di redazione il manifesto

«Tax the rich», tassate i ricchi, recita la grande scritta rossa sull’abito bianco indossato dalla congresswoman socialista di New York Alexandria Ocasio-Cortez al Met Gala, l’esclusivo evento annuale organizzato dal Museum of Modern Art di New York dove le celebrità che calcano il tappeto rosso indossano stravaganti abiti di alta moda. Il messaggio veicolato dalla deputata con il suo vestito richiama la proposta dem al vaglio del congresso di alzare le tasse di miliardi di dollari addebitandone il costo solo agli individui e alle aziende più ricchi del paese. Criticata per un messaggio definito «in contraddizione» con il contesto privilegiato in cui è stato «esposto», Ocasio-Cortez ha replicato che «il mezzo è il messaggio». «È arrivato il momento in cui per tutti deve essere accessibile l’assistenza all’infanzia, la sanità e l’azione climatica».
(il manifesto, 15 settembre 2021)
di Antonello Caporale
«Siamo nella condizione di dire basta alle quote rosa, a questa formula che invece di liberare le donne statuisce, oltre ogni intenzione, una condizione di statica indispensabilità. Essere indispensabili per forza di legge è la negazione della forza e del potere della condizione femminile oggi in Italia».
Eva Cantarella è la donna che ha studiato e illustrato meglio di tutti la storia anche drammatica delle donne, il cammino verso l’emancipazione, le lotte e le conquiste femminili.
Professoressa, lei vorrebbe le quote rosa al macero. Però in molti grideranno allo scandalo. Sono divenute, per paradosso, una minorazione delle capacità femminili. Siamo così forti che non abbiamo bisogno di tutor e magari pure maschi. Questo voglio dire.
Esiste questa punta di ossessione verso l’esatta parità aritmetica tra l’uomo e la donna.
Un fenomeno soprattutto mediatico, con fiumi d’inchiostro a commentare ogni temuta discriminazione.
Le diranno che nega la storia recente.
Chi le parla ha vinto il concorso da professore ordinario al tempo in cui l’università era un coperchio totalmente maschile. Figurarsi se non conosco quale e quanta discriminazione abbia patito la donna. Ma conosco la nostra forza, conosco le conquiste ottenute. Io voto una donna se è più brava di un uomo, voto due donne se ambedue sono brave così come scelgo un maschio se ritengo che sappia difendere meglio di altri i miei diritti.
Il volto femminile colora quotidianamente la cronaca nera. E qui le donne sono ancora vittime indifese.
Voglio augurarmi che sia la coda finale del patriarcato morente. La forza dell’identità femminile è tale che all’uomo non resta, per affermare il proprio potere, che ricorrere a quella biologica. Con la sua forza fisica intende regolare i conti.
La guerra è raccontata dal volto delle donne. La tragedia dell’Afghanistan è segnata quasi esclusivamente dall’imposizione del burqa.
Converrà che è una violenza orribile.
Non è in discussione la natura violenta di questa imposizione e la retrocessione della donna a oggetto, quanto il sospetto che la tragedia femminile afgana ci sollevi dalla domanda: perché il regime talebano è ancora vincente, e l’occidente laggiù chi ha aiutato, chi ha arricchito, chi magari ha ucciso?
C’è, ed è vero, una ipocrisia di fondo. Il burqa, segno della retrocessione femminile, come utile paratia per covare lo sdegno senza avanzare autocritica, senza indagare sui nostri errori. Biden se l’è cavata dicendo che gli Usa hanno smesso di esportare la democrazia. Ma la faccenda è più complessa. Molto tempo prima degli Usa sono stati i Sumeri a esportare la democrazia. Questo per la precisione.
La storia insegna ma ha cattivi scolari, diceva Gramsci.
Alle donne la storia di discriminazione ha insegnato tanto e ha contribuito a sostenere le lotte di liberazione. In sessant’anni abbiamo conquistato più di quel che si è visto nei duemilacinquecento anni precedenti. Questo è un fatto.
Lei ha scritto un libro sulla emancipazione femminile attraverso lo sport. Le scorse Olimpiadi si sono colorate di rosa.
E sarà una meravigliosa turbina che darà ancora più forza al motore femminile. Perciò dico che non abbiamo bisogno di forme di solidarietà pelose, e nemmeno del circuito scandalistico (al quale anche noi partecipiamo) di maniera, che a volte pare densamente intriso di ipocrisia.
Professoressa, facciamo conto che lei sia grande elettrice e debba scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Uomo o donna?
Io sceglierei il più bravo.
Se potesse proporre un nome?
Se potesse rivivere Zenobia di Palmira senza alcun dubbio voterei lei.
Zenobia.
Sotto l’imperatore Aureliano, quando Roma amplia i suoi confini fino all’odierna Siria, Zenobia si fa nominare regina di Palmira. Sotto il suo comando la città rinasce e si espande. Aureliano ritiene che Zenobia sia una semplice portatrice d’acqua ma, quando s’accorge che la regina batte moneta, cambia idea.
Quindi Zenobia presidente.
Assolutamente sì.
(Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2021)
di Bina Shah
Ieri ho scritto un tweet arrabbiato.
Afghan woman: Save me from the Taliban.
Judith Butler: We’ll redefine womanhood, you’ll be fine.
È andata così:
«Ho solo bisogno di sapere come si applica la definizione di donna di Judith Butler alle afghane che vengono picchiate per strada dai talebani. Hai mai considerato che la tua esperienza legata all’ambiente accademico non si adatta davvero alla vita delle donne nel Sud del mondo?».
Ho pubblicato il tweet di cui sopra dopo aver letto dell’ormai famigerata intervista al Guardian in cui Butler ha affermato [nella prima versione dell’intervista che il Guardian ha successivamente modificato – vedere la nota finale dell’intervista sul sito del quotidiano. NdR] che le TERF (femministe radicali trans-escludenti) si allineano con destra e con i fascisti. Non mi identifico come TERF o altro, e neppure come cis perché anche questo mi sembra un’imposizione, perché questo dibattito sui diritti trans e sull’identità di genere sembra così lontano dalla realtà che viviamo io e milioni di donne nella regione dell’Asia meridionale e dell’Asia centrale. Certamente non sono d’accordo con gli uomini di destra e con i fascisti e il mio pensiero è diverso e molto più indipendente dal pensiero che utilizzano persone che lavorano in ambito accademico per conformarsi alle nuove “regole e leggi” sul genere.
Ma l’affermazione di Judith Butler che «dobbiamo ripensare alla categoria delle donne» mi ha dato una spinta. Il mio pensiero nasce da molte riflessioni che ho fatto sulla teoria dell’identità di genere adottata nei paesi occidentali. Questo accade nello stesso periodo in cui ho visto donne afghane picchiate dai talebani mentre protestavano per i loro diritti, per la sicurezza e per l’inclusione nel governo, e per la libertà di lavorare e studiare.
Mi è stato chiesto di chiarire la mia affermazione, perché sembrava vaga o non chiara per chi trova la teoria dell’identità di genere molto più familiare e accettabile. È bello essere sfidate perché ti costringe a pensare più approfonditamente a quello in cui veramente credi.
In Afghanistan (come esempio estremo) ma anche in Pakistan, dove vivo, in India, in Nepal, Bangladesh, nei paesi del Medio Oriente, in Nord Africa, le donne (o le persone con corpi femminili) vengono maltrattate, vessate, aggredite e uccise non solo perché hanno corpi femminili, ma perché si rifiutano di consegnare quei corpi agli uomini per farne ciò che vogliono.
Poiché questo dominio dei corpi femminili è assolutamente legato alla biologia femminile e alla generazione di bambini e all’uso per conforto sessuale degli uomini, separare il sesso dal genere nega completamente questa forma di oppressione; ciò è enormemente offensivo per noi tutte che lottiamo, nei nostri Paesi, per porre fine alla discriminazione basata sul sesso.
Allo stesso tempo, una cosa particolarmente potente per le donne è il fatto che i loro corpi sono in grado di produrre vita. Questo è qualcosa di così innato nell’identità e nel senso di sé delle donne nei paesi musulmani/del Sud del mondo/non bianchi che insistere che è qualcosa che non appartiene loro è in realtà una forma di violenza mentale ed emotiva, un doppio trauma prodotto su di loro da quelle femministe occidentali che desiderano imporre le loro idee sul genere e sesso a coloro che hanno un’idea e un’esperienza molto diversa su questi temi.
Immaginate una donna musulmana nel Regno Unito che deve sfuggire a un matrimonio violento e alla minaccia del delitto d’onore. Va in un rifugio protetto dove si sente al sicuro perché è uno spazio per sole donne e non solo perché è lontana dal regno della violenza maschile, ma anche perché come donna musulmana non si sentirebbe a suo agio nel condividere spazi intimi con una persona dal corpo maschile. Questo le permette di conciliare la sua terribile situazione e il suo bisogno di sentire che sta agendo in conformità con la sua identità e con i principi di pudore di donna musulmana.
Ma se una donna trans con un pene si trova nello stesso spazio, allora la donna musulmana sarà in un terribile conflitto riguardo al fatto di lasciare la sua casa. All’improvviso non sarà in grado di togliersi l’hijab o di spogliarsi perché non può fare quelle cose di fronte a una persona con un corpo maschile che non è un membro della famiglia. Non è solo un’ipotesi, ci sono donne musulmane, sikh e indù che oggi sono escluse dagli spazi riservati al sesso femminile perché la definizione di donna è stata modificata per includere donne con il pene. Chiamare TERF quella donna musulmana perché esprime disagio è l’ennesima violenza su di lei.
Tutto questo per dire che dobbiamo ancora negoziare sicurezza e libertà per le donne con corpi femminili e non possiamo ignorare o scavalcare le donne delle minoranze in Occidente o le donne della mia parte del mondo che sono fuori da queste negoziazioni. Le ragazze e le donne afghane hanno dovuto travestirsi da ragazzi e da uomini per poter uscire di casa, guadagnarsi da vivere o svolgere lavori come collaboratrici familiari sotto il dominio dei talebani. Questo sarebbe “fare il genere” come lo chiama Judith Butler, o solo una strategia di sopravvivenza che le donne afghane hanno adottato per poter vivere?
Temo che gli attivisti per i diritti trans si stiano comportando come nuovi colonizzatori occidentali e imperialisti, imponendoci le loro idee di genere e sessualità nello stesso modo in cui i loro imperi ci sono stati imposti per buona parte del ventesimo secolo. Non voglio davvero un colonialismo di genere nel XXI secolo.
Grazie per aver partecipato al mio TERF Talk.
Bina Shah
(feministpost.it, 13 settembre 2021, traduzione nostra)
di Sebastiano Canetta
«Sì, sono femminista». Angela Merkel si confessa pubblicamente e per la prima volta risponde a tutte, ma proprio tutte, le domande sulla sua sfera privata che per sedici anni ha mantenuto più che segreta. A cominciare dal quesito stampato nella testa di 83 milioni di tedeschi: cosa farà l’ex “Ragazza dell’Est” alla fine del suo quarto mandato da cancelliera?
«Voglio scrivere? Parlare? Fare un viaggio? Starmene a casa? Oppure andare in giro per il mondo? Per il momento ho deciso che non farò assolutamente nulla. Aspetterò di vedere cosa succede e questo, secondo me, sarà molto affascinante» scandisce Mutti dal palco del teatro di Düsseldorf dove è stata invitata per un dialogo al femminile con la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, l’editrice Miriam Meckel e la giornalista Léa Steinacker. E per una volta la cancelliera lascia da parte la politica per far conoscere gli aspetti meno noti della sua vita intima: dalla morte della madre fino alla sua coscienza.
«Il mio momento più difficile? Indubbiamente la crisi dell’Euro quando ci aspettavamo così tanto dai cittadini della Grecia» mentre «l’istante più bello coincide con ogni volta che sono riuscita a trovare un compromesso, come ad esempio in occasione del Trattato di Lisbona che ha posto l’Unione europea sopra a una nuova base. Ma anche quando i capi di Stato, dopo una lunga discussione, l’anno scorso sono riusciti a trovare l’accordo sul pacchetto finanziario per contenere gli effetti della pandemia. Ecco, allora sono stata felice».
Prima di svelare il segreto della sua formazione personale, troppo spesso ridotto alla disciplina da “figlia del pastore” nella Ddr: «Da bambina sono cresciuta insieme a persone con handicap mentale e non ho mai avuto paura del contatto con loro. Ma devo molto anche ai miei studi universitari di Fisica: in facoltà circa l’80% degli studenti era costituito da maschi e quando iniziavamo gli esperimenti spesso non riuscivo ad avere un tavolo per me. Lì ho imparato a lottare per trovare un posto in un ambiente totalmente dominato dagli uomini».
La proverbiale riservatezza? Spicca in qualunque intervista fin dai tempi di Helmut Kohl ma si acuisce con la scomparsa della madre Herlind il 6 aprile 2019. «È difficile quando ti accade qualcosa di profondamente privato ma allo stesso tempo sei in balìa della dimensione pubblica. Ti rendi perfettamente conto che la gente ti guarda chiedendosi se riesce a scorgere qualche segno dentro di te. Allora devi costruirti il tuo spazio personale e non lasciare entrare nessuno che non vi appartenga».
Quindi Merkel risponde al dubbio su cui si arrovella l’intero mondo politico. Direbbe di nuovo «Ce la facciamo» durante l’emergenza-migranti dell’estate 2015? Non era forse un invito a tutti i richiedenti asilo a venire in Germania? «No, non la penso per niente così. All’epoca i rifugiati erano già alle porte del Paese e dire loro: “Adesso ve ne tornate a casa attraverso il Mediterraneo” per me non era la strada giusta».
