di Luca Martinelli

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A Milano da ieri 400 giovani discutono di cambiamento climatico e di soluzione al riscaldamento globale. Sono i delegati arrivati da tutto il mondo per partecipare all’iniziativa «Youth4Climate», l’appuntamento che apre e anticipa la Pre-COP26, con cui le Nazioni Unite preparano il summit di Glasgow sul climate change. Domani nel capoluogo lombardo dovrebbero arrivare anche Sergio Mattarella e Mario Draghi. Lo stesso giorno aprirà anche il Climate Camp, che vede in programma un corteo studentesco (1° ottobre) e la Climate March (il 2).
Ieri però, l’attenzione è stata catalizzata dall’intervento di una diciottenne svedese. L’ispiratrice del movimento Fridays for Future, Greta Thunberg, ormai maggiorenne, è arrivata al palazzo di Milano Congressi. Sul palco, sorridendo sempre e spaziando con lo sguardo a 180 gradi sulla platea di fronte a sé, ha cancellato con le sue parole ogni idea che l’evento ufficiale dedicato ai giovani sarebbe stato pieno di retorica: «dai leader mondiali sentiamo solo parole, bla bla bla. Le emissioni continuano ad aumentare. Possiamo invertire questa tendenza, ma serviranno soluzioni drastiche. E dato che non abbiamo soluzioni tecnologiche, vuol dire che dovremo cambiare noi. Non possiamo più permettere al potere di decidere cosa sia la speranza. La speranza non è un qualcosa di passivo, non è un bla bla bla. La speranza vuol dire la verità, vuol dire agire. E la speranza viene sempre dalla gente. Noi vogliamo giustizia climatica, e la vogliamo ora».
La politica, quella del bla bla bla, era seduta al tavolo di presidenza, ad ascoltarla. C’era (padroni di casa) anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, «La crisi climatica è sintomo di una crisi di più ampio respiro, la crisi sociale della ineguaglianza, che viene dal colonialismo. Una crisi che nasce dall’idea che alcune persone valgono piu’ di altre» ha detto ancora Thunberg.
Secondo la giovane attivista svedese per il clima, «stiamo andando velocemente nella direzione sbagliata. I nostri leader non agiscono volutamente, e questo è un tradimento. Non possono dire che lo fanno, perché continuano ad aprire miniere di carbone e a sfruttare giacimenti, senza aumentare i fondi ai Paesi vulnerabili. Selezionano giovani come noi facendo finta di ascoltarci, ma non è vero. Non ci hanno mai ascoltati».
L’urgenza di misure radicali per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°, ribadita nei giorni scorsi anche dal segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres («Il mondo è su un percorso catastrofico verso 2,7 gradi di riscaldamento globale. C’è un alto rischio di fallimento della COP26»), è presente nella riflessione di Thunberg: «Dobbiamo trovare una transizione senza traumi, perché non c’è il piano B, non c’è il piano bla bla bla. Qui non stiamo parlando semplicemente di un costoso e politicamente corretto green washing bla bla bla, green economy bla bla bla, net zero al 2050 bla bla bla. È tutto quello che sentiamo dai nostri leader. Parole, che sembrano bellissime, ma che non hanno portato finora ad alcuna azione. Le nostre speranze annegano in vuote parole da 30 anni. Il cambiamento è possibile, ma non se continuiamo così»
Prima di lei, un’altra giovane attivista per il clima, l’ugandese Vanessa Nakate, aveva ricordato che i paesi africani subiscono il peso maggiore della crisi climatica, pur emettendo solo il 3% dei gas serra. Per questo aveva chiesto con durezza ai Paesi ricchi di aumentare gli aiuti. Solo al termine del suo intervento, invece, Greta ha avuto uno scambio di slogan col pubblico di giovani in sala, in stile comizio. «Cosa vogliamo?», ha gridato. «Giustizia climatica!», hanno risposto ragazze e ragazzi. «E quando la vogliamo?». «Ora!».
Il ministro Cingolani ritiene di aver detto «le stesse cose» delle due rappresentanti degli attivisti contro il cambiamento climatico, Greta Thunberg e Vanessa Nakate. Solo, le avrebbe dette «in modo diverso». Ieri l’altro, però, intervenendo a un webinar di Save the Children sull’impatto della crisi climatica sui più giovani, aveva mostrato di non cogliere l’importanza di ascoltare le voci dei giovani attivisti di tutto il mondo: «Va bene protestare, ma le proteste non devono durare per sempre. Poi bisogna essere propositivi, e per farlo bisogna studiare. Il diritto all’istruzione è fondamentale per i giovani. Spero che la Youth4Climate di Milano vada bene e porti tante idee alla Cop26». I giovani protestano, gli ambientalisti sono radical chic. Ma è una lettura miope. I giovani hanno paura, ma non sono atterriti: «Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, è soprattutto un’opportunità di creare un Pianeta più verde e più sano. Dobbiamo cogliere questa opportunità. È una soluzione win-win, sia per lo sviluppo che per la conservazione». I grandi questa volta sapranno ascoltare?
(il manifesto, 29 settembre 2021)
di Angela Mayr
La rivoluzione è qui, a Graz, seconda città austriaca per grandezza, capoluogo della Stiria. Lì, alle comunali di domenica il Partito comunista austriaco (Kpö), partito che nel resto del paese quasi non esiste, ha sconfitto il partito popolare (Övp), quello del cancelliere Sebastian Kurz, che governava la città da 18 anni. Una svolta radicale, fine di un’era. Primo partito della città balzando a un sensazionale 29%, è diventata la Kpö, superando il già clamoroso risultato del 2017 dove col 20% si affermò secondo partito della città. Una crescita era prevista, non fino a diventare il primo, con la capolista 59enne Elke Kahr che sarà la nuova sindaca della città. Esce così fuori scena Siegfried Nagl, dopo più di tre mandati, gli ultimi anni insieme alla Fpö, l’estrema destra. Fautore di megaprogetti come la centrale idrica sul fiume Mur, che avrebbe distrutto un polmone verde della città, del progetto minimetrò e in generale di una crescente continua cementificazione della città, è stato punito dalle urne che hanno premiato Comunisti e Verdi che li contestavano. La Övp ha perso il 12% scendendo al 25,7%, in discesa anche la Fpö che con il 5% in meno si attesta al 10,9%. Buona affermazione dei Verdi, col 17,3%, mentre la Spö, il partito socialdemocratico non si è ripreso dal tracollo del 2017, fermo al 9,6%, a Graz schiacciato dalla concorrenza di una sinistra più credibile.
Travolta dal proprio successo, Elke Kahr non si è ancora espressa sulla futura coalizione. Viene però dato per scontato che verrà formata con i Verdi e i socialdemocratici, rosso-verde rosso. È lo spettro rosso che Nagl agitava per spaventare gli elettori senza accorgersi che le barriere ideologiche erano ormai cadute. Fin dagli anni ’90 quando il predecessore di Kahr Ernst Kaltenegger ha creato al comune il telefono d’emergenza per inquilini praticando una linea politica dal basso, di sostegno concreto alle persone al posto di grandi proclami o declamazioni ideologiche. È la stessa linea proseguita da Elke Kahr cresciuta nel quartiere Gries, abitata dai più poveri e dai migranti, (lì la Kpö ha raggiunto il 38%) l’impegno sociale concreto, al primo posto per la casa, con aiuti pratici e battaglie di prospettiva. Aiuto anche finanziario in situazioni di emergenza – una lavatrice rotta, l’affitto, cibo…- possibile grazie all’autotassazione di due terzi di stipendio che gli eletti comunisti si impongono. Sempre a disposizione dei cittadini, che fanno la coda per incontrarla al Comune o nel Volkshaus sede della Kpö. Intorno al Volkshaus e la Kpö che organizza frequenti dibattiti, letture e anche concerti si è creato un senso di comunità che altrove manca. Sulle ragioni del successo comunista a Graz i commenti austriaci sono quasi unanimi: il profondo e continuativo impegno sociale. «Alcuni fanno promesse alcune settimane prima delle elezioni, noi ci siamo ogni giorno, e da anni a disposizione delle persone, soprattutto dei più poveri» ha spiegato Kahr.
(il manifesto, 28 settembre 2021)
di Giorgia Colucci

«Siamo responsabili solo del 3% delle emissioni globali di CO2, ma ne subiamo molto di più le conseguenze». Per Vanessa Nakate – l’attivista ventiquattrenne che ha commosso i partecipanti alla Youth for Climate di Milano – la lotta al cambiamento climatico è sempre stata una questione razziale. L’Africa orientale, dove si trova l’Uganda – in cui la giovane è nata e vive – lo scorso gennaio ha sofferto una delle peggiori invasioni di locuste del deserto degli ultimi 25 anni. Una delle crisi più visibili di un continente vulnerabile, in cui nel corso del 2021 circa 300mila persone sono già state colpite da inondazioni e frane, perdendo in molti casi le proprie abitazioni e coltivazioni. Emergenze che si aggiungono alla siccità cronica di alcune zone e ai cicloni che colpiscono gli Stati meridionali. Così insieme agli altri ambientalisti del Sud del mondo la giovane ha deciso di parlare. «Non si può avere giustizia climatica senza giustizia razziale. Non è giustizia se non include tutti», è uno dei suoi slogan più famosi.
Figlia di un politico di Kampala, la capitale dell’Uganda, Vanessa Nakate racconta di essere sempre stata incoraggiata a raggiungere un “futuro luminoso”. Ha scoperto l’ambientalismo e i Fridays For Future nel 2019, dopo la laura in economia alla Makerere University e ha deciso di seguire il modello di Greta Thunberg per fare pressioni sulle istituzioni e gli scienziati del suo Paese. All’inizio, nonostante volesse agire da sola, aveva però paura di scendere nelle strade della sua città. Quindi, una domenica si è fatta accompagnare da fratelli e sorelle minori, Clare, Joan, Paul e Trevor: i cinque hanno agitato, davanti ai passanti, cartelli che recitavano «La natura è vita», «Climate Strike Now» e «Quando pianti un albero, pianti una foresta» per tutta la mattina. «Avevo la sensazione di aver sprecato così tanto tempo, mentre le persone stavano soffrendo – ha raccontato l’attivista ad alcuni giornali ugandesi, poi riportati dal New York Times – In quel momento ho deciso di aggiungere la mia voce al movimento per il clima». Diverse settimane dopo, anche se i suoi fidi compagni dovevano andare a scuola, ha continuato da sola.
Da allora, ha partecipato a quasi sessanta proteste di Fridays for Future e ha fondato Youth for Future Africa – un movimento per accrescere la consapevolezza dei giovani africani sulla crisi climatica – che in seguito si è trasformato nel movimento Rise Up. Ha organizzato anche una campagna per la riforestazione del Congo e scioperi con gli studenti, appendendo fuori dagli uffici governativi striscioni con la scritta «Mi state prendendo in giro?». Tra le sue battaglie quella contro l’inquinamento atmosferico a Kampala, l’innalzamento delle acque nel Lago Vittoria e i finanziamenti alle compagnie petrolifere del carbone. Le sue storie e quelle degli attivisti che combattono insieme a lei, in vari luoghi del pianeta, sono raccolte sul profilo Instagram One Million Activist Stories. «È importante ascoltare gli attivisti del Sud del mondo perché rappresentano comunità diverse» ha spiegato.
Nel giro di un anno il suo lavoro ha riscosso le attenzioni di tutto il mondo e a dicembre 2019 è stata una delle poche giovani invitate ai colloqui sul clima delle Nazioni Unite in Spagna. La sua lotta però non è stata sempre facile, e – nonostante le criticità politiche – non solo in Africa. A gennaio 2020 ha rappresentato i movimenti ambientalisti al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, insieme ad altre cinque attiviste – tra cui Greta Thunberg – tutte bianche e occidentali. Quando l’Associated Press ha pubblicato la foto delle giovani all’evento, Vanessa è stata tagliata fuori. «Non avete cancellato solo una foto. Avete cancellato un continente» ha commentato in un video di dieci minuti su Twitter, in cui denunciava l’esclusione delle voci nere e delle comunità più vulnerabili dal dibattito globale sul clima. Sui social è arrivato immediatamente il sostegno da migliaia di utenti provenienti da tutto il mondo. L’agenzia di stampa si è scusata in pubblico e in privato: l’intento – hanno dichiarato – era solo quello di fare un primo piano di Greta. E ha anche promesso di fare di più per sensibilizzare i suoi giornalisti sul tema del razzismo climatico, tema del quale la vicenda è stata in qualche modo emblematica. «Nonostante questo incidente sia stato così doloroso, ha cambiato la storia per diversi attivisti nel Sud del mondo – ha riconosciuto Vanessa in seguito – Penso che ciò che mi ha davvero aiutato a diventare quello che sono oggi sia il fatto che ho parlato e che le persone hanno risposto con il supporto».
