di Marirì Martinengo


Papirus. L’infinito in un giunco è il titolo del libro di Irene Vallejo, filologa dell’Università di Saragozza, tradotto in italiano da Monica Badana, per Bompiani (pagine 561 euro 24).


Una storia, mai narrata prima, del desiderio umano, sorto e sviluppatosi lentamente nei millenni, di trovare il modo di dire e trasmettere l’esperienza vissuta, attraverso la parola, l’oralità, e poi di fissarla tramite la scrittura, infine la sua conservazione in appositi luoghi, le biblioteche e più tardi le librerie, in Europa, Medioriente. India, Cina.

Una storia che avrei voluto conoscere negli anni del liceo e dell’università, al posto degli elenchi, aridi e tediosi, di battaglie, sconfitte, vittorie, nomi di generali, re e imperatori…

Un libro sulla memoria, su questa pulsione umana che esprime il superamento della morte, dell’oblio, inteso anticamente come omaggio alle Muse, figlie della Memoria.

Il non omnis moriar, che ha fatto nascere, fra gli altri intenti, la nostra Libreria e ha spinto me e molte altre, a scrivere.

L’autrice, filologa ricercatrice dell’Università di Saragozza, tesse il suo racconto in bilico fra ricostruzione scrupolosa delle origini dell’oralità, della scrittura e l’avventuroso e il romanzesco; indugia nella narrazione anche a riportare aneddoti attribuiti a personaggi famosi e a ricordi autobiografici: da questo sapiente, variegato amalgama il lungo racconto risulta vivace e avvincente.

Nel libro si narra come in origine quanto si riteneva memorabile fosse trasmesso a voce, da cantori, gli aedi, e che solo più tardi trovò posto nella scrittura.

Il papiro, un giunco che cresce sulle rive del Nilo rese agevole la scrittura, affidata in precedenza a tavolette di pietra o di terracotta; i caratteri erano impressi con uno stilo, munito di spatola, per le correzioni; il papiro rese possibile la stesura di lunghi testi, la loro conservazione in rotoli e infine la sistemazione in ripiani di legno. In Egitto fiorì una vera e propria industria per la coltivazione, la raccolta, l’esportazione del papiro, in tutto il mondo allora conosciuto. La pianta del papiro, sapientemente conciata dagli Egizi, garantì la secolare durata della biblioteca di Alessandria, delle sue emule, distribuite in Occidente e in Oriente e, soprattutto, servì da modello alle biblioteche future fino ai nostri giorni.

Il libro comunque per tutta l’antichità, sia in tavolette o in papiro o in pergamena, fino all’invenzione della stampa, avvenuta in Europa, nel XV secolo, restò un prodotto artigianale: le tavolette potevano essere legate fra di loro da una cordicella inserita in un foro, i testi su papiro o su pergamena, ricopiati a mano, erano avvolti in rotoli; va detto però che la lettura, o meglio, la decifrazione, ne era comunque resa ardua dal fatto che le parole si susseguivano senza interruzione fra di loro e la punteggiatura rimase a lungo sconosciuta.

Si dà rilievo all’importantissimo passaggio dalle scritture basate su segni convenzionali e ideogrammi all’alfabeto, strumento conciso, pratico, agile, universalizzabile, creato dai mercanti fenici, adottato e adattato da Greci e Romani.

Grande parte del volume è dedicata all’espansione dell’Ellenismo, sulle sue ricadute positive per la diffusione della cultura e della lingua greca e soprattutto della fondazione della biblioteca di Alessandria, simbolo della fusione fra Oriente e Occidente, custode per secoli, del sapere di tutti i territori limitrofi. A proposito dell’ecclettismo della fondazione, l’autrice interpreta in modo originale il mito di Europa, che simboleggia il rapimento della cultura orientale perpetrato dall’Occidente.

All’interno della biblioteca, personale specializzato si occupava delle traduzioni dei testi stranieri; tutti i documenti, non solo venivano conservati in rotoli di papiro, ma anche sistemati in ambienti e scaffali a misura e catalogati, per facilitarne il reperimento. Trovarono posto al suo interno scuole di alto livello, in cui confluivano i sapienti dell’epoca, sui quali Irena Vallejo indugia per menzionarne il pensiero, le opere, l’influenza.

La biblioteca era sostenuta e finanziata dai Tolomei, sovrani d’Egitto, eredi di Alessandro.

L’autrice scredita il resoconto di Plutarco a proposito dell’incendio che avrebbe distrutto la famosa istituzione, nel primo secolo a. C.; sostiene invece che in quel tempo ad andare a fuoco furono i rotoli di papiro, ammassati sulle imbarcazioni, pronti per l’esportazione.

Comunque, la biblioteca, un tempo faro di luce, subì un lento declino, alcuni incendi, saccheggi e devastazioni, ma perì soprattutto perché, con la sempre maggiore potenza di Roma, il centro del mondo era diventata quella città.

In riferimento ancora ad Alessandria, l’autrice riferisce le lotte feroci fra pagani e cristiani nel secondo e nel terzo secolo d.C. e l’ultimo guizzo fulgido della sua splendida cultura: Ipazia.

Attenzione per le donne

Ad Atene, come si sa, le donne delle famiglie agiate vivevano segregate nei ginecei, dedite alla tessitura e all’allevamento della prole, ma l’autrice non manca di riferire che il primo nome in assoluto segnalato in poesia è quello di una donna, Eneduana, di famiglia nobile, vissuta nel 1500 a.C., seguita poi da Cleobulina.

A proposito della segregazione delle Ateniesi, l’autrice avanza un’ipotesi creativa: nell’Atene del V secolo potrebbe essersi verificato un movimento di donne insofferenti della loro situazione, inclini all’insubordinazione; sarebbe palese nelle parole di Medea, protagonista della tragedia omonima di Eschilo e delle donne del coro: parole forti di denuncia di uno stato non più tollerabile di esclusione; sempre secondo la convincente supposizione dell’autrice, anima del movimento sarebbe stata Aspasia. A sostegno di ciò Irene Vallejo afferma che il teatro in Grecia era portavoce degli umori dell’agorà. Accanto ad Aspasia avrebbero figurato Antigone, Bassamora, Lisistrata e altre.

La raffinata civiltà ateniese, di cui Vallejo è sconfinata ammiratrice, creò, ad opera del drammaturgo Eschilo, di cui ricorda anche I Persiani, e dello storico Erodoto, la capacità di “mettersi nei panni di altre e altri”. In riferimento alle donne, riferisce le curiose affermazioni contradditorie di Platone, secondo cui gli uomini indegni sarebbero rinati donne e che non esistono, nel governo della Repubblica differenti attitudini o disposizioni fra donne e uomini.

Due donne frequentarono l’Accademia del filosofo.

La scaltra studiosa sorvola sulla tanto decantata democrazia ateniese, che in realtà considerava cittadini a pieno titolo e candidati al governo della res publica solo i maschi adulti con esclusione delle donne, degli stranieri, degli schiavi.

Sia nelle zone di influenza greca come poi in quelle di influenza romana erano tenuta in grande considerazione l’epica e la tragedia, mentre il riso e la commedia non godevano di stima (dei numerosi comici si conservò solo Aristofane); a questo punto Irene Vallejo cita Il nome della rosa, l’enigma della metà perduta del libro di Aristotele, quella dedicata al riso, nella sinistra biblioteca dei monaci visitata da Guglielmo di Baskerville. L’abbandonarsi al riso era considerato disdicevole e pericoloso per il potere sia civile sia religioso.

Per quel che concerne lo sguardo e i riferimenti alla storia, grande risalto viene dato ad Eschilo che ne I Persiani, nemici giurati della Grecia, si astiene dal giudicarli negativamente e si mette nei loro panni e allo storico Erodoto che si fa raccontare la storia della propria patria dagli altri.

L’entusiasmo dell’autrice scema visibilmente quando, nella seconda parte del libro, passa a trattare della civiltà e cultura romane, cui però riconosce l’ammirazione per il modello greco, l’invenzione del libro nel formato agile e maneggevole che usiamo ancora adesso, nella fondazione, a partire dal I secolo a. C, di biblioteche pubbliche, numerosissime, alcune delle quali sistemate perfino presso le terme per facilitarne la frequentazione anche al grande pubblico; riconosce la maggiore libertà di cui godevano le romane nell’accesso alla lettura, alla cultura in genere, la loro presenza ai banchetti, agli spettacoli, alle manifestazioni religiose e sportivi.

La fitta rete stradale romana collegava fra loro e con i centri maggiori città e cittadine, tutte dotate di vie ad angolo retto, acquedotti, fognature, teatri, templi, fori, scuole fino ai più alti livelli, biblioteche, le une e le altre frequentate da donne e uomini.

Ce ne è rimasta a testimonianza, la biblioteca di un patrizio, Pisone, situata in una lussuosa villa ad Ercolano, salvata, per modo di dire, dalla lava della famosa eruzione del 79 d. C, e riportata alla luce in questi ultimi tempi. La raccolta contava centinaia di volumi, alcuni dei quali di pregio, decorati con miniature, lettere a caratteri dorati.

Alcuni imperatori, a cominciare da Augusto, avviarono percorsi di censura su libri ritenuti insidiosi per la stabilità politica e sociale, per la morale consolidata: Il poeta Ovidio fu esiliato a vita, a causa dei suoi versi e forse di un malinteso o equivoco: Ovidio stesso ascrisse la propria condanna a carmen et error. Va detto che nell’Ars amandi, oltre alla gioiosa esaltazione dell’amore in tutte le sue forme, il poeta cantava la pienezza dell’amore raggiunta quando anche la donna prova piacere.

I primi cristiani, per ben altri motivi, per sfuggire alla censura, dovettero tenere a lungo nascosti i loro preziosi testi sacri.

Numerosissimi i nomi di donne romane dedite alla scrittura, filtrati attraverso gli scritti altrui, ma delle quali l’opera è andata perduta, a parte qualche frammento giuntoci a mezzo citazioni; ci è pervenuta viceversa una poesia d’amore e altri frammenti di Sulpicia, che si sono salvati perché integrata in un’antologia di poeti appartenenti al Circolo di Tibullo, frequentato probabilmente anche da lei. Sulpicia, di nobile e ricca famiglia, scrisse appassionati e audaci versi d’amore per un certo Cirinto.

Sono sopravvissuti al tempo, all’incuria, alle devastazioni alcuni scritti di Agrippina, la madre di Nerone, e di Cornelia, la madre di Caio e Tiberio Gracco, le lettere di Tullia a suo padre Cicerone.

Roma riuscì a omogeneizzare, grazie alla lingua e alla cultura diffuse dai libri, l’Europa, l’Africa settentrionale, parte dell’Asia, fino all’India. Anche nei luoghi più periferici e lontani dai centri maggiori vi erano persone colte e ricche che incaricavano i propri schiavi istruiti di copiare i libri che, sulle strade di Roma, mettevano in circolazione un sapere tratto da un’unica tradizione, globalizzando – per usare un termine attuale – il mondo allora conosciuto. L’imperatore Caracalla nel III secolo d.C. si spinse al punto di promulgare una legge che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero.

Successivamente, con il sopravvenire di popolazioni altre nei territori dell’impero, si spezzò e frantumò quella cultura e quella civiltà e dobbiamo gratitudine a quelle donne e a quegli uomini che, con coraggio, grandi sforzi e indomita volontà, riuscirono a conservarci quanto ancora abbiamo.

Il libro di Irena Vallejo termina con il racconto delle forti e determinate donne che, a dorso di mule, con pesanti carichi sulle spalle, percorrono ogni giorni gli impervi sentieri dei monti Appalachi, per portare dei libri negli sperduti villaggi delle dirupate montagne; questo episodio ci serve per non dimenticare che un’infinità di donne e uomini, nel corso della storia, anonime e anonimi, hanno dedicato passione e lavoro al libro – fabbricazione, scrittura, copiatura, conservazione, divulgazione – strumento ineguagliabile di cultura, civiltà, svago.


(www.libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2021)

di Maria Cafagna


Sarà capitato anche a voi di ricevere consigli non richiesti sulla vostra immagine social. Quelli che sono arrivati a me sono stati i più svariati e spesso mi sono stati posti in buona fede, anche se il più delle volte mi sono state rivolte osservazioni sul mio corpo e per essere specifici sul fatto che non lo faccio vedere. Una mia (ex) amica mi soprannominò “Suor Maria Calzetta” perché su Instagram sono troppo abbottonata, un’altra mi fece un corso intensivo di autoscatto e pose conturbanti, la stessa che si stava per strozzare con l’acqua gasata quando le dissi che non usavo Face-app: mi sono sentita ripetere spesso che «lo fanno tutte, dovresti farlo anche tu» perché «funziona così» e confesso che più di una volta mi sono chiesta: potrei avere più follower (non giriamoci intorno, contano eccome, se ne avessi 400 non mi stareste leggendo) se mostrassi di più il mio corpo?

Ci ho ripensato questa settimana dopo l’indignazione che ha travolto Marco Montemagno, personalità social, youtuber e divulgatore. Montemagno ha pubblicato e cancellato il video in questione ma alcuni estratti di quello che ha detto sono ancora visibili in questa IGTV di Valeria Fonte.

[…]

Ogni donna dovrebbe poter essere libera di disporre del proprio corpo ma nessuna lo è davvero. In particolare, con l’avvento dei social network i nostri corpi, sia che decidiamo di mostrarli sia che decidiamo di nasconderli, sono motivo e oggetto di discussione. Non che in passato non fosse così, basti ricordare lo scalpore suscitato dal documentario Il Corpo delle donne di Lorella Zanardo, ma la pervasività con cui i social network sono entrati nella nostra vita, nell’immaginario e nel sistema di relazioni ha fatto sì che la nostra immagine sia diventata ancora più determinante nel definire il nostro posto nel mondo.

Non è tanto e non è solo l’essere belle che conta, ma quanto e come si è disposte a mostrare di noi, di chi siamo e di quello che facciamo: bisogna avere il coraggio di mostrare e mostrarsi, meglio se veicoliamo un messaggio positivo, guai a non mettere chi ci segue al pari con la nostra vita, con chi usciamo, a quali eventi abbiamo partecipato e in compagnia di chi.

Questo modo di fare ha generato quella che in molte oggi chiamano FOMO – Fear of Missing Out – che potremmo tradurre con Paura di non essere sul pezzo, una specie di ansia da prestazione formato social che coglie chi non si sente mai abbastanza belle, impegnate, performative.

Per fare qualche esempio: se una sera decidi di rimanere a casa e scrollando Instagram ti senti inadeguata perché scopri che tutte sono in giro a fare qualcosa di divertente, sappi che non sei l’unica; se un post con la tua faccia prende decisamente meno like del post in cui qualcuna mostra il corpo, non sentirti sola; se ti senti a disagio perché non sei riuscita ad andare in vacanza e la tua timeline è invasa dalle belle foto di tramonti vista mare dei tuoi amici, sei in buona compagnia.