Finché la cancelliera affronta il nodo del femminismo trovando finalmente la risposta alla domanda che le venne formulata nel 2017 nel corso del summit sulle donne con Ivanka Trump e la regina Maxima d’Olanda. Angela Dorothea Kasner si definirebbe femminista?
«Sì, sono femminista. Tutti dovrebbero esserlo. Oggi posso affermarlo con assoluta certezza. All’epoca, invece, sul palco sono stata un po’ timida». Dal pubblico scatta la standing-ovation.
Precede l’ultimo quesito di natura morale. La cancelliera, da cristiana e democratica, lascia la carica con la coscienza pulita? «Sì. Sono convinta di avere fatto la mia parte».
(il manifesto, 10 settembre 2021)
di Diotima
La cesura provocata dai tempi difficili della pandemia ci ha fatto scoprire bisogni essenziali che non conoscevamo, con un conseguente scarto del desiderio, che si è messo in movimento verso ciò che ancora non sappiamo.
Molte si sono interrogate sull’irrinunciabile nelle nostre storie, ovvero ciò per cui sentiamo che l’esistenza ha un gusto e un valore, senza dei quali rimarremo nella grigia ripetizione dell’esistente.
La pandemia ci ha portato alle radici della vita, dove il bisogno e il desiderio non sono nettamente separati, ma sono espressioni diverse dello stesso movimento, che coinvolge i bisogni del corpo, i semi del sogno, il desiderio infinito e la necessità di parole vere che ci aiutino nel nostro percorso.
La forza del femminismo è dalle origini quella di esprimere il senso di quel che viviamo come fulcro politico di una trasformazione di noi in relazione al mondo e di uno slancio collettivo. C’è in questo una corrispondenza con quel che scriveva Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel: «L’uomo ha cercato un senso della vita aldilà e contro la vita stessa; per la donna vita e senso della vita si sovrappongono continuamente» (p. 59). Per questo la scommessa che abbiamo davanti oggi è di stare alle radici della vita senza lasciarci distrarre e di dire ciò che stiamo sperimentando di nuovo e irrinunciabile per noi. Il senso della vita che così portiamo ad uno scambio nel linguaggio simbolico può essere ripreso ed essere elemento orientante per tutte e tutti. Ci sono in esso i semi di una trasformazione politica.
Il seminario di quest’anno ruota attorno ad alcune domande. Cos’è per noi l’irrinunciabile e quali sono i passi da compiere affinché diventi politico, cioè elemento orientante e modificatore delle relazioni che abbiamo con il mondo? La pandemia ha creato nuovi bisogni: come distinguere i bisogni autentici dai loro surrogati?
In quali condizioni dire la verità dei bisogni libera il desiderio verso nuove strade? Quali legami profondi ci sono tra le esigenze e i sogni soggettivi e quelli del pianeta Terra? In altre parole: come fare sì che la nostra storia e la storia della Terra trovi degli scambi efficaci? Come e in che forma tutto ciò ha a che fare con un agire giusto, non di una giustizia astratta, bensì lì dove siamo e dove facciamo cose concrete?
Bibliografia:
Simone Weil, La prima radice, ed. Comunità.
Agnes Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli.
Françoise Dolto, I vangeli alla luce della psicoanalisi. La liberazione del desiderio, et al. Edizioni.
Diotima, Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi, Liguori.
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, et al. Edizioni.
L’irrinunciabile
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 1° ottobre 2021, alle 17 in aula T5, per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 5 novembre.
Venerdì 1° ottobre, ore 17: Wanda Tommasi – Effetto notte. Come si sono trasformati i bisogni e il desiderio
Venerdì 8 ottobre, ore 17: Caterina Diotto – Orientarsi con l’eco
Venerdì 15 ottobre, ore 17: María Milagros Rivera Garretas, Il bisogno di sentir piacere
Venerdì 22 ottobre, ore 17: María José Gil Mendoza – Non tornare a dormire
Venerdì 29 ottobre, ore 17: Anna Maria Piussi – Quando il desiderio si trasforma in bisogno radicale
Venerdì 5 novembre, ore 17: Antonietta Potente – Mi manca e basta.
Gli incontri si terranno in aula T5, nel palazzo dei dipartimenti umanistici, Università di Verona, via San Francesco 22. Per avere molto spazio sicuro abbiamo scelto un’aula davvero grande, che comprende, già distanziate, più di 150 persone. Non c’è numero chiuso, ma vi chiediamo di iscrivervi ad ogni incontro per avere l’elenco dei vostri nomi (con e-mail) in caso di necessità. L’indirizzo a cui iscriversi è: seminariodiotima2020@gmail.com. Bisogna portare in aula il green pass, secondo la normativa di agosto. Dopo qualche giorno si darà la possibilità di seguire la registrazione dell’incontro su youtube. Vale per crediti D.
(www.libreriadelledonne.it, 9 settembre 2021)
di Lorenzo Coccoli
«2001. Un archivio», l’ultimo volume di Ida Dominijanni per manifestolibri. 11 settembre, la «war on terror», la caccia ai virus. Il libro è disponibile in e-book, sugli scaffali da sabato. L’inizio del terzo millennio che ha segnato la soglia tra un prima e un dopo, attraverso articoli e interviste. Materiali preziosi, cuciti con sapienza, mostrano quanto ancora siano efficaci nelle analisi che interrogano il presente della politica e dei suoi scenari, internazionali e simbolici. La presentazione domani alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Chiunque si sia cimentato in esercizi di storia dal basso conosce bene l’importanza cruciale degli archivi: è lì che bisogna andare a scavare se si vuole tentare di ridare corpo alle voci dei senza voce, è lì che bisogna indagare se si vuole sperare di sottrarre al rimosso le vies oubliées – il conio è di Arlette Farge, una che di archivi se ne intende – degli spossessati e degli sconfitti. Vero. E tuttavia, che cosa succede quando i rapporti si invertono? Quando gli sconfitti e i dimenticati di cui gli archivi ci parlano non sono gli altri ma siamo noi? È questa la prima, spiazzante sensazione che prende davanti al materiale che Ida Dominijanni, con montaggio sapiente, ha raccolto e orchestrato a partire dal suo repertorio di firma storica del manifesto. 2001. Un archivio (manifestolibri, pp. 280, euro 18, in ebook euro 9) è il titolo di questa operazione condotta sul filo sottile tra presente e passato. E l’odissea a cui ci invita è nel tempo più che nello spazio. Le lancette sono riportate indietro di vent’anni, a quell’inizio di terzo millennio che ha segnato – da qualunque lato la si voglia guardare, e ammesso che si abbia gli occhi per vedere – la soglia tra un prima e un dopo.
Colpisce il tempismo con cui l’autrice e i suoi interlocutori registrarono, quasi in presa diretta, il senso e le dimensioni di questo passaggio d’epoca. Colpisce il tesoro d’intelligenza politica che attorno agli eventi di quell’anno fatidico – Genova, le Twin Towers, e poi l’inizio della guerra globale infinita – si era venuto accumulando, nutrito dal pensiero e dalla pratica di un movimento che ancora affollava in massa le piazze. E colpisce però anche la coltre di stupidità sotto cui quel tesoro fu sepolto, il deserto di disinteresse in cui quell’intelligenza collettiva e preveggente chiamò inascoltata.
Leggete le venticinque interviste e gli svariati articoli che compongono il volume: non troverete una parola che non suoni straordinariamente profetica. Non c’è dubbio, avevamo ragione: gli accadimenti anche recentissimi di questo primo scorcio di secolo si sono incaricati di dimostrarlo. E nonostante questo, o anzi proprio per questo, tanto più dolorosa e disperante è la consapevolezza della sconfitta che ti assale quando, davanti a una Kabul in fiamme, senti commentatori e pundits ripetere un già detto vecchio di vent’anni, con identica stolida sicumera.
Intendiamoci però: un tesoro resta un tesoro, e un tesoro sepolto è lì solo perché un giorno, magari prossimo, possa essere ritrovato. 2001 disegna allora la mappa necessaria per mettersene in caccia, e la affida – leggiamo nella dedica – «a chi vent’anni fa non c’era ancora». A venire trasmessa, in questo simbolico passaggio di testimone, è innanzitutto una lezione di metodo, una pedagogia del sospetto. «Ambivalenza» è qui il termine chiave, la lente attraverso cui Dominijanni e le pensatrici e i pensatori da lei convocati (da Rosi Braidotti a Homi Bhabha e Slavoj Žižek, da Étienne Balibar a Judith Butler e Wendy Brown) scelgono di guardare allo scenario post-11 settembre. Leggere il vuoto tra le righe esibite del pieno, riconoscere l’impotenza dietro l’affermazione armata della superpotenza, scorgere la crisi delle categorie politiche classiche al di là della loro urlata e meccanica ripetizione: ecco la ginnastica a cui 2001 ci invita.
Certo, nella guerra al terrore la logica amico/nemico, noi contro di loro, sembra trovare una spettacolare (e spettacolarizzata) conferma: ma, ricorda ad esempio Carlo Galli, la verità è che qui abbiamo a che fare con un nemico invisibile, deterritorializzato, interno e non esterno alle frontiere dello Stato – ammesso poi che parlare di «interno» ed «esterno», nello spazio globalizzato senza più un fuori, abbia ancora senso. E del resto, che farsene di Hobbes e Schmitt quando, come scrive Dominijanni, «la pratica suicida dei kamikaze fa saltare il dispositivo della deterrenza che da sempre regola la convivenza» e spinge alla nascita del patto sociale? Certo, nell’ostentazione muscolare dell’era Bush, l’imperialismo americano sembra aver raggiunto il suo apice: ma, segnala Toni Negri, non si tratta a ben vedere che di «un colpo di reni contrario e regressivo» rispetto alle tendenze di formazione dell’Impero, del tentativo disperato di riaffermare una centralità perduta in un mondo irreversibilmente multipolare (con quale successo ce lo dicono oggi, di nuovo, le cronache dall’Afghanistan).
Certo, l’unione sacra stretta all’indomani degli attentati attorno alle vecchie parole d’ordine identitarie di Dio, patria e famiglia sembra certificare la vittoria della secolare alleanza di fondamentalismo, nazionalismo e patriarcato: ma proprio la carica di violenza con cui quelle parole si è cercato di imporle – da ambo i lati del presunto conflitto di civiltà – non è che il sintomo del delirio panico scatenato dai processi di profanizzazione del sacro (si legga quanto dice qui Mario Tronti), di ibridazione e meticciamento delle identità (lo sottolineano con acume, tra gli altri, Jeffrey Schnapp e Paul Gilroy), di implosione del dominio maschile sotto i colpi della parola femminile e della rivoluzione femminista (si veda il bel dialogo con Carol Gilligan, e il denso saggio conclusivo di Dominijanni).
Si badi bene: scoprire il trucco, svelare la dimensione spettrale dei revenants identitari non significa negarne la formidabile efficacia. 2001 torna anzi a più riprese sul potere dei fantasmi. Che realtà e immagine, verità e finzione non possono essere separati con un colpo occamiano di rasoio – tanto più dopo che, con l’attacco alle Torri trasmesso in diretta tv su scala globale, l’immaginario pare essersi definitivamente installato «nella cabina di regia dell’evento»; che ogni accadimento gioca sempre una partita su più campi, non solo sul piano del reale ma anche su quello del simbolico; che il riduzionismo economicista fa un cattivo servizio al materialismo se pensa di poter tagliar fuori dall’explanans le economie morali consce e, soprattutto, inconsce: ecco una lezione evidentemente utilissima a chiunque voglia provare a comprendere qualcosa di questa nostra complicata congiuntura.
Perché una cosa è certa: se non mettessimo nell’equazione la forza terribile degli spettri identitari e delle reazioni d’ordine, nulla capiremmo del momento populista che abbiamo attraversato e stiamo forse ancora attraversando; se non tenessimo in considerazione il fatto che il virus (l’Aids e l’antrace ieri, il Covid-19 oggi) è sempre anche una metafora, saremmo infinitamente più sguarniti nel registrare gli effetti sociali e simbolici che la crisi pandemica ha avuto e continuerà ad avere.
Ed eccoci così di nuovo proiettati sul presente. Pur nella sua tremenda letteralità – il punto è decisivo, come sottolinea Dominijanni nell’introduzione al libro – il coronavirus ha toccato un nervo della teoria politica scoperto già vent’anni fa dal virus allegorico del terrorismo. Venne a galla all’epoca, e con palmare evidenza, l’insufficienza di un’ontologia e di un’antropologia fondate tutte sul pilastro della sovranità – individuale o collettiva, poco importa; e insieme la necessità – avvertita soprattutto, e non a caso, nel campo femminista – di un loro ripensamento nei termini di un soggetto relazionale, interdipendente, vulnerabile. A distanza di vent’anni siamo ancora lì: il vecchio mondo è morto, ma continua a pesare come un incubo (come un fantasma) sul cervello dei vivi.
Quello che ci manca non è, scrive Dominijanni, «la finezza del concetto: manca il referente della pratica, la fiducia che davvero su questa base possa nascere qualcosa che si possa chiamare “politica”, l’individuazione di una figura antropologica nuova in grado di metterla al mondo e di farla camminare». E tuttavia, questo archivio è lì a ricordarcelo, nulla che nasca nasce mai da zero.
