di Marina Terragni
Un breve commento, dopo l’archiviazione del ddl Zan sull’omobitransfobia, destinato soprattutto alle sorelle e amiche non italiane che ci chiedono di spiegare; e a chi, fra le italiane, non abbia ancora chiaro quello che è successo.
Più o meno un anno fa il ddl Zan contro l’omobitransfobia è stato approvato alla Camera nel silenzio e nella disattenzione generale. In quella fase i media hanno del tutto oscurato il dibattito, mentre l’ondata Covid in corso – in Italia non era ancora cominciata la campagna vaccinale – stava catalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica. Il centrosinistra aveva votato compattamente a favore, cosa che non si è ripetuta quando il ddl è arrivato al Senato per l’approvazione definitiva. La verità è che la gran parte delle deputate e dei deputati, come è stato in seguito riconosciuto dal alcuni tra loro (primo fra tutti Stefano Fassina), non aveva davvero capito quello che stava approvando. Convinti di votare una legge contro i crimini di odio ai danni delle persone omosessuali e transessuali, non avevano compreso che il vero core della legge era l’identità di genere, primo passo in direzione del self-id.
In Italia è in vigore una legge, la 164/82, non dissimile dal Gender Recognition Act inglese, che regola il percorso per il “cambiamento di sesso”, percorso che si conclude con la pronuncia di un tribunale. Questa legge è stata aggiornata negli anni da una serie di sentenze: per esempio, oggi non è più richiesta la mutilazione chirurgica per ottenere il cambio di sesso sui documenti. Resta tuttavia necessario affrontare tutto il percorso, con perizie e sentenza finale. Quello che il ddl Zan intendeva introdurre surrettiziamente era l’autocertificazione di genere o self-id.
I deputati, dicevamo, non l’avevano capito. Molti cittadini non l’hanno capito nemmeno oggi. Ma noi femministe radicali sì. La lotta è stata a mani nude, e davvero molto dura, in particolare su due fronti: 1. rompere il silenzio dei media, 2. interloquire con il centrosinistra -area politica della grande maggioranza fra noi – per apportare modifiche al testo del ddl.
Il primo obiettivo l’abbiamo in qualche modo raggiunto: con grande fatica siamo riuscite a “bucare”, abbiamo fatto un grande lavoro sui social media, siamo uscite sui giornali, abbiamo strappato qualche passaggio in tv, siamo state audite in Senato. Il secondo obiettivo, interloquire con i proponenti, l’abbiamo del tutto mancato. Con rarissime eccezioni, nessuno ha mai voluto ascoltarci e confrontarsi con noi, dal primo firmatario Alessandro Zan, ai segretari dei partiti di sinistra (PD, M5S, LeU), alle donne di quei partiti.
Un muro invalicabile, una sordità assoluta, accompagnata da sprezzo misogino: siete una minoranza retriva, non rappresentate nessuno, e così via.
Le nostre obiezioni erano fondate e ragionevoli: oltre al no all’identità di genere (art.1) chiedevamo che la legge non venisse allargata all’odio misogino – le donne non sono una minoranza da tutelare ma la maggioranza del genere umano, e il femminismo non aveva mai chiesto una legge simile, soprattutto se concessa da misogini favorevoli a utero in affitto e “sex work”-. Chiedevamo che la propaganda transattivista restasse fuori dalle scuole (art.7) e che la libertà di espressione fosse davvero garantita (art. 4).
Abbiamo perfino proposto che si tornasse a un precedente disegno di legge (Scalfarotto-Annibali) che avrebbe garantito davvero la tutela delle persone omosessuali e transessuali.
I nostri argomenti sono stati ripresi e utilizzati dai partiti di destra e dai moderati: è stato davvero sorprendente sentire nominare Judith Butler e il transumanesimo dai deputati conservatori. Ma come abbiamo visto hanno fatto breccia anche presso una piccola parte della sinistra, che alla fine non ha sostenuto il disegno di legge, facendo mancare i numeri necessari per procedere nell’iter di approvazione al Senato. È stata qui la nostra vittoria.
Abbiamo il fondato sospetto che una parte degli stessi proponenti abbia voluto stoppare la legge, che se approvata avrebbe aperto scenari davvero difficili da gestire e giustificare di fronte a un’opinione pubblica in grande parte sfavorevole al self-id, ma tuttora ignara che il vero obiettivo del ddl fosse quello.
E dispiace davvero che le persone omosessuali e transessuali non abbiano ottenuto la tutela che chiedevano a causa della protervia del transattivismo queer: i veri omofobici e transfobici sono proprio loro.
Per noi e per tutte, una lezione: non arrendersi, mai. Oggi lo diciamo soprattutto alle sorelle spagnole e tedesche che si trovano a lottare contro leggi simili. Non avremmo mai creduto di farcela, a mani nude, contro un mainstream universale schierato a favore del ddl, ma non ci siamo lasciate scoraggiare e abbiamo raggiunto l’obiettivo, sia pure amaramente. E soprattutto, pretendere che le cose vengano chiamate con il loro nome. Non consentire che una legge il cui scopo è introdurre il self-id si presenti come qualcos’altro, mascherando il vero obiettivo dietro a proposte più ragionevoli e condivise.
Ogni volta che vedete menzionata l’identità di genere, aguzzate le orecchie, e preparatevi a lottare.
Marina Terragni fa parte di RadFem Italia e WHRC (Women’s Human Rights Campaign) Italy.
(https://feministpost.it//, 30 ottobre 2021)
di Giada Ferraglioni
«I miei genitori producono thè. Fin da quando ero più piccola li ho visti perdere interi raccolti a causa della siccità. Per loro fare i conti con il cambiamento climatico significa non poter lavorare per interi mesi». Rose Kobusinge, 27 anni, è originaria dell’Uganda. Della sua giovinezza nell’Ovest del Paese, Rose ricorda soprattutto il suo legame con la natura. Ricorda i fiumi, gli alberi, le montagne. Ma nel corso degli anni, il rapporto tra gli ugandesi e la loro terra si è fatto sempre più complicato. Il cambiamento climatico ha trasformato quel senso di pace in angoscia: ai periodi di prolungata mancanza di piogge, si sono aggiunte le inondazioni, che ogni anno colpiscono senza preavviso interi villaggi, distruggendoli. Per provare a invertire la rotta, Rose aveva solo un modo: migrare in un altro Paese, studiare gli effetti dell’inquinamento e diventare un’attivista. Dopo essersi laureata alla Makerere University, a Kampala, ha studiato gestione ambientale all’Università di Oxford. Come altri giovani da tutto il mondo, sarà alla Cop26, la Conferenza Onu sul Clima che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 2021. Rappresenterà il suo Paese come delegata: «La prima cosa che ho imparato è che tutto questo è in gran parte colpa dei Paesi ricchi. E che sono loro a doverci aiutare».
Le inondazioni in Uganda
Nella Regione in cui Rose è cresciuta, al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, c’è una delle montagne più alte dell’Africa. È la Stanley Mountain, monumento naturale dalla rara imponenza, secondo solo al Kilimangiaro e al monte Kenya. La punta più alta, la cima Margherita, raggiunge i 5.109 metri. Sulle sue vette poggiano importanti ghiacciai, che, però, si stanno sciogliendo a ritmi inquietanti. E inquietanti sono gli effetti collaterali: i rivoli che scendono dalla montagna finiscono in quantità esagerate nei fiumi a terra, che poi esondano. Ogni anno le inondazioni si fanno più violente e ogni volta le vittime sono numerose. «La gente muore vicino casa mia, muore ogni volta», dice Rose. «L’acqua distrugge i campi, le case, uccide gli animali. Non c’è modo di prevedere le inondazioni, accadono di notte mentre la gente dorme. E chi sopravvive è costretto ad andarsene».
I numeri sui rifugiati
Secondo uno studio della World Bank pubblicato nel 2018, il numero di rifugiati climatici arriverà nel giro di 30 anni a toccare i 120 milioni. Se le cose andranno molto male, nel 2050 potremmo contarne anche 140 milioni. «Quasi tutti sono persone vulnerabili», dice Rose. «Donne, bambini, anziani, uomini che hanno perso tutto». Al momento la maggior parte di loro viene tenuta nei campi profughi, privata di qualsiasi prospettiva, «senza che nessuno abbia idea di dove mandarli o di cosa fargli fare». «Non vengono coinvolte nelle decisioni – sottolinea – le loro voci non esistono. Vengono semplicemente lasciate indietro».
Cosa chiede Rose alla Cop26
I Paesi ricchi, dice Rose, devono fare molto di più. «Penso che i leader mondiali non si rendano conto della gravità della situazione. Quando viaggiano nei Paesi in via di sviluppo alloggiano negli hotel di lusso. E questo li tiene a dir poco lontani dalla realtà». Per lei, dalla Cop26 è importante che esca un progetto chiaro sull’accoglienza (presente e futura) dei migranti climatici. Eppure, nonostante la convinzione con cui difende le sue posizioni, dalle sue parole emerge un certo sconforto. Quando si parla di cambiamento climatico, dice, nessun Paese sviluppato ha interesse ad affrontare certi discorsi. «In Uganda, che ha a disposizione poco denaro e già fa i conti con quasi due milioni di sfollati, ospitiamo oltre un milione di rifugiati esterni. Quanti dei Paesi ricchi sarebbero disposti a fare lo stesso, o anche di più, ogni anno? Penso quasi nessuno».
