Gruppo delle femministe del mercoledì


Sentiamo, forse tutte e tutti, il bisogno di trovare parole per dire quello che ci capita di vivere con la pandemia, ma nessuno le trova che siano adeguate. Pubblichiamo il testo Noi e il Covid-19 essenzialmente per due ragioni. Primo, perché è stato scritto da donne che ragionano sulla cura da anni e oggi, sollecitate da quello che capita, ne parlano con una consapevolezza non superficiale. E poi perché c’è un’idea al centro del testo che fa da leva, l’idea che la cura, nel senso pieno della parola che l’inglese rende meglio, porta nell’esperienza umana qualcosa di non surrogabile, e ce ne stiamo accorgendo in maniera che non lascia dubbi. Facciamo che sia in maniera definitiva.

(La redazione del sito)


Noi e il Covid-19


È trascorso più di un anno dalla pandemia e dallo smarrimento che ci ha scaraventate fuori dalla normalità. 

Eppure, siamo al “ritorno dell’identico”. Stiamo attraversando la terza fase dei contagi, ospedali di nuovo in sofferenza, ingiustizie oltraggiose. Il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte.

Se le relazioni sostengono il desiderio di cambiamento, adesso il desiderio si sfibra e smarrisce la politica praticata dal femminismo.

Per paura del contagio ci siamo chiuse dentro. Qualcuna tra noi pensa che cerchiamo una sicurezza impossibile.

Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.

Da più di un anno siamo braccate dalla presenza della fine, dall’impossibilità di dire addio, dalla morte nascosta e per questo più atroce.

Ascoltiamo, quasi si trattasse di fatalità, la scansione dei numeri di quanti scompaiono quotidianamente.

Non di fatalità si tratta.

Il Sistema sanitario italiano, nonostante i molti tagli, ci appariva decente? Ora sappiamo che non è così.

Ci siamo rese conto che da anni opera un’organizzazione gracile, pronta a polverizzarsi. Con i medici di base che somigliano a ologrammi, incapaci di ascoltare i pazienti; di vedere le loro fragilità. Peggio ancora le Residenze per anziani sono state quasi sempre luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio.

Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.

Se pure con un segno diverso, nei suoi nessi tra sesso e potere, è violenza quella maschile contro il sesso femminile. Rimanda alla convivenza forzata imposta dal Covid-19 e segnala quanti uomini non sopportano il confronto ravvicinato e quotidiano con la libertà delle donne.

In questa fase ci hanno sostenuto i/le braccianti, badanti, interinali, commessi e commesse dei supermercati. L’erosione del Pil è stata arginata dalle fabbriche dove solo le lotte hanno strappato “protocolli” di sicurezza. Tuttavia, i lavori sono sempre più comandati dal precariato, segnati dallo sfruttamento.

Hanno scioperato per la prima volta magazzinieri, operai, runner di Amazon. Per un giorno i riders sono scesi dalla bicicletta o dal motorino, chiedendo ai clienti di rinunciare a farsi portare il cibo.

La presenza del Covid-19 ha cancellato dalla nostra mente le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili.

Naufraghi muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”; naufraghi chiedono soccorso per due giorni nell’indifferenza dell’Europa e della ministra Lamorgese mentre a Ankara il presidente del Consiglio europeo accetta lo sgarbo alla presidente della Commissione europea la quale, a sua volta, tollera l’offesa purché, in cambio di adeguato compenso, Erdogan continui a “ospitare” più di tre milioni di rifugiati.

Evidentemente, il Covid-19 fa male al mondo e fa male alla democrazia. Si è allargato il divario tra le sedi politiche e la società. Nei partiti l’interrogativo sullo stato dei rapporti tra uomini e donne trova come risposte il ritorno al passato, alla famiglia tradizionale, al razzismo, al disprezzo degli omosessuali, a una cultura che vuole ristabilire il potere maschile (la difesa di suo figlio da parte del capo dei 5 Stelle). Oppure un’offerta di inclusione “in quanto donne” come è avvenuto nello scontro tra le due candidate a capogruppo Pd alla Camera. Possibile che per le donne non ci sia altra strada da quella della miseria simbolica?

Se così funziona nelle sedi politiche, la vita sociale è stata sì disseminata di buone azioni (volontariato, solidarietà, scambi tra esperienze grazie al web) però le rovine prodotte dal virus hanno coinvolto chi era più esposto alla logica speculativa del mercato e gli effetti sono stati di obbedienza, adeguamento, silenzio.

Le donne “portano sulle spalle il peso della pandemia”? Si suppone che siano loro – noi – in grado di contrastarla maneggiando la “cura”, da sempre declinata al femminile.

“Cura” è in questa fase parola evocata sino a inflazionarla, in una sorta di appello morale a unirsi contro il virus. Si può affrontare il Covid-19 senza mettere in discussione l’attuale sistema produttivo economico, sociale e ambientale; senza ripensare l’attuale rapporto tra vita e lavoro, senza contestare lo sbilanciamento dei rapporti tra i sessi, i vincoli tra umani e non umani?

C’è una differente qualità che la “cura” mette nell’esperienza umana grazie alla quale il mondo potrebbe non reggersi unicamente su rapporti di potere, sulla centralità del profitto e sul valore dominante del denaro. Si tratta di “un resto” prezioso che socializzazione, servizi organizzati, e lavoro retribuito non possono sostituire.

Ecco, questo “resto” va usato nella crisi che è anche crisi del linguaggio, determinata dalla pandemia. Dunque, dobbiamo trovare le parole in grado di nominare la crisi e assieme le azioni umane che l’hanno prodotta.

Per questo, la politica dei vaccini rappresenta ai nostri occhi il primo terreno di cura e il primo oggetto di conflitto giacché poco o nulla si fa per la prevenzione, per le terapie domiciliari e dalle tante incongruenze si desume che non c’è un cambio di passo: vite potevano essere risparmiate; vite sono andate perdute. 

La tecno-scienza ha compiuto un salto incredibile, bruciando i tempi della scoperta, ma se non fa i conti con l’interdipendenza globale dei viventi, rischia solo di accelerare il “dis-farsi del mondo”.

È dettata dalla miopia e dal voler salvaguardare comunque il guadagno di alcune multinazionali, la strenua contrarietà di Usa e Europa a sospendere i brevetti in epoca di pandemia anche se internazionalizzare i vaccini rappresenta la condizione per sconfiggere il virus: abolire la proprietà privata dei brevetti e assumere l’idea dei vaccini come Bene comune, disponibile per tutti/e.

Cambiare rotta comporta scelte non indolori. Contro una gestione della salute che non prende le distanze dal passato; contro lo svilimento della vecchiaia; contro la manomissione del pianeta e dell’ambiente, della terra e dell’aria; contro gli allevamenti intensivi.

La forza trasformativa della libertà femminile ha scommesso sulla presa di parola per trasformar in radice la realtà del presente. In opposizione agli uomini, ma anche in alleanza con chi quel desiderio sa riconoscere.

È questa libertà che vogliamo agire affinché la cura come desiderio e come conflitto produca una diversa politica.


Gruppo delle femministe del mercoledì: Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Stefania Vulterini


(donnealtri.it, 4 maggio 2021)

di Alessandra Arachi


Non soltanto la maggioranza, il ddl Zan divide l’universo femminista. E divide anche le famiglie: Cristina Comencini guida lo schieramento delle donne che il testo sull’omotransfobia vorrebbero emendarlo, mentre la sorella Francesca sta con le femministe che vorrebbero approvarlo così come è. Premesso che sono tutte ovviamente favorevoli a una simile legge, il disegno di legge Zan ha tuttavia frantumato anche lo schieramento di «Se non ora quando» e adesso nella parte che si chiama «Libere» è la voce di tante storiche femministe che si leva a chiedere cambiamenti alla legge. «Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di misoginia e disabilità fa regredire le donne nel passato, le considera una categoria, una minoranza, mentre siamo più della metà del Paese», commenta Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo e da sempre femminista. E aggiunge: «Anche sull’identità di genere bisognerebbe fare dei cambiamenti».

È Marina Terragni a spiegarci quali cambiamenti per l’identità di genere. Storica femminista che ha fatto le battaglie accanto al Mit, Movimento italiano transessuali, Terragni dice: «L’identità di genere è un oggetto non definito e non puoi mettere in una legge penale un oggetto non definito. Nel testo si parla di identità autopercepita che è l’ambiguità che apre la porta alla Self-Id, l’autopercezione del genere. Per capire: in California, dove la Self-Id è diventata legge ci sono stati 270 detenuti che si sono dichiarati donne e hanno chiesto di andare nel carcere femminile, con il terrore delle detenute. In Gran Bretagna è successo lo stesso con uno stupratore che si è dichiarato donna. Non basta l’autocertificazione per cambiare sesso, ci vuole un percorso». Per Terragni è da modificare anche l’ingresso nelle scuole per parlare della gravidanza per altri (l’utero in affitto): «Non si capisce, per l’ora di religione ci vuole il consenso dei genitori e per questo no, perché lo decide una legge». Sulla gravidanza per altri, Gpa, si esprime anche la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini: «Bisognerebbe emendare il ddl Zan seguendo una legge approvata dall’Emilia-Romagna: la Regione non finanzia le associazioni che propagandano la Gpa. Con il ddl Zan criticare l’utero in affitto viene considerato omofobia». A chiedere emendamenti al disegno di legge Zan anche tante altre voci storiche del femminismo. Dice Terragni: «C’è l’Unione donne italiane, Udi, la Libreria delle donne e anche una associazione di uomini come Equality Italia, guidata da Aurelio Mancuso».


(Corriere della Sera, 4 maggio 2021)

di Grazia Villa


A cento anni dalla nascita di Sophie Scholl (9 maggio 1921) pubblichiamo un articolo a lei dedicato tratto dal numero appena uscito di «donne chiesa mondo».


In occasione dell’8 marzo 2021 l’Europarlamento ha deciso di dedicare a due donne due dei suoi edifici: a Clara Campoamor, avvocata e politica spagnola e a Sophie Scholl, la giovane studentessa tedesca che pagò con la vita la sua opposizione al nazismo. Della resistenza dei giovani della Rosa Bianca molto si è scritto e anche il cinema ne ha efficacemente narrata la storia. Le tracce della vita dell’unica ragazza del gruppo sono, però, da scoprire nelle pagine dei suoi diari, nella sua copiosa corrispondenza, nel verbale degli interrogatori della Gestapo, negli atti del suo processo lampo, nelle testimonianze di familiari e delle persone sopravvissute della Weisse Rose.

Seguendo i suoi passi s’incontra una fonte di acqua cristallina e ci s’immerge nel pozzo profondo e luminoso di una coscienza retta e libera, un tesoro prezioso racchiuso tra due battesimi. Il primo regala due nomi alla piccola Sofia Magdalena, il segreto della sua esistenza: la sapienza della “Sofia” e l’amore sconfinato della Magdalena, uniti nel motto in lei incarnato di Jacques Maritain «bisogna avere un cuore tenero e uno spirito duro». Il secondo è quello del suo sogno finale la notte prima dell’esecuzione. Sophie sta portando un bambino a battesimo, si sente sprofondare, ma lo mette in salvo, mentre lei cade nel baratro: «Il bambino simboleggia le nostre idee… trionferanno dopo la nostra morte».

Solo guardando al suo spirito e al suo cuore si comprende… la scelta di Sophie. Nasce in Germania il 9 maggio 1921 a Forchtenberg, cent’anni orsono, muore ghigliottinata a Monaco di Baviera il 22 febbraio 1943, a 22 anni. È la quarta di sei figli, il loro legame forte segnò profondamente la vita di Sophie e anche la sua sorte. Il padre Robert, cristiano liberale, sindaco della cittadina, fu sempre avverso al nazismo, particolarmente alla sua propaganda verso le giovani generazioni, tanto da osteggiare apertamente l’iniziale adesione dei figli Hans e Sophie alle organizzazioni della gioventù nazista.

La madre Magdalena Müller, fu cristiana luterana devota, il Vangelo al centro della sua vita, trasmesso alle figlie e ai figli, come messaggio di liberazione da ogni forma di potere e di male. La famiglia Scholl vive in una casa aperta all’ospitalità delle persone e delle idee, un luogo ricco di affetto e di allegria, di rispetto delle differenze, di uguaglianza tra maschi e femmine, uno spazio ampio di letture, anche di libri proibiti dal regime, di scambi intellettuali, di appassionata ricerca. È il terreno fertile in cui fiorirono i primi petali di quella che sarà poi la Rosa Bianca, tanto che i biografi definiscono questo laboratorio familiare un vero Scholl-Bund, la Lega Scholl. Dolce e ironica, timida e sfrontata, piccola e bruna, d’aspetto italiano più che ariano, senza trecce bionde, con frangia scomposta e impenitente, così è descritta Sophie, mentre lei chiarisce ben presto le sue aspirazioni di bambina: «La più brava non sono, la più bella non voglio essere, ma la più intelligente sì!».

L’adesione della giovanissima Sophie alla Lega delle ragazze tedesche, oltre che per le escursioni nella natura e per lo sport, rappresenta un’occasione per attrezzarsi alla lotta e rifiutare un modello edulcorato e sentimentale dell’essere donna. Subisce il fascino della Führerin “Charlo” che aveva modificato per le sue ragazze il saluto dell’Heil Hitler in un gesto affettuoso che consisteva nello sfiorare la fronte della compagna e scompigliarle i capelli. La libertà femminile e la sua autonomia di pensiero la spingono presto a uscire da tutte le organizzazioni della gioventù hitleriana, a contestarne la pedagogia sperimentata anche nel lavoro obbligatorio, «trovavo il servizio noioso e sbagliato, quindi brutto e ingiusto perché mortificava l’individualità personale dei bambini e delle bambine», a ipotizzare un ruolo speciale per le donne come nella sua tesina di maturità: «La mano che muove la culla, muove il mondo». È poi negli affetti e nelle sue relazioni amicali che lo spirito indomito appare slegato da forme e condizionamenti. Non temeva di dire alle amiche: «Non voglio mettermi dalla parte di tutto ciò che è banale» o al fidanzato: «Io posso pensare tranquillamente a te. E sono contenta di poter fare così come voglio, senza alcun obbligo».

