Ufficio Stampa Unione Comunità islamiche d’Italia (UCOII)


Il caso della giovane Saman Abbas, ragazza pakistana scomparsa nel reggiano, a Novellara, dove risiede la sua famiglia, e dopo aver denunciato i genitori perché volevano imporle un matrimonio combinato, ci ha sin dall’inizio amareggiati e preoccupati. Il presidente dell’UCOII, Yassine Lafram, ha sin da subito seguito i primi lanci di agenzia per conoscere e aggiornarsi su quanto accade alla nostra sorella Saman.

Fortunatamente sono episodi che non hanno, per quanto a nostra conoscenza, un’estensione e una frequenza importanti ma sappiamo che all’interno di alcune comunità etniche persistono ancora situazioni e comportamenti lesivi dei diritti delle persone. L’UCOII respinge con forza questo tipo di concezione della condizione femminile e in generale della vita delle persone: sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire. A tal proposito, e per rafforzare la sensibilizzazione e aumentare la prevenzione, l’UCOII emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile.

Allo stesso tempo rigettiamo qualsiasi speculazione politica su questa triste vicenda che mira a infangare l’intera comunità islamica italiana.

Preghiamo per Saman Abbas che ritorni sana e salva e rivolgiamo un appello alla sua famiglia: non costruiamo odio ma amore partendo dal rispetto della vita.


Roma, 31 maggio 2021

Ufficio Stampa Unione Comunità islamiche d’Italia


(ucoii.org, 31 maggio 2021)

di Franca Fortunato


Nei prossimi giorni il Parlamento italiano dovrà votare il rifinanziamento alla Guardia Costiera libica per riportare forzatamente i migranti, imbarcati sui gommoni, in Libia. “Salvataggi in mare” li chiamano e Mario Draghi, in visita a Tripoli, ha ringraziato. Quale sia il destino dei “salvati in mare” ce lo racconta Francesca Mannocchi sull’ultimo numero dell’Espresso. «Nella notte tra il sette e l’otto aprile scorso – scrive – un uomo è stato ucciso e due giovani, un diciassettenne e un diciottenne, sono rimati feriti nel centro di raccolta di Al-Mabani, Tripoli, centro di detenzione, dove è scoppiata una rissa e le guardie hanno reagito aprendo il fuoco in modo indiscriminato. Quello di Al-Mabani è un centro di smistamento dove le persone restano per un tempo indefinito prima di essere spostate nei centri ufficiali. È il più affollato dei centri di Tripoli. A febbraio nel giro di poche settimane è passato dalla capienza prevista – circa 300 persone – a 1500, che significa che in ogni stanzone ci sono tra le duecento e le duecentocinquanta persone e che, insieme ai migranti, sono aumentate le tensioni. Le condizioni nel centro sono invivibili: c’è poca luce e ventilazione, non arriva abbastanza cibo né acqua, non ci sono bagni per tutti, solo tre o quattro ogni duecento persone». È per rinchiudere i “salvati in mare” in luoghi simili e mantenere gli altri in centri lager che l’Italia, negli ultimi quattro anni, ha pagato la Libia (213 milioni di euro) per “contenere i flussi migratori” e adesso il Parlamento si appresta a rifinanziare. “Contenere”, “rimpatriare”, “respingere” sono le parole che da anni hanno preso il posto di “soccorrere”, “salvare”, “accogliere”, “ospitare” e hanno trasformato il Mediterraneo da ponte tra civiltà, culture, lingue diverse in “confini”, “muro”, “cimitero” “morte”. In fondo a quel mare, naufragio dopo naufragio, continua a crescere il reame sottomarino delle/i bambine/i lasciati annegare da un’Europa che a parole parla di “approccio umano e umanitario”, di “solidarietà” e “umanità”, come ha fatto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a cui avevo dato credito, presentando il nuovo patto per asilo e migrazione, ma che nei fatti guarda ai respingimenti e lascia i salvataggi in mare alle poche Ong ancora in condizione di effettuare recuperi. Il Mediterraneo da tempo non è “Mare nostrum” perché non tutti i popoli che vivono sulle due sponde lo vivono come tale. Non so se è vero che la bellezza salverà il mondo, come ha detto qualcuno, e se questo mondo dove dominano il profitto e il denaro, come dimostra anche la vicenda dei vaccini contro il Covid per i Paesi poveri, è salvabile, ma ri-leggere in questo presente il libro del poeta “arabo-andaluso” Mohammed Bennis Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità, che giaceva nella mia libreria e si è imposto al mio sguardo, è stato un modo per restituire dignità e umanità alle tante vite annegate, umiliate, violentate, disprezzate giorno dopo giorno lungo le rotte dell’immigrazione di terra e di mare. Un modo per dire della bellezza di civiltà, lingue e culture diverse dove accoglienza e ospitalità sono simbolo della generosità delle genti mediterranee. «La mia poesia – scrive Mohammed – appartiene a quella poesia araba che ha accolto gioiosamente lo straniero nella sua lingua e nella sua cultura, nel rispetto dell’ospitalità. La mia poesia ha scelto il dialogo.» Pagare la Guardia Costiera libica contro i migranti è l’ennesimo vergognoso tradimento di quella comune civiltà mediterranea dell’accoglienza e dell’ospitalità che la poesia di Mohammed accoglie e che molte/i praticano, anche in Calabria.


(Il Quotidiano del Sud, 29 maggio 2021)

di Eleonora Negrisoli


«Ma io ero pietra, / ero gelo o fiamma, / febbre o abbandono, / ma non ero ancora…». A scrivere è Piera Oppezzo: donna algida e silenziosa, decisa e solitaria, poeta sconosciuta ai più, si è mossa nei sentieri della poesia lasciando dietro di sé poche, ma indelebili, tracce. Di lei rimangono soltanto le testimonianze di coloro che l’hanno incontrata e due scatole di cartone con “le sue cose”, affidate all’amico Luciano Martinengo poco prima di morire.

Piera Oppezzo nasce a Torino il 2 agosto 1934, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che la circonderà di «quei boati fra le valli / che mi toglievano all’infanzia». La sua famiglia proviene da un ambiente umile, e lei è costretta dalla necessità a lavorare; è così che, ancora bambina, prende impiego come aiuto sarta, frequentando soltanto la scuola domenicale.

Cambiando i più disparati impieghi, Piera continua a lavorare, o meglio: a lavorare per sopravvivere, ma a vivere per scrivere. Infatti, Oppezzo comincia a scrivere molto presto (quando non si sa, ma nei famosi scatoloni sono rimaste poesie che risalgono al 1952). In questi versi, inediti fino a quest’anno, c’è la quotidianità di una giovane donna, il cui «dolce amore per la vita è snervante e imperfetto». Piera si lascia incantare, a volte dall’amore, a volte dal jazz, altre dal «Verde e azzurro / intorno», eppure soffre spesso, sopraffatta da uno «scattante dolore / puntuale presente quotidiano».

Altro tema che compare in questi suoi primi versi è quello del lavoro, sempre visto – in perfetta linea con quello che sarà il pensiero dei movimenti rivoluzionari negli anni Settanta – come costrizione e alienazione: «I poveri giorni / in cui si crede veramente / di essere la persona / che compie il lavoro quotidiano». Eppure, è proprio in un contesto lavorativo – in quel momento Oppezzo era dattilografa in Rai – che vengono scoperte le sue poesie. I suoi versi cominciano ad essere pubblicati in diverse riviste, per poi approdare nel 1966, con L’uomo qui presente, nella prestigiosissima Collana Bianca Einaudi (e pensare che l’unico altro poeta italiano pubblicato dalla casa editrice in quello stesso anno fu l’inestimabile Cesare Pavese!).

“L’uomo qui presente” è l’essere umano contemporaneo, costretto in un «Mondo attualmente esaurito figurativamente / su scatole tubetti risvolti / interno d’autobus cantieri», e, per dirla sempre con i suoi versi, «nell’attuale mondo confezionato / con qualità d’apparenza altamente reclamizzate / ovvero un falso autentico rispetto alla natura / e più stipato di fatti e oggetti». Continua dunque l’oggettiva denuncia della realtà, che di rado lascia spazio a sentimenti (e a sentimentalismi tanto meno). Nella poesia, così come nella vita, di Piera non c’è tanto spazio per le relazioni, spesso vissute con evasività e distanza, come ci raccontano le persone che l’hanno conosciuta.

Il Sessantotto è alle porte e la poeta, lasciandosi alle spalle il clima culturale torinese nel quale ormai si era inserita, si trasferisce a Milano. Sono gli anni dell’attivismo femminista e dell’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, della grande speranza che nutre la scrittura di “1967 Sì a una reale interruzione” (intensa plaquette pubblicata, dopo la chiusura con Einaudi, nelle Edizioni Geiger solo nel 1976). Qui la poesia di Oppezzo, contro ogni stereotipo sulla scrittura femminile, si fa totalmente concettuale, quasi militante. Attraverso un linguaggio duro e scarnificato la poeta si fa portatrice delle «CONTESTAZIONI TOTALI CONTINUE» che in quel momento guidavano i movimenti rivoluzionari, a Milano e in gran parte del mondo.

Dunque, il primo periodo milanese è rigoglioso per la poeta, che finalmente può riemergere da quel dolore così profondamente annidato in lei: «E adesso, tra le rovine del mio essere, / qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire». Quella sua decisione di mutare il mondo per un momento la spinge oltre sé stessa, le dà la forza di «scavalcarsi, finalmente»; ma svaniti i fumi del Sessantotto, la sofferenza di Piera sembra riaffiorare inesorabilmente. Torna la necessità della solitudine, dell’austero isolamento – «L’astro freddo ci affascina», aveva scritto un po’ di anni prima.

Si trasferisce da sola in un appartamento della nota casa occupata di via Morigi 8, sempre a Milano. Quando non lavora, passa le ore davanti alla sua macchina da scrivere, nella piccola cucina di casa, una stanza luminosa, dove «il soffitto è la palpebra», sempre aperta all’universo altro della creazione poetica. Ogni tanto scende nel cortile comune, sempre in fermento culturale: ascolta con attenzione, parla ogni tanto – e quando parla, “la Piera”, non si può fare a meno di lasciarsi incantare. Ma Casa Morigi viene sgomberata e Oppezzo è costretta a trasferirsi in una casa “protetta” del Comune; poi un incidente domestico la costringe a una sofferta convalescenza presso l’Eremo di Miazzina, dove muore in solitudine il 19 dicembre 2009.

La figura di questa donna rimane avvolta nel mistero e la sua poesia resta indicibile, incollocabile, radicalmente fuori da ogni canone. Eppure, forse, è semplicemente come Piera Oppezzo avrebbe voluto: restare in disparte e affascinare da lontano, disfarsi nell’ombra per rifarsi in quel tanto ricercato assoluto, «perfetto / come il volo / della tua tristezza».


SENTIMENTO AD UN UOMO

Come un ramo di pesco fiorito

la tua testa curva e sospesa;

alte colline, in primavera

pareti d’erba, ti custodiscono.

Nel pulviscolo e il vento

solo la tua armonia sola

mi sta aperta nel cuore

fino a domani e domani.

Ancora – sento il mio dolore

Durare in me come sogno.

(aprile 1955)


DISEQUILIBRIO

(da L’uomo qui presente, 1966)

La nostra vita

nel tempo trema tutta

di scompensi e previsioni,

di atti impersonali e indomabili

nella loro astratta espansione.

Ogni giorno

circoscritto dal tempo.

Un tempo presente, esterno

che noi seguiamo incapaci,

un po’ distrutti nello spirito

per tendenza naturale

e conseguenza logica.


L’AZIONE

(Da 1967 Sì a una reale interruzione, 1976)

reale impotenza

non impassibili tuttavia fermi

finché non inserito nel comportamento privato

sempre sconnesso nel suo insieme

un concetto di intervento

davanti a torture

o altra violenza organizzata

azioni dovrebbero inserirsi molto presto

perché il ritmo giornaliero

perda l’andatura di un genocidio

e la massa di astrazioni

cessi di consentire un tipo di morte

che per inerzia richiami morti successive

contro la coesistenza

troncare partecipazione indiscriminata

a valori fissati da vittorie precedenti

e gerarchie morali ridotti

per restituire a idee e azioni

la PERICOLOSITÀ PERDUTA

creando uno svolgimento

che rifiuti modelli

in tattica o strategia agire

per colpire realtà stabilite dal nemico

che esercita un ricatto sull’umanità

con preliminari molto reali

spogliare la realtà del privilegio dell’inaccessibilità

una nuova formulazione dei problemi creando

come forma di controllo

INVENZIONE CONTINUA

distruzione definitiva suppellettili

confortanti la non-libertà

CONTESTAZIONI TOTALI CONTINUE proponendo

impadroniti di tensione propria verso

realizzazione dell’uomo

è possibile tentare un livello di festa

anche ora dopo ora quotidianamente

situati male ubicati mentalmente

tuttavia quasi rilassati non troppo lontani

da uno splendore di superficie in alcuni casi

fra torture e altre dimenticanze

certo diminuiti emozionalmente

NON PROSEGUIRE introdurre cose

distribuzione parola d’ordine

cioè passare a UNA REALE INTERRUZIONE

impadroniti di tensione propria verso

realizzazione dell’uomo.


COME UNA SCIARPA TROPPO LUNGA

Per me poesia è qualcosa da dire

di molto confuso e parziale

che da tempo circola fuori e dentro.

A un certo punto mi trovo

come con una sciarpa troppo lunga

che stringe il collo

si aggancia al tacco dello stivaletto.

Mi chino e mi do da fare

per tirarla via prima che mi costringa

a camminare con una gamba sola

Quando una poesia è scritta c’è.

Prima ronzava invisibile

formicolava nella testa e nello stomaco,

in ogni caso una poesia

me la porto sul tram

le faccio vedere come tutto si muove

che c’è il sole e arriva il caldo

e le assicuro che anche lei arriverà

– parziale e precisa –

anche se rimando sempre l’ora

e preferisco lavarmi i capelli

fare qualcosa di più vago, disperdermi,

fare qualcosa dove lei ancora non c’è

ma potrebbe benissimo esserci.

