di Franca Fortunato
Al liceo scientifico “Valentini-Majorana” di Castrolibero (Cs), “scuola d’eccellenza”, accadeva qualcosa di imprevisto negli stessi giorni in cui nelle piazze di tante città italiane divampava la protesta studentesca, repressa a manganellate dalla polizia, per la morte di Lorenzo Parelli, lo studente diciottenne ucciso in fabbrica da una trave […]. Alle 7,30 del 3 febbraio il liceo scientifico viene occupato da centinaia di studenti, l’ingresso serrato con un catenaccio, docenti e dirigente chiusi fuori e striscioni con scritte “Stop alle molestie”, “Stop al silenzio”. Nessuno/a se l’aspettava. Molestie sessuali da parte di professori, in particolare uno, e silenzio da parte di chi ha sempre saputo e taciuto per la “buona immagine del liceo”. Tutto è partito da una ragazza, Diana, ex-allieva e universitaria, che in modo anonimo su Instagram ha raccontato un episodio che le era accaduto qualche anno fa. «Il professore mi ha chiesto una foto del mio seno nudo – ha scritto – per avere la sufficienza. Ho riferito l’episodio alla preside. E poi l’ho raccontato anche ai miei genitori, ma non ho denunciato alle forze dell’ordine, perché rassicurata dalla dirigente che avrebbe preso provvedimenti.» Nessun provvedimento, le molestie sono continuate e le ragazze le hanno raccontate sulla pagina di Diana. Ne riporto solo alcune: «Il professore mi ha toccato il seno», «Se volevo la sufficienza dovevo dargli una mia foto nuda», «Durante i compiti in classe faceva spostare la mia compagna di banco e si sedeva per farmi prendere la sufficienza, ma mentre mi spiegava cosa dovevo fare, poggiava la mano sulla schiena e pian piano scendeva. Cercavo di spostarmi per evitare che mi toccasse e lui la smetteva per un po’, poi ricominciava e mi indicava le cose cercando in qualche modo di toccarmi il seno». Dalle denunce all’occupazione il passo è stato breve. Vogliono essere ascoltate/i, pretendono le dimissioni della preside e l’allontanamento del professore perché «non è giusto per chi ha subito violenza o ancora continua a subirne vedere tutti i giorni nei corridoi il mostro che l’ha molestata». La preside è la stessa che ha imposto “l’obbligo dell’abito decoroso”, che per le ragazze sa di misoginia di chi pensa che siano loro a provocare con l’abbigliamento. Soltanto alcuni mesi fa ragazze delle università di Cosenza e Catanzaro, in forma anonima, avevano denunciato abusi e molestie sessuali da parte di professori. Mi si dirà che molestatori nelle scuole ce ne sono sempre stati, vero, anch’io da docente ne ho incontrato uno e insieme alle ragazze l’ho fatto allontanare dalle mie classi, ma quello che c’è di nuovo in quel liceo e che mi dà gioia è vedere che nelle ragazze è cresciuta la consapevolezza dell’inviolabilità del proprio corpo, che non hanno paura di denunciare e che le altre ragazze e i ragazzi, a differenza della preside, le credono. Questo è femminismo ma loro non lo sanno perché nessuno/a nella “scuola d’eccellenza” glielo ha insegnato. Non c’è eccellenza nella scuola se c’è sessismo, misoginia, autoritarismo aziendale, cancellazione della differenza femminile nei programmi e nella lingua, se non c’è tempo per l’ascolto, non c’è piacere di insegnare e imparare ma solo competenze da apprendere e vendere insieme alla vita sul mercato delle merci. Un modello di scuola che da docente ho avversato, me ne sono difesa e sono andata via al momento giusto.
(Il Quotidiano del Sud, 11 febbraio 2022)
di Cristiana Campanini
La scultura dell’artista Sissi ha vinto un concorso e troverà casa davanti all’università Statale
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Sembra fare eco alle parole di Dante nell’ultimo verso dell’Inferno, la scultura di Sissi. Dal tormento tattile del suo piccolo bozzetto in argilla lampeggia un sorriso e un gesto energetico rivolto al firmamento, all’universo e alla scoperta dei suoi segreti. È l’opera vincitrice del concorso di arte pubblica, sostenuto da Fondazione Deloitte, ‘Sguardo fisico’, un omaggio a Margherita Hack. Fino al 20 febbraio, una mostra documenta il vincitore, annunciato oggi, 9 febbraio, oltre ai sette progetti in lizza. E la Casa degli artisti, residenza dedita alla produzione e alla esposizione di opere, è la cornice virtuosa dell’iniziativa, che nell’arte pubblica potrebbe trovare una vocazione interessante per il futuro.
Eccezionale è la collocazione, anche per il messaggio che porta con sé l’opera, un messaggio di speranza rivolto a tutte le ragazze, se pensiamo che solo il 25% degli studenti oggi si dedica a materie scientifiche, e solo un quarto di questa porzione, è rappresentato da donne. La scultura troverà casa nel centro di Milano, di fronte all’università Statale, in Largo Richini. È uno spazio di grande visibilità e vivacità attraversato ogni giorno da sciami di studenti, che qui si fermano per cercare ispirazione e riposo tra una lezione e l’altra.
Il bronzo, collocato a giugno, ritrae l’astrofisica fiorentina, al centenario della nascita, mentre osserva il cielo dalla terra. Il suo corpo e la postura sorgono da un vortice dagli echi futuristi. Il moto è un magma a spirale che si sprigiona dal terreno, ma anche una galassia. Hack raccoglie le mani a cannocchiale come farebbe un bimbo giocando ai pirati, ma non guarda dritto, all’orizzonte, ma punta al cielo. Il gesto delle mani è semplice e concreto. È questa potenza lieve, questa energia rivolta al futuro ad essere perfetta sintesi della personalità della ricercatrice fiorentina, prima donna a dirigere un osservatorio di astrofisica in Italia, figura di altissimo profilo scientifico ma anche di grande ironia e potenza comunicativa.
Su oltre 120 monumenti milanesi, sarà il secondo dedicato a una donna. Il primo, a rompere il ghiaccio, è stato nell’autunno scorso quello di Giuseppe Bergomi, dedicato in piazza Belgiojoso a un’eroina del Risorgimento come Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Ma questo secondo ha altri primati. È il primo a essere realizzato da un’artista. Ed è anche il primo a essere dedicato a una scienziata. A vincerlo, su otto autrici, tra cui Chiara Camoni, Giulia Cenci, Zhanna Kadyrova, Paola Margherita, Marzia Migliora, Liliana Moro e Silvia Vendramel, è la bolognese Daniela Olivieri, in arte Sissi, classe 1977, già vincitrice del Premio New York, da sempre attratta da una materia febbrile, esasperata, eccessiva; e da un processo istintivo e tattile. Qui il bozzetto è raccontato anche da alcuni disegni e appunti dell’artista. Una menzione speciale va a Marzia Migliora. Disegna a terra un quadrante di cielo, per creare uno spazio ludico e astratto, un progetto che meriterebbe di essere realizzato, magari questa volta in periferia.
(La Repubblica, 9 febbraio 2022)
di Barbara Stefanelli
Libellula. Aveva risposto così, dall’ospedale di Voltri dove stava combattendo per una camera vista mare, alla domanda «che cos’è per te la forza? Ti fa pensare più a una tigre o a un colibrì?».
Stavamo lavorando, mentre lei fotografava l’alba attraverso la finestra, a uno dei nostri ultimi progetti. Un podcast su «un altro genere di forza», una serie a puntate che – dopo decine di incontri e interviste – andrà a chiudersi con un suo breve monologo.
Ali di libellula come idee battenti, parole scelte con cura, relazioni che ti tengono in volo.
Connessioni, così veloci e leggere da sembrare invisibili. Ma consistenti, altrimenti ti schianteresti.
Perché Luisa Pronzato, 67 anni – giornalista fantastica, tra le migliori e i migliori che io abbia incontrato in 30 anni di Corriere della Sera – era la marchesa delle connessioni: univa i punti, univa le persone, armata solo del suo stupore autentico.
Fino a quell’ultimo sabato, sabato scorso che sembra mille anni fa, quando una collega le ha raccontato come – dopo averla conosciuta alla redazione online – avesse smesso di sognare il maschio Alfa e pensato per la prima volta a un compagno, un alleato, un sostegno.
«Vedi Luisa», l’aveva subito incalzata Maria Luisa Agnese, «che magnifica eterogenesi dei fini: ci volevi tutte zitelle ed ecco che hai fatto accasare una delle più brave»…
«Che bella chiacchierata», aveva commentato lei – sul naso gli occhiali aranciorosati per vederci bene fino in fondo – orgogliosa del suo potere alchemico.
Ragazza ligure, cronista, straordinaria intervistatrice (uno dei suoi direttori, Claudio Sabelli Fioretti, l’aveva rimproverata passando a salutarla: era il tuo talento, non avresti dovuto fare altro), attivista e femminista, Luisa Pronzato – incredibilmente, perché la verità è che non ci crediamo ancora – non è più in giro da qualche parte in via Solferino, nascosta dal suo zaino sproporzionato rispetto alla schiena magra sempre indolenzita, non manderà più mail alle quattro di notte, né messaggi whatsapp così carichi di refusi da ricordare la stele di Rosetta: da decifrare, lettera per lettera, fino – a volte – alla resa.
Raccontarla intera è impossibile, perché aveva fatto sua la lezione di Marguerite Yourcenar nelle conversazioni raccolte in «Ad occhi aperti»: attraversare tutti i mondi possibili senza farsi catturare.
Non chiusa e refrattaria. Al contrario: spalancata a tutto, a tutte e tutti, ma sempre indipendente, impossibile da addomesticare.
Inadatta a aderire a un’ideologia come a una sola compagnia. Sapeva far combaciare un lato di sé con ogni tratto del paesaggio umano che incontrava. Entrava, si intrufolava nei vicoli, metteva le sue tende colorate nel tuo cortile, seminava regali.
Arrabbiatissima quando si arrabbiava, ballerina di tarantella e twist nei momenti di allegria, instancabile entusiasta, intelligente e affamata di intelligenze.
E soprattutto: libera. Libera, libera, tre volte libera.
Potremmo raccontare la Luisa della @27ora, che undici anni fa abbiamo avviato con il
desiderio di rompere le righe, spalancare le finestre dei luoghi comuni e delle frasi fatte, generare una rete delle reti tra donne e donne, donne e uomini. Oppure quella delle otto edizioni del Tempo delle Donne, di cui era mente e motorino.
E tuttavia sarebbe sempre e solo una piccola parte, tutt’intorno c’è un bosco di storie con lei al centro, con lei al telaio a far fiorire contaminazioni.
Le colleghe e i colleghi storici di Sette, quelli dei tanti eventi del Corriere che passavano e ripassavano da lei quando arrivava il momento di andare in scena, quelli di Cuore, i compagni di banco alla Asl di Genova, i gruppi che ebbero la fortuna di averla come guida turistica.
E poi artisti e artiste, artigiani e artigiane, intellettuali (per fortuna qui posso usare un solo plurale, perché rassegnarsi all’unicità del maschile era da cartellino rosso con lei), scienziate e scienziati.
Per non lasciar fuori niente e nessuno, la sua casa digitale, @La27ora, è aperta a chi vuole raccontarla. Faremo quello che lei ha fatto per noi e per anni: caricheremo ogni ricordo che approderà all’indirizzo 27ora@corriere.it.
