di Giulia Siviero


Riproponiamo questo articolo del 2018 perché è esemplare nel modo in cui espone un caso di femminicidio, raccontando la storia della donna uccisa e rendendo giustizia ai suoi desideri e progetti di vita, e perché dà conto delle parole di uomini che dimostrano di aver capito e di aver saputo scegliere.


La redazione del sito


«Secondo lei è stato un femminicidio?». È la prima domanda che mi rivolge Loredana quando arrivo nella piazza del castello di Tenno, un paese in provincia di Trento. Loredana è la mamma di Alba Chiara Baroni, una ragazza di 22 anni uccisa lo scorso 31 luglio a colpi di pistola da quello che era stato il suo fidanzato per sei anni, Mattia Stanga, 24 anni, che poi si è suicidato. Il caso è tornato su Repubblica e poi sulle pagine di altri giornali nazionali qualche settimana fa perché Gianluca Frizzi, che era il sindaco di Tenno, si è dimesso a causa di una complicazione su una stele dedicata ad «Alba Chiara, vittima di femminicidio».

La storia di Alba Chiara ha a che fare con le dinamiche di un piccolo paese di montagna, dove esistono stereotipi e pregiudizi vecchi e radicati, e dove in questa vicenda il dolore – per quello che è successo e per le persone coinvolte – si è tenuto tutto insieme e a tratti si è sovrapposto. Ma ha anche a che fare con le dinamiche più tipiche della violenza contro le donne, di come viene mal raccontata e spesso negata o messa in dubbio, nei discorsi da bar così come in tv e sui principali giornali nazionali: si privilegia il colpevole anziché la vittima, li si mette sullo stesso piano, si giustifica tutto in nome “dell’amore”, si mostra indulgenza verso le ragioni del femminicida tacendo le aggravanti, come la premeditazione: con il rischio di confondere la situazione, infierire sulle vittime e impedire che la parola femminicidio – con tutto il senso simbolico, politico e sociale che porta con sé – venga pronunciata.

A Tenno vivono circa duemila persone, sparse in otto frazioni che salgono lungo la montagna da cui si vede il Garda, dal castello fino al lago: il “lago azzurro” a cui si arriva attraverso una lunga scalinata medioevale e che è frequentato da molti turisti. Alba Chiara Baroni era nata lì, aveva frequentato l’istituto Depero di Rovereto, si era diplomata disegnatrice orafa alla Scuola d’Arti e Mestieri di Vicenza, era stata capitana della squadra di hockey di Riva del Garda e lavorava in un hotel. Aveva 22 anni. Mattia Stanga faceva parte da anni del corpo dei Vigili del fuoco, per cui era maestro degli allievi, e lavorava come dipendente in una cartiera. «Per le donne qua», mi racconta Massimo Baroni, papà di Alba Chiara, «non ci sono molte opportunità, se non quelle di lavorare nel settore alberghiero: eppure Alba Chiara aveva studiato, e faceva la pittrice. Di Mattia si è scritto che era istruttore dei Vigili del fuoco, che era un operaio specializzato, che era stato ad Amatrice e anche dal Papa. Di lui abbiamo letto tutto questo, addirittura che era stato dal veterinario a portare un cagnolino e che quando gli avevano detto che non c’era niente da fare lui era tornato a casa piangendo. Di lei abbiamo letto solo che era una barista».

Massimo Baroni ha 47 anni. Lui e Loredana si sono conosciuti al cinema guardando Dirty Dancing e stanno insieme da una vita. Mi dice che continua ad avere «un flash nella mente», che pensa spesso a un articolo che aveva letto qualche anno fa su un caso di femminicidio: «Sul giornale si diceva che quella donna faceva la barista, che aveva la minigonna e un top: leggendo sembrava che fosse sua la colpa di essere stata ammazzata».

Alba Chiara Baroni e Mattia Stanga stavano insieme da sei anni, si conoscevano fin dalla scuola materna (lui, nella classe dei “grandi”, era stato assegnato proprio a lei per guidarla nella nuova scuola): dovevano andare a vivere insieme, ma da mesi avevano delle difficoltà. Lei lo aveva lasciato, ma aveva anche scelto di non rendere ufficiale e definitiva questa decisione finché alcuni problemi di salute in famiglia che c’erano in quei mesi non si fossero risolti. Il 31 luglio Alba Chiara aveva raggiunto Mattia Stanga dopo il lavoro nella casa in cui lui viveva con i genitori, e che a quell’ora non c’erano. Intorno alle 13.30 i vicini sentirono gli spari: lui, che aveva il porto d’armi sportivo e che due ore prima aveva comprato una nuova pistola, aveva sparato quattro colpi. «Dieci minuti prima ero con loro», dice Baroni. Ed è il momento più difficile del suo racconto: «Avevo raggiunto Alba Chiara per fumare una sigaretta con lei, dopo pranzo, come facevamo spesso. C’era anche Mattia. Abbiamo parlato di tante cose, lui era normale. Sono andato via. E da quel momento non so più niente».

Che Alba Chiara Baroni e Mattia Stanga avessero dei problemi, e che lei lo avesse lasciato, non è una parte della storia che è circolata molto. Nella ricerca che ho fatto prima di arrivare a Tenno, l’ho trovata su un unico giornale locale, e solo di passaggio; in paese non se ne parla. La versione principale è che quello che è accaduto sia stato «una disgrazia»: come una calamità naturale, un disastro senza responsabili.

In qualche modo è l’impressione che ho anche dal prete di quei posti, Franco Pavesi, che sta lì da diciotto anni. Lui vive nella piazza di Varone, il paese che sta ai piedi di Tenno: ci sono il bar dove da metà mattina si beve un bicchiere di bianco, la posta, la banca, il supermercato, l’asilo, la chiesa e una grande casa parrocchiale con la bandiera della pace appesa fuori. Franco Pavesi ha studiato teologia a Vienna ed è stato missionario in Ecuador («dove ho lasciato il cuore»). All’inizio non lo riconosco perché non si veste normalmente da prete. Lui ha celebrato i funerali sia di Alba Chiara che di Mattia. Ci sediamo nel suo appartamento, sorride molto, ma fatica a parlare apertamente: «C’è stato molto clamore, grazie a Dio nessuno è venuto a chiedermi niente, lei è la prima».

Pavesi, il prete, mi dice che la gente di Tenno sa come sono andate le cose e che nessuno le mette in dubbio. Mi racconta che conosce bene le due famiglie, che Alba Chiara e Mattia erano felici, che «qualche volta il parroco è il primo a sapere le cose, qualche volta l’ultimo» e che «comunque stavano per andare a vivere insieme». Non pronuncia mai la parola femminicidio, non dice che si erano lasciati, quando parla dell’assassinio usa frasi generiche come «ha fatto quello che ha fatto» e dice che non bisogna giudicare (durante il funerale di Mattia ha parlato del “libro della vita” citato nell’Apocalisse dicendo che la parte finale del suo libro «Mattia la sfoglierà da solo davanti a Dio»). Mi parla anche dei giovani del posto e del catechismo; quando gli chiedo se sia intervenuto in qualche modo per rendere comprensibile ai bambini quello che è successo e di cui tutti parlavano, mi dice di no. «Sono sincero, non ci abbiamo pensato».

«Se tu prendi un bambino e gli chiedi qual è la differenza tra il funerale di Alba Chiara e quello di Mattia, lui ti risponderà nessuna. Non abbiamo voluto accentuare il dolore, la famiglia di Mattia è innocente, non sarebbe stato umano», dice Massimo Baroni, il padre di Alba Chiara. «Però non c’è stata alcuna differenza». Inizialmente circolava persino l’ipotesi che i funerali venissero celebrati insieme, quello dell’assassino-suicida e quello della vittima, poi si è deciso diversamente e le due cerimonie si sono svolte una il giorno dopo l’altra, in due chiese diverse. Loredana – che considerava «Mattia come un figlio, veniva quotidianamente a mangiare da noi, e la sera prima di quel 31 luglio mi aveva chiamata per sapere quando sarei stata dimessa dall’ospedale dicendomi “Domani organizziamo una grigliata tutti insieme”» – ha chiesto addirittura e nonostante tutto che sulla tomba di lui fosse messo il cappello da Vigile del fuoco, come gesto di commemorazione e di riconoscimento. In chiesa c’erano anche i suoi colleghi in divisa, che hanno portato sulle spalle la sua bara.

In quei primi giorni la confusione era di tutti, conferma l’ex sindaco di Tenno Gianluca Frizzi: e Mattia Stanga e Alba Chiara Baroni, in quanto morti entrambi, sono stati in qualche modo messi sullo stesso identico piano. «Abbiamo fatto saltare i protocolli. Per Alba Chiara non è stato indetto il lutto cittadino e in un primo momento anch’io ho fatto degli errori non facendo immediatamente alcuna distinzione tra i due ragazzi». Ma aggiunge: «Eppure i Vigili del fuoco salvano le vite, non le tolgono».

Né lui né i genitori di Alba Chiara si aspettavano però che quella storia non venisse più rimessa in ordine. Non si aspettavano che il legittimo dolore di tutti diventasse indifferenza per la responsabilità, né che il bisogno di ricordare chi fosse stata l’unica vittima in quella vicenda faticasse così tanto a essere riconosciuto: «Non si tratta di fare una gerarchia del dolore, qua si parla di un’altra cosa, ma in pochi l’hanno capito», dice Frizzi. Lui, direbbe qualcuno, è molto poco istituzionale: capelli rasati, cappellino, tatuaggi e molta schiettezza. Spiega le cose in modo esuberante, usa gli aneddoti delle sue montagne, ricorre spesso al dialetto, mi chiama “madame”, e dice le sue verità in un modo talmente semplice e diretto che non si può far altro che prenderle tutte intere.

Dopo la morte di Alba Chiara in paese è stata organizzata quella che hanno definito la “serata del dolore”. Ci si aspettava molta partecipazione, ma come rappresentanti delle istituzioni c’erano solo il sindaco e tre consiglieri. Loredana mi chiede di scrivere esplicitamente che «non c’era nessuna donna del consiglio comunale» (l’assessora Giancarla Tognoni – che incontro più tardi – mi ha detto che aveva un altro impegno perché quel giorno era anche quello della giornata mondiale delle api; un’altra assessora, Valentina Bellotti – che ho sentito al telefono – mi spiega che aveva già comunicato la sua assenza per precedenti impegni). Alla serata si è arrivati dopo un percorso: cioè dopo che Gianluca Frizzi, insieme ai genitori di Alba Chiara, aveva partecipato a diversi incontri sulla violenza contro le donne. «Ma venivano fatti discorsi che qui non avrebbero capito: come posso chiamare qua Paolo Crepet o Umberto Galimberti? Non solo non abbiamo i codici per capirli, ma loro parlano pure in italiano e non li capiremmo. Qua serviva dell’altro: e allora abbiamo deciso di far parlare le persone che la cicatrice ce l’hanno sull’anima tutti i giorni e che devono convivere con l’assenza».

La posizione di Gianluca Frizzi è chiarissima: «Qua è successa una cosa sconvolgente, e bisogna solo fermarsi. Tutti possono soffrire, ma non tutti sono sullo stesso piano: è questo che le istituzioni dovevano stabilire. E c’è solo una cosa da dire: lei è stata uccisa da lui. La comunità doveva prendere coscienza che certe cose sono inaccettabili, che lui è morto, ma ha fatto una scelta, lei no. Se non vieni da un altro pianeta, qua funziona così: non si decide di nascere, si è affidatari di una cosa che si chiama vita. Lui si è eretto a padrone della vita: finché è padrone della sua va bene, ma ha deciso anche per lei e questo è inaccettabile». E ancora: «Dicevano “poverini tutti”, i genitori di lei, di lui. E io dicevo no, poverina Alba Chiara. Poi continuavano a ripetere che Mattia era un bravo ragazzo, insistevano sul fatto che fosse un bravissimo istruttore dei Vigili del fuoco. E va bene. Ma se il migliore di loro ha fatto quella cosa, sono andato dal comandante e gli ho detto: ma con gli altri, come siamo messi? Insomma, mi spiego? Che cosa avrei dovuto fare? Intestargli la caserma? Scherziamo? Era un bravo ragazzo, sì. Ma fino a quel 31 luglio».

All’inizio, continua Frizzi, «ho negato alla famiglia di Alba Chiara la richiesta di varie manifestazioni, perché era troppo presto, la comunità era ancora fragile, come neve al sole. Ma non volevo che il silenzio del rispetto diventasse il silenzio dell’indifferenza. A marzo ho cominciato a insistere per mettere una stele pubblica, in tempo per il 20 maggio, il giorno del compleanno di Alba Chiara». Di fronte alla decisione da prendere sono iniziate le difficoltà.

La proposta della stele è arrivata prima in giunta, poi in un consiglio comunale informale dove erano emerse delle prudenze e infine, dopo uno stallo che ha spinto Frizzi a dimettersi, di nuovo in giunta. La stele in memoria di Alba Chiara era considerata da alcuni un simbolo divisivo: probabilmente perché ricordava che Alba Chiara era stata uccisa, che non era morta per una disgrazia e che qualcuno prima di uccidersi l’aveva uccisa. «Mi è stato detto che se i simboli sono usati per dividere allora non sono un bel ricordo. Ma non c’è un simbolo al mondo che unisca tutti: seguendo questa logica avrei dovuto togliere la targa dei partigiani che hanno sparato dopo il 25 aprile perché qua ci sono quattro famiglie di fascisti. Nel caso di Alba Chiara sono convinto che una divisione, un solco tra vittima e carnefice, andasse tracciato: fino al centro della terra. Mi è stato anche proposto di mettere una cosa generica, poi mi è stato detto che come sindaco potevo decidere anche da solo di fare la stele o che si poteva autorizzarne una privata. Ma qui non c’è niente di generico, la stele serve sia come ricordo che come monito. Ma soprattutto, non c’è niente di privato. Quel solco lo dovevamo fare noi tutti, collettivamente, come istituzione, perché la questione è sociale. Quello di Alba Chiara è stato un femminicidio e sulla stele c’è scritto in due lingue: in italiano e pure in inglese».

Le assessore che ho incontrato e con cui ho parlato, Giancarla Tognoni e Valentina Bellotti, dicono che in realtà nessuno era contrario alla posa della stele in sé: la richiesta, spiegano, era di aspettare per capire quali fossero le modalità e i tempi più opportuni. Bisognava insomma almeno attendere la chiusura del procedimento penale, ma le indagini erano chiuse dal settembre 2017 e restavano solo i tempi tecnici perché gli atti venissero resi pubblici: la famiglia di Alba Chiara, tra l’altro, li aveva già inviati alla famiglia Stanga. Ma il consiglio comunale, mi hanno detto le assessore, non ne era stato informato.