(Open, 30 ottobre 2021)
di Franca Fortunato
Lea Garofalo, la testimone di giustizia torturata, strangolata e bruciata dall’ex compagno, condannato all’ergastolo insieme ai suoi complici grazie alla testimonianza, per amore della madre, della figlia Denise, fa paura anche da morta. Ne è testimonianza la ripetuta distruzione a Milano della targa, affissa allo schienale della panchina rossa posta in sua memoria nella piazza dove sorge l’appartamento in cui fu torturata ed uccisa quel 23 novembre del 2009. Piazza dello spaccio di droga e roccaforte dei clan calabresi. Quella targa, con la scritta «A Lea Garofalo, testimone di giustizia e vittima della ’ndrangheta», è un affronto, una provocazione, avranno pensato i mafiosi. All’inizio la targa venne vandalizzata, poi, nel marzo scorso, bruciata. Rimessa al suo posto il 24 aprile con una grande festa in ricorrenza del compleanno di Lea, fu di nuovo incendiata. Tenacemente rimessa, all’inizio di settembre fu incendiata di nuovo e rimessa il 3 ottobre. “Loro” ci proveranno ancora, non si daranno per vinti perché il vero problema non è la targa ma lei, la cui memoria è viva e il cui gesto, come quello delle altre donne che si sono ribellate alle “famiglie”, minando alle fondamenta la ’ndrangheta, mantiene tutta la sua forza e potenza. È questo che a “loro” fa paura, anche dopo la sua morte. Un gesto, quello di Lea, che torna ogni volta che una madre affida le proprie figlie/i ai magistrati per sottrarle/i alla famiglia mafiosa; torna ogni volta che una donna testimonia contro di “loro”, come stanno facendo in questi giorni nei tribunali di Catanzaro e Crotone Concetta Di Noia e Anna Maria Cerminara contro le cosche del crotonese. Dopo Lea, altre giovani donne, uccise dagli ex fidanzati, ne hanno condiviso la drammatica sorte. Roberta Siracusa, 17 anni, uccisa a Caccamo (Palermo) a gennaio scorso, bruciata e poi buttata in un burrone dal suo ex di 18 anni. Fabiana Luzzi, anni 16, uccisa nel 2013 a Corigliano Calabro con 20 coltellate e poi bruciata ancora viva dal suo ex di 18 anni. Sara Pietrantonio, anni 20, strangolata e bruciata nel 2016 dal suo ex di 27 anni. Donne i cui assassini non si sono sentiti soddisfatti di averle uccise – l’ex di Elena Casanova, ultima in ordine di tempo, dopo averla massacrata a martellate, al vicino accorso alle grida della donna ha detto «adesso sono soddisfatto» – ma si accaniscono sui loro corpi e li bruciano per cancellare ogni traccia del loro passaggio sulla terra. Una violenza che lascia senza fiato, un odio che nemmeno la morte placa. Un odio che affonda le sue radici nella cultura millenaria patriarcale, di cui la ’ndrangheta esaspera i (dis)“valori” della virilità e della famiglia, facendo dei legami di sangue la sua forza. È lo stesso odio che molti secoli fa ha armato la mano degli assassini di Ipazia d’Alessandria, filosofa e scienziata, amata dal popolo e onorata dai governanti che prima di ogni decisione «erano soliti recarsi da lei». Insopportabile per il vescovo Cirillo che voleva per sé quell’autorità e popolarità e così la fece uccidere. Il suo corpo fu torturato, fatto a pezzi e bruciato come quello di Lea e delle altre. La violenza inaudita degli assassini e l’amore per la propria libertà unisce questa donna della fine del IV secolo d.C. alle altre. A Lea l’unisce qualcosa di più, la paura di lei anche dopo morta. Su Ipazia cadde un grande silenzio, fu cancellata per secoli dalla memoria storica e solo l’amore delle donne l’ha riportata al mondo, facendola arrivare fino a noi. Col fuoco possono bruciare il corpo di una donna, una targa, ma non la storia e la memoria di lei.
(Il Quotidiano del Sud, 29 ottobre 2021)
di Luca Ricolfi
Non ho idea di che cosa abbia spinto Enrico Letta e il suo partito a rifiutare, fin da prima dell’estate, ogni compromesso sul Ddl Zan. Errore di calcolo? Voglia di inasprire lo scontro con il centro-destra? Manovre sull’elezione del presidente della Repubblica?
Chissà.
Ora che la frittata è fatta, e che l’approvazione di una legge conto l’omotransfobia è rimandata alle calende greche, forse varrebbe la pena che il Pd – esaurita la raffica di contumelie contro la destra retrograda, razzista e omofobica – si fermasse un attimo a riflettere. Tema della riflessione: come mai i dubbi sul Ddl Zan, anziché essere esclusivi della destra, sono così diffusi anche dentro il campo progressista?
Già, perché al segretario del Pd forse è sfuggito, ma la realtà è che le perplessità sul Ddl Zan sono piuttosto diffuse in diversi settori della sinistra. E in molti casi non sono di tipo tattico, come quelle espresse da Renzi e dai suoi, per cui sarebbe meglio una legge imperfetta che nessuna legge.
No, ci sono movimenti, associazioni, politici, studiosi di area progressista che sono convinti che si possa fare una legge a tutela delle minoranze migliore e non peggiore del Ddl Zan. Chi sono?
Diverse associazioni femministe, tanto per cominciare. Non solo italiane (Udi, Se non ora quando, Radfem, Arcilesbica) ma oltre 300 gruppi in più di 100 paesi, riuniti sotto la sigla Whrc (Women’s Human Rights Campaign). La rappresentante italiana nella Whrc è Marina Terragni, da decenni impegnata nelle battaglie per i diritti delle donne, degli omosessuali e dei transessuali. A queste associazioni non piace che le donne, che sono la metà dell’umanità, siano trattate come una minoranza; ma soprattutto non piace che il mondo femminile, con i suoi spazi e i suoi diritti, sia arbitrariamente colonizzato da maschi che si autodefiniscono donne, come è già capitato – ad esempio – in ambiti come le carceri e le competizioni sportive; per non parlare dei dubbi sui rischi di indottrinamento (e di cambiamenti di sesso precoci) dei minori.
Poi ci sono gli studiosi, e specialmente i giuristi, che hanno analizzato l’impianto della legge, e ne hanno individuato almeno tre criticità: rischi per la libertà di espressione, difetto di specificità e tassatività dei reati perseguiti con il carcere, conflitto con l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 («i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere d’istruzione da impartire ai loro figli»). Fra i giuristi che hanno sollevato obiezioni, oltre a diversi costituzionalisti, c’è anche Giovanni Maria Flick, ex ministro della giustizia del primo governo Prodi.
Ma forse il caso più interessante, e clamoroso, di disallineamento con l’integralismo LGBT di Letta e del Pd è quello dell’estrema sinistra, in Europa ma anche in Italia. Forse non tutti sanno che, non da ieri, in una parte della sinistra radicale le battaglie LGBT, e più in generale le battaglie per i diritti civili, sono guardate con ostilità come “campagne di distrazione di massa”, che la sinistra riformista – irrimediabilmente compromessa con il capitalismo e con le logiche del mercato – utilizzerebbe per spostare l’attenzione dal vero problema, ossia l’arretramento dei diritti sociali. Su questa linea, ad esempio, troviamo filosofi come Jean-Claude Michéa e, in Italia, Diego Fusaro. Ma anche uomini politici di sicura fede progressista, come Mario Capanna (assolutamente contrario, perché «la legge aggiunge reati, non diritti») o il sempre comunista Marco Rizzo, forse la voce più severa sui diritti LGBT e sulle celebrities che di quei diritti si servono per autopromuovere sé stesse (ma, è il caso di notare, osservazioni del medesimo tenore senso sono talora venute anche da un riformista doc come Federico Rampini).
E poi ci sono i (pochi) politici progressisti fuori dal coro, che hanno il coraggio di dire la loro anche se il partito non è d’accordo. Penso ad esempio a Paola Concia (Pd, sposata con una donna), che nello scorso aprile sollevò varie e argomentate obiezioni, chiedendo di modificare il testo della legge. O Valeria Fedeli (Pd), che nello scorso maggio sollevò perplessità analoghe, pure lei convinta che le modifiche avrebbero potuto migliorare la legge.
Ma forse il caso più interessante di posizionamento politico è quello di Stefano Fassina, ex parlamentare Pd, poi transitato in Sinistra italiana e approdato a LEU. In una conversazione con Il Foglio, giusto il giorno prima dell’affossamento del Ddl Zan, Fassina non solo osserva che l’articolo 4 (sui limiti alla libertà di espressione) andrebbe eliminato per «il suo portato di arbitrio giurisdizionale», ma afferma che «sarebbe gravissimo per il nostro stato di diritto non intervenire sull’articolo 1» (quello che definisce l’identità di genere come scelta soggettiva). Quell’articolo, infatti, introduce «norme che si configurano come visione antropologica – legittima ma di parte». Una visione che «non è stata esplicitata, condivisa e discussa, e quindi non può stare nel disegno di legge e diventare progetto educativo universale».
Che dire?
Forse una cosa soltanto: una parte del mondo progressista, Letta o non Letta, continua a ragionare con la propria testa. Ed è un bene, perché certe battaglie, come quelle sul pluralismo e sulla libertà di espressione e di educazione, hanno più probabilità di essere vinte se non diventano proprietà esclusiva di una sola parte politica.
(Il Messaggero, 29 ottobre 2021)
di Marco Tarquinio
Il cosiddetto Ddl Zan va in archivio. E non è un bel giorno per la società italiana. Un ambizioso ma brutto disegno di legge nato per contrastare in modo specifico omofobia e transfobia (e che ostinatamente non si è voluto ben calibrare se non per renderlo ancora meno centrato sull’obiettivo dichiarato) è stato fermato. E «il modo ancor m’offende». Non certo per il libero voto dei senatori della Repubblica, bensì per l’insensata prova di forza che ha prodotto quest’esito deludente e per il solito coro zeppo di luoghi comuni che, con qualche felice eccezione, dalle opposte sponde si è subito levato. «Genderofili» (perdenti) contro «omofobi» (vincenti), in una sorta di bipartitismo caricaturale e insopportabile.
Ma l’Italia, grazie a Dio e alla civiltà di tantissimi suoi cittadini e cittadine, non è una terra di odiatori e menatori seriali e neanche di ideologi dell’indifferenza (umana, morale e sessuale). È perciò politicamente e civilmente assurdo e autolesionista forzare per incasellarci tutti in questa scatola di ferro spaccata a metà.
Così si semina vento e si raccoglie tempesta, aggravando fenomeni reali ed esaltando gli esaltati. Che pure ci sono. Sì, ci sono quelli che insultano e vessano le persone omosessuali e transessuali, così come ci sono quelli che pretendono, nel nome dell’«infinita possibilità», di negare la realtà della differenza sessuale, di maternità e paternità e persino la libertà di affermarle. Ecco perché argini espliciti a tutto ciò – alla violenza verbale e fisica sulle persone e a ogni illiberale rimozione e intimidazione antropologica – vanno posti o mantenuti. E bisogna farlo in modo semplice e chiaro. Come anche la Chiesa italiana ha raccomandato, per voce dei suoi vescovi, con buona pace dei, variamente distribuiti, seminatori di slogan a buon mercato e di pessimo contenuto.
Il ddl Zan era e resta sbagliato, e su queste pagine l’abbiamo scritto e documentato a fondo, dando spazio a tante voci, trasversali agli schieramenti eppure silenziate o stravolte dalle pretese caricaturali di cui sopra. Quella proposta “idolatrata” da persuasori e influencer decisi a darla già per approvata in forza di un plebiscitarismo digitale e mediatico da far accapponare la pelle, era fuori centro in più punti sul piano concettuale, dell’architettura giuridica e delle sue conseguenze. Non lo si è voluto ammettere e ora si raccolgono i frutti della presunzione. Ma meglio nessuna legge di una cattiva legge, perché di leggi vigenti e cattive o incattivite (come quelle sulle migrazioni e sulla cittadinanza) ne abbiamo già troppe, e perché quando si tratta di reati e di libertà, cioè “dei delitti e delle pene”, non si può essere approssimativi e avventurosamente “filosofici”. Lo strepito che si sente non è incoraggiante, ma speriamo che di questo fallimento si sappia far tesoro.
(Avvenire, 28 ottobre 2021)
di Lucrezia Ercolani
Cinema. La regista Audrey Diwan e l’attrice Anamaria Vartolomei hanno presentato a Villa Medici a Roma il film vincitore del Leone d’Oro incentrato sulla tematica dell’aborto, dal 4 novembre nelle sale
«Mi chiedo se questo film possa essere condiviso non solo con le donne che hanno vissuto all’epoca ma anche con quelle di oggi, con gli uomini e con coloro che sono contrari all’aborto». Le parole di Audrey Diwan, regista del film vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia, aprono uno squarcio su un tema ancora attuale. La prossima settimana, il 4 novembre, La scelta di Anne uscirà nelle sale italiane in anteprima mondiale, precedendo la Francia. La versione originale è chiamata L’événement, come il romanzo autobiografico di Annie Ernaux da cui è tratto il film, che ripercorre le difficoltà attraversate dalla scrittrice all’inizio della sua carriera universitaria quando nel 1963 decise di porre fine ad una gravidanza indesiderata ricorrendo ad un aborto clandestino, rischiando così la detenzione oltre alla vita stessa.
