di Laura Fortini
Vi è da chiedersi se abbia contributo il successo del fenomeno Ferrante nel mondo e in Italia a convincere Mondadori della necessità di ripubblicare Dalla parte di lei di Alba de Céspedes (1949, Mondadori 2021, introduzione di Melania Mazzucco, pp. 554, euro 15), di fatto scomparso insieme alle altre sue opere dal mercato editoriale ormai da moltissimi anni, introvabile anche il Meridiano in cui sono stati riproposti solo parte dei suoi romanzi nel 2011: introvabili anche nell’usato e finanche nelle librerie antiquarie al punto che mi ha chiesto una volta un libraio cosa diavolo fosse successo con i libri di de Céspedes, che tutte cercavano e nessuno trovava più.
Si può quindi solo salutare con entusiasmo la riedizione di Dalla parte di lei, che si spera sia pronuba alle altre notevoli opere di Alba de Céspedes, scrittrice che ha attraversato il Novecento con passo pieno e sovrano, affrontando volta per volta questioni che solo apparentemente possono essere collocate nell’ormai tramontata categoria della “scrittura femminile”, anche se ogni tanto anch’essa torna a fare capolino nella critica letteraria, più vetusta però.
La voce narrante di Alessandra, la protagonista di Dalla parte di lei, è la voce delle donne che attraversarono la seconda guerra mondiale e la resistenza acquisendo progressivamente forza del proprio sentire e del proprio vivere e arrivando così finalmente alla conquista del diritto al voto nel 1945, grazie alle donne che si batterono per esso nell’assemblea costituente: ed è quindi la voce di tutte le donne in tutte le guerre e resistenze al mondo. Ma ancora più è la voce delle donne che si congedano dal patriarcato con atti irremovibili e irredimibili quali quelli dell’assassinio simbolico del marito integerrimo e esemplare, ma colpevolmente ignaro di che cosa significhi il valore della differenza nel progetto di un mondo nuovo quale quello che le donne allora sognavano e che speravano dopo tanto patire: ovvero il rispetto e l’adozione di un alfabeto delle emozioni fatto di attenzione al mondo sì ma declinato sulla cura di sé e all’altra/o, un progetto di felicità personale e collettiva talmente rivoluzionario da arrivare fino ai giorni nostri. Quando Alessandra si accorge che il mondo nuovo nel quale ha sperato non vi sarà, se ne separa in modo definitivo perché sente in pericolo la propria vita, la propria integrità.
Si potrebbe parafrasare per questo romanzo il bellissimo saggio della antichista Nicole Loraux Come uccidere tragicamente una donna – tradotto in Italia da Laterza nel 1985 e anch’esso ormai introvabile –, che osserva come «è a causa degli uomini che le donne muoiono; per loro, molto spesso, si uccidono». L’Alessandra di Dalla parte di lei mette fine alle Anna Karenina della storia e con esse simbolicamente al patriarcato, uccidendo tragicamente un uomo e non un uomo cattivo e brutale, ma un uomo che non ha capito né voluto comprendere il valore delle donne.
Un libro bellissimo, da leggere e rileggere, che chiosa passo passo cosa significhi diventare una donna, ogni volta nuova e diversa da quante ci precedono e grazie anche a loro, a quante hanno scritto, pensato, riflettuto, agito. Alba de Céspedes è sicuramente tra queste: scrittrice, giornalista, direttrice dal 1944 della rivista “Mercurio” che accolse i primi scritti dell’Italia libera dalla dittatura e dalla lunga notte del fascismo, poeta delle filles de mai del Sessantotto, drammaturga e sceneggiatrice per il cinema, la Rai e la televisione, la sua vita ha caratteristiche di tale versatilità che sembra quasi riduttivo definirla solo un’intellettuale tale e tanta è stata la sua energia vitale, glielo scrive Maria Bellonci già in una lettera del 1948.
Vi è però da chiedersi come mai si sia scelto di riproporre l’edizione del 1994, che non ha la partizione dell’edizione che ha circolato in Italia dal 1949 al 1976, che ha venduto innumerevoli copie e che si è continuato a leggere fino ad oggi. Quella del 1994 ora riproposta è infatti la versione approntata da Alba de Céspedes per l’edizione statunitense, di ben 150 pagine in meno, confluita nel Meridiano che raccoglie parte dei romanzi della scrittrice, ma diversa e lontana da quel Dalla parte di lei che la tradizione di lettrici conosce bene. A partire dalla stessa Elena Ferrante che ne scrive nella Frantumaglia ponendo il romanzo in una sorta di proprio personale canone novecentesco, fatto di scrittrici, scrittori e libri come l’Adele di Tozzi, Dalla parte di lei di de Céspedes, Lettera all’Editore di Gianna Manzini, e poi Menzogna e sortilegio e l’Isola di Arturo di Elsa Morante e altri. Il libro che ha fatto buona compagnia a Elena Ferrante mentre scriveva le proprie opere è sicuramente il Dalla parte di lei in una delle molteplici edizioni che l’hanno proposto nella versione integrale, non nella redazione che de Céspedes sforbiciò per la traduzione statunitense del 1952, i cui tagli, come scrisse lei stessa in una lettera ad Arnoldo Mondadori del 21 novembre 1951, «sono stati fatti per assecondare la mentalità del semplicissimo pubblico americano» e non certo per il pubblico francese, ad esempio, come aveva già sottolineato in una lettera precedente.
De Céspedes predispose quindi per altri paesi una versione abbreviata del romanzo, non per l’Italia però, dove si è sempre letta l’edizione integrale, suddivisa in parti geograficamente e storicamente ripartite, secondo un’architettura dell’opera che de Céspedes abbastanza comprensibilmente voleva venisse letta dal pubblico italiano, che certo non riteneva semplicissimo come quello statunitense. Se è quindi comprensibile che l’editor Mondadori Antonio Franchini nel 1994 abbia pensato di proporre come una novità editoriale una nuova versione con i tagli allora effettuati, a oggi si tratta di una operazione poco comprensibile, che potrebbe corrispondere in parte forse all’ultima volontà dell’autrice, ma che poco corrisponde alla tradizione di lettura di uno dei libri più amati dalle lettrici italiane, il numero delle copie vendute sta lì a dimostrarlo.
Non va infatti sottovalutata l’importanza che le lettrici hanno avuto per le scrittrici tutte ma in particolare per Alba de Céspedes, pronta nel 1994, pur di ripubblicare dopo molti anni di circolazione delle sue opere già allora quasi clandestina, ad accettare sforbiciate a un’opera alla quale aveva lavorato fino all’ultimo momento ancora nel 1949, ma è stata la veste del 1949 – non quella del 1994 – che l’ha di fatto consegnata a un successo di pubblico senza precedenti: come del resto accaduto per molti altri classici, la lettura di un’opera letteraria fa parte della tradizione di un testo e sarebbe bene darle il giusto rilievo.
Chissà che comunque l’effetto Ferrante non porti alla riedizione (integrale, però) anche delle opere di Fabrizia Ramondino, data la contiguità evidente del ciclo de L’amica geniale con Un giorno e mezzo di Ramondino e al suo splendido teatro/oroscopo napoletano che conclude la pubblicazione del 1988, dal 2001 mai più in libreria come molte altre sue opere, nonostante Goffredo Fofi abbia ipotizzato a suo tempo che sotto il nome Elena Ferrante vi fosse Ramondino sotto mentite spoglie.
Si tratta di un discorso che può andare ben lontano, passando attraverso Paola Masino, di cui è stata riproposta recentemente solo Nascita e morte della massaia (2019) mentre mancano sostanzialmente all’appello i molti racconti (tranne Racconto grosso e altri riedito di recente), un romanzo importante come Periferia. E andando più oltre si arriva a Grazia Deledda, ormai relegata alla letteratura dell’Ottocento e alla Sardegna, il solo luogo dove si possano trovare le edizioni del Maestrale che insieme alle le ottime edizioni Ilisso hanno pubblicato volumi egregi con introduzioni e curatele eccellenti, come quelle di Giovanna Cerina ai numerosi volumi di racconti deleddiani, davvero notevoli. Ma occorre ancora ricordare che Grazia Deledda appartiene a pieno titolo al Novecento e che scrive fino al 1936, data di pubblicazione della bellissima autobiografia in terza persona Cosima, ancora oggi sostanzialmente reperibile in formato economico Oscar Mondadori con una introduzione di Vittorio Spinazzola del 1975? E che Deledda è la prima scrivere sempre nel 1936 ne La chiesa della solitudine cosa significhi per una donna scoprire di avere un cancro al seno, malattia di cui morì lei stessa? Le costellazioni delle scrittrici e delle lettrici hanno scie luminose fatte da tante luci e la loro forza è un vortice che potrebbe piegare anche gli editori più recalcitranti.
(il manifesto, 13 novembre 2021)
di Antonietta Lelario
Il discorso che fa risalire la crisi dell’occidente ai guasti del capitalismo senza riconoscere che quest’ultimo è figlio del patriarcato è un parlare inefficace e monco. Salta ciò che è essenziale per una critica radicale: il riconoscimento del sapere delle donne e della sua necessità. A partire da quel sapere si è aperta una profonda discussione su che cosa voglia dire sottrarsi alle misure date e ritrovare, invece, una misura nella vita. L’elaborazione femminile, sviluppatasi in questi anni, mostra bisogni e desideri che mettono in discussione l’esistente e aprono strade per tutti. Se non ci si confronta su questo e non si smascherano i meccanismi su cui si è retto l’ordine patriarcale, la risposta politica non potrà che essere povera simbolicamente e politicamente. All’elaborazione femminile dà un contributo Laura Marchetti con un piccolo ma prezioso libretto, Matria (ed. Marotta e Cafiero, pp. 86, euro 10) nel quale ricorda come la subordinazione della donna operata dal patriarcato sia il segno di un ordine del mondo che, separando corpo e anima, natura e spiritualità e gerarchizzando, strumentalizzando, desacralizzando la physis, ha giustificato ogni violenza.
L’autrice affronta da questa prospettiva il ruolo degli Stati Nazione e fa vedere come non siano in grado di affrontare la crisi economica, politica e istituzionale in atto perché anzi ne sono la causa. Sono infatti evidenti i rischi per l’umanità della logica concorrenziale che è alla base delle loro relazioni, la rapina e la spartizione a cui sottopongono i beni necessari come terra, acqua, risorse naturali. A questo contribuisce l’idea di patria con i suoi confini e i suoi muri, i suoi apparati di difesa e di sorveglianza interna che non sono stati scalfiti nemmeno dal processo di globalizzazione in corso. «La critica al razzismo e al colonialismo, l’ecologia, il femminismo, l’apertura e il dialogo con culture altre, hanno fatto ritrovare un paradigma alternativo» dice Laura Marchetti per il quale lei, ispirandosi ai fratelli Grimm, propone il termine Matria. La Matria rimette al centro la casa materna, una terra in cui risuonano le canzoni, i giochi, le fiabe raccontate dalle mamme, luogo di nutrimento dei legami affettivi e spirituali, spazio della memoria e dell’infanzia. Nella casa della madre, nella Matria appunto, e nelle fiabe, ha trovato rifugio durante il patriarcato un’idea di Natura come corpo vivo, per cui un albero ferito può dire ahi! ed essere ascoltato, dove gli animali ci parlano e chiunque può andare nel bosco a far legna.
Nelle fiabe la natura svela, con i suoi aspetti terribili, le nostre paure, ma ci permette anche di elaborare una visione del mondo che non le cancella. E dalla casa della madre questo sentimento è passato nella cultura popolare. Non a caso nella lingua comune si è continuato a dire «madre natura» conservando il carattere sacro e animato della Natura che la cultura ufficiale stava cancellando, riducendola a protesi meccanicistica dell’uomo. Marchetti mostra come questa prospettiva sia riconducibile a tutto un filone di sapere – vedi Walter Benjamin, Hannah Arendt, Edgar Morin, Carolyn Merchant – a cui lei vuole restituire forza perché vede in questa prospettiva una possibilità di incontro fra quanti vogliono ritrovare il senso della politica come philia. Fra le grandi questioni aperte dalle donne c’è quella della lingua, come mostra il saggio La lingua materna della comunità filosofica Diotima. L’autrice la riprende con riferimento alla lingualatte dei fratelli Grimm, «la lingua che ciascuno beve con amore, ricevendola, come il latte dalle carezze e dalla voce della madre», una sorta di «grembo materno della storia e della diversità linguistica». La scelta del neologismo Matria contribuisce al processo di risignificazione della madre fondamentale per il superamento del patriarcato: un processo politico ed esistenziale insieme, che genera la riconversione dal lamento alla gratitudine, dall’insignificanza simbolica della madre al suo essere fondamento di un altro ordine di senso, come mostra il saggio L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro e recentemente il film di Pedro Almodóvar: Madres paralelas. Laura Marchetti è stata attiva nel movimento dei Verdi, ha accettato di essere sottosegretaria all’Ambiente del governo Prodi nel 2006 e insegna all’Università, mostrando con la sua vita che una donna può stare dappertutto con indipendenza simbolica e con fedeltà alla storia delle donne.
(il manifesto, 12 novembre 2021)
di Sara Manuela Cacioppo e Ivana Margarese
Proponiamo questa bella intervista ad Annie Ernaux in cui si inventa un genere per le sue opere: l’auto-sociobiographie. Già qualche anno fa in un’intervista pubblicata in Francia i lavori di questa scrittrice venivano definiti in negativo: non è autobiografia, non è storia, non è romanzo, non è… Con Luciana Tavernini allora avevamo detto: «È storia vivente». Un consiglio è quello di leggere i suoi libri seguendo l’ordine dell’elaborazione dell’autrice e non quelli della pubblicazione in italiano (Marina Santini per la Redazione del sito).
Annie Ernaux è una scrittrice coraggiosa e certamente un’innovatrice. Il suo stile intimo e analitico non lascia spazio alle mezze misure, ai coinvolgimenti tiepidi. Il lettore ne è comunque toccato. Ernaux ha il coraggio di raccontarsi, di aprire il baule della memoria e di raccontare senza sconti i minima moralia dell’esistenza. Ha dato voce e spazio a ciò che rischiava di passare inosservato sommerso da false credenze e ipocrisie. La lettura è capace di farci prendere coscienza delle cose che ci sono state sempre intorno pur non avendone avuto mai piena coscienza. In tutti i suoi libri, editi da Gallimard e da L’Orma in Italia, la Ernaux intreccia l’esperienza individuale a quella sociale e collettiva. Così se in “La Place” e “La Honte” descrive l’ascesa sociale dei suoi genitori, in “La Femme gelée” si concentra sul suo matrimonio, mentre in “Passion simple”, “Se perdre” e “L’Occupation” narra delle sue passioni amorose spesso tormentate, fino ad affrontare temi delicati e di grande impatto sociale come l’aborto in “L’Événement”, la morte della madre in “Une femme” o l’anoressia, la bulimia e le prime esperienze sessuali in “Mémoire de fille”.