Gli esempi da fare sarebbero milioni e molti potrebbero riguardare corpi e volti che suscitano in noi i complessi più disparati: non sono abbastanza magra, non sono abbastanza in forma, non ho la pelle abbastanza liscia e così via.

Montemagno allora aveva ragione? No, perché Montemagno fa un ragionamento moralista e sessista e del resto come potrebbe affrontare il tema dell’ansia da performatività se egli stesso è parte di quell’ingranaggio?

In una recente intervista, l’attrice Jamie Lee Curtis ha lanciato un appello: «Tutte le foto di chi lavora nello showbusiness sono ritoccate. E quando guardate una di queste foto e pensate “io non sono così”, beh, nemmeno loro sono così». Se abitiamo i social network, anche la nostra vita è diventata uno show ad uso e consumo di chi ci segue: ricordiamoci allora che nulla è come appare, è tutto filtrato, alterato, modificato per renderci più attraenti. Ci riguarda tutte, nessuna si senta esclusa.


(Wired-newsletter, 13 ottobre 2021)

Lettera aperta di UdiPalermo


Cucire è «un’attività bellissima», proprio così, scrive Bianca Pitzorno nel suo romanzo Il sogno della macchina da cucire, a meno che, tiene a precisare, a confezionare «per noi gli stracci della moda» non siano «le sartine del Terzo Mondo» nelle «enormi fabbriche-carcere» che l’Occidente ha loro riservato. Il cucito può addirittura divenire un atto politico – lo hanno mostrato il 18 settembre scorso del 2021 nella distesa di verde di Carpie, in bassa Val di Susa, le tante donne intente ad assemblare decine e decine di lenzuola bianche in una sartoria a cielo aperto, attorniate da uomini che misuravano i lunghi drappi di stoffa e da bambini che volteggiavano felici di partecipare a quella che per loro è stata una festa. Attraverso la festa del cucito, un’arte concepita non più come sfruttamento di manodopera femminile a basso costo ma come opera comunitaria, si è così realizzato un altro momento di lotta per la salvezza della Valle. Lo documenta in un vivido racconto Daniela Bezzi (redazione di Pressenza), con la quale l’UDIPALERMO ha intrapreso una relazione che rafforza il lungo nastro annodato da mesi dalla Sicilia al Piemonte insieme alle Mamme in piazza per la libertà di dissenso di Torino in difesa della richiesta di libertà per le/gli attiviste/i oberati da multe e oggetto di misure repressive per aver manifestato contro scelte economiche dirette da decenni a saccheggiare territori e aree di convivenza pacifica.

Una bella lezione di civiltà, dunque, quella delle donne NoTav “cucitrici di relazioni umane” in perfetta sincronia e sintonia, perché accomunate dal desiderio di salvaguardare un paesaggio rurale e umano in pericolo di scomparire. In altri angoli di mondo non vi è invece macchina da cucire il cui suono possa sconfiggere il rombo delle mitragliatrici e il boato delle bombe o, nel caso della martoriata Siria, la devastazione degli jiahidisti. Non vi sono sogni da sognare nei territori gravati dalla guerra! L’unico sogno permesso è quello dei vincitori di turno! Per questo il più brutto degli incubi è probabilmente meno spaventoso della straziante realtà in cui sono costretti a morire più che a vivere, a sopravvivere più che a condurre un’esistenza degna di questo nome, donne, uomini e bambini. Ma la Siria è già dimenticata, ora l’indignazione è tutta rivolta all’Afghanistan e ai talebani! Un’altra tragedia che va a sommarsi alle precedenti in un identico scenario ipocrita delle potenze occidentali.

In Rojava, uno dei luoghi del Kurdistan siriano, dove è calato il baratro del sonno della morte, ad alcune donne curde in lotta contro l’Isis e in difesa del confederalismo democratico dei popoli dell’area si è unita Maria Edgarda Marcucci, Eddi, che, partita nel 2017 per fare un reportage, ha deciso di arruolarsi nell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ). Una volta ritornata in patria dopo le scelte scellerate delle grandi potenze riguardo alla Siria, è stata processata dallo Stato italiano e sottoposta al regime di sorveglianza speciale. Con sentenza del 17 marzo 2020 il Tribunale di Torino l’ha reputata infatti un soggetto socialmente pericoloso non per aver combattuto contro il fondamentalismo islamista – sarebbe stata una contraddizione troppo scoperta – ma per aver partecipato a cortei in difesa dei territori della Valsusa, proteste e presidi di solidarietà non violenti, mentre i signori di Forze Nuove arrestati in seguito all’attacco squadrista alla sede nazionale della CGIL a Roma potevano scorrazzare facendo saluti fascisti per le vie delle nostre città impunemente.

La pratica politica di noi donne dell’UDIPALERMO è diretta a costruire ponti con tutte le giovani e i giovani e a non alzare barriere nei confronti di chiunque, giovane o anziano, donna o uomo s’impegni nella salvaguardia degli habitat naturali così come nella salvezza di ogni vita umana e nella lotta per la realizzazione di legami sociali ispirati a ideali di autentica democrazia che sono anche i nostri, e sempre nel segno di un mutamento contrario alla logica della forza. Siamo seriamente preoccupate per il futuro delle nuove generazioni e per la pesante eredità di ingiustizia, menzogna e bruttezza che carichiamo sulle loro spalle; continueremo a vigilare in questa asfissia della scarsa partecipazione e in questo clima di sfiducia affinché la giustizia non si trasformi nei confronti di chi lotta e fa politica attiva in repressione e vendetta.

La nostra preoccupazione di fronte alle diverse sentenze nei confronti delle/dei Notav, tra cui Nicoletta Dosio, Dana Lauriola, Fabiola De Costanzo, Maria Edgarda Marcucci, e non solo – si pensi alla recente condanna di Mimmo Lucano – può apparire ingenua o superficiale, ma la storia del passato e del presente ci invita a essere coerenti con i valori della Resistenza al nazifascismo sui quali si fonda l’Italia nata da quella tragedia, a non trascurare la lezione delle donne e degli uomini che vi presero parte pur appartenendo a diversi schieramenti politici, a prestare ascolto al grido che viene lanciato da ogni essere umano quando è oggetto di un’ingiustizia: «Perché mi fai del male?» (Simone Weil), un ascolto che ci rimette a contatto con la nostra stessa umanità.


(https://www.bibliotecadelledonnecentrodiconsulenzalegale-udipalermo.it, 12 ottobre 2021)

di Alberto Leiss


Mentre sabato scorso un manipolo di fascisti vetero e neo entrava nella sede nazionale della Cgil, distruggendo oggetti e sfregiando quadri di autore donati al sindacato (un esempio aggiornato di ardimento virile – verrebbe da dire – devastare una sede vuota…), ero a discutere alla Libreria delle donne di Milano con Letizia Paolozzi del libro scritto insieme proprio sui “virus della violenza” che questo strano tempo della pandemia sembra evidenziare, e sulla possibile “cura” (Il silenzio delle campane, Harpo 2021).

Ringrazio Giordana Masotto per la sensibilità con cui ha presentato il libro (tra l’altro facendo ascoltare a sorpresa le battute iniziali dell’Improvviso di Schubert citato in apertura del testo…).

La discussione si è subito accesa sul controverso termine “cura”. Se è dilagato il gergo militaresco per descrivere la “guerra” al virus e “mobilitare” le energie e il consenso sociale per sconfiggerlo, specularmente anche la “cura” è diventata “la parola dell’ordine costituito”, ha osservato Lia Cigarini. Qualcosa di funzionale al declino di una politica che “appare morta”, perché incapace di esercitare il conflitto necessario, pur nel momento in cui le disuguaglianze sociali si sono aggravate e sono state “illuminate” in questi due anni di pandemia, ma mentre anche i movimenti capaci di nuove solidarietà hanno conosciuto forti protagonismi.

Il conflitto che sarebbe necessario certo non è quello visto nelle piazze romane e nella sede della Cgil. Cigarini ha ricordato che il femminismo della differenza ha elaborato l’idea e la pratica del “conflitto relazionale”, dove anche il confronto più duro si basa sulla trasformazione di sé e sul rapporto con l’altro. Pratica certo difficile se qualcuna (Liliana Rampello) ha ricordato che anche nel femminismo ci sono stati e restano “conflitti in cui l’altro/a non c’era…”.

Un tema affrontato di petto la mattina del giorno dopo, quando l’incontro della rivista on line Via Dogana3, sempre nella sede della Libreria delle donne, riguardava appunto la politica della differenza sessuale (che “non è un contenuto”) e l’“ostacolo del gender”.

Discorso arduo (basta pensare allo scontro aperto sul decreto Zan, o alle polemiche molto accese su argomenti come la gestazione per altri o la prostituzione). Ma il taglio dato in apertura da Giorgia Baschirotto e Doranna Lupi è stato quello della possibile riapertura di uno scambio tra differenza, gender e queer.

Una giovane studiosa, che lavora nel campo della moda, e una protagonista del lungo dibattito nelle comunità cristiane di base antipatriarcale e contro l’omofobia nella Chiesa sono giunte a indicazioni simili, interconnesse. È davvero possibile ibridare il cyberfemminismo di Sadie Plant (Luiss ha da poco tradotto e pubblicato il suo Zero, uno) con Speculum di Luce Irigaray, come vorrebbe Baschirotto? La discussione sulle diverse “identità di genere” e sulla relazione tra corpi e sessualità saprà superare lo scoglio di una legge, quale ne sia il destino finale?

Questo conflitto bloccante tra soggetti e movimenti che potrebbero essere accomunati dalla ricerca del senso libero della propria differenza (in un mondo tra l’altro attraversato da impulsi biecamente reazionari e maschilisti) è funzionale – è stato osservato – all’eterno ritorno dell’indifferenziato patriarcale.

Gli interrogativi che appassionano donne e uomini giovanissimi sulle metamorfosi possibili del sesso sono un sintomo da comprendere (Ida Domnijanni, Laura Colombo). Vi si può leggere l’effetto di un tecnocapitalismo dominante che illude sul poter essere tutto. Ma anche l’ansia radicale di una vita realmente libera e giusta.


(il manifesto, 12 ottobre 2021)

di Luigi Ippolito


È una vera caccia alle streghe quella di cui è stata vittima in questi giorni una professoressa di Filosofia dell’Università del Sussex. Kathleen Stock, docente femminista e lesbica, è finita nel mirino della lobby transessuale, che l’accusa di essere «transfobica» perché sostiene che il sesso biologico sia più importante dell’identità di genere: in particolare, l’accademica britannica ritiene che ai trans che si identificano come donne non debba essere consentito l’accesso agli spazi femminili, come prigioni, rifugi o spogliatoi.

È contro queste vedute che gli studenti dell’università hanno organizzato marce nel campus, con tanto di torce e passamontagna, per chiedere il licenziamento della professoressa: manifestazioni che sono state appoggiate anche da parte dei docenti e che sono state accompagnate da un diluvio di insulti e minacce online. Il risultato è che la polizia ha consigliato a Kathleen Stock di assumere una guardia del corpo, di installare telecamere sulla sua porta e le ha fornito una «linea rossa» telefonica per chiamare subito gli agenti in caso di pericolo.

Ma adesso a difesa della professoressa è intervenuto il governo di Londra: la neoministra degli Esteri Liz Truss, che ha anche la delega alle donne e all’eguaglianza, ha scritto su Twitter che «nessuno dovrebbe essere preso di mira e tormentato semplicemente per avere un’opinione». E Kemi Badenoch, sottosegretaria alle donne e all’eguaglianza, ha aggiunto che «un robusto dibattito accademico è il contrassegno di una società civilizzata. Cacciare le persone dal loro posto di lavoro perché si è in disaccordo con loro non lo è». Anche la stessa Università del Sussex ha difeso la professoressa: il rettore Adam Tickell ha dichiarato alla Bbc che i docenti hanno «un diritto non ostacolabile a dire e credere quello che pensano».

Ma la questione dei transessuali è diventata una delle più spinose nel dibattito politico e culturale anglosassone. I sostenitori dei diritti dei trans affermano che il sesso biologico non esiste e che ciò che conta è l’identità di genere: in pratica, basta «sentirsi» donne per dover essere considerate tali a tutti gli effetti, a prescindere dall’anatomia. Chi dissente da questa visione è bollato come «transfobico»: ne ha fatto le spese la scrittrice JK Rowling, l’autrice di Harry Potter, che è stata crocifissa pubblicamente l’anno scorso per aver denunciato il tentativo, in nome dei diritti dei trans, di cancellare le donne e la loro specificità.

Ed è una polemica che ha diretti risvolti politici. Il governo Johnson cavalca le «guerre culturali», consapevole che alla maggioranza dell’opinione pubblica sono aliene le versioni estreme del «politicamente corretto»: e così il governo ha presentato in Parlamento una legge sulla libertà di parola che obbliga le università a «promuovere attivamente» la libertà di espressione e accademica. È una reazione ai tanti episodi che hanno visto il boicottaggio e la censura di docenti e oratori portatori di vedute non allineate alla vulgata iper-progressista: la legge consentirebbe agli accademici di chiedere i danni in caso di imbavagliamento. Ma la proposta è stata criticata dall’opposizione laburista, secondo cui la legge darebbe protezione legale a «discorsi d’odio, dannosi e divisivi».


(Corriere della sera, 12 ottobre 2021)

di Carlo Caprioglio, Francesco Ferri, Lucia Gennari


1. IntroduzioneLa condanna a Lucano, e gli altri.

Com’è noto, il Tribunale di Locri ha riconosciuto Domenico Lucano colpevole di una serie di reati contro la pubblica amministrazione (abuso d’ufficio, truffa aggravata e falso ideologico), in parziale continuazione, e in associazione con altre quattro persone. In sede dibattimentale è venuta meno l’accusa forse più “politica”, il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, che negli ultimi anni è stato utilizzato sistematicamente per criminalizzare la solidarietà con e tra i migranti, a terra e in mare.

La condanna a tredici anni e due mesi di reclusione – oltre al risarcimento di un danno erariale per centinaia di migliaia di euro – ha sollevato un coro di critiche, sgomente per la durezza della sanzione inflitta, che non solo supera i limiti edittali di pena ma quasi raddoppia le richieste della Procura. Una pena che, come notato da più parti, è apparsa spropositata, soprattutto se confrontata con quelle emesse al termine di vicende giudiziarie di impatto sociale senz’altro maggiore, come il processo Mafia Capitale. Le reazioni alla sentenza hanno chiamato in causa, a difesa di Lucano, argomenti di carattere giuridico – il diritto alla solidarietà, come dovere costituzionale; lo stato di necessità, come scriminante di condotte penalmente rilevanti – ma anche ragioni politiche o filosofiche, come il diritto “naturale” alla ribellione di fronte a leggi ingiuste, e il contrasto tra giustizia e legalità, impersonato nella figura tragica di Antigone e nel suo rifiuto a obbedire alla legge di Creonte.