Il titolo italiano, spiegano i distributori, è stato pensato per evitare polemiche, probabilmente perché è focalizzato sulla singola decisione della protagonista e non allarga troppo un dibattito che potrebbe risultare spinoso, considerato che nel nostro Paese la percentuale dei ginecologi obiettori sfiora il 70% e che interrompere una gravidanza è tutt’ora un’esperienza complessa e traumatica. Nella cornice di Villa Medici a Roma, Audrey Diwan e l’attrice protagonista Anamaria Vartolomei hanno risposto ad alcune domande per approfondire le tematiche del film. Rispetto al confronto con la grande scrittrice, la regista racconta che Ernaux ha trovato la sua sceneggiatura «giusta» dopo numerosi colloqui: «La prima cosa che ho fatto è stato parlare con lei per capire se potevo trovare il mio percorso attraverso il suo. Abbiamo passato molte ore a studiare il suo libro, mi ha raccontato anche tanti elementi che ne erano rimasti fuori». L’attrice non ha invece potuto incontrarla per via del lockdown, «ma è stato un bene, perché mi ha permesso di non imitarla e così mi sono presa molte più libertà. Mi sono nutrita della collera che ho provato leggendo il romanzo e del desiderio di difendere questa ragazza. Ho all’incirca la stessa età e ho vissuto esperienze analoghe, ho percorso il cammino del desiderio, della solitudine. Sono molto cresciuta con questo personaggio» ha raccontato Vartolomei, la cui ottima interpretazione è stata riconosciuta da più parti.
Tornando al tema principale del film, Diwan ha poi affermato che il problema non è scomparso con la conquista del diritto all’aborto sul piano normativo, «malgrado la legge continua ad esserci un’onta, una vergogna sociale legata al fatto che non si osa parlare dell’argomento. Quando non c’è la possibilità di avere uno scambio, ci si sente sole». Proprio il silenzio e la solitudine sono due temi ricorrenti considerato che la protagonista non riesce a trovare un aiuto da parte di nessuna delle persone a lei care, tanto erano scarse le conoscenze sull’argomento e forti i tabù ancora da infrangere. Colpisce però come questo vissuto doloroso spinga Anne a trovare se stessa, a conoscersi maggiormente, a capire quali fossero i suoi reali desideri. Un vero e proprio evento quindi, foriero di trasformazione. La scelta di abortire viene infatti presa con determinazione, frutto del desiderio di continuare a studiare per emanciparsi da una situazione famigliare tutt’altro che agiata.
La questione di classe non è al centro della narrazione ma condiziona fortemente i comportamenti dei personaggi, in una società come quella degli anni ’60 dove non solo per gli uomini era finalmente possibile pensare di migliorare la propria condizione sociale. La gravidanza era allora «quella malattia che viene solo alle donne e che le trasforma in casalinghe», come viene affermato nel film. Anne affronta quindi il dolore a viso aperto, un approccio che trova una corrispondenza con quello della regista che ha talvolta privilegiato la lunghezza delle inquadrature perché «per far provare un dolore bisogna stabilire una relazione con il tempo, la difficoltà era proprio trovare la giusta durata dei piani affinché si potesse trasmettere una sensazione, senza risultare eccessivi».
Diwan ha infine ribadito come il film punti ad aprire un dibattito: «Mi interessa discutere con coloro che sono contrari all’aborto per capire dove si situi la loro resistenza nei confronti della libertà di scelta della donna. Credo che rispondere ribadendo la propria fede cattolica non basti, non si tratta di una posizione teorica ma di come si reagisce osservando la sofferenza e il rischio che le ragazze debbono attraversare. Non capisco come non si cambi idea sull’argomento semplicemente da un punto di vista umano», una domanda importante su cui riflettere.
(il manifesto, 27 ottobre 2021)
di Cristina Gramolini presidente ArciLesbica e Aurelio Mancuso presidente Equality Italia
Quello che è avvenuto in Senato ha dell’incredibile e ha precise responsabilità. Sordi a qualsiasi rilievo e critica avanzati da oltre un anno da diverse aree progressiste e femministe, Pd, M5S e Leu hanno alimentato in Parlamento e nel paese uno scontro letale, che ha portato da una parte alla vittoria della destra omofoba e dall’altra non ascoltato i gruppi parlamentari e formazioni politiche che avevano proposto una mediazione alta, che poteva raccogliere un’ampia maggioranza.
Ora rimane che al netto dei proclami di “voler morire in battaglia” le persone lgbt DAVVERO ESPOSTE ALLA VIOLENZA non hanno alcuna legge, anche a causa di un atteggiamento del movimento che ha invocato “o questa legga o nessuna legge”.
Scaricare la responsabilità sulla destra, può essere consolatorio e buono per la propaganda, la verità è che chi aveva il compito di ottenere un risultato concreto ha preferito urlare nelle piazze e sui media, senza occuparsi di ricercare una soluzione concreta nell’aula del Senato, dove si doveva vincere.
Speriamo che i proponimenti espressi da diversi senatori, di riprendere al più presto un dialogo per arrivare presto a un nuovo testo di legge, siano confermati, e che sia ancora possibile porre rimedio a ciò che è avvenuto oggi.
Ma è chiaro che chi ha condotto alla sconfitta in Parlamento dovrebbe politicamente trarne le conseguenze; è altrettanto evidente che si apre anche un problema sulla rappresentanza politica e sociale delle istanze lgbt, ed è quindi, necessario lavorare per la costruzione di una rete alternativa, capace di impegnarsi sulle richieste concrete delle persone.
(https://www.facebook.com/Arcilesbica/, 27 ottobre 2021)
di Anna Maria Merlo
L’evento. «Au frontières de l’humain», al Museé de l’Homme di Parigi fino al 30 maggio 2022. Una riflessione sui confini del vivente. Un percorso che dall’«Origine delle specie» di Darwin giunge fino all’antropocene
È una mostra di idee, che attraverso installazioni, dispositivi multimediali e alcune opere d’arte contemporanea esplora i limiti dell’umano, interroga tutti sul divenire dell’umanità e della terra: Au frontières de l’humain, al Museé de l’Homme di Parigi (fino al 30 maggio 2022) sfodera un approccio pluridisciplinare che va dalla biologia alla filosofia e invita a riflettere sui confini del vivente, alla luce delle scoperte scientifiche e dei progressi tecnologici.
La rassegna, divisa in cinque capitoli, un prologo e una conclusione, si apre con un’opera di Samuel Yal, L’uomo esploso, frammenti di impronte d’argilla che rimandano a un’esistenza in sospeso, incerta. Per secoli, la specie umana si è ritenuta superiore. Oggi, le frontiere si sfumano.
«Io sono un animale eccezionale» è il titolo della prima parte della mostra che dalla pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin nel 1859 percorre la strada del declino dell’antropocentrismo. Ci sono ormai le prove che alcuni animali hanno una coscienza, comunicano, collaborano tra loro, provano emozioni, sanno fabbricare strumenti, al punto che è difficile stabilire una linea di separazione netta con l’essere umano. Oggi, anche sul piano legale, c’è chi preme per conferire agli animali una personalità giuridica.
«Io sono un campione» esplora invece come nello sport vengano spostati i limiti del corpo. Indaga il funzionamento delle «fabbriche dei campioni», creature sempre più specializzate, grazie alla tecnica e a sollecitazioni psicologiche, biomeccaniche, psicologiche. Eppure, Usain Bolt, l’uomo più rapido del mondo (100 metri in 9,58 secondi nel 2009) corre meno veloce dei gatti o dei ghepardi, Michael Phelps, il primo ad aver nuotato i 50 metri stile libero in meno di 50 secondi, impiega comunque più tempo di una carpa o di un pesce spada.
La terza parte, «Io sono un cyborg» si concentra sul corpo «riparato, aumentato o connesso»: protesi, esoscheletri, impianti, corpi elettronici, le ibridazioni sono illustrate attraverso estratti di film, foto, oggetti. Il primo «uomo aumentato» è l’eroe di un romanzo, Steve Austin, un astronauta protagonista di Cyborg di Martin Caidin (1972). Dalle prime protesi in legno di Ambroise Paré, chirurgo militare del XVII secolo, attraverso l’accelerazione delle guerre, si è arrivati fino al bionico, la connessione della protesi al sistema nervoso, sperimentata su soldati statunitensi al ritorno dalla guerra del Golfo nel 1991. I militari Usa dal 2014 hanno cominciato a testare un esoscheletro, l’Iron Man Suit. Dagli anni Sessanta si sono infatti progressivamente diffusi dei dispositivi artificiali, integrati all’interno del corpo per sostituire un organo difettoso (cuore, anche, cristallino dell’occhio e via dicendo) e in un futuro non lontano si potrà contare su un «corpo connesso», che trasforma gli individui in cyborg, ponendo però enormi questioni etiche. The Alternative Limb Project, una società fondata a Londra nel 2011, propone da tempo protesi «artistiche» e sofisticate, interpretando gli esseri bionici come opere d’arte.
«Io sono un mutante» invita il visitatore a compiere un salto supplementare, immergendosi nella ricerca dell’essere perfetto grazie al ricorso alle biotecnologie. Un’inquietante opera illustra questa sezione della mostra: è The Bond dell’australiana Patricia Piccinini, statua in silicone, a grandezza naturale, di una donna che con gesto materno tiene in braccio un piccolo transgenico, una enorme creatura color carne (la sua schiena somiglia alla suola di una sneaker).
Nel percorso espositivo c’è anche un gioco che permette di costruire il «bambino perfetto». Dalle prime fecondazioni in vitro e l’inizio delle banche dello sperma (nel 1964, a Tokyo e a Iowa City) si è arrivati ora al commercio particolarmente lucrativo di gameti (in Danimarca, per esempio), ai cataloghi dove scegliere la propria prole (218 bambini sono nati dalla creazione nel 1980 a Escondido in California della banca di «geni», che ha selezionato donatori tra i Premi Nobel e uomini con intelligenze superiori a 130).
La diagnosi prenatale, infatti, in alcune cliniche è un argomento non sanitario ma puramente commerciale. Risale al 2013, a Filadelfia, la nascita del primo bebè «geneticamente perfetto», frutto di una scelta su genomi di vari embrioni; nel 2018 ha replicato la Cina con i primi bambini modificati e «aumentati», mentre due anni prima gli Usa avevano avviato il programma Human Genome Project-Write, mirando a generare cellule umane di sintesi. Si apre, dunque, una questione etica vertiginosa. Le leggi in materia di bioetica sono diventate centrali. «La scienza può farci sperare nell’immortalità?», si chiede la quinta sezione della rassegna parigina, dal titolo profetico «Io sono immortale».
