno, dove ci eravamo incrociate per poco, e poi perse di vista per tanto tempo. In via Solferino abbiamo condiviso per alcuni anni il desk delle pagine di cronaca del Tempo libero e spettacoli, fino alla pensione. Di quel periodo ho dei ricordi nitidi, sono stati anni pieni di cose, di incontri, di novità. Tutt’e due facevamo un lavoro nuovo e ci occupavamo di temi che ci interessavano. La cultura e il sociale, i locali e i personaggi della città. Se un titolo in pagina non le piaceva non usava mezzi termini, nemmeno se l’aveva fatto lei. Le mezze misure non erano contemplate. Ma questo era il suo grande pregio. Ironia e autoironia. Giovanna era un ciclone.

La sua esuberanza era contagiosa, perfino faticoso starle dietro, la sua intelligenza dilagava. Perché era curiosa, e se una cosa le piaceva, afferrarla era il suo obiettivo, fosse un’intervista, una prima a teatro o una cena con le amiche. Una volta chiuse le pagine, le restava sempre l’energia per fare qualcosa. Giovanna era colta. E informata.

Il cinema per esempio non era per lei un interesse, ma una passione. Il suo piano ferie ogni anno prevedeva la mostra di Venezia a settembre, lo sapevo e ci alternavamo così. E quante volte la sera dopo il lavoro schizzava letteralmente al cinema: «Cosa dici vado? Ma sì…». Se il giorno dopo le chiedevi del film, aveva un’opinione precisa. Senza remore. Anche di un titolo osannato da tutti poteva dirti: «fa un po’ dormire». E se ti raccontava una storia intensa, fosse un film sui diritti umani o un amore infelice, si commuoveva. Era così, diretta, battagliera e dolce.

C’era anche la Giovanna che amava il mare e i tacchi alti, i vestiti e i viaggi. Le pause in mensa in cui non si parlava di lavoro o di politica erano preziose, per me e per lei. Anche quando era in ansia per la sua salute, non si sottraeva a quattro chiacchiere frivole, penso che le facesse piacere.

Poi c’era la Giovanna femminista di lungo corso, che con le compagne di tante lotte intratteneva un rapporto attivo, critico anche, sempre affettuoso. Aveva una visione lucida del passato, ma voleva andare avanti. Anche di questo ogni tanto discutevamo, spesso non eravamo d’accordo, ma alla fine non so come, anche sugli argomenti più spinosi, trovavamo la quadra. Come per le scelte sulle pagine. Perché sotto tutta questa diversità, tra noi c’era grande lealtà. Negli ultimi anni ha ideato il progetto 100esperte con l’associazione Giulia e l’Osservatorio di Pavia, una banca dati di donne eccellenti da intervistare e interpellare, ad uso di giornali, festival e convegni. Anche qui Giovanna aveva messo tutto il suo entusiasmo. Come nel progetto Enwe, una rete europea per l’eccellenza femminile. Ha lavorato fino a poche settimane fa all’ultimo database: quello di storiche e filosofe. Mi viene in mente ora quando nel 2015, abbiamo guidato un incontro a CasaCorriere all’Expo. Il tema era perfetto: «Avvocata o avvocato?». Intervistavamo due professioniste della legge di parere opposto, il pubblico si era diviso in una discussione accesissima. Alla fine, un po’ sfinite, avevamo bevuto una cosa insieme. «Anche questa volta ci siamo divertite», mi aveva detto. Era vero. Del resto Giovanna mai avrebbe potuto dire una cosa per lasciarne intendere un’altra. Dici poco.


(Corriere della Sera, 19 aprile 2021)

di Antonella Mariani


La regista e scrittrice: inaccettabile criminalizzare chi, come me, ha dubbi sul testo. «Non sono d’accordo nell’accostare la tutela degli omosessuali e transessuali a quella di donne e disabili»