Succederà, speriamo, quello che è accaduto nelle ultime settimane dentro/fuori il recinto elastico della sua casa non virtuale, quella di famiglia ad Arenzano, dove si è radunata ogni giorno una piccola folla di amiche e amici in coda per Luisa.
Grati alla forza di Paola, sorella minore, libellula dallo stesso cognome.
E accolti da una tavola imbandita che avrebbe addolcito la condivisione del dolore. E dell’amore.
A proposito di @27ora, così si propose Luisa Pronzato quando aprimmo quello che era un blog e sarebbe diventato un Paese, il 9 marzo 2011.
«Alla mia età, molte fanno il lifting. Io mi sono gettata nell’online. Intrigata, soprattutto, da idee e creatività che ruotano attorno all’impalpabile byte. Urticata dalla Rete, resto una deficiente digitale, senza sensi di colpa per il gap con i trentenni ma propensa a indagare filosofie e aperture dello zero punto due. Credevo che noi ragazze (e soprattutto le nuove generazioni) ce l’avessimo fatta: diverse, certo, dagli uomini, ma diverse come qualsiasi individuo. E invece ho l’impressione che si sia tornate a essere “sesso debole”…
Allergica ai moralismi, mi ritrovo a indignarmi perfino di una vetrina fatta da manichini con mutande e calzoni abbassati. Per fortuna mi indigno pure di altro. Sono, con orgoglio, lo stereotipo della zitella (lascio ad altre i doveri della single). Pasionaria, non rinuncio agli entusiasmi. Fotografo per esercitare occhio e mente e continuare a raccontare».
Il nostro racconto, il nostro viaggio insieme continua, non disperderemo le tracce, ma non sarà mai abbastanza.
«Sto sudando come una dannata… qui mi hanno dato pure il lirico. Lavoro vitale per domattina. Prendi bozzone inizio. Prendi listone titoli di lavoro. E cerchi ci capire se tra proposte colleghe e listone attuale c’è qualche cossesdione».
(27esimaora.it, 8 febbraio 2022)
di Arianna Di Genova
Non sono capaci di pensare in una misura tridimensionale, solo bidimensionale, quindi l’architettura non fa per loro. La sentenza senza possibilità di appello fu decretata da Walter Gropius mentre le studentesse, entusiaste, si iscrivevano al Bauhaus. Attratte in gran numero dalle tesi enunciate nel manifesto della scuola – tra cui la sostanziale parità di genere – oltre che dallo stile esistenziale comunitario in una condivisione di spazi anche quotidiani fra docenti e «operai/e», le ragazze del Bauhaus in realtà si scontrarono con un pregiudizio storico. Spesso, lo introiettarono loro stesse, rendendosi invisibili da sole, seguendo i propri compagni nelle attività, sposandosi – moltissime furono le unioni fra «interni» – e affossando in solitudine i loro progetti al presentarsi della mutazione di status sociale.
Dopo il biennio di base, quelle che decidevano di continuare venivano indirizzate verso materie ritenute a loro consone, come la tessitura, la ceramica, la legatoria, pochissime alla falegnameria, vietata l’architettura fino all’avvento del nuovo direttore svizzero Hannes Meyer che preferì aprire le porte dei laboratori a tutti indistintamente (Lotte Beese ne approfittò e, alla fine della seconda guerra mondiale, contribuì alla ricostruzione di Rotterdam).
Le eccezioni ci furono e, per la verità, quelle officine di destinazione femminile furono il vero fiore all’occhiello della scuola, sia nella rivoluzione dei linguaggi utilizzati che nel campo economico, assicurando con la vendita di oggetti e una produzione in serie di artigianato di altissima qualità la sussistenza del Bauhaus in periodi non proprio rosei. Eppure, le docenti erano pagate meno dei loro colleghi maschi e le studentesse dovevano far fronte a tasse più alte, oltre che ai servizi di mensa e di manutenzione ordinaria degli strumenti di lavoro. Molte poi non hanno lasciato tracce dietro di sé, altre sono state mal considerate da chi ha costruito la narrazione ufficiale della storia delle arti dopo di loro.
Non è un caso, infatti, che l’autrice di 494 – Bauhaus al femminile, Anty Pansera, lamenti fin dall’apertura del suo libro (edito da Nomos, pp. 302, euro 24,90) le difficoltà incontrate nell’attendere al suo compito titanico, quello di recuperare le miriadi di biografie perdute: scarse informazioni, lacune, scomparse, eclissamenti volontari, inghiottimenti di artiste nella sfera maschile famigliare. Un atto di volontà incrollabile quindi quello di Pansera, che ricerca dopo ricerca, archivio dopo archivio, l’ha condotta a rimettere insieme le frammentate notizie intorno a quei percorsi sempre in lotta fra il buio e la luce.
Su 1400 frequentanti e insegnanti – provenienti in gran parte dalla Germania o dall’est, ma non mancavano americane e pure italiane come l’avellinese Maria Grazia Rizzo, in classe con Kandinskij – le donne erano rappresentate da quel numero 494 che troviamo in copertina del volume (per la precisione, 475 studentesse, undici docenti, sei «donne intorno a Gropius», una manager, una fotografa). Loro, come un po’ tutti i partecipanti a quell’avventurosa esperienza didattica, che era anche costellate di mitiche feste organizzate fin dai costumi da Schlemmer, non erano ben viste: Weimar – prima sede del Bauhaus che poi si sposterà a Dessau e per una brevissima parentesi a Berlino, riuscendo a resistere agli attacchi nazisti per un anno – era una piccola e tranquilla cittadina, non abituata a stravaganze né al look sbarazzino che molte sfoggiavano, con capelli corti o a caschetto e giacche di pelle usate e ricontestualizzate della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca.
Soffermandosi sui nomi, gli episodi narrati e le biografie raccolte, le sorprese sono molte. Si va dalle ribellioni nei laboratori per apporre il proprio nome ai prototipi destinati alle aziende tessili (registrando pure i diritti dei modelli) alla storia della letteratura per l’infanzia. Margret Rey detta Grete (nata Margarete Elisabeth Waldstein), dopo aver lasciato la scuola e aver lavorato come pubblicitaria alla Crawford’s, girovagando tra Parigi e Rio de Janeiro con il marito – entrambi erano ebrei e in fuga dal nazismo – darà vita in coppia a Curious George, uno dei protagonisti nei racconti per bambini/e più conosciuti al mondo.
Margaretha Reichardt entrò al Bauhaus 19enne, frequentò l’officina di tessitura ma anche quella di falegnameria, oltre a corsi di Klee e Moholy Nagy. Disegnò meravigliosi giocattoli in legno che negli anni successivi furono scelti per una produzione industriale e realizzò un filo di cotone cerato di grande resistenza che verrà utilizzato su larga scala. Sarà lei poi la creatrice dello speciale tessuto per i rivestimenti degli arredi: la sua «tappezzeria» andrà a ricoprire la celebre sedia Wassily di Breuer.
Quando Annelise Else Frieda (conosciuta come Anni Albers, dal cognome del marito e docente) arrivò al Bauhaus, dovette riavvolgere il nastro del suo aristocratico stile di vita adattandolo a una realtà ben più umile. Lo farà comunque benissimo, diventando «la padrona del telaio», poi insegnando teoria del design e affiancando la leggendaria Gunta Stölzl nelle attività (non riuscì invece a entrare nel laboratorio di pittura su vetro di Albers che però, in seguito, sposerà). Sperimentava sui materiali e le stoffe, propendendo per tessuti che assorbissero luce e suoni. Approdata in America all’avvento di Hitler, divenne docente al Black Mountain College e anni dopo, nel 1949 il MOMA le dedicò una mostra monografica, cosa non scontata per una artista del ramo «tessile».
L’albero del Bauhaus femminile è pieno di ramificazioni e grondante di stupefacenti frutti. E nonostante l’ingombrante presenza di Gropius, va ricordato che fu proprio sua moglie – Ise Frank, la cui storia, in forma romanzata, è narrata nel libro di Jana Revedin per Neri Pozza – a diventare, con i suoi scritti e conferenze, la migliore promoter nel mondo di quella scuola d’avanguardia, invisa al potere.
(Alias-il manifesto, 5 febbraio 2022)
Grazie alla forza del movimento delle donne di tutta Italia
Questa mattina, negli uffici del Comune di Milano, ci è stato comunicato il punteggio con cui la Casa delle Donne di Milano si è aggiudicata il bando per restare nello spazio di via Marsala che è la nostra sede dal 2014. Il contratto sarà in “comodato d’uso” per sei anni.
Abbiamo vinto insieme ad altre quattro Associazioni che costituiranno con noi un’Associazione Temporanea di Scopo (ATS). Si tratta della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate (Cadmi) e della onlus Cerchi d’Acqua – da decenni impegnate contro la violenza sulle donne -, dello storico consultorio privato laico Ced (Centro di Educazione Demografica) e dalla Casa delle Artiste.
Il successo di oggi è stato possibile grazie a più di due anni di mobilitazione, in cui abbiamo avuto la solidarietà delle reti, dei movimenti e delle Case delle Donne di tutta Italia.
La svolta decisiva è stata alla fine di dicembre 2020, quando la lotta intorno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, sostenuta da un gruppo trasversale di deputate, ha fatto inserire nella Legge di Bilancio un articolo che prevede che le Amministrazioni locali concedano immobili pubblici in comodato d’uso gratuito alle associazioni impegnate “nella promozione della libertà femminile” che gestiscono “luoghi fisici di incontro, relazione e libera costruzione della cittadinanza, fruibili per tutte le donne” (allegato alla Legge di Bilancio 178/20).
La norma è stata finalmente recepita dal Comune di Milano e inserita nel testo del bando cui abbiamo partecipato nell’agosto 2021.
Da oggi, con rinnovata energia, promuoveremo la prossima stagione di progetti per tutte le donne, di Milano e non solo.
(www.casadonnemilano.it, 4 febbraio 2022)
di Luciana Castellina
Non avrei potuto incontrare un’attrice così anomala come Monica Vitti che in un luogo assolutamente anomalo come la redazione del settimanale della Federazione giovanile comunista che ho poi diretto per molto tempo. Dovevano essere gli anni ’50, circa la metà, e Monica non era ancora diventata Monica Vitti. Cioè no, ho detto una stupidaggine: era già Monica Vitti, perché lo era già prima e poi lo è restata sempre. Volevo solo dire che non era ancora un’attrice famosa, era appena uscita dall’Accademia di arte drammatica, ma lei non era certo una donna che sarebbe cambiata solo perché famosa, anzi famosissima.
Quello che voleva era non essere una diva. Essere un’attrice è cosa diversa. Aveva già allora, e poi lo ha conservato sempre, un carattere forte e deciso che non si è fatto turbare dall’esser passata da tante esperienze diverse: da protagonista di Shakespeare a teatro, a star della commedia all’italiana, a protagonista di qualcosa che non so nemmeno se posso chiamare soltanto cinema.
Mi sembra riduttivo, perché i film girati con Antonioni – quelli chiamati dell’«incomunicabilità» (L’Avventura, La notte, L’eclissi), ma poi anche Deserto rosso, sono parecchio di più di una pellicola cinematografica che, per straordinaria che sia, raramente riesce ad essere portatrice di una diversa percezione della vita e idea del mondo. Merito di Michelangelo Antonioni, certo, ma non riesco nemmeno ad immaginare chi altro se non Monica avrebbe potuto interpretare quei film.
