di Marta Serafini


«Celebro la festa nazionale nella mia mente. Oggi (ieri per chi legge, ndr) qui in Afghanistan è il giorno dell’indipendenza dall’occupazione britannica ottenuta nel 1919, che per noi simboleggia l’indipendenza da ogni occupazione». Negli ultimi giorni Kabul si è svuotata, è piombata nel silenzio. Il suo traffico impossibile, la polvere sollevata dalle auto, i bazar brulicanti di gente, tutto si è fermato. Poi gli uomini, alcuni, sono tornati in strada. Ma le donne per strada, anche quelle sotto il burqa, sono pochissime. «A tratti si sentono rumori di spari».

Balqis (il nome è di fantasia) è un’attivista di Rawa*, Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, associazione politica indipendente, supportata dal Coordinamento italiano di sostegno alle donne afghane. Con le compagne hanno deciso di restare a Kabul, nascoste per continuare la loro lotta clandestina.

«Nei giorni scorsi si sentivano gli spari dei talebani dall’aeroporto. La disperazione del popolo afghano che cerca di scappare, la si percepisce nell’aria. Nessuno crede alle promesse dei fondamentalisti. Dicono di essere cambiati, parlano di amnistia per tutti gli ufficiali del governo precedente, dicono di voler lasciare che noi ragazze andiamo a scuola e a lavorare. Promettono addirittura di concedere libertà di espressione. Ma noi come possiamo fidarci? Abbiamo visto sparire ed essere uccise giornaliste, giudici donne, soldati, medici e infermiere, fino a pochi giorni prima del 15 agosto. Hanno provato a eliminare i loro oppositori e le oppositrici politiche prima di arrivare al potere. C’è chi ha ricevuto minacce di morte», racconta ora.

«Continueremo a insegnare a leggere e scrivere a bambini, bambine e alle madri»

Per Balqis resta un senso di amarezza nei confronti del governo afghano e delle forze militari che hanno voltato le spalle al popolo. «Quelli che possono scappano. Scappa il presidente Ghani, scappano i collaboratori degli occidentali. A cosa è servito occupare la nostra terra? A cosa è servito mettere in piedi un governo fantoccio, che poi ha consegnato la capitale in poche ore? A cosa sono serviti i miliardi di dollari spesi e le migliaia di vite perse in questa guerra? A riportare al potere gli stessi terroristi, molto più forti, meglio armati e riconosciuti ora come “legittimi”?». Per le donne di Rawa resta ora l’impegno sul campo, a costo della propria vita. «Tanti, troppi, scappano. E lo capisco. Ma noi no. Noi sapevamo benissimo che lo scopo di questa guerra non era liberare né le donne, né l’Afghanistan. Conosciamo questa situazione da ben prima che arrivassero i talebani al potere nel ’96. Alcune di noi hanno vissuto la guerra civile tra mujaheddin e i signori della guerra, sanno bene cosa aspettarsi da un governo di fondamentalisti».

La via per donne come Balqis resta quella dell’autodeterminazione. «Noi crediamo che solo un governo democratico e laico possa garantire al popolo afghano la sicurezza, l’indipendenza, l’uguaglianza di genere e la fine delle discriminazioni razziali. Oggi, ovviamente, torniamo ad agire dietro le quinte. Lo facevamo già nei campi di rifugiati in Pakistan. Ora – conclude – cerchiamo di dare una mano agli sfollati che arrivano a Kabul, è una situazione di emergenza. Continuiamo e continueremo a insegnare a leggere e a scrivere a bambini e bambine, alle loro mamme. Aiutiamo a creare una coscienza politica afghana, aiutiamo le donne a sentirsi libere di pensare e dire quello in cui credono».


*RAWA


La Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Rawa) fu fondata nel 1977 con l’intento di aiutare le donne dell’Afghanistan. Durante il regime talebano instaurato nel 1996

ha lavorato clandestinamente nel Paese. In Italia è sostenuta dal Cisda, Coordinamento italiano

di sostegno alle donne afghane. Le donne del CISDA sono attive nella promozione di progetti di solidarietà a favore delle donne afghane sin dal 1999. Il nucleo iniziale è stato costituito da un gruppo di “Donne in Nero” che ha invitato le donne afghane di due associazioni (RAWA e HAWCA) all’Onu dei Popoli di Perugia. Da allora, questo nucleo di donne ha continuato la sua attività, collaborando con altre associazioni. Dal 2014, su sollecitazione degli attivisti afghani, l’attività di sostegno del Cisda si è rivolta anche alla resistenza curda.


(Corriere della Sera, 20 agosto 2021)

di Marta Serafini


Zarifa Ghafari se ne sta nascosta: «Aspetto che mi vengano a prendere». Mentre di Salima Mazari non si hanno più notizie e si teme possa essere stata catturata [come è stato poi confermato. Ndr].

«Sono qui seduta in attesa che arrivino». Diceva così domenica al New York Times Zarifa Ghafari, ventisette anni, la sindaca più giovane dell’Afghanistan, nella provincia di Maidan Wardak, da sempre in prima linea per i diritti delle donne. Nominata nell’estate del 2018 dall’allora presidente Ashraf Ghani, Ghafari è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo nella città conservatrice di Maidan Shar. «Sono distrutta. Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire».

Suo padre, il generale Abdul Wasi Ghafari, è stato ucciso il 15 novembre dello scorso anno, appena venti giorni dopo il fallimento del terzo attentato alla sua vita. Nel suo primo giorno da sindaca è stata presa d’assalto da parte di un gruppo di uomini che l’ha costretta a fuggire. Tornata al suo posto, nonostante le minacce durante il suo mandato ha introdotto una campagna contro l’abbandono dei rifiuti nella sua città ed è diventata un modello per le altre donne. Poi, con il ritorno dei talebani, a Ghafari è stato dato un impiego al ministero della Difesa a Kabul, con la responsabilità del benessere dei soldati e dei civili feriti in attacchi terroristici. Tre settimane fa diceva «I giovani sono consapevoli di ciò che sta accadendo. Hanno i social. Comunicano. Penso che continueranno a lottare per il progresso e per i nostri diritti. Penso che ci sia un futuro per questo Paese». Ora, mentre i talebani tornano al potere e promettono di rispettare i diritti femminili, Ghafari, come molte altre donne, è scettica e rimane nascosta temendo per la sua vita.

Da giorni non si hanno più notizie – e c’è chi vocifera che sia stata catturata – di Salima Mazari, quarantun anni. Nata in Iran, dopo che la sua famiglia è fuggita dall’invasione sovietica in Afghanistan, è di etnia hazara, gruppo inviso sia ai talebani che all’Isis. Dopo essersi laureata a Teheran, ha lavorato all’università cittadina e per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Poi, la decisione di tornare in Afghanistan. «La cosa più dolorosa dell’essere un rifugiato è la mancanza di una patria», ha raccontato al Guardian nelle scorse settimane. «Nessun posto è il tuo paese».

Salima Mazari era una delle tre governatrici distrettuali ed era al comando del distretto di Charkint, nella provincia settentrionale di Balkh. Sotto di lei, trentamila persone. Ciò che distingueva questa donna dalle altre afghane era il suo stile di leadership. «A volte sono in ufficio a Charkint, altre volte devo prendere una pistola e unirmi alla battaglia», diceva. Il suo lavoro non significava solo gestire la burocrazia quotidiana, ma anche organizzare le operazioni militari. E da luglio incontrava ogni giorno i comandanti delle sue forze di sicurezza. Così era riuscita a tenere lontani i talebani da Charkint.

L’anno scorso, Mazari aveva negoziato con successo la resa di oltre cento combattenti nella sua regione. La sua reputazione di donna forte, che si opponeva alla brutalità dei talebani, ha messo (e mette tuttora) a rischio la sua vita. «Non ci sarà posto per le donne», ha dichiarato all’Ap mentre i talebani entravano a Kabul. Poi il silenzio. Su Change.org è partita una petizione per chiederne la liberazione. «Io non ho paura», diceva. «Credo nello stato di diritto in Afghanistan».


(Corriere della Sera, 18 agosto 2021)

Casa internazionale delle donne


Assistiamo all’avanzata dell’esercito talebano in Afghanistan mentre da Kabul invasa giungono le prime immagini e le prime notizie di terribile violenza agita contro la popolazione tutta e contro le donne in particolare.

Pensiamo alle tante giovani donne afghane, cresciute nell’ultimo ventennio godendo di una serie di diritti, almeno sulla carta, tra cui quello all’istruzione e quello contro la violenza, che in queste ore si vedono braccate e costrette a rinunciare a tutte le loro libertà personali e ai loro diritti fondamentali.

Come Associazioni di donne che operano per la promozione della condizione femminile e la diffusione della cultura di genere, la difesa dei diritti civili e sociali e la promozione dei principi del rispetto, della non violenza, dell’accoglienza e che agiscono per sostenere le donne e contrastare fenomeni di povertà materiale e educativa, nonché ogni forma di violenza e discriminazione del genere femminile.


CHIEDIAMO


che l’Italia e l’Europa tutta agiscano tempestivamente per portare soccorso alle donne afghane, alle bambine, alle attiviste e alle donne che hanno collaborato con i paesi occidentali per combattere la violenza talebana;

che vengano immediatamente attivati corridoi umanitari internazionali per mettere in salvo tutte le donne afghane e i loro eventuali bambini, poiché in quanto donne – single, professioniste, insegnanti, intellettuali, artiste e attiviste – sono oggetto di rastrellamenti, violenze, stupri, schiavitù sessuale e interdizioni dalle loro attività lavorative;

che venga data prioritariamente assistenza alle bambine che vedono violati i loro diritti fondamentali all’istruzione, alla cura, alla tutela da ogni forma di sfruttamento sessuale e da ogni forma di violenza.

Auspichiamo inoltre che il nostro Paese definisca nettamente una posizione di apertura e accoglienza per le profughe e i profughi afghani che stanno cercando in queste ore di abbandonare i territori di guerra, offrendo loro asilo e assistenza.

Riteniamo che l’Europa non possa esimersi dal definire chiaramente una politica comune a tutti i Paesi aderenti, una politica che sia di accoglienza e sostegno alla popolazione afghana, riconoscendo la gravità dell’emergenza umanitaria in corso.

Dalle nostre città, dai nostri territori, nei quali con le nostre azioni cerchiamo di costruire una cultura di pace, intesa anche come una varietà di pratiche e pensieri di cura, accogliamo il grido di aiuto delle nostre sorelle afghane e invitiamo tutte le associazioni di donne, i gruppi, i movimenti, le singole attiviste, le donne delle istituzioni, le artiste e le intellettuali, a firmare questa nostra richiesta indirizzata alla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, alla Ministra degli Interni Luciana Lamorgese, al Presidente del Consiglio Mario Draghi.


