di Alberto Leiss
Che pensare del fatto che in Italia si fanno pochi, pochissimi figli? Abbiamo sentito Mario Draghi («un’Italia senza figli è un’Italia che non crede e non progetta») e il Papa che apprezza l’idea governativa dell’«assegno unico» per sostenere la riproduzione della specie italica.
Certo ci sono buoni propositi, ribaditi dal premier, per rimuovere o mitigare le difficoltà che sconsigliano alle giovani donne e alle giovani coppie di mettere al mondo altre creature.
Ma ieri, con un lungo articolo sul Foglio, Ritanna Armeni ha nominato una evidenza rimossa in tutta questa non nuova discussione sul calo demografico: si fanno meno figli perché le donne scelgono liberamente di non farli. E questa scelta non è dovuta, molto spesso, al disagio delle condizioni economiche e materiali, ma a un modo diverso di intendere la propria vita e, appunto, la propria libertà. «Le donne – osserva Ritanna Armeni rivolgendosi a Mario Draghi, del quale pure apprezza le intenzioni – non vogliono diventare madri proprio perché sono più libere e non soggette all’autorità maschile».
Certamente sarà utile, se alle promesse seguiranno i fatti, aumentare gli asili nido, eliminare il gap salariale, promuovere l’occupazione femminile, spingere i maschi a occuparsi un po’ di più delle faccende domestiche e dei figli prevedendo congedi familiari, ecc. Ma ciò che è più importante per resuscitare il desiderio di procreare è «dare alla maternità un ruolo sociale fondante e lasciare alle “cattive ragazze” tutta la loro libertà e, se la vogliono, altra ancora». Ciò che implica «una rivoluzione culturale e materiale».
Una rivoluzione simbolica, aggiungo io, che compete principalmente a noi maschi, se ci decidessimo a vedere che «una sfida positiva alla nuova libertà femminile» vuole «un rovesciamento di mentalità». Pensiamo soltanto alla cultura diffusa di quegli imprenditori, perlopiù maschi, che quando assumono una donna sono preoccupati prima di tutto che non pensi di rimanere incinta. O a tutti quei sindacalisti che non vedono come per affrontare adeguatamente il tenere insieme l’aumento del Pil e quello delle nascite ci vorrebbe un’altra rivoluzione nel modo di concepire il rapporto tra vita e lavoro.
Tra l’altro in una fase in cui la rivoluzione tecnologica, se fosse gestita nell’interesse dei molti anziché dei pochi già privilegiati, consentirebbe davvero di lavorare meno, lavorare tutti e tutte, e vivere meglio. Un cambiamento così profondo nelle menti maschili però sembra molto difficile. Bisognerebbe chiedersi il perché. Forse manca un pensiero maschile adeguato proprio sulla maternità, oltre che sulla paternità. Il che vuol dire intanto pensare meglio al rapporto con la propria madre, e con la madre, reale o ipotetica, dei nostri figli.
Ci siamo trastullati per circa un secolo con la faccenda dell’«invidia del pene» da parte delle donne. Freud è stato un grande genio, ancora troppo poco studiato da chi si occupa di cose pubbliche e di sentimenti individuali e collettivi, ma credo che su questo punto abbia preso una cantonata. Guardando ieri la copertina dell’Espresso, che provocatoriamente sostiene nuovi diritti col disegno di un maschio con la pancetta di una gravidanza e la scritta «la diversità è ricchezza», ho provato una sensazione di disagio. E pensato che, chiunque abbia immaginato e disegnato quella figura, a me parla di un profondo e pericoloso sentimento di invidia maschile per la capacità femminile di metterci al mondo. Abbiamo forse il sapere tecnico scientifico per cambiare radicalmente il nostro modo di esistere.
Guai se prevalessero i desideri più oscuri di chi finora ha avuto più potere.
(il manifesto, 18 maggio 2021)
di Antonietta Lelario
Un punto su cui non si fa sufficiente chiarezza è che la critica di alcune e alcuni di noi al ddl Zan non è rifiuto di un progetto di legge contro l’omofobia. Personalmente, proprio perché ritengo che prima venga la coscienza sociale di un problema e poi la sua traduzione in legge, considero ormai maturi i tempi di una legge. Del resto noi donne abbiamo aperto la strada con la legge contro la violenza maschile.
Anche solo guardando la Regione in cui abitiamo, la Puglia, registro che il presidente di regione più apprezzato e sostenuto anche dalle donne è stato Vendola, un omosessuale dichiarato, che Vladimir Luxuria, una transessuale, è stata eletta al parlamento e ha esercitato il suo mandato come deputata durante il secondo governo Prodi, che a Foggia c’è stato un gay pride che ha visto una grande partecipazione popolare, in particolare femminile e giovanile.
Inoltre, lo stesso consenso al ddl Zan mostra l’ampiezza di un’area sociale che rifiuta l’odio contro lesbiche, omosessuali e trans.
Su che cosa allora in quest’area si creano conflitti e come possiamo gestirli in modo che le differenze che essi implicano siano occasioni di crescita culturale per tutti?
Premetto che, come dice egregiamente Ida Dominijanni, si poteva scegliere l’ampliamento della legge Mancino a tutte le persone, qualsiasi sia il loro sesso o la loro condizione, lasciando il dibattito sulle formulazioni linguistiche, sesso, genere, identità, natura, cultura, storia, alla sua sede più propria che è la politica, senza determinarle nel diritto penale.
Infatti ancora non c’è interpretazione univoca e diffusa: chi, praticando solo la lingua comune, sa dire che cosa si intende per genere e identità di genere? E che differenza c’è fra sesso e genere?
Fino ad ora siamo stati liberi/e di assumere una parola o l’altra essendo le questioni a cui loro si riferiscono, e noi, in pieno cambiamento, il che rende la scelta profondamente politica.
Dovendo però fare i conti con una legge penale, dobbiamo chiarire perché molte di noi con una lunga storia di femminismo alle spalle preferiamo e chiediamo al ddl Zan termini più vicini all’esperienza come sesso, uomini, donne, omosessuali, lesbiche e transessuali. Lo facciamo perché mantengono un legame con la materialità del corpo, perché non gli contrappongono l’onnipotenza della parola con la quale possiamo dichiarare di essere ciò che vogliamo. Infatti i passaggi da un sesso all’altro, se avvengono con amore per il proprio corpo, non ne cancellano la complessità. Un trans o una trans sanno di non essere un uomo o una donna. L’approdo non cancella il cammino.
La pretesa onnipotente di cancellare con le parole ogni relazione con ciò che siamo o con il nostro percorso è il contrario di ciò che capiamo dalla relazione materna che invece ci insegna a essere consapevoli della nostra dipendenza, ci ricorda il senso della fragilità umana e ci lascia la riconoscenza come collante sociale. È un nuovo ordine simbolico.
È ciò di cui siamo portatrici come donne, e che vale per tutti, invece si preferisce la strada dell’aggiungere diritto a diritto in un corpo a corpo continuo che elude la trasformazione culturale profonda di cui c’è bisogno.
Noi siamo l’unico soggetto politico che non chiede inclusione nell’ordine simbolico e sociale dato, ma va alle origini del patriarcato e, chiedendone il superamento, indica un altro ordine di senso per ogni questione, dall’ambiente all’economia, dalle relazioni fra uomini e donne al legame di ciascuno/a con il proprio sesso. Gran parte del cammino è stato fatto in uno scambio reciproco arricchente con amiche lesbiche. Per questo a dare battaglia sul linguaggio del ddl Zan in primo piano ci sono Arcilesbica e le amiche dell’UDI, oltre al femminismo della differenza e a quello radicale.
Insieme abbiamo inferto colpi all’idea del corpo femminile ridotto a oggetto, e se il corpo non è un oggetto da usare a piacimento o da smembrare cade anche l’idea che qualcuno o qualcuna possa essere proprietà di un altro. Si scoprono così i guasti enormi provocati dalla logica del dominio.
Cosa difficile da capire per chi non si è mai misurato con l’ampiezza del nostro discorso e ha ridotto le donne alla necessità di asili e tutele, proponendo come orizzonte ciò che gli uomini hanno voluto per sé!
Mentre sta avvenendo questa rivoluzione, l’unica non cruenta, la comunicazione si è riempita di espressioni gergali come la parità di genere, la differenza di genere, espressioni che sono confluite nel ddl in questione. Il nostro conflitto con queste parole non è recente. Le circolari scolastiche utilizzano questo linguaggio da anni creando spazi separati e competenze specialistiche per parlare di questo tema, come se la differenza di cui noi siamo espressione possa essere separata da noi per diventare una questione “di cui occuparsi”.
Quell’ansia gioiosa di essere “io e te” in comunicazione per esplorare chi siamo, in un processo che evita come la peste definizioni e formule prestabilite, rischia di essere soffocata da questo formulario e dalla concezione che esprime, in cui corpi e saperi si spezzettano a piacimento.
Sembra di tornare alla “questione femminile”: un contenuto oggettivato da imparare e ripetere per adeguarsi al conformismo imperante.
Ora il Covid ci costringe a pensare ai guasti generati dall’ideologia patriarcale, che ha preteso di dominare la natura asservendola ai propri interessi. Ora più forte è l’esigenza di assumerci la nostra fragilità e le paure che questo comporta. Ora più urgente è imparare a stare all’esperienza che stiamo vivendo con parole aderenti e coraggiose. Ora dobbiamo cercare non una nuova ideologia, ma un nuovo pensiero e risposte ai problemi che è possibile trovare solo stando strettamente attaccate e attaccati alla vita.
Per questo tanto meno sopportabile è la fuga nell’astrazione di quel linguaggio.
Anzi, occorre ricordare che la lotta all’eccessiva burocratizzazione che molti riconoscono come urgente, in tutti i campi, parte anche da qui, dalla presa d’atto che un linguaggio lontano dall’esperienza, che moltiplica le casistiche e le differenze, dimentica l’essenziale. Proprio quello che rischia secondo me, e non solo secondo me, il ddl Zan così come è formulato.
E la cocciutaggine con cui i promotori rifiutano ogni confronto, da qualunque parte provenga, lascia aperta la domanda: cui prodest?
(Attacco, 18 maggio 2021)
di Irene Soave
Foxglove è il nome inglese della digitale, pianta che secondo le dosi è mortale o curativa. L’hanno scelto quattro professioniste per il loro collettivo contro gli usi antidemocratici della tecnologia. E a noi piace pensare che sia la digitale a curare qualche stortura del digitale.
(La redazione del sito)
Le fondatrici di Foxglove sono Cori Crider, avvocata texana e autrice di un documentario sull’intelligenza artificiale per Al Jazeera, 39 anni; Rosa Curling, avvocata britannica, 42, e Martha Dark, 33, già manager in diversi gruppi per i diritti umani. Già da prima, colleghe e amiche. A loro si è poi unita una ricercatrice, la 27enne Hiba Ahmad. «Tutto è nato nel 2019, durante una serie di brunch nelle nostre case», racconta Dark. «Discutevamo sempre più spesso casi di lavoro che mostravano l’uso antidemocratico della tecnologia». La rete è nata rapidamente.
La prima causa intentata da Foxglove è stata vinta ad agosto 2020. L’Home Office britannico si è visto costretto dal giudice a dismettere un algoritmo chiamato Streaming Tool, che dal 2015 divideva le richieste di visti sulla base di una serie di fattori, primo fra tutti la nazione di provenienza, che risultavano «discriminatori». I richiedenti da Paesi «sospetti» (che più probabilmente avrebbero cercato di restare in Regno Unito) ricevevano un rating negativo. «Stava diventando una corsia preferenziale per bianchi», aveva commentato la direttrice Cori Crider.
Algoritmi simili sono usati dalle amministrazioni pubbliche di molti Paesi europei in ogni ambito, dal welfare alla scuola, e vari gruppi di cittadini come Foxglove ne discutono l’equità. Nei Paesi Bassi ad esempio il governo ha dovuto cessare di usare Syri, un algoritmo che «schedava» i cittadini a basso reddito determinandone l’idoneità a ricevere sussidi e la possibile tendenza a frodare il fisco. «E ad Amsterdam l’amministrazione cittadina ha accettato di informare sempre il pubblico sugli uffici pubblici che si avvalgono di algoritmi», spiega Dark. «Sarebbe un traguardo avere ovunque un obbligo così. Spesso non sappiamo in quali ambiti il governo usi servizi tech di grandi aziende, e che criteri imposti. La tecnologia, che serve in teoria per rendere la burocrazia più efficiente, diventa un modo fintamente neutrale di applicare politiche a svantaggio dei deboli».
Questi temi sembrano spesso astratti o tecnici. «Ma è stato con la causa per gli esami di maturità che abbiamo visto la gente davvero protestare, per la prima volta, contro gli algoritmi», spiega Dark. La scorsa primavera, causa Covid, il governo britannico ha sospeso gli esami. Gli studenti sarebbero stati valutati da un algoritmo, studiato dall’agenzia governativa Ofqual, che avrebbe tenuto conto delle loro performance di tutte le superiori. Il punteggio finale sarebbe servito per l’ammissione all’università. L’algoritmo però, dati alla mano, sembrava favorire gli studenti delle scuole private rispetto a quelli di alcune pubbliche: Foxglove fornì assistenza legale non profit a Curtis Parfitt-Ford, uno studente che ha poi raccolto 250mila firme contro il piano, e il governo lo sospese. Ora Foxglove sta preparando una causa al governo: alcuni funzionari, e anche Boris Johnson, comunicano tra loro su app di messaggi «a scomparsa» come Signal, «in modo contrario alla trasparenza».
Un altro ambito d’azione di Foxglove, infine, sono i diritti dei lavoratori di aziende tech come Uber o Facebook: da un anno ad esempio supportano i moderatori di Facebook, nella sede irlandese dell’azienda, perché ottengano migliori condizioni di lavoro e un risarcimento per i danni psichici dovuti – fra l’altro – alle immagini che passano il tempo a rimuovere, perlopiù di violenza, sessuale e non, anche su bambini e animali. «Che siano i governi o le big tech, ogni giorno chi è in posizione di potere usa la tecnologia a svantaggio di tutti noi, trattandoci come numeri e non esseri umani, detentori di diritti. Il nostro compito è ricordare che i diritti li abbiamo, e farli valere».
(Corriere.it, 18 maggio 2021)
di Zikhron Yaaqov
Il Wadi Kabara è adesso un torrente di foglie verdi, d’acqua si riempie solo con le tempeste invernali e scende verso il Mediterraneo nella piana dove i nonni di Fania sono arrivati alla fine del secolo scorso. La villetta sta su una delle colline che formano le pendici a sud del monte Carmelo, sull’altro versante i cubi bianchi delle case salgono fino a sostenere l’edificio più grande di tutti, una moschea dalla cupola verde.