Tanto è vero che quando Antonioni è morto e sua moglie Enrica mi chiese di scrivere su di lui qualche cosa in un libro collettivo che aveva curato, io scrissi che i suoi film mi avevano insegnato ad essere comunista in modo diverso e migliore, meno rozzo, più attento a una dimensione della persona senza la quale non si capisce nemmeno come è fatta per davvero l’umanità, cioè il mondo che si vuole cambiare. Furono chiamate, quelle narrazioni cinematografiche, anche «i film dell’alienazione», e forse questa definizione spiega meglio come e perché avevano potuto colpire così in fondo una come me, e tanti altri un po’ schematici militanti.
Ancora adesso, passati tanti anni, ricordo con precisione le immagini inusuali dell’Avventura, gli altrettanto inusuali scenari di un’isola come Panarea, allora un altro mondo, sconosciuto agli italiani: ci si arrivava con un traghetto che passava ogni venti giorni e i suoi abitanti erano quasi tutti emigrati in Australia. E così la struggente disperazione intima che si respira nei fumosi scenari ravennati dove venivano costruiti i primi monumenti petroliferi di quella antica modernità. Ecco, anche questo c’era in quei film che Monica ha saputo rendere in modo straordinario: la miseria di un progresso che non coincide con quello umano. Forse volevo dire anche questo quando ho scritto che mi hanno fatto diventare una comunista migliore.
A portarmela in redazione quella prima volta, quando la conobbi, fu Mara Chiaretti, poi diventata, prima di una triste prematura scomparsa, valida regista di documentari. A quel tempo era prestigiosa critica d’arte del mio settimanale, e poiché di Monica Vitti sono sempre rimasta incantata, le sono restata grata per avermela fatta conoscere. Perché è vero che quelli sono gli anni in cui l’immagine dell’attrice cinematografica cambia, non ci sono più «le attricette», ma in tante diventano persone, soggetti. E però Monica resta fra tutte «speciale».
Non era poi così anomala la sua visita in una sede della Fgci, ma questo l’ho scoperto dopo, via via. Quando morì Berlinguer la trovai a fare il picchetto alla bara a via delle Botteghe Oscure, ma anche prima e dopo in occasioni politiche della sinistra. Oggi poi ho letto che a dare la notizia della sua scomparsa è stato, per conto di suo marito, Walter Veltroni.
(il manifesto, 3 febbraio 2022)
di redazione
Conclusa giovedì scorso la 33esima edizione del Trieste Film Festival, Întergalde di Radu Montean ha trionfato come miglior film. Tra i premiati anche Luciana Castellina, presente via zoom con un discorso su Trieste e l’importanza dell’est europeo di cui il festival – nato per iniziativa di Annamaria Percavassi nel 1988, in origine si chiamava Alpe Adria Cinema – si è occupato sin dagli inizi. A Luciana è stato assegnato il Premio Cinema Warrior 2022 «che riconosce – si legge nella motivazione – l’ostinazione, il sacrificio e la follia di quei “guerrieri” – siano essi singoli, associazioni o festival – che lavorano e combattono dietro le quinte per il cinema. Luciana Castellina ha sostenuto e promosso per anni e con grande forza la visibilità del cinema italiano nel contesto internazionale e in particolare quello europeo, anche attraverso la riflessione attenta e puntuale sul mercato continentale».
(il manifesto, 29 gennaio 2022)
di Pat Carra

(www.erbacce.org, 2 febbraio 2022)
di Stefania Tarantino
Tra il 1931 e il 1938 la filosofa Simone Weil insegnò in vari licei di diverse città francesi. Il suo impegno pedagogico e l’importanza che dava al processo educativo sono immortalati nello scambio epistolare che ebbe con alcune sue ex-allieve, negli appunti che queste ultime prendevano a lezione, negli schemi delle lezioni che la stessa Simone Weil preparava e nelle testimonianze di tutti e di tutte coloro che la conobbero negli anni di insegnamento.
Grazie al prezioso lavoro di cura di Maria Concetta Sala possiamo oggi leggere queste corrispondenze tutte d’un fiato e nella loro interezza (Simone Weil, Piccola cara… Lettere alle allieve, Marietti, pp. 83, euro 17). Nella sua introduzione al volume, sembra quasi di poter entrare nell’aula dove quell’insegnante d’eccezione faceva lezione. Se ne coglie per lo meno l’atmosfera che trapela da quella profonda fiducia nel sapere inteso come azione trasformativa, come elemento modificatore di sé e della propria capacità di lettura dei molteplici significati del testo-mondo. Tra il tepore dell’attenzione e la gravità del tono e degli accenti, le parole che la filosofa francese rivolge alle sue ex allieve, denotano una premura e una schiettezza in cui ne va del valore autentico di un processo educativo che riguarda la formazione di tutta la personalità umana e non solo delle «sue» competenze e in cui educazione, istruzione e cultura sono profondamente intrecciate. Prima che sui libri, l’educazione è un lavoro su di sé, una trasformazione dell’essere, un rivoltare tutta l’anima nel senso socratico del termine. Per uscire dalla «caverna» è infatti necessario agire sull’immaginazione, su tutte quelle illusioni che impediscono un vero contatto con la realtà.
Per Simone Weil l’insegnamento teorico, mai slegato dalla sua controparte pratica, ha il compito di «strappare», dissodare e estirpare tutto ciò che ci spinge verso il basso e ci rende schiavi delle passioni e della potenza collettiva della società. Educare equivale a innalzare ai propri occhi ciò che non si vedeva, ciò cui non si prestava attenzione, non solo in sé ma anche fuori di sé. Tale innalzamento equivale a un vero e proprio risveglio attraverso cui si scopre il proprio valore e la propria unicità e in cui si percepisce la presenza dell’altro e della realtà in tutta la sua irriducibilità. È solo apparentemente, infatti, che l’uomo pensa di dominare le forze che lo sovrastano. In realtà, quando si perde completamente la nozione di necessità, è da queste forze che è dominato. Essere dominati dalle sensazioni significa essere raggirati dalla vita, perché per Weil la realtà della vita non è la sensazione, che è sempre egoismo, illusione, delirio di onnipotenza, ma è l’attività, sia del pensiero che dell’azione. Proprio perché l’azione del sapere comporta lo spostamento di una forza, non si tratta tanto di produrre astrazioni, ma di creare analogie tra le cose a partire dalla loro concretezza e particolarità. Nel trasferimento d’energia non ne va semplicemente di uno spostamento da un luogo a un altro, ma di una trasposizione da un ordine a un altro. In questo senso, per Simone Weil, capire è sempre un movimento ascendente, un movimento che conduce su un altro piano in cui si afferrano, con la tenaglia della mente, i reali rapporti tra le forze che agiscono nel reale e nella soggettività.
In queste dieci lettere, seguite da tre frammenti, emerge come il lavoro didattico, nella strategia educativa weiliana, si divida in tre rami fondamentali che fanno parte di un unico grande albero. Un primo ramo fa riferimento all’istruzione che ha, come sua vocazione principale, quella di insegnare che cosa significa conoscere. Un secondo ramo è relativo all’educazione che deve suscitare delle motivazioni che sono la base necessaria di ogni azione. Il terzo ramo riguarda il ruolo della cultura che deve formare all’attenzione.
Insegnare l’amore del sapere significa predisporre all’attenzione intuitiva e all’accettazione autentica della vita e degli altri, non riportare tutto a sé, alla propria misura. Far entrare davvero il sapere nel corpo, come un nutrimento indispensabile, implica la liberazione dagli attaccamenti, dall’egoismo predatorio, dal senso di prestigio e di onnipotenza. L’educazione, intesa come disciplina interiore, consente di non essere preda di se stessi e dell’immaginario sociale. È un’arma indispensabile per imparare a conoscere la vita materiale che è sempre sottoposta alla necessità. Proprio per questo è imprescindibile per Simone Weil andare in direzione di un superamento della divisione degradante del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale. Così come è necessario lavorare in direzione di una volgarizzazione delle conoscenze attraverso cui realizzare il legame tra conoscenze complesse e conoscenze comuni. Ciò che preoccupa Weil è l’indifferenza al sapere, il perdersi nella pura fantasia e, sebbene sappia che quando si è giovani si ha diritto a qualche illusione, sa anche che è meglio dire sempre la verità. In più si tratta di non perdere il prezioso nesso che unisce il segno al significato.
Nessun meccanismo verbale può creare verità. Solo una parola vera, frutto di un pensiero reale ancorato al proprio vissuto, può creare verità. Ecco perché è di fondamentale importanza portare esempi di vita reale, mettere in gioco la propria verità soggettiva nell’oggettività del sapere, far «sentire» il contatto con un sapere che agisce sulla vita reale, sul comportamento che abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri.
Prestando molta attenzione al fatto che le relazioni educative sono asimmetriche e che molto spesso chi è nella posizione di allievo/a vive la fascinazione per il maestro o la maestra, Simone Weil cerca di far capire che, nonostante l’affetto che anche lei prova per le sue allieve, è necessario mantenere la distanza tra sé e l’altra. Una distanza necessaria per non scivolare in un «abuso di fiducia» e per lasciare lo spazio affinché ciascuno trovi il proprio ritmo di un libero respirare. Non mancano i riferimenti alle prime esperienze affettive delle allieve che si rivolgono a Simone Weil per avere qualche consiglio. Anche qui si tratta di imparare ad amare nella distanza, di conciliare l’amore con la propria libertà per non fare dell’amore un pretesto per dominare l’altro. Come tutte le cose importanti della vita non si tratta di cercare ma di attendere. La ricerca a vuoto, che non significa a perdere, è essenziale al sapere. Per il suo carattere pratico, agli occhi di Simone Weil lo studio corrisponde a un addestramento, a una ginnastica della mente, a un’abitudine in cui attraverso l’esercizio dell’attenzione, della critica e della costatazione si riesce a cogliere e a disattivare quel nucleo oscuro delle forze che sovrastano le relazioni tra gli individui. Con grande fermezza, invita le sue allieve a non perdere tempo prezioso, a mettersi in contatto con se stesse e con ciò che fanno nella consapevolezza che l’attenzione è la vera «fatica» che insegna a chi studia a conoscere il lavoro e a entrare in un rapporto più intimo e reale con la natura.
Nella scuola non ne va solo di una presenza, ma della creazione di una comunità reale in cui ciascuno è chiamato a mettere a disposizione le proprie conoscenze nello sforzo di un’istruzione reciproca, nella persuasione che consente di dirigere la propria attenzione verso le cose di maggior valore. Nelle aule di scuole ci si vede e si è visti. Tra dedizione e rifiuto, la creazione di qualunque comunità prevede implicitamente un patto di fiducia, la disponibilità a creare un’intesa, un legame di affidamento in cui la relazione fa da garante all’assimilazione vera del sapere. La scuola ci aiuta a non mancare la nostra vita. Nel corpo a corpo con il reale è possibile resistere allo sfacelo del presente solo guardando e impegnandosi nella creazione di una nuova civiltà, poiché la scuola è il motore primo che avvia una trasformazione della relazione simbolica e materiale che abbiamo con il mondo.