Associazione Orlando

Associazione WOMEN – Women of Mediterranean East and South European Network

Casa Internazionale delle Donne di Roma


(seguono firme di adesione)


(casainternazionaledelledonne.org, 17 agosto 2021)

di Udipalermo


Ancora una volta misuriamo l’ipocrisia e il cinismo della politica maschile e i suoi effetti devastanti su donne, uomini e bambini e bambine. Dopo 20 anni di guerra, giustificata con la necessità di combattere il terrorismo jihadista, di esportare la democrazia, di affermare i diritti delle donne, si abbandona un Afghanistan straziato in mano ai talebani, di cui l’occidente ben conosce efferatezza e estrema misoginia. Arrivano già messaggi, notizie di tremende violenze contro le donne che disperate chiedono il nostro aiuto. Anche noi, come tante e tanti altri, pretendiamo che il nostro governo intervenga immediatamente in tutti i modi possibili, corridoi umanitari, accoglienza e altro, per mettere in salvo donne, bambini e bambine e vi chiediamo di firmare tutte le petizioni che vanno in questa direzione. Sappiamo tuttavia che non è sufficiente e che dovremmo fare di più. Dovremmo dire basta ai sogni mortiferi di onnipotenza maschile che portano alle guerre e che generano morte e distruzione. Dovremmo smetterla di chiedere di essere incluse in un mondo sempre più dominato, dietro una parvenza di falsa democrazia, dalla logica del più forte. Dovremmo dire basta al potere maschile e confliggere con coraggio e consapevolezza invece di chiedere quote per condividerlo. Dovremmo dire basta alla politica paritaria che porta a credere che gli uomini, le loro scelte, la loro politica, siano la misura migliore dello stare al mondo e che i diritti siano sinonimo di libertà. Le donne presenti nelle istituzioni dovrebbero mostrare autonomia e prendere le distanze da una politica affaristica, compromissoria e finalizzata al potere. Dovremmo prendere nelle nostre mani, ricche di esperienza femminile e di una differente visione della realtà e della politica, le redini del mondo. È l’unica strada per non continuare a rimediare ai mali, come sempre le donne hanno fatto, causati dalla stoltezza maschile.


(Facebook Biblioteca delle donne, 17 agosto 2021)

di Annalisa Cangemi


Il Pd propone l’attivazione immediata di corridoi umanitari. Gli eurodeputati dem hanno scritto alla presidente della Commissione Ue Von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo Charles Michel e all’Alto rappresentante Josep Borrell per chiedere un Consiglio Ue straordinario, per aiutare i profughi in fuga dall’Afghanistan, ormai in mano ai talebani, dopo il ritiro delle forze Usa e Nato. In particolare donne, bambini e minoranze invise al regime integralista sono le categorie più in pericolo.

Da parte del presidente del Consiglio Draghi è arrivata una rassicurazione sull’impegno dell’Italia, che lavorerà insieme ai partner europei per «proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione» e «per una soluzione della crisi, che tuteli i diritti umani, e in particolare quelli delle donne». Mentre a livello europeo ci sono Paesi, come l’Austria, intenzionati a mantenere la linea dura sui rimpatri dei cittadini afghani, l’Italia è tra i primi Paesi a chiedere corridoi umanitari, chiedendo all’Europa di schierarsi apertamente per la protezione internazionale e per offrire asilo ai cittadini afghani che lo chiedono, bloccando le espulsioni.

«L’Europa deve assumere un ruolo decisivo, insieme alla comunità internazionale, davanti alla riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, con le terribili conseguenze interne al Paese e quelle esterne sull’assetto della regione e degli equilibri internazionali», si legge nel testo della lettera della delegazione Pd in Europa. «Vi chiediamo pertanto una azione decisa e coraggiosa, forte nell’emergenza di queste ore e lungimirante per il futuro di quel Paese e di quella regione […]. L’Europa non può essere inerte o pavida. Chiediamo un’iniziativa politica immediata, più ampia dell’intervento di evacuazione in atto, perché si abbia una risposta comune europea, convocando immediatamente un Consiglio europeo straordinario» e mettendo in campo «una proposta per creare canali di accesso e corridoi umanitari, con una particolare priorità per le donne, i minori e le famiglie».

Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza delle donne del Pd e componente della Segreteria, contattata da Fanpage.it, è convinta che la proposta non cadrà nel vuoto, vista anche la forte presa di posizione di Palazzo Chigi: «Anche il ministro Guerini ha detto che il volo che oggi ha riportato in Italia 70 persone, tra personale diplomatico e cittadini afghani che hanno collaborato con il contingente italiano, non sarà l’unico, ce ne saranno altri. Sicuramente altre persone saranno trasferite in Italia con un ponte aereo. Noi come Conferenza delle democratiche e come Pd viviamo ore di grande sgomento, per quello che può succedere e per questo disastro politico e umanitario».

«La prima preoccupazione – ha detto D’Elia a Fanpage.it – è quella di garantire protezione internazionale alle cittadine e ai cittadini che si sono anche fidati di noi in questi anni, hanno collaborato con noi, partecipando a percorsi di empowerment, anche sul tema della violenza contro le donne. Non possiamo semplicemente andarcene, abbiamo una responsabilità. Sono sopraffatta dalle telefonate di militanti che mi chiedono “che possiamo fare?”. Noi chiediamo all’Italia e all’Europa una riunione urgente, perché l’Ue abbia un ruolo importante in questa fase, di garanzia di corridoi umanitari, di protezione internazionale, e di investimento nella società civile, per chi rimane. Poi si tratterà anche di riflettere sugli errori fatti». Il segretario del Partito Democratico Enrico Letta lo ha detto molto chiaramente, con un tweet: «La fuga da Kabul è il dramma di un popolo. Un ventennio di scelte sbagliate di cui anche noi purtroppo siamo stati parte. L’Occidente esce a pezzi. E siamo solo all’inizio nel conto dei disastri».

«Nell’immediatezza noi dobbiamo dare soccorso e solidarietà – ha aggiunto D’Elia – Ma vorrei segnalare anche una grande offerta di disponibilità da parte di donne italiane, che si dicono pronte ad accogliere spontaneamente donne afghane, se dovessero arrivare. Lasciare militarmente quel luogo non significa lasciarlo totalmente, perché anche per avere i corridoi umanitari bisogna fare dei ponti, e quindi serve una presenza lì che li possa garantire».

A proposito della condizione delle donne i talebani hanno annunciato una svolta (purtroppo già smentita da diverse testimonianze): nel nuovo Emirato islamico alle donne sarà permesso di lavorare, andare a scuola, uscire di casa da sole. «C’è una storia e un’esperienza che ci dice il contrario, su questo bisognerà vigilare – ha detto D’Elia – ma soprattutto in questo momento dobbiamo aiutare chi chiede di andare via, chi può essere esposta a ritorsioni da parte dei talebani, per aver lavorato per i diritti delle persone: le donne in primis, ma anche la comunità LGBT+, giornalisti, insegnanti, studenti, operatori sanitari. La situazione è ancora confusa, è stato un vero e proprio collasso».


(fanpage.it, 16 agosto 2021)

di Marina Terragni


La libertà femminile era stato il vessillo dei “liberatori” occidentali. E la libertà femminile è il primissimo bersaglio della restaurazione talebana in Afghanistan.

Niente più scuola, l’addio struggente delle insegnanti alle loro allieve, via dal lavoro – i posti sono solo per gli uomini –, di nuovo recluse, l’obbligo a un maschio tutore sempre al fianco, le giovani senza marito e le vedove sacrificate ai bisogni dei guerrieri, la prigione dei veli e dei burqa ripescati dai bauli.

Ogni segno di libertà femminile, perfino i manifesti pubblicitari, in queste ore viene meticolosamente cancellato dai vecchi-nuovi padroni del Paese, accolti come liberatori dal giogo occidentale mentre avanzavano rapidissimamente verso Kabul, senza incontrare alcuna resistenza, per rifondare l’Emirato Islamico.

Fin dal principio i corpi delle donne sono stati pedine, bersaglio e campo di gioco di una partita fra uomini: aguzzini, jihadisti, militari, “liberatori”, piazzisti di democrazia, affaristi, corrotti, codardi fuggitivi, traditori.

Le conseguenze di quello che i media oggi definiscono “débâcle dell’Occidente” e nuovo Vietnam sono al momento incalcolabili. Ma non c’è bisogno di alcun calcolo per sapere che cosa capiterà alle donne afghane: lo stiamo già vedendo, lo abbiamo già visto nei secoli dei secoli, la carne di tutte noi porta i segni, di madre in figlia, della violenza e dell’oppressione.

Non esiste un noi e un loro. Quello sta capitando a loro – essere cancellate, scomparire – può capitare anche a noi. La loro lotta, la loro resistenza è anche la nostra.

La partita degli uomini è stata e continua a essere un fallimento, e non solo in Afghanistan. Tutte le loro partite stanno finendo male. E noi donne, in qualunque luogo del mondo, paghiamo per prime il prezzo delle imprese degli uomini stolti.

Dobbiamo unirci ed attivare le nostre reti internazionali per chiedere con una sola voce ai governi dei nostri Paesi di predisporre l’accoglienza e di organizzare corridoi umanitari destinati a donne e bambine (all’aeroporto di Kabul si vedono solo uomini a tentare la fuga).

Non dobbiamo lasciare sole le donne e le bambine afghane perché non dobbiamo lasciare sole noi stesse.

Non lasciamole sole, non lasciamoci sole.


(feministpost.it, 16 agosto 2021)

di Giuliana Sgrena


La cartina geografica dell’Afghanistan che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che i taleban potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese, ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici.

Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan.

Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamista, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.

Vent’anni fa arrivando in Afghanistan, lungo le strade c’erano i carri armati abbandonati dall’Armata rossa in ritirata nel 1989. Avevamo visitato a Kabul anche quella che era la mastodontica ambasciata dell’Unione sovietica, occupata poi da senzatetto.

Allora ci aveva sorpreso la speranza suscitata dall’intervento americano tra le donne, non perché credessero alla «liberazione dal burqa» uno degli slogan più ipocriti che hanno accompagnato l’avanzata delle truppe occidentali, ma perché, allora come adesso e purtroppo a ragione, pensavano che non potesse esserci niente di peggio dei taleban. Come dar loro torto avendo visitato Kabul al tempo dei taleban?

Una manifestazione di donne che si toglievano il burqa e pensavano che non l’avrebbero più indossato era stata gioiosa, le donne mostravano i loro visi squamati per la mancanza di sole, che ha ridotto anche la produzione di vitamina D.