(aprile 1977)


VIVENTE AL RISVEGLIO

(Da Andare qui, 2003)

Quali sono. Le cose che ci stanno a cuore.

Vivente solleva il peso di questa domanda.

Avvia la mente verso il cuore e l’opposto.

La domanda subisce scontri. Crolla più volte.

Vivente appoggia la fronte alla finestra.

Vuole traslocare all’esterno l’argomento.

Si provvede di attenzione. Fa questo lavoro.

Cerca di svegliarsi si può dire.

Dopo qualche accorgimento. Aspetta.

Passioni nuove? Solo toni giusti per nominare.

Toni neutri. Per ripetere senza sfarzo.

Al viavai dei corpi in strada ormeggia.

Per le cose a suo nome trova il la poco più in là.

La domanda affolla facce di risposta.

Linee. Lineamenti in montaggio sovrapposto.

A vivente esplodono importanze che non sapeva.

1991-92-98


Fonti: P. Oppezzo, Una lucida disperazione, Interlinea, 2016; P. Oppezzo, Esercizi d’addio, Interno Poesia, 2021; L. Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta, 2018.


NOTA – POETA O POETESSA?


In generale, spiega Vera Gheno in Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, i linguisti consigliano di non utilizzare il suffisso -essa, in quanto storicamente usato per designare “la moglie di”, oppure per conferire una connotazione dispregiativa. È anche vero che è rischioso intervenire sui termini che sono già pacificamente nell’uso, come poetessa, appunto. In ultimo, tra poeta o poetessa, Alba Sabatini consiglia di utilizzare poeta (accompagnato dall’articolo femminile), in quanto foneticamente legato al genere femminile sin dalla sua origine latina, e in quanto associabile per analogia ad altri nomi femminili o epiceni (es: atleta). Si veda Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, estratto da Il sessismo nella lingua italiana a cura di Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, 1987. La questione non ha una risposta univoca, importante è utilizzare queste parole consapevolmente.


(editorialedomani.it, 28 maggio 2021)

Redazione cultura


Mostre. Nella cornice del festival Brescia Photo, trentacinque sguardi per una statuaria femminile che cambi i connotati degli spazi pubblici


Il festival Brescia Photo si articola quest’anno intorno alla parola Patrimoni. Un argomento che, insieme alla conclusione dei lavori di restauro della Vittoria Alata, ha suggerito al gruppo di autrici dell’Associazione Donne Fotografe una riflessione sulla presenza – in realtà sulla reiterata assenza – della donna nella statuaria monumentale e negli spazi pubblici. Un vuoto che ha attraversato i secoli e «risuona» ancora oggi nelle nostre piazze e giardini. È nata così la mostra Scolpite, promossa dall’Associazione stessa e curata da Paola Riccardi (visitabile fino al 13 giugno a Palazzo Facchi), in cui trentacinque fotografe compongono un mosaico visivo, interpretando il tema con «virtuali memoriali» e seguendo liberamente l’impronta del loro linguaggio.

Così se Tiziana Aris rivisita la Vittoria alata sotto forma di Mater Universalis, dedicandola all’originaria Lucy, Patrizia Bonanzinga sceglie una statua acefala di Palazzo Ducale a Mantova, consegnandole il volto e il corpo di sua madre, ragazza 22enne nel 1946: la data non è casuale perché coincise con il voto femminile e, grazie a questo, con la nascita della Repubblica (l’omaggio è anche alla partigiana Bruna, Lidia Menapace). Antonella Monzoni con Il Sacrificio delle donne armene entra nel Memoriale del ricordo del Genocidio di Erevan, proponendo la scultura situata nel cortile che ritrae le vittime della deportazione.

E mentre Paola Mattioli s’interroga sulle presenze femminili «sacre» ed estreme a Milano, sempre apolidi, sospese tra il cielo e la terra, Melania Messina indaga l’infanzia trasformata in ex voto della Santuzza di Palermo (con un pensiero rivolto a Felicia Impastato). Antonella Gandini nel suo S/colpite riproduce un anonimo ritratto d’epoca, minacciato dall’inserimento di un coltello sulla scena (il riferimento è per Susy, accoltellata a Brescia nel 2020). Simona Filippini affida lo sguardo al corpo libero, che infrange i confini, della ballerina di danza classica e buto Andreana Notaro. E Anna Rosati ritrova una Biancaneve disneyana ma indipendente, principessa che invece di aspettare il tanto chiacchierato risveglio del principe, alza i tacchi ed esce di scena, andandosene per la sua strada.


(il manifesto, 28 maggio 2021)

di Letizia Paolozzi


Bambini. Una fotografa, Nilüfer Demir, riprende (nel settembre 2015) il piccolo curdo Aylan Shenu. Tre anni, pancia in giù, composto, la faccia rivolta verso il mare, i piedi uniti, le mani rivolte verso l’alto. Sembra addormentato sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. 
La fotografia ferma l’immagine lasciandone traccia indelebile, legandola al soggetto mentre in un attimo racconta la storia pur breve della vita, della morte di un essere reale; lo immerge nella realtà (Roland Barthes ne La chambre claire). Tracce che arrivano dalla guerra in Iraq, in Mali, lungo la striscia di Gaza. Guardi i grandi e i piccoli che passano dal gommone, dal canotto, dal barchino alla nave. Approdano, quando approdano, scendono a terra, con le coperte termiche – una macchia paradossalmente dorata – salvati e perduti. I respingimenti delegati dall’Italia alle milizie libiche puoi soltanto immaginarli, sono fuggitivi scomparsi. Non conteggiati. Numeri incerti di corpi sprofondati nelle acque del Mediterraneo. Oppure, e di nuovo sono bambini, giacciono sulla spiaggia di Abu Kammash, vicino a Zuwarah, in Libia, come mostrano le foto di Òscar Camps, tra i fondatori della Open Arms. Vedi le foto e pensi che in questo modo vengono esposte al mondo delle piccole creature sole, senza riparo sociale. Eppure, non credo che le foto vogliano suscitare effetti voyeuristici, emotivi. Guardare il dolore altrui (Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Nottetempo, traduzione di Paolo Dilonardo, 2021) fa uscire dalla condizione di continua distrazione, di curiosità svagata con la quale di solito ascolti il conteggio dei sommersi e dei salvati. Una rappresentazione che scuote, che provoca indignazione per l’ingiuria inflitta a tanti esseri umani. Certo, l’immagine del piccolo Aylan e il comportamento di Angela Merkel la quale, pur rischiando molto dal punto di vista del consenso elettorale, aprì le porte ai rifugiati siriani, non sono state sufficienti a rovesciare l’atteggiamento poco coraggioso, apatico, indifferente ai legami solidali, dell’Europa. Dunque, il processo non era irreversibile. Se le immagini dei bambini naufragati sulle spiagge libiche sono “inaccettabili” (il premier Mario Draghi), la realtà delle foto ci dice che, invece della spiaggia di Bodrum, i corpi dei piccoli a faccia in giù, continuiamo a vederli sulla spiaggia di Abu Kammash.


(DeA, www.donneealtri.it, 27 maggio 2021)

di Silvia Poletti


È morta all’età di 84 anni la regina della danza italiana. Nata nel 1936 a Milano, qui ha costruito la parte centrale della sua carriera studiando nella scuola di ballo della Scala, di cui poi è diventata étoile


Ora che se n’è andata per sempre, si è spenta davvero quella luce che era una delle sue qualità più rare. Anche quando, ormai fragile più che mai in quella recente, benedetta masterclass su Giselle voluta da Manuel Legris si muoveva tra i giovani ballerini scaligeri per regalare loro momenti di sapienza interpretativa, spiccava quella luminosità rarefatta, unica, delle vere stelle.

Oggi quei video sono l’ultima testimonianza del magistero di un’artista che non solo ha segnato la storia della danza del secondo Novecento ma soprattutto, in un’Italia che si stava svegliando alla modernità grazie a nuovi artisti e intellettuali, ha incarnato l’idea che anche la danza fosse una forma artistica alta, capace di ispirare i massimi poeti italiani (celebri le poesie a lei dedicate da Montale o da Eduardo) e geniali registi (Visconti, Fellini e Bolognini, tra questi).

Un’arte fortificata dalla fatica

Eppure “la” Carla era anche altro dall’eterea musa evanescente immortalata in nuvole di tulle impalpabili studiati appositamente – il grande artigianato teatrale – per accrescere la sua natura eterea e appunto lucente di danzatrice romantica. Quando l’ascoltavi parlare balzavano evidenti i segni del duro lavoro, della fatica tenace e caparbia, della forza di volontà con cui giorno dopo giorno affrontava la routine fisica dell’allenamento e delle prove.

Usava spesso dire: «bisogna rimboccarsi le maniche» e in quella frase si indovinava come lavorare – appunto “faticare” – fosse il motore per arrivare, ma anche un monito a rimanere sempre con i piedi per terra, non dare niente per scontato, piuttosto fare ogni giorno il proprio dovere per guadagnare “la pagnotta” e soprattutto dignità. La politica del “fare” piuttosto che dell’apparire, insomma.

Il successo di una figlia del popolo

Certo questa concretezza le derivava dalle ben note origini operaie, che contribuirono a farle avere ben presto un consenso popolare mai visto prima di allora in Italia nei confronti di una danzatrice, ma era anche l’ingrediente essenziale del suo fascino elusivo e misterioso, che fece scrivere al critico musicale Lorenzo Arruga (nel più bel libro su lei) di come «da tutto» si rivelava «come un personaggio intenso e complesso, che si esprime in semplicità confortante».

Lungo questo duplice percorso, tra cielo e terra, tra arte e quotidianità, la Fracci ha segnato insomma uno spartiacque nella comprensione e considerazione della danza in Italia. E proprio questa missione (ancor più dei trionfi mondiali da New York a Mosca, a Londra accanto a Nureyev e Erick Bruhn, Baryshnikov, Paolo Bortoluzzi o Gheorge Jancu) va oggi ripensata. Così come il senso dei suoi spettacoli nei teatri tenda ( «Ieri sera ero alla Scala, ma oggi sono fiera di ballare tra le galline», disse in una intervista),o la scelta precocissima di lasciare la comfort zone dei classici – Giselle, La Sylphide, Coppelia – per esplorare in maniera spesso sconvolgente personaggi e storie dure e attuali (da Lady Macbeth a Gelsomina, da Mila di Codro a Medea) o ancora l’idea inascoltata di creare una compagnia di balletto nazionale che preservasse l’arte da quella decadenza che lei sentiva – a ragione – incombente in Italia.

Il connubio felice con Beppe Menegatti

Spesso ci si chiede se Carla sarebbe stata la Fracci senza i suggerimenti e le invenzioni del compagno di vita e di arte Beppe Menegatti, di fatto per lei l’anello di congiunzione tra quei giovani leoni del teatro italiano in rinascita del secondo dopoguerra e l’artigianato teatrale più alto. Chissà… Certo sono stati uno per l’altra. Il connubio è stato inscindibile e ha segnato praticamente tutte le tappe della vita della danzatrice: dalla nascita di Francesco ai vari step della professione, compresa l’importante direzione del Ballo dell’Opera di Roma, ultimo impegno ufficiale prima del “ritiro”. Un ritiro solo formale, comunque. Perché lei c’era, e c’è stata fino all’ultimo: pronta a testimoniare la sua esperienza e soprattutto a evidenziare le problematiche di quest’arte fragile e spesso incompresa.



Addio a Carla Fracci, la regina della danza italiana

di Redazione Spettacolo


Addio a Carla Fracci, regina della danza italiana. Figlia di un tranviere dell’Atm, la Fracci è nata a Milano, dove si è spenta, il 20 agosto 1936 e a soli dieci anni, nel 1946, inizia a studiare alla Scuola di danza del Teatro alla Scala, dove ha tra gli insegnanti la grande coreografa russa Vera Volkova e dove si diploma nel 1954, per poi proseguire la sua formazione artistica partecipando a stage avanzati a Londra, Parigi e New York.

Dopo solo due anni dal diploma diviene solista, poi nel 1958 è già étoile della Scala. Fino agli anni ’70 danza con alcune compagnie straniere quali il London Festival Ballet, il Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet e il Royal Swedish Ballet. Dal 1967 è artista ospite dell’American Ballet Theatre. La sua notorietà artistica rimane prevalentemente legata alle interpretazioni dei ruoli romantici come Giulietta, Swanilda, Francesca da Rimini, o Giselle, accanto a partner come Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Mikhail Baryshnikov e soprattutto il danese Erik Bruhn con il quale regala al pubblico un’indimenticabile interpretazione di ‘Giselle’ da cui nel 1969 viene realizzato un film. La Fracci nel 1964 sposa il regista Beppe Menegatti (da cui ha un figlio, Francesco) che sarà regista della maggior parte degli spettacoli da lei interpretati.

Alla fine degli anni ’80 dirige il corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli assieme a Gheorghe Iancu e nel 1981 interpreta in tv il ruolo di Giuseppina Strepponi, la moglie di Giuseppe Verdi, nello sceneggiato Rai sulla vita del grande compositore di Busseto. Nel 1994 diviene membro dell’Accademia di Belle Arti di Brera. L’anno seguente è eletta presidente dell’associazione ambientalista “Altritalia Ambiente”.

Dal 1996 al 1997 la Fracci dirige il corpo di ballo dell’Arena di Verona e nel 2003 le viene conferita l’onoreficenza italiana Cavaliere di Gran Croce. Dal novembre del 2000 al luglio del 2010 dirige il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, attività alla quale affianca la riproposta di balletti perduti e nuove creazioni sotto la direzione di Beppe Menegatti. Dal giugno 2009 al 2014 è assessore alla Cultura della Provincia di Firenze e nel 2015 Ambasciatrice di Expo Milano. Nel 2018 riceve il Premio nazionale Toson d’oro di Vespasiano Gonzaga e il 19 settembre 2020 quello alla carriera da parte del Senato della Repubblica Italiana.

