di Isia Osuchowska


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Polonia, gennaio 2021. Il tribunale riduce ulteriormente l’accesso all’aborto legale. In tutto il paese scatta una mobilitazione delle donne, innescata dalla Women’s strike / Ogólnopolski Strajk Kobiet. Il loro simbolo è un fulmine rosso, che appare alle finestre, nelle manifestazioni e nei graffiti. I sostenitori della svolta misogina li cancellano e imbrattano. Ma i fulmini delle donne continuano a cadere su Varsavia.


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(erbacce.org, 30 giugno 2021)

di David Sava


Due donne sono in testa alla corsa per conquistare la guida di JPMorgan Chase, la banca americana più grande per numero di asset e una delle regine di Wall Street.

La promozione dei Marianne Lake e Jennifer Piepszak ai piani altissimi del colosso finanziario di New York è una ventata d’aria fresca in un mondo, come quello della finanza a stelle e strisce, dove la leadership al femminile rappresenta ancora una rara eccezione, invece che la regola. Del resto, l’idea di una donna a capo di uno dei cavalli di razza di Wall Street è stata tabù fino all’inizio di quest’anno, quando Citigroup ha nominato Jane Fraser come sua nuova amministratrice delegata al posto di Michael Corbat.

Ma chi sperava nell’inizio di un trend ha dovuto presto ricredersi visto che un altro grande pilastro della finanza newyorkese come Morgan Stanley, anch’esso alle prese con il problema della successione, è andato nella direzione opposta nel derby cittadino con JpMorgan, piazzando in pole position una manciata di uomini per sostituire l’attuale presidente e amministratore delegato, James Gorman. Va detto che quando solo il 18 per cento dei tuoi manager sono donne, come nel caso della banca fondata da Henry Morgan e Harold Stanley, non sorprende che il top job diventi un affare tutto al maschile.

Il conto alla rovescia

Anche per questo la mossa di JpMorgan ha un peso specifico importante. Il gruppo da quasi 3,7 triliardi di dollari di asset in gestione e 485 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato è oggi nelle mani di un veterano della finanza come Jamie Dimon, che da presidente e a.d. l’ha condotta attraverso la crisi finanziaria di inizio secolo e la più recente pandemia. In entrambi i casi, JpMorgan ne è uscita più forte, come dimostra l’andamento del titolo in Borsa, cresciuto del 400 per cento da quando Dimon ha assunto la guida nel 2005. […]

I pretendenti al trono non mancano. […] ma le due manager hanno più di qualche chance.

Se le giocheranno dividendosi il timone dell’imponente divisione di consumer and community banking. […] Si tratta del segmento più grande del gruppo, capace di generare oltre 50 miliardi di dollari di ricavi all’anno e circa il 40 per cento dei suoi profitti totali. […]

Le prossime sfide

La decisione di metterle alla stessa scrivania ha lasciato perplesso più di qualche osservatore. Innanzitutto perché misurare il loro impatto sarà più difficile in questa coabitazione ma anche perché il rischio di guerre interne e della creazione di fazioni dentro uno dei motori trainanti della banca è concreto, seppur certamente calcolato da un manager esperto come Dimon.

Le due manager, entrambe 51enni, arrivano alla sfida più importante della loro carriera dopo una vita passata all’interno della banca ed avendo incrociato le loro strade almeno in un’altra occasione quando, due anni fa, Piepszak ha rimpiazzato Lake nel ruolo di direttore finanziario che ricopriva da sette anni. Proprio in quel ruolo, Lake si era fatta apprezzare dagli investitori e dallo stesso Dimon, che dopo quell’esperienza l’aveva incaricata di gestire la complicata macchina del consumer lending, un’esperienza preziosa in vista del ruolo appena assunto nel ramo commerciale. Piepszak ci è invece arrivata come direttore finanziario in carica ma era stata molti anni prima una pedina importante nell’investment banking, l’altra grande anima della banca della Grande Mela. Riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra la parte commerciale e quella investment banking è solo una delle tante battaglie che attendono il futuro chief executive. […]

Ma in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, la sfida più ambiziosa del prossimo leader sarà quella di traghettare la banca verso la sua versione 3.0. Anche per questo, dicono i ben informati, il nuovo a.d. dovrà essere di una generazione più giovane di Dimon, come le due donne […]. Per il prossimo capo di una delle regine di Wall Street intercettare questa opportunità sarà cruciale per poter mantenere la corona, e le due manager hanno le carte in regola, oltre che l’età giusta, per riuscirci.


(Domani, 29 giugno 2021)

di Antonia Arslan


Alcuni giorni fa sono stata richiesta di prendere parte alle audizioni della Commissione Giustizia del Senato, in rapporto al cosiddetto ddl Zan sulla omotransfobia, attualmente in discussione. Mi fece piacere, perché ritengo che possa essere utile e proficuo ascoltare cittadini come me, che non si dichiarano ‘esperti’, non intervengono continuamente sui giornali, ma leggono e pensano; e inoltre spesso – per quel che possono – cercano in questo mondo complesso in cui viviamo un po’ di equilibrio fra la fiducia nelle ‘magnifiche sorti e progressive’ del futuro e la frequente tentazione di buttar via il bambino con l’acqua del bagno, come dice il proverbio.

La prima riflessione che mi venne di fare – leggendo il testo – fu la sua stessa difficoltà. Difficile da leggere, a volte contraddittorio, non invita il cittadino a capire l’adesione che gli viene richiesta. Quali sono esattamente i confini di un «crimine d’odio»? Chi definisce il momento e il punto in cui un’opinione – espressa magari duramente, nel calore di una discussione – non è più solo opinione, ma diventa «istigazione »? Solamente il giudice, al quale si attribuiscono quindi poteri giudicanti estesissimi, praticamente limitati solo dalla sua personale esperienza di vita. Siamo davvero sicuri del perfetto funzionamento in una materia così complessa della magistratura italiana, proprio in questo preciso momento?

Coloro che hanno proposto e sostengono questa legge sono certamente in buona fede, e come me sognano un mondo in cui le incomprensioni, le lotte, gli orrori legati al colore della pelle, al sesso, alla disabilità siano totalmente superati. Lo sappiamo bene in famiglia. Mio fratello minore fu vittima dell’ultima epidemia di poliomielite, e rimase zoppo per sempre: e tuttavia fu uno zoppo intelligentissimo, che non volle mai sconti, ma si affermò fra i migliori al mondo nel suo mestiere di audiologo. La parola «zoppo» la usava lui, con ironico orgoglio.

Ma io mi chiedo: se giuristi come Cesare Mirabelli, Giovanni Maria Flick, Carlo Nordio, Giovanni Fiandaca, Michele Ainis e molti altri, personaggi come Luca Ricolfi e Giovanni Orsina, femministe storiche di grande intelligenza e intuizione come Marina Terragni; e poi Silvia Costa, Cristina Comencini, Francesca Izzo, Silvia Niccolai e Monica Lanfranco, per citarne solo alcune, hanno manifestato al pari di tanti altri, laici e credenti, seri dubbi e vigorose opposizioni, non sarà il caso di riscrivere il disegno di legge avvalendosi, oltre che dell’adesione emotiva dei fan (sempre necessaria, ovviamente…), anche di una solida, ineccepibile competenza giuridica?

Il concetto di «identità di genere» è davvero così chiaro e universalmente accettato da poter essere inserito in una legge penale? Perché – si chiede Ricolfi – confrontando questo disegno di legge e le due precedenti proposte dello stesso Zan si nota un’accelerazione impositiva su questo argomento? E scrive Fiandaca: «Una volta che si opti – a torto o a ragione – per la soluzione repressiva, che almeno si legiferi con sapienza, in modo da contenere i potenziali effetti controproducenti». E non sarebbe il caso di soffermarsi sulla discussione attualmente in corso in diversi Paesi europei sui minori che sono stati sottoposti a trattamenti ormonali dai quali non si può tornare più indietro?

È davvero necessario aggiungere una nuova legge alle centinaia già vigenti in Italia, che ci rende un Paese dalle numerosissime norme (o poco rispettate o che servono spesso soprattutto per intimidire i cittadini-sudditi)?

E così non solo si dimentica l’attualissimo monito manzoniano sulle «grida» della Milano spagnola, ma – ancora meglio – l’inascoltato grido tacitiano «corruptissima republica, plurimae leges» (moltissime sono le leggi se lo Stato è corrotto), che Federico Viscidi, mio bravissimo professore di greco, ci inchiodò in testa tanti anni fa con inimitabile sapienza.


(Avvenire, 27 giugno 2021)

di Viola Papetti


«Eccola, arriva / – l’insonnia delle 3.15 – / … Mi piacerebbe una vita semplice. / Invece tutta notte ripongo / poesie in una scatolona. / È la mia scatola dell’immortalità, / il mio piano rateale, / la mia bara. / Tutta la notte ali cupe / sbattono nel mio cuore. / Ognuna un uccello ambizione». Con questa poesia, «L’uccello ambizione», apre Il libro della follia che Anne Sexton diede alle stampe due anni prima del suicidio nel 1974, anno del divorzio dal marito. Prima traduzione integrale in italiano, pubblicata da La nave di Teseo per la cura e l’ottima traduzione di Rosaria Lo Russo (collana «i Venti», testo inglese a fronte, pp. 212, € 18,00), Il libro della follia accoglie materiale disuguale, diviso in tre sezioni: «Trenta poesie», «Tre storie (in prosa)», «Carte di Gesù». 
Non ha lo straordinario impatto di Poesie d’amore (Le Lettere 1996, ristampa riveduta e corretta 2021, cura e traduzione di Rosaria Lo Russo, pp. 184, € 17,00), né di Vivi o muori che le fece vincere il Pulitzer nel 1966 e aumentò notevolmente i suoi guadagni di eccezionale performer, di rosso vestita. «Sono uscita, strega invasata, / a infestare le tenebre, più audace di notte; / sognando malefici, ho fatto i miei incantesimi» («Come lei»). Ogni performance seguiva un rituale fisso: «…completamente sbronza saliva sul palco, si toglieva le scarpe scagliandole via, accendeva una sigaretta e con meravigliosa sensuale voce gutturale elegantemente impostata, dava inizio alla fascinazione magica della Strega; la reazione del pubblico oscillava fra i due poli opposti dell’adorazione fanatica e del totale disgusto» (Lo Russo). Era nato il Poeta Pop, il Poeta Rock, il Poeta Femmina che parlava direttamente al cuore, alla testa, all’utero delle donne. «Tutto in me è uccello, / frullio d’ali. / Volevano asportarti / ma non lo faranno. / Hanno detto che eri smisuratamente vuoto / ma non è vero. / Hanno detto che eri affetto da malattia mortale / ma si sbagliavano. / Canti come una ragazzina. / Non sei ferito («In celebrazione del mio utero»). 
In Italia dal 1989 al 2010 si sono succedute ben otto raccolte di sue poesie ancor prima che fosse pubblicata l’edizione completa (Complete Poems, 1999), a cura dell’amica e poetessa Maxine Kumin. Va ricordata anche l’ottima scelta curata da Cristina Gamberi, La zavorra dell’eterno, ordinata cronologicamente (Crocetti 2016). Un ritratto di Anne Sexton tra lampi e fulgori lo ha elegantemente rifinito Caterina Ricciardi nel 2017 su «AliasD» (ora in: Novecento poetico americano, Edizioni di Storia e Letteratura 2021), e conviene tenerlo presente. Ricciardi ricerca la Sexton più segreta, più tragica «…nella coazione del lutto che è ciò che fa convergere parole sotto il segno della mutazione, spingendo all’evoluzione in altra entità, essenza, coscienza … E quale figura più liberatoria per tali rivoluzioni dell’anima se non un uccello?». Da Il libro della follia: l’ultimo volo dell’uccello metafisico nell’ultimo distico «Vuole morire cambiandosi d’abito / e sfrecciare verso il sole come un diamante» (autoironica?). Ma anche una poesia politica: «Noi siamo l’America. / Siamo i riempitori di bare. / Siamo i bottegai della morte. / Noi li imballiamo come casse di cavolfiori» («I bombaroli»). Presaga? «Mamma uccisa da uno sparo / e di me che ne sarà, che ne sarà di me? / Quando mi affiderò a uno sparo / come un pesce suicida all’amo?» («La Danza delle Figlie del Buffone»). Mistica? «Gesù dormiva immobile come un giocattolo / e in sogno desiderò Maria. / Il Suo pene ululava come un cane / ed Egli si rivoltò bruscamente da quella posa, / come una porta che sbatte. / Quella porta Gli spaccò il cuore / perché il Suo era un bisogno dolente. / Del Suo bisogno Egli fece una statua. / Col Suo pene per scalpello / scolpì la Pietà» («Gesù dormiente»). 
Non stupisce che ci fossero delle resistenze da parte di accademici americani e italiani. «La pubblicazione di Life Studies di Robert Lowell nel 1959 si situa come capovolgimento imprevisto nella poesia formalista e impersonale degli anni cinquanta – scrive Bianca Tarozzi in Poesia e regressione: Anne Sexton («Annali di Ca’ Foscari», 1973). Sexton e Plath avevano seguito il suo corso alla Boston University nel 1957. Nel 1959 esce la prima raccolta della Plath, Colossus, Sexton segue nell’anno successivo con Bedlam and Part Way Back, che il maestro aveva già letto, e il 1° dicembre 1961 le scrive: «Diverse poesie replicano grosso modo lo stile del mio Life Studies; il metodo e le emozioni (questo dipende non da imitazione ma da una esperienza simile – penso spesso e sento così, anche se scrivo altrimenti) mi sono familiari, e ora quasi ti invidio […] Quando qualcuno sa chi è, come hai fatto tu, e si denuda con questa profondità, è assurdo sottolineare i piccoli difetti […] Penso che il tuo prossimo libro costituirà un ulteriore passo avanti […] Stai cavalcando la marea e sei sola» (corsivo mio). 
Per conoscere meglio Anne Sexton e certa psicoanalisi degli anni cinquanta e sessanta è consigliabile leggere An Accident of Hope di Dawn M. Storczewski, che ha trascritto parte delle sedute di Sexton e del dottor Martin Horne che le ha rese disponibili. Dopo la nascita della seconda figlia, Sexton in preda a depressione post-partum aveva iniziato quegli incontri che dureranno quasi otto anni: tre volte alla settimana, e telefonate negli intervalli – ventotto anni lei, ventinove lui. A quella ricca casalinga, bella, intelligentissima, con modesta cultura, il dottore consigliò di scrivere poesie per occupare il tempo mentre cercava di farle accettare la normalità del suo destino di moglie e madre. Dopo sei mesi lei gli portò ben sessanta poesie. Il dottore non credeva alla poesia, e non si accorse di aver messo la sua impavida paziente non su una strada verso la normalità – la realtà «così com’è» secondo la sua definizione –, ma una strada ben più allettante e pericolosa. Benché nato a Vienna, da madre anche lei analista, non aveva letto Schopenhauer. «Non appena scendiamo in noi stessi e, drizzando la conoscenza verso il nostro interno, vogliamo renderci di noi consci appieno, ci perdiamo in un vuoto senza fondo, simile a cava sfera di vetro dal cui vuoto parli una voce, della quale non è possibile trovar nella sfera una causa; e mentre facciamo per ghermire noi stessi, rabbrividendo non afferriamo che un vuoto fantasma» (Il mondo come volontà e rappresentazione, citato da Remo Bodei, Sovrapposizioni, 2016). Lowell aveva avvertito il pericolo, e si era arrestato in tempo. 
Se in pieno Romanticismo un poeta assoluto come Keats ancora invocava Mnemosine come dispensatrice della divina Poesia, per cui era disposto a pagare con la vita stessa, non stupisce che nelle frange neo-romantiche un poeta naïf come Sexton ne ripeta la parabola, assegnando all’analista, l’amato dottor Orne, un ruolo che lui sempre rifiutò. Con voce drammaticamente impostata, lei affrontava i ripetuti mugolii di lui, non proprio silenzio, ma forse peggio. «Buffo che a lei non importi di me come poeta. Ma lei mi ha creato poeta. Lei si prendeva cura di me. Allora lei, io, creammo il poeta». Aveva coniato l’orribile termine «concreazione» per convincerlo. Ma fu del tutto inutile, e il dottor Orne partì per Boston, appena sposato. 
Ormai Anne Sexton appartiene alla genealogia eletta che nel Novecento ha ricalcato le orme della prodigiosa Emily Dickinson, insieme a Sylvia Plath, Amelia Rosselli… Aggiungerei Alda Merini, benché non suicida, che componeva poesie come un flusso senza argine di sorta. Ricoverata più volte in manicomio, subì l’elettrochoc, amò molto, e liberata finalmente dal suo utero, a tarda età si inventò affascinante performer accompagnandosi al piano mentre recitava le sue poesie, in un bar dei Navigli.