Non sono certo serviti vent’anni perché l’intervento militare si rivelasse nei suoi intenti di occupazione e di sfruttamento. Eppure è drammatico pensare che oggi la partenza delle truppe Usa non potrà essere festeggiata perché l’Afghanistan sta sprofondando in un futuro ancora, se possibile, più funesto di quello lasciato dal sovietici nell’89.

Le truppe occidentali non lasceranno carri armati per le strade dell’Afghanistan, ora i mezzi di occupazione sono più moderni e la fuga più organizzata. Ma lasceranno migliaia di vittime, un paese devastato, i corrotti sempre più corrotti, i signori della guerra sempre più ricchi, le enormi ville pacchiane e superprotette lo stanno a testimoniare.

I soldi dei donatori non sono andati alla povera gente e non sono serviti a finanziare progetti di ricostruzione: la ricostruzione è compito degli afghani afferma ipocritamente oggi Biden, che segue il progetto di ritiro di Trump.

Invece la distruzione è in gran parte opera di Stati uniti e alleati. Quella afghana è la guerra più lunga combattuta dagli Usa e il suo fallimento è accompagnato dal fallimento della società afghana nella capacità di costruire un’alternativa democratica per la guida del paese.

Con i taleban gli Usa hanno raggiunto un accordo per la loro uscita di scena, non per dare un futuro al paese, non poteva essere diversamente: con i nemici si negozia una tregua non la pace. In questo caso non c’è stata nemmeno la tregua, l’annuncio del ritiro degli americani e alleati ha dato il via alla riscossa dei taleban.

L’11 settembre sarà più lugubre del passato: gli americani potranno dimenticare tutti i soldati lasciati sul campo? I miliardi spesi per distruggere un paese?

L’intervento era iniziato per sconfiggere i sostenitori di al Qaeda, i taleban, ora termina con il ritorno dei taleban e la presenza di altri jihadisti più trucidi, quelli dell’Isis.

Ma le vittime principali non sono i militari caduti, sono gli afghani tutti, la popolazione sempre più impoverita e oggi preda anche della pandemia senza risorse per contrastarla, le donne che avevano sperato nella loro liberazione che hanno pagato a duro prezzo negli ultimi anni la loro rivendicazione di diritti e che ora tornano in clandestinità.

I responsabili non sono solo gli Stati uniti ma tutti coloro che hanno inviato truppe in Afghanistan, che hanno dato speranze di libertà a un popolo da decenni in guerra, che ora abbandonano la popolazione civile inerme a nuovi predatori (Russia, Cina e Turchia) che cercheranno di occupare il vuoto lasciato dal ritiro.

Responsabili sono anche l’Italia e l’Europa che spudoratamente chiede il rientro di tutti i profughi afghani, per riconsegnarli a un regime oscurantista e medioevale che li aveva costretti alla fuga. Come potremo ancora guardare negli occhi le/gli afghane/i incontrate/i negli ultimi anni per promettere loro un piccolo aiuto agli orfani, alle bambine, alle donne?

Come interrompere gli studi alle ragazze, come negare loro il diritto di cantare e suonare, come impedire loro di uscire di casa dopo che avevano assaporato uno spicchio di libertà e dire loro che forse, purtroppo, dovranno tornare a guardare il mondo a quadretti da dietro il burqa?


(il manifesto, 15 agosto 2021)


La Tartaruga fa parte del Gruppo Editoriale de La nave di Teseo. Di seguito le dichiarazioni di Elisabetta Sgarbi e Claudia Durastanti 


«Da diversi mesi ragionavano con Mario Andreose e Eugenio Lio sulla necessità di restituire una identità autonoma alla Tartaruga, di vera e propria casa editrice, che facesse tesoro della sua storia ma che fosse in grado di parlare a nuovi lettori e, nello stesso tempo fosse distinta, nella sua proposta editoriale, da La nave di Teseo, pur dialogando con essa.

La figura che ci è parsa più adatta per questa impresa, per formazione, per sguardo internazionale, per storia personale, per passione e impegno, ci è parsa Claudia Durastanti, autrice de La straniera, tradotta in oltre 15 paesi.» 
Elisabetta Sgarbi – Direttrice Generale La nave di Teseo.

«Non mi piace l’idea di rinascita – niente è morto – né quella di rilancio: mi sa di parola che sottintende un difetto antecedente, come se qualcosa fosse andato storto; è in fondo un concetto del marketing. Mi interrogo invece sul senso di reinvenzione nel tempo: Lepetit ha inventato qualcosa che prima non c’era, si tratta di tradurre la sua intuizione nel presente.» 
Claudia Durastanti

Claudia Durastanti (Brooklyn, 1984) è scrittrice e traduttrice. Il suo romanzo d’esordio Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010, La nave di Teseo 2020 ) ha vinto il Premio Mondello Giovani; nel 2013 ha pubblicato A Chloe, per le ragioni sbagliate, nel 2016 Cleopatra va in prigione e nel 2019 La straniera, finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega e in corso di traduzione in oltre 15 paesi. È stata Italian Fellow in Literature all’American Academy di Roma. È tra i fondatori del Festival of Italian Literature in London.


Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “La straniera” (La nave di Teseo): Claudia Durastanti in conversazione con Massimo Maugeri


(letteratitudinenews.wordpress.com, 11 agosto 2021)

di Giovanna Nuvoletti


di Fiorella Cagnoni


Sapeva mostrare enfasi senza essere enfatica. La donna (a parte Elisabetta II) più dotata di perfetto understatement.

Era avventurosa, però. Capace di balzi spericolati. Sia nella professione di editora sia nella vita privata. Per quello, e per la sua aria sempre un po’ ironica ma sempre in agguato a fiutare libri, pesantezze da evitare, conflitti inutili, pericolose prolissità, – per me era La californiana evasa. Quell’atteggiamento audace ma non sventato, sicuro ma non sconsiderato. Vissuto, sapiente ma mai ridondante.

La costante più ridicola del nostro discutere riguardava l’inconscio, che per decenni lei sosteneva non esistere e per me è il puntello pericolante ma ineliminabile della vita. Poi qualcosa l’ha resa meno drastica, e a maggio di quest’anno ha voluto esser taggata nel post in cui annunciavo un webinar su La Carta Coperta, l’inconscio nelle pratiche femministe.

Sulla scrittura mi fidavo ciecamente. Quando lavoravo a un libro gliene mandavo le prime dieci pagine e se lei diceva va bene continuavo, – seguendone le raccomandazioni, per esempio di togliere un personaggio superfluo o di mettere un maneggio dove compariva un cavallo. Quando mi ha detto lascia perdere, – ho lasciato perdere. L’ultima volta le ho mandato i primi capitoli di una nuova storia gialla e mi ha scritto “Auguri a Alice Carta. Mi raccomando non essere prolissa, non superare le 150 pagine!” Al momento il libro è finito e sottoposto alla prima lettura – sarebbero 180 ma taglierò certi inutili elenchi di alibi e moventi.

Di ritorno dalla Gran Bretagna nel 1984 andai in casa editrice, in via Turati, con le lettere Sackville West – Woolf, l’edizione Hutchinson che Sylvie Coyaud e io avevamo trovato e comprato a Londra. «Tu devi fare questo libro. E soltanto io e Sylvie lo possiamo tradurre,» dissi. Papale papale. Del resto a lei non piacevano le mezze misure.

Via Turati era un luogo magico, profumato di intelligenza e di passione oltre che di carta stampata. E lei e Rosaria erano incantevoli, insieme.

Poi ci ha lasciato tradurre per La Tartaruga Nera pure Plotting and Writing Suspense Fiction di Highsmith e Seducers in Ecuador di Sackville-West. Era soddisfacente, aiutare La Tartaruga. Amorevole.

Anche sulla celeste stirpe equina mi fidavo ciecamente. Ho ricominciato con lei a montare a cavallo in Maremma, – le piaceva galoppare in salita: che è più sicuro, perché anche la cavalla, o il cavallo, si stanca parecchio e non esagera.

Quando suo figlio Roberto viveva là ci andavamo in vacanza, con Rosaria, Pat, (che poi l’ha sposato, Roberto) talora altre amiche. Di ritorno dal mare, bevevamo per aperitivo un Fragolino locale, che portato a Milano faceva pietà ma sul posto era perfetto.

Suo figlio Nicola invece, mentre era all’università, ha lavorato per qualche anno nel periodo natalizio al negozio di giocattoli della mia famiglia, – esperienza speciale per lui come per altri figli e figlie di amiche e un bel ricordo per me.

La sua morte muove in me pensieri quasi disperati sulla fine di un’epoca tanto felice, e su quello che ne resterà.

Certo, aveva quasi novant’anni e certo nessuna, nessuno, è immortale. Non avevo mai pensato alla sua morte però, e ieri ho pianto, – pianto davvero a lungo come non mi accadeva da decenni.

Ma quella felicità c’è stata, e fortunate noi. Quelle che l’abbiamo vissuta, insieme.

Pensava d’esser dimenticata e le dispiaceva, pativa la fatica che abbiamo fatto e facciamo a costruire salda memoria delle nostre vite. Ma a me pare che l’ammirazione per lei sia vasta, robusta, profonda.

Troverà un posto perfetto. Magari con Margherita Tosi, che si intendevano benissimo anche quando non erano d’accordo.


(www.libreriadelledonne.it, 7 agosto 2021)

di Alessandra Pigliaru


Addii. Scomparsa ieri all’età di 89 anni la femminista ed editrice che nel 1975 ha fondato La Tartaruga. Nel catalogo figurano tra le più importanti autrici del Novecento, da Gertrude Stein a Alice Munro e altre.


Tra le prime pagine del suo Autobiografia di una femminista distratta, Laura Lepetit racconta di come, mentre cercava un nome per la sua casa editrice La Tartaruga, le sia capitato di leggere un piccolo articolo in cui si elencavano le caratteristiche dell’animale: va piano, si porta la casa appresso e mangia molta insalata. Ha scoperto poi che la simbologia era ben più vasta, fino a scoprire che nel Parco dei Mostri di Bomarzo esiste una statua di tufo in cui una tartaruga regge una donna che porta il mondo sulle spalle. In realtà, alla domanda sul perché avesse scelto proprio quel nome per l’impresa sontuosa che aveva inteso intraprendere rispondeva sempre in maniera diversa.