Da parte nostra, ci interessa qui riflettere sul significato della decisione, senza cadere nell’errore di pensare che esista una giustizia “neutrale”, sottratta al contesto sociale e politico in cui si esprime. Ciò nonostante, ci sembra importante sottolineare sin da subito un aspetto stranamente trascurato nelle molte prese di posizione critiche di questi giorni. Il processo di Locri non ha riguardato solo Lucano ma un numero molto ampio di persone, che va ben oltre quelle coinvolte nel delitto associativo. Gli imputati sono, infatti, ventisei e diciotto di questi hanno subito condanne pesanti, con pene che per molti superano i sei anni di reclusione, oltre alla confisca dei beni e al pagamento delle spese processuali. Si tratta di un aspetto importante non solo per avere un quadro completo della vicenda processuale ed estendere la solidarietà anche alle altre persone condannate, ma anche – e forse soprattutto – per restituire la dimensione radicalmente collettiva dell’esperienza di Riace, evitando così il rischio di una personalizzazione della narrazione che rischia soltanto di isolare la figura di Lucano, giocando a favore della criminalizzazione sua e degli altri imputati.

2. Una sentenza inevitabilmente politica

Quando si parla di migrazione e di solidarietà, il carattere “politico” della giustizia diventa immediatamente evidente. I giudizi, civili e penali, che hanno riguardato i diritti dei migranti e gli atti di solidarietà attorno alla migrazione sono sistematicamente oggetto di commenti e critiche che ne contestano la “politicità”, in un senso e nell’altro. Il caso di Riace non fa eccezione e in molti hanno denunciato la natura “politica” della sentenza, nel senso di una decisione motivata da finalità politiche, strumentale a colpire le idee di Lucano e le pratiche di solidarietà sperimentate. E non è un caso che il Procuratore d’Alessio, all’inizio della sua requisitoria, si sia preoccupato di ribadire con forza l’estraneità della “politica” dalle indagini e l’indipendenza della Procura di Locri, ricordando inoltre come durante il procedimento si siano susseguiti governi di diverso segno politico, senza che ciò abbia influito sul lavoro della magistratura calabrese.

Quando ci proponiamo di riflettere sul significato politico della condanna a Lucano ci poniamo in una prospettiva differente: il presupposto, forse banale, è che non esiste un esercizio della giustizia politicamente neutrale. Non solo la dimensione “politica” del giudiziario è intrinseca al ruolo istituzionale di interpretazione e applicazione del diritto – ovvero, di individualizzazione delle norme giuridiche –, ma questa operazione è calata all’interno di processi, tendenze e dinamiche sociali e politiche complesse, non riducibili al mero orientamento politico delle maggioranze parlamentari e dei partiti al governo in un dato momento. In quest’ottica, ci sono questioni sociali che in determinati momenti storici provocano con maggiore forza la reazione dell’ordinamento per la loro capacità di metterlo in discussione e per la sensibilità del corpo sociale rispetto a quel tema. Un esempio è costituito, oggi, dal tema dei confini e della migrazione.

Quella che chiamiamo “guerra alle migrazioni” (1) trova corrispondenza in dinamiche sociali e di governo che si traducono in ambito giudiziario non solo nella repressione delle condotte direttamente legate al movimento (immigrazione irregolare, reingresso, favoreggiamento etc.) ma anche alle pratiche solidali in senso ampio, tanto più quando sono capaci di incidere – ridefinendole – sul ruolo e il funzionamento delle istituzioni e dei meccanismi istituzionali di mediazione sociale, come nel caso di Riace.

È quindi possibile leggere attraverso questa lente il processo e la condanna a Mimmo Lucano e a chi con lui ha partecipato all’esperimento di Riace. In primo luogo colpisce, anche se non sorprende, l’utilizzo del reato associativo e le implicazioni sulle modalità di svolgimento delle indagini, sull’applicazione delle misure cautelari, sulla qualificazione giuridica delle condotte e sul computo della pena. Nel campo della criminalizzazione delle migrazioni non si tratta certo di una novità, così come non sono nuove le distorsioni che questo comporta: si pensi, tra gli altri, alle rivelazioni di The Intercept (2) sull’adozione degli strumenti antimafia nelle indagini sul favoreggiamento dell’immigrazione c.d. irregolare. In secondo luogo, forse anche per effetto di questo approccio, la lettura complessiva delle vicende oggetto del giudizio di Locri sembra non tenere conto del contesto in cui si colloca l’esperienza di Riace, e infatti le ricostruzioni degli inquirenti sono spesso cariche di considerazioni morali (tra l’altro censurate espressamente dalla Cassazione nel 2019) e disancorate da cruciali elementi materiali relativi alle dimensioni, alla conformazione e all’organizzazione della vita sociale e dell’accoglienza a Riace.

3. La colpa di Lucano

Ma è davvero la solidarietà verso i migranti la colpa di Lucano? È la sua “umanità” ad averlo esposto alla criminalizzazione? A un primo sguardo sembrerebbe di sì. In fin dei conti, Lucano è stata una delle figure istituzionali più in vista, per dieci anni al centro dell’immaginario dell’Italia solidale, anche fuori i confini nazionali. E al contempo, la condanna di Lucano appare senz’altro il prodotto dell’attuale stagione politica, in cui puntiformi pratiche solidali sono state colpite dall’azione combinata dell’autorità giudiziaria, delle forze di polizia e degli attori istituzionali. Se, quindi, nell’attuale paesaggio discorsivo e giudiziale è corretto leggere il processo di Locri anche alla luce della categoria della criminalizzazione della solidarietà, riteniamo necessario fare un passo in avanti ed esplorare quale, tra le molte posture assunte dall’ex sindaco, ha più contribuito alla sua condanna.

Quella di Riace non è certo stata l’unica esperienza di amministrazione, per così dire, “solidale”. Da sud a nord della penisola esistono molteplici esperienze di amministratori locali che promuovono iniziative di accoglienza nei confronti delle persone migranti senza finire, per queste ragioni, nel registro degli indagati. Perché allora Mimmo Lucano, a differenza degli altri sindaci solidali, ha attirato l’attenzione dell’autorità giudiziaria, subendo poi una condanna senza precedenti?

La colpa di Lucano – e delle altre persone condannate – risiede forse nell’aver sperimentato forme di accoglienza in controtendenza con le caratteristiche dominanti delle politiche migratorie in Italia. Il modello Riace segna uno scarto con la tradizione consolidata dell’accoglienza: relazioni non disciplinanti tra operatori e accolti, strutture ricettive funzionali alla costruzione di relazioni tra migranti e autoctoni, partecipazione diffusa e un’esperienza istituzionale orientata alla sperimentazione sociale.

Per inventare forme di accoglienza in grado di ribaltare la logica dominante, gli amministratori di Riace si sono inseriti nelle maglie della normativa, reinterpretando e, perché no, sfidando le imbrigliate logiche della burocrazia laddove necessario. È questa probabilmente la reale posta in gioco nell’affaire Riace. Non solo e non tanto la criminalizzazione della solidarietà in quanto tale, quanto la reazione scomposta del potere che si sente minacciato dalle sperimentazioni amministrative che hanno avuto la capacità di inventare una nuova immaginazione istituzionale, anche attraverso la forzatura dei vincoli e l’interpretazione estensiva del diritto.

Che un amministratore locale di un piccolo comune calabrese possa muoversi tra le pieghe del diritto per indirizzare gli strumenti amministrativi in una direzione inedita è, nella percezione del giudice di Locri, inaudito. Più in generale, suscita scandalo che il diritto possa essere usato, disteso, piegato, reinventato nel momento della sua applicazione, per ridefinire il ruolo delle istituzioni e del welfare: non più difesa e consolidamento dello status quo, ma trasformazione attiva dell’esistente. Da questa prospettiva, Lucano è colpevole di non essere stato un copiatore seriale dei modelli dominanti, ma un abile artigiano istituzionale, capace di maneggiare gli strumenti amministrativi e di forzare – nelle maglie del diritto positivo e non contro di esso – i confini del ruolo istituzionale che rivestiva.

4. La deistituzionalizzazione dell’accoglienza e la Riace possibile

In un saggio del 1986 intitolato L’istituzione inventata (3), Franco Rotelli – stretto collaboratore di Basaglia sin dal suo arrivo a Trieste nel ’71 e protagonista della riforma dei servizi di salute mentale triestini (e non solo) – descrive la deistituzionalizzazione come «il processo pratico-critico che riorienta istituzioni e servizi, energie e saperi, strategie e interventi verso» un oggetto diverso da quello della pratica psichiatrica tradizionale – la malattia e la pericolosità del malato (il matto) – a cui corrispondono «coerenti istituzioni» come il manicomio, verso un oggetto nuovo, complesso e instabile che è «l’esistenza-sofferenza dei pazienti e il suo rapporto con il corpo sociale». Una rottura epistemologica radicale la cui posta in gioco va ben oltre la chiusura dell’istituzione totale manicomiale, e nella quale il “problema” diviene non più la «”guarigione” ma la “emancipazione”» delle persone assistite.

L’istituzione inventata – «e mai data», sottolinea Rotelli, per enfatizzare la processualità e quanto ancora c’era (e c’è) da fare – prende forma in servizi di salute mentale innovativi, aperti, promotori di pratiche di ingegneria sociale, «motori di socialità e produttori di senso […] a tutto spessore interferenti con la vita quotidiana, le quotidiane oppressioni, momenti della riproduzione sociale possibile, produttori di ricchezza, di scambi plurimi e perciò terapeutici». Per fare tutto questo, l’autore enfatizza l’importanza di mobilitare energie, soggettività e competenze molteplici: «[A]vremo, per questo, bisogno» – scrive – «di artisti, uomini di cultura, poeti, pittori, uomini di cinema, giornalisti, di inventori della vita, di giovani, di lavoro, feste, gioco, parole, spazi, macchine, risorse, ingegni, soggetti plurimi, loro incontro».

In un saggio di qualche anno dopo, Per un’impresa sociale (4), Rotelli evidenzia come questa operazione di immaginazione istituzionale investa radicalmente il ruolo e il funzionamento delle istituzioni di welfare, implicando un «rovesciamento della cultura delle agenzie di assistenza e delle migliaia di operatori che vi si addensano, dei modi d’uso di risorse enormi destinate a invalidare e a proteggere l’invalidazione invece che a valorizzare, ad attivare, ad animare, a intraprendere, a fare». La deistituzionalizzazione richiede, quindi, la liberazione delle energie – che esistono! – della cooperazione sociale dai vincoli e dagli impedimenti burocratici che le imbrigliano, per creare le condizioni concrete per un accesso reale ai diritti. Non solo quindi, nel caso della salute mentale, il diritto alle cure, «ma anche di produrre, avere una casa, un’attività, una relazione, mezzi economici, valore».

L’istituzione inventata è anche tutto questo: liberazione delle energie presenti sul territorio, relazioni originali tra pubblico e privato sociale, «ricostruzione di un tessuto di qualità, rifiuto dell’assistenzialismo, sinergie di intelligenze. Laboratorio del sociale. Politecnico di una materiale cultura, fuoriuscita dalla sfiducia, fine del nulla subito». Ma attenzione, la «de-istituzionalizzazione del pubblico […] non ha nulla a che fare con la deregulation» bensì con la demolizione della «burocratizzazione, l’inerzia, la compartimentazione, l’irresponsabilità del welfare, non il welfare». Un processo di risignificazione e reinvenzione del pubblico, di un «welfare altro»: in altri termini, istituzioni di welfare nuove, attive e responsabili nel garantire l’emancipazione, l’autonomia e il riconoscimento del ruolo sociale delle persone assistite.

Senza cadere in ingenue romanticizzazioni dell’esperienza di Riace, di cui forse in passato sarebbe stato anche utile discutere produttivamente i limiti e le inevitabili contraddizioni, ci sembra però che nelle pagine dei due testi appena citati risuonino critiche, suggestioni e argomenti forti che legano la sperimentazione di Lucano e dei suoi colleghi a quella – solo materialmente lontana – di Trieste e delle sue istituzioni di salute mentale. Non a caso, anche queste ultime diventate, come Riace, un modello di riforma istituzionale possibile a livello internazionale.

Quello di Riace è stato, infatti, un esperimento di pratiche de-istituzionalizzanti, attraverso la messa in discussione di quell’insieme di dispositivi che danno forma al sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati: il controllo, l’isolamento fisico e simbolico dal resto della società, il disciplinamento e la vittimizzazione, l’integrazione orientata all’inserimento nelle gerarchie di un mercato del lavoro segmentato. Di fronte a un sistema di accoglienza istituzionale passivo, burocratizzato e, così, deresponsabilizzato rispetto alle sfide sociali e politiche che le migrazioni determinano, Lucano e gli altri hanno preso il rischio di assumere la complessità del fenomeno migratorio come oggetto dell’intervento istituzionale. D’altronde – riprendendo la nota definizione di Sayad – se le migrazioni sono un fatto sociale totale, i servizi di accoglienza coinvolgono le più diverse sfere della vita personale e sociale delle persone. È quindi la società il loro ambito di intervento, non le persone migranti.

Non è questo il contesto né tantomeno il momento per discutere se davvero l’esperienza di Riace abbia prodotto tutto questo. In altri termini, non serve stabilire se davvero, in concreto, Riace sia riuscita a praticare la deistituzionalizzazione, dando vita a istituzioni inventate dell’accoglienza. Non è infatti la Riace data la ragione dell’azione repressiva delle autorità, bensì la Riace possibile, ciò che sarebbe potuto essere, a Riace e altrove. Il modello sperimentato e raccontato, le energie liberate, la cooperazione sociale innescata, il disvelamento di un campo di possibilità inesplorato, che andava fermato a tutti i costi. Se la colpa di Lucano è questa, la “nostra” – su cui interrogarsi – è perché non siano divenute molteplici le Riace possibili. Oltre alla solidarietà umana e politica con Lucano, alle sacrosante manifestazioni, alle raccolte fondi e alle prese di posizione pubbliche, la sfida ora è forse quella di provare a reinventare Riace ovunque, non solo nell’accoglienza.


Bibliografia


(1) E. Rigo, L. Gennari, Processo alla solidarietà, il Manifesto, 23.02.2021, disponibile a https://ilmanifesto.it/edizione/il-manifesto-del-23-02-2021/

(2) Z. Campbell e L. D’Agostino, Friends of the traffickers. Italy’s Anti-Mafia Directorate and the “Dirty Campaign” to Criminalize Migration, 30.4.2021, disponibile a

(3) F. Rotelli, L’istituzione inventata, 1986, in F. Rotelli, Quale psichiatria? Taccuino e lezioni, Edizioni Alpha Beta Verlag, Merano (BZ), 2021

(4) F. Rotelli, Per un’impresa sociale, 1991, in F. Rotelli, Quale psichiatria? Taccuino e lezioni, Edizioni Alpha Beta Verlag, Merano (BZ), 2021.