Il suo stile rivendica una scrittura neutra, “plate”, «che non valorizzi né svaluti i fatti raccontati». L’ultima frase del libro “Les années” offre una sintesi della sua scrittura e delle sue ambizioni: Sauver quelque chose du temps où l’on ne sera plus jamais, sauver toutes les images qui disparaîtront [Salvare qualcosa del tempo in cui non ci si troverà mai più, salvare tutte le immagini che scompariranno, Ndr].
Infine l’opera letteraria della Ernaux è influenzata da un approccio sociologico, in particolare dalle teorie di Pierre Bourdieu. La scrittrice opera dunque una ridefinizione dell’autobiografia trasformandola in un genere del tutto nuovo, l’auto-sociobiographie, in cui l’esperienza reale è raccontata da un je collectif, fulcro del legame indissolubile tra l’intimo e il sociale.
Sara Manuela Cacioppo: Nelle sue interviste così come nelle sue opere fa riferimento all’ambizione di agire sul pensiero tramite la scrittura. La sua écriture engagée contribuisce a correggere le ingiustizie sociali, a partire dalle differenze di genere e sessualità. In “La Femme gelée” [La donna gelata], trasforma l’inconfessabile repulsione e orrore per la propria vita-prigione in un percorso di liberazione e dolorosa presa di coscienza.
Elle a trente ans, elle est professeur, mariée à un « cadre », mère de deux enfants. Elle habite un appartement agréable. Pourtant, c’est une femme gelée. C’est-à-dire que, comme des milliers d’autres femmes, elle a senti l’élan, la curiosité, toute une force heureuse présente en elle se figer au fil des jours entre les courses, le dîner à préparer, le bain des enfants, son travail d’enseignante. Tout ce que l’on dit être la condition « normale » d’une femme [Ha trent’anni, è professoressa, spostata a un “quadro”, madre di due figli. Abita in un appartamento gradevole. Eppure, è una donna gelata. Vale a dire che, come migliaia di altre donne, ha sentito slancio, curiosità, tutta una forza felice presente in lei immobilizzarsi con lo scorrere dei giorni tra la spesa, la cena da preparare, il bagno dei bambini, il suo lavoro di insegnante. Tutto ciò che si definisce la condizione “normale” di una donna, Ndt].
Crede nel «potere politico» della letteratura?
Sì, cos’è la politica se non la voglia di cambiare le cose affinché non restino fisse, immutabili nel tempo che scorre? Vede, nella mia scrittura, anzi nel mio desiderio di scrivere c’è una speranza di poter cambiare, di poter migliorare il presente così come il futuro. Il cambiamento non sarà di certo globale né accadrà nell’immediato, ma sono convinta che toccherà il singolo, che le mie parole agiranno sulle coscienze individuali. L’accettazione del cambiamento da parte del lettore dipende anche dal rapporto che istaura con il libro che ha fra le mani. La lettura è capace di farci prendere coscienza delle cose che ci sono state sempre intorno pur non avendone avuto mai piena coscienza.
Quindi alla sua domanda rispondo sì, credo che i libri possano agire sul modo, credo che l’io di qualcuno possa agire su quello di un altro. Tuttavia, è necessario che i libri non siano solo riflesso dell’intimo, ma anche della società. È con questa convinzione che nel 1981 ho scritto “La Femme gelée” (La donna gelata), in cui, come lei ha efficacemente spiegato, denuncio l’ingiustizia secondo cui le donne, a causa del loro sesso di nascita, siano obbligate a occuparsi delle faccende domestiche e dei bambini. Quando il librò uscì fece scalpore perché a quell’epoca non era abituale parlare di tali questioni liberamente come oggi. Pertanto ha ragione, l’ho scritto con la speranza di cambiare la società, di pretendere giustizia per le donne.
Sara Manuela Cacioppo: Lei rivendica uno stile di scrittura “reale” senza metafore o “espressioni eleganti”, quasi una forma di scrittura “documentaria”. Per andare oltre le gerarchie sociali e letterarie, mescola temi e registri linguistici, raccontando il mondo in un modo che è allo stesso tempo storico e individuale. “Fotografa” l’esperienza umana rivelandone le cangianti e talora oscure sfaccettature. La sua scrittura è un vero e proprio esperimento sia sul piano formale che contenutistico. Essa rifiuta l’autofiction a favore della verità, dell’esperienza intima del singolo che diventa “parola-confessione” e poi universalità. Pensa di aver inventato nuove “immagini” in letteratura?
Sono parolone importanti, eh! Però è vero, le ho usate anch’io riferendomi al mio modo di scrivere. Ripercorrendo nella mente il mio percorso letterario, penso di avere portato qualcosa di nuovo in letteratura, soprattutto nel ripensare la scrittura autobiografica, rendendola una scrittura non solo dell’intimità ma del sociale, una scrittura capace di evocare anche la sfera politica in cui è calato il mondo in cui viviamo. Questo mélange fra intimo e sociale non esisteva nella letteratura degli anni ottanta e novanta del secolo scorso. Posso rivelarle che in effetti ho sempre voluto cercare una forma adatta al pensiero che volevo esprimere, che sentivo il bisogno di comunicare. Questa ricerca stilistica continua mi ha permesso di rivoluzionare non solo il contenuto ma anche la forma tradizionale del testo letterario. La mia scrittura è ricerca del reale, del reale sociale, del reale collettivo, del reale delle donne. Quindi, in un certo senso, sì ho cercato di portare nuove immagini in letteratura, ho cercato di cambiare la letteratura, apportando il mio contributo nella grande rivoluzione delle forme letterarie cominciata molti anni fa.
Sara Manuela Cacioppo: Lei ha affermato che «i libri danno spesso una visione maschile del mondo». In che modo le sue opere si impegnano a contrastare questa manipolazione invisibile?
Sono assolutamente convinta che viviamo assoggettati a una visione maschile del mondo, viviamo sotto l’egemonia dello sguardo maschile, quello che gli inglesi chiamano the male gaze. Lotto da sempre, con tutte le forze, per annientare questa visione dominante con il potere della scrittura. Tutti i miei libri sono pervasi da questo desiderio di rivalsa, ed è per questo che sono raccontati dallo sguardo di una donna, dagli occhi con cui una donna vede il mondo. Fin da subito il mio obiettivo è stato quello di mettere in luce una visione del mondo tutta al femminile, così ho raccontato le esperienze delle donne, le loro sofferenze, passioni, sensazioni. L’ho fatto già a partire dal primissimo libro che parlava di aborto, un tema importante su cui sono ritornata più tardi nel libro “L’événement” [L’evento]. Invece il motivo che mi ha spinta a scrivere “Les années” [Gli anni] non era quello di lottare contro l’imposizione dello sguardo maschile, ma di mostrare come lo scorrere del tempo fosse percepito dalle donne in modo del tutto diverso rispetto agli uomini. Racconto la storia della Francia dagli anni quaranta fino ai giorni nostri, filtrata dalla sensibilità femminile: se lo avessi scritto secondo la visione maschile, di sicuro il risultato finale del libro sarebbe stato molto diverso. In “Les années” insisto sulle metamorfosi che le donne hanno subito, sugli eventi che le hanno cambiate: ripenso alle donne degli anni cinquanta, ripenso a mia madre paragonandola alla donna che sono oggi, alla donna del tutto diversa dal passato che sono diventata. Al centro del libro infatti vi è proprio questa evoluzione della donna nel tempo, in un confronto inesauribile fra ciò che era e ciò che è, fra il passato e il presente.
Sara Manuela Cacioppo : Ammiro la sua capacità di descrivere la sessualità femminile senza reticenze né pudicizie. In “Mémoire de fille” [Memoria di ragazza] racconta la sua prima notte di sesso con un uomo alla colonia di S. nell’Orne. L’esperienza sessuale si diffonde ferocemente attraverso il suo corpo, intaccando ogni parte di lei, persino il suo futuro. La penetrazione del corpo e dello “spirito” risuona nella sua memoria, producendo immagini indelebili, di dolore e annientamento del sé.
La scrittura infatti rende possibile la decostruzione dell’io martoriato e al contempo la sua ricostruzione. Il processo di rimemorazione intrappola nella scrittura il ricordo, la sofferenza, tutto resta immobile nelle parole. L’esperienza personale trova il suo compimento fra le pagine, ed è lì che deve essere “abbandonata” per andare avanti. Tale trasformazione e rinascita per mezzo dell’atto di scrittura, richiede una coraggiosa rinuncia al dolore, alla falsità, all’ipocrisia verso se stessi, in un continuo conflitto tra accettazione e resa. In «Mémoire de fille » scrive: J’ai voulu l’oublier aussi cette fille. L’oublier vraiment, c’est-à-dire ne plus avoir envie d’écrire sur elle [L’ho voluta dimenticare anch’io quella ragazza. Dimenticarla veramente, cioè non aver più voglia di scrivere su di lei]. Eppure non l’ha dimenticata, non è così? Quella ragazza è intrappolata nel libro, ma non l’ha dimenticata.
No, mai. Non posso dimenticare la ragazza che sono stata, non si può dimenticare un trauma subito, soprattutto quando accade qualcosa che intacca l’essere nella sua completezza. Quando si subisce un trauma talmente grande da avere un impatto sia sulla tua intera giovinezza che sul tuo rapporto con gli uomini, la vita ne è condizionata per sempre. Traumi del genere non possono essere cancellati dalla memoria. Non posso dimenticare chi sono stata.
Per riallacciarmi anche al discorso di prima: non so se conosce lo scrittore francese, Serge Doubrovsky, morto qualche anno fa. Lui, in uno dei suoi libri scritto circa negli anni novanta, prova a ricordarsi della prima ragazza con cui ha fatto l’amore, scrive, scrive, cerca di ricordare, ma mentre le pagine si susseguono il ricordo non emerge. Ecco, vede? Questo per me è assurdo, oserei dire scandaloso. Questo esempio che le ho fatto mostra la profonda differenza, non solo fisica ma ontologica, fra l’essere maschile e femminile: io non potrei mai dimenticare un’esperienza importante della mia vita o se la dimenticassi per sfortunati eventi che non dipendono dalla mia volontà, cercherei un modo per recuperarla.
Sara Manuela Cacioppo: Nel romanzo “L’Occupation” ritrae una gelosia ossessiva, una passion noire che infesta letteralmente il suo immaginario. Cos’è per lei la gelosia? Chi è l’être occupé [l’essere occupato]?
Partiamo dal presupposto che i miei libri provengono sempre da qualcosa che ho vissuto.
Infatti anche questo libro è una storia vera…
Lo è assolutamente… Io penso che sia naturale, che nella scrittura ci siano sempre “segni di verità”. Per rispondere alla sua domanda, la gelosia è il contrario della passione ma è passione essa stessa, una passione oscura. Il termine occupé descrive la sensazione di essere riempiti completamente da qualcun altro, riempiti nella mente e nel corpo. L’être occupé vive appunto una passion noire, cioè una passione negativa che implica due persone: la persona di cui vorrebbe possedere l’amore in maniera completa, totalizzante, e l’altra persona che ha preso il suo posto accanto all’uomo che amava e che rivorrebbe con sé. L’occupante principale diventa allora non l’uomo di cui è innamorata, ma l’altra, colei che l’ha sostituta. L’occupazione è la scomparsa di sé stessi a causa dell’altro, è un déplacement, uno spostamento dell’oggetto amato. Come può capire, è un’esperienza estremamente interessante, ma estremamente dolorosa.
Sara Manuela Cacioppo: In un’intervista rilasciata a Fréderic-Yves Jeannet (L’Écriture comme un couteau, 2011), ha dichiarato: «Non mi considero un’entità singola, io sono una somma di esperienze, di determinazioni sociali, storiche, sessuali e di linguaggi continuamente in dialogo con il mondo. L’esperienza forma necessariamente una soggettività unica, ma io uso tale soggettività per trovare e rivelare meccanismi o fenomeni più generali e collettivi». L’influenza dell’approccio sociologico è evidente nei suoi scritti, possiamo parlare in effetti di auto-sociobiographie. Dunque nelle storie che racconta l’intimo è sempre legato al sociale?
Certamente. Noi siamo “esseri sociali”. Siamo individui immersi in un ambiente sociale definito, non esseri fluttuanti. Abbiamo, è ovvio, una psicologia soggettiva, ma anche quest’ultima in quanto formatasi in una collettività è sempre condizionata dalla storia e dall’ambiente sociale in cui siamo nati e cresciuti. È per questo che nei miei libri intreccio l’intimo al sociale, sono quasi imprescindibili. In essi troverete sempre una dimensione che definirei sessuata e sociale.
Ivana Margarese: In Una donna riporta in epigrafe un’affermazione di Hegel secondo cui la contraddizione, che sembrerebbe impossibile da pensare, è nel dolore di chi vive qualcosa di reale. Allo stesso modo leggere libri è un’appassionante maniera di voler comprendere il mondo, che deve arrestarsi tuttavia nell’ammettere che il modo in cui ci guardano gli altri rimane comunque più potente di qualsiasi libro. La cultura non può proteggere da tutto. C’è in effetti nella sua scrittura, a mio parere, un esercizio ossimorico nella tessitura continua di parti lacerate, nella tensione tra ciò che soffoca e ciò che apre ad altro e nel coniugare insieme ironia e entusiasmo.
La mia scrittura è una continua riflessione. Quando mi metto a scrivere infatti rifletto su ogni affermazione, su tutto ciò che quell’affermazione può significare, su tutto ciò che può essere vero così come su ciò che può non esserlo. Cerco di spiegarmi. Quello che intendo è che ogni scrittura è sempre un interrogarsi sulle cose del reale. E questo è uno dei motivi per cui ho inserito la frase di Hegel in epigrafe nel libro “Una donna”. Tutto quello che dico su mia madre in questo libro, lo potrei dire in un altro modo. So bene che ci sono cose di lei che non conosco, quello che scrivo del resto è solo il mio punto di vista.
Ivana Margarese: Vorrei fare una domanda sul rapporto col materno e sul valore simbolico e culturale della figura della madre a cominciare dall’esempio della Vergine Maria e del suo essere immacolata, senza macchia, ombre e egoismi. Il ritratto che offre di sua madre nei suoi libri è tutt’altro che piatto e rassicurante. Emerge sia una vitalità, una capacità di condividere il desiderio, sia una durezza che deriva anche dalla frustrazione di quello stesso desiderio. Per me, come figlia e forse come madre in futuro, è fondamentale riconoscere e accettare l’ambivalenza del rapporto con la madre, il senso di accettazione che coesiste con quello di paura e la capacità di riconoscere entrambi. Qual è la sua opinione sull’argomento?
Penso che la relazione che intercorre fra una madre e sua figlia sia sempre molto ambigua, nel senso che è difficile sia da percepire con lucidità, che da raccontare o da cogliere nelle sue sfumature complesse. È un rapporto che evolve con gli anni, non è fisso o immutabile e come tale deve essere compreso e interiorizzato. Tornando al libro citato in precedenza, “Una donna”, le posso dire che se lo scrivessi da capo, non potrei scriverlo uguale perché il tempo è passato. Se oggi riscrivessi quel libro su mia madre, magari lo scriverei in modo diverso.