Scomparsa ieri all’età di 89 anni mentre si trovava nella sua casa in Maremma, Laura Lepetit, intellettuale e femminista, ce la possiamo figurare nell’avventura di essere stata se stessa, ancor prima della scelta radicale che nel 1975 l’ha portata a fondare una casa editrice, diretta fino al 1997, che avrebbe pubblicato più di duecento titoli a firma di donne. Stiamo parlando di molte tra le scrittrici più autorevoli del Novecento, sia italiane che internazionali che ancora non erano state tradotte – basterebbe nominare Virginia Woolf e il suo Le tre ghinee – e dunque non avevano ancora varcato i confini del nostro paese per entrare nelle biblioteche, nelle scuole e negli scaffali di intere generazioni di ragazze e ragazzi che da quei testi hanno fatto fiorire interi immaginari culturali e politici.  
Con i libri però Laura Lepetit si era già cimentata, nel 1965 insieme ad Annamaria Gandini e altri rileva Milano Libri in via Verdi, poco dopo comincia la sua esperienza dirimente nel femminismo italiano, dall’interno e nel gruppo di Rivolta Femminile, con la Libreria delle donne di Milano – fondata nello stesso anno della Tartaruga – e il mitico Cicip.  
Rileggendo oggi la sua Autobiografia, memoir che ripercorre una stagione visionaria e appassionata (pubblicato nel 2016 per Nottetempo), non si può fare altro che rinnovare la gratitudine per tanta ostinazione in anni complessi e aperti in cui al congedo dalle Éditions des femmes, le Women’s Press, le Frauenoffensive e le Virago Press, questa donna dallo sguardo severo e di lontananze antiche, si è dedicata paziente «a raccogliere le proprie foglie di insalata», tessendo trovando ed esplorando una miniera di autentiche perle.  
Nel catalogo della Tartaruga non sono state ospitate solo le traduzioni di premi Nobel – da Nadine Gordimer a Doris Lessing e Alice Munro – bensì orizzonti genealogici inaggirabili della letteratura mondiale: Gertrude Stein, Margaret Atwood e Tat’jana Tolstaja, Mercè Rodoreda e Ivy Compton-Burnett, e ancora Edith Wharton, Barbara Pym, Grace Paley, Carolyn Heilbrun così come molte altre. È stata esigente e felice per ciò che faceva, Laura Lepetit, circondandosi negli anni di amiche e donne speciali che l’hanno consigliata e a cui ha chiesto pareri, la sua è una storia di relazioni profondissime, traduttrici ma spesso lettrici o compagne della strada più lunga che è stata per lei il femminismo.  
Accanto al pensiero della differenza sessuale, ha pubblicato libri fondativi della comunità filosofica di Diotima, di Luisa Muraro, Luce Irigaray e altre. È ugualmente sua l’intuizione di editare volumi importanti, da Lo spazio narrante di Ginevra Bompiani a Le lettere del mio nome di Grazia Livi, da Morte a Palermo di Silvana La Spina a L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia o ancora Taccuino tedesco di Fabrizia Ramondino. Si aggiungano altre folgorazioni, per esempio la ristampa del capolavoro di Paola Masino, Nascita e morte della massaia, così come quella della raccolta di Anna Maria Ortese, Silenzio a Milano.  
La vista di cui era dotata Lepetit l’ha condotta nella fiducia politica che ci lascia come lezione, suona come un augurio da raccogliere: «Vorrei che altre scrivessero come ho fatto io. Senza preoccuparsi di dover dire qualcosa o di dover tacere qualcos’altro, ma raccontando semplicemente quello che resta nel ricordo, lo scheletro portante di un’esistenza. Che può essere fatto di nulla, oppure di fatti e accadimenti fuori dal comune. Un cartoccio di pesce, un pavone nel lago, un lavandino di piatti sporchi». 
Sono parole che danno un altro orlo allo smarrimento di significati in cui molte e molti si trovano, che raccontano della politica delle donne in cui ha vissuto, a lungo e amatissima, sono auspici soprattutto da tenere cari nel presente questi di Laura Lepetit, quando si preferisce il silenzio al frastuono causato da un tempo disintegrato che produce guerre inesistenti e non tiene conto della dirompenza che è il partire da sé, restando in ascolto, trovando la propria casa sulle spalle del mondo, per attraversarlo lentamente ma con precisione, mai nella solitudine.


(il manifesto, 7 agosto 2021)

di Andrea Gessner, editore di Nottetempo


Purtroppo la mattina del 6 agosto è mancata Laura Lepetit, fondatrice della casa editrice La Tartaruga, che con noi ha pubblicato nel 2016 il bellissimo memoir Autobiografia di una femminista distratta.

Ripercorrerne la vita è ripercorrere una grande avventura culturale ed editoriale degli ultimi 60 anni: aveva iniziato insegnando, proseguito diventando la proprietaria insieme ad Annamaria Gandini e Vanna Vettori negli anni ’60 della mitica libreria milanese Milano Libri, centro della vita culturale della nostra città per tanto tempo. Nel 1965 insieme sempre ad Annamaria e al suo geniale marito Giovanni Gandini aveva creato la rivista Linus, che ha affermato il valore dei fumetti in Italia.

Aveva poi fatto parte del gruppo di Rivolta Femminile insieme a Carla Lonzi e altre compagne, per distaccarsene nel 1975 quando fondò La Tartaruga, importantissima casa editrice che ha colmato un’enorme lacuna nel panorama letterario italiano, pubblicando libri di Virginia Woolf, Doris Lessing, Margaret Atwood, Silvana La Spina, Francesca Duranti, Ivy Compton-Burnett, Nadine Gordimer, e tantissime altre: nel suo catalogo era arrivata a contare ben 4 premi Nobel, se non sbaglio tutte da lei pubblicate prima di vincerlo, e tutte autrici che oggi fanno la fortuna dei cataloghi delle maggiori case editrici italiane.

La Tartaruga nel suo nucleo essenziale era formata da lei e da Rosaria Guacci, e non potrò mai dimenticare una bellissima e divertente presentazione che organizzammo nel 2016 alla Libreria delle donne di Milano, come sempre animata da una discussione senza peli sulla lingua.

Non mi ricordo quando l’ho conosciuta: mi sembra di averla sempre conosciuta, e mi sembra ancora di vederla sfrecciare in sella alla sua bicicletta per andare al lavoro, per recarsi alle presentazioni, per fare la spesa, per andare ovunque dovesse.

Laura era una donna coraggiosa, molto generosa, spiritosissima, libera da pregiudizi. Avevo l’impressione che non avesse paura di nulla e di nessuno, sapeva chi era e quanto valeva e non aveva alcun timore di esprimere le sue idee. Era un’esponente della migliore borghesia milanese, attenta al valore in ogni sua forma, lontanissima dal narcisismo, grande e appassionata lavoratrice.

Lepetit era il cognome che aveva preso da suo marito e che non lasciò neppure dopo la separazione: solo negli ultimi anni le sentivo dire che si chiamava Laura Maltini, il suo nome da ragazza.

In quest’ultimo periodo l’editoria italiana ha perso dei maestri e Laura era sicuramente una maestra: non posso dire quanti bei ricordi mi ha lasciato, che bei racconti, da Lindner ai suoi amatissimi gatti, alla sua scarsa vena di cuoca, un aspetto su cui stava lavorando con la solita passione negli ultimi anni.

A proposito dei gatti mi ricordo quando lavorammo alla copertina del suo libro e lei disse a Ginevra e a me che avrebbe voluto almeno un gatto e dei libri, e il risultato le piacque moltissimo.

Mi mancherai Laura, ti porto dentro di me, spero che porterai il tuo spirito libero e indomito dovunque tu sia.


(Facebook, 6 agosto 2021)

di Silvana La Spina


«Era a Festivaletteratura quando uscì “Una femminista distratta” che l’avevo obbligata a scrivere. Fra un po’ uscirà un altro librino in cui ha voluto che le scrivessi una nota. Non aggiungo altro: sono una di famiglia, più ancora che amica. Le voglio molto bene, per sempre.» Recitano così le parole commosse di Annarosa Buttarelli, direttrice scientifica della Scuola di Alta Formazione Donne di Governo, alla notizia della scomparsa di Laura Lepetit, editrice milanese, storica amica della filosofa. Aveva compiuto 90 anni il 3 agosto, Laura, nata a Roma e trasferita a Milano a 12 anni.


Ringraziamo la scrittrice Silvana la Spina che ha scritto queste parole:

“Eppure, non ho rimpianti né pentimenti. Ho vissuto da donna e da femminista. Due condizioni che hanno trovato un corretto equilibrio”.

Con queste parole si chiude l’intervista che Antonio Gnoli fece a Laura Lepetit nel febbraio del 2016. In quell’intervista del resto c’è tutta lei, con la sua aria svagata, il caschetto di capelli bianchi, la parola sempre lucida, puntuale.

Eppure, Laura non è mai stata veramente svagata e nemmeno distratta, anche se poi ha voluto intitolare così il suo unico libro (Autobiografia di una femminista distratta, Nottetempo editore). Laura semmai è stata una persona decisa, pronta persino a schierarsi, a prendere posizione, a costo di cambiare luoghi, vita, amicizie.

In effetti, nonostante abbia voluto come simbolo della casa editrice, come animale totem diciamo, una tartaruga, la sua natura era selvatica, da gatta abbarbicata malamente a un ramo borghese.

Perché Laura era prima di tutto una signora milanese, anzi una gran signora, che all’improvviso aveva voltato le spalle al suo comodo mondo per infilarsi in quello molto più scomodo e non sempre soddisfacente dei libri.

Prima con Giovanni e Anna Maria Gandini come editrice di Linus, poi fondando una vera e propria casa editrice, La Tartaruga.

Laura Lepetit è stata anche il mio primo editore, in anni in cui pubblicare con lei era diventato quasi di moda e persino cool. E lei mi colpì subito, già al primo incontro. In quello studio a piano terra di via Turati, dove con l’immancabile Rosaria Guacci mi accolse con grazia di altri tempi ma senza smancerie.

Ero stupefatta. Da meridionale, abituata al fasto e all’arroganza, mai avrei immaginato quelle due stanzette, fitte di libri, di donne e di chiacchiere. E diciamolo pure di solidarietà. Cosa che avrei rimpianto quando, passata ad altre case editrici, più titolate e stavolta sì, fastose e imponenti, ma fredde e abbastanza disumane.

Ma il nostro rapporto non si è mai interrotto. Ci legava stima, risate, libri letti e altri ancora da leggere. Ci legava il suo carisma, da gatta selvatica ma anche da gran signora, sempre garbata, sempre elegante, ma anche sferzante.

È stata una femminista Laura? Sì, era anche femminista. Diceva anzi che era stato il femminismo a cambiarle la vita, a darle il senso del sé, specie dopo l’incontro con Carla Accardi, la grande teorica dell’arte, e con Carla Lonzi, agli inizi di Rivolta femminile.