«Carla Fracci ha onorato, con la sua eleganza e il suo impegno artistico, frutto di intenso lavoro, il nostro Paese. Esprimo le più sentite condoglianze ai familiari e al mondo della danza, che perde oggi un prezioso e indimenticabile riferimento», ha dichiarato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando «le straordinarie doti artistiche e umane, che hanno fatto di lei una delle più grandi ballerine classiche dei nostri tempi a livello internazionale».

«L’Italia della cultura ti sarà grata per sempre, immensa Carla Fracci», ha commentato il ministro Dario Franceschini.


(Il Sole 24 Ore, 27 maggio 2021)

di Serena Tarabini


Nel 2015 tutti i paesi che appartengono alle Nazioni Unite hanno sottoscritto l’Agenda 2030, una linea guida per i governi, le istituzioni, le aziende, le scuole e per tutte le cittadine e i cittadini del mondo. Dall’energia pulita alla lotta alla povertà, dalla parità di genere al contrasto del cambiamento climatico, l’Agenda raggruppa 17 obiettivi da perseguire per non distruggere il mondo.

Queste buone intenzioni istituzionali non servirebbero a nulla se non ci fossero a sollecitarle e sostenerle le azioni concrete di uomini e donne che di quegli obiettivi hanno fatto una missione; un fronte politico e sociale che allo stato attuale, fatto inedito nella storia del pianeta, vede come componente più visibile e interconnessa un fronte di giovani e giovanissimi, dove le donne hanno uno speciale e naturale protagonismo. Green girls. Storie vere di ragazze dalla parte del pianeta (Giunti Editore) è un libro uscito in occasione della giornata mondiale del pianeta, che fa il giro del mondo per raccontarci di una quantità enorme di attiviste per l’ambiente, donne piene di tenerezza, entusiasmo, generosità, invenzione e di quella pietas per il vivente non umano di cui questa società ha un disperato bisogno per cambiare. 
Forse perché molte di loro sono ancora delle bambine, nate nel secolo ventuno e non hanno intenzione di perdere quella capacità di stupirsi e innamorarsi della natura che ci circonda e questo può rappresentare una speranza per il futuro. Il libro è pensato per giovani lettori e lettrici dai dieci anni in su, reso un caleidoscopio colorato dalle bellissime illustrazioni di Susanna Rumiz, ma le storie che l’autrice, la giornalista e scrittrice Christiana Ruggeri ha voluto raccontarci, devono essere conosciute da tutti e tutte. Alcune arrivano da angoli remoti e del mondo, come la Nuova Zelanda dove India Logan-Riley, la «maori bianca», con uno squalo bianco, simbolo di determinazione, tatuato sul braccio, prende parola, crea reti, stringe relazioni per combattere i cambiamenti climatici, tutelare la biodiversità, superare le disparità sociali.

Altre sono storie con eventi drammatici, come il tifone Yolanda che ha colpito le Filippine e spinto l’adolescente figlia di un pescatore Marinel Sumook Ubaldo, che in quella tragedia ha perso parte della sua famiglia, a denunciare l’ingiustizia climatica, che fa sì che siano i luoghi più poveri della terra a pagare per le attività che provengono dai luoghi più ricchi. Molte di queste giovani attiviste appartengono a minoranze, come Autumn Peltier, nativa canadese, che a soli quindici anni diventa il capo della Commissione acqua di un gruppo di popoli indigeni del nord-est dell’Ontario. Molte altre sono straordinariamente giovani: c’è la pasionaria di Denver, Haven Coleman, che a dodici anni trascina in piazza migliaia di giovani per lo sciopero del venerdì, la britannica Nadia Sparkes che nel 2017, prima dell’esplosione del fenomeno Greta Thumberg, comincia una battaglia solitaria e silenziosa pulendo l’ambiente dai rifiuti e a tredici anni diventa un’icona, ma anche vittima di atti di bullismo. La più giovane in assoluto è Lilly Platt, olandese, che a soli nove anni dichiara guerra alla plastica, diffondendo i video delle sue azioni di raccolta che diventano virali e viene scelta come testimonial da molte associazioni ambientaliste. Altre storie provengono da luoghi devastati da guerre, povertà, terrorismo, crisi umanitarie, ciononostante, nonostante i rischi e le limitazioni, delle giovanissime donne si sono attivate trascinando altre persone, come la nigeriana Adenike Titilope che a cominciare dal prosciugamento dell’immenso e vitale lago Chad, denuncia al mondo le conseguenze della crisi climatica.

Quello delle Green girls è un movimento senza frontiere, che attraversa i continenti e sfrutta nel migliore dei mondi l’attrattività e pervasività dei social; molte di loro erano attive da prima che i Fridays For Futures le proiettassero sullo scenario mondiale. E a chi le osserva in maniera paternalistica e scettica si dovrebbero far leggere le parole di Alice Imbastari, fra le più giovani attiviste italiane: «Si deve sempre proteggere la terra, in qualunque condizione, a tutte le età. Ci dicono che siamo troppo piccole, io dico che siete troppo grandi per non aver fatto ancora qualcosa».


(il manifesto – L’Extraterrestre, 27 maggio 2021)

di Chiara Mogetti


Lo sviluppo dell’informatica e di Internet è stato possibile in larga misura grazie al contributo delle donne, dalle prime programmatrici alle fondatrici delle comunità virtuali evolutesi nei social network odierni. Eppure, la storia della tecnologia è stata finora una narrazione tutta al maschile. Dove sono le donne? Se ne parla nel libro di Claire L. Evans Connessione. Storia femminile di internet (Luiss University Press, 2020) che riporta alla luce le vite di tante che hanno contribuito a rivoluzionare la tecnologia e che, in cambio, sono state messe da parte e dimenticate.

L’autrice fa parte del collettivo cyberfemminista Deep Lab, è una cantante nominata ai Grammy e scrive di tecnologie e futuro per diverse testate.

Puoi raccontarci qualcosa del tuo lavoro e dei motivi che ti hanno spinto a scrivere del ruolo che le donne hanno e hanno avuto nella storia della tecnologia?

Sono cresciuta online. Mio padre lavorava per INTEL. Avevamo un computer in casa fin da quando ho memoria. Non ho mai sentito, crescendo, che i computer fossero per i ragazzi o per le ragazze. Ma è successo qualcosa nella mia età adulta e, cosa più importante, è successo qualcosa a Internet. Smise di essere una intrarete – una rete di reti – e divenne qualcosa di molto più monolitico e centralizzato, e di conseguenza iniziai a sentirmi non benvenuta come persona e come donna. Suppongo che si potrebbe chiamarla una crisi di fede. Questo libro è iniziato come un tentativo di capire qualcosa che avevo sempre dato per scontato e come ricerca di una discendenza che potesse includermi. Ho voluto reinvestigare la storia, per capire cosa è cambiato. In quanto oggetto culturale, Internet tende a essere cancellato e riscritto, anche se si espande; se non ci aggrappiamo spaventosamente alle cose che ci interessano, perderemo quei ricordi. Volevo scrivere un libro perché credo ancora nella relativa permanenza di una documentazione cartacea ampiamente diffusa. Volevo che ricordassimo prima di dimenticarci.

Nel tuo libro rintracci una discendenza, una genealogia. Nonostante quello che si può comunemente pensare, diresti che esiste un’intima connessione tra le donne e la tecnologia?

Gli scrittori femministi agli albori del World Wide Web erano ansiosi di affermare che le donne sono naturalmente adatte all’informatica, e che, in quanto creature sociali emotivamente intelligenti, dovremmo prosperare in un regno di connessioni e reti. Personalmente, preferirei non fare un’affermazione così essenzialista. Trovo restrittivo presumere che le donne abbiano solo attitudini specifiche, quando i contributi di tutti sono così diversi. Per rispondere alla tua domanda: credo che ci sia un’intima connessione tra le persone e la tecnologia, come allo stesso modo c’è un’intima connessione tra le persone e il linguaggio. La tecnologia è uno strumento e in molti contesti è un’estensione del sé. Appartiene a tutti noi, ma non lo capiremo mai se prestiamo attenzione solo al modo in cui un singolo gruppo demografico di persone lo costruisce e lo usa.

Quali sono stati i principali contributi delle donne che hanno reso possibile lo sviluppo delle IT e di Internet come li conosciamo oggi?

Per secoli, gruppi distribuiti di donne che facevano matematica a mano hanno eseguito i calcoli che hanno reso possibile l’era scientifica. Sono stati letteralmente i primi computer. La programmazione, sia come disciplina che come forma d’arte, è stata inventata dalle donne durante la Seconda Guerra Mondiale. Le donne gestivano i team di programmazione delle prime società di computer commerciali; hanno dato un contributo importante allo sviluppo di linguaggi e standard comuni durante un periodo di formazione nell’industria informatica. Le donne gestirono lo sviluppo del primo Internet, guidarono i team di ricerca a sviluppare il concetto di ipertesto e furono coinvolte nella costruzione di comunità e nel multimediale sul primo Web. In ogni momento importante, le donne sono state presenti. Spesso svolgevano lavori che non erano considerati “tecnici”, come la moderazione della community, la manutenzione, l’esperienza utente, la progettazione, la scienza dell’informazione o la creazione di contenuti. Parte del riportare le donne alla storia della tecnologia è riconoscere che la tecnologia è più di un semplice codice; è tutto ciò che tocca il codice.

Di solito la storia – e la storia della tecnologia e della scienza non fa eccezione – è narrata come una sequenza di colpi di genio di individui di talento, come eventi eccezionali piuttosto che come un processo collettivo di elaborazione della conoscenza. Nel tuo libro proponi una narrazione diversa.

Credo che l’antidoto alla storia di un “Grande Uomo” non sia necessariamente una storia di “Grande Donna”. Certamente è positivo per noi avere eroine femminili, ma la storia è un progetto collettivo. Non succede niente nel vuoto. Le nuove tecnologie non cadono dal cielo. Emergono lungo un continuum di idee. Il Web non sarebbe potuto esistere senza decenni di ricerca sulle idee ipertestuali condotte in gran parte da donne. I social media come li viviamo oggi non potrebbero esistere senza decenni di sperimentazione con la creazione di comunità online sui primi Internet, su piattaforme ormai lontane. La storia della tecnologia ci viene spesso raccontata come un genio solitario della storia: Tim Berners-Lee, Bill Gates, Steve Jobs. E ovviamente quelle persone sono straordinarie. Ma non erano mai soli. Erano circondati da persone e da idee. Fare grandi cose richiede grandi comunità, e questo è ciò che sorprende della tecnologia, ma è anche ciò che rende difficile vedere da dove vengono le cose e, cosa più importante, immaginare dove potrebbero essere andate e potrebbero ancora condurre.

Considerata anche la natura del grande contributo delle donne allo STEM [Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr] – che è spesso caratterizzato da un approccio soft, difficile da catalogare e quantificare – cosa diresti che sia una scoperta e come avviene? Cosa comporta questo approccio quando si tratta della nostra concezione della storia umana e del suo racconto?

Il software è un meccanismo attraverso il quale gli esseri umani facilitano compiti per altri esseri umani, dopotutto. Per farlo in modo efficace, è necessario comprendere il compito, il modello mentale delle persone che si avvicinano a tale compito e il contesto in cui operano. Bisogna tradurre in codice le realtà disordinate della vita umana. Le abilità sociali sono essenziali in questo, e per abilità sociali non intendo andare d’accordo con gli altri. Intendo essere in grado di vedere un oggetto tecnologico come imbrigliato in un contesto sociale più ampio e di capire che gli “utenti” sono persone. Penso che questo approccio alla scrittura del software si traduca anche nella scrittura della storia.

Scrivi che le donne possono essere trovate dove la tecnologia rende la vita più facile, migliore e più connessa, dove la funzione è al primo posto. Puoi farci un esempio? E perché è così, secondo te?

L’ipertesto è un buon esempio. Oggi pensiamo all’“ipertesto” come a qualcosa che fa parte del Web, ma è una disciplina molto più antica, che risale agli anni ’60: è semplicemente lo studio di come gestire e collegare insieme idee e materiale multimediale. I ricercatori di ipertesto hanno progettato l’architettura dell’informazione e le convenzioni per facilitare l’apprendimento e la formazione di connessioni significative. Molte donne hanno lavorato nel design ipertestuale per decenni prima del Web. Questi studiosi hanno stabilito che i collegamenti dovrebbero sempre muoversi in due direzioni e che non dovrebbero mai essere così strettamente legati al materiale da rischiare che gli utenti perdano le preziose informazioni contenute all’interno del collegamento stesso. La loro saggezza non è stata applicata al design del Web, e di conseguenza il Web è pieno di collegamenti interrotti e di Errori 404. Può sembrare una cosa da poco, ma ogni volta che otteniamo un errore 404, perdiamo, per sempre, informazioni importanti su ciò che collega due idee insieme. Le donne che lavoravano nell’ipertesto prima del Web pensavano molto attentamente al significato e al modo in cui gli utenti avrebbero tratto vantaggio dalla formazione e dalla conservazione di connessioni significative.

Avevi in mente alcuni punti di riferimento che hanno influenzato la tua mentalità e il tuo approccio?

Sono stata davvero ispirata da artiste e scrittrici cyber-femministe degli anni ’90, come il collettivo artistico australiano VNS Matrix e la critica culturale britannica Sadie Plant, il cui libro Zeroes + Ones ha avuto una grande influenza sul mio approccio: intreccia letteratura, storia culturale e psicoanalisi nel suo studio sulle donne nella “tecnocultura”. Questo approccio più ampio e olistico mi ha incoraggiato ad aprire la mia storia per includere designer, artisti, costruttori di comunità e organizzatori politici.

Pensi che vivremmo in un mondo diverso, con tecnologie diverse e un Internet diverso, se le donne avessero avuto più ruoli da protagonista, più credito e più potere di esplorare le proprie idee?