La speranza di vita è raddoppiata in un secolo (73 anni in media sul pianeta), nel mondo ricco i centenari sono sempre più numerosi (anche se la vongola Ming può vivere fino a 507 anni o il pescecane della Groenlandia fino a 392). Ma il transumanesimo promette l’immortalità: crioconservazione (vi hanno fatto ricorso già duemila persone nel mondo, alcune si sono fatte congelare solo la testa, sperando che la tecnica permetterà di ricostruire nuovi corpi), esperimenti con la molecola rapamycin, uploading del cervello, mentre per trasformarsi in immortali digitali c’è il programma di ricerca Google Brain).
La mostra chiude il cerchio con un brusco ritorno alla realtà: l’antropocene, la nuova epoca geologica, sta trascinando l’umanità alla catastrofe a causa del modello di crescita economica adottato, con uno sfruttamento delle risorse senza limiti? Il futuro non è scritto, sottolinea la mostra: tutto dipende dalle nostre scelte.
(il manifesto, 26 ottobre 2021)
di Ilaria Liberatore
I numeri aggiornati del progetto “Mai dati”, promosso dall’Associazione Luca Coscioni per far luce sulla condizione in Italia dell’accesso al diritto di interruzione di gravidanza. Dati aperti e una app per aiutare a garantirlo
È di qualche giorno fa la notizia che in almeno quindici ospedali italiani il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Il numero è emerso dall’indagine ***Mai dati***che sta svolgendo l’Associazione Luca Coscioni per verificare l’effettiva applicazione della legge 194/78 (quella che in Italia garantisce il diritto all’aborto). “E vi posso già dire che nel frattempo questi ospedali sono saliti a più di 20”, anticipa Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina e coautrice della ricerca insieme a Sonia Montegiove, informatica e giornalista. I risultati dell’indagine, non ancora definitivi, sono stati anticipati durante il XVIII Congresso nazionale dell’associazione. E mostrano una fotografia della realtà più veritiera rispetto a quella che emerge dalla relazione che periodicamente il ministero della Salute presenta in Parlamento.
I numeri “mai dati” sull’aborto in Italia
L’Italia che emerge da Mai dati è un paese in cui, a 43 anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, in più di 20 ospedali ci sono solo ginecologi obiettori (distribuiti tra Lombardia, con 4 centri, Molise, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania e Puglia) e in almeno altri cinque lo è la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti.
In altri 20 presidi è obiettore più dell’80% dei medici e in altri 13 lo è più dell’80% del personale medico e non medico. “Già qui emerge una prima grande anomalia – sottolinea Chiara Lalli -. Perché anestesisti e personale non medico possono obiettare, se l’articolo 9 della legge prevede questa possibilità solo per chi svolge attività ‘specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza’ e non per quelle antecedenti o conseguenti? E quando sono tutti obiettori che si fa? Si chiamano figure esterne? O si interrompe il servizio anche in quei casi?”. Eppure la legge 194 dice chiaramente che l’obiezione non deve essere di struttura e che il servizio va garantito ovunque.
Dati aperti per l’esercizio di un diritto
Il limite della relazione del ministero della Salute è che i dati in essa contenuti sono chiusi, aggregati per regione e molto vecchi. Non possiamo quindi avere le percentuali di obiettori in ogni singola Asl o azienda ospedaliera. Tradotto: senza dati aperti, disaggregati e aggiornati costantemente, una donna che vuole abortire non può sapere con certezza se, rivolgendosi all’ospedale X, il suo diritto sarà garantito o meno. È questo modo “inutile” di raccogliere dati la ragione per cui l’Italia che emerge dall’indagine di Mai dati è diversa da quella delineata dal ministero. “La relazione non permette di capire in quali territori è impossibile abortire – spiega Lalli -. Per esempio, evidenzia che la regione con più obiettori è la Sicilia (85,8%), ma noi sappiamo che la regione più preoccupante è il Molise, con un solo ginecologo che fa l’ivg, affiancato ora da una collega part time. E si sta delineando un profilo simile in Abruzzo”. Il documento inoltre non si occupa della formazione. “Cosa succede quando a capo delle scuole ci sono medici obiettori? – prosegue Lalli -. È una questione, qualitativa più che quantitativa, che approfondiremo in futuro, anche perché riguarda anche la tutela di chi ha aborti spontanei”.
I numeri individuati dall’Associazione Luca Coscioni, aggiornati al 30 settembre, potrebbero essere molto più alti, perché finora ha partecipato all’indagine solo il 60% degli ospedali italiani. Ma come si sta svolgendo la ricerca? “Da agosto con Sonia Montegiove stiamo mandando, tramite posta certificata, una richiesta di accesso civico generalizzato a ogni singola Asl censita dal Ministero – racconta Lalli -. Chiediamo informazioni che loro dovrebbero già avere: il numero di obiettori diviso per ginecologi, anestesisti e personale non medico, e il numero totale di queste figure. Loro hanno 30 giorni di tempo per rispondere e, dopo quella scadenza, mandiamo un sollecito. Ci sorprende la scarsa adesione riscontrata e soprattutto alcune risposte, come chi si è appellato al covid o al diritto alla privacy. Ma noi chiediamo solo numeri, non nomi e cognomi”. Sia chiaro: gli ospedali sono tenuti a rispondere: dal 2016, anche in Italia, il diritto di accesso civico agli atti è legge.
Un’app per sapere e poter scegliere
Ma l’iniziativa Mai dati non si ferma alla raccolta delle informazioni. “Il passo successivo sarà concentrarci su tre regioni, una per il Nord, una per il Centro, il Lazio, e una per il Sud, e da lì ampliare la ricerca alle università, al tempo di attesa, all’ivg farmacologica – spiega Lalli -. Vogliamo anche contestualizzare queste informazioni in relazione al territorio: un ospedale col 100% degli obiettori ha un impatto diverso a Roma o in una cittadina di provincia, situazione in cui magari la donna è costretta ad andare in un altro Comune. E poi ci piacerebbe anche aprire ai cittadini la possibilità di contribuire (la mail del progetto è maidati@associazionelucacoscioni.it, ndr), magari chiedendo ai propri ginecologi se sono obiettori, o segnalando casi in cui viene rifiutata la pillola del giorno dopo. Dobbiamo mettere insieme più informazioni possibili, perché solo l’informazione ci libera dallo stigma”.
L’obiettivo è convogliare tutte queste informazioni in un’app che geolocalizzi gli ospedali e i loro servizi, in modo da poter essere un aiuto concreto per le donne che vogliono fare l’ivg. “E a cui magari collabori anche il ministero, con dati aggiornati in tempo reale”, auspica Lalli. Nella consapevolezza che i dati non sono solo numeri, ma la possibilità concreta di eliminare, almeno diminuire, difficoltà ancora troppo presenti. “Si parla ancora tanto della sofferenza che c’è dietro a questa scelta, in un modo anche retorico e colpevolizzante – conclude Lalli -. Ma quanto è ipocrita un sistema che poi, concretamente, rende la vita impossibile a chi vuole solo esercitare un proprio diritto?”.
(wired.it, 25 ottobre 2021)
di Laura Colombo
I dati sono oggettivi? Ci parlano più e meglio delle parole? Sappiamo leggerli, interpretarli, comprenderli, quando sentiamo una notizia? Che cosa ci manca e che cosa possiamo fare per non cadere in errore e per saperci orientare in questo presente? Sono alcune delle domande che girano nella mia testa da quando ho cenato con alcune amiche qualche giorno fa. Una di loro, molto colpita da quanto aveva appena sentito in televisione, riportava la notizia che l’80% degli ingressi in terapia intensiva è costituita da persone non vaccinate e che il giornalista, commentando la notizia, diceva che “i numeri parlano da sé”, nel senso dell’efficacia della campagna vaccinale. L’amica era invece piuttosto perplessa, quello che coglieva dai numeri era un preoccupante 20% di persone che, nonostante il vaccino, finivano in rianimazione. Un’altra amica, che i dati li mastica per lavoro, ha subito rimesso ordine: quando si guarda un dato, non bisogna mai dimenticarsi di capire quale sia il denominatore, ovvero l’insieme di partenza cui si riferisce il numero. Il senso cambia se guardiamo i pazienti in relazione alle popolazioni da cui provengono, anziché guardare il totale dei posti occupati in terapia intensiva. In questo caso, quanta popolazione non è vaccinata e quanta lo è.
Chi lavora coi dati può essere molto efficace nel farci comprendere i fenomeni, per esempio rappresentando i dati in modo che il fatto descritto sia manifesto. La cosiddetta data visualization, in questo caso, avrebbe potuto rendere esplicita in un colpo d’occhio l’affermazione che i numeri parlano da sé, per esempio visualizzandoli in questo modo:

C’è evidentemente una grande responsabilità dei giornalisti quando riportano le notizie dando per scontata un’interpretazione o, se va male, non avendo coscienza di quello che stanno scrivendo. La responsabilità è grande soprattutto in questo presente che, non a torto, è stato definito l’era dell’infodemia, ovvero un momento storico caratterizzato dalla circolazione eccessiva di informazioni non sempre accurate, che rendono faticoso orientarsi proprio perché è arduo capire quali siano le fonti affidabili.
È anche un momento storico caratterizzato dall’esplosione dei dati digitali, prodotti da ciascuna e ciascuno nella propria vita quotidiana: diventa quindi importante avere alcuni strumenti basilari per capire, possedere una grammatica del dato, avere a disposizione una cassetta degli attrezzi semplice ed efficace per non perdersi. Non dobbiamo diventare data scientist, dobbiamo solo abbandonare disorientamento e confusione quando ci troviamo davanti a numeri e grafici, tabelle e mappe.
Per fortuna ci sono strumenti agili che ci aiutano, uno di questi è il libro fresco di stampa di Donata Columbro, Ti spiego il dato (Quinto Quarto, 2021), che ci accompagna con spiegazioni chiare, unite ai disegni efficaci di Agnese Pagliarini, nei terreni ardui della lettura di notizie, grafici, mappe e nella spiegazione semplice di come proteggere i nostri dati. Ce l’abbiamo in Libreria, ed è possibile ordinarlo online a questo link: https://www.bookdealer.it/goto/9788885546264/607. È un libro che, a mio parere, non dovrebbe mancare in casa nostra perché, citando la quarta di copertina, non c’è niente da fare, dobbiamo arrenderci: i dati sono ovunque.
(www.libreriadelledonne.it, 25 ottobre 2021)
di Sara Punzo e Carla García
2000 donne secondo le fonti del Governo, secondo le partecipanti 6000, si sono riunite a Madrid da tutti gli angoli della penisola e dalle isole spagnole. Un incontro che ha sorpreso le stesse femministe che hanno voluto dare un segno forte: LE FEMMINISTE CI SONO. Non siamo la minoranza. Un’unione che ha avuto come obiettivo la rivendicazione delle principali forme di oppressione delle donne che il femminismo vuole sradicare dalla società spagnola:
–Prostituzione e pornografia
–Utero in affitto
-Genere come ideologia e diktat e mezzo d’oppressione internazionale basato su teorie ascientifiche e narcisiste
-Imposizione della cosiddetta “legge trans”.