(Alias – il manifesto, 27 giugno 2021)

inviata da Antonella Doria


Una signora anziana

capelli corti e grigi come i miei,

giacca e pantaloni, niente di trasandato

(sono più malmessa io), un’intellettuale, direi, un volto

da “Libreria delle donne”, entra

nel vagone della Metropolitana

dove sono seduta, estrae dalla tasca

un’armonica a bocca, suona

Oh Susanna!, Jingle Bells e chiede

l’elemosina, lasciandomi basita.

A me piace dare sempre qualcosa

senza giudicare: a questo sì, a questo no.


da Frisbees nel metro


Un abbraccio a Giulia con tutto il nostro amore!

Ciao Ciao

Antonella Doria


(www.libreriadelledonne.it, 26 giugno 2021)

di Arthur C. Brooks


Mio padre era un uomo generoso e gentile, ma spesso di umore cupo. Era afflitto da problemi grandi e piccoli, dal destino del mondo all’acqua in cantina.

Ricordo di averlo visto sinceramente felice due volte. La prima, quando ha cominciato a svolgere un secondo lavoro come autista di autobus perché il solo stipendio da insegnante non era sufficiente a soddisfare le necessità della nostra famiglia. La seconda qualche anno dopo, quando ha deciso di migliorare la sua carriera, ancora una volta per il bene della nostra famiglia, prendendo un dottorato di ricerca. In entrambi quei periodi era esausto e sopraffatto dal lavoro. Ma sorrideva e rideva più del solito e sembrava non curarsi dei piccoli fastidi e dei grandi dilemmi che normalmente lo deprimevano. Ricordava quei tempi con vera tenerezza.

Mi è sempre sembrato paradossale: era meno felice quando era meno oppresso dal pensiero dei soldi e aveva più tempo libero, ed era più felice quando faceva più sforzi. Questo paradosso però ha una spiegazione e contiene un segreto di felicità per i padri, i padri potenziali e anche per tutti gli altri.

Esigenze economiche e sociali

Molti studi dimostrano che in molte aree del mondo industrializzato gli uomini hanno meno figli e diventano genitori in età più avanzata, ancora più di quanto accada alle donne. Questo è vero soprattutto nel caso di uomini molto istruiti. Indubbiamente queste decisioni sono al tempo stesso il riflesso di un’economia che richiede un’istruzione più elevata e dei costi altissimi per ottenerla, sia per i (potenziali) genitori sia per i loro (potenziali) figli.

Ma probabilmente dipendono anche dal fatto che oggi ritardare il momento in cui si diventa genitori o ci si rinuncia del tutto è una cosa socialmente più accettabile che in passato. Quando ero piccolo mio padre una volta disse con disinvoltura (esprimendo un commento che mi aveva fatto provare un certo nervosismo): «Negli anni sessanta non ho mai pensato che si potesse scegliere di non avere figli». Oggi non c’è niente di particolarmente strano se un uomo (o una qualsiasi persona adulta) compie una scelta di questo tipo.

Non opponete resistenza al lavoro e alle rinunce che la paternità comporta

La paternità, come la maternità, richiede sacrifici evidenti in termini economici e sociali. Dal punto di vista del bilancio della felicità, però, le prove a favore sono molto forti: per l’uomo medio la paternità è al netto di tutto una grandissima fonte di benessere. In una ricerca pubblicata sulla rivista Psychological Science nel 2012, gli studiosi hanno scoperto che i genitori sono più felici, provano più emozioni positive e danno più senso alla vita rispetto a chi non è genitore, cosa particolarmente vera nel caso dei padri.

Un altro gruppo di ricercatori ha scoperto nel 2001 che gli uomini che vivono con i figli piccoli (o che hanno figli grandi) provano una maggiore soddisfazione nella vita e sono meno esposti al rischio di soffrire di depressione rispetto agli uomini senza figli o che vivono separati dai figli piccoli.

Oltre a essere più felici, gli uomini con figli lavorano molto di più degli uomini senza figli, anche se il loro tempo tende a essere limitato dalla vita di famiglia. Secondo la ricerca del 2001, gli uomini che vivono con i figli lavorano in media 6,6 ore in più alla settimana rispetto a quelli senza figli e due ore in più rispetto a quelli che non vivono con i loro figli. E tuttavia l’impatto dei figli sul tempo libero non sembra preoccupare particolarmente la maggior parte dei papà: al contrario, secondo una ricerca del 2016 del Boston College, i padri millennial hanno molte più probabilità di affermare “le mie condizioni di vita sono eccellenti” rispetto a chi non è padre.

Una spiegazione plausibile per questi schemi di dati è che gli uomini felici che lavorano sodo sono anche quelli che hanno maggiori probabilità di diventare padri. Ma credo che una spiegazione altrettanto plausibile sia che il duro lavoro finalizzato al prendersi cura di chi amiamo generi felicità. Una conclusione coerente con le tante prove su quella che gli psicologi definiscono helper’s high (l’euforia di chi aiuta), ossia la sensazione di benessere che sperimentiamo quando ci sacrifichiamo per gli altri. In una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications gli studiosi hanno dimostrato che i partecipanti a un esperimento sul dono si sentivano molto più felici quando si comportavano in modo altruistico. Sacrificarsi per gli altri, soprattutto per quelli che amiamo di più, è come una droga naturale della felicità.

Rinunce e riconoscimento

Questo spiegherebbe il paradosso che ho visto in mio padre. Ovviamente l’euforia di chi aiuta può essere travolta quando le persone si addossano carichi più pesanti di quelli che possono sopportare. Esiste moltissima letteratura sulle difficoltà che i membri di una famiglia devono affrontare quando si occupano di persone care con bisogni particolari o attraversano momenti di ristrettezze economiche. In situazioni normali, però, quando abbandoniamo le nostre zone di comfort in cui ci prendiamo cura di noi stessi e cerchiamo invece di metterci al servizio degli altri possiamo trovare una grande felicità.

Dalla ricerca sulla paternità e il sacrificio emergono tre lezioni sulla felicità. Primo, se volete diventare padri, mettete da parte le esitazioni. Le analisi dei dati dovrebbero aiutare a sfatare la paura comune che la paternità avrà al netto di tutto un impatto negativo sul benessere di un uomo. L’idea che restare senza figli e spensierati sia più soddisfacente è in media sbagliata. Tutti hanno esperienze di paternità diverse e questo dipende da molti fattori, tra cui la qualità della relazione tra genitori. Tuttavia, a parità di condizioni, la paternità è un ottimo investimento in termini di felicità.

Secondo, non opponete resistenza al lavoro e alle rinunce che la paternità comporta. Spesso provo risentimento quando le responsabilità familiari mi trascinano via dalle mie priorità personali che, a differenza di quanto accadeva a mio padre, di solito implicano il desiderio di lavorare di più. Tuttavia il risentimento non è una buona guida alla felicità e la quattordicesima ora trascorsa in ufficio non vale la prima ora a casa. Se, come me, a volte vi irritate per il fatto di dover essere dei genitori, provate con la strategia del “segnale opposto”: quando siete infastiditi all’idea che gli obblighi familiari stiano incidendo sui vostri desideri personali, prendetelo come un segnale del fatto di dovervi concentrare di più, e non di meno, sulla famiglia.

È evidente che alcuni rischiano di esagerare, sacrificandosi oltre ogni limite razionale. Altri padri non si sacrificano affatto per i loro familiari, o li maltrattano. Ma se un padre è un bravo genitore, merita di saperlo, il che ci porta alla terza lezione: l’euforia di chi aiuta è fantastica, ma potete rendere il vostro papà ancora più felice riconoscendo il modo in cui si è messo al servizio della vostra famiglia e ringraziandolo per questo.

Da molti studi emerge con chiarezza che dimostrare il vostro apprezzamento probabilmente contribuirà a migliorare il vostro rapporto e vi renderà più felici. Forse avete il genere di papà che non apprezza questo tipo di riconoscimento – «Che diavolo pensavi che avrei fatto, che vi avrei lasciato morire di fame?». Non importa. I ringraziamenti saranno comunque registrati e vi aiuteranno entrambi.

Tutti questi consigli offrono una guida per la paternità, ma non è detto che la renderanno più semplice.


(The Atlantic, Stati Uniti-Internazionale, 25 giugno 2021; Traduzione di Giusy Muzzopappa)

di Maria Teresa Carbone


Come saranno tra venti o trent’anni le librerie? Esisteranno ancora? Che aspetto avranno? Sono domande a cui non è facile rispondere, se pensiamo a quanto è cambiata negli ultimi decenni l’industria editoriale e in parallelo a come si è modificata la pratica della lettura. Ma intanto, nel nostro qui e ora, le librerie non solo sopravvivono, ma continuano a «svolgere un ruolo cruciale nel tessuto economico e sociale delle comunità»: è con questa motivazione che – riferisce Publishers’ Weekly – la statunitense Book Industry Charitable Foundation si prepara a distribuire più di un milione di dollari a 115 librerie indipendenti sparse in tutto il territorio degli Usa. L’iniziativa fa parte del programma Survive To Thrive il cui ideatore, John Ingram, afferma che «sostenere le librerie locali è un ottimo sistema per aiutare le comunità mentre si avviano a superare la crisi pandemica».