Di qua Zikhron Yaaqov, di là Fureidis. In mezzo l’incrocio e i semafori dove la figlia di Amos Oz si è presentata giovedì pomeriggio con i vicini di casa per distribuire fiori e spighe di campo agli automobilisti, che da queste parti sono in gran parte arabi, rappresentano il 20% della popolazione israeliana e vivono soprattutto qui in Galilea. «Speravamo che gli abitanti del villaggio si unissero a noi. Allo stesso tempo non volevamo presentarci come i colonialisti bianchi e liberal che costringono gli altri a un abbraccio. Abbiamo aspettato: sono arrivate alcune mamme con i bambini, gli uomini poco dopo, alla fine si sono presentati anche i due sindaci. Mio figlio ha offerto un fiore all’autista arabo di un bus e lui è scoppiato a piangere».
Fania Oz-Salzberger insegna Storia all’università di Haifa, un’altra delle città dove la convivenza tra ebrei e arabi è più stretta, un’altra delle città dove in questi giorni quella convivenza si sta strappando lacerata dalla violenza. Con il padre, scomparso il 28 dicembre di tre anni fa, ha scritto un libro per spiegare il rapporto degli ebrei con le parole e da una parola comincia: «Sevev appare nell’Ecclesiaste per indicare che – come il Sole – tutto gira e ritorna allo stesso punto. È il termine che usano i generali per definire questi scontri con Hamas a Gaza: non una guerra, neppure un’operazione militare, un altro giro. Come se dovesse ripetersi per comando divino: questo è il linguaggio del fatalismo e della disperazione».
Il coprifuoco non è bastato a fermare i disordini a Lod: martedì abitanti arabi hanno assaltato e dato alle fiamme le sinagoghe, la stessa notte un ebreo israeliano ha sparato e ucciso un arabo israeliano, giovedì un ebreo è stato ferito, ieri una bomba artigianale è stata lanciata verso un gruppo di donne ebree. «I rivoltosi arabi sono certamente più numerosi. Ma vedere questi progromchiks ebrei incendiare i negozi di proprietà degli arabi e picchiare un passante con l’asta che tiene la bandiera israeliana mi procura una profonda vergogna. Fanno agli arabi per le strade quello che i miei bisnonni hanno dovuto subire in Est Europa».
Il marito Eli – ex preside della facoltà di Legge ad Haifa – fa notare che «gli arabi israeliani hanno accumulato armi. Finché la violenza restava tra di loro, Netanyahu e la polizia non sono intervenuti. Speriamo che quell’arsenale non ci si rivolti contro».
Amos Oz nel 2004 ha pubblicato il libro Contro il fanatismo per affrontare gli intolleranti e i faziosi che stanno spadroneggiando tra Ramle, Acri, Bat Yam, Jaffa. «Nell’ultimo decennio della sua vita mio padre si è concentrato sul tema dell’estremismo che è presente in tutti i suoi romanzi. Abitati da personalità estreme perché la sua famiglia e la Gerusalemme della sua infanzia erano abitate da personalità estreme. Nel saggio costruisce una teoria del fanatismo per poterlo combattere. Netanyahu non è un fanatico ma ha coltivato i fanatici perché ne aveva bisogno per restare al potere».
Fania indica i boschi verso sud e racconta di aver visto di là dalla cima degli alberi le scie del sistema antimissile. «Hamas è un’organizzazione di super-fanatici. Dall’ultima guerra con Israele nel 2014 hanno continuato a rinforzare gli armamenti. Era inevitabile che prima o poi si arrivasse a questo altro sevev. Non possono restare seduti su migliaia di razzi, non hanno altra ragione d’essere, certo non quella di far prosperare i palestinesi sotto il loro dominio».
(Corriere della sera, 15 maggio 2021)
di Caterina Diotto, Laura Minguzzi, Mariateresa Muraca, Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni [1]
Report dell’incontro in libreria il 24 aprile 2021, rielaborato da Maria Teresa Muraca e pubblicato su Educazione Aperta – Rivista di pedagogia critica, 15 maggio 2021
Laura Minguzzi: il libro di Chiara Zamboni Sentire e scrivere la natura ha attirato il mio sguardo appena entrata in Libreria. Un saggio che si legge come un romanzo filosofico che tocca diversi piani della realtà attraversando e collegando in profondità differenti linguaggi. Gli ambiti trattati sono tanti, uno spaziare ampio e profondo che si radica nel presente e ci sollecita, spingendoci a ripensare un percorso soggettivo, attraverso figure indimenticabili e incancellabili della letteratura, della politica, della filosofia, della scienza e della storia (Ingeborg Bachmann, Meister Eckhart, Anna Maria Ortese, Laura Conti, María Zambrano, Maurice Merleau-Ponty e altre), che abbiamo incontrato nel nostro cammino, conosciuto, letto o studiato e alle quali ci siamo ispirate. Laura Conti per esempio nel bel capitolo che le dedica Chiara Zamboni è per noi la madre fondatrice del movimento ecologista, poiché si è posta come figura di connessione fra l’orizzonte simbolico della madre e l’orizzonte simbolico della natura, incarnando il suo sapere scientifico con l’amore per il vivente con tutti i suoi limiti.
Mariateresa Muraca: a Laura Conti infatti sono dedicate alcune pagine molto belle del libro, in particolare quelle in cui si approfondisce il «taglio sessuato […] delle forme umane di partecipazione con la natura […] che ci impegnano in scelte di pensiero e politiche» [2] (p. 58). Come anticipava Laura, queste pagine sono attraversate da una parola, che cattura e allo stesso tempo spiazza, suscita molti interrogativi. È la parola “amore” che tu, Chiara, riprendi da una riflessione di Questo pianeta [3], in cui appunto Laura Conti afferma di essere motivata nel suo impegno ecologista non da questioni etiche ma dall’amore per la vita nel suo insieme, «amo il sistema vivente, voglio proteggerlo» dichiara. Dunque, scrivi dell’amore come il perno della conoscenza e dell’azione politica di Laura Conti; un orientamento nei confronti del mondo che «accetta sia le parti buone che quelle negative», sia le reazioni aggreganti che favoriscono il rilancio del vivente sia le reazioni disgreganti; una posizione simbolica che fa vivere il paradosso per cui noi amiamo il mondo dall’interno, lo consideriamo nel suo insieme e contemporaneamente siamo del mondo. Il tema dell’amore comunque è presente in tutte le pensatrici con cui dialoghi. Di Anna Maria Ortese argomenti la condizione preconoscitiva e il lato invisibile dell’amore per il mondo, che è proprio dell’esperienza di partecipazione comune alla terra – intesa come corpo celeste, parte di una galassia a sua volta in relazione con altre galassie. Rispetto a María Zambrano ti soffermi sulla qualità individualizzante dell’amore, che vincola alla singolarità di ogni cosa (quella foglia, quella casa, quel blu del quadro, quel prato di periferia), senza consumarla proprio perché tiene vive le differenze. Un passaggio che fa riflettere è quello in cui, scrivendo di María Zambrano e Maurice Merleau-Ponty, affermi: «entrambi sono impegnati filosoficamente a dare voce al mondo e a fare della scrittura il luogo di espressione del legame vivente con la natura. […] Merleau-Ponty per fedeltà al mondo […] Zambrano per amore» [4].
Chiara Zamboni: mi è sempre stato difficile adoperare la parola amore, perché può essere adoperata in modo molto superficiale. Tuttavia molte grandi filosofe del Novecento ne hanno fatto il fulcro del loro pensiero: Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt, María Zambrano e anche scrittrici che qui cito: Ortese, Bachmann. In più scienziate come Laura Conti, Barbara McCklintock e filosofe della scienza come Evelyn Fox Keller. Prima di scrivere questo libro non avrei mai pensato di introdurre il tema dell’amore parlando della natura. Ma mi sono trovata costretta a farlo alla fine del libro perché sono loro ad avere questa posizione. E ne ho preso atto. E allora ci si può interrogare su perché queste grandi pensatrici abbiano avvertito la necessità di fare riferimento all’amore per parlare del mondo. È un passaggio simbolico, che ha a che fare con l’accettare tutto ciò che appartiene alla natura e al mondo, senza dare un giudizio. Amore indica il passaggio simbolico per descrivere questo accogliere che non è puramente contemplativo, ma ci lega e ci impegna. D’altra parte il limite (e la forza) di tale disposizione simbolica è che non la si può imporre a nessuno. Non è normativa. Non è un valore etico a cui educare. È una posizione, che sappiamo porta ad una serie di effetti trasformativi del nostro rapporto con il mondo. Ora, è vero che Merleau-Ponty parla invece di fiducia nei confronti del mondo e di fedeltà al rapporto che si ha con esso. Merleau-Ponty aveva una posizione di pensiero che riconosceva espressamente la propria dipendenza maschile dal materno. Bene, penso che l’accettazione di una radicale dipendenza dal materno porti più al sentimento della fiducia che a quello dell’amore. È per questo che Merleau-Ponty parla di fiducia e fedeltà alla Terra. Non di amore.
Caterina Diotto: nella scrittura e nella pratica di pensiero di Laura Conti c’è un altro concetto che mi ha affascinata e che vorrei approfondire: l’energia. In Ambiente Terra [5] Laura Conti presenta quella che Chiara ha chiamato una “visione di sistema”. Un sistema che non si isola nell’astrazione ma è sempre sistema vivente, in cui tutti siamo calati e a cui tutti partecipiamo. Il concetto di energia rappresenta una forza che permea tutto questo sistema e lo innerva mostrandosi in forme diverse tra loro: energia termica, energia elettrica, energia meccanica, luce. Per Laura Conti un pensiero che sia davvero “ecologico” deve riuscire a “tenere insieme” processi apparentemente molto lontani fra loro, e questo è possibile solamente considerando l’energia come processo trasformativo trasversale a tutto. Solo analizzando la produzione industriale e agricola, l’utilizzo delle risorse e le tipologie di risorse impiegate, il lavoro e l’entropia attraverso la chiave dell’energia saremo in grado di comprendere il reale costo ecologico dei processi produttivi rispetto al sistema vivente, perché solo attraverso l’energia i processi sono interconnettibili. Ho trovato questo concetto di energia e il cambio di prospettiva che porta con sé – che risale ormai alla fine degli anni ’80 – un colpo di genio, una chiave di lettura nuova che apre un orizzonte di comprensione pratica del mondo più complessa, molteplice e articolata. In Sentire e scrivere la natura viene messa in luce la novità di questa concezione. Tuttavia ho avuto anche la sensazione che questo concetto di energia come continua trasformazione rappresentasse uno dei “fili rossi” che percorrono e collegano insieme l’intera riflessione del libro, una chiave di lettura che permette di considerare la molteplicità delle autrici e degli autori trattati non come un insieme frammentario ma come le “forme” temporanee che il rapporto di pensiero dell’essere umano con la natura ha assunto. Chiara, vorrei chiederti cosa pensi di questa mia interpretazione.
Chiara Zamboni: prima della tua domanda non avevo pensato che in effetti il concetto di energia, che Laura Conti mette al centro come chiave per leggere i fenomeni del cosmo nel suo insieme, è qualcosa – un’intuizione – che mi ha guidato nello scrivere il libro. Non ridico quel che hai già detto sull’energia nel nostro cosmo. Dico solo che Laura Conti ha formulato interventi politici in parlamento per favorire quelle azioni che possiamo compiere che siano aggreganti di energia e ostacolare tutto ciò che porta alla degradazione dell’energia. Potremmo valutare ad esempio il progetto politico dei Verdi in Germania oggi con questi parametri. Ora, in effetti nel libro ho valorizzato tutte quelle figure che fanno riferimento a una energia in divenire, natura naturans nel suo essere generante, dinamica. Così in Zambrano penso ai semi di luce generanti nella natura. Hanno a che fare con la parola vivente che ha questa capacità di mettere al mondo, e hanno a che fare con una ragione materna. In Merleau-Ponty mi riferisco ad esempio alla figura della deiscenza: cioè la realtà in divenire è come un frutto che si dischiude e i semi si diffondono. In Ortese sono le cose stesse ad essere in continuo divenire, in trasformazione, mai identiche a sé stesse. In questo senso l’energia aggregante, generante, è uno dei fili conduttori del libro: la natura naturans nel suo movimento di dischiudere, fiorire, iniziare sempre di nuovo. Dove le stesse cose e noi siamo presi da questo movimento. Da questo divenire.
Caterina Diotto: mi ha colpito molto anche il concetto del sentire, che introduci fin dalle prime pagine. «Sentire è più del percepire. Succede quando si avverte che il fatto percepito è onirico e in divenire. Quando nel percepire insistono il passato e il presente avviato al futuro. Mi riferisco all’esperienza comune per la quale in questa erba secca dell’estate sentiamo l’odore dell’erba secca di altri luoghi e altri anni passati e che verranno. E quando la casa di oggi è anche la casa sconosciuta incontrata nei sogni» [6]. Leggerlo mi ha fatto ripensare a una frase di Ingeborg Bachmann nella prima conferenza delle sue Lezioni di Francoforte, che hanno il titolo collettivo di Letteratura come utopia: «Nel migliore dei casi, al poeta riusciranno due cose: rappresentare, rappresentare l’epoca sua, e presentare qualcosa per cui il tempo non è ancora venuto» [7]. In questa frase Bachmann racchiude per me l’anelito trasformativo e politico della letteratura, la capacità di presentare qualcosa per cui il tempo – che interpreto più come il tempo della codificazione simbolica della cultura – non è ancora venuto. Qualcosa di nuovo, che non si è mai detto prima. Ma come si fa a dire qualcosa che non si era mai detto prima, dove si fonda questa capacità trasformativa dell’arte? Quest’apertura all’inatteso, che ha una forte valenza politica oltre che conoscitiva? Se questa apertura non fosse possibile, vorrebbe dire che siamo in grado di guardare solo indietro, mai avanti. Allora molti hanno già scritto di questa capacità dell’arte, ma raramente si è parlato del come questo sia possibile, come avvenga, dove si origini. Leggendo Sentire e scrivere la natura ho pensato che il concetto di sentire potrebbe costituire una risposta a questa domanda perché rappresenta una condensazione, un intreccio di rimandi fra elementi consci, inconsci, reali e onirici, passati e presenti “avviati al futuro”, come scrivi. Vorrei chiederti se ti riconosci in questa interpretazione.