Ivana Margarese: Ha dei particolari riti di scrittura?
Diciamo di sì. Scrivo al mattino, ma devo essere sola, non posso scrivere se ci sono persone intorno o dei familiari in casa. Questi sono i miei riti abituali, per il resto scrivo tanto al computer che a mano.
Ivana Margarese: Vorrei parlare di una questione complessa: l’aborto. In Italia, dove la legge 194 dovrebbe essere un diritto acquisito da più di quarant’anni, forse per la forte influenza cattolica il numero di obiettori di coscienza ha raggiunto cifre inaudite. L’aborto è ancora un argomento poco discusso, associato al senso di colpa e al rimpianto. Lei invece ha avuto il coraggio di parlare dell’aborto, dando voce a molte donne attraverso la sua esperienza. Cosa pensa che si possa imparare e trasmettere attraverso il dialogo su questa esperienza?
Tempo fa non era possibile scrivere sull’aborto in modo esplicito poiché quest’ultimo era formalmente proibito in Francia a causa della legge del 1920, che è stata abolita, pensi, solo nel 1975. Prima non si poteva scrivere di aborto se non sotto forma di allusione, mai con estrema chiarezza o completezza nel riportare i fatti. Inoltre parlando di aborto non si poteva scrivere in prima persona e mai in modo autobiografico. Quando si è potuto trattare l’argomento in maniera schietta, era già passato del tempo e quell’esperienza sembrava un ricordo conservato nella memoria, ma fissato sulla carta. Ecco, penso che la letteratura possa avere un ruolo importante in tal senso: nel fissare l’esperienza del singolo e al contempo della collettività di cui egli fa parte.
Ciò che conta per me è descrivere le mentalità, le evoluzioni della società e i suoi diversi aspetti e problematiche, così come i modi di vivere, le novità che fanno andare avanti il mondo, i cambiamenti storici della società francese.
Ivana Margarese: Uno dei compiti della filosofia è la ricerca della verità, la comprensione della realtà senza pretese. La sua scrittura è anche una ricerca della verità. Mi piacerebbe poter tracciare una possibile genealogia dei “filosofi” che hanno segnato il suo modo di pensare e di scrivere.
Di sicuro Simone de Beauvoir, i suoi scritti hanno influenzato la mia vita, il mio modo di pensare, ma prima di lei ricordo Jean-Paul Sartre: leggere La nausée [La nausea] da ragazza è stato per me un vero e proprio shock. In ambito letterario invece potrei elencare molti autori che mi hanno profondamente segnata, ad esempio i grandi scrittori americani, in particolare ricordo il libro Les Racines de la colère [The Grapes of Wrath] di Steinbeck, e poi sicuramente Virginia Woolf, l’ho letta quando avevo venticinque anni, l’ho amata molto e l’amo ancora.
Ivana Margarese: Sta già scrivendo il prossimo libro?
Sì, lo sto scrivendo, è un libro importante in termini di “estensione temporale” nel senso che copre parecchi anni personali, ma li racconta in modo diverso rispetto al libro che ho già pubblicato, “Les années”.
Biografia
Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Finora L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia, Memoria di ragazza, Una donna, vincitore del Premio Gregor von Rezzori 2019, La vergogna, L’evento e La donna gelata.
(Traduzione di Sara Manuela Cacioppo, https://www.vocidallisola.it/2021/11/12/annie-ernaux-lintervista, 12 novembre 2021)
di Antonio Piemontese
Glasgow – Margaret è nata e vive in un villaggio in Kenya. La responsabilità di procurare acqua alla famiglia è sua. Per dare modo al marito e ai figli di cucinare, bere, lavarsi percorre diverse volte al giorno, a piedi, i due chilometri che la separano dal laghetto vicino. Per questo non può lavorare. Un piccolo prestito da una ong le ha permesso di acquistare un serbatoio per l’acqua piovana grazie a cui si è sgravata dei viaggi quotidiani, ha potuto avviare un’attività di sarta e contribuire diversamente al bilancio familiare, oltre a guadagnare indipendenza economica.
Il legame tra genere e cambiamento climatico
Quella di Margaret non è una storia isolata, come emerge durante i negoziati di Cop26, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite in corso a Glasgow. Il nesso tra genere e cambiamenti climatici esiste, anche se poco pubblicizzato. «Oltre il 70% dei poveri del mondo è rappresentato da donne, così come l’80% dei migranti climatici – raccontava a Wired allo Youth4Climate a Milano Julieta Martínez, giovane attivista cilena, citando dati delle Nazioni Unite, oggi in Scozia per seguire i lavori di Cop26 –. Ma queste cose nessuno le sa».
Storie difficili da raccontare, ancora più da credere. «Alle ragazze latinoamericane e asiatiche spesso non viene insegnato a nuotare» scrive la International Union for Conservation of Nature, una ong svizzera. In Bangladesh, prosegue l’associazione, durante le alluvioni molte donne sono morte per annegamento aspettando i mariti, senza i quali non potevano uscire di casa, invece di mettersi in salvo. E l’Europa? Durante l’ondata di caldo del 2003, solo il 25% dei deceduti era di sesso maschile. Non va meglio negli Stati Uniti. Durante l’uragano Kathrina nel 2005, più di metà dei nuclei familiari poveri era costituito da madri single, dipendenti dalle reti sociali e di solidarietà costruite nel quartiere per le esigenze quotidiane. La tempesta ha distrutto questo tessuto, gettando le giovani nella disperazione.
Da inclusione a leadership
«Donne e ragazze sono spesso colpite in maniera sproporzionata dal cambiamento climatico e si confrontano con grossi rischi e difficoltà a causa del suo impatto, specialmente in situazioni di povertà», recita una dichiarazione firmata a Glasgow sotto l’egida di Un Women, l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alle donna, e delle autorità scozzesi.
Non è la prima volta che il tema trova spazio nelle conferenze internazionali. Nel 2014 è stato creato il primo Lima Work Program on Gender per aumentare il bilanciamento e la presenza di tematiche di genere nel lavoro delle parti e del segretariato. Un percorso che pare aver mostrato i suoi frutti. E che esula dalla povertà. «Se anche solo due anni fa, nella Cop25, si parlava di inclusione femminile, a Cop26 si parla di leadership. Mi sembra un bel passo avanti», ha affermato la sociologa Agustina Lo Bianco a Cop26 parlando di donne e scienza. «Ma nel nostro paese una dottoranda che resta incinta è costretta a vivere d’aria per cinque mesi», nota Elena Egidio, giovane candidata al PhD presente in Scozia come osservatrice.
Le delegazioni più rosa
E poi c’è la politica. A Cop26 le donne nelle delegazioni sono aumentate, passando dal 12% in media delle prime edizioni al 38% di oggi. Yemen, Turkmenistan, Corea del Nord e Vaticano hanno compagini completamente maschili. Ma anche il Giappone non brilla: tra 225 delegati, solo 45 sono donne. Maglia rosa, invece, a Moldavia (89%), Samoa (79%) e Messico (78%), che registrano la più alta presenza femminile. E una delle donne che più ha fatto sentire la sua voce è la prima ministra di Barbados Mia Mottley, autrice di un discorso ispiratissimo e potente, in cui ha inchiodato i grandi leader alle proprie responsabilità nei primi giorni dei negoziati.
Se un portato c’è già dal punto di vista del genere, è quello di aver aperto i dati sulle conseguenze della crisi del clima sulle donne. Numeri disponibili da anni che, però, nessuno si era dato pena di leggere. «Vogliamo che sia riconosciuto l’impatto differente del climate change sulla base di fattori come età, genere, disabilità e provenienza», scrive ancora Un Women. Alla luce del nuovo clima politico, riflessioni da lungo attese, in grado di scuotere anche i più tiepidi.
(Wired.it, 10 novembre 2021)
di Franca Fortunato
Varcare la soglia dei settant’anni, quando il passato è più del futuro, andare in pensione, fare bilanci, tirare le fila di una vita, trasferire i ricordi dalla memoria alla scrittura, è quello che fa Ilda Boccassini nel suo libro “La stanza numero 30 – Cronache di una vita” (Feltrinelli), ripercorrendo indietro nel tempo 40 anni di gioie e dolori, sprazzi di felicità e momenti di abisso. Da quella stanza, al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano, dove arrivò giovanissima dalla sua Napoli con un figlio piccolo, ha portato avanti le sue indagini, celebrato processi, diventando incubo e bersaglio per mafiosi, corrotti e corruttori, politici potenti come Silvio Berlusconi e Cesare Previti, magistrati sedotti dalle lusinghe del potere e del denaro. Quarant’anni di battaglie, di delusioni e sofferenze ma anche di conferme, soddisfazioni e solidarietà di tante donne e uomini. Sempre pronta, dalla medesima stanza, a respingere insulti, minacce di morte e di stupro, insinuazioni, false accuse, attacchi feroci, tentativi di delegittimazione, di rimozione, da parte di un potere politico economico e massmediale bestiale, che fa di tutto per “difendersi dal processo” fino a piegare il Parlamento agli interessi di una sola persona, Silvio Berlusconi, e a ricorrere a iniziative eversive come l’irruzione di 100 parlamentari del Popolo delle Libertà nel palazzo di giustizia durante il primo processo “Ruby”, al grido “persecuzione giudiziaria”. Il libro ha il grande merito, attraverso una delle protagoniste, di restituire alla memoria e alla coscienza collettiva un pezzo di storia del nostro presente e il clima di intimidazioni e di paura verso quei magistrati, come Ilda, colpevoli di non essere scesi, come altri, a compromessi con il potere. Quanta spregiudicatezza nella proposta di Berlusconi al Quirinale! È “Ilda la rossa”, dal colore dei suoi folti riccioli, “la selvaggia”, “l’indomita”, “l’inavvicinabile”, “l’incorruttibile”, la femminista dalle collane vistose, un modo “per spezzare la tristezza” e dire: “Se pensate di piegarmi, di spegnermi, vi sbagliate”. È Ilda, la donna bella e coraggiosa, fedele a se stessa che sfida i pregiudizi sulle donne in magistratura, che porta sempre gli occhiali da sole come difesa “prima da un ambiente che non conosceva” e “poi da una malvagità” che aveva “imparato a conoscere” insieme a gelosie, odio, invidie di chi cerca di colpevolizzarla quando lascia i figli a Milano per trasferirsi in Sicilia e indagare sulla strage di Capaci, come aveva promesso in quel freddo obitorio a Giovanni Falcone, il magistrato avversato in vita e glorificato da morto. Davanti a quel corpo straziato giurò a se stessa e a lui che avrebbe “fatto qualsiasi cosa perché il suo lavoro non andasse perduto”, che avrebbe “protetto la sua memoria”, che avrebbe “sempre agito in un modo che lo avrebbe reso orgoglioso” di lei. E così è stato, in nome di quell’amore “dell’anima” fatto di affetto sincero e profondo, di amicizia vera, stima e ammirazione smisurata, che la legava a lui da vivo e da morto. Un amore che commuove, di cui racconta con grande rispetto di sé e di Falcone, e con delicatezza per i morti e per i vivi. Ne scrive dopo trent’anni da quella morte per liberarsi “dai demoni” e potersi aprire alla vita che le resta da vivere, e così, pacificata con se stessa, può lasciarlo andare a riposare accanto a colei che la morte ha unito per l’eternità. Un libro bello, utile, che dedica «alle donne dell’Afghanistan e alla loro lotta per la libertà». A lei un grazie per la magistrata che è stata e per la donna che è ed è sempre stata.
(Il Quotidiano del Sud, 12 novembre 2021)
delle firmatarie
Al presidente del Consiglio europeo
Charles Michel
Al Presidente del Parlamento europeo
David Sassoli
Ai membri del Parlamento europeo
Il governo polacco ha imposto lo stato di emergenza nella striscia di confine tra la Polonia e la Bielorussia, impedendo così a medici e infermieri di aiutare i malati e i moribondi nella zona di confine e bloccando l’accesso dei media alla tragedia che sta avvenendo lì. Tuttavia, bastano anche le informazioni incomplete e frammentarie per dare un’idea dell’immensa catastrofe umanitaria che si sta verificando al confine dell’Unione europea. Sappiamo che lì le persone subiscono la spietata procedura dei respingimenti e sono esposte alla fame, all’esaurimento e all’ipotermia nelle paludi.
Agenzie di viaggio bielorusse controllate dal regime di Lukashenko promettono ai disperati, in cambio di grosse somme di denaro, di poter raggiungere il territorio dell’Ue. Le persone attirate a Minsk in questo modo vengono portate nei boschi vicini al confine tramite trasporti organizzati. Da lì vengono spinte con la forza in Polonia, e le guardie di frontiera polacche le respingono con forza verso la Bielorussia. Nei casi peggiori, con esito fatale. Di alcuni morti conosciamo il nome, altri muoiono in modo anonimo.
Ora, come cittadine dell’Ue, ci rivolgiamo ai rappresentanti dell’Europa democraticamente eletti: non distogliamo il nostro sguardo dalla tragedia!
Dobbiamo essere consapevoli che degli esseri umani sono usati come ostaggi in questa guerra ibrida. Queste pratiche diaboliche passeranno alla storia come esempi della versione moderna della crudeltà. Troppe volte nella storia dell’Europa ci siamo concessi di non sapere. Abbiamo chiuso gli occhi. Ci siamo tappati le orecchie. Abbiamo taciuto. Le esperienze del XX secolo ci hanno mostrato chiaramente che esiste una conoscenza scomoda e tormentosa. La maggior parte delle persone non ha voluto farsene toccare, per salvaguardare il proprio benessere. Oggi questa situazione si ripete.
Per noi, l’Unione europea è soprattutto una comunità morale transnazionale, basata sulle regole della solidarietà interpersonale. Questo ci autorizza a sollecitare una presa di posizione univoca. Comprendiamo che non è facile far fronte all’assalto della disperazione ai confini dell’Europa. Tuttavia, ciò che stiamo permettendo che accada a queste frontiere non corrisponde ai nostri valori europei fondamentali.
Facciamo appello a voi per risolvere questa crisi umanitaria nel modo più rapido ed efficace possibile, tenendo conto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e in particolare, per concedere l’accesso alla procedura d’asilo a tutti coloro che lo richiedono e che attualmente sono bloccati al confine orientale dell’Ue.
Chiediamo una vasta iniziativa diplomatica nei paesi del Medio Oriente per contrastare la narrazione fuorviante del regime bielorusso, che mira ad attirare il maggior numero possibile di rifugiati disperati al confine polacco-bielorusso, con lo scopo di aggravare e destabilizzare la situazione politica in Polonia e in tutta l’Unione europea.
Soprattutto, chiediamo che le organizzazioni che possono fornire assistenza medica e legale abbiano accesso alla zona di confine.
Chiediamo che giornalisti e media accreditati possano accedere alla zona in stato di emergenza, condizione essenziale per fornire al pubblico informazioni complete e veritiere.