Al di qua dell’incastro dei tempi, la questione dell’attesa non convince per niente i genitori di Alba Chiara: lo considerano un pretesto e l’hanno messo accanto alla poca solidarietà che sentono di aver ricevuto in paese, oltre ad alcuni discorsi che circolavano sia tra le persone che sui giornali e che lasciavano intendere come la loro figlia fosse in qualche modo colpevole di ciò che era accaduto: “Se non l’avesse lasciato…”, “Chissà che cosa ha fatto per provocare un gesto del genere…”, e così via. Mi dicono che «il giorno dei morti il prete ha nominato Mattia ma non Alba Chiara», e che «non c’è stata alcuna reazione al cimitero. Si stavano dimenticando tutto e nessuno ha alzato la testa». Mi raccontano di essere stati criticati per aver parlato con i giornali e per aver reso pubblico il progetto di creare un progetto contro la violenza sulle donne a nome di Alba Chiara (realizzata poi con il sostegno della fondazione Famiglia Materna di Rovereto e di cui si possono trovare informazioni qui). Mi dicono, anche, di aver dovuto leggere «di tutto».

In un’intervista del 4 agosto del 2017, Ivo Stanga, che a quel tempo era assessore di Tenno con deleghe all’agricoltura e alla caccia e che era anche lo zio di Mattia, negava ci fosse stata premeditazione nel femminicidio, nonostante la pistola comprata due ore prima, e diceva: «Non avevamo avuto alcun sentore di problemi tra i due ragazzi, tra loro non c’erano screzi, erano attaccati uno all’altro praticamente sempre. E si amavano […] Non è stato il vero Mattia a premere il grilletto. È stato qualcosa uscito dal nulla che ha armato la sua mano». La richiesta di attendere è stata poi descritta da qualche giornale locale come «un pensiero comprensibile tra chi non può e non vuole dimenticare in un giorno l’altro protagonista di questa tragedia, Mattia. Per chi l’ha visto crescere pensarlo capace di quel gesto è stato difficile, soprattutto dopo averlo visto per anni fare il volontario e aiutare tanta gente dentro e fuori la valle con la divisa dei Vigili del fuoco».

Loredana e Massimo raccontano di aver ricevuto risposte molto articolate per giustificare l’attesa della posa della stele: «Una persona ci ha spiegato che a Berlino non è stato messo per anni nessun simbolo dell’Olocausto: e questo perché servono anni per metabolizzare. Quindi era troppo presto. Era una questione di tempi». Non so se sia vera, la storia di Berlino, ma ascoltare quelle giustificazioni, lì davanti a loro, mi sembra una cosa senza senso. Quello che pensa e dice Loredana segue infatti altre logiche: non c’entrano né la burocrazia né i passaggi formali. Mi parla della sua famiglia e di come con quella di Mattia si siano sempre frequentati: «Siamo sempre andati da loro. Anche dopo, e per entrare in quella casa c’è voluto tutto il mio coraggio. Ho anche chiesto di poter andare al funerale di Mattia e al funerale sono uscita dal banco e sono andata a dare la mano alla Claudia, la mamma di Mattia. Anche quando ci siamo trovati dagli avvocati, seduti su quelle sedie che girano, era con loro che parlavo, non con gli avvocati». Ma dagli avvocati, dice, «ci siamo sentiti dire di tutto. Hanno negato che fosse femminicidio. Che chissà che cosa aveva fatto lei a lui. Ci siamo sentiti dire molte frasi così».

Secondo Frizzi, il punto vero è che hanno cominciato a prevalere i “ma”: «Sì, lui ha ucciso lei, ma chissà perché, chissà che cosa lei gli aveva fatto. La verità è che qua i nonni sono quelli che picchiavano le loro mogli per legge e che i loro figli sono quelli hanno visto abrogare il delitto d’onore solo nel 1981. C’è il desiderio di voler nascondere, di voler nascondere tutto, è su questo che si è giocata la partita: sul voler dimenticare e non sul voler ricordare, sulla deresponsabilizzazione di tutti e non sul fatto che in questa storia abbiamo perso tutti».

Sui giornali locali è circolato anche il fatto che c’erano già degli attriti all’interno del consiglio comunale, e che non avevano a che fare con la stele. Frizzi dice però che non poteva accettare che «su questioni così delicate si andasse sotto la soglia della dignità. Il 23 maggio mi sono dimesso, sono arrivati i giornali, le televisioni e penso che questo sia servito. La commissione pari opportunità del Trentino mi ha sostenuto: ha espresso solidarietà e apprezzamento civico, ha scritto che non si dovrebbe nemmeno sottolineare che questo riconoscimento non ha nulla a che vedere con i sentimenti di vendetta nei confronti degli assassini. Eppure lo si è dovuto sottolineare. Arrivati a quel punto è diventato più difficile tenere la parte per chi usava la questione dell’attesa come pretesto. Ho forzato la mano, mi sono dimesso, e poi con il sindaco reggente, dopo tutto questo casino, la stele è stata approvata: tutti a favore con una sola astensione, quella di Ivo Stanga, lo zio di Mattia, che dopo il voto si è dimesso».

La stele, comunque, ancora non c’è. Restano dei problemi sul luogo dove posizionarla: «Nel primo posto che avevamo scelto ci è stato detto che tutti i giorni passava il trattore del nonno di lui, il secondo posto che ci piaceva era troppo turistico… insomma non si sa ancora dove sarà messa. Ormai il compleanno di Alba Chiara è passato e non abbiamo più così tanta fretta, ma a oggi non c’è ancora stato l’incontro che ci era stato promesso con le assessore del consiglio comunale. Evidentemente la questione femminicidio non è tra le priorità, si cerca di anestetizzare tutto, di non disturbare nessuno, e ci troviamo noi, con la poca forza che ci resta, nella condizione di dover sollecitare», dice Massimo Baroni.

Aurora Baroni, la sorella di Alba Chiara, è stata ad ascoltare in silenzio per tutto il tempo: ha 19 anni, ed è riuscita a rientrare nella stanza in cui dormiva con la sorella solo poche settimane fa. Massimo e Loredana mi raccontano che a un certo punto è arrivata loro la notizia che sul “muro delle bambole di Milano” – un posto dove vengono ricordate le vittime di femminicidio anche se in un modo non del tutto condivisibile, dato che le donne sono rappresentate, appunto, come bambole – c’era anche la foto di Alba Chiara: «Perché loro hanno potuto usare quella parola e noi è come se avessimo dovuto chiedere il permesso per farlo?». E hanno ragione: quello di Alba Chiara è stato un femminicidio. La parola non indica solamente il sesso della persona che è morta, ma anche il motivo per cui è stata uccisa. Perché si rifiutava di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno sulle donne, secondo le aspettative che quel ragazzo aveva su di lei. Alba Chiara e Mattia non sono morti «uno accanto all’altra», nessuna mano divina è arrivata da fuori ad armare un’altra mano innocente. E dire questo, o «dare il giusto nome alle cose, non significa negare il dolore a nessuno», conclude Frizzi. «Qui c’è una sola vittima: Alba Chiara. E chi ha premuto il grilletto è stato lui. Fine della storia».


(ilpost.it, 27 giugno 2018)

di Maria Esposito


La legge 54 passò molto velocemente, con il sostegno trasversale di donne e uomini di quasi tutti i partiti. Soddisfava il paritarismo che, lo pensano molte donne ancor oggi, vedeva nella condivisione del carico di cura la strada della libertà femminile e della responsabilità maschile. Correva l’anno 2006. Ma la legge 54 l’avevano voluta i padri separati, attrezzati in lobby molto potenti, stufi di riconoscere alle madri il “privilegio” della contribuzione economica paterna al mantenimento e decisi a mettere in discussione la preminenza del legame materno nella crescita dei bambini, così come aveva assicurato il diritto di famiglia dal 1975, senza i disastri generati dalla bigenitorialità. La legge però non ha condiviso la responsabilità: ha tagliato in due i bambini.

Intanto siamo già, a livello internazionale, nel passaggio teoretico dalla differenza sessuale alle teorie queer.

La campagna Pillon sul mantenimento diretto, targata centro-destra, era in realtà solo il perfezionamento della 54. Pillon voleva assicurare la cancellazione di quel margine di valutazione processuale che consentiva ancora l’affido esclusivo, con le conseguenze patrimoniali del caso, per tutte le situazioni in cui vi era una estrema evidenza di inadeguatezza paterna. Non bastava, a Pillon e ai padri, che l’applicazione della legge 54 avesse sempre assicurato ai “comunque padri” ordinanze di verifica e rafforzamento delle capacità genitoriali persino nei contesti di violenza.

D’altra parte la legge impone la bigenitorialità, i giudici applicano le leggi.

Ve lo immaginate un bambino di pochi mesi affidato pariteticamente a due genitori? E ci immaginiamo una madre che cerca di proteggere i bambini nell’esogestazione o da un contesto violento venire accusata di simbiosi o di essere malevola istigatrice di odio paterno? Questo accade nei tribunali. Il ripristino della patria potestà. Le conseguenze sono la macelleria sulle madri e i bambini, allontanati, messi in casa-famiglia o affidati al maltrattante. Intorno, un fiorente mercato di consulenze tecniche e di avvocati. Le madri soccombenti costrette a pagare cifre blu di spese processuali e di difesa. Questo per estrema e semplificata sintesi.

Non c’è modo di mettersi al riparo di queste storture se non chiariamo che la bigenitorialità è un trapianto alieno in un corpo sociale misogino nato con la volontà di cancellare il legame materno. Non si può omologare la responsabilità paterna al legame materno, neanche sapendo che molti padri sono perfettamente adeguati.

Il legame materno, chiariamo, non è né la mistica della maternità – ahimè già messa con le spalle al muro dalla totale assenza di sostegno e dalla decostruzione del suo valore simbolico – né l’esercizio di una rendita di posizione. Il legame materno è la necessità psicofisica del bambino, cosa che credevamo assodata oramai dai tempi in cui la psicologia faceva il suo mestiere. Il legame materno è però anche la misura e il modello di tutti i legami di dipendenza dell’umano, la chiave per crescere e vivere nella consapevolezza della fragilità e della interdipendenza. Il che pone qualche problema di compatibilità con l’etica del presente, una ottima ragione per farne piazza pulita materiale e simbolica.

Non c’è modo di sostenere le donne se non partendo da qui e mettendo pure i nostri corpi in gioco. Ecco perché siamo nei presidi presso le prefetture con le madri, perché il corpo fuori da queste pure importanti ma immateriali connessioni suscita ancora una presa di realtà. È il mio essere prestata all’attivismo senza molta storia che mi ha permesso di starci. Ho potuto mettere da parte le infrastrutture che mi impedivano di guardare la loro soggettività imprevista e autentica. Sono loro che mi hanno spiegato che la bigenitorialità è una chimera, i loro racconti di bambini tornati con le scarpe spaiate e gestiti da nonni anziani quando non con le madri, i loro racconti di abusanti, della quasi impossibilità di dimostrarne la colpevolezza, diventati affidatari di bambini.

È un percorso di dolorosa consapevolezza e anche di bilancio di visioni che alla lunga hanno dimostrato il limite. Volete che una donna con quattro figli in casa-famiglia vada a preoccuparsi della omologazione normativa europea? Piuttosto connettiamoci alle madri in Europa e facciamo fronte comune!

La lotta delle madri è intimamente connessa a ciò che questa rete ha posto in essere fin qui.

La battaglia contro la 54 è una battaglia di civiltà e autorità femminile.


(Rete 1° dicembre, 20 luglio 2021)

di Sarantis Thanopulos


Nell’articolo 1 del DDL Zan si legge: «a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; […] d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.»

L’impostazione dell’articolo è impropria per un testo di legge. Nel confronto delle idee le diverse definizioni dei sessi e della sessualità sono tutte legittime e fanno parte del dibattito necessario per lo sviluppo di un pensiero collettivo. Che un particolare punto di vista acquisti forza di legge e un’idea, tra altre, diventi norma per tutti, è un arbitrio da evitare.

Entrando nel merito delle concezioni contenute nell’articolo, colpiscono le evidenti contraddizioni e la mancanza di rigore. La distinzione tra “sesso biologico” e “sesso anagrafico” avrebbe avuto senso se il secondo termine fosse riferito alla possibilità di un’attribuzione di sesso non corrispondente alla biologia. Ma questa diversa possibilità di configurazione identitaria viene subito dopo legata al “genere” e non più al “sesso”. Il sesso anagrafico, sospeso nel suo significato, disvela la pretesa di un’identità astratta, nominale che il disegno di legge insegue nelle sue premesse.

Tradizionalmente il termine “genere” definisce il “sesso sociale”, cioè l’influenza della società sulla percezione/concezione del nostro sesso. Questa influenza produce un condizionamento interiore che non sempre si estrinseca con un comportamento esteriore. Nel testo, invece, il “genere” viene definito (in modo vago) come manifestazione “esteriore” conforme o difforme alle aspettative sociali. Per riapparire, confusamente come “identità di genere”, intesa come identificazione di sé con questa manifestazione, anche quando – si scrive – la “transizione” non è conclusa (si allude forse all’intervento chirurgico, ma la sintassi logica è scadente).

Nell’insieme si delineano come unica alternativa alla riduzione del “sesso” alla biologia i comportamenti che fanno identità, collocati, di fatto, a metà strada tra uno spazio di finzione e uno spazio di reclusione.

Si cancella l’intero mondo psichico fatto di desideri, sentimenti e pensieri, come se non avesse importanza nella nostra costituzione identitaria associata alla differenza dei sessi. Gli esseri umani, seguendo questa prospettiva, non sarebbero altro che macchine biologiche o marionette che si muovono in senso conforme o difforme rispetto a un “testo” di cui non sanno niente.

Le premesse del disegno di legge eliminano l’identità sessuale. Essere donna o uomo è privo di senso senza un legame con la sessualità, gli esseri umani sono esseri erotici, sessuali. L’appartenenza a un sesso biologico diventa vera identità se a questo sesso corrisponde un corpo erotico e questo corpo è in partenza relazionale. Esiste solo in relazione ad altri corpi con cui stabilisce legami di desiderio, è un corpo “psichicamente” vivo che sente, pensa, ama. Può amare in senso eterosessuale, omosessuale, in entrambi i sensi.

L’identità sessuale radicata nella nostra materia psicocorporea è un bene inalienabile che non può essere conformato a schemi normativi. Il diritto di viverla in modo soggettivo, anche quando contraddice la biologia e l’anatomia (con tutte le privazioni che ciò comporta), e il diritto di seguire le proprie inclinazioni sessuali, sono parte della libertà personale.

Difenderli contro ogni forma di discriminazione e aggressione è un dovere della Polis democratica, che per farlo non ha bisogno di trasformare l’omosessualità, la bisessualità e la transessualità (o l’identità sessuale “fluida”) in valori metafisici (mal definiti), a sé stanti.