Il suo amore per la natura, la bellezza e la musica, traboccante nei suoi diari non solo ne manifesta lo slancio vitale, fino all’ultimo respiro, ma diventa una vera forma di contemplazione spirituale, rivelando una fede schietta e forte, anche dentro il buio dell’oppressione, della guerra, della prigione, una fede viva che alimenta la sua coerenza. Il cuore tenero di Sophie si esprime con l’esultanza della giovinezza: «Come posso non vedere un torrente limpido senza bagnarvi i piedi, così non posso passare davanti a un prato a maggio senza fermarmi». La musica «ammorbidisce il cuore, mette in ordine la sua confusione, scioglie la sua rigidità. Sì, silenziosamente e senza violenza, la musica apre le porte dell’anima».

«Non è anche questo un mistero, che tutto sia così bello? Nonostante l’orrore, continua a essere così. […] Per questo soltanto l’uomo è capace di essere veramente crudele, coprendo questo canto col rumore di cannoni, di maledizioni e di bestemmie. Ma il canto di lode ha il sopravvento… e io voglio fare tutto quello che è possibile per associarmi alla sua vittoria».

Anche in cella in attesa dell’esecuzione ormai certa sussurrava: «Una giornata di sole così bella e io me ne devo andare», ma subito con forza aggiungeva: «Non importa di morire se le nostre azioni saranno servite a scuotere e risvegliare le coscienze». La coscienza di Sophie è quella dei giovani della Rosa Bianca, è la stessa cui si appellano nei volantini rivolti a risvegliare il popolo tedesco soggiogato dal Male. Lo spirito duro li conduce al martirio. La stessa durezza di Sophie davanti ai suoi accusatori, stupiti dalla determinazione di questa piccola ragazza: «Non rinnego nulla. Sono convinta di aver agito nell’interesse del mio popolo. Non mi pento e ne accetterò tutte le conseguenze […] non io, ma lei ha una falsa visione del mondo». Nelle ultime pagine di diario scriveva: «La vita è sempre sul bordo della morte, una piccola candela brucia esattamente come una torcia ardente… Scelgo da me il modo di bruciare». Lo stesso fuoco d’amore che la portò alla ghigliottina per proclamare fino alla fine la sua Libertà: Freiheit, l’ultima parola gridata dal fratello Hans davanti ai suoi carnefici e da loro regalata a noi per sempre.


Grazia Villa è avvocata per i diritti delle persone


(https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-098/la-scelta-di-sophie.html, 3 maggio 2021)

di Andrea Nicastro*


Pubblichiamo l’intervista di Andrea Nicastro a Pablo Iglesias, apparsa sull’ultimo numero di Sette, inserto del Corriere della Sera, come arricchimento della discussione avviata nell’ultima redazione allargata di Via Dogana 3 in cui è stato riaffermato che la politica è la politica delle donne, cioè la politica necessaria in questo momento di passaggio di civiltà.

Pablo Iglesias è stato uno dei principali ispiratori del movimento politico Podemos che si è presentato per la prima volta alle elezioni europee del 2014, ottenendo l’8% dei voti e più del 21% alle elezioni politiche spagnole del 2016.

La redazione del sito


Sentite come sale a mongolfiera l’ego di un maschio alfa: «Neppure il leader del maggior partito comunista dell’Occidente, Enrico Berlinguer, era riuscito ad arrivare dove sono arrivato io: un marxista in un governo dell’Alleanza Atlantica. Eppure Berlinguer aveva vinto le elezione europee, aveva parlato al Corriere del “tranquillizzante ombrello della Nato”. Dal punto di vista storico, guardare cosa ho realizzato mi dà le vertigini». Sentite ora un maschio femminista che sa cooperare senza voler essere il numero uno: «Il mio ruolo è di mettermi agli ordini di Yolanda. Nel basket fa da pivot (centravanti) chi mette più palle nel canestro. Mi è chiaro che Yolanda porta più voti di me al nostro progetto. La politica corre veloce e la mia figura è logorata. Bisogna capire quando fare un passo avanti per guidare e quando uno indietro per stare in posizione più modesta. Questo è il mio momento per fare da claque». Ci crediate o no, il macho e il femminista convivono nello stesso uomo: Pablo Iglesias, el coleta, il codino che ha cambiato la politica spagnola. 7 l’ha incontrato a Madrid, alla vigilia di un voto nel quale si gioca la carriera politica.

Si è dimesso da vicepremier. Si è dimesso da capo di Unidas Podemos, il cartello delle sinistre, e ha già rinunciato a correre da capo del governo alle prossime elezioni politiche quando ci saranno. La candidata premier sarà Yolanda Díaz, l’attuale ministra del Lavoro, e Pablo sarà «ai suoi ordini». Tutto per candidarsi il 4 maggio alla Comunidad di Madrid, un voto importante, per carità, ma pur sempre locale e per di più pericolosissimo per Unidas Podemos. La sua sinistra è al minimo nei sondaggi. Un leader nazionale che faccia male lì, sarebbe bruciato, finito.

Pablo Iglesias è un professore di politologia che dal 2014 sta usando se stesso come cavia per sperimentare le sue idee. «La realtà» spiegava all’università Complutense di Madrid «è definita dalle parole, chi cambia le parole, cambia la realtà». E allora, dalla teoria alla pratica, quando si è trovato a creare un cartello di forze di sinistra, non l’ha chiamato Uniti Possiamo, ma Unite possiamo, Unidas Podemos, perché «anche femminilizzando il linguaggio si aprono più spazi ai diritti delle donne». Per anni ha incarnato il prototipo del politico anticasta, il nuovo esperimento che il professor Iglesias ha messo in incubazione per il politico Iglesias è il «candidato femminista». Iglesias è tra i pochissimi segretari di partito al mondo ad aver preso il periodo di paternità. Quando l’ha fatto, il comando è andato alla compagna, madre dei suoi tre figli. Ora la cessione del ruolo di punta per la corsa al governo. Da sempre, l’ex professore usa una trasmissione web, la Tuerka, per allenarsi ai dibattiti, sperimentare l’effetto degli slogan. Ora che studia da femminista invita le compagne di partito a una sorta di psicoanalisi di gruppo. Loro lo criticano perché quella volta in congresso si è comportato da «gallo nel pollaio», lui, muto, incassa le reprimende e… permette che la scena vada in onda.

«Tutti noi maschi, compreso chi ha responsabilità politiche, continuiamo ad avere molti tic, difetti che derivano dal mondo machista in cui siamo cresciuti. La classe a scuola dove dovevi dimostrarti più forte degli altri. Gli stereotipi dei maschi che seducono perché più potenti di muscoli o di soldi. Un deputato socialista mi ha criticato per aver “piagnucolato”. Che male c’è? Il disprezzo per il maschio che “piagnucola” è retaggio del patriarcato aggressivo che si traduce in modi mascolini di fare politica e avere relazioni umane. Io sono cosciente di questo. Cerco di migliorarmi».

Ci riesce?

«Non sempre. Quel bagaglio di aggressività non te lo togli solo per aver letto Judith Butler o la storia della Libreria delle Donne di Milano. Implica un lavoro interiore difficile accettare le critiche. Ho capito che ci sono stati momenti nella mia maniera di fare politica in cui emergevano quei tic enormemente machisti. Bisogna imparare dalle donne che ci stanno attorno, abbassare le orecchie e dire ci provo».

È sempre meglio essere donna?

«Certo che no. Ogni individuo può essere migliore o peggiore indipendentemente dal genere. Però, organizzazioni politiche, economiche o governi che tendono ad essere diretti da donne riescono a portare una sensibilità umana che fa funzionare meglio l’intera struttura. Senza idealizzarlo come soluzione universale, il femminismo però è la chiave delle prossime trasformazioni sociali».

Perché?

«Perché le donne hanno sempre avuto un mondo più complicato di quello degli uomini. Alle politiche, ad esempio, non è quasi permesso di essere simpatiche perché rischierebbero di passare per deboli. Le si giudica da come si vestono, si pettinano e questo agli uomini non si fa. Io, i miei orecchini e la mia coda di cavallo siamo l’eccezione che conferma la regola. Che mancanza di rispetto è guardare se una politica è più grassa o più magra. Per una donna, arrivare in un posto di direzione è più complicato in qualsiasi ambito, politica, economia, giornalismo. Proprio per questo, però, le donne accumulano tanta di quella esperienza che gli uomini si sognano».

Il paradosso è che con tante donne di potere, la società non è mai stata così eroticizzata come oggi. Seni e sederi più grandi, più esposti, più mercificati.

«Sono processi che vanno in parallelo. La chiave dell’emancipazione femminile è nel controllo della sessualità. Una ha diritto di godere dell’erotismo senza che questo consenta a qualcuno di pensare di violentarla. Le donne non sono oggetti, neppure del desiderio maschile».

Ha tre figli, cosa insegna loro?

«Sono cresciuto con archetipi che voglio risparmiargli. Se uno sarà gay non dovrà soffrirne o essere insultato. Se sarà etero non dovrà impressionare la ragazza per il suo potere o la sua forza. Questo significa cambiare la maniera di educarli e quella in cui tu padre ti comporti. Essere uomini in altro modo. Uomini che piangono, che non gridano, che non alzano le mani su nessuno. E lo dice uno a cui viene naturale arrabbiarsi, perché sono cresciuto così, però non mi sento orgoglioso di questo».

Niente Cenerentola, principe azzurro o Biancaneve, quindi?

«Devono vedere tutto per conoscere, anche L’anello del Nibelungo di Wagner, Hänsel e Gretel, ma allo stesso tempo vorrei insegnagli a destrutturali. Per fortuna ci sono già cartoni con modelli più interessanti perché crescano due uomini e una donna migliori di me».

Non è che questa del femminismo è una vernice nuova per coprire le crepe di un partito in crisi nei sondaggi?

«Assolutamente sì, ma non nel senso che è una finzione o un imbroglio. Il movimento femminista è la nuova grande rivoluzione. Sta avendo un ruolo mondiale paragonabile solo a quello che nel passato ha avuto il movimento operaio. Il femminismo è il presente e il futuro ed è anche più trasversale socialmente dell’operaismo e proprio per questo può realizzare grandi trasformazioni economiche. Mettere l’economia della cura al centro del dibattito, liberare energie prima nascoste. Tutti dobbiamo essere femministi».

Perché la svolta proprio ora?

«Perché la pandemia ha cambiato i paradigmi della politica. Prima del Covid, era un tabù parlare di mutualizzazione del debito, di spesa pubblica e di Stato imprenditore necessario al risveglio dell’economia. Erano temi solo nostri, adesso se ne sono impossessati tutti. È il momento di chiedere di più per l’eguaglianza e la politica sociale e si può farlo solo con il femminismo».


*Ha collaborato Belén Campos Sanchez


(7-Corriere, 2 maggio 2021)

di Robert Pausch


È la leader dei Verdi tedeschi e la più giovane candidata di sempre alla cancelleria. Fino a pochi mesi fa era quasi sconosciuta, ma ha stupito tutti grazie alla sua capacità di stabilire alleanze


Così si fa la storia: nel complesso industriale della Malzfabrik di Berlino, davanti a un girasole e a un pugno di telecamere. «Il palco è tuo», dice lo scrittore e leader dei Verdi Robert Habeck, facendosi da parte. Libera il campo alla prima donna candidata dai Verdi alla cancelleria, la più giovane aspirante della storia alla carica principale della Repubblica federale tedesca: Annalena Baerbock. Si è arrivati a questa candidatura attraverso un processo decisionale così pacato e discreto che perfino i cristiano-democratici della Cdu hanno avuto la sensazione di assistere a un evento storico, congratulandosi con i Verdi per il loro borghese controllo delle emozioni. Difficilmente sarebbe potuta andare meglio per il partito ecologista. Vittoria e sconfitta, vendetta e onore, rancore e lotta: la competizione interna per il potere non è mai affiorata, mentre straripava in ogni riunione della dirigenza della Cdu. In due volevano la candidatura per i Verdi, una di loro l’ha ottenuta: tutto qui. Già lunedì si parlava solo di unità del partito. In effetti, in questo momento storico, è bene ricordare la ricetta segreta dei vertici dei Verdi per capire la posta in gioco. Per la prima volta nella storia della politica tedesca ci sono stati due presidenti del partito che sono cresciuti insieme. Per tre anni Annalena Baerbock e Robert Habeck non si sono mai messi in mostra in contrasto. Per tre anni i punti di forza dell’una hanno bilanciato le debolezze dell’altro. Invece di combattersi, si sono completati. Questi sono almeno tre quarti della verità. L’ultimo quarto è che questo modo di stare insieme ha funzionato particolarmente bene fino a quando tra i due è rimasta in piedi una gerarchia ufficiosa. Habeck, il noto e apprezzato ministro dell’agricoltura del Land Schleswig-Holstein, è cresciuto nel suo nuovo ruolo finché è stato capace di rimanere un passo indietro. E Baerbock, che fino a poco tempo fa era una completa sconosciuta, ha saputo prendersi il suo spazio al momento giusto. Il quotidiano Die Tageszeitung di recente ha ricordato un episodio avvenuto poco dopo che entrambi erano stati nominati presidenti del partito: a un evento pubblico Habeck ha interrotto Baerbock, e lei ha chiarito subito che una cosa del genere non doveva succedere mai più. «Ora parlo io. Qui non si fa mansplaining», ha detto usando un termine inglese per indicare l’atteggiamento paternalistico di un uomo che pretende di spiegare qualcosa a una donna. «La sala è andata in visibilio», ha scritto il giornale. In quella scena erano già contenuti tutti i paradossi che sarebbero venuti a galla nei mesi successivi: un femminista potente e una potente femminista insieme alla testa di un partito femminista, che sarebbe diventato così popolare da aspirare alla guida della Germania. Ma alla guida c’è posto per uno solo. O una sola?