Una delle donne di cui parlo nel libro, l’informatica Wendy Hall, parla del Web come di un enorme esperimento di laboratorio. Dice che siamo i topi che corrono in un labirinto di nostra progettazione. Non c’è nulla di inevitabile nelle piattaforme con cui lottiamo ogni giorno. Sono state formate da scelte umane e possono essere cambiate da scelte umane. È facile sentirsi bloccati dal modo in cui sono le cose, ma se le cose si fossero svolte in modo anche leggermente diverso, potremmo vivere in un altro mondo.


(minima&moralia, 16 aprile 2021)


È uscito un nuovo numero di Una Città, mensile indipendente di interviste.


Qui il sommario: http://www.unacitta.it/it/sommario/?id=294 
Segnaliamo in particolare due temi importanti del presente:


È attualmente in discussione una legge contro l’omofobia e la transfobia attesa da tempo nel nostro paese. Francesca Izzo ci spiega perché la sua formulazione ha suscitato un certo disagio nel mondo femminista e non solo, in particolare rispetto all’espressione “identità di genere”; un concetto quello di genere frutto dell’elaborazione femminista per liberare le donne dal “sesso come destino” e che però nell’accezione anglosassone ha finito per sovrapporsi e infine per soppiantare il sesso stesso nell’illusione di un’identità totalmente svincolata dalla biologia e in fondo anche dalla relazione con gli altri; Izzo esplora inoltre le ragioni della scomparsa della fantasia del bambino nell’immaginario delle giovani donne, chiedendosi se questo rientri tra gli effetti non voluti delle battaglie, sacrosante, combattute dalle donne negli anni Settanta. Ci proponiamo di continuare la discussione. 
http://www.unacitta.it/it/intervista/2792-self-id

[…] 
Dedichiamo la copertina all’attuale problema dei problemi, il vaccino; tutto è venuto al dunque: nazionalismo o internazionalismo, bene comune o concorrenza e profitti; modello democratico o modello fascista; libertà individuale o dovere sociale. Di sicuro sarebbe stato bello che le Big Pharma, di fronte ai roghi indiani, avessero fatto un gesto generoso, accettando la proposta di Biden. Avrebbe messo in crisi, come dicono, la ricerca, per altro lautamente finanziata coi soldi di tutti? Oppure ha prevalso l’innata pulsione alla ricerca della predominanza nel mercato e alla salvaguardia dei dividendi degli azionisti, il cui valore già ora si sarà presumibilmente decuplicato? Mai come oggi il fossato fra ricchezza e povertà (fra paesi, classi sociali e persone) è stato così profondo e largo. Pare che i super ricchi indiani abbiano preso i loro aerei e siano scappati a Londra. Gente senza onore. Ecco, forse bisogna ripartire da qui: dal fatto, intanto, che l’idea, e la previsione, che i ricchi servano ai poveri s’è rivelata la più grande fake-news degli ultimi decenni, che la ricchezza senza “obbligazione sociale” va colpevolizzata, che le parole “pubblico” e “comune” sono tornate fondamentali, che a dare soddisfazione nella vita sono il senso del dovere, l’onore e la reputazione che dà l’esempio, l’amicizia e il fare insieme ad altri. Di questi tempi abbiamo pure avuto esempi luminosi, dall’impegno di una miriade di uomini, donne e associazioni e dalla vitalità e il coraggio di un vecchio presidente.


(unacitta.it, n. 274 – maggio 2021)

di Gaetano Azzariti


Critiche al ddl Zan sono state espresse non solo da omofobi o intolleranti, ma anche da esponenti del mondo cattolico e liberale, nonché da una parte della cultura femminista. Da un lato, si è manifestato il timore che si possa limitare il libero dissenso nei confronti di pratiche e tipi di relazione contrari alle proprie ideologie, dall’altro è stata contestata l’introduzione di una formulazione che tende a dare rilievo all’identità percepita rispetto al sesso biologico. Vediamo di prendere sul serio queste obiezioni e valutarne il fondamento.

Per quanto riguarda la questione dei limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, essa non può essere posta in astratto. Certamente la democrazia pluralista si qualifica per le garanzie prestate alle opinioni espressa dai consociati, soprattutto a quelle meno condivisibili, sicché i reati d’opinione dovrebbero essere esclusi (non sempre è così nel nostro ordinamento, ma questo è un altro problema). Ciò però non vuol dire che non vi siano limiti alle modalità di “manifestazione” delle opinioni: oltre al “buon costume”, che è espressamente indicato in costituzione, essenzialmente quando queste ledono altri principi fondamentali del vivere civile, quello della dignità sociale delle persone in particolare. È per questo che un’opinione ingiuriosa, non veritiera, diffamatoria provoca responsabilità penali ovvero civili per chi le divulga.

Nel caso del ddl Zan si ha poi una particolarità. Esso tende a prevenire e contrastare una serie specifica di discriminazioni, quelle collegate al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e alle disabilità, ritenute particolarmente odiose, che vanno ad aggiungersi a quelle già previste nel nostro ordinamento e relative alla razza, all’etnia e alla religione. In tutti questi casi si vieta la «propaganda e istigazione a delinquere», nonché si stabilisce un’aggravante «fino alla metà» della pena qualora un reato sia commesso per finalità di discriminazione nei confronti dei soggetti indicati.

Ciò limita la libertà di manifestare opinioni radicalmente contrarie – chessò – alla parità di genere, ovvero ai rapporti omosessuali, magari rozzamente espresse? Può certamente escludersi nel caso dell’aggravante: qui il reato è autonomo (si pensi all’aggressione di un transessuale o a una coppia gay) e non ha nulla a che fare con le opinioni, ciò che viene in evidenza è la motivazione “spregevole” che ha portato a compiere il fatto. Nel caso di “propaganda e istigazione” la questione si può porre, ma tre considerazioni fanno ritenere che in questo caso si sia ben al di sotto della soglia di allarme.

In primo luogo, la previsione espressa nello stesso disegno di legge. Su iniziativa dell’onorevole Costa, che si è fatto interprete dei dubbi del mondo liberale e cattolico, è stata approvato un articolo per assicurare il pluralismo delle idee e la libertà delle scelte. Con una formulazione, in realtà mal scritta, si è voluto espressamente indicare che sono fatte comunque salve le opinioni se queste non sono idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. In tal modo, si sono fatte rientrare le previsioni del più ambiguo divieto di “propaganda” in quelle più specifiche dell’“istigazione”. Era questa una precisazione di cui, peraltro, non vi era neppure bisogno, poiché già chiarita dalla Corte costituzionale (ma poi anche dalla Cassazione), in tempi assolutamente non sospetti.

È questa la seconda e più importante ragione che porta a escludere che la libertà di manifestare un pensiero (anche il più avverso) sia in pericolo. Da sempre – una prima significativa sentenza è del lontano 1957 – la Consulta ha tenuto a precisare che nei reati di opinione elemento decisivo è da ritenersi l’effettiva “offensività”, ovvero il pericolo concreto che la propaganda ovvero l’apologia siano in grado di produrre conseguenze delittuose. In sostanza, la propaganda si deve esprimere come una “istigazione indiretta” e costituire un “apprezzabile pericolo” del prodursi di eventi criminosi. È certo vero che tali circostanze dovranno, in ultima istanza, essere apprezzate dal giudice e, dunque, si può temere una valutazione non così rigorosa, che possa portare a condanne anche in assenza di un pericolo immediato.

Se si valuta però alla luce dell’esperienza – e questo è il terzo motivo da considerare – non credo si possa temere più di tanto: sino ad ora i reati di propaganda e istigazione al razzismo su cui si va ad innestare la nuova normativa non hanno prodotto molte condanne. Anzi il rischio è che anche nei casi collegati all’omofobia le nuove norme producano scarsi effetti concreti.

Proprio questo mi porta a dire che uno tra gli scopi principali della nuova normativa non sia da rinvenire nella repressione dei comportamenti di discriminazione, che pure non devono essere tollerati, ma ancor più nel suo carattere di contrasto culturale. I discorsi d’odio, così come i crimini d’odio, non si combattono solo nelle aule dei tribunali, quanto soprattutto sul piano educativo, promovendo le ragioni del rispetto e dell’inclusione, opponendosi alle discriminazioni e ai pregiudizi. Vi sono alcune norme nel ddl Zan che provano a contrastare le discriminazioni su questo specifico piano. Perché oltre a tutelare la sacrosanta libertà d’opinione di tutti (persino degli omofobi e degli intolleranti) c’è grande bisogno di provare a far valere il valore delle differenze.

È qui che si innesta la polemica di parte del movimento femminista che inizialmente richiamavo. Entrare nel merito delle questioni sollevate è necessario, ma non può essere risolto con poche battute, poiché siamo di fronte a problematiche vivacemente discusse, che dividono trasversalmente le culture femministe, LGBT, della sinistra, che coinvolgono la visione di sé e la percezione dell’io: il corpo come accidente solo biologico ovvero come espressione di una diversità da cui partire. Questione esistenziale e antropologica.

Quel che solo mi voglio qui domandare è se la legge debba prendere posizione su queste questioni. In fondo per conseguire le sue finalità, ovvero la tutela della dignità sociale di tutti i soggetti cui si rivolge, tra loro assai diversi, non sarebbe stato meglio utilizzare una locuzione altrettanto precisa – anzi con un tasso minore di indeterminatezza semantica – evitando un glossario iniziale che non solo divide, ma può persino generare confusioni applicative. Bastava in fondo scrivere che la legge riguardava le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e di genere, oltre che sulle disabilità. Non spetta poi alla legge stabilire cos’è un corpo, né distinguere tra genere e sua identità.


(il manifesto, 26 maggio 2021)

di Cinzia Sciuto


Mi sento, dunque sono

Fino a non molto tempo fa pensavo di essere semplicemente un esemplare femmina della specie Homo sapiens, venuta al mondo in un’isola del mediterraneo alla fine degli anni mille, qualche centinaio di migliaia di anni dopo i miei antenati. Le femmine adulte della specie Homo sapiens si chiamano donne, dunque pensavo di essere una donna. Punto. Recentemente invece ho scoperto di essere, almeno così dicono i bene informati, una donna “cisgender”, ossia “una persona la cui identità di genere coincide con il sesso che le è stato assegnato alla nascita” (questa definizione è presa da Wikipedia ma mi pare rispecchi le diverse definizioni che circolano, giacché la parola non è – ancora – entrata nei vocabolari italiani). I corsivi sono miei, e indicano i due elementi chiave di questa definizione da cui scopro due cose.

La prima è che quando sono nata non sono state semplicemente riportate sul registro dell’ospedale le caratteristiche fisiche che gli operatori sanitari avevano osservato – il peso, la lunghezza, il sesso – ma una di queste caratteristiche, il sesso, mi è stato assegnato: sulla base di quali criteri? Le caratteristiche fisiche che venivano osservate o la scelta arbitraria dell’ostetrica? Ossia il sesso mi è stato “assegnato” come mi è stato “assegnato” il peso o come mi è stato assegnato il nome, quello sì arbitrariamente scelto dai miei genitori? Poiché nessuno direbbe mai che il peso alla nascita viene “assegnato”, deduco che dire invece che il sesso viene “assegnato” fa pendere la bilancia più dal lato dell’arbitrarietà, altrimenti francamente non si capisce la necessità dell’uso di questo linguaggio (tolti naturalmente i casi, comunque molto rari, in cui il bambino presenti un sesso incerto). Ma che il sesso mi sia stato assegnato alla nascita significa che me ne poteva essere assegnato un altro? Ossia, io sono un esemplare femmina di Homo sapiens perché l’ostetrica quel giorno ha deciso così o perché lo sono e basta?

La seconda cosa che imparo da quella definizione è che sono (sarei) “cisgender” perché la mia identità di genere coincide(rebbe) con quel sesso che l’ostetrica mi ha (non è dato sapere con quale grado di arbitrarietà) assegnato alla nascita. Qui le cose si complicano non poco. Si dice che la mia identità di genere – ossia il fatto che io mi senta donna o uomo – può coincidere o meno con il sesso. E come si misura il grado di “coincidenza” di questo “sentirsi” con quel dato (che però tanto dato non è perché è “assegnato”)? Per stabilire se la mia identità di genere coincide o meno con il mio sesso, pardon con il-sesso-che-mi-è-stato-assegnato-alla-nascita, devo sapere cosa caratterizza il genere femmina e cosa lo distingue dal genere maschio, altrimenti come faccio a verificare se coincide o meno con il sesso?

E qui casca l’asino. Perché le cose sono due: o il sesso è semplicemente un complesso di caratteristiche fisiche (DNA, gameti, caratteri sessuali primari e secondari) che nulla dicono su chi devi essere, come devi sentirti, come devi vestirti, quali desideri devi avere, quali pensieri devi fare, in altre parole nulla dicono sulla tua identità, lasciandoti libero di sviluppare la tua personalità come meglio ti aggrada; oppure al sesso, ossia a quel complesso di caratteristiche fisiche, si associa una serie di altre caratteristiche che in qualche modo dicono qualcosa su chi devi essere, come devi sentirti, come devi vestirti, quali desideri devi avere, quali pensieri devi fare, in altre parole dicono qualcosa sulla tua identità.

Nel primo caso c’è il sesso, e poi c’è la persona, con la sua identità-prisma, magmatica, in continua evoluzione, che con le sue caratteristiche fisiche (il sesso, ma non solo: il colore della pelle, l’altezza, la corporatura, l’età…) e gli altri dati di fatto che rappresentano la ineludibile cornice della sua vita (il luogo e l’epoca in cui capita di vivere, la classe sociale della propria famiglia…) intrattiene un rapporto di continua negoziazione personale che non ha bisogno di nessuna definizione. Nel secondo caso invece bisogna indicarle quelle caratteristiche che vengono associate all’essere maschi e femmine, altrimenti, ripeto, è impossibile stabilire una qualunque relazione di coincidenza, totale, parziale o nulla.