Ci sentiamo dolorosamente perplesse: sapere vuol dire essere consapevoli del male che sta avvenendo. La conoscenza dovrebbe essere seguita dall’azione.
Svjatlana Aleksiević
Elfriede Jelinek
Herta Müller
Olga Tokarczuk
Vincitrici di premi Nobel per la letteratura
(Frankfurter Allgemeine Zeitung, 9 novembre 2011 – traduzione di Traudel Sattler)
Grazie alle sue rivelazioni erano state arrestate 40 persone e denunciate altre 80, in gran parte appartenenti alla mafia albanese
Era disperata dopo che nel suo permesso di soggiorno era stato tolto lo stato di apolide e indicata la cittadinanza albanese. Per questo si è tolta la vita Adelina Sejdini, ex prostituta nata a Durazzo che ha fatto arrestare i suoi sfruttatori: grazie alle sue rivelazioni sono state arrestate 40 persone e denunciate altre 80, in gran parte appartenenti alla mafia albanese che controllava lo sfruttamento della prostituzione in tutta Italia.
Adelina viveva a Pavia ed era malata di tumore con frequenti ricoveri in ospedale al San Matteo. Più volte aveva chiesto di poter ottenere la cittadinanza italiana, opponendosi con tutte le sue forze alla cancellazione dello stato di apolide e all’assegnazione della cittadinanza albanese, il paese che aveva lasciato nel 1996 quando era arrivata in Italia a ventidue anni. A suo dire, nella sua nuova condizione avrebbe incontrato enormi difficoltà a vedersi assegnata una casa popolare. Inoltre una commissione medica l’aveva anche riconosciuta invalida al 100%: non poteva neanche trovarsi un lavoro.
Per protestare contro la burocrazia, alla fine di ottobre aveva deciso di andare a Roma, nonostante le sue precarie condizioni di salute, sperando di poter incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella o almeno alcuni funzionari del Ministero dell’Interno. Poi il 28 ottobre si è data fuoco. Soccorsa e trasportata all’ospedale Santo Spirito con gravi ustioni, la donna, su disposizione delle autorità, sarebbe dovuta rientrare a Pavia, ma è rimasta a Roma e sabato scorso si è tolta la vita lanciandosi da un cavalcavia ferroviario. Sulla tragedia sono in corso accertamenti da parte della Polizia Ferroviaria di Roma Termini.
(La Stampa, 9 novembre 2021)
di Agenzia Nev
È uscito il consueto fascicolo della Federazione delle donne evangeliche in Italia. Il documento accompagna alla riflessione dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, fino al 10 dicembre, Giornata dei diritti umani. L’Agenzia Nev ne parla con la curatrice, Claudia Angeletti.
Il fascicolo “16 giorni per vincere la violenza” è scaricabile in formato PDF al seguente link. Si tratta dell’ormai consueto documento della Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI) per accompagnare, giorno per giorno, a una riflessione sui temi della violenza contro le donne. Quest’anno il tema scelto è quello della prostituzione.
I “16 giorni contro la violenza” vanno dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, fino al 10 dicembre, Giornata dei diritti umani.
Il titolo del fascicolo FDEI per il 2021 è “Prostituzione non è libertà” e si trova come inserto cartaceo anche all’interno del settimanale Riforma n. 43 del 12 novembre 2021.
Abbiamo chiesto a Claudia Angeletti, redattrice del Notiziario FDEI e dell’opuscolo, nonché insegnante di lettere classiche e laureata in Scienze bibliche e teologiche, di raccontarci questo nuovo numero, frutto del lavoro collettivo, a più mani, di uomini e donne impegnate per contrastare ogni forma di violenza.
«Quest’anno parliamo di prostituzione come forma di violenza contro le donne. Sul tema avevamo già lavorato insieme all’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (OIVD), con una serie di incontri, che proseguiranno nei prossimi mesi. Anche l’OIVD ha contribuito alla stesura dei testi.
Il fascicolo è articolato su diverse pagine – spiega Angeletti –. Parliamo di aspetti normativi, di evoluzione del diritto dall’800 fino alla legge Merlin. Presentiamo in sintesi le proposte in discussione in Italia oggi. Potrete trovare, inoltre, un esame antropologico sulle radici della prostituzione. E, ancora, affrontiamo i temi del turismo sessuale, della prostituzione sul web e delle cause.
La povertà è alla base di questo fenomeno – prosegue ancora la curatrice del fascicolo –. Il 95% delle prostitute parte da una situazione di povertà economica, sociale e culturale. A motivo di questo si ritrovano coinvolte in contesti di tratta e sfruttamento, a opera di una criminalità organizzata che fa di questo commercio un business molto redditizio».
La prostituzione si trova infatti al terzo posto, dopo il traffico di armi e di droga, per quanto riguarda il guadagno di chi lo gestisce.
Il fallimento del modello tedesco e il “menu” disumano
Nel fascicolo si parla inoltre della vita sulla strada e della vita delle donne in luoghi come ad esempio la Germania, dove la prostituzione è regolamentata per legge e dove si potrebbe quasi parlare di “prostituzione di Stato”, denuncia Angeletti.
«Le norme in Germania nascono per tutela e controllo sanitario, ma se si vanno a vedere i “menu” presentati ai “clienti” – afferma ancora Angeletti – si potrà notare che questi ultimi possono pagare per ottenere pratiche allucinanti. Le condizioni di vita delle donne sono al limite della sopportazione umana».
La dottoressa Ingeborg Kraus, psicoterapeuta da anni impegnata nella cura di donne prostituite, esposte a stupro, vittime di violenze, sostiene che «l’obiettivo principale della legge, che voleva portare le donne fuori dall’oscurità, è totalmente fallito […]. Lo Stato tedesco, normalizzando la prostituzione e garantendo una totale decriminalizzazione dei compratori del sesso, ha contribuito a un enorme aumento della domanda. Il comportamento dei compratori di sesso è sempre più pervertito e violento e totalmente disumanizzante. Il messaggio ai “clienti’ è chiaro: c’è un “diritto” a comprare atti sessuali e “servizi” in modo del tutto legale; si può comprare una donna e pisciarle in faccia, fare stupri di gruppo, o costringerla a ingoiare sperma e nei “menu” dei bordelli sono offerti “servizi” ancora più orribili (che non si elencano qui)» si legge in una delle pagine del fascicolo.
Spesso, continua ancora Claudia Angeletti, «chi finisce nel giro della prostituzione ha subito violenze nell’infanzia. Questo porta in una spirale di violenza che si proietta in età adulta ed è difficile uscirne».
La selva oscura delle pulsioni maschili. Proposte
Un capitolo è dedicato alla “selva oscura delle pulsioni maschili”.
Sono due le cose da fare, secondo le redattrici: aprire canali per favorire l’uscita da queste reti e, prima ancora, promuovere azioni di educazione. Bisogna «chiamare in causa le famiglie, le chiese e la scuola per una sessualità libera e responsabile – dice ancora Angeletti –. Questi argomenti restano un tabù, tuttavia è il momento di fare un esame di coscienza, rispetto alle nuove generazioni che hanno facilità nel vendere il proprio corpo come se fosse una pratica di poco conto. Occorre chiamare in causa la società nel suo complesso. Anche con una nuova educazione all’affettività. Servono inoltre leggi più stringenti, o applicare quelle che ci sono, per punire i clienti e interrompere così la domanda. È la domanda a scatenare l’offerta, e su quella bisogna agire per impedire il traffico di esseri umani».
Il dibattito in proposito è «interessante e urgente, visti i dati sconcertanti riguardanti le relazioni sessuali a pagamento e visto il dibattito a livello legislativo su alcune proposte che vorrebbero cambiare o addirittura eliminare la legge Merlin. Come donne evangeliche – sottolinea la studiosa – non ci sembra una strada buona. Con tutti i suoi difetti, in quanto datata, questa legge ha una struttura valida. L’abolizione delle case chiuse e l’introduzione dei reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione sono due elementi di civiltà da mantenere».
Quanto all’immagine edulcorata e quasi “romantica” dei clienti come principi azzurri che «arrivano e risolvono i problemi, essa non corrisponde alla realtà. Attualmente, anzi, la situazione è ancora peggiorata. Tanto che la stragrande maggioranza delle prostitute sono oggetto di tratta. In Italia, come in Europa, per non parlare delle mete del turismo sessuale dove non esiste protezione né tutela per bambine, bambini e donne. In quei contesti le persone diventano oggetti passivi che non possono gestire il loro corpo».
“Sex-Work”. Fra libertà e illusione
C’è poi la questione, non solo linguistica, delle “lavoratrici del sesso”.
Chi si schiera a favore delle cosiddette sex workers, «termine accattivante che rappresenta una parte minima del fenomeno – conclude Angeletti –, quelle che riescono a “esercitare” autonomamente senza essere sfruttate vivono comunque in una situazione di libertà fittizia. A parte gli abusi, presenti anche in questa categoria minoritaria, il sistema è sempre lo stesso. Ed è un sistema in cui, intervenendo il denaro, con l’offerta soddisfi una domanda che di per sé è un fatto commerciale e non di relazione umana, dignitosa, paritaria e reciproca».
Il fascicolo contiene anche proposte di film e una bibliografia. Sarà a breve disponibile anche in inglese, tedesco e francese.
Scarica il fascicolo: Prostituzione non è libertà
(https://www.nev.it/nev/2021/11/09/16-giorni-contro-la-violenza-prostituzione-non-e-liberta/, 9 novembre 2021)
di Giuseppe Sedia
Varsavia – Spinti dal regime di Minsk verso la frontiera con la Polonia e respinti indietro a colpi di lacrimogeni dalla polizia polacca. Tra i tre e i quattromila migranti ieri si sono trovati tra due fuochi, strumento involontario degli «attacchi ibridi» del dittatore Aleksandr Lukashenko, che li utilizza per punire l’Unione europea per le sanzioni adottate contro il Paese. Ma anche vittime del governo di Varsavia, che lungo il confine con la Bielorussa ha schierato ormai 22 mila uomini pur di impedire a una massa sempre più numerosa di disperati di attraversare il suo territorio per arrivare in Germania. «Siamo pronti a difendere la frontiera», ha ribadito anche ieri il ministro polacco della Difesa Mariusz Błaszczak.
È un confine sempre più caldo quello tra Polonia e Bielorussia, al punto che la crisi dei migranti creata ad arte da Minsk rischia adesso di sconfinare verso scenari imprevedibili quanto pericolosi. Con la Nato, chiamata in causa dell’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, oggi leader dell’opposizione al governo populista di Diritto e giustizia (Pis), attenta a quanto accade e «pronta ad assistere gli alleati», dall’altra parte, Mosca che difende e giustifica il regime bielorusso.
Gli sconfinamenti, in verità, vanno avanti da agosto ma mai si erano visti così tanti migranti provare a entrare tutti insieme in territorio polacco come ieri quando al checkpoint di Kuźnica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine «scortati» dalla polizia di frontiera bielorussa. Ed è proprio nei dintorni di questo villaggio della Podlachia, nel profondo nordest del paese, che la voce di un buco nella rete della recinzione avrebbe convinto i profughi a tentare il tutto per tutto nella giornata di ieri. Secondo fonti riportate dal portale polacco di giornalismo investigativo Oko.press, la maggior parte delle persone confluite a piedi verso il confine polacco provenivano da una manifestazione organizzata dai migranti iracheni presenti in Bielorussia.
Nel pomeriggio poi una parte della recinzione di filo spinato ha cominciato a cedere in più punti. «I bielorussi vogliono provocare un incidente di dimensioni significative, preferibilmente con proiettili sparati e vittime», ha dichiarato il viceministro degli Esteri polacco, Piotr Wawrzyk. Anche se ai giornalisti in Polonia resta vietato l’accesso alla zona chiusa di tre chilometri lungo la frontiera con il vicino, è stato quasi impossibile non accorgersi di questa massa umana fotografata a più riprese dall’alto e sorvegliata da un elicottero militare polacco.
Fino a ieri, in attesa della costruzione di un muro vero e proprio, la strategia di respingimento indiscriminato, messa in atto dal Pis aveva funzionato. Ma con questi numeri a saltare sono tutti gli schemi. A Kuźnica è successo di tutto. Esercito e polizia hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere i migranti, mentre alcuni profughi hanno provato a sfondare le recinzioni utilizzato tronchi di alberi a mo’ di arieti. Tuttavia, c’è anche chi in patria continua a dare prova di solidarietà nei confronti di esseri umani usati come pedine di un gioco politico imprevedibile e crudele che al momento coinvolge Varsavia, Minsk e Bruxelles. Dalle luci verdi accese all’esterno delle abitazioni dagli abitanti dei villaggi polacchi di confine per segnalare la propria disponibilità a offrire soccorso ai migranti, passando per gli appelli firmati da personalità della cultura, c’è anche una Polonia che sembra disposta ad aiutare il prossimo, o quanto meno, pronta a indignarsi. In una lettera indirizzata al Consiglio d’Europa e al parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievič, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la «catastrofe umanitaria» che si consuma ogni giorno al confine.
Con migliaia di soldati schierati nella zona, Varsavia spera di poter gestire l’emergenza senza coinvolgere Bruxelles. Un eventuale coinvolgimento di Frontex potrebbe essere interpretato come un cedimento all’idea di sovranità che il Pis vuole continuare a trasmettere ai suoi elettori, dopo aver detto «nie» nel 2015 al ricollocamento forzato di immigrati sul proprio territorio. Intanto il tema della crisi migratoria verrà affrontato «con urgenza» la settimana prossima dai ministri degli Esteri. «Invito gli Stati membri ad approvare finalmente il regime di sanzioni esteso alle autorità bielorusse responsabili di questo attacco ibrido», ha chiesto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
(il manifesto, 9 novembre 2021)
di Marina Terragni
In particolare vìola l’articolo 3 che ci vuole uguali davanti alla legge. Alla coppia di uomini sarebbe infatti consentito mentire sullo status filiationis del bambino, cosa che non è mai permessa a una madre, sempre tenuta a dichiarare la verità sulla paternità del proprio figlio. In caso diverso, verrebbe sanzionata. Inaccettabile.
Il Tribunale di Milano ha ordinato al Comune di trascrivere integralmente l’atto di nascita con “due padri” di un bambino nato negli Stati Uniti da utero affittato e ovocita acquistato.
Dalla primavera del 2019 il Comune aveva sospeso le trascrizioni di questi atti di nascita, limitandosi alla trascrizione del solo padre biologico.
Qualche mese dopo una sentenza della Corte di Cassazione aveva confortato questa decisione, indicando la strada dell’adozione cosiddetta “in casi particolari” per il partner del padre biologico.
Successivamente un’altra sentenza, stavolta della Corte Costituzionale, aveva indicato la necessità che il legislatore – ovvero il Parlamento – individuasse una strada più rapida dell’adozione per le figlie e i figli di coppie dello stesso sesso, per la ragione che «la violazione delle prescrizioni e dei divieti posti dalla legge n. 40 del 2004 – imputabile agli adulti che hanno fatto ricorso ad una pratica fecondativa illegale in Italia – non possono ricadere su chi è nato».