Senza dare nell’occhio

Intervistata all’inizio del 2020, Annalena Baerbock dava ancora l’impressione di ritenere improbabile la sua candidatura al ruolo di cancelliera. Ma se Habeck nel corso dell’estate è stato trattato come il candidato indiscusso, Baerbock è risalita nei sondaggi senza dare troppo nell’occhio. Così la gerarchia tra i due è cambiata, e anche l’idea che Baerbock aveva di se stessa. Perfino le loro scaramucce hanno assunto un’aria diversa, meno scherzosa. Nell’estate del 2020, Baerbock ha chiarito quale fosse la differenza tra loro due: in quanto ex ministro dell’agricoltura, Habeck è particolarmente esperto di “mucche e maiali”, lei invece “di diritto internazionale”. Mentre Baerbock guadagnava spazio, Habeck lo perdeva. Un’altra volta, nel febbraio scorso, è stata lei a interrompere Habeck nel bel mezzo di una delle sue tipiche frasi ellittiche, affrettandosi a concludere l’evento: «Insomma, senza dilungarsi troppo, grazie mille per averci ascoltato». Per un partito che affermava di andare avanti a pane e armonia, momenti come questo saltavano agli occhi. Proprio come i segnali all’interno del partito a indicare che la comunicazione tra i due non era più così allineata. Per esempio quando Baerbock e Habeck, senza mettersi d’accordo, hanno chiesto sostegno agli stessi influencer e attivisti: sembravano quasi due campagne elettorali autonome. Visti da lontano, apparivano uniti, a uno sguardo ravvicinato, si cominciavano a notare le crepe nel loro rapporto. Nel corso dei mesi Baerbock ha guadagnato spazio e nel frattempo Habeck l’ha perso. «Robert deve volere la candidatura, ma non deve volerla troppo», ha detto a febbraio un importante politico dei Verdi. In ultima analisi, ogni passo in avanti rischiava di essere interpretato come una mossa contro Baerbock, come un’espressione di dominio maschile e di machismo. Forse per la prima volta non erano più gli uomini ad avere in mano il meccanismo del potere, ma una donna. La stessa Baerbock ha riflettuto a lungo sulla questione femminile. Da un lato, come ogni donna che prende il potere, temeva di essere considerata solo un effetto delle quote rosa. Dall’altro, diventava sempre più consapevole del fatto che il patriarcato non scompare se lo critichi ma poi al momento del bisogno ti sottometti alla sua logica. In questo senso, ha fatto di ogni obiezione che le veniva presentata un punto di forza. I due bambini piccoli? Lo fa proprio per loro. La mancanza di esperienza governativa? A Friedrich Merz della Cdu non l’ha rinfacciata nessuno. È troppo giovane per fare la cancelliera? Le donne hanno sempre aspettato troppo a lungo. Lui è l’oratore migliore? Controdomanda: quindi il carisma è solo una cosa maschile? E chi, se non i Verdi, dovrebbe garantire che ci sia una donna alla guida del governo?

Una rete di sostegno

«In un certo senso, Robert l’ha sottovalutata», dice qualcuno della dirigenza del partito. Perché Baerbock poi ha tirato fuori un’altra arma. A differenza di Habeck, possiede quella che è generalmente considerata una prerogativa maschile: è capace di creare delle cordate, come le chiamano nella Cdu. I Verdi preferiscono chiamarle “strutture di sostegno”. Dopo la laurea, Baerbock ha lavorato per un eurodeputato dei Verdi. In seguito è diventata presidente del consiglio del Brandeburgo e deputata del Bundestag (la camera bassa del parlamento tedesco). In particolare, come rappresentante del comitato per gli affari economici ed energetici, ha stretto contatti con ogni corrente del partito. Baerbock ha il numero di cellulare di ogni presidente di sezione, si dice nei Verdi. Un anno e mezzo fa, quando è stata confermata presidente del partito, la sera è entrata nel bar dell’hotel dove si teneva il congresso, si è guardata intorno e poi si è seduta sulle ginocchia della capogruppo al Bundestag, che a sua volta le ha gettato le braccia al collo, l’ha stretta a sé e ha cominciato a sussurrarle qualcosa nell’orecchio. È stata una scena di sorellanza che è rimasta impressa (soprattutto agli uomini), perché le immagini di vicinanza politica finora erano state quasi sempre maschili: Brandt e Scheel che si confidavano segreti. Kohl e Strauß che passeggiavano insieme. Gli uomini della coalizione rosso-verde in un pub di Bonn, dove un ministro impressionò il suo futuro cancelliere con virtuosismi dell’ugola mentre scolava la sua birra in un sorso. Gli uomini in piedi al bancone che si danno una pacca sulle spalle sono ancora la norma. Le donne che manifestano la loro intesa con modi e gesti femminili sono l’eccezione. Nelle settimane decisive, Baerbock ha utilizzato le sue reti. Non per indebolire Habeck, sottolineano tutti, ma per rafforzare se stessa. Ha telefonato a molti parlamentari e tanti di quelli con cui ha parlato le hanno consigliato di candidarsi. «Vuoi farlo e puoi farlo», le ha detto una figura influente dei Verdi. A poco a poco, racconta qualcuno, negli ambienti della dirigenza del partito si è creata una “sensazione Annalena”, a cui neanche Robert Habeck ha potuto sottrarsi. E a un certo punto a Baerbock è diventato chiaro che, per farcela, le sarebbe bastato volerlo. Alla fine, Annalena Baerbock ha vinto senza sconfiggere nessuno. È arrivata al potere senza dover lottare. Se l’è semplicemente preso. Con la costanza, l’abilità e la volontà necessarie.


[…]


(Internazionale n. 1407, 30 aprile/6 maggio 2021)

di Franca Fortunato


La legge Zan, dal nome del suo primo firmatario, il senatore Pd Alessandro Zan, nata con l’obiettivo di combattere le discriminazioni contro gay, lesbiche e transessuali, approvata alla Camera, sta per essere discussa nella Commissione Giustizia del Senato. Le donne, le femministe, da sempre unite contro omofobia e transfobia, sono state divise dall’introduzione di termini quali “genere” e “identità di genere” e di conseguenza tra chi chiede di approvarla così com’è e chi di cambiarla.

La legge, infatti, afferma di voler punire comportamenti discriminatori in base “al sesso, genere, orientamento sessuale e all’identità di genere”. Intorno al “genere” e all’ “identità di genere” c’è un dibattito teorico aperto tra le donne, sin dagli anni ’70. È a partire da allora che il termine “genere”, da grammaticale (femminile, maschile, neutro) e di specie (animale, vegetale, umana), è diventato un concetto neutro, indistinto, dove annega la differenza sessuale. È un errore aver voluto sostituire a quel dibattito il diritto, irrigidendo e cristallizzando quella che doveva restare una divisione teorica tra donne.

Il femminismo radicale, l’Udi, SeNonOraQuando, RadFem Italia, Arcilesbica, altri gruppi e singole, da mesi chiedono, inascoltate, di sostituire “genere” con “differenza sessuale” o “donne e uomini” e “identità di genere” con “transessualità”, diventando bersaglio di violenze, minacce di morte, aggressioni fisiche e verbali. Che cosa c’è di così importante da spingere alla violenza chi dice di voler difendere una legge che è contro la violenza? Che cosa c’è in gioco in quella che potrebbe ai più sembrare solo una questione nominalistica? Per noi donne c’è l’essenziale, il nostro essere incarnate in un corpo di donna, lo stesso della madre, che il femminismo della differenza ha liberato dalla cultura patriarcale ridefinendo il senso libero dell’essere donna in relazione con la madre e le altre donne, non prescindendo dal sesso con cui veniamo al mondo. La legge Zan elimina i corpi, le donne, definendo l’“identità di genere” come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrisponde al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione» il che vuol dire ridurre l’essere donna al “sentirsi donna”, al “proclamarsi donna” a prescindere dal sesso di nascita, è l’autoidentità (self-id) divenuta l’obiettivo prioritario della legge. Questo spiega perché non si è scelta la strada di introdurre nel Codice penale aggravanti generiche per tutti i reati commessi sulla base dell’orientamento sessuale. Che la legge Zan cancelli le donne lo dimostrano alcuni esempi in Paesi dove esiste una legge simile: aberrazioni linguistiche come sostituire le madri con “persone che partoriscono”, comportamenti misogini come denunciare una donna, la norvegese Jenny Klienge, per aver detto che “le donne sono le sole che partoriscono”, azioni che spaventano le donne come in California dove 261 detenuti, dichiaratisi donne, hanno chiesto il trasferimento in carceri femminili.

La legge è sbagliata quando prevede il reato di misoginia, che nessuna donna ha mai chiesto, consapevole della sua valenza politica/culturale da affidare al cambio di civiltà, già in atto, nelle relazioni tra donne e uomini. Quanti uomini sono immuni dalla misoginia? La legge è retrograda quando cataloga le donne in quanto “sesso” tra i soggetti bisognosi di tutela e, poi, non c’è già una legge sulla violenza maschile sulle donne? Cambiatela e smettete di accusare le donne che lo chiedono di omofobia e transfobia.


(Il Quotidiano del Sud, 30 aprile 2021)

di Francesca Izzo


Gentile direttore, ho apprezzato molto l’intervento della ministra Mara Carfagna, “L’ora di rendere effettivo il diritto alla maternità” pubblicato mercoledì 28 aprile sul suo giornale. È da sottoscrivere in toto il suo ennesimo richiamo allo stato di disagio vissuto dalle giovani donne italiane che, specie nel Sud, si vedono negare per la mancanza di infrastrutture sociali sia le possibilità di lavoro e di carriera sia la realizzazione del desiderio di maternità. L’impegno, riaffermato dalla ministra, di utilizzare al massimo le inedite risorse offerte dal Recovery per cambiare questo stato delle cose è motivo di speranza che va alimentata e sostenuta con determinazione. E nel mio piccolo, tramite l’Associazione a cui appartengo (Se non ora quando – Libere), cerco di contribuirvi. Mi permetto però di dissentire dall’uso dell’espressione “diritto alla maternità” che compare nel testo di Carfagna.

Non si tratta di sottigliezze lessicali, ma di sostanza e che sostanza. Nell’attuale contesto culturale ciò che identifica il soggetto e lo fa esistere come tale è il possesso di un insieme di diritti e della capacità di rivendicarli. Avere dei diritti ed essere in grado di rivendicarli appare equivalente al concetto di persona e alla sua dignità di essere umano. Un linguaggio “parziale” della sfera giuridica si sta trasformando in “totale” invadendo, con la propria logica, ambiti che ne risultano profondamente alterati, come quello, appunto, della procreazione. Parlare di diritto a essere madre (o padre) sembra un’affermazione scontata ma non lo è. Se accettiamo di parlarne in questi termini abbiamo alcune conseguenze rilevanti: innanzitutto un evento eminentemente relazionale, si potrebbe dire l’archetipo della relazionalità umana, diventa appannaggio del singolo individuo, si trasforma in un diritto soggettivo che cancella in un sol colpo sia la dimensione relazionale che quella di potenzialità naturale e introduce un principio proprietario nei riguardi del bambino a venire.

Inoltre la traduzione del potere procreativo in un diritto soggettivo alla maternità (o paternità) porta alla conseguenza che esso deve essere garantito a tutti singolarmente, donne e uomini, in quanto portatori di diritti umani individuali e ogni eventuale esclusione motivata da sesso, ceto, età, orientamento sessuale, ecc. suona come una discriminazione. In questo modo non solo si separa la procreazione dall’incontro con l’altro, ma si apre la via alla legittimazione del ricorso a tutti i mezzi che tecnica e mercato mettono e potranno mettere a disposizione dell’individuo per ottenere il rispetto del suo diritto, compreso l’utero in affitto. Quanto sarebbe più appropriato parlare di “libertà di maternità” per significare che le donne oggi vogliono scegliere in piena libertà, senza costrizioni di sorta, se essere madri oppure no e la società deve offrire loro tutti i mezzi e le occasioni perché questa libertà si realizzi.


(Avvenire, 29 aprile 2021)

di Lucia van der Post


C’è una storia molto nota sugli inizi della carriera della grande architetta francese Charlotte Perriand che fa capire perché così tante designer di talento siano state a lungo sottovalutate. A ventiquattro anni, Perriand fece domanda per andare a lavorare nello studio di Le Corbusier e fu rifiutata con queste parole: «Qui non ricamiamo cuscini». La storia racconta che, appena un mese dopo, gli arredi (in alluminio, acciaio cromato, vetro e pelle) che Perriand aveva creato per il suo appartamento-studio furono reinventati come angolo-bar in un’installazione al Salon d’Automne del 1927 a Parigi. Era un’estetica che incarnava la nuova “era delle macchine” e Le Corbusier ne rimase affascinato. Allora venne assunta e iniziò una collaborazione di dieci anni con il famoso architetto e il di lui cugino Pierre Jeanneret.

Nonostante il lavoro visionario che Perriand fece insieme a Le Corbusier − poi con il pittore francese Fernand Léger, negli anni Trenta, e con l’architetto Jean Prouvé nei Cinquanta − è solo di recente, qualche anno dopo la morte avvenuta nel 1999, che si è cominciato a capire l’importanza della sua figura e l’attualità del suo lavoro. Nel 2019, circa 476mila persone hanno visitato la grande retrospettiva a lei dedicata dalla Fondation Louis Vuitton con il sostegno di Cassina. Quest’anno, contestualmente alla 17esima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, dal 22 maggio al 21 novembre, la Fondation Louis Vuitton esporrà, nel suo Espace di Venezia, il progetto Tritrianon (1937) di Perriand, un’abitazione basata su assemblaggi modulari, prodotta in serie e con un impatto minimo sull’ambiente, facendolo dialogare con Power Pack (1969), l’unità abitativa autosufficiente e trasportabile di Frank Gehry. La mostra Charlotte Perriand and I: converging designs by Frank Gehry and Charlotte Perriand vuole essere più di un excursus storico, piuttosto presentare soluzioni concrete per il mondo di oggi. A staffetta, dal 19 giugno, il Design Museum di Londra inaugurerà la personale Charlotte Perriand: The Modern Life. «Faremo vedere disegni e taccuini che illustrano il suo modo di lavorare», spiega il curatore Justin McGuirk. «Non stiamo parlando di un genio solitario, Perriand era prima di tutto una grande collaboratrice».