In tutt’altro contesto, ma partendo da presupposti analoghi, «donazioni di denaro e libri sono affluite da tutto il mondo per sostenere la ricostruzione di una delle più grandi librerie di Gaza, quella di Samir Mansour, distrutta a maggio dagli attacchi aerei israeliani», scrive sul Guardian Alison Flood. A lanciare la campagna di fundraising sono stati due avvocati specializzati nella difesa dei diritti civili, Clive Stafford Smith e Mahvish Rukhsana, convinti – dichiara Rukhsana – che «anche se le bombe sulla libreria non sono state la tragedia peggiore per Gaza, hanno inferto un attacco al sapere della comunità». E dato che prima della distruzione i frequentatori del negozio di Samir Mansour potevano rimanere tutto il tempo che volevano, bevendo tè e leggendo libri senza obbligo di acquisto, lo scopo della campagna non si limita a ridare vita alla libreria, ma punta ad affiancarle un centro culturale dotato di una biblioteca permanente.

Altrettanto fondamentale (se non di più) in questi stessi giorni è il ruolo delle librerie indipendenti di Hong Kong che, mentre il quotidiano Apple Daily è costretto a interrompere le pubblicazioni, cercano di dare spazio a una pluralità di voci. Alcune, per esempio, offrono a lettrici e lettori la possibilità di accostarsi a titoli ormai introvabili nelle biblioteche pubbliche. È il caso di Book Punch, nata nel 2020, all’indomani della promulgazione della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino in reazione alle proteste antigovernative dell’anno precedente.

«Ho aperto la libreria – ha detto il fondatore, Pong Yat Ming, a Tiffany May del New York Times – perché non volevo che Hong Kong tacesse sotto la pressione… Il movimento ha cambiato il modo in cui le persone leggono e il valore che danno ai libri, e io vorrei che emergesse questa energia, questo desiderio di cambiamento attraverso la lettura».

Book Punch non è l’unica libreria della metropoli asiatica a cercare di percorrere la strada impervia della resistenza. Alcuni librai si propongono di mantenere un’offerta ampia, pur nei limiti della legalità: «Per quanto possibile, cercheremo di gestire la nostra libreria senza infrangere le regole. Quindi se il governo dice esplicitamente che certi titoli costituiscono un problema, ci adegueremo, ma continueremo nel nostro lavoro», dichiara Daniel Lee, gestore della libreria universitaria Hong Kong Reader, consapevole tuttavia che «si tratta di un compromesso». Altri, come Pong o come Sharon Chan, proprietaria della piccola Mount Zero, tengono posizioni più frontali e si azzardano a ospitare incontri con autori «politicamente controversi». «Penso che i clienti vedano la mia libreria come uno spazio dove si sentono al sicuro e trovano persone che la pensano come loro», dice Chan. Difficile sapere se e quanto questo durerà.


(il manifesto, 24 giugno 2021)

di Andrea Cortellessa


In tanti hanno parlato delle due vite di Giulia Niccolai (scomparsa martedì all’età di 86 anni). Lo ha fatto lei stessa nelle diverse scritture incollocabili nelle quali nell’ultimo periodo ha rivisitato la propria esistenza alla ricerca di quei fili sottili che alla vita di ciascuno di noi danno senso (o almeno, così ci pare). In Esoterico biliardo (Archinto 2001) riprendeva un’immagine dell’amico Manganelli, quella degli «spaghi tronchi, non collegati», dei quali «è fatto il mondo». Sostenendo di essere giunta a «riallacciarli» sino a comporre «un continuum»: «la chiave per interpretare tutto ciò che era fino ad allora rimasto in ombra».

In genere, invece, alla nostra vita senso lo possono conferire solo gli altri: per il buon motivo che la fine della vita, a colui che la vive, non è dato viverla. Ma quello di Giulia è un caso particolarissimo. Chi si è avvicinata di più a spiegarlo è stata Cecilia Bello Minciacchi introducendo al suo ultimo libro, Foto & Frisbees (Oèdipus 2016). Alludendo alla cesura nella vita e nella scrittura di Niccolai, l’ictus che nell’85 la conduce ad abbracciare il buddhismo tibetano, nota Cecilia la reintroduzione di quell’«io» che i Novissimi del ’61 tanto avevano predicato di «ridurre». Ma, a differenza che nel minimalismo neocrepuscolare (o massimalismo neodannunziano) di quegli stessi anni Ottanta ideali eterni, che da allora non la smettono di combattere la loro guerra postuma contro gli anni Sessanta, l’Ego di Giulia è «purgato, ha dovuto perdere la sua arroganza».

Specie nella forma poco dopo brevettata, quella dei Frisbees – petis-riens fondati su un’osservazione minima, un calembour, più spesso un «errore» di percezione o espressione –, la poesia di Niccolai si vota a riportare «piccoli eventi quotidiani, marginali, frammenti, lampi, guizzi di un senso subalterno» (così Milli Graffi – curatrice nel 2012 della grande silloge Poemi & Oggetti – scomparsa a sua volta un anno fa). Un esempio perfetto è quello sulla controcopertina di Foto & Frisbees: «Io mi presentavo sempre come / “traduttrice”, se poi mi capitava / di aggiungere: sono anche poeta, / immancabilmente l’interlocutore / mi correggeva: vuoi dire poetessa? / La volta successiva, con un’altra persona, / se dicevo: sono anche poetessa, / venivo comunque corretta con un: / vuoi dire “poeta”? / Insomma, una beffa. / Ora sono monaca».

Anche nella produzione più recente la musa di Giulia resta l’ironia, come ai tempi delle prime raccolte. Ma ora allestisce un micro-set di piccoli o grandi equivoci nei quali lei stessa volentieri si mette in scena. E commenta: «Da giovane invece, non sbagliavo mai». Ecco, chi ha assistito negli ultimi anni alle sue letture (spesso accompagnate dal rintocco allusivo di un microscopico gong, interpunzione scenica suggeritale dall’amica Franca Rovigatti) ha potuto notare come gli «errori» indotti dai postumi dell’ictus facessero ormai parte indissolubile della sua scrittura. In questo modo la tanto perseguita «chiarezza», da lei contrapposta alle ellissi degli anni Sessanta e Settanta, non diventa mai prevedibilità monotona, risaputa litania del senso comune.

C’è sempre uno scarto, una microfrattura del senso che rende i frisbees, spesso, simili a koan: quei brevissimi paradossi zen che si fanno esercizi metodici del dubbio e dell’attesa paziente dell’illuminazione, il satori.

Ma quante sono state, davvero, le vite di Giulia Niccolai? È facile pensare all’incontro (comune anche al sodale Corrado Costa, ai tempi mitici del Mulino di Bazzano) fra spregiudicatezza occidentale e saggezza orientale, o a quello tra raffinatezza europea e vitalità yankee (di madre americana, Giulia ha passato oltreoceano diverse delle sue esperienze-chiave). E forse ha ragione Cecilia Bello: a contare è soprattutto l’«&» al centro del titolo, il supplemento spiazzante che disassa ogni dialettica (poetessa o traduttrice? poetessa o poeta? monaca).

Eppure proprio quest’ultimo titolo menziona le due anime che Giulia non ha mai voluto confondere tra loro: «Foto & Frisbee». Queste le due sponde: la sua prima vita è dominata dall’immagine, la seconda dalla scrittura (a far da cerniera l’unico suo romanzo, Il grande angolo del ’66, che racconta, se così si può dire, appunto il passaggio dall’una all’altra). Non sono mancati da parte sua esperimenti di «poesia visiva», ma se la generazione di Giulia Niccolai è stata quella che con più convinzione ha intrapreso una Expanded Poetry, nel suo caso la poesia è consistita piuttosto in una «contrazione» che l’immagine evoca senza, perlopiù, farla propria. La sua è piuttosto un’immagine interdetta, il calco di un’assenza.

Negli anni Cinquanta la giovane Giulia era stata una fotogiornalista di successo: collaboratrice dei primi rotocalchi che, su modelli d’oltre Atlantico, mettevano la fotografia al centro della comunicazione. Dalla Milano bohémienne del Bar Jamaica viene spedita a ritrarre protagonisti della politica, dello spettacolo e dello sport. A metterla in crisi, un incidente di percorso: nel ’60, all’indomani dei suoi trionfi sulle piste dell’Olimpico, Giulia viene spedita da Wilma Rudolph, la fulgida Gazzella Nera; ma trova una ragazza depressa, annichilita dal successo. Mandato il reportage, si sorprende a leggere sulla «Settimana Incom» che «tutto il lavoro era stato purgato e stravolto, e Wilma Rudolph appariva come un’eroina da favola, felice e vincente». La Gazzella morirà cinquantenne, alcolizzata; ma intanto Giulia decide che è venuto il momento di cambiare strada.

Tranne poche eccezioni, sino a poco tempo fa le foto della prima Giulia, per una storia complicata di gelosie e smarrimenti, si credevano perdute per sempre. E invece la giovane Silvia Mazzucchelli, testarda, non ha smesso di cercarle e infine le ha ritrovate; le ha portate a casa di Giulia, e sedute a un tavolo insieme le hanno ripercorse (mi dice Marco Belpoliti che ne era già prevista un’edizione). In un ricordo apparso ieri su «doppiozero» Mazzucchelli ne riporta tre o quattro, di miracolosa freschezza (vi si vedono fra gli altri un Fellini distratto, a Via Veneto, e un Kubrick inquieto mentre lavora alla sceneggiatura di Lolita).

Posso solo immaginare cosa abbia potuto provare, nel rivedere quelle immagini, chi le aveva scattate sessant’anni fa. Le due sponde misteriosamente riavvicinate, gli spaghi della vita all’improvviso riallacciati, il continuum ricomposto. Così era forse inevitabile che il circolo si chiudesse, e il viaggio avesse termine. Ma proprio perché sono state più di una, davvero non è stata una brutta vita la tua, Giulia.


(il manifesto, 24 giugno 2021)

di Maria Cafagna


Quando vedo le persone che comunicano taggandosi a vicenda nelle storie di Instagram penso: ma perché non vi telefonate? Sarà che sto invecchiando e a volte mi sento la mamma di Zerocalcare, ma trasecolo ogni volta che vedo qualcuno che usa Twitter o Instagram come una chat privata. Qualche giorno fa la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie ha pubblicato sul suo sito un breve saggio che ha fatto molto discutere. Adichie è da anni impegnata nella lotta al razzismo e per le pari opportunità, ed è diventata celebre in tutto il mondo grazie a un TedTalk poi diventato un bestseller dal titolo “Dovremmo essere tutti femministi”. Nonostante si sia sempre battuta per un mondo più inclusivo, nel 2017 Chimamanda Ngozi Adichie è stata accusata di transfobia dopo aver detto in un’intervista che secondo lei «le donne trans sono donne trans». In seguito, Adichie ha spiegato le sue dichiarazioni con un lungo post su Facebook e ha difeso un controverso intervento di J.K. Rowling sull’identità di genere. Con il saggio It’s Obscene, la scrittrice nigeriana è tornata sull’argomento allargando il ragionamento all’odio in rete.

Chimamanda Ngozi Adichie racconta che di tutta quella vicenda è stata particolarmente colpita dall’atteggiamento di due persone a lei vicine: entrambe avevano frequentato i suoi corsi ed entrambe, seppure a diversi livelli, godevano della sua stima. Dopo le sue dichiarazioni del 2017 però, hanno preso le distanze da lei accusandola pubblicamente di essere una persona transfobica e aizzando shitstorm ai suoi danni. La prima persona di cui parla Adichie ha poi provato a contattarla chiedendole perché avesse interrotto i rapporti con lei in seguito a quell’episodio; la seconda persona (l’autore Akwaeke Emezi) ha poi usato il nome della scrittrice nella quarta di copertina del suo romanzo d’esordio, mandando su tutte le furie la stessa Chimamanda Ngozi Adichie che, come è facile immaginare, ha chiesto all’editore che il suo nome venisse cancellato. A questa richiesta sono seguite altre frasi pesanti: la persona in questione ha infatti scritto che la morte dei genitori di Adichie durante la pandemia è stata la punizione divina per le sue frasi transfobiche.

Dopo aver ricostruito l’accaduto, Chimamanda Ngozi Adichie si chiede se un atteggiamento così aggressivo e chiuso di una parte sempre più importante di giovani attivisti e attiviste non sia dannoso e controproducente.