Ora Vanessa si definisce “una combattente per le persone e il pianeta” ed è diventata il simbolo di tutti i suoi compagni che non hanno visibilità mediatica e che spesso subiscono in maniera sproporzionata le conseguenze della loro lotta: come i 227 attivisti che – secondo un rapporto del 12 settembre dall’ong Global witness – sono stati assassinati per le loro mobilitazioni durante il 2020 in Africa, Asia e America Latina. Il suo libro, A Bigger Picture: My Fight to Bring a New African Voice to the Climate Crisis sarà pubblicato a novembre. L’esplosione della pandemia e la chiusura dei confini dell’Uganda negli ultimi due anni l’hanno costretta a ripiegare su dimostrazioni online e sui social, dove ha più di 333 mila follower. «La crisi climatica non è stata messa in quarantena». I suoi sforzi stanno però avendo anche effetti concreti: il progetto Green Schools sta installando pannelli solari e stufe eco-compatibili nelle scuole di tutto il suo Paese. «Gli studenti sono i leader di domani – ha dichiarato più volte – Sono gli attivisti di domani. Sono gli scienziati di domani. Devono sapere che possono svolgere un ruolo nella protezione del nostro ambiente». La sua speranza più grande è che le questioni ambientali, sociali e di razza si intreccino sempre di più, confluendo in un grande movimento globale: «Tutto quello che voglio vedere è un popolo felice e un pianeta felice».
Il 27 settembre, aprendo la Youth4Climate che precede la PreCop 26, ha portato la voce di un continente in sofferenza – «In Madagascar si muore di fame, paesi come l’Uganda, la Nigeria, l’Algeria stanno soffrendo sempre di più tra caldo e siccità. Ma non è solo l’Africa. Pensiamo ai Caraibi, a chi lascia le isole per scappare, alle persone del Bangladesh» – ma che vuole e deve agire in maniera mirata. «Servono finanziamenti, non prestiti, ma sussidi a fondo perduto. Perché è facile costruire strade e aprire viadotti, ma i nostri leader non riescono a riconoscere che perdite e danni della crisi climatiche sono già qui (e sono molto più importanti)», ha affermato. «L’azione non si può scegliere, abbiamo bisogno di affrontarla e non in conferenze vuote, dove si sventola solo il denaro». I disastri ambientali di questi anni causeranno tantissime migrazioni climatiche ed estinzioni di specie animali e vegetali e a quel punto – si chiede Nakate – «Chi pagherà?».
(Ilfattoquotidiano.it, 28 settembre 2021)
di Mariangela Mianiti
Quanta invidia suscita questo nostro corpo che nasce con una vagina, una clitoride, un utero, le ovaie e poi si dota di tette strada facendo. Quanto fastidio smuovono questi nostri potentati. Nella guerra dichiarata ai corpi femminili da chi vorrebbe cancellare i loro attributi anche dal dizionario (perché i cambiamenti e il lavaggio del cervello cominciano spesso con il linguaggio) l’ultimo attacco, subdolo, è arrivato da «The Lancet».
Il primo settembre scorso la rivista scientifica pubblica un articolo intitolato Periods on display (Cicli in mostra, dove per cicli si intendono quelli mestruali). L’analisi prende spunto da una mostra (Periods: A Brief History) al Vagina Museum di Londra dove si esplora la storia e i conseguenti tabù che in tutto il mondo hanno circondato le mestruazioni. Fin qui tutto bene, ma a un certo punto l’articolista Sophia Davis scrive: «Storicamente, l’anatomia e la fisiologia dei corpi con vagine sono state trascurate». Non contenta, la rivista rilancia in copertina l’articolo scegliendo proprio quella frase «Bodies with vagina», benché nel resto dell’articolo sia usata anche la parola donne. Si è scatenato un putiferio.
Sempre in Gran Bretagna, nei mesi scorsi il Brighton and Sussex University Hospitals NHS Trust aveva invitato il personale a usare i termini «genitori che partoriscono» e «latte umano» al posto di «madri» e «latte materno». Lo scopo era eliminare la transfobia tradizionale con frasi inclusive di genere.
Ma perché, per rispettare i desideri e le scelte di chi non si riconosce in un dato biologico, in un corpo o in un sesso, si pretende di cancellare e di non più nominare la donna riducendola a una portatrice di organi? Danno così fastidio le donne? È così brutto dire «donna»? Siamo di fronte a una decostruzione del linguaggio non innocente. Con la scusa del politicamente corretto, pezzo dopo pezzo, frase dopo frase, avanza inesorabile l’attacco al corpo delle donne e al simbolico che quel corpo rappresenta. Dire «Corpo con vagina» anziché donna significa ridurci a pezzi di carne con una funzione fisiologica. È la negazione di una peculiarità, di una differenza, di un mondo.
In quanto portatrice di vagina, appena ho letto quell’espressione mi è venuto da ridere prima ancora che piangere. Mi sono figurata un mondo in cui nei romanzi, negli articoli, nei film, nei dialoghi, nelle conversazioni, per non dire donna (sennò qualcuno si offende), si useranno perifrasi come Corpi con vagina, con clitoride, con utero, con ovaie.
Per par condicio, poi, non si dovrà più parlare di uomini ma di Corpi con pene, con testicoli, con prostata. Siccome le perifrasi sono scomode, bisognerà ricorrere agli acronimi e quindi sarà tutto un fiorire di CCV, CCU, CCO, CCC, CCT, CCP.
[…]
[il seguito su https://ilmanifesto.it/non-piu-donne-persone-con-vagina/]
(il manifesto, 28 settembre 2021)
di Roman Goncharenko
Pur se ha ricevuto forti pressioni per lasciare il paese, è provocatoriamente rimasta ed è stata condannata. Maria Kolesnikova, anche da dietro le sbarre, rimane una figura di spicco dell’opposizione bielorussa. Ora è stata insignita di un prestigioso riconoscimento per la sua attività.
Il processo che l’ha vista coinvolta è stata una rara opportunità per il pubblico di vedere Maria Kolesnikova, che aveva trascorso quasi un anno in custodia cautelare. Il 6 settembre, un tribunale di Minsk ha condannato la politica dell’opposizione a undici anni di carcere con l’accusa di “estremismo”.
Il suo collega Maksim Znak ha ottenuto un anno in meno. I due, che avevano chiesto l’impugnazione dell’esito delle contestate elezioni presidenziali in Bielorussia, sono rimasti indifferenti di fronte alla dura condanna. Kolesnikova ha sorriso alle telecamere e ha atteggiato le mani ammanettate per formare un cuore, uno dei suoi messaggi più distintivi.
Circa tre settimane dopo, la rappresentante dell’opposizione è di nuovo sotto i riflettori; il Consiglio d’Europa l’ha insignita a Strasburgo del Premio Vaclav Havel per i diritti umani.
Il premio, del valore di 60.000 euro, viene assegnato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa insieme alla Biblioteca Václav Havel di Praga e alla Fondazione Charta 77 per «l’eccezionale azione della società civile in difesa dei diritti umani».
Il primo vincitore nel 2013 era stato l’attivista bielorusso per i diritti umani Ales Bialiatski.
Sempre in prima linea
Nell’estate del 2020, Kolesnikova è diventata uno dei volti più riconoscibili del movimento di opposizione che ha accusato il presidente Alexander Lukashenko di aver truccato le elezioni del 9 agosto.
È sempre stata in prima linea nelle proteste nella capitale Minsk: appariva sempre di buon umore, rideva e sorrideva, quasi come se con la sua positività potesse sconfiggere l’autoritario presidente dell’ex repubblica sovietica, al potere dal 1994.
In un’intervista con DW (Deutsche Welle) prima delle elezioni, Kolesnikova ha detto che era pienamente cosciente di poter essere arrestata in qualsiasi momento.
«Ma questo non mi ferma né mi spaventa, perché so che i cambiamenti iniziati nella società bielorussa sono ineluttabili».
Una delle maggiori sfide per Kolesnikova è stato il suo desiderio di mobilitare i cittadini contro Lukashenko senza assumere formalmente una posizione di leadership. Voleva anche evitare l’arresto ma, alla fine, questo comportamento non è servito.
La trentanovenne è l’unica dell’ex trio di leader donne dell’opposizione rimasta in Bielorussia.
Le altre due, per esempio la candidata presidenziale Sviatlana Tsikhanouskaya, ora vivono in esilio all’estero. Anche Kolesnikova ha subito pressioni per lasciare il paese. È stata rapita da uomini mascherati, membri delle forze di sicurezza bielorusse, nel settembre 2020 e portata al confine con l’Ucraina. Ma Kolesnikova ha strappato il suo passaporto ed è scesa dalla macchina, secondo il racconto di coloro che erano con lei quando è successo. Voleva restare nel suo paese.
Uno spirito indomito
Prima che iniziassero le proteste contro Lukashenko, solo poche persone conoscevano il nome di questa flautista professionista e manager culturale che aveva studiato musica a Minsk e nella città tedesca di Stoccarda.
Kolesnikova è stata coinvolta in diversi progetti musicali e ha promosso scambi di artisti tra Bielorussia, Russia, Ucraina e Germania.
In un’intervista con DW, Martin Schüttler, professore presso l’Università statale di musica e arti dello spettacolo di Stoccarda, ha descritto Kolesnikova come una «personalità incredibilmente forte».
Schüttler era stato invitato da Kolesnikova a un workshop con concerti a Minsk e l’ha descritta come «incredibilmente ottimista, pratica, attiva e piena di energia». «È quasi inarrestabile», ha aggiunto Schüttler, «qualsiasi cosa faccia».
La stessa Kolesnikova ha anche organizzato la serie di conferenze “Lezioni di musica per adulti” e nel 2017 ha parlato di Beethoven e delle Pussy Riot in un evento che ha chiamato “Musica e politica”.
Una collega tedesca di Kolesnikova, Christine Fischer, direttrice del festival ECLAT (Festival della Musica dei Secoli di Stoccarda), ha affermato di che dentro di sé Kolesnikova è sempre stata una politica. Parlando con DW, Fischer ha ricordato che il ruolo delle donne è una questione particolarmente importante per Kolesnikova. «Ha organizzato performance femminili a Minsk che sono serviti da esempi per la società».
Kolesnikova, secondo Fischer, sapeva esattamente cosa voleva.
Sostenere un ex banchiere contro Lukashenko Kolesnikova si è immersa nella politica quando il famoso banchiere Viktor Babariko ha fatto l’annuncio shock sulla sua candidatura presidenziale nel maggio 2020 e ha chiesto alla sua amica di unirsi alla campagna.
Babariko, l’ex top manager di Belgazprombank – la filiale bielorussa di una banca appartenente al gigante energetico russo Gazprom – e mecenate delle arti, aveva conosciuto Kolesnikova durante la messa in opera dei progetti di quest’ultima.
L’improbabile candidato ottenne rapidamente il suo supporto. Ma presto fu arrestato, insieme a suo figlio – che gli aveva gestito la campagna elettorale – per presunti crimini economici. Nel luglio 2021 Babariko è stato condannato a quattordici anni di carcere.
Alla fine Kolesnikova ha unito le forze con Sviatlana Tsikhanouskaya, che è entrata nella sfida elettorale dopo che anche suo marito, un importante video blogger, è stato arrestato gli è stato impedito di correre.
Kolesnikova è stata anche coinvolta nel Consiglio di coordinamento dell’opposizione bielorussa, che comprendeva anche il premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievich.
Dopo l’elezione contestata, il comitato è stato sciolto e la maggior parte dei membri è stata arrestata o costretta all’esilio. L’intero comitato è stato quasi cancellato, così come lo è stato il movimento di opposizione; infatti, a causa della violenta repressione, non ci sono quasi più proteste organizzate nel paese.
Dall’estero, Tsikhanouskaya e i suoi sostenitori chiedono il rilascio degli incarcerati dell’opposizione come Kolesnikova.
«Il regime vuole che li vediamo schiacciati e sfiniti. Ma guardate, stanno sorridendo e ballando», ha scritto Tsikhanouskaya in un tweet dopo la condanna di Kolesnikova e del suo collega.
«Sanno che verranno rilasciati ben prima dei previsti undici anni di carcere. Le loro condizioni non debbono spaventarci – Maksim e Maria non lo vorrebbero».
https://www.dw.com/en/maria-kolesnikova-a-heart-for-belarus/a-59266404
(Deutsche Welle, 27 settembre 2021, traduzione dall’inglese di Umberto Varischio)
di Chiara Cruciati
I primi cappelli di paglia compaiono già in metropolitana. Sopra c’è scritto «Belle ciao». All’ingresso di Piazza del Popolo, in un caldissimo sabato romano, le donne della Cgil ne distribuiscono altri per proteggersi dal sole, mentre controllano i green pass.