Si dice: ma non è una questione di coincidenza fra sesso e una serie di caratteristiche date una volta per tutte, ma di coincidenza fra sesso e la percezione che ciascuno ha di sé. Ma questo è solo un gioco delle tre carte che non sposta il problema di una virgola: la percezione che ciascuno ha di sé non è una sorta di magica intuizione innata e irrelata, ma il prodotto di una serie di valutazioni, confronti fra i miei stati interiori e un qualche criterio a cui io mi riferisco, non è uno stato mentale puro ma una relazione con il mondo che mi circonda. Tanto che la percezione che ho di me può cambiare anche molto rapidamente, a seconda delle circostanze e più volte nel corso della vita.

Ma prima di approfondire il modo in cui si stabilisce la coincidenza o meno della propria identità di genere con il sesso, mi preme fare una parentesi sul nesso fra fatti, percezioni e dimensione pubblica.

Fatti, percezioni e politiche pubbliche

Se certamente nessuno infatti può sindacare sul vissuto e la percezione di qualcun altro, altrettanto indiscutibile è che nessuno può pretendere che decisioni le cui conseguenze potenzialmente ricadono sulla collettività siano prese sulla base della percezione individuale. Se una persona di settant’anni si sente molto più giovane dell’età che ha, ha tutto il diritto di vivere, comportarsi, vestirsi come più le aggrada ma se un determinato screening medico è rivolto alle persone della sua età non potrà sostenere di non rientrare nel gruppo perché si “sente” più giovane. Certo, la medicina si sta sempre più orientando verso l’individualizzazione delle cure e in un futuro non molto lontano è possibile che i criteri per stabilire il profilo ideale per un determinato screening medico si raffinino, includendo valori più precisi che non il semplice riferimento all’età. Ma si tratterà pur sempre di valori oggettivi (ossia: misurabili), non di sentimenti o percezioni.

Per fare un altro esempio che ci fa tornare al nostro tema: attualmente nella stragrande maggioranza delle gare sportive una delle grandi distinzioni è fra maschi e femmine che di norma non possono gareggiare insieme. Questo perché mediamente donne e uomini hanno dotazioni fisiche diverse che renderebbe scorretto (a svantaggio di norma delle donne) farli gareggiare insieme. È possibile che in futuro anche in questo settore si vada verso una raffinazione dei criteri, come già accade per esempio nel pugilato dove, oltre alla distinzione fra maschi e femmine, le categorie sono divise per peso corporeo. Ma quali che saranno questi criteri (peso, altezza, quantità di ormoni eccetera) si tratterà pur sempre di criteri oggettivi (ossia: misurabili) e non di autodichiarazioni basate sulla percezione.

Allora, una cosa è dire che il sesso biologico è esso stesso una costruzione sociale e non ha nulla di oggettivo (come fa pensare l’espressione che il sesso viene “assegnato” alla nascita), un’affermazione priva di qualunque fondamento scientifico, un’altra cosa è dire che il sesso è un fatto non (sempre) rilevante (ma comunque un fatto). Questa seconda posizione merita di essere presa in considerazione perché è possibile che ci siano tutta una serie di situazioni, da verificare di volta in volta, in cui il fatto “sesso” è rilevante e altre in cui non lo è. Il punto centrale però è che nei casi in cui decidiamo che è rilevante, proprio perché è rilevante, non può essere lasciato all’arbitrarietà individuale.

Uno degli ambiti in cui per esempio l’indicazione del sesso è certamente rilevante è la medicina: per anni abbiamo denunciato come sia indispensabile avere dati disaggregati per genere per poter valutare con attenzione, per esempio, gli effetti di una determinata terapia sugli uomini e sulle donne. Indagare questi effetti ha conseguenze concrete sulla salute delle persone e se, poniamo, in un modulo per accedere a una sperimentazione medica viene richiesto il sesso vuol dire che è un dato rilevante ai fini della sperimentazione (come l’età, o in alcuni casi anche l’origine etnica) e allora non possiamo certo permettere che quel dato venga mistificato con l’indicazione arbitraria di un sesso diverso da quello reale o di non indicarne nessuno. Le conseguenze sulla salute delle donne sarebbero potenzialmente fatali. Ripeto: quando il dato non è rilevante, non è necessario dichiararlo, ma quando lo è, non può essere discrezionale.

Se gli stereotipi di genere rientrano dalla finestra

Torniamo adesso alla questione dell’identità di genere e al modo in cui si definisce. La domanda chiave è: in base a cosa io dovrei valutare se mi “sento” uomo o donna (o nessuno dei due o qualcosa in mezzo fra i due)? Ma soprattutto: in base a cosa tu che mi guardi decidi che la mia identità di genere coincide con il sesso che mi è stato assegnato alla nascita, definendomi dunque una “cisgender”? Non certo in base ai caratteri sessuali secondari, perché quelli – proprio in base alla definizione di identità di genere – dicono solo del mio sesso, non della mia identità di genere. Dunque, in base a cosa? Il timore, grande quanto una casa, è che rientrino dalla finestra proprio tutti quegli stereotipi di genere che con grande fatica avevamo cercato di buttare fuori dalla porta.

Che all’essere una donna si attribuissero significati che andavano oltre il semplice essere un esemplare femmina della specie Homo sapiens l’ho scoperto ahimè crescendo. Per esempio quella volta che la mia vicina di casa (siamo in un paesino della Sicilia occidentale degli anni Ottanta) mi rimproverò perché fischiavo, e fischiare era una cosa da maschi. Ma per fischiare, pensavo io, non servono particolari organi genitali né uno specifico corredo cromosomico: serve solo saper mettere le labbra in un preciso modo, tale per cui quando l’aria passa fischia. La mia vicina doveva sbagliarsi, pensai. Oppure quelle innumerevoli volte che mi dicevano che sembravo un maschietto per i miei capelli corti: e di nuovo, pensavo io, cosa diavolo c’entra la lunghezza dei capelli con genitali, gameti, cromosomi XX e XY, che sono le uniche cose distinguono gli esemplari maschi dagli esemplari femmine di Homo sapiens?

Poi, crescendo ancora e soprattutto studiando, ho scoperto che l’associazione fra l’essere maschi o femmine della specie Homo sapiens e certi comportamenti, modi di essere, di vestirsi, di portare i capelli, di pensare – talvolta così forte da apparire “naturale” – fosse tutta una costruzione culturale e sociale, o se volete un fallacia logica che dall’essere (uomo/donna) faceva derivare un dover essere (ruoli e stereotipi di genere), che il femminismo (sempre sia lodato) aveva demolito riportando la questione alla sua, lapalissiana, semplicità: essere donna significa solo essere una femmina della specie Homo sapiens. Punto. Come poi ogni singolo esemplare femmina di Homo sapiens, ogni singola donna, voglia portare i capelli, vestirsi, scegliere il lavoro da fare, i luoghi da frequentare, le persone da amare eccetera erano tutte cose che con il suo essere donna non c’entravano assolutamente nulla. Sganciare il sesso biologico dai ruoli di genere è uno dei grandi meriti del femminismo, che ha liberato sì le donne, ma anche gli uomini rivelando loro che non c’era nulla di sbagliato se non corrispondevano alle aspettative che la società aveva nei loro confronti.

Ma allora, se all’essere donna o uomo non corrisponde nulla di preciso, cosa significa sentirsi donna o uomo? In gran parte delle storie di persone che sentono di appartenere a un sesso diverso da quello indicato dai loro organi genitali sono molto frequenti i riferimenti a una infanzia nella quale non è stato loro consentito di esprimere liberamente la propria personalità: bambini ai quali veniva detto di non mettere certi vestiti perché erano da femmine, bambine alle quali veniva detto che certe cose erano da maschiacci (come fischiare). Non ho naturalmente controprove, ma cosa accadrebbe all’identità di genere se i bambini venissero lasciati completamente liberi di esprimersi? E soprattutto se si iniziasse a dire loro che se, da maschi, vogliono fare ciò che viene considerato da femmine e viceversa, quello che non va bene sono quelle aspettative, non il loro corpo né la loro identità? Il sospetto è che, almeno per una gran parte dei casi, la questione dell’“identità di genere” si scioglierebbe come neve al sole. Il paradosso di coloro che vogliono mettere in discussione il cosiddetto binarismo di genere, è che non fanno che rafforzarlo: perché è in relazione a quei due generi (stereotipati) che tutto lo “spettro” che va dal cis al trans, passando per il fluid, il pangender e via così di categoria in categoria si definiscono.

Naturalmente ciascuno è libero di autodefinirsi come più gli aggrada. Da parte mia diffido chiunque dal darmi della donna cisgender. Sono una donna perché sono un esemplare femmina della specie Homo sapiens. Questo è quanto. Prevengo una obiezione: così riduci l’essere donna all’avere un utero! Questo è riduzionismo biologista! Questa obiezione è completamente priva di senso, sarebbe come dire che si riduce l’essere umano all’avere due gambe se si afferma che gli esseri umani sono dei mammiferi bipedi. Quando si dice che “essere donna non si può ridurre ad avere un utero” si dice naturalmente una sacrosanta verità, esattamente come quando si dice che essere umani non si riduce ad avere due gambe, ma si tratta di affermazioni che stanno su un piano semantico completamente diverso, e proprio per questo sono entrambe vere. Fatta questa doverosa precisazione, torno ad affermare: sono una donna perché sono un esemplare femmina della specie Homo sapiens. Come io mi “senta” è affar mio e il mio essere in perfetta armonia con il mio corpo o il sentirmi invece completamente a disagio non è un elemento dato una volta e per sempre. A seconda delle situazioni, dei momenti della vita, dell’età il grado di sintonia fra me e il mio corpo oscillerà all’interno di una infinita gamma di combinazioni possibili, senza che nessuna di esse abbia bisogno di essere definita e soprattutto senza che nessuna di esse abbia bisogno di negare, mistificare, cancellare o ignorare i dati di fatto. Io non ho una identità di genere. Ho una identità e basta, composta dalla miriade di fili con i quali ogni giorno tesso la tela della mia vita.

PS: Questo articolo incrocia il dibattito sul ddl Zan perché quest’ultimo utilizza l’espressione “identità di genere” che qui ho cercato di sottoporre a critica, ma non è un articolo sul ddl Zan, sul quale mi sono espressa.


(Micromega.net, 25 maggio 2021)

Intervista di Piero Maestri a Layla Sit Aboha


Le rivolte, gli scioperi, le manifestazioni in Palestina contro l’occupazione israeliana sono portate avanti da giovani stanchi dell’Anp e di Hamas, oltre qualsiasi appartenenza di fazione o partito. Così inizia a essere anche in Italia.


«La mia biografia e quella della mia famiglia sono un classico esempio della storia vissuta da centinaia di migliaia di palestinesi, una storia comune». È Layla Sit Aboha a raccontare. Attivista delle e dei Giovani palestinesi in Italia, è tra le organizzatrici delle manifestazioni che dalla scorsa settimana hanno portato nelle piazze milanesi – così come in altre città – qualche migliaio di persone, soprattutto giovani, e in gran parte cosiddette «seconde generazioni». La incontriamo prima dell’accordo di cessate il fuoco, mentre si stanno organizzando le proteste sotto le sedi Rai in Italia, per farci raccontare chi sono le e i giovani palestinesi che si sono presi le piazze mostrando una grande consapevolezza di sé e della causa palestinese.

Laila, sei nata in Italia da una famiglia italo-palestinese. Come si intreccia la resistenza palestinese alla tua biografia e quando questo è diventato importante per te? 

Ho vissuto come gran parte dei ragazzi di seconda generazione con un’identità ibrida tra l’Italia e il paese di origine della mia famiglia. Fino all’adolescenza provavo addirittura fastidio verso la mia parte araba che negavo; soprattutto mi dava fastidio avere un cognome straniero che le persone leggono sempre in maniera sbagliata. Soprattutto alle medie desideravo avere un cognome italiano e ho scoperto – confrontandomi con altre ragazze con origini simili alla mia – che tutte abbiamo vissuto questa fase, la fase del non sentirsi come le altre, malgrado mia madre sia italiana e io sia nata in Italia. 

Ho avuto la fortuna di avere un padre attivista, impegnato con l’Olp e la storia della Palestina è sempre stata presente per me e le mie sorelle. I miei genitori si sono conosciuti a Napoli negli anni Ottanta perché mia madre era un’attivista per la Palestina e mio padre lavorava lì per l’Olp. Ma la consapevolezza vera di quello che succede in Palestina l’ho avuta quando ci sono stata, in particolare con l’ultimo viaggio fatto a Gaza. Già per poterci andare ho avuto difficoltà, dato che Israele non mi concedeva il visto – a differenza dei miei compagni con nomi e famiglie italiane. All’entrata nella Striscia di Gaza ho dovuto subire un trattamento ancora più violento e umiliante delle altre – per esempio dover rimanere in mutande e reggiseno per ore in uno sgabuzzino, passata con una specie di scopino per scoprire se avevo dell’esplosivo, con i soldati israeliani che non accettavano che io fossi italiana, si rivolgevano in arabo, chiedendomi di parlare in arabo.

Quello che a me ha fatto più male – per il mio percorso di scoperta e accettazione dell’identità palestinese – è stato dover negare la mia identità. Mentre qui in Italia dico di esser palestinese e le persone capiscono cosa vuol dire, in Israele, soprattutto davanti a un soldato, devo dire che mio padre e mio nonno sono cittadini giordani – perché effettivamente lo sono diventati. Anche a livello psicologico questa negazione crea una forte frustrazione. Mio nonno – il padre di mio padre – era di Haifa; nel 1948 si sono trovati in piena Nakba e la loro famiglia contadina fu espulsa e costretta a fuggire a Jenin, dove ha conosciuto la nonna e dove si sono stabiliti. Mio padre, nato in Palestina nel 1964, non ha un certificato di nascita, perso insieme a tutti i documenti; dopo la guerra del ’67 e l’occupazione della Cisgiordania la sua famiglia è scappata in Giordania. Come centinaia di migliaia di palestinesi conserviamo il documento delle Nazioni unite che ci riconosce come rifugiati e quando verrà attuta la risoluzione 194 potremo tornare nelle nostre case.