Va tuttavia ricordato che in precedenza la stessa Corte costituzionale aveva ribadito la condanna della maternità surrogata, pratica che «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane», con il rischio di «sfruttamento della vulnerabilità di donne che versino in situazioni sociali ed economiche disagiate».
Sulla base dell’ultima sentenza della Corte Costituzionale invece il Tribunale di Milano ha ordinato la trascrizione integrale perché trattandosi di minori «la loro tutela non può essere sospesa a tempo indeterminato, nell’attesa che il legislatore vari la normativa».
Il Comune di Milano si è riservato di decidere dopo la lettura del decreto del Tribunale.
Ma il riconoscimento di “due padri”, oltre a non scoraggiare nei fatti il ricorso a utero in affitto (che è punito dalla legge solo quando praticato in Italia) violerebbe probabilmente l’art. 3 della Costituzione, che ci vuole uguali davanti alla legge.
Vediamo perché, con un semplice ragionamento.
Maria mette al mondo un bambino ed è senza dubbio sua madre, avendolo partorito (mater semper certa). Quanto alla paternità, se Maria è sposata o unita civilmente a un uomo, per la legge il padre è quell’uomo a meno di diversa dichiarazione da parte di Maria o di disconoscimento da parte del marito. Se invece Maria non è sposata né unita civilmente, sarà lei a indicare all’anagrafe – non è tenuta a farlo – il nome del padre: solo Maria può sapere chi è o, in alternativa, un test del Dna. Se Maria indicasse come padre biologico un uomo che non lo è, mentendo commetterebbe un reato contro lo status filiationis, ovvero priverebbe il bambino del diritto inalienabile di conoscere la verità sulle proprie origini.
Altro caso: Anna mette al mondo un bambino, è senza dubbio sua madre, non dichiara il padre biologico ma indica come “altra madre” Paola, una donna alla quale è unita civilmente o con la quale ha una relazione affettiva. Anche in questo caso la trascrizione integrale dell’atto di nascita costituirebbe un’alterazione di stato. Consentire la trascrizione integrale dell’atto di nascita con due madri, Anna che è effettivamente la madre e Paola che non lo è, significherebbe dire che Maria e Anna non sono uguali davanti alla legge: Maria non può mentire, ad Anna invece è consentito alterare lo status filiationis. Se invece Paola, compagna di Anna, accede all’adozione in casi particolari, avremo una madre (Anna) e una madre adottiva, Paola, e la verità sulle origini sarà preservata. Il caso di Anna può essere però complicato dal ricorso ad alcune tecniche di fecondazione assistita: succede infatti in alcuni casi che la gravidanza sia stata condotta da Anna, ma che l’ovocita sia di Paola, che è a tutti gli effetti la madre genetica del bambino. Va comunque detto che in questi casi quasi mai si ricorre a utero in affitto, che – ricordiamolo – in Italia è un reato (legge 40).
Ultimo caso: Giovanni e Marco (uniti civilmente o comunque in coppia) decidono di avere un figlio (genitori intenzionali) ricorrendo a utero in affitto o gestazione per altri all’estero, in uno dei pochi Paesi in cui l’utero in affitto non è reato – solo una ventina di Stati sugli oltre 200 nel mondo – e l’atto di nascita viene registrato integralmente in quel Paese, indicando i due uomini come entrambi padri. Il padre biologico sarà uno solo dei due (Giovanni o Marco), fatto che dovrebbe essere chiarito con test del Dna: è capitato anche che qualche clinica abbia utilizzato il seme di un terzo estraneo. La madre per contratto viene quasi sempre cancellata dal processo, e così la donna che ha venduto gli ovociti per realizzare il concepimento, quasi sempre due persone diverse. La registrazione integrale dell’atto di nascita in Italia, quindi oltre al padre biologico – ammesso che lo sia – anche il suo compagno riconosciuto come egualmente padre, è una palese alterazione dello status filiationis, e nega al bambino il diritto alla trascrizione sulla verità sulle proprie origini. Quindi la coppia Giovanni e Marco godrebbe di una “corsia preferenziale” rispetto a Maria, che è tenuta a non mentire sulle origini del bambino, e nel caso volesse attribuire il ruolo di padre a un uomo che non è il padre biologico dovrebbe necessariamente ricorrere all’adozione in casi particolari. Quindi Giovanni e Marco verrebbero in qualche modo “premiati”, essendo sollevati ad un tempo dal reato di alterazione di stato, e anche dal reato di ricorso a utero in affitto, ancorché realizzato all’estero e quindi non punibile in Italia (un ragionamento analogo si può svolgere nel caso di coppie eterosessuali che ricorrano a maternità surrogata).
In conclusione, la trascrizione integrale all’anagrafe degli atti di nascita di figli di coppie dello stesso sesso viola l’art. 3 della Costituzione che ci intende uguali davanti alla legge: per Maria vale una legge diversa da quella che vale per Anna e Paola, e per Giovanni e Marco. Se Maria vuole indicare come padre un uomo che non è il padre biologico deve ricorrere all’adozione in casi particolari. Nel caso di trascrizione integrale automatica dell’atto di nascita per i figli di coppie dello stesso sesso, senza dover ricorrere all’adozione in casi particolari, queste coppie godrebbero di un diritto che a Maria non è concesso.
Di più: la situazione di Anna e Paola e quella di Giovanni e Marco non sono assimilabili, benché in entrambi i casi si tratti di coppie dello stesso sesso. La differenza sessuale esiste, e nessuna legge può cancellarla. Nel caso di Anna e Paola la madre, semper certa, è nota, certezza che manca nel caso di Giovanni e Marco. Inoltre nel caso di Anna e Paola può esservi un contributo alla nascita da parte di entrambe le donne, quella che ha partorito e quella che ha messo a disposizione l’ovocita, situazione che merita un’attenta considerazione da parte del legislatore, e normalmente non viene commesso alcun reato nel concepimento; nel caso di Giovanni e Marco abbiamo solo un padre biologico, condizione che va accertata, e la filiazione è stata realizzata attraverso una pratica che in Italia è un reato severamente punito.
La strada maestra, quindi, nel caso dei figli di coppie dello stesso sesso – e in particolare di due uomini – resta l’adozione in casi particolari.
Ma soprattutto, quando si parla di nascita, la madre non può essere “parificata” al padre e deportata dalla posizione centrale che la natura le ha conferito. Il diritto deve saper rappresentare la differenza sessuale.
(Feministpost.it, 8 novembre 2021)
di Tiziana Plebani
Potrei iniziare con una frase a effetto tipo: il potere se n’è sempre infischiato dei giovani. C’è del vero, come sappiamo. Eppure questa volta si è aperto un varco.
Se ha ragione Greta Thunberg di non essere soddisfatta dei risultati ancora insufficienti del G20 e soprattutto della COP26 tenutasi a Glasgow, non deve passare inosservato il cambiamento che c’è stato ed è sotto i nostri occhi, se vogliamo prestare la giusta attenzione. I giovani attivisti e attiviste del clima hanno fatto parte degli incontri ufficiali, sono stati al tavolo con i negoziatori, i funzionari e i ministri di ogni parte del mondo.
L’invito non può essere interpretato in mero senso paternalistico. L’urgenza del momento ha reso i giovani degli interlocutori come mai prima era accaduto: le loro istanze e i loro saperi, tutt’altro che espressione di un ingenuo ambientalismo, sono la misura di un confronto serrato e difficile tra la radicalità del benessere del pianeta, di cui sono portatori, e gli interessi di un modello di sviluppo che ha prodotto non solo sfruttamento, inquinamento, innalzamento climatico ma anche ingiustizia sociale ed economica ovunque.
Cosa mi colpisce di questi giovani? Siedono ai tavoli di concertazione con tranquilla sicurezza, sono preparati, organizzati. Noi li vediamo sfilare nelle piazze ma dietro questa visibilità pubblica c’è un grande lavoro e studio preparatorio e un’organizzazione a più livelli con strategie differenti. Fridays For Future ha creato negli anni una piattaforma comune e un luogo di aggregazione e discussione, mentre YOUNGO, l’Official Children’s and Youth Constituency dell’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) ha obiettivi più politici e di rappresentanza: ha ottenuto di partecipare alla COP26 (con un’attivista anche italiana), e agli incontri preparatori, presentando la dichiarazione COY16 Global Youth Position, che riporta le opinioni di oltre 40.000 giovani leader climatici di tutto il mondo.
È una marcia di lungo periodo che questi giovani hanno percorso, non una fiammata a miccia corta, e la loro autorevolezza ha saputo imporsi con costanza e determinazione.
Se guardiamo dunque con attenzione la liturgia degli incontri politici internazionali, noteremo che lo schema è stato permeato da una novità che riguarda proprio l’inclusione, che non riesce a divenire mera assimilazione, di questi corpi, desideri e prospettive giovanili. E il metodo, la forma, la struttura sono stati intaccati e non è affatto poco, anche se per ora i risultati non sono all’altezza. Anche se a me scalda il cuore, come a Stefano Mancuso, l’impegno strappato al G20 di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030.
Ma se prestiamo attenzione alle parole di Draghi pronunciate a Glasgow: «Dobbiamo coinvolgere i giovani, ci giudicheranno per le nostre azioni. Dobbiamo ascoltarli, ma soprattutto imparare da loro», salta agli occhi la svolta, appena iniziata ma già così significativa, nel rapporto tra generazioni. La trasmissione dei valori, delle priorità, delle istanze, non appare più a senso unico. I giovani hanno la forza di incarnare il futuro che è stato messo a repentaglio dalle generazioni precedenti, o meglio, dai loro rappresentati politici ma con il consenso silenzioso o meno della maggior parte. Sono un tribunale oltre che una parte che sa parlare per il benessere di tutta l’umanità e il mondo vivente.
E la loro novità accoglie un altro elemento di radicalità: la leadership femminile del movimento. Non si basa su quote, dibattiti parlamentari, leggi o percorsi di parità: l’autorevolezza femminile si basa sull’amore per il mondo e la difesa dei beni della terra e agisce di conseguenza. I nomi che sono apparsi sui media, l’ugandese Vanessa Nakate, la polacca Dominika Lasota, Mitzi Tan delle Filippine, oltre a Greta, sono solo l’avamposto di un movimento esteso, dai tratti femminili, espressione di un empowerment reale che avanza con chiarezza di intenti e pratiche.
Facciamo loro posto e insieme iniziamo a piantare i mille miliardi di alberi.
(Ytali.com, 8 novembre 2021)
Dopo quasi tre mesi dalla presa del potere dei taleban, le scuole secondarie e superiori sono state riaperte anche per le ragazze nella sola provincia di Herat, nell’Afghanistan occidentale. Lo riferisce Tolo News, citando informazioni diffuse da un’associazione locale di insegnanti. Il ritorno in classe, secondo la stessa fonte, riguarderebbe 5mila studentesse dal settimo al dodicesimo anno di corso. Nel resto del Paese restano invece aperte per le allieve solo le scuole primarie.
Proprio da Herat, il 21 ottobre scorso, era stato lanciato un toccante appello per l’istruzione femminile. Protagonista la 15enne Sotooda Forotan, che era salita sul palco per leggere una poesia durante una cerimonia per commemorare la nascita del profeta Maometto, ma aveva stupito e commosso il pubblico con le sue parole: “Oggi, come rappresentante delle ragazze, voglio lanciare un messaggio che proviene dai nostri cuori. Sappiamo tutte che Herat è una città della conoscenza… perché allora le scuole devono restare chiuse per le studentesse?”.
Il video del discorso, diventato virale sui social media locali, aveva riacceso le proteste contro il bando all’educazione femminile, permessa a livello nazionale solo nelle scuole primarie, e accresciuto ulteriormente le pressioni sul governo taleban.
[…]
(Avvenire, 8 novembre 2021)
di Federico Gurgone
È in libreria, edito da Giunti, La preistoria è donna (pp. 300, euro 20) della storica francese Marylène Patou-Mathis, direttrice di ricerca presso il Cnrs e specialista nel comportamento dei Neanderthal. Come evidenzia l’eloquente sottotitolo – Una storia dell’invisibilità delle donne – il saggio chiarisce quel che sciaguratamente appare ancora necessario chiarire: le donne preistoriche non trascorrevano le giornate spazzando le grotte; la metà maschile della popolazione non può vantare alcuna esclusività nel contributo offerto all’evoluzione tecnica e culturale dell’umanità originaria. Ne discutiamo con l’autrice.
C’è una motivazione particolare che l’ha indotta a scrivere questo libro proprio in questo momento storico?
Per combattere luoghi comuni sulla preistoria che persistono nei testi scolastici, figuriamoci in un immaginario collettivo alimentato dalle superficiali ricostruzioni del modo di vivere dei nostri antenati divulgata dalle illustrazioni, dai film e dalla letteratura. La società occidentale è fortemente impregnata di patriarcato e la gender archaeology, diffusa nei paesi anglosassoni, è stata a malapena recepita dai colleghi europei.
Nel corso della mia carriera sono inciampata in pregiudizi metodologici viziati da presupposti sessisti. Dalla metà dell’Ottocento agli anni Ottanta del secolo scorso mai nessuno si è preso la briga di mettere in discussione un assioma: gli artefici delle innovazioni capaci di segnare il progresso sono maschi. Il controllo del fuoco, la grande caccia, l’arte rupestre? Merito loro. E basta.
Come è nato il postulato dell’inferiorità delle donne in quei contesti?
È stato a fatica costruito nei secoli, prima teorizzando una divisione dei compiti sulla base del genere, presumendo la diversa capacità dei sessi di svolgere una determinata attività, quindi gerarchizzando i compiti stessi, infine dando per scontati i risultati di tale elaborazione. La caccia, ritenuta tipicamente maschile, è stata considerata più nobile della raccolta, ovviamente femminile. L’educazione dei bambini e le mansioni domestiche richiedendo competenze sottovalutate, non potevano che interessare le sole donne. Seguendo questa falsariga gli uomini finirono progressivamente per confinarle nella sfera familiare, riservandosi la facoltà di gestire ogni affare connesso alla vita sociale, politica e culturale. In principio fu la religione a scolpire nella pietra il dogma della subordinazione delle donne, in seguito ci pensarono i medici, da Ippocrate a Cabanis, a decretare un’inferiorità femminile «per natura».
La scienza può forse aiutarci a ritrovare una giusta prospettiva?
La bio-geochimica permette, grazie all’analisi degli elementi contenuti nel collagene conservato nelle ossa, di conoscere la dieta di un individuo del Paleolitico. Non sono state riscontrate differenze nelle abitudini nutrizionali tra uomini e donne, per cui potremmo dedurne che i loro status sociali si equivalessero.