Assomigliano a un appello le parole che Cristina Comencini pronuncia durante il colloquio con Avvenire. Un appello per il confronto, perché sulla legge Zan contro l’omofobia e la transfobia è mancata una discussione serena, e la conseguenza è un inaccettabile tiro al bersaglio contro chi, come lei, la mette in discussione dallo stesso fronte progressista. Regista, scrittrice, sceneggiatrice, Comencini è un’esponente di spicco della cultura italiana. Fu tra le donne che, nel 2011, sull’onda del caso Berlusconi-Ruby, diedero vita al movimento femminista ‘Se non ora quando’. E nel maggio di quello stesso anno intervenne in piazza Navona alla manifestazione a favore della proposta di legge per introdurre la componente dell’omofobia tra le aggravanti per i reati di aggressione. Nessun dubbio sulle sue convinzioni e dunque «nessuno si permetta di accusarmi di essere contraria a una legge sull’omofobia». Eppure nel web e sui social monta l’intolleranza contro chi ha dubbi sul ddl Zan. «Aprire una discussione su una legge che ha alcuni aspetti controversi non è un attacco a diritti sacrosanti», dice Comencini, che insieme ad altre centinaia di intellettuali ed esponenti della società civile, di area progressista, nei giorni scorsi ha scritto un documento per sottolineare le criticità.

Ha subìto attacchi per il fatto di aver firmato l’appello?

Personalmente non sto sui social, ma ho saputo di attacchi veementi e di criminalizzazioni di chi in queste settimane ha sollevato obiezioni. La logica dei due schieramenti contrapposti è inaccettabile, oltre che schematico e violento. Non è un muro contro muro, non c’è un gruppo che vuole affossare la legge e un altro che ha la missione di difenderla.

Riassuma i dubbi presentati nel documento dei progressisti.

Non siamo d’accordo nell’accostare la tutela delle donne a quella degli omosessuali e transessuali, così come previsto nella legge Zan. La misoginia appartiene ad altri schemi culturali, la si combatte in altri modi. La stessa osservazione riguarda i disabili. La seconda obiezione riguarda la parola ‘genere’ (la legge Zan elenca le discriminazioni e le violenze per motivi legati «al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alla disabilità», definendone i contorni in modo che è stato oggetto di polemiche, ndr). Il ddl Zan introdurrebbe una sovrapposizione del concetto di ‘sesso’ con quello di ‘genere’, con conseguenze contrarie all’articolo 3 della Costituzione per il quale i diritti vengono riconosciuti in base al sesso e non al genere. La definizione di ‘genere’ contenuta nel testo crea una forma di indeterminatezza che non è ammessa dal diritto. Inoltre ‘identità di genere’ è l’espressione divenuta il programma politico di chi intende cancellare la differenza sessuale. È un articolato che mischia questioni assai diverse fra loro e introduce una confusione antropologica. Come scriviamo nel nostro documento, c’è il rischio che prevalgano visioni che anche in altre parti del mondo hanno aperto un conflitto rispetto all’autonomia delle donne.

Avete ricevuto segnali dal Pd, partito a cui appartiene il senatore Zan?

Dal fronte progressista c’è sordità. Anzi, più che sordità: c’è la volontà di non ascoltare non solo le nostre obiezioni ma anche quelle di chi per scelta di vita, come Paola Concia e Aurelio Mancuso (entrambi esponenti ‘storici’ del mondo omosessuale, ndr), è direttamente interessato. Dimostrazione ne è che il segretario Letta ha detto che si va avanti.

E ora come procederete?

Mi auguro che si torni a discuterne e si cerchi di trovare una mediazione perché la legge faccia quello che promette: tutelare le persone Lgbt. La libertà e il rispetto della differenza riguarda tutti, non è una questione di destra o sinistra. Ecco perché bisogna trovare il modo di arrivare a un testo condiviso.


(Avvenire, 18 aprile 2021)

