di Luca Tancredi Barone
Spagna. Dopo il ritiro di Pablo Iglesias, eletta con l’86% dei voti la ministra spagnola degli affari sociali. Leadership al femminile e programma incentrato su uguaglianza di genere, accesso alla casa e lotta all’emergenza climatica
Ione Belarra è la nuova segretaria generale di Podemos. Non è proprio una sorpresa: la ministra degli affari sociali e agenda 2030, il ministero ostentato da Pablo Igesias prima di abbandonare il governo a fine marzo, era l’unica candidata a succedere al carismatico leader e fondatore del partito viola.
Domenica ha ottenuto l’86% dei voti dei militanti (hanno partecipato circa 53mila persone al voto, il 10% dei teoricamente aventi diritto – l’anno scorso erano stati in 59mila a ratificare l’elezione di Iglesias). Si tratta della quarta assemblea del partito fondato nel 2013 e la prima che non vede il suo fondatore fra i protagonisti.
Dei nomi della prima linea di 8 anni fa non è rimasto più nessuno: Pablo Iglesias, Carolina Bescansa, Juan Pablo Monedero, Íñigo Errejón (che ora guida un altro partito, Más País), Teresa Rodríguez, che assieme agli altri anticapitalisti è uscita definitivamente da Podemos poche settimane fa.
Ma la nostalgia per il fondatore è serpeggiata per i due giorni dell’assemblea del partito di questo fine settimana, anche se lui ha deciso di non farsi vedere per non oscurare la sua successora. «Grazie a Pablo Iglesias per averci insegnato che un militante deve stare lì dove è più utile», gli ha detto Belarra iniziando il suo discorso di accettazione.
La nuova leadership sarà marcatamente femminile: i nomi in prima linea sono quelli di Irene Montero, ministra dell’uguaglianza, della ministra del lavoro e vicepresidente del governo Yolanda Díaz, la cui leadership come futura candidata alla presidenza del governo è una delle cose che Belarra e il suo team vogliono costruire, e che è nel cuore di tutti i militanti come la candidata con maggiori chance di ottenere un buon risultato, Jessica Albiach, che guida i viola in Catalogna, Isa Serra, a Madrid.
Anche la carismatica sindaca di Barcellona Ada Colau domenica ha accompagnato Belarra, che ha lasciato alle sue colleghe presentare il suo programma per far capire che la sua sarà una leadership orizzontale, mentre hanno appoggiato la nuova leader con dei discorsi anche il capo di Izquierda Unida Alberto Garzón («Dobbiamo camminare uniti. L’avversario, il nemico, non distingue fra i viola, i verdi o i rossi. Tutti siamo un problema per i privilegiati», ha detto) o quello dei verdi di Equo Juan López de Uralde. Fra gli uomini che accompagneranno Belarra ci saranno Pablo Echenique, portavoce parlamentario, o l’economista e sottosegretario Nacho Álvarez, o il parlamentare Jaume Assens, punto di contatto con Ada Colau.
Proprio nelle stesse ore in cui la destra di nuovo si riuniva nella Plaza de Colón di Madrid – stavolta contro gli indulti che il governo sta preparando per scarcerare i leader indipendentisti e sbloccare la situazione politica catalana – Belarra chiamava a «costruire un nuovo paese contro l’odio di Colón». E ha aggiunto che «con 35 deputati e cinque ministri facciamo meraviglie, cambieremo quello che possiamo cambiare».
E in pieno spirito del migliore Podemos, ha annunciato che «noi non ci rassegneremo, non rinunciamo a nessun obiettivo: l’uguaglianza fra uomini e donne, l’accesso alla casa, la lotta contro l’emergenza climatica, ottenere la ridistribuzione della ricchezza, creare una azienda pubblica (energetica, ndr) che faccia fronte all’oligopolio e abbassi la bolletta della luce, che non si perseguitino cantanti che dicono che i Borboni sono ladri o ottenere che la Spagna sia una repubblica plurinazionale».
Ma attenzione, mette le mani avanti Belarra: «I cambiamenti saranno proporzionali alla forza di Podemos». In sostanza, Podemos vuole «un futuro in cui le persone possiamo avere la libertà di decidere che cosa facciamo con le nostre vite, con il nostro tempo, in cui le e i giovani possano avere un lavoro stabile e scegliere liberamente se vogliono essere madri o padri, o no, un futuro in cui smettiamo di ritardare l’età per il pensionamento, e la anticipiamo, con pensioni degne per le persone anziane che hanno lavorato una vita, e in cui le persone possano fare altre cose oltre a lavorare tutto il giorno e possano avere tempo per generare vincoli».
«Un futuro senza tanta paura, senza tanta depressione, senza tanta ansia». «Vogliamo un paese che meriti l’allegria, e non solo le pene», ha concluso.
(il manifesto, 15 giugno 2021)
di Marina Terragni
Da circa un anno il femminismo – e non solo – sta chiedendo modifiche al ddl Zan: ecco le richieste, sempre le stesse.
Purtroppo la posizione del Pd è andata via via irrigidendosi. Inizialmente solo Zan e Cirinnà si opponevano a ogni cambiamento del testo. Successivamente lo stesso segretario Letta e l’esponente Pd in Commissione Giustizia del Senato Franco Mirabelli hanno chiuso a ogni possibilità di mediazione. Attualmente il lavoro della Commissione Giustizia è paralizzato in uno sconfortante muro contro muro.
Forse un’onorevole via d’uscita ci sarebbe.
Osserva il sociologo Luca Ricolfi: “Le due vecchie proposte Scalfarotto-Zan e soprattutto Zan-Annibali sono del tutto esenti dalle critiche che oggi vengono rivolte al ddl Zan… Fino a un certo punto le principali proposte di legge si sono mosse in una direzione ragionevole, o quantomeno circoscritta all’obiettivo di estendere a nuovi soggetti tutele finora previste per un insieme troppo ristretto di situazioni e di categorie. Poi, non saprei dire perché, i proponenti hanno deciso di strafare, finendo per snaturare gli obiettivi originari. Il ddl Zan, anziché limitarsi a proteggere i deboli, è diventato un cavallo di Troia per imporre a tutti una particolare concezione del bene comune, dell’educazione, e persino degli usi appropriati del linguaggio. Il tutto semplicemente riscrivendo in Commissione Giustizia i testi originari, e senza un dibattito pubblico, come invece è avvenuto in altri Paesi”.
In effetti è così. Nel testo del ddl Scalfarotto, a suo tempo arenatosi al Senato -era il 2013- non si parlava di formazione nelle scuole, di misoginia-misandria, soprattutto non si menzionava l’identità di genere, architrave del ddl Zan, identità di genere che è oggetto di tentativi di legislazione -con relativa resistenza femminista- in tutto il mondo.
Quel testo a prima firma Scalfarotto era sostenuto tra gli altri, oltre che dallo stesso Zan, anche da esponenti del centrodestra come Brunetta, Carfagna, Prestigiacomo. Antonio Leone del PdL fu uno dei relatori alla Camera e ne parlò così: “è stato raggiunto un accordo su una norma di civiltà“. Quindi una parte del centrodestra non fece mancare il suo fattivo appoggio.
Ebbene, se il ddl Zan venisse emendato in base alle critiche che gli vengono mosse dal femminismo – no all’identità di genere, no all’allargamento della legge alla lotta contro la misoginia, no alla formazione Lgbtq obbligatoria nelle scuole- torneremmo di fatto al ddl Scalfarotto.
Quello stesso testo è stato ripresentato da Scalfarotto e Annibali in questa legislatura, nel 2018. Un solo articolo, come potete vedere, molto chiaro e netto nella sua semplicità.
CAMERA DEI DEPUTATI N.868
PROPOSTA DI LEGGE
D’INIZIATIVA DEI DEPUTATI
SCALFROTTO, ANNIBALI … (seguono firme)
Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia
Presentata il 4 luglio 2018
Art.1
- All’art.604-bis del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
- al primo comma, lettere a) e b), le parole : “o religiosi” sono sostituite dalle seguenti “, religiosi o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”;
- al secondo comma, primo periodo, le parole: “o religiosi” sono sostituite dalle seguenti “, religiosi o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”;
- alla rubrica, le parole “ e religiosa” sono sostituite dalle seguenti “, religiosa o fondata sull’omofobia o sulla transfobia”;
- Al primo comma dell’art.604-ter del codice penale le parole: “o religioso” sono sostituite dalle seguenti “, religioso o fondato sull’omofobia o transfobia”;
Quindi la discussione su una legge contro l’omotransfobia è ripartita del testo Scalfarotto. Ma in Commissione Giustizia della Camera alla fine è prevalso il testo Zan. Come scrive Ricolfi, i proponenti hanno deciso di strafare.
Per quale ragione il Pd, anziché sostenere quel primo testo, semplice e ragionevole, ha deciso di promuovere una legge così ambigua e divisiva?
Il confronto tra i due testi ha un valore in qualche modo storico e mostra l’affermarsi dell’ideologia dell’identità di genere: si vede bene infatti che fino a pochi anni fa il tema non solo non era centrale, ma nemmeno compariva nell’agenda Lgbt. Come ricostruisce dettagliatamente Jennifer Bilek, l’ideologia della gender identity cominciava ad affermarsi proprio a quel tempo negli Stati Uniti, nei primi anni della presidenza Obama (vedere qui).
E’ palese quindi che il vero obiettivo del ddl Zan, come più volte abbiamo osservato, è proprio l’identità di genere, veicolata dal contenuto più soft e condivisibile (il cavallo di Troia) della giusta e necessaria tutela delle persone omosessuali e transessuali. Del resto ovunque va così: la battaglia è sulla libera identità di genere in Spagna, in Germania, in UK, in Giappone, in Perù, eccetera. Per quale ragione qui dovrebbe andare diversamente?
Se il ddl Scalfarotto venisse approvato oggi, il nostro Paese si doterebbe di uno strumento efficace contro i crimini a matrice omotransfobica. Probabilmente non mancherebbero consensi trasversali anche dal fronte del centrodestra -da Forza Italia, ma forse non solo- che garantirebbero alla legge una maggioranza solida e la porrebbero al riparo di rivisitazioni e/o possibili abrogazioni da parte un’eventuale futura maggioranza di centrodestra.
Senza annoiarci sulle tecnicalità, esiste la possibilità di riprendere in considerazione il ddl Scalfarotto riproponendolo come emendamento al testo Zan oppure ripescando il testo integrale e ponendolo in discussione al momento della formulazione di un testo unico in Commissione Giustizia del Senato. Sappiamo, in tutti i casi, che una forte volontà politica conta sempre più di ogni regolamento.
Perché dunque non riprendere quel vecchio ddl, strada possibile per fuoruscire dal muro contro muro?
Se si vuole davvero una legge a tutela delle persone omosessuali e transessuali -e non invece altro- questa possibilità forse andrebbe considerata.
(feministpost.it, 14 giugno 2021)
di Alessandra Coppola
Essere mamma di una giovane donna di 16 anni, vederla crescere, scoprirla indipendente e forte. Nella nuova puntata del podcast del Corriere della Sera e Audible «Mama non Mama» — che potete trovare, integralmente, qui — la vicedirettrice Barbara Stefanelli si confronta con la virologa Ilaria Capua.
Interpellata mille volte sul Covid e ogni tipo di Sars, in questa conversazione Capua cambia voce e argomento, condotta sul terreno privato del marito scozzese, della carriera, della lunga battaglia contro accuse infamanti, del trasferimento in Florida e della piccola Mia, oramai adolescente alta un metro e ottanta. «Una generazione cerniera — dice Capua —, le nostre “rose quadrate”: creature piene di profumo, di petali, mature; pilastri della nostra società».
Capua vuole proteggerle, fiori delicati, ma la psicoterapeuta esperta di adolescenza, Stefania Andreoli, rassicura: «Sono più forti e più libere della generazione che le ha precedute; sono quelle figlie che abbiamo cominciato a crescere con l’idea che avrebbero potuto diventare qualunque cosa». Si parla di ragazze «perché i nostri figli maschi — continua Andreoli — li abbiamo allevati più per sottrazione, dicendo loro che cosa non fare. Abbiamo messo loro dei paletti che invece abbiamo tolto alle ragazze». Cambiate le adolescenti, a sorpresa, cambia il rapporto con le madri: non più di rottura, ma di premura. Ancora Andreoli: «Quando si accorgono che le mamme sono infelici, se ne fanno un grande cruccio».
(Corriere della Sera, 13 giugno 2021)
[di Redazione]
L’occupazione femminile a Milano ha perso meno terreno, a causa della pandemia, rispetto al resto d’Italia. È il risultato di un focus comparso su «Your Next Milano», la nuova piattaforma di Assolombarda, ideata per ospitare le analisi su alcuni asset di sviluppo della città. Il sito, spiega Assolombarda, «offre studi sulle tematiche più rilevanti dell’economia e mette a disposizione indagini e infografiche interattive, scaricabili e condivisibili, anche sui principali canali social». Sono più di 5mila le donne che hanno perso il lavoro a Milano nel 2020, pari al -0,7% delle occupate. Il calo è però più contenuto di quello degli uomini (-1,8%) a differenza del dato nazionale, che vede la componente femminile soffrire di più. «È l’effetto della struttura economica del territorio, che vede una forte presenza di donne in settori fondamentali nella pandemia, come la sanità e il commercio di beni essenziali. Oltre a una concentrazione di donne in lavori a più alto contenuto professionale, che consentono lo smart working d’emergenza».