(il manifesto, 1° febbraio 2022)
Comunicato stampa
Dopo più di due anni dalla scadenza del contratto con il Comune che prevedeva l’assegnazione degli spazi di via Marsala 8/10 in comodato d’uso e dopo più di un anno di trattativa, il progetto della Casa delle Donne di Milano è stato escluso per un vizio di forma senza nemmeno essere letto. La Casa delle Donne di Milano è stata ed è il frutto di una grande mobilitazione di cittadinanza attiva delle donne di Milano, che ha dato vita a una realtà con un importante valore simbolico e pratico, e a 8 anni di incessante attività: centinaia di incontri e dibattiti, una scuola di italiano per donne migranti, uno sportello di ascolto per donne in difficoltà, una bibliomediateca che aderisce al Servizio bibliotecario nazionale (SBN), mostre e mercati dell’usato per autofinanziamento, corsi di cucito, un coro, una palestra per attività di benessere, un laboratorio interculture, un network internazionale, gruppi di lavoro che riguardano la relazione con la città, con la cultura (partecipazione a Book City, Photofestival), contatti e convenzioni con teatri e cinema milanesi, musei della Lombardia, libri e lettura, cucina etica, giardino e cura degli spazi, pratica dell’autocoscienza, valorizzazione dei talenti femminili e molto altro.
Proprio sulla base di questa storia, alla scadenza del contratto, è iniziata una trattativa con il Comune perché riconoscesse l’importanza di un luogo delle donne in una città come Milano e ne garantisse la continuazione.
Fin dai primi incontri l’Amministrazione Comunale ci ha messo di fronte le sue normative e ad un regolamento approvato dalla precedente Giunta Moratti e mai modificato, secondo cui il Comune deve “valorizzare” gli immobili in suo possesso assegnandoli in affitto.
Il quadro è cambiato quando il Parlamento, grazie all’iniziativa di molte parlamentari e della mobilitazione dei luoghi delle donne, ha approvato nella Legge di Bilancio del 30.12.2020 (allegato 3) alcuni articoli che demandano alle Amministrazioni di concedere “l’utilizzo collettivo di beni immobili appartenenti al patrimonio pubblico in comodato d’uso gratuito alle associazioni che promuovono la libertà delle donne”.
Questi articoli della legge di bilancio hanno finalmente sbloccato la lunga trattativa con l’Amministrazione Comunale di Milano che però ha scelto di mettere a bando gli spazi di via Marsala a differenza di quello che è accaduto a Roma dove la Casa Internazionale delle Donne, dopo una lunga lotta politica, ha ottenuto l’assegnazione diretta.
Il bando a cui abbiamo dovuto partecipare è scaduto il 7 agosto 2021 e le buste amministrative sono state aperte il 28 gennaio 2022.
La Casa delle Donne di Milano ha partecipato al bando con un progetto che coinvolge Cadmi, Cerchi d’Acqua, la Casa delle Artiste e il Ced e che valorizza quanto fatto fino ad ora, ma apre anche nuove traiettorie per il futuro. Questo progetto non è stato nemmeno letto, proprio per un vizio di forma, facilmente sanabile, che è diventato pretesto per la nostra esclusione.
Già dall’inizio della trattativa, il Comune di Milano ha dimostrato di non voler riconoscere la peculiarità degli spazi delle donne, che non solo rispondono a bisogni specifici, ma reagiscono all’esclusione delle donne dalla sfera pubblica offrendo luoghi di libertà e forza. Inoltre, l’Amministrazione Comunale gestisce gli spazi comunali o come immobili da mettere a profitto, o come luoghi da assegnare solo attraverso i bandi, che sono strumenti amministrativi estremamente rigidi e che limitano moltissimo la partecipazione e la dimensione politica della gestione degli spazi.
I bandi che sottendono una logica della gara, inducono alla competizione che fra donne diventa una manifestazione di miseria piuttosto che di valori. Questa è la logica che il femminismo ha da sempre denunciato e rifiutato.
Per questo crediamo che sia necessaria un’ampia mobilitazione sullo statuto dei luoghi delle donne che coinvolga le donne della nostra città e le Associazioni con cui siamo in relazione, perché la promozione della libertà femminile non può essere ridotta ad un fatto burocratico.
Lunedì 31 gennaio 2022 alle ore 18,30, in una assemblea online della Casa delle Donne di Milano, verranno decise le forme di mobilitazione perché la Casa resti nel suo spazio storico e continui la sua attività.
Il direttivo della Casa delle Donne di Milano
(www.casadonnemilano.it, 30 gennaio 2022)
di Marco Bonarrigo
Nasrin, vent’anni, e altre quattro giovani cicliste rifugiate in Italia raccontano i loro sogni, in bicicletta e non solo
«A fine luglio all’improvviso è cambiato tutto: uscivo ad allenarmi in bici – come sempre camuffata, i fuseaux lunghi, gli occhiali scuri, i capelli raccolti sotto il casco – e nessun uomo mi insultava o bloccava più con il solito sermone contro le donne che fanno sport. Non erano diventati più tolleranti: il terrore per l’avanzata dei talebani li distoglieva dalle molestie quotidiane».
La vita di Nasrin, vent’anni, nata e cresciuta nel Faryab afgano, 800 chilometri a nord-ovest della capitale, cambia la sera del 24 agosto scorso, dieci giorni dopo la presa del potere degli integralisti, con un messaggio sul cellulare: vieni subito a Kabul, forse c’è un volo per l’Italia. Nasrin come Fardina, Fatema, Shamila e Sabreya (i nomi sono stati modificati) in Afghanistan era ormai un bersaglio mobile: «Apparivo su giornali e sui social con la maglia della nazionale di ciclismo. Vincevo le corse. Per i talebani una donna che gioca a calcio o pedala è il simbolo intollerabile di una libertà contagiosa. Se prima i fanatici mi prendevano a schiaffi o sassate, a quel punto non avrebbero esitato ad uccidermi com’è successo a Mahjabin Hakimi, la pallavolista decapitata per strada. La sua colpa? Era bravissima e per questo molto popolare su Twitter».
Il 28 agosto, Nasrin, le sue compagne e undici familiari atterrano a Fiumicino dopo una settimana di peregrinare angosciante. «Prima di partire dovevo aggiustare il telefono – racconta Shamila, che ora sfoggia una timida ciocca di capelli colorata d’azzurro – e ho preso un taxi verso il negozio. I talebani ci hanno sbarrato la strada. All’autista, che tremava, hanno intimato di farmi scendere, a me di sistemare lo hijab secondo il precetto coranico. Ho proseguito a piedi, strisciando contro i muri».
Scampate per sole due ore all’attentato del 24 agosto all’Abbey Gate («Dall’interno dell’aeroporto sentivamo esplosioni e mitragliate, sembrava un film dell’orrore», racconta Fatema), le ragazze sono arrivate in Italia grazie a una formidabile gara di solidarietà e ora vivono protette in una località prealpina del Nord Italia dove il Corriere le ha incontrate. Oltre a studiare (in tre frequentavano l’università a Herat e Kabul), le ragazze continuano a coltivare il sogno di diventare cicliste di alto livello rappresentando il loro Paese ai Mondiali e alle Olimpiadi.
La catena di solidarietà che le ha portate in Italia nasce dalla determinazione feroce di Alessandra Cappellotto, cinquantaquattro anni, prima azzurra della storia a vincere un Mondiale di ciclismo (San Sebastian, 1997). Da anni sindacalista del movimento femminile internazionale, ha fondato con Anita Zanatta l’associazione Road to Equality per aiutare chi pedala nei Paesi emergenti. Ma l’emergenza questa volta ha dovuto gestirla vicino casa. «L’allarme è scattato il 14 agosto, con l’Italia sotto l’ombrellone e noi attaccate al telefono a chiedere aiuto. È stato decisivo quello dell’ex presidente della Federciclismo, Renato di Rocco: ha chiamato tutti i politici e i prefetti che conosceva, chiedendo posto sui voli militari. La selezione è stata dolorosa: sono salite a bordo le più giovani, i loro parenti più fragili e un neonato». Poi il trasferimento da Fiumicino al campo della Croce Rossa di Avezzano ai luoghi di prima accoglienza e alle case dove ora vivono.
[…]
Non c’è solo la bici nel futuro delle ragazze afgane. Fardina, vuole fare la veterinaria, Fatema l’architetta, Shamila l’avvocata. Tutte vorrebbero essere raggiunte da genitori, fratelli e sorelle, murati vivi in patria per evitare rappresaglie. Nasrin nel futuro vede solo lo sport, ispirata dai suoi due idoli: Lionel Messi e Peter Sagan. […]
(www.corriere.it/, 30 gennaio 2022)
di Marina Terragni
Caro Direttore, seguo con attenzione il dibattito aperto da Luca Ricolfi sul tema della leadership femminile in politica e delle differenze tra destra e sinistra.
Interessante, per cominciare, il fatto che per una volta non è una donna a esprimere doléances ma un uomo che a quanto pare sente questa carenza di protagoniste come una perdita per sé e per la convivenza civile.
Ogni uomo fa esperienza della forza e della competenza femminile a cominciare dalla propria madre e vi fa molto conto nel proprio privato, luogo in cui si consente dipendenza e fragilità, salvo dimenticarsene al momento del patto che dà vita alla fratria pubblica della democrazia. Democrazia nata -teniamolo presente- fra uomini, lasciando le donne a custodire quello che la vita politica tiene fuori dai propri ambiti. Questo è tanto più vero in un Paese come il nostro, che non smette di venerare la Madre pur rendendo la vita difficilissima alle madri in carne e ossa, sempre più trascurate dalla politica.
E ogni uomo sa in cuor suo che buona parte delle storture di questo mondo ha a che vedere con il fatto che la differenza femminile è stata tenuta fuori dal governo della convivenza umana.
L’inclusione delle donne nella politica e nei partiti a seguito di molte lotte femminili è un fatto storicamente molto recente. E salvo rarissimi casi continua a richiedere che le incluse rinuncino al più del proprio sguardo differente, “neutralizzandosi” e adattandosi a modi, tempi, agende e linguaggio della politica maschile.
Sulla forbice tra destra e sinistra Ricolfi ha ragione, anche se va onestamente riconosciuto che quelle eminenti donne politiche di destra (che non si dicono femministe) non avrebbero potuto nemmeno immaginare di dare corso alle proprie ambizioni se un femminismo storicamente benché dialetticamente legato alla sinistra non avesse aperto la strada anche per loro.
A maggior ragione, come si spiega che la destra consenta protagonismi femminili che a sinistra non si vedono?
La sinistra ha senz’altro assunto per prima la cosiddetta “questione femminile”, ma il rullo compressore della parità con i suoi dispositivi -quote, azioni “inclusive”, cooptazioni- ha spesso schiacciato le singolarità in un ingiusto “una vale una”, svalorizzando ogni possibile disparità e maestria, scatenando la competizione tra donne divise dagli steccati delle rispettive correnti e poco capaci di unirsi tra loro in un’azione efficace per il bene di tutte.
Conta anche che la sinistra, qui come in ogni altro posto dell’Occidente, tende oggi a scaricare le donne come soggetti ormai vecchi e obsoleti in favore di nuovi e postmoderni clientes nell’orizzonte della fluidità sessuale, procedendo a inclusioni più up to date: valga per tutti l’esempio di Jeremy Corbyn, già leader laburista inglese, che chiamò la giovanissima trans Lily Madigan a guidare la sezione femminile del partito. O il fatto che nelle istituzioni gli uffici pari opportunità sono prevalentemente dedicati ai diritti Lgbtq+.