(il manifesto, 17 luglio 2021)

di Mario Di Vito


A sessantanove anni il dottor Michele Mariano resiste ancora. Vorrebbe andare in pensione, o meglio, ci sarebbe già potuto andare a maggio, ma è stato trattenuto in servizio fino al 31 luglio. Periodo di recente allungato dalla dirigenza sanitaria molisana fino al 31 dicembre. Poi, alle soglie del settantesimo compleanno, sarà finita davvero.

Mariano è l’unico specialista non obiettore di tutto il Molise, in servizio come dirigente del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Antonio Cardarelli di Campobasso. Un reparto d’eccellenza, dicono tutti. Una trincea, per lui. «Niente ferie, niente riposi. Estate e inverno. Ogni giorno». D’altra parte, se manca lui, in tutto il Molise non si può applicare la legge 194, quella sull’interruzione di gravidanza.

Lo stratagemma utilizzato per non perdere Mariano è legato alla pandemia: l’azienda sanitaria regionale (Asrem) ha potuto rinviare due volte la pensione dell’unico non obiettore sulla base delle direttive ministeriali che consentono di «trattenere in servizio i dirigenti medici anche in deroga ai limiti previsti dalle disposizioni vigenti per il collocamento in quiescenza». Nei «livelli essenziali di assistenza» che vanno garantiti rientra anche l’interruzione volontaria di gravidanza: per questo Mariano resterà in corsia fino a dicembre, quando poi però assai difficilmente sarà possibile accedere a una terza deroga.

Allo stato attuale delle cose, sembra molto complicato che qualcuno prenda il suo posto. Lo scorso 7 aprile, infatti, il direttore generale dell’Asrem Oreste Florenzano ha bandito un concorso per un posto a tempo determinato da ginecologo non obiettore di coscienza per garantire l’attuazione della 194. La chiamata era di quelle a largo raggio, aperta anche ai medici specialisti del terzo anno. Non si è presentato nessuno. Alla scadenza del bando, la settimana scorsa, nemmeno un medico aveva deciso di partecipare.

Perché? Un po’ sicuramente c’entra il Covid e il fatto che gran parte del personale medico del paese è già pieno di lavoro fin sopra i capelli. Un po’ sarà anche il fatto che il Molise «non è attrattivo», come dicono con gergo burocratico i politici locali. Un po’ è una verità che lo stesso Mariano arrivò a proclamare in un’intervista: «Chi fa aborti non fa carriera». Lo sanno tutti, e a guardare l’ultima relazione del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, aggiornata al 2018, c’è molto poco di cui discutere. Il 69% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza, nel 35,1% dei reparti di ostetricia e ginecologia non è possibile accedere all’interruzione di gravidanza.

E tutto questo malgrado la 194 vieti esplicitamente «l’obiezione di struttura», ovvero stabilisce che in nessun ospedale si può impedire di abortire. Mariano qualche anno fa era in corsa per diventare il primario di ginecologia, ma, racconta sempre lui, «quando l’amministrazione ha stipulato un accordo con l’Università Cattolica, sono diventato scomodo». Gli hanno affidato il reparto della 194 come dirigente. Non esattamente un premio, anche perché lui è l’unico ginecologo che pratica l’interruzione di gravidanza.

In Molise la percentuale di personale medico obiettore è del 90,8% (su 99), dato che sale per i ginecologi al 96% (su 27, con il solo Mariano a rappresentare il restante 4%) e scende, vagamente, per gli anestesisti, con il 71,9% di obiettori (su 23). Numeri da Arkansas, lo stato dove l’aborto viene punito con il carcere fino a dieci anni e 100.000 dollari di multa.

La selezione per trovare un sostituto di Mariano continua, ma all’Asrem davvero non hanno la più pallida idea se riusciranno davvero a coprire il buco che si verrà a creare a fine anno. Il bando verrà ripubblicato uguale a quello già andato deserto: posto a tempo determinato e allargamento agli specializzandi. Di più proprio non si può, dicono. Mariano, per la verità, una soluzione ce l’avrebbe pure: l’impiego nel suo reparto della dottoressa Giovanna Gerace, che pure lavora al Cardarelli come non obiettrice di coscienza. Il problema, però, resta di carattere amministrativo: i trasferimenti non sono automatici e i concorsi vanno banditi per legge anche quando c’è la certezza pressoché aritmetica che andranno deserti. La lotta del dottor Mariano continua. Ma ha i mesi contati.


(il manifesto, 17 luglio 2021)

Maria Teresa Carbone


Vecchia storia: le lettrici leggono libri di scrittrici e scrittori, i lettori intendendo qui solo i lettori pronti a definirsi uomini, cioè maschi, senza troppe esitazioni fanno di tutto per evitare i volumi che portano in copertina il nome di una donna. Lo si è detto tante volte e lo scrive adesso, appoggiandosi su indagini recenti, M.A. Sieghart sul Guardian (per inciso, sembrano ancora mancare dati accurati sulle predilezioni di coloro che non si riconoscono in una identità binaria, ma se la lista di titoli consigliati da Penguin Random House per il Pride Month ha un fondamento, i testi preferiti dalla galassia Lgbtq+ nascono all’interno della galassia Lgbtq+).

Dietro le iniziali puntate di Sieghart c’è in effetti una Mary Ann che fin dall’incipit svela l’inganno: niente nome per esteso, scrive, perché «voglio che anche gli uomini leggano questo articolo». Un espediente al quale prima di lei hanno fatto ricorso in tante, da George Eliot giù giù fino a J.K. Rowling, ma che evidentemente continua ad avere una certa utilità.

Per il suo libro The Authority Gap, appena uscito da Penguin, Sieghart che è una giornalista e commentatrice politica piuttosto nota nel Regno Unito ha commissionato a Nielsen una ricerca sulle letture abituali di donne e di uomini: «Volevo sapere se le autrici non solo erano considerate meno autorevoli degli uomini, ma se venivano lette dagli uomini. E i risultati hanno confermato il mio sospetto: è estremamente improbabile che gli uomini arrivino addirittura ad aprire un libro di una donna».

E infatti: per le prime dieci autrici più vendute (parliamo di bestselleriste seriali come Danielle Steel, ma anche di protagoniste della letteratura mondiale, da Jane Austen a Margaret Atwood) la spaccatura è nettissima: 19% lettori, 81% lettrici. Mentre per i primi dieci autori (uomini) in cima alle classifiche dei libri più venduti (tra loro Dickens, Tolkien e Stephen King), la divisione è molto più uniforme: 55% uomini e 45% donne.

Lo studio commissionato da Sieghart rivela però altri dati interessanti e meno scontati: per esempio, che i pochi maschi coraggiosi capaci di non arretrare quando si trovano di fronte ai testi delle scrittrici, non restano delusi, anzi li preferiscono, sia pure marginalmente. Infatti, secondo i dati di Goodreads, il più popoloso social dedicato alla lettura, in media gli uomini danno una valutazione di 3,9 su 5 ai libri delle autrici e di 3,8 ai libri degli autori.

E ancora, la ricerca Nielsen mostra che il divario di genere fra lettrici e lettori di saggistica è meno netto rispetto alla narrativa (65 % contro 35 %). Forse in questo ambito gli uomini hanno vedute meno chiuse? Purtroppo no: semplicemente nella non-fiction le donne hanno una tendenza più spiccata a leggere testi di autrici.

Appurato che i suoi sospetti erano fondati, Sieghart ci spiega perché le cose vanno cambiate: «Se gli uomini non leggono libri di e sulle donne, non riusciranno a capire la nostra psiche e la nostra

esperienza vissuta. E una visione così ristretta influenzerà le nostre relazioni con loro come colleghi, amici, partner. Ma questa situazione impoverisce anche le scrittrici, il cui lavoro, se è consumato perlopiù da donne, viene considerato di nicchia e non mainstream. Di conseguenza godranno di meno rispetto, meno status e meno soldi».

Ammesso tutto questo sia vero, cosa fare per costringere gli uomini a leggere i libri delle autrici? Seguire l’esempio di Sieghart e limitarsi alle iniziali o ricorrere addirittura a pseudonimi maschili? Imporre agli scrittori (uomini) una moratoria di un paio d’anni? Trovare l’equivalente libresco della «cura Ludovico»*? Ogni suggerimento è benvenuto.


*In Arancia meccanica, romanzo e film, la cura per la “redenzione” di malfattori abituali per “tendenza innata” (Ndr).


(il manifesto, 15 luglio 2021)

di Sebastiano Canetta


Berlino – Sono sempre tutti casi singoli, non è mai un problema culturale o politico, e fa davvero notizia solo se la vittima muore o c’è di mezzo lo straniero.

Lo studio su «Come i media raccontano la violenza sulle donne» appena pubblicato dalla Fondazione “Otto Brenner” (l’istituto scientifico del sindacato tedesco IGMetall) riassume il contenuto di ben 3.500 articoli sul tema declinato in titoli che spaziano dal #Me Too al femminicidio. Risultato dell’analisi: l’informazione mainstream negli ultimi quattro anni ha offerto «forti distorsioni nella rappresentazione fattuale del fenomeno». Cioè l’esatto contrario del giornalismo.

In ottanta pagine la ricercatrice Christine Meltzer certifica come la cronaca si sia prevalentemente concentrata sui casi sensazionali invece di accendere i riflettori sui più numerosi: «Più della metà degli articoli riguarda donne che sono state uccise, nonostante questo evento estremo rappresenti meno dell’1% degli atti di violenza. Al contrario la prima causa del fenomeno, le lesioni corporali, viene menzionata solo nel 18% degli articoli».

Non propriamente utile a far comprendere le reali dimensioni della realtà che solo un anno e mezzo fa l’ex ministra della Famiglia, Franziska Giffey (Spd) non esitò a definire «scioccante» dopo avere letto il rapporto annuale sulle quasi 115 mila vittime di violenza domestica in Germania.

Eppure «il fenomeno sui media non viene quasi mai presentato nell’ambito delle relazioni familiari sebbene partner ed ex partner siano responsabili di quasi il 40% dei casi denunciati. Degli articoli analizzati se ne occupa solo uno su quattro. Quasi il 70% delle notizie non evidenzia i modelli strutturali sullo sfondo delle violenze. La forma di segnalazione scelta dai cronisti è quasi sempre il caso individuale e non la questione politica o culturale. L’attenzione degli articoli è rivolta quasi esclusivamente agli accusati, mentre alle vittime viene concesso davvero poco spazio».

In compenso, gli organi d’informazione risultano molto interessati agli stranieri coinvolti nei casi di violenza sulle donne, anche troppo.

«C’è una menzione sproporzionata dell’origine degli accusati non tedeschi rispetto alle statistiche diffuse dalla polizia. Il modo in cui vengono classificati i sospetti di origine non tedesca può essere intesa come un processo di divisione fra “noi” e “loro”» sottolinea in particolare lo studio di Christine Meltzer.

Al contrario, il ricorso a formule come «dramma o tragedia che suggeriscono come gli autori siano anch’essi vittime dell’evento» negli ultimi quattro anni è stato limitato al 3% degli articoli. Merito, soprattutto, della forte critica nel dibattito pubblico, per cui già nel 2019 l’agenzia di stampa Dpa è stata costretta a dichiarare che non avrebbe più utilizzato questi termini.

La ricerca certifica, inoltrei danni psicologici provocati da articoli che «ritraumatizzano» le vittime. «Banalizzare le dichiarazioni, concentrarsi sui sospetti e attribuire la responsabilità anche alla donna sono fattori rilevanti per la cosiddetta vittimizzazione secondaria. Nel resoconto giornalistico i dettagli giocano un ruolo fondamentale: informazioni personali come nome, età e professione avvicinano il pubblico a chi ha subito l’atto violento, specialmente tra le donne, mentre la loro assenza aumenta il victim-blaming, ossia l’idea che la vittima sia in qualche modo colpevole di ciò che è accaduto».

A tal proposito la ricerca si sofferma in particolare sulla nazionalità «menzionata in un quarto dei casi e prevalentemente riferita a iracheni, siriani o turchi. L’aggettivo “tedesco” invece compare solamente in un articolo ogni cento. La religione riportata più frequentemente rimane l’islam».

Difficile, infine, che la violenza contro le donne oltrepassi la cronaca locale: sebbene i quotidiani pubblichino in media 20 articoli al mese sul tema, i media nazionali si concentrano sempre sui medesimi casi già noti al pubblico: «I 30 eventi più importanti rappresentano un quinto della copertura totale. In pratica la rappresentazione mediatica della violenza sulle donne è caratterizzata in misura rilevante dalla tematizzazione ripetuta degli stessi fatti».


(il manifesto, 14 luglio 2021)

recensione di Vittoria Longoni


Chiara ZamboniSentire e scrivere la natura, Mimesis 2020


Una scrittura intensa, filosofica e a tratti poetica, esplora in questo libro il rapporto tra il soggetto (in particolare un soggetto femminile) e il complesso vivente della natura in cui siamo immerse/i, che ci avvolge e che avvolgiamo.

Per questo la relazione con la natura viene prima della dicotomia soggetto/oggetto: ne facciamo parte, ne siamo nutrite/i e ne possiamo parlare, unendo il sentire e il pensare.

Il tema del rapporto con la natura è stato posto con evidenza dalle catastrofi ambientali e dai movimenti ecologisti, che hanno rivolto a tutta l’umanità critiche e domande non più eludibili.

È un terreno che comporta riflessione in vari campi e impegno nel mondo, e invita a rinnovare la filosofia.

Sentire ed esprimere – in parole dette o scritte, o in opere d’arte – la natura: in questo processo metamorfico sono incluse sensazioni ed esperienze, forme di sessualità e lavoro sul linguaggio. In questa direzione aprono e mostrano la strada soprattutto Anna Maria Ortese, con le sue opere in cui si fondono riflessione e invenzione narrativa; poete come Ingeborg Bachmann; pensatrici come Maria Zambrano e pensatori come Maurice Merleau-Ponty.

Il sentire si radica nell’inconscio; ogni sensazione nasce già impregnata di vissuti passati.

Dalla conclusione del libro: “Ciascuno è un individuo, un soggetto, cioè quasi tutto per sé e quasi nulla per l’universo, un frammento infimo e malato dell’antroposfera; ma qualcosa di simile a un istinto inserisce ciò che di più intimo c’è nella mia soggettività all’interno di questa antroposfera, mi lega cioè al destino dell’umanità… Noi partecipiamo a questo insondabile, a questo incompiuto così fortemente intessuto di sogni, di dolore, di gioia e d’incertezza, che è in noi come noi siamo in esso…”.


Chiara Zamboni è docente di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Verona e fa parte da decenni della comunità filosofica Diotima. Ha pubblicato molti testi, tra cui Parole non consumate: donne e uomini nel linguaggio (2001), Pensare in presenza: conversazioni, luoghi, improvvisazioni (2009), Il male in Simone Weil e Hannah Arendt (2017). Frutti di un’intensa e innovativa ricerca filosofica, connotata al femminile.