(Milano-Corriere della Sera, 11 giugno 2021)
di UdiPalermo
È singolare e paradossale che la difesa di una legge anti-odio (il ddl Zan) passi attraverso offese e insulti veementi, potenzialmente forieri di violenza. Ed è tanto più assurdo che simili attacchi provengano da un’esponente del movimento Lgbtq come Daniela Tomasino.
E’ questo infatti il tono delle dure invettive lanciate da Tomasino dalla sua pagina facebook (il post completo e i commenti si leggono in data 3 giugno) come critica al video di uno stralcio dell’intervento di Daniela Dioguardi che ha preso parte, come rappresentante dell’Unione Donne in Italia, alle audizioni effettuate in Commissione Giustizia del Senato nell’ambito dell’esame del ddl Zan.
Sui social Tomasino non ha saputo commentare l’espressione civile di un’opinione diversa dalla propria se non con parole che costituiscono proprio un esempio di quella istigazione alla violenza che si vuole combattere, additando Daniela Dioguardi addirittura come mandante di crimini d’odio: “Che senso hanno decine d’anni di sedicente impegno, per poi ritrovarsi ad armare la mano di chi prende gay a bottigliate?” ha scritto, fra l’altro.
Siamo di fronte all’ennesimo episodio di un decadimento del confronto che lascia sconcertate, di un’aggressione incivile che nulla ha del dissenso politico, per quanto aspro esso possa essere in alcuni casi.
Non ci stiamo. La nostra idea dello scambio politico non esclude la conflittualità ma non implica certamente l’annientamento dell’altro/a che si contesta, la sottrazione di parola.
Insulti ed intimidazioni nel tentativo di mettere a tacere chi esprime una posizione critica, attacchi alle organizzazioni femministe che non si conformano a quella che appare come una nuova ortodossia non sono modi dell’agire politico.
Si tratta invece di una postura preoccupante, di un modo di agire minaccioso che rimanda a metodi che non riteniamo appartengano alla originaria cultura Lgbtq e che ricordano piuttosto la (in)cultura di quei gruppi che della violenza fanno la base del proprio agire, anche nel più puro spregio misogino: un fenomeno che preoccupa e inquieta e che rende difficile il ripristino di una dialettica politica corretta.
Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UDIPALERMO
(Facebook, 10 giugno 2021)
intervista di Giansandro Merli
Per ragazze come Saman Abbas l’islam è il problema e la società occidentale la soluzione?
Nessuna delle due. L’islam è una religione. Come per tutte le religioni bisogna vedere chi la rappresenta. Alcune persone usano l’islam come una scusa, ma agiscono in modo arbitrario. La cultura occidentale non è la risposta: in queste vicende funziona come un fattore di giudizio. Ci si sofferma sul fatto che il delitto venga da un islamico estremista più che sulla morte di una donna. Lo sguardo è sempre rivolto verso ciò che ci fa paura: l’islam, la religione che ci sta invadendo, le persone barbare e arretrate. Quello su cui dobbiamo concentrarci è che probabilmente una ragazza è stata uccisa perché i suoi diritti sono stati violati.
La fatwa è uno strumento per risolvere il problema dei matrimoni forzati?
Non lo è. Ma una presa di posizione delle comunità islamiche ha un valore autorevole. Soprattutto per chi riconosce un ente come l’Unità delle comunità islamiche in Italia (Ucoii). Comunque viviamo in uno stato di diritto in cui si danno risposte legislative universali a problematiche universali. Qui stiamo parlando di femminicidio e violenza maschile contro una donna. Che sia di un’altra cultura o origine, che si utilizzi il presunto onore della religione islamica importa meno. L’Ucoii adesso dovrebbe collaborare con i centri antiviolenza per dimostrare che c’è un riconoscimento della violenza maschile contro le donne, per intercettare le donne che vedono le moschee e i centri islamici come punti di riferimento. Nei luoghi di culto servono volantini informativi e lavoro di prevenzione. La comunità islamica stessa deve fare un lavoro di decostruzione del sistema patriarcale.
Dopo episodi come quello di Saman, le comunità islamiche sono puntualmente richiamate al dovere di schierarsi. Come dopo gli attacchi terroristici. Perché?
Essendo una minoranza subiscono l’attacco legato ai pregiudizi che fanno di tutta l’erba un fascio. Quando un gruppo di terroristi uccide e rivendica con l’islam, tutti gli islamici diventano terroristi. Così anche per un femminicidio. Peccato che i femminicidi avvengano ogni tot giorni. La violenza maschile non è una caratteristica solo della comunità islamica. Se per ogni uomo bianco che ammazza una donna dovessi vedere tutti gli altri uomini bianchi con il volto di un femminicida non rilascerei questa intervista.
Sinistra e movimento femminista sono stati timidi su questa storia?
Il movimento femminista purtroppo sì, perché è molto difficile affrontare questo tipo di intersezione. Quando si parla di intersezionalità si pensa a un accumulo di oppressioni che una donna vive sul proprio corpo: sessismo, razzismo, etc. Ma intersezionalità significa anche affrontare il fatto che dentro una comunità ci possa essere una componente misogina. Quando una minoranza, come una famiglia pakistana, compie azioni così atroci serve un’interpretazione intersezionale che restituisca uno sguardo complesso e complessivo sulla realtà. Bisogna sapersi districare tra propaganda razzista e invisibilità di un sistema patriarcale. Capita che il movimento tenda a evitare di esporsi perché è molto difficile farlo. Poi esistono posizionamenti diversi. Ci sono donne islamiche che la vedono diversamente da me, che vengo dalla stessa comunità.
Sembra che la madre della ragazza abbia approvato il piano. La mentalità patriarcale è anche di alcune donne?
La cultura patriarcale ti può annullare completamente nella volontà. È difficile capire cosa pensi una donna che consegna sua figlia. In certi contesti il binarismo dei ruoli fa in modo che l’uomo lavori e la donna si occupi dell’educazione. Quando la figlia non segue i canoni a lei imposti, la responsabilità ricade sulla madre e questo la porta a essere complice. Un’altra gabbia da nominare e decostruire. Il sistema patriarcale è una forma di pensiero strutturale: non si nasce femministe, lo si diventa. È difficile giudicare. Certo è che la donna è stata coinvolta.
Il sistema di accesso a permessi di soggiorno o cittadinanza aiuta le donne nei percorsi di autodeterminazione?
Ci sono dei permessi di soggiorno che possono tutelare, ma funzionano solo al termine di un percorso, dopo che è stata espressa chiaramente la violenza subita. Non sempre è facile. Senza lo ius soli i ricatti di padri e mariti aumentano. Serve la cittadinanza per le nate e cresciute qui come strumento di autodeterminazione. Se è tutto legato al lavoro rimani dipendente dalle volontà dell’uomo.
Il femminismo islamico è possibile o per essere femministe bisogna liberarsi dall’islam?
È assolutamente possibile. L’islam va messo in discussione, in primis dalle donne che dentro le comunità conoscono le strumentalizzazioni della fede che alimentano la violenza maschile. Ci sono femministe islamiche del Nord Africa, del Medio Oriente o italiane che fanno un grosso lavoro. A loro va chiesto solo di riconoscere la libertà di poter scegliere anche l’ateismo.
(il manifesto, 10 giugno 2021)
di Giansandro Merli
Renata Pepicelli insegna storia dei paesi islamici all’università di Pisa. Ha studiato percorsi di vita e attivismo di giovani musulmane e musulmani in Italia ed è autrice di diversi libri, tra cui Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme.
Se Saman Abbas è stata uccisa è un delitto d’onore legato alla cultura islamica o un femminicidio?
Un femminicidio da inscrivere in questa enorme ondata di violenza che attraversa nazioni, culture e religioni e si riversa contro le donne che scelgono di ribellarsi a chi vuole controllare le loro vite. Dopo questa premessa possiamo discutere le caratteristiche di questo probabile femminicidio, avvenuto in un contesto musulmano. Se guardiamo il Corano vediamo che l’islam non difende i matrimoni forzati. Anzi, troviamo riferimenti espliciti sia nel testo sacro che in alcuni hadith di rifiuto di questa pratica. Lo testimonia anche la fatwa emessa dall’Ucoii con l’associazione italiana degli imam in cui si afferma che i matrimoni forzati sono pratiche tribali.
Le dinamiche legate ai matrimoni forzati hanno delle specificità nei contesti migratori?
Qui le donne sono spesso considerate rappresentanti di una comunità idealizzata e astratta, depositarie di una cultura percepita come immobile. Letteratura e testimonianze di vita riportano un inasprimento di pratiche e discorsi patriarcali in contesti migratori volti a limitare la vita delle donne, spesso in maniera maggiore che nei Paesi di origine.
Che significa etnicizzare i crimini?
La tendenza a ricondurli a determinate culture: islamica o, stavolta, pakistana. È fuorviante. Si dimostra di non conoscere il contesto. È vero che in Pakistan esistono casi di matrimoni forzati o delitti d’onore, ma sono illegali. Il Pakistan è un Paese enorme, ha 216 milioni di abitanti. Ci sono grandi differenze tra città e campagne, nelle relazioni di potere, di classe. Etnicizzare i crimini serve a stigmatizzare alcune comunità. Non significa che in quei contesti non ci siano problemi, ma non si può generalizzare. Andrebbero invece cercati possibili campanelli di allarme.
C’è un conflitto tra universalismo dei diritti e relativismo culturale?
Se l’universalismo è inteso come i diritti costruiti intorno all’uomo bianco, occidentale e borghese, è in conflitto con un’idea di umanità universale ma capace di riconoscere le differenze. Su tutto chiaramente si impone la comune dignità umana.
Qualcuno sostiene che le femministe non si siano schierate su questa vicenda. È vero?
Non mi pare. C’è un dibattito estremamente ampio, con posizioni diverse e anche conflittuali. C’è chi insiste sulla dimensione culturale del contesto in cui si è consumato l’omicidio e chi cerca di porre la questione dentro la più generale violenza contro le donne, nel contesto del femminicidio come strumento per punire chi sceglie di autodeterminarsi. La retorica montata dalla destra è falsa. Si sono alzate tante voci in questi giorni, anche di donne figlie delle migrazioni che stanno prendendo parola in modo molto radicale. Penso a Sabika Shah Povia, Sumaya Abdel Qader, Marwa Mahmoud o Asmae Dachan.
L’accusa del silenzio si ripropone a ogni femminicidio in una comunità di migranti. Perché?
C’è un dibattito costruito per demonizzare le comunità musulmane. In questo tipo di narrazione, che impone i toni dello scontro di civiltà, fa gioco dire che le femministe siano silenti o abbiano un atteggiamento giustificatorio verso i cosiddetti crimini culturali o etnici. Non si può accettare di portare il movimento su questo discorso. Bisogna gridare la rabbia per questa vicenda rifiutando la retorica del “noi” contro di “loro”.
Il femminismo islamico è possibile o per essere femministe bisogna liberarsi dall’Islam?
Da almeno tre decenni nel mondo musulmano ci sono più correnti di femminismo. Una laica o secolare, che non ha la religione come orizzonte di emancipazione. Un’altra di matrice religiosa, che crede che l’uguaglianza di genere vada ricercata nell’islam. Questo femminismo sostiene che i testi sacri portino un messaggio di uguaglianza che è stato silenziato, nascosto e travisato da secoli di interpretazioni misogine e patriarcali. Ciò è avvenuto escludendo le donne dal lavoro interpretativo e di codificazione delle leggi, emarginandole dalla sfera pubblica e politica. Le femministe islamiche dicono che questo non ha nulla a che fare con l’islam e che rileggendo i testi si trovano strumenti di liberazione.
(il manifesto, 10 giugno 2021)
di Paola Rizzi
Il caso drammatico di Saman Abbas sta sviluppando un nuovo genere letterario parallelo, che con la terribile vicenda di questa coraggiosa ragazza pachistana non ha nulla a che fare: variazione sul tema di tutto quello che avrebbero dovuto dire e fare le femministe di sinistra che non hanno detto e fatto. Se e quando tutti gli aspetti saranno chiariti, forse capiremo meglio perché Saman dopo essersi ribellata ad un matrimonio forzato si sia riconsegnata nelle mani di quelli che con ogni probabilità sono stati i suoi parenti carnefici, nonostante il parere contrario della casa famiglia che l’aveva accolta e dei carabinieri a cui si era rivolta. Non era stata lasciata sola ma certo qualcosa non ha funzionato nel suo percorso di protezione e quindi occorrerà fare meglio. Il punto è che il femminicidio di Saman è diventato pretesto su siti e giornali per parlare d’altro, ossia per una narrazione che accusa la “sinistra” e le “femministe” di non aver parlato abbastanza di questa vicenda a causa di: a) il relativismo culturale che tende a tollerare o ignorare le pratiche tribali delle minoranze islamiche; b) il disinteresse delle femministe per quello che capita alle donne migranti e in particolare di religione islamica. Quindi in questi giorni si sono moltiplicati editoriali, commenti e riflessioni non tanto sull’orribile destino di Saman, ma su quanto quell’orribile destino smascheri da un lato la pericolosa islamofilia della sinistra (che poi si intende Pd) e dall’altro la tendenza Wasp delle femministe che parlano solo di sciocchezze come il catcalling e l’asterisco e poi mute sul martirio di una sorella migrante. Sono argomenti tirati fuori periodicamente dalla destra che coglie queste occasioni per rivendicare come giustificato il proprio posizionamento islamofobo e anti politically correct contro la tolleranza molle della sinistra, femministe incluse. Queste critiche però sono state mosse anche da un fronte più interno. La palla l’ha alzata Ritanna Armeni il 4 giugno, denunciando il proprio personale malessere e il rimorso di femminista storica per non aver parlato subito a voce alta di questa vicenda. Un caso che è comparso sulle cronache prima locali e poi nazionali a fine maggio. E che si è acclarato come femminicidio negli ultimi giorni. Se non si vuole parlare delle cose quando ancora non si sa come siano andate, non è passato esattamente un secolo. A meno che non basti l’appartenenza dei protagonisti ad una comunità, quella islamica, per autorizzare scorciatoie nei giudizi.