Pochi minuti dopo le 14 la piazza inizia a riempirsi. Dal palco Veronica Pivetti accoglie le tante donne e le tante realtà (Fridays for Future, Lucha y Siesta, Blm, Le Contemporanee) arrivate per una giornata di affermazione di una volontà: serve fare la rivoluzione.
La manifestazione, organizzata dall’Assemblea della Magnolia, realtà nata un anno fa sotto il grande albero della Casa internazionale delle donne di Roma, chiede proprio questo: una rivoluzione della cura e di un sistema paternalista e patriarcale che ha condotto, in quasi due anni di pandemia, sull’orlo del baratro. Qui, come altrove.
Accanto alle centinaia di realtà italiane che hanno aderito, ci sono organizzazioni impegnate da anni in Afghanistan, che sul palco romano portano le voci e i corpi delle afghane costrette a fuggire dal rinnovato regime talebano.
Un filo rosso e internazionalista, tessuto dalla consapevolezza che non ci si salva da sole: «Se retrocediamo oggi sui diritti delle donne afghane al lavoro, l’educazione, alla partecipazione politica – dice Simona Lanzoni di Pangea – perdiamo tutte».
«Pensiamo di essere noi a dover dire alle afghane come resistere? – alza la voce Luisa Rizzitelli, di One Billion Rising, che ieri ha riempito piazze in tutto il mondo in solidarietà con l’Afghanistan – Sono loro che ci stanno dicendo che, se non sentiamo come nostra la prevaricazione che subiscono, allora siamo complici e destinate ad arretrare sui nostri diritti. L’equità di rappresentanza non è un’elemosina che ci fate, è tempo di un governo delle donne».
Dalla vita pubblica le afghane sono state interdette, ricorda Simona Cataldi di Cisda, ma non dalla società: «Stanno occupando le piazze, movimento spontanei che cresceranno».
Una sorellanza di fatto che rimbomba nelle parole delle ragazze che salgono sul palco, senza nome per garantirne la sicurezza: «Diciamo ai talebani che non possono rimuoverci dalla storia. Vi combattiamo con le nostre parole, la nostra mente, con manifestazioni dentro e fuori l’Afghanistan. Diciamo alle nostre sorelle di non fermarsi: siete la luce in un cielo buio».
Tante luci quante sono le violenze perpetrate, «le morti nel Mediterraneo, le torture in Libia, le guerre, il patriarcato in Italia dove i femminicidi sono una mattanza».
Così Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale delle Donne di Roma, che strappa subito un applauso liberatorio quando festeggia l’ultima delle vittorie, il comodato d’uso della sede di via della Lungara, «luogo simbolico per la storia del femminismo, ma anche luogo politico di pratiche femministe»: «Le donne hanno pagato il prezzo più alto della crisi. Il Pnrr non ha una visione sulla necessità di un cambiamento. Serve un posizionamento radicale e femminista, una rivoluzione della cura per un cambiamento totale dei meccanismi economico-sociali e dei rapporti tra uomini e donne».
Questo il cuore di una mobilitazione che parte da lontano e prosegue sulla propria strada, la presa di coscienza collettiva della cura come diritto sociale, responsabilità pubblica e non mero destino millenario delle donne, scontato quanto immeritevole del riconoscimento del suo ruolo sociale.
Lo dicono i numeri e lo dicono le storie e le esperienze delle donne che si susseguono sul palco di Piazza del Popolo: «Numeri della vergogna – li chiama Linda Laura Sabbadini, direttrice dell’Istat – Meno della metà delle donne lavora, una su cinque lascia l’impiego dopo la nascita di un figlio. Investiamo nell’assistenza un quarto di quello che fa la Germania e solo il 12% dei bambini trova posto negli asili pubblici. Questa politica ha fallito, non ha l’uguaglianza di genere tra le sue priorità. O fate un balzo o ci troverete ancora qua. Siamo pronte a governare, fateci largo».
I numeri li dà anche Arianna De Chiara del Forum Salute. Quarantunenne, fisioterapista in una Rsa, racconta delle 249mila donne che nel suo settore hanno perso il lavoro, di come il 70% dei contagiati siano state le operatrici: «Vogliamo riappropriarci della parola servizio perché oggi il privato dice di fare meglio del pubblico ma lo fa con le risorse pubbliche. Vogliamo la fine delle mega Asl e del ruolo patriarcale dei direttori generali. E vogliamo riappropriarci della parola nazionale, con un servizio sanitario unico e non 20 sistemi regionali che generano solo diseguaglianza».
Un’assenza di welfare eguale e funzionante che pesa sul corpo delle donne, sul loro lavoro e sulla partecipazione politica come nella vita privata. Che pesa su un Pnrr da cui la voce delle donne è stata resa marginale, che non immagina infrastrutture sociali, che non mette in discussione il lavoro precario: «Il Covid è stato uno straordinario fatto collettivo – dice Susanna Camusso, ora responsabile Cgil per le Relazioni internazionali – Esiste una necessità nel mondo di fare della cura un impegno collettivo e non solo delle donne. Non ci sono ruoli naturali. Cancellare il lavoro precario, assumere nella pubblica amministrazione, finirla con i bonus e dare servizi che funzionano».
E allora rivoluzione sia, che parta dalle scuole («Cura del mondo come educazione – dice l’insegnante Monica di Bernardo di Indici paritari – come pratica condivisa verso l’autonomia, una scuola che abbandoni la centralità dell’uomo bianco eterosessuale e riveda i rapporti») per arrivare in fabbrica.
La voce delle lavoratrici della Gkn arriva con un audio, sono rimaste al presidio di Campi Bisenzio, non lo mollano. Arriva con la canzone che accompagna da mesi la loro protesta e arriva con un messaggio internazionalista e femminista: «L’azienda deve poter ripartire, non essere spostata dove il costo del lavoro è più basso e dove ci sono donne pagate ancora di meno. Quando chiude una fabbrica, non è lo stesso per una donna. Vogliamo parità salariale e parità di formazione. Insorgiamo».
Rivoluzione, ma anche gioia, quella degli stornelli e le parodie cantate e suonate da Sara Modigliani e Sonia Maurer e che fanno ballare la piazza. È la gioia di essere: «So’ nata donna e me ne vanto».
(il manifesto, 26 settembre 2021)
di Giuseppina Massarelli
Avvicinarmi al culto della Dea ha significato per me stabilire un legame profondo con le antiche culture che la rappresentavano; non solo mi ha incuriosito, ma ha travolto la mia vita. Non voglio scrivere di Marija Gimbutas quanto piuttosto riflettere su come la conoscenza delle sue scoperte sia stata in grado di incidere un segno trasformativo dentro di me.
Marija Gimbutas, archeologa e linguista lituana, ha dedicato l’intera sua vita a mettere insieme testimonianze per far conoscere quella metà di storia taciuta e ha dovuto lottare per farla riconoscere al mondo intero, attraverso le testimonianze trovate andando sempre più indietro nel tempo e attraverso gli scavi sempre più giù nella terra.
Marija Gimbutas ha avuto il grande merito di far notare quanto sia importante ciò che «non è ritratto nell’arte Neolitica», ovvero la mancanza di immagini che idealizzano la potenza armata, il potere basato su crudeltà e violenza; non esistono nell’arte Neolitica immagini di nobili guerrieri o scene di battaglia, sono assenti sontuose sepolture di capitribù e ne ha dedotto che nella storia non ci sono sempre state guerre, intese come momenti di conquiste e sopraffazioni ma ci ha parlato di civiltà che erano in pace. A me piace dire che era un tempo in cui gli uomini e le donne vivevano in armonia con tutte le cose, loro stessi erano natura e le donne in quanto fertili erano riconosciute come superiori, fertili come la terra. Era una struttura sociale pacifica, matrilineare, egualitaria e anche la simbologia religiosa era strettamente connessa al femminile.
La domanda che mi sono fatta, quando sono entrata in contatto con la cultura della Dea grazie agli scritti di Gimbutas, è stata quanta di quella storia fosse rimasta dentro di me, e dentro noi tutte. Avevo sentito sin da subito che le mie cellule richiedevano giustizia. Nelle grotte e nell’umidità nasce la vita, così ci ha insegnato Marija Gimbutas. Per me non era una grotta ma una bottega, fucina d’ingegno e di ricerca; è lì che sono nata creativamente, plasmavo la terra umida e forgiavo oggetti inspirati alla cultura della Daunia, fino a quando i segni geometrici che incidevo sulla terracotta hanno cominciato a risuonare dentro di me, e si sono riempiti di significato quando li ho collegati alla cultura della Dea, comprendendo che i triangoli, le linee ondulate intervallate da foglie, i vortici o le semplici successioni di linee che avevo per anni decorato senza saperne il senso, prendevano corpo e significato, erano segni legati alla vita e alla trasformazione.
Il legame di quella cultura con la terra e le cose viventi era così forte e sacro da riprenderlo sui numerosi manufatti ritrovati, traducendosi in un vero e proprio linguaggio storico. Una scoperta a dir poco magica ha fatto sì che mi si aprisse un mondo e con esso avvenisse la mia trasformazione. Il motivo dominante nell’ideologia e nell’arte dell’antica Europa fa riferimento a un mutamento continuo, a un’energia vitale in costante movimento per la celebrazione della vita; tutto veniva significato su vasi o oggetti di vario ordine e forma, serpenti che strisciano, api e farfalle, spirali e vortici, energia che muove, si rigenera, le colonne della vita, una forma che si dissolve in un’altra, un inno continuo. La vita sulla terra è in continua trasformazione, in costante e ritmico cambiamento dalla creazione alla distruzione, dalla nascita alla morte e la Dea era il simbolo dell’unità di tutte le forme di vita esistenti in Natura in Europa. La simbologia della Dea dominò per tutto il Paleolitico e il Neolitico e nella fase seguente fu soppiantata da popolazioni di invasori arrivate con cavalli e armi. La Dea si ritirò allora nel profondo delle foreste o sulle vette delle montagne, lì sopravvisse fino ai giorni nostri poiché i cicli storici non si fermano mai; ora vediamo riemergere la Dea recandoci speranza per il futuro nel riportarci alle nostre antiche radici umane.
È grazie al lavoro di Marija Gimbutas che abbiamo delle chiavi di lettura di un passato che non ci è stato restituito ma che possiamo riscoprire.
Giuseppina Massarelli è tra le fondatrici del circolo culturale La Merlettaia a Foggia.
(https://vitaminevaganti.com/2021/09/25/marija-gimbutas-il-segno-trasformativo/, 25 settembre 2021)
di Daniele Piccini
Piera Oppezzo appartiene al numero dei poeti sommersi del Novecento: lei nata a Torino nel 1934, vissuta dal ’66 a Milano e scomparsa, in solitudine, nel 2009 (lo stesso anno in cui moriva Alda Merini). Il secolo che attraversò non l’ha inserita negli elenchi dei nomi da ricordare. Tuttavia un gruppo di cultori lavora per riportare qualche traccia del suo lavoro all’attenzione di nuovi lettori. È così che, dopo la ricca antologia Una lucida disperazione (Interlinea, 2016), vede la luce la raccolta Esercizi d’addio. Poesie inedite 19521965. Sono testi che non sono mai usciti in volume (semmai sparsi in rivista) e che arrivano fino all’anno subito precedente al prestigioso esordio poetico di Oppezzo, avvenuto da Einaudi nel 1966 (L’uomo qui presente).
Subito il lettore si accorge della diversità degli inediti rispetto alla raccolta einaudiana: quella è già inscritta in una poetica astratta, concettuale, mentre gli Esercizi d’addio rivelano un retroterra che definiremmo esistenzialista. C’è, è vero, un punto di contatto. Nella quarta di copertina del libro di Einaudi si parla di una «riduzione del linguaggio», di un «preciso concetto di economia verbale». Su questo terreno si muovono anche gli Esercizi, ma con maggiore sospensione evocativa.
Esercizi d’addio è un titolo parlante: non riguarda vicende affettive, ma il continuo, occhieggiante motivo del congedo dalla vita. Ecco, dunque, il sottofondo esistenzialista: questa prima e più potente poesia di Oppezzo fronteggia il disagio di una condizione umana vissuta come prigionia, attesa, dolore della ripetizione. Nel primo testo della raccolta, la chiusa recita: «Pure, tu, cerchi voci morte/ ed io sogno il tuo sogno/ nell’ora già breve e disciolta». In una ferrea sottrazione, la poetessa lascia in evidenza pochi segni ed emblemi di una vita incerta, presa tra l’iterazione, l’obbligo e l’estinzione.