Chiara Zamboni: per risponderti partirei dalla scrittura. È centrale nel libro la scrittura in rapporto al sentire. Ho fatto riferimento a quelle scritture letterarie e filosofiche in cui la lingua adoperata è materna, poetica e accompagna le cose. Le cose tendono ad esprimersi e la lingua prende e rilancia tale espressione. Le cose si mostrano quasi balbettando nella tensione ad esprimersi. Ogni cosa ha risonanza. Ad esempio, se sovrappensiero tamburelliamo sul tavolo, il tavolo risponde alle nostre dita con il tatto – è elastico – e risuona di piccoli suoni ritmici. Quando sentiamo in questo modo il tavolo – il tavolo che risponde al tatto, che risuona nel tamburellare, che è nel tempo e si trasforma – siamo dentro una relazione viva con il tavolo, molto diversa dalla percezione oggettiva. Infatti diciamo che sentiamo il tavolo nelle sue risposte al toccarlo. In più la relazione tra me e il tavolo è tessuta di inconscio. Un inconscio che qui intendo come qualcosa che fa parte integrante della nostra partecipazione al mondo e alle cose. Dunque un inconscio non rimosso, ma un inconscio che fa tessuto, legame tra me e le cose. Tra me e le altre e gli altri. Sappiamo che i sogni, che sono la porta principale dell’inconscio, ci fanno entrare in case dove ci sono tavoli che conosciamo, ma che hanno un’atmosfera inconsueta. È lo stesso per le città che abitiamo. Ci svegliamo e ci chiediamo: che vorrà dire quella atmosfera nella città di sempre, ma altra dal solito? Era la città che conosco bene, ma perché era così diversa? Sentiamo che c’è il presentimento di qualcosa. L’imminenza di qualcosa che sta per avvenire. Le esperienze più vive della realtà mostrano più facilmente questa atmosfera inconscia, che pure c’è abitualmente. Ci mettono sul chi vive. Qualcosa sta per accadere, che l’esperienza segnala. È il pre-sentimento, il sentire prima che qualcosa diventi conoscenza. È segnale, traccia di futuro molto prossimo. La scrittura poetica – sia letteraria sia filosofica – non solo accompagna le cose ma riprende il loro gesto di significare, di dare un segnale, una traccia. Perché non è una scrittura soggettiva rispetto a una cosa da descrivere oggettivamente. E dunque, alcuni testi di Bachmann fanno proprio questo: riprendono la dimensione inconscia delle cose, l’aspetto per cui le cose alludono, danno segnali, attirano la nostra attenzione per significare qualcosa di presente e allo stesso tempo imminente. Ma non solo Bachmann, ovviamente. Mettersi in sintonia con questo modo di sentire le cose, legato all’inconscio e al linguaggio poetico, richiede un altro paradigma, che metta da parte la disposizione soggetto-oggetto e dove la ragione ha radice nel sentire attraversato dall’inconscio. È questa una delle principali scommesse del libro.
Laura Minguzzi: in Luogo eventuale, Ingeborg Bachmann [8] è testimone della malattia di Berlino. Può vedere e mostrare l’inquietudine della città, la sua difformità. La costruzione del muro taglia l’est dall’ovest della città, operando una violenza che incide gli animi. Il nodo essenziale è che essi negano questa ferita, non la vedono. In questo passaggio è già racchiuso il nucleo filosofico più importante del testo. Ogni accadimento è degno di attenzione, l’io che scrive non è più un soggetto contrapposto alla storia. Il mondo è mostrabile a partire da un io che non offre alcuna prospettiva identitaria ma si fa specchio di un esterno in divenire, le cui forze lo attraversano. Da un lato l’io si fa specchio della realtà. L’io si fa nulla, si scioglie nella realtà e dall’altro si differenzia e ne fa conflitto. È un paradosso tipico del linguaggio mistico ma lo si sperimenta anche quando si vuole parlare della natura. Lo stile di scrittura che segue è la strada per far vivere a noi lettrici e lettori una città malata dall’interno, folle in quanto nega la realtà e si trincera in un’armonia fittizia… La percezione per il lato inconscio del sentire porta con sé strati naturali e storici intimamente connessi.
Anna Maria Piussi: questo è un filo di interesse che ho seguito nel percorrere il libro e che rimanda a scritti precedenti di Chiara, in particolare al saggio Sentire, nel libro collettaneo da lei curato La carta coperta [9], ma anche alla messa a tema dell’inconscio come passaggio ineludibile per l’articolazione di nuove vie simboliche e politiche, in lavori anteriori. Proprio nel periodo di uscita di Sentire e scrivere la natura, mi stavo cimentando sul “sentire” e “scrivere” come questioni epistemologiche e politiche. E questo, in particolare, mentre curavo l’edizione italiana di un libro dal titolo Segnali di vita [10] di un’autrice argentina impegnata a sperimentare forme di pensiero e di scrittura in grado di far sentire con tutti i sensi l’accadere delle cose, i movimenti trasformativi di sé e del mondo della scuola, nel dare conto pubblicamente, ma non convenzionalmente, di pratiche educative innovative da lei attivate insieme con altre. Da anni, non da sola ma con altre, sono alla ricerca di un linguaggio e di una scrittura che mostrino, non dimostrino, l’evidente, quell’invisibile che emerge alla visione quando l’esperienza si allarga e si intensifica grazie all’attenzione fluttuante, al sentire tra conscio e inconscio. Linguaggio e scrittura che restituiscano al mondo degli scambi umani – in primo luogo l’educazione e la formazione, ma anche la politica – la consistenza di un reale vivo, trasformativo, in divenire, nei suoi lati di luce e di ombra, comunque non oggettivabile in descrizioni, spiegazioni, interpretazioni. In modo da far sentire e far vivere in presa diretta gli accadimenti da parte di ascolta o legge, attivandone il desiderio di mettersi in gioco nel divenire del tessuto visibile e invisibile del mondo, ma senza cadere nel mito ingenuo dell’immediatezza e della naturalità, che, come nota Chiara soprattutto a partire dalla “seconda” Ortese, alla fine coincide con il già codificato nei significati dominanti. Da tempo anche nelle scienze umane si va affermando il paradigma ecologico, della complessità, che si proclama centrato sulle interconnessioni, ma spesso scade in un razionalismo riduzionistico, dimentico della necessità, per il soggetto conoscente e pensante, di una sperimentazione esistenziale, di quella trasformazione che consenta di riconoscere i propri legami con il mondo, di essere appartenenti al e dipendenti dal sistema che si intende conoscere (e che mai è del tutto oggettivabile e spiegabile), a partire dal radicamento nel corpo sessuato anche nel suo lato inconscio e onirico. Se il sentire con tutti sensi e con attenzione coinvolta, amorosa e aperta alla presenza delle cose, delle persone e del mondo, è la via previlegiata di quel realismo onirico nel conoscere e nel “sapere con tutta l’anima” prossimo all’esperienza femminile, che procede per risonanze secondo una ragione poetica di matrice materna (v. María Zambrano), questo sentire si accompagna a una dislocazione simbolica ed esistenziale anche nel linguaggio: da qui la necessità di trasformare la relazione che abbiamo con la lingua, trasformando la lingua stessa. Prendendo le distanze da una relazione strumentale con le parole, hai fatto riferimento all’“ecologia della lingua” di cui parla Anna Maria Ortese in Corpo celeste: una cura della lingua necessaria alla precisione dell’esprimere, ma attenta a non perdere né il sentimento dell’insondabile né il logos della singola cosa nel suo divenire. È per questo che fin dalle prime pagine del tuo libro (e senza spiegazioni: da qui lo spaesamento iniziale!), troviamo una costellazione e una moltiplicazione di nomi e di figure come terra, suolo, cose, natura, mondo, vita… non del tutto separate ma neppure intercambiabili; e che solo a un certo punto della lettura riconosciamo essenziali a quel tuo linguaggio laterale che nella scrittura costeggia il fluire delle questioni da te vissute e pensate (senza mai pretendere conclusioni definitive), e ci chiama a spostamenti del pensiero mentre ci rivela l’inquietudine di una ricerca a cui ci inviti a partecipare?
Chiara Zamboni: sì, ho cercato di evitare le definizioni del tipo “questo è il significato di Terra”, “questo è il significato di mondo”, “questo è il significato di Natura”, “questo è il significato di vita”. L’ho fatto consapevolmente. Sono concetti che si rimandano l’uno all’altro in una costellazione, dunque sono legati, ma non sono sinonimi né interscambiabili. La Terra rimanda alla solidità del passo che vi cammina con fiducia; la natura a qualcosa di generante a cui possiamo fare singolarmente riferimento per continuarne l’opera; il mondo al nostro stare in relazione e così via. Ognuno ha una sua tonalità, per cui non sono sinonimi, ma prendono significato gli uni dagli altri. Ho trovato anche molto interessante proprio quello che tu riferisci di Ortese: l’invito ad una ecologia delle parole sullo stesso piano di una ecologia del vivente. Attenzione alle parole come a tutti gli esseri. Quando parla di ecologia delle parole, Ortese non intende una esattezza rigida, ma un’esattezza che è tale perché si adatta al divenire delle cose e dei contesti. Non a caso proprio lei usa tante parole diverse per dire di certe cose, perché sono le cose a cambiare continuamente, ad essere in divenire. L’esattezza nasce dall’essere fedele ai cambiamenti dei contesti.
Laura Minguzzi: è significativo che Ortese sostenga che l’amore per la natura è ponte per il paziente lavoro della cultura che lega cosmo ed essere umano. In altre parole occorre paradossalmente curare la lingua, se si ama la natura. E viceversa. Abbiamo bisogno di un’ecologia della lingua. Una lingua impoverita fa smarrire il senso delle cose e dei nomi, la pratica della scrittura aumenta il senso di realtà della Terra. Come è stato già accennato, il pensiero di origine femminista ha duramente criticato il sottrarsi del pensiero razionalista da ogni dipendenza nei confronti della natura e da ogni riconoscimento dei debiti verso ciò che ci ha permesso e ci permette di vivere, la madre prima di tutto. Attraverso “la porta stretta” del riconoscimento di tali dipendenze può avvenire la significazione libera di quel che siamo e sentiamo in rapporto alla natura. La presunzione di pensare di controllare il sistema vivente è effetto della mancanza di riconoscimento del fatto che ne siamo dipendenti. Solo collocandoci dentro al sistema e non all’esterno oggettivandola possiamo comprenderla. Una transizione ecologica si può realizzare se incarnata in ciascuno, ciascuna di noi. Chi è la Terra? La terra siamo noi. Una linea continua tra me e lei, senza contrapposizioni o dualismi intercambiabili o sostituibili. Per far capire il salto concettuale che ci solleciti a fare nell’accostarsi alla natura, tu adoperi un insieme di immagini che viene dalla cultura persiana mazdea e da Zoroastro, che Zambrano conosce bene. Il passo più significativo della concezione della natura a cui questa cultura ci invita, è quello di non chiederci che cosa sia la Terra, ma chi sia la Terra.
Chiara Zamboni: stare alla domanda «Che cos’è la Terra?» ci pone nella posizione di chi vuole conoscere un oggetto e lo descrive. La Terra risulta allora un oggetto di conoscenza e basta. È bene notare che porsi la domanda «Chi sia la Terra?» non significa ribaltare un oggetto in soggetto. Non si tratta di considerare la Terra come un soggetto a pieno titolo accanto ad altri soggetti. Al limite portatore di diritti, come alcune correnti ecologiche affermano. Saremmo ancora nel paradigma culturale moderno dove c’è un soggetto e un oggetto, e dove ci sembra di aver cambiato chissà che portando la Terra da oggetto a soggetto. Invece nella cultura persiana mazdea, una cultura medievale, la Terra porta con sé una forma “immaginale” che esiste da sempre per suo conto e contemporaneamente è in un processo trasformativo che in parte dipende da come noi ci rapportiamo ad essa. È in divenire e chiama noi ad esserci, partecipando alla sua trasformazione. Esiste un circolo tra la Terra e noi. Possiamo tradire questo richiamo oppure possiamo assecondare il divenire della Terra e di tutti i suoi esseri «facendola ancora più bella», come è scritto nei testi mazdei. Proprio perché l’essenza “immaginale” della Terra è sì eterna, ma nel suo divenire ci impegna per intensificare la sua qualità esistenziale. Veniamo coinvolti nella sua trasformazione. Zambrano rende più contemporanea questa concezione attraverso una visione più materialista di quanto non fosse quella persiana medievale. Ma di un materialismo qualitativo dove il Chi è la Terra porta attenzione alla molteplicità delle cose del mondo. Al loro modo qualitativo di darsi. Attraverso il nostro sentire, in cui è coinvolto il corpo, la carne, tutti i sensi (udire, toccare, vedere, gustare). È questo il modo che lei suggerisce per contribuire alla qualità della Terra nel suo divenire, per una trasformazione che dipende in parte da noi e dal nostro coinvolgimento sensibile sensoriale. Emerge una idea di ragione radicata nel sentire.
Mariateresa Muraca: l’attenzione a livelli diversi, compresenti, della realtà, e quindi alla dimensione sognante, onirica e inconscia apre a uno spazio in cui l’essenza delle cose si intensifica ed è possibile cogliere nessi tra creature, che sfuggono ad altre forme di comprensione. Ne scrivi in modo molto bello, quanto di soffermi sul sentire originario che – come spieghi – è un termine intenzionalmente adoperato da Zambrano al posto di inconscio. Scrivi: «In Dell’Aurora Zambrano non richiama, come invece fa altrove, la legge simbolica paterna, che separa e distingue. In questo senso porta la scrittura sulle tracce di un’esperienza sognata e reale allo stesso tempo, in cui ognuno ha una collocazione, che però è misurata da un ordine profondamente diverso dall’ordine della legge. […] Quando tratta della natura come in Dell’Aurora, ne sottolinea l’impronta materna, perché vi è alluso un ordine, che non ha bisogno della legge dell’individuazione. È nel tessuto simbolico materno che il limite tra l’onirico e il sogno è poroso, e per questo è possibile un va e vieni tra l’umano e le cose, tra l’essere umano e l’animale, il vegetale» [11]. L’attenzione per la dimensione inconscia quindi consente di mettere in luce l’asimmetria femminile, come il di più del pensiero delle donne rispetto al riconoscimento delle interconnessioni proprio dell’ecologia. Queste connessioni, infatti, sono espresse e significate dalle donne con uno «sguardo altro, sostenuto dagli aspetti fantasmatici, inconsci, che […] sperimentano con il corpo. Il corpo non è mai davvero “proprio” ma in relazione alla madre alla nascita e al rapporto con altre donne. Il corpo nella generazione. Un corpo aperto costitutivamente all’altro. Infinitamente. Tra simbolico e immaginario» [12].