E non c’è da stupirsi nemmeno quello che è venuto dopo. Una casa editrice tutta di donne, ma che donne! E che scoperte per tutti noi. Viginia Woolf, Margaret Atwood, Nadine Gordimer, Ivy Compton- Burnett, Anna Banti e Paola Masino, queste solo alcune. Che magari erano già note, ma che lei portò in giro come uno stendardo.

Strano, vero? Strano che a pochi giorni di distanza se ne vadano due editori eccentrici e inusuali, o dovremmo dire unici? Ossia la tenera e brusca Laura Lepetit e l’erudito, gnostico e irraggiungibile Roberto Calasso.

Coincidenze? Forse. O forse come dice Mallarmé, “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”.


Silvana La Spina



Nota:


Nel 1975, Laura Lepetit decide di fondare una casa editrice dopo che scoprì, con suo grande stupore, che il libro Le tre ghinee di Virginia Woolf non era mai stato tradotto in italiano. Nacque così La Tartaruga. Pubblica così solo libri scritti da donne: attraverso questo lavoro costruisce e conserva un patrimonio di genere, attraverso quel mosaico di romanzi, scritti autobiografici e saggi editi da La Tartaruga. Nel 1975 nasce anche la Libreria delle donne di Milano, alla quale lei e La Tartaruga sono molto legate. Entra poi a far parte anche del Circolo Culturale delle Donne Cicip & Ciciap.

Con La Tartaruga, Laura Lepetit ha segnato una felice eccezione al paradigma che vorrebbe il mestiere dell’editore appannaggio degli uomini. Partendo dalla «ferma convinzione che incontrare il libro giusto al momento giusto fosse un fatto fondamentale e necessario», ha fondato una casa editrice sulla voce delle donne, con l’obiettivo di far conoscere ai lettori solo «libri necessari».

La Tartaruga Edizioni ha pubblicato in trent’anni di lavoro più di 400 titoli. Tra le sue autrici, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Barbara Pym e molte altre.

Abbiamo avuto l’occasione di poterla avere nelle Accademie della Maestria Femminile, fedele partecipante degli appuntamenti che abbiamo organizzato questa primavera.

Una delle ultime interviste è stata concessa all’Italian Woolf Project a Febbraio 2021.


(https://www.scuoladonnedigoverno.it/, 6 agosto 2021)

di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti


Lavoro. La storia di Sara Guerriero: prima l’azienda l’aveva trasferita a 250 chilometri di distanza, poi l’aveva cacciata. Per il tribunale d’Appello di Cosenza si è trattato di un licenziamento ritorsivo e discriminatorio. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza


[…]

È stata una battaglia infinita, lunga ed estenuante, quella di Sara, a colpi di cause, denunce, lettere di trasferimento, accorate richieste di mediazione. E poi la campagna stampa, i servizi delle Iene, gli inviti in Rai. «Gli affari dell’azienda non vanno benissimo, non puoi lavorare più qui, ti mandiamo a 257 chilometri di distanza». Prendere o lasciare. Lei non solo non ha lasciato ma ha combattuto.

E alla fine ha vinto. E i «guai» per Farmasuisse Srl e Sanders cominciano proprio da oggi: una sentenza della sezione Lavoro della Corte di Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Emilio Sirianni (consiglieri Rosario Murgida e Antonio Cestone), ha condannato a una pesante indennità risarcitoria la multinazionale elvetica e ha ordinato l’immediato reintegro della lavoratrice cosentina, patrocinata dall’avvocato Giuseppe Lepera. Guerriero fu prima trasferita e poi di fatto estromessa dall’azienda, subito dopo aver messo al mondo un bimbo. «Il suo licenziamento è ritorsivo e discriminatorio», sentenzia ora la Corte.

La giovane lavoratrice, sebbene in tanti anni di servizio fosse stata impeccabile e professionale, appena divenuta mamma fu posta di fronte a un ricatto: accettare il trasferimento a 250 km dalla sede originaria o essere licenziata. Sara si ribellò, raccontò tutto a il manifesto, che nell’edizione del 3 marzo 2017 pubblicò la sua vicenda. La solidarietà fu massiccia.

«Posso ritenermi fortunata – spiega – perché la mia non è una famiglia monoreddito, quindi ho potuto attendere da disoccupata il tempo necessario per ottenere giustizia. Ma penso a tantissime colleghe che non vivono la stessa condizione e si vedono costrette a subire in silenzio o accettare formule compromissorie forzose».

La storia di Sara è narrata in La spettabile F., scritto da Luca Scarpelli, e pubblicato da Edizioni Erranti nel 2020. Il libro ricostruisce la vertenza in tutte le fasi, rivela i contraccolpi psicologici, squaderna il dramma umano di una donna privata del posto di lavoro nel momento più delicato della propria esistenza. Dal romanzo traspare la volontà di riscatto, la scelta coraggiosa di ribellarsi, la consapevolezza che tale gesto stimolerà tante altre donne a non sottomettersi.

Il gelido linguaggio burocratico con cui l’azienda comunicava l’esubero della segretaria Guerriero, inquadrata nel 4 livello Ccnl studi professionali, «per un processo di riorganizzazione finalizzata a ridurre i costi legati alle sedi operativa in modo da far sì che il numero degli operatori sia confacente alle effettive esigenze aziendali ed ai reali volumi di attività /redditività e alle scelte imprenditoriali adottate per l’organizzazione delle attività di sede e il contenimento dei costi», celava dunque una cinica volontà «discriminatoria», «ritorsiva» e «vendicativa».

I giudici dell’Appello riformando la sentenza di primo grado rimarcano che la scelta aziendale di sopprimere un posto di lavoro nella sede di Cosenza non era frutto di legittima scelta imprenditoriale. «Che tanto fosse avvenuto in ragione della sopravvenuta maternità della ricorrente era dimostrato anche dai floridi risultati economici conseguiti nel periodo di interesse proprio presso la filiale di Cosenza, che smentivano in radice il giustificato motivo oggettivo», scrivono i giudici catanzaresi.

Un provvedimento che farà giurisprudenza, che tira una linea sul modo di fare impresa a danno delle lavoratrici madri. «A ulteriore dimostrazione del solo intento vendicativo alla base della decisione aziendale di espellere la lavoratrice, vi era anche il clamore mediatico che la vicenda aveva suscitato sin dal secondo trasferimento e, a seguire, dopo il licenziamento». Il datore di lavoro però non si aspettava la tenacia della lavoratrice nel portare avanti la vertenza.

Pensava, annotano i giudici, di poter chiudere bonariamente come fatto «in altre sedi dislocate sul territorio nazionale dove era risultato sufficiente procedere al trasferimento e al licenziamento di altre neo mamme per poi addivenire ad accordi transattivi con le stesse». L’Istituto Helvetico Sanders pensava che l’Italia non fosse un paese per mamme. Da oggi dovrà ricredersi.


(il manifesto, 4 agosto 2021)

di Marina Terragni


Il fenomeno della transizione appare profondamente cambiato negli ultimi trent’anni. Il cambiamento principale – anche se non l’unico – riguarda il sesso biologico delle persone che decidono di transizionare, oggi più femmine che maschi.

Un tempo le FtM, da donna a maschio, erano una rarità assoluta. Le proporzioni erano grossomodo una FtM ogni cento MtF, e già allora erano due mondi antropologicamente diversi e lontani tra loro. Oggi le FtM costituiscono la netta maggioranza delle transizioni precoci – 7-8 casi su 10 – e i criteri di lettura vanno aggiornati.

Una differenza importante: mentre tra gli MtF il ricorso a terapie ormonali e chirurgia – castrazione – è sempre più raro in favore di un’autoidentificazione che mantiene il corpo intatto (self-id) le FtM ricorrono molto frequentemente al supporto chimico e alla doppia mastectomia o top surgery (molto meno frequentemente alla costruzione di uno pseudo-sesso maschile).

Sul piano del simbolico, tuttavia, entrambi i tipi di transizione raccontano la stessa storia. Si tratta sempre di cancellazione del corpo femminile.

Nel caso delle FtM, una vera e propria fuga dal destino di essere donne inteso come disempowerment, perdita di libertà, rinuncia, subordinazione, miseria. Il movimento è lo stesso delle emancipate e – in una fase successiva – delle anoressiche (vedere qui). Come raccontano spesso le detransitioner, più che di essere uomini si tratta di fermare il processo del diventare donne, con tutto ciò che ne consegue. L’obiettivo è “fuggire dalla casa in fiamme” (vedere qui).

Nel caso degli MtF si tratta invece di sostituzione delle donne biologiche con i propri “nuovi” corpi di pseudo-donne, autoginefilicamente e cosmeticamente ricostruiti, quando lo sono, secondo i canoni che si ricollegano ai più consolidati stereotipi di genere, ovvero assecondando le pretese dello sguardo maschile.

Quello delle FtM è quasi sempre un gesto di resistenza politico sul quale, quindi, è possibile intervenire politicamente: il lavoro con le detransitioner è infatti un lavoro prevalentemente politico. Il caso degli MtF si presenta invece come un movimento prevalentemente intrapsichico.

In apparenza quindi le transizioni FtM e MtF si presentano come movimenti simmetrici, uguali e contrari, in qualche modo “compensati”: fuga dal femminile nel primo caso, volontà di farne parte nel secondo. In realtà entrambi i movimenti non fuoriescono dal raggio dello sguardo maschile normativo che nega la libertà femminile e impone la gabbia degli stereotipi di genere. In altre parole, in entrambi i casi restiamo nel recinto del fallogocentrismo. Il fallo resta il principio ordinatore.

Il femminismo ha sempre lottato contro gli stereotipi di genere e questa battaglia oggi va ripresa e intensificata, soprattutto per la salvezza delle bambine e dei bambini. L’uso sempre più diffuso di bloccanti della pubertà, che anticipa e diffonde a macchia d’olio il fenomeno della transizione producendo danni irreversibili in corpi di minori perfettamente sani e mai “sbagliati”, ha cambiato radicalmente lo scenario e richiede il massimo dell’attenzione.

Le bambine e le ragazze, che oggi sono il bersaglio principale della propaganda, vanno salvate dalla brutalità di queste pratiche ultimative nel solco dell’emancipazione. Emanciparsi significa liberarsi dalla schiavitù, fuoruscire dal dominio. Ma essere donne non è una schiavitù, è il patriarcato che per non crollare non può fare a meno di intenderci come subordinate.

Si tratta di convincere bambine e ragazze a sottrarsi all’oppressione, resistendo in se stesse, e dell’“indicibile fortuna di nascere donna (Luisa Muraro).