L’opera più significativa di Perriand, Les Arcs, il resort sciistico francese ideato da un collettivo di architetti da lei guidato, incarna questo spirito. Il progetto, che fu inaugurato nel 1968 e prese forma negli anni Settanta, mette in evidenza anche le sue capacità di interior designer e di paesaggista. Fu lei a proporre la serie di sinuose terrazze del resort che fendono come onde il pendio della montagna. L’architettura esprime e sintetizza una convinzione che la progettista nutrì per tutta la vita: il buon design fa vivere meglio e dovrebbe essere alla portata di tutti. «Les Arcs è la sintesi delle sue idee sulla vita e sul design», spiega ancora McGuirk. «È un resort che si rivolge a un turismo di massa, ma dotato di etica e di nobili principi; proponeva un certo stile di vita e offriva accesso allo sport e alla natura (per lei sempre molto importanti)».

Eppure, la carriera di Charlotte Perriand è stata a lungo oscurata dalla fama dei suoi colleghi uomini. Le Corbusier, in particolare, è stato spesso accreditato come creatore unico di progetti e pezzi di design frutto di una collaborazione. È stata Perriand, per esempio, a progettare le cucine modulari per le pionieristiche Unité d’Habitation de la Cité Radieuse di Le Corbusier a Marsiglia. Tre delle più importanti sedute ideate dallo studio Le Corbusier negli anni in cui Perriand ci lavorava – la Grand Confort, la Basculante e la Chaise Longue – sono state per anni attribuite solo a lui, ma fu lei a metterne a punto il design preciso.

Ora che Charlotte Perriand è riconosciuta a pieno titolo come una formidabile designer, il suo lavoro attira l’attenzione dei grandi collezionisti. Living with Charlotte Perriand, il recente libro curato dal mercante d’arte francese François Laffanour, per esempio, racconta le sue esperienze e quelle di altri collezionisti. Intanto, i pezzi originali di Perriand incassano somme importanti sul mercato internazionale. Di recente, il tavolo Eventail, un pezzo unico disegnato negli anni Settanta per il suo chalet, è stato valutato da settecentomila a un milione di euro da Sotheby’s, e un semplicissimo tavolo in legno è stato venduto, lo scorso novembre da Phillips, per 52.920 sterline. Un paradosso, forse, per chi voleva che il buon design fosse democratico. Oggi varie riedizioni sono prodotte da Cassina: dalla chaise longue Tokyo (1940), che ideò mentre viveva in Giappone, reinterpretando con il bambù la LC4 dello studio Le Corbusier, alla libreria modulare Nuage (1952/1956). I suoi arredi erano tutto ciò che il design francese di allora non riusciva a essere: leggeri, spesso realizzati con metodi industriali, colorati e, quando era il caso, modulari.

Laure Adler, autrice del volume Charlotte Perriand (Gallimard), dice che il lavoro della progettista aderiva ad alcuni valori fondamentali: «Ciò che ha creato è frutto di un istinto, di un talento artistico sostenuto da una ricerca tecnica di alta precisione. Forse è proprio questa combinazione di materiale e spirituale che chiamiamo grazia».

Ma Perriand non è l’unica ad avere ottenuto riconoscimenti tardivi. Women Design, il libro dell’ex gallerista Libby Sellers, è pieno di storie simili, e quella della grande Eileen Gray è una delle più illustri. Sellers racconta di come Le Corbusier fosse rimasto talmente scioccato nell’apprendere che la villa modernista E-1027 – capolavoro architettonico di Eileen Gray completato nel 1929 in Costa Azzurra – fosse stata progettata da una donna che non solo ne imbrattò (o dipinse, dipende dai punti di vista, ndr) le pareti, ma le costruì accanto il famoso Cabanon per tenerla d’occhio. Oggi, nel Regno Unito, Aram produce molti pezzi di Eileen Gray. Il suo proprietario, Zeev Aram racconta di aver visto alcuni suoi disegni nel 1973 in mostra alla Heinz Gallery di Londra e di esserne rimasto così colpito da voler rintracciare l’autore. Ha così incontrato la nipote di Eileen Gray, l’artista Prunella Clough, e concordato di rimettere in produzione diversi pezzi. Ora sono classici ricercatissimi: il tavolino E-1027 in vetro e tubolare d’acciaio e la poltrona Bibendum sono tra gli arredi più copiati al mondo.

Anche l’opera di una designer italiana, Gabriella Crespi (1922-2017), è stata oggetto di riscoperta e di rinascita. Di recente, Dimoregallery ha rieditato alcuni suoi tavoli e lampade creati tra il 1970 e il 1980. Crespi è stata una figura molto affascinante. Sposandosi, entrò a far parte dell’omonima famiglia di industriali, allora anche proprietaria del Corriere della Sera. Il suo stile ha un glamour molto sofisticato e le sue creazioni più famose sono i lucenti tavoli in bronzo e le lampade in acciaio e plexiglas che propone Nilufar. Crespi ha lavorato tanto con il bronzo e altri metalli e alcuni suoi tavoli Scultura, rivestiti in ottone, sono stati venduti da Phillips per 74.340 sterline.

L’artista contemporanea franco-svedese Ingrid Donat è conosciuta tra gli specialisti del settore, ma ancora poco nota ai più, anche perché lavora soprattutto per clienti privati per i quali crea interni straordinari progettati nel minimo dettaglio, dalle finiture delle pareti alle lampade. Oggi le sue creazioni vengono battute all’asta per cifre importanti (il suo cassettone Commode Galuchat è stato venduto da Phillips per 275.200 dollari). Molti sono pezzi unici, altri sono disponibili in edizioni limitate di otto esemplari e Carpenters Workshop Gallery, co-fondata da suo figlio Julien Lombrail, è l’unica a rappresentarla. Donat ha iniziato come scultrice e il suo Buffet Klimt Cinq Portes (2017), un piccolo armadio in bronzo ispirato a Gustav Klimt, illustra perfettamente la sua estetica che, influenzata da motivi tribali africani, combina forza e semplicità.

Un altro talento rappresentato da Carpenters Workshop Gallery è l’architetta, artista e designer americana Johanna Grawunder. È conosciuta soprattutto per le sue installazioni luminose, ma realizza anche tavoli e lavori su commissione. Ha perfezionato il suo talento collaborando con Ettore Sottsass per circa sedici anni e poi si è messa in proprio, partecipando nel 1995 al Salone del Mobile di Milano. «Ho usato la luce in un modo che non era mai stato proposto prima», dice. «Molto neon, molto plexiglas e fibra di vetro. Tutto provocatorio, un po’ sfrontato, non esattamente ciò che si definirebbe di buon gusto».

L’esperienza di Grawunder alle scuole superiori dice molto sul perché così tante donne abbiano dovuto aspettare a lungo un riconoscimento. Avrebbe voluto studiare disegno tecnico, una materia allora considerata adatta solo ai maschi. Riuscì a ottenere dal preside di poterla seguire a una condizione: che avrebbe imparato anche il cucito. Quella di Johanna Grawunder, però, è una storia positiva. Fa parte della schiera sempre più numerosa di donne che, incuranti di critiche e reazioni, creano qualcosa che richiede e ottiene attenzione, a prescindere dal genere.


(Il Sole 24 ore, 29 aprile 2021)


«In questo webinar spieghiamo nel dettaglio il ddl Zan contro l’omobitransfobia, i cui contenuti non sono sufficientemente conosciuti, ed esponiamo i nostri argomenti critici.»


Videoregistrazione dell’incontro pubblico del 27 aprile 2021. Con la partecipazione di: Vittoria Tola (Udi), Francesca Izzo (Senonoraquando-Libere), Luana Zanella (Verdi e Scuola di Alta formazione donne di governo), Cristina Gramolini (Arcilesbica), MarinaTerragni (Radfem Italia e WHRC Itay).


Podcast: https://feministpost.it/magazine/video-podcast/critiche-del-femminismo-al-ddl-zan/


(feministpost.it, 29 aprile 2021)


Si è tenuta nei giorni scorsi l’inaugurazione del monumento alle Donne Partigiane vincitore del concorso Partigiane 2.0, indetto da Associazione Chiamale Storie e MemoMI in collaborazione con Comune di Milano, Ordine degli Architetti, P.P.C. di Milano, Sky Arte, ANPI e Istituto Lombardo di Storia Contemporanea.  
Il progetto vincitore del concorso è Fischia il vento, ideato dagli architetti Angelo M. Gulino e Claudio Ravazza e premiato dalla giuria composta da Daniel Libeskind (architetto), Francesco Bonami (storico dell’arte e curatore), Enrico David (artista), Liliana Moro (artista) e dai rappresentanti degli enti partner. 
Il monumento, posizionato in Piazzale Donne Partigiane nel Municipio 6 di Milano, è composto da una serie di grandi campane tubolari che, sollecitate dal soffio del vento, si muovono e fanno riecheggiare la memoria delle donne di cui portano inciso il nome di battaglia. Il fischio del vento riporta così alla mente le voci delle donne, il loro spontaneo aggregarsi per lottare contro il nemico, ma pure un anelito di libertà, suggerito anche dallo slancio della struttura verticale, racchiusa tra due cubi riportanti le date convenzionali di inizio e fine della Resistenza. La musica oggi come ieri fa il resto: unisce donne e uomini attorno a ideali comuni. 
All’inaugurazione – che ha visto anche la partecipazione di Lydia Franceschi e Ebe Bavestrelli, che hanno contribuito alla Resistenza – sono intervenuti: Didi Gnocchi, Associazione Chiamale Storie e Direttora editoriale MemoMI; Luca Gibillini, progetto Milano è Memoria del Comune di Milano; Roberto Cenati, Presidente ANPI Provinciale di Milano; Ada Gigli Marchetti, Presidente Istituto Lombardo di Storia Contemporanea; Santo Minniti, Presidente Municipio 6; Rita Barbieri, Assessora Municipio 6; Don Gino Rigoldi, Presidente Comunità Nuova; Daniela Volpi, Architetta; Laura Gnocchi, giornalista.


(3D Produzioni, 29 aprile 2021)

di Chiara Valerio


Domani uscirà nelle sale italiane Promising Young Woman (Una donna promettente) di Emerald Fennel che ha vinto l’Oscar 2021 per la miglior sceneggiatura originale. Il film racconta la storia di Cassie, ex brillante studentessa di Medicina che lascia l’università dopo aver saputo che la sua migliore amica Nina è stata stuprata da un collega di corso a una festa. Cassie si sente in colpa perché non era alla festa.

Quando il film comincia, Cassie vive con i genitori, lavora in un bar, e una volta a settimana indossa tacchi, rossetto e minigonna, sceglie un locale, si finge ubriaca e si fa rimorchiare da un qualcuno che, puntualmente, credendola semi-incosciente, tenta di portarsela a letto. A quel punto Cassie si rivela molto vigile, e minacciosamente fa intendere che l’ubriachezza non indebolisce i no. Un no di una donna ubriaca è comunque un no. La grammatica di queste scene echeggia i film horror. Gli uomini, che fino a quel momento avevano mani prensili e intenzioni altrettanto, non capiscono, si spaventano, e così chi guarda il film.

Seguendo Promising Young Woman, mi sono resa conto di quanto lo stupro sia una cultura, e come tale vada smantellata. Il primo significato della parola secondo Treccani è «l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo». La consapevolezza di sé e del proprio mondo è che il no di una donna non sia mai un no.

Il video di Beppe Grillo, in difesa del figlio Ciro, accusato di stupro con Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, ha scatenato giuste analisi e contestualizzazioni che spiegavano la cultura dello stupro, e io come molti, seguendo quelle spiegazioni, ho integrato la mia. Ma tra spiegare e capire passano pelle, pianto e riso, immedesimazione e fraintendimento. Almeno. Il racconto che Emerald Fennel fa della vita di Cassie, mi ha fatto capire la cultura dello stupro, e la necessità di tentare una controcultura. Contro-cultura come tentativo di muoversi in opposizione alla cultura dominante ricostruendo e smantellando le circostanze che l’hanno prodotta: che il corteggiamento presupponga un’insistenza e che l’intensità di questa insistenza sia una valutazione che tocca agli uomini. Tuttavia, in questa vita da vendicatrice morale, educativa, Cassie incontra Ryan, un ex collega di studi diventato chirurgo pediatrico, e se ne innamora. Ryan è il contrario degli uomini dei locali, è rispettoso, ama lei, le sue lacune e i suoi tempi. La grammatica cinematografica vira alla commedia romantica: i due dormono insieme, fanno sesso, cantano mentre comprano le patatine. Ma l’amore non cancella i fantasmi o le ossessioni, e nemmeno il senso di colpa per Nina che tutti hanno dimenticato, o lasciato andare. Tranne Cassie. L’amore non si sostituisce, si aggiunge. Ryan ha continuato a sentire e vedere gli ex colleghi di corso, e tra loro anche il ragazzo che ha stuprato Nina. Cassie, sapendo che sta per sposarsi, decide di vendicarsi. La cultura dello stupro è tale che Ryan non capisce i sentimenti di Cassie, eravamo solo dei ragazzi, continua a ripeterle. La cultura dello stupro è tale che quell’eravamo solo dei ragazzi somiglia, suona, grida e definisce lo stupro come un passo che un uomo può trovarsi a compiere senza essere uno stupratore. Così pensano Ryan e i ragazzi riuniti per l’addio al celibato dove Cassie si presenta vestita da infermiera sexy. Il film finisce dolorosamente, così come a un certo punto chi guarda si immagina, perché non è una donna singola, una singola persona, che può smantellare una cultura e stabilire una controcultura, non nell’arco della sua vita. La grammatica cinematografica cambia ancora, non cede alla tragedia, vira al perturbante, alla storia di fantasmi, e la tecnologia – un messaggio programmato da Cassie per Ryan – rivendica la vendetta, la giustizia addirittura, mentre Ryan, ignaro com’è stato sempre, sta brindando agli sposi e Cassie è già morta. È il modo in cui Cassie muore che (ancor ci) offende e che lascia senza fiato. L’horror, la commedia romantica, e le storie di fantasmi sono generi con i quali la letteratura ha sempre ibridato il realismo (penso a Mrs. Ramsay che promette al figlio James di andare al faro, a riga uno di pagina uno di Gita al faro di Virginia Woolf e mantiene la promessa dopo morta, perché è solo allora che James raggiungerà il faro), ma Emerald Fennel – e per questo la sua sceneggiatura è originale ben oltre il significato tecnico dell’Academy – decide di usarli per descrivere come ci muoviamo noi, uomini e donne, innamorati o no, nella cultura dello stupro. Ce la mostra a colori lisergici, che subito ci paiono irrealistici e allegri, una gomma Big Bubble, e invece sono esatti. Lo stupro non è una fase, non è un inciampo, e non è una violenza isolata. È una cultura.