Prima di questi giorni convulsi stavo leggendo Ghassan Khanafani – scrittore di grandissima potenza e capacità espressiva e per questo neutralizzato, ucciso dai servizi israeliani. Il suo Ritorno ad Haifa racconta il dolore e tocca la parte intima di ogni palestinese, ognuno si identifica in quella storia. Nel 2017 con mio padre siamo stati ad Haifa, abbiamo cercato la casa di mio nonno e l’abbiamo trovata, nel quartiere di Wadi Salif, una zona gentrificata, meta di turismo europeo.

La generazione di mio padre è una generazione distrutta dalla vita, sono quelli andati a combattere in Libano, che hanno fatto la prima e seconda intifada, hanno creduto negli accordi di Oslo e dopo il loro fallimento si sono trovati con nulla. La mia generazione, noi giovani palestinesi italiani, abbiamo rotto con quella precedente e con una rappresentanza palestinese che non ci rappresenta affatto – così come non rappresenta le e i giovani palestinesi in Israele e nei territori occupati. 

In tutta la Palestina in questi giorni le rivolte, gli scioperi, le manifestazioni sono organizzate e portate avanti dai giovani palestinesi, slegati da qualsiasi appartenenza di fazione o partito. Le manifestazioni a Milano e in moltissime altre città italiane hanno creato un parallelismo con quello che succede in Palestina: noi siamo stanchi dell’Anp, siamo stanchi di Hamas, siamo stanchi dell’occupazione israeliana, come qui siamo stanchi del Partito democratico e di Salvini, di una concezione razzializzante ed eteronormata della politica. Salvini dal palco della comunità ebraica romana ha voluto attaccare le seconde generazioni. Le piazze, riempite dalle seconde generazioni, sono le piazze del futuro, sono l’Italia del futuro.

Chi sono le e i Giovani palestinesi in Italia? Come nascono e che relazioni politiche avete con le generazioni precedenti? Qual è stata la trasmissione di memoria e politica che vi è arrivata?

Le e i Giovani palestinesi nascono da questa frattura che c’è qui in Europa come in Palestina. A un certo punto abbiamo deciso di rompere con la tradizione dei nostri genitori, perché veniamo da quella frustrazione, dalla corruzione del governo dell’Anp nella sua collaborazione con l’occupazione israeliana, e dal fallimento delle espressioni politiche palestinesi. Per quanto mi senta di appartenere alla sinistra palestinese, quella esistente non mi rappresenta politicamente e se condivido con loro percorsi di lotta penso debba essere superato e profondamente trasformato il panorama partitico palestinese. Non lo diciamo noi dall’Europa, ce lo stanno dicendo da Haifa, a Nazareth, Lod, a Jenin, Nablus, Gerusalemme, da chi sta combattendo. Chi ha organizzato i riot dei giorni scorsi non sono i partiti ma le persone che vivono e soffrono l’occupazione quotidiana 24 ore su 24.

La politica palestinese ha sempre escluso i palestinesi residenti nei territori del ’48, considerandoli privilegiati mentre invece vivono nel ventre della bestia, sono loro che possono far nascere un cambiamento. Se Israele in Europa continua a presentarsi come uno stato di diritto, la loro vita racconta cosa significa davvero essere palestinesi in quello stato. Sta girando in questi giorni su Instagram un video di un palestinese cittadino di Israele con la casa circondata da coloni armati che chiama la polizia israeliana che gli risponde di rimanere in casa. E lui dice «sono cittadino di questo paese, anche se voi non avete previsto la mia presenza, io ho i documenti di questo paese».

Abbiamo rotto politicamente con la generazione precedente (anche se per fortuna molte persone di questa ci ascoltano e sostengono) e sottolineiamo che ogni parola della nostra sigla – Giovani palestinesi italiani – ha un forte significato. Non abbiamo un’appartenenza politica e siamo all’inizio di un percorso di consapevolezza e presa di parola. Questa rottura è molto evidente adesso, in queste settimane si è accelerata. La maggioranza di noi è stanca, si è stufata di una situazione di stallo; quasi tutti i nostri genitori hanno una storia politica, ogni famiglia ha una storia politica, difficile che qualcuno sia fuori da questi meccanismi di diaspora, di familiari ammazzati, imprigionati ecc. Prendere parola diventa necessario per la sopravvivenza. Certamente più avanti sarà necessario stilare un manifesto politico, trovare alcune linee di indirizzo, perché evidentemente non siamo d’accordo su tutto.

La generazione dei vostri padri certamente si sente ancora legata alla Palestina, è la loro identità e la loro ragione di esistenza, ma allo stesso tempo sembra che in qualche modo si siano «adattati», abbiano subito troppo forte il colpo della frustrazione e della disillusione…

Noi che siamo nate qui abbiamo strumenti di comunicazione che non avevano i nostri padri. Loro erano considerati arabi, stranieri, qualcosa di diverso; noi dalla nostra abbiamo il fatto che siamo italiani e italiane, abbiamo fatto le scuole qui, parliamo perfettamente la lingua, conosciamo i nostri diritti e il diritto internazionale. La nostra forza è la consapevolezza. Conosciamo anche la storia e i fallimenti della sinistra italiana nel suo rapporto con la causa palestinese e oggi vogliamo essere i protagonisti. Nei giorni scorsi mi ha chiamato un esponente dei Verdi che ha organizzato la manifestazione di sabato (22 maggio) per chiedermi se volevo parlare; ma non sei tu che chiedi a me di parlare, siamo noi che prendiamo la parola, a questo giro la voce deve essere la nostra.

Per questo a Milano la scorsa settimana non abbiamo voluto fare un corteo ma abbiamo preferito rimanere in piazza, per poter far esprimere chi era presente, perché le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di parlare, di esprimersi. A Milano, per esempio, è intervenuto Karim dicendo che per lui parlare davanti a 5.000 persone di suo cugino ammazzato a un check-point era importante, anche sul piano psicologico. Se una ragazza o un ragazzo marocchino, egiziano ecc. torna a casa avendo capito qualcosa in più di quello che succede in Palestina, è già un successo. E al nostro fianco vogliamo quelli che ci fanno parlare, che non si sovrappongono alla nostra partecipazione. 

Come stavi appunto dicendo, quelle piazze hanno visto una fortissima partecipazione di giovani e di seconde generazioni del mondo arabo e afrodiscendenti. Perché quella presa di parola – molte di loro avevano cartelli autoprodotti – avviene oggi e per la Palestina?

Sicuramente c’è un bisogno sociale che va oltre la causa palestinese. Non era solo la Palestina a motivare la partecipazione in quella piazza – anche se certamente vivono quello che succede in quel territorio come un’ingiustizia. Le persone di seconda generazione però vivono e sentono una discriminazione anche qui e ora: non va avanti la legge sulla cittadinanza, il loro accesso ai diritti è sempre complicato, la trafila di permessi, documenti è sempre difficile, conoscono la questione dei Cpr…

La loro presenza in piazza è anche legata al mondo dei social. Con personaggi diventati leader sulla scena pubblica senza appartenere a movimenti sociali o partiti, ma semplicemente perché hanno postato e rilanciato l’evento per la Palestina. Tra questi Ghali che ha una sua consapevolezza di essere italiano-tunisino, sa cosa succede in Palestina e fa anche una scelta coraggiosa visti i suoi contratti con le major. Esiste a Milano una scena trap, di seconde generazioni, dalla Barona, al Gratosoglio, a San Siro. La realtà ha superato le strutture istituzionali, urbanistiche, sociali. Questa scena musicale – che viene vissuta anche come forma di resistenza – è direttamente patrimonio di quelle giovani e giovanissime generazioni. È importante che si stia creando questa consapevolezza verso la questione palestinese ma in quelle piazze non c’erano solo palestinesi, c’erano ragazze e ragazzi della regione araba, delle comunità afrodiscendenti, razzializzate anche attraverso i mezzi di comunicazione; c’era la comunità colombiana, che oggi è mobilitata in solidarietà alla rivolta nel loro paese. Oltre a riconoscere l’ingiustizia palestinese, in quella stessa ingiustizia ne riconoscono altre e provano a prendere parola su quelle.

Sono le e i giovani delle periferie ed è importante far venire le periferie nel centro di Milano. A San Siro abitano 80.000 «stranieri» ed è un numero importante. Anche questa composizione urbanistica e sociale spiega cosa sta succedendo. I Giovani Democratici del Municipio 1 (centro storico) scrivono sulle loro pagine social che sostengono i diritti dei palestinesi ma anche il diritto di difendersi di Israele… i Giovani Democratici sono in grande maggioranza bianchi occidentali con pieni diritti – chi vogliono rappresentare, a chi stanno parlando? Questa parte dell’elettorato non la vedono. Il sindaco Giuseppe Sala – che aveva invitato Ghali a Palazzo Marino, sfruttandone la visibilità per avere appeal su quell’elettorato – aveva un’iniziativa a poche centinaia di metri dal nostro presidio e non si è fatto vedere e ha taciuto. Come se si vivessero due realtà parallele, quella reale e quella delle dinamiche di potere.

Quella e altre piazze si sono distinte per un’alta partecipazione femminile. C’erano gruppi numerosi di ragazze, molte portavano il velo, molte altre no, e in tante hanno preso parola. 

È una sfida diretta alla rappresentazione orientalista e stereotipata della donna araba, sottomessa, con il velo, bisognosa che qualcuno prenda parola per lei… Certamente – qui come in Palestina e nel mondo arabo – c’è un problema di patriarcato, come esiste ovunque nel mondo. Ma le donne palestinesi e arabe non devono essere salvate né dall’occidente né da nessuno. La maggior parte di interventi in quella piazza erano di ragazze arabe e palestinesi, con o senza velo. Purtroppo in altri luoghi – per esempio a Roma – la maggior parte degli interventi è stato fatto da uomini, dai cinquant’anni in su, e le e i giovani palestinesi gli hanno dovuto strappare il microfono. Milano e altre piazze hanno rappresentato quello che succede nel paese, con centinaia di ragazze giovanissime, non accompagnate come nella narrazione stereotipata dal padre o dal marito, realtà che esiste indubbiamente ma la piazza ha comunicato qualcos’altro e non si può nascondere questa realtà. Piazze simili a quelle di Black Lives Matter in Italia lo scorso anno che rappresentavano chi vive in questo paese, chi ha bisogno di tutela dei propri diritti in questo paese. La politica non può rimanere indifferente a tutto questo. 

Attenzione, so benissimo che c’è una strumentalizzazione patriarcale della donna palestinese che subisce canoni culturali e sociali molto forti – essere madre di famiglia, produrre figli per la patria ecc. È fortissimo il patriarcato ed è forte la visione eteronormativa, ma tra le e i cittadini palestinesi di Israele e ora anche in Cisgiordania ci sono tante associazioni che lottano contro tutto questo come Al Aswat, come tantissimi collettivi queer che cercano di distruggere la versione «gay friendly» di Israele. In questi giorni ho visto i post di molti e molte compagne palestinesi che recitavano «Palestine is a queer issue». Trovo tutto questo molto potente, e ho imparato che se le lotte sono intersezionali non esisterà liberazione per nessuno.

Cosa pensi della solidarietà politica e umana verso la Palestina che in Italia non manca? Che legame avete con questa storia e cosa manca a queste aree? Nelle manifestazioni in questi giorni abbiamo sentito ancora slogan come «Palestina rossa» e abbiamo visto la presenza di settori politici con cui sembra non abbiate molti legami.

Quello slogan è autoreferenziale da parte della sinistra italiana e non solo, non parla a nessuno, non è sentito come nostro. Quello che resta della sinistra «extraparlamentare» racconta cose che non esistono, spesso frutto di un posizionamento ideologico. L’altro giorno una persona che si ritiene solidale, probabilmente mai andata in Palestina, è venuta a spiegarmi che Hamas sta facendo la resistenza e che tutti i palestinesi stanno con Hamas… C’è qualcosa che non va nella percezione di quello che sta succedendo in quel paese. Se tu definisci resistenza il bombardamento – che ha portato al risultato di 58 mila sfollati e centinaia di morti – significa non aver capito nulla.

Per me resistenza è quello che stanno facendo nei territori del ’48, riconoscere la propria identità di palestinese dentro lo stato di Israele – non lanciare missili e fornire il pretesto di non parlare più di quello che avviene a Gerusalemme. L’altro giorno hanno decretato Sheik Jarrah zona militare, come Shuaada Street ad Al Khalil/Hebron. Solo gli israeliani potranno entrare a Sheik Jarrah a parte i palestinesi già residenti. Noi dobbiamo avere attenzione su quello, sul progetto di pulizia etnica attraverso la deportazione di palestinesi dai loro quartieri. Naturalmente associazioni di solidarietà e Ong sono importantissime, per la loro solidarietà diretta con le persone in Palestina e per quello che tornano a raccontare qui in Italia. Però abbiamo bisogno di qualcosa di più. L’altro giorno abbiamo contattato un giornalista del Corriere della sera chiedendogli di raccontare cosa sta succedendo, dandogli i contatti di giornalisti di Al Jazeera e Associated Press a Gaza. Come giornalista dovresti prendere parola, soprattutto dopo il bombardamento del palazzo della stampa. La sua risposta più o meno è stata: «ma la linea editoriale del giornale è un’altra. Se volete potete raccontare una storia, magari quella dei bambini che soffrono ecc.». Questo episodio mi ricorda il monologo di Rafeef Ziadah. Ogni volta che bombardano Gaza ci chiedono di raccontare una storia «umana», non di parlare di politica. Parlaci di un bambino morto, di un bambino mutilato… ma perché non possiamo parlare di politica, della pulizia etnica, delle deportazioni che abbiamo subito, dell’esistenza ancora di campi profughi dopo 73 anni (in Libano come in Cisgiordania)? Possiamo parlare dei bambini e delle loro sofferenze ma abbiamo bisogno che qualcuno ci dia delle risposte politiche. 