(https://www.casadonnemilano.it/ 13 luglio 2021)

di Silvia Guerini


Scavalcando la sovranità dei Paesi membri, il Parlamento Europeo produce indicazioni sulla salute sessuale e riproduttiva: self-id, maternità maschile, utero in affitto, fecondazione assistita per tutte-i, ormoni ai bambini, utero in affitto. La mano di Big Tech sulle nostre vite, per una mutazione antropologica dell’umano


Nel quadro del tema salute delle donne, alla plenaria dello scorso 23 giugno del Parlamento europeo sulla situazione della salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti l’UE ha votato il Metic Report.

Salute delle donne: ma le parole “donne” e “sesso” sono state sostituite con genere.

Il Metic Report produce delle indicazioni che gli Stati membri devono seguire, indicazioni che rappresentano precise linee e costituiscono un’interferenza con la giurisdizione dei singoli Stati sulla gestione dei sistemi sanitari nazionali o delle scelte di politica sanitaria nazionale.

Il report del 23 giugno include il concetto di identità di genere«invita gli Stati membri […] a modificare di conseguenza le leggi, le politiche e le prassi che escludono determinati gruppi dall’accesso all’assistenza relativa alla maternità, alla gravidanza e al parto, anche eliminando le restrizioni giuridiche e politiche discriminatorie che si applicano sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere».

Il report parla anche di «diritti riproduttivi» proponendo di superare gli ostacoli che causano «l’accesso limitato a trattamenti per la fertilità» ed estendendo la riproduzione medicalmente assistita: «invita gli Stati membri a garantire che tutte le persone in età riproduttiva abbiano accesso alle terapie per la fertilità, indipendentemente […] dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale; […] invita gli Stati membri ad adottare un approccio olistico, inclusivo, non discriminatorio e basato sui diritti rispetto alla fertilità, che comprenda misure volte a prevenire l’infertilità e a garantire la parità di accesso ai servizi per tutte le persone in età fertile, e a rendere disponibile e accessibile la riproduzione medicalmente assistita in Europa». Inoltre leggiamo: «uomini transgender e persone non binarie possono essere in stato di gravidanza e dovrebbero, in tal caso, beneficiare di misure di assistenza alla gravidanza e al parto, senza essere discriminati sulla base della loro identità di genere».

C’è anche una parte sull’«educazione sessuale completa […] a vantaggio dei giovani» nelle scuole primarie e secondarie.

Tra le questioni principali del report anche il “diritto all’aborto” da includere tra i diritti umani, per loro natura inviolabili. Spiega Luisa Muraro in Aborto. Per noi femministe non è un diritto«Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì. Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto invece è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini».

Dalla posizione di minoranza di due eurodeputate: questo report: 
– Esula dal suo ambito di applicazione affrontando temi quali la salute, l’educazione sessuale e la riproduzione, nonché l’aborto e l’istruzione, che sono competenze legislative degli Stati membri. 
– La relazione tratta l’aborto come un presunto diritto umano che non figura nella legislazione internazionale, il che viola la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e i principali trattati vincolanti, contraddicendo anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea.  
– Nella relazione si individua altresì una manipolazione ideologica dei diritti umani, aventi natura universale e immutabile, attraverso un’influenza internazionale che erode la sovranità dei Paesi, compromettendone la rispettiva legislazione.  
– La relazione minaccia la libertà, l’uguaglianza e la dignità delle donne, andando contro la loro stessa natura attraverso la dissociazione dell’identità dal sesso biologico.  
– Mediante un programma ideologico incentrato sul genere, la relazione presenta una donna isolata e vittimizzata, slegando la salute dalla vita e dando priorità a un benessere soggettivo che incoraggia le donne a rinunciare alla loro fertilità e alla maternità.

Da questo report emerge con forza la direzione intrapresa a livello europeo e internazionale: identità di genere, ideologia gender neutral nelle scuole, riproduzione artificiale.

In più Paesi stiamo vedendo proposte di legge che includono identità di genere e autocertificazione del sé e che ampliano l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). 
In Spagna la Ley Trans ha allargato l’autocertificazione di genere ai minori di 12 anni: il consenso dei genitori serve fino a 16 anni, ma se tra i 14 e i 16 il minore è in contrasto con i genitori è possibile chiedere che venga tolta loro la potestà genitoriale e che il minore sia affidato a un tutore. Di fatto, questo nega la possibilità dei genitori di opporsi al percorso di transizione, il bambino e la bambina di fatto vengono strappati alla potestà genitoriale da un sistema tecno-medico che entrerà con forza nella loro vita valutando i loro disagi e le loro difficoltà e stabilendo l’inizio del percorso di transizione.


[…]


(https://feministpost.it/, 13 luglio 2021)


Al Presidente del Consiglio dei Ministri Onorevole Mario Draghi

Alla Ministra dell’Interno Onorevole Luciana Lamorgese

Alla Ministra della Giustizia Onorevole Marta Cartabia

Alla Ministra Famiglia e Pari Opportunità Onorevole Elena Bonetti

Al Ministro del Lavoro Onorevole Andrea Orlando

Al Ministro della Salute Onorevole Roberto Speranza


Come donne e cittadine di questo Stato prendiamo parola sul dibattito in corso sulla cosiddetta violenza istituzionale contro madri e bambine/i, avendo in diversi anni di osservazione e riflessione analizzato tutti i risvolti e le dinamiche di questo grave fenomeno, tornato al centro delle cronache con, tra gli altri, il caso Laura Massaro e quello dei fratellini di Cuneo e nell’ultima settimana con ben due sottrazioni violente dei bambini di Pisa ed Assisi.

Attualmente la politica individua nella Sindrome di alienazione parentale (Pas) e nella disapplicazione della Convenzione di Istanbul le principali cause dei gravissimi provvedimenti contro il legame tra i bambini e le loro madri considerando, quindi, che questo fenomeno sia limitato ai casi in cui bambini e donne siano vittime di violenza domestica, abusi o maltrattamenti come specificato nel documento in 7 punti in occasione della scorsa manifestazione del 17 giugno scorso a Roma a Montecitorio “Sui bambini non si PASsa”.

Consideriamo questa lettura inefficace, incapace di rendere ragione di tutto un fenomeno che non si riduce solo all’ambito giuridico dei tribunali civili e per i minorenni e tantomeno alle situazioni di violenza e maltrattamenti familiari conclamati. La legge 54 del 2006 crea situazioni di vera e propria vessazione anche nelle separazioni cosiddette consensuali laddove i padri interpretano il “diritto” potestativo come una feroce arma di controllo e minaccia, con omissione di atti dovuti, controllando le più semplici libertà di movimento di madri e figli con relativa minaccia di fare ricorso ai servizi e/o al tribunale.

Noi individuiamo infatti nella legge 54 del 2006, in particolare nel primo comma del primo articolo, riguardante la bigenitorialità e l’affido condiviso, la causa della reintroduzione e legittimazione del principio patriarcale della Patria Potestà, cioè del potere potestativo genitoriale, rendendo un diritto (o maggiore interesse astratto e a priori) l’accesso a quelle che sono le relazioni naturali dei bambini con i genitori e le famiglie di origine e per antonomasia libere, ma che paradossalmente viene perseguito anche contro la loro volontà attraverso l’uso della forza pubblica.

In tutta Europa e in tutti i paesi più sviluppati si è diffuso in questi anni lo stesso fenomeno della sottrazione violenta dei bambini alle loro madri accusate di ostacolare appunto la “bigenitorialità”, frutto di una male interpretata parità che cancella la specificità della differenza femminile e del legame materno, presumendo la spartizione di un “onere” genitoriale e rendendo equivalenti le figure materna e paterna.

Citiamo qui solo gli aspetti più critici della legge 54 articolo primo, primo comma:

– Ipotizza la trasferibilità dell’idea della parità tra i sessi alla responsabilità genitoriale senza chiarire quali sono gli elementi che identificano la genitorialità in contesti segnati da differenze;

– Stabilisce in astratto e a priori che la bigenitorialità rappresenti “il maggior interesse del minore” offrendo un appiglio per la squalifica di qualunque parola e volontà resa dai minori in sede di ascolto;

– Introduce il principio di “condivisione” della prole che in concreto si traduce in diritto potestativo “sui” bambini;

– Cancella i diritti soggettivi dei bambini in ordine ai loro bisogni di crescita, alla continuità dei legami e dei contesti di vita, alla specificità del legame materno;

– Ipotizza che l’affido condiviso si possa attuare con una spartizione materiale e prestazionale della responsabilità genitoriale.

Lungi dall’aver raggiunto il suo scopo, l’idea di richiamare il maschile a una astratta responsabilità paritaria ha quindi mostrato piuttosto la misura dell’arretratezza culturale di questo nostro paese e rivelato i reali obiettivi del potere maschile. La legge 54, insomma, non ha rappresentato la natura del conflitto patriarcale tra uomo e donna, ha utilizzato il paradigma della parità per imporre responsabilità condivise partendo dalla sola ipotesi teorica della possibilità della condivisione dei carichi in un contesto di relazioni e condizioni differenti, ha decostruito di ogni fondamento la reale struttura dei rapporti uomo donna. Ne consegue la totale indefinizione dello stesso concetto di bigenitorialità per cui la legge si rivela uno strumento inefficace per i bisogni di sicurezza dei bambini. La persecuzione istituzionale che mira a “conciliare” genitori secondo un astratto modello ideale di “famiglia separata” è diventata una gravissima e inaccettabile ingerenza nella vita privata delle cittadine e dei bambini, una manipolazione e, questa sì, alienazione di vissuti, volontà e libertà fondamentali, arrivando perfino a multare le donne che cercano di difendersi.

Prendiamo quindi le distanze da chi intende sorvolare su queste considerazioni individuando solo nella Pas e nella disapplicazione della Convenzione di Istanbul i motivi dei gravi provvedimenti presi dai tribunali del nostro paese contro i bambini e le loro madri. La Pas è lo strumento con il quale la giustizia trasferisce nell’ambito della sfera psichica la valutazione di quei comportamenti che andrebbero valutati per le oggettive vessazioni a cui madri e figli sono stati sottoposti.

CHIEDIAMO

1. Che cessino immediatamente i prelevamenti forzati dei bambini e le deportazioni presso case famiglia o presso persone (per lo più padri) verso cui i bambini esprimono paura, disprezzo o che semplicemente desiderano frequentare con altre modalità. Queste azioni sono degne solo di una dittatura sudamericana e vanno contro qualunque principio costituzionale di diritto alla salute e alla dignità personale, contro ogni convenzione e legge internazionale per la tutela e protezione dell’infanzia. In particolare alla Ministra dell’Interno, responsabile della sicurezza dei cittadini e del rispetto dei diritti umani come competenza specifica del suo Dicastero, chiediamo di attivarsi con urgenza per verificare la legittimità delle procedure dei prelevamenti che quasi quotidianamente vengono messi in atto, senza neppure verificare quali rischi sussistano per la salute dei minori, in evidente conflitto con la loro manifesta volontà ed il loro diritto a un ambiente sicuro, salubre e affettivamente ricco, senza neppure in molti casi il conforto minimo del parere e dell’assistenza di figure mediche specializzate. Le chiediamo che intervenga a chiarire quali sono i limiti costituzionali e di mandato professionale dell’operato delle FF.OO. in prelevamenti forzati che implicano anche l’abbattimento delle porte di ingresso di proprietà private, in assenza di accertati rischi per la vita e la salute dei minori prelevati ma anzi mettendo attivamente a rischio quella sicurezza e quella salute.

2. Che rientrino presso le madri tutti i bambini che sono stati sottratti contro la loro volontà ed in nome di una non riscontrabile sindrome o comportamento “alienante” e tutti i suoi derivati, per i motivi ben definiti dall’ultima, ma non unica, sentenza della Corte di Cassazione n. 13217/2021.

3. Che venga abrogato il primo comma dell’art. 1 della legge 54 del 2006.


Napoli, 13 luglio 2021


Collettivo Donne In-Curanti

MaternaMente

MovimentiAMOci Vicenza

Comitato Madri Unite


Aderiscono: Associazione TERRA di LEI, Associazione FREEDOMINA, Collettivo Avanguardia Femminista, Collettivo Luna Rossa, Arcidonna Napoli, Catena Rosa, Ti Ascolto, Centro Antidiscriminazioni Cittadinanza Attiva, Associazione Donne Insieme


(https://www.facebook.com/CollettivoDonneIncuranti, 13 luglio 2021)

di Glenda Cinquegrana


Per la prima volta alla guida della prossima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia c’è una donna italiana di profilo internazionale. Classe 1977, milanese, ma newyorchese d’adozione, Cecilia Alemani si è fatta notare con un curriculum di livello internazionale costruito non tanto sulle mostre museali, ma soprattutto su innovativi e poco convenzionali progetti di arte pubblica realizzati prima per la High Line di New York, poi per Frieze Projects di New York, infine Art Basel Cities. Un curriculum eccentrico, che le ha conferito già nel 2017 l’ingresso nella classifica Art Power 100 pubblicata dalla rivista Art Review, che enumera la lista dei più potenti dell’arte contemporanea.

Dal 2011 è curatrice di High Line Art, programma di arte pubblica legato alla High Line, il parco urbano costruito su una ferrovia sopraelevata a New York, che è divenuto il palcoscenico dei lavori site-specific commissionati ad artisti e artiste come El Anatsui, Phyllida Barlow, Carol Bove, Sheila Hicks, Rashid Johnson, Barbara Kruger, Zoe Leonard e Ed Ruscha. Questo progetto di lungo periodo ha creato la sua solida reputazione di curatrice impegnata a sviluppare il dibattito attorno a temi importanti come l’accessibilità dell’opera al pubblico e l’importanza dell’arte come strumento di creazione di consapevolezza per le comunità urbane.

A queste esperienze ha poi unito i brillanti progetti di arte pubblica realizzati per Art Basel – nel 2019 cura la performance di Alessandra Pirici nella piazza open-air della fiera – e la direzione artistica della prima edizione di Art Basel Cities, un complesso progetto di rilancio dell’ecosistema culturale urbano che sotto l’egida del marchio Art Basel ha trovato una primissima partnership di successo con la città di Buenos Aires. In quella occasione prepara una mostra a cielo aperto intitolata “Hopscotch (Il gioco del mondo)” ispirata alle formule combinatorie del capolavoro letterario di Cortázar, in cui presenta diciotto opere in stretto dialogo con i luoghi della città, collegando l’arte visiva, agli spazi urbani e le storie della metropoli in modi inaspettati.