(https://feministpost.it/, 27 luglio 2021)

di Teresa Numerico


La delega alla macchina è una tentazione dei nostri tempi e il mondo della giustizia non fa eccezione. Ne parlano Antoine Garapon e Jean Lasségue nel libro La giustizia digitale. Determinismo tecnologico e libertà (Il Mulino, pp. 279, euro 28), volume intenso, denso e complesso. L’operazione editoriale è completata dalla bella prefazione di Maria Rosaria Ferrarese, che introduce l’edizione italiana, facendo il punto sulle questioni scottanti e ineludibili poste dal famoso giurista Garapon, supportato dall’epistemologo Lasségue che compendia il lavoro con un approfondimento sulla rivoluzione grafica.

Il libro si apre con un’analisi del passaggio dalla scrittura a stampa a quella digitale, una nuova testualità di natura logica. Impossibile restituire la ricchezza delle argomentazioni presenti nel volume, ma è appassionante analizzare alcuni dei nodi argomentativi più sfidanti. La digitalizzazione di tutte le informazioni disponibili, comprese quelle di carattere giuridico – sia come leggi scritte, sia come giurisprudenza – è condizionata all’assunto sistemico che sia possibile riprodurre tutto quello che è necessario per ricostruire la capacità di decisione giuridica, nel contesto informatico.

La scrittura digitale, cioè, sarebbe un nuovo tipo di scrittura che porta alle estreme conseguenze la rivoluzione grammaticale delle lingue alfabetiche, nelle quali ciò che viene riprodotto è il singolo suono e non la rappresentazione del significato, come invece avviene in quelle ideografiche. La scrittura digitale eliminerebbe qualsiasi dimensione simbolica dal proprio funzionamento, riferendosi esclusivamente alla capacità di manipolare simboli definiti univocamente, attraverso l’uso di regole fissate, finite e inequivocabili.

Le lingue naturali, comprese quelle alfabetiche, mantengono relazioni plurali tra significanti e significati. Tale collegamento permette a una parola di avere correlazioni anche ambivalenti e stratificate con i suoi significati variabili e di manifestare una dimensione metaforica e simbolica per veicolare il senso complesso di un concetto o di un oggetto, a cui il significante associa il proprio carattere materiale.

La rivoluzione informatica invece rinuncerebbe completamente al rapporto con questa dimensione simbolica per concentrarsi esclusivamente sulle possibilità della manipolazione dei caratteri senza riferimento.

Il mondo esterno – confuso e molteplice – che fa capolino nella lingua naturale, nella sua ricchezza, nella sua dinamicità collettiva, sarebbe completamente tagliato fuori dalla rivoluzione digitale, che si impone per il suo carattere privo di riferimento all’esterno, sul quale però non rinuncia a intervenire.

Il progetto della giustizia digitale, analizzato nel volume, sembra voler salvare i giudizi dall’umanità con il suo carattere soggettivo e parziale. La giustizia predittiva, infatti, si propone di annettere il diritto a causa della sua capacità di contenere in sé tutta la giurisprudenza e di valutare i comportamenti umani, attribuendo loro la possibilità di costituire un’anticipazione di eventi futuri.

Come suggeriva Hannah Arendt in Vita Activa (1958), la scienza moderna si è sviluppata ponendo la ragione scientifica fuori dal mondo sensibile che si sforzava di comprendere e imponendo la rinuncia all’affidabilità dei sensi e della percezione rispetto alle tecniche di misurazione dei fenomeni fisici. Allo stesso modo, la scienza dei dati vuole fare a meno della ragione umana: la certezza scientifica dell’analisi dei dati non dipende dai singoli individui, ma dalla possibilità di incorporare le loro capacità cognitive nel complesso sistema algoritmico che esercita l’interpretazione.

Talvolta gli autori immaginano la morte del simbolico, rispetto all’avvento della rivoluzione digitale, ma in realtà si tratta di uno spostamento, che anche loro a tratti riconoscono, parlando del mito della delega alla macchina. Il simbolico non è morto, ma alla macchina – incaricata di sostituire le nostre decisioni, non solo giuridiche – si attribuisce maggiore affidabilità ed efficienza, perché si nutre del riconoscimento di una nuova istanza di verità e fiducia, dovuta alla sua potenza artificiale.

Un mito è costituito di simboli e di una triangolazione con un’autorità capace di fondare un nuovo regime normativo: per esempio il codice del software, coi suoi sacerdoti tecnici, al posto del testo di legge. Se il processo arrivasse alle sue estreme conseguenze si interromperebbero le interpretazioni, proprie della funzione giuridica, perché nel codice informatico non ci sono parole. La ricerca di correlazioni tra dati, sostituita all’ermeneutica, giuridica e non, usa gli algoritmi come prassi, senza spiegazione, senza responsabilità e senza contraddittorio.

La dimensione simbolica del rituale giuridico e della decisione del giudice verrebbe sostituita da un sistema che riorganizza la vita collettiva. L’elisione del simbolico prelude, secondo gli autori, a una eliminazione ancora più problematica: quella della politica, da loro identificata, forse con troppa leggerezza, con lo stato. La politica fatta di decisioni prese a partire da scelte degli individui che, proprio in virtù della loro soggettività e per essere situati in un contesto, determinano l’agire in situazioni di incertezza e rendono possibile la convivenza, l’opposizione e la critica. Che succede se lo sguardo sulla società avviene fuori dallo spazio e non è attribuito a una soggettività giuridica che si assume la responsabilità delle scelte?

Nessuno lo sa. Gli autori descrivono un mondo in mutamento in cui vecchia legittimità giuridica e nuova giustizia digitale coesistono. L’invito è a elaborare strategie su come incorporare il software nel diritto senza abdicare alla logica della testualità, del rituale e dell’incarnazione. Uno dei pregi decisivi del volume è la chiara definizione di un campo comune di lotta tra diritto e tecnologia: è in atto lo scontro su quali attori abbiano la legittimità di governare la società.

Il processo è in corso, anche se talvolta le argomentazioni adottate adombrano una pericolosa soglia deterministica, che ipotizza l’avvento incontrollabile di un nuovo sistema. C’è ancora spazio per l’agire politico, per la vita activa di Arendt, ma non c’è molto tempo. Le scelte sull’uso della tecnologia sono l’orizzonte più politico del presente.


(il manifesto, 25 luglio 2021)

di Marco Carminati


Quest’anno si commemora il 150° della morte Cristina Trivulzio di Belgiojoso, «Grande Dame» del Risorgimento o, volendo citare il celebre contemporaneo Carlo Cattaneo, «prima donna d’Italia», scomparsa a Milano il 5 luglio 1871. In consonanza con l’anniversario, su questa figura avvincente della storia non solo italiana dell’Ottocento esce la monografia di Karoline Rörig Cristina Trivulzio di Belgiojoso (Milano 1808 – Milano 1871). Storiografia e politica nel Risorgimento che lo storico Marino Viganò presenta ai lettori della Domenica del Sole 24 Ore.

Celebre per le avventure sentimentali – con la nascita della figlia fuori del matrimonio –, per episodi al limite dello scandalo di una vita libera oltre le convenzioni e per la caparbietà nel condursi, della vera Cristina Trivulzio scopriamo di sapere assai meno di quanto si reputi, specie dell’influsso culturale sulle idee e l’azione politica del tempo. Autentica, prima intellectual biography, questa pubblicazione esplora della Belgiojoso – donna straordinaria, la cui vita movimentata, emozionante come l’impegno incessante nel e per il movimento nazionale italiano affascinano – molto di quanto sinora tralasciato. Il suo fascino intrigante ha in effetti troppo distratto dall’opera di una combattente instancabile, autrice nel corso della pur breve esistenza (63 anni) di un profluvio di libri, opuscoli, articoli destinati alla stampa italiana e internazionale, oggetto al tempo anche di accesi dibattiti e polemiche, che ora Karoline Rörig ha rintracciato e analizzato in modo sistematico (opere e inediti), tenendo conto del contesto e superando la mera rievocazione, per cogliere i tratti più autentici e multiformi del suo pensiero e operato.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso inizia gli studi e l’azione sull’Italia facilitata dalla prestigiosa cerchia di amici dell’esilio a Parigi, nella quale spiccano storici, politici, intellettuali influenti da Augustin Thierry a François Mignet e François Guizot, Victor Cousin o Victor Considérant. Ma poi, gradualmente, sa dirigerli da sé, in costante dialogo coi contemporanei e le condizioni politiche d’Europa, su ideali e programmi concreti, mirati a formare lo stato nazionale italiano unitario. E se sinora pensiero e programma non sono stati colti a fondo, qui Karoline Rörig dà il maggior contributo, indagando passo passo le tappe e individuando il suo «modello a tre fasi», basato su educazione politica e riforme, inteso a coinvolgere le componenti tutte della società in un itinerario sì moderato, ma affatto escludendo, ultima ratio, un saldo impegno rivoluzionario. È in effetti non per caso nel 1848 che Belgiojoso agisce, guidando il corpo di volontari detto «Divisione Belgiojoso» da Napoli a Milano, dove fonda il giornale «Il Crociato» – un nome, un programma –, battendosi poi nella Repubblica romana del 1849 accanto a Mazzini e Garibaldi. Paladina dell’iniziativa «a tre fasi», autrice, pubblicista, fondatrice e direttrice di riviste e fogli, riformatrice, rivoluzionaria, Belgiojoso dalle pagine di Rörig esce donna concreta: non teorica astratta ma soggetto pragmatico, con vocazione a lanciare moniti validi per i contemporanei come pure per l’Italia d’oggi.


(Domenica – Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2021)

di Liliam Altuntas


In Germania, la prostituzione non è mai stata vietata, ma è stata sempre legale: era tuttavia considerata contraria alla morale e dannosa per la comunità. Nel 2000, un tribunale amministrativo ha convenuto con Felicitas Shirow e Stephanie Klee, due proprietari di bordelli, che la prostituzione non poteva più essere considerata contraria alla morale. Di conseguenza, la legge tedesca sulla prostituzione è entrata in vigore nel 2002.

Questa legge conteneva un modello di regolamentazione ed era sostenuta da una lobby dell’industria del sesso, composta principalmente dalle associazioni “Hydra” e “Berufsverband erotische und sexuelle Dienstleistungen”, cioè associazioni professionali di servizi erotici e sessuali, e dall’organizzazione di proprietari di bordelli, l’Associazione professionale per i servizi sessuali. L’attuazione della legge e dei regolamenti che hanno ridefinito lo sfruttamento e la tratta di esseri umani ai fini della prostituzione era riservata alla giurisprudenza, cioè ai singoli casi giudiziari e ai Laender, i diversi stati tedeschi, e lì riservata principalmente ai comuni che avevano i requisiti di legge, che prevedevano che le città dovevano avere più di 50mila abitanti per avere zone destinate alla prostituzione e bordelli. I vari comuni hanno anche deciso che tipo di tasse si dovrebbero riscuotere dalla prostituzione, cioè dai bordelli e dalle persone prostituite.