Anche stavolta, così come in molte altre dimostrazioni, manifestazioni e dichiarazioni ai media, le femministe di Spagna hanno espresso il loro dissenso nei riguardi di Irene Montero, ministra delle Pari Opportunità che spinge ormai da anni per l’approvazione della “legge trans” a livello di governo centrale e per la sua validità in tutte le comunità autonome spagnole. Una spinta che ha l’aspetto di un’imposizione. Montero non solo rifiuta il confronto, ma da sempre si mostra indisponibile perfino ad ascoltare o a leggere la posizione e le ragioni che femministe storiche spagnole stanno esprimendo da un paio di anni attraverso le reti e i mezzi di comunicazione.
Giusto la settimana scorsa al congresso del PSOE il capo dell’esecutivo Pedro Sánchez ha promesso una legge per abolire la prostituzione. Le manifestanti gli rimproverano di non aver mantenuto la promessa in altre occasioni. Nel 2018 aveva già annunciato una legge contro lo sfruttamento e il traffico sessuale, ma l’annuncio non ha avuto alcun seguito. Una parte del femminismo ha letto questa inaspettata proposta come un modo per mettere a tacere le obiezioni sulla Ley Trans: un patto, uno scambio, una legge abolizionista in cambio di una Lgbtq.
I maggiori gruppi e le più grandi organizzazioni femministe spagnole si sono unite e hanno marciato insieme. La preparazione di questo evento nazionale ha richiesto molti mesi. Le femministe di tutta la Spagna si sono organizzate per raggiungere Madrid con pullman, treni, mezzi di trasporti privati. Le reti social sono state il principale mezzo per la realizzazione dell’evento.
Una dimostrazione del fatto che le donne non si lasciano intimorire dalla violenza e dall’arroganza degli Lgbtq – ormai dominati dalla corrente queer – né dall’aggressività dei rumorosi movimenti “transfemministi”, nelle cui agende non vi è nessun punto a favore delle donne, ma si promuove piuttosto il loro sfruttamento e la loro cancellazione.
Ci siamo emozionate vedendo le sorelle spagnole marciare, gridare, sorridere e abbracciarsi, dando l’esempio alle donne di altri paesi che ora si sentono meno sole e sono pronte per opporsi ai soprusi che vivono giornalmente in nome della tolleranza. Quello che le sorelle spagnole ci insegnano è che: Il femminismo non è diviso, o lotti per la liberazione delle donne o no. O sei femminista o non lo sei.
I cartelli e gli slogan più significativi e d’impatto:
– La pornografia è scuola per stupratori.
– La differenza fra uno che va a puttane e uno stupratore sono i soldi.
– Puttaniere, paghi per violentare. Sottomissione non è consenso.
– Ormonizzare bambine e bambini non è un diritto.
– Genere=Oppressione.
– Né cis né trans. La femminilità non è un’identità.
– Commercializzare l’utero di una donna povera è un crimine.
– Spazi sicuri per donne e bambine.
– La mia vagina non è uno strumento di lavoro.
– Se provoca traumi psicologici e postumi fisici e psichici non è un lavoro.
– L’uomo che ti stupra non ti chiederà con quale genere ti identifichi.
– Le donne non vengono “trovate morte”, le donne sono uccise da uomini.
– Non mi identifico con “il genere femminile che mi hanno assegnato alla nascita” e questo non mi rende né “uomo” né “gender fluid” né “non binary”. Mi rende FEMMINISTA.
Questi e tanti altri sono stati i temi lanciati dalle femministe a Madrid, che pretendono la realizzazione della loro agenda.
Le nostre sorelle spagnole hanno fatto un chiaro passo in avanti, un’onda che speriamo possa raggiungere anche l’Italia, liberare la rabbia e la voglia di ribellarci insieme.
(Feministpost, 25 ottobre 2021)
Le nuove maglie da gioco delle Zebre promuovono il messaggio ideato in collaborazione con l’associazione Maschi Che Si Immischiano
Parma, 28 settembre 2021 – Anche per questa stagione si rinnova il sostegno delle Zebre Rugby a Maschi Che Si Immischiano, l’associazione di Parma nata per coinvolgere gli uomini contro la violenza di genere.
Grande novità di quest’anno sarà la scritta “UOMINI CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE – MEN AGAINST VIOLENCE ON WOMEN” che campeggerà in italiano e in inglese sulle maglie da gioco prodotte dal partner tecnico Macron ed indossate dal XV del Nord Ovest nei due prestigiosi tornei internazionali United Rugby Championship ed EPCR Challenge Cup.
“Il nostro impegno è nel passaparola, a km 0, diffondendo il messaggio che per combattere la violenza bisogna cambiare una cultura che ci portiamo addosso, anche inconsciamente, che si basa su stereotipi, pregiudizi, mancato rispetto della libertà e dei diritti delle donne – recita il comunicato di Maschi Che Si Immischiano –. Siamo orgogliosi che le Zebre Rugby abbiano accettato, subito, di inserire nelle proprie maglie una frase che richiami questo drammatico, spesso tragico, argomento”.
Il rugby diventa così un veicolo importante per trasmettere quei valori a cui, tutti, dobbiamo tendere: giocatori, testimonial in quanto uomini, fratelli, compagni, mariti, padri, ma anche tifosi e tifose.
“Anche alle donne vogliamo ricordare che non sono loro quelle sbagliate, ma gli uomini che in tanti modi le considerano un loro possesso e che uscire dalla violenza si può – conclude il comunicato dell’associazione di Parma –. Questa nuova campagna, ricamata addosso, è una meta importante; speriamo che altre squadre e altri sport possano seguire questo esempio, che vede le Zebre Rugby, unica società ad avere stampata sul cuore dei suoi atleti, parole di speranza”.
Le Zebre Rugby sono felici e orgogliose di fare squadra con Maschi Che Si Immischiano e confidano che anche altre squadre e atleti possano aderire a quest’importante campagna.
di Arianna Di Genova
Un giorno, era ancora una bambina, Barbara Mazzolai, nel prendersi cura dell’orto di famiglia, si accorse che le zucchine prendevano strade misteriose e procedevano tenendosi vicine, senza sbagliare un colpo. Erano in grado di orientarsi. Fu quella sapienza a ritornarle in mente quando, ormai grande e biologa, si incaponì per studiare ancora e diventare ingegnera. Voleva costruire un robot in grado di studiare il suolo. Nacque così il suo «plantoide»: un dispositivo che utilizzava le strategie del mondo vegetale per scrutare «quel che abbiamo sotto i piedi». Non fu subito accettato dalla platea degli scienziati (perlopiù maschi), ma presto gli scettici si dovettero ricredere. Le piante interagiscono e mettono in atto un sistema complesso di comunicazione fra loro e così il plantoide poteva agire magnificamente anche «da fermo»: serviva solo un finanziamento per la sua nascita. Che un giorno arrivò per email.
Nel libro Ragazze per l’ambiente, pubblicato da Editorialescienza, scritto da Vichi De Marchi e Roberta Fulci, con le illustrazioni di Giulia Sagramola (pp. 140, euro 16,90), che segue il precedente Ragazze con i numeri, sfilano dieci storie di altrettante scienziate che stavolta hanno dedicato tutti i loro sforzi e la loro intelligenza al nostro pianeta, adoperandosi per arrestare le diverse catastrofi che incombono. Dai pesticidi all’estinzione di specie animali fino al consumo indiscriminato delle risorse, ognuna si è applicata in un campo dell’ecologia. Non di rado, hanno avuto vita difficile in un parterre tutto di uomini, poco propenso ad accettare la scienza declinata al femminile. Come è accaduto a Anne Innis Dagg, la giraffologa, anzi colei che ha scritto la «Bibbia delle giraffe», che andò a pedinare gli esemplari in libertà nel Sudafrica degli anni Cinquanta sfidando le convenzioni sociali e poi, una volta rientrata in Canada, non riuscì mai a conquistare un posto fisso all’università, continuando a finanziarsi progetti e ricerche da sola, senza mai desistere. Caitlin O’Connell, invece, andò in Africa negli anni Novanta. I tempi erano cambiati e per lei e Tim fu meno avventuroso occuparsi della loro passione: gli elefanti. Caitlin, nascosta in un bunker mentre registrava i movimenti dei pachidermi, ebbe l’intuizione giusta. Gli elefanti, come gli insetti, comunicano con piccolissime vibrazioni che trasmettono attraverso il terreno, onde sismiche per noi impercettibili. Sono animali meravigliosi, messi a rischio per il valore commerciale dell’avorio delle loro zanne e lei e il marito Tim sono diventati negli anni dei paladini che combattono al loro fianco contro il bracconaggio e anche per evitare i conflitti con i contadini per lo «sfrutttamento» del territorio che condividono.
Maria Klenova fu un’altra scienziata coraggiosissima. In un’epoca di guerra civile, agli inizi del Novecento, raggiunse Mosca per continuare l’università. Fu la mossa giusta, nonostante ancora si combattesse per le strade tra rivoluzionari e non. Poté così imbarcarsi sulla nave Perseo, che navigava nelle acque gelide del Mar di Barents. La sua era una missione scientifica e all’equipaggio sembrava assai strano avere a bordo una donna.
Maria Klenova voleva mappare i fondali oceanici, le fosse, le pianure, i dossi di quel pezzo di mare Artico dal fascino mitologico. Ci riuscì e nel 1933 consegnò la sua speciale «cartina» che poi le permise di scrivere manuali di geologia marina. Come donna però dovette da principio rinunciare all’Antartide: domanda rifiutata. Poi, ci furono solo paesaggi di ghiacci per lei. Uno particolarmente alto, in Antartide, porta oggi addirittura il suo nome.
Non temeva il freddo neanche Susan Salomon. Il suo obiettivo era quello di sensibilizzare sui cambiamenti climatici analizzando il «buco nell’ozono». Il Polo sud era il banco di prova perfetto per i suoi esperimenti e lei andò lì, fra i pinguini e le nuvole polari stratosferiche. Capì il meccanismo e lo spiegò. In fondo, ha vinto: nel 1987 venne siglato il protocollo di Montréal «grazie alle nostre acrobazie nel gelo della base McMurdo», come spiega Susan alla giovane Sofia avida di sapere. E dal 2016 quel buco ha cominciato a richiudersi. C’è una speranza di rimedio alla follia umana, allora.
(Extraterrestre-il manifesto, 21 ottobre 2021)
di Manuela De Leonardis
Una linea tracciata con il pennello intinto nella vernice bianca unisce i padiglioni 9A e 9B del Mattatoio di Roma, curata da Angel Moya Garcia la mostra personale Conosco un labirinto che è una linea retta (fino al 9 gennaio 2022) – il titolo è una citazione del racconto di Jorge Luis Borges Tlön, Uqbar, Orbis Tertius – realizzata in collaborazione con la Reale Accademia di Spagna a Roma, presenta le opere dell’artista spagnola Dora García (Valladolid, 1965, vive e lavora a Oslo) protagonista di numerose mostre d’arte internazionali, tra cui le Biennale di Venezia 2011, 2013 e 2015. Un labirinto visibile, ma anche misterioso, in cui la linea retta – l’ineluttabilità – mette in relazione il film Segunda Vez (2018) con Il labirinto della libertà femminile.
Le «performance delegate» si susseguono: in un cerchio una donna legge poesie di Amelia Rosselli, Anna Achmatova, Alejandra Pizarnik, Mariangela Gualtieri; la Sfinge si aggira ponendo enigmatici quesiti mentre nella lettura della partitura di Lacan l’oratore/ascoltatore si trasforma in lettore/danzatore. Un percorso di perlustrazione dell’inconscio che per il curatore è «un’incessante negoziazione tra colui che parla e colui che ascolta, tra autore e lettore, tra attore e pubblico», in cui viene sovvertito il limite tra la finzione della rappresentazione e la realtà dell’accadimento.