Oltre alle collaborazioni con MoMA PS1 e Tate Modern di Londra, la sua reputazione è imprevedibilmente legata a progetti come No Soul For Sale, il festival di spazi indipendenti, organizzazioni non-profit e collettivi artistici che si è tenuto a X Initiative, spazio per alternativo in cui ha curato mostre di artisti come Keren Cytter, Hans Haacke, Christian Holstad. Il suo profilo combina understatement, brillantezza e sguardo laterale sull’arte. Per capire come si è calata nei nuovi panni di curatrice della cinquantanovesima Biennale l’abbiamo raggiunta in conference call a New York. La Alemani è sorridente, gentilissima; per una curatrice della sua preparazione ha un linguaggio di semplicità disarmante.

«Ricevere l’incarico di curare la più prestigiosa mostra internazionale d’arte contemporanea è una grande soddisfazione e al tempo stesso una grande responsabilità». Le sue parole sono un’allusione al fatto che il suo incarico è passato anche attraverso le forche caudine della pandemia, con il conseguente slittamento del progetto dal 2021 al 2022. La Alemani non è nuova a Venezia, essendo stata curatrice del Padiglione Italia nella Biennale nel 2017: la mostra “Il Mondo Magico”, con Adelita Husni-Bey, Giorgio Andreotta Calò e Roberto Cuoghi, è stata fra le più apprezzate degli ultimi anni. Più che continuità con quel lavoro, sottolinea la natura differente delle due mostre, l’una focalizzata sull’arte italiana, l’altra, specchio della complessa scena artistica internazionale. Il titolo della mostra “Il Latte dei Sogni”, ispirato alla pittrice surrealista Leonora Carrington, prende le mosse da una visione di re-incantesimo del mondo, onirica e femminile.

«La prospettiva femminile è certamente inerente al lavoro della Carrington da cui ho preso le mosse per costruire l’esposizione». Ma sul tema dello sguardo al femminile precisa che «il mio lavoro di curatrice si basa sul supporto agli artisti e alle artiste a prescindere da suddivisioni di genere o da possibili quote rosa». Prosegue spiegandoci i contenuti della mostra. «Oggi il mondo appare diviso tra ottimismo tecnologico, che promette il perfezionamento infinito del corpo umano attraverso la scienza, e lo spettro di una totale presa di controllo da parte delle macchine grazie all’automazione e all’intelligenza artificiale. Questa frattura è stata acuita ulteriormente dalla pandemia del Covid-19. Le ricerche di molti artisti oggi trovano delle risposte al presente celebrando la comunione con il non-umano, con l’animale, e con la terra; altri reagiscono alla dissoluzione di sistemi universali riscoprendo forme di conoscenza locali e nuove dimensioni identitarie». Gli artisti sono lo specchio delle inquietudini e le preoccupazioni del nostro tempo, che ci indicano chi e che cosa possiamo diventare.


(Forbes.it, 12 luglio 2021)

di Robin Morgan


«Oh no, non stiamo traslocando, abbiamo uno stile di vita fluido.»

Anche se ho vissuto per lunghi periodi in campagna – una volta, in particolare, in una fattoria in Nuova Zelanda – sono innegabilmente e profondamente una donna di città. Anzi, una donna di New York, lo confesso. Il che può servire almeno in parte a spiegare perché in questo momento mi concentro sulle città.

Ma c’è una ragione più vasta. Gli Stati Uniti hanno sempre contenuto una dicotomia interna: mentalità cosmopolita vs frontiera, urbano vs rurale (e tutto ciò che metaforicamente ne consegue), costa est vs costa ovest (e ora entrambe anche vs gli stati del centro). Questa contrapposizione ha avuto un’influenza senza uguali sulla vita delle persone nella nostra repubblica, perché è esistita fin dall’inizio. Tra coloro che hanno formulato la Costituzione, per ogni cittadino, come Ben Franklin, c’erano tre agricoltori e proprietari di piantagioni. Perfino l’urbano John Adams aveva una fattoria (di cui naturalmente si occupava la moglie Abigail). Questa repubblica quindi è nata come un paese per la maggior parte agricolo – ed è questo che da allora ha dato forma alla nostra cultura e alla nostra politica.

È una storia che sta per cambiare radicalmente.

Sta succedendo qualcosa in questa nazione, qualcosa che in realtà è iniziato prima e gradualmente, ma che è stato precipitato dal Covid e dai cambiamenti imposti dalla pandemia. Non è diverso dai cambiamenti storici, per non dire sismici, che le pestilenze del passato hanno apportato alla società, come quando la peste nera decimò la popolazione europea nel Medioevo e fece crollare l’intero sistema feudale, poiché i servi della gleba capirono che potevano essere più liberi ed economicamente indipendenti continuando a svolgere i loro mestieri, ma lasciando i possedimenti feudali e diventando sarti, fabbri, tessitori, ecc. Da lì nacquero le corporazioni, che a loro volta diedero vita alla classe media.

Questa volta il grande cambiamento sociale ha a che fare specificamente con le città. La vita nelle città è cambiata per sempre in questo paese, e continuerà a trasformarsi ancora più drasticamente. E la causa non è il gender gap, anche se ne fa parte. È il density gap.

Come hanno scritto Tim Wallis e Krishna Karra sul New York Times l’anno scorso, “Il modello che osserviamo qui è coerente con il divario urbano-rurale che siamo abituati a vedere sulle mappe tradizionali dei risultati elettorali. Ciò che attraversa il divario può essere cruciale per vincere le elezioni. È anche per questo motivo che Trump, cercando di fare appello agli elettori indecisi, ha ritratto la periferia come sotto assedio e minacciata dal crimine. Ma le periferie non sono né politicamente né geograficamente monolitiche. Sono i luoghi in cui gli elettori democratici e repubblicani si incontrano e si sovrappongono, in una varietà di modi. A ogni estremità dello spettro politico, le aree più democratiche tendono ad essere densamente sviluppate, mentre le aree più repubblicane sono un mix più vario: non solo periferie, ma fattorie e foreste, come pure terreni rocciosi, sabbiosi o argillosi”.

Il Times ha anche pubblicato una serie di articoli che hanno analizzato le elezioni del 2020 per cercare di svelarne il risultato dal punto di vista demografico. La risposta è la densità. I distretti che hanno meno di 50 persone per miglio quadrato sono prevalentemente rossi (repubblicani), ma i distretti con più di 50 persone per miglio quadrato sono prevalentemente blu (democratici). In relazione a questa griglia, non importa tanto se gli elettori sono bianchi, neri o brown; non importa se sono maschi o femmine, istruiti o meno, o quanti soldi guadagnano, se sono vecchi o giovani.

Quel che conta è quante persone si hanno attorno.

Mettiamo questo dato a confronto con quella che si suol chiamare la Grande Storia: quanti voti elettorali nei seggi del Congresso sono stati persi o guadagnati dagli stati. La vera Grande Storia è quella della famiglia che si è trasferita da New York nella periferia della Hudson Valley; si stanno trasferendo in una zona che prima era pienamente rossa e repubblicana, ma stanno portando con sé i loro valori progressisti mentre gradualmente rendono più popolosa quell’area. In Arizona, in Texas, in tutto il sud-ovest, gente che prima era cittadina al cento per cento si sta reinsediando, e importando i suoi valori. Inoltre, la maggior parte delle persone che cambiano residenza lo fanno all’interno del paese, spostandosi a una distanza tra le 30 e le 50 miglia. Questo significa che la gente di Dallas (che è più blu) si trasferisce in luoghi al di fuori di Dallas (che sono rossi), e comincia a trasformare quei sobborghi in viola.

Ma, vi chiederete, cosa c’entra la pandemia in tutto questo?

La pandemia ha cambiato completamente chi siamo e come viviamo, e non torneremo alla vecchia normalità. Siamo stati conquistati dalla vendita al dettaglio a distanza, dall’educazione a distanza, dalla medicina a distanza e soprattutto dal lavoro a distanza. I ragazzi devono ancora andare a scuola, perché senza questo l’economia crolla – una realtà che dovrebbe insegnarci qualcosa sull’importanza cruciale del lavoro delle donne nella cura dei figli! Ma una volta che i ragazzi sono tornati a scuola, i genitori non hanno più bisogno dell’insegnamento a casa. Possono lavorare in remoto e la famiglia può vivere ovunque. Hanno anche più tempo libero a disposizione, il che cambia la società, così come il venir meno della necessità del pendolarismo cambia l’ambiente. Se puoi fare acquisti online e farti consegnare la roba, perché andare al negozio e poi trascinarti i pacchi a casa? Se non c’è bisogno che la gente lavori negli uffici, che farne di tutti quegli enormi e costosi immobili? Una risposta è: alloggi a prezzi accessibili. Se le grandi catene lasciano le grandi città, come stanno già facendo, cosa prende il loro posto? Le piccole attività, che in questo paese sono per la maggior parte di proprietà di donne, riempiranno il vuoto. E tutto questo avviene in un paese in cui gli americani eurodiscendenti presto non saranno più la maggioranza. Perlomeno in questa nazione non c’è quasi nessun angolo in cui questo tipo di cambiamenti non arriverà.

Questo è meno vero per i paesi più poveri, che non hanno lo stesso accesso a Internet, dove c’è molto più lavoro manuale, e dove la popolazione vive ancora in condizioni di estrema povertà. Ma gli effetti a catena si sentiranno anche lì. E, qui, questi effetti saranno veri e propri terremoti economici, sociali, politici e anche psicologici.

Prendiamo per esempio il Collegio Elettorale, che per molti di noi è così difficile da mandare giù, e che fu creato dai Fondatori deliberatamente, per ottenere un equilibrio – così pensavano – tra il potere della terra e quello delle persone. (Ecco perché una mucca del Montana ha più voti di intere città della California). Quando la nazione fu concepita come agricola, i proprietari terrieri avevano bisogno di rappresentanza (e ai Fondatori stava bene) – ma sfortunatamente, col tempo i proprietari terrieri divennero avidi e superarono il limite, cosicché da un bel po’ la minoranza sta praticamente governando la maggioranza, cosa che i Fondatori decisamente non volevano. Questa nuova tendenza influenzerà anche il Collegio Elettorale.

Tutto cambierà, alcune cose rapidamente, altre gradualmente, e alcune cose sono già cambiate.

Siamo animali sociali, che hanno bisogno gli uni degli altri per la sopravvivenza, il conforto e la compagnia. Se la nostra specie amante della socialità ce la farà a emergere da questa dolorosa pandemia con adattamenti trasformativi che possano liberalizzare la nostra politica, ridurre i nostri viaggi (aiutando così il pianeta), umanizzare le nostre vite, civilizzare la nostra forza lavoro, e in generale affrontare le disuguaglianze sessiste, razziste, ageiste e tutte le altre, questa sarà una conseguenza involontaria ma davvero benefica. Teniamo gli occhi aperti!


L’articolo è apparso sul blog di Robin Morgan il 17 giugno 2021


(Erbacce, 10 luglio 2021, traduzione di Margherita Giacobino)

di Francesco Borgonovo


Daniela Danna, sociologa e docente universitaria, è una delle più attente osservatrici al mondo sui temi legati al genere, che da tempo affronta senza timore di sbriciolare i luoghi comuni. Per averne conferma basta leggere i suoi libri, tra cui il bellissimo La Piccola Principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (Vanda edizioni). Ed è proprio di transizione e di giovanissimi che abbiamo voluto parlare con lei.

A un certo punto del recente dibattito con Fedez, Alessandro Zan ha sostenuto che esistano bambini che fin da piccoli hanno chiarissimo quale sia «il proprio genere». Questi bambini, sostiene Zan, vanno avviati al percorso di transizione. Davvero è come dice Zan?

«Sarebbe così se ci fosse un criterio per distinguere quei bambini che preferiscono stare con amichetti o amichette dell’altro sesso e comportarsi come loro e che poi da grandi decideranno di diventare transessuali, da tutti gli altri. L’85% e anche di più, secondo le ricerche, di chi fa così da piccolo, poi da grande diventa gay, lesbica, bisessuale, o anche eterosessuale. Quando obietto che non hanno criteri di distinzione, di solito mi rispondono: “Ma c’è un team di esperti” che decidono. Per me i cosiddetti esperti possono anche essere cento, ma se non hanno nessun criterio di distinzione non dovrebbe essere loro permesso di fare esperimenti di blocco della pubertà e cose simili, su nessuno. Usano un farmaco ad azione ormonale, la triptorelina, per bloccare la pubertà. Lo ha incredibilmente permesso l’Aifa da qualche anno, in via sperimentale. Mi sembra stupido giustificare simili esperimenti sui corpi assolutamente normali con una presunta volontà dei bambini, o anche adolescenti, che notoriamente cambiano idea e spesso credono di aver trovato la soluzione ai loro problemi in qualche sostanza salvifica. Come gli ormoni artificiali che poi dovranno prendere per tutta la vita».

Non le sembra che si stia facendo troppa confusione sulle parole, sulla differenza ad esempio fra sesso e genere?

«“Genere” riguarda la vita sociale, le aspettative che abbiamo nell’avere a che fare con una persona di sesso maschile o femminile che ci sono dettate dalla cultura, che cambia. “Sesso” è la base biologica che da centinaia di migliaia di anni, dalla nostra origine distingue l’umanità nei due gruppi, i sessi appunto, necessari alla procreazione. Ci sono solo due gameti, ovulo e spermatozoo, per cui ci sono solo due sessi. Il genere è molto più variabile nelle diverse culture e nella storia. Io suggerirei di continuare nel solco dell’analisi femminista che ha liberato le donne dagli stereotipi di genere, che sono gli stereotipi sociali legati al nostro sesso. Se si usano le due parole come sinonimi, si nega che ci sia una differenza tra ciò che la società culturalmente richiede a maschi e femmine e la realtà biologica sottostante. Lo fanno spesso in inglese, dove sui documenti si indica il “gender ” – intendendo il sesso -, ma non è una ragione per introdurre questa confusione in italiano».

Credo che per affrontare questi temi sia fondamentale capire che cosa sia la disforia di genere. Qual è la sua posizione in proposito?

«Io non lo credo, per la ragione che “disforia di genere” è una diagnosi pigliatutto. Confonde l’avere comportamenti non stereotipati e problemi di accettazione del proprio corpo – chiaramente una cosa grave e non priva di cause sociali. Moltissime ragazze sono a disagio quando si sviluppano le mammelle, perché gli uomini e i ragazzi le molestano. Per avere una diagnosi di disforia di genere, secondo il manuale diagnostico dei disturbi psicologici statunitense che l’ha codificata, non è nemmeno necessario detestare i propri genitali, né volere essere dell’altro sesso, né stare male a causa di questo, perché il disagio psicologico deve essere “associato” e non causato da comportamenti non stereotipati. Insomma, non è una diagnosi di transessualità, è una diagnosi che serve a intervenire per normalizzare i comportamenti devianti rispetto alle aspettative su come deve comportarsi un maschio o una femmina. Come dice il nome “disforia di genere” (“portare male il genere”), i problemi sono con il genere, non con il sesso. Cioè con gli stereotipi sociali».

Che problemi ci sono con la diagnosi di disforia di genere?