Lo scopo della legge era quello di rendere la prostituzione più sicura per le donne, per consentire di portare in tribunale gli acquirenti che non pagavano e per garantire l’accesso delle prostituite ai servizi sanitari e sociali. Questi obiettivi non sono stati raggiunti. Solo meno di 100 donne in Germania sono entrate regolarmente nei servizi sanitari e sociali, il numero di omicidi di donne prostituite è molto alto e la Germania è diventata una destinazione del turismo sessuale e il magazzino della compravendita di donne, ragazze e bambini per scopo sessuale, sia quella legale che illegale. C’è stato un enorme aumento delle prostituite: tra 400.000 e un milione, ma non siamo sicuri di quante siano. Quello che sappiamo è che 1,2 milioni di uomini in Germania visitano ogni giorno un bordello.

Lo stato ha riconosciuto che l’intento della legge è fallito. Sfortunatamente, la Germania non ha avuto il coraggio di prendere in considerazione il modello nordico.

Dal 2017 è in vigore una legge aggiuntiva, la “legge sulla protezione delle prostitute”. Il favoreggiamento della prostituzione rimane legale, ma è soggetta a normative più severe. Questi regolamenti riguardano soprattutto le donne prostituite. Come prima, il protettore è perseguibile solo se considerato sfruttatore, cioè se al magnaccia viene lasciato più del 50% dei profitti di una donna nella prostituzione. Per quanto riguarda la prostituzione forzata, non è possibile procedere in accuse o procedimenti penali senza la testimonianza della vittima. Spetta anche alla vittima dimostrare di essere stata costretta o no, il che porta a pochissime condanne (circa 350 all’anno). Questo dimostra quanto sia pericolosa la legalizzazione del favoreggiamento: per le donne è difficilissimo uscire dalla prostituzione e denunciare, principalmente se hanno firmato un contratto di “lavoro” sotto minaccia diretta o indiretta, ad esempio di fare del male a un familiare nel paese di origine.

Noi abolizioniste riteniamo che la situazione della prostituzione in Germania sia molto critica e crediamo che impedisca una reale parità tra uomini e donne. Non può esserci uguaglianza quando un sesso può comprare l’altro. Vediamo che la Germania viene chiamata il “bordello d’Europa” e che la società tedesca viene brutalizzata. Vediamo anche che la Germania, insieme ai Paesi Bassi, occupa una posizione particolare in Europa quando si tratta di prostituzione, poiché le leggi sono altamente liberalizzate.

Sono passati ormai 18 anni che sono fuggita dall’inferno della prostituzione in Germania. Nel 2020 ho conosciuto le mie sorelle abolizioniste durante un webinar e da quel giorno ho iniziato a fare parte della associazione Resistenza Femminista. Noi al momento a causa del covid19 ci ritroviamo con altre associazione abolizioniste sulla piattaforma Zoom e ci scambiamo informazioni, cerchiamo insieme di praticare un lavoro continuo per aiutare le sopravvissute. Abbiamo anche una pagina Facebook e una Instagram per tenerci aggiornate e unire gli sforzi.

La nostra strategia si compone di diversi punti. Innanzitutto, grazie al coinvolgimento e al lavoro di diversi individui e iniziative o associazioni, ci sono state diverse presentazioni sulla prostituzione in collaborazione con diverse associazioni, e siamo invitate da altre per presentare la nostra analisi. Questo è un lavoro difficile e lento, una sorta di rivoluzione dal basso, ma personalmente ho l’impressione che abbia un impatto.

In secondo luogo, la nostra strategia consiste nell’effettuare una revisione critica e informare i media. Purtroppo qui in Italia i media parlano pochissimo di prostituzione e, quando ne parlano, lo fanno quasi sempre in maniera superficiale, senza che si veda e capisca che la prostituzione è dannosa. La stampa tedesca, la televisione e altre forme di media tedeschi presentavano la prostituzione addirittura come qualcosa di favoloso. Questa è un’immagine che le abolizioniste tedesche sono riuscite a sfidare e cambiare, non accettando questo tipo di giornalismo. Hanno mandato e-mail piene di indignazione, hanno pubblicato rapporti contrari alla narrazione dominante e presentato critiche utili. Tutto ciò ha avuto un effetto positivo. Oggi in Germania non si vedono molti articoli o servizi televisivi parziali e quando ci sono vengono criticati, i giornalisti danno sempre più spesso la parola alle donne che hanno lasciato l’industria del sesso. Il modello nordico è menzionato sempre di più. Purtroppo qui in Italia siamo ancora lontani dal raggiungere una presentazione realistica in tutte le forme di comunicazione sociale, ma almeno non ci sono molte notizie o documentari che non mostrino almeno molteplici aspetti della questione. Attraverso i media, è possibile ottenere un cambiamento negli atteggiamenti pubblici.

La terza strategia è l’informazione e l’educazione. Ciò significa che spieghiamo i concetti chiave più e più volte. Chiariamo cos’è il modello nordico e quanto la prostituzione danneggi una donna non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Dobbiamo anche spiegare più e più volte che la regolamentazione non facilita la vita di una prostituita che ne ha danno maggiore e che invece dà forza alla tratta creando una sorta di schiavitù legalizzata. Come abolizioniste, vogliamo che sia applicato il modello nordico, l’unico modo di liberarci e di ricominciare ad educare la gioventù alla verità che la prostituzione non è ciò che si vede in “Pretty Woman”, bensì essere schiava di un sistema pappone.

Da tempo mettiamo gli acquirenti al centro della nostra analisi. A nostro parere, i dibattiti infiniti sul fatto che le donne scelgano o meno di prostituirsi, che facciano una scelta indipendente, non ci portano da nessuna parte perché non è mai nata una bambina che ha detto da grande voglio fare la prostituta e non è giusto che per il mio forte disagio economico e carenza familiare devo essere costretta a fare la prostituta per sopravvivere. Per me non è stata una scelta, il mio sogno era diventare ballerina e pasticciera. Nel mio paese, il Brasile, altri hanno scelto per me la via della tratta e della prostituzione.

Chiediamo: chi sono gli acquirenti? Cosa pensano delle donne prostituite e delle donne in generale? Cosa succede esattamente nelle stanze dei bordelli?

Ammiro le testimonianze delle donne che hanno il coraggio di denunciare e condividere la loro esperienza con noi per dare forza ad altre donne e per fare capire alla gente quanto è dannosa la prostituzione. A chi dice che il corpo è nostro e possiamo pure venderlo rispondo che chi è davvero femminista ama il suo corpo e non lo vende a un uomo che deciderà cosa devo fare col mio corpo. Mi colpiscono sempre i commenti degli acquirenti sui loro forum online, sezioni di discussione sui vari bordelli in cui valutano e classificano le donne in modi incredibilmente degradanti. Questi forum mostrano chiaramente che la prostituzione è violenza sessuale. Che la donna si prostituisca “volontariamente” e si esponga a questa violenza, il danno che subisce è comunque profondo.

Infine, vorrei parlare degli aspetti organizzativi. Credo che il movimento abolizionista debba essere guidato da donne fuoriuscite da prostituzione e pornografia e sopravvissute alla violenza, perché qualsiasi legge venga approvata ci riguarda. Ecco perché ho voluto fare parte di Resistenza Femminista nel 2020. Siamo tutte donne con un passato difficile sia per relazioni con abusanti, violenza pisicologica e sessuale, o come me che sono stata vittima di tratta e prostituzione sia nella infanzia che in età adulta e nella pornografia, e questo ci rende l’unica associazione diretta da sopravvissute in Italia. Abbiamo un sito web. Su questo sito pubblichiamo – come individui o per conto del gruppo – vari testi su tutti gli aspetti della prostituzione. Con testimonianze di sopravvissute, su come siamo entrate, come siamo uscite, cosa ha significato per noi il danno della legalizzazione, perché il modello nordico è importante e altro ancora.

Se la Germania ha preso atto del fallimento della regolamentazione e il danno che ha causato, qui in Italia cosa vorremmo dimostrare? Che siamo in grado di fare di meglio nella regolamentazione? O vogliamo imparare dalla loro esperienza che questo sistema danneggia e distrugge la vita delle donne più vulnerabili e iniziare a capire che il modello nordico è la unica via di liberazione dal patriarcato e rispettosa delle donne? Io voglio vivere sapendo che sono una Donna e non una merce da import ed export.

Sul modello regolamentarista tedesco vedi anche:


(https://www.resistenzafemminista.it/la-germania-ha-riconosciuto-che-la-regolamentazione-della-prostituzione-e-fallita/, 24 luglio 2021)

di Pinella Leocata


La Città Felice di Catania ha organizzato un incontro, nella sede dei Cobas, per spiegare le ragioni per cui le femministe, o almeno parte di esse, sono contrarie al disegno di legge Zan, considerato una sorta di cavallo di Troia attraverso cui fare passare approcci e scelte gravi e lesive per le donne.

Già dal titolo, “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” – rilevano Mirella Clausi e Anna Di Salvo – si evince che viene messa “tanta, troppa carne al fuoco, inclusa la disabilità, che non ha a che vedere con le altre questioni tant’è che poi viene lasciata cadere quando si parla di pene, segno che è usata in modo strumentale”. L’obiezione maggiore fatta alla proposta Zan è quella di utilizzare termini su cui c’è un grande dibattito dagli anni Settanta e su cui non c’è una visione concorde, come, per esempio, sul concetto di “identità di genere” definito in modo molto diverso da quanto fa la Convenzione di Istanbul. Sesso, genere e identità di genere vengono definiti in un modo parziale che però viene fissato in una legge.