A cavalcare tra gli altri (soprattutto la stampa di destra) la questione dell’ignavia delle femministe e della sinistra con un proliferare di interviste e commenti anche l’Huffington post, diretto da quel Mattia Feltri che aveva censurato il blog di Laura Boldrini perché in una riga di un commento sulla giornata contro la violenza delle donne aveva osato citare il papà Vittorio, che aveva dato dell’ingenua alla ragazza violentata per una giornata da Genovese nella Terrazza Sentimento. Strani corto circuiti.
Il risultato paradossale è stato spostare l’attenzione da Saman e dall’analisi di quello che è successo per evitare che si ripeta, allo screening di chi parla o meno di Saman e di come ne parla. Ora che sappiamo per certo che è un femminicidio, a prescindere dalla religione di chi l’ha commesso, sappiamo che si aggiunge alla lunga lista, già 38 quelli del 2021, due a settimana, che avvengono ormai come tragica routine per i quali non vengono richieste alla “sinistra” o alle femministe specifiche performance. Forse perché le vittime non sono musulmane e denunciare solo il patriarcato che uccide e la misoginia della porta accanto non è carino e persino un po’ noioso. Tutti e 38 i casi, ora possiamo dire 39, ci dicono che bisogna rimboccarsi le maniche per salvare le donne, cambiare la cultura, smontare stereotipi e pregiudizi, senza crearne altri.
(globalist, 9 giugno 2021)
di Giuliano Battiston
Afghanistan. Nel quartiere hazara di Kabul, reportage dalla scuola in cui un mese fa hanno trovato la morte 72 studentesse
Nella base militare di Herat, Lorenzo Guerini ammaina la bandiera. Ce ne andiamo ma non vi abbandoniamo, assicura il ministro della Difesa italiano. A Kabul, nel quartiere sciita di Dasht-e-Barchi, si chiedono giustizia e protezione. «Siamo sotto attacco, il governo non ci ascolta: chiediamo alle Nazioni unite, a tutti i Paesi del mondo di fermare gli attentati contro la comunità hazara, di trovare i colpevoli».
MOHAMMAD HUSSEIN NAZARI ci accoglie sulla porta di casa, lungo una strada polverosa che sale sulla collina. Siamo nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi. «Siamo sciiti, siamo hazara, vogliamo educare le nostre figlie e progredire. Per questo ci attaccano». Sul cancello in metallo, un ritratto commemora la figlia Rehana, 16 anni, studentessa alla scuola Sayed al-Shohada, a qualche centinaio di metri da casa sua.
Un mese fa, l’8 maggio, durante il Ramadan, un triplice attentato colpisce le studentesse che escono dalla scuola. «Erano le 4 e 30 del pomeriggio. In uscita c’erano 4.500 studenti e studentesse, 150 insegnanti, tra cui molti volontari», ci racconta Aqila Tavaqoli, già insegnante, preside dal 2012. «La prima macchina imbottita di esplosivo è saltata in aria a cento metri dall’ingresso della scuola».
FUORI, ANNERITE O SCHEGGIATE, le mura che costeggiano la scuola portano i segni della prima esplosione. «Poi, a distanza ravvicinata, altre due esplosioni». Tavaqoli racconta di aver provato inutilmente a chiamare polizia e ambulanze, dopo la prima. Di aver visto crescere intorno a sè le richieste, le urla, le corse affrettate, le chiamate. Il caos. Il vuoto. «Sono svenuta. Quando mi sono ripresa la scuola era vuota».
Fuori, residenti e genitori fronteggiano una strage. La preside sostiene che le vittime «sono 79, di cui 72 studentesse, i feriti 275, almeno 500 le ragazze con problemi psicologici». La lista ufficiale che otteniamo noi elenca 85 vittime, nomi, cognomi, classe e famiglia. Fuori dall’edificio principale della scuola, madri e padri sono in attesa, seduti su panche impolverate o in drappelli, al riparo dal sole.
Ci mostrano fogli bollati, attestati, tessere studentesche, diagnosi mediche, richieste di mutuo. Chiedono aiuto, spiegazioni. Le figlie sono rimaste ferite, ma i loro nomi non compaiono nelle liste di chi ha diritto all’assistenza. Oppure gli aiuti tardano ad arrivare.
ANCHE I SOCCORSI, ripetono tutti, sono arrivati in ritardo. Padri, madri, residenti, docenti, tutti qui hanno prestato aiuto, un mese fa. Trasportando feriti, raccogliendo i morti. «Non posso descrivere ciò che ho visto, è difficile da tollerare», prova a ricordare Mohammad Hussein Nazari, il padre di Rehana. Zaini, libri, astucci, scarpe spaiate, insanguinate. Corpi non più riconoscibili. «Continuavo a controllare i corpi in terra, uno dopo l’altro, a cercare le mie figlie». L’8 maggio scorso, alle 4 e mezzo del pomeriggio a uscire dalla scuola al-Shohada ci sono 4 figlie di Nazari.
«Un parente mi ha chiamato per dirmi che Habiba e Hakima erano salve, a casa con la madre». Poco dopo, «un altro mi avverte che anche Farzana era arrivata a casa». La quarta figlia, Rehana, non si trova. «L’ho cercata ovunque, per ore, di ospedale in ospedale, sempre più preoccupato». La ritrova all’ospedale Watan, lungo la via Shaheed Mazari. «L’ho dovuta riconoscere tra altri quindici corpi. Quindici studentesse. Tutte morte».
CHI LE ABBIA UCCISE, non è dato saperlo. «Talebani, Daesh, qualcun altro. Non sappiamo chi sia stato. Sappiamo che siamo un obiettivo. Vogliamo protezione», dichiara la preside Tavaqoli. La scuola è ancora chiusa. «Bisogna fare i conti con il trauma collettivo, con le difficoltà di tante ragazze e famiglie. C’è l’assistenza psicologica, ma non basta. Vogliamo riaprire, tornare a insegnare e imparare, ma prima servono garanzie sulla sicurezza», spiega. Sulle sue spalle, il futuro della scuola, i rapporti con le autorità, le famiglie che recriminano, quelle che spingono per la riapertura, quelle che temono.
Qui per gli hazara, la minoranza sciita perseguitata al tempo dell’Emirato islamico dei Talebani, oggi obiettivo della branca locale dello Stato islamico, è l’intero quartiere di Dasht-e-Barchi, l’intera comunità a essere sotto attacco. Su Twitter gli attivisti dell’ampia diaspora due giorni fa hanno chiesto #StopHazaraGenocide.
C’È CHI CRITICA LA DISTINZIONE: siamo tutte vittime, in Afghanistan. Mohammad Hussein Nazari, il padre di Rehana, lo sa. Più di 40 anni di guerra, 20 anni di quel conflitto che la bandiera ammainata da Guerini non chiude, hanno causato lutti in ogni famiglia. Senza distinzione. «Ma qui ci attaccano proprio in quanto hazara», sottolinea. Elenca gli obiettivi degli ultimi attentati nel quartiere, «moschee, ospedali, palestre, perfino i reparti maternità. Vogliono ucciderci nel grembo, prima che nasciamo». E scuole pubbliche come la Sayed al-Shohada, qui a Dasht-e-Barchi, a un’ora di auto dal centro, dalle ambasciate straniere in cui si preparano valigie e piani di evacuazione, dai ministeri, dall’Arg, il palazzo presidenziale. «Erano tutte studentesse, giovanissime. Non conoscevano violenza, cattiveria. Erano le più innocenti di tutta Kabul. Perché loro?».
(il manifesto, 9 giugno 2021)
di Guido Santevecchi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO — Si chiama «tangping»: è il nuovo manifesto nel quale si riconosce quella parte della gioventù cinese che si sente schiacciata da una società sempre più competitiva, dove contano solo la carriera e il potere d’acquisto. «Tangping» significa «stare sdraiati» ed è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Una forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato.
L’espressione ha preso piede da aprile, quando un millennial anonimo ha descritto su un forum online il suo stile di vita degli ultimi due anni. «Ho rinunciato ad avere un impiego fisso, lavoro solo pochi mesi, quello che basta per avere lo stretto necessario. Poi sto saggiamente disteso, faccio buone letture, non voglio comprare niente che non sia indispensabile. In Cina non abbiamo mai avuto una corrente ideologica che esalti la soggettività dell’essere umano, siamo in piena involuzione, così ho deciso di fare “tangping”». Il giovane deve aver studiato, perché ha citato nel suo ragionamento il filosofo greco Diogene, famoso per aver scelto di vivere in una botte e descritto così da Plutarco nelle Vite parallele: «Il re in persona (Alessandro Magno) andò a cercarlo e lo trovò disteso al sole… gli chiese se avesse bisogno di qualcosa e Diogene rispose: “Sì, spostati che mi togli il sole”». Il giovane cinese ha aggiunto al post una foto che lo mostra felicemente disteso sul letto di giorno.
L’hashtag #Tangping ha cominciato a correre sul web mandarino. Si è creato un forum di discussione sul tema con commenti di questo tenore: «Inviare il proprio curriculum per trovare lavoro è come mettere un messaggio in bottiglia e affidarlo all’oceano»; «chi ha detto che ogni bravo cinese deve impegnarsi per accrescere la produttività, avere successo, acquistare un’auto, fare un mutuo per la casa, sposarsi e avere dei figli?»; «sì, rilassiamoci e sdraiamoci tutti per un po’». I social network hanno cominciato a popolarsi di meme con gatti e cani allungati supini su letti e divani.
La diffusione del tormentone «tangping» è stata notata dalle autorità, che si sono preoccupate. Anzitutto perché ogni aggregazione intorno a un pensiero non ispirato dal Partito è vista con sospetto a Pechino. E poi, i pianificatori dell’economia statale temono che i tangpingisti diano il cattivo esempio alle masse giovanili, togliendo slancio patriottico al «Sogno cinese» di Xi Jinping, che non si stanca di ordinare ai cinesi di moltiplicare gli sforzi per produrre di più e consumare di più «per costruire una società prospera». Si inquadra in questa visione anche la nuova legge che permette alle coppie sposate di avere tre figli: i bambini crescendo diventano lavoratori e consumatori. Risposta via web di un ribelle del «tangping»: «Noi tutti pensiamo a sdraiarci e loro vorrebbero spingerci a riprodurci, non capiscono proprio».
La stampa di Pechino ha cominciato a scrivere che «è una vergogna sentire ragionamenti rinunciatari e disfattisti nella nostra società socialista». Sono stati intervistati esperti come il professor Li Fengliang della prestigiosa Università Tsinghua che ha sottolineato come «stare sdraiati» sia un concetto irresponsabile, contrario all’etica socialista che permette all’economia di svilupparsi. Si è schierata anche la Lega della gioventù comunista, che in tono severo ha ricordato come «migliaia di giovani medici e infermieri si sono battuti senza risparmio per fermare il coronavirus: non si sono sdraiati supini, loro».
Dopo questo pronunciamento ufficiale si è mossa la censura, che ha oscurato l’hashtag #Tangping e bloccato i forum che ne discutevano esaltando la tendenza come forma di resistenza a un sistema che vuole tutti uguali.
(Corriere della sera, 7 giugno 2021)
di Rejoice
La storia di Rejoice (pseudonimo), arrivata in Italia nel 2016, è stata raccolta e trascritta da Flavia Bottaro e Clelia Pallotta. Flavia fa parte dell’Associazione AccoglieRete di Siracusa, che dal 2013 accoglie e sostiene migranti minori non accompagnati. L’associazione lavora con tutori, volontari e volontarie, legali.
Appena sono sbarcata ad Augusta, ho avuto tanta paura, c’erano molte persone bianche così come avevo visto molti bianchi in Libia. Avevo 15 anni e sono rimasta spaventata tutta la notte. L’indomani mattina però è venuta una ragazza bianca che si chiama Gloria e parlava la mia lingua, questo mi ha molto meravigliata perché non avevo mai visto un bianco che parla il nigeriano. Gloria mi ha rassicurato perché guardando i miei occhi ha capito che avevo molta paura. Mi ha detto che qui i bianchi non sparano e non mettono bombe e non ti mettono in prigione se ti vedono per strada. Mi ha anche spiegato le cose che fanno qui le nigeriane e cioè che vendono i loro corpi. Io lo sapevo e le ho detto che non volevo farlo anche se la mia famiglia mi aveva fatto giurare che avrei fatto tutto quello che mi diceva la madame. Così le ho detto che il mio desiderio era andare a scuola e poi trovare un lavoro.