«Ne parlo in modo approfondito in un articolo accademico recentemente pubblicato da AG About Gender, che ho intitolato “Il modello di affermazione del genere è ancora basato su un infondato studio olandese”. Oltre ai numerosissimi problemi metodologici dello studio di De Vries e altri intitolato Young adult psychological outcome after puberty suppression and gender reassignment del 2014, che mostrano come i risultati non siano affatto positivi (c’è stato anche un ragazzo morto per le conseguenze della chirurgia transessuale), c’è il problema fondamentale della vaghezza della categoria di “disforia di genere” che dovrebbe invece classificare con precisione coloro che (presumibilmente fin da piccoli, prima ancora di essersi sviluppati nel proprio sesso) trarranno beneficio dal cambiamento di sesso. Ma, come dicevo, se non sappiamo individuarli con precisione, è chiaro che intervenendo su minori che non necessariamente sarebbero diventati transessuali accettiamo la devastazione dei loro corpi da parte delle tecnologie mediche e farmaceutiche. Molti infatti, soprattutto ragazze, che sono la maggior parte dei minori che chiedono di cambiare sesso, se ne pentono dopo pochi anni».

La transizione di sesso è davvero l’unico modo di affrontare il disagio manifestato da alcuni minorenni (o adulti) nei confronti del sesso di nascita?

«Certamente no. Ci sono approcci olistici che mirano a far stare bene le persone con sé stesse e con il proprio corpo. L’idea di essere “nati nel corpo sbagliato” deriva dalle regole sociali su cosa può e non può socialmente fare quel corpo. Siamo un’unità di corpo e mente, ed è bene aiutare le persone a stare bene con sé stesse, nel proprio corpo, riconoscendo le forze socio-economiche che mirano invece a farci stare male per poi venderci qualche rimedio artefatto. Questo riguarda la transessualità come gli interventi di chirurgia estetica, come l’odio per le parti del proprio corpo che si giudicano e condannano sulla base dell’estetica prevalente… Fermo restando che una persona adulta decide per sé stessa, certamente possiamo discuterne sul piano culturale».

Mi chiedo: non si sta sovrapponendo l’ideologia alla ricerca scientifica?

«Certo: nessuno è in grado di distinguere quali minori aspiranti trans cambieranno idea da chi non lo farà».

Tutto questo non danneggia in primo luogo le persone che manifestano disagi?

«Una soluzione farmacologico-chirurgica su corpi in sviluppo sani è sicuramente un danno».

Insisto sulla questione: a me pare che siamo di fronte a una medicalizzazione forzata di tutte quelle che una volta si indicavano come «devianze» .

«Sono della stessa opinione. Ci sono moltissime testimonianze del fatto che famiglie profondamente conservatrici, anche fondamentaliste religiose, sono contente se il piccolo deviante si normalizza cambiando sesso. Meglio la transizione al maschile di una figlia lesbica che accettarla per quello che è. È noto che in Iran gay e lesbiche vengono impiccati. Per evitarlo possiamo però cambiare sesso con un’operazione pagata dallo Stato, di cui l’Iran detiene il record mondiale dopo la Thailandia».


(La Verità, 10 luglio 2021)

di Tracey Thorn


Qualche anno fa ho tenuto un evento di lancio per un mio libro e pochi secondi prima che cominciasse l’organizzatore ha guardato la folla e mi ha detto: «È bello vedere che sono venuti così tanti uomini!». Lì per lì sono rimasta spiazzata, ma poi mi è stato spiegato che gli eventi letterari li frequentano principalmente le donne, dato che noi compriamo più libri. A causa del mio passato e del tipo di libri che scrivo, il mio pubblico somiglia alla folla di un concerto, che è dominata dagli uomini.

D’altronde scrivere di musica dal punto di vista di una donna o raccontare storie, come faccio io, può essere rischioso. Gli uomini tendono a credere di possedere le storie che ruotano intorno alla musica e capita che siano molto aggressivi nel reclamare questo possesso. Il mio ultimo libro è molto femminista e mi aspettavo qualche critica.

Gli uomini a volte si mettono sulla difensiva se altri uomini sono criticati, il che la dice lunga. E a volte sono ciechi di fronte alle sfumature, perciò a meno che non possano vedere una palese e conclamata misoginia sono convinti che non stia succedendo niente. Quando parlo di donne nel mondo della musica, spesso devo spiegare quei preconcetti inconsci, o i punti ciechi nella visione che hanno gli uomini quando adottano comportamenti stereotipati o si mettono in cattedra, e come tutto questo ha conseguenze per le donne che lavorano con loro.

Perciò, all’uscita del mio nuovo libro, ero preparata alle critiche e ho cercato di non farmi abbattere dai vari commenti, che potremmo riassumere così: “Le tue accuse di sessismo sono assolutamente esagerate, stupida che non sei altro”. Penso che i dieci anni trascorsi da quando ho cominciato a scrivere di musica, soprattutto da un punto di vista interiore, mi abbiano temprato.

All’inizio mi sentivo intimidita dalla posizione autoritaria degli uomini rispetto alla musica, dal loro sbandierare competenza. Temevo di essere messa alla berlina per un errore in qualche dettaglio, come il lato b di un singolo o la data di un particolare concerto.

Ora sto generalizzando, ma alcuni critici si comportano davvero come se per loro tutto il senso e il bello della musica andasse ricercato in queste chicche di sapere, nel raccoglierle e condividerle. Non sono contraria al riportare i fatti, ma il mio interesse è rivolto più alle persone coinvolte e al contesto. Ormai ho acquisito sicurezza, e sono convinta che questo sia un buon modo di trattare di musica.

Questo a sua volta mi ha fatto sentire molto più a mio agio nello scrivere e nell’esprimere i miei punti di vista. Per certi versi, so di battermi per il femminismo da quarant’anni, ma se rileggo i testi di alcune mie canzoni più vecchie mi rendo conto che avrei potuto andarci molto più pesante.

Uno dei primi brani degli Everything but the Girl, Each and every one è stato interpretato dalla maggior parte delle persone che l’hanno ascoltato come una canzone che parlava di una delusione amorosa mentre in realtà era la mia prima furiosa descrizione del giudizio maschilista. If you ever feel the time/ to drop me a loving line/Maybe you should just think twice/I don’t wait around on your advice (Se intendi mandarmi due righe d’amore/forse dovresti pensarci bene/non vivo aspettando i tuoi consigli), ho scritto con polemica ironia riferendomi a quei critici che avevano trattato con sufficienza il mio gruppo, le Marine Girls.

Ne avevo già fin sopra i capelli del fatto che, nonostante decenni di presunta emancipazione femminile, l’unico ruolo che mi veniva offerto fosse sempre quello della dolce e tenera fanciulla. Being kind is just a way to keep me under your thumb/And I can cry because that’s something we’ve always done/You tell me I’m free of the past now and all those lies/Then offer me the same thing in a different guise (La tua gentilezza è solo un modo per tenermi sotto controllo/e posso piangere perché è qualcosa che noi abbiamo sempre fatto/mi dici che sono libera dal passato e tutte quelle bugie/poi mi offri la stessa cosa in una forma diversa).       

Fin troppo delicata, non vi pare? Sembra una canzone su una storia d’amore. Non ho mai voluto scrivere in maniera polemica, preferendo invece basare le mie parole sul mondo riconoscibile fatto di persone e rapporti, ma questo ha creato un’incomprensione su alcune mie idee.

Quindi ora le esprimo con molta più chiarezza e perciò devo essere sempre pronta a difendermi e a dare battaglia quando a qualcuno non piace ciò che scrivo. Detto questo, effettivamente finora ho ricevuto molte meno critiche per il mio libro di quante me ne aspettassi. Ed è fantastico. Se necessario sono pronta a discutere ferocemente, ma farlo sempre sugli stessi argomenti è noioso.

Quando gli uomini ascoltano e sono ricettivi invece di mettersi sulla difensiva allora li percepiamo davvero come alleati e possiamo cominciare a immaginare dei progressi.


(Internazionale.it, 10 luglio 2021, traduzione di Maria Chiara Benini)

di Carmelo Caruso


Come vuole essere presentata? Come Ida Dominijanni, firma antica del Manifesto o come filosofa, donna di sinistra o semplicemente come femminista? «Meglio pensatrice femminista. È una definizione che spaventa di meno e definisce di più». Non è un compromesso come quello che propone Matteo Renzi sul ddl Zan? «È una parola bellissima ma io non mi fiderei di un compromesso proposto da lui. È sempre la qualità del compromesso a contare». Enrico Letta vuole infatti andare in aula e contarsi e dicono che lo faccia per “contare”. Sta sbagliando lui o non lo comprendiamo noi? «Capisco Letta e il suo bisogno di fare del Pd il partito dei diritti, ma non condivido questa sua decisione. Il ddl Zan è rischioso giuridicamente ma rischiosissimo politicamente».

C’è infatti una sinistra che non accetta la posizione del Pd tanto da ritenerla un azzardo. Tra di loro c’è Beppe Vacca, il professore fondatore dell’Istituto Gramsci e poi c’è lei. È la sinistra che pensa. Pensate sempre male? «Non pensiamo male ma riflettiamo. Di ‘male’ c’è il lessico utilizzato in questo ddl. La sua composizione. Basta partire dall’articolo 1 che è in pratica un glossario. È così che si scrivono i testi? Io non credo». Al Pd è stato proposto di prendere più tempo. Non ha ragione chi dice che è solo un altro modo per rimandare e affossare? «Posso solo ricordare che per avere una legge sulla violenza sessuale sono serviti 17 anni». Qual è la differenza? «Che a quel tempo eravamo meno isterici». Non era un’Italia divisa peggio di adesso? «C’era la sinistra che credeva che bisognasse procedere alla denuncia d’ufficio e c’erano i cattolici che proponevano invece la querela di parte». E le femministe? «La querela di parte ma per un motivo diverso rispetto ai cattolici. Per lasciare alle donne la libertà. Alla fine abbiamo vinto noi». Voi chi? «Le femministe». Mediatrici? «Con la sensibilità cattolica si media e lo dovrebbe sapere Letta meglio di quanto lo possa sapere io. La nota verbale del Vaticano non è stata una sorpresa. È da anni che la Chiesa è impegnata in questa battaglia. Basta rileggersi quello che scriveva il papa emerito Benedetto XVI».

Il Pd dovrebbe quindi astenersi dal legiferare? «Dico qualcosa di diverso. Cosa fa la legge Zan? Allarga le categorie oggetto di discriminazioni ma lo fa all’infinito. Ne rimarrà fuori sempre una». Chi ad esempio? «Gli anziani. Le discriminazioni per età esistono. Lo abbiamo visto con il Covid. La destra, alla Camera, ha infatti promosso degli emendamenti tranello. Ha aggiunto “calvi”, “bassi”. Era un modo evidente per ostacolare ma facendo leva su qualcosa di sensibile. Io sono certa che la destra sia omofobica, ma non è questo il modo per superarla». Perché questa legge sta urtando le sensibilità del mondo femminista? «Ha segmentato un mondo. Io stessa, quando ne scrivo, sono prudente. Ho sempre paura di offendere qualcuno. Ed è una legge contraddittoria. La galassia a cui si rivolge è una galassia che rifiuta da sempre le etichette. Non metto in discussione le intenzioni del Pd ma il ddl rischia di non passare e che a non votarlo siano gli stessi parlamentari del Pd. Sarebbe una beffa». Come andrebbe raccontata? «Progressismo facilone contro destra facilona». Un’altra faciloneria di questa legge qual è? «C’è un articolo che specifica che la libertà d’opinione è salda. E io rispondo: ci mancherebbe. È previsto dalla Costituzione. È ancora una prova che è scritta male». Può passare? «Non mi sembra che i numeri del Pd siano sotto controllo. Forse sarebbe meglio ricontrollare la legge».


(Il Foglio, 8 luglio 2021)

di Mariacarla Molè


Con il film Our songs were ready for all wars to come (2021) Noor Abed è stata coinvolta all’interno di School of Waters, la 19a edizione della Biennale del Mediterraneo ospitata dalla Repubblica di San Marino (fino al 31 ottobre), ispirata quest’anno alle pedagogie radicali e sperimentali, e al modo in cui possano intersecare ricerche artistiche e curatoriali tese a decostruire stereotipi legati alla prospettiva eurocentrica dell’area mediterranea.

Noor Abed è nata a Gerusalemme, è una filmmaker, artista multidisciplinare e performer. Nel suo lavoro indaga i processi e le condizioni di produzione della conoscenza in contesti sociopolitici differenti, sondando modalità critiche di formazione sociale. In questo senso la mitologia e l’immaginazione collettiva sono per lei strumenti con cui relazionarsi alla storia in una prospettiva che permetta di immaginare realtà differenti e narrazioni alternative.

A San Marino ha presentato un’opera in super-8: si compone di scene coreografate e musicate, basate su racconti storici popolari palestinesi, che hanno lo scopo di risvegliare storie dormienti della tradizione orale, e di porsi come strumento di emancipazione da parte di comunità e terre oppresse da egemonie neoliberali e coloniali. Noor Abed sarà a San Marino domani per realizzare la sua performance.

«School of Waters» ha molti punti di contatto con il progetto di Ramallah «School of Intrusions», una piattaforma educativa indipendente…

Quando ho letto la call ho avvertito una forte assonanza, soprattutto nell’idea di una conoscenza fondata su un luogo e una comunità, una conoscenza che riesca ad avere la fluidità dell’acqua. School of Intrusions (di cui è fra le fondatrici, ndr) condivide anche la necessità di muoversi per la città, introdursi in un contesto e diventare parte di esso. La presenza fisica dei corpi nello spazio e il movimento sono uno strumento di rivendicazione di territori, e School of Intrusions considera Ramallah come spazio che appartiene alla comunità. Per questo interagisce con la città in maniera spontanea e libera, con performance, camminate, ascolti e attività di scrittura e di lettura.

Può parlarci del lavoro portato alla Biennale di San Marino «Our songs were ready for all wars to come»?

La mia performance è ambientata in un villaggio a nord est di Gerusalemme non lontano dal posto in cui sono nata. Il luogo mi ha subito sopraffatta. Ci sono tornata spesso e ho iniziato a immaginare quella che avrebbe potuto essere la vita lì. Sto ancora facendo delle ricerche sulle sue origini. È citato nella Bibbia, l’area è antica, risale all’epoca romana e originariamente era usata come fonte idrica. Ho costruito la coreografia a partire da alcuni racconti popolari, e ho scritto io stessa dei miti relativi a quel luogo, ispirati principalmente ai riti della morte e della scomparsa. È un territorio molto arido adesso e il canto intonato dalla donna è qualcosa legato alla sopravvivenza. È il canto la forma della narrazione nel film e la performance è il medium.