di Franca Fortunato


Sin dall’inizio della pandemia si è scelto il linguaggio bellico come metafora per narrare il contrasto alla diffusione del virus. I medici sono “in trincea” che “combattono a mani nude” una guerra contro un “nemico invisibile”, si è detto. A furia di ripetere che siamo in “guerra” è diventato senso comune, per cui ai più è sembrata “normale” la scelta di Draghi di nominare a commissario straordinario alla vaccinazione un militare, che usa il linguaggio di guerra per mestiere. È così lo ha arricchito con altre metafore: “daremo fuoco a tutte le polveri”, “spezzeremo le reni al nemico”. Nella trasmissione “di Martedì” di Floris la scrittrice Michela Murgia si è dissociata da questa narrazione “perché sottintende che il genere umano stia dichiarando guerra a un elemento di natura, cioè al sistema interagente di cui noi stessi facciamo parte”. È come se il virus non appartenesse al mondo che abitiamo, come se fosse venuto da fuori per aggredirci e noi ne fossimo le vittime, quando, invece, sin dall’inizio, la virologa Ilaria Capua ci ha spiegato che il virus «è circolato per decenni, forse centinaia di anni in una foresta, rimbalzando di pipistrello in pipistrello e, perché no, di pipistrello in pangolino o in altre specie animali della medesima foresta. Stava in sostanza svolgendo il proprio compito sul pianeta (sopravvivere) senza dare fastidio a nessuno, finché non l’abbiamo prelevato dalla foresta e letteralmente iniettato in tutto il mondo con delle siringone giganti: gli aerei. I virus vengono tutti da animali e sono incapaci di vivere in autonomia, hanno bisogno di qualcuno che li ospiti nel proprio corpo». L’emergere di virus sconosciuti, come il Covid 19, ha a che fare con il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità e la de-forestazione che costringe «gli animali a vivere in spazi sempre più stretti, i virus si trasferiscono da uno all’altro e saltano da una specie all’altra». Quindi ha ragione Murgia a dire che non «siamo vittime innocenti, poveri ignari che siamo stati attaccati da una specie nemica» e che la narrazione del “nemico a cui spezzeremo le reni” è falsa perché ci fa pensare che, “vinto il nemico”, torneremo alla “normalità” di quel “prima”, causa della pandemia. «Il virus non è un nemico ma un organismo con cui dovremo convivere» perché anche con il vaccino continuerà a circolare e se questo, come sta accadendo a causa di una guerra questa volta vera e non metaforica tra le multinazionali del farmaco, – c’è chi si permette anche di alzare il prezzo – non arriverà a tutta la popolazione del pianeta, gratuitamente ai Paesi poveri, il virus potrà arrivare a circolare in una forma resistente al vaccino. Abbandonare la retorica della guerra vuol dire aprirsi alla consapevolezza del cambiamento dei “nostri comportamenti” e del sistema economico neoliberista in cui siamo immerse/i. Vuol dire riconoscere che la salute di ogni essere umano non è indipendente da quella di tutti gli altri esseri viventi e della stessa terra. Non serve la retorica della guerra, non serve un colonnello per imparare l’essenziale da questa pandemia. Michela Murgia, per aver espresso il suo disaccordo sulla scelta di un militare che dà corpo e divisa a questa falsa narrazione della “guerra”, è stata aggredita sui social e accusata da Salvini, Meloni, Calenda e Pucciarelli, sottosegretaria leghista alla difesa, di aver “offeso italiani e militari”. Stai zitta! Sei una scrittrice? Allora scrivi libri e non parlare d’altro. È questo il messaggio sottinteso che lei ha rimandato al mittente già nel suo ultimo libro Stai zitta – e altre nove frasi che non vogliamo sentire più.


(Il Quotidiano del Sud, 16 aprile 2021)

di Monica Ricci Sargentini


Il Ddl Zan va cambiato. A cominciare dalla definizione di identità di genere. A sostenerlo non sono la Lega, Fratelli d’Italia o altre formazioni conservatrici ma una folta schiera di organizzazioni femministe, tra cui RadFem Italia, SeNonOraQuandoLibere, Arcilesbica e Udi, che fanno parte di una rete gender critical globale, presente in 130 nazioni, basata sulla Declaration on Women’s Sex-Based Rights

Da tempo queste donne, le cui storie in difesa delle istanze Lgbt non possono essere messe in discussione, chiedono un confronto all’onorevole Alessandro Zan, primo firmatario della legge contro l’omobitransfobia. «Le questioni in gioco sono troppo importanti, toccano la radice dell’umano e la vita delle donne, delle ragazze, delle bambine e dei bambini» spiega Marina Terragni che con RadFem Italia è la referente nazionale della rete sui diritti delle donne basati sul sesso. Dubbi cui si sono associati anche altri esponenti del centrosinistra che in un appello hanno chiesto una modifica della proposta.