Chiara Zamboni: è importante avere molta attenzione a una dialettica da trovare sempre di nuovo tra il discorso ecologico, che vede giustamente interconnessioni e relazioni di cui noi facciamo parte, da un lato, e dall’altro l’esperienza femminile di queste interconnessioni. Noi non parliamo di queste interconnessioni del sistema come fanno gli ecologisti cioè come se si guardasse la terra da fuori, da un pianeta lontano. Come se ci si potesse estraniare dai legami contingenti che abbiamo con questo grande tessuto di interconnessioni e vederlo come se fosse un grande oggetto visto dall’alto. Perché ciò che caratterizza il nostro discorso è che, proprio perché ne facciamo parte, ne parliamo dall’interno, a partire dalla nostra posizione. Noi sentiamo le relazioni, e in questo sentire tutto il nostro corpo è coinvolto, tanto è vero che si parla impropriamente di “nostro” corpo perché in realtà è aperto agli altri, alle cose, e questo proprio fin dalla nascita, perché siamo venute e venuti al mondo in relazione alla madre e il processo di soggettivazione avviene a partire da questa relazione iniziale costitutiva. L’esperienza femminile è particolarmente legata al corpo, al suo lato inconscio attraversato da fantasmi e sogni e dai fili invisibili che ci legano agli altri e alle cose. Restando fedeli al corpo, si è fedeli ad una soggettività femminile che si rapporta al mondo con le sue interconnessioni a partire da sé e non dall’esterno, solo guardando il sistema di connessione come oggetto. Come abbiamo imparato nelle pratiche femministe a parlare del nostro corpo soggettivamente e tenendo conto del nostro sentire, così occorre tenere sempre ben presente il filo di questa esperienza soggettiva della natura e del cosmo, per non perdere la qualità in più della nostra conoscenza. E la scommessa sta proprio nel mostrare che non si tratta allora da parte delle donne di relativismo soggettivo, né di chiusura in una identità. Anzi, l’opposto. Perché il sentire fa risuonare i legami con il mondo mettendo in campo conoscenza, percezione e inconscio. Molto di più e di più complesso della semplice conoscenza oggettiva.
Laura Minguzzi: ti pongo anche una domanda sull’autorità femminile. Il sentire è ciò che ci mette in rapporto con l’esperienza, che è potenzialmente significante, e che però ha bisogno di essere dipanata per divenire simbolica. Affinché l’esperienza si dispieghi nel discorso c’è bisogno di assumere autorità per poter dire alcune cose lasciando in silenzio altre, per sapere cosa dire e cosa tacere, dato che l’esperienza è un bene fragile, che può essere distrutto sia interpretandola senza residui, come se non avesse niente di enigmatico, sia distorcendola in significati che la tradiscono.
Chiara Zamboni: il sentire è al centro di questo libro. È il sentire con tutti i sensi, attraversato dalla dimensione onirica, inconscia. Noi sentiamo quando un’esperienza che ci accade è per noi fondamentale, rivelativa. Porta con sé qualcosa che ci attira e che non conosciamo in anticipo. Per questo ha qualcosa di enigmatico. Anche le esperienze più semplici e più evidenti lo sono. Tutte le pensatrici che ho coinvolto in questo libro, ne sono consapevoli. E ci offrono vie per capire come trovare le parole per dire un’esperienza senza tradirla. Portarla a discorso senza distruggere il nucleo enigmatico di verità che un’esperienza che ci accade porta con sé. Tutte sono impegnate in questo, ma non parlano di autorità, che pure mi sembra necessaria. Infatti dire la verità di un’esperienza significa contemporaneamente sottrarsi alle interpretazioni dominanti che già circolano sull’esperienza. Ne ha parlato Luisa Muraro in Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia. È un tema molto importante nella prospettiva politica della libertà delle donne. Salvo eccezioni, le donne trovano in altre donne l’autorizzazione a dire la verità di quel che sentono. È per questo che è ed è stato così importante il femminismo. So che è stato nella politica delle donne che ho trovato l’autorizzazione a trovare le parole per dire l’esperienza.
Anna Maria Piussi: nel libro tu discuti sia anche di posizioni esplicitamente femministe (v. Rosi Braidotti), che riducono anche la vita umana a zoe, intesa come “forza dinamica della vita in sé, capace di autorganizzazione”, forza trasversale che supera gli storici dualismi culturali e consente la pensabilità di un egualitarismo zoe-centrato come nucleo della svolta postantropocentrica. La vita biologica, potenziata e allargata dalle tecnologie, diventa in quest’ottica unica misura dell’umano. La concezione di vita come potenza autonoma e anonima, immanente e in trasformazione, avvicina Braidotti agli antispecisti, che pur riconoscendo le diversità tra specie, le collocano tutte, anche quella umana, indifferentemente nel grande alveo della vita animale. Ne parli in alcune pagine del libro, ma mi piacerebbe qualche approfondimento da te, anche in forza dei risvolti politici di tali posizioni.
Chiara Zamboni: mi ha molto colpito che alcune posizioni femministe contemporanee portino l’attenzione alla vita, ma intesa come vita anonima, impersonale, biologica che risulta interpretante di tutte le forme di vita e le riduce a questo unico piano. Mi ha colpito anche che esse affermino che la posizione della donna è più vicina a questa vita biologica proliferante, perché una donna è coinvolta in una generazione anonima della vita, nell’esperienza della maternità. Si tratta di un proliferare di materia vivente, che si differenza al suo interno ma sempre su base biologica. Questa riduzione della donna e della maternità al puro aspetto biologico, alla pura vita senza specificazioni, è vicina alle posizioni antispeciste, che fanno dell’essere umano e di tutte le altre specie qualcosa di appartenente alla pura vita animale, in quanto viene privilegiato l’aspetto dell’essere corpo tra altri corpi. Le differenze sono ridotte a corpi in divenire. Per queste concezioni tutto è vita, tutto è corpo. In modo indistinto. Le differenze vengono sminuite. Ma, noi sappiamo che la realtà delle differenze è invece fondamentale. Iniziamo dagli esseri umani. Sappiamo che nella gestazione la creatura che viene al mondo ascolta ancora prima di nascere la voce della madre e la sua lingua. Quindi l’essere umano nasce con un corpo segnato dai suoni della lingua materna. Ma pensiamo anche agli animali. Ogni specie ha forme di espressione simboliche e linguistiche molto variegate. Basta leggere un po’ di etologia, ma molto meglio avere un rapporto di amicizia con alcuni animali. Si pensi ai nostri gatti o ai nostri cani. Così anche le api hanno forme simboliche di comunicazione tra loro molto articolate. I delfini hanno un linguaggio giocoso tra loro e anche con gli umani. Fatto anche di finte e di inganni. Io penso anche proprio alle cose, che sono pure corpi in divenire. Nel libro parlo delle cose, dei loro modi singolare di mostrarsi. Chi è attento alle cose, fa attenzione alle forme diverse con cui si espongono allo sguardo, all’udito al tatto. Certo, occorre cambiare il modo di intendere il sentire. Ma pensiamo ai venti. Ognuno di loro ha un modo di risuonare. Ognuno con un loro suono specifico. Lo scirocco è un vento umido, pieno di profumi, denso, trasformatore. Il vento di nordest suona in modo diverso tra le case, perché altra è la direzione che prende rispetto allo scirocco, e suscita allegria. Le cose, toccate, creano esperienze diverse. Quello che vorrei suggerire è che esiste una molteplicità di piani d’espressione non solo umana. Dunque certo siamo corpi, ma corpi che portano al mondo forme simboliche di espressione diverse. Cancellare il piano dell’espressione simbolica a favore solo del corpo è molto pericoloso per tanti motivi. Tra gli altri, allora, non si porta attenzione a come adoperiamo il linguaggio, che può degenerare. C’è un campo di conflitto simbolico e politico su questo all’interno stesso del femminismo ed è bene avere chiari i termini della questione.
Riferimenti bibliografici
Bachmann I., Luogo eventuale, SE, Milano 1992.
Bachmann I, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, Milano 1993.
Conti L., Questo Pianeta, Editori Riuniti, Roma 1982.
Conti L., Ambiente terra. L’energia, la vita, la storia, Mondadori, Milano 1988.
Punta T., Segnali di vita. Diario di bordo dalla scuola, edizioni Junior, Parma, in corso di pubblicazione.
Zamboni C., Sentire e scrivere la natura, Mimesis, Milano 2020.
Zamboni C. (a cura di), La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali, Bergamo, 2019.
Note
[1] L’occasione per questo dialogo è stata offerta dalla presentazione del libro presso la Libreria delle donne di Milano il 24 aprile scorso.
[2] C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Mimesis, Milano 2020, p. 58.
[3] L. Conti, Questo Pianeta, Editori Riuniti, Roma 1982.
[4] C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, op. cit., pp. 127-128.
[5] L. Conti, Ambiente terra. L’energia, la vita, la storia, Mondadori, Milano 1988.
[6] C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, op. cit., p. 11.
[7] I. Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, Milano 1993, p. 28.
[8] I. Bachmann, Luogo eventuale, SE, Milano 1992.
[9] C. Zamboni (a cura di), La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali, Bergamo, 2019.
[10] T. Punta, Segnali di vita. Diario di bordo dalla scuola, edizioni Junior, Reggio Emilia, in corso di pubblicazione.
[11] C. Zamboni, Sentire e scrivere la natura, op. cit., p. 109.
[12] Ivi, 67.
(Educazione Aperta – Rivista di pedagogia critica n. 9/2021, 15 maggio 2021)
Organsa di Mariangela Mianiti, il Verri edizioni, 2021. L’attenzione affilata di una bambina in un’osteria della Bassa. Organsa, il nome in dialetto di una stoffa su cui lavora la madre. Attraverso interi decenni della nostra e della loro storia, la bambina li trascina tutti con sé, quegli uomini e quelle donne, con la forza di una lingua intelligente e ferma. In dialogo con l’autrice, Luisa Muraro e Alessandro Giammei, scrittore e docente di italianistica al Bryn Mawr College di Philadelphia.
Per acquistare online: Organsa
di Marina Magnani
Relazione introduttiva all’incontro del 19 marzo 2021 a Ravenna
La presentazione del libro La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi era stata programmata con la Casa delle donne di Ravenna più di un anno fa, nel mese di marzo, all’insegna dell’“inviolabilità del corpo femminile”, poi rimandata a novembre 2020 a causa della pandemia, nell’ambito della rassegna “Una società per le relazioni. Strade alternative alla violenza”. A onor del vero ci tengo a precisare che la pandemia non fu la sola causa dello spostamento. In realtà si verificò un disaccordo politico fra le promotrici dell’evento, riguardante il sostegno che Laura e io dichiarammo pubblicamente alla posizione critica espressa da una parte del movimento femminista italiano al ddl Zan. All’interno della Casa delle donne vi fu un netto rifiuto di confronto su alcune tematiche controverse ma che alcune sentivano come irrinunciabili. In seguito la proposta fu ulteriormente spostata a causa della seconda ondata pandemica, ma grazie a una tenace ricerca di nuove interlocutrici siamo riuscite a mantenere questo impegno, che con Laura Minguzzi e Marirì Martinengo avevamo preso da tempo e a cui non volevamo rinunciare. Oggi, 19 marzo 2021, dedichiamo questo appuntamento a tutte le donne che desiderano approfondire e sviluppare il “pensiero della differenza” nella storia, una pratica relazionale che necessariamente parte da sé, in un calendario di manifestazioni che il Comune di Ravenna organizza in occasione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Con Laura avevo da alcuni anni iniziato una relazione in occasione di un dibattito per ricordare il cinquantenario del ’68, dal punto di vista del movimento delle donne, promosso dal Gruppo Donneversoilmareperto, di cui io faccio parte. La invitai in quanto Laura è originaria di Torri di Mezzano, un piccolo paese del comune di Ravenna e mi incuriosiva il suo percorso politico ed esistenziale, avendo letto che da tempo viveva a Milano e in relazione con la Libreria delle donne. La conobbi, infatti, attraverso il sito della Libreria. Fu un incontro fertile poiché fu proprio in quella serata che lei ci parlò della Comunità di storia vivente, della cui pratica lei stessa è componente attiva, e in me nacque un forte desiderio di saperne di più e approfondire la sua conoscenza.
Di certo non servono date celebrative per sentirsi donna, tuttavia, se è vero che la storia siamo noi, è anche troppo semplice dire che la storia è la somma di tutto quanto è successo dai tempi dei tempi e che conoscerla è un modo per allargare lo sguardo, per uscire dal proprio orizzonte, quando ognuna/ognuno sa benissimo di vivere una sua propria storia. Abbiamo vissuto millenni di storia positivista, tradizionale, anche detta oggettiva, della dominanza del patriarcato, dove i rapporti basati su gerarchie di predominio, supportati dalla forza, dalla paura, dal dolore oggi si devono poter definitivamente interrompere, per trovare un modo di risvegliare, dal coma profondo in cui giacciono, troppo spesso inermi, una politica del nostro corpo, del nostro eros, un desiderio di connessione biologica con la storia della consapevolezza, nel solco già segnato da una parte del femminismo della seconda metà del ’900.
Tra l’altro la storia, se considerata come una forma di oggettività, è già per definizione un distacco dalla vita, è già una certa morte, mentre la conoscenza che muta secondo la nostra coscienza, della nostra lettura degli eventi, del nostro modo di interrogare, e soprattutto di sentire il mondo, può essere capace di porre nuove questioni, fino a diventare un processo che “resuscita i morti”. Gli storici cercano la verità in ciò che è realmente accaduto, ben sapendo che la verità non solo non si possiede ma semmai si cerca insieme con gli altri. Tuttavia, come ben sappiamo, noi donne siamo praticamente assenti dalla storia. E allora, come può esserci verità nella filosofia, nella storia tradizionale se il pensiero e le esperienze delle donne sono assenti? Quindi c’era una volta l’uomo, ma c’era una volta anche la donna, ideatrice oggi di una nuova pratica di autorità femminile, che cerca di mettere in atto il percorso già indicato da María Zambrano (1904/1991), filosofa spagnola del secolo scorso: «per essere veramente umana, la storia deve scendere fin nei luoghi più segreti dell’essere, fino alle viscere, a quella parte meno visibile del nostro corpo, perché quella è il luogo in cui la nostra differenza sessuale mette radici e radica il suo sentire. E il sentire ci costituisce più di ogni altra facoltà psichica: le altre le possediamo, mentre il sentire lo siamo».
Riflettiamo allora sul fatto che il tempo che passa deposita dentro il nostro essere profondo alcune esperienze, che domandano sensibilmente di uscire alla luce, di essere riascoltate, narrate, riconsiderate e rinarrate e immaginiamo che questo processo possa mutare non solo il corso della narrazione della storia ma anche chi l’ha vissuta: quindi con l’audace scommessa che il far emergere – dal varco tra le viscere – elementi apparentemente ignoti, impensabili, imprevedibili arricchisca, di fatto, la storia e il simbolico femminile.
La pratica della storia vivente della Comunità di Milano, iniziata nel 2006, ha prodotto la realizzazione del libro La spirale del tempo, edito da Moretti & Vitali, nella collana curata dalla filosofa Annarosa Buttarelli, preceduto nella stampa dalla pubblicazione degli atti dei Convegni tenutisi tra il 2012 e il 2014. Il libro contiene tre testi teorici e dieci racconti di storia vivente di Marie-Thérèse Giraud, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Marina Santini, Luciana Tavernini, Rosy Daniello, Adele Longo, Anna Potito, Katia Ricci, María Milagros Rivera Garretas, nonché di Laura Minguzzi e Marirì Martinengo, nostre ospiti.