(il manifesto, 9 settembre 2021)
di UdiPalermo
Quarant’anni fa, l’8 settembre 1981, a Ulassai, una cittadina della provincia di Nuoro in Sardegna, un nastro celeste lungo ventisei chilometri passò “di mano in mano, lanciato da una casa all’altra, annodato e addobbato”, finché dopo un’ora tutte le case apparvero l’una all’altra legate. Con questa azione collettiva, Legarsi ad una montagna, l’artista sarda Maria Lai rese il suo paese natale “autore di un’opera d’arte che, da quel momento, si sarebbe definita comunitaria” (Alessandra Pioselli) – non un monumento ai caduti come da richiesta dell’amministrazione comunale, ma un monumento per i vivi realizzato assieme a donne, uomini e bambini secondo regole condivise e volto a svigorire le reciproche diffidenze e a rafforzare i legami all’interno della comunità.
L’UDIPalermo riconosce da anni il valore politico delle scelte dell’artista sarda. Nel catalogo della mostra Maria Lai, il filo l’ordito la trama (realizzata insieme all’Assessorato regionale dei Beni Culturali e Ambientali e della Pubblica Istruzione nel capoluogo siciliano, 22 dicembre 2008-10 gennaio 2009), Mariella Pasinati ne sottolinea infatti l’idea di arte come pratica viva e ne coglie negli interventi e nelle installazioni nei territori, a partire dalla performance di Ulassai, non solo il superamento dei “limiti della dimensione solitaria e individuale dell’operare artistico” ma anche la rivoluzione innescata dall’immissione dei corpi, compreso il corpo dell’artista, nei contesti. L’opera d’arte diviene così “luogo dello scambio, strumento di mediazione culturale, sociale e perciò autenticamente ‘politico’, se la politica è lo spazio della relazione”.
Le realizzazioni artistiche di Maria Lai continuano ancora oggi a orientarci verso il ritrovamento di un senso comunitario nella memoria storica e collettiva, continuano a interrogarci sul futuro del vivere insieme da sperimentare nel presente. Le sue pratiche e visioni dell’arte mostrano presupposti affini all’agire comune delle donne e degli uomini che ripensano i territori come luoghi della politica di relazione, ne salvaguardano i paesaggi e li tutelano per le nuove generazioni. Come le/gli abitanti di Ulassai, le donne di UDIPalermo, sensibili alle rivendicazioni delle e dei NoTav, hanno lanciato lo scorso anno un lungo nastro alle Mamme in piazza per la libertà di dissenso, da Palermo a Torino, dalla Sicilia alla Val di Susa, intercettando altre madri reali e simboliche che chiedono la non criminalizzazione di chi lotta contestando lo sfruttamento delle risorse materiali e immateriali nelle comunità che ancora resistono.
Oggi UDIPalermo conferma quella scelta, ribadisce la richiesta di liberazione di donne e uomini colpiti da misure repressive per essersi opposti a una trasformazione che stravolge e cancella i legami comunitari in Val di Susa e altrove, e rilancia alle autorità italiane l’appello a riconsiderare la condizione detentiva di Fabiola De Costanzo, così come è avvenuto per Dana Lauriola, comminando misure alternative alla carcerazione. In un contesto socioeconomico pesante e durissimo a causa della pandemia e di mali endemici, nel corso di una crisi che attanaglia molte istituzioni a diversi livelli e distanzia sempre più gli/le esponenti politici dalla gente comune, nonostante le difficili condizioni in cui versano le comunità piccole e grandi all’interno delle quali i legami risultano sempre più sfilacciati, le donne di UDIPalermo continuano a nutrire fiducia e speranza nelle ragazze e nei ragazzi dei movimenti radicati nei territori e colgono nelle loro lotte una ricerca volta a dare un senso nuovo alla politica, a immaginare una visione politica alternativa per il futuro, a sperimentare pratiche politiche fondate su relazioni vive.
(www.pressenza.com, 8 settembre 2021)
di Cecilia Robustelli
È pericoloso sperimentare sul sistema della lingua se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione
La proposta di sostituire la desinenza maschile plurale -i di espressioni come “buongiorno a tutti” con il simbolo ə, ottenendo così “buongiorno a tuttə”, circola da qualche tempo sui social, ed è recentemente rimbalzata sui quotidiani quando è stata adottata da parte del Comune di Castelfranco Emilia con lo scopo, dichiarato, di «adottare un linguaggio più inclusivo».
Smantellare l’uso del solo genere grammaticale maschile per includere donne e uomini, che è una modalità peraltro radicatissima nella pratica linguistica (il dovere dei cittadini, l’orario degli studenti, ecc.), è una questione che ricorre spesso nelle discussioni sulla rappresentazione delle donne nel linguaggio perché questo maschile non marcato nasconde la presenza femminile. Addirittura è considerato, insieme all’uso del genere grammaticale maschile per i termini che indicano ruoli professionali o istituzionali ricoperti da donne (“il ministro” Bonetti, ecc.), una delle due dissimmetrie grammaticali che più appesantiscono la bilancia della parità linguistica a favore degli uomini.
Da trent’anni ci si interroga sulle modalità alternative offerte dalla lingua italiana per eliminare queste e tutte le altre le disparità di trattamento linguistico di donne e uomini, denunciate per la prima volta nel libro Il sessismo nella lingua italiana della linguista Alma Sabatini e delle sue collaboratrici Edda Billi, Marcella Mariani, Alda Santangelo, promosso dalla Commissione Nazionale per la Realizzazione della Parità tra uomo e donna e pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1987. Partì da lì, infatti, la denuncia di una serie articolatissima di usi linguistici sessisti e la proposta di raccomandazioni per evitarne l’uso. In tutti questi anni la discussione sulla rappresentazione delle donne nel linguaggio è continuata, alimentata da seri studi scientifici che hanno ricondotto le singole questioni a problemi più ampi di linguistica generale e teorica, come avevano suggerito per primi linguisti del calibro di Francesco Sabatini e Giulio Lepschy, e hanno anche esaminato gli usi concreti della lingua alla luce dei mutamenti socioculturali che hanno interessato il ruolo della donna nelle professioni e nella società.
Progressivamente però la discussione – e non la riflessione – si è allargata, anche grazie alla rete, al grande, ormai grandissimo pubblico non specialista, dove spunta ciclicamente chi, in nome di una malintesa libertà linguistica, cede al sottile piacere di sperimentare e proporre soluzioni estemporanee e ad hoc anche per questioni linguistiche annose e insolute. Prendiamo per esempio la proposta di introdurre lo schwa al posto della desinenza grammaticale. Lo schwa non è una marca di genere, non è un grafema della lingua italiana, non corrisponde neanche a un suono con valore distintivo, e servirebbe per questo a eliminare il riferimento all’opposizione di genere binaria, cioè maschile/femminile, legata all’uso delle desinenze tradizionali, permettendo invece il riferimento al più ampio spettro delle identità di genere indicate dall’acronimo LGBTQI+. Per questo lo schwa avrebbe una funzione molto più inclusiva rispetto alle desinenze tradizionali. Sembra semplice: se le desinenze maschili e femminili vanno strette perché sono considerate insufficienti a soddisfare le esigenze di rappresentazione di genere da parte di tante identità, si possono sostituire con un simbolo “neutro” che le comprende tutte. Neutro: è questa la parola magica con cui si intende un genere grammaticale che indica altro rispetto al maschile e al femminile.
Non è la prima volta che lo sperimentalismo linguistico si abbatte sulle desinenze: dapprima fu proposto l’asterisco di car* tutt*, poi la chiocciola di car@ tutt@, e ora lo schwa, preferito ai primi due perché a differenza di questi può essere pronunciato, anche se non è chiaro come (ma chi ha familiarità con gli studi indoeuropei sulla teoria delle laringali potrebbe darne qualche ragionevole indicazione). Circola anche un altro espediente, stavolta non un simbolo ma un vero e proprio grafema, la “u”, usato come desinenza: anche con “caru tuttu” si includerebbero tutte le identità di genere (uomo, donna, persona non binaria) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex).
In teoria tout se tient, come sosteneva de Saussure a proposito del sistema della lingua, ma in realtà il ragionamento di base zoppica. In italiano (e non solo) le desinenze grammaticali non indicano il genere, inteso ovviamente come genere socioculturale, ma il sesso: la desinenza maschile e quella femminile ci dicono soltanto che il riferimento è a una persona di sesso maschile o femminile, e non danno alcuna indicazione sulla sua identità di genere. La morfologia della lingua italiana (ma non è la sola!) rivela il sesso della persona a cui ci si riferisce, non c’è niente da fare. Comunque su un piano di realtà (quasi) nihil obstat a questa funzione: la quasi totalità delle persone è identificabile su base sessuale come maschio o femmina. È vero, le persone intersex (1%) restano fuori, ma eliminare le desinenze grammaticali significa impedire la rappresentazione di metà della popolazione italiana, quella di sesso femminile.
Dopo il lungo percorso socioculturale compiuto dalle donne, per tacere di tutte le misure istituzionali varate per la loro valorizzazione, sarebbe opportuno cercare con tutti i mezzi di rappresentarle nella lingua in modo da riconoscerne la presenza anziché cancellarle. Ma c’è di più. Sostituire le desinenze grammaticali con un simbolo cancella oltre al genere anche il numero: salta così definitivamente l’accordo grammaticale, strumento indispensabile per riconoscere i rapporti logici fra parole all’interno del testo. Si polverizza la coesione testuale. Un’amputazione così radicale del sistema della lingua – perché di questo si tratta, ed è cosa ben diversa da una proposta lessicale come l’introduzione di un neologismo – ne rende irriconoscibile il codice comunicativo, che deve invece essere condiviso perché è uno di quegli elementi, come ci ha insegnato Jakobson, necessari per il funzionamento della comunicazione.
Se proprio si vuole usare lo schwa, se ne limiti l’uso alle formule di apertura del discorso, che diventerebbero innocue frasi cristallizzate: Buongiorno a tuttə, appunto, carə tuttə, e poco più. Insomma, sperimentare sulla lingua può essere divertente finché ci si limita al livello lessicale e lo si fa in un gruppo ristretto e consapevole di usare una specie di gergo, di linguaggio identitario interno al gruppo stesso. Invece è pericoloso intervenire sul sistema della lingua, tanto più se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione.
Ma intanto la discussione impazza, e spesso in rete, affidata a quelle che, quando erano aperti, si sarebbero chiamate chiacchiere da bar. Se un tempo al lunedì mattina davanti al caffè tutti i maschi diventavano allenatori di calcio, ora davanti allo schermo non c’è sesso che tenga dall’improvvisarsi, a qualsiasi ora, linguisti e linguiste che combattono a colpi di schwa. Per ora solo in forma scritta, ché parlare crea ancora qualche problema.
L’autrice è Professoressa Ordinaria di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia
(Micromega.net, 30 aprile 2021)
di Antonella Mariani
“Désir d’enfant” sabato e domenica. Ma la Coalizione contro la maternità surrogata presenta un esposto: la Gpa è vietata in Francia, perché farle pubblicità?
Si chiama“Désir d’Enfant” (Desiderio di un figlio) ed è una sorta di fiera indirizzata a chi cerca «sostegno, consiglio e informazioni per creare o ingrandire» la sua famiglia. Niente di male, si dirà. Se non che l’evento che si svolgerà domani e domenica [4 e 5 settembre scorsi, NdR] a Parigi, all’Espace Champerret, oltre a essere un vero e proprio salone della fecondazione artificiale in tutte le sue sfaccettature, con confronti tra specialisti e aspiranti genitori che sperimentano problemi di concepimento, presentazione di “pacchetti” medici, offerte di viaggi della speranza in cliniche spagnole o greche, canadesi o californiane, offre sottotraccia una piattaforma promozionale per la gravidanza per altri. Pratica che però, così come in Italia, è vietata in Francia, sebbene largamente praticata da cittadini francesi all’estero.
La maternità surrogata infatti, pur non espressamente menzionata nel materiale informativo dalla fiera, tuttavia compare in diversi incontri aperti al pubblico, tra cui uno, sabato mattina, con una madre surrogata statunitense. Inoltre nella lista del partner del Salone, tra banche del seme e degli ovociti, società di spedizione aerea di materiale genetico, ci sono anche cliniche specializzate proprio nell’affitto di uteri, come l’americana Extraordinary Conceptions, le cipriote Gaia Fertility e Dunya, la canadese Babies come True… Infine: nel modulo di iscrizione online, alla domanda: per quale argomento parteciperai al salone? tra le altre opzioni si può barrare la casella Gpa.
“Désir d’enfant” è alla sua seconda edizione in Francia, e fiere analoghe, che trattano il concepimento artificiale e la maternità surrogata come prodotti commerciali (a caro prezzo, s’intende), si svolgono periodicamente in Olanda, Germania, Israele, anche a distanza in questi anni di pandemia. Non in Italia, almeno per ora, anche se tentativi di presentare i servizi di cliniche per la Gpa si segnalano sporadicamente, con il tam tam su internet, nella riservatezza delle salette di grandi alberghi milanesi e romani.
A denunciare l’incompatibilità del salone “Désir d’enfant” con l’articolo 16-7 del Codice civile che vieta la maternità surrogata sul territorio francese e con l’articolo 227-12, comma 3 del Codice penale che stabilisce pene severe per chi vi ricorre, è stata la Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata [qui di seguito il comunicato stampa della CIAMS dopo il salone, in francese (NdR): http://abolition-ms.org/nos-actions-fr/la-preuve-est-faite-la-gpa-nest-rien-dautre-que-la-vente-denfants-et-lexploitation-reproductive-des-femmes/].