Cambio di orizzonte che non riguarda le destre dove oltretutto, come osserva Ricolfi, le leader politiche si sono fatte le ossa nella competizione diretta con gli uomini, avanzando solo per meriti propri e non in forza di quote o azioni positive.
Vale anche il fatto che nella cultura della destra storica, non paritaria e non laicista, si conserva il principio della differenza a radice materna che può nutrire l’idea di una sacra sovranità femminile, eccezione alla regola del dominio maschile. Ed ecco il caso sorprendente di Giorgia Meloni, che può ricordare anche fisicamente la piccola regina Daenerys del Trono di Spade.
(repubblica.it, 30 gennaio 2022)
a cura di Roberto Festa
Rilanciamo questa bellissima intervista concessa da Edith Bruck a Radio popolare, in cui parla di Auschwitz e di moltissime altre cose. Ci ha colpito il suo racconto di come il bisogno mai sopito di dialogo con la madre sia diventato una molla importante della sua scrittura e anche come parla di differenza della scrittura femminile.
Alla Libreria delle donne si possono trovare tre suoi titoli: Il pane perduto (2021) e La rondine sul termosifone (2017), entrambi per La Nave di Teseo, e Mio splendido disastro (1979), riedito per Lampi di Stampa.
La redazione
Letteratura come vita. Letteratura come testimonianza. Edith Bruck è stata ospite alla trasmissione Domenica dei Libri di domenica 23 gennaio 2022. La grande scrittrice e sopravvissuta ad Auschwitz racconta il suo libro Lettera alla madre, ripubblicato da La Nave di Teseo. Bruck ricorda il rapporto tormentato con la madre, la prigionia nel campo di sterminio, l’arrivo in Israele nel 1948, il definitivo approdo in Italia. Una riflessione sul bisogno di amore, sul senso della memoria, sulla necessità, e la bellezza, della parola.
La domenica dei Libri ospita Edith Bruck
(Radiopopolare.it, 23 gennaio 2022)
di redazione
Furono vittime di una «persecuzione misogina» per certi versi ancora attuale, dice una risoluzione del parlamento catalano
Martedì il parlamento catalano ha approvato un provvedimento (una «risoluzione») con l’obiettivo di riabilitare centinaia di donne che tra il Quindicesimo e il Diciottesimo secolo furono «ingiustamente» perseguitate, torturate e uccise perché accusate di stregoneria. Secondo i gruppi politici che hanno sostenuto l’iniziativa, le uccisioni di queste donne furono tra i femminicidi meno studiati della storia, e alcune politiche hanno parlato di «persecuzioni misogine» che per certi versi ricordano meccanismi ancora attuali.
Secondo gli storici, tra il 1400 e il 1750 furono processate per stregoneria tra le 80mila e le 100mila persone. Circa l’80 per cento di queste erano donne: non solo guaritrici e “maghe”, ma anche donne che avevano conoscenze scientifiche, che sapevano distinguere e usare le piante medicinali oppure praticavano aborti; spesso erano vedove o non erano sposate e anche per questo trasgredivano la norma sociale. In particolare, dalle ricerche storiografiche è emerso che la valle di Àneu, nel nord-ovest della Catalogna, fu il luogo in cui nel 1424 venne approvata la prima legge contro la stregoneria in Europa e uno dei posti in cui avvennero più esecuzioni sulla base di questo reato.
La deputata Aurora Madaula, del partito indipendentista Junts per Catalunya (JXC), ha detto che le donne uccise per stregoneria in Catalogna diventarono un «catalizzatore delle tensioni sociali»: secondo Madaula, che ha votato in favore del provvedimento come il resto del suo partito, le loro vicende sono un chiaro esempio della violenza e delle discriminazioni a cui furono sottoposte le donne come forma di controllo nella società, soprattutto nelle zone più remote.
La risoluzione era stata proposta dalla deputata Jenn Díaz, del partito indipendentista di sinistra Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), che aveva suggerito di riabilitare la memoria di centinaia di donne perseguitate e uccise ingiustamente, segnalando come anche la società attuale «perseguiti» i modelli di femminilità che non rientrano nei canoni del sistema patriarcale. Anche la deputata Basha Change, del partito anticapitalista Candidatura d’Unitat Popular (CUP), ha detto che la caccia alle streghe «non è una cosa del passato» e che è necessario diffondere la verità e «fare giustizia».
La proposta è stata votata da ERC, JXC, CUP, dal Partito Socialista catalano e da En Comú Podem, una coalizione di forze vicine a Podemos, di sinistra; il partito centrista Ciudadanos si è astenuto, mentre hanno votato contro i conservatori del Partit Popular Català e i deputati di Vox, di estrema destra, secondo cui il parlamento avrebbe dovuto occuparsi di questioni più urgenti.
Nella pratica, la risoluzione invita gli enti locali della comunità catalana a inserire tra le vie delle città i nomi di più di 800 donne perseguitate e uccise per stregoneria, come «esercizio di revisione storica» da parte delle istituzioni. Prevede anche che si dedichino studi più approfonditi sulla cosiddetta caccia alle streghe «con una prospettiva di genere» diversa e che il tema venga incluso nei programmi di storia.
L’iniziativa è stata sostenuta da una campagna organizzata dalla rivista di storia Sàpiens che aveva come slogan «non erano streghe, ma donne».
Iniziative simili erano già state organizzate in altri paesi, tra cui Scozia e Germania, dove da anni esistono progetti che hanno l’obiettivo di riabilitare il ruolo delle donne uccise per stregoneria. Lo scorso luglio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva approvato una risoluzione per chiedere la fine delle violenze commesse ogni anno contro migliaia di persone accusate di stregoneria, tra cui espulsioni dalle comunità, torture, mutilazioni o uccisioni che ancora oggi si verificano in varie parti del mondo.
(www.ilpost.it, 27 gennaio 2022)
di Alessandro Mancini
Pioniera del giornalismo investigativo, prima donna a compiere il giro del mondo in soli settantadue giorni battendo ogni record, reporter di guerra, imprenditrice e attivista, Nellie Bly ha racchiuso in sé tante figure diverse, cambiando per sempre il modo di fare giornalismo e la percezione della donna nella sfera pubblica.
Nellie Bly nasce con il nome di battesimo di Elizabeth Cochran nel villaggio di Cochran’s Mills, in Pennsylvania, il 5 maggio del 1864. La sua biografia è stata raccontata nel 1995 dalla giornalista Brooke Kroeger in Nellie Bly: Daredevil, Reporter, Feminist. Terza di cinque figli, Elizabeth è anche soprannominata “Pink” per via del colore dei vestiti che la madre la costringe a indossare da bambina. Quando il padre muore, Elizabeth ha solo sei anni e la madre, Mary Jane, con cinque figli a carico, si ritrova improvvisamente senza denaro e costretta a lasciare la casa in cui vivono. La famiglia si trasferisce così a Pittsburgh e la madre si risposa con un altro uomo, che si rivela presto un violento e un alcolizzato. Mary Jane decide di divorziare, ma deve portare le prove degli abusi subiti in tribunale. A testimoniare, ancora adolescente, c’è anche Elizabeth.
A quindici anni Elizabeth frequenta l’Indiana Norman School, dove studia per diventare maestra. La scrittura, però, è la sua grande passione. Purtroppo anche in questo caso i soldi finiscono presto e solo sei mesi dopo l’iscrizione non può più permettersi di pagare la retta. Torna così a casa dalla madre, che nel frattempo si è messa a gestire una piccola pensione. È il 1880 quando Elizabeth, mentre si arrangia facendo dei lavoretti saltuari come babysitter e dando ripetizioni, legge per caso sul Pittsburgh Dispatch un articolo intitolato What Girls Are Good For (A cosa servono le ragazze), in cui l’editorialista Erasmus Wilson sostiene che le donne appartengono alla sfera domestica e il loro principale compito sia quello di badare alla famiglia, cucinare e cucire, definendo le donne che tentano di fare carriera una “mostruosità”. Al giornale arrivano diverse lettere di protesta. Fra queste, una in particolare incuriosisce il direttore del giornale, George Madden. È firmata “Little Orphan Girl” e colpisce così tanto Madden per la sua forza e la passione con cui è scritta che, sicuro del fatto che l’autore sia un uomo, pubblica un annuncio sul giornale proponendogli un lavoro. A presentarsi in ufficio pochi giorni dopo, è però la ventunenne Elizabeth Cochran, che accetta di buon grado la sua offerta. Visto che all’epoca era sconveniente per una donna fare la giornalista, il direttore le propone di lavorare sotto lo pseudonimo Nellie Bly, ispirato al titolo di una famosa canzone di Stephen Foster.
Fin da subito, Nellie si interessa a importanti temi di carattere sociale e di genere: sfruttamento del lavoro minorile, mancanza di sicurezza suoi luoghi di lavoro, storie di lavoratrici sfruttate e abusate, in particolare nelle fabbriche. Nel 1884 è una delle poche giornaliste a intervistare l’avvocata e attivista per i diritti civili Belva Ann Lockwood, la prima donna a candidarsi alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. E ancora, quando la Pennsylvania decide di modificare le leggi sul matrimonio e sul divorzio, limitando la libertà delle donne, Nellie decide di opporsi pubblicamente, dando voce ad alcune donne che avevano divorziato.
Con la fama arrivano anche i primi problemi per la giornalista. Gli industriali e il mondo della finanza iniziano a fare pressioni sul giornale per censurare la penna della giornalista. Nellie viene così invitata a occuparsi di argomenti più frivoli, come il giardinaggio e la moda, finché, nel 1886, non convince il suo direttore Madden a inviarla come corrispondente estera in Messico. Inizia a raccontare storie di povertà e corruzione del Paese governato dal Presidente Porfirio Díaz, fino a quando, proprio a causa delle sue inchieste, il governo messicano non decide di espellerla e lei è costretta a lasciare il Paese e a tornare negli Stati Uniti.
Al suo ritorno, decide di lasciare il Dispatch e si trasferisce a New York. Qui si presenta a Joseph Pulitzer e lo convince ad assumerla nel suo New York World, uno dei più importanti quotidiani della città. Nellie gli avanza una proposta molto audace per quegli anni: fare un’inchiesta sulle condizioni del manicomio femminile di Blackwell’s Island, a New York. Pulitzer accetta e la giornalista si finge mentalmente disturbata e riesce così ad entrare nell’istituto, diventando testimone diretta delle atrocità e delle condizioni disumane in cui venivano tenute le pazienti ricoverate. Nel suo resoconto la giornalista descrive il manicomio come un luogo di violenze, soprusi e torture: “una trappola umana per topi. È facile entrare ma, una volta lì è impossibile uscire”, scrive Nellie. Il cibo era rancido, i bagni freddi, l’igiene scarsa; inoltre, spiega, molte donne rinchiuse lì dentro sono in realtà emigrate, povere o internate dai familiari contro la loro volontà.
Viene dimessa dopo dieci giorni grazie all’intervento del suo giornale e da quell’esperienza nasce un’inchiesta pubblicata sul quotidiano, da cui viene anche tratto il volume Ten Days in a Mad-House, che desta parecchio scalpore nell’opinione pubblica dell’epoca. Tanto che lo stato di New York, a seguito della denuncia di Bly, decise di dare il via alla riforma degli istituti di cura mentale e di aumentare le sovvenzioni destinate al miglioramento delle condizioni delle pazienti. Da questa inchiesta prende piede un nuovo e fiorente genere giornalistico, il giornalismo in incognito, mentre Nellie passa alla storia come la prima giornalista investigativa di tutti i tempi.