Tuttavia, il merito di riconoscere negli scritti l’origine di un nuovo modo di fare storia, una storia a partire da sé, dalla genealogia materna, va dato a una storica medievalista, docente all’università di Barcellona, María Milagros Rivera Garretas, in occasione nel 2005 della presentazione del libro La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, “donna sottratta”, scritto da Marirì Martinengo, che poi sarà considerato il libro istitutivo della storia vivente. In particolare, dalle stesse parole di Marirì: «C’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi», María Milagros ebbe la felice intuizione e il coraggio di definire la storia vivente una forma di conoscenza femminile, che lega esperienza, parola e scrittura insieme, mostrando l’intimo legame tra il desiderio per la storia e la propria esperienza personale, che richiede di essere reinterpretata, molto semplicemente perché le interpretazioni date non bastano più. A differenza di quanto avviene nella storia tradizionale, finalmente non è più il soggetto che indaga un oggetto, ma è lo stesso soggetto il documento principale cui attingere, «un corpo pensante, non silente, anzi sentente».
Quindici anni sono passati da quella innovativa proposta politica e storiografica, altre donne si sono aggiunte alla Comunità di Storia vivente di Milano, mentre altri gruppi si sono formati e si stanno formando in diverse città italiane, e anche in quelle di lingua latina nell’America meridionale.
19 marzo 2021
(www.libreriadelledonne.it, 14 maggio 2021)
di Amira Hass, giornalista di Haaretz
È domenica 9 maggio, siamo quasi al termine di una conversazione con Abd al Fattah Iskafi nella sua casa a Sheikh Jarrah, quando arriva la notizia che la corte suprema israeliana ha rinviato l’udienza prevista per il giorno dopo sulla sorte di questo quartiere palestinese di Gerusalemme Est. Il tribunale avrebbe dovuto esaminare l’appello contro un ordine di espulsione emesso da una corte minore nei confronti degli Iskafi e di altre famiglie.
Non si può certo dire che Iskafi abbia tratto un sospiro di sollievo quando è venuto a sapere che la seduta si terrà entro trenta giorni. «Mi sento come se fossi stato condannato a morte, ma l’esecuzione continua a essere rinviata di poco. Ora è slittata di nuovo», dice a Haaretz. Comunque, ha respirato più liberamente.
Iskafi, 71 anni, ne aveva sei quando la sua famiglia e quella di suo zio si trasferirono dalla loro casa temporanea nella città vecchia al quartiere fuori le mura. Da allora, da 65 anni, vive nella sua casa di Sheikh Jarrah. «È stato come trasferirci nel giardino dell’Eden», ricorda. «C’erano tanti ulivi qui, c’era spazio. La casa era piccola ma era una casa. Nella città vecchia vivevamo in un pozzo, una cisterna usata in passato per raccogliere l’acqua. Non aveva il bagno, l’acqua corrente, né l’elettricità». Prima della guerra del 1948, la famiglia viveva in una casa di proprietà a Baqaa, un quartiere palestinese nella parte meridionale di Gerusalemme. Si trasferì nella città vecchia a causa dei combattimenti, ma quando la guerra finì, a loro, come a tutti gli altri rifugiati, fu vietato di tornare a casa.
«Qualcuno vide i miei genitori e noi figli senza nulla, solo i vestiti addosso, che cercavamo un posto dove stare, e ci lasciarono vivere in una cisterna», dice. «Portavamo l’acqua con i secchi dalla moschea Al Aqsa per lavarci e cucinare. E usavamo un bagno pubblico vicino alla porta dei Leoni».
Iskafi non sa dove si trovi la casa a Baqaa. I suoi genitori sono morti subito dopo che Israele occupò Gerusalemme Est, nel 1967, e non ebbero l’opportunità, o non vollero, vederla abitata dagli ebrei che ci vivevano al posto loro. «A cosa sarebbe servito sapere dov’era la casa, e andare a vederla?», chiede. «Ci è stata tolta, e non possiamo parlarne».
Il suo medico gli ha imposto di non digiunare durante il Ramadan per motivi di salute. È troppo nervoso per mangiare, ma fuma, anche se il dottore gli ha ordinato di non farlo. Inoltre, dorme poco a causa dello stress.
Iskafi aveva saputo da suo padre che «in cambio della rinuncia al nostro status di rifugiati, con i soldi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) il ministero giordano delle politiche abitative aveva costruito le case di Sheikh Jarrah per noi e per le altre famiglie rifugiate. Ci fu promesso che dopo tre anni sarebbero diventate di nostra proprietà». Tra le famiglie di rifugiati che arrivarono in base a questo stesso accordo e che oggi vivono nel quartiere, racconta, ce ne sono altre quattro originarie di Gerusalemme: i Dajani, gli Husseini, i Daoudi e i Jaouni. Prima del 1948 le loro case erano vicine al municipio di Gerusalemme, sulla strada di Jaffa.
Già negli anni settanta le famiglie capirono che la loro situazione era cambiata. «Improvvisamente ci dissero che la terra era proprietà di ebrei», racconta Iskafi. «All’epoca non c’erano avvocati arabi che avessero familiarità con il diritto israeliano, perciò le famiglie presero un avvocato ebreo perché ci avevano detto che era bravo. Ma questo, senza dirci niente e senza il nostro consenso, accettò un accordo con due fondi fiduciari ebraici (che verso la fine dell’ottocento erano stati dichiarati proprietari della terra), come se noi fossimo degli affittuari e loro i padroni di casa. Solo quando nel 2008 ci hanno chiesto di lasciare le case e hanno espulso la mia vicina Fawzia al Kurd, allora ho cominciato a capire che il pericolo di espropriazione era reale. Da tredici anni ormai viviamo sotto questa minaccia».
Nel 1956 in casa vivevano dieci persone. Poi i genitori di Iskafi sono morti, suo fratello maggiore e le sue sorelle si sono trasferiti ed è rimasto solo lui, di mestiere calzolaio, come suo padre e suo fratello. Oggi ci vivono quattordici persone, tre nuclei familiari: Iskafi e sua moglie Salwa; il loro figlio più giovane, non sposato; e due figli sposati con le rispettive famiglie. «Nel giardino fuori casa ho piantato alberi di ulivo, clementine, limoni e cachi. A ogni albero è stato dato il nome di uno dei nostri sei figli», spiega. «Adesso abbiamo cominciato a dare agli alberi i nomi dei nostri nipoti. Loro vivono nella paura costante che possano sfrattarci in qualsiasi momento. A volte rifiutano di andare a scuola per timore di non poter più rientrare a casa al ritorno. A volte, come adesso, restano a dormire dalla nonna materna per sfuggire a questa tensione».
Iskafi calcola che dal 2009 è comparso in tribunale tra le quindici e le venti volte. Dopo ogni udienza, qualcosa è morto nel suo cuore.
«Le famiglie sono state distrutte psicologicamente», racconta. È preoccupato per i suoi nipoti. «Quando sanno che ci sono dei piani per cacciarli di casa, diventano naturalmente carichi di odio, arrivano a pensare che tutti gli ebrei sono ladri, che sono il nemico», spiega. «Solo grazie agli attivisti ebrei che vengono qui ogni settimana a contestare le espulsioni capiscono che non tutti gli ebrei sono così. Noi non siamo contro il popolo ebraico, io glielo spiego. Noi non abbiamo educato all’odio i nostri figli e i nostri nipoti. È la realtà che produce odio».
Nelle due case da un lato e dall’altro di quella di Iskafi gli abitanti palestinesi sono stati espulsi ormai da tempo. Ora ci vivono delle famiglie ebree ortodosse, protette da due posti di guardia. Alla domanda se qualcuno dei suoi vicini ebrei abbia mai espresso un interesse amichevole per lui o la sua famiglia, Iskafi ha bisogno di qualche istante per rispondere.
«Forse uno», e poi aggiunge: «Gli inquilini ebrei pregano continuamente. Le famiglie vengono per un anno o due, magari tre anni, cantano Am Yisrael chai (Il popolo di Israele vive), ricevono tutte le cose di cui hanno bisogno, sono acclamati come pionieri e poi se ne vanno».
(Internazionale, 14 maggio 2021)
di Franca Fortunato
Due giorni dopo la festa del 1° Maggio Luana D’Orazio, la ragazza di ventidue anni che sognava di fare l’attrice e diventare famosa, se n’è andata nel modo più orrendo, inghiottita dal rullo di una macchina nella fabbrica tessile di Montemurlo (Prato) dove lavorava da due anni come apprendista. Una morte atroce che lascia senza parole. Resta il rumore assordante dei macchinari che ha impedito al suo collega che lavorava a pochi metri da lei di sentire un suo grido di aiuto, che forse non c’è stato – non lo sapremo mai – e non si è accorto di nulla. Questo mi fa pensare alla disumanizzazione della fabbrica, anche a conduzione familiare come quella dove lavorava Luana, dove tutti/e le volevano bene, compresa la titolare Luana Coppini.
È la disumanizzazione di un lavoro, quello della tessitura, antica arte femminile trasmessa per generazioni da donna a donna, nelle case o nei laboratori tessili come avviene ancora oggi in Calabria, dove il lavoro al telaio, l’ordito, la trama, il tessuto, tutto si intreccia con la vita, le relazioni, i sentimenti, i pensieri, le esperienze di donne che al piacere di stare insieme intrecciano con la conversazione, la condivisione di antichi saperi femminili. In quel luogo giovani apprendiste come Luana imparano sotto la guida sapiente della “magistra” e nessuna di loro potrebbe morire senza che le altre se ne accorgano. Una storia di donne che la fabbrica ha svilito, come ci racconta la tragica fine di Luana, morta in solitudine, risucchiata in una bara di ferro. Cosa più terribile della morte stessa.
Alcune operaie che lavorano allo stesso macchinario si sono dette soddisfatte del loro lavoro ma che c’è bisogno di “accortezza”, “attenzione”, “precauzione” perché «non c’è spazio per le distrazioni, per la stanchezza». Luana era stanca, si è distratta, non è stata attenta? Forse, ma resta il fatto che la macchina, come doveva, non si è fermata quando la ragazza è stata inghiottita dal rullo. Il sistema di sicurezza perché non ha funzionato? Forse le risposte le darà la magistratura ma intanto Luana non tornerà in vita, come le tante e tanti che giorno dopo giorno allungano la lista dei morti sul lavoro, come il ventitreenne Sabri Jaballah morto qualche mese prima di Luana, schiacciato da una pressa in un’altra fabbrica tessile di Montale (Pistoia).
Luana era una ragazza come tante altre, giovane, bella, libera, piena di sogni e desideri. A diciassette anni aveva lasciato la scuola perché incinta. Il padre del bambino l’aveva conosciuto durante una vacanza in Calabria, regione di origine della madre. Alla nascita – come ha raccontato la madre ai giornali – lui aveva voluto che si chiamasse Donatello, come suo padre, noto per i legami con la ’ndrangheta. Poi se n’è tornato in Calabria e non si è più occupato del piccolo tanto che il tribunale ha deciso il solo affido a Luana, che l’ha battezzato Alessio e cresciuto col sostegno della madre, Emilia, e del padre, Francesco. Aveva una vita davanti, sognava di fare l’attrice, di diventare famosa ma «certo mai avrebbe immaginato di diventare famosa morendo sul posto di lavoro». Ogni mattina, come tante altre operaie come lei, si alzava alle cinque, anche in questi mesi di pandemia durante i quali come molte altre piccole fabbriche anche la sua non ha mai chiuso, e sulla sua utilitaria raggiungeva il posto di lavoro dove andava per poter vivere e far vivere il suo bambino, non certo per morire. Il suo volto sorridente resterà per sempre sui muri di Roma grazie alla mano dell’artista napoletano di street art Jorit.
(Il Quotidiano del Sud, 13 maggio 2021)
di Michele Ainis
Legge sull’omofobia, l’ultima trincea di guerra. Ma è possibile prendere partito senza intrupparsi negli schieramenti di partito? Si può ragionarne laicamente, mentre destra e sinistra si fronteggiano in due blocchi compatti? Perché è questo che è avvenuto: la militarizzazione del dibattito. Peraltro nemmeno un gran dibattito, nulla di simile al confronto d’opinioni sul divorzio, sull’aborto, sulle unioni civili, sulla fecondazione assistita. Quando i partiti lasciavano libertà di coscienza ai propri eletti, sicché i fronti si mescolavano, si contaminavano a vicenda. Adesso, viceversa, nessuna libertà, ammesso che sopravviva la coscienza. E in Parlamento è muro contro muro: l’anno scorso Lega e Fratelli d’Italia hanno depositato più di 800 emendamenti, ora l’ostruzionismo continua fra schermaglie procedurali e progetti alternativi al disegno di legge Zan.
Eppure avremmo avuto tutto il tempo di rifletterci senza pregiudizi, dato che il primo testo venne presentato da Nichi Vendola nel 1996, un quarto di secolo fa. E la riflessione chiama in causa i due valori fondanti della democrazia: libertà d’espressione e tutela delle minoranze. Giacché la legge in questione intende offrire una speciale protezione contro l’hate speech, le parole d’odio basate sull’orientamento sessuale. Per arginarle, per incriminarle, introduce un reato e una specifica aggravante. Da qui tutto il sale della legge, come ha dichiarato Alessandro Zan al Corriere della sera: in futuro nessuno potrà dire che i gay devono essere bruciati nei forni.
E perché, adesso si può dire? L’istigazione a delinquere è già un reato, punito dall’articolo 414 del codice penale con la reclusione fino a cinque anni; e infatti il consigliere regionale della Lega che nel 2016 avrebbe pronunziato quella frase è stato denunciato. Del resto pure l’aggravante figura già nel nostro ordinamento: si chiama circostanza aggravante per motivi abietti o futili, e a norma dell’articolo 61 del codice penale comporta l’aumento fino a un terzo della pena.
Qual è allora il “di più” di questa legge? Una tecnica normativa che rifugge dalle clausole generali, confezionando regole minute e puntute come spilli. Anziché dire «è vietato insultare il prossimo», si preferisce elencare gli insultati – i neri, gli ebrei, e poi i gay, i trans, le donne, i disabili. Anche a costo di gonfiare a dismisura il diritto penale, come se 35mila fattispecie di reato – già in vigore per gli accidenti più svariati – in Italia non fossero abbastanza.
Tuttavia su quest’aspetto non c’è troppa differenza fra il ddl Zan e i disegni di legge proposti dalla destra. Anzi: quest’ultima rivendica un aumento perfino maggiore delle pene, in caso di discriminazione e di violenza. La differenza sta piuttosto nell’intenzione, nello scopo. La destra si muove in una logica puramente repressiva; per la sinistra la nuova disciplina avrà invece una funzione pedagogica. Come traspare fin dal primo articolo del ddl Zan, con il diritto all’affettività verso ogni sesso, con l’enunciazione dell’identità di genere come “identificazione percepita” della propria sessualità. E come dimostra l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia, oltre che di programmi informativi nelle scuole.