La domanda è: la legge vieta la Gpa, e allora perché una fiera aperta al pubblico ospita medici e rappresentanti di cliniche estere che la pubblicizzano e la propongono come metodo per avere un figlio? Nei giorni scorsi l’organizzazione, che raggruppa una quarantina di associazioni di matrice femminista in 13 Paesi del mondo, ha scritto al prefetto di Parigi chiedendo l’annullamento dell’appuntamento. «Dal nostro punto di vista – scrivono le tre co-presidenti della Coalizione, Marie Josèphe Devillers, Ana-Luana Stoicea-Deram e Berta O. Garcia – è inaccettabile che alcune cliniche private vengano sul territorio francese per promuovere una pratica che è illegale in Francia, e che costituisce un attentato gravissimo ai diritti delle donne e dei bambini».
Poiché il prefetto non ha dato risposta, la Ciams ieri ha inviato al Tribunale amministrativo di Parigi una analoga richiesta urgente, ritenendo che il prefetto non abbia fatto il suo dovere per far rispettare l’ordine pubblico. «Riteniamo che sia in gioco la dignità umana», dicono le attiviste.
(Avvenire.it, 3 settembre 2021)
di Francesca Pierantozzi
«Con i Talebani bisogna parlare. Ignorarli è ignorare la realtà. Combatterli porterà ad altri disastri. Se lo dico io, che sono in cima alla lista nera, che ho dovuto abbandonare il mio Paese per non essere ammazzata come è stato ammazzato mio padre, significa che si può fare». Zarifa Ghafari non ha perso l’energia, la voce, i gesti, che l’hanno fatta sopravvivere per cinque anni nel suo ufficio di sindaco a Maidan Sharh, 50mila abitanti a 50 chilometri da Kabul. Aveva 26 anni quanto ha cominciato: la sindaca più giovane del Paese, la prima donna ad avere un incarico di potere nell’ultraconservatrice provincia di Wardag. Il 19 agosto, con suo marito, si è imbarcata su uno degli aerei in partenza dall’aeroporto di Kabul preso d’assalto.
«Pensavo che il momento più brutto della mia vita fosse stato quando hanno ucciso mio padre al posto mio, ma ho provato lo stesso lancinante dolore quando abbiamo decollato. Ho lasciato tutto dietro: vent’anni di battaglie e di sogni». Ormai vive da rifugiata in Germania. Ieri era a Parigi, invitata alla conferenza sull’Afghanistan organizzata dalla sindaca Anne Hidalgo. Scopre il rossetto tirando via la mascherina, il velo leggero a fiori copre poco i capelli.
Cosa farà adesso?
«Voglio parlare per chi non può, per le donne in Afghanistan. Il giorno dopo l’assassinio di mio padre ero di nuovo nel mio ufficio. Ora sono qui. Non mi riduco al silenzio».
Cosa chiederebbe alla comunità internazionale?
«Se si vuole fare qualcosa di concreto, non si possono ignorare i Talebani. Sono al governo e ci resteranno. Rifiutare quel governo significa adesso abbandonare una nazione, milioni di civili che non sono certo tutti integralisti. Negoziare e aprire un dialogo è importante, anche e soprattutto per le donne, che rappresentano il cinquanta per cento della popolazione. Oppure qualcuno può pensare che la soluzione sia evacuare tutti? Quante persone, donne, uomini e bambini, si potranno far uscire dal Paese? Sarebbe soltanto un altro disastro. La comunità può aiutare l’Afghanistan facendo pressione sul Pakistan, affinché smetta di interferire con i nostri affari interni, e ci lasci lo spazio necessario per ricostruire».
Pensa davvero che una ricostruzione sia possibile con i Talebani al governo?
«Penso che adesso tocca a noi. Che se un intervento esterno non è riuscito a sconfiggere i Talebani quando non erano al governo non ci riuscirà ora. Penso che dobbiamo proteggere le conquiste di questi vent’anni. Penso che la metà della popolazione dell’Afghanistan sono donne, e che i Talebani non potranno governare il paese senza di loro. Tocca a noi, alla nostra generazione».
Lei sarebbe pronta a collaborare con il governo?
«Io sono pronta a parlare, in particolare dei diritti delle donne. Dicono di volere applicare la sharia, ma anch’io sono musulmana, sono cresciuta in una famiglia musulmana e so quali sono i miei diritti dentro l’islam. Sono cose che riguardano noi afghani, sono le nostre norme sociali, le nostre tradizioni, il tipo di società che vogliamo scegliere».
Lei è costretta, in questo momento, all’esilio. Come lei molti afghani della classe dirigente o intellettuale. Chi e come può portare i Talebani a negoziare?
«Il nuovo governo vuole legittimità internazionale, e quindi è portato ad ascoltare. La comunità internazionale deve far leva su questo. Ho lavorato al ministero della Difesa, e ho visto quanta gente moriva ogni giorno, ho visto il dolore delle famiglie, non voglio vederlo di nuovo. Non voglio che altri continuino a provare quello che provo io, che ora ho perso tutto. Prima che il fuoco bruci di nuovo le città e i giovani, dobbiamo sederci a un tavolo e parlare. Si può fare, dobbiamo andare oltre i nostri lutti come sto cercando di fare io. Chi pensa che le cose andranno meglio se si comincia una nuova guerra o si rifiuta di riconoscere questo governo si sbaglia».
Esiste un’opposizione anche dentro l’Afghanistan. Una resistenza si sta organizzando nel Panshir. Cosa pensa di questi movimenti. Non si sente di sostenerli?
«Io so quanto sia difficile essere cittadina del mio Paese. Non voglio giudicare questi movimenti, ma personalmente ritengo che combattere di nuovo i Talebani con una guerra civile sarà un disastro ancora maggiore. Io dico che noi possiamo rendere migliore questo governo. Le donne, in particolare, possono farlo, perché sono soprattutto le donne che hanno costruito il Paese in questi anni, con lealtà e onestà, sforzi e capacità. Questo non deve essere buttato via».
(Il Messaggero, 3 settembre 2021)
di redazione Ohga!
Shamsia Hassani è la prima street artist e attivista donna a colorare gli edifici distrutti dai bombardamenti della sua città in Afghanistan. Per le strade di Kabul ha dipinto donne con gli occhi chiusi e senza bocca, ma che continuano, in una società patriarcale che non dà loro una voce, a rincorrere i propri sogni.
Shamsia Hassani, la prima street artist donna afgana, ha deciso di portare la sua arte per le strade di Kabul. Le sue protagoniste sono le donne dell’Afghanistan, ritratte tutte con gli occhi chiusi e senza bocca ma che continuano, in una società patriarcale che non dà loro una voce, a rincorrere i propri sogni.
Shamsia, figlia di rifugiati afgani, è nata in Iran trentatre anni fa e solo nel 2005 ha fatto ritorno nella sua terra. In Afghanistan ha frequentato l’università di belle arti di Kabul, dove adesso detiene la cattedra di scultura. Da sempre affascinata dalla pittura e dal disegno come mezzo di espressione, ha iniziato a sperimentare con i graffiti solo nel 2010. «Voglio usare un muro come tela perché solo così posso condividere il mio lavoro con le persone e introdurli all’arte» – commenta Shamsia in un’intervista per Vice – «perché la maggior parte di loro non ha la possibilità di andare in musei o gallerie».
Le donne di Shamsia vengono ritratte nei loro abiti tradizionali con gli occhi chiusi e senza bocca ma con degli strumenti musicali tra le mani, l’unico modo per poter far sentire ciò che provano. Attraverso loro, l’artista racconta ciò che accade in Afghanistan, spesso sotto gli occhi giudicanti di uomini che non approvano o non capiscono cosa stia facendo. Quasi come in un presagio, poco prima della conquista di Kabul da parte dei Talebani, Shamsia aveva dipinto una donna con un piano tra le braccia, il volto chino e un muro di uomini vestiti di nero dietro di sé. Con il ritorno dei Talebani nel paese, le donne potrebbero perdere quei pochi diritti acquisiti durante gli ultimi vent’anni, come studiare, lavorare o uscire senza dover essere accompagnate da un tutore maschio. Shamsia, in quanto artista, insegnante e donna, ha pensato di dover cancellare le sue tracce anche dai social ma le sue opere, condivise da migliaia di utenti in tutto il mondo, sono diventate virali. Così ha deciso con coraggio di continuare a postarle anche durante i giorni della caduta di Kabul.
Una donna in ginocchio, una intenta a suonare una chitarra e un’altra ancora su uno sfondo macchiato di sangue e poi, infine, una donna che stringe tra le mani la vista da una finestra. Forse è così che Shamsia vuole conservare il ricordo di casa sua che ha dovuto abbandonare per mettersi in salvo. «Carissimi, grazie per i messaggi e per aver pensato a me in questo momento» – scrive in uno dei suoi ultimi post su Instagram – «I vostri messaggi e commenti mostrano che l’umanità e la gentilezza sono ancora vive e non hanno confini. Grazie per il vostro supporto e la vostra preoccupazione, sono al sicuro».
Nascosta chissà dove, grazie ai social, Shamsia continua a raccontare le donne e quella società che le vuole sottomesse nella speranza che possa tornare presto a colorare le macerie della sua città dal vivo. «Voglio colorare i brutti ricordi della guerra e se coloro questi brutti ricordi, allora cancello la guerra dalla mente delle persone» – aveva commentato l’artista in un’intervista per Art Radar nel 2013 – «Forse posso rendere famoso l’Afghanistan per la sua arte, non per la sua guerra».
(Ohga!, www.ohga.it, 2 settembre 2021)
di Antonella Nappi
Il libro di Laura Lepetit è tranquillizzante per me che sono anziana e ho paura della vecchiaia. Ci mostra che la vita compiace comunque, non è il caso di spaventarsi del vuoto e della solitudine, si può godere dell’esserci nel contesto e guardar fuori: è un fare che ci può accompagnare finché si vive. Ma di più ancora: «In natura ci sono molto vuoto e molta attesa. Se tocca anche a noi vuol dire che stiamo partecipando a un modo naturale di vivere» (pag. 34). Quando poi viviamo piccole burrasche si può aspettare che passino, perché passano.
Per chi voglia guardarsi dentro, come a me piace, narrarsi invece di deperire (pagg. 120-121) è proprio ciò che può accompagnarmi a vedere e a capire, a occuparmi e a fare funzionare il cervello.
È un libro utile anche politicamente, nel tormentone teorico delle donne, nell’assenza teorica di altre donne, nell’inventiva un poco allucinata di altre ancora, Laura dà indicazioni preziose. Come togliere energia all’animosità, con il perdono – con la comprensione dico io –, con un poco di allontanamento, non creare sentimenti di vendetta. Questo è il massimo, secondo me, placarsi o placare è un esercizio fantastico. Questo bastare a se stessi nel conflitto con gli interlocutori è un esercizio che permette l’ascolto. L’hanno fatto quegli ebrei che non hanno più necessità di essere le uniche vittime e sanno vederne altre, lo fanno quelle donne che agli uomini insegnano o li ascoltano soltanto per quel che loro conviene.
L’umiliazione delle donne lascia correre alla guerra, lo spiega in poche righe (pag. 112-113), «Quante cose si potrebbero risolvere con le chiacchiere invece di fabbricare armi mortali!»
Le importanti riflessioni sulla depressione delle casalinghe le troviamo documentate da testi, che in tutto il libro percorrono i suoi incontri letterari e danno indicazione di che cosa leggere per arricchirsi.
Nel testo ho finalmente trovato una donna che come me parla con ammirazione di Leni Riefenstahl, l’inventrice del cinema – con pochissimi altri –. L’antinazismo godette nell’identificare il Nazismo in una donna invece di studiare quanto fosse maschile e ancora oggi la depreda delle sue opere. La cultura che opprimeva le donne negli anni delle nostre madri, e a cui per età Laura è appena sfuggita, era una tenaglia per le donne intelligenti: le spingeva a esistere controcorrente e nel contempo a adeguarsi ai ruoli femminili introiettati e anche richiesti per sopravvivere nella società. Molte sono state lacerate nella capacità di intendersi sane e valide per questa doppia identità che finalmente il femminismo ha dissolto permettendo di sapersi e dirsi e agirsi donne con i propri occhi, i propri sentimenti, le proprie ambizioni. Laura è stata capace di disvelare per sé e per tutte che l’identità potente femminile è una sola per ciascuna, la propria.
Segnalo la pag. 71: che cosa vogliono le donne? Il piacere sessuale. L’attrazione per gli uomini è il limite all’indifferenza delle donne verso gli uomini; è una ragione del continuare ad animare il conflitto con loro per non rinunciare al proprio piacere in favore di quello dell’altro. «L’ambiguo favore» che non assegna agli uomini un limite intrapsichico va combattuto da entrambi i sessi.
(www.libreriadelledonne.it, 31 agosto 2021)
del Collettivo Donne InCuranti
La nostra campagna #madriinrivolta è, almeno per ora, giunta a conclusione: si sono tenuti presìdi ed è stato consegnato il nostro appello alle Prefetture nelle città di Venezia, Reggio Emilia, Piacenza, Pisa, Firenze, Napoli, Roma, Bologna, Rimini, Parma, Palermo, Catania.
Nel ringraziare tutte coloro che hanno sostenuto l’iniziativa, proviamo ora, nella pausa estiva, a fare un breve bilancio, anche nel contesto del nostro percorso come Collettivo.