Anche dopo la storia del manicomio femminile di New York, Nellie continua la sua attività di giornalista investigativa: si fa arrestare per raccontare la condizioni delle detenute in prigione, riporta storie di operaie o domestiche sfruttate e cerca di essere sempre presente durante gli avvenimenti di rilievo. Nel 1894 è l’unica reporter a Chicago a raccontare lo sciopero delle Pullman Railroads dalla prospettiva dei lavoratori. Diritti delle donne e dei lavoratori e sicurezza sul lavoro restano i temi a lei più cari durante tutta la sua carriera. Il suo stile è pungente ed estremamente personale e la sua partecipazione emotiva sempre molto sentita. È in questo periodo che il New York Journal la incorona “migliore reporter d’America”.
L’apice della fama lo raggiunge però nel 1889 quando, dopo esser rimasta folgorata dalla lettura del romanzo di Jules Verne Il Giro del mondo in ottanta giorni, propone a Pulitzer di finanziarle un giro intorno al mondo. Così il 14 novembre 1889 Nellie Bly salpa da New York e viaggia per tutto il mondo con ogni mezzo possibile: nave, treno e anche sul dorso di un asino.
Il New York World pubblica ogni giorno i suoi articoli seguitissimi e addirittura un gioco dell’oca intorno al mondo per i lettori. Alla fine sono più di un milione le persone che partecipano alla lotteria istituita da Pulitzer per indovinare l’ora e il giorno esatti del rientro di Nellie a New York. Settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi dopo la sua partenza, Nellie fa il suo rientro in città, dopo aver completato il suo giro del mondo, accolta da una folla festante: sono le 15:51 del 25 gennaio 1890.
Cinque anni dopo Elizabeth, ormai trentenne, lascia il giornalismo per sposare un milionario dell’industria dell’acciaio. Alla morte del marito, nel 1904, la giornalista rileva l’azienda assumendone il controllo. Nelle sue fabbriche Elizabeth garantisce i diritti e i valori per i quali si è sempre battuta: fa costruire ambulatori medici e biblioteche, inserisce aree per l’attività fisica e mette a disposizione corsi di lettura e scrittura per gli operai. Un sistema incredibilmente moderno per l’epoca, ma estremamente dispendioso, che, a lungo andare, si rivela impossibile da mantenere. Dopo pochi anni è costretta a dichiarare bancarotta e a fuggire dai creditori in Svizzera.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, Nellie Bly torna al giornalismo. É una delle pochissime reporter di guerra donna durante la guerra: inviata dal New York Evening Journal sul fronte austriaco, Nellie racconta nei suoi articoli l’orrore della guerra, i volti terrorizzati con gli occhi scavati e la vita dei soldati nelle trincee, tra il fango, il freddo e i topi.
Rientrata a New York, continua l’attività giornalistica collaborando per il New York Journal e mobilitandosi per trovare case a bambini orfani e sostenere donne rimaste vedove. Ritorna inoltre a scrivere articoli di cronaca, prendendo anche parola al Congresso delle suffragette del 1913. Si spegne nel 1922, a cinquantasette anni, per le complicanze legate a una polmonite. Poche settimane prima di morire lascia il suo epitaffio: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”.
A cent’anni esatti dalla sua morte, quella di Nellie Bly resta una storia esemplare. La storia di una donna, giornalista investigativa ed esploratrice da record, che trovò il coraggio di ribellarsi a un sistema sessista e patriarcale, in cui le donne erano ancora relegate alla sfera domestica e all’accudimento della famiglia, dimostrando al mondo intero l’importanza dell’autodeterminazione femminile e contribuendo, con il suo esempio personale, al difficile cammino verso la parità di genere.
(The Vision, 25 gennaio 2022)
di Andrea Ossino
“Il consenso deve protrarsi per tutta la durata del rapporto: se uno dei partner decide di non proseguire, anche l’altro deve interrompere, perché altrimenti commette il reato di violenza sessuale”
Avvocato Giulia Bongiorno, se una persona non si oppone a un rapporto, in un momento in cui il suo stato psico-fisico è alterato, si può parlare di violenza sessuale?
“Si, certo. L’alterazione dello stato psico-fisico, causata ad esempio dalla assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti, incide sulla libertà di autodeterminazione, viziando il consenso al rapporto sessuale. E questo vale anche se la vittima ha volontariamente assunto alcool e droghe. Il rapporto sessuale deve sempre fondare su un consenso validamente espresso. Quindi, deve essere frutto di libera autodeterminazione”.
E nel caso in cui, sempre in condizioni di alterazione, chieda espressamente di fare qualcosa che in condizioni normali non avrebbe mai chiesto?
“Anche in tale caso. Integra il delitto di violenza sessuale la condotta di colui che, approfittando della condizione di alterazione nella quale versa la vittima, compie atti sessuali ai quali la stessa, in condizioni “normali”, non avrebbe partecipato”.
Quando la volontà viene manifestata prima di aver assunto alcol o droghe, ma il rapporto viene consumato quando la persona è in uno stato di alterazione tale da non capire cosa sta accadendo si può parlare di violenza sessuale?
“Il consenso al compimento degli atti sessuali deve essere libero, consapevole, validamente prestato e perdurare nel corso dell’intero rapporto. Molti non sanno che questo vale, ad esempio, anche in una relazione di coppia. Inoltre, il consenso deve protrarsi per tutta la durata del rapporto: se uno dei partner decide di non proseguire, anche l’altro deve interrompere, perché altrimenti commette il reato di violenza sessuale”.
Se anche il partner è in uno stato psicofisico alterato è possibile che non sia in grado di discernere se la compagna o il compagno siano in grado di capire cosa sta accadendo? In questo caso cosa prevedono le norme?
“La circostanza di essere ubriachi non è di per sé una causa di esclusione della punibilità del reato di violenza sessuale”.
Se due o più persone hanno un rapporto quando sono in uno stato di incapacità di intendere e volere, la decisione su chi sia il presunto carnefice o la presunta vittima è legata a chi presenta o meno una denuncia?
“Nella quasi totalità dei casi chi denuncia è la vittima; poi dovrà essere valutato il contesto. Di certo l’ubriachezza non è una giustificazione. Chi assume volontariamente alcol lo fa a proprio rischio e pericolo. In generale, il codice prevede che se l’ubriachezza è preordinata al fine di commettere un reato o di prepararsi una scusa, la pena è aumentata”.
(la Repubblica, 25 gennaio 2022)
di Vera Nerusch
Il premio Nobel Svetlana Aleksievič parla a DW degli eroi del suo nuovo libro, riflette sugli errori dell’opposizione bielorussa nell’agosto 2020 e considera l’esito finale della rivoluzione in Bielorussia.
Svetlana Aleksievič, la scrittrice bielorussa e vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 2015, ha lasciato la Bielorussia più di un anno fa, solo per pochi mesi, pensava. Non è andata così. Ora vive a Berlino, dove sta lavorando a un nuovo libro sulle conseguenze delle elezioni presidenziali in Bielorussia del 2020, contestate a livello internazionale.
DW: Signora Aleksievič, cosa si aspettava dalle elezioni presidenziali bielorusse del 9 agosto 2020?
Svetlana Aleksievič: Ero totalmente scettica. Ma consideravo mio dovere andare a votare, anche se era chiaro che era del tutto inutile. Ad essere onesta con lei, personalmente non avevo fiducia nella mia gente. Mi sembrava che non sarebbe scesa in strada e che avremmo continuato a vivere come prima, come se il tempo si fosse fermato.
Dopo tre giorni di percosse e umiliazioni, dopo le granate assordanti e i proiettili di gomma, che hanno l’impatto di un proiettile di fucile quando vengono sparati da 10 metri [33 piedi] di distanza, dopo tre giorni che hanno sconvolto il mondo, quando le donne sono scese in piazza, seguite da centinaia di migliaia di persone, sono stata sopraffatta. Eravamo tutti estasiati.
Cosa hai trovato di più sorprendente e travolgente in quel momento?
Centinaia di persone arrestate sono state detenute nella prigione di via Okrestina a Minsk. Potevi sentirle picchiare. Ma i loro genitori si sedute fuori dalle mura del carcere senza far nulla. Credo che i georgiani avrebbero fatto a pezzi quella prigione pietra dopo pietra. Ma la nostra gente ha semplicemente aspettato i propri figli.
Ciò che è stato travolgente è stato che tanti giovani, quelli di cui ci lamentavamo sempre, hanno preso parte alle proteste. Anche la vecchia generazione è stata sorprendente. Questi eventi riguardano così tanto la dignità umana e voglio scriverci su un libro. Sto raccogliendo testimonianze della nostra dignità. È importante per tutti noi, specialmente ora che siamo nelle mani dei militari e la nostra società civile è stata annientata. Non la descriverei come una sconfitta, quanto piuttosto come un arresto del movimento. Perché tutto quello che abbiamo passato non scomparirà. Ma, come ora capiamo, c’è ancora molta strada da fare lungo la strada della libertà.
Persone come il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko sono in grado di rinunciare al potere?
Non credo. Il potere è sempre stato ciò che ha segretamente sognato. Ma voglio ricordare che la gente manifesta senza assolutamente pensare a una rivolta armata. Per noi è stata una celebrazione, una celebrazione della scoperta e dell’eccitazione. Eccitazione per noi stessi. Ma poi, ovviamente, abbiamo perso tempo. Dobbiamo ammettere che le proteste non avevano una leadership in quanto tale. Il Consiglio di coordinamento [l’opposizione, ndr] non controllava ciò che accadeva. Avremmo dovuto rimanere in strada fino a quando Lukašenko non si fosse dimesso.
Ma non volevo che venisse versato sangue, e lo ripeto ancora e ancora. Altrimenti saremmo giunti a un punto in cui non avremmo più mantenuto la nostra statura morale. Allora abbiamo prevalso attraverso la saggezza e la nonviolenza. È così che abbiamo portato dalla nostra parte l’opinione pubblica internazionale. Era impossibile schiacciarci come in piazza Tienanmen in Cina. Se avessimo agito diversamente, avremmo concesso a Lukašenko il diritto di farlo. Capisco Maria Kolesnikova [politica d’opposizione e attivista per le libertà civili, attualmente in prigione, ndr], che era in prima linea, e ha fermato migliaia di persone a poche centinaia di metri dalla residenza di Lukašenko. Come lei, non ho mai voluto spargimenti di sangue. Sono più solidale con il gandhismo.
Molte persone ora dicono che la rivoluzione bielorussa è perduta. È vero?
No, non credo. In primo luogo, c’è un’élite che sta unendo le forze in un modo completamente nuovo. Poi c’è il popolo bielorusso, che ha aperto gli occhi. Le persone non dimenticheranno mai come si sedevano nei cortili a bere il tè, come uscivano insieme per le manifestazioni. Molti dei personaggi del mio libro dicono questo: «Abbiamo vissuto da una domenica all’altra e ne abbiamo ricavato così tanta energia che ha rafforzato la nostra spina dorsale». Abbiamo iniziato a diventare una nazione.
Secondo: è vero che adesso non possiamo manifestare per strada. Le cose accadono solo nella nostra testa. Ma le persone si aspettano ancora cambiamenti. A un certo punto tutto cambierà, o a causa delle sanzioni, o a causa dello stesso Lukašenko, che è il peggior nemico di sé stesso. Penso che poi accadrà molto velocemente.