Dopo due giorni passati in una comunità vicino al porto, con il pullman ci hanno portate in un centro in campagna ma prima abbiamo attraversato la città. La prima cosa che ho notato erano le persone che camminavano piano e sembravano tranquille, per strada parlavano e non sembravano spaventate, così ho capito che Gloria diceva la verità perché in Libia non c’era nessuno per strada.
Quando sono arrivata al centro ho conosciuto Alessia, anche lei parla bene il pigin english. Mi ha spiegato come mi devo comportare in Italia, per esempio non parlare a voce alta o litigare con le mie amiche, non alzare le mani. Vedo infatti che per strada qui non litiga nessuno e mi sembra molto strano perché nella mia città è facile vedere gente che litiga per la strada, che parla gridando. Oppure capita anche che il marito butti fuori di casa la moglie e che litigano e si picchiano e non si fanno problemi a litigare per strada e farsi sentire da tutti quelli che sono presenti o nelle case accanto. Quando uscivamo dal campo con le assistenti, mi faceva ridere sentire parlare italiano perché non ci capivo niente e mi chiedevo di cosa potevano mai parlare così tanto e ridere sempre questi italiani. Però qui per la strada ci sono anche persone che sembrano fuori di testa, me ne accorgo quando li guardo negli occhi. Una volta, per esempio, stavo andando a scuola e camminavo sul marciapiede e uno ha detto “Ehi spostati stupida!” e il suo amico si è messo a ridere, allora io ho guardato dietro di me per capire a chi lo stava dicendo e ho capito che lo diceva a me, ma non ho capito che cosa avevo fatto di sbagliato. Una cosa che vedo spesso qui e che però non mi piace, sono le persone che fumano per strada. Da noi non ci sono tutte queste persone che fumano, specialmente perché se sono donne a fumare per strada vuol dire che sono delle prostitute. Un’altra cosa strana che ho saputo stando qui è che l’orario di lavoro è deciso dalla legge, in Nigeria vedevo mio padre, i miei zii e le persone che conoscevo lavorare dalle 7 di mattina alle 8 o 9 di sera, tutti i giorni.
Quando sono arrivata mi avevano spiegato che avrei avuto un tutore, che è una persona che ti aiuta a fare i documenti. Così quando ho conosciuto la mia tutrice ho pensato: “finalmente è arrivata”. Siamo andate all’ufficio immigrazione della polizia per i documenti e vedevo che erano tutti molto gentili, infatti la mia tutrice mi ha detto che quando vedo persone in divisa non mi devo spaventare. Quando ero al campo non potevamo uscire sole perché le assistenti avevano paura che ci fermassero le persone cattive per farci prostituire. Ormai sono maggiorenne, ma la mia tutrice e la sua famiglia sono come la mia famiglia. Conosco anche tanti loro amici e quando ci sono le festività le raccomandano di invitare anche me e siccome mi vedono nera pensano che sono musulmana e che non mangio il maiale; ma sono cristiana e mangio tutto, anzi non tutto perché ora sono a dieta. Questo mi rende molto felice perché da noi gli amici dei genitori ti considerano piccola fino a quando non ti sposi e alcune volte per strada non ti salutano neanche. In Nigeria non potevo fare amicizia perché quando hanno visto che i ragazzi mi fermavano per strada mia zia mi chiudeva in una stanza e potevo uscire solo con lei o con mia mamma. Qui in Italia mi piacerebbe fare anche amicizia con le mie compagne di classe, ma loro non vogliono perché forse mi vedono più grande, però con i professori scherzo e ridiamo, anche con le suore, anche se mi dicono “Mamma mia Rejoice, stai ferma che mi fai girare la testa e io sono vecchia”, però ridono.
Adesso vivo dalle suore, vado a scuola e frequento il loro laboratorio di cucina, preparo pane, pasta, pizza e dolci e mi piace e mi dicono che sono brava.
Dalle suore c’è l’asilo per i bimbi e quando faccio i biscotti sentono il profumo e allora alcuni piccolini si affacciano in cucina e so che ne vorrebbero qualcuno, ma il ragazzo col quale lavoro mi dice di non dargliene, ma quando lui si gira e fa finta di non guardare, di nascosto glieli do e loro si mettono a ridere e scappano di nuovo all’asilo. Una delle bambine che viene a prendere i biscotti mi chiama mamma, le dico di non chiamarmi così perché la sua vera mamma potrebbe arrabbiarsi, sua mamma però non si arrabbia e mi dice che la sua bambina scherza sempre con le persone che le fanno simpatia anche se sono nera e così siamo diventate amiche. Quando sono arrivata dalle suore tutte le ragazze che erano già lì mi avevano detto che non mi avrebbero fatto i documenti, invece le suore hanno visto che ho buona volontà, che mi sveglio presto, mi ordino e pulisco la camera come mi ha insegnato la signora che pulisce l’asilo e così ora ho cinque documenti: il permesso di soggiorno per 3 anni, il codice fiscale, il conto alla Posta, la carta di identità e, il contratto di lavoro per 6 mesi. Quando sono arrivata non avevo niente, ma quello che posso fare lo sto facendo. Da quando sono venuta qua ho imparato tante cose che non si facevano nel mio Paese, ho imparato ad essere forte, a fare sacrifici, mi alzo alle 5 e mezzo per lasciare la mia stanza pulita, lavarmi ed essere pronta alle 6 per andare a lavorare nel panificio. Le mie amiche preferiscono lavorare nel laboratorio di ceramica, ma io dico loro che quando usciranno il lavoro sarà nei panifici e nei ristoranti e non nella ceramica. Io non avevo niente e so che non sono brava per tutto, sto imparando tante cose e per questo sono molto felice, le suore mi vogliono bene e la mia tutrice e la sua famiglia mi hanno preso come una figlia e sono libera di chiedere di andare a casa loro nel fine settimana quando non lavoro. Incontro anche Alessia del campo di Capo Corso che quando ero triste mi diceva “forza Rejioce vieni con me, non stare chiusa nella stanza”. Mi piacerebbe restare qua perché qui posso avere un lavoro sistemato bene e le persone mi aiutano; nel mio paese no, per esempio la mia mamma, ora lei è molto arrabbiata con me, perché non mi prostituisco e non le mando tanti soldi. Spero che lei cambi perché altrimenti andrò solo da mio padre, loro sono separati. Un fidanzato lo voglio solo se si comporta bene, perché altrimenti via, quella è la porta! Perché mi sono trovata male nel mio paese e non voglio più che nessun ragazzo mi tratti male.
Qualche volta mi viene nostalgia dei miei posti. Ci penso quando qualcuno mi fa male o mi insulta, penso che se ero nel mio Paese queste cose non mi sarebbero successe; però quando inizio a lavorare dimentico tutto e penso solo al lavoro e così ho trovato il modo per stare bene.
C’è stata un’esperienza che ho fatto qui che mi è molto piaciuta. Sono andata in Calabria con le suore e, mi hanno portata al circo. C’erano leoni, tigri, elefanti, mi sono divertita tanto, anche quando hanno messo le tigri vicino a dove ero seduta io. C’era un elefante che giocava con il pallone ed era veramente buffo, le persone erano serie ma a me ha fatto ridere tanto e anche dentro al pullman ci pensavo e ridevo; la suora mi ha detto che non mi aveva mai visto così felice. Non avevo mai visto questi animali nel mio Paese, solo in televisione e basta. Comunque credo che anche in Nigeria ci sono gli zoo, ma io non ci sono mai andata. Vicino al mio villaggio ho visto solo dei serpenti e al mercato vendevano i coccodrilli, ma non interi, per fare cose woodo.
(Erbacce, 6 giugno 2021)
1 Nei giorni successivi alla divulgazione di questo appello, il quadro della repressione si è aggravato: alla data del 20 maggio, gli episodi di violenza da parte della polizia sono arrivati a 2387; 51 persone hanno perso la vita, di cui 43 per mano delle forze dell’ordine; 33 persone hanno subito ferite agli occhi. Si sono registrate inoltre 18 vittime di violenza sessuale per mano della Forza Pubblica (ndr).
di Paolo Lambruschi
Torna dal remoto passato coloniale una storia di brutalità e oppressione che l’Italia ha dimenticato, seppellendola nell’oblio da 75 anni, anche edulcorandola con la menzogna. Il re ombra, affresco epico e corale dipinto magistralmente da Maaza Mengiste ed edito da Einaudi (pagine 440, euro 21,00) restituisce nomi e volti ai protagonisti dimenticati della guerra d’Etiopia, le donne guerriere che combatterono contro i “talian” cancellate dalla memoria storica, i ragazzini e le famiglie gasati con l’iprite e un sosia del Negus, da cui viene il titolo, che sprona il popolo a resistere a un nemico molto meglio armato. Un romanzo dalla parte degli oppressi, gli etiopi, a fronte di oppressori e invasori, noi italiani “brava gente”, portati dal fascismo a conquistare l’Etiopia ad ogni costo per costruire l’impero e vendicare l’umiliante sconfitta di 40 anni prima ad Adua, la Caporetto africana. La trama si svolge su due piani temporali paralleli, dall’autunno del 1935 fino alla primavera del 1936 e nel 1974, durante la rivoluzione dei colonnelli filo sovietici che rovesciarono la monarchia feudale del Negus. Il romanzo è risultato, ieri, il vincitore della XV edizione del premio “Gregor Von Rezzori – Città di Firenze” e consacra una grande narratrice, Maaza Mengiste, etiope-americana e docente di letteratura a New York, fuggita all’estero con la famiglia proprio nel 1974, a quattro anni, e molto legata al nostro Paese, nonostante tutto: «Ho vissuto a Roma nel 2010 per quasi un anno con una borsa di studio per la ricerca da cui è nato questo libro. Ho studiato l’italiano per essere autonoma, ero prevenuta perché la guerra ha ucciso un fratello di mio padre e alcuni suoi cugini. Invece lo storico dell’Africa Sandro Triulzi e sua moglie, la traduttrice Paola Splendore, che mi hanno ospitato, sono diventati la mia famiglia. Quando sono arrivata in Italia ero piena di rabbia, volevo scoprire di più sulla brutalità e sulla crudeltà degli italiani. Ma più ho conosciuto il vostro popolo, più vi ho voluto bene e più mi sono aperta a capire la complessità della storia. Ho imparato il significato del perdono, mi sono messa in cammino tra passato e presente per cercare di dare un senso a quel che è successo».
Cosa ha cambiato il suo giudizio? Soprattutto l’incontro con i figli dei caduti in Etiopia. A Firenze, alla fine di una presentazione, un signore anziano mi è venuto incontro con un giornale del 1936 per mostrarmi l’annuncio del funerale di suo padre, sepolto in Etiopia.
Mi ha detto: ecco questo è mio papà, se torni laggiù salutamelo. Quell’incontro ha cambiato me e il mio libro. Non puoi vivere arrabbiato, quella guerra ha distrutto famiglie etiopi e italiane. Il dolore ci ha accomunati.
Perché ha scelto come protagoniste Hirut, la serva ragazzina, e Aster, la moglie del padrone, due combattenti?
In realtà avevo cominciato a scrivere una storia con protagonisti maschili, poi sono venuta a conoscenza dell’esistenza delle donne soldato, ho visto le foto ed è stata una grande sorpresa. Loro le rappresentano. Quando stavo terminando il romanzo ho scoperto che la mia bisnonna aveva combattuto con l’esercito etiope. La scrittura è stata un viaggio anche nella mia storia familiare.
In Italia c’è scarsa conoscenza della storia coloniale e della campagna d’Africa. Quali sofferenze hanno inferto gli italiani all’Etiopia?
Quella guerra è stata molto brutale. Per capire cosa sia successo al mio popolo ho cercato di studiare cos’era successo qualche anno prima in Libia, il terre- no su cui l’esercito italiano e i fascisti si sono allenati. L’uso di gas, i campi di concentramento e l’esecuzione sommaria dei prigionieri o di sospetti nemici sono stati sperimentati prima in Libia e poi portati avanti su vasta scala durante l’invasione e l’occupazione dell’Etiopia. Quando si cancella la storia, si commette un grave errore, anzitutto si manca di rispetto ai caduti che non possono venire più ricordati dai propri cari. Anche i combattenti tornati in Italia sono stati traditi dal loro Paese perché sono stati trattati come nazisti mentre molti hanno combattuto con i partigiani. Perdere questa memoria è un’amputazione della storia italiana.
Cosa rappresentano i due personaggi italiani Ettore Navarra, fotografo ebreo, e l’u!iciale fascista Carlo Fucelli?