Dai presìdi sono anzitutto emersi il bisogno e la volontà delle donne di esprimere la loro rabbia per questa restaurazione neo-patriarcale, la quale sta attaccando il legame materno con ferocia e determinazione implacabili. Donne di tutte le città d’Italia che, sempre più numerose, hanno chiesto di unirsi ai presìdi e di accedere ai materiali, unite nella condanna della legge 54 e della bigenitorialità. Grazie alle testimonianze dirette di queste madri presenti ai presìdi, associazioni e personalità della politica e del femminismo e singole donne hanno potuto prendere coscienza anch’esse di questa mattanza. Dal 2006 è infatti in atto un massacro fatto di decreti di allontanamento di bambini verso case-famiglia o presso padri maltrattanti, di spese processuali addebitate alle madri e di veri e propri trattamenti sanitari obbligatori dal nome di CTU – consulenze tecniche di ufficio – con il quale si comminano pene e attribuiscono diagnosi di sindromi inesistenti come l’alienazione genitoriale. Riteniamo, tuttavia, che la violenza istituzionale contro madri e bambine/i rappresenti solo la punta dell’iceberg. Alla base c’è la precisa volontà di ri-assoggettamento delle donne che ci tocca tutte ed in tutti gli ambiti, con la finalità di ricollocarci nel ruolo tradizionale di “corpi di servizio”.
Si rende necessario, dunque, connettere questi ambiti in uno spazio di riflessione, elaborazione e azione politica. Proviamo dunque a ripercorrere le tappe di questo processo e inserirlo in una analisi politica più ampia.
La legge 54/2006 su bigenitorialità e affido condiviso venne approvata velocemente e quasi all’unanimità, con voto trasversale di quasi tutti i partiti. Andava a soddisfare il paritarismo, che vedeva nella condivisione del carico di cura la strada della libertà femminile e della responsabilità maschile, ed è ciò che pensano ancora oggi molte donne. Ma questa legge furono i padri separati a volerla. Organizzati in lobbies bene attrezzate sia dal punto di vista economico che politico, costoro erano stanchi di riconoscere alle madri il “privilegio” della contribuzione economica paterna al mantenimento, decisi a mettere in discussione la preminenza del legame materno nella crescita dei bambini, preminenza sancita e protetta dalla riforma del diritto di famiglia risalente al 1975. L’effetto paradossale della legge 54, poiché basata sul concetto di bigenitorialità, è stato quello di dividere in due i bambini, anziché le responsabilità. Anche osservando ciò che accade in ambito internazionale siamo nel pieno di un passaggio teoretico cruciale, quello dalla differenza all’indifferenza sessuale, ove a perdere sono ovviamente coloro che sono oppresse sulla base del loro sesso: le donne.
Rimossa, politicamente e simbolicamente, la differenza sessuale delle donne, diviene priva di linfa la loro liberazione sessuale.
La campagna del senatore Simone Pillon (Lega Nord) con il suo Ddl per il mantenimento diretto, poi archiviato nel 2019, non sarebbe stato che il ‘perfezionamento’ della legge 54, il suo rafforzamento. Il volere di Pillon e delle associazioni dei padri separati era quello di cancellare quel margine di valutazione processuale per l’affido esclusivo alle madri, in tutte le situazioni in cui vi era una estrema evidenza di inadeguatezza paterna, con le conseguenze patrimoniali del caso. Si badi bene che l’applicazione della legge 54 ha assicurato ai “comunque padri” ordinanze di verifica e rafforzamento delle capacità genitoriali persino nei contesti di violenza, ma a Pillon questo non bastava.
Si provi a immaginare situazioni come queste: un bambino di pochi mesi affidato pariteticamente a due genitori, o una madre che cerca di proteggere questo stesso bambino in un contesto violento e che viene accusata di simbiosi, malevolenza o istigazione all’odio del padre.
Sembrerebbero situazioni incredibili, assurde, eppure è ciò che accade nei Tribunali italiani e non solo. D’altra parte, i giudici applicano le leggi, e la legge impone la bigenitorialità. Trattasi del ripristino della patria potestà, che ha come conseguenza la macelleria di madri e bambini, questi ultimi sovente allontanati, messi in casa-famiglia o persino affidati al maltrattante.
Intorno, un fiorente mercato di consulenze tecniche e legali, con le madri soccombenti costrette a pagare cifre astronomiche in spese processuali e di difesa.
Fatta una estrema sintesi dello stato delle cose, passiamo ora all’analisi politica e simbolica, e all’elaborazione di una possibile via d’uscita per le madri e le donne tutte.
Prima di ogni altra cosa va chiarito il concetto di bigenitorialità: esso, come trapianto alieno in un corpo sociale misogino, è nato con la precisa volontà di cancellare il legame materno. Non è infatti possibile omologare la responsabilità paterna al legame materno, neanche sapendo che molti padri sono perfettamente adeguati.
Il legame materno, chiariamo, non è né la mistica della maternità – ahimè già messa con le spalle al muro dalla totale assenza di sostegno e dalla decostruzione del suo valore simbolico – né l’esercizio di una rendita di posizione. Il legame materno è la necessità psicofisica del bambino, così come assodato dalla trattazione psicologica di massima autorevolezza e vissuto nella concretezza delle relazioni. Il legame materno è anche la misura ed il modello di tutti i legami di dipendenza dell’umano, la chiave per crescere e vivere nella consapevolezza della fragilità e della interdipendenza. Ecco, però, che il legame materno come paradigma relazionale pone un profondo problema di compatibilità con l’etica del presente, motivo per cui se ne vuol fare piazza pulita materiale e simbolica, da più fronti e con eccezionale impiego di risorse.
Noi pensiamo che il sostegno a queste madri parta da qui, dalla consapevolezza profonda del perché su di loro e su ciò che rappresentano si scagli tanta violenza.
Mettendo da parte sovrastrutture e trascorsi, abbiamo visto nelle madri la soggettività imprevista e autentica. La loro resistenza è altrove rispetto ai tentativi di creare spazi di accettabilità della bigenitorialità. Sono infatti le madri stesse che ci hanno spiegato che la bigenitorialità è una trappola, un inganno, un raggiro, raccontandoci il concreto del vissuto quotidiano, dall’ordinaria trascuratezza a casi agghiaccianti in cui padri abusanti di cui è impossibile dimostrare la colpevolezza diventano affidatari dei bambini (!). Sono queste madri che hanno pagato sulla loro pelle, e a carissimo prezzo, quell’errore giuridico e politico clamoroso che è la legge 54/2006.
Questo percorso di consapevolezza è doloroso e difficile, e impone di guardare ai limiti di certe visioni adottate finora: come può una donna con quattro figli in casa-famiglia preoccuparsi dell’adeguamento normativo europeo in materia?
Piuttosto, è giunto il momento di una connessione tra tutte le madri d’Europa, della creazione di un fronte comune di lotta, si impone la necessità di una lettura politica e simbolica di ciò che sta accadendo.
Il sogno paritario degli anni ’70 ha lusingato le figlie promettendo loro la libertà contro le proprie madri, contro ciò che esse rappresentavano. Siamo pronte, oggi, nel 2021, a riconoscere l’ingenuità di quel pensiero, a ravvisare in esso la volontà di recisione della genealogia femminile? Se le madri non sono libere nella loro differenza non potranno crescere figlie libere, e le donne resteranno corpi da riproduzione al servizio del patriarcato.
Adesso siamo ad uno snodo. Il tema comincia a chiarirsi e sempre più donne condividono l’idea che la lotta imprevista delle madri richiami la vecchia guerra tra i sessi mai risolta, che il patriarcato sia in buona salute al punto di proporre una neo-potestà genitoriale.
A ciò si aggiunga la condizione socio-economica delle madri, spesso precarie, indigenti, morte sul lavoro, sole a crescere figli che il destino talvolta vuole campioni olimpionici, donne designate come erogatrici di servizi sessuali e riproduttivi, dalla prostituzione alla surrogazione, ignorate nei carichi di cura e invisibilizzate, quando non ridicolizzate, nella sapienza sulla riproduzione della vita materiale. Queste sono sfide sociali e politiche che stanno attraversando materialmente, concretamente i corpi delle donne e che dà ragione di tanta partecipazione. Madri in Rivolta è stata la sola resistenza obbligata e autentica, al di fuori di tatticismi e opportunismi, di fondi e professionismo femminista, una campagna in aperto conflitto verso la politica lontana dal presente, identitaria, dirittista. Le madri in rivolta fanno i conti con bisogni radicali non comprimibili, come quello di un legame spezzato da un allontanamento in casa-famiglia.
La battaglia per l’abrogazione della legge 54/2006 è una battaglia di civiltà ed autorità femminile. Ci domandiamo, infatti, quale femminismo per il futuro, per una speranza concreta di liberazione per le donne, ci può essere senza le madri? Riprenderemo da qui, con chi vorrà unirsi a noi, il nostro percorso.
Collettivo Donne InCuranti
#madriinrivolta è una campagna su iniziativa di: Collettivo Donne InCuranti, Comitato Madri Unite, MaternaMente, MovimentiAMOci Vicenza. Con il supporto di Chegender.
Molte associazioni hanno aderito ai presìdi locali.
Qui album foto e video: https://bit.ly/3xDNASb
Qui album rassegna stampa: https://bit.ly/3fVvDIZ
(Facebook, 17 agosto 2021)
di Luca Tancredi Barone
Las Kelly catalane ce l’hanno fatta. Sono riuscite in meno di un mese a raccogliere più dei 60mila euro previsti per lanciare un sito web per prenotare hotel “etici”, quelli che rispettano i diritti delle cameriere. Riunite nel sindacato di “quelle che puliscono” (las que limpian, da cui l’acronimo fonetico las-ke-li) fondato nel 2016 a Barcellona, le lavoratrici fra le più sfruttate del mercato, con l’obiettivo di mettere l’accento sulle terribili condizioni in cui sono costrette a operare, hanno deciso di aprire una campagna di crowdfunding per fondare una specie di booking per gli hotel etici. Hanno già raccolto quasi 80mila euro. L’idea è che su questa piattaforma ci siano solo gli alberghi che ottengono il “sigillo del lavoro giusto e di qualità” secondo quanto stabilito dal governo catalano nel 2018. Una iniziativa poi caduta nel dimenticatoio. Ma che le Kelly vogliono riattivare. Fra i requisiti per essere elencati fra gli hotel “etici”, che i turisti possono scegliere di utilizzare sul modello del “commercio equo e solidale”, c’è il rispetto dei diritti del contratto collettivo del settore, il rispetto delle leggi sulla sicurezza del lavoro, l’uguaglianza della retribuzione fra uomini e donne, la contrattazione di persone dei collettivi più vulnerabili, e la presenza di misure per incoraggiare lavoro stabile e di qualità. Inoltre le Kelly esigono che non vengano esternalizzati i lavori come quello della pulizia delle stanze: per questo già nel 2019 presentarono una iniziativa al Parlamento europeo: We end outsourcing. Vania Arana, segretaria delle Kelly catalane lo riassume con la frase: «Vogliamo avere un lavoro dignitoso». A Barcellona, dopo la pandemia, solo un quinto degli hotel è ancora attivo, secondo dati che forniscono le stesse Kelly, ma sperano che il nuovo “sigillo kelly” sia un incentivo per gli alberghi. Per questo contano che, una volta approntato il portale, gli hotel meno insensibili alle loro richieste si mettano in contatto e inizino un processo per adattarsi ai requisiti di qualità fissati dalle lavoratrici. La speranza delle Kelly è quella che nel 2022 i turisti possano cominciare a prenotare attraverso il loro sito. «Vogliamo pulire il mondo e inaugurare una nuova era del turismo basata sul rispetto, la bellezza e il benessere, che anteponga gli interessi umani a quelli mercantili in tutto il pianeta», dicono sulla piattaforma di crowdfunding Goteo. Il sindacato ha già ottenuto alcune vittorie, come quella contro l’hotel di lusso Grand Hotel Central di Barcellona, i cui dirigenti avevano licenziato una lavoratrice che si era appena iscritta al sindacato delle Kelly, e il giudice costrinse l’hotel ad assumerla di nuovo. Qualche giorno fa erano salite alle luci della ribalta per aver denunciato che nella località turistica di Benidorm molti turisti lasciano le stanze in condizioni deplorevoli, e che loro hanno solo pochissimi minuti per pulire (devono sistemarne tra le 20 e le 25 in sei ore): impossibile farlo nei tempi a cui le costringono gli hotel, e meno ancora in epoca pandemica quando si richiede loro di disinfettare accuratamente le superfici.
(il manifesto, 28 agosto 2021)
di Stefania Bonacina
Cresciuta in una famiglia protagonista delle lotte sociali, trovò il modo di finire in carcere per “rinascere”. Legatissima alla madre e molto libera, fu l’outsider della letteratura italiana, in anticipo sui tempi. A 25 anni dalla morte è ora di riscoprirla
Il 5 ottobre 1980 le pagine di cronaca romana riportano la notizia dell’arresto di un’elegante signora ultracinquantenne, tale Goliarda Sapienza. La scrittrice ed ex attrice di qualche fama viene definita, impropriamente, moglie di un regista famoso e accusata di ricettazione di preziosi. La sua fedina penale è immacolata, e anzi ha combattuto con i gradi di sottotenente durante la Resistenza. Del suo reato dirà, anni dopo: «Mi ha preso una corda pazza, come capita a noi siciliani». Il furto di gioielli ai danni di un’amica, perpetrato mentre era sua ospite in una villa ai Parioli, fa acqua da tutte le parti e, quando le fanno notare che sul documento falso ha lasciato una traccia evidente, il nome della protagonista di un suo romanzo, ammette: «Un po’ volevo andarci, in carcere. Mi ero troppo imborghesita, infragilita. Troppo lavoro intellettuale, troppo cavilli […] A Rebibbia sono rinata […] per alcuni aspetti ho rivissuto la mia infanzia».