Per citare questo articolo:


Caprioglio C., Ferri F., Gennari L., (2021), La colpa di Lucano: una lettura della condanna oltre la criminalizzazione della solidarietà, pubblicato in Studi Sulla Questione Criminale Online. Consultabile al link: https://wp.me/p7JYW5-16J


(Studiquestionecriminale.wordpress.com, 11 ottobre 2021)

di Teresa Numerico


Lunedì 4 ottobre scorso ci siamo sentiti smarriti quando Facebook, Instagram e Whatsapp si sono spenti per ore. Siamo ormai dipendenti dall’infrastruttura della comunicazione che il digitale ci mette a disposizione, almeno laddove c’è la disponibilità energetica.

Frances Haugen, ex-dipendente di Facebook, componente del suo civic integrity team, ha reso disponibili recentemente al Wall Street Journal dei documenti interni a Facebook sui quali ha poi discusso il 5 ottobre in audizione davanti al Senato americano. Tali documenti provano quello che noi utenti delle piattaforme digitali sappiamo bene, ma che sempre ci sorprende: l’organizzazione delle informazioni privilegia quelle più divisive, che incitano all’odio e amplificano la disinformazione.

Sui social riteniamo di trovare quello che ci interessa e ci piace di più, ma la scelta dei post mostrati dipende dagli algoritmi di ranking [“ordinamento” o “indicizzazione”, NdR]. Nel 2018, dopo una grande crisi, Facebook li ha modificati con l’obiettivo di incrementare le interazioni sociali più ‘significative’ (more meaningful social interaction). Nel 2017 gli utenti erano diventati più passivi. La modifica era stata pubblicizzata come un modo per sfavorire fonti informative professionali che potevano diffondere disinformazione. Il nuovo meccanismo privilegiava i contatti più vicini e la capacità dei post di spingere alla reazione, apprezzando, commentando o condividendo i contenuti: era l’engagement-based ranking, l’ordinamento dei post basato sulla capacità di provocare una reazione attiva.

Per catturare l’attenzione il contenuto doveva essere sensazionalistico e divisivo (outrage o rage bait). La visibilità aumentava quando le informazioni, non importa se vere, inducevano rabbia e indignazione. L’obiettivo era produrre reazioni e quindi massimizzare i profitti, indotti dall’aumento della permanenza sulla piattaforma.

Durante le elezioni americane Facebook aveva introdotto correttivi per evitare gli esiti più perversi di questa strategia di marketing. Il civic integrity team, che si era occupato di intervenire sull’algoritmo per mitigarlo, fu smantellato appena finite le elezioni, perché aveva corrisposto a una riduzione dei tempi di permanenza sulla piattaforma, con conseguente riduzione minima dei ricavi.

La difesa di Zuckerberg contro la possibilità di intervenire sulla comunicazione arrabbiata e divisiva sulla piattaforma è che si tratti di tutelare la libertà di espressione delle persone. Ma c’è una grande differenza tra libertà di espressione e diritto alla visibilità. Questo equivoco deriva dalla confusione tra la dimensione tecnica dell’infrastruttura di comunicazione rappresentata dai social network e la dimensione editoriale dell’algoritmo di ranking che si utilizza per decidere sulla diffusione delle informazioni.

Sebbene non ci sia un palinsesto, né una prima pagina e l’organizzazione dei contenuti sia personalizzata sulla profilazione degli individui, nelle piattaforme social si esercita una scelta sulla visibilità dei contenuti che è una decisione editoriale, sia pure delegata all’algoritmo. L’unico scopo è quello di massimizzare i profitti, anche a danno della coesione sociale e politica.

Secondo Haugen, è necessario reclamare la trasparenza di questi strumenti e consentire un audit pubblico. Questo sarebbe un punto di partenza, sebbene non sufficiente. Bisognerebbe garantire il pluralismo e moltiplicare le opzioni, intervenire sulla alfabetizzazione digitale e la consapevolezza di chi li usa e regolamentarne l’accesso. Sappiamo, per esempio, sempre dai documenti interni a Facebook, che un’adolescente su tre è angosciata dalla comparazione sociale sui corpi che avviene su Instagram, tanto da sperimentare depressione e senso di inadeguatezza, in alcuni casi disturbi alimentari e autolesionismo.

C’è poi la questione del progressivo affievolirsi della distinzione tra mondo fuori dai social e mondo digitale. Da sempre le infrastrutture di comunicazione influenzano la nostra percezione; il digitale non fa eccezione. Facebook sta lavorando a progetti di realtà virtuale come Metaverse, una specie di ambiente virtuale fantascientifico in cui svolgere riunioni di lavoro; oppure Ray-Ban Stories, un tentativo di riuscire là dove Google ha fallito con Google Glass [visori per la realtà aumentata, NdR], oltre a un più modesto programma di propaganda come Project Amplify, di agosto scorso, nel quale cerca di incrementare la visibilità di notizie e storie positive relativamente a se stesso.

Zuckerberg sostiene che Facebook non è un monopolio perché è in concorrenza con tutte le altre modalità di comunicazione tra le persone. Verrà, forse, un momento in cui potrebbe essere molto difficile distinguere tra le interazioni faccia a faccia e quelle a distanza. In vista di questo scenario, che speriamo lontano, ma che non è impossibile, sarà bene che non ci sia una sola azienda in controllo delle interazioni a distanza e soprattutto che queste non siano governate dal profitto basato sulla pubblicità personalizzata.


(il manifesto, 9 ottobre 2021)

di Ritanna Armeni


Vi raccontiamo come vivono le suore e le monache. O meglio di che vivono, come provvedono alle necessità della vita quotidiana, in che modo si organizzano. Questioni che sembrano lontane dal sacro: soldi, salari, lavoro, consumo. Le religiose, questa è la cosa da chiarire, contrariamente al clero – preti, parroci, vescovi, cardinali – non ricevono uno stipendio. Ogni convento e ogni congregazione trova i suoi mezzi di sussistenza e di guadagno, ogni suora e ogni monaca regola la sua vita e il suo lavoro, si collega, in modo diverso, con il mondo della produzione e del consumo. Abbiamo incontrato monasteri che sopravvivono a stento vendendo i prodotti dell’orto e altri fatti diventare impresa, amministrati da suore laureate in economia. Pensioni sociali e stipendi regolari. Ruoli modesti e professioni alte. Raccontare la vita delle donne consacrate è stato come navigare in un arcipelago con isole piccole e grandi, piatte o rocciose, scogli battuti dal mare e territori più vasti magari attraversati da fiumi. Profili, scelte, opzioni diverse. Per poi scoprire che comunque quelle isole che apparivano differenti avevano la stessa natura, lo stesso clima, vi nascevano gli stessi alberi, le batteva lo stesso vento.

Un mondo a prima vista tanto diversificato è, infatti, unito da principi e pratiche comuni. E da un intreccio – questo invece non comune – fra carità e produzione, fede e necessità di far quadrare i conti, sobrietà e managerialità, solidarietà e mercato, creatività e business plan. Un mondo capace di rispondere con intelligenza e competenza, con elasticità e fantasia, alle domande del lavoro moderno, di superare i limiti imposti dalla globalizzazione e dalle tecnologie.

Quando la pandemia ha invaso il pianeta ci siamo accorti tutti che produzione e consumo avrebbero richiesto nuovi comportamenti e valori. Che i vecchi modelli, gerarchici, esclusivamente mercantili, fondati sulla competizione e sulla diseguaglianza non potevano più funzionare.

A che cosa guardare per costruire un mondo nuovo? Negli articoli di questo numero c’è un suggerimento. Il lavoro delle donne consacrate fornisce esempi, indicazioni, modelli che possono essere esportati nel laico mondo. Organizzarsi, ingegnarsi, creare il proprio lavoro. Non dare nulla per scontato, ma rimanere col cuore aperto e vigile, occuparsi del prossimo, non accettare la miseria del corpo e dell’anima, ma adottare la sobrietà come stile di vita, condividere anche quando si ha poco, non rifiutare la modernità ma affidarsi agli altri, aver fiducia nella Provvidenza e nell’umanità, esercitare la carità. Questo proviamo a raccontare.


Per scaricare il numero di Donne Chiesa Mondo:


www.osservatoreromano.va/it/pdfreader.html/dcm/2021/10/


(L’Osservatore Romano – Donne Chiesa Mondo, n. 104 – ottobre 2021)

di Franca Fortunato


3 ottobre 2013 – 2 ottobre 2018: due date, due facce della stessa medaglia, quella di un’Italia e di un’Europa che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e l’accoglienza di quell’umanità dolente e incolpevole che riesce ad arrivare sulle nostre coste in cieca obbedienza a leggi ingiuste e disumane.

3 ottobre, anniversario del naufragio di 523 profughi, di cui 155 sopravvissuti e 368, donne, uomini, bambine/i, lasciati deliberatamente annegare a poche miglia da Lampedusa, sul cui molo in quel 2013 abbiamo visto allineate le bare con i loro corpi senza nome, recuperati e rinchiusi in sacchi neri.

2 ottobre 2018, Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, viene rinviato a giudizio e posto agli arresti domiciliari. Inizia il calvario della sua vicenda giudiziaria, chiusa, in primo grado, con la condanna a 16 anni e due mesi di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato, falso ideologico e abuso d’ufficio. Interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e restituzione di 700mila euro. Una condanna severa, ingiusta, che ha trasformato in reati «errori amministrativi, commessi a fin di bene» e un agire non contro ma «sopra la legge». Ha infangato un’esperienza di accoglienza, riconosciuta come modello in tutto il mondo. Quella notte del 3 ottobre in mezzo al mare, su un’imbarcazione col motore fermo, una massa di esseri umani stava per naufragare quando sopraggiunsero due imbarcazioni, un peschereccio e un’altra, mai identificata, forse perché della Guardia costiera. Gridavano, chiedevano aiuto ma, come hanno raccontato i superstiti, dopo averli illuminati con i fari e girato per alcuni minuti intorno al barcone, si sono allontanate, lasciandoli annegare. Per il reato di mancato soccorso il capitano del peschereccio e i suoi uomini, il 9 dicembre scorso, sono stati condannati, in primo grado, a sei e quattro anni di reclusione. Quello non fu il primo grande naufragio e neppure l’ultimo. Il primo accadde nella notte di Natale del 1996. Oltre trecento giovani pakistani e indiani annegarono, dopo che il barcone sul quale viaggiavano si era ribaltato. Una trentina i sopravvissuti, scaricati dai trafficanti su una spiaggia greca. Dopo alcuni giorni dal naufragio, i resti di alcuni cadaveri erano riaffiorati, rimasti impigliati nelle reti dei pescatori. Alcuni avevano ancora i documenti in tasca che avrebbero permesso la loro identificazione, la restituzione dei corpi alle famiglie e una degna sepoltura. Ma per paura di vedere fermata la loro attività a seguito delle indagini che ne sarebbero seguite, i pescatori, senza alcuna pietà verso i morti, rigettarono in mare i cadaveri. Anche quel 3 ottobre 2013 i pescatori se ne andarono per scaricare il pesce fresco nel porto. Nell’isola di Samo il 18 settembre scorso, alla presenza delle autorità di Atene e di Bruxelles, è stato inaugurato un nuovo centro per rifugiati. Doppia parete di filo spinato, torrette di sorveglianza, migliaia di telecamere, scanner a raggi X, porte magnetiche, tornelli. Sembra un carcere, ma è stato definito «un grandioso progetto all’avanguardia per l’accoglienza europea». Questa idea criminale di “accoglienza” non è nuova per un’Europa senz’anima e dà senso alla condanna a Mimmo Lucano. Riace, “paese dell’accoglienza”, resta un’esperienza, una realtà, che nessuna sentenza potrà cancellare dalla memoria collettiva e dalla vita di chi l’ha vissuta e resa possibile. Quella Riace merita e grida giustizia per Lucano.


(Il Quotidiano del Sud, 8 ottobre 2021)

di Rosaria Guacci


Che cosa lega assieme scrittrici come Ursula Le Guin e J. K. Rowling, o Laura Pugno e Nicoletta Vallorani? E che c’entra Mary Shelley con Viola Di Grado? Per scoprirlo è necessario considerare la narrativa fantastica delle scrittrici, un fenomeno culturale che nel suo insieme ha contribuito a spostare l’immaginario sul ruolo e il posto delle donne nella nostra società, recita la quarta di copertina del saggio.

Il libro indaga i percorsi del fantastico italiano degli ultimi venti anni. Purtroppo questo genere letterario, considerato di serie B, non viene accettato dalla critica accademica. Per smontare il pregiudizio basterebbe citare “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. «Negli ultimi vent’anni», scrive Giuliana Misserville, «il fantastico in Italia sta emergendo dai confini della letteratura di genere». Nelle autrici prese in esame c’è comunanza di visione e d’intenti e un tentativo di decostruire lo sguardo conformista maschile imputato, appunto dall’Accademia, a questo genere letterario (come già scritto, Atwood docet). L’analisi dell’autrice non si limita al nostro Paese. La ricerca è quindi «di un’idea di letteratura differente, radicale e nuova». Senza confini.


(www.libreriadelledonne.it, 6 ottobre 2021)

di Luciana Borsatti


“Kamay”(work in progress) e “Kabul City in the Wind”: due titoli del Focus Afghanistan del festival Middle East Now appena conclusosi a Firenze


Se l’Afghanistan se lo sono ripresi i talebani, nemmeno in questi vent’anni di democrazia – sostenuta dai fondi e dalle forze militari internazionali – gli afgani hanno potuto riappropriarsi dell’immagine del proprio Paese: immagine che resta condizionata dagli stereotipi che dominano sui media stranieri e si trasmettono anche alla produzione cinematografica, grazie alla loro capacità di attrarre maggiori investimenti.

A evidenziarlo sono due giovani registi afgani, Ilyas Yourish e Aboozar Amini, fra gli ospiti del festival Middle East Now appena conclusosi a Firenze. I due sono rispettivamente gli autori del work in progress Kamay e del lungometraggio Kabul City in the Wind, due titoli del Focus Afghanistan del festival.

Nel ventennio scarso in cui i giovani hanno potuto accedere più liberamente all’istruzione vi è stato il tempo perché si formasse una generazione di giovani cineasti, in un processo virtuoso che ora, dalla presa talebana di Kabul, si è nuovamente fermato.

Ma anche in questi anni i giovani autori afgani hanno faticato a procurarsi mezzi e finanziamenti (tutti necessariamente di origine straniera) per una propria narrativa del Paese che andasse oltre i modelli legati ai fronti di guerra e alla lotta contro i fondamentalisti, e con le forze Usa sempre in prima linea.