Mentre la maggior parte di chi ha commentato il saggio si è concentrata su queste questioni, a me ha colpito il passaggio in cui, riferendosi alla giovane scrittrice che aveva aiutato e a cui si era molto affezionata, Chimamanda Ngozi Adichie dice «naturalmente [quella persona] avrebbe potuto benissimo avere dei problemi con quell’intervista. Questo è abbastanza legittimo. Ma ho avuto un rapporto personale con lei. Avrebbe potuto scrivermi un’e-mail, chiamarmi o scrivermi. Invece è andata sui social media per mettere su una performance pubblica». Insomma, anche lei come me si è chiesta perché certe cose non si possono risolvere in privato o al telefono anziché usare i social come uno sfogatoio. Il motivo, spiace dirlo, è molto semplice: è tutta una questione di engagement. Lo vedo sul mio profilo Instagram quando commento un fatto d’attualità: salgono le condivisioni, le interazioni e i follower. Se quell’opinione me la tenessi per me, non accadrebbe niente di tutto ciò. Non sono io, non siete voi, sono i social che funzionano così. Se ci stiamo dentro, stiamo alle regole del gioco. C’è un saggio che ho trovato illuminante a riguardo e che vi invito a leggere: si chiama Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social ed è scritto da Jaron Lanier, pioniere dell’informatica che appare anche nel documentario Netflix The Social

Dilemma. Una delle ragioni per cui secondo l’autore dovremmo cancellare i nostri account è che i social network ci stanno facendo diventare stronzi/e: «Ho notato che scrivevo cose in cui non credevo» – scrive Lanier – «solo per procurarmi una botta all’umore. Scrivevo quello che sapevo che la gente voleva sentire, oppure il contrario, perché sapevo che sarebbe partito un flame». Ecco perché non ci telefoniamo, ecco perché partiamo all’attacco, ecco perché siamo aggressive/i: abbiamo venduto l’anima a Zuckerberg. Credo che, oltre a farci diventare ogni giorno più stronzi/e, i social ci stiano facendo diventare sempre più maleducate/i: ringraziamo poco, salutiamo ancora meno, ci arrabbiamo spesso e volentieri. Di questo passo, dice la mia amica farmacista, toccherà rendere il galateo materia curriculare e adottare Il saper vivere di Donna Letizia come testo base alla scuola dell’obbligo. Io sono molto d’accordo con lei, ma ripartire dalle buone maniere potrebbe non bastare. Diverse inchieste riportano che sempre più creator digitali stanno mettendo a rischio la propria salute mentale. Il fenomeno sta diventando preoccupante e diverse testate internazionali danno spazio a questo argomento. C’entrano naturalmente le pressioni e gli hater, ma anche il mondo del lavoro contemporaneo. C’è poco da ridere e tanto da fare, ma possiamo cominciare dalle piccole cose: come alzare il telefono e parlarne.


(Wired.it, 23 giugno 2021)

di Pinella Leocata


Ieri pomeriggio al cinema King, in vista della manifestazione di oggi contro il G20, si è tenuta un’assemblea-dibattito dal titolo: «No al G20. Lavoro e istruzione: voi il problema, noi la cura» promossa da Accoglienza Contro-Vento, Anarchica Palermo, Cobas Scuola (Coordinamento Siciliano), Comitato NoMuos/No Sigonella, La Città Felice, La Ragna Tela, Lhive (ex-Lila), Pci, Prc, Rete Antirazzista Catanese, Stonewall, Sinistra Anticapitalista e Unione degli Studenti.

Un incontro – moderato da Nino De Cristoforo – che ha visto la partecipazione di decine di relatori provenienti da varie parti del mondo – alcuni in presenza, altri in rete – concordi nel sostenere la necessità di rimettere in discussione «gli attuali equilibri che producono guerra, devastazione ambientale, sfruttamento, sessismo, razzismo e negano il diritto al lavoro, alla salute, alle cure, alla casa e all’istruzione».

Una situazione drammatica aggravata dalla pandemia, che «ha esasperato disuguaglianze e discriminazioni, a partire dalla mercificazione della scuola e del sapere, dalla precarizzazione della vita e del lavoro, in particolare di quello femminile».

Una pandemia che – secondo Luca Cangemi, responsabile nazionale Scuola del Partito Comunista – va inquadrata nel contesto internazionale caratterizzato «dal tentativo riuscito degli Usa di ricompattare un blocco imperialista con accanto l’Unione europea, volente o nolente, Israele, il Giappone, che si riarma, e l’India» e da una ristrutturazione capitalista volta a rendere i lavoratori sempre più subalterni al sistema e alle imprese. In quest’ottica anche le politiche espansive adottate dall’Ue sono viste come volte a un tipo di rilancio che incrementerà le asimmetrie economiche e di potere anziché investire a fini sociali le risorse enormi previste dal Recovery Plan.

Di qui anche la critica a Draghi, considerato il garante del progetto Usa, e allo svuotamento delle prerogative del Parlamento, «ridotto ad un passacarte» in un contesto in cui la democrazia costituzionale è stata stravolta e sono attuate forti limitazioni dei diritti costituzionali, a partire da quelli di sciopero e di espressione.

Una situazione che, secondo i partecipanti, richiede il superamento della frammentazione politica e sindacale e la ripresa del conflitto e di «una forte opposizione» e, dunque, una ricomposizione dell’unità a sinistra che qualcuno – come Mimmo Cosentino, segretario Prc regionale – vede possibile solo in quanto «ricomposizione dell’unità proletaria di chi è sfruttato sul lavoro, precario, occupato in nero, migrante, e costretto a farsi carico di tutto il lavoro di cura. Un’unità che va ricostruita a partire dalle lotte sul lavoro, dalle esperienze mutualistiche e dalle battaglie ecologiste».

«In questa fase storica, segnata dal Recovery Plan – secondo Dino Capasso, dell’esecutivo Cobas nazionale – il conflitto decisivo è quello sull’impiego delle enormi risorse stanziate a favore degli Stati». In Italia – sostiene, insieme agli altri relatori – è necessario invertire le tendenze neoliberiste garantendo una redistribuzione del reddito attraverso l’estensione del reddito di cittadinanza verso un reddito universale, perseguendo un lavoro di qualità – e dunque a tempo indeterminato, che garantisca un salario dignitoso e una libertà sostanziale di scelta – e una drastica riduzione del tempo di lavoro a parità di salario per contrastare la perdita di occupazione spinta da automazione, digitalizzazione e robotizzazione. Ancora. È necessario rilanciare i diritti sociali, a partire dai trasporti pubblici e dalla sanità, come il Covid ci ha insegnato a caro prezzo, inclusa la liberalizzazione dei brevetti e la distribuzione dei vaccini a tutte le popolazioni del mondo. Necessario anche garantire il diritto all’istruzione e questo significa superare le scelte che, nel corso degli ultimi decenni, hanno ridotto la qualità della scuola pubblica italiana attraverso l’aziendalizzazione e l’autonomia scolastica che ha messo in competizione le scuole per accaparrarsi gli studenti-clienti, mentre i contenuti sono stati semplificati al punto da produrre un analfabetismo di ritorno e a percorsi formativi in cui la digitalizzazione è il format del processo didattico mentre il docente è considerato solo un facilitatore. E, invece, la scuola dovrebbe fornire strumenti cognitivi, spirito critico, saperi disciplinari e la capacità di sintesi, di contestualizzare, di cogliere i nessi.

Non a caso Michela Spera, della Cgil nazionale e femminista della Libreria delle donne, ricorda le lotte del 1973 per conquistare ai lavoratori metalmeccanici il diritto alle 150 ore per ottenere il diploma di terza media e quelle per conquistare, nel 2016, il diritto soggettivo alla formazione, in modo da togliere alle aziende il potere di escludere le donne, i più fragili e i lavoratori sindacalizzati. Ed è significativo che si stia cominciando a lottare, con Informatici senza frontiere, anche contro l’esclusione di chi non sa usare i nuovi mezzi telematici.

Tanti anche i riferimenti alla situazione internazionale, a partire dalla Striscia di Gaza dove i palestinesi – come denuncia Wasim Dahmash, docente – «sono reclusi da quindici anni in un vero e proprio campo di concentramento. Un crimine contro l’umanità sostenuto dagli Usa e dagli Stati imperialisti che vogliono sfruttare le risorse dell’area mediorientale. Eppure l’Italia ha consentito a Israele di svolgere in Sardegna un’esercitazione con F35, gli aerei che nei giorni scorsi hanno bombardato la Striscia di Gaza». Anche in questo caso l’invito è alla mobilitazione e a gesti concreti, come «il boicottaggio votato dal Parlamento europeo contro le merci prodotte nei territori occupati dai coloni o il rifiuto dei portuali di Genova e di Livorno di caricare le armi per Israele nei giorni dei bombardamenti».


(La Sicilia, 22 giugno 2021)

rete1dicembre


Qualche riflessione su questi mesi di lavoro comune sul ddl Zan, grande parte dei quali ci hanno viste impegnate nel tentativo di essere ascoltate dai legislatori e di rompere il silenzio mediatico.

Almeno in parte il risultato è stato ottenuto, e da poco: pensate che il sondaggio che abbiamo realizzato in crowfunding, che è stato un po’ il giro di boa, è solo dei primi di maggio.

Questa prima fase si è conclusa.

La seconda fase è iniziata dal momento in cui le nostre voci sono riuscite a farsi sentire – in dibattiti, sui media, in Senato –, presa di parola a cui sono seguite vere e proprie scomuniche pubbliche da parte dell’intero centrosinistra e dei 5Stelle. 

È certamente un bene continuare in un paziente lavoro sotto traccia per convincere senatrici e senatori a considerare il pericoloso merito di questo testo di legge senza fermarsi a letture politiciste ed elettoralistiche. O addirittura personalistiche, per salvare la propria futura candidatura soprattutto in vista della riduzione del numero dei parlamentari.

Ma è bene anche non farsi grandi illusioni sull’efficacia di questa tattica.

È giusto tenere in considerazione i tentativi di Italia Viva di aprire un tavolo di confronto: la partita è sempre di più in mano a Renzi in persona, e si deve tenere conto anche dell’influenza di Maria Elena Boschi, grande sostenitrice di questo ddl.

Ma anche qui, non è il caso di farsi troppe illusioni. 

Difficilmente da un tavolo condiviso potrebbe uscire un testo come quello che tutte insieme abbiamo chiesto dall’inizio:

1. che ometta la parola “sesso”, e quindi si astenga dall’includere tra i reati perseguibili l’odio misogino e, peggio ancora, la misandria

2. che sostituisca il termine identità di genere con transessualità o identità transessuale

3. che riconsideri con attenzione la questione della formazione Lgbtq nelle scuole di ogni ordine e grado, questione che qui non è ancora deflagrata come in Canada e negli USA, ma che ovunque costituisce la prima linea, come si vede anche dalla bozza della Ley Trans che verrà discussa dal governo spagnolo il 29 giugno. È a bambine e bambini che si punta, un vero e proprio grooming per confonderli con l’idea di un genere liberamente scelto e preferibilmente per avviarle-i alla transizione, facendo dell’identità trans un prodotto di massa.

Davvero siamo convinte di avere grandi chance di ottenere questi cambiamenti nel testo di legge?

O invece pensiamo, per amore della mediazione, di poterci accontentare di timide specifiche, cambi di virgole, “ritocchini”?

Pur mantenendoci in stato di attiva vigilanza, senza trascurare nessun tentativo né sminuire il lavoro di chi sta tentando una mediazione, e considerando come possibilità il ripescaggio del ddl Scalfarotto-Annibali, che con l’appoggio di almeno parte del centrodestra garantirebbe senz’altro una buona legge a tutela delle persone omosessuali e transessuali, riteniamo che in questo momento non si possa che dire un netto

NO AL DDL ZAN

così come il femminismo di tutto il mondo occidentale dice NO a leggi analoghe. Sempre pronte a riconsiderare questa posizione, laddove si aprano concreti spiragli. Ma come si direbbe in linguaggio sindacale, di cui molte fra noi hanno esperienza, ormai da settimane la trattativa si è rotta.

Infine, sarebbe anche molto utile considerare, una volta riconfermati i nostri obiettivi unitari come ai punti sopra indicati, la possibilità di riunirci sotto l’ombrello di un’unica sigla, dedicata a dare vita a iniziative pubbliche unitarie, cosa che renderebbe il lavoro più agile ed efficace.


PROVIAMO A DISCUTERNE


 
Maria Laura Antonellini, Alessandra Bocchetti, Annarosa Buttarelli, Rossana Ciambelli, Valeria Damiani, Eloisa Dacquino, Maria Esposito Siotto, Franca Ferrari, Gabriella Ferrari Bravo, Marisa Guarneri, Silvia Guerini, Luisa Muraro, Rita Paltrinieri, Elvira Reale, Monica Ricci Sargentini, Veronica Tamborini, Marina Terragni, Roberta Trucco


(rete1dicembre, 21 giugno 2021)

di Ilaria Capua e Antonietta Mira*


A un anno e mezzo dai primi allarmi per l’emergenza Covid, siamo arrivati a contare almeno 180 milioni di persone infettate di cui 3,8 milioni sono morte. Cosa ci colpisce di queste cifre? L’immensità. E senza dubbio, il dolore e l’impoverimento umano ed economico che questi dati racchiudono. Ma c’è dell’altro che non si vede. Troppo spesso i numeri associati all’impatto del Covid non ci dicono se le vittime siano individui maschi o femmine alla nascita. Eppure, non sono necessari studi approfonditi per capire quanto la differenza di «sesso-e-genere» (ossia il sesso alla nascita e poi l’identità di genere acquisita) sia rilevante in questa vicenda. Non parliamo solo della malattia, del suo decorso o degli eventuali effetti collaterali delle vaccinazioni.

Nel corso dell’emergenza Covid le donne hanno ancora una volta dimostrato di costituire quella resiliente rete d’acciaio che è la trama della nostra società. Si sono dimostrate più resistenti al virus, si sono occupate della cura, dell’istruzione a domicilio e della famiglia allargata e si immagina che saranno probabilmente costate meno al Servizio sanitario nazionale.