Fanno parte dell’opera «Il labirinto della libertà femminile» le parole «position voice mundo», qual è il loro significato?
L’intera scenografia è basata su un disegno di Gloria Anzaldúa, scrittrice femminista chicana e sulla citazione di queste sue tre parole. Nella mia interpretazione «posizione, voce e mondo» sono la chiave per mostrare la soggettività nell’esercizio dell’indirizzare al mondo la propria voce. Quando preparavo questo lavoro, pensando alla complessità del significato di libertà della donna ed emancipazione – proprio in quanto donna – ho riflettuto su come proprio queste parole di Anzaldúa provenissero da una posizione atipica. Lei stessa si è sempre trovata nel «luogo sbagliato» senza trovare una definizione specifica in cui sentirsi a proprio agio. Del resto penso che sia abbastanza comune la difficoltà di adeguarsi alla definizione di femminilità.
Alla tematica femminista si riferisce il disegno della mano con la moneta dorata proveniente dalla mitologica azteca.
Anche questo è un riferimento che proviene da Anzaldúa. In quanto chicana la cui discendenza indios è precedente a quella dei colonizzatori dell’America, nel libro Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, lei si identifica con la divinità azteca Coyolxauhqui che fu uccisa dal fratello e il suo corpo tagliato a pezzi. In una città del Messico (Templo Mayor a Tenochtitlán, Ndr) è stata ritrovata la sua raffigurazione su una pietra dove venivano svolti riti sacrificali con il sangue. Quello che trovo interessante è l’idea di questo corpo femminile smembrato, dissociato dai canoni occidentali di tenerezza e maternità, messo in relazione con l’idea di ferocia e paura. Quindi la rottura dei canoni di sottomissione da parte di questa donna forte.
Nel rendere il pubblico protagonista dell’opera c’è anche una volontà di farlo partecipare al «disvelamento dell’illusione»?
Sì. C’è un riferimento a Bertolt Brecht che nella storia della performance teatrale ha distrutto gli elementi dell’illusione come forma liberatoria per lo spettatore. Non sono sicura che ciò emerga in questa specifica mostra, ma è stato un riferimento importante per me. Nel teatro borghese lo spettatore è invisibile, al contrario nella tradizione brechtiana è esso stesso parte dell’azione, anzi incoraggia la sua emancipazione nel portare l’esperienza teatrale in una dimensione reale trovando una via liberatoria. Non posso dire di identificarmi con questa visione, ma il tipo di performance che porto avanti negli anni non è mai un intrattenimento ma una durational performance, ovvero un sistema in cui lo spettatore è invitato a prendere parte, ma che va sempre avanti indipendentemente dalla sua presenza o assenza.
Transitorietà, controllo, tempo, ripetizione e precarietà sono elementi molto presenti nel suo lavoro…
Lo sono soprattutto in relazione alla performance La partitura Sinthomo, che si basa sul seminario Le Sinthome di Lacan sugli scritti di James Joyce in cui si parla di «attività precaria» collegata all’instabilità come di qualcosa che mantiene la soggettività sana. Tra le «attività precarie» c’è anche la pratica artistica. Ma anche per me che sono artista non è detto che funzioni ogni volta, è necessario che quest’attività venga praticata quasi in maniera frenetica.
Naturalmente, poi, la pratica artistica include anche la precarietà economica e penso che si riferisca anche alla narrativa, può toccare la poesia, la letteratura e anche ciò di cui sto parlando con te, ovvero quel tipo di costruzione narrativa di storie alla cui luce può essere letta anche questa mostra.
Jacques Lacan è citato anche nel film «Segunda Vez».
Il film parla dello psicoanalista argentino Oscar Masotta che ha avuto diverse vite: a vent’anni era critico letterario, a trenta critico d’arte contemporanea e a quaranta psicoanalista. Nel film queste diverse parti si possono vedere tutte insieme, anche se forse l’accento principale è sulla sua pratica artistica legata alla sua lettura psicoanalitica. Un altro aspetto importante del film è la lettura politica nell’analizzare il ruolo degli intellettuali in contesti di «urgenza politica», come lo sono anche i tempi in cui viviamo.
L’inconscio affiora in tutte le opere. È così?
Qualche giorno fa ho letto una citazione dello psicoanalista argentino Braunstein in cui l’inconscio è definito come ciò che permette all’essere umano comune di diventare poeta, mentre per Lacan è il luogo del linguaggio e per Freud quello degli impulsi. L’inconscio influenza costantemente il visibile e l’invisibile, ma penso soprattutto che sia alla base della pratica artistica. È l’archetipo. Nella poesia dove il linguaggio nasce dal profondo – in generale lo è nella pratica artistica – è anche il modo con cui l’artista parla alla gente.
La sua pratica artistica include la «performance delegata», come l’ha definita la storica dell’arte Claire Bishop.
Fin dai tempi in cui ero studente, in Olanda, pur essendo interessata al linguaggio della performance, ero consapevole di voler rimanere fuori dall’azione. All’epoca il modello principale era Marina Abramović. Ma io odio che la gente mi guardi e mi identifichi come l’artista, la persona eccezionale. Per me l’artista deve essere come tutti gli altri, semplicemente qualcuno che si occupi di arte. Della performance mi piace soprattutto il riscontro immediato, l’idea del qui e ora e di come ciò possa influenzare la realtà e modificare il quotidiano. Ero già interessata al teatro invisibile di Augusto Boal, ma solo nel 2007 ho sentito parlare per la prima volta di «performance delegate». È stato un passaggio molto naturale per me.
(il manifesto, 20 ottobre 2021)
di Giuseppe Gariazzo
Festival. Alla Festa di Roma, il film di Blerta Basholli conferma la vivacità del nuovo cinema kosovaro grazie soprattutto alle opere delle sue registe
Voci di cineaste e di personaggi femminili stanno contribuendo, in questi anni, alla crescita di una piccola cinematografia, quella del Kosovo. Autrici alle loro opere prime. Antonieta Kastrati nel 2019 ha esordito con Zana. Ambientato in un paese di campagna dopo la guerra (durante la quale la regista ha perso madre e sorella), ha per protagonista Lume, una donna albanese che non riesce ad avere figli a seguito di un trauma subito e la cui famiglia la costringe a frequentare stregoni e guaritori. Il dolore di Lume cresce scena dopo scena fino a esplodere nel melodramma. More Raça, cineasta e attivista per i diritti delle donne, nel 2020 ha realizzato Andromeda Galaxy. Concentrandosi sul rapporto tra un padre vedovo, onesto, rifiutato dai luoghi di lavoro perché ritenuto troppo anziano, e la figlia adolescente, Raça ha fatto un film che è una dura critica alla società e alla politica di un paese senza prospettive che, se si può, conviene lasciare per cercare altrove un futuro più decente.
Blerta Basholli, 38 anni, nel 2021 ha diretto Hive (presentato alla Festa del cinema di Roma e il cui percorso festivaliero è cominciato a inizio anno al Sundance dove ha vinto tre premi). Ulteriore conferma della vivacità del cinema kosovaro che, come accade anche nelle altre cinematografie balcaniche, spesso porta sugli schermi storie che affondano nelle conseguenze delle guerre scatenatesi nella ex Jugoslavia a partire dagli anni ’90.
Come in Zana, Hive ha per set un villaggio nel segno del patriarcato dove la vita degli abitanti è inestricabilmente legata a un recente passato bellico che ha prodotto devastazioni fisiche e interiori, ferite ancora aperte, domande ancora senza risposta. Tanti uomini non hanno più fatto ritorno dal fronte, sono scomparsi, morti o se ne sono perse le tracce. Affiorano fosse comuni. Fahrije è una delle tante donne che vorrebbe conoscere la verità su quanto accaduto al marito. Insieme a un gruppo di donne combatte per ottenere giustizia e contro una società dettata da comportamenti e regole rigidamente maschili.
Basholli dichiara fin da subito la sua vicinanza filmica con Fahrije, accompagnando il tormento della protagonista nel lungo piano sequenza che apre Hive, che la vede aggirarsi attorno a una fossa comune, tra i teli che contengono resti umani appena esumati e ancora senza nome, fin quando non viene allontanata. Quella di Fahrije e delle altre figure femminili è una «missione» da coltivare con ostinazione nonostante l’ostracismo degli uomini che si manifesta anche in forme di violenza. Reagisce, Fahrije, alle pietre che le scagliano contro l’automobile, all’uomo che la vuole violentare, agli avventori del bar cui restituisce le pietre che le hanno tirato rompendo un vetro del locale. Reagisce al suocero severo, anch’egli chiuso in un proprio dolore, mentre instaura un rapporto di complicità con la figlia adolescente e il maschio più piccolo (l’abbraccio, forte, lungo, con la ragazza ormai cresciuta e con le prime mestruazioni e lo sguardo al figlio che sta crescendo costituiscono alcune delle scene più belle del film). Inoltre, si prende cura dell’alveare e vende con le amiche a un supermercato una conserva fatta da loro. E non si arrende.
Hive è un film sobrio, dove la camera a mano è usata in modo pertinente, che serve a Blerta Basholli per indagare emozioni e reazioni dei personaggi, e dove l’interpretazione di Yllka Gashi dà al suo personaggio sfumature che restituiscono una moltitudine di stati d’animo (l’attrice kosovaro-albanese aveva già lavorato con Basholli nel corto del 2011 Lena and Me). Hive è un’opera corale al femminile, intrisa di dolori trattenuti, di relazioni da una parte conflittuali e dall’altra complici (non solo quelle tra Fahrije e i figli, ma anche e soprattutto quelle fra le numerose donne che popolano le inquadrature con la loro determinazione).
Si tratta di non arretrare, di rimanere vigili nel perseguire un percorso che illumini troppi momenti ancora bui, di fare fronte comune anche se in paese Fahrije e le altre vengono considerate puttane perché non sottomesse, autonome, libere di avanzare rivendicazioni e giustizia. […]
(il manifesto, 20 ottobre 2021)
di Mariangela Mianiti
Habemus Corpus. In Spagna l’assegnazione del Premio Planeta ha spinto ad uscire allo scoperto gli autori che si celavano dietro lo pseudonimo Carmen Mola
È stato un colpo di scena. Pochi giorni fa in Spagna hanno assegnato al thriller storico La Bestia il premio letterario Planeta, molto ambito anche perché dà al vincitore un milione di euro, roba che a queste latitudini non si è mai vista. L’autrice de La Bestia era fino all’altro ieri una misteriosa scrittrice, Carmen Mola, celebre non solo per i suoi noir ambientati a Madrid e la cui protagonista è la volitiva ispettrice Elena Blanco, ma anche perché non si è mai voluta mostrare, e infatti era definita la Elena Ferrante di Spagna. Poiché per assegnare il premio molti concorsi esigono la presenza dell’autore, Carmen Mola si è trovata di fronte a un dilemma. Andare e svelare la propria identità o rinunciare alla succulenta cifra? Ha scelto la prima opzione e, oplà, è caduta la maschera. Dietro lo pseudonimo femminile si nascondevano tre uomini che si chiamano Jorge Díaz, Agustín Martínez e Antonio Mercero.