Il dialogo, però, sembra avere poche chance di decollare a giudicare dalla dichiarazione di ieri su Twitter del segretario del Pd Enrico Letta: «Ho incontrato il nostro deputato Alessandro Zan. L’ho incoraggiato e gli ho confermato il nostro impegno perché diventi legge il Ddl Zan. Perché ci si può occupare sia di riaperture che di diritti. E se si fanno bene entrambe le cose, la società sarà migliore. No al benaltrismo».

Tra i critici della legge più che un timore vi è la certezza che l’inclusione del concetto di identità di genere porterebbe a quelle aberrazioni orwelliane cui stiamo assistendo in varie parti del mondo occidentale. Gli esempi sono tanti. In Norvegia, dove è stata approvata una normativa simile a quella messa a punto da Zan, la deputata Jenny Klinge, è stata denunciata per avere detto che «solo le donne partoriscono». Nelle università anglosassoni le professoresse gender critical raccontano, rischiando la carriera, la perdita di libertà accademica e il clima intimidatorio nel discutere sesso, genere e identità di genere. In America dove le competizioni sportive femminili nelle scuole sono aperte a chiunque si dichiari donna, con ovvie conseguenze di imparità, sono ormai diversi gli Stati che hanno fatto marcia indietro. L’ultimo è stato il Mississippi lo scorso 12 marzo.

In California 261 detenuti che si dichiarano donne hanno chiesto il trasferimento in carceri femminili dopo l’approvazione di una legge che concede ai prigionieri transgender e non binari il diritto di scegliere in quale istituto penitenziario andare senza guardare all’anatomia. Le detenute hanno paura, come racconta il Los Angeles Times, dicono che le guardie le hanno avvisate: «Gli uomini stanno arrivando». Lo stesso accade in Canada dove il self id è in vigore dal 2017. A Vancouver un padre, Robert Hoogland, è finito in galera perché si ostinava a voler impedire alla figlia 13enne di assumere i bloccanti della pubertà. Il 10 aprile nella città canadese si è svolta una manifestazione no-partisan in suo sostegno, gli oratori protetti da guardie giurate.

L’identità di genere, sostengono le femministe radicali, è un concetto giuridicamente inesistente nel nostro ordinamento. Includerlo nel ddl Zan, già approvato alla Camera e in attesa di essere calendarizzato al Senato, potrebbe aprire anche qui la strada al self-id e all’espropriazione degli spazi femminili. «Da mesi e invano il femminismo – dice ancora Terragni – chiede di poter esporre le ragioni della propria contrarietà ai proponenti della legge, probabilmente convinti che il target Lgbtq è elettoralmente più succulento di quello femminile. Sbagliano: in Gran Bretagna dopo il sondaggio di The Times (il 94% è contrario alla gender identity), Londra ha fatto marcia indietro sul self id».


(27esimaora.corriere.it, 15 aprile 2021)

di Daniele Montanari


È giusto o no utilizzare la forma neutra della “schwa”, la cosiddetta “e rovesciata”, negli universali maschili per richiamo alla parità di genere? Fa discutere l’idea lanciata dal Comune di Castelfranco, con l’assessore alla Comunicazione Leonardo Pastore, di non utilizzare più nella comunicazione istituzionale ad esempio la parola “tutti”, un plurale universale maschile, ma di sostituire la “i” appunto con la schwa con l’obiettivo di arrivare a un linguaggio “più inclusivo” con il ricorso a una desinenza neutra. «È un passo importante verso una società e una comunità inclusiva, equa e coesa» ha sottolineato Pastore.

Un passo che sembra però troppo forzato alla maggiore esperta del settore: Cecilia Robustelli, professoressa ordinaria di Linguistica Italiana all’Unimore, super specialista sul tema a livello nazionale. Sul linguaggio di genere ha svolto numerosi progetti e corsi di formazione, con incarichi di grande prestigio. Tra gli altri, ha collaborato con la Presidenza del Consiglio, la Camera dei deputati e il Miur come consulente nel gruppo esperti di genere presso la Commissione Nazionale Pari Opportunità. E ha coordinato il gruppo di lavoro nella comunicazione istituzionale, da cui sono uscite le linee guida per il rispetto del genere nel linguaggio istituzionale del Miur. A lei insomma si deve gran parte del cambiamento linguistico di questi anni. Tra l’altro, lei stessa ha coordinato il corso sul linguaggio di genere e la comunicazione istituzionale che la Provincia di Modena nel dicembre 2018 ha proposto al personale delle amministrazioni locali.