Ma la realtà è che non si tratta di diversità soltanto biomediche, ma anche sociali ed economiche. Per esempio, sappiamo che le donne sono più attente nel rispettare i comportamenti virtuosi e questo deve servire a tarare la comunicazione anti-pandemica. E sappiamo anche che sono donne moltissime delle persone impegnate nel contrasto degli effetti della pandemia. Già! Le donne costituiscono quasi il 70% degli operatori sanitari in prima linea contro il Covid e, in quanto tali, sono esposte a un rischio maggiore di infezione o re-infezione. E certo, data l’ostinata e spesso intollerabile persistenza dei ruoli di genere, fa molta differenza se in una famiglia si ammala uno o l’altro dei genitori. Per non parlare del fatto che la gestione della risposta pandemica delle leader al femminile pare sia stata più efficace di quella maschile. I numeri parleranno, si dice. Ecco, appunto: vorremmo avere dati per poter verificare o precisare queste affermazioni. Ma dove trovarli? Di qui la nostra proposta che parte dalla constatazione che includere la dimensione di sesso-e-genere nella raccolta dei dati solo a posteriori quando questa dimensione viene ritenuta pertinente non è, per vari motivi, la soluzione migliore.

È vero che l’Ocse e l’Onu hanno delle linee guida che aiutano a valutare se la prospettiva di genere è rilevante per uno studio e, nel caso, se procedere alla raccolta dati differenziandoli per genere. Pensiamo però che sia arrivato il momento di adottare un approccio addirittura rovesciato. La raccolta dei dati dovrebbe sempre seguire, cioè «by default», il criterio della distinzione di genere e trascurarla solo quando inoppugnabilmente irrilevante. Certo, oggi, grazie ad alcune iniziative internazionali, vi è una grande e crescente attenzione delle istituzioni pubbliche dei Paesi occidentali alla variabile sesso-e-genere. Ma è una sensibilità che spesso non è rispecchiata nei fatti né dalle istituzioni pubbliche né tantomeno da chi fornisce dati a pagamento.

Se una delle eredità del Covid fosse la consuetudine o l’obbligo di raccogliere dati, organizzarli e offrirli «by default» secondo un criterio di genere, potremmo almeno sperare che nell’epoca post-Covid si potrà accompagnare il talento e l’impegno femminile verso la loro valorizzazione in maniera scientifica piuttosto che umorale. I numeri li abbiamo.  
* Università della Svizzera italiana


(Corriere della sera, 20 giugno 2021)

di Clelia Mori


C’è un momento in cui l’arte diventa politica o invece l’arte è sempre politica? Una difficoltà invisibile nell’inquadrare politicamente l’immagine spunta fuori quasi automaticamente quando si parla d’arte e Katia Ricci mi ha chiesto di scrivere cosa intendo quando dico che “fare arte è politica”.

È un’affermazione che ho fatto nell’incontro su Zoom “Raccontarsi con l’arte e la politica” in cui si discuteva di due libri: “Lupini violetti dietro al filo spinato” e “Le immagini che restano”, che è anche un’esposizione di disegni nella Quarta Vetrina della Libreria delle donne di Milano e riguarda il valore politico dell’opera.

In queste discussioni emerge spesso una spinta emotiva, tutta da indagare: la “difficoltà invisibile” di cui parlavo, a contenere, per condividerlo, il valore simbolico di un’opera. È una spinta che tende a esulare dal linguaggio artistico e a delimitarlo. Ma questo linguaggio non è facilmente delimitabile perché è propulsivo dell’origine di ogni discorso artistico. Il suo alfabeto è posseduto solamente dall’artista. Sta nella sapienza linguistica artistica il potere simbolico di definire da subito l’opera nel suo essere insieme fatto estetico e atto politico.

“Lupini violetti dietro al filo spinato”, scritto da Katia Ricci, contiene i disegni delle artiste deportate del campo di concentramento tedesco di Ravensbrück che sono stati messi nella conferenza, forse con troppo entusiasmo se ragioniamo sulle diverse violenze e non parliamo del valore politico dell’immagine, in relazione con quelli di “Le immagini che restano”, realizzati da Paola Gaggiotti, che rappresentano una violenza subita nell’infanzia. Come filo rosso tra loro, la conoscenza del disegno espressa in modi singolari per la varietà delle artiste. Disegni dal passato insieme a disegni del presente. Un passato e un presente violenti che inquietano nel decifrarli. Entrambe le autrici, una scrittrice e l’altra disegnatrice, erano presenti e hanno raccontato il loro legame con le immagini, ma una sola di loro era anche autrice di una parte delle immagini proposte.

E qui il discorso su arte e politica si è ingarbugliato soprattutto rispetto alla possibilità di determinare se l’arte, oltre ad aiutare a raccontarsi, sia anche politica. Non si è riuscite ad affermarlo se non parzialmente. Per Francesca Pasini, curatrice della Quarta Vetrina, pare occorrano precise condizioni di tempo, presenza e luogo perché si possa “probabilmente” definire politica l’arte: «non sempre» ritiene lo sia perché «arte e politica non è una ricetta, va costruita», ma da chi se non dall’artista? È qui, per me, che il discorso si è ingarbugliato: quando lei ha parlato della relazione sul tempo presente e su quello passato e ormai lontano, sulla presenza di una sola artista (ma le altre non potevano), sull’esposizione in un luogo preciso (ma i luoghi e i tempi sono tanti e l’estetica e la politica passano anche da lì), sulla politica delle relazioni e la relazione dell’artista con la sua opera e il mondo, sulla violenza nelle sue varie espressioni maschili sapendo che, però, Ravensbrück la delegava alle Kapò. (Video Zoom di “Raccontarsi con l’arte e la politica” 22 maggio 2021: sito Libreria delle donne di Milano o su You Tube).

Raccontarsi con l’arte e la politica è un gesto che avviene in presenza, ma avviene, ed è importante affermarlo, quando le opere sono già state fatte. Le opere, nuove o vecchie che siano, sono sempre contemporanee a chi le guarda e anche l’artista lo è, se lo si sa vedere, perché parla coi suoi segni. Se se ne parla è perché i lavori sono lì, presenti, esposti davanti a noi e ci stimolano. Se poi c’è l’autore o l’autrice è un dono in più dell’arte, che ci ha fatto ri-conoscere l’artista nel momento in cui propone la sua opera.

Raccontarsi con l’arte e con l’aiuto della politica può accadere solo perché qualcuno o qualcuna si è già espressa con le sue “pratiche artistiche”, come le chiama Donatella Franchi. Le pratiche artistiche sono il linguaggio che un artista sceglie per rappresentare con segni non alfabetici una forma visiva. E, quando pratica, l’artista è solo o sola a fare. Nessun altro o altra può fare per lei. Nessun altro può rendere visibile un’immagine che esiste solo nel desiderio personale. Si tratta di sentire. Sentire dentro l’immagine che vuole andare a vivere fuori. Si sente ancora prima di immaginare, pensare, dire o raccontare. E questo sentire si scava piano piano il suo varco per venire alla luce.

Non è detto che le pratiche artistiche/politiche una volta decodificate siano subito riconosciute, ma non è importante perché i segni le hanno già scritte, sintetizzate in luci e ombre nello spazio per parlare alla sensibilità di chi le guarderà.

L’artista parte sempre da sé e dalle sue relazioni col mondo e il suo esprimersi è interpretato in modo variabile col passare del tempo e di chi l’osserva, come ha ben dimostrato Katia Ricci nel suo libro che, partendo dai disegni delle artiste di Ravensbrück, è arrivata alla vita della sua famiglia e delle sue donne, in Puglia, rompendo l’abitudine ormai istituzionale a un solo tipo di racconto sui campi di concentramento. Katia ha reso, come è normale, le autrici e i loro disegni contemporanei a lei, ai lavori di Paola Gaggiotti e a noi che ne stavamo parlando e ha dato un’altra impostazione politica ai disegni di Ravensbrück: li ha resi più duttili alla realtà del mondo esterna al campo.

Un artista, nella sua solitudine, sintetizza un mondo di parole in segni che contengono un prima, un durante e presuppongono un dopo. Il prima e il durante sono le sue relazioni di vita. L’artista non si stacca mai da sé, è impossibile volerlo e le sue relazioni lo inseguono. Se si desidera condividere il suo lavoro esecutivo perché si è fatto parte delle sue relazioni si toglie all’artista parte del valore politico della sua produzione, lo si attribuisce ad altro, esterno, e si rende incerta la sua arte e il suo linguaggio. La relazione con l’artista è sempre un elemento esterno all’opera che lavora invece come input al dialogo politico. Sono momenti politici differenti il “fare” e il “parlare del già fatto”: uno è interno all’opera, l’altro è esterno e l’esposizione e il dibattito vengono sempre dopo. Non si può parlare di un disegno che non c’è.

Un’opera non nasce mai nel vuoto del bianco della tela o della pagina. È già nella testa dell’artista, anche senza forma, e man mano nella sua testa si costruisce e Paola Gaggiotti ci ha raccontato come ha scelto di disegnare, di far nascere le sue immagini partendo da quelle che le erano rimaste più chiare in testa. A un certo punto l’artista sa che deve affrontare il vuoto della tela, del foglio o di un altro supporto e lo trasforma perché è arrivato il momento di dire quella cosa, comprensibile o incomprensibile che sia agli altri e alle altre. Quanto l’opera sarà capita lo dirà il tempo, la sensibilità di chi vede e questo forse non è neppure importante quando nasce l’urgenza di dire… Diventa importante dopo. Lo stesso recupero storico dell’arte femminile e la costruzione ancora faticosa e incompleta di una genealogia artistica femminile – Tomaso Binga, ormai novantenne, una delle poche grandi artiste ancora viventi, non è presente nella mostra “Io dico Io – I say I” alla GNAM di Roma – ci dicono del bisogno di sensibilità e di cura intorno all’arte in genere e in particolare a quella delle donne. Matrice, il libro di Donatella Franchi, ha cercato di dircelo.

Alla luce di tutto questo, non possiamo essere noi, di fronte all’opera, ad affermare che se non ci sono certe condizioni di tempo, presenza e luogo quell’opera non è politica e, se invece ci sono, allora diventa politica.

Se lo affermiamo, nella convinzione che sia necessario un raffinato ragionamento che aiuti una certa pratica artistica ad emergere, automaticamente, lavoriamo per togliere dignità politica ai linguaggi artistici, compreso quello dell’autore o dell’autrice a cui ci riferiamo. Il motivo è semplice: viene a mancare la possibilità del riconoscimento della dignità della parola/segno che sta alla base del fare artistico. Si sposta all’esterno dell’opera parte della sapienza artistica e questo non può accadere perché essa sta sempre e solo dentro. Ovviamente stiamo parlando di «immagini che si possano definire tali» perché affermano «una parte della verità della realtà», il loro “montaggio” è poi il compito della critica (Francesco Ferrari, Un certo modo di sentire qualcosa, Antinomie 2021).

Le immagini e le situazioni si sentono. E se non si sentono bisogna mettersi in attesa ad aspettare di sentirle, non occorre sovrapporvisi. Di questa postura del sentire parla María-Milagros Rivera Garretas nel video della Libreria delle donne sul suo libro Emily Dickinson, vita d’amore e di poesia. E ne scrive Didi Huberman in Sentire il grisou a proposito delle immagini. Sentire è il termine che ci serve per capire e fare l’arte.

Una volta che l’opera è terminata ed è pronta a camminare in mezzo alla gente, nel tempo di ogni luogo che la ospita, allora lì nasce l’altra politica: la pratica politica di chi osserva più o meno magistralmente.

La forza dell’arte, e soprattutto quella delle artiste, sta nel riconoscere la loro sapienza linguistica indipendentemente da tutto quello che le circonda, perché un luogo in cui sono nate le loro opere c’è: è nella loro testa ed è una sintesi di sensibilità, desiderio, piacere, paura, felicità, dolore e tutto quello che l’umano sentire femminile permette di esperire nel piacere del possesso di un altro linguaggio espressivo che va oltre la parola, arriva sempre prima di lei e la contiene già.

Lo sappiamo guardando la funzione dell’arte nell’uso che ne ha fatto e ne fa qualsiasi potere e lo sappiamo la mattina quando ci svegliamo e ci guardiamo intorno per capire dalle immagini che ci circondano chi, cosa e dove siamo, per rimetterci in piedi, continuare quello che abbiamo lasciato in sospeso il giorno prima e andare avanti nei nostri progetti. Oggi che ci siamo date, da molto, il potere di decidere quello che vogliamo rappresentare e come farlo, firmandolo, non possiamo tornare indietro per nessun motivo esterno a noi. Ne va della nostra verità dell’arte come artiste.


(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2021)

di Laura Marzi


La ricerca Il lavoro che usura. Migrazioni femminili e salute occupazionale condotta da Veronica Redini, Francesca Alice Vianello e Federica Zaccagnini edita da FrancoAngeli (pp. 144, euro 19) verte sulla condizione di salute delle donne che migrano in Italia. In particolare le intervistate sono moldave che in Veneto per la maggior parte lavorano come assistenti familiari (badanti). Questo studio, quindi, analizza il lavoro di cura, a partire da una domanda particolarmente interessante: come stanno le donne che in Italia si occupano degli anziani e delle persone malate?