I corpi dei performer a contatto con la terra, e il loro canto affidato alle buche degli antichi pozzi danno l’idea di un passaggio fluido tra il sommerso e l’emerso, tra il passato e il presente…

Volevo istituire nuovi rituali che potessero essere condivisi, a partire da una gestualità che appartiene alla vita reale, restituendo una narrazione che sia in grado di andare oltre quella binaria in cui è intrappolata la Palestina. La nostra storia del cinema ha inizio con quello militante degli anni ’50 e ’60 e con la rivoluzione in Libano e in Giordania: ci identifichiamo sempre con i rivoluzionari e con le vittime. Credo sia una prospettiva piuttosto limitata, sempre polarizzata e avverto la necessità molto forte di voler creare un altro tipo di immagine, che sia senza tempo. Spesso, infatti, non si riesce bene a collocare le mie opere nel tempo o a capire quando siano state realizzate.

La gestualità ripetuta torna anche in altre performance. È qualcosa che innesca un processo di trasformazione?

Ho dedicato al rapporto tra la ripetizione e la trasformazione un intero capitolo della mia tesi, in relazione alla costruzione e decostruzione dei significati. I riferimenti sono stati Gilles Deleuze e Pina Bausch. La ripetizione è importante nel processo di formazione sociale. È esattamente quello che accade nelle proteste: i movimenti sono ripetuti e sincronizzati, e solo così riescono a essere potentissimi. Sono interessata alla performance in relazione alla formazione sociale.

Se da un lato la ripetizione innesca la trasformazione, dall’altro c’è una grande capacità di resistenza nella fragilità.

Per me la resistenza deriva dalla vita quotidiana e da tutto ciò che facciamo ogni giorno, specie per chi come me arriva da paesi fortemente militarizzati e sotto il diretto controllo coloniale. Nei miei lavori, lo stare in un luogo e viverlo diventa un atto di resistenza. C’è resistenza nel modo in cui bevi, cammini, sogni. Senti che non tutto è così normale, soprattutto chi studia all’estero – come me – nota maggiormente questa differenza. Come puoi progettare la tua esistenza se non sai se al mattino riuscirai a bere il caffè o farti la doccia? È come se vivessi in uno stato permanente di sopravvivenza, è questa la modalità di esistenza, tarata su un grado zero di movimento del corpo. Non uso altri medium come scultura e pittura, il mio corpo è tutto quello che posso portare con me nel momento in cui devo andare.


(ilmanifesto.it, 8 luglio 2021)

di Andrea Capocci


La vincitrice del premio Nobel per la chimica del 2018 Frances Arnold ha scelto le austere sale romane dell’Accademia dei Lincei – dove la incontriamo – per riprendere le conferenze pubbliche, dopo un anno e mezzo di sospensione dovuta alla pandemia. Tra Arnold e l’Italia il legame è antico. Risale al 1976, quando a vent’anni interruppe gli studi per trascorrere un anno a Milano dove imparò l’italiano. «Però è meglio che parli in inglese, per il vostro bene» si schermisce lei.

A Milano aveva trovato lavoro in una fabbrica di componenti per centrali nucleari, che le permise di acquistare una moto Guzzi del ’56 con cui viaggiare in Europa prima di tornare negli Usa a completare gli studi. La parentesi milanese non è l’unico elemento curioso, nel curriculum di una futura premio Nobel. Già nella natìa Pittsburgh si era fatta notare perché alternava agli ottimi voti l’irrequietezza di una ragazza disposta a fare l’autostop fino a Washington per manifestare contro la guerra in Vietnam. E a pagarsi gli studi a Princeton facendo la tassista. «Niente di speciale» racconta oggi. «Da noi è assolutamente normale lavorare durante l’università, magari come camerieri». Ma una tassista, all’epoca, guadagnava il triplo di una barista.

Nelle sue conferenze, Arnold racconta le ricerche che l’hanno portata al massimo riconoscimento scientifico internazionale. La sua specialità si chiama «evoluzione diretta», quasi un ossimoro visto che proprio la teoria dell’evoluzione smontò l’idea che la vita sulla Terra avesse uno scopo prefissato.

L’«evoluzione diretta» è il metodo con cui oggi realizziamo nuovi enzimi, proteine presenti in prodotti farmaceutici, detersivi, profumi e altri materiali di uso comune. «Ai miei inizi, non sapevo come progettare un enzima», racconta la scienziata. «Poi capii che avrei dovuto rivolgermi al miglior ingegnere chimico in circolazione: madre Natura». Il processo ideato da Arnold, infatti, sfrutta in laboratorio i meccanismi della selezione naturale per realizzare, a partire da un enzima, un altro enzima in grado di svolgere una funzione utile. Il metodo consiste nell’introdurre mutazioni casuali nel codice genetico corrispondente all’enzima originale, selezionare quelle che vanno nella direzione giusta e ricominciare il ciclo di miglioramento. In questo modo si possono realizzare enzimi utili senza i danni ambientali della chimica tradizionale. Ad esempio, enzimi in grado di convertire le biomasse di scarto in carburanti ecologici.

Oltre a combattere l’inquinamento, questa nuova chimica può aiutarci a combattere la crisi climatica. «Per fermare il cambiamento climatico dobbiamo de-carbonizzare la società, smettere di estrarre combustibili fossili dal terreno e di gettarne le scorie nell’atmosfera» spiega Arnold. «Dobbiamo sviluppare tecnologie che permettano di sostituire i combustibili fossili nella produzione di energia e anche nell’industria chimica, perché moltissimi materiali provengono dagli idrocarburi.

Da qui viene l’idea delle “fabbriche microbiche”: i microbi sanno come usare le fonti rinnovabili. Usano come cibo le piante, che prendono l’anidride carbonica dall’atmosfera. Quindi sfruttando i microbi si converte l’anidride carbonica dell’atmosfera in combustibile».

Tra le aziende nate dalle idee di Arnold, ce n’è una che produce combustibile per aerei a bassa emissione. «Il propellente per gli aerei che abbiamo sviluppato preleva anidride carbonica dall’atmosfera. Ovviamente poi la brucia, ma si tratta di un’economia circolare che non comporta l’estrazione dal terreno di nuova anidride carbonica». Perché la natura è superiore a noi, nel progettare questi processi? «Quasi tutte le reazioni chimiche sfruttate dall’uomo creano numerosi prodotti, uno solo dei quali è la sostanza desiderata. Tutto il resto si trasforma in scorie che dobbiamo gestire. La natura di scorie ne crea pochissime, perché l’evoluzione ha ottimizzato i suoi processi al fine di generare il prodotto desiderato senza produrre sprechi».

L’idea avrebbe potuto essere brevettata, conferendole il monopolio sul suo uso. Una miniera d’oro, che Arnold ha rifiutato rinunciando al brevetto. «Non credo di essere la “proprietaria” dell’idea dell’evoluzione» spiega. «Avrei potuto brevettare qualche singolo metodo, ma ci sono tantissimi modi di utilizzare l’evoluzione e ho pensato che non fosse giusto provare a brevettarla. E credo di aver tratto vantaggio da quella scelta. L’idea si è diffusa, le mie tecnologie sono state utilizzate da tante persone e io ne ho ricevuto un enorme riconoscimento».

L’impegno civile della scienziata non si è chiuso con il Vietnam. Frances Arnold anche oggi è coinvolta anche sul fronte politico. Il presidente Joe Biden l’ha voluta nel suo consiglio scientifico, che coordina insieme al genetista Eric Lander. Il suo impegno è una reazione ai danni dell’era Trump? «In parte sì, è stata una reazione al disprezzo verso la scienza da parte della precedente amministrazione. L’elezione di un presidente che crede davvero nella scienza mi ha spinto a mettermi in gioco. È la prima volta nella storia che il consigliere scientifico della Casa Bianca, Eric Lander, figura direttamente nel gabinetto del presidente. Sono convinta che la nostra voce sarà ascoltata».

L’obiettivo è ricreare fiducia nei confronti della scienza. Una fiducia che sembra diminuire, proprio in un’era in cui dal progresso tecnologico dipendono fette sempre più importanti della nostra vita, a partire dagli smartphone che portiamo in tasca. Un paradosso?

«La diffidenza della scienza proviene da comunità che non hanno beneficiato dal progresso scientifico. Che lo hanno percepito come una minaccia al loro modo di vita. Penso alle aree rurali, che si sono spopolate, o alle classi disagiate e agli afro-americani in particolare, ignorate dalla scienza e dall’economia. Il modo migliore di creare fiducia è garantire che tutti ricevano una quota del beneficio che deriva dalla scienza. Che è molto più di uno smartphone».


(il manifesto, 7 luglio 2021)

di Rete femminista contro il ddl Zan


La partita del ddl Zan è troppo importante perché venga lasciata ai tatticismi elettoralistici e ai personalismi degli uomini che fanno la politica.

In questione, con l’introduzione dell’identità di genere, è un modello di civiltà in cui la sessuazione umana viene ridotta all’insignificanza, questione che riguarda tutte e tutti.

Abbiamo indicato la possibilità di tornare al ddl Scalfarotto perché quel testo, nato nel centrosinistra, garantisce la necessaria tutela delle persone omosessuali e transessuali senza avventurarsi nel territorio minato dell’identità di genere.

Il ddl Zan, facendo dell’identità di genere il suo baricentro, intende invece riformare surrettiziamente e di fatto la legge 164/82 – e successive sentenze –, legge che regola il percorso per la transessualità.

Si tratta di due partite assolutamente diverse.

La tutela delle persone omosessuali e transessuali esprime senza alcun dubbio la volontà della maggioranza delle cittadine e dei cittadini.

Maggioranza che certamente non si registra per l’identità di genere, primo passo in direzione dell’autocertificazione ovvero della possibilità di decidere liberamente il proprio sesso a prescindere da quello di nascita, con un semplice atto amministrativo, senza perizie o sentenze. La battaglia per l’autocertificazione ha corso in tutto il mondo occidentale. 

La stragrande maggioranza dei britannici – 94 per cento, secondo un sondaggio di The Times – ha detto no. Non c’è motivo di ritenere che in Italia le cose vadano diversamente.

Su questo tema sensibilissimo, che nulla ha a che vedere con i diritti delle persone omosessuali e transessuali, è necessaria la più ampia e approfondita discussione pubblica.

Ci appelliamo quindi alla coscienza delle senatrici e dei senatori perché considerino la vera portata delle questioni e non rappresentino con il loro voto, per meri ordini di scuderia, un Paese ben lontano dal Paese reale.

Ribadiamo le nostre richieste, le stesse da sempre:

• no all’identità di genere

• no al termine “sesso” inteso, secondo le dichiarazioni dei proponenti, come allargamento della legge alla lotta contro la misoginia e la misandria

• fuori la propaganda transattivista dalle scuole


Rete Femminista contro il ddl Zan

NoncicancelleRete


(feministpost.it, 7 luglio 2021)

di Luca Scarcella


Francesca Napoli, PhD in studi politici, operatrice legale dal 2013 in materia di diritto di asilo abilitata all’esercizio della professione forense, vive e lavora a Roma, con esperienza all’estero – in Sud America, Africa e Asia – sempre occupandosi di migrazioni forzate. Nell’aprile 2019 ha sentito la necessità di raccontare il suo lavoro: «A un certo punto non mi bastava più “fare”, volevo anche condividere le informazioni che avevo. Mi sentivo come in un altro mondo – spiega l’avvocata – da qui, il nome del mio account Instagram: @StorieDallAltroMondo». Oggi il profilo conta quasi 35mila follower: una community cresciuta costantemente e in poco tempo, fortemente interessata a leggere le storie dei migranti, ossia delle persone che stanno dietro ai freddi numeri di un fenomeno al centro del dibattito politico. 

Le infinite guerre che dilaniano i Paesi arabi hanno molteplici conseguenze, tra cui quella di spingere intere famiglie a scappare dalla morte, affidandosi a scafisti criminali, per cercare la vita in Europa, terra di possibile asilo. Consapevoli dei rischi, accettano anche di pagare pur di poter fuggire su barconi insicuri e inadatti a trasportare niente altro che flebili speranze.

Francesca Napoli, su Instagram, narra dunque dei volti e dei nomi di chi riesce ad arrivare sulle sponde del Vecchio Continente: storie positive, a volte; spesso, invece, piene di violenza, torture e sofferenza. «Raccontare ciò che ascolto nei centri di accoglienza mi permette di condividere il peso emotivo che la sera, dopo lavoro, porto a casa con me».

Su Instagram, quanto interesse ha trovato sul tema rifugiati?

«Quando ho iniziato l’attività di divulgazione non mi aspettavo l’enorme riscontro avuto. Il mio intento era quello di portare in un social network le storie e i drammi a cui io avevo accesso quotidiano, facendo emergere il singolo da ogni tragedia. Non si dà abbastanza peso alle storie delle persone, ma si scrive e si narra soltanto di un generico “fenomeno migratorio”, criminalizzandolo e disumanizzandolo. Chi segue il mio account vuole sapere cosa c’è dietro allo storytelling sul tema, e l’interesse è molto alto, soprattutto tra i giovanissimi».

Lei condivide contenuti cruenti, che spesso testimoniano le violenze subite dai migranti prima della loro ultima tappa in mare verso l’Europa. Ciò cosa ha comportato per il suo account?

«All’inizio, quando ero più inesperta delle dinamiche di Instagram, ho condiviso immagini molto forti, senza inserire l’avvertenza di “contenuti graficamente violenti”, ma non mi sono mai stati tolti dalla piattaforma. Quando l’account è cresciuto sono cominciati i ban e le censure, oltre che funzioni temporaneamente bloccate, come dirette video e pubblicità. Sebbene io avessi messo il disclaimer di “contenuti violenti”, sono stati comunque eliminati, forse perché ho ricevuto un numero elevato di segnalazioni da parte degli utenti. Nonostante la mia sia un’attività di informazione, nella quale verifico ogni volta la veridicità di ciò che posto, questa mi viene impedita. Credo che in casi del genere debba esserci più attenzione da parte di chi decide cosa rimuovere e cosa no da Instagram. Il rischio concreto è che venga chiuso l’account».

Come funziona la revisione dei contenuti di Facebook e Instagram

Innanzitutto è bene ricordare che i social network sono piattaforme private, dove esistono regole decise dal gestore del servizio: regole che chiunque voglia utilizzarli accetta nel momento in cui si iscrive. Quindi, parlando di censura si scivolerebbe in una retorica banale e negligente.

Secondariamente, c’è la volontà di connettere quante più persone possibili, con l’ovvio intento di accrescere il proprio valore economico, e – con quello più di facciata – di offrire uno strumento per avvicinare le persone. Ciò comporta il tentativo da parte delle piattaforme di tenersi in equilibrio tra la libertà di espressione e la protezione della propria community: una impresa oggettivamente ardua quando parliamo di miliardi di utenti, e innumerevoli diversità legali e sociali dei loro Paesi di provenienza.