Però, attenzione: talvolta il pedagogista danneggia i propri allievi. Ne è prova il sondaggio realizzato da varie associazioni femministe e diffuso dalla Stampa, dove il 66% s’oppone al self-id, la libera autocertificazione del proprio genere sessuale. Non è forse la cancellazione del femminile, dopo decenni di lotte per difenderne la specificità? E infatti in Gran Bretagna l’identità di genere è finita nel cestino dei rifiuti. Ma anche i gay e le lesbiche potrebbero rimetterci, alla fine della giostra. Perché ogni misura di speciale protezione verso questa o quella minoranza rischia d’abbassarne l’autostima, alimentandone il senso d’inferiorità sociale. «Non avevo mai fatto caso alla mia pelle finché non sono stato ammesso al college in quanto nero, grazie a un piano di affirmative action», disse uno studente dell’università di Berkeley. È il coltello del pedagogista: un’arma a doppio taglio.
(la Repubblica, 12 maggio 2021)
Da quasi due anni, ogni giorno, a Trieste, Lorena Fornasir incontra le persone migranti che attraversano la rotta europea dei Balcani. In Piazza della Libertà – rinominata Piazza del Mondo – le accoglie con suo marito, Gian Andrea Franchi, e le volontarie e i volontari dell’Associazione Linea d’Ombra che condividono la loro “impresa”: con Lorena e Gian Andrea discutiamo di questa pratica di relazione a matrice femminile e materna fondata sulla cura, a partire dai corpi. Introduce Silvia Marastoni.
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di Paola Caridi
Se invece volete saperne di più delle cosiddette “mere questioni immobiliari” a Gerusalemme, vi consiglio un libro per ragazzi, Gerusalemme. La storia dell’Altro. Sì, un libro per ragazzi. Perché quello che succede a Gerusalemme, in questi giorni, mostra ancora una volta la necessità di conoscere nei dettagli la grammatica di una città. Compresa la grammatica delle mappe catastali. È un libro che non a caso ruota tutto attorno a una casa. Un immobile a Musrara, un quartiere nato negli stessi anni in cui nasceva, proprio accanto, il quartiere di Sheikh Jarrah. Si era a cavallo tra il XIX e il XX secolo, c’era ancora l’Impero ottomano. Di lì a poco ci sarebbe stata una guerra mondiale e il cambio al potere, con il Mandato internazionale e i britannici a governare sulla Palestina storica.
La piccola storia di Musrara ruota tutta attorno a una casa. Costruita dai palestinesi, che fuggono nel 1948 e che a casa loro non possono tornare perché gli israeliani ora occupano quelle case che si trovano a occidente della linea dell’armistizio. La Linea Verde. E poi perché Israele ha varato una legge, la legge dei proprietari assenti del 1950: non possiedi più quella casa se in quella casa non ti trovavi nel periodo della prima guerra arabo-israeliana. Così, da quella casa sei stato costretto a fuggire, in quella casa non puoi rientrare perché te li impediscono, e di quella casa non puoi rientrare in possesso anche se hai tutti i documenti. Questa è Gerusalemme.
Come dice Gad Lerner, «lo sfratto di quattro case abitate da palestinesi nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme, giustificato come restituzione perché 73 anni fa avevano proprietari ebrei, è un caso di pulizia etnica. In base a questo principio, quante case andrebbero restituite ai palestinesi?»
La bella villa di Musrara era della famiglia palestinese dei Dajani. È stata trasformata in un palazzetto di quattro piani, suddivisa tra diversi proprietari israeliani. Ci ho vissuto per dieci anni, da affittuaria. Ne ho scoperto pian pianino la storia, aiutata da chi – alla fine degli anni Trenta del Novecento – era stato il mio “virtuale” vicino di casa. Quando la casa dei Dajani era la casa dei Dajani, che vivevano all’ombra dei cipressi e dei gelsi che sono rimasti gli unici testimoni, guarda caso non-umani, di quello che succede ogni giorno nella piccola strada che sale verso il municipio di Gerusalemme.
Dunque, di chi è la casa? Di chi l’ha costruita con fatica? Oppure di chi ci vive, ci è nato, la abita da oltre settant’anni? I coloni israeliani hanno aperto a Sheikh Jarrah il vaso di Pandora immobiliare. Sanno che la legge (israeliana), costruita come un bel vestito dalla Knesset, li difende e li protegge. Ma sanno che dentro quel vaso di Pandora c’è l’essenza stessa della questione israelo-palestinese?
Di chi è la casa?
(www.invisiblearabs.com, 11 maggio 2021)
di Massimo Lizzi
Secondo Barbara Stiegler, filosofa francese, i liberali assumono i concetti chiave di Darwin: adattarsi per sopravvivere, seguire le mutazioni, prendere parte all’evoluzione. Così formano il darwinismo sociale: tutti competono, i deboli periscono. Ma, con la crisi del 1929, i liberali capiscono che l’umanità si è adattata solo a società stabili e chiuse. Bisogna riadattarla alla concorrenza globale, attraverso istituzioni benevole, per le pari opportunità: tutti competono, i deboli sono aiutati. Le nuove tecnologie permettono di partecipare alla competizione globale anche da casa. Dai pazienti dimessi presto dagli ospedali, agli studenti connessi via Zoom durante la pandemia. Ma Zoom distrugge l’insegnamento come atto collettivo e interattivo; riduce la lezione «in presenza» a una opzione; nega l’interruzione del processo pedagogico. Perché davanti al disastro niente si può fermare. In questa dinamica, si riadatta anche il manicheismo progressisti vs. populisti, che passa dal sostenere o contrastare il sapere economico asservito alla globalizzazione, al sapere medico asservito al distanziamento sociale. Che rende impraticabile la democrazia.
Questo, in sintesi, il contenuto di una intervista di Barbara Stiegler all’Espresso (28 aprile 2021), intitolata: «Con la scusa del virus il potere dà scacco all’istruzione e alla democrazia». Fa parte di quel filone antagonista al neoliberismo che sotto la pandemia si lascia andare a proiezioni distopiche. Fino a bordeggiare il populismo nel «complottismo della rassicurazione», nominato dalla stessa filosofa. Un modo di pensare che esercita più di una suggestione nel mio ambiente di riferimento; e che io invece voglio avversare, perché di ostacolo alla coscienza della necessità. La pandemia, oltre ai difetti del potere, mostra i limiti del radicalismo, dell’opposizione e della critica al potere, somiglianti al ribellismo degli adolescenti.
È interessante che Barbara Stiegler sia professoressa all’Università di Bordeaux-Montaigne e si riferisca alla situazione francese. I sostenitori italiani delle scuole aperte, nonostante il contagio, hanno sempre indicato la Francia come modello aperturista ed elogiato Macron, un presidente che capisce il valore civile e prioritario dell’istruzione pubblica. In effetti, la Francia ha tenuto le scuole aperte più dell’Italia. Ma, le scuole tenute aperte sono state lo stesso decimate dalle quarantene di classi e istituti. Il virus non riconosce il valore dell’istruzione; se il potere non riconosce il virus, il contagio dilaga. Cosa significa, nel contagio, elogiare lo scambio in presenza tra studenti e insegnanti? È come elogiare il nutrimento della dieta completa di carboidrati, proteine e vitamine, in presenza della gastroenterite, supponendo che il potere voglia farci mangiare solo pastina in brodo e riso in bianco.
Durante la pandemia, riunioni telematiche si svolgono a ogni livello. Anche se meno agevoli delle riunioni in presenza, è un eccesso retorico affermare che annullino la dimensione collettiva. Capita invece di incolpare il mezzo telematico di problemi antichi. Che la scuola si riduca a nozionismo, autoritarismo, ossessione per il voto, lo abbiamo già sentito dire. La critica al potere che non vuole fermarsi di fronte al disastro ha senso, ma allora cosa è giusto fare? Pare che la filosofa voglia fermare le cose cattive, la globalizzazione e il commercio, e far procedere le cose buone, l’istruzione e la democrazia. Poiché il virus non distingue, penso invece sia giusto fermare tutto, tranne il necessario per sopravvivere. I paesi che hanno fatto questo, sono già tornati a vivere.
Il principio di adattamento si può contestarlo in rapporto alla politica, all’economia, a qualsiasi attività umana. Possiamo confliggere con la rivoluzione agricola, industriale, informatica. Teorizzare o praticare altri modi di vivere. Ma di fronte a un fenomeno biologico, anche se provocato dalle attività umane, il rifiuto di adattarsi è un suicidio. Contestiamo l’industria e l’inquinamento, perché non vogliamo lo sfruttamento e il surriscaldamento del pianeta. Ma quando la temperatura aumenta, i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare sale, gli abitanti delle coste non devono resistere. Possono solo ritirarsi. Sarebbe assurdo rappresentare alluvioni e desertificazioni come una scusa per sgomberare popolazioni, anche se esistessero governi che hanno pianificato lo sgombero. Se adattarsi alla politica della globalizzazione, significa far perire i più deboli nella forzata competizione individuale, non adattarsi alla biologia significa far perire i più deboli nel rifiuto della necessaria cooperazione collettiva.
(Facebook, 9 maggio 2021)
di Alessandra Pigliaru
A proposito di due recenti pubblicazioni, un romanzo della ecologista e un libro su di lei, editi da Fandango. «Una lepre dalla faccia di bambina», opera di narrativa del 1978 sul disastro di Seveso con la voce dei ragazzi. I «dialoghi possibili» di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi immaginano che la scrittrice entri in conversazione con le giovani donne e femministe odierne. Morta nel 1993, era nata nel 1921. Comunista, medica, ambientalista tra le più convinte, il suo orientamento è prezioso ancora oggi
L’attenzione alla esistenza e alla intelligenza politica di Laura Conti è un segnale da salutare con fiducia verso il futuro. Per tutto quello che ha fatto, rappresentato e tribolato questa medica e scrittrice, partecipando alla Resistenza, partigiana arrestata e deportata nel lager di Bolzano, socialista poi dagli anni Cinquanta militante, spesso non convenzionale, del Pci, tra i fondatori della Lega per l’Ambiente, ecologista e amica della libertà femminile. Nelle foto che circolano è ritratta con un sorriso aperto e uno sguardo che sapeva vedere lontano, il vivente e le conseguenze dei disastri causati dal profitto e dalla violenza dell’umano, ecco alcune delle sue lezioni che potrebbero interrogarci ancora oggi.
Laura Conti è morta nel 1993 a Milano, aveva settantun anni e ci ha lasciato lavori importanti, sia saggistici che narrativi, contributi giornalistici da grande e acuta divulgatrice e osservatrice del presente quale è stata. Situato, il suo impegno politico nasceva da una saldatura tra prassi e teoria, un sapere critico e insieme un rigore della esperienza per cui le cose si fanno «per amore», non solo per sé stesse ma per un comune di tutte e tutti che abbia contezza di una «praticabilità della vita», come l’avrebbe definita Lucia Bertell, altra maestra di pensiero scomparsa troppo presto.
Individuare allora un’attualità del pensiero e delle pratiche di Laura Conti, fuori da un certo strumentale ecologismo da pentimento del capitale, è un gesto politico con un senso preciso; lo ha pensato anche la casa editrice Fandango, con la sensibilità di Tiziana Triana, che ha raccolto in una operazione meritoria e radicale due libri: uno è la ripubblicazione del romanzo che Conti scrive nel 1978 Una lepre con la faccia di bambina (pp. 142, euro 13, con un’avvertenza di Marco Martorelli). Il secondo volume è a firma invece di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi e si intitola Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti (pp. 125, euro 12). Sono da leggere entrambi con gratitudine nei confronti di una figura certo conosciuta, centrale e circolante sia pure mai abbastanza. Mai come avrebbe dovuto – e dovrebbe ancora – dettare e governare, cioè capillarmente nelle scuole nelle università nelle piazze nei dibattiti, soprattutto a sinistra poterne riconoscere l’inaggirabile spinta e sapienza.
Una lepre con la faccia di bambina arriva dopo altri due testi narrativi: Cecilia e le streghe (1963) e La condizione sperimentale (1965); nel frattempo pubblica saggi sull’educazione sessuale, sul nesso tra capitale, lavoro e ambiente. È il 10 luglio del 1976 quando una nube tossica carica di diossina si sprigiona dallo stabilimento dell’Icmesa, industria chimica situata tra i comuni di Meda e Seveso, nell’hinterland milanese. Osservatrice di eccezionale lungimiranza, Laura Conti all’epoca è consigliera regionale del Pci e segretaria della Commissione Sanità ed Ecologia del Consiglio regionale della Lombardia (un contributo recente sulla sua parabola biografica è La via di Laura Conti di Valeria Fieramonte, intervistata nell’inserto del manifesto «Extraterrestre» da Serena Tarabini, 1/4/2021).
Conti segue in prima persona ogni passo relativo a quella catastrofe, insisterà per far comprendere la devastazione di una sostanza come la diossina, ne scriverà nel 1977 in un libro dal titolo Visto da Seveso e poi ecco che capisce a chi desidera rivolgersi, a differenza di tanto disprezzo contemporaneo riguardo le giovani generazioni tacciate un po’ di inutilità critica quando non sistematicamente abbandonate: l’interlocuzione di Una lepre con la faccia di bambina è con le ragazze e i ragazzi, quelli che negli anni del disastro industriale vivono nei territori colpiti e hanno diritto di essere informati con chiarezza su quanto sta capitando, che mondo gli adulti si stanno impegnando a lasciare loro. Voleva insomma essere un’opera di divulgazione scientifica ed è invece diventato un romanzo in cui si affrontano nodi storico-sociali di prima grandezza: le menzogne del progresso, la miseria simbolica di chi negava la realtà, il sacrificio di migliaia di animali avvelenati mandati a morire, non ultimo una comunità cattolica come quella di Seveso sconvolta da un veleno che contaminava e provocava malformazioni congenite e che si trovava a fare i conti con l’aborto, con una sessuofobia mista a un’angoscia irrazionale che spingeva alla rimozione. Marco e Sara, personaggi letterari del romanzo sono dodicenni, vivono ai margini di una Brianza culturalmente impoverita, possiedono una lingua italiana che la scrittrice, a lungo medica scolastica, definisce «coloniale», è un linguaggio che sottostima l’umano «nei confronti degli oggetti che lo sopraffanno». Ma allora questa scelta linguistica, si domanda Conti, utilizzata per raccontare e informare di un dramma, è forse linguaggio della decadenza o dell’aurora?