È in questo spazio minacciato e ristretto che la poesia dell’autrice cerca la sua autenticità, citando a più riprese il grigiore dei giorni, le stagioni fredde, la morte di questa o quella figura come evento naturale inscritto nell’ordine. Non sentimentale ma riflessiva, questa poesia si concentra sull’enigma dell’io, sul suo scarso e ingannevole consistere: «Staccati ognuno di noi da noi/ per chi morire?/ E svegliarmi,/ vedere, patire la luce…// Ho forse giurato/ a una fede?/ Ma una legge di dolore/ ci comanda./ E ormai, per sempre,/ io sono e sarò io».
C’è forse qualcosa, un lontano riflesso, dell’angoscia esistenziale di Pavese. Sembra inutile (come ne Lo steddazzu pavesiano) che il lungo giorno si levi, in tanta solitudine e stanchezza. Ecco allora l’antidoto oraziano di un singolare carpe diem: «In molte sere/ ho sofferto del giorno/ che sarebbe venuto.// Eppure nulla di più facile// che vivere un giorno,/ se posso crederlo unico» (Alla giornata).
È da tale angoscia dell’obbligo naturale e sociale, da tale dover essere, che anche la seguente ricerca di Oppezzo, in verso ed in prosa, si svilupperà, forse con meno presa che in queste prime, radicali parole di inquietudine, come dette tra uomini e donne senza incanto.
(La Lettura – Corriere della Sera, 4 aprile 2021)
di Redazione
Un percorso alla ricerca della misteriosa poetessa torinese Piera Oppezzo, vissuta a Milano a partire dal 1967 e deceduta in circostanze drammatiche nel 2009. Parlando con chi l’ha conosciuta, si scoprono coincidenze e circostanze inaspettate. Affascinante e appartata, Piera ha una vocazione totalizzante: la scrittura, e diventa presto una delle voci più innovative della poesia italiana del secondo Novecento. Partecipa alle esperienze di quegli anni turbinosi: il femminismo, la politica, la vita in una casa occupata. Ma soprattutto persegue la sua ossessione letteraria con un’assoluta ed esclusiva dedizione. Si può vedere il film al link https://vimeo.com/253776039 accedendo con la password pieraoppezzo.
La redazione del sito
(libreriadelledonne.it, 23 settembre 2021)
di Luciana Castellina
2020-2021, un anno dopo. «Le altre» dopo quarant’anni. Torna ora per la manifestolibri il volume-raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – aveva affidato a Rossana Rossanda per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica. In questa edizione l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei in radio.
«Ci vuole una vita per capire cosa significa essere donna». «È tutto un lavoro, una prescrizione, un dubbio. Ti avvertono, te lo comandano». Sono frasi della Ragazza del secolo scorso, la ben conosciuta autobiografia di Rossana Rossanda.
In Le altre, il libro pubblicato più di quarant’anni fa come raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – le aveva affidato per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica non si disegna solo un quadro del dibattito che coinvolge il neonato movimento femminista italiano, si racconta, meglio di ogni altro scritto, il percorso compiuto da Rossana per capirsi come donna. Percorso politico e umano, perché per ogni donna la politica non può esser disgiunta dalla riflessione su sé stessa, è necessario ci metta il corpo; e l’anima.
Le altre torna ora con la manifestolibri – e proprio oggi, anniversario della scomparsa di Rossana – con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei alle trasmissioni di Rai3. Una buona iniziativa perché ci aiuta molto a conoscere un suo pezzo di vita, via via diventato sempre più importante e tuttavia per molti della stessa area Manifesto-Pdup, poco conosciuto: il percorso attraverso il quale approda al femminismo.
Mi piacerebbe avere il modo di parlarne più in dettaglio, perché come lei stessa ricorda in queste pagine, molti dei momenti più difficili affrontati in quel viaggio accidentato li abbiamo vissuti assieme: tutte e due, per generazione, educate all’«emancipazione», vale a dire all’idea che fosse necessario assomigliare il più possibile al maschio per liberarsi dell’«handicap» cui il nostro sesso ci aveva condannato e così poter accedere alla cerchia di quelli cui era dato il diritto e il potere di occuparsi delle sorti del mondo. Io un po’ più disponibile verso il nuovo femminismo, perché per ragioni in gran parte fortuite nei tanti anni di milizia Pci ero finita a lavorare negli aborriti settori separati destinati alle donne – prima la sezione femminile diretta da Nilde Iotti, poi all’Udi – mentre Rossana era rimasta una delle pochissime donne ad esser esentata da questa «umiliazione».
La sua naturale autorevolezza l’aveva esonerata, ma certamente la privò – e spesso mi ha poi detto quanto se ne rammaricasse – di una presenza diretta nel travaglio che accompagnò la scoperta del femminismo che investì in pieno la storica Udi, le cui dirigenti ebbero il coraggio, negli anni ’80, di procedere al suo scioglimento nel movimento.
Anche da noi l’incontro non fu affatto indolore, sebbene il Manifesto sia stata la prima rivista di sinistra a pubblicare già nei suoi primi numeri uno scritto femminista (firmato Cigarini, Pellegrini, Rasi) e poi il solo gruppo della nuova sinistra ad appoggiare pienamente le loro prime manifestazioni, fino anche a cedere loro a Roma una delle nostre sedi, poi divenuta famosa: via Pomponazzi. Ciononostante, le femministe cominciarono ad andarsene dal Partito.
Nel ’76 sul giornale viene pubblicata una pagina intera scritta dal collettivo di Bologna, titolo Le femministe se ne vanno: annuncia che non restituiscono la tessera del partito perché «il Pdup è un buon partito e sembrerebbe un gesto polemico», ma non la rinnoveranno perché sono giunte alla convinzione che «la nostra pratica politica non è conciliabile con la vostra». Risponde Rossana scrivendo sulla stessa pagina: «Penso abbiate torto. Il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe».
In un seminario a Bellaria era previsto che uno dei gruppi di lavoro in cui avrebbe dovuto articolarsi fosse dedicato al femminismo. Avrei dovuto coordinarlo io, le donne presenti nel partito erano ancora molte. Ma all’appuntamento ci ritrovammo in 4: io e 3 uomini! Le femministe non si presentarono. Un modo per farci intendere che non erano interessate a discutere con noi «maschi», ma a capire sé stesse. E infatti i gruppi di autocoscienza in cui le compagne si riversarono si moltiplicarono, diventando un necessario momento di autoinchiesta.
Rossana, originariamente la più diffidente, ebbe l’intelligenza – e la curiosità – di impegnarsi a capirle e da allora lesse, scrisse, diede vita a non poche pubblicazioni di preziosa riflessione, con un femminismo che nel frattempo si era andato articolando in molteplici correnti. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sottoponendosi lei stessa all’autocoscienza, che vuol dire scoperta del proprio corpo, del proprio sesso, di cosa significa. Senza mai perdere un suo costante punto di vista, quello che è rimasto fondante in tutta la sua elaborazione politica: la centralità della classe operaia, il suo ruolo anche in questo campo, anche se oggi così diversa a quella che era stata.
Perché Rossana ha continuato a porre il problema della ricomposizione di un’identità nuova ma comune, che implica ricostruire anche quella del maschio e le donne devono imparare a pensarlo, perché non possono imporgli la propria visione del mondo. Per cui ci vuole una rivoluzione comune, non due separate, quella che mette in discussione la struttura sociale, che non è secondaria per le donne, e quella che investe la persona.
Che però è molto più difficile: il «privato – ammette Rossana – non è così immediatamente politico, deve fare i conti con un potere invisibile e millenario che ha reso la donna proiezione del maschio, pensata solo attraverso la sua griglia»; e per questo nessuna rivoluzione, neppure quella più radicale dell’Ottobre ’17, ha smosso il potere dell’uomo sulla donna. Perché nella donna il personale ha una dimensione infinitamente più ampia e se non si investe in questo campo il rapporto fra i sessi non può modificarsi, «non si può sciogliere – scrive Rossana nel suo meraviglioso linguaggio – il groviglio di vipere che è stato annodato dalla nostra civiltà».
Sarebbe bello poterne discutere ancora con Rossana. Potremmo comunque almeno riflettere insieme fra noi sulle tante, ricchissime sue considerazioni su un femminismo che continua a cambiare e ogni giorno ripropone interrogativi. Io vorrei prevalesse finalmente la convinzione che fondamentale è contestare l’imbroglio dell’uguaglianza dei diritti, tutti ancorati a un soggetto neutro che non esiste, e che però, sia pure con tutti i distinguo, continua a imperare.
(il manifesto, 21 settembre 2021)
di Margherita Giacobino
La natura ci permette di fare quasi tutto, ma a tre condizioni: che lo si faccia su scala ridotta, con intensità limitata, a bassa velocità: solo così risponde alle sollecitazioni con squilibri molto ridotti.
Dovrebbe valere… non il principio che qualsiasi modifica dell’ambiente sia da considerarsi innocua sinché non ne sia dimostrata la pericolosità, bensì il principio che qualsiasi modifica dell’ambiente sia da considerarsi pericolosa sinché non ne sia dimostrata l’innocuità.
Siamo illusi da una scienza che si identifica con l’ingegneria, la tekné che costruisce strumenti anche molto efficaci e utili, ma al tempo stesso è sempre meno fonte di conoscenza… Il proliferare di risposte definitive e autorevoli a problemi complessi è il primo indice di questa illusoria tendenza.
Il concetto di sostenibilità è stato recepito, nella cultura ecologica italiana, a livello puramente verbale.
L’ecologia si serve delle scienze sperimentali, ma non è una scienza sperimentale, è una scienza di esperienza… perché non può lavorare sui modelli della realtà, ma può soltanto osservare la realtà.
È il sistema capitalista a costringere l’agricoltura a sostituire i concimi organici con i fertilizzanti chimici, e quindi si può dire che è il sistema capitalista a provocare l’erosione dei suoli e l’eutrofizzazione delle acque.
Quando l’uomo introduce nell’ambiente una molecola nuova, non degradabile, che il mondo vivente non conosce e per la quale non ha elaborato alcun enzima, viola una legge generale e provoca grossi guai, maggiori o minori secondo la tossicità specifica di ciascuna molecola.
Che nessuna voglia più fare la mondina non ci credo: poiché le mondine faticano più dei primari, proviamo a pagarle come primari: e non mancheranno. “Ma il riso costerà più caro!” E con questo? Anche il caviale costa caro.
Migliorare la vita è possibile perché è possibile eliminare i pericoli di guerra, conquistare maggiore giustizia tra le classi e i popoli, avere rapporti personali meno angusti e più generosi, rendere il lavoro più gratificante, sviluppare meglio le capacità di ciascuno, fisiche, erotiche e culturali. Queste sono le forme di sviluppo sicuramente compatibili con le risorse dell’ambiente.
Sono citazioni di Laura Conti, l’ultima da un articolo pubblicato nel 1985 su L’Unità, dal titolo “Fermate lo sviluppo, voglio scendere!”, le altre dal suo libro Che cos’è l’ecologia. Capitale, lavoro e ambiente (1977).
Basterebbero queste frasi, scritte decenni fa, a far comprendere quanto sia lucido, complesso e attuale il pensiero di Laura Conti (1921-1993). Partigiana, internata nel lager di Bolzano, medica, scienziata e politica, pioniera dell’ecologia e fondatrice della Lega per l’Ambiente, oltreché scrittrice di saggi e romanzi, Laura Conti è una figura che è stata messa da parte ingiustamente, perché la sua chiarezza, il suo coraggio nell’enunciare un pensiero ecologico complesso, originale e globale, al di fuori di schemi e schieramenti, davano evidentemente fastidio tanto alla scienza ufficiale asservita alla grande industria quando alla politica fatta di ideologie e slogan.
Per fortuna quest’anno, in occasione del centenario della sua nascita, si torna a parlare di lei, e soprattutto a ripubblicare i suoi testi.