Quello che non dobbiamo fare ora è avvolgerci in un bozzolo di impotenza; dobbiamo prepararci per una nuova era. Dobbiamo aiutare coloro che sono in carcere, le loro famiglie e i loro figli. Non esito a dire che sono figli di eroi, i migliori tra noi.
Svetlana Aleksievič prima e dopo il 2020 è sempre la stessa persona?
Non credo sia un caso di personalità diverse, perché le mie convinzioni non sono cambiate. Ho semplicemente capito che la vita è breve e che è un peccato che la strada per la libertà sia così lunga.
Sa, sogno che i miei compagni bielorussi possano vivere come in Germania. Quando mi alzo dalla scrivania ed esco in strada, vedo i tedeschi seduti nei caffè, a ridere. Questa nonchalance sarà mai la norma per noi? I tedeschi parlano della loro vita. Noi invece ci sediamo a un tavolo e non parliamo di quello che abbiamo letto, di dove siamo stati, di chi ci siamo innamorati o di chi abbiamo lasciato; parliamo di Lukašenko, dell’incubo nel nostro Paese. Non avrei mai pensato che i veicoli militari ci avrebbero affrontato per le strade della mia città natale, e che io stessa avrei dovuto vivere in esilio.
Lei ha detto che, giorni prima di lasciare il paese, ha notato dei minivan con i vetri oscurati e poliziotti in borghese fuori casa sua.
A settembre 2020, le forze di sicurezza in borghese sono state di stanza fuori casa mia per 10 giorni. Anche il portiere mi ha chiamato e mi ha raccomandato di non uscire: «Qui non è sicuro, ci sono strane persone che si aggirano e pulmini in giro». In un paio di occasioni sono venuti da me a casa dei diplomatici di paesi europei, diciotto in tutto. Poi ciascuno di loro, a turno, ha passato una notte a casa mia. Sono molto grata a tutti loro per questo e per tutto quello che stanno facendo per tutti noi.
Quando ho lasciato il Paese non ero da sola: sono stata scortata dai diplomatici. Altrimenti non mi sarebbe stato possibile prendere l’aereo. Sono stata fermata per circa un’ora al confine. Mi è stato confiscato il passaporto. Mi dicevano: «Oh, il computer si è impiantato. Oh, non riesco a parlare al telefono». Io chiedevo: «Qual è il problema?» Silenzio. Ma alla fine mi hanno lasciato andare.
Il fatto che lei sia un premio Nobel è stato d’aiuto?
Sono stata almeno in grado di lasciare il Paese, proprio mentre veniva avviato un procedimento penale contro il Consiglio di coordinamento. Lukašenko mi odia. Quando ho compiuto 70 anni, nessun giornale ne ha parlato.
Attualmente vive a Berlino. Si sente a casa lì?
Ho già vissuto a Berlino, negli anni del mio primo esilio, quando io e Vasil Bykau [scrittore bielorusso, ndr] abbiamo dovuto lasciare il paese. Amo lo spirito di Berlino e la diversità della vita qui. Amo la Germania e le sono grata. Durante il mio primo esilio ebbi la possibilità di avere un appartamento a Vienna e di restarci. Ma voglio vivere in Bielorussia. Viaggio in giro per il mondo con interesse e ho visto molto, ma tornare a casa è importante per me.
Se il regime di Lukašenko dovesse garantire la sua sicurezza, tornerebbe?
Quando sei una scrittrice, puoi vivere nel tuo mondo, e non importa dove si trovi fisicamente. Ho già sentito idee o suggerimenti in questo senso da diplomatici, ma ho risposto che era impossibile. Come potevo guardare negli occhi le persone che hanno dovuto lasciare bambini piccoli e madri malate in Bielorussia? Loro rimarrebbero in esilio e io andrei a casa? Non riesco a immaginarlo; sarebbe un tradimento.
Da un anno sta lavorando a un nuovo libro. A quali domande sta cercando risposte?
Ce ne sono molte. La questione della guerra e della pace è una. Avevamo ragione nel cercare di evitare spargimenti di sangue? Lo chiedo a tutti. Per inciso, le persone danne risposte diverse. Vorrei scrivere degli uomini mascherati e della tentazione del buio; del perché viviamo ancora come se fossimo nei libri di Aleksandr Solženicyn. Perché tutta la nostra storia è affiancata da persone in arresto, con buste di plastica sopra la testa? Perché alcune persone hanno nascosto i manifestanti, mentre altri gli hanno mandato le forze speciali?
E un’altra domanda: dovremo convivere con coloro che ci hanno picchiato e torturato, come possiamo comprenderli in modo da non degenerare nell’odio? E così via, e così via… Da dove vengono, tutte queste persone meravigliose che sono scese in piazza? Come hanno fatto a diventare le persone che sono? Chi sono i loro genitori? Per me è importante raccontare il più possibile su di loro.
Com’è scrivere un libro quando la storia non è ancora completa e la fine deve ancora venire?
Spero che la fine arrivi mentre scrivo il libro.
La scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič è stata insignita del Premio Nobel per la letteratura 2015. Aleksievič è nota per la sua opposizione al regime di Lukašenko, ma dopo aver ricevuto il premio Nobel è tornata dall’esilio per vivere nella capitale bielorussa, Minsk. Durante le proteste del 2020, ha fatto parte del Consiglio di coordinamento dell’opposizione, i cui membri sono stati perseguitati dal regime bielorusso. Nel settembre 2020, Aleksievič è andata in esilio in Germania.
(Deutsche Welle – DW, 24 gennaio 2022; traduzione di Laura Minguzzi)
di Elena Stancanelli
Su queste pagine Luca Ricolfi ha riproposto la tesi secondo la quale, in questi anni, per “farcela” in politica una donna deve essere di destra. Perché nei meccanismi che regolano le carriere politiche, scrive, “a sinistra è ancora dominante la cooptazione, mentre a destra c’è anche un po’ di meritocrazia”. E fa alcuni esempi: Angela Merkel, Margaret Thatcher, Theresa May, Marine e Marion Le Pen, Ursula von Der Leyen e Giorgia Meloni. Si potrebbe obiettare che Marine e Marion, figlia e nipote d’arte, non sono un esempio molto calzante di meritocrazia, ma mi interessa di più capire se quello che dice è vero. In Europa, tra quelle di sinistra, ce l’hanno fatta Maia Sandu, economista e prima donna presidente della Moldavia, Katrìn Jakobsdòttir, prima ministra islandese, femminista e leader dei Verdi, Kaja Kallas prima ministra estone, Sanna Mirella Marin, la più giovane leader di governo nel mondo e rappresentante del partito socialdemocratico (Spd), Salomé Zourabichvili in Georgia, Ingrida Simonyte prima ministra della Lituania, Ana Brnabic prima ministra serba e prima donna dichiaratamente omosessuale a ricoprire tale carica nel suo Paese, Zuzana Caputova primo ministro in Slovacchia, giurista e avvocato, cresciuta nelle no-profit, membro fondatore del partito progressista. Nel mondo poi, qualche esempio: il Bangladesh è guidato da una donna progressista, come lo è stata la Birmania di Aung San Suu Kyi, dal 2015 la presidentessa del Nepal è Bidhya Devi Bhandari, leader del partito comunista, e ancora Singapore, l’Etiopia, il Gabon, Trinidad e Tobago. Per non parlare di Jacinda Ardern, prima ministra della Nuova Zelanda, capo del Partito laburista dal 2017, ambientalista e in lotta contro la discriminazione o Kamala Harris, prima donna vicepresidente degli Stati Uniti. Sono noiosi gli elenchi, lo so, ma è anche noioso sentir dire, ancora con tono sarcastico “le paladine della causa femminile”, o la “sopravvivenza del patriarcato”. Ma Ricolfi, malgrado faccia riferimento all’Europa, sembra voler parlare soprattutto dell’Italia e in particolare del Pd. In Italia, alcuni anni fa quando ancora il cosiddetto patriarcato era in auge e le cosiddette paladine venivano messe a tacere, si diceva che per farcela in politica le donne dovevano essere belle e darla via con disinvoltura.
Erano i beati anni del berlusconismo, in cui era il capo a decidere sulla base del proprio esclusivo gusto, anche estetico. Era la destra, senza alcun dubbio, ed era, ancora più evidentemente, un meccanismo di cooptazione che niente aveva a che fare con la meritocrazia. Generalizzo, in quell’elenco c’erano anche donne brave, o che sarebbero diventate brave. Ma il cui esordio, almeno secondo la vulgata, era stato favorito da abilità diverse da quelle politiche. Mentre questo avveniva, o anche molto prima, le forze progressiste esprimevano donne che portavano a casa la riforma dello stato di famiglia (Giglia Tedesco), la legge sul divorzio (Nilde Iotti) e quella sull’aborto (Emma Bonino). Le donne progressiste hanno cambiato questo Paese, spingendolo verso l’Europa, tirandosi dietro maschi riluttanti ai quali hanno imposto le loro scelte coraggiose. Non basta, certo.
Oggi le donne nei ruoli apicali della politica in Italia sono pochissime, come mai? È davvero, come dice Ricolfi, una tara culturale della sinistra, dentro la quale le designazioni avvengono appunto per cooptazione, per chiamata diretta dei capi corrente e dei segretari di partito? C’è una questione e riguarda il movimento femminista italiano. Questo sì mai del tutto compreso o accolto dal partito comunista e poi dalle forze progressiste. Gran parte delle donne che fanno politica nella sinistra italiana dialogano col movimento femminista, lo ascoltano, combattono le stesse battaglie. In questo modo le donne hanno ottenuto i risultati di cui parlavamo. Cosa che non accade per quelle di destra. Giorgia Meloni, con tutto il rispetto, si definisce femminista ma si muove dentro un universo culturale diverso da quello del femminismo. È un’altra concezione della politica, meno spregiudicata, meno individualista. È la cosiddetta doppia militanza, cioè la possibilità di fare politica stando dentro un partito ma mantenendo anche un legame col movimento femminista.
Che è, appunto, una fatica doppia. Ma che rende però più solida e seria la proposta politica, più forti le battaglie. Forse quindi la questione è un’altra: le forze progressiste, in Italia, hanno, storicamente un problema, ma non con le donne: con il femminismo.