A conclusioni simili ci porta lo studio dei traumi presenti sulle ossa, indizio della ripetizione continuativa di una specifica azione dovuta alle occupazioni lavorative. Il Dna, inoltre, ha smascherato le attribuzioni di numerosi fossili che, nel dubbio, erano giudicati maschili. Il cosiddetto Uomo di Mentone, rinvenuto nel 1872 in una delle grotte dei Balzi Rossi, presso Ventimiglia, è stato giustamente ribattezzato la Donna del Caviglione.
Con nitidezza sempre maggiore si palesa l’incapacità dell’archeologia, qualora volesse, di mettere in relazione la professione con il genere.
Lo ribadisce la recente scoperta della tomba di una cacciatrice vissuta novemila anni fa sulle Ande peruviane. Nel continente americano – si è poi capito – le donne avrebbero costituito dal 30 al 50% del totale dei cacciatori. Ciò dimostra come la nozione di genere, binaria nel mondo occidentale contemporaneo, non fosse identica in quell’epoca e in quel luogo, per i quali possiamo benissimo immaginare una distribuzione degli incarichi in base all’abilità e all’esperienza. Magari cacciava e dipingeva semplicemente chi ne era capace. L’arte paleolitica raffigura principalmente animali. Quando troviamo figure umane, quasi al 90% sono femminili, a partire dalle famose Veneri. Senonché l’interpretazione delle statuette è stata appannaggio di studiosi uomini, i quali evidentemente hanno preferito far risalire a se stessi la loro creazione. Prove? Nessuna. Anzi, se esaminiamo le molteplici rappresentazioni di donne incinte e l’alta mortalità durante i parti, ci viene naturale ipotizzare che almeno una parte delle statuette sia stata scolpita da donne per altre donne, per esempio con la funzione di amuleti protettivi. E ormai è certo che molte delle impronte di mani in negativo sulle pareti delle grotte sono state apposte da donne. Forse i dipinti vicini sono stati realizzati da loro.
Sembra ovvio. Anche tra gli aborigeni d’Australia, se cercassimo confronti, incontreremmo un buon numero di riproduzioni pittoriche realizzate da artiste.
Ecco, l’etnoarcheologia. Di nuovo studiosi maschi: avendo notato un ruolo di genere nelle società occidentali prese in esame, dove sono gli uomini a cacciare, hanno dedotto per la preistoria una situazione analoga. Senza nemmeno tenere a mente che si può cambiare: se l’economia dei cacciatori-raccoglitori si è perpetuata, ciò non vale necessariamente anche per le strutture sociali, il modo di pensare, la cosmogonia e la percezione di genere.
Conosciamo il Paleolitico soprattutto da scavi effettuati in Europa e nel Vicino oriente. Il resto del mondo ha però ancora tanto da insegnare. In Africa il sistema matrilineare è stato per lungo tempo più frequente di quello patriarcale; lo stesso potrebbe essere accaduto in alcune società preistoriche.
Una rilettura della preistoria può favorire la costruzione di un futuro prossimo migliore?
Deve. A volte, nostro malgrado, abbiamo sentito l’urgenza di gerarchizzare popoli, sessi, culture, epoche. Tuttavia, se siamo qui è perché sia le donne sia gli uomini preistorici hanno saputo adattarsi al loro ambiente e risolvere i loro problemi. Sarebbe sufficiente cambiare i criteri con cui osserviamo il passato per accettare che patriarcato e violenza potrebbero non aver sempre convissuto con l’umanità. La speranza nasce da una constatazione: la storia non è fissa e nulla è immutabile. Il patriarcato è solo un fenomeno contingente: deve e può essere sostituito da una visione egualitaria.
(Alias-il manifesto, 6 novembre 2021)
di Giuliano Battiston
Mazar-e-sharif – «Non c’è più spazio per la società civile. Guarda cosa è successo a Foruzan Safi». Fardin Nawrazi faceva il giornalista. Poi sono arrivati i Talebani e ha cambiato vita. «Guardami: ho cambiato perfino il modo di vestire. La cravatta non la metto più. E il cappello tradizionale non lo mettevo mai, prima. Sono un’altra persona ora».
Di esporsi pubblicamente con un giornale straniero non ha paura. «I Talebani sanno cosa ho fatto, chi sono. Ma mi faccio vedere meno in giro. E soprattutto non faccio più il mio mestiere, che amavo».
Ha lavorato per anni come giornalista freelance, per radio, siti, giornali, tv locali e non solo, nella provincia di Balkh, di cui Mazar-e-Sharif è capoluogo. Era il responsabile per l’intera area settentrionale del Paese dell’Aija, l’Afghanistan Independent Journalists Association, l’associazione dei giornalisti indipendenti.
«Noi freelance siamo stati fregati, qui a Mazar: sono stati evacuati i pezzi grossi, i direttori delle testate, quelli con gli agganci giusti, noi rimaniamo qui. C’è chi ha portato via parenti e amici, anziché i colleghi, come avrebbe dovuto. Abbiamo scritto lettere su lettere, inviato email a chiunque, all’estero, ma nessuno ci ha dato aiuto, nessuno ci dà retta. Forse qualcuno può aiutarci, dall’Italia?». Qui, continua Nawrazi, «è pericoloso per ognuno di noi, uomini e donne». E non si può più lavorare, a meno di accettare le condizioni imposte dall’Emirato islamico.
«I talebani pretendono di vedere e controllare ogni singola notizia prima della pubblicazione. Non c’è più informazione, non c’è più libertà d’espressione», sostiene Nawrazi. «Slogan su slogan, nient’altro che slogan, ecco cosa facciano sulla rete televisiva nazionale».
A parlare è un altro giornalista. Anche lui ci invita a guardare il suo vestito. Anche lui ha cambiato stile. Ma al contrario di Nawrazi è rimasto al suo posto, alla tv nazionale. «Prima c’era qualche forma di indipendenza, di libertà, c’erano programmi diversi, più critici. Ora siamo sotto la responsabilità del ministero della Cultura. Non facciamo che ripetere slogan, solo slogan», spiega mentre camminiamo nel caotico mercato cittadino. Il suo nome preferisce non darlo. «Le notizie vere non si danno più».
Le informazioni viaggiano sui canali privati. Tra i telefoni degli attivisti e delle attiviste rimasti a Mazar-e-Sharif. C’è chi praticamente non esce di casa dalla presa del potere dei Talebani, a metà agosto. Chi ha preferito trasferirsi a Kabul, dove non è conosciuto o conosciuta. E poi c’è chi sparisce per giorni. Per essere ritrovata morta.
È il caso di Foruzan Safi, quasi trent’anni. Attivista, piuttosto conosciuta in città per il suo impegno, con particolare attenzione ai diritti delle donne, oltre che per le sue lezioni universitarie e per aver sostenuto la manifestazione che si è tenuta a Mazar-e-Sharif il 6 settembre scorso e alcune successive, online.
I Talebani allora hanno lasciato che la manifestazione arrivasse dalla sede del Consiglio provinciale al santuario di Hazrat Ali, in pieno centro. Poi hanno seguito alcuni manifestanti. Dei trentacinque fermati, cinque sono rimasti in carcere. Uno di loro per 14 giorni. «I primi sei senza acqua né cibo. E tante botte».
La notizia della sparizione di Foruzan Safi circolava da giorni in città. «La mamma di Foruzan mi ha chiamato: era preoccupata perché la figlia non rientrava a casa da due giorni», ci racconta un’altra attivista. Ventisei anni, è tra quante preferiscono non farsi vedere in giro, da ben due mesi e mezzo. Accetta di incontrarci, ma in un luogo sicuro, nell’appartamento in cui vive con la famiglia.
«Sono un’attivista per i diritti delle donne. O almeno lo ero. Andavo nei distretti rurali a spiegare perché bisogna combattere per i diritti delle donne, contro la violenza sulle donne». Abituata a esporsi, lo ha fatto anche pochi giorni prima che i Talebani prendessero il potere.
Alla madre di Foruzan Safi, che abbiamo contattato ma che ha preferito non incontrarci, questa giovane attivista non ha saputo dare notizie. Il corpo della figlia è stato ritrovato due giorni fa, pare insieme ad altri tre corpi di donne, in un’area periferica della città. «Chi è stato a ucciderla? Lo sappiamo tutti, ma nessuno può dirlo pubblicamente. Altrimenti fa la stessa fine».
Per gli attivisti di Mazar-e-Sharif, i responsabili sono chiari, anche se questi omicidi mirati – non gli unici nel Paese – non sono rivendicati. Servono a mandare segnali inequivocabili. Come la prigione per gli organizzatori della protesta pubblica di settembre.
«Dopo di allora, nessun’altra protesta. Certo ci sono quelle online, ma è un’altra cosa», continua l’attivista 26enne, che preferisce rimanere anonima.
(il manifesto, 5 novembre 2021)
di Elena Caruso
Il film vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia La scelta di Anne – L’Événement (adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico di Annie Ernaux) racconta la solitaria e difficile ricerca di un aborto clandestino nella Francia pre-legge Veil, che nel 1975 ha legalizzato l’aborto nel Paese. Come in Francia, anche in Italia le donne abortivano illegalmente nonostante i draconiani divieti del codice fascista, fino alla riforma avvenuta con la legge 194/1978. Certamente, l’ampio divario temporale tra i fatti narrati ne L’Événement e i giorni nostri sembrerebbe un motivo sufficiente per archiviare la premiatissima pellicola solo come una (per quanto eccellente, cruda e necessaria) testimonianza storica di un fenomeno ormai scomparso che in modo molto simile ha interessato anche l’Italia. Ma possiamo veramente liquidarla così?
Interruzione di gravidanza fuori dal Ssn
Guardando all’Italia, se è vero che oggi abbiamo un quadro legislativo che permette, a certe condizioni, di interrompere volontariamente la gravidanza, sappiamo anche che diversi ostacoli si frappongono ancora all’accesso effettivo all’aborto. In questo quadro, non solo le leggi, ma anche il volto dell’aborto effettuato fuori dal Servizio sanitario nazionale è nel frattempo cambiato. Infatti, il fenomeno, lontano dall’essersi estinto, esiste ancora secondo lo stesso ministero della Salute. Nella sua ultima relazione annuale sullo stato di attuazione della legge 194/1978 (pubblicata lo scorso 16 settembre 2021), il ministro Roberto Speranza ha riportato le stime dell’Istat, secondo le quali ogni anno in Italia tra i 10mila e i 13mila aborti sono eseguiti fuori dal Sistema sanitario nazionale. Con un po’ di sorpresa, però, almeno da parte di chi scrive, il ministero della Salute commenta questi dati come rivelatori di una «bassa entità del fenomeno». Eppure si tratterebbe di una quota di oltre il 10% di tutti gli aborti effettuati in Italia (di cui i legali ammontano a 73207). Forse, quindi, questi dati meriterebbero maggiore considerazione? Infatti, non potrebbe essere utile approfondire perché una buona fetta degli aborti in Italia non sono effettuati dentro il Servizio sanitario nazionale? Non sarebbe necessario sapere se esiste un modo per migliorare l’accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza, per renderli più inclusivi e adeguati al tipo di richiesta delle persone incinte?
Women on web: aborto farmacologico a casa, ma seguite dai medici
Oltre che sollecitata dalla lettura della citata relazione ministeriale, queste domande si sono fatte più pressanti negli ultimi giorni. Risale al 25 ottobre 2021, infatti, la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale BMJ Sexual and Reproductive Health di uno studio dal titolo Telemedicine as an alternative way to access abortion in Italy and characteristics of requests during the COVID-19 pandemic (traducibile in italiano come La telemedicina come metodo alternativo di accedere all’aborto in Italia e caratteristiche delle richieste durante la pandemia Covid-19). La ricerca analizza le richieste prevenienti dall’Italia per accedere ai servizi di aborto farmacologico in telemedicina offerti dal Women on Web, comparando il numero e le motivazioni delle domande nel periodo prima e dopo l’inizio della pandemia. Con aborto farmacologico si fa riferimento a una procedura di interruzione volontaria di gravidanza che avviene tramite l’impiego di due farmaci, il mifepristone (RU486) e il misoprostolo, assunti a distanza di 48 ore. Con telemedicina, si fa riferimento ad una prestazione medica che si avvale dell’uso di moderne tecnologie (video, chiamate, e-mail). Women on Web è una organizzazione internazionale che fornice servizi di aborto farmacologico in telemedicina alle donne che vivono in Paesi con legislazioni restrittive in materia di accesso all’aborto.
Aumento delle domande di aborto autogestito
Una solida letteratura scientifica ha ormai attestato la sicurezza, efficacia, e affidabilità dei servizi di aborto farmacologico in telemedicina forniti da Women on Web . Nonostante in Italia esista una legge come la 194/1978, lo studio di BMJ Sexual and Reproductive Health sull’Italia dimostra che provengono anche dal nostro Paese richieste di autogestire l’aborto tramite Women on Web, adducendo come motivazione principale della richiesta soprattutto nella fase pre-pandemica esigenze di privacy. La ricerca mostra anche che vi è stato un aumento delle domande di aborto autogestito a Women on Web con l’inizio della pandemia, con i maggiori picchi verificatisi tra marzo e maggio 2020 durante il primo lockdown. E proprio a marzo 2020, su La27Ora, insieme alla ginecologa Marina Toschi, spiegavo perché era necessario che il governo italiano attivasse subito la telemedicina in relazione ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza nel primo trimestre. Anche sull’onda dell’emergenza sanitaria, nell’agosto 2020, le regole sull’erogazione dei servizi di aborto farmacologico sono state modificate, spostando il limite di accesso da sette a nove settimane di gravidanza, e prevedendo un coinvolgimento degli ambulatori e dei consultori quale luoghi in cui effettuare la procedura.
Come funziona nel Regno Unito
Queste nuove regole sono certamente un passo in avanti rispetto alla restrittiva regolamentazione previgente, e vanno nella direzione di ridurre la non necessaria ospedalizzazione dell’aborto almeno nel primo trimestre. Tuttavia, la decisione del ministro Roberto Speranza, per quanto coraggiosa in un Paese conservatore come l’Italia, si presenta in realtà molto timida se paragonata alle scelte che alcuni suoi colleghi hanno compiuto in altri Paesi occidentali. Ad esempio, il governo conservatore inglese ha introdotto un nuovo protocollo per gli aborti fino a dieci settimane di gestazione che è di fatto sovrapponibile a quello dei servizi offerti da organizzazioni come la citata Women on Web. Infatti, ad oggi in Inghilterra, dopo una videoconsultazione con la ginecologa, i due farmaci per abortire (il mifepristone e il misoprostolo) vengono inviati via posta all’indirizzo della persona che intende interrompere la gravidanza nella propria abitazione, senza la necessità di alcun accesso fisico alla struttura sanitaria. Il processo abortivo, che si traduce in una sintomatologia simile a quella di mestruazioni abbondanti, è monitorato a distanza da una ostetrica opportunatamente qualificata. I dati sul primo anno dell’aborto farmacologico in telemedicina hanno evidenziato la soddisfazione delle utenti inglesi, e soprattutto una significativa riduzione dei tempi di attesa rispetto alla precedente modalità in presenza.