«Mi lascia perplessa questa proposta sulla schwa – sottolinea – che è un modo per annullare la differenza tra donne e uomini, per occultare la loro rappresentazione. Quando l’obiettivo deve essere opposto: valorizzare la presenza delle donne anche nel linguaggio. Che è ciò che stabilisce chiaramente la legge regionale 6/2014 laddove nell’articolo 9 chiede di identificare “sia il soggetto femminile che il maschile”. Non di annullarli: se si pensa con l’utilizzo di un simbolo di includere anche la comunità Lgbt (lesbica, gay, bisessuale e transgender, ndr) ci si sbaglia, perché le desinenze grammaticali non indicano il genere ma il sesso: maschio o femmina. Non dicono come sei e ti poni nella società».

L’obiettivo deve essere quello di un linguaggio non discriminante attraverso l’uso della lingua italiana, non con il ricorso a elementi sconosciuti ai più: «Il linguaggio è comunicazione, non sperimentazione di nuovi simboli, che – avverte – può essere pericolosa anche sul piano della comprensione. E poi, cosa accadrebbe nella comunicazione orale? Una sequenza di parole che terminano con una “vocale mutola indistinta”, secondo una definizione di glottologia, sarebbe accettabile? Comprensibile?».

Dunque come fare per non dare a “tutti” una connotazione maschile? «Le modalità da adottare in un discorso sono diverse: è una questione di attenzione e sensibilità. Si può dire all’inizio di un incontro “buonasera a tutte e tutti”, poi non è un problema se la seconda volta dico “siamo felici di avervi qui”: è chiaro che mi riferisco a entrambi i sessi. Nel corso promosso dalla Provincia c’erano tutte le indicazioni utili per scegliere la strategia linguistica più adatta a ogni tipo di comunicazione: sarebbe stato opportuno che il Comune di Castelfranco si fosse confrontato con le iniziative adottate in precedenza».


(Gazzetta di Modena, 15 aprile 2021)

di Antonella Mariani


S’apre ancora una crepa nel fronte trasversale che sostiene la “legge Zan”. Dopo le femministe, dopo l’attivista omosessuale Paola Concia – le cui voci sono state registrate nei giorni scorsi su queste pagine – a farsi avanti è Luana Zanella, già portavoce storica dei Verdi, due volte deputata dal 2001 al 2008 e oggi nell’esecutivo nazionale del partito ambientalista (che non ha una presenza al Senato, ma conta su quattro rappresentanti alla Camera, nel gruppo misto). Ad Avvenire anticipa i contenuti di una lettera aperta inviata alla Commissione Giustizia del Senato, che sta esaminando il testo della proposta di legge contro le discriminazioni fondate sul «sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere».

«Questo disegno di legge è frutto di una mediazione che ha portato a un testo non buono e che va migliorato. Per paura di essere tacciati di omofobia e transfobia, i malcontenti non si sono fatti avanti. Ma finalmente si è aperta anche a sinistra una finestra di discussione.»

Luana Zanella, che cosa contestano i Verdi di questo disegno di legge?

La prima obiezione riguarda già l’articolo 1. Quando si stabilisce che sono punibili le condotte discriminatorie fondate tra l’altro sul “genere” e sulla “identità di genere”, non si rispettano i requisiti di determinatezza e tassatività richiesti per nuove fattispecie penali. Si tratta di termini oggetto di dibattito culturale, politico, giuridico e soggetti a interpretazioni controverse.

Quale pericolo intravede?

Che queste categorie possano venire applicate dal giudice in modo disomogeneo e arbitrario.

All’interno dell’esecutivo dei Verdi quali altre osservazioni sono emerse?