La cultura viene prima del pane
Un’infanzia tutt’altro che ordinaria, a cominciare dal palcoscenico che l’accoglie. Goliarda nasce il 10 maggio 1924 in una Catania fiera e brutale, quella dei vicoli malfamati di San Berillo. La madre, Maria Giudice, è una figura di spicco del sindacalismo lombardo. Entra ed esce di continuo dal carcere a causa della sua attività politica, dirige riviste e, prima donna in Italia, una Camera di Commercio. A quarant’anni viene inviata dal Partito Socialista Italiano in Sicilia per organizzare la lotta dei braccianti. Viaggia con i sette figli avuti more uxorio dall’anarchico Carlo Civardi, morto sul fronte della grande guerra. A Palermo conosce l’avvocato e fine costituzionalista Giuseppe Sapienza, vedovo con tre figli (di cui uno morirà prima della nascita di Goliarda). Entrambi non più giovanissimi, uniscono passione, impegno civile e figliolanza per dare vita a una famiglia più che allargata. Goliarda, la loro unica figlia naturale, sarà l’ultima di dieci fratelli, il più giovane dei quali è maggiore di lei di 16 anni. Della sua formazione anarco-socialista, Iuzza, come la chiamano in famiglia, racconterà che i suoi genitori, oltre a essere comprensibilmente più interessati al bene comune che a crescere una neonata, le avevano tolto Dio – «il che non è poco» – offrendole in cambio la cultura («veniva prima del pane») e il loro marxismo primitivo. Viene ritirata dalla scuola pubblica fascista affinché non diventi una «piccola cretina italiana»; saranno i fratelli maggiori a insegnarle musica, arte, storia, grammatica. Il padre la coinvolge nella sua passione per il teatro.
La previsione che si autoavvera
Nel secondo dopoguerra, Goliarda calca i palcoscenici di Roma, città dove si era trasferita con la madre a diciassette anni per studiare recitazione alla Silvio D’Amico, e si fa notare come interprete di personaggi pirandelliani. Un giovanissimo Citto Maselli, osservandola sera dopo sera dal fondo della platea, s’innamora della sua gestualità, elegante e ferina; il sodalizio amoroso e intellettuale con il famoso regista durerà diciott’anni. Per tutti gli anni ’50, Goliarda frequenta i neorealisti, ottiene vari ruoli a Cinecittà (amica di Visconti, reciterà in Senso), collabora alla stesura di sceneggiature e alla produzione di documentari e progetti cinematografici firmati dal suo compagno, con cui non si sposerà mai. Ama definirsi una “cinematografara” e sostiene di aver imparato a scrivere dal grande schermo per quanto sottolinei, ogni volta che ne ha l’occasione, che non avrebbe mai voluto fare la scrittrice: «Lo consideravo una follia. Da piccola vedevo girare per casa questi scrittori che sono sui libri di testo; facevano tutti la fame. E infatti, questo mi è successo!».
La dedizione alla scrittura grava sulla sua precaria condizione economica al punto da spingerla, a settant’anni compiuti, ad accettare d’insegnare recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia, su invito di Lina Wertmüller.
La perfetta solitudine
Ancestrale, la sua prima raccolta di poesie nasce di getto nel 1953, nel tentativo di superare il lutto per la perdita dell’amatissima madre. Nel 1967 sfiora il Premio Strega con Lettera Aperta, il suo primo romanzo, autobiografico, che racconta quanto le è accaduto tra le due pubblicazioni; la separazione da Citto Maselli, due tentativi di suicidio e un lungo percorso psicoanalitico per fare finalmente i conti con il sentimento di abbandono instillatole dalla sua “ingombrante” madre. Chiuso questo doloroso capitolo, si regala una parentesi di pura gioia: lei, che avrebbe voluto innumerevoli figli, ma non ne può avere per una malformazione congenita, partorisce il personaggio femminile più carnale, indomito e astuto della letteratura italiana del ventesimo secolo e lo battezza, con sprezzante ironia, Modesta. Far crescere la sua protagonista le impegna la vita, maniacalmente e quotidianamente, dal 1968 al 1976. Un periodo di “perfetta e felicissima solitudine” intervallato solo dalle tante serate conviviali con gli amici e, come racconterà con esilarante schiettezza, da due fallimentari tentativi di praticare il sesso libero, su insistenza delle amiche femministe. Si definisce «un organismo pre-industriale, che non trae giovamento da una carnalità priva d’amore». Quando nel 1975 si accorge di essersi innamorata di Angelo Pellegrino, un professore di lettere di 22 anni più giovane, scoppia in lacrime: «Temevo di non riuscire più a finire il mio romanzo».
Trent’anni senza editore
Pellegrino, che sposerà alcuni anni dopo, sarà invece la chiave per traghettare la sua opera nel canone letterario del Novecento. Dopo la morte improvvisa di Goliarda il 30 agosto del 1996, il marito decide di far stampare a sue spese un migliaio di copie de L’arte della Gioia, un romanzo in cerca di un editore da più di vent’anni perché giudicato scomodo e complesso, stilisticamente barocco e sperimentale e, soprattutto, con una protagonista che ha il vizio, inviso a ogni parte politica e culturale, dell’assoluta libertà. Il romanzo viene notato da un’agente letteraria tedesca che lo descrive a un’editrice francese come «un po’ bizzarro, 600 pagine che costeranno una fortuna in traduzione […] una meraviglia». Mentre in Italia gli editori continuano a ignorala, la storia di Modesta trionfa in Francia e il suo tardivo successo oltralpe convince Einaudi a dare alle stampe la prima edizione de L’arte della gioia a trent’anni dalla sua stesura.
Goliarda era «troppo lucida, troppo tagliente, troppo in anticipo sui tempi e su noi altri» confesserà un’amica letterata, ricordando anche quanto la scrittrice catanese amasse annotare sul suo taccuino le storie che si faceva raccontare da ogni persona che incontrava, abile nel sollecitare loro quasi una confessione. A Gaeta, dove trascorreva lunghi soggiorni estivi, e dove è seppellita, si sedeva spesso ai tavolini di un bar dove scriveva e sorrideva tra l’andirivieni della gente. «Quando rideva», la ritrae Guttuso, «la sua bocca aveva l’allegrezza di una fetta d’anguria».
Il legame, anche letterario, con Rebibbia
A Goliarda Sapienza è intitolato il premio letterario Racconti dal Carcere (raccontidalcarcere.it) che promuove gli scritti di detenuti italiani e stranieri nelle nostre carceri. «Il proprio Paese si conosce solo frequentandone le carceri, gli ospedali ed il manicomio» le ripeteva spesso la madre, socialista. Quando Goliarda frequenta L’università di Rebibbia, titolo che riassume la sua esperienza del carcere, ribadirà spesso come quel “bagno di verità” l’abbia aiutata a riscoprire un senso di comunità, di sorellanza e persino un linguaggio più aderente alla realtà. Un senso di appartenenza che, come accade alle due protagoniste de Le certezze del dubbio, l’altro suo romanzo-testimonianza della vita in prigione, può venire meno quando si viene riammessi nella società libera ma spesso più feroce, competitiva e respingente di una cella.
(Io Donna – Corriere della Sera, 28 agosto 2021)
di Natalia Aspesi
Su una bancarella di libri usati, anni fa, ho trovato un libriccino malconcio, tra l’altro assurdamente costoso, ma io se vedo la parola women, Frauen, femmes, mujeres, donne, non so resistere, l’ho stoltamente comprato e adesso fortunosamente ritrovato tra i tanti dedicati alla nostra storia di femmine e alle nostre lamentazioni e maledizioni. In inglese e tedesco, è intitolato Donne in Afghanistan, autrice la giornalista Fahima Rahimi, pubblicato nel 1977 con la collaborazione di Nancy Hatch Dupree, la celebre storica americana che ha dedicato la sua vita a quella terra per noi tuttora immaginaria. Ma già allora era ormai troppo tardi, e le copie finirono tutte nei magazzini governativi; dove rimasero nei pochi mesi che restavano della pur breve Repubblica dell’Afghanistan, luglio 1973 – aprile 1978, e poi probabilmente distrutte. Ne esisteva pare una sola copia conservata alla Fondazione Bibliotheca Afghanica di Bubendorf, in Svizzera (che non ho capito se esiste ancora), poi malamente ristampata in poche centinaia di copie nel 1985, con un nuovo scritto di Dupree. Una copia è quindi, oggi, un mio triste tesoro.
Che mondo sconosciuto, perduto o forse mai esistito, queste paginette mostrano a me e alle altre sapientone d’Occidente, colpevolizzandoci attraverso decine di fotografie di donne afgane senza neppure un foulard legato sotto il mento, i capelli neri tagliati corti e molto cotonati; belle signorine col cappellino di paglia nel 1905, spose di emiri nel 1909 coi capelli raccolti adornati di fiori e abiti parigini, la regina Soraya con l’abito al ginocchio e il diadema in testa nel 1928, una ragazza intenta a leggere tra molti libri nel 1918, e nel 1927 un fitto gruppo di fanciulle col basco sbarazzino mandate all’estero a studiare. Nell’agosto 1959, le donne della famiglia reale e le mogli e le figlie dei ministri e dei capi militari si riuniscono senza il chadri (che sbagliando io chiamo burqa), col sostegno del primo ministro Daud che poi spodesterà il re, Zahir Shah, mentre è in Italia a curarsi, e scriverà una nuova Costituzione in favore delle donne. Che per la prima volta nel 1970 si erano già assiepate a migliaia in una piazza di Kabul per reclamare più libertà – i capelli trattenuti da uno svolazzante fazzolettino bianco.
Laureate, hostess, calciatrici
Rahimi e Dupree scrivono il loro libro nei pochi anni della Repubblica dell’Afghanistan, tempi di metodica, calcolata, graduale liberazione delle donne, che pare non offendere del tutto i tradizionalisti. E infatti ecco in queste foto il primo gruppo di universitarie laureate con la mantella nera e il tocco, le studentesse della facoltà di medicina e della scuola per segretarie, le hostess dell’Ariana Afghan Airlines, le soldatesse in parata, la squadra di calcio, la ministra della salute, la parlamentare, la responsabile dell’istruzione nelle campagne, la stampatrice.
Va detto che molte di queste fotografie risalgono a prima della Repubblica, agli anni ’60, cioè quando il Paese era ancora una monarchia e il re aveva già voluto una Costituzione che tendeva al cambiamento. Nel nuovo scritto del 1985, Nancy Dupree racconta come il colpo di Stato dell’aprile 1978, tra l’altro sanguinoso (assassinato anche Daoud), mise fine a questi pochi anni di speranza: i rivoluzionari però non erano fanatici religiosi come oggi i talebani. All’opposto, gli uomini del Pdpa, il Partito democratico dell’Afghanistan, pretendevano molto di più: «Liberare subito le donne dalla tirannia patriarcale del passato», abbandonando ogni cautela, imponendo un istantaneo cambiamento con l’immediata fine dell’analfabetismo e del potere familiare, la chiusura delle moschee e la proibizione del velo. Scrive la Dupree: «La loro tattica tirannica, la retorica stridente, e il Paese attonito, spingeva sempre più famiglie a scegliere l’esilio in Pakistan per preservare l’onore delle loro donne. Tra i rifugiati l’idea dell’istruzione femminile divenne anatema, l’istituzione del chadri e del purdah (la proibizione degli uomini a guardare le donne) divenne molto più severa che in passato». E le donne rimaste in Afghanistan, di cui si voleva imporre la liberazione? «I nuovi rifugiati in Pakistan raccontano che negli asili insegnano solo a seguire il partito e che i genitori appena ricevono i complimenti per i successi scolastici delle loro bambine, subito fuggono oltre confine. Nulla cambia nelle zone rurali in mano ormai ai freedom fighters. Molte ragazze per protestare contro l’occupazione sovietica si sono rimesse il chadri e sono state arrestate».
Madri e neonati agli arresti
Nella nuova edizione Nancy Dupree inserisce la storia di Fahima Nasery, un’insegnante di fisica e matematica in una scuola femminile dal 1969 al 1981, arrestata due volte perché sospettata di far parte della resistenza antisovietica, imprigionata due volte per quasi due anni assieme a tante altre donne e ai loro figli anche neonati, sottoposta a interrogatori feroci dalla Khad, la polizia segreta afgana emanazione del Kgb sovietico. Il mio librettino parla delle conseguenze tragiche dell’invasione sovietica del 1979 senza nominarla, il resto saranno decenni di orrori, che gli storici e la stessa Dupree hanno poi raccontato. I 6 milioni di rifugiati, i probabili 2 milioni di morti, le amministrazioni americane (Carter e Reagan) che armano i rivoluzionari antisovietici, e da quel momento inarrestabili guerre civili. E, adesso, quello che oggi quotidianamente vediamo, finalmente svegliati dal dolore di questo popolo che continua ad esserci sconosciuto; credo perché forse siamo comunque dalla parte dei predatori, dell’Occidente che da sempre, Inghilterra compresa, ha voluto liberare l’Afghanistan senza permetterle di liberarsi da sola. Chiarisco che non so nulla di politica e ben poco di storia come è facile capire, che vago come credo tutti nell’oscurità e nel pregiudizio. Forse solo Nancy Dupree potrebbe aiutarci a capire, ma è morta a Kabul nel 2017 a 86 anni e là è sepolta. Più volte aveva cercato di spiegare ai venditori di democrazia che forse gli afgani ce l’avrebbero fatta, perché avevano già cominciato un lento processo di cambiamento. Ma nella nostra superbia e avidità abbiamo voluto imporre la nostra civiltà, e nessun paese può accettare aiuto quando l’aiuto è armato.