Proprio in questa direzione va la formazione del Oversight Board di Facebook, una struttura indipendente chiamata a deliberare su ban e rimozione contenuti decisi dal social: l’ultimo caso salito agli onori delle cronache è la sospensione per due anni della pagina di Donald Trump.

Abbiamo contattato Facebook Italia, per approfondire il caso di @StorieDallAltroMondo, e per comprendere meglio il funzionamento di segnalazione e rimozione dei contenuti.

Dal 2016 Facebook utilizza una strategia chiamata «rimuovere, ridurre, informare»: vengono rimossi quelli dannosi che vanno contro le policy del social, viene ridotta la distribuzione di contenuti problematici che non violano le policy, e le persone vengono informate con un contesto aggiuntivo in modo che possano decidere cosa cliccare, leggere o condividere.

Le policy vengono fatte rispettare utilizzando sia tecnologie di intelligenza artificiale, sia la revisione umana, attraverso collaborazioni con molteplici agenzie.

«Quando si tratta di contenuti estremamente cruenti, che mostrano sangue, parti di corpi e mutilazioni, il nostro regolamento è molto chiaro – affermano dagli uffici di Facebook Italia -. Contenuti del genere non vengono rimossi solo se è palese che si tratta di ambiente medico, altrimenti li banniamo, poiché il rischio sarebbe quello di urtare altri utenti. Dobbiamo cercare di rispettare le sensibilità di tutti gli oltre tre miliardi di persone che usano i nostri servizi».

È vero che un contenuto ha più possibilità di essere rimosso se riceve molteplici segnalazioni?

«No, è un falso mito. Non fa alcuna differenza la ricezione di una sola segnalazione o di centinaia su un post. In ogni caso l’intelligenza artificiale su cui ci appoggiamo, sviluppata da Microsoft, inoltra un solo alert al team di competenza».

Quali sono, quindi, gli step [i passaggi, Ndr] di valutazione sui contenuti?

«Il primo filtro è la tecnologia: grazie al machine learning e all’intelligenza artificiale riusciamo a capire di che contenuto si tratta, applicando quindi filtri per avvertire della presenza di immagini violente o sensibili, o nei casi più gravi rimuovere il contenuto. Si aggiungono poi le segnalazioni degli utenti come spiegato poc’anzi. A ogni decisione di Facebook si può inviare un reclamo, e una persona competente valuterà di nuovo il contenuto, inviando una risposta all’utente nel giro di 24 ore. Se un account ha ricevuto più volte rimozioni di post, va incontro a dei ban temporanei. Il nostro servizio è in continua evoluzione, e cerchiamo di offrire un supporto via via sempre migliore».

Come non disperdere il tesoro della divulgazione su temi sensibili

È bene tenere a mente che Facebook e gli altri social media non sono infallibili nel prendere decisioni. Abbiamo visionato alcuni contenuti di @StorieDallAltroMondo che sono stati bannati, nonostante rispettassero i requisiti di idoneità richiesti.

Coloro che hanno le risorse e la volontà di approcciarsi alla divulgazione su temi complessi – come quello trattato dall’avvocata Francesca Napoli – con il rischio di veder vanificato il proprio sforzo, è consigliabile postare foto e video con sfocature per coprire le parti graficamente violente. Successivamente, nel caso di bisogno, proporre alla propria community di accedere al contenuto senza censura ad esempio su un proprio blog.


(repubblica.it, 5 luglio 2021)

di redazione


[…]

«La grande artista si è spenta alle 16.20 di oggi, 5 luglio, dopo una malattia che da qualche tempo aveva attaccato quel corpo così minuto eppure così pieno di energia», fanno sapere i suoi cari. Un male fisico vissuto nella più assoluta riservatezza: «L’ennesimo gesto d’amore verso il suo pubblico e verso coloro che ne hanno condiviso l’affetto, affinché il suo personale calvario non avesse a turbare il luminoso ricordo di lei».

Presentatrice, cantante, ballerina e attrice: una vera e propria pop star che, recentemente, il Guardian aveva definito «icona culturale che ha rivoluzionato l’intrattenimento italiano». «Stavolta la carrambata l’hanno fatta a me! Non mi aspettavo un tale riconoscimento»: così la “Raffa nazionale”, grandiosa e umile, aveva commentato il tributo riservatole dalla testata britannica.

Nella sua lunghissima carriera l’artista – che da poco aveva compiuto 78 anni – ha venduto oltre 60 milioni di dischi e conquistato 22 dischi d’oro e di platino, scrivendo la storia della televisione italiana con programmi come Canzonissima, Milleuci, Fantastico, Carramba! Che sorpresa, Pronto, Raffaella? e il più recente A raccontare comincia tu.

Nata a Bologna durante la Seconda guerra mondiale da “un papà playboy e assente” e da “una madre separata”, iniziò subito “a rigare dritto”, come raccontò qualche tempo fa durante la sessantunesima edizione del Festival dei Due Mondi: «Io e i miei fratelli avevamo la libertà più totale, ma mia madre e soprattutto mia nonna Andreina sapevano sempre tutto quello che succedeva». A quattro anni indossava già scarpette e tutù, ancora inconsapevole del fatto che proprio la danza avrebbe costituito una parte fondamentale della sua scintillante carriera.

Ma fu il cinema, e non la televisione, ad aprirle le porte del mondo dello spettacolo. «Iniziai nel 1950, a nove anni – ricordava – con Mario Bonnard (il film era Tormento del passato, ndr) e poi gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia il giorno e le prove a teatro, l’Eliseo, la sera. Volevo fare la coreografa, ho faticato molto. Non ho la laurea, ma adesso posso dire di avere la laurea della vita». L’avventura cinematografica continuò con Mario Monicelli ne I compagni e con Frank Sinatra ne Il colonnello Von Ryan, «ma il cinema – diceva – non faceva per me: è noioso e le attrici che lo fanno, con quei ritmi assurdi e levatacce di prima mattina, sono delle eroine».

Negli anni ’70, stupì l’opinione pubblica col Tuca Tuca e mostrando l’ombelico in televisione: «Era il 1970 e l’Italia impazzì, perché tutto era proibito. Le ragazze volevano andare in giro come me. Non ero bella, ma sentivo di avere una certa personalità. Volevo vivere di idee, volevo fare la coreografa e inventare spettacoli senza esserne protagonista», disse. «La mia carriera – aggiunse – è stata una sorpresa continua: non ho mai chiesto di fare le cose, sono accadute».

Donna fuori dal comune eppure dotata di spiazzante semplicità, non aveva avuto figli ma di figli – diceva sempre lei – ne aveva a migliaia, come i 150mila fatti adottare a distanza grazie ad Amore, il programma che più di tutti le era rimasto nel cuore. Le esequie, fanno sapere i cari, saranno definite a breve. Nelle sue ultime disposizioni, Raffaella Carrà ha chiesto una semplice bara di legno grezzo e un’urna per contenere le sue ceneri. Nell’ora più triste, sempre unica e inimitabile, come la sua travolgente risata.


(huffingtonpost.it, 5 luglio 2021)

di Yasna Mussa


In Cile, un paese in piena effervescenza politica e sociale, è il partito comunista a incarnare il cambiamento. Una delle sue figure è Irací Hassler Jacob, trent’anni, femminista e militante comunista, seconda donna e prima esponente del partito a ricoprire la prestigiosa carica di sindaco della capitale, Santiago. Irací Hassler Jacob ha preso le funzioni il 28 giugno scorso. Al momento del giuramento, poco prima di mezzogiorno, con gli occhi truccati e sorridenti, ha alzato verso l’alto il pugno sinistro. Al polso portava la sciarpa verde delle femministe. Si è rivolta al pubblico e ha detto: «Lo prometto, in nome del popolo». La città di Santiago, bastione conservatore, è stata governata negli ultimi quattro anni da Felipe Alessandri, esponente del partito di destra Renovación Nacional (RN). Nel 2019, da consigliera comunale all’opposizione, Hassler ha denunciato la repressione dei liceali.

Ma è molto prima, durante l’iconico movimento studentesco del 2011, mentre era studentessa in ingegneria commerciale (l’equivalente in molti paesi della facoltà di economia), che ha preso forma il suo impegno politico. Ai suoi genitori disse che si era iscritta alla Gioventù Comunista. I suoi non hanno mai militato in politica. Sua madre, psicologa brasiliana, e suo padre, imprenditore cileno, si erano conosciuti durante gli studi in Francia.

Irací Hassler Jacob ha più volte riconosciuto che suo padre ha convinzioni politiche di destra e che stringe anche legami d’affari con Juan Sutil, il controverso presidente della Confederazione della produzione e del commercio (CPC), il quale ha tessuto più volte gli elogi della neosindaca, «una donna molto preparata», ha detto di lei. «Mio padre è di destra, ma ho comunque ricevuto il suo sostegno, anche se abbiamo differenze ideologiche molto profonde», ha osservato Irací Hassler in un’intervista a El Siglo, un giornale del partito comunista. La sua vittoria è stata una delle grandi sorprese delle elezioni che si sono svolte nel fine settimana del 15 e 16 maggio scorsi, durante le quali, oltre ai sindaci, sono stati eletti anche i governatori e i membri della Costituente, che avranno il compito di redigere la nuova Costituzione. Il cammino verso il comune di Santiago non è stato cosparso di rose. Si è trattato di un lungo processo, culminato in elezioni primarie cittadine senza precedenti, in cui l’economista si è confrontata con rappresentanti delle organizzazioni di base e di quartiere del suo comune. «Queste primarie, coordinate dalle organizzazioni della stessa municipalità di Santiago, sono state un momento storico, un passo importante verso il cambiamento, un processo di partecipazione diretta dei cittadini senza precedenti», ha detto Irací Hassler in un’intervista alla radio cilena ADN. Alle primarie è arrivata in testa con il 55% dei voti. Da quel momento, ha cominciato a frequentare più spesso i mercati, le fiere, i consigli di quartiere. Sulle spalle portava sempre uno zainetto di un artigiano locale con sopra l’immagine dell’artista messicana Frida Kahlo. È così che è iniziata la sua campagna elettorale. La giovane candidata ha dovuto confrontarsi con i tanti pregiudizi che persistono ancora sul suo partito. Per Javier Gallegos Gambino, membro del team che ha gestito la sua campagna elettorale, questo periodo è stato essenziale per “dimostrare la serietà del lavoro” svolto da Irací Hassler. Mistral Ensignia, un altro collaboratore, sottolinea a sua volta l’importanza che hanno avuto nella campagna i social network, indispensabili per raggiungere le nuove generazioni.

«Il progetto portato avanti da Irací Hassler trae origine nei quartieri stessi, è stato costruito grazie alla partecipazione della gente, era normale quindi condividerlo, trovare dei modi per farlo circolare, essere presenti sui social, perché alla fine tutti si sono sentiti parte del programma. Questo ha permesso di combattere gli eventuali pregiudizi che potevano sorgere. Tutto ciò che Irací Hassler ha fatto lungo tutto il suo percorso ha una storia», spiega Mistral Ensignia. All’interno del team tutti sottolineano le qualità della neosindaca. «È una donna seria, di convinzioni, molto intelligente, che ha curato la sua campagna nei minimi dettagli e non ho dubbi che non cambierà, che resterà se stessa, anche alla testa del comune», afferma Gallegos Gambino, che ha appena raggiunto l’ufficio della comunicazione del comune. «Penso che possieda molte di quelle qualità che contano nel Cile post-proteste del 2019. È una donna giovane, femminista, che ha partecipato al movimento studentesco, che è sempre stata a favore del cambiamento, anche quando era consigliera comunale. Penso che le persone abbiano davvero apprezzato il fatto che sia giovane. Hanno visto in lei un’opportunità di cambiamento e, soprattutto, apprezzano la sua capacità di ascoltare gli altri. Le persone avevano bisogno e voglia di sentirsi ascoltate e di far parte di un progetto», sottolinea Ensignia. La città di Santiago è stata una delle più colpite prima dalla crisi sociale, poi dalla pandemia di Covid-19. Il suo territorio, dove vivono poco più di 400.000 persone, ha per confine naturale il fiume Mapocho a nord ed è delimitato a est dalla plaza Baquedano, epicentro delle manifestazioni e della repressione poliziesca, oggi nota come plaza de la Dignidad. Questo quartiere, che è il fulcro della vita economica e burocratica della città, deve far fronte da un paio d’anni agli effetti logoranti della crisi e all’aumento della delinquenza. Hassler ha anche orientato la sua campagna sul tema dell’immigrazione, in modo da fornire delle soluzioni alla popolazione migrante, con un approccio in netta opposizione a quello del suo predecessore, mettendo l’accento sulle politiche di inclusione.

«Sarebbe bello se il nostro comune riflettesse questa diversità e facesse in modo che la diversità di Santiago si possa esprimere nella migliore convivenza possibile – ha detto la giovane sindaca in un’intervista alla BBC in spagnolo –. Esiste una grande precarietà nel comune di Santiago, lasciato in uno stato di abbandono storico, tra affitti abusivi, sovrappopolazione, povertà, alla quale è stata trovata in parte una soluzione grazie alle mense collettive e alla solidarietà della gente. Lo dico perché questa è una realtà alla quale è confrontata tutta la società in Cile, riguarda tanto la comunità dei migranti, che la comunità cilena. Dobbiamo lavorare per il diritto alla cittadinanza. È questo il nostro messaggio. Indipendentemente dalla nostra origine o dalla nostra condizione di migranti, dobbiamo essere in grado di avanzare verso condizioni di vita migliori per tutti».

Per rispondere a questi problemi, Hassler ha presentato un programma dettagliato e una serie di proposte per far ripartire l’economia. Il giorno prima del suo insediamento, ha reso noto il suo team di lavoro, composto da nove persone fidate, cinque donne e quattro uomini. Strappare alla destra il comune di Santiago non è solo un trionfo locale. Con le elezioni presidenziali che si avvicinano, il 21 novembre, un altro comunista è emerso come candidato credibile per riprendere la sfida a livello nazionale: è Daniel Jadue, sindaco del comune di Recoleta, sull’altra riva del Mapocho, che è in testa nei sondaggi e potrebbe partecipare alle primarie della sinistra di luglio.

Jadue è stato l’iniziatore di una serie di progetti, ripresi poi da altri: ha reso per esempio le farmacie e gli ottici accessibili ai più svantaggiati e ha favorito l’accesso alle case popolari nel suo comune. Ha anche affiancato Hassler nella sua campagna elettorale, rafforzando l’aspirazione comunista nella conquista della Moneda, sede della presidenza, nel centro storico di Santiago. «I miti sui comunisti sono crollati e oggi siamo più presenti nel dibattito pubblico. Un’amministrazione comunista in un governo locale può trasformare la vita delle persone», ha detto la giovane sindaca in un’intervista all’agenzia France-presse.


(Il Fatto quotidiano, 5 luglio 2021 – traduzione di Luana De Micco)