Appoggiamo le richieste di modifica che ci sono state sottoposte da Arcilesbica: in particolare, si chiede di usare termini chiari e inequivocabili per evitare il conflitto tra i diritti delle donne e quelli delle persone transessuali. In pratica, occorre sostituire il termine “genere”, che nel senso comune viene usato anche per intendere il sesso oppure le donne, con “stereotipi di genere”, e “identità di genere” con “transessualità”, parola che difende pienamente i diritti delle persone transessuali senza confliggere con quelli delle donne. Come spiega bene Arcilesbica, se non si vuole procedere in questo senso è perché ci sono delle pregiudiziali ideologiche di alcune associazioni trans: più che il desiderio di proteggere le persone, si vuole spianare la strada all’autoidentificazione come uomo e donna.

Pensa che le istanze dei Verdi saranno prese in esame?

Io mi auguro che ci sia un confronto libero e sereno, in cui esprimendo le proprie perplessità non si venga tacciati di transfobia. O in cui dichiarandosi contrari all’utero in affitto non si sia accusati di essere transescludenti. Io sono sempre stata nel centro-sinistra e non esiste che su queste tematiche ci siano differenze irriducibili. Le divergenze non si devono più nascondere ma vanno affrontate con coraggio e determinazione. Ne va delle conquiste delle donne e dell’affermazione delle differenze sessuali, della valorizzazione delle differenze e delle mutazioni antropologiche.

Certo, fanno più rumore le posizioni a favore della legge Zan espresse da personaggi del mondo dello spettacolo come Fedez.

Questa grancassa mediatica ha generato un’adesione con gli stessi meccanismi populisti, viscerali e ideologici che la sinistra tanto condanna.


(Avvenire, 15 aprile 2021)

Lettera aperta ai senatori Mirabelli (Pd), Cucca (Iv) e Grasso (LeU)


Gentili senatori,

Vi scrivo per chiedervi, nella vostra qualità di membri rappresentativi dei partiti di centro sinistra in Commissione Giustizia del Senato, di prestare ascolto alle ragioni che portano me, femminista e da una vita nelle fila della sinistra, e con me molte altre donne, a temere l’approvazione della legge Zan nella sua forma attuale.

Come è ovvio, condivido i principi e le preoccupazioni che hanno spinto a estendere le tutele previste dalla legge Mancino alle persone omosessuali e transessuali per difenderne, contro ogni discriminazione e violenza, la libertà e dignità; il mio sostegno a tali finalità è totale. Ma la sua presente formulazione è fonte di confusione, di conflitti e di rischi perché mescola in un elenco improprio soggetti e istanze molto diversi: dagli orientamenti sessuali alla disabilità, dal sesso (ovvero le donne cioè la metà dell’umanità ridotta a minoranza) all’identità di genere (ovvero la legittimazione della sola volontà soggettiva a fondamento dell’identità sessuale). Questi due ultimi aspetti in particolare hanno bisogno di essere discussi, approfonditi e chiariti nelle loro implicazioni, cosa che viene accuratamente evitata.

Nel dibattito pubblico si tende a una semplificazione inaccettabile: da una parte ci sarebbe la cultura del progresso civile e dei diritti, dall’altra la sua negazione, da una parte la sinistra e dall’altra la destra omofobica e bigotta. Non è così, anche una posizione come la mia (che vi assicuro non è numericamente trascurabile) deve avere ascolto nell’area del centro sinistra che ambisce a governare l’Italia.

Per venire ai punti critici, le donne ci hanno messo decine e decine di anni, impegnandosi in lotte molto dure, per essere riconosciute come la metà dell’umanità e non considerate un’appendice inferiore dell’Uomo. Nel testo della legge Zan, con un balzo all’indietro, vengono di nuovo ricondotte a uno dei tanti gruppi e sottogruppi che costellano la variamente svantaggiata umanità. Non solo ma con l’uso del termine “identità di genere” si dà alle donne un altro colpo e non da poco. Con questa espressione si intende affermare e legittimare che l’attribuzione dell’identità sessuale di una persona (uomo/donna) si fonda sulla semplice manifestazione della sua volontà soggettiva, indipendentemente dal suo sesso. Per essere chiara: un uomo, con il suo integro apparato genitale, basta che dichiari la sua volontà di essere donna per ottenere tale riconoscimento. Le conseguenze sono davvero paradossali. Uomini transgender possono esigere di usufruire delle pari opportunità, di partecipare alle competizioni femminili, di accedere a luoghi e spazi riservati alle donne. Inoltre, in base al dettato della legge Zan, chiunque rivendicasse la differenza tra una donna di sesso femminile e una donna di gender femminile potrebbe essere accusato di omotransfobia, come accade già nei paesi in cui sono in vigore norme simili. Le cronache ne sono piene.