Come il bellissimo libretto Una lepre con la faccia di bambina, uscito nel 1978, che racconta il disastro di Seveso, quella nube di diossina che nell’estate del ’76 si levò dagli stabilimenti Icmesa, di proprietà di un gruppo svizzero, e avvelenò la terra e le piante, uccise i piccoli animali, fece ammalare i bambini e, più tardi, anche gli adulti. Laura Conti, allora segretaria della Commissione Sanità ed ecologia della regione Lombardia, quella storia la visse da vicino, passando molto tempo con gli abitanti di Seveso, e volle raccontarla con la voce di due ragazzini, Marco e Sara, che cercano di scoprire cos’è successo perché gli adulti non dicono loro la verità. Ma in questo libro nato con intento didattico c’è molto di più: c’è la visione del divario e dei conflitti sociali, ci sono il Nord e il Sud a confronto, in una Brianza di piccoli imprenditori e di operai immigrati, ci sono le femministe, c’è la lotta per la libertà di aborto in un’Italia provinciale e piena di pregiudizi, e c’è il negazionismo con tutte le sue contraddizioni, la paura della catastrofe e la negazione della catastrofe. E, come in Primavera silenziosa di Rachel Carson (1962), c’è la scomparsa degli animali e con essa il silenzio: a Seveso non si sentono più chiocciare le galline, cinguettare i passeri, ronzare le mosche…
Non solo un libro di divulgazione scientifica, insomma, com’era nelle prime intenzioni dell’autrice, ma un romanzo, uno scorcio di realtà, uno stimolo a pensare, una gioia per chi legge. La scrittura di Laura Conti, sempre sorprendentemente limpida e viva, audace, ricca di esempi concreti e illuminanti e spesso perfino divertente, rispecchia la sua grande capacità di cogliere i nessi tra gli eventi, di mettere in rapporto dati scientifici e fatti storici, conoscenza e visione.
Le stesse qualità si ritrovano in Che cos’è l’ecologia, un saggio che si divora golosamente, come fosse stato scritto oggi, rimpiangendo che non sia più lungo. Pieno di sorprese, di spunti, di scoperte, e impregnato di un ottimismo della volontà che osa guardare il reale senza perdere la speranza nel futuro, perché Per distruggere l’ambiente è bastato un cieco meccanismo. Per ricostruirlo occorre una volontà. Una volontà basata sulle conoscenze scientifiche e capace di esprimersi in atti politici ben coordinati.
Di e su Laura Conti sono stati recentemente pubblicati:
Una lepre con la faccia di bambina (di Laura Conti, Fandango)
Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti (di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turri, Fandango)
La via di Laura Conti (di Valeria Fieramonte, enciclopediadelledonne.it)
(https://www.erbacce.org/pensando-con-laura-conti/, 21 settembre 2021)
Non possiamo più tacere su quella che consideriamo una grave deriva in nome dell’emancipazione del “bambino transgender” (che dichiara di non essere nato nel “corpo giusto”). I discorsi radicali legittimano le richieste di cambiamento di sesso sulla base della semplice percezione, presentata come verità. Ma questo al costo di un trattamento medico o addirittura chirurgico per tutta la vita (rimozione di seni o testicoli) sul corpo di bambini o adolescenti. È questo fenomeno e il suo alto profilo mediatico a preoccuparci, e non le scelte degli adulti transgender.
Forse pensando di fornire una risposta, il governo scozzese il 12 agosto ha emesso nuove linee guida per l’inclusione LGBT, in base alle quali i bambini, dall’età della scuola primaria, potranno cambiare nome d’uso e sesso a scuola senza il consenso dei genitori. Senza il loro consenso e anche senza che i genitori siano informati se il bambino lo richiede.
Si fa credere ai bambini che una ragazzina possa trasformarsi in un maschietto e viceversa per averlo deciso senza neanche il parere degli adulti, e lo si fa sempre più precocemente.
Quello che sta accadendo nei Paesi a noi vicini potrebbe accadere molto rapidamente in Francia: la diffusione proteiforme di queste convinzioni ha portato a un notevole aumento di richieste di cambio di sesso tra i bambini e in particolare tra gli adolescenti. Secondo Jean Chambry, psichiatra infantile responsabile del CIAPA (Centre Intersectoriel d’Accueil pour Adolescent) di Parigi, fino a una decina di anni fa c’erano circa dieci richieste all’anno; nel 2020, le richieste sono state una decina al mese (solo per la regione dell’Ile-de-France). Chambry parla di un’accelerazione preoccupante nelle risposte medicalizzanti a queste richieste di transizione.
Discorsi banalizzanti sostengono che potremmo fare a meno della realtà biologica, della differenza sessuale tra uomini e donne, in favore di singolarità scelte basate unicamente sulla “percezione di sé”. Questi discorsi ideologici fuorvianti sono trasmessi sui social dove molti adolescenti in crisi d’identità vengono a cercare soluzioni al loro malessere. In nome dell’“autodeterminazione” – slogan che piace a tutti i progressisti – “io sono libero/a di scegliere il corpo che voglio” – bambini e adolescenti vengono convinti di poter cambiare sesso con l’aiuto di trattamenti ormonali o addirittura di interventi chirurgici mutilanti. Questa retorica, diffusa da attivisti in molti paesi occidentali, utilizza sofismi destinati a ingannare.
Come siamo arrivati a questo punto? E abbiamo (ancora) il diritto di reagire senza essere insultati o minacciati? In che senso questi diritti all’autodeterminazione rappresenterebbero un progresso nella realizzazione di sé? Questo fenomeno, il “bambino transgender”, è in realtà una mistificazione contemporanea che deve essere denunciata con forza perché si tratta di un indottrinamento ideologico. Vorrebbero farci credere che, in nome del benessere e della libertà di ogni individuo un bambino, liberato dal consenso dei suoi genitori “reazionari”, sarebbe in grado di “scegliere” la sua cosiddetta identità di genere.
Ma il bambino è un essere in costruzione, prima di raggiungere uno stadio di maturità il suo divenire è in continua evoluzione. C’è unanimità sull’argomento tra neuroscienziati, specialisti dello sviluppo, psicoanalisti, psichiatri infantili, pediatri e tutti gli specialisti della prima infanzia.
Il bambino e ancor di più l’adolescente è sottoposto a una pressione che porta alla destabilizzazione mentale, alla rottura con la famiglia se questa non lo sostiene e con tutti coloro che rifiutano di condividere il suo punto di vista. Questa pressione genera un discorso antisociale e accusatorio; un idioma specifico o addirittura una neolingua viene imposta a coloro che circondano questi giovani che spesso si esprimono con un linguaggio stereotipato, come se avessero perso ogni pensiero critico (che è una caratteristica del controllo ideologico).
Denunciamo questo furto dell’infanzia. Oggi è urgente informare il maggior numero possibile di cittadini, di tutte le professioni, di tutti gli schieramenti, di tutte le età, su quello che domani potrebbe apparire come uno dei più grandi scandali sanitari ed etici a cui avremo assistito senza dire una parola: la mercificazione del corpo dei bambini. Persuadendoli del fatto che gli è stato “assegnato” un sesso alla nascita, e che possono cambiarlo liberamente, questi bambini vengono patologizzati per tutta la vita: consumatori a vita di prodotti chimici ormonali commercializzati dalle compagnie farmaceutiche, consumatori ricorrenti di sempre più operazioni chirurgiche nel perseguimento del sogno chimerico di un corpo fantasmatico. Attualmente, i paesi che erano favorevoli alla transizione medica prima della maggiore età stanno vietando i trattamenti ormonali per i minori (Svezia, Regno Unito e alcuni stati americani).
Questo dogmatismo porta a una grande confusione, tanto che nessuno sa come agire e far sentire la propria voce, spesso per timore di certe associazioni LGBTQI+. Ma questo acronimo comprende persone molto diverse, alcune delle quali, come noi, sono preoccupate per le derive attuali. Altre sono soggette alla legge del silenzio che regna in questo ambiente. Il documentario svedese Trans train (visibile qui, parte 1 e parte 2) mostra come giovani adulti, abbandonati a se stessi e minacciati se parlano pubblicamente, dichiarano di aver subito pressioni dalle loro comunità trans quando hanno espresso dubbi o hanno “detransizionato” (pentiti del processo di transizione sociale e/o medica che appare loro come una risposta sbagliata alle loro domande o al loro malessere).
Regna la confusione, largamente alimentata allo scopo di manipolare l’umanità nel suo substrato più profondo: la sua evoluzione, la sua temporalità, le sue peregrinazioni e i suoi dubbi. In nome del rifiuto di una presunta assegnazione di sesso, stiamo assistendo imbarazzati e senza capire nulla, a un’assegnazione di identità. Così Claude del Club des cinq, una volta descritta come un maschiaccio, è ora presentata come transgender. Potremmo riderci sopra se non fosse sintomatico della nostra epoca, colpita da radicalismi politici che prevaricano qualunque dibattito.
No, in nome della protezione dei bambini non possiamo più tacere! Ci rifiutiamo di accettare che, in nome dei “diritti della persona”, si metta in discussione questa base comune – l’universalismo dei diritti – che costituisce il fondamento dell’umanità.
Seguono numerose firme di mediche e medici, tra cui endocrinologhe, ginecologhe, pediatri; psichiatre/i, psicoanaliste/i, giuriste/i, docenti e altre, altri.
(L’Express – Feministpost.it, 21 settembre 2021)
di Casa Internazionale delle Donne
La forza delle donne ha vinto! Finalmente la Casa Internazionale delle Donne ha ottenuto la Convenzione con il comodato d’uso gratuito per i prossimi 12 anni. Si tratta del risultato frutto della forte, costante e unita mobilitazione che le associazioni femministe e le donne tutte hanno condotto contro una visione distorta che voleva cancellare la Casa Internazionale e la sua storia, il suo valore politico e sociale, il suo contributo alla liberazione e alle conquiste delle donne che l’hanno attraversata.
Un grazie collettivo va dunque a tutte quelle persone che si sono unite a una battaglia tutt’altro che difensiva: abbiamo rivendicato un ruolo sociale che, forte del suo passato, vive e agisce nel presente.
Grazie al Parlamento che ha approvato le norme (Misure urgenti per la tutela dell’Associazione Consorzio Casa Internazionale delle donne di Roma e Legge di Bilancio, l’attribuzione ai luoghi delle donne di edifici pubblici in comodato d’uso gratuito) atte a riconoscere questo ruolo alla Casa, sgombrando il campo da visioni inaccettabili.
Non siamo state “inquiline morose” e il femminismo non può essere messo a bando. Questo è quello che è stato affermato con forza, perfino da leggi dello Stato. Così si è chiusa una battaglia, nel rispetto di norme sovraordinate. Noi abbiamo fatto la nostra parte, rispettandone le disposizioni e consegnando le somme impegnate, il Comune di Roma Capitale ha fatto altrettanto.
Il progetto “casa Internazionale delle donne” si fa sempre più forte, rivolto con più determinazione al territorio e alle nuove sfide delle donne del presente.
Sempre più casa e sempre più internazionale, luogo politico e bene comune in Connessione con tutte le realtà che ogni giorno sono in campo per costruire un mondo migliore.
Abbiamo vinto e lo dobbiamo a tutte noi.
(casainternazionaledelledonne.org, 20 settembre 2021)
di Elvira Serra
Grazia Deledda, che nacque 150 anni fa in Sardegna, è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza e da una grande volontà
Quando il prete bussò alla porta della sua casa romana per impartirle l’estrema unzione fu lei stessa ad aprirgli. Dov’è la moribonda?, chiese. E lei, secca: sono io la moribonda. Poche ore dopo sarebbe morta. Era il 15 agosto 1936 ed è importante partire da qui, 150 anni dopo la sua nascita (il «compleanno» si celebra il 27 settembre), perché Grazia Deledda ha vissuto ogni giorno della sua vita, fino all’ultimo istante. La morte, parafrasando Marcello Marchesi, l’aveva trovata viva. Già questo sarebbe sufficiente a farne un esempio di resilienza. Ma c’è molto altro che rende un modello straordinario e modernissimo l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura (con buona pace di Pirandello e degli altri che storsero il naso quando il massimo riconoscimento letterario venne assegnato a «una brava massaia sarda»). Intanto Grazia Maria Cosima Damiana Deledda ha creduto pervicacemente nelle sue capacità di scrittrice, quando forse non ci credeva nessun altro (e di certo non i suoi conterranei, che non furono generosi con lei). Ha fortissimamente voluto lasciare la Sardegna, per continuare a crescere. E ha scelto deliberatamente il marito che le avrebbe permesso di fare una cosa e l’altra, Palmiro Madesani, che dopo il matrimonio divenne il suo segretario e agente.
Grazia Deledda è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza. Il suo era un intimo, profondo, non negoziabile bisogno di libertà, di essere quello che sentiva di essere: una scrittrice. Aveva il fuoco dentro, lo sentiva bruciare e non era disposta a lasciarlo spegnere. Il suo successo non è stato un caso, ma il risultato di una disciplina ferrea: la mattina si occupava delle faccende domestiche, preparava lei stessa il pranzo e la cena, poi nel pomeriggio, dopo un breve riposo, si metteva a scrivere per due ore, tutti i giorni, anche nei festivi, nel suo studio arredato con mobili che aveva fatto arrivare apposta da Nuoro, la città natale. Riottosa alla mondanità, curava le pubbliche relazioni a modo suo, scrivendo lettere, tantissime, fin da ragazzina. Per il Corriere della Sera scrisse 169 racconti e articoli, l’ultimo due mesi prima di morire, Il paese natio, in cui si percepisce la nostalgia. Nello scalone d’onore di via Solferino 28 c’è una sua foto. Concedetemi un moto d’orgoglio ogni volta che ci passo accanto.