La cura è un dispositivo critico interdisciplinare che può quindi essere esplorato a partire da diverse prospettive di analisi, per questo nell’introduzione le autrici specificano che: «il libro presenta i risultati di una ricerca pilota multi-metodo e multi-disciplinare», condotta a partire da riflessioni teoriche, analisi qualitative e quantitative.

La tematica intorno alla quale ruota questa indagine estremamente innovativa sulla condizione di salute delle care-givers viene affrontata in primo luogo a partire dalla «femminilizzazione delle migrazioni». La catena migratoria ha subito infatti una trasformazione fondamentale negli ultimi trent’anni: «la letteratura ha in generale fatto emergere come le donne, migrando, siano riuscite a declinare al femminile le responsabilità di bread-winner».

Si concentra poi sulle caratteristiche del lavoro che svolgono le donne moldave emigrate a Padova, target principale di questo studio. Emerge prima di tutto un esubero del monte orario, anche rispetto a ciò che è indicato nel Ccnl, che per le assistenti familiari prevede 54 ore di lavoro settimanali.

Nella realtà, le donne che svolgono il lavoro di assistenti familiari, spesso risiedendo nella casa della persona di cui si occupano, non hanno vere e proprie pause e la loro paga, stando ai grafici molto chiari contenuti nel volume, nella maggior parte dei casi non arriva ai 5 euro all’ora. In questa condizione di disponibilità costante e necessaria, che spazio può avere la fragilità delle care-workers? «Nel caso delle assistenti familiari, queste riportano la necessità di dover lavorare anche in caso di malattia. Più di una lavoratrice ha raccontato che in caso di malattia o durante il periodo di ferie, lei stessa si occupava di trovare e pagare una persona che la sostituisse». Considerata la stringente necessità che le famiglie italiane hanno del lavoro di queste donne, tale bisogno non prevede comprensione quando si tratta della vulnerabilità o delle esigenze delle lavoratrici.

Dal punto di vista medico, quando arrivano in Italia le donne moldave sono tendenzialmente più sane delle italiane: «vi è la conferma di una migliore salute rispetto alla popolazione nativa che però si deteriora tra coloro che risiedono da più tempo nel paese di immigrazione».

I medici intervistati, a proposito delle donne straniere che hanno in cura, sottolineano una differenza significativa tra la salute delle «donne dell’est» e quella delle donne dell’Africa subsahariana, che sarebbe decisamente peggiore, anche perché queste hanno maggiori difficoltà a usufruire dei servizi del sistema sanitario italiano. Nessuno dei medici intervistati fa riferimento alla salute psicologica di queste lavoratrici, anche se: «solo il 2% delle donne intervistate soffriva di depressione, mentre dopo la migrazione il dato sale al 13%». E neanche viene fatta menzione da parte dei medici della «sindrome Italia», che indica «la sofferenza psichica delle donne migranti che viene indissolubilmente associata a quella dei loro figli rimasti a casa». Ovviamente le analisi effettuate non riguardano le derive, ancora sconosciute, generate dalla pandemia di Covid-19.

La ricerca ha il merito non solo di porre una domanda tanto ovvia quanto ignorata: come stanno le donne straniere che si occupano di noi? Quanto riusciamo a prenderci cura di loro? Lo fa a partire dalle voci e dalle esperienze delle lavoratrici, senza sovrapposizioni o travisamenti.


(il manifesto, 19 giugno 2021)

di Daniela Morandi


In estate un capo d’organza ci sta. E anche tenere in borsa Organsa, il libro di Mariangela Mianiti, vincitore della trentasettesima edizione del Premio nazionale di narrativa Bergamo. E se lo merita. È un libro che leggi d’un fiato. La sua storia ti scivola tra le dita come un bel tessuto.

La scrittrice è figlia di una brava sarta, che ha cercato di tramandarle il mestiere: Mianiti sa giusto fare gli orli, ma ha cucita addosso la campagna emiliana fin dalle vestine confezionate su misura dalla madre quando lei era bambina. Al lettore ritorna quell’atmosfera di provincia, che supera ogni regionalismo. È catturato da voli in altalena, pedalate in bicicletta, che per chi è nato nella bassa padana, fatta di nebbia e afa, è una religione.

In Organsa rivedi un pezzo d’Italia rurale, ritratti di un album di famiglia, relazioni che si intrecciano, sfilacciano, svelano. La scrittura è fitta ma distesa, come la pianura. Il paesaggio emiliano, naturale e umano, nel libro è vivo. Tradizione e relazioni tra padre e madre, genitori e figli si annodano per tessere il filo conduttore della storia: il racconto spietato di una famiglia e di un microcosmo, delle resistenze sempre bastonate di Luisa, madre che non riesce a battersi per se stessa ma per i figli. Premio meritato con 43 voti.

Un po’ meno meritato il quarto posto di Antonio Franchini, dalla solida scrittura, figlia di un uomo che sin da ragazzino si è immerso nella lettura e letteratura per immergersi nella vita. Il suo Il vecchio lottatore stava bene a pari merito con Splendi come vita di Mariagrazia Calandrone, posizionata al secondo posto con 30 voti. Le sue parole splendono come vita o fanno capire che la vita splende, ma è una consapevolezza che affiora dopo una sedimentazione.

Al terzo posto Nel nome del diavolo di Lorenzo Alunni, antropologo che rintraccia nella «letteratura una torcia per raggiungere certi abissi dell’umano», come dice, ma la sua scrittura a tratti è ancora acerba. A chiudere la cinquina le ossessioni e la parodia di un’emancipazione de I pellicani di Sergio La Chiusa. La cerimonia di premiazione, tenutasi ieri sotto i portici del palazzo della Ragione in piazza Vecchia, è stata una celebrazione della parola, del suo peso e potere seduttivo. Nei saluti dell’assessora alla Cultura Nadia Ghisalberti, del rettore Remo Morzenti Pellegrini, del presidente di Confesercenti Antonio Terzi, in quelli di Dario Zoppetti della Fondazione della Comunità bergamasca torna la bellezza del ritrovarsi, del leggere, dell’assaporare il gusto delle parole. Torna la promozione della lettura e letteratura. Operazione che passa anche dalla Vanoncini Spa, dove è partita l’esperienza del «Book club dei muratori», per incentivare la lettura come fattore aggregante fra i dipendenti: per ogni libro letto e raccontato agli altri, il lettore riceve un buono libri. L’invito del presidente del premio Massimo Rocchi è quello «come dice Pessoa, di diminuire il contatto con la realtà e aumentare l’analisi di quel contatto…».


(Corriere della sera – Cronaca di Bergamo, 19 giugno 2021)

di Silvia Niccolai


Intervento al webinar ‘Cambiare la legge Zan per salvarla’ – 18 giugno 2021


Il ddl Zan punisce chi istiga a compiere o compie atti discriminatori o violenti fondati sul sesso, che è definito come quello biologico; sul genere, cioè le manifestazioni esteriori di una persona conformi o contrastanti con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna; sull’orientamento sessuale cioè l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi, e sull’identità di genere, cioè la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico.

Apparentemente la legge non fa che estendere protezioni contro i c.d. reati d’odio che già esistono da tempo, nel caso della razza ed etnia e religione sin dagli anni ’70 (qui è punita anche la propaganda di idee fondate sulla superiorità razziale); nel caso delle minoranze linguistiche dagli anni ’90.

Se già ci sono leggi simili, che cosa ci può essere in questa, che non va e che si potrebbe modificare?

Il punto è che la legge Zan non è affatto la stessa cosa di queste leggi.

La legislazione esistente, che non definisce cos’è razza e cosa è etnia, prende atto che queste condizioni personali sono state storicamente motivo di violenze e sopraffazioni; si pone in difesa di esse e di coloro che ne sono portatori, visti come soggetti esposti alla discriminazione e in questo senso ‘deboli’; intende evitare che una cosa, che la storia ha dimostrato essere molto cattiva, il razzismo, si radichi nella nostra società, mentre d’altro canto non implica alcuna restrizione della capacità degli esponenti di singole etnie o religioni di riconoscersi, o non riconoscersi, come tali, di promuovere manifestazioni o creare associazioni a favore della propria razza o lingua e riservate ai loro appartenenti.

Ora, invece, così come è oggi formulata, la legge Zan se la prende con una cosa, che non ha mai dimostrato di essere nociva, tanto meno di essere solo nociva, e questa cosa è la differenza sessuale. E per effetto della legge domani esisterebbe una soggettività – tra l’altro una storicamente ‘debole’ – che potrebbe avere problemi a parlare liberamente di sé, a coltivare il senso della propria identità, o a creare associazioni riservate a chi appartiene a quella soggettività. E questa soggettività sono le donne

Mi spiego.

Nel corso dell’iter parlamentare alla Camera fu detto che la legge voleva proteggere «l’identità sessuale della persona». Questo è un concetto validissimo, che ha ampio utilizzo anche nella giurisprudenza costituzionale ed è chiaro e ricco, in quanto indica le manifestazioni della personalità nel campo della sessualità. Esso rende benissimo l’idea di una legge che vuole proteggere le persone dall’essere aggredite se si esprimono nel campo della sessualità in modi non conformi o eccentrici, e perciò può tutelare sia i due gay che si baciano per strada, sia la ragazzina che si dichiara non binary.

La legge, però, nel suo testo, non ha mai parlato di «identità sessuale» ma di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Usando queste quattro parole tutte insieme, e definendole come le definisce, la legge ha scelto di riprendere par pari gli assunti propri delle teorie di genere. Secondo queste teorie la distinzione tra i due sessi è il frutto di costruzioni sociali, tradizioni, costumi, i quali chiudono gli individui in una gabbia repressiva, il ‘binarismo sessuale’, che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce, e che costringe all’eterosessualità (viene detta etero-normatività). La possibilità di dirsi maschio o femmina o nessuna delle due cose indipendentemente dal corpo che si ha – l’identità di genere – romperebbe il giogo repressivo del binarismo, la gabbia dell’etero-normatività.

Il punto fondamentale è che al binomio autoritario e repressivo “binarismo sessuale/etero-normatività obbligatoria” secondo le teorie di genere equivale la differenza sessuale. Infatti, dire che le donne e gli uomini esistono è, dal loro punto di vista, già propalare e rafforzare i pregiudizi che imprigionano le persone nel binarismo imposto e nell’eterosessualità obbligatoria.

La legge Zan incorpora queste teorie sia con le quattro parole che usa, sia per come le definisce. Questo è quello che è stato chiamato il significato pedagogico della legge: essa trasmette un ordine di idee secondo cui la differenza sessuale, primo, non esiste, perché è il frutto di stereotipi e pregiudizi, secondo, è solo una cosa negativa, perché limita l’autodeterminazione in materia sessuale (o di genere).

La legge Zan è allora molto diversa dalle leggi sulla razza e etnia. Queste puntano su ciò che, in una società costruita sul ‘mai più’ dopo l’Olocausto si può considerare certamente radicato: il senso del disvalore che ha il predicare la superiorità razziale. Ma la legge Zan mette un accento di disvalore sulla differenza sessuale, che in effetti non si spiega, se non pensandola solo come le teorie di genere. La storia, infatti, ha certamente dimostrato che nulla di buono c’è nel dire che un bianco è migliore di un nero. Ma quando, mi chiedo, la storia ha dimostrato che la differenza sessuale è una cosa cattiva e dannosa?

La storia ha semmai dimostrato che nella differenza sessuale c’è, o ci può essere, qualcosa di bene, come ora dirò, il che mi darà anche l’occasione di precisare un punto importante: storicamente, il soggetto della differenza sessuale sono le donne e per questo colpire, svalorizzare o negare la differenza sessuale va contro le donne.

A lungo è stato dato per scontato che il soggetto della storia, del discorso, del pensiero, fosse un soggetto di sesso maschile, che però si proponeva come neutro e unico. Gli uomini non si sono posti il problema della differenza sessuale perché la loro differenza sessuale equivaleva all’universale, al normale ed era tutto ciò che contava. Il problema della differenza sessuale lo hanno posto le donne, quando hanno detto: ci sono anch’io, che ho un corpo diverso e quindi faccio anche esperienze diverse del mondo, per cui se le dico ne uscirà, per tutti, un quadro più ricco e più preciso e sicuramente diverso. Ancora oggi si fatica qualche volta a far capire a un uomo che cosa significa crescere in un corpo di donna, che tutti si permettono di commentare, perché un uomo non fa o fa molto più di rado questa esperienza; motivo per cui non la metterebbe nel suo rendiconto della realtà, mentre io ce la metterei di sicuro, il che può autorizzare un’altra a metterci la sua, a dire il mondo per come a lei risulta.

Non che prima non si sapesse che c’erano le donne, beninteso. La scoperta della differenza sessuale è stata che quella certa particolarità, che hanno alcuni esseri umani, la particolarità di nascere con lo stesso corpo della madre, è rilevante. Poiché ha quel sesso una donna si trova dentro una storia, una genealogia e compone pensieri e conoscenze, un proprio punto di vista sulla realtà. La differenza sessuale è rilevante, è stata la prima scoperta. E la seconda è stata che è intelligente, e sovvertitrice: spetta alle donne, a ciascuna di esse, darle un senso, per quello che interessa a ognuna.