I veri afgani non si vedono mai, ha osservato Aboozar Amiri, oppure sono come i puntini nelle immagini riprese dai droni: e se così si fissano nel nostro immaginario, come possiamo veramente sentire la tragedia di un attentato suicida con decine di vittime, come ve ne sono stati di innumerevoli in questi anni nel Paese? «Ciò che vogliamo è raccontare le storie e le emozioni degli afgani», ha aggiunto l’autore di Kabul, City in the Wind: la vicenda di tre bambini che vivono tra le strade polverose di un quartiere povero sulle alture di Kabul, e di un autista di autobus stretto tra i debiti che nessuno gli vuole più concedere e la necessità di aggiustare il motore che ormai è quasi un rottame. Solo per un decimo della sua vita non c’è stata guerra intorno a lui, dice l’uomo – nonostante tutto ancora scattante e attivo – all’inizio di questo lungometraggio girato con lo sguardo degli afghani.

E che indaga nelle vite, negli affetti e nei sogni sempre delusi di persone il cui destino è segnato da decenni di conflitti, di vite brutalmente interrotte o destinate a non riscattarsi mai dalla lotta quotidiana per la mera sopravvivenza, di migliori amici persi in un tragico attentato, di padri costretti a fuggire all’estero e bambini cui si chiede di diventare grandi troppo presto. E comunque di resistenza ostinata a tutte le avversità.

«I giornali occidentali parlano sempre degli stessi temi – ha osservato da parte sua IIyas Yourish – : se l’evacuazione ha avuto successo o meno, se i talebani sono cambiati in questi vent’anni, se sarà peggiore o migliore il futuro delle donne. Ma su tutto il resto c’è un vero e proprio blackout mediatico».

Un vuoto informativo, per esempio, sulle esperienze di democrazia che si stavano formando dal basso all’interno delle comunità, ma che riguardano anche alcune regioni dell’Afghanistan centrale come Daikundi – la provincia della prima sindaca donna dell’Afghanistan, Azra Jafari – dove ora, informa il regista, centinaia di famiglie Hazara sono state costrette dai talebani a lasciare le loro case.

In Afghanistan «ci sono molte storie non raccontate nascoste dietro ai titoli dei giornalisti di guerra», ribadisce nella presentazione del suo Kamay, un film ancora in lavorazione e firmato con Shahrokh Bikran. L’opera narra di una famiglia che vive proprio in quella isolata regione montana e dei suoi sforzi per sapere la verità che si cela dietro il suicidio di una delle figlie, nella casa dello studente all’università di Kabul. «La famiglia di Zahra cerca giustizia in uno dei Paesi più corrotti al mondo – aggiunge – e dove le minoranze subiscono discriminazioni».

Ma storie di vita come queste, prosegue, non trovano casa nella produzione cinematografica dominante, mentre le guerre di questi decenni «hanno indurito lo spirito degli afgani quanto la pietra delle loro montagne».

Entrambi i registi sono Hazara, vivono in Olanda e in Belgio e fino al 15 agosto scorso viaggiavano regolarmente in Afghanistan. Dopo la rapida riconquista del Paese da parte dei talebani e nei frenetici giorni del ritiro delle forze occidentali, si sono adoperati insieme ad altri per far uscire gente del cinema e della cultura dal Paese, in accordo con alcuni governi europei, anche se molti che pur erano in lista non sono riusciti a salire sugli aerei della grande fuga.

Ora queste migliaia di persone che ancora rischiano le ritorsioni dei talebani l’Europa non le può dimenticare, e servono politiche attive per una tempestiva concessione dei visti e la creazione di corridoi umanitari. Ma l’Europa non può nemmeno lasciare soli quei milioni di afgani che resteranno in patria, e per i quali si sono già drammaticamente aperti scenari di sofferenza, persecuzione, violenze, omicidi e inaccettabili limitazioni dei diritti, cui si aggiunge la grande crisi economica e umanitaria in atto.

Al di là del nodo politico del riconoscimento del governo talebano, difficile pensare che questi problemi possano essere affrontati senza un qualche canale di interlocuzione con i nuovi, e pur detestati, padroni del Paese.


(HuffPost, 5 ottobre 2021)

di Alessandra Pigliaru


All’età di 86 anni se ne va la femminista e politica sarda che si è impegnata nella fondazione della Libreria delle Donne di Cagliari, del Centro di documentazione e studi delle donne: deputata nelle liste di Sinistra indipendente, insieme ad altre ha dato vita e promosso spazi di autonomia e libertà femminile


Avvocata, insegnante e deputata, Annalisa Diaz è morta a Cagliari all’età di 86 anni. Protagonista del femminismo italiano, la sua vita è stata segnata dalla esperienza della politica delle donne da cui non si è mai discostata fino alla fine dei suoi giorni. Del taglio della differenza sessuale, Annalisa Diaz ne parlava come della sua rinascita, nel senso dato da Hannah Arendt. Appassionata e intransigente, custodiva la forza visibile che possiedono le maestre di pensiero che sanno, come amava ricordare, quanto sia appunto il pensiero più che la rivendicazione a richiedere fatica e lentezza. Apparteneva a una pratica generativa che ha costruito e fatto ordine nella genealogia di chi è arrivata prima di noi, costruendo spazi di libertà per sé e per altre cominciando da se stessa.

Quando nel giugno del 1977 viene fondata a Cagliari la cooperativa La Tarantola che gestirà il Centro di documentazione e studi delle donne della città sarda (prima in via Lanusei e ora in via Falzarego), Annalisa Diaz è insieme ad altre che fino a quel momento avevano aderito ai gruppi di Ricerca Femminista e del Collettivo di via Donizetti. Ed è ancora insieme a loro che, nel dicembre del 1978, fonda la Libreria delle Donne (quella di Milano era sorta tre anni prima, con Luisa Muraro e Lia Cigarini erano già in interlocuzione sul proposito) operando una trasformazione di pratiche che non disconosceva la lotta del movimento bensì predisponeva a quel salto che è stata la scoperta della libertà femminile.

Resta un legame con la radicalità anche nella esperienza parlamentare: la candidatura e l’elezione successiva, nelle liste della Sinistra indipendente tra il 1987 e il 1992, erano state rese possibili dalle donne con cui Annalisa Diaz aveva continuato a mantenere un patto di credibilità e autorevolezza capace di non scordarsi del punto di rispondenza con le pratiche fuori dai palazzi. In quella significativa legislatura, negli anni in cui Livia Turco, Alessandra Bocchetti e Franca Chiaromonte scrivevano il documento Dalle donne la forza delle donne (non privo di criticità per Diaz), le sue erano posizioni originali che condivideva con alcune compagne: in particolare riguardo la discussione intorno alla violenza sessuale contro le donne, il Pci era a favore della procedibilità d’ufficio mentre lei era del parere si dovesse percorrere la strada della querela di parte. Così come per l’aborto per cui si era espressa sulla depenalizzazione.

Impegnata su diversi fronti: dal lavoro ad alcuni iter professionali che discriminavano la partecipazione femminile, ricordiamo le norme sull’ammissione del personale femminile nel Corpo forestale e della Guardia di finanza (legge 30/6/1990); ancora è suo l’intervento relativo alla disaggregazione per sesso nelle rilevazioni statistiche (20 dicembre 1989) insieme a quello sul disciplinamento delle tecniche di fecondazione umana (2 agosto 1990).

Ci mancherà l’intelligenza politica e relazionale di Annalisa Diaz, amatissima e luminosa, a lei va una profonda gratitudine. Un abbraccio a tutte le compagne che le hanno voluto bene, e ai figli Giaime e Valeria Cao.


(il manifesto, 5 ottobre 2021)

di Raffaella Menichini


Ore di blackout in tutto il mondo per la galassia Facebook: il social network è risultato irraggiungibile per centinaia di migliaia di utenti intorno alle 17,50 di ieri sera ora italiana [il 4 ottobre, NdR] mentre contemporaneamente si bloccavano gli accessi al servizio di messaggistica WhatsApp, a Instagram, a Messenger e persino alla app di realtà virtuale Oculus, anch’essa di proprietà dell’azienda di Mark Zuckerberg. Anche i siti interni di Facebook, accessibili ai dipendenti, sono stati oscurati.

«Siamo consapevoli che alcune persone stanno avendo problemi ad accedere alla app di Facebook. Stiamo lavorando per far tornare le cose alla normalità al più presto e ci scusiamo per qualsiasi inconveniente», ha fatto sapere Facebook su Twitter – il social concorrente che è stato ieri sera il principale canale di comunicazione proprio per capire cosa stesse succedendo nel regno di Zuckerberg. Non è chiaro che tipo di problema tecnico si sia verificato, se si sia trattato o meno di un attacco esterno coordinato: secondo il sito Downdetector.com, che traccia le interruzioni del servizio da parte delle applicazioni e dei siti di telecomunicazione, le segnalazioni erano nell’ordine di oltre duecentomila, concentrate nelle grandi metropoli come Washington e Parigi. Ma il blocco potrebbe essere stato molto più massiccio. E nelle stesse ore, a Wall Street, le azioni di Facebook arrivavano a perdere quasi il 6%.

La coincidenza con un blackout di popolarità e di stabilità finanziaria non potrebbe però essere più clamoroso. La piattaforma sta infatti attraversando la sua più profonda crisi reputazionale dai tempi dello scandalo della “fuga di dati” di Cambridge Analytica, all’indomani delle presidenziali americane del 2016. Proprio domenica sera sulla CBS è andata in onda un’intervista esplosiva a Frances Haugen, un’ex dipendente del social di Zuckerberg che prima di dimettersi da Facebook, nell’aprile scorso, ha raccolto migliaia di pagine di documenti riservati, consegnandoli ai membri del Congresso e alla stampa. Trentasette anni, originaria dell’Iowa, con laurea in ingegneria informatica e un master ad Harvard, Haugen è dunque la “whistleblower”, la fonte segreta dell’inchiesta “Facebook Files” con cui il Wall Street Journal ha messo sotto i riflettori le storture del social di Zuckerberg. L’inchiesta ha rivelato come Facebook avvantaggi gli utenti più potenti e i politici nella moderazione dei loro contenuti; come i dirigenti della piattaforma siano stati “scudati” dalle denunce penali; e soprattutto come le ricerche interne di Facebook avessero lanciato forti allarmi sugli effetti che Instagram possa avere sulla psiche dei giovanissimi e in particolare delle ragazzine. Ricerche e allarmi rimasti inascoltati. Davanti alle telecamere del programma 60 Minutes della CBS , la giovane donna ha dimostrato con lucidità e parole semplici i motivi per cui – dati alla mano – Facebook ha messo in moto un meccanismo di disinformazione, polarizzazione dell’opinione pubblica, influenza negativa sui più giovani. E perché è necessario che si attui una forma di regolamentazione nei confronti delle aziende di Mark Zuckerberg. Oggi andrà a testimoniare al Congresso Usa, tra qualche settimana parlerà anche di fronte al Parlamento britannico e dice di essere in contatto con parlamentari francesi e con l’Europarlamento. «Quello che ho visto ripetersi a Facebook è il conflitto di interessi tra quel che è bene per il pubblico e quel che è bene per Facebook. E Facebook, più e più volte, ha fatto scelte basate sui propri interessi». Facebook «ha privilegiato la crescita rispetto alla sicurezza». Haugen non ha agito spinta da odio o da vendetta, ha tenuto a precisare: si era unita a Facebook «dopo aver perso una persona cara a causa del complottismo» e pensava di poter contribuire a combattere la disinformazione. Quel che ha visto dall’interno l’ha convinta a denunciare. Ma sa che dentro Facebook c’è ancora molta gente in buona fede: «Insieme possiamo creare un social media che tiri fuori il meglio di noi».


(la Repubblica, 5 ottobre 2021)

di Frances Haugen


Presidente Blumenthal, senatrice Blakburn e membri della sottocommissione,

vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di essere qui davanti a voi e per il vostro interesse nell’affrontare una delle minacce più urgenti per il popolo americano, per i nostri figli e il benessere del nostro paese, così come per le persone e le nazioni di tutto il mondo. 

Mi chiamo Frances Haugen. Lavoravo per Facebook e mi sono fatta assumere perché credo che Facebook abbia il potenziale per tirare fuori il meglio di noi. Ma oggi sono qui perché credo che i suoi prodotti danneggino i bambini, alimentino la contrapposizione, indeboliscano la nostra democrazia e molto altro. I dirigenti dell’azienda sanno come rendere più sicuri Facebook e Instagram ma non apporteranno le modifiche necessarie perché hanno messo i loro immensi profitti prima delle persone. L’intervento del Congresso è necessario. Non possono risolvere questa crisi senza il vostro aiuto.

Credo che i social media abbiano il potenziale per rendere più ricche le nostre vite e la nostra società. Possiamo avere dei social media come li desideriamo, che tirino fuori il meglio dell’umanità. Internet ha permesso alle persone di tutto il mondo di ricevere e far circolare informazioni e idee in un modo mai immaginato prima. E se Internet ha il potere di collegare una società sempre più globalizzata, in assenza di uno sviluppo attento e responsabile può procurare altrettanti danni che benefici.

Ho lavorato come product manager in grandi aziende informatiche dal 2006, tra cui Google, Pinterest, Yelp e Facebook. Il mio lavoro si è concentrato in gran parte su algoritmi come Google+ Search e motori di raccomandazione come quello che alimenta il News Feed di Facebook. Lavorando in quattro grandi aziende tecnologiche che gestiscono diversi tipi di social network, sono in grado di confrontare il modo in cui ciascuna approccia e affronta le diverse sfide. Le scelte operate dalla dirigenza di Facebook rappresentano un enorme problema – per bambine e bambini, per la sicurezza pubblica, per la democrazia – ecco perché mi sono fatta avanti. Parliamoci chiaro: non dev’essere così. Oggi ci troviamo qui a causa di scelte che Facebook ha fatto deliberatamente.

Sono entrata in Facebook nel 2019 perché una persona a me vicina è stata radicalizzata on line. Mi sono sentita in dovere di svolgere un ruolo attivo per rendere Facebook migliore e meno tossico. Per tutto il periodo in cui ci ho lavorato, prima come lead product manager per la sezione sulla disinformazione civile e poi per quella sul controspionaggio, ho avuto modo di notare come l’azienda si sia ripetutamente trovata di fronte a conflitti tra i propri profitti e la sicurezza di tutti noi. Facebook ha regolarmente risolto questi conflitti a favore dei propri profitti. Il risultato è stato un sistema che amplifica le contrapposizioni, l’estremismo e la polarizzazione e che mina le società di tutto il mondo. In alcuni casi, questo pericoloso atteggiamento on line è sfociato in violenza reale che ha leso o addirittura ucciso esseri umani. In altri casi, la macchina aziendale di ottimizzazione del profitto genera autolesionismo e odio di sé, specialmente in gruppi di persone vulnerabili, come le ragazze adolescenti. Queste criticità sono state ripetutamente confermate dalle ricerche interne di Facebook.