(la Repubblica, 28 aprile 2021)

di Anna Bonalume


Le filosofe riconosciute nel dibattito politico sono rare, anzi si possono contare sulle dita di una mano. Barbara Stiegler, filosofa francese, professoressa all’Università di Bordeaux Montaigne, è una di queste. Dopo aver lavorato sulla filosofia tedesca e la biologia, e in particolare sul pensiero di Nietzsche, il tema del corpo e le filosofie della vita, si è rivolta alla filosofia politica. Dallo studio delle origini biologiche del neoliberismo è nato “Il faut s’adapter. Sur un nouvel impératif politique” (“Bisogna adattarsi. Intorno a un nuovo imperativo politico”) pubblicato da Gallimard nel 2019. La filosofa dimostra come i concetti chiave di Darwin siano alla guida di molti imperativi contemporanei: “adattarsi” per sopravvivere, seguire le “mutazioni”, prendere parte all’“evoluzione”.

Durante la pandemia, inoltre, Stiegler ha lavorato al pamphlet “La démocratie en pandémie” (“La democrazia in pandemia”), pubblicato di recente dallo stesso editore, nel quale analizza con grande lucidità le conseguenze sociali, sanitarie e linguistiche di questo anno trascorso tra pseudo-corsi su Zoom e riunioni a distanza. All’obbedienza alle misure sanitarie elaborate dal governo con l’ausilio di agenzie di consulenza private, l’autrice oppone la necessità di una resistenza sociale, fatta di condivisione ed elaborazione di nuove proposte per far fronte alla crisi che sta avanzando.

Nel saggio “Il faut s’adapter” mostra come categorie importate dalla biologia, come “evoluzione” e “adattamento”, siano riuscite a dominare gradualmente il campo politico contemporaneo. Come è avvenuta la fusione tra biologia e politica?

«Il vocabolario biologico dell’adattamento ha gradualmente invaso tutti i campi. È sorprendente, perché dopo la Seconda guerra mondiale si è posto il principio che la politica e la biologia dovessero assolutamente essere separate. Questa miscela colpevole è stata chiamata “darwinismo sociale”, l’idea che i più deboli debbano perire. Il che, tra l’altro, tradisce le idee di Darwin stesso sulle società umane. Dire che oggi, con Matteo Renzi o Emmanuel Macron, saremmo in una società governata dal darwinismo sociale non è del tutto esatto. Anche se le nostre società sono sempre più diseguali, il discorso ufficiale dei nostri governanti non rivendica mai chiaramente un’eliminazione dei più deboli, ma sostiene invece le “pari opportunità” e la “benevolenza” verso i più vulnerabili. Nella visione neoliberista che prevale in Francia e in Italia c’è una contraddizione nel lessico tra questo discorso a favore della vulnerabilità e l’uso del vocabolario darwiniano della competizione. È questo enigma che ha motivato la mia indagine e mi ha portato a studiare le fonti americane del neoliberismo».

E questo l’ha aiutata a risolvere l’enigma?

«Sì, perché ho scoperto che il neoliberismo ha attinto a fonti evoluzioniste, mentre riscopriva la necessità dello Stato e delle sue politiche pubbliche. Negli anni ’30, i liberali più lucidi decisero di abbandonare certe illusioni del liberismo classico, quelle che secondo loro avevano portato alla crisi del ’29. La prima di queste illusioni era la convinzione che la specie umana fosse perfettamente attrezzata per il mercato e che fosse sufficiente lasciar fare. La psicologia evoluzionista, al contrario, sosteneva che la specie umana era difettosa. La sua lunga storia evolutiva l’aveva adattata a comunità stabili e chiuse, e non poteva che essere mal adattata alle esigenze di un mondo globalizzato. L’intera agenda del neoliberismo è nata da questa diagnosi. Da allora le politiche pubbliche dello Stato neoliberista si sono poste l’obiettivo di trasformare la specie umana attraverso l’educazione, la salute e il diritto, per riadattarla alla concorrenza globale. Imponendo la concorrenza a tutti gli individui, compresi i malati, i disabili, i bambini e i disoccupati, lo Stato neoliberista ha cominciato a difendere le disuguaglianze, non più in nome della natura, come i darwinisti sociali, ma in nome di istituzioni pubbliche presentate come “benevole”, al servizio della giustizia e delle pari opportunità»

Nel suo libro “La democrazia in pandemia” lei parla di una “svolta ambulatoriale universale”, la conversione da una logica di stock a una logica di flusso. Che cosa intende?

«La nuova politica ospedaliera, che Stéphane Velut descrive bene nel suo libro “L’ospedale, una nuova industria”, consiste nel passare da un ospedale di stock a un ospedale di flusso. Un tempo i nosocomi erano strutture in cui si pazientava, si soggiornava e si rallentavano i ritmi, ora si è passati a una logica industriale in cui tutti i ritmi devono essere accelerati, i pazienti devono essere dimessi il più rapidamente possibile per aumentare il rendimento. Questo è il senso stesso della svolta ambulatoriale, che obbliga non solo il personale medico, ma il paziente stesso a diventare efficiente e competitivo, ovvero “attore e produttore di salute”. L’ospedale, il luogo che doveva essere ospitale per eccellenza è diventato radicalmente inospitale. Questa logica riguarda ora tutte le istituzioni della Repubblica. Quello che si sta imponendo ovunque è una svolta ambulatoriale universale, in cui gli “utenti”, che rischiano sempre di costituire degli stock in eccesso, sono, grazie alla tecnologia digitale, rimandati a casa e ridotti a flussi di connessione. Sotto la pressione dell’efficienza, tutte le istituzioni diventano inospitali e si convertono alla cultura della valutazione continua della performance».

All’inizio della crisi sanitaria ci è stato garantito che la “continuità educativa” sarebbe stata assicurata dai corsi via Zoom. Che effetto ha avuto questo nuovo dispositivo sui nostri sistemi educativi

«I corsi online hanno distrutto l’insegnamento come atto collettivo, negando ciò che era al centro dell’educazione: contribuire alla socializzazione, non solo attraverso il contatto tra pari, ma soprattutto attraverso la costituzione di una società che condivide il sapere sviluppato in comune. La finzione che accompagna questi dispositivi è che l’educazione possa essere ridotta a una semplice connessione tra due individui, tra un parlante che invia un messaggio predefinito e un ricevente che riceve passivamente questi contenuti prima di ripeterli in modo identico. Questa è la negazione stessa dell’educazione».

Che cos’è allora l’educazione?

«Si basa su due principi cardine: l’interazione tra studenti e quella tra insegnante e studenti: non si sa mai in anticipo cosa succederà. In un buon corso l’insegnante è spinto dal pubblico a perfezionare i suoi argomenti e a volte anche a rivederli. Se ne va con nuove domande e nuove idee, che nascono dalla resistenza attiva del suo pubblico, che legge nei volti e ritrova nelle domande. Se si leggono semplicemente gli appunti, o se si parla con una macchina che riproduce volti “congelati”, non può succedere nulla. L’insegnante esce da lì semplicemente svuotato. Oggi fare una lezione equivale a ricevere un contenuto preconfezionato, che esclude qualsiasi confronto collettivo sulla conoscenza. Una lezione che può essere tenuta sia “in presenza” sia “a distanza”, una coppia di parole tossiche perché rende il vero corso, quello che si tiene collettivamente, una semplice opzione, potenzialmente troppo costosa o lussuosa. Non verrebbe mai in mente a nessuno di parlare di una cena “in presenza” o di una festa “a distanza”. Ma è diventato possibile per un corso. Questa mutazione lessicale, che sta invadendo la mente di tutti, dimostra che la riflessione dei pedagogisti degli ultimi due secoli sull’atto educativo è stata spazzata via dal progetto neoliberista, quello di una riduzione dell’educazione alla capitalizzazione individuale di prestazioni e competenze in vista della sola competizione sociale. Al punto che la valutazione è diventata l’unica ossessione delle lezioni via Zoom».

Sembra che durante la pandemia abbiamo smesso di formare gli studenti e abbiamo invece iniziato a informarli…

«Il processo pedagogico è stato effettivamente interrotto, ma la discontinuità che ci è stata imposta è stata negata. Fin dallo scoppio della pandemia in Francia, dal 17 marzo 2020, ho ricevuto ogni giorno note dalla mia università sul nuovo “piano di continuità pedagogica”. Queste ingiunzioni verticali erano parte dei “piani di continuità delle attività” del governo, un prodotto inventato dal “risk management” (gestione del rischio, n.d.r.), un settore di studio molto influente nei dipartimenti governativi, che mira a garantire la continuità delle attività in caso di disastro sanitario, ecologico o terroristico. In inglese, questo si chiama “business continuity plan” e consiste nell’imporre alla popolazione l’idea che tutto deve continuare come prima. Il disastro, cioè, non deve essere un’occasione di rottura. Già il 17 marzo 2020 tutti i team pedagogici avrebbero dovuto riunirsi con urgenza per discutere della crisi ed elaborare insieme nuove idee per prendersi cura degli studenti. È successo il contrario. Ognuno è rimasto solo nel suo angolo, si è sottomesso a questi piani di “continuità” e ha cominciato ad assumere abitudini deleterie, chiudendosi nella propria logica senza alcuna discussione collettiva con colleghi e studenti. Zoom è stato poi imposto ovunque. L’università è stata trasformata in una grande macchina fredda e inerte, che invia messaggi fissi a qualche volto congelato».

La campagna per le elezioni presidenziali francesi, in programma ad aprile 2022, è già in corso. Durante le ultime elezioni i francesi sono stati costretti a scegliere tra “progressisti” e “populisti”. Cosa pensa di questa opposizione tra le forze del bene e del male? Non si rischia di banalizzare la democrazia?

«La divisione manichea del mondo in populisti e progressisti non è stata affatto superata. Si è semplicemente spostata su una nuova frattura. Il manicheismo macronista del 2017 si è giocato intorno alla globalizzazione: o si era per le frontiere aperte e quindi progressisti, o per chiuderle e quindi populisti. Ma l’epidemia ha complicato la questione. Il discorso dominante ha dovuto riconoscere a fatica che la globalizzazione poteva creare dei problemi, che la sovranità industriale e scientifica doveva essere ripristinata, che le frontiere dovevano essere in parte chiuse. Così lo stesso manicheismo è stato riciclato su altri temi e spostato sull’adesione alle linee guida sanitarie, alla vita digitalizzata e al “distanziamento sociale”: altri modi di perseguire la globalizzazione senza muoversi da casa, accelerando il dominio senza condivisione del capitalismo digitale delle piattaforme e delle applicazioni. Da lì, quelli che erano chiamati “populisti” sono diventati, durante la pandemia, i “complottisti della rassicurazione” che contestavano questa vita digitalizzata. Mentre i “progressisti” erano quelli che si sottomettevano docilmente alla dottrina sanitaria. Il conflitto si è spostato sul campo epistemico, cioè del rapporto con la conoscenza. Non è più la pseudo-conoscenza economica della globalizzazione felice che ha continuato a strutturare l’opposizione tra bene e male, ma un sapere medico strumentalizzato, messo al servizio del distanziamento sociale e della digitalizzazione di tutte le nostre attività. Ovviamente questo è un formidabile ostacolo alla democrazia, perché proibisce in anticipo qualsiasi dibattito su un progetto comune e, al contrario, incoraggia la secessione, minacciando l’unità del corpo politico».


(L’Espresso, 28 aprile 2021)


«Sono la presidente della Commissione europea e come tale mi aspettavo di essere trattata».


Dopo il gesto da parte di Erdoğan nei confronti di Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione Europea risponde con delle proposte per proteggere dalla violenza maschilista tutte le donne e i bambini, e chiunque sia vittima di crimini d’odio.


https://www.facebook.com/freedamedia/videos/482475646234410/


(Facebook-Freeda, 28 aprile 2021)

di Adalgisa Marrocco


La scrittrice e matematica all’HuffPost: «Concentrarsi sulle relazioni tra le competenze, e non solo sulle competenze»


Raccontare la storia delle scienze, delle loro imprese, delle loro donne e dei loro uomini: da qui si potrebbe partire per far riscoprire l’amore verso lo studio delle discipline scientifiche, di cui spesso si narra la disaffezione da parte degli studenti. Soprattutto in Italia. E riformare la scuola, andando oltre i vecchi retaggi, per mostrare ai ragazzi quanto la matematica, la fisica e la chimica siano “umane” e figlie dei loro tempi. A parlarne all’HuffPost è Chiara Valerio, scrittrice e matematica, autrice di La matematica è politica (Einaudi).