Fucelli è ispirato alla figura del fascista Rodolfo Graziani [spietato viceré, ndr]. Questa guerra è stata portata avanti da uomini crudeli come lui e volevo capire la natura di questa crudeltà. Navarra è il suo opposto, è di famiglia ebraica e il padre gli ha insegnato ad essere un uomo libero, ma più va avanti la guerra e più diventa complice delle atrocità. Un essere umano contiene tante creature, qualcosa ci porta a comportarci come
macchine e volevo esplorarne i meccanismi. Carlo Fucelli, brutale e crudele, cerca di proteggere Ettore Navarra e in fondo ha una sua etica, mentre Ettore la perde. Le sue foto sono un’arma di guerra utilizzata dai colonialisti per la narrazione della presunta di!erenza tra le persone che giustifica la violenza, l’invasione e la crudeltà.
Perché a un certo punto appare il “re ombra”?
Per spiegare la natura della leadership e del potere. Volevo riflettere sull’altra faccia di un uomo come Hailé Selassié, una leggenda, un mito che fugge. Mi sono chiesta come mai un contadino vestito come lui possa aver spinto la gente a combattere e a morire mentre il vero imperatore era in esilio.
E poi è tornato nel 1941, nel 1974 è stato ucciso. E l’Etiopia è ancora senza pace.
È vero, oggi c’è la guerra nel Tigrai e altri conflitti, ci sono povertà e divisioni. Però durante l’invasione italiana il mio popolo seppe trovare unità e difendere la propria indipendenza. Senza quella lotta avremmo vissuto da schiavi.
(avvenire.it, 6 giugno 2021)
di Carola Frediani
Per giustificare la decisione di aver obbligato un volo di linea Ryanair ad atterrare a Minsk – per poi arrestare in tal frangente il giornalista Roman Protasevich insieme alla fidanzata Sofia Sapega – la Bielorussia si è aggrappata alla minaccia di una bomba sull’aereo. E in particolare a una presunta email inviata da militanti di Hamas (il gruppo ha negato qualsiasi coinvolgimento). Ma quando alcuni ricercatori di Dossier Center hanno ottenuto e pubblicato quella che sembrava essere l’email in questione, mandata da un indirizzo del fornitore di mail cifrate Protonmail, la data di invio ha smentito Minsk. Era infatti successiva al momento in cui le autorità bielorusse avevano avvisato l’aereo della possibile bomba.
Protonmail e la Bielorussia
La parte interessante di questo dettaglio tecnico all’interno di una più ampia vicenda geopolitica è che, poco dopo, lo stesso servizio di email crittografate, Protonmail, che si trova in Svizzera, è uscito allo scoperto, decidendo di confermare quelle rivelazioni giornalistiche. Pur non potendo accedere ai contenuti dei messaggi delle sue caselle di posta, l’azienda ha potuto e voluto confermare la data e soprattutto l’ora di invio della mail, successiva alla segnalazione della bomba all’equipaggio Ryanair. “Non abbiamo visto alcuna prova credibile che quanto dichiarato dalla Bielorussia sia vero”, hanno aggiunto, dicendosi pronti a collaborare con le indagini europee (a quel punto le autorità bielorusse hanno dichiarato che le email ricevute sarebbero state due).
“A causa dell’utilizzo di Protonmail da parte di cittadini bielorussi per proteggere la loro privacy, il governo di Lukashenko ha tentato di bloccare l’accesso a Protonmail dall’estate 2020”, ha sottolineato il servizio svizzero in una nota. “Condanniamo queste azioni e anche quelle recenti legate al volo Ryanair”.
La repressione di media e strumenti di comunicazione
È una presa di posizione che ha colpito qualche osservatore, ma che non stupisce. La Bielorussia non ha solo cercato di bloccare Protonmail, ma anche testate giornalistiche indipendenti. Pochi giorni prima del dirottamento del volo Ryanair, il sito bielorusso di notizie Tut.by, che ha coperto le manifestazioni anti-regime esplose lo scorso agosto dopo le accuse di brogli elettorali, è stato bloccato, dopo un raid della polizia nei suoi uffici. A fine maggio è stato invece fermato dalla polizia e poi interrogato il direttore di un altro sito di notizie, Hrodna.life, per aver pubblicato contenuti “estremisti”. E sono almeno 27 i lavoratori dei media attualmente in prigione, condannati o in attesa di processo, secondo l’associazione bielorussa dei giornalisti.
Lo stesso Protasevich era il direttore di due canali sulla app di messaggistica Telegram che veicolavano informazioni sulle proteste antigovernative e che raccoglievano milioni di iscritti. Canali e app che sono rimasti accessibili ai cittadini malgrado la repressione statale e i blocchi di Internet.
Nexta Live, uno dei canali cofondato da Protasevich, e che pubblicava notizie e informazioni in tempo reale sulle proteste, è cresciuto da 300mila iscritti a 2 milioni nei tre giorni successivi alle elezioni di agosto. Le autorità hanno cercato di perseguire gli amministratori dei canali, mentre Telegram cambiava in corsa le sue funzionalità permettendo agli stessi di pubblicare nei gruppi in modo anonimo. “L’amministratore in incognito sarà nascosto nella lista dei membri del gruppo, e suoi messaggi nella chat verranno contrassegnati con il nome del gruppo, in modo simile ai post dei canali”, ha annunciato la app a settembre.
“Fin dall’inizio Telegram è diventata parte integrale delle proteste bielorusse (..) e la stessa app non è timida sul proprio allineamento politico”, ha scritto tempo fa l’Institute for Internet & the Just Society.
Le app pro-privacy e la politica della minimizzazione dei dati
Protonmail e Telegram non sono gli unici esempi di servizi di comunicazione che hanno preso di petto regimi autoritari o chi è accusato di fare affari con gli stessi.
Signal, altra app di messaggistica cifrata, particolarmente rispettata da esperti di cybersicurezza e giornalisti, ha sparato ad alzo zero contro una nota società israeliana, Cellebrite, che vende alle polizie di vari Stati degli strumenti per l’analisi forense e l’estrazione di dati e messaggi dai telefoni (e sospettata, secondo alcune inchieste giornalistiche, di vendere anche a Stati autoritari). Signal è arrivata al punto di dichiarare di aver hackerato uno dei prodotti di questa società, tanto da indurre la stessa a inviare un aggiornamento di sicurezza ai propri clienti allo scopo di mitigare una vulnerabilità, ha riferito la testata Vice.
Threema, altra app di messaggistica cifrata che non richiede né un numero di telefono né una email, nata in Svizzera e diffusa soprattutto fra utenti tedeschi, austriaci e svizzeri, ha da poco ottenuto una vittoria legale. La Corte suprema federale elvetica ha confermato una precedente sentenza secondo la quale la società non può essere equiparata a una compagnia di telecomunicazioni, con la conseguenza di non essere obbligata a conservare una serie di dati sugli utenti. “Il tentativo delle autorità di espandere la loro sfera di influenza per ottenere accesso ad ancora più dati degli utenti è finalmente fallito”, ha dichiarato Roman Flepp, a capo della divisione vendite e marketing della app.
Una linea – quella della minimizzazione dei dati degli utenti – fieramente sostenuta anche dalla stessa Signal. Che a fine aprile, sul suo blog, scriveva di aver ricevuto un’ingiunzione da un tribunale americano che richiedeva una serie di informazioni “che ricadono in questa categoria inesistente, tra cui indirizzi degli utenti, la loro corrispondenza, il nome associato all’account”. Ma Signal non poteva fornire alcun dato, non avendolo. “È impossibile fornire dati che non hai”, ha scritto sul suo blog. A parte la data di creazione di un account e la data di quando si è connesso al servizio l’ultima volta.
Le crescenti richieste degli Stati
Malgrado questo gruppetto di società o organizzazioni pro-privacy (Signal, in particolare, è una fondazione non profit) che sembrano avere, per ragioni di business o di principio, posizioni molto nette nella difesa del diritto alla libertà di espressione e alla riservatezza, la realtà è che in questo momento gran parte delle piattaforme digitali, specie quelle più grandi, sono messe alle strette dagli Stati. Anche con richieste che limitano fortemente questi diritti.
A partire da gennaio, con il crescere delle proteste antigovernative e delle manifestazioni a favore dell’oppositore politico Alexey Navalny, la Russia ha intensificato le pressioni su Google, Twitter e Facebook. Non solo il governo ha ordinato alle piattaforme di conservare tutti i dati su utenti russi nel paese entro il primo luglio, ma ha aumentato le richieste di rimozione di contenuti giudicati illegali. E se le aziende non eseguono, rischiano delle multe oppure che venga rallentato l’accesso ai loro servizi. Anche TikTok è stata multata per non aver tolto dei post che, per il governo, incoraggiavano i giovani a partecipare a manifestazioni ritenute illegali.
Nel mentre in Nigeria il governo ha appena annunciato di voler sospendere le operazioni di Twitter nel paese (presumibilmente con dei blocchi a livello di telco e Isp, Internet service provider) perché il social ha cancellato dei tweet del presidente Buhari che minacciavano di violenza alcuni gruppi.
L’India, Twitter e WhatsApp
Ma lo scontro più duro in questo momento sta avvenendo in India, grande democrazia e soprattutto enorme mercato. A febbraio il governo ha annunciato nuove regole per piattaforme digitali e servizi di messaggistica (Information Technology (Guidelines for Intermediaries and Digital Media Ethics Code) Rules), in vigore da fine maggio. Prevedono che le piattaforme abbiano delle persone di contatto sul territorio, e residenti in India, di fatto legalmente responsabili. Che forniscano meccanismi di verifica degli account, ad esempio attraverso il numero di telefono. Che siano pronte a eliminare contenuti ritenuti dannosi o pericolosi da uno specifico organismo governativo. Se le piattaforme non ottemperano a quanto prescritto rischiano di perdere la protezione legale per i contenuti che ospitano.
Queste regole sono arrivate subito dopo un braccio di ferro fra governo e Twitter, quando il social, non senza incertezze iniziali, aveva infine opposto resistenza a censurare una serie di account e tweet legati alle proteste contadine. Braccio di ferro recentemente culminato in una visita della polizia di Delhi agli uffici dell’azienda. In questo caso, Twitter aveva etichettato come “media manipolati” alcuni tweet di politici di primo piano del partito nazionalista BJP (al governo), dopo che anche dei fact-checker li avevano giudicati fuorvianti. Ma al governo la mossa non è piaciuta, e in risposta ha inviato dei poliziotti alle sedi locali per consegnare un avviso di indagine sulla faccenda. Lo scorso mese, l’India aveva anche chiesto a Facebook, Instagram e Twitter di eliminare contenuti che criticavano la gestione della pandemia da parte del primo ministro Narendra Modi.
La cifratura end-to-end nel mirino
Ma in gioco non c’è solo la rimozione di contenuti pubblicati sui social. Infatti, fra le richieste avanzate dalle nuove regole, ce n’è una in particolare che ha allarmato i servizi di messaggistica cifrata: ovvero che debbano identificare il primo autore di un’informazione o messaggio diffuso attraverso il loro servizio, se richiesto da un tribunale o da un ordine del governo. Ma tale meccanismo di tracciabilità è incompatibile con la cifratura end-to-end, ovvero quel tipo di cifratura in cui solo mittente e destinatario possono leggere i messaggi, implementata da Whatsapp, Signal, Telegram, e altre app e servizi. La tracciabilità richiederebbe infatti di rompere la cifratura. “Il minuto in cui costruisci un sistema che può andare indietro nel tempo e smascherare alcuni utenti che hanno inviato un certo contenuto, hai costruito un sistema che può smascherare chiunque invii qualsiasi contenuto”, ha commentato a Wired Usa il crittografo Matthew Green.
Questo spiega perché il 26 maggio Whatsapp abbia preso una iniziativa inedita, decidendo di fare causa al governo indiano su queste regole, che secondo l’app di messaggistica sarebbero incostituzionali in quanto violerebbero il diritto alla privacy dei cittadini.
Un’escalation globale
Siamo di fronte a una escalation, scriveva Bloomberg in un articolo di qualche giorno fa, riferendosi a Russia e Bielorussia, ma anche ad altri Stati. E aggiungeva: non possiamo permettere ad autocrati di riplasmare Internet dopo la Covid. Eppure, il problema è che, come abbiamo visto in India, anche le democrazie stanno intervenendo in modo sostanziale e con conseguenze che potrebbero pesare su libertà di espressione e diritto alla privacy. La censura è la nuova crisi dei social network, e i governi stanno adottando sempre di più delle misure draconiane per impedire l’espressione di dissenso dei cittadini, ha scritto il giornalista Casey Newton, che nella sua newsletter Platformer analizza il rapporto fra politica e piattaforme. “Mentre è da tempo la norma in Paesi come la Cina o la Russia, il movimento più recentemente si è diffuso anche a governi democratici”, ha aggiunto.
La Gran Bretagna e la cifratura
La Gran Bretagna, ad esempio, sta cercando di ostacolare il progetto di Facebook di implementare la cifratura end-to-end anche in Messenger e Instagram (oltre a Whatsapp, dove, come detto, è già presente). Sul piatto c’è una proposta di legge, l’Online Safety Bill, secondo la quale le piattaforme devono dimostrare di agire in modo concreto per contrastare la diffusione di contenuti dannosi. E questo ha già destato preoccupazioni fra chi teme che possa trasformarsi in un eccesso di censura da parte dei social media, tralasciando il contenzioso su cosa debba essere definito “dannoso”. Ma in queste iniziative di contrasto ai contenuti dannosi rischia di essere inclusa anche la crittografia end-to-end. Per altro, c’è anche uno scenario alternativo e probabilmente peggiore: che il ministero dell’Interno possa emettere un ordine con cui obbligare Facebook ad assistere con una richiesta di intercettazione. In gergo, un Technical Capability Notice (TCN) che nel caso specifico assomiglierebbe a una ingiunzione con cui impedire all’azienda di applicare la cifratura end-to-end. In un simile scenario, nota Wired UK, Facebook non potrebbe neanche farlo sapere.