Non si tratta semplicemente di una questione che riguarda alcuni utenti dei social media particolarmente arrabbiati o instabili. Facebook è diventata un’azienda da mille miliardi di dollari facendoci pagare i suoi profitti con la sicurezza nostra e dei nostri figli e figlie. E questo è inaccettabile.

Credo di aver fatto quel che era giusto e necessario per il bene comune, ma so che Facebook ha risorse infinte e che potrebbe utilizzarle per distruggermi. Mi sono esposta perché mi sono resa conto di una verità spaventosa: quasi nessuno al di fuori di Facebook sa cosa succede dentro. La dirigenza aziendale nasconde informazioni vitali al governo degli Stati Uniti, ai suoi azionisti e ai governi di tutto il mondo. I documenti che ho fornito dimostrano come Facebook ci abbia ripetutamente ingannato su ciò che emerge dalle sue stesse ricerche interne sulla sicurezza di bambine e bambini, sul suo ruolo nella diffusione di messaggi d’odio e polarizzanti, e su molto altro. Apprezzo la serietà con cui i membri del Congresso e della Commissione stanno affrontando questi problemi.

La gravità di questa crisi richiede di uscire dalle precedenti cornici normative. Portare aggiustamenti a obsolete normative di protezione della privacy o modificare la “sezione 230” non basterà. Il punto della questione è che nessuno è in grado di capire la distruttività delle scelte di Facebook se non Facebook stessa, perché è la sola che può guardare sotto il tappeto. Un punto di partenza fondamentale per regolamentarla efficacemente è la trasparenza: pieno accesso ai dati per poter effettuare ricerche non svolte da Facebook. Su questa base potremo costruire regolamenti e standard sensati per far fronte ai danni ai consumatori, ai contenuti illegali, alla protezione dei dati, alle pratiche anticoncorrenziali, all’impostazione degli algoritmi e ad altro.

Finché Facebook potrà operare all’insaputa di tutti, non potrà essere costretta a render conto a nessuno. E continuerà a fare scelte che vanno contro il bene comune. Il bene di noi tutti.

Quando abbiamo capito che i produttori di tabacco nascondevano i danni provocati dai loro prodotti, il governo è intervenuto. Quando abbiamo scoperto che le auto erano più sicure con le cinture di sicurezza, il governo è intervenuto. Oggi, il governo sta intervenendo contro le aziende che hanno occultato le prove sulla presenza di oppioidi nei loro prodotti.

Vi imploro di fare la stessa cosa in questo caso.

In questo stesso momento, Facebook sta selezionando le informazioni che saranno visionate da miliardi di persone modellando la loro percezione della realtà. Anche chi non usa Facebook subisce l’influenza della radicalizzazione dei suoi utenti. Un’azienda che ha il controllo sui nostri pensieri, i nostri comportamenti e i nostri sentimenti più profondi necessita di una supervisione realmente efficace.

Ma il design chiuso di Facebook fa sì che non possa essere supervisionato in nessun modo, nemmeno dalla sua commissione di supervisione interna, che è tagliata fuori come il pubblico. Solo Facebook sa come personalizza le funzioni dei vostri profili. Si nasconde dietro a muri che impediscono di capire le vere dinamiche del sistema sia ai ricercatori, sia a chi dovrebbe regolamentarlo. Quando i produttori di tabacco sostenevano che le sigarette con filtro fossero meno dannose per i consumatori, gli scienziati avevano i mezzi indipendenti per smentire la loro linea di marketing e per dimostrare che in realtà minacciavano ancora di più la salute umana. Ma oggi non possiamo eseguire una valutazione indipendente su Facebook. Possiamo solo confidare che le dichiarazioni dell’azienda siano veridiche, e questa ha largamente dimostrato di non meritare la nostra cieca fiducia.

L’impossibilità di osservare compiutamente i sistemi di Facebook e di confermare che funzionano come dichiara l’azienda equivale a una situazione in cui il Dipartimento dei Trasporti regolamentasse i requisiti dei veicoli e il loro uso in base a quello che vede osservandoli passare in autostrada. Immaginate se chi redige quei regolamenti non potesse mai salire su un’auto, gonfiare le gomme, fare un crash-test, o se non potesse neppure scoprire che esistono le cinture di sicurezza. Chi dovrebbe regolamentare Facebook può vedere gli effetti di alcuni problemi, ma è tenuto all’oscuro su ciò che li causa e quindi è impossibilitato a individuare delle soluzioni adeguate. Non si può neppure accedere ai dati aziendali sulla sicurezza dei prodotti, tantomeno eseguire una verifica indipendente. Come fa il pubblico a valutare se Facebook sta risolvendo i conflitti d’interesse in funzione del bene pubblico, se c’è opacità e non si ha nessun riscontro su come opera realmente?

Tutto ciò deve cambiare.

Facebook vuol farvi credere che i problemi di cui parliamo siano insolubili. Vogliono farvi credere a delle false alternative. Vogliono farvi credere che dovete scegliere tra comunicare on line con le persone che vi sono care e salvaguardare la vostra privacy personale. Che per condividere delle foto simpatiche dei vostri figli con amici e amiche dobbiate accettare di essere inondati di disinformazione. Vogliono farvi credere che questi sono i patti. Oggi sono qui per dirvi che non è vero. Questi problemi possono essere risolti. Un social media più sicuro e piacevole è possibile. Ma c’è soprattutto una cosa che spero che tutti colgano dalle mie rivelazioni, ed è che Facebook sceglie quotidianamente il proprio profitto contro la nostra sicurezza, e che senza un intervento continuerà così.

Il Congresso può cambiare le regole del gioco di Facebook e fermare i danni che produce. Mi sono esposta, con grande rischio personale, perché credo che abbiamo ancora tempo per agire. Ma bisogna agire subito.

Grazie.


(Washington Post, 4 ottobre 2021)

di Anna Toscano


Il tempo restituisce cautamente spazio e forma, voce e luce alla figura e alle opere di Camille Claudel. Se penso alle vicende di questa artista, che visse sempre controvento a cavallo tra Ottocento e Novecento, mi viene in mente una clessidra in cui i granelli di sabbia determinano luci e ombre, anche sulla sua scultura. Dalla nascita, nel 1864, e per la durata di poco più della metà della sua vita la clessidra ha portato luce a una donna che diveniva una grande artista, con uno sforzo immane in un contesto socioculturale che la voleva altro e altrove, ma lei indefessa perseguì la sua passione di vita, la sua arte, i suoi amori, il suo modo di stare nel mondo. E il suo modo di stare nel mondo era contro ogni convenzione, sempre più non tollerato dalla madre e dal fratello, così chiacchierato e sul filo dello scandalo da costringerla a un lento e senza sosta ritiro dalla società per stare nel suo studio, sola, con i suoi gatti. Ma anche questa sua richiesta minima di vita, complice la famiglia che la ostacolava, era troppo alta, anche per lei stessa che iniziava un cammino nella sofferenza mentale. Così, alla morte del padre, nel 1913, che fino ad allora la aveva sostenuta, le sue fatiche e le sue insofferenze fecero sì che la madre facesse aprire per lei le porte del manicomio.

Qui iniziano a scendere i granelli dell’ultima parte della clessidra della vita di Camille, i granelli dell’ombra e del buio, e non sono pochi, quasi trent’anni di manicomio lenti e inesorabilmente reclusi. Non ci fu ascolto per i medici che in questi tre decenni consigliavano il reintegro in famiglia e la ripresa della sua arte, non ci fu ascolto per le innumerevoli lettere di Camille mai recapitate, per ordine della madre, e per le molte lettere a Camille mai ricevute, sempre per ordine della madre. Gli ultimi infiniti anni sono senza voce, muti nonostante le molte parole scritte, e sordi, sordi agli affetti: la madre pare mai si recò a trovarla; con cadenza annuale, per un certo periodo, il fratello. Fino al 1943, il 19 ottobre, un cui l’ultimo granello, così scuro da esser nero, della clessidra si depose sopra a tutti, aveva settantotto anni. Malnutrizione la causa del colpo apoplettico, scrissero i medici. Il buio pervase la grande voce artistica di Camille e la sua opera, nessuno della famiglia si presentò al funerale e nessuno reclamò il corpo che pare giaccia in una fossa comune. Ma la clessidra si è girata, riparte, la sua voce, la sua forza non possono non tornare alla luce: così dopo molti anni di silenzio, granelli scuri si sono succeduti nuovamente per decenni, ecco che tornano quelli chiari, la luce sulla potenza della donna Camille Claudel, donna e artista.

La sua vita in forma anche romanzata è iniziata ad apparire in film, opere teatrali e biografie, e finalmente lo studio della sua opera si è avviato sempre più approfonditamente. Un movimento che inizia in Francia, sua patria, e che man mano interessa molti altri paesi. Oltre all’opera, le sue sculture, inizia la ricerca delle sue parole: la raccolta della corrispondenza esce a Parigi, per Gallimard, nel 2003 a cura di Anne Rivière e Bruno Gaudichon, e in Italia per Abscondita nel 2005 con il titolo Corrispondenza nella traduzione di Monica Martignoni. Di questa opera ho scritto qui nel pezzo dal titolo Camille Claudel e August Rodin: parole come pietre. In quasi vent’anni dalla pubblicazione della corrispondenza la clessidra ha continuato inesorabilmente la sua metà di luce, granelli come tasselli nel ridare corpo e dignità a questa donna. Le pubblicazioni sono continuate ma anche la ricostruzione e riunione di alcune opere. Difatti nel 2017, dopo lunghi assestamenti, a Nogent-Sur-Seine nasce il Museo Camille Claudel. Cittadina a novanta chilometri da Parigi ospitò dal 1876 al 1879 la famiglia Claudel e in quella stessa abitazione ha sede parte del museo. Già a inizio Novecento la città aveva dedicato alla scultura uno spazio, il museo Dubois-Boucher, nel tempo riadattato, saccheggiato durante la guerra e infine chiuso.

Con l’annessione della casa in cui visse la famiglia Claudel e un’importante progettazione aggiuntiva nasce il nuovo spazio museale. Il complesso nell’insieme è di impatto, l’edifico appare un tutt’uno, il nuovo fuso nel vecchio e viceversa, che ricorda molto l’energia della nostra artista verso il futuro. Dalla stazione ferroviaria sono nemmeno quindici minuti a piedi nel centro di una cittadina che appare per lo più vuota, desolata, nel silenzio interrotto solo da alcune auto. Quindici sale portano alla conoscenza e all’approfondimento dell’opera di Claudel con un percorso che presenta la scultura ai tempi dell’artista attraverso sculture di altri autori e video: un interessante excursus sulla scultura negli spazi pubblici, l’opera di Paul Dubois, l’immagine della donna nell’arte in quei decenni, l’allegoria e il mito come moda di raffigurazione, i lavoratori, la scultura nella sfera privata e la raffigurazione del corpo in movimento. La sala numero dieci è lo spazio dedicato all’atelier di Auguste Rodin, luogo di apprendistato e di conoscenza per Camille e nella sala numero undici i fili del destino che incrociano qui, come in una continua reiterazione di epifanie, Camille e Alfred Boucher.

Le ultime quattro sale sono finalmente, è il caso di dirlo, dedicate a Camille: solo a lei. La sua opera di ritrattista, come autrice di La Valse e di L’âge mûr e il mondo che ruota attorno a Persée et la Gorgone. Le opere dell’artista non sono davvero molte, soprattutto se confrontate con quelle degli scultori che la precedono nelle prime undici sale, e anzitutto se si pensa alle opere di lei esposte al Museo Auguste Rodin nel cuore di Parigi. Tuttavia il fatto che in questo museo tutto il percorso sia concentrato sulla collocazione storica dell’opera di Claudel è rilevante. Certo, sarebbe stato importante un museo a Parigi che raccogliesse tutte le sue opere come un mausoleo che contenesse le sue spoglie, come avviene per Rodin, ma di fatto si va a tasselli. Anche le parole di Claudel giunte sino a noi sono aumentate: un fortuito rinvenimento ha permesso una edizione aggiornata del libro Corrispondenze: per Gallimard nel 2014 e poi per Abscondita nel 2020 è uscita una edizione ampliata delle lettere grazie al ritrovamento del carteggio con il critico d’arte belga Léon Gauchez, nella traduzione di Caterina Medici.

Gauchez e Claudel avevano sì un rapporto di lavoro molto professionale ma nelle lettere a lui, così come nella vita dell’artista, il personale fa capolino a ogni riga, coinvolgendo e spostando il mondo artistico nel privato e viceversa. Nonostante per la vita e per l’opera di Camille Claudel i tasselli pare stiano a disposizione del tempo e delle sue beffe, possiamo forse oggi considerare concluso il lavoro della clessidra e iniziare a vedere Camille per quello che è, un’artista atemporale. Noi, umani, non possiamo che cogliere, raccogliere, custodire, studiare e dare voce alla sua opera e alla sua vita, tutta la voce che sino a oggi non ha avuto, scavare quella coltre di silenzio che, per disparati e ignobili motivi, l’hanno lasciata muta. Risarcirla in parte di tutto lo splendore che le è stato sottratto.


(Doppiozero, 3 ottobre 2021)

di Gaetano Lamanna


Trattato come un delinquente. Prima del processo aveva subito un provvedimento di allontanamento da Riace. Non poteva rientrare nel suo paese nemmeno per fare visita al padre vecchio e malato. Considerato peggio di un mafioso. Si dà il caso, però, che Mimmo Lucano non sia un mafioso, ma un cittadino onesto, buono e generoso. Una testa dura, come tante in Calabria. Ci troviamo di fronte a una contraddizione clamorosa tra legge e giustizia. Non sempre la legge va d’accordo con la giustizia. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È stato fatto tante volte. Ma è un processo lungo e laborioso. Richiede a volte battaglie, movimenti, petizioni popolari, referendum, prima che il parlamento si decida a cambiare una legge ingiusta o a promuovere dei diritti.

È stato così per lo Statuto dei lavoratori. È così per lo ius soli. È stato così per il delitto d’onore, per l’aborto, per il divorzio, e tanti altri esempi si potrebbero fare. Il diritto, che sta alla base della legge, si evolve, segue la storia, si aggiorna in base ai mutamenti storici e politici. Al tempo dei greci e dei romani, la schiavitù non era illegale. Nel medioevo i privilegi feudali e la servitù della gleba erano legali. Il diritto non è neutro.