Trova che in Italia lo studio delle discipline scientifiche sia poco incentivato? 
L’idea che lo studio, qualsiasi tipo di studio debba essere incentivato, non mi ha mai convinto. Ma capisco la domanda. Diciamo che l’idea che per la matematica – così come per le lingue – sia necessario esserci portati è una idea scoraggiante emotivamente e deresponsabilizzante culturalmente. La comprensione ha una piccola percentuale di illuminazione e una grande percentuale di prassi e intenzione. Credo che sottolineare l’importanza dello studio sia importante, altrimenti in un attimo ci si sente vasi da riempire con poca o molta acqua. Per le ragazze è ancora più difficile, perché le grandi scienziate vengono poco e quasi mai raccontate. Non avrei voluto diventare Batman o Lady Oscar se non me li avessero raccontati, per esempio. Senza arrivare ai supereroi, raccontare che qualcosa è stato fatto a un livello eccellente, da donne e uomini, è una cosa che incentiva chi sta imparando a studiare e pensare di poter giungere a quello stesso livello e anche oltre. Ma capire non è una cosa da X-Men, è una cosa da esseri umani.

Ci sono delle ragioni storiche che determinano questa carenza? 
Come ho scritto altrove («ho poche idee, ma in compenso fisse», diceva De André e io mi accodo) si potrebbe far risalire la poca affezione allo studio delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr), come si chiamano oggi, allo scontro in due parti tra Croce e Gentile, da un lato, e Federigo Enriques, dall’altro. Tra chi, Croce, aveva un’idea della filosofia e chi come Enriques ne aveva un’altra. Sembrerebbe questa una discussione d’accademia ma non lo è perché, cominciata negli anni Dieci del Novecento, si è conclusa alla fine degli anni Venti del Novecento. Quando una guerra mondiale era finita, il fascismo aveva attecchito in Italia e Gentile era diventato ministro dell’Istruzione. In ballo c’era la riforma del sistema scolastico e universitario. Mentre Gentile e Croce tendevano a limitare la portata culturale della matematica e ad accorpare l’insegnamento di matematica e fisica, Enriques sosteneva la centralità delle scienze esatte per lo sviluppo tecnologico e più ampiamente culturale dell’Italia, centro del conflitto politico alla fine della guerra. La riforma della scuola la firma Gentile, non Enriques. Ma questo è l’inizio.

Poi cosa accadde?

Si potrebbe anche parlare della riforma Falcucci, nel 1985, con il Piano Nazionale Informatica – io l’ho fatto, per esempio – nel quale erano previsti, tra le altre cose, lo studio e la pratica dei linguaggi di programmazione. E ancora la riforma Moratti, dove l’informatica era diventata una delle tre famose “I” (insieme a Inglese e Impresa) ed era poi stata ridotta al conseguimento dell’ECDL e, dunque, al pacchetto Office.

Da dove partire per provare a colmare questo vuoto? Anche considerando che, nel frattempo, il Recovery Plan ha stanziato fondi per incentivare lo studio delle discipline STEM nella futura “Scuola 4.0”.

Da una nuova riforma scolastica e da una riforma dei testi scolastici, che si concentrino sulle relazioni tra le competenze, e non solo sulle competenze, sulla risoluzione dei problemi e non si risolvano in un samsara di formule. Una riforma che preveda lo studio della storia della scienza, così come esiste lo studio della storia della filosofia e della storia dell’arte. Una riforma che mostri come la matematica, la fisica e la chimica siano figlie dei loro tempi e non esistano in assoluto, nel vuoto, da sempre e per sempre. Ma siano “umane” come tutto il resto.

Lei è matematica di formazione e lavora nell’industria culturale: ha senso mantenere uno steccato tra materie scientifiche e quelle umanistiche e sociali? Oppure bisogna andare oltre? 
Non ho mai creduto o pensato ci fossero steccati. L’intelligenza viene presentata come la capacità di analisi – siamo cartesiani senza coscienza, per abitudine, forse per istinto – ma di questa capacità di analisi ci entusiasmiamo e raccontiamo solo la pars destruens: la capacità di separare (“è una lama” si dice a Roma di una persona molto intelligente), ma nel racconto di questa intelligenza manca la ricomposizione – che pure Cartesio elenca nei suoi passi sul Metodo. Ecco, l’intelligenza unisce, non separa, connette. Io mi fido delle e confido nelle connessioni e relazioni, anche di cose lontane. È anche più divertente, no?


(Huffington Post, 27 aprile 2021)

di Christian Raimo


La coincidenza quasi disgustosa di due dibattiti paralleli di questi giorni – quello sul processo per stupro per Ciro Grillo e i suoi amici a Porto Cervo polarizzato dal video di Beppe Grillo e quello della calendarizzazione della legge Zan – mostrano un vuoto teorico clamoroso: la riflessione sul maschile, e sulla violenza del maschile.

Un articolo del 2005 di Diotima ricordava il solco fondamentale del pensiero della differenza:

«La differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare» (Luce Irigaray).

Il femminismo giuridico – lo vogliamo far cominciare almeno con Olympe de Gouges? – non ha prodotto in Italia una minima alfabetizzazione che sia utilizzata nel dibattito pubblico? Chi si prende questa responsabilità? Alla fine di Femminismo giuridico (2019) c’è una bibliografia di almeno cento autrici, qualcuno le ha lette? Le ha insegnate a scuola?

Questa differenza non solo continua a non essere pensata (figuriamoci discussa), ma continua a non esserne capita nemmeno l’impostazione teorica. Nel 2014 Luisa Muraro doveva per l’ennesima volta rispiegare le basi di una prospettiva teorica:

«La differenza non è tra. Essa è in me, mi è interna e immanente, mi impedisce di identificarmi con quella che sono, mi mette in relazione con quella che non sono. Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio».

Oltre la relazione teorica iniziale con Derrida e Lacan (che misinterpretano alle volte in modo clamoroso la novità teorica di questa prospettiva) sulla differenza in senso filosofico, quello che ha prodotto il pensiero della differenza nel contesto femminista sembra non aver toccato quasi per nulla la riflessione sul maschile. Eppure sono passati cinquant’anni.

Eppure la decostruzione di Irigaray di una tradizione del pensiero fallogocentrico sarebbe sembrata a chiunque si occupi di discorso pubblico il primo passo per affrontare il tema di quello che chiamiamo patriarcato.

Il pensiero della differenza ci lascia bibliografie preziose come L’ordine simbolico della madre, e oggi non abbiamo a disposizione – nel guardare il video di Grillo – una riflessione minimamente paragonabile rispetto al maschile e al paterno (da Zoja a Recalcati troviamo delle fenomenologie, al meglio descrizioni storiche, facciamo prima a rivolgerci a Zambrano).

Anche qui, persino nella prima metà del Novecento sembravano esserci stati dei pensatori che ci avevano aiutato a uscire da quello che non sapevamo ancora chiamare patriarcato e che chiamavamo almeno ontologocentrismo: dal Rosenzweig della Stella della redenzione a Levinas di Totalità e infinito o Altrimenti che essere, il riconoscimento dello sguardo dell’altro come principio di soggettivazione:

«Noi chiamiamo Volto il modo con cui si presenta l’Altro a me […] questo modo non consiste nell’assumere, di fronte al mio sguardo, la figura di un tema, nel mostrarsi come un insieme di qualità che formano un’immagine. Il Volto dell’Altro distrugge ad ogni istante e oltrepassa l’immagine plastica che mi lascia nella mia mente».

Il femminismo continua a darci ogni giorno esempi di riflessioni e pratiche rispetto alla costruzione di una soggettivazione situata, e rispetto al maschile non riusciamo minimamente a concepire la fecondità di un pensiero della differenza rispetto a questo tema così cruciale dal punto di vista politico? Come è possibile che Ciro Grillo possa accettare un ordine simbolico del padre che lo definisce “un coglione in mutande” senza prendere parola?

Come è possibile vedere nell’atteggiamento di Grillo solo il familismo amorale e persino la comprensione rispetto al dolore di un padre?

Come è possibile che Simonetta Sciandivasci scambi la presa di parola pubblica di Non una di meno, “Sorella io ti credo”, per una dichiarazione di colpevolezza già comminata? In Non credere di avere diritti (1987, la prima pubblicazione, 2017 la riedizione) si esamina l’importanza della filosofia della differenza legata a una sfera del diritto solo apparentemente universalistica.

Davvero Gipi ha fatto una vignetta così scema, dopo aver scritto uno dei più bei romanzi sul maschile in LMVDM, misconoscendo che non è la parola pronunciata da una donna in sé che va creduta in sé, ma l’importanza della “sorellanza”? Ossia di un confronto di esperienze, pratiche, riflessioni su di sé. Il personale è politico significa esattamente che non può esistere riflessione che non comprenda una relazione e una relazione significativa, e un pensarsi come differenza in questa relazione.

È lo iato tra uno vale uno rispetto a una vale molte.

Cosa ne viene alla riflessione sul maschile? Potrebbe essere molto: il riconoscimento di una non aderenza tra sé e l’idea di sé, tra la propria soggettivazione e il proprio corpo sessuato, una nuova riflessione sulla fratellanza o sullo sguardo del padre, per esempio. Non è chiaramente un campo inesplorato, ma lo è molto soprattutto dal punto di vista sociologico, pochissimo dal punto di vista filosofico. Anzi l’idea stessa di un pensiero della differenza del maschile sembra a molti una forzatura.

Qualcuno potrebbe trovare feconda una riflessione teorica che declina al maschile le parole di Muraro?

«Essa è in me, mi è interna e immanente, mi impedisce di identificarmi con quello che sono, mi mette in relazione con quella che non sono. Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamato uomo, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio».

E questo non vuol dire abolire una dialettica fertile tra differenza e universalismo. Vuol dire finalmente attraversare quella dialettica, a partire però dalla critica delle tradizioni filosofiche che hanno al centro le identità.

Così veniamo, brevemente, alla questione complessissima del ddl Zan. La legge appare, come ribadisce spesso Giorgia Serughetti in maniera chiara un ottimo compromesso al rialzo; o come scrive Ida Dominijanni riconosce pure nel suo pezzo critico:

«Questa legge, si dice, colma un vuoto: nomina e riconosce gay, lesbiche, transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili, dunque meritevoli di una tutela specifica, e codifica come specifiche fattispecie di reato la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (casistica poi allargata anche al sesso e al genere), aggiungendole alle analoghe fattispecie su base razziale, etnica e religiosa previste dalla legge Mancino. L’intenzione, ovviamente del tutto condivisibile, è antidiscriminatoria ed egualitaria, e punta a realizzare “quella pari dignità che la costituzione riconosce a ciascuna persona”, oltre che ad allineare la legislazione italiana a una risoluzione contro l’omotransfobia del parlamento europeo»

Qual è il rischio di questa legge? Che sia inutile. Non solo per quello che scrive Dominijanni: non è utile pensare di compensare un vuoto politico con un pieno giuridico. Le leggi su stupro e aborto furono compromessi, ma partivano da eccedenze che oggi non si vedono. Oppure sì? C’è sicuramente una sensibilità sociale che sta cambiando molto in fretta – e per fortuna – sulle discriminazioni di genere; dargli una dignità normativa potrebbe essere non solo il minimo riconoscimento, ma anche fertile di un attivismo politico?

Quello che continua a non cambiare è un dibattito pubblico in cui la riflessione sul maschile e la violenza del maschile non si riduca a un’imitazione quasi grottesca della pratica femminista, tipo gli uomini con le mascherine rosse contro la violenza di genere. Meritiamo tutt* di meglio.

La fecondità simbolica della differenza sessuale rimane ancora una promessa.


(minima&moralia.it, 27 aprile 2021)

di Giulia Belardelli


Il caso indiano spiega perché bisogna togliere i brevetti ai vaccini. Parla Morrone (San Gallicano)


Le immagini devastanti che arrivano dall’India – il principale produttore mondiale di vaccini, costretto a bruciare in strada le vittime del Covid – sono l’ultimo memento di quanto l’assenza di una visione globale nella lotta alla pandemia possa farci scivolare sempre più giù. Il successo dei vaccini – sviluppati in tempi record grazie a un enorme dispiegamento di fondi pubblici – non si sta traducendo in un ampliamento della produzione e della distribuzione delle fiale in tutto il mondo. Da mesi esperti, premi Nobel, ex capi di Stato e di Governo, e ora anche leader religiosi, chiedono a gran voce una sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini accompagnata dalla condivisione di know-how e tecnologie in grado di colmare il divario nella vaccinazione tra Nord e Sud del mondo, ma le loro richieste sono sempre rimaste ignorate o respinte con la tesi secondo cui una rottura anche solo temporanea dei monopoli delle grandi case farmaceutiche comporterebbe un freno a scoperte future.

Per Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano di Roma, il caso indiano rende ancora più urgente «una moratoria temporanea dei brevetti sui vaccini per un motivo molto semplice: in questo momento abbiamo bisogno di salvare il pianeta. C’è necessità di poter produrre il maggior numero di vaccini a livello mondiale per poter vaccinare il maggior numero di persone possibile». Al tema del “Covid-19 tra Nord e Sud del mondo” il professor Morrone ha appena dedicato un convegno virtuale a cui hanno partecipato decine di esperti internazionali. Per molti di loro, è tempo di affrontare la sfida del Covid non più come una pandemia ma come una sindemia, un concetto introdotto negli anni Novanta dall’antropologo medico statunitense Merrill Singer.