Marco e Sara sono alle prese con le meschinità del proprio tempo, quotidiane, materiali, semplici, mentre la storia grande procede per snobismi e frodi in una lontananza quasi incomprensibile, le loro sono le vere «innocenze folgorate», insieme a quelle della povera gente che – come dice a un certo punto la madre della ragazzina – «roba avvelenata deve mangiare». Da un orto silenzioso, si solleva lo sguardo di Marco e Sara che incontriamo nelle settimane successive al disastro, prima delle bonifiche ma già nella divisione territoriale in zone di gravità. Inconsapevoli cronisti, si accorgono di ogni dettaglio fino all’entità delle conseguenze sanitarie, sociali e ambientali. Sfollati insieme alle loro famiglie e trasferiti in un albergo, nel romanzo emerge la crudeltà giocata sui corpi dei bambini e su quelli delle donne che da un lato erano costrette ad ascoltare i monsignori e dall’altro non potevano ancora accedere liberamente alla interruzione volontaria della gravidanza.
Sta di fatto che Conti continua a parlarci, una centenaria con la mente vivacissima tanto da sentire quasi la sua voce ed è in questo desiderio potente di ridarle parola che Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi nel loro Laura non c’è ne resuscitano il rilievo teorico, costruendo delle conversazioni in cui la sorprendono a interagire con donne e ragazze che hanno scelto la sostenibilità, l’ambientalismo, il veganesimo, il femminismo e l’irriverenza generativa di immaginare un mondo possibile. Incontreremo e riconosceremo Rachel Carson, Alex Langer, Lyubov Sirotà, Marie Curie ma anche Giorgio Nebbia, Barry Commoner e tanti felini. Il Fondo, costituito dalla biblioteca di Laura Conti (circa seimila volumi) e dall’archivio di carte, si trova alla Fondazione Micheletti di Brescia, ed è proprio lì che Bonomi Romagnoli e Turi si sono recate più volte, per mesi immerse in letture e ricerche trovando infine connessioni originali e ironiche, dando all’incedere della scrittura l’ordito di una storia diversa in cui chi è arrivata prima di noi può avere un ruolo attivo nella memoria relazionale della politica delle donne. Fandango promette anche la riedizione degli altri libri scritti da Laura Conti, li aspettiamo come una bussola terrestre e amorosa per le creature del futuro.
(il manifesto, 8 maggio 2021)
Introduzione ai femminismia cura di Anna Curcio, Ed.DeriveApprodi, 2019. Un’analisi di alcune tra le più importanti esperienze politiche e teoriche del femminismo che permette di orientarsi nelle questioni centrali poste dall’attuale mobilitazione internazionale delle donne: il nesso capitalismo/ patriarcato, il nodo del potere, i temi del lavoro, della sessualità, dei diritti. Maria Castiglioni dialoga con Anna Curcio curatrice e autrice, con Marie Moïse autrice e Zoe Roncalli attivista di Ri-Make.
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di Franca Fortunato
Ci sono voluti sette anni e mezzo perché Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, potesse vedere conclusa una vicenda che, a ben guardare, ha dell’incredibile. La Corte di Cassazione ha confermato l’assoluzione in primo e secondo grado «per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste». Era stata accusata di essere stata eletta con i voti della famiglia mafiosa degli Arena e di averli favoriti nella raccolta di un campo di finocchi su un terreno a loro confiscato e da lei dato in gestione a una cooperativa di Libera. Conosco lo stordimento iniziale, lo stupore, l’incredulità, lo shock di fronte ad accuse infamanti che tradiscono tutto ciò in cui hai creduto e per cui hai lottato. Non hai parole per dire e gridare la tua rabbia di fronte all’immagine che di te danno i tuoi accusatori e i giornali, il dolore ti strazia e apre nel profondo del tuo essere una ferita che resta aperta anche dopo aver ottenuto giustizia, come per Carolina che ancora oggi si chiede come è potuto accadere. Quel 3 dicembre del 2013, quando venne arrestata e messa ai domiciliari, per giorni è rimasta in silenzio e io nello sconcerto e nell’incredulità, ma non ho mai dubitato di lei, non ho mai perso la fiducia, non nella giustizia, ma nella donna in cui avevo riconosciuto il sincero desiderio di cambiare questa terra, segnandola della forza e della grandezza femminile. Nel corso degli anni l’ho invitata, a parlare di sé e di quanto stava vivendo, in incontri pubblici anche se c’è stato qualcuno che mi consigliava di non farlo perché era sotto processo per mafia e si è rifiutato di venire per questo. Ho continuato a credere a lei e in lei, alle sue parole e non ho mai perso la fiducia in una donna che insieme ad altre ha scritto una delle pagine più belle di questa regione, pagine di buona politica, di passione politica, di coraggio, libertà e autorità femminile. Le “sindache anti ’ndrangheta” in modo riduttivo le avevano chiamate giornali, tv, scrittori e giornalisti scesi in Calabria per conoscerle e scrivere di loro. Carolina Girasole, Elisabetta Tripodi, ex sindaca di Rosarno, Annamaria Cardamone ex di Decollatura, Maria Carmela Lanzetta ex di Monasterace, si sono date forza l’una con l’altra, autorizzandosi nelle loro pratiche quotidiane e nelle scelte “impreviste” e “imprevedibili” per chi – come i mafiosi e i malapolitici – era abituato a ben altra politica e a ben altra pratica amministrativa.
Una stagione politica, la loro, che molti hanno archiviato troppo in fretta e hanno parlato di fallimento. No, non hanno fallito perché, al di là di come è andata a ognuna di loro, resta la speranza che anche in Calabria sia possibile amministrare credendo nella forza del proprio desiderio di rendere “normale” il proprio paese e che un’altra politica sia possibile, perché loro l’hanno praticata, nonostante o per questo siano state avversate, ostacolate, misconosciute anche dal loro stesso partito. La speranza non è una promessa, ma un orientamento, un sentimento che quando c’è va trattato con cura per non ucciderlo e loro sono stati capaci di trasformare la speranza del cambiamento in realtà segnandola del desiderio femminile e pagando prezzi altissimi come per alcune di loro vivere sotto scorta. Con la fine dell’incubo, Carolina viene rimessa al posto che le spetta, quello di un’ex sindaca, di una buona ex sindaca, di una donna che, forte della sua verità e del sostegno di chi ha sempre creduto in lei, ha saputo affrontare il processo con la stessa passione, forza, coraggio e dignità con cui ha amministrato il suo paese.
Grazie Carolina.
(Il Quotidiano del Sud, 7 maggio 2021)
di Silvia Marastoni
In vista del prossimo incontro zoom con Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi (Libreria delle donne di Milano, 12 maggio 2021, ore 20.30-22.30) pubblichiamo il testo dell’invito rivolto a donne e uomini per dar vita, il 6 marzo scorso, a “Un ponte di corpi”.
Un’iniziativa che ha attraversato l’Italia “dal sud al nord, dall’est all’ovest”, e “si è spinta dentro l’Europa, fra le frontiere”, coinvolgendo 36 diverse città, dai confini occidentali spagnoli a quelli orientali, in Grecia, “mentre una farfalla gialla volava sopra i reticolati”.
La “carrettina verde” che da quasi due anni, ogni giorno, Lorena Fornasir porta in Piazza della Libertà – da lei rinominata Piazza del Mondo – insieme a suo marito, Gian Andrea Franchi e alle volontarie/ai volontari che condividono la loro “impresa” ha “pensato di fare il gesto simbolico e concreto di invitare un gruppo di donne sul confine più violento, più mortifero, quello della Croazia che si erge ad antemurale dell’Europa contro l’estraneo, contro il migrante, il profugo”. Per portare anche lì, su quel confine, la voce e il simbolo di una pratica di accoglienza che è politica della relazione di matrice femminile e materna, fondata sulla cura a partire dai corpi.
“Un ponte di corpi”
C’è un carrettino verde che tutti i giorni si porta sulla piazza del mondo (*) per accogliere chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine. Conserva storie di corpi e di dolore e, tra le sue bende e pomate, la memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene. La donna, con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza. Contiene in se stessa la negazione del confine poiché è un corpo naturalmente aperto alla generatività, alla creatività, al pensiero sorgivo, al perturbante che la abita come intima estraneità. Il carrettino della cura ha scritto un manifesto per convocare donne e uomini a chiedere l’apertura delle frontiere.
Le donne, soprattutto loro, ma non solo, sono chiamate ad assumere il mandato che altre donne, madri, sorelle amiche, compagne, hanno trasmesso in modo tacito alle donne di questo altro mondo che noi abitiamo. Si tratta di una eredità che scorre sul filo del legame che accomuna la nascita, la vita, la sopravvivenza, purtroppo anche la morte ma dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Chi è mandato in salvezza, il figlio o uomo di altre terre, bimbo o minore solo, può trovare altre mani che lo accolgono e lo accompagnano nel desiderio di una vita degna di essere vissuta.
Perché corpi di donne sui confini? Perché il corpo femminile è il corpo attraverso cui si ri-produce la vita e il confine è uno di principali dispositivi che la controlla e la violenta. Perché il confine è profondamente androcentrico, dato che l’antica inferiorizzazione della donna dipende dalla volontà di controllo del maschio che nasce dalla paura della vita e quindi dal bisogno di dominarla.
Il gesto del carrettino verde, in verità una carrettina dedita alla cura, è un gesto che rimanda alle radici arcaiche del dominio dell’uomo sulla donna, di cui il confine è oggi un dispositivo caratteristico in quanto impedisce il libero movimenti dei corpi che vengono da luoghi di morte, di cui l’Occidente porta la responsabilità.
Noi vogliamo portare un segno di vita sul confine e contemporaneamente in molti luoghi in cui donne e uomini si riconoscono nella pratica della cura. Dopo più di un anno passato a curare centinaia di corpi, di piedi di cammino, feriti dal cammino, dall’impedimento del cammino, dall’inseguimento di chi cammina proveniente da luoghi di morte per cercare di vivere una vita degna, il carrettino verde ha pensato di fare il gesto simbolico e concreto di invitare un gruppo di donne sul confine più violento, più mortifero, quello della Croazia che si erge ad antemurale dell’Europa contro l’estraneo, contro il migrante, il profugo, che viene spinto dal suo bisogno-desiderio di vita, a dirci, ben al di là della sua consapevolezza, che anche noi non viviamo se abbiamo paura di lui, che la nostra vita agiata è ben misera cosa se non sa aprirsi all’altro, se non è un tessuto di solidarietà.
Con il nostro corpo di donne su un confine di morte vogliamo dire che il migrante è portatore di vita, ciò che va ben oltre la ricerca di un luogo in cui poter lavorare e vivere tranquillamente e che l’accoglienza è un gesto di vita non solo verso i migranti ma verso di noi, verso tutti.
Noi siamo coloro che dicono no alla paura e all’odio per lo straniero, per il diverso, per l’altro, perché da sempre noi donne siamo state considerate inferiori all’uomo.
Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato.
Noi siamo coloro che vogliono gridare la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che donne di altre terre hanno generato, consegnandola alle donne di questo mondo affinché la conservino e la promuovano.
(*) Piazza Libertà di fronte alla stazione di Trieste è il luogo dove arrivano i migranti dalla rotta balcanica
(www.libreriadelledonne.it, 7 maggio 2021)
di Eleonora Cozzella
«Quando mi hanno chiamato dalla Michelin per comunicarmelo, circa un mese fa, c’è stato un momento di blackout per l’emozione. Non me l’aspettavo, non era una cosa a cui avevo mai pensato, nel senso che in Italia ci sono tante professioniste talentuose e, insomma, non mi ci ero messa in mezzo». Isa Mazzocchi, chef della Palta a Bilegno, frazione di Borgonovo Val Tidone in provincia di Piacenza, con candore risponde così alla domanda di rito del dopo premiazione.
È appena stata insignita del Premio Michelin Chef Donna 2021 by Veuve Clicquot e le sue parole sono quelle di una professionista dell’alta cucina che stima le sue colleghe così tanto da non pensare che il riconoscimento potesse andare a lei. Chi la conosce sa che è sincera, che l’opportunismo è lontanissimo dalla sua indole.
Emozione e modestia a parte, si riconosce moltissimo nella motivazione: «È stata selezionata degli ispettori Michelin perché ha un fortissimo legame con il suo territorio che promuove attraverso i suoi piatti per farne emergere le peculiarità. La cucina, nella quale investe tutte le sue energie, la sua tenacia e l’apprendimento continuo, le permettono di spaziare tra passato, presente e futuro, per portare l’ospite in una dimensione di esperienza senza tempo, fatta di tradizione e innovazione».
Se volevano dar valore alla relazione, all’attaccamento viscerale, all’amore indissolubile con il territorio, allora è la persona giusta: «Mi ci ritrovo moltissimo» dice.
Non è stato facile arrivare all’apprezzamento della critica e del pubblico, in un paese di cento abitanti («anzi, ora siamo 92» specifica) dove il suo ristorante non è l’unico stellato: è l’unico e basta. Da sempre. La Palta non a caso conserva il nome piacentino di quello che era in origine, una tabaccheria (per poter aprire bisognava avere la licenza per sali e tabacchi, quindi una concessione, un appalto, la “palta” in dialetto), che ancora resta, minuscolo, dietro al bancone del bar, non certo per bisogno commerciale, ma per omaggio al passato, per non rinnegare ciò da cui tutto ha avuto inizio, con i nonni e i bisnonni.
Quando si parla di un premio alle donne nascono sempre polemiche. Chef, lei che cosa ne pensa: anacronismo, discriminazione o iniziativa utile?
«Sono sempre stata tra quelle che si interrogavano sulla questione, sul perché ci fosse bisogno di una corsia diversa, che per alcuni è un contentino. Ma riflettendoci nel tempo, mi sono resa conto che grazie al network di donne dell’Atelier des Grandes Dames by Veuve Clicquot, creato nel 2016, abbiamo potuto fare squadra e si è data luce a quelle che io ho chiamato – anche attirandomi dure critiche – le invisibili».
Che cosa intendeva?
«Quando si dice che ci sono meno donne in cucina io dico invece che non è vero. Ce ne sono eccome! Poi chissà perché sulle copertine dei magazine ci mettono gli uomini. O almeno di donne sotto i riflettori ne vedo molto meno. Siamo raramente chiamate chef, siamo cuoche, il titolo chef sembra appannaggio maschile».
In effetti, almeno per quanto riguarda l’Italia la situazione vede molte donne in cucina, anche a livello di stellati. Le chef stellate nel nostro Paese sono 42, addirittura il 21 per cento di tutte le stellate del mondo. Come è possibile valorizzarle di più?
«Nelle varie manifestazioni con l’Atelier abbiamo modo di stare insieme, conoscerci, fare rete, scoprire e riconoscere la forza l’una delle altre. Nell’ultimo viaggio fatto in famiglia abbiamo percorso l’Italia e ci siamo fermati in diverse tappe dalle mie colleghe. E ho scoperto cose importanti, che forse sono poco raccontate. Per esempio, Maria Cicorella al Pascià di Conversano mi ha meravigliato per lo stile, un’italianità signorile forte e bella che non conoscevo, è stato come entrare in una casa col salotto buono di una volta. Iside De Cesare della Parolina in un luogo un po’ sperduto, con la vista meravigliosa che guarda tutta la valle, è una donna con una potenza incredibile che segue la cucina e esce ogni tanto a controllare il bambino che corre sul triciclo nel cortile. E ancora la Passione di Bianca Celano che come un giocoliere che fa saltare gli ingredienti».