Il più delle volte si limita a codificare norme, convenzioni, costumi, già in uso. Trasforma in legge lo status quo. In genere prende atto dei rapporti di potere. Con la rivoluzione francese la borghesia nascente rovescia il vecchio mondo feudale, plasmato a misura dell’aristocrazia, stretto da vincoli, privilegi e regole che impedivano l’accumulazione del capitale, il libero mercato e lo sviluppo industriale. Per andare a tempi più recenti, durante i governi a guida Berlusconi abbiamo visto anche leggi ad personam, reati declassati o spariti dal codice da un giorno all’altro.

Il diritto, dunque, è stato sempre modellato sulla base degli interessi della/e classe/i al potere. È la storia. Fuori della storia e del buon senso sono i giudici di Locri. Per fare funzionare il modello Riace, un modello di accoglienza e di inclusione studiato in tutto il mondo, Mimmo Lucano ha dovuto infrangere leggi vecchie e inadeguate. Come quella, ad esempio, che non dà diritto ai bimbi che nascono e studiano in Italia di avere la cittadinanza. O come quella che nega la casa popolare, il diritto a un alloggio agli immigrati regolari che sono residenti in Italia da meno di dieci anni. Mimmo Lucano si è inventato il lavoro, ha messo in movimento un’economia asfittica.

E per fare questo ha dovuto inventarsi perfino una moneta alternativa. Un modo che permettesse ai nuovi arrivati di vestirsi e di mangiare, fino a quando il ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti (e poi da Salvini), non si fosse degnato di trasferire un po’ di soldi per pagare i fornitori. A Riace case, botteghe artigiane, negozi, avevano riaperto i battenti. Il paese si era ripopolato, ritornando a nuova vita, al contrario di tanti paesi morti della Calabria. 
Ai coccodrilli che piangono per i borghi abbandonati, il sindaco di Riace aveva mostrato una via concreta per la rinascita.

Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono dei villaggi. Dopo la rottura del latifondo e la riforma agraria, la Calabria è entrata nella modernità pagando un prezzo altissimo in termini di emigrazione. Ha fornito braccia a buon mercato allo sviluppo industriale del Nord e dell’Europa. Ha distrutto un artigianato fiorente che non ha retto l’urto del mercato dei prodotti industriali. Anche molti che avevano beneficiato della riforma agraria hanno abbandonato le campagne per lo scarso sostegno pubblico, indirizzato soprattutto ad agevolare l’attività edilizia e commerciale, oltre che posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

La Calabria diventa terra di consumo. Si sviluppa un’economia dipendente e funzionale alla crescita economica delle regioni centro-settentrionali. Con un ceto politico attento solo a intercettare i flussi di spesa pubblica e a gestire affari e malaffari. In questo contesto non c’è posto per la Calabria dei villaggi, per le comunità rurali, collinari e montane.

Mimmo Lucano ci ha fatto intravedere (in una piccola realtà) un’alternativa possibile, un modo innovativo e solidale per far rinascere i nostri borghi. Scontrandosi con l’ottusità della burocrazia e con politici attenti al loro tornaconto personale. Nel frattempo, Marco Minniti, dopo avere avuto tutto (e di più) dal suo partito, si è seduto sul comodo treno della Fondazione Leonardo. Mimmo, invece, se l’è dovuta vedere con magistrati che invece di perseguire l’illegalità mafiosa hanno acceso i riflettori sui suoi reati. Commessi con la convinzione di fare del bene. Era l’unico modo per salvare vite, per fare andare avanti una vera integrazione, per sbloccare situazioni impigliate nei meandri della burocrazia e/o ritardate da leggi inadeguate.

Mimmo Lucano è un «fuorilegge», ha agito in difformità di leggi ingiuste o sbagliate che non gli permettevano di agire a favore degli immigrati e degli abitanti di Riace. Non è certo un ladro o un criminale, come ce ne sono tanti anche in doppiopetto. Questa condanna è una vergogna. Una grave ingiustizia. Chi non accetta le ingiustizie e si batte per il cambiamento non ha che schierarsi con lui, mostrando che non è solo e isolato, ma un punto di riferimento. Il voto del 3-4 ottobre è l’occasione. È il modo per esprimergli, non solo a parole, solidarietà.


(il manifesto, 3 ottobre 2021)

di Roberta De Monticelli, filosofa


Lunare, spropositata, sproporzionata, esorbitante: sono solo alcune delle più frequenti espressioni che troviamo in rete, e non vengono solo da Giuliano Pisapia e dalle moltissime personalità del mondo dell’informazione e dello spettacolo che si sono già espressi sulla condanna più di 13 anni di galera per Domenico Lucano l’ex sindaco di Riace.

Parliamo dei testimoni e dei compagni di quell’impresa che il mondo intero conosce come il modello di Riace: un modello non di accoglienza ma di integrazione e reciprocità che di due deserti – quello di provenienza e quello di approdo – avevano fatto un giardino.

Un’impresa che nel giro di vent’anni, dal primo sbarco di curdi sulla costa nel 1998, aveva acceso quest’altra nostra Africa disperata, la Locride devastata dalla ’ndrangheta, dall’emigrazione e dall’assenza di servizi e istituzioni funzionanti, la luce di una speranza enorme.

Con l’aiuto di registi come Wim Wenders (che a Riace ha dedicato il film Il volo), della rivista americana Fortune che ha incluso Lucano fra le 50 più influenti persone al mondo precisamente perché il suo modello «ha messo contro Lucano la mafia e lo stato, ma è stato studiato come possibile soluzione alla crisi dei rifugiati in Europa».

Con l’aiuto delle platee che in tutta Europa – Italia esclusa – hanno applaudito Un paese di Calabria, il documentario diretto da Shu Aiello e Catherine Catella girato nel 2016, rifiutato dalle sale italiane dopo gli arresti domiciliari inflitti a Lucano nel 2018.

Come cancellata dalla programmazione Rai è stata Tutto il mondo è paese, la fiction che racconta questa grande avventura di cooperazione – ripeto, non di semplice accoglienza – in cui una comunità multietnica ha riportato in vita gli antichi mestieri, riaperto laboratori di ceramica e tessitura, bar, panetterie e persino la scuola elementare, ha avviato un programma di raccolta differenziata con due asinelli che si inerpicano nei vicoli del centro.

E allora ascoltateli questi uomini e donne di buona volontà che con Lucano hanno condiviso l’utopia e l’impegno quotidiano per realizzarlo: parlano dal filmato di Tommaso D’Elia, Daniela Preziosi, Simone Pallicca, Ugo Adilardisi

Non rimarrò in silenzio, messo in rete da Arcoiris TV Channel.

Vi fanno toccare con mente e cuore l’idea di Lucano e di tutti loro, fiorita nel culto di chi alla lotta contro la ’ndrangheta infiltrata nelle istituzioni aveva sacrificato la vita, come Peppe Valarioti, ucciso a trent’anni nel 1980.

La forza del vero

Ascoltateli tutti, a partire dalla straordinaria figura dell’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini, già vescovo della Locride, sceso dal Trentino in terra di Calabria: ascoltate la sua dolcissima invettiva «contro chi ha ucciso la vita nel grembo della terra».

Ecco: non c’è dubbio che l’enormità di questa condanna sia semplicemente proporzionale all’enormità della speranza che uccide. In tutti noi che vediamo l’insufficienza – questa sì, criminogena – della accoglienza senza integrazione.

E senza riflessione su questo modello di reciprocità che fa rivivere le terre desolate e spopolate in Italia e annaffia i deserti attingendo alla fonte di ogni vita che valga la pena d’essere vissuta: la dignità, il valore riconosciuto alle proprie mani, alla propria lingua, alla propria gioia. E se questa condanna non sarà ribaltata dalla forza del vero, facciamone ciò che Socrate e don Milani, obiettore pacifista, volevano si facesse della pena accolta anche se ingiusta: una leva per leggi migliori.


(Domani, 3 ottobre 2021)

di Redazione


Segretarie, infermiere, insegnanti ma anche badanti e colf: le religiose sono spesso al servizio di cardinali, diocesi, parroci, scuole e cliniche cattoliche. Ma il loro lavoro in molti casi non è considerato tale. Non ci sono orari, contratti, diritti.

La denuncia di una situazione abbastanza diffusa ma tenuta normalmente sottotono arriva dal mensile dell’Osservatore Romano Donne Chiesa Mondo.

Il numero di ottobre è dedicato alla vita delle suore e il giornale del Papa ha scelto di puntare i fari su questa realtà, dopo aver denunciato in passato anche il fenomeno degli abusi, di autorità e sessuali, che si consumano nei conventi.

«Nei rapporti delle suore con i loro datori di lavoro c’è stato un offuscamento di quelli che io chiamo i confini. È una questione che dobbiamo affrontare». A parlare così, nell’intervista al mensile femminile del giornale vaticano, è Maryanne Loughry, suora della Misericordia, docente al Boston College e consulente del Centro dei Gesuiti per i Rifugiati. Per la religiosa serve «la trasparenza e la conoscenza dei propri diritti basata dove possibile su accordi scritti».

L’assenza di orari, con il conseguente super-lavoro, è alla base del ‘burnout’ di molte suore che si dividono tra il lavoro e la vita in convento, dove magari le aspettano altre incombenze, senza un minuto per il tempo personale. Si verificano poi anche situazioni in cui, in assenza di contratti scritti, «una o più sorelle non lavorano più per la diocesi o per il parroco, e di conseguenza perdono l’alloggio, diventando quasi homeless senza preavviso».

Per suor Loughry «nella Chiesa ci sono molte cose date per assodate: che noi siamo molto generose, che usciamo dagli schemi se c’è da fare qualcosa di speciale. Non voglio rinunciare a questa caratteristica, ma penso che a volte venga sfruttata». Tra i motivi per i quali è necessaria maggiore trasparenza, anche nel lavoro delle suore, ci sono «purtroppo gli abusi sessuali, finanziari e fisici: la Chiesa è stata portata di fronte alla responsabilità dei cattivi comportamenti».

In alcuni conventi, infine, si vive «come cento anni fa ma i tempi stanno cambiando». «Le giovani hanno un nuovo modo di pensare, vedono il mondo anche attraverso i social media, vogliono avere più tempo per la ricreazione. Serve un’apertura mentale – conclude suor Loughry nell’intervista al giornale del Papa – per affrontare questo».


(HuffPost, 2 ottobre 2021)

di Franca Fortunato


Leggendo il libro Senza paura. La nostra battaglia contro l’odio del senatore Alessandro Zan, la mia empatia iniziale si è ben presto trasformata in indignazione per come si scaglia contro quelle donne che, come me, chiedono modifiche al suo Ddl che, nato per contrastare le discriminazioni di gay, lesbiche e trans, è diventato molto altro. Empatia quando racconta di come nell’adolescenza ha scoperto di essere gay, della paura, del terrore di dirsi e dire la sua omosessualità, costringendosi a rendersi invisibile, a se stesso e agli altri, a partire dal padre, elettore leghista e omofobo. Il suo percorso di liberazione, personale e politico, è lungo e doloroso come per tanti gay, lesbiche e trans. Un percorso in cui, come ogni donna, si è dovuto misurare con una cultura patriarcale millenaria, pensata da uomini, appartenenti al suo stesso sesso. Una cultura che ingabbia, donne e uomini, in ruoli ed identità sociali, di cui noi ci siamo liberate, conquistando un senso libero del nostro essere donne. Il patriarcato non “scricchiola”, come scrive Zan, ma, grazie alle donne, alle femministe, è finito, come ci mostrano anche le immagini delle afghane scese in piazza contro i talebani. È finito perché nessuna donna al mondo gli dà più credito, mentre ci sono ancora molti, troppi, uomini che vi aderiscono e si ribellano alla libertà femminile, uccidono le donne, le stuprano, le prostituiscono. Ma se Zan, nonostante tutto, ha potuto portare avanti la lotta per la sua liberazione lo deve anche alle femministe radicali, che, a partire dagli anni ’70, hanno cambiato questo Paese, cambiando se stesse e i rapporti tra donne e uomini.

La libertà femminile è un guadagno anche per gli uomini, al di là dell’orientamento sessuale. Ma il senatore Zan, nel suo libro, non è grato a quelle donne, anzi, è sprezzante, manipola e distorce la verità delle loro critiche e modifiche richieste alla sua legge, le bolla come “transfobiche”, le accomuna ignominiosamente alla Destra, le contrappone alle altre e le addita al pubblico ludibrio. Non c’è niente di più patriarcale e violento di questo comportamento, da parte di un uomo che scrive di voler “creare una società post -patriarcale” non violenta. Anch’io, su questa rubrica, ho avanzato e argomentato le critiche e le modifiche al Ddl Zan, e sfido il senatore a trovare una mia sola parola di odio contro gay, lesbiche e trans, di cui scrivo da anni e che, attraverso i libri di donne come Delia Vaccarello, ho imparato a conoscere, ascoltare, rispettare e l’ho insegnato anche alle mie alunne e alunni. C’è disonestà intellettuale nelle sue accuse, c’è ignoranza del femminismo della differenza, c’è arroganza di un uomo di potere che pensa di avere la verità assoluta e pretende di spiegarmi/ci che l’essere donna “non passa solo dai corpi”. Ma, quel “non solo” non cancella i corpi, a partire da quello della madre, la donna che, liberata dal destino millenario della maternità sacrificale patriarcale, ci dà il dono della vita e della parola e ci rende libere/i nella relazione con lei. La legge del senatore istituzionalizza la cancellazione della differenza sessuale, delle donne, con i termini “genere” e “identità di genere” portatori di un linguaggio in cui, per essere inclusivo e non transfobico, le “madri” e le “donne” diventano “genitori che partoriscono”, “persone con vagina”. È il neutro universale asessuato patriarcale del post-patriarcato. Il senatore Zan non sa ascoltare le donne, insulta, giudica e condanna, come facevano i suoi padri. È l’uomo patriarcale del post-patriarcato.


(Il Quotidiano del Sud, 1° ottobre 2021)

di Luciana Tavernini


È uscita finalmente in italiano la biografia Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, scritta soprattutto per le giovani da María-Milagros Rivera Garretas, arricchita con sette delicate e originali illustrazioni a colori dell’artista Maria Vittoria Sesta e pubblicata da VandA.edizioni, casa editrice che ci sorprende per il sempre più ricco catalogo di libri e traduzioni che dal femminismo aprono prospettive per tutte e tutti.

L’autrice, ora docente emerita dell’Università di Barcellona in cui ha insegnato per decenni, cofondarice nello stesso ateneo dal 1982 del Centre de Recerca de Dones Duoda e poi della rivista Duoda, è autrice di decine di saggi e libri, tradotti anche in catalano, inglese, italiano e tedesco. Ha creato forti legami tra il femminismo italiano, spagnolo e latino americano con moltissime iniziative, di cui si può avere idea visitando la sua pagina web: www.mariamilagrosrivera.com

Conoscevo il lavoro suo e di Ana Mañeru Méndez di traduzione in spagnolo di tutte le poesie di Emily Dickinson e il CD con la loro lettura, pubblicato in tre raffinati volumi.1 Conoscevo l’originale riflessione sulle loro modalità di traduzione, presentate nel saggio pubblicato dalla rivista delle filosofe di Diotima Né inglese né spagnolo: tradurre la poesia di Emily Dickinson. (“Per amore del mondo” N. 15, 2017).