Una volta erano le donne che, per poter pubblicare o essere più libere, si celavano dietro nomi maschili. Le sorelle Charlotte, Emily e Anne Brontë hanno scritto sotto il nome di Currer, Ellis e Acton Bell. Louisa May Alcott scelse di firmare due opere come A.M. Barnard.
Il vero nome di George Sand era Amantine Lucile Aurore Dupin, quello di George Eliot rispondeva a Mary Ann Evans, Vernon Lee era in realtà Violet Paget, Karen Blixen pubblicò i Sette racconti gotici con il nome di Isak Dinesen, Katharine Burdekin scelse per alcuni suoi lavori di utopia distopica e antifascista il nome di Murray Constantine.
Se adesso sono gli uomini e nascondersi dietro nomi femminili è il segno che la firma di donna è più appetibile di quella di un maschio, soprattutto se si gioca sul contrasto noir/violenza/ispettrice.
Non è detto che sia una conquista, a volte potrebbe essere una furba usurpazione, un modo per appiccicare al sentire femminile l’immaginario del maschio, una sottile operazione di marketing. In Spagna non tutti sono stati contenti di scoprire la vera identità di Carmen Mola e alcuni librai hanno ritirato La Bestia dalla loro vetrina. Resta comunque il segno che qualcosa è cambiato e che in letteratura essere madre di un romanzo può stimolare più attenzione che essere padre.
Personalmente trovo affascinanti gli pseudonimi. Uscire dall’identità universalmente riconosciuta dà agli scrittori la libertà di sentirsi altro, di sottrarsi al meccanismo dell’ego narrante, di sfuggire all’automatismo che se l’ha scritto quello e quella di sicuro vale o non vale qualcosa. Ci sono nomi finti scelti perché sono più musicali di quelli veri e nom de plume voluti con la convinzione che se l’opera vale cammina da sola.
L’essere invisibili offre un mare di libertà. Esci e nessuno si accorge di te, puoi ascoltare senza destare sospetto i discorsi degli altri, cosa assai feconda per uno scrittore che, sappiatelo, è un ladro di storie. Non essere riconosciuti è, poi, l’esatto contrario di ciò a cui molti oggi aspirano. In un’epoca di ipertrofia autocelebrativa il nascondersi è una conquista, finché non arrivano i soldi.
I tre furbacchioni spagnoli non hanno nulla a che fare con il tormento, per esempio, di un Romain Gary che usò quattro pseudonimi e vinse il secondo premio Goncourt con La vita davanti a sé firmandosi Émile Ajar, la cui vera identità fu scoperta solo dopo il suicidio dello scrittore. I tre moschettieri spagnoli prima hanno usato un comodo nome di donna, poi, appena sentito l’odore dei soldi, hanno buttato alle ortiche il mistero. Probabilmente continueranno a firmarsi Carmen Mola di cui, confesso, non ho mai letto nulla.
(il manifesto, 20 ottobre 2021)
di Raffaella Scuderi
C’è un proverbio africano che dice: «Se vuoi andare veloce vai solo. Se vuoi andare lontano vai in compagnia». La vita di Nice Leng’ete, raccontata nel libro Sangue, è un inno alla potenza della pazienza e dell’ascolto. È la storia di un’eroina che in quattro anni ha cambiato secoli di tradizione. E ha iniziato a soli quattordici anni. Nice è una donna Masai che oggi ha trent’anni. Nasce e cresce in un villaggio all’ombra del Kilimangiaro, al confine tra Kenya e Tanzania. I suoi genitori la amano. Ma le tradizioni sono antiche e non in discussione. Anche quando fanno male fino alla morte. A cinque anni la mamma la porta ad assistere al “taglio” (così lo definisce), la mutilazione genitale femminile, il passaggio obbligato “per diventare una vera donna”: sangue e dolore senza antibiotici né analgesici, solo latte e carne. «Avevo sentito le urla della ragazza, l’avevo vista tremare e sudare. Come poteva essere una cosa buona, se faceva tanto male?». La ragazza dopo poco morì “per colpa del malocchio”.
La battaglia di Nice iniziò quel giorno. «Il taglio non è soltanto una mutilazione fisica. Ti toglie le speranze e i sogni». L’asportazione della clitoride è una pratica diffusa tra i Masai, e non solo. Segna l’ingresso nella vita adulta, ovvero il matrimonio. Il destino è segnato e uguale per tutte, se non muoiono prima: fine degli studi, figli, pesanti carichi di legna sulle spalle, chilometri da percorrere per attingere l’acqua, la cucina, il bucato e le riparazioni della casa. Il giorno in cui è prevista la sua mutilazione, a dieci anni, Nice fuggì su un albero, sapendo che sarebbe diventata la reietta della comunità. «Gli uomini dicevano che ero un’aberrazione, una codarda, e io ero d’accordo con loro. Le donne che si sottraggono al taglio non fanno più parte della famiglia. Non diventano mai mogli e madri. Non sono neanche donne».
Aiutata da un’insegnante illuminata e dalla sorella, questa bimba inizia a percorrere la strada della sua missione: abolire la mutilazione genitale femminile. Ad oggi Nice ha salvato ventimila ragazze. È ambasciatrice di Amref [AMREF Health Africa, African Medical and Research Foundation, Fondazione africana per la medicina e la ricerca, NdR] e tra le 100 donne più influenti secondo Time. Gira il mondo per portare il suo messaggio ed è un esempio della vitalità culturale del continente, su cui il Nobel per la Letteratura ad Abdulrazak Gurnah ha portato l’attenzione. Lei la giudica «una grande vittoria non solo per l’Africa intera, ma per tutta la comunità nera. È la dimostrazione che siamo, come africani, sulla strada giusta verso il futuro. Gurnah porta alla ribalta il nostro continente e le sue storie. Sarà d’ispirazione per le nuove generazioni». Come del resto sono la sua vita e il suo lavoro di attivista.
Nice, lei è una rivoluzionaria. Cosa l’ha resa diversa dalle altre ragazze Masai?
«Non ho nulla di diverso. Sono cresciuta in un villaggio all’interno di una comunità amorevole e generosa che ci insegnava ad amare il nostro vicino e a condividere il poco che avevamo. Io amo la mia gente. Crescendo però, assistevo a quelle cerimonie. E ho sentito che non lo volevo nella mia vita.»
Cosa ricorda del suo primo no al “taglio”?
«Fu il giorno in cui mia madre mi portò per la prima volta ad assistere alla cerimonia. Durante la mutilazione non si deve piangere, muoversi o spostare gli occhi. È lì che ho pensato: non voglio essere la moglie di qualcuno. Non voglio morire e non voglio smettere di studiare.»
Lei si è salvata fuggendo. Come aiuta queste ragazze?
«Fuggire non è la soluzione. Io ero proprio piccola. Parlo molto con loro. Non è sempre facile. All’inizio se avvicinavo una ragazza nel cortile di casa, fingeva di non vedermi. I genitori avevano vietato a tutte di parlarmi. Ho imparato ad ascoltarle: i cambiamenti devono avvenire dall’interno, non dall’esterno. Prima di esprimere un’opinione o di fare qualsiasi cosa, ascolto. È la tradizione Masai. Il “taglio” vive nella nostra comunità da centinaia di anni. La chiave è il tempo e la pazienza.»
Qual è la difficoltà maggiore?
«Non fare il “taglio” equivale a essere ripudiate, non amate. È la cultura. E non ci sono errori nelle tradizioni. Non sottoporsi alla mutilazione vuol dire non essere accettate dalla propria comunità. Ma l’istruzione e il dialogo col tempo aiutano. Adesso nella mia comunità al posto del “taglio” si praticano dei riti alternativi.»
Da quel primo rifiuto ad oggi cosa ha realizzato?
«Insieme ad Amref abbiamo raggiunto ventimila ragazze. E ora ci sono comunità pronte a celebrare matrimoni con donne non circoncise. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Ogni anno le vittime del “taglio” sono tre milioni.»
In Kenya la mutilazione è illegale dal 2011. È cambiato qualcosa?
«Ora si nascondono. Ci sono cose che la legge da sola non può cambiare. E neanche le guerre. Parlare ti dà il tempo di capire che davanti hai un essere umano. A volte non funziona, ma io ho imparato ad aspettare.»
Con Amref inaugurate “Nice Place”, primo centro d’accoglienza al mondo per le donne che dicono no al “taglio”. Un bel traguardo.
«Sì, nel mio villaggio. L’avverarsi di un sogno: so che c’è un posto sicuro per loro. Non sarà solo un rifugio ma la casa delle future leader del Kenya, la prima di tante. Insegneremo anche tecnologia e imprenditoria.»
“Sangue” veicola tanti messaggi. Qual è il più importante?
«Tante ragazze vittime di abusi pensano di non poter essere niente nella vita. Desidero che sappiano che possono essere quello che vogliono. Non posso andare in ogni Stato a dirlo, ma lo può fare il mio libro.»
Il libro. Sangue di Nice Leng’ete è edito da Piemme, trad. Elena Cantoni, pagg. 250, euro 18,90
(la Repubblica, 17 ottobre 2021)
di Luciana Castellina
«Il fascismo è la finanza», ha gridato Di Battista nell’ultima apparizione della sua intermittente presenza politica, questa volta in difesa, non si capisce bene, se dei “no vax” o di Forza Nuova. Come dargli torto? Se andiamo alla sostanza del fascismo – le forme variano, si sa – troviamo senz’altro la stessa sostanza del capitale finanziario: l’arbitrio, il razzismo, la prevaricazione, il disinteresse per l’umanità e dunque l’indifferenza per le disuguaglianze e per la illibertà.
Lo stretto rapporto fra potere finanziario e fascismo non è del resto una nuova scoperta: in ogni decente libro di storia si può rintracciare il silenzioso appoggio fornito dai poteri forti, fra cui primeggia quello economico, alle prime bande squadriste (non solo in Italia: è illuminante la similitudine con la crescita del nazismo in Germania). Bande che, per stare al nostro Paese, si sa bene che ripagarono subito il sostegno dando l’assalto – vedi caso – non alle sedi delle grandi banche o a quelle confindustriali, ma proprio alle camere del lavoro, che quei poteri forti cercavano di fronteggiare.
Se andiamo alla sostanza del fascismo la lista dei mandanti sarebbe, ahimè, ben lunga. E certo non ne sarebbero in cima, come maggiori responsabili, Castellino e Fiore, loro sono solo manovali al servizio, per l’appunto, della grande finanza.
E però c’è un dettaglio che il ribelle delle 5 Stelle sembra ignorare: quegli sgangherati gruppuscoli che animarono la Marcia su Roma e che picchiarono e anche ammazzarono i dirigenti sindacali, incendiandone le sedi, benché pochi e sbandati, sono stati essenziali alla vittoria di Mussolini e di chi, assieme a lui, aveva capito che in una fase di drammatica crisi sociale come quella degli anni successivi alla prima guerra mondiale, sarebbe bastata una scintilla a produrre un incendio. La loro iniziativa divenne in questo senso preziosa.