Nancy contro tutti
Nancy Hatch Dupree, dunque, americana e studiosa della cultura afgana. Ha sfidato in difesa di quelle terre i comunisti, i fondamentalisti, i signori della guerra e gli invasori stranieri. Per quasi cinquant’anni. Ha creato un immenso archivio soprattutto sui momenti più tragici della storia afgana e salvato la preziosa collezione di ori del Museo nazionale dalle varie incursioni terroristiche e straniere. Figlia di uno scienziato e di una ex-attrice, nata nel 1927, moglie di un diplomatico a Kabul, lo piantò subito per sposare nel 1966 Louis Dupree, per vent’anni direttore della Missione archeologica americana in Afghanistan, dedicandosi completamente a studiare e capire quella civiltà, esplorando tutto il Paese allora in gran parte pacifico e organizzando una libreria mobile con cui raggiugere le zone rurali abbandonate all’analfabetismo e alla povertà. Fino all’ennesimo colpo di stato seguito dall’invasione sovietica, quando suo marito fu prima imprigionato e poi estradato insieme a lei. Si stabilirono a Peshawar, sul confine pachistano ad aiutare i rifugiati. Tornata anni dopo, guardando gli studenti che riempivano la biblioteca dell’università e le sale dei computer, espresse la sua fiducia nei giovani per la salvezza del Paese. Karzai, ai tempi della sua presidenza, la chiamò «amata figlia dell’Afghanistan»; lei preferiva «antico monumento dell’Afghanistan».
(il Venerdì, inserto di La Repubblica, 27 agosto 2021)
di Maria Esposito Siotto
A Santa Margherita Ligure si tiene oggi la prima Conferenza G20 dedicata alle donne: questa lettera aperta chiede una svolta politica. Ci si centri sulla differenza femminile, senza limitarsi a discorsi paritari: le donne chiedono un cambio da lungo atteso.
È possibile pensare al G20 delle Donne come un momento di riflessione innovativa ed originale per la nostra vita di donne?
La vicenda afghana di queste ore ci ricorda che decenni di risorse e di lavoro possono essere distrutti in un attimo: il potere maschile può tornare velocemente alle sue origini e ricacciare i corpi delle donne sul terreno della contesa e della restaurazione.
Se è vero che le strade dell’autorità femminile devono proporre occasioni di crescita formativa e infrastrutturale, come indicato nelle dichiarazioni della Ministra Bonetti (l’educazione STEM, sgravi fiscali per le assunzioni femminili, asili nido), ci sembra manchi all’appello la proposta di azioni concrete sul fronte dei fenomeni di restaurazione neo-patriarcale, simbolica e materiale.
Quattro donne uccise solo nelle ultime ore stanno a significare una lotta alla violenza che ancora non decolla negli strumenti di contrasto e nelle raffigurazioni sociali che le attribuiamo.
È evidente la determinazione con la quale, anche da parte di ambiti progressisti, si stanno intaccando i già precari spazi di libertà femminile e si mette in forte discussione il valore della differenza femminile, della genealogia femminile e del legame materno con figlie e figli.
Non possiamo ignorare la lotta delle madri per i figli strappati, i tentativi di annullare la differenza femminile, di legalizzare la prostituzione organizzata, di introdurre l’utero in affitto, di proporre come soluzione ai bambini i bloccanti ormonali, di ricavare lavoro di cura gratuito dalle donne: saranno questi il nostro burqa, il fucile alla tempia della libertà femminile.
A fronte di queste battaglie ci sono buone possibilità di perdere, se noi donne continuiamo ad inseguire gli spazi pubblici declinati unicamente al maschile.
Le donne di molte città d’Italia, associazioni, donne della politica e del femminismo si sono unite ai presidi presso le Prefetture nei mesi di giugno-luglio con le “Madri in rivolta”: chiedono di approfondire il discusso “diritto” alla bigenitorialità, gli effetti perversi della legge 54/2006 e la vittimizzazione secondaria delle madri che denunciano violenza e chiedono spazi di libertà proteggendo le/i figlie/i. Con fatica emerge la disumanità dei decreti di allontanamento di bambini verso case-famiglia o padri maltrattanti, delle spese processuali addebitate a madri indigenti e delle CTU – consulenze tecniche di ufficio – per l’affidamento dei figli che diventano trattamenti sanitari obbligatori per le madri a causa di sindromi inesistenti – come l’alienazione genitoriale. Mentre, per contro, i padri maltrattanti vengono giustificati, tutelati, incoraggiati.
La violenza contro madri e bambine/i rappresenta solo la punta dell’iceberg di una volontà di ri-assoggettamento delle donne e di ri-affermazione dei “diritti” dei padri. Questi ambiti non possono più essere tenuti separati dall’azione politica perché sono storicizzabili con la crisi delle politiche paritarie che non tengono conto delle differenze tra i sessi.
La bigenitorialità e l’affido condiviso andavano a soddisfare un paritarismo ideologico, animato dall’aspettativa che la condivisione del carico di cura fosse la strada della libertà femminile e della responsabilità maschile, ed è ciò che pensano ancora oggi molte donne. Ma i padri separati sono organizzati in lobby decise a cancellare il “privilegio” della contribuzione economica paterna al mantenimento, e mettono in discussione la preminenza del legame materno nella crescita delle/i bambine/i, sancita e protetta dal diritto di famiglia fino al 1975.
L’effetto paradossale è stato quello di dividere in due i bambini anziché le responsabilità, e di proteggere persino le competenze genitoriali dei maltrattanti. Questo è stato possibile con il passaggio cruciale dalla differenza all’indifferenza sessuale. Il neutro sfavorisce coloro che sono oppresse proprio in base al loro sesso: le donne. Rimossa, politicamente e simbolicamente, la differenza sessuale non può produrre liberazione. La decostruzione del valore simbolico della differenza chiama la politica a una inversione radicale e lungimirante.
Alle donne va assicurato uno spazio pubblico restituito alla libertà femminile per potersi dedicare se lo vogliono alla crescita dei bambini con un adeguato sostegno economico, oppure una adeguata protezione contrattuale. Questo vuol dire non solo asili nido, peraltro proposti oggi persino in fase di esogestazione.
Tutto il mondo della fragilità va assicurato con adeguato sostegno modellato sulla differenza. La cura, come paradigma di rinnovate visioni politiche, rischia l’ennesima svalorizzazione retorica se non declinata come concreta strategia. Il legame materno è anche la chiave per crescere e vivere nella consapevolezza della fragilità e della interdipendenza.
Sulle madri si scaglia tanta violenza perché sono la radice delle relazioni dell’umano. Abbiamo scritto altrove che «il sogno paritario degli anni ’70 ha lusingato le figlie promettendo loro la libertà contro le proprie madri, contro ciò che esse rappresentavano». Siamo pronte, oggi, a riconoscere l’ingenuità di quel pensiero? Se le madri non sono libere nella loro differenza non potranno crescere figlie libere. Nella precarietà sociale ed economica non potremo accogliere altre donne, né potremmo illudere sui vantaggi della vita in Occidente.
Questo cortocircuito ha generato i danni dell’oggi e non possiamo più vedere agire tanta mortifera e distruttiva presenza. Ci rivolgiamo alla ministra Bonetti perché si avvii una riflessione possibile, senza contrapporre modelli o interpretazioni: le donne, se vogliono, sanno farlo.
Maria Esposito Siotto (con il contributo della redazione di Feminist Post)
(https://feministpost.it/ 26 agosto 2021)
di Alveare Milano e Lecce
Il Trust Nel Nome Della Donna si sta mobilitando per aiutare concretamente le donne afgane, finanziando una Ong italiana che opera da anni sul territorio e che si sta occupando di questa immane tragedia.
Sta inoltre mettendo a disposizione un Airbus per andare a prendere più donne possibili assieme ai loro bambini, cercando di ottenere dal Governo Italiano e dal quello maltese aeroporti sicuri dove accoglierle tutte.
Il primo Airbus messo a disposizione dal Trust è atterrato ieri da Kuwait City con 40 donne, 50 bambine e bambini e 20 padri.
Due bambine di cinque e sette anni, non accompagnate, si sono potute riunire con la loro sorella maggiore.
Un altro volo decollerà questa notte a pieno carico (160 posti) e porterà in Italia anche alcune attiviste.
(Facebook Alveare, 22 agosto 2021)
di Bianca Pomeranzi
Le immagini atroci dell’aeroporto di Kabul ci hanno annichilito. La rabbia e la paura di una popolazione disperata hanno preso il sopravvento sulla nostra apatia verso una guerra lontana di cui tutti, adesso, sembrano vergognarsi.
Il dolore per chi rimane, per le molte e i molti che vedranno la loro vita in pericolo o annientata, per bambine e per giovani che perderanno la possibilità di scegliere il futuro non può di nuovo annegare nell’enfasi del “salviamo le donne” dall’alto della nostra libertà. Né possiamo accettare che le afghane siano ostaggio di una guerra persa nel finto scontro tra patriarcati.
Quando, venticinque anni fa, siamo insorte per la violenza sistematica e esibita del primo governo talebano verso donne e bambine, non abbiamo creduto neanche un po’ che in nome dei loro diritti si potesse bombardare un’intera popolazione. Nessuna guerra fa bene, in particolare alle donne.
Sapevamo che era un pretesto, un sottile velo di umanità sulla spessa coltre di interessi “geopolitici” che muovevano la macchina della guerra al terrore. Così come abbiamo capito da subito, a talebani cacciati da Kabul, che i pochi milioni a disposizione della ricostruzione sociale, l’istruzione, la sanità, la giustizia e l’informazione non potevano bastare a compensare i miliardi di finanziamenti in armamenti, infrastrutture e crediti a fondo perduto che finivano nelle casse dei signori della guerra. Oppio, armi e corruzione hanno nutrito i fondamentalismi da entrambi le parti.
Nelle aree rurali dove vive più dei due terzi della popolazione, i signori locali attraverso le regole non scritte di famiglie, clan, etnie, hanno mantenuto il controllo sulla vita delle donne e sul loro lavoro, disponendo della possibilità di decidere sugli aiuti e sull’accesso a educazione e salute. Per quelle donne per lo più giovani e giovanissime, la vita è cambiata poco e troppo lentamente.
Eppure, un terzo delle afghane, almeno nei grandi centri abitati, ha saputo guadagnare spazi di libertà, accesso all’istruzione, al lavoro e, con difficoltà, alla giustizia. Ce lo hanno mostrato le attiviste, le giudici, le registe, le giornaliste e tutte e tutti quelli che hanno con coerenza combattuto per i diritti fondamentali e la giustizia sociale, con e senza il sostegno delle cooperazioni istituzionali, quasi sempre inserite in un perimetro definito dalle forze militari.
Adesso che povertà e violenza esplodono davanti agli occhi del mondo, tutti piangono sui destini delle donne, sulle responsabilità verso chi ci ha aiutato, sugli errori commessi in venti anni. I crimini contro la popolazione civile afghana si erano accresciuti con il decrescere degli interessi americani e internazionali sul paese. Fino alla stretta, voluta da Trump, sugli accordi di Doha nel 2020 che l’attuale amministrazione americana non ha voluto fermare e l’opinione pubblica occidentale non ha saputo vedere.
Certo, ora, è importante assumere la responsabilità di combattere i fondamentalismi nostrani, ricordare ai nostri stati il dovere morale di fermare i rimpatri, concedere il diritto di asilo e non utilizzare i campi di detenzione alle periferie dell’Occidente.
Il nostro governo, anche attraverso il G20, deve negoziare con tutti i mezzi (whatever it takes?) l’apertura dei corridoi umanitari per chi vuole partire, ma soprattutto le condizioni per chi rimane.
Per noi femministe certo è prioritario, oltre all’impegno nell’accoglienza, agire attraverso le reti che già esistono, in Italia e nei circuiti internazionali, per far arrivare alle associazioni delle donne afghane, nel paese e nella diaspora, il sostegno, civile e istituzionale, necessario.
Ascoltiamole e ascoltiamo le reti femministe islamiche. I talebani certamente non sono cambiati, ma ora sanno che non possono continuare a uccidere e umiliare perché, comunque, le donne non taceranno.
Quello che possiamo fare noi, femministe di un occidente confuso e impaurito, è soprattutto riflettere sulle esperienze e sulle nuove consapevolezze dei nostri limiti per trasformare la solidarietà in forme nuove di relazione, in nuovi linguaggi sul mondo.
La pandemia ci sta insegnando che per “proteggere” occorre sconfiggere il continuum di violenza e propaganda che separa e domina, che crea il caos su cui, solo apparentemente, prosperano padri e padroni del nulla.
(Facebook Casa Internazionale delle donne, 20 agosto 2021)
Bianca Pomeranzi fa parte dell’Associazione Alma Sabatini. Esperta del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (Cedaw), è autrice di articoli sul femminismo transnazionale per numerose riviste, tra cui DWF e Democrazia e Diritto.
di RAWA (Revolutionary Association of the Women of the Afghanistan)
Dal sito della RAWA (Revolutionary Association of the Women of the Afghanistan) del 20 agosto 2021 (http://www.rawa.org/rawa/2021/08/21/rawa-responds-to-the-taliban-takeover.html).