Dunque ho accolto con fiducia e piacere, e ho voluto tradurre, la biografia che mi ha aperto strade di accesso anche alle poesie più misteriose.

Questo piccolo libro introduce a un itinerario di scoperta di sé attraverso la narrazione della vita di Emily Dickinson e di alcune sue poesie di cui possiamo leggere il testo tratto dall’edizione critica di Franklin. Offre delle linee di lettura che aprono alla comprensione di come in ogni poesia ne siano stratificate altre. Milagros, grazie alla sua grande cultura che spazia in vari ambiti e tempi, collega le vicende della vita di Emily a riflessioni di filosofe come Simone Weil e María Zambrano, a figure storiche come quelle delle murate medievali, a diverse immagini artistiche come la Transverberazione del Bernini e lo fa con un linguaggio che unisce delicatezza e precisione.

Attraverso il libro le giovani hanno la possibilità di incontrare una selezione di poesie, sia nel testo originale sia tradotte dalla poeta e traduttrice Loredana Magazzeni. Come lei stessa racconta nella presentazione del libro alla Libreria delle donne visibile su youtube, ha seguito il metodo di Rivera Garretas, con cui si è confrontata, che «ha avuto come presupposto proprio l’allontanamento da qualunque tentativo di addomesticare quanto di selvaggio, rivoluzionario, anticonformista e misterico risiedesse nella scrittura di Emily, depotenziando ogni sforzo di razionalizzazione e imbellettamento della traduzione a favore di un potenziamento, invece, della libertà nel dire, anche quando questo sfugge alla logica più tradizionale del verso».

Delle poesie viene suggerita un’interpretazione che incoraggia a trovare la propria forma espressiva perché tutto possa essere detto, incoraggiamento necessario proprio in quell’età dove si corre il rischio di ridurre al silenzio la propria voce più autentica.

Sulla generazione del libro ho intervistato l’autrice che con le sue riflessioni arricchisce la nostra esperienza come lettrici.

Dopo aver tradotto in spagnolo per dieci anni con Ana Mañeru Méndez tutte le poesie di Emily Dickinson, hai scritto questa intensa ed essenziale biografia, dove apri alla comprensione di alcune poesie insieme a momenti cruciali della vita della poeta con un modo al tempo sicuro e colloquiale. Qual è stato il percorso che ti ha portato a questa scrittura?

La prima cosa che ho dovuto fare per scrivere questa biografia è stata ignorare uno dei più grandi divieti della violenza ermeneutica universitaria, che è la proibizione di tenere insieme vita e scrittura, esperienza vissuta e le parole per dirla, mie e dell’autrice studiata. Il che non vuol dire che altre non l’abbiano fatto prima di me, ma che bisogna decidere ogni volta se farlo o fare invece pensiero del pensiero. La violenza ermeneutica divide, separa, classifica; la lingua materna tiene insieme tutto, senza mescolarlo, perché il vissuto e la scrittura sono due cose diverse, non coincidono mai. L’una illumina l’altro, sì, ma sempre in tensione e in perdita. Nella scrittura di questo libro, sostenere questa tensione, la tensione creatrice, è stato particolarmente difficile. Perché tanto la vita quanto la scrittura di Emily Dickinson, tanto il piacere più eminente quanto il dolore che annienta, tanto le poesie quanto le lettere, dislocano tutto, da ciò che è più piccolo a ciò che è più grande, dall’insopportabile che lei sopportò per Amore, amore di una donna, all’impensabile che lei riesce sempre a dire, e dire in bellezza e perfezione. Per me, nella tensione creatrice, la guida è stata la sintassi, l’umile sintassi, garante del senso, che nella scrittura di Emily Dickinson non si perde mai, persino se non capisci, persino nei suoi famosi spasimi, “scrittura spasmodica” l’hanno chiamata i suoi critici, ammiratori controvoglia che probabilmente non hanno avuto mai un vero spasimo nella loro vita.

Dopodiché ho dovuto praticare la passività: la passività che concepisce, che può concepire grazia. Voglio dire lasciarmi dare da lei, dalle sue poesie, dalla sua non punteggiatura o punteggiatura in altro modo, senza pormi domande, senza propositi, senza rigore, senza politica, senza princìpi, pronta a sperimentare la sensazione che quelle parole e quella sintassi ti possono fare scoppiare la testa. Niente di eroico, niente, sapere soltanto che dovevo adeguare me alla sua comprensione, non la sua comprensione alle mie capacità. Mi hanno aiutato le esperienze vissute nei rapporti con le mie nipotine e anche alcuni film per ragazze. E soprattutto mi ha aiutato la fedeltà, la fedeltà totale alle sue parole; penso che la fedeltà, la dedizione, siano spesso assenti nelle interpretazioni della vita e della scrittura di Emily Dickinson ancora oggi, o forse ancora di più proprio oggi.

Nella biografia scrivi del dolore dell’incesto, un delitto e i suoi “Confini di dolore”, che hai scoperto attraverso diverse poesie, ventitré delle quali con Ana hai tradotto e raccolto nel libro Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto (Sabina editorial, Madrid 2017), il cui titolo è tratto dal verso “Since that appalling Day”, da quel Giorno terrificante, spaventoso, della poesia 331 “The only Ghost I ever saw”. Sono poesie che come dici nell’introduzione a quel libro, mostrano i confini di dolore per il senso di terrore e disagio che fanno sentire, prima ancora di poterli comprendere. Del resto in una lettera a Higginson del gennaio1874 Emily scrive del Terrore a cui andava incontro a casa, “ma il Terrore era preferibile al nulla”.

Tu in questa biografia riesci a rivelare l’incesto con la delicatezza con cui si può farlo con ogni ragazza o ragazzo in modo che non si facciano pietrificare dal dolore attraverso l’indifferenza ma mantengano il contatto col loro sentire, continuando ad avere fiducia nella possibilità delle parole di esprimere la propria esperienza. Come hai potuto parlarne e perché si ha paura a parlarne, anche se ultimamente in diversi paesi sempre più donne prendono la parola pubblicamente e ne scrivono, come sta accadendo in Francia con il #MeTooInceste?

Gli studiosi non nominano quasi mai l’incesto del padre e del fratello, sofferto da Emily Dickinson e da sua sorella Lavinia.

Non lo nominano perché non vogliono.

Non è compito loro far finire il patriarcato, non è compito loro portare alla fine se stessi e il proprio modo di vita, fondato sul contratto sessuale.

Le studiose non nominano quasi mai l’incesto perchè non possono. Candela Valle Blanco, nel saggio “Dire l’indicibile. Ascoltare il vero”, ora disponibile in italiano nell’ultimo numero della rivista delle filosofe di Diotima (http://www.diotimafilosofe.it/larivista/dire-lindicibile-ascoltare-il-vero1/), ha scritto che la responsabilità dell’incesto è indirettamente della madre, perché spetta a lei la cura e la protezione della figlia: l’incesto è responsabilità femminile. Se in quanto donne non ci prendiamo questa responsabilità, facendo a meno, per esempio, della vaginalità, nel senso anticipato mezzo secolo fa da Carla Lonzi, poco o niente resta da dire: leggi, pena capitale o meno, discorsi, morale, urla, non servono a niente. Stiamo irresponsabilmente zitte.

Perciò un capitolo del libro è dedicato a questa grande sofferenza, forse la più grande nella vita di Emily Dickinson. Ho cercato di scrivere questo capitolo quasi con tenerezza, come mia madre ci insegnava a riconoscere, e fuggire, dai pedofili che avremmo trovato per strada andando a scuola da sole, e non sbagliò, anzi. O come insegna la stessa Emily Dickinson: ho tentato di dire la verità, ma di dirla obliqua, slant.

Ma l’incesto va detto, senza tregua, sempre, e va sempre creduto. Emily Dickinson lo fa. Grida in una delle poesie più oscure, la 673, My Message – must be told –, Il mio Messaggio – deve essere detto –. E lei lo dice dice fra sperperi d’Oro masiccio, Diamanti e Pietre Preziose, perché la bambina che ha patito l’incesto va guarita solo con sperperi d’Amore, d’Oro, Diamanti e Pietre Preziose, sprechi che riapriranno il suo sentire originario e la sua anima corporea alla purezza e al bianco dove lei era stata messa al mondo nell’abbondanza. Per questa ragione sul libro l’unica poesia dedicata all’incesto, la 307, parla del bianco, il colore della redenzione della sofferenza e del piacere clitorideo, piacere puro, casto, senza penetrazione, senza dolore.

Dedichi un capitolo all’amore tra Emily e Susan che diventerà sua cognata, la sua maggiore corripondente per ben 36 anni a cui Emily dedicò per quanto conosciamo 276 poesie e a cui scrisse moltissime lettere pubblicate in Open me Carefully. Emily Dickinson’s Intimate Letters to Sue Huntington Dickinson, da Ellen Louise Hart e Martha Nell Smith (Paris Press, 1998). Sue fu l’amica a cui riferirsi, quella che permette di trovare il tu incarnato femminile a cui offrirsi e da cui ricevere misura, smentendo l’idea della genialità solipsistica. Tu riesci a dare l’idea della ricchezza di questa relazione in cui l’anima corporea di entrambe fu coinvolta. Puoi parlarcene?

Emily Dickinson fu una donna clitoridea, lo sapeva e lo diceva. Io non conosco nessun’altra creatrice che abbia inventato tantissimi modi di dire e di far sentire l’amore fra donne e il piacere clitorideo, in se stesso e senza limiti. Si potrebbe nominare Georgia O’Keeffe fra le pittrici, senz’altro, però in verità no, a mio parere. Emily Dickinson riesce a ispirare in te quello che non sapevi né avresti imparato altrove, non si limita a trovare la bellezza somma per quello che bene o male già conosci. Lei fu in realtà una scrittrice mistica, cosa finalmente dicibile apertamente oggi perché noi donne non confondiamo più la mistica con le religioni monoteiste; sapiamo invece che mistica è Amore, è politica, è Mistero; e Amore è sempre piacere, piacere clitorideo (non ho mai sentito parlare di mistica associata con la penetrazione, al massimo si parlava di “erotica del potere”). Emily Dickinson concepisce concetti senza fallo, senza confini né contorni, senza macchia; ogni sensualità concreta, un Emisfero, e la donna concreta, Signora della Casa, hera, l’hera prepatriarcale e non-patriarcale nel patriarcato. In questo senso è mistica: fu capace di concepire grazia. Come Susan Dickinson concepì corpi, fu madre, senza coito. L’hera è letteralmente la Signora della Casa e, dalla casa, del Mondo: la donna che sa che la sua indipendenza simbolica non dipende dagli uomini né da antinomie sociali come pubblico / privato, ma da Amore, dalla libertà femminile e dalla frequentazione del Mistero.

Emily Dickinson riesce a esprimersi così, a concepire grazia con le parole, perché -sostengo io – conobbe il segreto della mistica beghina medievale, l’unione mistica nel piacere che cercavano nelle loro celle vicine al cielo le murate dell’Europa feudale. Emily conosceva il mistero e il piacere intenso de le Loingprès, la Lungiprossima, la Divina Presenza, Amore, Lontana e Vicina alla distanza opportuna. Nel suo caso, la distanza opportuna fu segnata, rispetto alla lontananza, da un sentiero, una siepe, un gradino di lava e la porta sochiusa che separavano la casa di Emily, chiamata The Homestead, dalla casa di Susan, chiamata The Evergreens; e rispetto alla vicinanza, fu segnata dalla passione e dalla sorellanza che le univa, e dal difficile patto a tre fra Susan, Emily e il fratello Austin.

Nella biografia sviluppi il tema dell’ispirazione e dell’esperienza di essere visitate da lei, di come nasce il pensiero dell’esperienza, riuscendo a rivelare cose che interessano chi le dice o scrive e chi le ascolta o legge. Sottolinei la modalità di fare poesia che rivoluzionò le regole linguistiche e compositive della sua epoca perché lei potesse scrivere ciò che veniva scoprendo ed era necessario che lei portasse nel mondo. Perché hai dato così tanta importanza a questo tema in un libro dedicato soprattutto alle e ai giovani?

Nel libro ho tentato anche d’insegnare un po’ alle ragazze la scrittura, la scrittura femminile come ispirazione e come mestiere. A scuola e all’università si insegna a scrivere al maschile o al neutro, valutando la verità oggettiva, verità, secondo la scuola e l’università, che in realtà non esiste. Una ragazza o una donna che ama la scrittura soffre in modo particolare questa contraddizione sulla verità propria della violenza ermeneutica universitaria. Perché la scrittura femminile è in primo luogo, secondo me, scrittura ispirata, che parte da sé e si conette col prima di sé, con la genealogia materna della Trinità Femminile delle Tre Madri e delle Tre Marie, con le loro voci ascoltate come vera profezia, di fili sondati nel profondo, di parole e frasi letteralmente dettate se una sa e desidera ascoltare. Emily Dickinson insegna a farlo, ad ascoltare fedelmente. Lei scriveva sopratutto di notte, fra mezzanotte e l’alba, tempo di contemplazione, di silenzio, senza interruzioni, non soltanto perché aveva molto da fare di giorno – nelle lettere si lamenta del lavoro domestico, che non le piaceva – ma sopratutto per essere pronta alla Visita, se arrivava, dell’ispirazione, del Mistero. Forse una delle poesie meno capite e più impattante se capita, efficace e indimenticabile, è la 764, My Life had stood – a Loaded Gun –. Insegna alla scrittrice o apprendista scrittrice a riconoscere l’ispirazione poetica quando arriva, ad attenderla, ad affidarsi a lei, a guardare, trovare e custodire dentro di sé le parole per dire quello che va detto da lei e non è stato mai detto prima: a proseguire senza paura, indifferente ai mandati o alle regole degli uomini e della cultura. Senza nostalgia del dolore del patriarcato.


María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, trad. dallo spagnolo di Luciana Tavernini, trad. delle poesie dall’inglese di Loredana Magazzeni, illustrazioni di Maria Vittoria Sesta, VandA.edizioni, Milano 2021, pp. 120, E. 13,00


(Leggere donna, N. 192/ luglio-agosto-settembre 2021, pp. 34-38)


1 Emily Dickinson, Poemas 1-600. Fue – culpa – del Paraíso, prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2012, 940 pagine. + CD formato mp3; Emily Dickinson, Poemas 601-1200. Soldar un Abismo con Aire – , prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2013, 778 pagine. + CD formato mp3; Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, con la postfazione di MariaMilagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2015, 640 pagine + CD formato mp3.