Alle e ai solidali chiederei innanzitutto di ascoltare le e i giovani palestinesi, quelli che si stanno rivoltando in Palestina, ascoltare quello hanno da dire; poi di utilizzare tutti i mezzi disponibili per raccontare la verità, far circolare una narrativa differente da quella del momento: prendere parola sull’ingiustizia – come insegna il lavoro della sociologa Linda Tabar. Dobbiamo insieme costruire una struttura di rivendicazione politica.


(Jacobinitalia.it, 24 maggio 2021)


*Piero Maestri, attivista, è stato redattore di Guerre&Pace ed è coautore tra l’altro di #GeziPark (Alegre 2013). 

di Giuseppina Manin


Solo uomini. La storia di Milano, quella immortalata nel marmo e nel bronzo, è scritta tutta al maschile. Su 121 statue sistemate in piazze e giardini, nemmeno una è dedicata a una donna. A parte la Madunina del Duomo e qualche figura allegorica velatamente femminile e sconsolatamente accasciata al cimitero Monumentale, nessun altro piedistallo è mai stato previsto per l’altra metà del cielo. Milano, la città considerata più avanzata e aperta del Paese, si è sempre scordata di loro, le molte signore e signorine che hanno contribuito a renderla grande davvero.

A rimediare a tanta e imperdonabile distrazione, arriva finalmente il primo monumento dedicato a una donna. Una vera, protagonista non solo delle pagine fulgide del Risorgimento ma di una vita audace e multiforme. Perché Cristina Trivulzio di Belgiojoso, nata a Milano il 28 giugno 1808 e a Milano morta il 5 luglio 1871, è stata principessa e rivoluzionaria, patriota fervente costretta all’esilio a Parigi, animatrice di salotti culturali, giornalista, imprenditrice, riformatrice pedagogica. Oltre che donna libera, che il marito se lo sceglie da sé, ma quando lui la tradisce lo lascia incurante dello scandalo, madre single, tanti amanti, un solo amore, lo storico François Mignet, figlio di un fabbro.

A 150 anni dalla sua scomparsa, a questa eroina del passato e del futuro, modello di una femminilità moderna e coraggiosa, la Fondazione Brivio Sforza ha commissionato, con il patrocinio del Comune e in collaborazione con l’Impresa culturale creativa le Dimore del Quartetto, una statua in bronzo, grandezza naturale, che ne riproduce le vere fattezze, i capelli raccolti a chignon, abito da sera, al polso un prezioso bracciale, identico all’originale custodito dagli eredi. E così il 15 settembre, a conclusione di un fitto programma di celebrazioni, la statua di Cristina tornerà a casa, in piazza Belgiojoso, per la sua eleganza raccolta detta il «salotto di Milano», proprio a fianco dell’omonimo fastoso palazzo dove si era sposata. Il monumento la coglierà nell’attimo in cui si alza per venire incontro a chi andrà a trovarla, un ritratto scultoreo «in movimento» che ben si addice alla personalità inquieta di Cristina. «Più che una commemorazione un punto di partenza per un più ampio riconoscimento collettivo dell’azione femminile nella storia, assicura Alessandro Brivio Sforza, anima del progetto. Cristina, l’ereditiera più ricca d’Italia, rinunciò al suo patrimonio per diventare carbonara e patriota, sfidò l’Austria e la sua polizia, tenne rapporti con Mazzini e Cavour, organizzò una spedizione da Napoli a sostegno delle Cinque Giornate di Milano. In esilio per sopravvivere accettò i lavori più umili, e quando riebbe il suo patrimonio lo impiegò a sostegno delle sue idee riformatrici, protosocialiste, per costruire a Locate Triulzi asili per le donne operaie, organizzare mense in fabbrica e assistenza sanitaria gratuita».

«Quando ho appreso che nella mia Milano non c’è nessuna statua dedicata a una donna sono trasalito – commenta il sindaco Beppe Sala. – Mi è sembrato incredibile che non ci fosse un segno tangibile del contribuito fondamentale delle donne alla storia della nostra città. È per questo che, da subito, ho dato tutto il mio sostegno al progetto di una statua per Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Donna colta, determinata e intraprendente, che riassume bene lo spirito di Milano. La sua statua renderà in tutti i sensi migliore la nostra città, sarà occasione per fermarci e pensare ai ritardi ancora oggi da scontare nel percorso verso la reale parità di genere».

Il 15 settembre la data della posa della statua, il 5 luglio, data della morte della principessa patriota, il via alle celebrazioni. «Un itinerario alla scoperta dei luoghi della sua vita, dal castello di Locate Triulzi a quello di Masino, da villa Belgiojoso Brivio Sforza di Merate al palazzo Belgiojoso di Milano – elenca Francesca Moncada presidente delle Dimore del Quartetto – Quattro incontri condotti da Paola Dubini, momenti musicali con quartetti d’archi impegnati in nuove esecuzioni commissionate a compositrici donne». Occasioni di riflessione sull’impegno multiforme di questa figura femminile, che nel 1866 scrive un illuminante articolo «Sulla presente condizione delle donne e del loro avvenire». Il suo messaggio sarà inciso sul retro della statua: «Vogliano le donne felici e onorate dei tempi avvenire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!».


(Corriere della Sera – Milano, 22 maggio 2021)


Katia RicciLupini violetti dietro il filo spinato. Artiste e poete a Ravensbrück, Tufani Ed. 2020. Il titolo, tratto da una lettera di Etty Hillesum, esprime la capacità di cogliere la bellezza anche in condizioni estreme, come le artiste del campo di lavoro di R. che Katia ci mostra e con cui ha intrecciato la sua storia. Partecipano Paola Gaggiotti e Francesca Pasini, autrici de Le immagini che restano, Quarta Vetrina della Libreria delle donne. Introduce Laura Minguzzi.


Per acquistare online:
https://www.bookdealer.it/goto/9788894424447/607

di Maria Giovanna Piano


Non è un caso che a proposito del conflitto Israeliano/Palestinese il mansplaining abbia superato se stesso. Come ti spiegano la guerra certi uomini non te la spiega nessuno.

Anche nelle bacheche più ingessate si è potuto assistere alla irrefrenabile vocazione docente di chi tratta le donne da ignoranti e le manda a studiare con tanto di nutrita bibliografia per viatico.

Come dargli torto se, da che mondo è mondo, delle guerre le donne conoscono sulla propria pelle più gli effetti che le cause?

Allora andiamo a scuola da chi ne sa.

Dai mediocri, per esempio, abbiamo imparato che i palestinesi odiano gli israeliani più di quanto amino i propri figli, che sarebbe come dire che gli ebrei odiavano Erode più di quanto amassero gli innocenti.

I più raffinati, invece, ci hanno spiegato sommessamente, ma con tutta la determinazione di una parola accreditata, come “non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione” (anche è meraviglioso).

Ma infatti, la ragione del più forte è sempre la migliore, ribatterebbero Fedro e La Fontaine mettendo in bibliografia quella favoletta in cui si accusa chi sta a valle di inquinare l’acqua di chi sta a monte.

Sempre dai dotti, veniamo a sapere che “quando tu dichiari guerra, e perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra. Noi perdemmo Istria e Dalmazia e salvammo Trieste a stento”.

Ok Non oso pensare al destino di tanta nonchalance e di cotanta logica se, per sorte e per esempio, ci avessero lasciato unicamente la Puglia. E se, per avventura, la nazione avversa si fosse costituita come tale nel nostro stesso territorio.

Ma andiamo avanti, e ci verrà spiegato come il diritto alla difesa può dilatarsi ad libitum, infatti copre molte cose, quasi tutto: espropri, blocchi, occupazioni, attacchi preventivi, bombardamenti reattivi spropositati, permanenti controlli acqua/terra/cielo, filospinato, muri, colonizzazioni e quant’altro. Insomma per lo Stato di Israele l’eccesso di difesa non esiste.

Queste e molte altre cose abbiamo appreso. Di mio ho capito che se lo Stato di Israele impiegasse in forza diplomatica e in inversione di tendenza un terzo della forza che impiega nelle sue scorribande militari, se cessasse di volere più di quanto ha già abbondantemente avuto, potrebbe garantire ai palestinesi e contestualmente a se stesso quella sicurezza e quella pace che più di ogni altra celebrazione renderebbe onore alla tragica storia del suo popolo. Israele ha diritto di esistere?

Il dato è così incontrovertibile che l’interrogativo è diventato ormai obsoleto. La domanda che lo Stato di Israele deve porre a se stesso è piuttosto: cosa esisto a fare?

Mentre medita sulla risposta

potrebbe far fiorire un deserto con relazioni, …se soltanto lo volesse.


(Facebook, 21 maggio 2021)


Ndr: Il titolo richiama il libro di Rebecca Solnit Gli uomini mi spiegano le cose. Riflessioni sulla sopraffazione maschile (Ponte alle Grazie, 2017).

di Franca Fortunato


Il 15 maggio 1948 nella terra di Palestina, abitata per l’80% da palestinesi musulmani e cattolici, nasceva lo Stato d’Israele, con la cacciata di un milione di palestinesi, condannati alla diaspora forzata senza possibilità di “ritorno” nelle loro case, confiscate e date a israeliani. È la Nakba, la catastrofe, che da 73 anni i palestinesi commemorano e mai come quest’anno, nei territori occupati militarmente, Israele ha gettato la maschera dell’ipocrisia del “diritto alla difesa”, invocato da sempre per nascondere la realizzazione sistematica del progetto sionista di colonizzazione della terra e di giudizzazione dello Stato, eliminando i palestinesi sia con le leggi che con le bombe, come sta facendo in questi giorni a Gaza. Israele in 73 anni, complice la comunità internazionale, ha creato un sistema di apartheid per i palestinesi, come ha denunciato nel 2011 il Tribunale Russel sulla Palestina, istituito nel 2009 per «chiedere ai paesi d’Europa di smettere di essere complici con lo stato occupante» e ha accusato Israele di crimini contro l’umanità. Controllo delle vite con mezzi militari, incarcerazioni arbitrarie, espropriazione della terra, distruzione delle case dei civili, torture e maltrattamenti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, trattamento crudele, inumano e degradante, leggi per favorire gli ebrei, discriminazione istituzionalizzata dei palestinesi israeliani e di quelli delle terre occupate, sono le accuse contro Israele ribadite in un recente rapporto di Amnesty International. Gerusalemme rappresenta il centro della realizzazione di quel progetto. Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948/49 fu divisa in Gerusalemme ovest, sotto il controllo israeliano, e in Gerusalemme est, sotto quello giordano. Da Gerusalemme ovest Israele cacciò 67 mila palestinesi e, dopo la guerra dei sei giorni del 1967, occupò militarmente Gerusalemme est e se ne appropriò, cacciò 30 mila palestinesi, espropriò terreni per i coloni, costruì case per gli ebrei e vietò ai palestinesi di estendere i propri quartieri (86% del territorio oggi è in mano israeliana, il 14% palestinese), privando 350mila palestinesi di ogni servizio. Successivamente venne dichiarata città santa “unificata” e indivisibile dello Stato d’Israele e nel 2018 capitale dello Stato ebraico, contro il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono il ritorno ai confini del 1967, il ritiro da tutti i territori occupati, la restituzione delle terre dei coloni, condizioni imprescindibili per uno Stato palestinese. È dentro questa storia di genocidio di un popolo, di pulizia etnica, di apartheid, che si collocano gli sfratti delle 28 famiglie del quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme est e l’assalto alla moschea al grido di “morte agli arabi”, che ha scatenato la rivolta del popolo palestinese, da tempo “tradito” dai governi occidentali, che ancora oggi, di fronte al massacro a Gaza tacciono, o sostengono il falso “diritto alla difesa” di Israele o, dopo giorni di bombardamenti e strage di civili, tra cui bambine/i, chiedono timidamente il “cessate il fuoco”, come fosse risolutorio. Intanto la protesta e l’indignazione, oscurate dai media, dilagano nelle piazze del mondo, israeliani e palestinesi, come nelle marce per la pace delle donne, manifestano insieme per le strade di Israele coi cartelloni «israeliani e arabi si rifiutano di essere nemici», frutto di anni di lavoro politico e di lotta comune di tante donne e madri israeliane e palestinesi. Cessate il fuoco, ponete fine all’occupazione, date uno Stato ai palestinesi e Hamas, utile più a Netanyahu che ai palestinesi, sparirà. 


(Il Quotidiano del Sud, 21 maggio 2021)

di Silvia Niccolai


Ddl Zan. La rivolta delle donne contro la cancellazione del proprio sesso non va sacrificata alla sacrosanta tutela delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali e transgender


Il ddl Zan introduce i delitti di istigazione a delinquere e compimento di atti discriminatori e violenti fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Finanzia politiche contro la violenza legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere e istituisce la Giornata contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, in cui sono organizzate, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole, iniziative per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione e a contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Per sesso, spiegano le definizioni di cui la legge è corredata, si intende quello biologico; per identità di genere la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico; per ruolo di genere qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna; per orientamento sessuale l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.

Con questa terminologia e queste definizioni il disegno di legge richiama teorie secondo le quali la distinzione tra i due sessi femminile e maschile si risolve in costruzioni sociali che si ripercuotono sugli individui come una gabbia repressiva, il ‘binarismo sessuale’, che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce. Di qui il valore dell’autopercezione, e il suo significato contestativo: la possibilità di dirsi maschio femmina o nessuna delle due cose – l’identità di genere – indipendentemente dal corpo che si ha, romperebbe il giogo del binarismo. A quest’ultimo, autoritario, tende a essere associata, in questo ordine di idee, la differenza sessuale.

In Italia esiste un pensiero femminista radicale noto come pensiero della differenza, molto vitale. Questo pensiero ha lavorato per far emergere la soggettività femminile, che consiste appunto nella differenza. Differenza rispetto a cosa? Rispetto al soggetto neutro della storia e del pensiero, per esempio l’Hegel che «si mette nella posizione di un soggetto universale mentre in realtà parla secondo l’esperienza di un soggetto maschile». E cosa sarebbe questa differenza? Il femminismo radicale ‘essenzializza’ le donne, sacralizza per caso il ruolo materno? No, la differenza non è un ‘ruolo’ o un ’comportamento’, perché non è una cosa.