Ancora troppi raschiamenti in Italia
In Italia, invece, l’aborto farmacologico ancora fortemente quanto ingiustificatamente ospedalizzato (nonostante qualche eccezione in Toscana e nel Lazio) rappresenta solo il 24,9% di tutti gli aborti eseguiti legalmente nel Paese. Inoltre, è ancora scandalosamente alta la percentuale di aborti eseguiti totalmente con il raschiamento, una tecnica ormai obsoleta e giudicata poco sicura dalla letteratura scientifica internazionale. L’impiego di questa procedura genera una situazione a dir poco paradossale. Infatti, proprio sulla base dei dati forniti dal ministero della Salute, possiamo affermare che una quota di aborti legali eseguiti in Italia non soddisfa gli standard di sicurezza per la salute previsti dalla migliore medicina internazionale e dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità. In sintesi, possiamo dire che non parli almeno un poco anche al nostro qui e ora una pellicola come L’Événement? Come ho osservato, un crescente numero di studi evidenziano che in molti Paesi, anche occidentali, molte donne incinte dinanzi agli ostacoli che lo Stato frappone all’accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza cercano di autogestire il proprio aborto, sebbene disponendo di strumenti quasi ottimali in termini di efficacia e sicurezza rispetto al ferro da calza de L’Événement. Guardando a noi, c’è da chiedersi, anche a fronte dell’ennesimo recente richiamo all’Italia da parte del Consiglio d’Europa proprio sulla insufficiente applicazione della legge 194/1978, per quanto tempo ancora il ministero della Salute potrà ignorare le sistemiche gravi carenze dei servizi abortivi nel nostro paese?
Elena Caruso è ricercatrice alla Kent Law School, Regno Unito e co-fondatrice di Pro-Choice, Rete Italiana Contraccezione Aborto
(27esimaora.corriere.it, 4 novembre 2021)
di Marta Ghezzi
Ci piace che tre giovani architette si mettano insieme per realizzare un progetto comune, ci vediamo un gesto politico femminile. E proprio a Chiaravalle, luogo illuminato dalla meravigliosa abbazia scelta come ultima dimora da un’altra “non milanese” che ha segnato la storia di questa città: Guglielma la Boema. https://www.libreriadelledonne.it/wp-content/uploads/2015/01/Guglielma_e_Maifreda_Luisa_Muraro.pdf
La redazione
Non sono milanesi. Antonella Bellinetti è di Udine, Idamaria Sorrentino della provincia di Avellino, mentre Ileana Iacono arriva da Avola, terra di vigneti intorno a Siracusa. Le tre giovani architette (età in scala dai 27 ai 29 anni) sono approdate nella metropoli nel dopo laurea, per frequentare la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio del Politecnico. In città hanno sempre abitato in zona Lambrate, a distanza ravvicinata dal PoliMi, per loro Chiaravalle – con l’eccezione della Bellinetti, che si era già misurata con un lavoro sull’Abbazia – era solo un puntino sulla mappa. Ci sono capitate per l’esame di Tutela e recupero dei centri storici e «quella Milano che non è più Milano» le ha travolte, conquistate.
«Borgo romantico, affascinante, dall’immenso potenziale», sottolineano, «peccato così decadente, salta subito all’occhio lo stato di abbandono». Poteva finire lì, restare solo come meta di gite domenicali. E invece non hanno più abbandonato «il paese satellite che, stranamente, è ancora città». Alla Scuola di Specializzazione si lavora individualmente, concentrandosi su un singolo monumento. Loro si sono proposte per una tesi collettiva di restauro urbano. «È urgente individuare soluzioni prima che i capitali privati, come è appena accaduto per la Cascina La Grangia, si mangino la Storia», avvertono, «un borgo così magico deve restare patrimonio di tutti».
Le tre professioniste hanno deciso, con lungimiranza (e furbizia), di muoversi coinvolgendo chi conosce bene il territorio: i suoi 1.036 abitanti. Dopo i sopralluoghi e le indagini in catasto e Comune, hanno lanciato a fine estate con l’hashtag #insiemeperChiaravalle un sondaggio nel borgo. E subito dopo aperto l’immancabile pagina Instagram Chiaravallemilanese, dove postano immagini d’epoca alternate a foto attuali e avanzano proposte. «C’è il tessuto antico, quel paesaggio avvertito come sospeso fra rogge e campi coltivati, a cui ridare pieno valore, ma c’è anche il vivere quotidiano faticoso, perché a Chiaravalle manca tutto, la farmacia, il medico, il bar-tabacchi, la fibra di Internet», spiegano, «per non parlare della carenza di collegamenti: un’unica linea di autobus per arrivare al quartiere Corvetto, se non hai l’auto qualsiasi spostamento diventa un incubo».
La tesi è in fase di conclusione. «È un work in progress, continuano a emergere nuovi tasselli», rivelano. Le priorità che indicano nel loro lavoro? L’elenco è lungo: oltre ai già citati servizi di base e al problema dei trasporti ci sono la viabilità (mancano i marciapiedi e le ciclabili); i restauri – il lavatoio del Novecento e la scuola, chiusa da anni, oltre alla dismissione dei binari ferroviari – e l’individuazione di uno spazio che possa diventare luogo d’aggregazione, «è un bisogno emerso trasversalmente, ma è un tasto delicato: la piazza centrale, che sarebbe adatta, è utilizzata come parcheggio. Ci sono esempi guida di recuperi incredibili di piccoli centri storici con problemi analoghi, basta la volontà». E concludono: «Speriamo di fare breccia negli assessorati comunali».
(Corriere della Sera-Milano, 4 novembre 2021)
di Samantha De Martin
Dal 5 novembre al 19 aprile alle Gallerie Corsini di Roma – La mostra si potrà visitare, a partire dal 5 novembre, da martedì a domenica, dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.
Roma – Un’“architettrice”, vestita con il tradizionale abito della domenica della “middle class romana” del Seicento, tra le mani un compasso e un foglio da disegno, volge il suo sguardo magnetico e assorto agli ospiti delle Gallerie Corsini, come sorpresa dal loro sopraggiungere.
A ritrarla, in un olio su tela in prestito da una collezione privata di Los Angeles, è un pittore attivo a Roma verso la metà del Seicento. La protagonista di questo ritratto, l’unico che abbiamo di lei, è molto probabilmente Plautilla Bricci, artista singolare, ricamatrice, pittrice di talento, esperta ideatrice di apparati effimeri, unico architetto donna dell’Europa preindustriale.
La mostra che le Gallerie Corsini le dedicano fino al 19 aprile più che un percorso espositivo è un’affascinante scoperta che fa luce su un unicum straordinario: un’artista versatile e complessa, autrice di opere pubbliche e pale d’altare, riuscita a ritagliarsi spazi di libertà tra le convenzioni di una società dominata da soli uomini.
Una rivoluzione silenziosa. Plautilla Bricci pittrice e architettrice, la prima mostra personale dedicata alla pittrice e architetta Plautilla Bricci, a cura di Yuri Primarosa, riunisce per la prima volta l’intera produzione grafica e pittorica dell’artista, costruendo un perfetto allestimento che segue l’evoluzione della donna, da “zitella” invisibile che lavora sotto mentite spoglie, a pittrice “libera”, capace di incantare Roma con i suoi edifici grandiosi.
“Quella che presentiamo oggi – spiega Primarosa – è una mostra di ricerca, destinata ad arricchirsi di nuovi studi e scoperte, un punto di partenza che, per la prima volta, fa conoscere al pubblico un’artista complessa, riunendo solo le opere che sappiamo con sicurezza essere state realizzate da lei”.
Portata di recente all’attenzione del grande pubblico da Melania Mazzucco, autrice del romanzo L’architettrice (Einaudi 2019), Plautilla inaugura anche la riapertura della Galleria Corsini.
“Dopo molti mesi di lavori – commenta Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali Barberini e Corsini – siamo felici di riaprire con un’assoluta novità. La Galleria è ora pronta ad accogliere i visitatori con una rete wi-fi, una guida digitale gratuita di supporto alla visita e servizi di accoglienza completamente rinnovati. La nuova illuminazione e gli interventi conservativi sulle decorazioni settecentesche assicurano poi una migliore fruibilità degli spazi”.
L’apoteosi di Plautilla Bricci si compie in mostra attraverso un percorso lineare, ben pensato e che presenta, all’inizio in maniera soffusa, una professionista ancora nascosta, che esploderà solo alla fine del percorso. Come quasi tutte le sue colleghe, anche Plautilla era figlia d’arte e nella bottega romana di suo padre Giovanni acquisì molto di più che i soli rudimenti nel disegno e nel colorire.
Oltre a dipingere insegne di botteghe, muri e tele nell’entourage del Cavalier d’Arpino, il padre era infatti anche un bravo musicista e compositore dilettante, attore e commediante, poligrafo e poeta. Da nuove ricerche si evince che fu proprio Giovanni a offrire alla figlia la prima rete di contatti e committenze, come nel caso della Madonna col Bambino di Santa Maria in Montesanto (1640 circa) – prima opera conosciuta della pittrice – che conserva sul retro la firma dell’artista giovinetta assieme a una relazione che ricorda un evento prodigioso: a ultimare l’opera sarebbe stata la Madonna stessa.
Questo esordio legato a un evento miracoloso garantì a questa artista alle prime armi, destinata a vivere in odore di santità, un posto d’onore nella produzione di immagini devozionali di martiri e sante vergini. Queste occasioni formative consentirono a Plautilla di entrare in contatto con l’abate Elpidio Benedetti, una figura chiave nella vita della pittrice e nel fervido dialogo politico e artistico tra Roma e Parigi, servitore, o se vogliamo “art advisor”, prima del cardinale Giulio Mazzarino e poi di Jean-Baptiste Colbert, nelle funzioni di agente di Luigi XIV.
Elpidio Benedetti fu quasi un alter ego per Mazzarino, sbrigando per lui ogni tipo di mansione, dall’invio di pregiate casse di vino italiano e guanti profumati all’acquisto di palazzi e carrozze. Fu probabilmente lo stesso Benedetti a mediare l’esecuzione dello straordinario ritratto, esposto per la prima volta in questa mostra, che Pietro da Cortona realizzò per celebrare l’ascesa alla porpora del “Cardinale di Francia”, avvenuta nel dicembre del 1641.
Il ritratto, mostrato al pubblico per la prima volta e in prestito da una collezione privata, con il movimento del fazzoletto che ricorda la spuma del mare, il volto del cardinale incorniciato da un ghigno di astuzia e cinismo, rappresenta l’apice della ritrattistica romana di età barocca, reso ancora più interessante dalla penetrante indagine psicologica.
All’inizio Plautilla vive quasi all’ombra di Elpidio Benedetti, al quale sarà unita, fin sul letto di morte, da una straordinaria, devota amicizia. E questo l’incipit del percorso espositivo lo mette bene in luce, affiancando, e quasi sovrapponendo, le opere di Plautilla e quelle del suo committente Benedetti. Tra queste, gli accurati studi grafici del monumento funebre di Giulio Mazzarino, che il cardinale avrebbe desiderato innalzare a Parigi per glorificare la sua memoria e i cui studi grafici formulati da Benedetti assieme a Plautilla furono inviati in Francia nel 1657. L’abate Elpidio aveva diversi motivi per potersi attribuire queste opere. Per realizzare il suo sogno scelse Plautilla, l’unica “invisibile signora” che avrebbe potuto disegnare, ideare e lavorare per lui senza pretendere, nella società maschilista del tempo, di essere riconosciuta.
Dal canto suo, grazie al decisivo sodalizio con Benedetti, la Bricci poté cimentarsi nell’esecuzione di importanti pale d’altare, nell’ideazione di apparati decorativi e nella progettazione di altre opere insigni, affermandosi anche come architetta. Questo evento fu talmente eccezionale da richiedere l’invenzione addirittura di un neologismo, quello di “architettrice”. Di questo titolo si trova traccia su un atto notarile relativo ai lavori della Villa Benedetta fuori Porta San Pancrazio, detta “il Vascello”, la sua opera più famosa, per suggellare, dopo diversi anni di attività sottotraccia, il riconoscimento ufficiale della donna in un settore artistico che la tradizione riservava ai soli uomini.
I lavori per il Vascello ebbero inizio tra il 1662 e il 1663. Purtroppo l’edificio andò distrutto nel 1849 durante l’assedio francese di Roma. Pur avendo preso parte a quel cantiere artisti del calibro di Bernini, Cortona e Grimaldi, fu proprio Plautilla a dirigerne le maestranze.
Tra i progetti dell’architettrice presentati in mostra è possibile ammirare quello, ambizioso, per la scalinata di Trinità dei Monti (1660), o ancora la vasta lunetta dipinta per i Canonici lateranensi (1669-1673) e altre due sue tele conservate a Poggio Mirteto, borgo che diede i natali al padre di Elpidio, Andrea Benedetti, ricamatore papale. Si tratta dello Stendardo della Compagnia della Misericordia raffigurante la nascita e, sul retro, il martirio del Battista (1675) – restaurato per l’occasione e visibile per la prima volta recto e verso – e la Madonna del Rosario (1683-1687). Chiude l’esposizione il quadro d’altare raffigurante San Luigi IX di Francia tra la Storia e la Fede dipinto da Plautilla per la cappella di San Luigi dei Francesi, interamente progettata dall’architettrice per l’abate Benedetti.
Il catalogo che accompagna l’esposizione, stampato da Officina Libraria, contiene i saggi di Yuri Primarosa, curatore della mostra, e di Melania Mazzucco, autrice de L’architettrice, oltre ai contributi di alcuni dei maggiori specialisti dell’artista e del suo contesto culturale, offrendo una nuova e aggiornata monografia sulla pittrice.
(Arte.it, 4 novembre 2021)
di Arianna Galati
Una storia famigliare complessa, due lauree ad Harvard e la metodica volontà di cambiare le cose: biografia della prima cittadina che ha interrotto l’egemonia maschile a Boston
La prima elezione ad aprire nuove strade e menti in una città apparentemente immobilista, la prima a (far) cambiare una rotta che sembrava tracciata per sempre. Record personali e cittadini adornano la vittoria di Michelle Wu, prima donna sindaca di Boston, prima ‘person of color’ di origine asiatica, prima non nata in città e a ricoprire ufficialmente il più alto incarico amministrativo. Nonché protagonista di una sfida tra due donne del tutto inedita in una città come Boston, profondamente ancorata ad una sfilza di rappresentanti uomini, bianchi, eredi dei primi immigrati italiani o irlandesi, sin dagli anni Trenta del ’900. Le due candidate a sindaca di Boston Michelle Wu e Annissa Essaibi George sono state una novità scrosciante nelle elezioni americane 2021: giovani, donne, più o meno progressiste, americane di prima generazione (Michelle Wu è di origini taiwanesi, Annissa Essaibi George ha genitori marocchini). Qualcosa di profondamente fresco e convincente, rappresentativo della società che cambia: due donne pronte a spendersi per la città mantenendo anche promesse divisive. E, nel caso di Michelle Wu, premiate per questo dall’elettorato meno privilegiato, il più complicato da conquistare. Per una persona che non aveva mai pensato di fare politica, l’elezione a sindaca è un notevole cambio di programma. Ma Michelle Wu alle giravolte improvvise della vita è abituata sin da piccola.