Le proposte dell’Unione europea
Per quanto riguarda l’Unione europea ci sono due passaggi delicati. Il primo è una proposta di regolamento per una deroga ad alcune protezioni della riservatezza delle comunicazioni previste dalla direttiva ePrivacy. La deroga servirebbe a contrastare più efficacemente gli abusi sessuali su minori. “La proposta potrebbe obbligare servizi di email e messaggistica a scansionare tutti i contenuti in cerca di possibili materiali illegali”, commenta a Valigia Blu Patrick Breyer, parlamentare europeo membro del Partito Pirata tedesco e relatore della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. “Ma questi meccanismi producono molti errori, includono anche materiali legali. La Commissione non ha ancora deciso se i servizi di comunicazione cifrati end-to-end debbano essere inclusi. Se lo fossero, app come Whatsapp dovrebbero implementare delle backdoor, delle vie di accesso, nei loro client per scansionare i contenuti prima che vengano inviati. Questo sistema creerebbe di fatto una backdoor che potrebbe essere usata anche per altro o che potrebbe creare rischi per la sicurezza”.
Il secondo passaggio cruciale è il nuovo Digital Services Act (DSA), ovvero la nuova proposta di regolamento in materia di servizi digitali e responsabilità delle piattaforme, che modifica la direttiva e-Commerce, con nuove disposizioni su trasparenza e accountability per la moderazione dei contenuti.
“Il DSA non ha a che fare direttamente con la cifratura ma richiede che le piattaforme debbano mitigare i rischi sistemici. Questa definizione potrebbe portare a un attacco indiretto alla cifratura”, commenta ancora Breyer. “Inoltre la Commissione incoraggia l’uso di filtri automatici, ma questo è un rischio per la libertà di espressione perché quello che è illegale in un contesto, potrebbe essere legale in un altro (pensiamo alla foto di un attacco terroristico, che può essere interpretata come propaganda se condivisa da terroristi o diritto di cronaca se condivisa da media). I filtri non differenziano e il risultato è che eccedono nella censura”.
Breyer ha presentato degli emendamenti al Digital Services Act per garantire una maggiore protezione dei diritti fondamentali nell’era digitale. Questi includono: la possibilità di usare servizi digitali in modo anonimo; la limitazione del tracking, cioè della raccolta di dati sulle attività online degli utenti; la salvaguardia della cifratura sicura (le autorità non dovrebbero poter limitare la cifratura end-to-end, in quanto essenziale alla sicurezza online). Inoltre il parlamentare chiede che sia solo l‘autorità giudiziaria a poter decidere sulla legalità dei contenuti; che non siano richiesti filtri preventivi; che materiali pubblicati legalmente in un paese europeo non siano cancellati solo perché in violazione delle leggi di un altro paese Ue (una richiesta che vuole evitare che leggi illiberali di certi Stati – Breyer fa l’esempio di Polonia e Ungheria – cancellino contenuti pubblicati altrove).
Automazione e censura collaterale
Come scrive Jillian York, direttrice per la libertà di espressione della Electronic Frontier Foundation, nel suo recentissimo libro Silicon Values. The Future of Free Speech under Surveillance Capitalism, tecnologie di intelligenza artificiale (machine learning) sono sempre più usate per applicare le policy delle piattaforme e quindi per decidere quali espressioni siano accettabili, assistendo o rimpiazzando i moderatori umani. Questo spostamento verso la quasi piena automazione, abbinato a un intenso controllo e a crescenti pressioni statali per eliminare contenuti ritenuti dannosi, hanno reso ancora più difficile una moderazione accurata, col risultato di incrementare la “censura collaterale”.
Tra le vittime recenti di questo processo ci sono stati molti utenti palestinesi o filo-palestinesi che hanno visti rimossi i propri post da Facebook, Instagram o Twitter, semplicemente perché magari usavano un certo hashtag o delle parole associate in automatico a “organizzazioni violente o pericolose” (un caso riportato dal Washington Post e da Slate è il nome della moschea Al-Aqsa).
Trasparenza e diritti umani come guida
“Credo che qualsiasi regolamentazione delle piattaforme debba essere in linea con il quadro normativo internazionali sui diritti umani, e questo vale soprattutto per qualsiasi restrizione dell’espressione”, commenta a Valigia Blu la stessa Jillian York. “Da parte dei governi, oltre a ciò, mi aspetterei soprattutto una richiesta di maggiore trasparenza alle piattaforme. Questo lo abbiamo visto nel Digital Services Act, e nei principi di Santa Clara sulla trasparenza e accountability in relazione alla moderazione dei contenuti”.
Questi ultimi sono alcune raccomandazioni di base evidenziate da organizzazioni ed esperti di diritti digitali per fare in modo che la moderazione di contenuti sia giusta, senza pregiudizi, proporzionale e rispettosa dei diritti degli utenti. Questi principi prevedono che le piattaforme debbano fornire innanzitutto i dati dettagliati sulle rimozioni di contenuti; debbano informare gli utenti sulla ragione precisa della rimozione, e se la segnalazione iniziale sia di tipo automatico, derivante da altri utenti, frutto di un procedimento legale o di una richiesta governativa; e infine debbano garantire la possibilità di un appello, gestito da una persona diversa rispetto alla prima decisione.
“Dall’India all’Australia fino alla Palestina, ogni giorno ci arrivano nuove storie di indignazione in merito alla rimozione di contenuti”, ha scritto ancora Casey Newton. “In alcuni casi, queste rimozioni sono state fatte su richiesta del governo. In altri, le policy delle piattaforme giocano a sfavore delle minoranze, rendendo più difficile vedere i loro post. Ma quale che sia la causa, le lamentele per la censura stanno solo diventando più forti – e il modo in cui le piattaforme risponderanno avrà enormi implicazioni nel mondo”.
Ma anche il modo in cui le democrazie daranno l’esempio.
(Valigiablu, 6 giugno 2021)
La potenza delle donne. Cambiamo la nostra storia, cambiamo le nostre vite (iacobellieditore 2020) di Paola Leonardi, sociologa e psicoterapeuta, autrice de Il piccolo libro dell’autostima (2000). Ne La potenza delle donne Paola Leonardi ci stimola a soddisfare otto bisogni essenziali: un percorso iniziatico, dall’autostima alla potenza, armonizzando cuore e cervello, una presa di coscienza che, come ci ricorda Simone de Beauvoir, è il primo passo della liberazione e dell’azione. Dialogherà con l’autrice Maria Castiglioni.
Per acquistare online La potenza delle donne:
https://www.bookdealer.it/libro/9788862525343/la-potenza-delle-donne-cambiamo-la-nostra-storia-cambiamo-le-nostre-vite
di Veronica Tamborini
Un decreto del Tribunale dei Minorenni di Roma ha disposto l’allontanamento del figlio di Laura Massaro dalla madre, cosa che può avvenire nelle prossime ore in maniera coatta e senza preavviso.
Ci toccherà ancora lo spettacolo intollerabile di un bambino prelevato dalle forze dell’ordine?
Il decreto prevede la decadenza della responsabilità genitoriale per la donna, ritenuta una madre ostativa, e l’interruzione di ogni rapporto con il figlio. Il bambino sarà collocato in una casa-famiglia. La Corte di Appello nel gennaio 2020 si era espressa contro l’allontanamento del bambino dalla madre, con cui convive dall’età di due anni quando la relazione tra i genitori è terminata.
La storia di Laura Massaro e di suo figlio è un caso simbolo perché ha permesso di scoperchiare il “vaso di Pandora” della vittimizzazione secondaria subita da molte madri separate nei tribunali civili e minorili in Italia, aggiungendo elementi di fondamentale importanza alla narrazione a senso unico che per un ventennio ha nominato soltanto i “padri separati”, quasi che le madri e i figli non esistessero nell’orizzonte pubblico.
Dopo la nascita del Comitato delle Madri Unite contro la Violenza Istituzionale, nel settembre 2019 molte madri hanno preso coraggio raccontando la propria vicenda con ex mariti e compagni vendicativi, controllanti, dai tratti abusanti e inadeguati, spesso violenti, in un periodo in cui nei tribunali civili e minorili si è affermato il principio di “bigenitorialità” o di genitorialità “gender neutral” che supera di fatto la “maternal preference” dopo la legge sull’affido condiviso.
Negli ultimi venti anni nella branca della psicologia giuridica, che ha molto spazio nelle consulenze tecniche di ufficio per l’affido di minori, ha preso piede la teoria dell’alienazione parentale (PAS) che cambia nome (madre simbiotica, madre malevola, conflitto di lealtà) ma arriva comunque sempre al risultato di definire la madre inadeguata, molto spesso in situazioni che celano violenza.
La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata contro la PAS definendola una teoria nazista; ma la mistificazione della PAS permane. La vita delle madri separate e dei loro figli nei tribunali civili e minorili resta sempre molto difficile.
Solidarietà per Laura Massaro!
(https://feministpost.it/magazine/varie/il-bambino-di-laura-massaro-non-e-piu-suo/, 4 giugno 2021)
di Antonietta Lelario
Ho letto questo saggio come un romanzo grazie all’appassionato amore per la libertà di Donatella Di Cesare, che traspare da ogni pagina, ma anche perché lì ho trovato ciò che in fondo si cerca nei romanzi: capire la realtà in cui siamo immessi, orientarci meglio nel nostro tempo. Credo che questo di capire di più sia un bisogno diffuso che non trova risposta nei mass media i quali non lasciano più spazio a domande vere, perché saldati strettamente a una politica chiamata solo a gestire e amministrare il dettato dei mercati. Tutto si consuma in un cerchio chiuso, salvo a cercare personalmente e con fatica i varchi per un altro tipo di comunicazione. Questo saggio su Il tempo della rivolta di Donatella Di Cesare è uno di quei varchi.
Il libro è una miniera di informazioni sulle molte rivolte che hanno costellato il nostro tempo: dalle primavere arabe a Occupy Wall Street, dalle rivolte delle banlieue parigine ai movimenti ecologisti, dai cortei di donne ad Anonimous, dalle manifestazioni dei neri alle performance artistico politiche, agli attraversamenti di confine dei migranti, ai gesti di chi li accompagna. Leggerlo mi ha continuamente richiamato alla memoria il respiro che ho provato ogni volta che ho visto questi sussulti della storia anche se avvengono in Spagna o a New York o nelle strade dei paesi latini, dove le donne gridano allo Stato: “Lo stupratore sei tu!”.
Questo saggio cerca un ordine, senza lasciarsi intimidire dai molti volti che le rivolte assumono. E come si fa a cercare un ordine senza voler classificare, irregimentare, irrigidire? Cercando tracce nascoste di senso, avventurandosi sul piano simbolico!
Il saggio è quindi anche un esercizio di lettura simbolica che cerca collegamenti inediti e osa smascherare la nudità del re.
Donatella Di Cesare dice: “Le migrazioni e l’aiuto che i migranti trovano nelle ONG e in tante associazioni fanno affiorare un’altra visione che non è solo extra-istituzionale, ma mette in discussione tutto l’apparato concettuale della modernità: dal tema della sovranità a quello del contratto, dall’idea di nazione a quella di cittadinanza e di frontiera statuale … Carola Rackete e i nuovi disobbedienti sono fuorilegge o cittadini esemplari? Minacciano l’ordine pubblico o consentono alla legge di ritrovare il senso perduto della giustizia?”. L’autrice intercetta le domande che ci siamo fatti pensando a queste azioni, alle scelte di Mimmo Lucano o alla lettera rivolta all’Europa della ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, ai gesti di Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi con la loro associazione Linea d’Ombra. È vero! Sono gesti che “fanno appello al bisogno di giustizia mortificato, ma non ucciso all’interno della comunità”. E mostrano delle possibilità. Per cui il nostro tempo appare attraverso lo sguardo dell’autrice un tempo di possibilità.
Queste possibilità irrompono come lampi nel cielo della notte per smentire la vulgata postmoderna che proclama la fine della storia e vorrebbe condannarci a un eterno presente. Ma per vedere il sentiero che questi lampi illuminano solo per breve tempo bisogna allenare lo sguardo.
Noi donne siamo abituate a questa Storia che rompe la linearità del tempo perché i segni della libertà femminile sono sempre stati presenti ma in modo discontinuo, nel passato, in donne che hanno fatto apparire l’impensabile per il loro tempo, penso alle mistiche, ma anche a Olimpia de Gouges, alle scrittrici, alle scienziate che hanno ripensato il rapporto con la natura, o che, anche oggi, introducono elementi nuovi nel metodo scientifico o nell’economia, nella gestione dei Beni Comuni, e, nel pensiero, attraverso l’attenzione alla differenza sessuale. Questo modo di abitare il tempo mi è congeniale.