Dunque, bisogna raccontare di più queste storie.
«Assolutamente. Io sono davvero pro-donna. Credo che dobbiamo in primis raccontarci di più tra noi. Sono fortunata in questo, sono cresciuta con intorno donne forti e meravigliose che mi hanno fatto credere in me e sono contornata da amiche meravigliose che mi hanno portato in braccio nei momenti di difficoltà, in particolare in quest’ultimo anno in cui mio marito Roberto non è stato bene».
Lei in qualche modo con questo premio crede di poter essere un esempio?
«Onestamente sì, nel senso che con la mia vita e la mia carriera dimostro che tutte ce la possono fare. Io sono arrivata fin qui, ma a passi piccoli piccoli, consolidandomi a poco a poco. Sono riuscita a conciliare il lavoro con la famiglia. Mi sento di avercela fatta. Ecco, non di essere arrivata, perché voglio fare tanto altro ancora, ma di avercela fatta sì. Certo non da sola: ci sono mia sorella Monica, mio marito, tutto lo staff che mi hanno appoggiato. Il premio gratifica la nostra scelta di vita. Di semplicità, di onestà intellettuale. Ci sentiamo così, veri e genuini, a volte anche un po’ naif».
Lei parla sempre di suo marito, dicendo che senza Roberto non avrebbe ottenuto tutto questo. E parla della sua cucina femminile ma anche del suo essere femminista. Non c’è una contraddizione?
«No, anzi. Per me è una forza. Con l’orgoglio di essere riuscita a conciliare famiglia e lavoro, senza aver dovuto rinunciare a una cosa o l’altra. Sapere di essere amata e sostenuta, mi fa dare il meglio. Quando gli ho detto che mi avrebbero premiato mi ha sorriso dicendo “lo sapevo già”. Una cucina femminile non vuol dire una cucina debole. Quando dico che la mia cucina è femminile mi riferisco al suo essere di cura, di accudimento, di nutrimento. Cucina femminile non vuol dire delicata e non c’entra niente con lo stereotipo dell’angelo del focolare. È una cosa che sento in comune con molte colleghe autrici di una cucina concreta, densa di storia, radici, coraggio e pensiero. Non rinunciando a gusti forti, attenzione: la cucina femminile non è quella con i fiorellini».
Ora sua figlia Bianca, che ha appena compiuto diciott’anni, frequenta una prestigiosa scuola di pasticceria e suo nipote Luca lavora già con lei in cucina. La tradizione continua…
«Sì, Bianca frequenta a Noventa Padovana, la Dieffe, e sta facendo lo stage in Alma a Colorno. Mentre il figlio di mia sorella Monica si occupa dei primi piatti e ha una mano molto felice. Non li abbiamo spinti a farlo, ma è stato spontaneo, naturale. Auguro loro il mio stesso percorso. Il desiderio di imparare e la voglia di studiare che avevo io».
E infatti dalla raccolta delle erbe spontanee («ora lo chiamano foraging» ironizza, «ma noi lo abbiamo sempre fatto») fin da bambina con le zie nei dintorni del paese alla scuola alberghiera di Salsomaggiore Terme, dall’incontro segnante con Georges Cogny fino alle esperienze da Gianfranco Vissani, Gualtiero Marchesi, Herbert Hintner, Isa Mazzocchi non ha fatto che leggere e approfondire: «Facevo spedizioni alla biblioteca culinaria di Lodi e tornavo a casa con dei bauli di libri, soprattutto francesi, che mio padre si spaventava».
E passo dopo passo è arrivato il nuovo locale, si è delineato il suo stile di cucina. Che affonda i ricordi nelle scene dei cacciatori del paese che tornano con le prede da cucinare e infatti Mazzocchi è famosa per i piatti di selvaggina, che racconta le stagioni e la campagna circostante, che esegue bene i piatti di un tempo ma non ha paura di modificarli e anche stravolgerli, ma sempre con in mente un filo conduttore. Emblematico il suo piatto che unisce le tre paste tipiche di Piacenza: la bellezza del tortello con chiusura a treccia, la ricchezza del ripieno degli anolini, ma il tutto con l’impasto dei poverissimi pisarei.
(la Repubblica, 6 maggio 2021)
di Alberto Leiss
Al termine del discorso alla Camera sul Piano nazionale di ripresa e resilienza Draghi si è detto certo che «l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti». Un auspicio, ovviamente; e sarebbe interessante riflettere su quelle tre ultime parole: stupidità e interessi costituiti. Rimando l’interrogativo – assai intrigante – su che cosa si debba intendere, in senso tanto fortemente negativo, per “interessi costituiti”. Ma già mettere la stupidità su un piano simile a quello normalmente riservato alla disonestà mi sembra notevole.
La stupidità – come disse Musil – è un nemico implacabile e potente di tutti coloro che vorrebbero migliorare le cose, o almeno difenderle dal peggio. Non c’è nessuna grande idea – secondo l’autore dell’Uomo senza qualità – di cui la stupidità non sappia impadronirsi, in assenza di valide contromisure. Un esempio recente riempie pagine di giornali e discorsi politici. Che cosa ha spinto funzionari e dirigenti Rai al tentativo di indurre una celebrità mediatica come Fedez a cambiare il suo discorso dal palco del Primo Maggio? Non era chiaro come il sole che l’iniziativa sarebbe fallita e che anzi avrebbe rischiato di causare – come è puntualmente avvenuto – uno scandalo sulla sopravvivenza della censura? Un altro autore importante scrisse che lo stupido può essere più pericoloso del criminale: danneggia gli altri ma danneggia anche se stesso, brancolando nel buio della propria ottusità. Il danno generale è un ulteriore imbarbarimento del discorso pubblico. Fedez ha ragione a denunciare la pressione ricevuta. Ma ci piace un mondo in cui ogni telefonata per così dire privata viene videoregistrata? L’effetto collaterale peggiore è rendere sempre più manichea la discussione sulla legge Zan. È sacrosanto opporsi alle pulsioni omofobe, transfobiche, misogine, abiliste. E eventualmente legiferare in questo senso. Ma Fedez non dice mai che esiste una parte dell’opinione pubblica, tra cui molte femministe, che non ha dubbi sulla lotta a quelle inaccettabili pulsioni, ma ne ha invece sul testo della legge. In particolare sul fatto che una malaccorta enumerazione di concetti e termini quali “sesso”, “genere”, “orientamento sessuale”, “identità di genere” possa irrigidire normativamente una discussione ancora del tutto aperta dal punto di vista scientifico, filosofico, politico, simbolico.
Il testo approvato dalla Camera esordisce così: «a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso […]».
E se io rifiutassi queste definizioni pensando che il sesso è ben di più che una determinazione biologica o anagrafica, che tiene insieme corpo, desiderio, mente, differenza – radicata nel poter o meno partorire un altro essere umano – e molte altre cose ancora? Se pensassi che il termine genere è invece ambiguo? E che questo linguaggio rischia di reintrodurre quel “neutro indifferenziato” sostenuto proprio dal simbolico patriarcale, probabilmente all’origine dell’odio per i diversi che si vuole combattere? E se, infine – ma sarebbe gravissimo – ci fosse il rischio che la norma limitasse la libertà di opinione?
Uomini politicamente agli antipodi, dal direttore del Foglio Claudio Cerasa a Christian Raimo, al teorico queer Federico Zappino, avanzano critiche e dubbi, chiedono di rifletterci meglio. Non è saggio ascoltarli? Non dovrebbe proprio la tv pubblica provare a riscattarsi favorendo un confronto rispettoso di tutte le posizioni in campo?
(il manifesto, 4 maggio 2021)
Gruppo delle femministe del mercoledì
Sentiamo, forse tutte e tutti, il bisogno di trovare parole per dire quello che ci capita di vivere con la pandemia, ma nessuno le trova che siano adeguate. Pubblichiamo il testo Noi e il Covid-19 essenzialmente per due ragioni. Primo, perché è stato scritto da donne che ragionano sulla cura da anni e oggi, sollecitate da quello che capita, ne parlano con una consapevolezza non superficiale. E poi perché c’è un’idea al centro del testo che fa da leva, l’idea che la cura, nel senso pieno della parola che l’inglese rende meglio, porta nell’esperienza umana qualcosa di non surrogabile, e ce ne stiamo accorgendo in maniera che non lascia dubbi. Facciamo che sia in maniera definitiva.
(La redazione del sito)
Noi e il Covid-19
È trascorso più di un anno dalla pandemia e dallo smarrimento che ci ha scaraventate fuori dalla normalità.
Eppure, siamo al “ritorno dell’identico”. Stiamo attraversando la terza fase dei contagi, ospedali di nuovo in sofferenza, ingiustizie oltraggiose. Il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte.
Se le relazioni sostengono il desiderio di cambiamento, adesso il desiderio si sfibra e smarrisce la politica praticata dal femminismo.
Per paura del contagio ci siamo chiuse dentro. Qualcuna tra noi pensa che cerchiamo una sicurezza impossibile.
Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere.
Da più di un anno siamo braccate dalla presenza della fine, dall’impossibilità di dire addio, dalla morte nascosta e per questo più atroce.
Ascoltiamo, quasi si trattasse di fatalità, la scansione dei numeri di quanti scompaiono quotidianamente.
Non di fatalità si tratta.
Il Sistema sanitario italiano, nonostante i molti tagli, ci appariva decente? Ora sappiamo che non è così.
Ci siamo rese conto che da anni opera un’organizzazione gracile, pronta a polverizzarsi. Con i medici di base che somigliano a ologrammi, incapaci di ascoltare i pazienti; di vedere le loro fragilità. Peggio ancora le Residenze per anziani sono state quasi sempre luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio.
Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.
Se pure con un segno diverso, nei suoi nessi tra sesso e potere, è violenza quella maschile contro il sesso femminile. Rimanda alla convivenza forzata imposta dal Covid-19 e segnala quanti uomini non sopportano il confronto ravvicinato e quotidiano con la libertà delle donne.
In questa fase ci hanno sostenuto i/le braccianti, badanti, interinali, commessi e commesse dei supermercati. L’erosione del Pil è stata arginata dalle fabbriche dove solo le lotte hanno strappato “protocolli” di sicurezza. Tuttavia, i lavori sono sempre più comandati dal precariato, segnati dallo sfruttamento.
Hanno scioperato per la prima volta magazzinieri, operai, runner di Amazon. Per un giorno i riders sono scesi dalla bicicletta o dal motorino, chiedendo ai clienti di rinunciare a farsi portare il cibo.
La presenza del Covid-19 ha cancellato dalla nostra mente le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili.
Naufraghi muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”; naufraghi chiedono soccorso per due giorni nell’indifferenza dell’Europa e della ministra Lamorgese mentre a Ankara il presidente del Consiglio europeo accetta lo sgarbo alla presidente della Commissione europea la quale, a sua volta, tollera l’offesa purché, in cambio di adeguato compenso, Erdogan continui a “ospitare” più di tre milioni di rifugiati.
Evidentemente, il Covid-19 fa male al mondo e fa male alla democrazia. Si è allargato il divario tra le sedi politiche e la società. Nei partiti l’interrogativo sullo stato dei rapporti tra uomini e donne trova come risposte il ritorno al passato, alla famiglia tradizionale, al razzismo, al disprezzo degli omosessuali, a una cultura che vuole ristabilire il potere maschile (la difesa di suo figlio da parte del capo dei 5 Stelle). Oppure un’offerta di inclusione “in quanto donne” come è avvenuto nello scontro tra le due candidate a capogruppo Pd alla Camera. Possibile che per le donne non ci sia altra strada da quella della miseria simbolica?
Se così funziona nelle sedi politiche, la vita sociale è stata sì disseminata di buone azioni (volontariato, solidarietà, scambi tra esperienze grazie al web) però le rovine prodotte dal virus hanno coinvolto chi era più esposto alla logica speculativa del mercato e gli effetti sono stati di obbedienza, adeguamento, silenzio.
Le donne “portano sulle spalle il peso della pandemia”? Si suppone che siano loro – noi – in grado di contrastarla maneggiando la “cura”, da sempre declinata al femminile.
“Cura” è in questa fase parola evocata sino a inflazionarla, in una sorta di appello morale a unirsi contro il virus. Si può affrontare il Covid-19 senza mettere in discussione l’attuale sistema produttivo economico, sociale e ambientale; senza ripensare l’attuale rapporto tra vita e lavoro, senza contestare lo sbilanciamento dei rapporti tra i sessi, i vincoli tra umani e non umani?
C’è una differente qualità che la “cura” mette nell’esperienza umana grazie alla quale il mondo potrebbe non reggersi unicamente su rapporti di potere, sulla centralità del profitto e sul valore dominante del denaro. Si tratta di “un resto” prezioso che socializzazione, servizi organizzati, e lavoro retribuito non possono sostituire.
Ecco, questo “resto” va usato nella crisi che è anche crisi del linguaggio, determinata dalla pandemia. Dunque, dobbiamo trovare le parole in grado di nominare la crisi e assieme le azioni umane che l’hanno prodotta.
Per questo, la politica dei vaccini rappresenta ai nostri occhi il primo terreno di cura e il primo oggetto di conflitto giacché poco o nulla si fa per la prevenzione, per le terapie domiciliari e dalle tante incongruenze si desume che non c’è un cambio di passo: vite potevano essere risparmiate; vite sono andate perdute.
La tecno-scienza ha compiuto un salto incredibile, bruciando i tempi della scoperta, ma se non fa i conti con l’interdipendenza globale dei viventi, rischia solo di accelerare il “dis-farsi del mondo”.
È dettata dalla miopia e dal voler salvaguardare comunque il guadagno di alcune multinazionali, la strenua contrarietà di Usa e Europa a sospendere i brevetti in epoca di pandemia anche se internazionalizzare i vaccini rappresenta la condizione per sconfiggere il virus: abolire la proprietà privata dei brevetti e assumere l’idea dei vaccini come Bene comune, disponibile per tutti/e.
Cambiare rotta comporta scelte non indolori. Contro una gestione della salute che non prende le distanze dal passato; contro lo svilimento della vecchiaia; contro la manomissione del pianeta e dell’ambiente, della terra e dell’aria; contro gli allevamenti intensivi.
La forza trasformativa della libertà femminile ha scommesso sulla presa di parola per trasformar in radice la realtà del presente. In opposizione agli uomini, ma anche in alleanza con chi quel desiderio sa riconoscere.
È questa libertà che vogliamo agire affinché la cura come desiderio e come conflitto produca una diversa politica.
Gruppo delle femministe del mercoledì: Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Stefania Vulterini
(donnealtri.it, 4 maggio 2021)