È Morrone a guidarci nel significato di questo termine applicato a Covid. «Singer parlava di sindemia riferendosi soprattutto al rapporto tra patologie correlate a un’infezione. In senso più ampio, la sindemia è la relazione che esiste tra una pandemia e le condizioni ambientali, socio-economiche, politiche, il livello di istruzione, il livello di impoverimento, il riscaldamento globale, il problema economico della perdita del lavoro. Si prendono in considerazione tutti gli elementi correlati a una epidemia di natura globale. Un approccio sindemico tiene conto dei contraccolpi della pandemia in tutti gli altri ambiti: se la pandemia richiede una soluzione di natura clinico-scientifica, la sindemia necessita di una soluzione economica e politica molto più ampia». Per la prima volta nella storia del genere umano – sostengono Morrone e colleghi – la pandemia è diventata sindemia globale. Ma al moltiplicarsi dei problemi non è corrisposto un allargamento della visione globale. O quello che si definisce un “approccio sindemico”, di cui la necessità di una moratoria temporanea dei brevetti è parte integrante. «Ormai dovremmo esserci resi conto che nessuno può trovare una soluzione alla pandemia come se fosse un’isola», prosegue l’infettivologo che da quarant’anni lavora con le fasce più fragili della popolazione in Italia e all’estero. «È ormai evidente che questo virus non è democratico: è esattamente il contrario della livella di Totò perché ha colpito le fasce più indifese e fragili delle nostre società. L’idea che l’India potesse non essere attaccata dal virus era un’idea infantile, e lo stesso discorso vale per l’Africa». Le parole di Modi a Davos – il vanto per un’India che si era salvata dallo “tsunami” della pandemia – erano una risposta politica che non teneva conto della realtà del Paese, che è sì il maggior produttore mondiale di medicinali e vaccini, ma ha un sistema sanitario fragile e poca capacità di organizzazione e distribuzione dei farmaci. «Sono stato a lungo in India, anche in zone rurali molto remote, e ho ricordi dolorosissimi», racconta Morrone. «Quando morivano i pazienti più poveri, c’era il problema di come cremare i cadaveri visto che nessuno comprava legna per loro. Era l’ospedale stesso ad acquistarne un po’, ma si facevano pire con il mimino indispensabile. Il risultato è che per strada c’erano pezzi di cadavere perché i corpi non bruciavano abbastanza… Proviamo a immaginare la gravità della situazione di oggi, con le pire improvvisate per le strade come unica soluzione per evitare una catastrofe igienico-sanitaria ancora peggiore». Dall’India al Brasile, dalle fosse comuni nel Bronx alle bare portata via da Bergamo, fino alle cremazioni in tilt a Roma, veniamo da un anno in cui l’esperienza collettiva della morte non è bastata a farci considerare la sindemia di Covid-19 come un evento talmente straordinario da richiedere un approccio altrettanto straordinario.

Per il direttore del San Gallicano non c’è altra via che «imporre a livello internazionale uno stop temporaneo ai brevetti come è già accaduto durante la Seconda guerra mondiale, quando ci fu l’iniziativa della penicillina. La penicillina si rivelò in quel periodo l’unica vera terapia efficace contro molte malattie, per cui ci fu una sorta di accordo negli Stati Uniti tra le varie industrie per sospendere i brevetti e fare in modo di aumentare il più possibile la produzione. Gli scopritori – Alexander Fleming, Ernst Boris Chain – andarono negli Usa perché avevano bisogno di finanziatori per produrre. Fu un accordo fondamentale: tutta la storia del Dopoguerra è una storia di malattie drammatiche, come la sifilide, sconfitte grazie alla penicillina. Abbiamo bisogno di uno sforzo del genere». L’iniziativa Covax, nata per distribuire circa 2 miliardi di dosi entro la fine di quest’anno ai paesi impoveriti, sta incontrando difficoltà e rigidità che denotano la debolezza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. «L’Oms – osserva ancora Morrone – non è più quella degli anni ’80, sorretta da una visione della salute come bene comune; i suoi finanziamenti sono determinati da grandi società e influenti lobby. L’Oms avrebbe dovuto essere in grado di finanziare nei paesi più poveri almeno le infrastrutture, ma così non è stato e il risultato è che abbiamo perso tempo in una corsa in cui il tempo è tutto. Dobbiamo guadagnare tempo: meno il virus si replica, meno può creare nuove varianti più pericolose, le cosiddette “vaccine escape”, quelle capaci di aggirare o ridurre la protezione dei vaccini».

I vaccini oggi sono la nostra arma da pronto soccorso, come la penicillina per i soldati che morivano per le infezioni. «È evidente – prosegue l’infettivologo – che abbiamo bisogno di produrre vaccini sufficienti a coprire le necessità della popolazione mondiale, ma soprattutto di quella più a rischio di morire».

Morrone smonta dunque le tesi di chi si oppone alla moratoria dei brevetti citando argomenti come la complessità dei vaccini (in particolare quelli a mRna) e il rischio di costituire un precedente dannoso per scoperte future (le aziende farmaceutiche – si sostiene – potrebbero diventare più restie a fare grandi investimenti per lo sviluppo di nuovi vaccini o farmaci, perché alle incertezze legate alle fasi di sviluppo e sperimentazione si aggiungerebbero quelle sul rischio di vedersi sospendere il brevetto). «Nel caso dei vaccini anti-Covid – ribatte l’esperto – c’è stata l’erogazione di fondi pubblici per la ricerca scientifica delle case farmaceutiche, ed è chiaro che anche il rischio d’impresa in questo caso è stato minore». 

Quanto al primo punto, sostenere che i vaccini a mRna siano troppo complessi per essere condivisi significherebbe negare l’aspetto più bello della ricerca scientifica, ossia la sua democraticità, commenta Morrone, che fa l’esempio della poliomielite. Albert Bruce Sabin (virologo polacco naturalizzato statunitense, famoso per aver sviluppato il più diffuso vaccino contro la poliomielite) fu duramente attaccato perché il suo rifiuto a brevettare il vaccino consentì ai paesi oltrecortina di produrre e somministrare vaccini in massa. «Noi abbiamo bisogno che si ripeta questo tipo di logica, in un mondo sempre più interconnesso: dobbiamo salvare il salvabile. Dobbiamo prendere tempo perché non vaccineremo mai 7 miliardi di abitanti. Però se vacciniamo il maggior numero di persone e riusciamo a prendere tempo, è possibile che questo virus diventi endemico. L’ideale sarebbe arrivare a una forma di virus endemico contro il quale vaccinare periodicamente soprattutto le fasce più a rischio e più vulnerabili».

Ed è qui che ritorna il concetto di sindemia, una visione attorno a cui convergono leader religiosi ed esperti di politica sanitaria. «La soluzione di una malattia infettiva è la terapia; la soluzione di una sindemia deve venire dalla medicina, dalla scienza, ma anche dalla politica e dall’economia», argomenta Morrone, che la settimana scorsa ha partecipato alla vaccinazione delle persone più povere in Vaticano, nell’Aula Paolo VI. Alcuni credono ancora che l’apartheid sia una strategia per salvarsi dal virus (Regno Unito, Israele); altri hanno usato i vaccini come strumento di egemonia geopolitica (Cina, Russia); altri ancora hanno impiegato mesi per “liberare” dosi AstraZeneca inutili a livello interno ma preziosissime oltreconfine (Stati Uniti). Nessuno – tanto meno l’Unione Europa – ha chiesto un incontro alle Nazioni Unite, un’assemblea speciale e permanente dell’Oms. Si è data la parola a una serie di esperti, «ma noi esperti – conclude il nostro – tendiamo spesso a guardare più il nostro ombelico che il mondo». Le immagini di quei cadaveri che bruciano – o non riescono a bruciare – ci dicono che non sarà mai troppo tardi per chiedere una risposta coraggiosa a un dramma globale.


(HuffingtonPost, 27 aprile 2021)

di Nicole Janigro


«La pandemia ci ha fermati, un fermarsi che può dimostrarsi produttivo e fecondo. La pandemia è un effetto della crisi ecologica, ci invoca in questo agire dissennato e predatorio, in questa hýbris onnipotente, e ci riconsegna alla necessità del limite». A fine gennaio, in uno degli incontri che radio tre ha dedicato al tema della cura, Elena Pulcini intrecciava parole sorelle e concetti fratelli per descrivere l’esperienza globale di vulnerabilità e offuscamento, per sottolineare, ancora una volta, la sua idea di cura come disposizione affettiva e pratica, capacità quotidiana dell’impegno.

Una tematica che, insieme a quelle delle passioni e del dono, ha nutrito un percorso intellettuale di grande rilievo, anche sulla scena internazionale, condiviso nello scambio con allievi e colleghi, punteggiato da testi seguiti da un ampio pubblico di lettori, mosso da un’idea di spiritualità legata a una visione della comunità e a un sentimento religioso vicino in modo non formale all’insegnamento cristiano. Nella prospettiva di un mondo nuovo che azzarda l’utopico dove pratiche collettive e solidali non si danno senza un’esposizione personale.

Il nove di aprile il Covid si è portato via Elena Pulcini. Era nata a L’Aquila il 10 marzo 1950. Tutti quelli che hanno potuto hanno partecipato alla cerimonia funebre in suo ricordo che si è svolta a Firenze nella chiesa di San Miniato al Monte. E già in tanti torniamo alle riflessioni che la filosofa aveva sviluppato e, nell’ultimo anno, incessantemente puntualizzato.

Per la studiosa la cura è una parola matassa dalla quale sfilare temi che intersecano discipline diverse per perseguire una rifondazione dell’idea di soggetto. In un superamento di gerarchie valoriali, in una prospettiva che si propone di rovesciare il tradizionale dualismo tra ragione e passione, le emozioni diventano il vettore di un orientamento capace di trasformare l’isolamento sovrano dell’homo oeconomicus, la cui logica riduzionista ha messo in pericolo non solo l’ambiente naturale, ma la vita stessa dell’essere umano.

«Perché ci prendiamo cura anche quando non siamo legati da legami personali? Perché lottiamo per la giustizia anche quando non ci riguarda direttamente?» sono gli interrogativi che aprono Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (Bollati Boringhieri, 2020), il suo testo più recente che sviluppa e approfondisce le considerazioni di La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, 2009). Elena Pulcini sceglie un punto di vista originale, quello di una psicologia morale, per «affrontare il problema delle motivazioni affettive che stanno a fondamento sia della domanda di giustizia sia della disposizione alla cura». Il distinguere le molteplici declinazioni della vita emotiva la conduce a sottolineare la potenzialità etica delle emozioni che qui usa spesso come sinonimo di passioni. È un’etica della cura che, sovvertendo il codice egemonico degli ultimi secoli, mette al centro la vulnerabilità della condizione umana, indissolubile da una ferita che nutre anche le passioni, sia quelle positive che negative. In particolare all’invidia ha dedicato diversi testi, tra cui Invidia. La passione triste (il Mulino, 2011).

L’affettività della cura riparte dal pensiero delle donne, dalla costanza e continuità della pratica femminile: una forma di vita che può diventare scelta di vita (una sintesi molto efficace di questo aspetto decisivo del suo pensiero è Soggette alla cura o soggetti di cura? in Dare corpo prendere corpo: donne che creano, rivista di psicologia analitica, n. 87, 2013).

Questa cura, per non essere svalutata, come storicamente è avvenuto, richiede una teoria capace di integrare i diritti formali, libertà e uguaglianza, con il bisogno di un soggetto, sempre diverso, scosso dalla paura e dall’incertezza. Una condizione segnata inesorabilmente dal peso emotivo della dipendenza e dall’insormontabile del corpo. Nella quale non siamo soli. E che non si ferma, però, per l’autrice, alla metafora materna, all’immagine archetipica di un grande e di un piccolo. L’attenzione alla postura del soggetto proteso verso qualcosa che si trova fuori di sé, l’immagine di un soggetto inclinato, nella prospettiva di Adriana Cavarero nel suo Inclinazioni. Critica della rettitudine (Cortina, 2014). Per Elena Pulcini il “quadro” madre-figlio «rischia di congelare le due parti della relazione nei ruoli fissi del soggetto (inclinato) e dell’altro (vulnerabile)».

In Tra cura e giustizia propone una rappresentazione dove «la cura non è altruismo, ma un’attività cooperativa in cui gli interessi del caregiver e del care receiver sono interdipendenti». Difficile non pensare al modo in cui il virus ha inciso nel rapporto tra medico e paziente – anche chi cura può essere contagiato – l’esigenza della protezione in simultanea di se stessi e dell’altro. Un comportamento imposto, eppure capace di prefigurare la “nuova etica” delineata da Elena Pulcini. Dove diventa costitutiva la relazione tra cura e giustizia – e anche qui difficile non pensare al criterio di scelta della precedenza nelle vaccinazioni. L’autrice cerca di indicare una via per superare l’unilateralità di pubblico e privato, di un criterio astratto (maschile) e di un criterio attento al bisogno (femminile). Il paradigma razionalistico, che immagina i soggetti tutti uguali, liberi e indipendenti, non riconosce la realtà del bisogno. Il soggetto unico oggi non si basta più, rischia di autodistruggersi per gli effetti divenuti disfunzionali del modello liberale e contrattualistico.

È una pratica sociale che può rendere possibile l’integrazione di «un valore rimosso o comunque marginalizzato», come la cura, con una giustizia destituita dalla sua posizione dominante. Il punto di congiunzione tra le due etiche sta tutto e ancora nel concetto di vulnerabilità: condiviso dai filosofi dell’alterità (Lévinas, Ricœur, Jonas) e da voci anche molto diverse del pensiero femminista, «sembra assumere un ruolo fondativo nel proporre percorsi alternativi ai paradigmi mainstream della modernità, opponendo a un’ontologia individualista un’ontologia relazionale».

Interessante la vicinanza con diverse riflessioni della psicoanalisi contemporanea che invitano a un pensiero critico sulla condizione dell’individuo, mettendoci di fronte a una situazione di pericolo per l’Io-mondo, a partire dal concetto freudiano di Hilflosigkeit, l’esperienza originaria di impotenza che richiede l’intervento di un altro “essere prossimo”. Christopher Bollas parla di soggetticidio, arriva a prefigurare il rischio della scomparsa della specie, Anna Ferruta parla di una cura per «la sopravvivenza e lo sviluppo del vivente».