Quindi accolgo con gioia l’invito dell’autrice che, avvalendosi anche dell’autorità di Benjamin, invita a superare una concezione del tempo secondo cui il prima deve preparare per forza un dopo, a ogni causa deve seguire un effetto come se si trattasse di un ragionamento astratto e non della vita con la sua imprevedibilità, con i suoi inciampi, con le sue improvvise aperture all’imprevisto, con i suoi ritorni. A strade indicate e non ancora percorse?
Forse il modo femminile di rapportarsi alla Storia oggi può essere utile a tutti, ho pensato mentre leggevo.
E così con gioia ho accolto, in un momento storico in cui il termine identità la fa da padrone in ogni salsa, la polemica che l’autrice apre con Schmitt a questo proposito contrapponendo alla politica identitaria la vastità anarchica del mare che si sottrae alla legge del confine e facendo l’occhiolino alle donne che in quei confini non si riconoscono. “E perché poi, dovrebbero?”, lei dice. E a me è venuto in mente la torsione che noi donne abbiamo dato al vecchio slogan Donna non si nasce, si diventa, affermando invece Donne si nasce e si diventa che è stato il nostro modo di uscire dalla trappola identitaria, ricongiungendo natura e cultura, essere e divenire, radicamento e tensione verso l’infinito.
Infine, ma ci sarebbe tanto altro da dire, Donatella Di Cesare ci fa vedere come queste rivolte assecondino dei cambiamenti storici e delle trasformazioni nella forma del potere, infatti il passaggio dalla fabbrica alla piazza ha mostrato che non è più solo il lavoro al centro della contesa, ma l’insieme delle condizioni di esistenza perché il potere oltre a controllare lo spazio pubblico, decidendo ciò che è visibile e ciò che è dicibile, disciplina i corpi e invade le coscienze. Mi viene da pensare che nel passaggio alla piazza l’alleanza fra operai e studenti degli anni ’70 si allarghi alla grande marea femminista, facendo spazio ad anziani e giovani, a vecchi e nuovi esclusi.
Ma oggi è in corso un terzo passaggio di fondamentale importanza, ci dice l’autrice. Le nuove rivolte ruotano intorno alla questione dell’abitare intesa non come possesso dell’abitazione, ma “come rapporto politico esistenziale a sé, agli altri, alla terra” e sfidano la politica ad affrontare questo terreno: “come risiedere? come coabitare?”
Questo saggio si legge come un romanzo e come un romanzo chiede la collaborazione di chi legge e, come in tanti romanzi, il suo finale è aperto. La continuazione è affidata a noi, al nostro anelito ad una politica differente che sappia “liberare le forme di vita”, e qui di nuovo torna l’insegnamento femminile.
(www.bonculture.it, 4 giugno 2021)
Rete italiana delle Donne in Nero, 4 giugno 2021
Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Gentile Presidente,
come Rete italiana delle Donne in Nero, Le inviamo un drammatico appello ricevuto dalle attiviste della Ruta Pacifica de las Mujeres, una Rete femminista e pacifista attiva da molti anni in Colombia, che oggi riunisce più di trecentocinquanta organizzazioni di donne.
La ringraziamo per la considerazione che, nel suo ruolo di Capo dello Stato e garante della Costituzione italiana, potrà dare alle parole delle donne colombiane, impegnate in una accorata richiesta di aiuto e di attenzione politica da parte della comunità internazionale.
I nostri saluti più cordiali
Rete italiana delle Donne in Nero
APPELLO DELLE DONNE DELLA RUTA PACIFICA A TUTTE LE NOSTRE SORELLE: DONNE IN NERO, FEMMINISTE E PACIFISTE DEL MONDO, A PROTEGGERE LA VITA E A FERMARE IL SANGUE CHE SI STA VERSANDO IN COLOMBIA
Bogotà, 4 maggio 2021
In nome della sorellanza convochiamo tutte le donne, femministe e pacifiste del mondo, le nostre sorelle Donne in Nero, le Reti internazionali di cui facciamo parte, i nostri alleati e alleate internazionali nella costruzione della pace.
La Colombia attraversa una grave situazione legata al rispetto ai diritti umani a partire dal 28 aprile 2021, quando il popolo ha deciso di fare uso del suo diritto alla protesta e alla mobilitazione sociale per esigere dal governo del presidente Ivan Duque Marquez l’abrogazione delle riforme tributarie e della salute che vanno a detrimento dei diritti umani e approfondiscono le disuguaglianze per le donne, le bambine e le loro comunità, già gravemente colpite da un anno di pandemia.
Il popolo desidera portare a compimento l’Accordo di Pace concordato e raggiungere il superamento delle disuguaglianze esistenti rispetto alla mancanza di lavoro, di scolarizzazione e di tutela della salute.
Oggi, 4 maggio, abbiamo un paese ferito, addolorato e polarizzato. Negli ultimi 6 giorni nel paese si sono verificati 1.181 episodi di violenza da parte della polizia; 26 persone hanno perso la vita e ci sono stati 216 interventi brutali da parte delle forze dell’ordine; si registrano inoltre 9 vittime di violenza sessuale per mano delle stesse (Temblores, 4 maggio 2021) e molte aggressioni, in particolare a persone giovani che hanno fatto uso del loro diritto alla mobilitazione e alla protesta sociale1.
In special modo, la città di Cali è attualmente vittima di una risposta sproporzionata da parte delle forze dell’ordine ed è immersa in un caos intenzionale che cerca di legittimare la militarizzazione come risposta all’inerzia di un Governo sordo e muto davanti al popolo che lo ha eletto, un Governo che ha invece il dovere costituzionale di proteggerlo e di vegliare perché si dia compimento alle leggi.
Oggi il Governo decide per una politica che scommette sulla repressione della protesta sociale, sulla militarizzazione della vita civile e propone leggi che vanno a detrimento della vita della popolazione, con la logora scusa del bene comune e della protezione del popolo, contro il dettato della Costituzione e il rispetto dei diritti umani.
A partire dalla sorellanza e dal senso civico vi chiediamo di:
- pronunciarvi di fronte a questa violazione dei diritti umani;
- respingere in modo energico la violenza;
- esortare a smettere di usare la forza pubblica come strumento per la gestione della protesta sociale;
- inviare lettere alla cancelleria colombiana e alle ambasciate della Colombia nei vostri Paesi.
Vi preghiamo di sollecitare i vostri governi e le vostre istituzioni a prendere una posizione politica e a inviare un messaggio forte al Governo del Presidente Ivan Duque Marquez in cui si dichiari la NON ACCETTAZIONE di questo tipo di politiche.
Vi preghiamo di chiedere ai vostri legislatori di sospendere o condizionare gli aiuti militari alla Colombia, al suo esercito e alla sua polizia al rispetto dei diritti umani e della Costituzione, così come di garantire l’investigazione sui reati commessi e la sanzione dei responsabili delle violazioni dei diritti umani.
Vi chiediamo inoltre di accompagnarci nelle reti sociali e di rispondere a tutti i nostri messaggi e campagne per proteggere la vita e denunciare le violazioni ai diritti delle donne.
Che i violenti e i signori della guerra e della violenza sappiano che noi non siamo sole e soli, che voi ci proteggete a distanza.
NOI DONNE, OGGI PIÙ CHE MAI, RIPETIAMO: “NON METTIAMO AL MONDO FIGLI E FIGLIE PER LA GUERRA NÉ LA VIOLENZA”
PER LA GUERRA E LA VIOLENZA, NULLA
RUTA PACIFICA DE LAS MUJERES, COLOMBIA
Twitter: @RutaPacificaM Facebook: @rutapacficam Pagina web: www.rutapacifica.org.co
(Rete italiana delle Donne in Nero di Verona, 4 giugno 2021)
di Davide Piacenza
“Se sentite l’urgenza cocente di scrivere o dipingere, limitatevi semplicemente a mangiare qualcosa di dolce: vedrete che la sensazione svanirà. La storia della vostra vita non è materiale per un buon libro. Non ci provate nemmeno”. Quando scriveva queste parole a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta forse non immaginava una populistizzazione coatta della produzione culturale ancora di là da venire, ma Fran Lebowitz, elitista impenitente, aveva già fatto della schiettezza il suo tratto distintivo: era una “socialite” disincantata e beffarda, lavorava per la rivista Interview di Andy Warhol (con cui non andava d’accordo, ma “è andata meglio dopo la sua morte”, tiene a precisare) e si occupava di tutto ciò che i suoi colleghi dell’intellighenzia impegnata aborrivano, dal risparmio sulle spese di proprietà sugli immobili all’insondabile legame fra bel tempo e quartieri ricchi. Oggi i suoi scritti umoristici raccolti in Metropolitan Life e Social Studies (titoli datati rispettivamente 1978 e 1981, e gli ultimi veri libri che ha scritto: evidentemente sono stati quarant’anni pieni di dolci) escono per la prima volta in italiano, tradotti nel volume La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire (Bompiani).
Di Fran, settantenne che parla di sé dicendo “of course I’m still a very young woman” (ovviamete sono ancora una giovane donna), ci eravamo innamorati anche a queste latitudini grazie al documentario dedicatole dal suo amico Martin Scorsese, Pretend It’s A City, una piccola gemma di idiosincrasia e ironia affilata che cela appena un rifiuto garbato della contemporaneità. Fran Lebowitz, ebrea newyorkese, lesbica, mai laureatasi e sempre in bolletta, non vuole saperne delle battaglie identitarie che contraddistinguono quest’epoca: a un altro suo amico, l’editorialista Frank Rich ha detto “non sono contraria ai diritti gay, ovviamente: solo credo non siano il problema centrale. Voglio dire, guarda all’energia che abbiamo messo nei matrimoni omosessuali. Se nella vita reale ci fossero tante persone gay quante ce ne sono in televisione, staremmo discutendo di matrimonio eterosessuale”.
La prima indiscussa qualità di Lebowitz, in ogni caso, è la sentenziosità: in una riga o una battuta, Fran riesce a condensare mondi, spesso con più efficacia intellettuale dei colleghi impegnati di cui poco sopra. Parlando dei suoi viaggi nell’Italia di quarant’anni fa, l’umorista spiega che a Milano “ci sono due categorie di persone: quelli che lavorano per i vari Vogue e gli altri”; “le persone che incontro sono quasi tutte comuniste, in particolare i ricchi” e ancora “a Milano lavorano tutti, e se piove danno la colpa a Roma”. Anche la capitale è fotografata con una precisione che ha dello scientifico, nella pagina seguente: “La gente passa la maggior parte del tempo a pranzare. Roma è senza dubbio la capitale mondiale del pranzo”.
In tempi di cancellazioni, lo spirito anticonformista e antimoralistico di Fran Lebowitz è merce rara: quando racconta al suo sodale Scorsese (che ha difeso dalle accuse di sottorappresentazione femminile nei suoi film, spiegando che l’importante è quante donne registe ci sono, non quante donne nei film di un singolo regista) di non credere che “ci siano persone come me nelle generazioni più giovani. Perché non gli sarebbe permesso essere come me. Non che la mia vita sia stata tutta rose e fiori, non che la gente adori come sono fatta, ma o sono assurdamente critiche, in modo abbastanza folle – tipo «detesto come tieni i capelli, devi morire» – o incredibilmente esagerate nelle lodi”, centra un punto importante. Rifiuta orgogliosamente di arrendersi a smartphone e social network (e quando nei salotti che frequenta glieli si mostra come per educarla, si inalbera: “Non è che non ho queste cose perché non le conosco: non ce le ho perché so esattamente cosa sono”), ama i bambini perché sono “i migliori avversari che si possano desiderare a Scarabeo” e non tollera la mania per le piante da appartamento ed eccentricità altoborghesi come il succo di lime sulle patate gratinate.
Da più di cinquant’anni la accusano di connivenza con le élite, un altro penchant che la vede seduta dalla parte con meno posti occupati della storia, ma lei metteva in chiaro le cose già al compagno di pranzi e cene nei ristoranti di Manhattan, Frank Rich: “Quando la gente dice che odia le élite, vorrei che intendessero i ricchi. Ma non è così: odiano le persone intelligenti. Il paese adora la gente ricca. Vorrei vedere un po’ di lotta di classe, l’unico tipo di guerra detestato dai repubblicani”. Anche gli intellettuali meno impegnati, nel loro piccolo, s’incazzano.
(Wired.it, 3 giugno 2021)
di Piero Bevilacqua
È stata approvata in Senato una legge sui suoli che include l’agricoltura biodinamica. Un solo voto contrario: quello della senatrice Elena Cattaneo che considera esoterica e antiscientifica. questa sperimentazione già di lunga data. In Italia la pioniera è stata Giulia Maria Crespi, fondatrice del Fai e una delle fondatrici dell’Associazione per l’Agricoltura biodinamica, per la cura e la salute della terra come fondamento per la salute degli esseri viventi. Il suo, uno strenuo impegno per una agricoltura senza veleni, insegnata e praticata nella grande azienda agricola della Zelata, sulle rive del Ticino, insieme alla passione per la cura dell’ambiente nel suo inscindibile legame con la storia. (La redazione del sito)
Capisco, ma solo fino a un certo punto, l’indignata requisitoria che la senatrice Elena Cattaneo ha svolto contro l’agricoltura biodinamica il 20 maggio al Senato. Neanche io credo nell’efficacia dei preparati biodinamici. Per mentalità e formazione culturale diffido istintivamente dalle impostazioni esoteriche. Tuttavia io ho avuto modo di conoscere molti agricoltori biodinamici, non solo europei e americani, ma anche australiani. Grazie a Terra Madre, l’iniziativa promossa da Carlo Petrini, a Torino, ne ho conosciuti non pochi, i quali, di fronte alla mia incredulità, hanno vantato con entusiasmo il successo delle loro pratiche. Ho talora assaggiato ortaggi coltivati in aziende biodinamiche e posso testimoniare che quanto a intensità di sapore sono di gran lunga superiori a qualunque consimile prodotto da agricoltura industriale.