(Corriere della sera, 19 settembre 2021)
di Leonardo Caffo*
Si dice spesso che esistono vari tipi di maternità, raramente che questo è vero anche per le paternità. L’evento a cui ho partecipato al Tempo delle Donne, credo abbia fatto emergere anche questo: la differenza tra padri separati e non separati, celebri e non celebri, presenti e non presenti, pentiti e non pentiti, fragili e meno fragili. C’è un’importante questione culturale in gioco: cosa significa essere padri oggi in Europa, trovando orrido chi ancora usa termini assurdi tipo «il mammo». In Europa, perché è uno dei pochissimi luoghi dove il femminismo e la cultura anti-patriarcale hanno fatto breccia, e oggi perché è anche il primo momento della storia dove gli intellettuali che parlano dell’inferiorità delle donne nelle loro teorie sono una rarità da epurare e non un lungo elenco di padri della storia da glorificare come Aristotele, Wilde, Nietzsche, ecc.
È in questa cornice che un dialogo sulla paternità è reso possibile senza sarcasmo, senza accuse di assenza di virilità, ma anzi come questione urgente: della paternità si deve discutere sempre di più, e il tema del femminismo oggi non è mostrare l’emancipazione delle donne e la loro indipendenza economica (che spererei di dare per scontata) – o concentrarsi sul passato con altre forme detestabili di linguaggio come «la cancel-culture»– ma osservare la paternalizzazione e la dimensione della cura di coloro che per millenni hanno invece beneficiato dei meschini vantaggi del patriarcato, orientare dunque l’etica al futuro. Essere padre è un’esperienza estetica straordinaria e faticosa che per troppo tempo ci siamo persi, delegando con trazione biologica (perché questa dimensione esiste anche se va combattuta!) ogni atmosfera genitoriale reale alla madre e credendo che il ruolo del padre fosse diverso… ma diverso da cosa? Rispetto a quali stereotipi ci stavamo muovendo? Crescere i figli, invece che delegare e basta, è faticoso, ma questa fatica se vissuta intensamente è il miglior viatico rivoluzionario del cambiamento di postura morale nei confronti del mondo: si sconfiggono così tante cose, alla luce del ridimensionamento della genitorialità, che lo spazio malinconico delle donne in casa mentre gli uomini fanno la guerra scompare. Se bisogna tutti occuparsi dei figli facendo centinaia di notti in bianco, a fare la guerra, posso assicurarlo… non ci va più nessuno.
*filosofo e scrittore
(Corriere della Sera, 19 settembre 2021)
di Marina Terragni
La Corte d’appello inglese ha parzialmente ribaltato la sentenza che aveva dato ragione alla giovane detransitioner Keira Bell (qui la sua storia) contro la Tavistock Clinic che quando aveva 16 anni l’aveva frettolosamente avviata alla terapia con bloccanti della pubertà.
Con una sentenza pilatesca e meramente formalistica, la Corte ha rilanciato la palla ai medici: tocca a loro, e non ai Tribunali, stabilire se un/una minore può accedere a questa “terapia” con bloccanti ormonali. Devono essere i medici e non i giudici a prendersi la responsabilità di decidere se il minore possieda o meno la cosiddetta Gillick Competence, ovvero la maturità necessaria a valutare le conseguenze di trattamenti ormonali, che sono irreversibili.
I transattivisti hanno accolto con soddisfazione la sentenza, ma il tempo delle transizioni facili per i minori è comunque finito. Come si sta vedendo in tutto il mondo (leggere qui) a fronte del crescente numero di ex bambine/i gender non conforming che una volta adulte/i si pentono dei cambiamenti irreversibili causati dai puberty blocker, soprattutto a fronte del rischio di cause per danni – follow the money – sempre più frequentemente medici e cliniche stanno adottando un principio di cautela. Quindi sarà sempre più difficile che un/una minore sotto i sedici anni venga avviata/o sperimentalmente alla transizione secondo il principio “affirmation only” – in sostanza, ‘i blocker non si negano a nessuna/o’ –. In sintesi, la platea di bambine/i trattate/i con bloccanti è destinata in ogni caso a ridursi.
L’epoca in cui si agiva in modo deresponsabilizzato per seguire un’ideologia e non la corretta prassi medica, si è conclusa. Keira Bell, che ha chiesto di potersi rivolgere alla Corte Suprema, ha commentato: «Il mio caso ha aperto un dibattito globale, anche se resta molto da fare. È una fantasia profondamente preoccupante che un medico possa credere che un bambino di dieci anni possa acconsentire alla perdita della propria fertilità».
(Feminist Post, 18 settembre 2021, col titolo: Ormoni ai bambini: i giudici UK se ne lavano le mani. La sentenza della Corte d’appello sul caso Keira Bell)
di Laura Fortini
Seppur lentamente l’università italiana sta registrando nelle varie forme della propria rappresentazione la scrittura della differenza: ovvero quanto meno la flessione femminile/maschile delle soggettività che intende rappresentare. Sulla spinta di un moto di nominazione che parte dal sociale e investe la sfera culturale sotto vari aspetti – non ultimo quello istituzionale, pensiamo alle varie forme di nominazione il/la presidente/presidentessa Senato/Camera, ecc. – l’università registra e fa propria una istanza che proviene dal movimento delle donne nelle sue varie fasi, dai collettivi femministi studenteschi, e che ha al centro la fonte sorgiva delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana per la scuola e l’editoria scolastica (1986) di Alma Sabatini, confluite poi nel volume Il sessismo nella lingua italiana del 1987, che vede la collaborazione di Marcella Mariani e la partecipazione alla ricerca di Edda Billi e Alda Santangelo, pubblicazioni entrambe promosse dalla Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna della Presidenza del consiglio dei ministri.
Vi è da notare che l’opera di Alma Sabatini è riconosciuta pressoché unanimemente come pionieristica, antesignana e anticipatrice di quanto poi messo a fuoco nel lungo periodo grazie al successivo lavoro effettuato da ricercatrici e docenti con varie specifiche competenze disciplinari in settori come la linguistica italiana, la critica letteraria, il diritto, la sociologia nelle sue varie flessioni, la comunicazione culturale, la filosofia politica, gli studi di genere. Molte università hanno quindi in questi ultimi anni varato regolamenti e indicazioni di comportamento linguistico, anche sulla scorta delle linee guida sulla neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo varate nel 2018 (ma già date in indirizzo nel 2008), in cui si intende il «neutro» come politicamente non sessista a partire anche dal multilinguismo del contesto europeo, e quindi in termini diversi da quelli della esplicitazione della differenza sessuale, così come dalle indicazioni di Alma Sabatini, comunque e sempre richiamata. Altrettanto e forse anche più importanti per quanto riguarda scuola e università le linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur varate nel 2018, risultato di un gruppo di lavoro coordinato da Cecilia Robustelli e non abbastanza conosciute forse a causa della loro destinazione amministrativa, mentre sarebbero utili anche nella riflessione scolastica sul linguaggio in uso nei manuali scolastici dalle elementari fino all’università.
E nel 2017 l’Accademia della Crusca ha intitolato un suo volume dedicato ai femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero. Quasi una rivoluzione, segno evidente del cambiamento profondo in corso a partire proprio dai «due celebri libretti di Alma Sabatini» – così nelle parole di Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca; e il volume registra cambiamenti in corso dovuti all’uso di termini declinati sulla differenza femminile già in campo istituzionale. L’università sta quindi recependo un movimento che non parte da sé, va detto, ma che ha origine soprattutto da istanze politico-amministrative: il Comitato Unico di Garanzia dell’Università di Torino nel 2015 ha varato le linee guida per un approccio di genere al linguaggio amministrativo, poi fatte proprie dall’intero ateneo nel 2016; l’Università di Padova nel piano delle azioni positive 2015-2017 ha individuato in generi e linguaggi uno dei propri obiettivi, stilando le proprie linee guida; e così altre università come quelle di Trento, Verona, della Basilicata, Ferrara e molte altre. Tra tutte a titolo esemplare la Sapienza di Roma sul proprio sito presenta un manuale per testi chiari, corretti ed efficaci a cura di Valeria Della Valle e Luca Serianni, che reca il marchio gender equality delle Nazioni Unite, in quanto il secondo capitolo affronta il tema dell’uso del maschile e femminile nel linguaggio, in particolar modo quello formale dell’università.
Il manuale della Sapienza, molto favorevole alla introduzione del femminile per professioni e ruoli come avvocata, sindaca, ministra, rettrice, direttrice, indica anche i modi con cui evitare il plurale astrattamente inclusivo che non fa emergere la presenza di studentesse e studenti: ad esempio «gli studenti» può essere sostituito da «la comunità studentesca» e così via. Curiosamente però, nonostante la questione sia affrontata nel manuale della Sapienza con equilibrio e in modo assai favorevole alla declinazione della differenza, quando si ricostruisce il dibattito che ha avuto luogo fin dagli anni Ottanta del Novecento il riferimento è ai «linguisti che si sono espressi prevalentemente a favore dell’uso del sostantivo femminile, in particolare per indicare le cariche o le professioni esercitate dalle donne»: adoperando così quel maschile inclusivo astrattamente neutro che si invita a non usare per studenti e altre categorie.
Quando si fa riferimento alla comunità di studio, nonostante essa sia composta in particolar modo nel caso delle raccomandazioni per un uso non sessista della lingua soprattutto da studiose, fanno capolino, ancora una volta, i «linguisti»; sarebbe bastato «delle/dei linguiste/i», ma certo la cosa rischia di divenire farraginosa, soprattutto nel contesto di un manuale rivolto alla semplificazione e chiarezza comunicativa.
Altrettanto interessante e densa di nominazioni tutte in corso di definizione la questione delle soggettività in divenire o altrimenti in transito, per le quali alcune università stanno predisponendo le cosiddette «carriere alias» per le proprie/i iscritte/i [nelle note al testo integrale comparso nell’ebook tutti i numerosi riferimenti sul tema, Ndr]: ovvero la possibilità di avere su richiesta un libretto alias diverso per rappresentazione nominale da quello anagrafico e rispondente a un percorso in divenire delle soggettività di studenti, che però sovente devono presentare un certificato medico e/o psicologico attestante la situazione per la quale non basta l’autocertificazione come per qualsiasi altra attestazione di soggetto maggiorenne, il che comporta una violenza epistemica di non sottovalutabile entità. Alcune università parlano apertamente di «disforia di genere» e richiedono addirittura certificati rilasciati dai centri di igiene mentale.
Inoltre, l’oscillazione tra studentesse e studenti, femminile e maschile, sembra contemplare solo un alias che sospende la nominazione, lasciando poi alla singola e al singolo la propria nominazione e quindi in sostanza anche la propria autorappresentazione, tranne poi altrettanto sovente presentare un modulo di certificazione tutto declinato all’astratto maschile de «il richiedente», «lo studente», ecc. In alcuni casi si arriva anche all’uso del neutro «persona» (ben diverso dal «personale è politico» di memoria femminista), circonlocuzione astratta che permette di non nominare la possibile declinazione sessuata, sospendendola in attesa di esiti giuridici e anagrafici di definitivi cambi di sesso.
Vi è poi da notare come la questione sembri non porsi per il personale tecnico amministrativo e per la docenza, poiché il numero di atenei che si è posto la questione è davvero ridottissimo. Fa eccezione l’Università di Pisa, il cui regolamento è stato varato il 29 gennaio 2020, che oltre a richiedere solo la sottoscrizione di un accordo di riservatezza senza alcuna documentazione, lo estende a «tutte/i le/i componenti della comunità universitaria, docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo, dirigenti, componenti esterne/i degli organi collegiali e a quanti/e a vario titolo operano, anche occasionalmente e temporaneamente, nelle strutture dell’Ateneo».
Ma si tratta, appunto, di un regolamento assai recente che registra e fa proprie le tante criticità di un percorso non semplice da articolare nelle modalità di rappresentazione di differenze la cui stessa declinazione risulta in transito, come ben sa chi abbia anche solo provato ad addentrarsi nel complesso dibattito sul «-@», sull’asterisco «-*», sul fonema schwa, sulla «-u» declinativa, per significare la sigla lgbtq+, che nella versione statunitense è arrivata ormai a comprendere 28 caratteri (ne scrive Marina Vitale nel numero 147 di Leggendaria in un intervento dedicato a “Nuovi soggetti, nuove grammatiche”, pp. 56-57). Si tratta di una selva assai erta, come mostrato di recente da dibattiti anche piuttosto accesi sui social, che si colloca sotto il segno della lingua dell’inclusività ed è interessante notare come l’opera di Alma Sabatini sia richiamata a sostegno di flessioni neppure nominate nelle sue raccomandazioni.