(la Repubblica, 23 gennaio 2022)
di Claudia Fanti
Cile – 14 ministre su 24 dicasteri. Tra loro, leader della protesta e la nipote di Allende: guiderà le forze armate. Ma qualcosa non cambia: l’ex presidente della Banca centrale va all’Economia, per la gioia degli imprenditori
C’è molta «energia di trasformazione», secondo le parole di Gabriel Boric, nella squadra di governo da lui annunciata venerdì davanti al Museo nazionale di Storia naturale. Ad attirare l’attenzione, per la sua forte valenza simbolica, è stata la nomina al ministero della Difesa della nipote di Salvador Allende, Maya Fernández Allende, deputata del Partido Socialista vicina al Frente Amplio, al punto da unirsi alla squadra di Boric dopo la sua vittoria alle primarie della coalizione Apruevo Dignidad (l’alleanza tra Frente Amplio e Partido Comunista). Nata appena due anni prima del golpe, aveva passato i primi vent’anni della sua vita a Cuba con la madre Beatriz, morta suicida a L’Avana, per tornare in Cile nel 1990 e iscriversi allo stesso partito del nonno. Sarà lei, dall’11 marzo, a presiedere i tre rami delle forze armate. Ma la nipote di Allende è solo una delle ben 14 donne tra i 24 ministri scelti dal presidente eletto, che è così andato oltre la stessa presidente Bachelet, che nel suo primo governo aveva introdotto una perfetta parità di genere. E se una novità assoluta è la designazione di una donna alla guida degli Interni, la 35enne Izkia Siches, che è stata a capo della campagna elettorale di Boric e ha presieduto l’importante Colegio Médico, alle donne sono stati assegnati anche altri ministeri di peso, dagli Esteri alla Giustizia, dalla Salute alle Miniere. Senza dimenticare l’Ambiente, che, si suppone, avrà un peso tutt’altro che trascurabile in quello che Boric ha annunciato come «il primo governo ecologista della storia del paese»: a presiederlo sarà la fisica e climatologa Maisa Rojas, direttrice del Centro di Scienza del clima e resilienza e coordinatrice del Comitato scientifico sul cambiamento climatico (tra molto altro). Sono donne anche due dei tre ministri comunisti presenti nel prossimo governo, insieme a Flavio Salazar (Scienza e tecnologia): Camila Vallejo, nota leader del movimento studentesco del 2011, alla guida della Segreteria generale di governo, e Jeannette Jara, a capo del ministero del Lavoro. Ma un segnale di cambiamento viene anche dalla nomina di Marco Antonio Ávila, primo insegnante a presiedere il ministero dell’Educazione: un’importante indicazione del ruolo prioritario che assumerà l’educazione pubblica. Se il cambiamento c’è, non è però completo. A fronte dell’assenza di una maggioranza propria in parlamento, Boric ha allargato il governo anche a forze estranee ad Apruevo Dignidad, a cominciare da quelle – screditatissime tra le forze che hanno dato vita alla rivolta sociale del 2019 – della ex Concertación. Tra queste la parte del leone è toccata al Partido socialista a cui sono andati Difesa, Esteri e Politiche abitative e urbane. Ma a esso è legata anche la nomina più discussa e più applaudita dagli imprenditori: quella al ministero dell’Economia di Mario Marcel, già presidente della Banca centrale sotto i governi di Bachelet e Piñera e presente in tutti i governi della Concertación. Di «grande decisione» ha non a caso parlato il multimilionario cileno Andrónico Luksic, che ha definito il neoministro «un economista serio, con esperienza internazionale, che ha dimostrato grande responsabilità alla guida della Banca centrale». Durissimi, viceversa, i commenti della sinistra radicale: «Quello che è bene per Luksic è bene anche per il popolo?». Evidentemente, è il commento dei settori legati alla «Prima linea» della protesta, in riferimento al noto slogan dell’estallido social, «per Boric non erano 30 anni, erano 30 pesos». Per il presidente eletto, tuttavia, gli obiettivi restano chiari: «Rilanciare l’economia senza riprodurre le disuguaglianze strutturali. Crescita sostenibile con una giusta redistribuzione delle ricchezze». E ribadisce: «Realizzeremo, passo dopo passo, tutti i cambiamenti che ci siamo proposti».
(il manifesto, 23 gennaio 2022)
di Doranna Lupi e Grazia Villa
Il 10 dicembre 2021 Doranna Lupi e Grazia Villa dei Gruppi donne delle Comunità cristiane di base e le molte altre hanno presentato Visitazioni, un loro testo scritto a più mani che si può leggere sul sito delle Cdb italiane https://www.cdbitalia.it/upload/gdonne/Visitazioni.pdf. A partire dalla lettura del testo sono intervenute Paola Lazzarini, presidente dell’associazione Donne per la chiesa, Adriana Valerio, storica e teologa del Coordinamento Teologhe Italiane, e Zuzanna Flisowska, coordinatrice per l’Italia di Voices Of Faith.
Visitazioni raccoglie immagini, racconti e suggestioni di una storia trentennale in cui i gruppi donne delle comunità cristiane di base e molte altre, appartenenti a diversi gruppi e associazioni, pur restando nelle loro comunità e chiese, hanno intrapreso insieme un percorso separato dagli uomini, maturando una coscienza critica nei confronti della Chiesa cattolica, patriarcale e gerarchica e di un sistema di pensiero teologico ancora tutto al maschile. Un’esperienza di teologia attiva e di pratiche liturgiche contrassegnate da gesti, linguaggi, immagini femminili, espressioni di una ministerialità differente di cui la Chiesa ormai non può più fare a meno.
La scrittura di questo testo è stata, prima di tutto, un atto sinodale, orientato a un cammino condiviso con le donne che in questo momento si stanno muovendo nella Chiesa con libertà e determinazione, rendendosi artefici di un grande risveglio.
Nasce quindi dal desiderio di camminare insieme per continuare a essere annuncio profetico, provocazione al cambiamento, smascherando le radici patriarcali della Chiesa e valorizzando reti di relazioni tra donne. Come sostiene Nathalie Becquart, prima suora nominata sottosegretaria al Sinodo dei vescovi con diritto di voto, le donne osino prendere la parola e occupare il posto che spetta loro […] quello che offrono di specifico è l’essere motore di sinodalità. Perché desiderano fortemente che la Chiesa non sia più una Chiesa clericale riservata a una élite.
Anche il brano della Visitazione di Luca 1,39, con cui si apre il racconto, rivela i tratti di questa specificità femminile. Com’è spiegato nell’introduzione, «nella Visitazione c’è tutto ciò che il patriarcato ha cercato di sottrarci, senza riuscirci mai del tutto: i nostri corpi, l’autorità materna, la genealogia femminile, il riconoscimento tra donne della sapienza, della profezia e il loro benedirsi reciprocamente. Maria va incontro a Elisabetta per riprendere il cammino con lei, in un viaggio che conosce la sosta generativa dell’attesa nella preghiera e il desiderio e la gioia per qualcosa di più grande. Metteranno al mondo due profeti maschi non patriarcali, Gesù e il Battista».
Oggi le donne possono ancora essere motore di sinodalità, arricchite dalla consapevolezza del proprio valore e della propria specificità, alla quale non vogliono rinunciare per nessuna ragione, rafforzate dalla memoria di una genealogia di donne che hanno continuato, nonostante tutto, a camminare insieme con determinazione. È fondamentale disseppellirne la storia – ha esortato Adriana Valerio – e riflettere su «strategie che ci aiutino a rimanere nel tempo, lasciare traccia di quello che facciamo in vista della costruzione di una Chiesa diversa, senza escludere una riflessione più ragionata e politica».
Per questa ragione è stato inserito nel racconto il percorso dei Sinodi di donne europee, nato negli anni Ottanta in un contesto cristiano ecumenico e culminato nel 2003 nel Sinodo Europeo delle Donne di Barcellona Compartir cultures, al quale parteciparono alcune delle autrici insieme a circa 700 donne cristiane, musulmane ed ebree, provenienti da trenta Paesi europei e da Africa, America, Asia. Un evento ecumenico e interreligioso di grande apertura, che può ispirare oggi il pellegrinaggio promosso da Catholic Women’s Council (CWC) e in Italia da Voices of Faith, avviato dalle donne della chiesa tedesca di Colonia (Maria 2.0), che ora coinvolge gruppi e reti di donne dei cinque continenti, con incontri, conferenze, preghiere, espressioni artistiche, e che si dovrà concludere a Roma.
Durante l’incontro abbiamo constatato insieme quanto restino tutt’ora liberanti, e quindi necessari, alcuni elementi legati alla nostra esperienza di Visitazioni.
Non è necessario cominciare sempre da capo, abbiamo a disposizione un bagaglio di saperi da cui ripartire; la fatica, piuttosto, resta quella, evidenziata da Grazia Villa, di «continuare a pronunciare il doppio sì al femminismo e alla Chiesa». Per chi si trova all’interno, tenere insieme le due cose, in certi momenti, significa affrontare dei conflitti, prima di tutto interiori, e poi anche relazionali.
Come ha sottolineato Paola Lazzarini, è importante mettere continuamente il corpo al centro della nostra riflessione, per tenere salda la nostra integrità di mente-corpo–emozioni: «Ancora oggi, infatti, facciamo fatica a uscire da un modo di parlare del corpo che non sia in chiave o di sublimazione o di controllo».
Nel racconto si dedica ampio spazio al lavoro con il corpo e alla comunicazione non verbale, che hanno accompagnato tutti i convegni con laboratori di biodanza, yoga, meditazione, per ritrovare l’integrità di mente-corpo-emozioni. Questo esercizio di teologia corporea ha favorito il partire da sé per elaborare liberamente nuovi linguaggi, nuove immagini e nuove liturgie. Le donne di Maria 2.0 nel 2020 hanno apparecchiato la tavola e celebrato con naturalezza l’eucarestia davanti a molte cattedrali tedesche, un’azione rivelatrice, come nelle eucarestie tra donne riportate in Visitazioni, di quanto il sacro e il rito non siano patrimonio di un’istituzione di maschi consacrati, perché nascono da un’esperienza del mondo che è data a tutti e tutte. Confessa Zuzanna Flizowska: «Sono queste le esperienze che ho trovato molto interessanti, gli esempi concreti che mostrano che c’è un altro mondo che si può aprire se pensi in modo libero. Confesso che per me sarebbe interessante vivere questi momenti, questi incontri, queste preghiere con voi».
Queste sono solo alcune delle risonanze stimolate dalle parole delle relatrici, che hanno suscitato un ampio dibattito, difficile da sintetizzare visto anche il grande numero (più di cento persone) di partecipanti.
I nodi emersi, da affrontare insieme, sono sostanzialmente due. Il primo è stato il tema del potere, emerso in più interventi e molto caro alle donne delle nuove generazioni, inteso come responsabilità di governare e decidere, in ogni ambito, anche nella Chiesa. La questione del potere è veramente cruciale, ineludibile: «Va messo sul piatto in maniera esplicita per creare delle possibilità di pesi e contrappesi per una condivisione reale del potere e dell’autorità» (Paola Lazzarini). Si muove ugualmente in questa direzione la dimensione di attivismo della rete di Voices Of Faith. Nel corso del dibattito è emersa anche la posizione di chi ritiene che sia necessario andare oltre la tentazione di conquistare il centro del potere attraverso l’omologazione al maschile; nello stesso tempo questo non può e non deve precludere l’assunzione di responsabilità, relegandoci ai margini, in una controcultura confortante e materna. Com’è scritto in Visitazioni, fare rete, rompere il silenzio e osare profeticamente riconoscendoci autorità possono darci la forza per scardinare il sistema centro/periferia di un potere gerarchico patriarcale.
Il secondo nodo parla del coinvolgimento degli uomini, che devono fare propria la lotta delle donne, poiché non riguarda solo le donne, ma tutti e tutte.
L’atto Sinodale della scrittura di Visitazioni ha già avuto, in questo incontro, con donne di diverse generazioni, di femminismi e contesti ecclesiali differenti, un suo primo esito positivo: abbiamo avuto modo di conoscerci e far interagire le nostre esperienze.
Per il 2022 sono previste nuove visitazioni. La prima è il 21 gennaio 2022 alle ore 17,45, online
al link https://us02web.zoom.us/j/88910626779
Doranna Lupi e Grazia Villa fanno parte dei Gruppi donne delle Comunità cristiane di base e “le molte altre”
(Adista Segni Nuovi, n° 2, 22/01/2022)