È una qualità, un processo, un divenire: è l’atto del differire, che scompagina i modelli ereditati, mette al mondo qualcosa che non era prima previsto e che non si può sapere mai che cosa sarà. E per iniziare a differire, occorre un primo atto di disobbedienza: scoprire che il corpo in cui una è nata, proprio quel corpo così a lungo squalificato e così spesso asservito, è invece intelligente, è il veicolo di molte esperienze, è una parte di noi che ci permette di dire «quel che ci risulta», di dire la nostra, a modo nostro: compone la nostra soggettività.

C’è stato dunque nel tempo un impegno appassionato affinché le donne si sentissero autorizzate a parlare partendo dalla loro esperienza, onde questa, e non quella del soggetto neutro, entrasse a comporre i modi comuni di pensare, di vivere, di giudicare; impegno per restituire unità alla soggettività femminile, che il patriarcato spezzava tra sesso e costrutti sociali, e così consegnava all’irrilevanza.

«Noi siamo e abbiamo un corpo e questo avere ed essere struttura il nostro porci nei confronti degli altri e del mondo»; nessuna e nessuno può partire da sé, dire il mondo come lo vede, se accetta di stare «alle determinazioni della sua natura o della sua condizione che sono precostituite: prima delle determinazioni esterne c’è lei, c’è un soggetto pensante capace di ragionare e concludere in base a quello che le risulta» (Luisa Muraro 1994).

Le donne hanno o non hanno (finalmente) il diritto di parlare ciascuna per sé? E dopotutto, le donne esistono? Dopo decenni di lotta al patriarcato il dubbio si ripropone. Torna in voga il modello-Hegel, che il ddl Zan presuppone: il corpo è un nulla – un dato biologico, in effetti, non pensa e non sente – da cui si può prescindere con le sole operazioni della mente (l’autopercezione o identità di genere).

L’unità corpo-mente del pensiero femminista è un’idea polemica e critica quanto meno alla pari – lo si concederà – dell’idea di identità di genere. Quest’ultima, per molte persone, ha un valore di liberazione, ma per molte altre è la prima idea ad avere quel significato. Non sta al legislatore stabilire se il corpo è solo biologia, o se esso è senso, storia e intelligenza perché tutto questo è, per ognuna e ognuno, la materia viva del nostro proprio esistere.

Ma non si può ignorare che promuovendo azioni educative orientate a insegnare alle bambine che il loro sesso è solo biologia il legislatore si mette contro l’azione delle tante donne che porgono alle bambine l’idea opposta, affinché diano a se stesse valore e possano essere ciò che desiderano.

La storia della rivolta femminile contro la cancellazione del proprio sesso non va sacrificata alla sacrosanta tutela delle persone omosessuali e bisessuali, transessuali e transgender. Questa la si può ottenere semplicemente nominandole, senza ricorrere alle parole-chiave di modernissime teorie, dall’antichissimo sapore patriarcale.


Silvia Niccolai è docente di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Cagliari


(il manifesto, 21 maggio 2021)

di firmatarie/firmatari


Abbiamo letto il comunicato delle giovani ebree ed ebrei circolato su vari social, e citato dal Manifesto, e vogliamo esprimere il nostro appoggio alle loro coraggiose parole di verità.

Siamo un gruppo di ebree ed ebrei che, da molti anni, si battono perché si favorisca una soluzione politica giusta per le popolazioni che abitano fra il Giordano e il Mediterraneo.


Barbara Agostini, Gloria Antezana, Marina Ascoli, Marina Astrologo, Davide Calef, Giorgio Canarutto, Giuseppe Damascelli, Lucio Damascelli, Lello Dell’Ariccia, Marina Del Monte, Anna Farkas, Ida Finzi, Anna Foa, Bettina Foa, Enrico Franco, Liliana Gandus, Nicoletta Gandus, Valeria Gandus, Bella Gubbay, Joan Haim, Annie Lerner, Stefano Levi Della Torre, Nyranne Moshi, Patrizia Ottolenghi, Sergio Ottolenghi, Renata Sarfati, Stefano Sarfati Nahmad, Eva Schwarzwald, Bruno Segre, Emanuele Segre, Simona Sermoneta, Shmuel Sermoneta-Gertel, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Susanna Sinigaglia, Deborah Taub, Jardena Tedeschi, Mario Tedeschi, Alida Vitale


Not in our names


Siamo un gruppo di giovani ebree ed ebrei italiani.

In questo momento drammatico e di escalation della violenza sentiamo il bisogno di prendere la parola e dire Not In Our Names, unendoci ai nostri compagni e compagne attivisti in Israele e Palestina e al resto delle comunità ebraiche della diaspora che stanno facendo lo stesso.

Abbiamo già preso posizione come gruppo quest’estate condannando il piano di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo israeliano (https://www.joimag.it/contro-lannessione-una-voce-ebraica-italiana-una-protesta-globale/) e il nostro percorso prosegue nella sua formazione e autodefinizione.

Diciamo Not In Our Names:

– gli sfratti a Sheikh Jarrah e la conseguente repressione della polizia

– gli ultimi episodi repressivi sulla Spianata delle Moschee

– il governo israeliano che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei, in Israele e nella diaspora

– i giochi di potere (di Netanyahu, Hamas, Abu Mazen) che non tengono conto delle vite umane

– i linciaggi e gli atti violenti che si stanno verificando in molte città israeliane

– il bombardamento su Gaza

– il lancio di razzi indiscriminato da parte di Hamas

– la riduzione del dibattito a tifo da stadio

– l’utilizzo strumentale della Shoah sia per criticare che per sostenere Israele

– le posizioni unilaterali e acritiche degli organi comunitari ebraici italiani

– gli eventi di piazza organizzati dalle comunità ebraiche con il sostegno della classe politica italiana, compresi personaggi di estrema destra e razzisti

– la narrazione mediatica degli eventi in Medio Oriente che non tiene conto di una dinamica tra oppressi e oppressori

– qualunque iniziativa e discorso che veicoli rappresentazioni islamofobe e antisemite.

La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi.

All’interno delle nostre società riteniamo necessaria ogni forma di solidarietà e mobilitazione, ma ci troviamo spesso in difficoltà. Pur coscienti che antisionismo non sia sinonimo di antisemitismo, osserviamo come un antisemitismo non elaborato, che si riversa più o meno consciamente in alcune delle giuste e legittime critiche alle politiche di Israele, rende alcuni spazi di solidarietà difficili da attraversare. Si tratta di una impasse dalla quale vogliamo uscire, per combattere efficacemente ogni tipo di oppressione.


(seguono firme)

di Manuela Dviri


La parte più difficile da sopportare di questa guerra è il servizio che ne fa la televisione pubblica, che da quando è iniziato il conflitto non ha assolutamente nulla da dire, ma in compenso non sta mai zitta. Un rumore di fondo fatto di sproloqui infiniti che in teoria dovrebbero farci passare il tempo tra un razzo e l’altro, tra un problema antico e uno nuovo. Sono giornalisti militari, commentatori politici di destra (molti) e di sinistra (pochi), generali e colonnelli e capi di stato maggiore in pensione, politici passati e futuri, esperti di Medio Oriente e di politica nazionale (molto malandata) e internazionale (anche). Ci sono an che gli psicologi che ti insegnano come respirare per calmarti e calmare i tuoi bambini. E gli insegnanti di yoga che ti consigliano la posizione migliore per ripulire i tuoi chakra dopo l’annuncio di razzi su Tel Aviv.

E a proposito, quando i razzi annunciati non compaiono a me viene un’angoscia tremenda e non riesco a addormentarmi nel mio pigiama da rifugio perché temo che qualcosa di peggio e di più pericoloso e sconosciuto stia per succedere al posto dell’orrore che già purtroppo conoscevo. Girano, gli esperti, tra uno studio televisivo e l’altro. Spesso bisticciano tra di loro. Instancabili. Sempre gli stessi. I miei preferiti sono quelli che ti ricordano che non devi scendere giù con le ciabattine o correndo perché la gente continua a rompersi gambe e braccia pur di arrivare in fretta al luogo protetto. O quelli esperti di digitale che seguono tutto ciò che esce per Twitter, YouTube, Instagram e Facebook, compresi i messaggi che girano nel mondo arabo e annunciano la imminente fine, tra ore o al massimo giorni, dello Stato d’Israele. E facciamo i dovuti scongiuri. Sono quasi tutti uomini, gli esperti. Compreso lo psicologo infantile dall’aria truce. Non li sopporto. Non li reggo più. E intanto stiamo raggiungendo più o meno la fine di questo conflitto. Come si fa a saperlo? Facile. Perché le scene di distruzione sono ormai terribili. Di qua e di là (ma più di là che di qua grazie all’Iron Dome), e forse anche perché le due parti sanno bene che a un certo punto bisogna smetterla. Ma ambedue vogliono anche la foto della vittoria. Molti bambini (di Gaza) morti sarebbero l’ideale per Hamas. O civili morti in grandi numeri in Israele. Oppure scene di scontri armati tra ebrei e arabi israeliani. Molte strutture di Hamas distrutte, molti importanti comandanti di Hamas uccisi senza provocare vittime tra i civili, sarebbe l’ideale per Israele. Io invece avrei un’altra idea, un sogno che tutti mi dicono che è follia pura. Il mio sogno è un piano Marshall per Gaza. Che dal mondo intero arrivino i fondi per la costruzione di alberghi bellissimi e di spiagge straordinarie per gli yacht di ricchi turisti. Una free zone senza dazi. Una Las Vegas del Medio Oriente. Abraham dice che son proprio via di testa. Eppure sarebbe una gran bella foto. E tutti sappiamo che col benessere si riescono a fare veri miracoli. Ce ne sarebbe anche un’altra. Quella di gruppi misti, arabi e ebrei che stanno lavorando insieme in questo paese come hanno sempre fatto senza pensare che in questo ci fosse qualcosa di strano o di straordinario, negli ospedali, nelle università, nei ristoranti, nelle scuole, nelle banche, ovunque. E questa foto ce l’abbiamo già, in realtà.


(Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2021)

di Alberto Leiss


Che pensare del fatto che in Italia si fanno pochi, pochissimi figli? Abbiamo sentito Mario Draghi («un’Italia senza figli è un’Italia che non crede e non progetta») e il Papa che apprezza l’idea governativa dell’«assegno unico» per sostenere la riproduzione della specie italica.

Certo ci sono buoni propositi, ribaditi dal premier, per rimuovere o mitigare le difficoltà che sconsigliano alle giovani donne e alle giovani coppie di mettere al mondo altre creature.

Ma ieri, con un lungo articolo sul Foglio, Ritanna Armeni ha nominato una evidenza rimossa in tutta questa non nuova discussione sul calo demografico: si fanno meno figli perché le donne scelgono liberamente di non farli. E questa scelta non è dovuta, molto spesso, al disagio delle condizioni economiche e materiali, ma a un modo diverso di intendere la propria vita e, appunto, la propria libertà. «Le donne – osserva Ritanna Armeni rivolgendosi a Mario Draghi, del quale pure apprezza le intenzioni – non vogliono diventare madri proprio perché sono più libere e non soggette all’autorità maschile».

Certamente sarà utile, se alle promesse seguiranno i fatti, aumentare gli asili nido, eliminare il gap salariale, promuovere l’occupazione femminile, spingere i maschi a occuparsi un po’ di più delle faccende domestiche e dei figli prevedendo congedi familiari, ecc. Ma ciò che è più importante per resuscitare il desiderio di procreare è «dare alla maternità un ruolo sociale fondante e lasciare alle “cattive ragazze” tutta la loro libertà e, se la vogliono, altra ancora». Ciò che implica «una rivoluzione culturale e materiale».

Una rivoluzione simbolica, aggiungo io, che compete principalmente a noi maschi, se ci decidessimo a vedere che «una sfida positiva alla nuova libertà femminile» vuole «un rovesciamento di mentalità». Pensiamo soltanto alla cultura diffusa di quegli imprenditori, perlopiù maschi, che quando assumono una donna sono preoccupati prima di tutto che non pensi di rimanere incinta. O a tutti quei sindacalisti che non vedono come per affrontare adeguatamente il tenere insieme l’aumento del Pil e quello delle nascite ci vorrebbe un’altra rivoluzione nel modo di concepire il rapporto tra vita e lavoro.

Tra l’altro in una fase in cui la rivoluzione tecnologica, se fosse gestita nell’interesse dei molti anziché dei pochi già privilegiati, consentirebbe davvero di lavorare meno, lavorare tutti e tutte, e vivere meglio. Un cambiamento così profondo nelle menti maschili però sembra molto difficile. Bisognerebbe chiedersi il perché. Forse manca un pensiero maschile adeguato proprio sulla maternità, oltre che sulla paternità. Il che vuol dire intanto pensare meglio al rapporto con la propria madre, e con la madre, reale o ipotetica, dei nostri figli.

Ci siamo trastullati per circa un secolo con la faccenda dell’«invidia del pene» da parte delle donne. Freud è stato un grande genio, ancora troppo poco studiato da chi si occupa di cose pubbliche e di sentimenti individuali e collettivi, ma credo che su questo punto abbia preso una cantonata. Guardando ieri la copertina dell’Espresso, che provocatoriamente sostiene nuovi diritti col disegno di un maschio con la pancetta di una gravidanza e la scritta «la diversità è ricchezza», ho provato una sensazione di disagio. E pensato che, chiunque abbia immaginato e disegnato quella figura, a me parla di un profondo e pericoloso sentimento di invidia maschile per la capacità femminile di metterci al mondo. Abbiamo forse il sapere tecnico scientifico per cambiare radicalmente il nostro modo di esistere.

Guai se prevalessero i desideri più oscuri di chi finora ha avuto più potere.


(il manifesto, 18 maggio 2021)