Il sesso – spiegano le femministe de’ La Città Felice – è definito come sesso biologico o anagrafico, ma questo secondo termine viene poi legato al genere, con il quale si intende “qualunque manifestazione esteriore che sia conforme e contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso”. Eppure – dicono – tradizionalmente il termine “genere” definisce il “sesso sociale”, “cioè l’influenza della società sulla percezione/concezione del nostro sesso”. Ancora. “Identità di genere” è definita come “l’identificazione percepita e manifesta di sé in relazione al genere, anche non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Espressioni e definizioni che cancellano il termine donna, così come all’art. 3 si parla di violenza generica, senza alcun riferimento alla violenza maschile sessista sulle donne che pure sempre più spesso ne sono vittime fino al femminicidio. Dubbi vengono espressi anche relativamente all’art. 4 che garantisce la libertà di espressione e il pluralismo delle idee “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. “Ma come sentirci garantite in considerazione della violenza delle discussioni in atto e dalla realtà di Paesi in cui questi problemi sono stati trattati prima di noi dove il termine donna è stato cancellato per sostituirlo con quello di ‘soggetto che mestrua’ o ‘soggetto con la cervice’?”.  Parte delle femministe ha a che ridire anche su quanto previsto nella scuola che, a loro avviso, dovrebbe occuparsi di educazione al rispetto di tutte le differenze e non di educazione alla transessualità che, soprattutto nei ragazzi molto giovani, “espone ad una grande confusione mentale. Tant’è che in Paesi più avanzati come il Canada si sta tornando indietro dopo le denunce e le cause di risarcimento che molte persone hanno fatto contro chi le ha precocemente aiutate nel percorso di transizione ad un altro sesso, scelta di cui poi si sono pentite”.

“I sessi – rivendica Mirella Clausi – sono due, maschio e femmina, e in natura esistono anche casi di ermafroditismo che presentano entrambi gli apparati sessuali. Tutto va ricondotto alla sessualità e non a discorsi di genere che portano a confusione nei giovani”. Viene citato Sarantis Thanopulos secondo cui con questa legge “si cancella l’intero mondo psichico fatto di desideri, sentimenti e pensieri, come se non avesse importanza nella nostra costruzione identitaria associata alla differenza dei sessi”. Di qui il convincimento che questa legge sia un cavallo di Troia volto ad annullare le differenze sessuali attraverso le differenze di genere ponendo così le basi per la gestazione per altri, per considerare la prostituzione un lavoro come un altro e per la completa mercificazione del corpo delle donne. Viene rilevato, inoltre, l’interesse delle case farmaceutiche a cancellare la donna come figura centrale e a spingere il percorso di transizione che ha costi notevoli anche dal punto di vista economico. Ultima ma non meno importante critica è quella all’approccio sotteso alla proposta che si serve di una legge penale come grimaldello per processi culturali.

Di qui la rivendicazione della lotta per fare comprendere e per fare valere le proprie ragioni, “per salvaguardare le differenze sessuali e le donne con quello che il loro corpo riesce ad essere e a dare rispetto ad un corpo di uomo”. E il rammarico per il forte attacco alle loro posizioni, anche da Sinistra e da parte del movimento Lgtbq al cui fianco si sono sempre schierate nella rivendicazione dei loro diritti. “Questo tempo difficile – dicono con le parole della filosofa e psicanalista Julia Kristeva – è la controprova che l’ordine simbolico sta davvero crollando, che il dominio patriarcale è davvero scaduto. Alcune profete lo avevano visto. Mary Daly aveva annunciato che le donne sarebbero state fatte scomparire nel genere neutro, i loro corpi sostituiti da una supposta identità incorporea”. Di qui la richiesta di ritornare alla proposta Scalfarotto, che era stata approvata con largo consenso, o di eliminare l’art. 1 della proposta di legge Zan o di sostituire il termine identità di genere con quello di identità transessuale.


(La Sicilia, 24 luglio 2021)

di Daniele Nalbone


“Riace ha mostrato che un’altra politica è possibile”. Mimmo Lucano a Reggio Calabria al controvertice “TheLast20” spiega perché quell’esperienza non è stata solo un laboratorio di accoglienza.


Perché l’esperienza di Riace è, ancora oggi, sentita, vissuta e soprattutto raccontata come un modello politico di accoglienza e integrazione, nonostante le accuse mosse a Mimmo Lucano e all’intero progetto? Perché continua ad avere così tanto seguito nel popolo diffuso della sinistra? Come è stato possibile che una simile realtà, un piccolo comune calabrese, abbia costruito un tale immaginario? Sono queste le domande che hanno fatto da sfondo all’incontro che ha aperto la seconda giornata di TheLast20, “controvertice” rispetto al G8 in corso in Italia e che a Reggio Calabria ha riunito rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità dei venti Paesi più “impoveriti” del mondo sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa.

“La forza degli ultimi”. Il titolo dell’incontro al quale hanno partecipato, insieme a Mimmo Lucano, i giornalisti Tiziana Barillà, Enrico Fierro, Lucio Musolino, Daniela Preziosi, Antonio Rinaldis, è parte della risposta. Perché Riace non è stata – non è – solo un laboratorio di accoglienza, ma un’esperienza “paradigmatica nella letteratura, nel teatro, dei docufilm, sulla stampa” ha sottolineato in apertura Mimmo Rizzuti, moderatore dell’incontro.

“Io stesso faccio fatica a comprendere come mai la storia di Riace abbia avuto tanta attenzione” spiega Mimmo Lucano. “Riace è avvolta da un fascino enorme che ancora oggi resiste, anche alle tempeste giudiziarie”. Eppure “per una certa parte politica del Paese, Riace altro non è che un tentativo di dare vita a un’associazione a delinquere, una storia in cui non c’è rispetto per le regole”. Lucano porta subito il discorso sul processo che concluderà la sua prima fase il 27 settembre, con la sentenza di primo grado. L’ex sindaco rischia 7 anni e 11 mesi di carcere per accuse che vanno dall’associazione a delinquere all’abuso di ufficio, dalla truffa alla turbativa d’asta.

“Questo processo”, spiega Mimmo Lucano, “è servito anche a me per cercare di capire meglio cosa è davvero avvenuto a Riace, perché questo piccolo comune è diventato, nel mondo, simbolo di accoglienza e integrazione”.

L’obiettivo di Lucano, all’inizio della sua esperienza da sindaco (2004), era “solo quello di non vedere morire Riace”. “Avevo negli occhi l’esempio di Badolato, un piccolo centro rinato grazie a un turismo sostenibile. Volevo fare dell’impegno sociale e politico la nostra stella polare e, così, far tornare le persone a vivere a Riace. Non potevo accettare l’idea che fosse l’ennesimo piccolo comune calabrese da cui andar via, destinato a diventare uno dei tanti borghi abbandonati del profondo sud italiano”.

Così Riace “ha aperto le porte a chi arrivava in Italia scappando dalle guerre, dalle torture, dalla povertà. Mai avrei immaginato che, in pochi anni, Riace sarebbe diventato un riferimento per così tante persone”. E allora “abbiamo dovuto fare delle scelte, senza mai aggirare le regole ma, al massimo, forzandole”. Perché “è questo che rende uomini gli uomini, la solidarietà, l’accoglienza. Ecco, la mia risposta alla domanda iniziale è: Riace ha mostrato che un’altra politica è possibile”.

Negli anni, a Riace si sono alternati giornalisti e scrittori, musicisti e autori teatrali, registi e attori. “Siamo ciò che incontriamo, diceva Alex Zanotelli” sottolinea Lucano. “Ecco, noi abbiamo incontrato tante persone provenienti da ogni parte del mondo. E questo ha reso Riace un luogo di incontro. Continuo a credere che se tutto ciò è stato possibile a Riace significa che è possibile ovunque. Qui abbiamo smascherato come sia interesse del potere costruire discriminazione. Non basta la teoria, diceva Dino Frisullo, ma bisogna prendere parte. Noi a Riace lo abbiamo fatto. Un noi largo, che coinvolge tutte le persone che negli anni sono passate da qui. Gente di Riace e no. Calabresi e no. Italiani e no. Europei e no”.

Rivoluzione della normalità. I tanti interventi che si sono susseguiti hanno spesso rimarcato questo concetto. “A Riace non è accaduto niente di straordinario” sottolinea Tiziana Barillà, autrice del libro Mimì Capatosta (Fandango, 2017), Riace “ha ‘semplicemente’ reso tutti riacesi, chi di nascita, chi di adozione, chi si sente tale pur non avendo mai abitato lì. Il segreto è proprio questo. Ha accolto tutti e, chi è stato accolto, si è di conseguenza sentito in diritto e in dovere di fare altrettanto con chi arrivava. Quante volte noi, attivisti o perfino giornalisti, abbiamo fatto fare il giro del Paese ai ‘visitatori’ se Mimmo aveva da fare? Riace ha riacceso lo spirito che ci aveva portato a Genova nel 2001. Ma Riace non vuole essere un modello. Quello che ha fatto lo ha fatto per un ideale politico. Purtroppo, come avvenuto a Genova, anche Riace è stato attaccato. E oggi è indebolito, ma c’è ancora. Riace era un anticorpo troppo forte ai sovranismi dilaganti”.

Enrico Fierro, giornalista di Il Domani, nel suo intervento spiega i motivi di questo attacco, un attacco al tempo stesso “politico, giudiziario e mediatico. In tutto il processo non è mai uscita la cosiddetta pistola fumante. È stata un’inchiesta politica. Intorno alle accuse mosse a Lucano si è schierato un apparato giudiziario colossale con un solo obiettivo: dare il colpo mortale a Riace”. Per Fierro, però, “non ci sono riusciti, nonostante l’utilizzo di tutti i mezzi possibili”, comprese le intercettazioni che hanno riguardato “40 giornalisti e due magistrati”. La risposta a questo attacco è stata un “attivismo civile mai visto prima”. Fierro porta l’esempio di Giovanna Procacci, sociologa, docente dell’università di Milano, che “è stata presente a ogni udienza partendo, a spese sue, da Milano. A spese sue fermandosi a Locri. A spese sue facendo ritorno a Milano. Il tutto per documentare ogni fase del processo”. Riace, per Fierro, è una storia che ha smosso coscienze. “La comunità che ha costruito questa esperienza merita una sola cosa: rispetto. Come rispetto merita Mimmo Lucano. Perché nessuno di noi ha sulla testa una richiesta di condanna a otto anni di carcere. Nessuno di noi ha la vita devastata dalle richieste di risarcimento della Corte dei conti”.

Fierro ha dedicato a Riace e a Mimmo Lucano un’opera teatrale e spiega così questa scelta: “Chi è Becky, migrante ‘espulsa’ da Riace e morta in un rogo nella tendopoli di San Ferdinando, se non la Medea di Corrado Alvaro, che non chiedeva altro che un pezzo di terra per sé e per i suoi figli? E quante Nausicaa abbiamo incontrato a Riace pronte ad accogliere i tanti naufragi, pronte a dare da mangiare e da bere, ad accogliere chi arrivava? Io ho un’immagine che mi porto dietro di Riace da sempre: le anziane donne riacesi, che si facevano chiamare ‘nonna’ dai bambini migranti”.


(Micromega, 4/2021)