La rete femminista di Non una di meno sottolinea nel noto Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne del 2017 a proposito del linguaggio inclusivo come tutti questi segni grafici siano segnali dell’irriducibilità e molteplicità delle differenze e abbiano quindi una valenza politica: il fastidio acustico che produce il fonema «/u/» svela la non neutralità del maschile ed è strumento di messa in evidenza della normatività della lingua e quindi della struttura eteronormativa e patriarcale della società. Qualcosa che l’università italiana è ben lontana da acquisire nei suoi tratti problematici, ma che, comunque, la interroga.
SCHEDA. Un ebook dedicato alla linguista Alma Sabatini
Da oggi disponibile in ebook «Dove batte la lingua oggi?» (Iacobelli editore, pp. 65, euro 5.99), il primo dei «Quaderni» che il «Centro di Documentazione Internazionale “Alma Sabatini”» dedica alla linguista. Con un esergo di Edda Billi, l’introduzione è di Maria Rosa Cutrufelli (presidente del Centro); «Alma Sabatini: un ritratto femminista», di Alessandra Pigliaru; «Alma Sabatini: domande radicali sul mondo», di Bianca Maria Pomeranzi; «Scrittore non è neutro. Piccolo saggio sulle donne, i significati e la scrittura», di Giulia Caminito; «Scrivere all’università: la sfida della differenza», di Laura Fortini; «Che genere di parole. Inchiesta sulla lingua in forma di rubrica», a cura di Sara De Simone; con interventi di: Maria Attanasio e Laura Pugno. Il 6 ottobre verrà presentato a Roma nell’ambito di «Feminism» alla Casa delle Donne.
(il manifesto, 18 settembre 2021)
di Tiziana Plebani
Una donna uccisa quasi ogni giorno. Ma spostiamo la visuale e guardiamo dall’altra parte: quasi ogni giorno un uomo uccide una donna. Viene da pensare che sia divenuto un gesto imitativo, un modello da seguire, orrendamente, assurdamente, forse inconsapevolmente, ma che, tuttavia, si è imposto nell’immaginario, nel ventaglio di comportamenti e reazioni.
Nel momento della fragilità, della crisi, della necessità di riprogrammarsi, bisogna fare la fatica di trovare una soluzione, una via di uscita. Questa scelta costa. C’è bisogno di silenzio, pena, sofferenza. Cosa fare? Quello che hanno fatto tanti, che ogni giorno viene ripetuto dai media, che è visto di continuo in televisione. È un gesto che si insinua nella testa, e nel momento del bisogno emerge automatico, l’hanno fatto altri. È come se ci fosse una strada maestra di risposta che azzera l’infinità di opzioni a disposizione dell’umano per risolvere un dramma personale.
Ricordo che anni fa, durante la crisi economica del 2008, assistemmo a un’altra di queste associazioni a catena, tragicamente automatiche: più di 1600 imprenditori si tolsero la vita. Cominciò uno di loro a suicidarsi e in poco tempo anche questo gesto venne ripetuto di continuo: una risposta cieca che pure in questo caso si era imposta come l’unica percorribile.
Certo, quegli uomini che ammazzano le donne hanno alle spalle una pratica violenta, tengono armi in casa, hanno coltivato una confidenza con il linguaggio dell’offesa che non si inventa da un giorno all’altro. Sono tutte morti annunciate, come sappiamo.
Che fare dunque? Suggerisco due piani di azione, uno nell’ambito comunicativo, l’altro che riguarda le strategie di prevenzione.
I media ripropongono la sequela di omicidi e purtroppo imprimono e sedimentano questa risposta. Non si tratta ovviamente di tacere questi crimini bensì di accompagnare la notizia con commenti e interpretazioni che innanzitutto smentiscano l’idea che si tratti di raptus, di accecamento istintuale, di rabbia (rimando a questo articolo) [pubblicato nel sito Ytali, Ndr].
Quasi tutti questi delitti avvengono dopo episodi di minacce e di brutalità. E soprattutto, come ci insegna la storia delle emozioni, esistono stili di comportamento che emergono rispetto ad altri in alcuni momenti storici, e che in questo caso ci parlano di un deserto e non di un eccesso emozionale, di un analfabetismo dei sentimenti (da cui la nostra società attuale è afflitta), e di un appiattimento delle risorse individuali e collettive ai drammi e alle fatiche della vita.
Televisioni, social media, carta stampata dovrebbero insistere piuttosto sul ventaglio di risposte al disagio, proponendo storie finite in altro modo (che poi sono la stragrande maggioranza). Si deve comunicare la possibilità di uscire da quella che appare in maniera distorta come una strada maestra ma che è invece un vicolo cieco e orrendo.
Opporre alla povertà di un gesto la visione di un paesaggio molteplice e vasto, di scelte multiple, di percorsi attraversati da mille sentieri. Non c’è mai un’unica scelta.
L’altro piano riguarda l’azione preventiva. Si tratta a parer mio di riprendere le modalità con cui si è affrontata la protezione dei testimoni di mafia, ma mutando direzione. Invece che far subire alla donna minacciata e che ha denunciato lo stalking o peggio, l’allontanamento dalla sua casa, dal suo ambiente, dal lavoro e dalle sue reti personali, si vada a trasferire l’uomo violento in un’altra città e almeno in un’altra regione, possibilmente molto distante. E che abbia l’obbligo di firma, come i mafiosi, in modo che si possano controllare i suoi spostamenti.
Perché ciò che non dobbiamo permettere è che le conseguenze di un comportamento violento maschile vengano pagate in qualità di libertà personale femminile. Affinché queste donne non siano viste solo come vittime ma come soggetti autonomi che perseguono le loro scelte di vita.
L’autrice è storica e scrittrice
(il manifesto, 17 settembre 2021)
di Luciana Castellina
Mai come a questa ultima Mostra di Venezia le donne erano state così protagoniste di un evento cinematografico. Non solo in quanto autrici ma per lo spazio inedito che è stato dato alla loro specifica problematica, che peraltro acquista un interesse particolare perché finalmente sono le donne stesse a parlarne, non – come è quasi sempre accaduto – gli uomini. L’aborto è addirittura diventato Leone d’oro!
Questo premio a L’événement mi ha colpito particolarmente perché ricordo bene quel tempo in cui in Francia si cominciò a porre il problema della sua legalizzazione perché fu il Pdup che organizzò, in una affollatissima aula della Sapienza, un incontro con Gisèle Halimi, la ben nota avvocata paladina della causa palestinese che aveva creato il movimento Choisir che sfidò le autorità francesi in un celebre processo in cui la parte “colpevole” – la donna che aveva praticato l’illegale aborto – divenne pubblica accusa. Fu, in effetti, la prima volta che il tema in Italia superò i confini di una battaglia che era stata solo delle appena nate femministe per diventare anche qui una grande battaglia politica nazionale.
E poi lo stupro: i film che lo raccontano sono tantissimi. Se ne contano 25, ma colpisce vedere quanto tardi il problema sia stato affrontato: sono tutti molto recenti, non prima degli anni ’80. Ed è naturale visto che prima di allora in Italia la violenza sessuale non era neppure un reato contro la persona, solo un’offesa alla morale, tant’è vero che era facilissimo liberarsi da ogni senso di colpa: chi si doveva difendere era infatti la donna, accusata di esser stata lei a suscitare la naturale reazione del maschio indotto ad abusare di lei per via di qualche suo comportamento non rispettabile. Bastava all’uomo generosamente promettere alla sua vittima un matrimonio riparatore, magari preceduto dalla “fuitina”, che legittimasse a posteriori la sua perdita della verginità, a mettere tutto a posto, non importa se lei consenziente o meno.
In ognuna delle storie raccontate l’imputata, anche dopo che la nuova legge aveva finalmente stabilito che si trattava di un reato contro la persona, restò, nei fatti, e a lungo, la vittima, per via di un incredibile stravolgimento del nuovo dettato del Codice. Tanto forte e diffusa era infatti ancora la convinzione che se una ragazza veniva stuprata doveva aver colpevolmente provocato il violentatore, che i processi vennero a lungo condotti tutti secondo l’ipotesi che l’obiettivo fosse trovare qualche prova che la vittima aveva compiuto un atto tale da giustificare – e dunque assolvere – la “naturale reazione maschile”. Famoso è rimasto il coraggioso film della regista Leonarda Dardi*, la prima che osò denunciare questo capovolgimento della realtà compiuto dai magistrati dell’epoca, portando in scena un film girato in Tribunale, a documentazione di uno di questi processi (poi addirittura ripreso dalla Rai).
Bisogna tuttavia stare sempre all’erta. Oggi lo stupro è riconosciuto come tale e condannato con clamore grazie a uno straordinario movimento di donne, forte e combattivo in tutto il mondo. E però di queste violenze sessuali si dà in genere una immagine sempre molto violenta e comunque fondata sull’uso di un potere maschile, regista o padrone o in grado di avere il destino sociale della donna nelle proprie mani. Così è infatti in molti casi; e però questa narrazione finisce per oscurare qualcosa che è molto più diffuso e subìto: l’abuso del corpo della donna che pur non consenziente finisce per non opporsi quasi perché quella prepotenza non sembra neppure a lei aggressione ma solo espressione di una consuetudine. Innanzitutto perché viene da un coetaneo, non da un bruto sconosciuto o potente, solo un ragazzo come un altro, che incontra in un luogo consueto, che resta inconsapevole di quanto ha fatto. Perché in realtà la battaglia contro la arroganza del maschio, il suo disprezzo del corpo femminile, come comportamento “normale”, non l’abbiamo colta, tanto introiettata anche in noi è la sottomissione.
Ne parlo perché a Venezia ho visto l’ultimo film di Wilma Labate – La ragazza ha volato – che questo dato della normalità del male lo coglie a pieno e lo descrive con grande convincente delicatezza. La ragazza subisce la violenza e il ragazzo la vive come normalità. Alla fine – nel film – come se niente fosse le dice: «Ci andiamo a fare un panino?», una frase che più non potrebbe dar conto della sua indifferenza, della sua totale assenza di consapevolezza.
“Normale” è anche tutto il resto: i genitori pronti, quando la ragazza resta incinta, ad accompagnarla a praticare un aborto, perché sono una famiglia normale, normalmente moderna; che abitano in una casa normale in una città ordinata come Trieste, non in un quartiere dominato dalla droga. Tutte cose che invece Nadia, che decide di voler tenere il bambino, non vive con tranquillità, perché non ha con chi parlarne, ognuno chiuso in sé stesso, madre, padre, sorella, coetaneo e anche la lontanissima scuola che non riesce – non ci prova neppure – a colmare il vuoto di un silenzio individuale e sociale crescente. Se insiste a tenere il bambino è forse perché lo sente come il primo passo verso un’identità umana e sociale consapevole e riconoscibile.
Mi domando se su questo film non dobbiamo tutte riflettere per imparare a difenderci non solo dalla brutalità esplicita ma da quella tutt’ora nascosta nella normalità che non siamo ancora riuscite a cambiare. Dell’orrore della “normalità del male” siamo stati ben informati, ma è più difficile riconoscerlo. E dunque combatterlo. Il film di Wilma Labate, sarà proiettato a Roma nell’ambito di Alice nella città che riprende una selezione dei film di Venezia.
(il manifesto, 15 settembre 2021)
(*) Si tratta del film «Processo per stupro», che fu realizzato da Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini e fu girato espressamente per la Rai. (La redazione)
di Anna Toscano
Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, «due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio», io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.
Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un lungo tratto un solo binario, a un certo punto due binari, null’altro, nessuna rotaia a intersecarne altre.
Poi, all’improvviso, per Piera Oppezzo uno snodo.
Nasce nel 1934 a Torino per poi trasferirsi, nei ’60, a Milano; donna dalle origini umili abbraccia all’arrivo nel capoluogo lombardo l’impegno politico e la militanza femminista. Vive di vari e disparati impieghi, praticando sempre la scrittura come forma di resistenza e di vita, una scrittura secca, nitida, poesie che vengono pubblicate in un paio di riviste. Notata in Einaudi a metà degli anni ’60, approda nella Collana Bianca con un volumetto dal titolo L’uomo qui presente. Una raccolta di versi tesi a dire qualcosa, a narrare dei fatti legati a dei ragionamenti, a raccogliere delle constatazioni, idee, versi che paiono non perdersi o disperdersi in una osservazione racchiusa in sé stessa, ma tesi in una costante opera documentaria del pensiero quotidiano.