Elena Pulcini non condanna l’individualismo, e non parla di narcisismo, ma mette in guardia dal dilagare della passione dell’egoismo illimitato, dal desiderio “immunitario”, illusorio in un mondo globalizzato. Che può diventare «una società decente» se riuscirà a essere “civile” progredendo attraverso la cooperazione di un «soggetto emozionale che approda alla metamorfosi in quanto si lascia decentrare dalla dinamica relazionale delle passioni». Allora non a caso, pur ripercorrendo la storia novecentesca del concetto di empatia fino ai suoi approdi più attuali come quello dei neuroni specchio, l’autrice fa un passo indietro.

Torna alla simpatia, che presuppone la reciprocità e il benessere dell’altro, a partire dal pensiero illuminista di Hume e Smith e dalle scienze biologiche ed etologiche. Siamo così più vicini all’idea di sentimento morale, indispensabile per la rifondazione di una teoria della soggettività etica, che chiede azione e impegno per essere capaci di «coerenza tra la nostra vita emotiva e la nostra vita activa». Per appartenere a una comunità.

È la responsabilità che tutti abbiamo nei confronti dell’altro inteso, in questa paidéia delle emozioni, come l’Altro distante nello spazio (ovvio i migranti, ma non solo, tutti quelli che verrebbe da definire “loro”), e nel tempo, il non-ancora delle generazioni future. Per Elena Pulcini è una promessa: per affrontare l’incertezza del futuro, per renderlo possibile.


(Doppiozero, 27 aprile 2021)

di Elisa Messina


Non ama il glamour e il divismo, Frances McDormand. Anzi, se ne fa beffa. Da sempre. Lo si è visto bene nella notte degli Oscar 2021 che le ha consegnato, a 63 anni, la terza statuetta della sua carriera come miglior attrice per il film «Nomadland» della regista cinese Chloe Zhao, pellicola che ha trionfato vincendo anche come miglior film (di cui Mc Dormand è co-produttrice) e miglior regia. Certo, un’edizione “dimessa” questa degli Oscar 2021, limitata da restrizioni e distanziamenti, in un’America provata dalla pandemia e dove i cinema sono rimasti chiusi per mesi e mesi. In nome di un ritorno alla “normalità” non si è voluto rinunciare al consueto red carpet (in versione statica) degli ospiti, ovvero la celebrazione più alta del glamour e del divismo hollywodiano. Ma nella notte che ha consacrato il «girl power» McDormand (e non solo lei) si è presa la sua bella rivincita su quel glamour e sui suoi diktat.

Il discorso e «l’ululato» di ringraziamento

McDormand ha vinto per la sua interpretazione di Fern in «Nomadland», una sessantenne che durante la grande recessione sceglie, come altri americani disperati, di vivere da nomade, alloggiando in un van e facendo lavori saltuari. Nel suo discorso di ringraziamento ha citato il Macbeth «Non ho parole: la mia voce è nella mia spada» e poi, con parole sue: «Sappiamo che la spada è il nostro lavoro e a me piace il lavoro, grazie per averlo riconosciuto e grazie per questo». Ma quello che tutti ricorderanno negli anni a venire sarà il suo ululato di ringraziamento dopo aver detto, brandendo la statuetta vinta da «Nomadland», «questo lo diamo al nostro lupo». Un vero ululato alla luna che sarebbe già pronto a diventare un meme se non nascesse da un dramma: era un omaggio a Michael Wolf Snyder, tecnico del suono del film, morto suicida quest’anno.

Spettinata in abito da sera

C’è un altro dettaglio che vale la pena sottolineare della notte degli Oscar “interpretata” da McDormand: il suo look. Abito da sera nero lineare, con il solo vezzo delle piume di struzzo agli orli delle maniche e nessun tentativo di hairstyling, anzi: una forcina infilata alla buona rivelava la ricrescita sulle tempie. Ecco il bello, anzi la bellezza di questa antidiva: mostrandosi semplicemente com’è ci dice che la notte degli Oscar non vale una messa in piega. E che sono altre le cose importanti a cui prestare attenzione: è il suo grido di speranza lanciato sul palco per tornare quanto prima possibile al cinema “shoulder to shoulder” spalla a spalla, è questo film corale che è stato celebrato in modo corale anche nella vittoria, con attrici, attori produttrice e regista insieme sul palco.

«McDormand, una di noi»

«Frances McDormand è una di noi» si leggeva stamattina sui social da una parte all’altra dell’Oceano. Perché grazie a quella chioma scombinata ha ricordato che un anno di isolamento e di pandemia ha segnato tutte le donne anche in certe piccole cose come tingere i capelli: sia una scelta per stare bene con se stesse e non un obbligo dettato da canoni di bellezza e di apparenza, dalla paura di invecchiare, dal timore del giudizio degli altri. 
Ci piace la spettinata (e scolorita) McDormand come ci piacciono le trecce della sua regista, ChloeZao, arrivata alla serata degli Oscar con le sneaker. Come ci piace Laura Pausini elegantissima e perfetta in Valentino. Se c’è una nuova vincitrice in questa edizione degli Academy Awards è la libertà delle donne di apparire finalmente come vogliono (sì, quella che gli uomini hanno sempre avuto) senza essere giudicate inappropriate.

Quel discorso del 2018

Nel caso di Frances McDormand nessuno stupore, lo abbiamo detto: è una tosta, un’antidiva da sempre, detesta lo star system, tutto quello che si porta dietro compresi red carpet e interviste. I suoi gesti sono potenti e restano. Nell’edizione 2018, sembra una vita fa ma sono solo tre anni, brandendo il suo secondo Oscar per «Tre manifesti a Ebbing, Missouri», pronunciò un memorabile discorso femminista rivolto a tutte le lavoratrici dello spettacolo e ricordando «l’inclusion rider», la clausola contrattuale che obbliga le produzioni a non fare discriminazioni di genere. Le ospiti in sala si alzarono tutte in piedi e Meryl Streep applaudiva con le lacrime agli occhi. Stanotte si è portata a casa la sua terza statuetta, eguagliando per l’appunto Meryl Streep e Ingrid Bergman (ne manca solo una per raggiungere Katharine Hepburn che detiene il primato sia per gli uomini che per le donne). E ancora una volta Mc Dormand ha usato quel palco e se stessa per ricordarci cosa conta davvero: sorellanza, lavoro, riconoscenza. Tutto il resto sono fronzoli graziosi. 


(Corriere della Sera, 26 aprile 2021)

di Redazione


Nell’aprile del 1961 si apriva a Gerusalemme il processo al criminale nazista Adolf Eichmann. Quest’anno cade il 60° anniversario. Da tempo la giornalista investigativa Gaby Weber fa ricerche sulla falsità e le incongruenze dell’impianto processuale. Ne abbiamo parlato con lei nell’intervista La banalità del potere. Ci affascina la tenacia con cui Gaby, che vive tra Berlino e Buenos Aires, cerca una verità occultata per generazioni e generazioni. Con cause legali e lavoro d’inchiesta ha scoperto verità importanti, ma per noi Erbacce ciò che conta è soprattutto lei, Gaby, che raccoglie il filo di altre donne, quelle che «guardano il mondo con occhi spalancati», come scriveva Edith Stein e che ricorrono all’ironia per dire la verità, come spesso ha fatto Hannah Arendt. Se c’è un passato di bugie, c’è un presente di bugie. Fatti scottanti e attuali su cui Gaby ha scritto articoli e realizzato documentari, come la fusione Bayer-Monsanto, la politica della BCE, le manifestazioni contro il lockdown, hanno origine da un passato che lei non perde mai di vista. 
Pochi mesi fa, ha pubblicato un nuovo documentario, Pimpel und Blaustern, che vi proponiamo nella versione in inglese, Pimpel and Bluestar. Ce lo racconta in una breve intervista, ma vi invitiamo a guardarlo con attenzione, è avvincente e liberatorio.

Nel documentario, parli della posizione dei media oggi sul processo Eichmann.

Il processo è stato a lungo celebrato come una “tappa importante per i diritti umani” e come “processo del secolo”. Il cartello internazionale dei media, continuando a sostenere questo mito, vuole continuare a falsificare la storia. È uno spettacolo mediatico imbarazzante. La televisione pubblica tedesca ha progettato un focus tematico di diverse ore e la televisione israeliana, insieme a Metro-Goldwyn-Mayer Studios, Tadmor Entertainment e Alice Communications, una serie su Eichmann. 
Nessuno nelle redazioni sospettava che poco prima dell’anniversario, il BND, il servizio di intelligence estera della Germania, mi avrebbe consegnato una serie di file segreti. Avevo già fatto causa al BND nel 2008 chiedendo il rilascio dei suoi dossier Eichmann, all’epoca avevo ricevuto 3000 fogli, ma diversi documenti sono rimasti segreti. Pertanto, l’anno scorso ho presentato una nuova richiesta. I giornalisti investigativi o quelli che hanno già indagato sanno che le protezioni scadono dopo 60 anni, mentre è raro che le redazioni televisive se ne interessino. Gli ho fatto causa comunque, perché anche il governo di Angela Merkel vuole mantenere segreti i dossier nazisti.

Quali sono i punti salienti del documentario? 

I nuovi documenti dimostrano che non è stato un processo secondo lo stato di diritto, ma un processo spettacolo. Il BND e il Mossad hanno tirato le fila, soppresso prove, fatto in modo che l’avvocato di Eichmann fosse Robert Servatius, sul libro paga del BND dal 1955, e che rappresentasse gli interessi della Cancelleria federale e del governo israeliano contro la volontà esplicita del suo cliente. La giovane Germania di Bonn temeva che il nome di Hans Globke, ex nazista braccio destro di Adenauer, venisse menzionato al processo, innescando così una discussione sulla continuità del nazionalsocialismo. 
Il primo ministro israeliano David Ben Gurion interferì personalmente nel processo e voleva impedire ai testimoni di comparire. 
E poi, perché un processo in Israele? La Germania sarebbe stata la sede appropriata. C’era un mandato d’arresto della procura di Francoforte sul Meno, firmato dal procuratore capo Fritz Bauer, un socialdemocratico antifascista di origine ebraica. Un processo a Francoforte avrebbe costretto la società tedesca occidentale a smettere di occultare la persecuzione degli ebrei e avrebbe scatenato un terremoto politico sulla questione dei veterani nazisti che ricoprivano cariche nell’amministrazione e nel governo.


(Erbacce, https://www.erbacce.org/il-peso-della-memoria/, 26 aprile 2021)

di Luciana Piddiu


Non saranno gli artifici linguistici del politicamente corretto a cambiare i dati reali. La differenza sessuale, che piaccia o no, non è un’opinione. È ciò che ha consentito alla nostra specie di riprodursi e sopravvivere.


Non riconoscersi nel proprio corpo è sicuramente una condizione dolorosa. E non basta dire, come si fa di solito, che coloro che vivono questa sensazione si sentono a disagio. L’atopia, il non esserci dentro la propria pelle, è una sofferenza che si tenta di superare cercando di adeguare la propria figura alle sensazioni che si provano. Se si nasce biologicamente maschi ma ci si sente femmine, o viceversa, si cercherà negli atteggiamenti, nel modo di porsi, nel plasmare il proprio corpo attraverso le cure mediche, di assumere le sembianze desiderate. E tuttavia il disconoscimento del corpo con cui si viene al mondo non può mai approdare alla cancellazione di quel medesimo corpo, al suo annullamento in favore di quello nuovo, acquisito con caparbia ostinazione e fatica. Un maschio che si senta femmina può assumerne le sembianze, ma in ogni cellula del suo corpo rimarrà sempre iscritto, a caratteri di fuoco, XY, il marchio originario. E lo stesso vale per le nate femmine che si sentono maschi.

Nella tradizione partenopea, che Marina Terragni ha recentemente richiamato nel suo blog, ci sono parole per designare i maschi e le femmine che non si sentono tali: femminielli e masculille. Ma la lingua che dice il mondo (sia pure ogni lingua a modo suo, come sosteneva R. Steiner) mette l’articolo determinativo maschile davanti a femminielli – i femminielli – quasi a significare che, pur con sembianze femminili, i maschi rimangono tali. Analogamente masculille richiede l’articolo determinativo femminile – le masculille – a dispetto delle loro sembianze maschili.

Mi si può obiettare che è il linguaggio a definire la realtà e non viceversa ma la questione è e rimane controversa; in ogni caso non saranno gli artifici linguistici del politicamente corretto né gli articoli di una legge discutibile a cambiare i dati reali.

Quello che si può fare per proteggere coloro che non si riconoscono nel proprio corpo è accettarli per come sono, non discriminarli, né a maggior ragione farli oggetto di insulti e violenze. Le leggi per garantire questi diritti ci sono già. Se mai si deve lavorare per cambiare la mentalità di coloro che si sentono minacciati da queste presenze. Ma non si può – per farli sentire ‘uguali’ agli altri – negare a noi stessi la realtà.

Se io – femmina nata da femmina – ho le regole, la capacità di generare figli e di allattare, pretendo di essere riconosciuta come tale. Non accetto da parte di chicchessia di essere nominata ‘persona che sanguina ogni mese’ o insultata con epiteti violenti come ‘persona col buco davanti’ o ‘produttrice di latte’. La differenza sessuale, che piaccia o no, non è un’opinione. È ciò che ha consentito alla nostra specie di riprodursi e sopravvivere. Se un essere umano maschile opera la transizione, ha tutto il diritto di farlo, dobbiamo accettarlo e proteggerlo. Potrà pure sentirsi donna, perché ‘donna non si nasce, lo si diventa’ come sosteneva Simone De Beauvoir. Ma la decostruzione del determinismo biologico ha un limite oltre il quale non si può andare. 

Non potrà pretendere di appropriarsi di quella meravigliosa facoltà che la natura ci ha concesso, per la quale l’umanità ha adorato, per millenni, come prima divinità la dea ‘madre’, né potrà provare la jouissance di sentire nel proprio ventre la vita che lievita e si rinnova, come ha magnificamente scritto Annie Leclerc. Nessuno nasce dalla “testa del padre”, come il mito di Atena vorrebbe far credere.


(Micromega, 26 aprile 2021)