Da parte dei sostenitori della legge si dice che già nel nostro ordinamento è presente la dicitura “identità di genere”. Non è così. Nelle leggi (1982 e 1985) e nelle sentenze della Corte (2015 e 2017) il transessualismo nelle sue diverse manifestazioni è sempre in rapporto al concetto di identità sessuale e di diritto all’identità sessuale. C’è la possibilità di ottenere la modifica dei documenti senza un intervento chirurgico purché «il passaggio sia serio e univoco, si esprima in una “oggettiva transizione dell’identità di genere”» (sent. 180/2017, ma già 221/2015). Secondo la nostra cultura costituzionale, la nozione di identità di genere presuppone quella di sesso e di identità sessuale.

Quanto alla Convenzione di Istanbul, evocata a sostegno delle formulazioni del ddl, basterebbe rileggere l’art. 3 con le sue precise definizioni per rendersi conto che non c’entra nulla con la materia trattata nel disegno di legge.

Sono state avanzate da varie parti proposte di modifiche alla legge che, lasciando intatto il disegno di tutelare persone omosessuali e transessuali da discriminazioni e violenze, ne eliminino gli aspetti più controversi e conflittuali. Vi prego di volerle prendere in considerazione appena la legge tornerà a essere discussa in commissione.


I miei più cordiali saluti.


Francesca Izzo


(HuffPost, 15 aprile 2021)

di Paola De Carolis


Per la prima volta in 170 anni di storia la Reuters sceglie una donna come direttrice, ed è italiana. Si tratta di Alessandra Galloni, nata a Roma 47 anni fa e già tra le dirigenti più quotate dell’agenzia. «Onorata di guidare la migliore redazione al mondo», ha detto su Twitter la giornalista che succede a Stephen Adler, il quale a gennaio aveva annunciato l’intenzione di lasciare l’incarico.

Quattro lingue, laurea ad Harvard e master alla London School of Economics, Galloni è stata selezionata al termine di quella che l’agenzia ha definito «un’approfondita ricerca globale» per il candidato migliore. Dopo 13 anni al Wall Street Journal, era tornata alla Reuters nel 2013 dove ricopriva il ruolo di Global managing editor. Lunedì assumerà il nuovo incarico e la direzione di circa 2.500 giornalisti in 200 città del mondo.

«Per 170 anni Reuters ha definito lo standard per il giornalismo indipendente, affidabile e globale», ha sottolineato Galloni con un comunicato. «È un onore guidare una squadra di giornalisti attenti, stimolanti e di grande talento». Steve Hasker, ad del gruppo Thomson Reuters, ha precisato che «il mondo ha un grande bisogno di un giornalismo indipendente e imparziale». «Prendiamo seriamente il bisogno di allargare i confini. Alessandra farà proprio questo».

Di base a Londra, Galloni è nota per il grande carisma e la preparazione, con uno spiccato interesse per notizie economiche e internazionali. All’inizio della carriera lavorò per un periodo nella redazione italiana della Reuters prima di diventare corrispondente del Wall Street Journal da Londra, Parigi e Roma. Ai colleghi ha confidato che tra le sue priorità ci saranno una spinta sul digitale e sulla copertura economica.

Galloni si unisce a un gruppo sempre più numeroso in Gran Bretagna, dove già il Financial Times, il Guardian, il Sunday Times, l’Evening Standard, il Sun, il Sunday Mirror, il Daily Mirror e il Sunday People sono diretti da donne, circa un terzo della stampa nazionale. Roula Khalaf, prima donna a dirigere l’Ft, ha sottolineato di recente che mira a ottenere la parità di genere all’interno della redazione così come a incrementare la diversità etnica di giornalisti ed esperti citati e intervistati, un’attenzione alla ricchezza del patrimonio umano che non può che giovare all’industria.


(Corriere della Sera, 14 aprile 2021)