L’abbozzo biografico
Al punto qualsiasi
in cui si scatenano le scelte obbligatorie
(sempre con sottofondo di non-senso)
e poi in seguito, raggruppate le possibilità,
ci si prepara involontariamente un abbozzo biografico
che espone per intero l’esperienza e il presente
già in pieno disagio con tutto il futuro.
La questione biografica, nell’ottica di cosa debba riempirsi, o svuotarsi, una vita, attraversa tutta l’opera di Piera, mettendo in luce il divario doloroso tra il non-senso de “le scelte obbligate” e il proprio desiderio di esistere in altra forma, con un altro quotidiano, esponendosi così a un inevitabile “disagio con tutto il futuro”. Di questa riflessione è intriso il romanzo breve pubblicato per La tartaruga nel 1978 con il titolo Minuto per minuto. Sotto la lente delle osservazioni di Oppezzo c’è la situazione oppressiva di una donna che lavora in un contesto di scelta obbligata. Il titolo allude, per nulla velatamente, alla vita che minuto per minuto il lavoro porta via alla protagonista: la scansione del tempo è data in ufficio dal rumore dei tasti della macchina da scrivere, dalle sigarette, dalle continue occhiate all’orologio per capire quanto manchi ancora alla libertà.
Il tempo libero, così agognato e scontornato, è scandito da amici, caffè, sigarette, case in coabitazione. Riporta alla memoria Quaderno proibito di Alba de Céspedes, del ’52, laddove il lavoro in ufficio per la donna era una scelta e una fuga da casa, un tempo altro di vita. Anche in de Céspedes, ventisei anni prima, la scrittura era una funzione di salvezza nel quotidiano.
In prosa, come in poesia, Oppezzo scandaglia il quotidiano, la luce del sole che passa sulle pareti a indicare da una parte il tempo che le è strappato e dall’altra il tempo che le è dovuto. È una donna, la protagonista, che siede e guarda al suo microcosmo con una potenza tale da far sentire tutte le donne dentro lo stesso stato di ribellione e da farsi sentire da tutte. L’ansia che ne traspare, il moto di rifiuto per le imposizioni, lo sguardo che vaga inquieto in una realtà che non permette di starci bene dentro, la tranquillità che sfuma come spicchi di sole sul muro:
«Tentò di aderire a questa sensazione. Di aderire totalmente. Era pretendere troppo. Sentirsi calmi, concreti, solidi. Bisognerebbe perdere di colpo la memoria. E poi non basterebbe. Non si tratta solo del passato. Si tratta del presente. Di tutto quello che ci ruota attorno. La girandola dell’orrore.»
Dalla raccolta einaudiana scrive ancora in versi oltre che in prosa, la raccolta poetica scritta negli stessi anni di L’uomo qui presente viene pubblicata nel 1976 dalla casa editrice fondata da Adriano Spatola, Geiger: Sì a una reale interruzione. Nello stesso anno è presente nell’antologia Donne in poesia a cura di Biancamaria Frabotta. Da qui il silenzio inizia a calare su di lei, l’ondata di entusiasmo di lotta e di appartenenza al femminismo nella scrittrice inizia a scemare e si avvia la grande ritirata nel proprio microcosmo. Oltre a una apparizione in antologia – quella a cura di Maria Pia Quintavalla, nel 1988, Donne in poesia – nel 1989 esce il romanzo Racconta, per La Tartaruga, e nel 2003, per Manni, la raccolta poetica Andare qui.
La figura della Oppezzo svanisce dalle vicende editoriali, così come si era allontanata da quelle politiche dagli anni ’70, sparisce come persona, rintanata, rinchiusa in sé stessa, muore in una clinica nel 2009. Il silenzio su di lei diventa massiccio, sembra non essere mai esistita, e il suo modo di vivere l’ha agevolata in questo, prevalentemente in disparte, tra sé, nessun contatto editoriale recuperato o proseguito. Alla sua morte rimangono due scatoloni, null’altro di questa vita. Null’altro è molto, perché sono due scatoloni di libri, le riviste che l’avevano pubblicata, di scritti, di poesie, di ricordi. Tuttavia, chi l’ha conosciuta, incontrata, letta, chi le è stato o stata amico o amica continua a parlare di lei; qualcosa, molto, dei suoi pochi libri pubblicati, e per lo più introvabili, continua a parlare di lei, della sua scrittura. Ed ecco le voci si alzano, i binari aumentano e si intersecano, si snodano, si affiancano e nel 2016, per Interlinea e a cura di Luciano Martinengo, esce Una lucida disperazione, 196 pagine di poesie edite e inedite: degli anni torinesi, dal ’50 al ’65, dalla raccolta einaudiana; da Sì a una reale interruzione, dal ventennio 1970-1990 Le grandi speranze, dalla raccolta edita da Manni e successive, fino alle ultime, scritte dal 1999 al 2009 con il titolo La poesia, un’estetica di vita.
Questo volumetto porta testimonianza della produzione poetica, appunto, dagli anni ’50 al 2009, una produzione non tanto vasta quanto implacabile, continua, diffusa in tutto l’arco della vita. Ed era così, Oppezzo aveva fatto della scrittura una piena occupazione della propria esistenza, una imposizione quotidiana, una panacea e una condanna: «Nella vita, o si vive o si scrive» ebbe a dire. E questo manifesto lo portò a termine fino all’ultimo giorno. In una intervista, nel 1989, disse: «a suo tempo decisi che l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere».
Non si può dire che meramente non visse, ma visse scrivendo, chiudendo man mano il mondo fuori dalla sua stanza, come tante prima di lei avevano fatto, rendendosi non disponibile a molti contatti, chiudendo fuori gli altri dalla casa occupata dove viveva a Milano negli anni ’90 e in quella protetta negli ultimi due anni.
I suoi testi dei primi decenni, soprattutto quelli torinesi, hanno uno sguardo e una penna rivolti ancora al fuori, il fuori casa e oltre sé stessa. La strada, la luna, i gerani, il futuro, il tramonto, le lavandaie, compaiono già nei titoli intercalati al presentimento, all’isolamento, all’affanno. Sono poesie in bilico tra la voglia di vivere anche al di fuori della penna, nel mondo, e il desiderio, l’aspirazione a mollare.
Affannosamente
Affannosamente
Arruffiamo il presente
E prima dell’azione
Del movimento, delle parole
Il tempo ci manca già.
Passato.
Senza alcuna durata
Allora intuiamo
Che durare sarebbe convincente
Come inquietarsi
Come illuminare la nostra mente
Di una luce
Che spezza i pensieri
Li ricompone, li offre.
Nelle raccolte degli anni successivi trovano sempre più spazio in mezzo alle riflessioni l’ansia e l’angoscia, il timore sul disequilibrio, il non essere idonei e non essere chiari. È dagli anni ’70 che Oppezzo inizierà a parlare della sua paura, a spiegarcela e spiegarsela con i versi, come in Necessità della paura e La grande paura:
La grande paura
La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.
Nel 2019 esce nelle sale un documentario a lei dedicato prodotto da Luciano Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta: si tratta di cinquantadue minuti in cui le persone che l’hanno conosciuta, incontrata, amata, vista, con cui lei ha lavorato, la raccontano. Laura Lepetit ricorda la sua figura elegante e sobria; Maria Pia Quintavalla sottolinea l’importanza della partecipazione alla stagione del femminismo a Milano di Piera; Giancarlo Majorino ne legge delle poesie fermandosi di verso in verso a rimarcarne l’autenticità e l’impossibilità di accostarla a nessun altro; Bruno Gambarotta a elogiarne la bellezza e la distanza; Romano Madera ricorda la sua presenza al Gramsci ad ascoltare; Michelangelo Coviello sottolinea come ogni testo di Piera finisce senza finire, come per dire che la scrittura continua inarrestabile; Giulia Niccolai a ricordare il loro primo incontro per stampare il libro edito da Spatola. Ma sono solo alcune delle testimonianze. Una ricostruzione del mondo della Oppezzo, che spesso si ferma al mondo esterno, le case, le cose, le azioni, le parole, e si ferma all’inespugnabilità di una poetessa che aveva fatto di sé il suo mondo, del silenzio il suo osservare.
In questo mese è uscito Esercizi d’addio che raccoglie testi inediti scritti tra il 1952 e il 1965, per Interno Poesia, nella collana Interno Novecento, a cura ancora una volta di Luciano Martinengo. Sono testi sconosciuti scritti negli anni torinesi, che vanno a inserirsi nel grande quadro della scrittura della poetessa; un volume importante anche per la prefazione di Giovanna Rosadini e la postfazione di Gaia Carnevale, nonché per la bio-bibliografia di Oppezzo in coda al libro. Il libro racchiude circa una ottantina di poesie che nel loro dipanarsi srotolano la lessicografia e tematica oppezziana: sono liriche che seguono l’andamento delle stagioni, e dei mesi e del tempo meteorologico inframmezzate, tra una e l’altra, come tra un verso e l’altro, dalle cose osservate, gli oggetti del quotidiano che divengono correlativo oggettivo di una narrazione.
L’assenza di compiacimento e di autocompiacimento, il disinteresse per il lettore, il rifiuto ad assecondarlo o ad andargli incontro con un versificare semplice, il rifiuto del sentimentalismo, l’attenzione alla fetta di realtà da far entrare nella sua scrittura, con tutto il lessico e la sintassi che eleggeva per dire le cose, la tendenza a raccontare per concetti il quotidiano, in un continuo togliere al verso, quasi a scarnificarlo, sono operazioni che Oppezzo affila e lima negli anni, fino quasi a non far entrare più la luce, elemento del tempo, ma a lasciare gli oggetti a parlare avvolti dal fumo di una sigaretta, come «[…] Il quadro stanco della parete […]». In questa raccolta, più che in tutte le altre, si avverte un parallelismo, per poi divenire però coincidenza, con il romanzo Minuto per minuto: l’insofferenza per la vita occupata dal lavoro, l’insofferenza per un lavoro soffocante spicca tra i versi e nel romanzo. Ricorda molto alcuni versi della poeta operaia Nella Nobili, costretta alla fabbrica e alle sue luci, esausta di farsi saccheggiare la vita. Oppezzo scrive in La giornata lavorativa del ’64:
Lo scomodo andamento del tempo
avallato sulle panchine andandoci a consegnare
uno strato di mezz’ora, fra l’una e le due,
seduti al contrario con la fronte appoggiata allo schienale
il mattino del tutto stroncato,
una combustione nello stomaco
segnala l’insediamento del pomeriggio
ecc., ecc., ecc., ecc., la sera.
Oggi, Milo De Angelis mi parla di lei come di una «creatura lunare e segreta che mi aveva subito colpito negli anni sessanta con L’uomo qui presente, dove scoprivo un verso pensoso e meditato, lontano da ogni intimismo e da ogni confidenza. Nel periodo del liceo decisi di conoscerla di persona e le telefonai. Mi colpì anche il fatto che, pur essendosi già trasferita a Milano, volle vedermi a Torino, nella leggendaria via Po, tra le ombre di Nietzsche e Pavese, a riprova di un legame profondo con la sua città e con il suo carattere introverso e misterioso ma nello stesso tempo lucido e disincantato. Piera Oppezzo parlò pochissimo ma con un suo ruvido affetto, raccomandandomi – ero solo un ragazzo – di leggere unicamente poeti “seri” e di frequentare unicamente persone “serie”. La parola “serietà” sembrava ossessionarla e questo mi parve un buon segno. Poi ci siamo rivisti a Milano a casa di Giancarlo Majorino e ancora dopo in qualche riunione della rivista “Niebo”, da cui Piera Oppezzo si sentiva sicuramente lontana per tante ragioni di poetica e per il suo impegno militante di quegli anni. Ma forse “militante” non è la parola giusta per lei, così amara e silenziosa anche nella passione politica, con una frattura spirituale e un dolore antico che davano verità alle sue parole».
Con questo ultimo volume Oppezzo non sta più in rotaie parallele alla letteratura letta e amata, ma va a intersecarsi con infiniti altri binari, autrici, lettori, lettrici, critici, che ne snoderanno l’opera: gran parte della sua opera in versi ha rivisto la luce in questi ultimi cinque anni, un’opera che va dagli anni ’50 alla morte: 60 anni di scrittura. Una scrittura vissuta come doverosa, esiliante, inevitabile, come ebbe a dichiarare in una intervista a Paola Redaelli:
«[…] compio l’atto di scrivere che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco – tolgo all’indistinto – scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali… Scrivo per decisione di scrivere… È darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì».
Doppiozero.it, 4 aprile 2021