Grazie al fatto che la differenza sessuale ha iniziato a essere pensata, nominata, rivendicata, è accaduto che essere nata donna, che era intesa come una sventura o uno svantaggio o come una cosa che significa nulla, ha potuto essere riscoperto, da ciascuna, come una risorsa; un punto da cui ognuna può partire per essere donna a modo suo. Ma ci tengo molto a dire che la differenza sessuale non è un pranzo di gala: «l’avventura di essere la donna che sono, con tutto quel che di non “ordinato”, di meno addomesticabile, di eccentrico, di sconveniente – rispetto alle convenzioni – che questo essere porta con sé può generare molte sofferenze» dice la mia giovane amica Stefania Ferrando. Molte, io per prima, in certi momenti della loro vita avrebbero desiderato non essere donne. Se ho scoperto «l’indicibile fortuna di essere donna» è perché sono stata aiutata, e molto: dalle altre.

Più di tutto, la scoperta della differenza sessuale è stata la scoperta del fatto che le donne possono amarsi: amare se stesse e amarsi tra di loro, cioè volersi bene, prendersi a cuore, appassionarsi l’una delle altre e così anche proteggersi. Quando ero giovane avevo un’amica che, se vedeva che avevo un graffio, mi chiedeva tutta seria: che cos’è? Io sono una che non bada a nulla, mi graffio senza accorgermene, con le piante per esempio. Ma so di cosa voleva accertarsi: che non ci fosse in giro un fidanzato manesco il cui pericolo sottovalutavo. Col suo sguardo, mi trasmetteva un messaggio ancora più importante: mi metteva in guardia sull’essere trascurata circa me stessa, disattenta. Perché sapeva che passano da lì, dalla disattenzione di sé, dal non darsi importanza, molte esperienze negative che le donne subiscono. Gli occhi di un’altra, che lo sanno, e che ti guardano con amore, ti salvano. 

Grazie all’amore delle donne verso sé e le proprie simili abbiamo scoperto che le donne esistono e hanno valore, ma vi sono ancora vasti debiti da colmare nei confronti delle donne, debiti soprattutto simbolici. La filosofa e psicanalista Luce Irigaray, negli anni ’80 disse che si sarebbe dovuta affiggere ovunque l’immagine di una bambina che va per strada per mano a sua madre, e non certo per parlare dell’importanza dell’istituzione sociale ‘maternità’ (allora basterebbero le tante madonne con bambino che vediamo continuamente, e del resto non tutte le donne sono madri, ma tutte sono figlie) ma per rimediare a una contraddizione interiore che molte, e molti, si portano dentro e in cui si annidano molte ingiustizie: da piccoli nostra madre ci sembra molto importante, è lei che ci insegna a parlare, ci apre il mondo, e allora una bambina pensa: ‘che bello che io sono come lei’! Ma dopo, ricevendo dalla società poche conferme che questa forza e questa importanza sono riconosciute alle donne, la bambina impara a sottovalutare sé e la propria differenza.

Facendo proprie teorie che dicono che nella differenza sessuale nulla c’è di importante, tanto meno c’è qualcosa di buono, il ddl Zan si mette dalla parte delle imprese, e sono state tante nella storia, che svalutano le donne, soggetto della differenza sessuale. La legge prevede che nella Giornata contro l’omofobia siano organizzate, anche nelle scuole, iniziative per contrastare i pregiudizi motivati, tra altro, dall’identità di genere. Questo significa, nei termini delle teorie di genere, andare a dire alle bambine che il sesso con cui sono nate, quello della madre, non è per loro anche una risorsa che ciascuna potrà comporre come vuole, un’avventura, ma è solo una cosa ‘biologica’, di cui se vuole può sbarazzarsi. Sapendo che per diventare donna ho prima sofferto di esserlo, vorrei che a ciascuna bambina, prima di dirle che può cambiare il suo sesso se la far sta male, venisse fatto balenare alla mente che in questo suo star male ci può essere il travaglio, con cui può far nascere la donna speciale e unica, la donna imprevista, che è lei.

Concludo. La storia ci dimostra che la differenza sessuale non è solo, come pretendono le teorie di genere, l’equivalente di repressivo binarismo e eterosessualità obbligatoria ma anche e precisamente il modo attraverso il quale la soggettività femminile ha trovato e trova espressione. E la differenza sessuale è qualcosa che attraversa, fondendole e scompaginandole, le ‘componenti’ che il ddl Zan e le teorie di genere spezzettano e pretendono di definire analiticamente: il sesso, che la differenza sessuale riscopre come intelligenza, non come mera biologia; l’orientamento sessuale, perché la differenza sessuale è fatta di amore tra le simili; il genere, perché la differenza sessuale serve a differire, a diventare differenti, cioè rompe e reinterpreta i costrutti sociali; l’identità di genere, perché essere donna è la scelta di una donna – scelta che non deve mai essere ostacolata – di stare dalla parte del proprio sesso.

Se la differenza sessuale è un bene e non un male; o, se si vuole, se essa è anche una cosa buona e non solo una cosa cattiva, e se non sta dentro le caselle del ddl Zan e delle teorie di genere, perché è un concetto molto più ampio, occorre che la legge trovi parole che non escludano, sottovalutino o stigmatizzino la differenza sessuale.

Come? Intanto si potrebbe nominare nella legge – anziché le parole chiave delle teorie di genere – l’omosessualità e la transessualità, cioè le condizioni personali protette, individuandole, come già avviene nel caso della razza ed etnia, sulla base di una storia che ce le indica come motivo di discriminazioni e dando per scontato che esse sono attraversate dalla differenza sessuale.

Si dice che, parlando di transessualità invece che di identità di genere, resterebbe non protetto chi ha un’identità intermedia o fluida. Su questo parleranno altre; solo ricordo che, nel senso comune, le espressioni omosessualità e transessualità coprono una gamma di esperienze molto vasta. E il senso comune delle parole è un’ottima guida per l’applicazione della legge.

Oppure, e sarebbe ideale, si potrebbe ritrovare la felice espressione «identità sessuale»: dire che sono vietate le offese all’identità sessuale e basta. Che le persone abbiano subito e subiscano da sempre offese per questa ragione è fuor di dubbio, tutti lo sappiamo, e la legge chiarirebbe in modo inequivoco che il bene protetto è la personalità umana, in tutti i suoi aspetti, compresa la differenza sessuale, la quale cammina per molte strade, si porta dietro molti conflitti, ma è costitutiva dell’umanità e, oltre al senso negativo che vi danno le teorie di genere, ha quello positivo di aver fatto capire, e di far presente, che le donne sono una parte dell’umanità in tutte le sue espressioni – infatti una donna può essere bianca, nera, disabile, omosessuale, transessuale – e che senza le donne l’umanità non è tale. Ma si potrebbe fare molto di meglio: scrivere che nessuna persona deve essere offesa per come esprime la propria differenza sessuale. Anche perché, ne sono certa, proprio gli ostacoli di ogni natura posti alla libera significazione della differenza sessuale sono ciò che si ripercuote ai danni delle persone omosessuali e di quelle transessuali, in specie delle donne transessuali, che scontano tutta la scarsa voglia che la società ha di pensare la grandezza e la libertà femminile e immaginare il mondo e le leggi a partire da lì.


(Facebook, 18 giugno 2021)

di Franca Fortunato


“Finirà anche la notte più buia e sorgerà il sole”, “ un desiderio di rigenerazione, di respiro, di risveglio”, “con le emergenze, la pandemia e l’isolamento ho sentito l’urgenza di raccogliermi in me stessa per concentrarmi e trovare le risorse per non farmi trascinare in una deriva di bruttura, insensatezza e odio”, “stretta di mano, carezza, bacio tutto scontato poco apprezzato eppure adesso tanto agognato l’abbraccio perduto di un anno passato col volto coperto da un filtro di veli solo uno sguardo smarrito supplica il ritorno al passato ad una vita di incontri per non restare distanti”, “la mia storia mi insegna che la creatività e la ricerca di bellezza sono salvifiche. La bellezza si espande nell’universo, arricchisce e rigenera”, “la natura non chiede permessi per nascere e fiorire”, “la vita non fa salti”, “torneremo a sorridere”, “salviamo il mondo”: sono queste alcune frasi che accompagnano le immagini della mostra di arte postale “Rigenerazione”, curata dalla critica d’arte Katia Ricci e allestita da Rosy Daniello della Merlettaia di Foggia in collaborazione con Le Città Vicine e inaugurata ieri nella sede dell’associazione, in diretta on line. Una mostra legata alla vita, ai sentimenti, ai pensieri, ai sogni, ai desideri, ai bisogni di “rinascenza” del dopo Covid, “di gioia di vivere, nonostante tutto e senza dimenticare il pericolo corso e i lutti”, di cambiamento, di trasformazione di sé e della realtà all’insegna del rispetto per la natura, accoglienza e cura reciproca, per non tornare alla “normalità” del prima ma per “fare sorgere un’aurora foriera di un nuovo e luminoso giorno per la civiltà”. È la natura, rigenerante e rigenerativa, bisognosa di attenzioni, di cure e guarigione, la protagonista della mostra, dove arte, musica e armonia si mescolano alla leggerezza del vivere. Sono cartoline per lo più di donne, spedite da ogni parte d’Italia, dove bellezza e creatività, simbolo di rigenerazione dell’anima, hanno il volto di donna. Donna che si tuffa nel mare e riemerge, donna con una grande rosa sul grembo, donna le cui lacrime riempiono gli oceani, donne che reggono il mondo con la cura e le relazioni umane, unica risorsa generativa di vita e di rinascita. Che cos’è l’arte postale? È una pratica artistica connessa alla vita che viaggia in una busta da città in città, da paese a paese, da continente a continente, tessendo relazioni interpersonali, scambi di pensieri, sentimenti, sensazioni, odori. Nata agli inizi degli anni Sessanta, da artisti desiderosi di fondere l’arte con la vita, ben presto si trasformò in una rete di artisti internazionali e si diffuse anche tra le donne diventando veicolo di consapevolezza della propria identità, del desiderio di significare sé stesse, di diffusione del femminismo. Nel 1975 un gruppo di donne inglesi cominciarono a spedirsi l’un l’altra piccoli lavori artistici attraverso le poste. “Noi cercavamo di unire aspetti apparentemente assai diversi- il privato, il domestico e il personale con il politico e sociale.” Si servivano di materiali poveri, vecchie scatole, abiti e cose riciclabili. L’arte postale è stata uno strumento di sensibilizzazione di lotta e di resistenza in tutti quei paesi dall’America latina a quelli dell’Est in cui vigevano regimi dittatoriali, fino alla sanguinosa guerra nei Balcani. Ha esplorato molte forme creative d’avanguardia: collage di oggetti di uso comune, immagini riciclate, francobolli veri o dipinti, poesie, musiche e immagini di musicisti come quello che nella mostra di Katia Ricci suona col violoncello un inno alla creatività. La bellezza ci salverà? Basta crederci.


(Il Quotidiano del Sud, 18 giugno 2021)

di Silvia Marastoni


Siamo madri, sorelle, donne tunisine che, nella frontiera del Mar Mediterraneo, hanno perso i propri cari – figli, figlie, fratelli e sorelle – morti o scomparsi a causa delle politiche migratorie europee che negano diritti, storie e vite umane. Molti dei nostri cari sono ancora oggi dei numeri senza volto, scomparsi nell’indifferenza politica e sociale.

Per restituire un nome a queste persone e per riconoscere le loro storie, abbiamo deciso di partecipare al progetto della #copertadiYusuf, nata a Lampedusa all’indomani dell’annegamento del piccolo Yusuf, ennesima vittima del mare spinato.

Filo alla mano, trama e ordito, costruiamo la “Coperta della memoria – Tunisia”. Ogni “mattonella” che compone la coperta corrisponde alla storia di una persona scomparsa o morta lungo la rotta migratoria.

Ogni “mattonella” rappresenta una persona che ancora cerchiamo e per cui chiediamo verità e giustizia.

Affinché i nostri figli e le nostre figlie, i nostri fratelli e le nostre sorelle annegati nel Mediterraneo spinato non siano dimenticati: intrecciamo la nostra memoria con quella di altre famiglie e altre madri in Italia e in Tunisia, per costruire un racconto comune, contro la rimozione istituzionale e politica dei diritti.

La coperta della Memoria – Tunisia nasce quindi con lo scopo di non permettere che l’indifferenza trascini nell’oblio queste storie e cancelli le responsabilità di queste morti.

Per fare del racconto un mezzo di contrasto della violenza della frontiera. Per fare della memoria uno strumento di lotta collettiva”.

Dal 5 giugno scorso, le donne tunisine autrici di questo testo si sono unite alle molte/ai molti che hanno aderito all’iniziativa lanciata dal Forum Lampedusa Solidale dopo la morte del piccolo Yusuf, il bambino di soli sei mesi annegato nel naufragio dell’11 novembre scorso nel Mediterraneo che – come hanno scritto le sue promotrici/i suoi promotori – “ha passato più tempo nel ventre della sua mamma che su questa terra”.