La Afghan Women’s Mission ha contattato RAWA per chiedere di cosa ha bisogno durante questa emergenza. In questo breve dialogo con la condirettrice di Afghan Women’s Mission, Sonali Kolhatkar, la RAWA spiega come si stia evolvendo la situazione a partire dalle proprie osservazioni. Clicca qui per fare una donazione a Rawa.
Sonali Kolhatkar: Per anni Rawa ha criticato l’occupazione statunitense, e ora che è finita sono tornati i talebani. Il presidente Biden avrebbe potuto ritirare le forze statunitensi in modo da lasciare l’Afghanistan in una situazione più sicura di quella attuale? Avremmo potuto fare di più per assicurarci che i talebani non fossero in grado di riprendere il potere così velocemente?
RAWA: Negli ultimi vent’anni, una delle nostre richieste è stata quella di porre fine all’occupazione da parte degli Usa e della Nato e, ancora meglio, che portassero via con sé i loro fondamentalisti islamici e i loro tecnocrati e lasciassero decidere al nostro popolo il proprio destino.
Questa occupazione ha provocato soltanto spargimenti di sangue, distruzione e caos. Ha reso il nostro paese corrotto, instabile, governato dal narcotraffico e pericoloso, soprattutto per le donne.
Questo finale era prevedibile fin dall’inizio. L’11 ottobre 2001, nei primi giorni dell’occupazione statunitense in Afghanistan, Rawa aveva dichiarato:
«Il ripetersi degli attacchi statunitensi e la crescita del numero di vittime civili innocenti non solo fornisce un pretesto ai talebani, ma causerà anche un potenziamento delle forze fondamentaliste nella regione e nel resto del mondo».
La ragione principale per cui eravamo contrarie a questa occupazione era che gli Stati Uniti sostenevano il terrorismo sotto la presentabile bandiera della “guerra al terrore”. Fin dai primissimi giorni, quando i saccheggiatori e gli assassini dell’Alleanza del Nord salirono al potere nel 2002, fino agli ultimi cosiddetti colloqui di pace, alle trattative e agli accordi di Doha e alla liberazione di 5.000 terroristi dalle prigioni tra il 2020 e il 2021, era assolutamente ovvio che anche il ritiro delle truppe statunitensi non sarebbe finito bene.
Il Pentagono dimostra che nessuna strategia di invasione e ingerenza si è mai conclusa lasciando condizioni di sicurezza. Tutte le potenze imperialiste invadono gli altri paesi per i propri interessi strategici, politici ed economici, ma cercano di nascondere i loro reali motivi e progetti attraverso menzogne e potenti campagne stampa.
È una presa in giro dire che valori come “diritti delle donne”, “democrazia”, “costruzione della nazione” facevano parte dei piani degli Stati Uniti e della Nato per l’Afghanistan! Gli Stati Uniti stavano in Afghanistan per sprofondare la regione nell’instabilità e nel terrorismo accerchiando le potenze rivali, soprattutto Cina e Russia, e minando le loro economie a colpi di conflitti locali.
Certo, il governo statunitense non avrebbe voluto un ritiro così disastroso, vergognoso e imbarazzante, che si lasciasse dietro un tale caos da costringerlo a spedire di nuovo le truppe dopo quarantott’ore a controllare l’aeroporto e garantire un’evacuazione sicura al personale diplomatico.
Crediamo che gli Stati Uniti abbiano lasciato l’Afghanistan a causa delle proprie debolezze, non perché sconfitti dalle loro stesse creature (i talebani). Ci sono due ragioni significative per il ritiro delle truppe.
La principale è l’articolata crisi interna degli Stati Uniti. I segni del declino del sistema statunitense si erano visti già nella debolezza della risposta alla pandemia da Covid-19, nell’assalto al Campidoglio e nelle grandi proteste di piazza degli ultimi anni. I politici sono stati costretti a ritirare la missione militare per concentrarsi sugli scottanti problemi interni.
La seconda ragione è che la guerra in Afghanistan è costata eccezionalmente cara, addirittura trilioni di dollari, tutti pagati dai contribuenti. Questo ha intaccato così pesantemente il bilancio degli Stati Uniti da costringerli ad abbandonare l’Afghanistan.
Le bellicosità della politica statunitense dimostra che il suo scopo non è mai stato rendere l’Afghanistan un posto più sicuro, meno che mai ora che se ne stanno andando. Inoltre, pur sapendo che il loro ritiro sarebbe stato caotico, l’hanno messo in atto e portato a termine.
Ora l’Afghanistan è nuovamente sotto i riflettori perché al potere ci sono i talebani, ma la situazione è stata la stessa negli ultimi vent’anni e ogni giorno centinaia di nostri connazionali venivano uccisi e il nostro paese devastato, ma raramente i media ne davano notizia.
S.K.: I leader dei talebani dicono che rispetteranno i diritti delle donne considerati conformi alla legge islamica. Alcuni media occidentali stanno presentando in una luce positiva queste dichiarazioni. I talebani non sono gli stessi di vent’anni fa? Pensate che ci sarà qualche cambiamento nel loro atteggiamento verso i diritti umani e i diritti delle donne?
RAWA: I grandi media stanno solo spargendo sale sulle ferite della nostra gente rovinata; dovrebbero vergognarsi del modo in cui cercano di edulcorare l’immagine dei brutali talebani. Il portavoce dei talebani ha dichiarato che non c’è nessuna differenza tra la loro ideologia del 1996 e quella odierna. E quel che dicono sui diritti delle donne sono esattamente le parole che usavano negli anni neri in cui erano al potere: applicare la sharia.
In questi giorni i talebani hanno proclamato un’amnistia in tutto l’Afghanistan e il loro slogan è «la gioia che può procurare concedere l’amnistia la vendetta non può procurarla». Ma in realtà uccidono tutti i giorni.
Proprio ieri un ragazzo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nel Nangarhar solo perché portava il tricolore afghano invece della bandiera bianca dei talebani. Hanno giustiziato quattro ex-ufficiali a Kandahar, arrestato il giovane poeta afghano Mehran Popal nella provincia di Herat per aver scritto dei post contro i talebani su Facebook e la sua famiglia non sa cosa ne sia stato di lui. Sono solo pochi esempi delle azioni violente dei talebani, nonostante le “belle” parole educate del loro portavoce.
Ma noi crediamo che le dichiarazioni dei talebani siano solo una messinscena e che stiano solo cercando di guadagnare tempo per riuscire a organizzarsi. È successo tutto così in fretta e adesso stanno cercando di darsi una struttura di governo, di creare i loro servizi segreti e di nominare un ministro della Propaganda della Virtù e della Prevenzione del Vizio, che avrà la responsabilità di controllare i minimi dettagli della vita quotidiana delle persone, come la lunghezza della barba, il codice d’abbigliamento e che ogni donna sia scortata da un mahram (un accompagnatore maschio, rigorosamente padre, fratello o marito). I talebani sostengono di non essere contrari ai diritti delle donne, purché si inseriscano nella cornice della legge islamica/sharia.
La legge islamica/sharia è un concetto vago e interpretato in modi diversi dai singoli regimi islamici a seconda dei loro diversi progetti e regole politiche.
Inoltre, i talebani vorrebbero che l’Occidente li riconoscesse e li ritenesse interlocutori credibili, e tutte queste dichiarazioni fanno parte della facciata pulita che vogliono presentare. Magari tra qualche mese dichiareranno che terranno le elezioni perché credono nella giustizia e nella democrazia! Queste pretese non cambieranno mai la loro vera natura e resteranno fondamentalisti islamici: misogini, disumani, barbari, reazionari, antidemocratici e antiprogressisti. Insomma, la mentalità talebana non è cambiata e non cambierà mai!
S.K.: Perché l’esercito nazionale afghano e il governo sostenuto dagli Stati Uniti sono crollati così in fretta?
RAWA: Alcune delle ragioni principali sono:
1) Tutto si è svolto secondo l’accordo che prevedeva di consegnare l’Afghanistan ai talebani. Il governo degli Stati Uniti, negoziando col Pakistan e con altri attori locali, è stato d’accordo a formare un governo composto soprattutto da talebani. Per questo i soldati non erano disposti a farsi ammazzare in una guerra che sapevano non sarebbe andata vantaggio della popolazione afghana, perché era già stato deciso a porte chiuse di riportare i talebani al potere. Zalmay Khalizad [negoziatore statunitense di origini afghane, Ndt] è odiatissimo tra gli afghani per il suo ruolo sleale nel riportare i talebani al potere.
2) La maggioranza degli afghani sa bene che questa guerra permanente non è la nostra e non serve la causa del paese, ma che è invece condotta da potenze straniere per i loro interessi strategici, e che gli afghani sono solo carne da cannone. La maggioranza dei giovani che entrano nell’esercito lo fanno solo per sfuggire alla gravissima povertà e disoccupazione, quindi non hanno né la motivazione né il morale per combattere. È importante ricordare anche che gli Stati Uniti e l’Occidente per vent’anni hanno fatto di tutto perché l’Afghanistan restasse un paese importatore e per ostacolare lo sviluppo di un’industria locale. Questa situazione ha originato un enorme aumento della disoccupazione e della povertà che ha favorito i reclutamenti alle armi da parte sia del governo fantoccio sia dei talebani, e ha incrementato la produzione e il traffico di oppio.
3) L’esercito afghano non era così debole da essere sconfitte nel giro di una settimana, ma ricevevano dal palazzo presidenziale ordini di non combattere e di arrendersi. La maggioranza delle province sono state consegnate ai talebani senza combattere.
4) Il regime fantoccio di Hamid Karzai e Ashraf Ghani per anni ha chiamato i talebani “fratelli insoddisfatti”, e ha rilasciato di prigione molti dei loro più feroci capi e comandanti. Chiedere ai soldati afghani di combattere una forza che non è considerata di “nemici” ma di “fratelli” ha incoraggiato i talebani e ha abbassato il morale delle truppe afghane.
5) La piaga della corruzione nelle forze armate era arrivata a livelli senza precedenti. Un gran numero di generali (in gran parte brutali ex-signori della guerra dell’Alleanza del Nord) di stanza a Kabul arraffavano milioni di dollari, anche tagliando le razioni e il soldo dei militari al fronte. L’ufficio del SIGAR [Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan, organismo del governo Usa, Ndt] aveva denunciato il fenomeno dei “soldati fantasma”: alti ufficiali dell’esercito, la cui principale occupazione era di riempirsi le tasche, trasferivano sui loro conti in banca il vitto e la paga intestati a decine di migliaia di soldati inesistenti.
6) Ogni volta che le truppe erano assediate sotto il fuoco dei talebani, le loro richieste di rinforzi venivano ignorate da Kabul. In molti casi decine di soldati sono stati massacrati dai talebani dopo essere stati lasciati per settimane senza rifornimenti di cibo e munizioni. Quindi il numero dei caduti tra le forze armate era molto alto. Durante il Forum economico mondiale del 2019 a Davos, Ashraf Ghani aveva confessato che dal 2014 erano stati uccisi 45.000 membri del personale di sicurezza afghano, mentre nello stesso periodo solo 72 dipendenti di Stati Uniti e Nato avevano perso la vita.
7) L’aumento continuo nel complesso della società di corruzione generalizzata, ingiustizia, disoccupazione, insicurezza, precarietà, frodi, povertà diffusa, droga, contrabbando eccetera ha spianato il terreno al ritorno dei talebani.
S.K.: Qual è il modo migliore in cui adesso gli statunitensi possono aiutare RAWA, il popolo afghano e i diritti delle donne?
RAWA: Ci sentiamo fortunate e felici di aver avuto dalla nostra parte per tutti questi anni le e gli statunitensi amanti della libertà. Abbiamo bisogno che le cittadine e i cittadini americani alzino la voce per protestare contro le politiche di guerra del loro governo e che sostengano il fortificarsi della lotta popolare in Afghanistan contro questi barbari.
Resistere è nella natura umana e la storia ne è testimone. Abbiamo gli esempi gloriosi della lotta dei movimenti “Occupy Wall Street” e “Black Lives Matter” negli USA. Abbiamo visto che nessuna forma di oppressione, tirannia, violenza può fermare la resistenza. Le donne non si lasceranno più incatenare! Già il mattino dopo l’ingresso nella capitale, sui muri di Kabul campeggiavano le scritte «Abbasso i talebani!» dipinte da un gruppo di giovani afghane coraggiose. Le nostre donne ormai hanno una coscienza politica e non accetteranno più di vivere sotto il burqa, a cui si sono rassegnate più facilmente vent’anni fa. Continueremo le nostre lotte, studiando i modi migliori per proteggerci.
Pensiamo che il disumano impero militare degli Stati Uniti sia non solo nemico del popolo afghano, ma anche la più grande minaccia per la pace mondiale e la più grande causa di instabilità. Ora che questo sistema è sull’orlo del declino, intensificare la lotta contro gli spietati guerrafondai della Casa Bianca, del Pentagono e del Campidoglio è il dovere di tutti i pacifisti, i progressisti, le persone di sinistra e di quelle che amano la giustizia, da sole o in gruppi.
Sostituire un sistema marcio con uno giusto e umano non solo libererà milioni di statunitensi poveri e oppressi, ma porterà benefici duraturi in ogni angolo del mondo.
Adesso la nostra paura è che il mondo possa dimenticare l’Afghanistan e le donne afghane come durante la dittatura talebana della fine degli anni ’90. Perciò chiediamo alle persone e alle istituzioni progressiste degli Stati Uniti di non scordarsi delle donne afghane.
Noi alzeremo ancora di più la voce e continueremo a resistere e a lottare per una democrazia laica e i diritti delle donne
(Rawa.org, 20 agosto 2021, traduzione nostra)