Sono solo esperienze soggettive, certo. Ma queste hanno trasformato la mia incredulità in perplessità. E credo che ci sia più attitudine scientifica nella mia perplessità, che fa i conti con la realtà, col successo imprenditoriale di centinaia di migliaia di agricoltori in tutto il mondo, che non nell’astioso dileggio della senatrice Cattaneo, che si misura solo con le parole.
Ma l’errore fondamentale della senatrice è di credere che l’agricoltura biodinamica si esaurisca nelle pratiche che lei deride. In realtà l’uso dei preparati, ereditati dalle lezioni di Rudolf Steiner del 1924, sono solo un aspetto di quelle pratiche. Gli agricoltori biodinamici non sono rimasti a Steiner. Per tutti gli anni ’20 e ’30, alcuni grandi agronomi tedeschi hanno compiuto studi ed esperienze sul campo sia in Europa che negli Usa, avviando una scienza alternativa all’agricoltura chimica. Forse il maggiore esponente di questa scuola – formatosi in una Germania in cui numerosi scienziati hanno studiato per decenni la natura dell’humus – è Ehrenfried Pfeiffer, l’autore de La fertilità della terra (1938).
Uno dei principi fondamentali di questo testo, che considera il “terreno agricolo un essere vivente”, e di tutta l’agronomia biodinamica, è che “la salute delle piante dipende dalla salute del terreno, dalla sua fertilità”. Ed è questo il segreto del successo di tale modello di produzione.
Non sono in grado di dire che ruolo svolgano i preparati, ma è certo che nessuno quanto gli agricoltori biodinamici curano la fertilità del suolo, proteggono l’humus, ne garantiscono la stabilità. Ed è questo che sta alla base di tutto. Allorché le persone della mia generazione, assaggiando un frutto senza sapore dei nostri giorni, ricordano la sapidità di quelli di un tempo, non è per una illusione psicologica da nostalgia. La ragione è che dopo decenni di concimazione chimica, quella propugnata dalla senatrice Cattaneo, i suoli agricoli hanno perso molta parte della loro sostanza organica, così che le piante si nutrono direttamente coi sali dei fertilizzanti.
Gli agronomi francesi Claude e Lydia Bourguignon hanno ricordato come in varie aree della Francia, dopo decenni di concimazione e di diserbo chimico, i vini hanno perso il sapore del terroir, dei minerali contenuti nella roccia madre, e i viticultori abbiano dovuto far ricorso alle manipolazioni degli enologici per ridare un sapore chimicamente “truccato” a vini ormai inerti e un tempo impareggiabili.
Una ricerca pubblicata su Science il 31 maggio 2002, che comparava 21 anni di raccolti di aziende biodinamiche, biologiche e convenzionali mostrava un meno 20% di prodotto delle prime, ma meno tra 33% e 53% di consumo di energia e fertilizzanti e meno 97% nell’uso di pesticidi.
L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha di recente sostenuto che la contaminazione del suolo per l’uso dei fertilizzanti chimici e i residui dei fitofarmaci “può entrare nella catena alimentare, minacciare la salute umana, risultare tossica per gli organismi viventi che vi dimorano” (2020). E allora, come fa Cattaneo ad affermare che i prodotti da agricoltura biologica “non hanno migliori caratteristiche nutrizionali, né hanno migliore cura dell’ambiente?” Non sa la senatrice che l’agricoltura da lei difesa si fonda su un bilancio energetico completamente passivo, consuma ingenti quantità di petrolio? Che la concimazione chimica inquina le falde idriche, è responsabile della degradazione dei suoli, con perdita di terre fertili in tutto il mondo e su cui esiste una letteratura sterminata?
E ignora che agricoltura e allevamenti contribuiscono almeno per il 30% al riscaldamento climatico? Non sa che, dopo gli oceani, il suolo è il più grande deposito di carbonio del pianeta e che le agricolture organiche non solo conservano la fertilità, ma consumano meno acqua, meno energia, catturano carbonio e limitano la produzione di gas serra?
In realtà la posizione della senatrice Cattaneo è interna al vecchio paradigma della scienza moderna, fondato, come ha mostrato Edgar Morin, sul “principio di isolamento e di separazione nei rapporti fra l’oggetto e il suo ambiente”. I concimi chimici vengono valutati sulla base del loro successo produttivo, senza considerare ciò che succede al suolo, alle acque, al clima, alla salute degli organismi viventi, uomini compresi. Così tutta l’agricoltura, immaginata fuori dalla biosfera, deve solo ubbidire alla crescita, non importa se, intorno all’azienda (o al laboratorio della scienziata), il pianeta collassa.
(il manifesto, 2 giugno 2021)
di Simonetta Fiori
«Le donne avevano paura di sbagliare, di stropicciare la scheda, di rovinarne la piega nel gesto di chiuderla. Perché avevano mani forti da contadine, mani callose abituate alla vanga e alla zappa più che ai manufatti di carta. E molte erano analfabete, non distinguevano un simbolo dall’altro. Le più vecchie non si fidavano degli occhi stanchi, le lenti erano un lusso riservato ai ricchi. E io dicevo loro: andate tranquille, e siate libere di scegliere. La scelta questa volta è solo vostra». Teresa Vergalli è cresciuta nella campagna reggiana, figlia di due mezzadri di Bibbiano. Il 2 giugno del 1946 non poté esercitare il diritto di voto perché non ancora maggiorenne, ma era una delle partigiane che avevano preparato al voto le donne, le mondine chiuse nelle cascine e le giovani operaie già protese verso la modernità. «Tutto era cominciato nella Resistenza, con i Gruppi di difesa della donna. Discutevamo di diritti femminili, in un’epoca in cui la nostra parola non aveva dignità». A 93 anni la postura è ancora eretta, le gambe ferme di chi ha pedalato per centinaia di chilometri nei sentieri ripidi della clandestinità. Il distretto militare di Modena le ha riconosciuto la qualifica di “combattente” nella Brigata Garibaldi, che è molto più di staffetta. Ma in fondo Teresa la vocazione di staffetta se la porta nel cuore, la “staffetta tra generazioni” come ha scritto Alessandro Portelli nella prefazione del suo bellissimo libro Storie di una staffetta partigiana, uscito dagli Editori Riuniti 15 anni fa. «Vuoi che ti racconti del 2 giugno 1946? No, di questo non ho mai parlato. Vieni a trovarmi domani, ma non ti aspettare una casa di lusso. Ti racconterò anche della mia amica Mimma, del suo seno flagellato e di molto altro». Le storie di Annuska – il suo nome di battaglia – riempiono di luce il piccolo appartamento romano di Cinecittà. Parlano di storie eccezionali narrate con il timbro dell’ordinarietà. E alla fine viene da chiedersi se davvero siamo stati all’altezza di quelle donne così “normali” che costruirono la democrazia. «Aspettavo quella giornata da anni. Da quando avevo cominciato a fare le riunioni tra partigiane sul lavoro femminile. Noi dovevamo difenderci dalle bombe e dalla fame, ma anche pensare al futuro in democrazia. E nella nostra concezione di democrazia erano inclusi i diritti delle donne, allora calpestati sia in campagna che in fabbrica. Nei contratti di mezzadria le donne non venivano calcolate come forza lavoro: eppure erano quelle che si svegliavano all’alba per mungere le vacche, e poi badavano ai figli e alla casa. “Noi chine sulle bisce e sul fango – protestavano le mondine – e i maschi in piedi a comandare”. Nelle Officine Reggiane, allo stesso bancone di lavoro, un ragazzetto di sedici anni prendeva un salario più alto dell’operaia adulta. E allora per la prima volta parlavo dei diritti sindacali. E le donne sorridevano guardandosi l’un l’altra, perché venivamo da un’epoca in cui il sindacato fascista era il luogo delle più orrende disparità: si andava avanti non secondo principi saldi, ma per fedeltà alla dittatura. E nei nostri incontri tutto si teneva insieme: la guerra partigiana, il sogno della Repubblica e la questione femminile.
Il giorno del voto c’era una straordinaria eccitazione. In realtà non era la prima volta, perché le donne avevano già votato alle elezioni amministrative di marzo: a Bibbiano era stata eletta consigliera comunale la zia Dirce, la zia sarta che cuciva le gonnelline a fiori e il corpetto di velluto. Dopo ore di fila davanti al seggio, la mamma tornò a casa sfinita: eh, l’avevate fatta così difficile. Nei corsi preparatori al voto bisognava spiegare bene come comportarsi dentro l’urna. Le ragazze sembravano spaventate. Si preoccupavano anche delle madri e delle nonne analfabete. Noi consegnavamo loro il facsimile della scheda per fare le prove a casa. Per il 2 giugno le neo-elettrici indossarono il vestito più bello. E le contadine solitamente a piedi nudi calzarono le scarpe della festa. Il Corriere della Sera aveva raccomandato che non ci si tingesse le labbra con il rossetto, nel timore di qualche baffo rosso sulla scheda. Ma la mamma e la zia non lo usavano, il massimo del belletto era un po’ di cipria sulle guance.
La scelta del voto fu spontanea. La croce sulla Repubblica era quasi naturale. Le contadine non perdonavano alla regina di essere stata la prima sposa a consegnare la fede alla patria del fascismo. Certo, a lei non era costato nulla, di anelli ne aveva quanti ne voleva, mentre le nostre donne restavano con quel cerchietto di metallo che macchiava le mani di scuro. E quell’ombra le mortificava, come lo stigma quotidiano dell’ingiustizia.
Nel gran giorno elettorale gli uomini ci guardavano con scetticismo. Ho sentito qualche comandante partigiano rassicurare i suoi compagni: tranquilli, mia moglie fa come dico io. Oppure temevano l’influenza della Chiesa: accidenti, mia madre dà retta ai preti. La preoccupazione era quella già espressa anche da illuminati parlamentari contrari al suffragio femminile: le donne sono per natura suggestionabili, creature emotive mai capaci di scelte razionali. Noi alle riunioni dicevamo: decidete da sole, non lasciatevi condizionare. “Zitta tu che sei una donna. Che ne puoi sapere?”. A casa mia non l’ho mai sentito, ma alle riunioni le ragazze ci riferivano queste invettive. Nella cucina dei miei nonni contadini si mangiava tutti insieme, ma altrove gli uomini pranzavano seduti a tavola per conto loro, e le donne aspettavano vicino al camino, con la scodella in mano. Il voto femminile irruppe in questo mondo arcaico e fu una vera rivoluzione culturale.
Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza: come avrebbero fatto i partigiani a comunicare tra loro? Eppure nel dopoguerra molte partigiane rimasero nell’ombra. Avevamo mostrato ancora più coraggio dei maschi perché noi combattevamo senz’armi. La pistola era sostituita dall’arguzia, dall’intelligenza, dalla parola svelta con cui superavamo gli sbarramenti nazifascisti. Io non avevo paura di morire, ma di essere torturata sì. Le donne venivano picchiate in modo selvaggio, anche violentate. Alla mia amica Mimma i tedeschi mutilarono il seno, lei non ne avrebbe parlato neppure con il suo medico, cinquant’anni dopo. “Son cose che non si possono dire”, mi bisbigliò una volta all’orecchio. Se Mimma avesse ceduto alle torture dei nazisti, io non sarei qui a raccontare. Di recente le hanno dato una medaglia d’oro alla memoria.
Una volta fui messa in difficoltà da un ragazzo con cui avevo attraversato il fiume nella notte, in attesa che le nuvole oscurassero la luna troppo accesa. Ci ospitò nella sua casa in collina, dove crollai sfinita sul divano. L’indomani al risveglio fece per abbracciarmi alle spalle, un tentativo goffo interrotto dalle mie urla. “Come ti permetti?”. “Ma voi comunisti non eravate per il libero amore?”. Era un partigiano cattolico che temeva gli portassimo via la casa e la motocicletta. Lui invece si voleva portare via me. Anche io ho fatto fatica a raccontare questa storia.
In quei giorni di tarda primavera aspettammo con il cuore in gola l’esito del referendum, che arrivò solo con i giornali dell’11 giugno. In realtà la Repubblica democratica avevo cominciato a sognarla quando mio padre fu messo in galera per volantinaggio antifascista. Quali sono i miei sentimenti se mi guardo indietro? Ho vissuto una vita normale, fatta di scelte normali. Nel dopoguerra ho militato nel movimento delle donne del Pci, poi ho insegnato a lungo nelle scuole. Mi dispiace solo quando qualcuno tenta di sminuirei i valori del nostro grande sogno partigiano. E allora penso alle mie amiche di allora, alla forza della Mimma e al sorriso della Laila, e mi torna il buonumore».
(la Repubblica, 2 giugno 2021)