Un progetto che “intreccia nella memoria trama del presente e ordito del passato”, perché nel futuro nessuno possa dire “io non sapevo”; che vuole dare voce ai desideri, alle competenze e alle idee soprattutto delle donne”, di chi non vuole arrendersi all’idea che il mare che ci circonda e che è sempre stato fonte di vita per chi vive su queste isole e lungo tutte le coste del bacino del Mediterraneo sia trasformato in un luogo di morte, di paura e di guerra”. Di chi “ha voglia di dire che il Mediterraneo deve tornare a essere fonte di vita, una madre che abbraccia e protegge i suoi figli e le sue figlie”.

Sulla pagina Facebook che hanno aperto, La couverture de la mémoire – Tunisie / La coperta della memoria – Tunisia, anche le donne tunisine hanno iniziato a pubblicare da qualche giorno le foto dei quadrati che insieme lavorano a maglia e a uncinetto: tra i primi, quello dedicato “a Musa Balde, il ventitreenne originario della Guinea aggredito e picchiato il 9 maggio a Ventimiglia, poi rinchiuso nel Centro di permanenza per i rimpatri di Torino in una cella d’isolamento, dove tredici giorni dopo si è suicidato”: “Ucciso”, scrivono nel messaggio che accompagna la “mattonella” di lana, “dalla violenza politica e istituzionale italiana. Per i tuoi diritti calpestati. Per il tuo sogno di libertà”.

Insieme alle tantissime altre arrivate e ancora in arrivo a Lampedusa, andrà a comporre “una coperta infinita, simbolo del legame tra le storie dei singoli, primo passo verso la nascita di una comunità, che diventerà patrimonio condiviso innanzitutto per quella di Lampedusa e Linosa”. E, accanto alle “mattonelle” di lana” cucite, i biglietti “con un titolo e una storia, un pensiero, un racconto, il luogo o la data di quando è successo, un desiderio” che le accompagnano.

Chi desidera partecipare all’iniziativa può spedire un quadrato di lana (10x10cm) realizzato ai ferri o a uncinetto e il proprio messaggio, accompagnati da una liberatoria firmata che ne autorizzi la pubblicazione e – se lo si vuole – il proprio nome a: Biblioteca Ibby Lampedusa, via Roma 34 – 92031 Lampedusa (AG).

Solo questi saranno singolarmente pubblicati, ma tutti quelli ricevuti verranno comunque cuciti e faranno parte della “Coperta di Yusuf”.


(www.libreriadelledonne.it, 17 giugno 2021)

di Alessandra Pigliaru


Torino Spiritualità. Da oggi a domenica un festival di appuntamenti e incontri sotto il segno di «Desideranti. Slanci, brame, mancanze». Intervista con la poeta sabato al Teatro Carignano per il reading «Nostalgia delle cose impossibili». «La gratitudine è alla base di ecologia o ecosofia, da essa si genera l’energia per ricucire il dissestato mondo. L’altro sta assumendo connotati sempre più larghi. Dobbiamo cominciare a pensare alle altre specie, alle altre forme di vita che ci tengono in vita, come prolungamento di noi stessi»


Il desiderio nomina il nostro stare nel mondo, sostanziandolo. Essendo parola in stretto contatto con la materialità delle vite, oltre che con l’oralità, è prossima anche alla poesia. Messo a tema in particolare dalle scritture delle donne e dal femminismo, il suo significato è sovente riferito al luogo della «mancanza». Meglio sarebbe augurarsi di fare l’esperienza potente e somma del desiderare, non accade di necessità in ogni esistenza e può orientare quanto pieno incarnato ci sia nel convocarlo e covarlo.

«Desideranti» è il tema con cui si apre oggi la nuova edizione di Torino Spiritualità, indovinando ciò che più occorrerebbe al presente, dopo oltre un anno di totale spossessamento, fare ritorno al desiderio diviene quasi una pratica sovversiva. «Siamo noi i desideranti, noi viventi», suggerisce Mariangela Gualtieri: ospite sabato al Teatro Carignano (ore 15. 30) farà una lettura pensata per il Festival torinese. «Il desiderio – prosegue la poeta – è energia che ci sostenta e ci muove in una direzione o in un’altra, senza mai trovare compimento».

Il reading di sabato è intitolato «Nostalgia delle cose impossibili». Quali sono?
È un verso di Beppe Salvia, poeta che amo. Non ho mai pensato a un elenco preciso di cose, quanto piuttosto a una scia di entità grandiose e lontanissime che dobbiamo avere abitato, delle quali resta in noi una nostalgia imprecisata e dalle quali a volte sembra di essere precipitati giù. Del resto la nostalgia, come desiderio del ritorno, resta in poesia un movimento radicato e sempre presente.

Per introdurre il suo incontro scrive che ci sono desideri che sono quasi nati con lei e sempre sono rimasti con una così forte intensità, come «massa di energia ardente». Si tratta di una risorsa antica e inaddomesticata cui attingere?
Sì, non si può addomesticare perché non pare di questo mondo e dunque non ha casa qui. Innato è qualcosa che pare avere origine altrove, appartenente ad un altrove.
Forse questi desideri, questa massa di energia ardente, è ciò che determina il nostro essere fatti così, il nostro cesello, il nostro destino, la legge di ognuno di noi e nel migliore dei casi la nostra vocazione, come punto in cui il desiderio diviene un ordine che non si discute. O, potremmo dire, connota il nostro daimon.

Nei suoi versi aleggiano spesso i segni del desiderio, vuoti, mancanze, commozioni, visioni, pienezze; poi c’è un luogo simbolico raro, soprattutto in questo tempo miseramente autocentrato: il desiderio di gratitudine.
Quando ho cominciato a scrivere la lunga lista di grazie ispirata dalla Poesia dei doni di Borges, ho provato grande leggerezza e anche l’impressione di un compimento, come se tutto fosse in attesa di un nostro grazie, la terra, l’acqua, gli animali, l’erba. Penso che la gratitudine sia alla base di qualunque ecologia o ecosofia e che da essa si generi l’energia per ricucire il dissestato mondo.

«Essere amato./ Quanto l’ho voluto./ Quanto ho fatto per questo./ Ho dato tutto di me. Quanto l’ho desiderato/ essere amato». Nel pensiero espresso da «Caino» (Einaudi, 2011) che poi si manifesta nel suo contrario, nella morte, c’è una universale richiesta d’amore tutta umana?
Senza amore l’essere umano non può sopravvivere, si ammala, o «diventa bruttissimo dentro», come recita la Fatina nel nostro ultimo spettacolo. È un ingrediente indispensabile per ogni mammifero, credo, al pari di aria, acqua e cibo. Ma anche le piante, l’acqua o il sole, tutto sembra vivere di una espansione amorosa. Tutta umana è invece la nostra razionalità che finge a volte di poter fare a meno dell’amore.

Un mese fa, con il Teatro Valdoca e per la regia di Cesare Ronconi, avete debuttato con lo spettacolo «Enigma. Requiem per Pinocchio». Ci avete lavorato due anni e i testi sono suoi. A un certo punto scrive: «Ci sono lumache pazientissime. Si può imparare da loro. Non sei migliore. È antico ingegnere spaziale, ciò che chiami lumaca. Sa il segreto delle galassie. Apriamo il tuo orecchio alla lingua sua siderale». In che modo il suo Pinocchio (interpretato da Silvia Calderoni) impara a osservare e sentire le altre lingue?
Pinocchio è legno che desidera farsi carne, fare un salto di regni, e apre così un lungo interrogativo su cosa ci renda umani. Il tema della comprensione all’altro da noi, a questo punto della nostra storia di specie, mi sembra centrale.
L’altro sta assumendo connotati sempre più larghi, non è solo l’altro umano: dobbiamo cominciare a pensare alle altre specie, alle altre forme di vita che ci tengono in vita, come prolungamento di noi stessi.

Tra i suoi ultimi riti sonori, insieme a «Voce che apre» – e a esso strettamente collegato – c’è «Il quotidiano innamoramento», che riprende la raccolta «Quando non morivo» (Einaudi, 2019). Parte dall’incanto fonico di Amelia Rosselli e l’innamoramento possiede improvvisamente tutti i suoni del mondo. A chi si è voluta rivolgere?
Il canto esce urgente e si intona a tutto ciò che ha incontrato con intensità e attenzione.
Non mi rivolgo a nessuno in particolare. Solo vorrei che la poesia radicasse dentro le nostre vite, a celebrarle, negli innumerevoli istanti che attraversiamo, dalle semplici cose, ai più alti e complessi pensieri.


(il manifesto, 17 giugno 2021)

di Laura Marzi


La filosofa Elena Pulcini, docente presso l’Università degli Studi di Firenze, è stata una delle prime studiose italiane a occuparsi di etica della cura. Parliamo di lei, morta il 9 aprile, con Patricia Paperman, docente di sociologia presso l’Université Paris VIII Vincennes Saint Denis, che con Pulcini ha condiviso l’interesse per il tema del care.

Elena Pulcini è la prima studiosa italiana a essersi occupata di cura a partire da un dialogo costante con le altre ricercatrici nel mondo: Carol Gilligan, Joan Tronto, Sandra Laugier e lei, Patricia. Come vi siete conosciute?

Ci siamo lette a vicenda prima di tutto. Ricordo che il responsabile della rivista francese del M.A.U.S.S. (Mouvement Anti-Utilitariste en Sciences Sociales) mi segnalò i suoi testi e che io li lessi con attenzione, colpita soprattutto dal fatto che una filosofa riuscisse a fare ciò che i filosofi non fanno mai: abbandonare un punto di vista generale, universale. Lei non incappava in questo vizio di metodo. Poi, grazie a una conoscenza comune, ho partecipato a un convegno a Firenze sul tema delle emozioni e in seguito per un testo da lei curato, ho redatto un contributo sull’amore che mi ha fatto fare dei progressi. Ho fatto progressi sull’amore scritto, non su quello vissuto, sia chiaro.

In un suo testo di qualche anno fa lei, Patricia, scrive che tendiamo sempre a rinnegare le relazioni di dipendenza nonostante possano essere così importanti nella nostra vita. Elena Pulcini nei suoi studi sulle emozioni insiste su quanto sia necessario proprio riconoscere la dignità della vulnerabilità e della dipendenza.

Ciò che Pulcini scrive sulla dignità della vulnerabilità e della dipendenza è un punto di partenza fondamentale per affrontare la tematica del care, le sue complessità. Pulcini nomina la difficoltà di accettare le emozioni cosiddette negative che emergono nelle relazioni di cura, perché una persona malata può generare disgusto, rabbia e molto altro. I suoi testi aiutano a comprendere come emozioni di questo tipo sorgano sempre nelle relazioni, come quelle di cura, che sono relazioni di potere. Apprezzo molto come non cerchi di semplificare nulla, nominando le strategie di autodifesa messe in atto dalle care-givers e la tirannia che possono esercitare i destinatari di cura. È raro che i filosofi contestualizzino così precisamente le situazioni in cui agiscono questi rapporti di forza: lei non cerca l’universale, nomina la realtà ed è fantastico.

Pulcini scrive che chi ha consapevolezza della propria vulnerabilità è capace di prendersi cura perché riconosce nell’Altr* lo stesso suo bisogno. “Per questo” – scrive in What Emotions Motivate Care? su Emotion Review 2015 – “preferisco il concetto di cura a quello di responsabilità […] Mi pare che il concetto di responsabilità tenda ad accentuare la piena autonomia del soggetto e offuschi l’aspetto antropologico e psichico della dipendenza.

Care e responsabilità sono due concetti che presuppongono punti di vista molto diversi. È importante certo percepire l’Altr* come qualcuno che può avere bisogno d’aiuto, percepire il potenziale bisogno di cura dell’Altr*. Con Aurélie Damamme e alcune dottorande disabili ci occupiamo di disabilities studies e di recente abbiamo avuto un confronto sulla capacità dei figli disabili di percepire il bisogno dei loro genitori, che sono persone tendenzialmente responsabili, e di prendersene cura. Siamo abituate a considerare la relazione di cura in modo schematico, tra chi agisce la cura, care-giver e chi la riceve, care-receiver. Si tratta di un retaggio generato anche dai testi di Joan Tronto, che sono stati certamente fondamentali, ma in realtà le relazioni non sono mai schematiche, neanche quelle di cura: sono stratificate, complesse, contraddittorie.

A partire dagli studi sul care e sulla dipendenza Elena Pulcini ha ampliato la sua riflessione alla necessità di occuparsi del nostro pianeta.

Sì, evidentemente le eco-femministe hanno dato un contributo notevole alla questione, a cominciare da tematiche come quelle di cui abbiamo parlato finora. Del resto, sono decenni di capitalismo sfrenato che hanno portato allo sfruttamento del pianeta. Si tratta però di questioni che io conosco solo come lettrice. Io provo a lavorare sulla realtà delle relazioni e delle emozioni. In questo, la letteratura serve più che la filosofia: nei romanzi leggiamo di come i rapporti dei personaggi e delle personagge siano complessi e a volte incomprensibili, sbagliati, e poi quando dobbiamo analizzare i comportamenti umani, le storie vere, invece vogliamo utilizzare criteri come l’abilità, l’efficienza… Non esiste nessuna abilità quando si tratta di relazioni! I filosofi, però, di solito non lo dicono…


(Erbacce, 16 maggio 2021)