Ed è per quanto di analogo può esserci oggi per via della deflagrante ineguaglianza e inadeguata risposta a bisogni primari di tanta parte della società per di più dentro la pandemia, che la violenza di Castellino, Fiore, Casa Pound e simili va presa in seria considerazione. Perché nel contesto attuale anche drappelli possono essere pericolosi come furono gli squadristi del 1921. Loro, e chi fa finta di non capire, o si nasconde (avete visto Michetti che, dopo i suoi illuminati giudizi sui banchieri deportati ad Auschwitz, si è presentato come un paladino di De Gasperi, un bravo bambino educato negli oratori?).
Per questo sono pericolose, non solo in Italia, le formazioni che pur negando di essere fasciste, sottovalutano il rischio di episodi come quelli recenti verificatisi in Italia in questi ultimi giorni. Un po’ più di storia recente sarebbe importante che si insegnasse davvero nelle scuole.
Anche se purtroppo non basterebbe a evitare i pericoli, ormai evidenti, di una rapida degenerazione di quanto resta del nostro sistema democratico. Se oggi è difficile capire come sia possibile il fenomeno di una così vasta e pretestuosa protesta antivax, in cui trovano spazio fascisti ma anche compagni portuali, è perché questa nostra democrazia è stata già logorata, anzi svuotata, e ha prodotto una disaffezione non solo verso le istituzioni, una sfiducia profonda, ma anche una distanza di ognuno rispetto all’altro, una diffidenza verso tutto ciò che è declinato al plurale – la collettività – cui si sostituisce un’idea ombelicale della libertà.
Per questo la via da battere oggi non può essere solo il richiamo all’antifascismo, pur indispensabile, perché aiuta a conoscere la storia e a prendere coscienza del rischio che si ripeta, ma quella più lunga e difficile, ma essenziale, della ricostruzione del «noi», del senso di appartenenza, della responsabilità collettiva. Che non sono parole, ma lotte: perché la salute non si presenti solo come obbligo di vaccino ma come sistema pubblico che ognuno trova in ogni quartiere e lo aiuta; perché la scuola non sia solo regole ma una delle sedi dove i giovani ma anche i loro genitori si incontrano, si parlano, imparano a capirsi e a capire e agire insieme; perché il lavoro non sia una condanna, sia quando se ne è privati sia quando si ha il privilegio di averne ma così come è non dà, non può dare, reale soddisfazione – quando non dà anche morte e malattie.
Per un secolo riformisti e rivoluzionari si sono scontrati e divisi fra socialdemocratici e comunisti. Molto del dissenso ruotava attorno ai modi di accedere al potere, presa del Palazzo d’Inverno o elezioni parlamentari. Quel confronto appare oggi a tutti lunare, perché il potere da combattere non sta più a Palazzo Chigi e conquistarlo non servirebbe a molto. E però una differenza rimane e dovremmo avere più coraggio nel renderla evidente: ed è proprio quella di credere, e dunque impegnarsi, in un progetto che affronti i temi di fondo del vivere insieme.
E per questo chiedere che il pubblico diventi gestione collettiva e non delega allo Stato e che questa proprietà comune diventi prevalente su quella privata; che il lavoro sia sempre meno dipendente, merce, e cioè non alienato; che il valore d’uso prevalga su quello di scambio. E cioè la cura – non più servitù femminile – sostituisca via via il mercato.
Solo, insomma, se ricostruiamo una collettività vera, un sistema in cui ciascuno possa apprezzare i vantaggi dello stare assieme contro l’avarizia dell’individualismo, potremo ottenere che tutto, compreso il green pass, venga avvertito come autodisciplina e non come sopruso.
Oggi, alla sacrosanta manifestazione antifascista in solidarietà con la Cgil, insieme alla richiesta di rendere illegali le formazioni neofasciste, dovremmo portare anche questo impegno più lungo, ma più capace di riaccendere la voglia di alternativa.
Lo facciamo con convinzione, perché la Cgil, per il modo come ha risposto all’aggressione, ha mostrato in questi giorni di aver pienamente compreso sia da dove viene oggi il pericolo fascista, sia quale siano le dimensioni dell’impegno necessario a contenerlo. Esser rivoluzionari e non riformisti ha a che vedere oggi con la qualità dell’alternativa che si propone.
(il manifesto, 16 ottobre 2021)
di Franca Fortunato
Guardando A Chiara, il film del giovane regista italoamericano Jonas Carpignano, premiato al festival di Cannes e girato, come i suoi due precedenti Mediterranea e A Ciambra, a Gioia Tauro, dove vive da tempo, ho provato una grande gioia per come il regista, attraverso la protagonista, porta sullo schermo una generazione di adolescenti, eredi di quella rivoluzione simbolica che va sotto il nome di libertà femminile che da anni sta minando alle fondamenta la ’ndrangheta, che ha fatto dei legami di sangue la sua forza. Chiara è una adolescente come tante, frequenta la scuola, va in palestra, fuma di nascosto dai genitori, usa il cellulare, va in giro con le amiche, ha una vita serena, gioiosa, circondata dall’amore della madre, delle sorelle e di quel padre di cui ben presto scoprirà di non sapere chi sia veramente. È cresciuta idealizzando il padre, uomo mite e amorevole, e quando scopre che è un affiliato alla ’ndrangheta, un trafficante di droga, vede crollare tutto il suo mondo, ma non si farà seppellire dalle sue macerie. Una scoperta che cambierà la sua vita per sempre, spezzerà la sua adolescenza ma le aprirà la strada della consapevolezza e coscienza di sé, costringendola a fare i conti fino in fondo con quel mondo, in cui inconsapevolmente è cresciuta. Lungo il suo percorso a sostenerla non c’è nessuna donna, non c’è la madre né la sorella maggiore, che complici del padre le nascondono la verità per “proteggerla”, non c’è un’insegnante o un’amica. Sembra una ragazza sola col suo coraggio, ma non lo è in quanto figlia di quella generazione di donne, madri, figlie, sorelle, che, per amore di sé e delle/i proprie/i figlie/i, si sono ribellate a un destino deciso dagli uomini della “famiglia”, pagando alcune anche con la vita. Donne come Anna Maria Cacciola e Giuseppina Pesce, evocate nel film, al padre latitante che le dice “da adesso in poi quello che fai tu lo decide solo tuo padre”, l’autorizzano a rispondere in tono deciso “da adesso in poi quello che faccio lo decido io”.
È da quelle donne che trae la forza e il coraggio di cercare la verità, la felicità, la libertà, la gioia, in un continuum madre-figlia. La Calabria che viene fuori dal film è la Calabria di oggi, una terra che è cambiata perché sono cambiate le donne, le giovani generazioni che nel 2005 manifestavano a Locri contro la ’ndrangheta, portando in piazza il loro desiderio di una vita libera dalla paura e dalla violenza. Allora, guardando quella manifestazione mi chiesi se, in quella marea di ragazze gioiose e consapevoli di sé, ci fossero anche le figlie dei mafiosi, insieme alle loro compagne di scuola. Chiara frequenta una di quelle scuole e lei, con la sua consapevolezza di non voler vivere in un mondo fatto di menzogne, paura e violenza, oggi mi porta a dire sì, c’erano anche le figlie dei mafiosi in quella piazza e lei da lì può chiedere al padre: “Ti piace davvero vivere così, nascosto dal mondo?” Chiara percorre la sua strada con coraggio, determinazione, tenacia, fino alla decisione finale che affida solo a se stessa. È per questo che fugge quando, evocando il magistrato Di Bella a cui le madri affidano le/i figlie/i per allontanarle/i dalla famiglia mafiosa, viene affidata a una casa famiglia del nord. Il film si apre e si chiude con i festeggiamenti di un compleanno per i 18 anni, ma tra i due c’è Chiara che ha deciso cosa farne della sua vita e questo ci consegna due scene molto diverse. Un film veramente bello, realista, che fa riflettere anche quando alle parole si sostituiscono lunghi silenzi.
(Il Quotidiano del Sud, 15 ottobre 2021)
di Silvia Baratella
Quando un’idea è radicata nella propria verità soggettiva offre un guadagno a tutte. Ne ho avuto conferma una volta di più leggendo da femminista eterosessuale Noi le lesbiche – Preferenza femminile e critica al transfemminismo [autrici varie, ed. Il dito e la luna. 93 pagine, 12 euro].
Fedeli alla loro esperienza, le cinque autrici – Flavia Franceschini, Lucia Giansiracusa, Cristina Gramolini, Stella Zaltieri Pirola, Sabina Zenobi, tutte attiviste di Arcilesbica Zami – prendono parola per darne conto, a partire da sé e dalla preferenza per le donne. «La parola che secondo noi ci definisce e definisce tutte le donne che amano le donne e che preferiscono le donne è “lesbica”» (Prefazione). La scelta del verbo “preferire” mi ha colpita. Amare non esaurisce tutto, “preferire” è qualcosa di più, c’è un’assunzione di responsabilità verso i propri sentimenti, c’è un’intenzione politica. “Preferire” rimanda al piacere della scelta, alla soddisfazione di averla fatta, al riconoscimento della forza che ci è voluta per farla.
«Cos’hanno dunque in comune le lesbiche? Siamo nate femmine e abbiamo tutte saputo immaginare l’impensabile amore con un’altra donna; tutte abbiamo saputo disobbedire al divieto e fatto esperienza di un rapporto bello e imprevisto, quello della preferenza amorosa tra due donne, tutte singolarmente abbiamo avuto una grande forza.» (cap. 2.1 – Esseri umani di sesso femminile)
La preferenza vissuta per un’altra donna smentisce l’irrilevanza del sesso cosiddetto “biologico” e non si lascia includere in altre esperienze. Marca un’irriducibile asimmetria e ne fa fonte di libertà:
«Siamo esterne al campo del desiderio maschile, mentre non lo sono gay, trans, bisessuali, gender fluid ed eterosessuali. […] Non essendo accessibili al godimento maschile, […] osiamo smascherare le pretese maschili. Non siamo al servizio di piani altrui, il senso della vita di una donna non è essere al servizio di piani altrui – il senso di nessuno è di essere al servizio di piani altrui.»
Da qui un punto di vista autonomo messo liberamente in gioco, a partire da una felice consapevolezza di sé, che si inscrive nella genealogia femminile: «Siamo esseri umani, il nostro sesso è femminile, come quello della madre che ci ha fatto nascere. Siamo diventate lesbiche e abbiamo scelto di accettarlo […]» (cap. 2.1). Una scelta vissuta con una gioia che anima anche la polemica delle autrici contro certi imperativi di “fluidità” che vorrebbero liberare tutti e tutte dagli schemi tradizionali, ma al contrario rischiano di produrre ancor più norme e normalizzazione.
Alla parte più teorica si intrecciano narrazioni e considerazioni personali (vd. cap. 5 – Il senso attuale della politica lesbica) e il libro si conclude con un respiro di prospettiva (cap. 6 – Le ragazze continuano a innamorarsi e 7 – Cosa vogliamo?), che abbraccia il mondo e non resta confinato al confezionamento di “diritti” su misura.
La scrittura è attenta a chi non conosce la storia e le parole affrontate nel libro: nulla è dato per scontato e tutto è definito con precisione. Leggere Noi le lesbiche è un piacere, come per le autrici è un piacere preferire le donne.
(www.libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2021)