Nata nel 1985 a Chicago, figlia maggiore di quattro avuti da genitori di Taiwan arrivati in USA per lavoro (il padre Han Wu, ingegnere chimico, aveva ricevuto un posto di lavoro come studente laureato all’Illinois Institute Of Technology), a quattro-cinque anni Michelle Wu ha iniziato a far da interprete a mamma e papà per aiutarli a comprendere documenti dall’inglese, che non parlavano affatto, al mandarino. La politica attiva era quanto di più lontano dalle loro intenzioni. I signori Wu erano fuggiti dalla carestia e dalla guerra civile in Cina e non avevano un’alta opinione di governi o istituzioni, ma quanto all’educazione dei figli le idee erano cristalline: «Ci hanno sempre detto che potevamo fare qualunque cosa, ma dovevamo essere i migliori. Se volevo fare l’artista, dovevo essere Picasso» ha raccontato al New York Times Sherelle Wu, la sorella minore della nuova sindaca di Boston. Che, forte di questo modello, non ha fatto eccezione: testa di serie della squadra di matematica, eccellente al pianoforte, voti altissimi ottenuti agli esami finali. Per Michelle Wu si sono spalancate le porte di Harvard, il desiderio dei suoi genitori di vederla laureata (loro volevano medicina, lei scelse economia) si era avverato. Ma mentre conquistava Boston per la prima volta, aggiudicandosi un posto al sole nella roccaforte dell’istruzione high class americana, la sua famiglia si disfaceva.
Il padre viveva separato dalla famiglia da qualche anno, e il divorzio divenne l’elemento scatenante di un disagio mentale che la madre di Michelle Wu, isolata nel quartiere di periferia in cui abitava, iniziò a manifestare con frequenza sempre maggiore: vagava senza meta, urlava contro il televisore, chiamava ossessivamente il 911 per denunciare minacce immaginarie ai suoi danni. «È iniziata come una paranoia, credeva di essere osservata e monitorata da un’entità simile all’esercito della sua infanzia a Taiwan, dopo la guerra» ha scritto Michelle Wu in un articolo dedicato all’importanza della salute mentale, pubblicato sul Boston Globe nel 2020. La diagnosi di schizofrenia della madre è stata decisiva per la giovane alunna di Harvard: di fronte alla madre sotto la pioggia, che giurava di star aspettando un misterioso autista per un altrettanto segreto meeting e le controllava ossessivamente il neo sul volto per avere la certezza che la figlia non fosse un’androide, Michelle Wu ha compreso ciò che voleva fare davvero: occuparsi degli altri. A ventitré anni è tornata a Chicago, ha aperto un negozio di tè e si è fatta carico del caregiving in una famiglia dove le sorelle e il fratello erano ancora minorenni, e la madre necessitava di terapie continue. I ricoveri d’urgenza della signora, però, le avevano dato un’impressione sconvolgente di disumanizzazione della persona, con trattamenti che non rispettavano l’essere umano ma lo riducevano a un problema da estirpare a colpi di medicine. Per cambiare qualcosa doveva impegnarsi in prima persona, e doveva farlo nel posto giusto: Chicago non era più per lei e la sua famiglia. Scelse di tornare a Boston e si iscrisse alla facoltà di Legge, per conoscere a fondo i cavilli legali e burocratici connessi al rispetto della salute mentale.
All’università la strada di Michelle Wu incrocia quella di Elizabeth Warren, futura senatrice USA e allora docente di diritto contrattuale. L’umanità le ha unite, tanto che Wu ha sostenuto la candidatura di Warren alle primarie dem per le presidenziali, e la stessa senatrice ha dichiarato apertamente il suo endorsement a Michelle Wu nella corsa a sindaca di Boston con una frase affettuosa, «Michelle è una di famiglia». Ma soprattutto, la ex studentessa diventata consigliera conosce davvero la città. Ogni strada, slargo, persona, comunità presente sul territorio per Wu non ha segreti, la sua memoria fotografica ha raggiunto picchi da leggenda. «Ti sa dire almeno sei posti dove gli albanesi si vedono a Roslindale» ha raccontato l’ex consigliere bostoniano Josh Connolly al New York Times, citando il quartiere dove vive Michelle Wu con il marito Conor Pewarski, i loro due figli Blaise (2015) e Cass (nel 2017), e la madre. Esagerato? Affatto. Una delle sue grandi vittorie come consigliera riguarda proprio i lavori tra i più sottostimati dall’economica americana, quelli della ristorazione, per i quali ha elaborato la politica definita food justice, dedicata all’aumento del salario minimo e alla graduale eliminazione del sistema delle mance, da cui molti di loro sono tristemente dipendenti, per una maggiore dignità professionale. La bravura e le competenze di Michelle Wu sono fuori discussione, anche se nella sua ormai decennale carriera politica le batoste non sono mancate: da seconda donna di colore eletta nel Boston City Council (il primato è di Ayanna Pressley, una delle quattro democratiche della blue wave nelle midterm del 2018) a soli ventott’anni, le pressioni nei momenti cruciali non sono mancate. Le è toccato calibrare attentamente sostegni e appoggi, da perfezionista dei rapporti umani come lei, sopportando scontri ideologici uno dietro l’altro che, lo ha ammesso apertamente, l’hanno lasciata «devastata e scossa» molte volte. Dagli errori si impara sempre e Michelle Wu lo ha fatto continuando ad agire, l’unico modo che conosca per cambiare le cose. Nei suoi quattro mandati da consigliera comunale si è presentata spesso con i due figli alle riunioni, rompendo di fatto la lunga tradizione dominata da uomini che si dichiaravano orgogliosi padri di famiglia, ma si erano ben guardati dal portare i bambini nelle istituzioni. Una vera Mrs Outsider, come è stata definita, che con il vecchio establishment c’entra ben poco. E il programma elettorale di Michelle Wu sindaca di Boston lo riflette nel real green deal per la città: un freno agli immobiliaristi, la rinuncia alla tassazione per i trasporti pubblici, la volontà di calmierare gli affitti (sulla quale si prepara una battaglia con la legge dello Stato) e contenere la gentrificazione di Boston, esplosa quale new place to be dopo qualche anno di placida sonnolenza. Non sarà facile, ovvio. Ma la metodica Michelle Wu eletta prima cittadina di Boston, vera rivoluzione su gambe e cervello, ha la risposta pronta: «Ogni volta, quando le persone dicevano che fosse impossibile, ce l’abbiamo fatta».
(marieclaire.com, 3 novembre 2021)
di Alberto Leiss
Ieri con alcuni amici di Maschile plurale, provando a scrivere un testo sulla violenza degli uomini contro le donne in vista del prossimo 25 novembre (giornata internazionale contro queste violenze) ci siamo accorti di quante volte tornasse il termine “identità”. Identità di sesso, identità di genere, identità maschile ecc.
Qualcuno ha detto di non amare questa parola, per il rischio di derive, appunto “identitarie”, che può evocare. Disamore e sospetto linguistico abbastanza condivisi. Quindi ricerca di altri termini: soggettività, desiderio, sguardo, punto di vista…
Ciò che non mi è piaciuto in tutta la vicenda che ha portato al voto “tagliola” del Senato è stato precisamente il peso, a partire da certe formulazioni dello stesso testo della norma, dei fattori identitari.
Quelli più odiosi – gli applausi dai banchi della destra quando i “no” hanno prevalso – ma anche certe dichiarazioni venute dalla (ex?) maggioranza che sosteneva il provvedimento, del tipo: traditi dal voto segreto, ma siamo noi gli unici e veri difensori dei diritti di omosessuali, trans e delle tante declinazioni della soggettività comprese nel mondo Lgbtqia+.
Un lettore della Repubblica ha scritto domenica alla rubrica di Francesco Merlo affermando di vedere «un bicchiere mezzo pieno» nella «penosa vicenda del decreto Zan». Perché «è stata una delle rare battaglie che restituiscono identità tanto alla sinistra quanto alla destra in modo chiarissimo. Un vero spartiacque, finalmente». Ma la risposta di Merlo è stata tranchant: «Riempito così il suo bicchiere va subito svuotato: i diritti degli omosessuali non sono né di destra né di sinistra».
Il giornale “fondato da Eugenio Scalfari” ha ospitato altri interventi.
Se la lettera di Renzi pubblicata sabato non era molto credibile nel suo “saggio” lodare il compromesso in politica (per addossare la colpa di tutto al Pd di Letta e ai 5 Stelle), anche la sicurezza magniloquente con cui il senatore Zan ha raccontato – rispondendo a Renzi – che «il ddl Zan», detto così in terza persona, ha attivato in due anni un «percorso di educazione alla democrazia» per una intera «generazione abituata a percepire il proprio destino lontano dalle istituzioni», mi è suonata come una nota eccessiva.
Credo che Zan avrebbe fatto meglio a ascoltare e riflettere su alcune delle critiche alla sua legge che sono venute da una parte importante del femminismo italiano, e a cercare un dialogo con quel mondo cattolico, e anche liberale, che è preoccupato delle possibili forzature derivanti da una norma che persegue non solo i reati di violenza, insulto, discriminazione, ecc. ma anche l’“istigazione” a commetterli.
E questo non tanto in omaggio alla logica del “compromesso” – che pure spesso è opportuno – quanto all’interesse più vero delle singole persone che la legge dovrebbe tutelare.
Viviamo un tempo di radicale “transizione” – ne parla una densa intervista del filosofo transgender Paul B. Preciado a Chiara Valerio, sull’ultimo numero dell’Espresso – in cui anche la differenza e le differenze che viviamo rispetto ai nostri corpi-mente sessuati mutano la radice di un simbolico millenario.
La scrittura di una norma dovrebbe saper esprimersi nel linguaggio più comprensibile, condiviso e aperto a un senso comune in continua e sofferta evoluzione.
Lo ha scritto – ancora su Repubblica – Natalia Aspesi, augurandosi un cambio di prospettiva, e una «prossima Zan più realistica, più positiva, più approvabile». Se lo stile delle sue parole, ancora prima dei contenuti, fosse preso in considerazione, allora potrebbe essere vero che, ogni tanto, da una cosa cattiva ne può nascere una buona.
(il manifesto, 2 novembre 2021)
di Natalia Aspesi
Commuove vedere le folle di giovani che riempiono le piazze contro l’affossamento della legge Zan; ci si schifa nel rivedere una parte dei parlamentari applaudire per il triste evento; si plaude ai tanti opinionisti che ovunque hanno attaccato l’orrido risultato; poi però ci si può anche chiedere: ma quante di queste persone progressiste non hanno avuto voglia di leggere per intero sia gli articoli di legge che le modifiche che il decreto Zan voleva, vuole apportare e prima o poi apporterà?
Io ci ho provato e se non sei del ramo è una faticaccia, temo quindi che non tutti quelli che hanno protestato, o esultato, e forse persino qualcuno che ha votato o sì o no, possano addirittura immaginare che, senza la Zan, qualunque ragazzo o ragazza o altro che abbia un suo orientamento sessuale non conforme alla Bibbia, può essere impunemente randellato da chiunque ne abbia il ghiribizzo al grido di “frocio frocio” o chissà, per i fluttuanti non mi viene in mente l’insulto giusto trattandosi di cosa nuova non ancora metabolizzata dalla fantasia popolare. In apparenza la Zan non chiedeva l’impossibile, cioè aggiungere all’art. 604 bis e ter, che puniscono «chi istiga a commettere o commette atti di violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi», anche quelli sul sesso, però precisando «sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere», e anche, e credo non c’entri col sesso, «la disabilità». Domanda sciocca: non bastava «sul sesso», o «sull’orientamento sessuale», sapendo che la parola gender, di cui io con molti altri non ho ancora capito il significato, fa imbestialire le autorità cattoliche, i profamilia e i “ci vogliono mamma e papà”? Io me ne stavo zitta zitta perché avendo la sfortuna di essere di sinistra sin dalla nascita temevo che sussurrando il minimo dubbio sull’efficacia del balsamo Zan e sulla probabilità di ottenerne l’approvazione sarei stata bollata oltre che di Alzheimer, di fascismo, omofobia, transfobia con tutte le variabili. Variabili di cui gli antiquati binari, e pure i gay non militanti, conoscono l’esistenza ma non (non so come dirlo) il funzionamento pratico, cioè cosa, come, con chi? Insomma si vorrebbe essere più informati oltre che dalle immagini dei celeberrimi Maneskin, dalla voce di Madame, le confessioni un po’ confuse di adolescenti su Instagram, la meravigliosa serie Pose e quella illuminante che viene dal Messico, La casa dei fiori, 33 puntate di massima, simpatica confusione sessuale; oltre i nostri nipoti, che raccontano contenti delle compagne bisessuali e degli amici che alle feste arrivano con la gonna. E non solo ad Halloween.
Poi ho letto su Repubblica un articolo del professor Carlo Galli, di suprema difficile luminosa scalata, che parlando di tattica politica e di scontro ideologico, mi ha incoraggiato ad assolvermi dando nobiltà ai miei rustici dubbi. Sempre Repubblica, che ogni tanto ci azzecca, ha ospitato un articolo del più odiato e forse più intelligente dei nostri attuali politici (pardon!), Matteo Renzi, cui è stata data la responsabilità del fallimento della legge Zan e mai nessuno che si ricordi che all’antipatico senatore quando era premier si deve la sola legge positiva per gli omosessuali, cioè le unioni civili. Altro sostegno l’ho trovato in Tommaso Cerno, da me votato a suo tempo, senatore gay del Pd che non ha votato la legge, «perché scritta male e perché ne andavano discusse modifiche che l’avrebbero fatta approvare». Io ho altri pensieri certamente prepolitici e antichi, per esempio che sia una legge soprattutto punitiva, e va bene, che però configura omo e trans solo come vittime, non in grado di difendersi, e non tiene conto che se io pestassi una non binaria direi che non sapevo che lo fosse e l’ho fatto perché aveva una maglietta con su scritto Dior e non è colpa mia se lo è.
Anche l’idea della giornata contro l’omolesbobitransfobia è plumbea, perché non trovarne una positiva? Quanto alla scuola in cui Zan vorrebbe fosse introdotta una cultura del rispetto e della inclusione anche dell’orientamento sessuale (e che tra i ragazzi dovrebbe esserci già), non so, non mi fiderei; non è che tutti gli insegnanti in quanto tali la pensino così, non è che se gli viene in classe una bimba che vuole diventare bimbo e ne parla continuamente, sa come comportarsi. Del resto in questi fatti della vita i giovani oggi sono più avanti dei genitori e dei politici e hanno le loro fonti di informazione e svago (ignorate dagli adulti) forse pericolose, forse liberatorie. Insomma si spera che la prossima Zan sarà più realistica, più positiva, più approvabile.
(la Repubblica, 31 ottobre 2021)