di Guido Caldiron
L’intervista Parla la giornalista e filmmaker autrice di inchieste e documentari sul sistema di potere dell’«impero Putin» come «Au coeur du pouvoir russe» (La Découverte). «Le proteste cresceranno. Per un moscovita bombardare l’Ucraina è come immaginare la guerra alla periferia della sua città». I legami tra russi e ucraini sono fortissimi e profondi, spesso anche famigliari, e questo pesa molto sul giudizio negativo su quanto accade
Giornalista e filmmaker russa, Tania Rakhmanova ha indagato la memoria e l’attualità del suo paese attraverso documentari e inchieste, da La revanche des Romanov (1998) a Au coeur du pouvoir russe (2014) fino a Europe in Chaos (2019), per non citare che alcune delle sue numerose opere.
Come sta vivendo queste giornate, l’invasione dell’Ucraina e le proteste che si svolgono in Russia contro Putin?
Anche se abito a Parigi, mi reco spesso a Mosca e sono in contatto costante con famigliari, amici e colleghi che abitano lì. Posso dire che le manifestazioni contro la guerra che si stanno svolgendo in questo momento hanno davvero una grande importanza, come l’intera mobilitazione che cresce attraverso i social che sono lo strumento principale dove si sviluppano dibattiti e confronti in seno alla società russa. Pur trattandosi di proteste auto- organizzate, il numero delle persone che stanno scendendo in piazza continua a crescere malgrado gli arresti e la paura, perché si deve tener presente che finire nelle mani della polizia può rivelarsi davvero molto pericoloso in Russia. Ma sono sicura che l’opposizione alle scelte di Putin crescerà ancora.
Più in generale, come è percepita questa guerra dai russi?
Come mi ha fatto osservare un amico moscovita: «Per noi sentire che stanno bombardando l’Ucraina è un po’ come sapere che bombardano la periferia di Mosca». Si tratta di un paese indipendente, ma i legami tra russi e ucraini sono fortissimi e profondi, spesso anche famigliari, e questo pesa molto sul giudizio negativo che in tanti esprimono su questa invasione. È sempre difficile dire cosa pensano i miei concittadini, ma credo si possa affermare che almeno la metà della popolazione è contraria. L’istituto ufficiale di sondaggi ha detto che il 75% dei russi sta con Putin, ma sapete come funziona la cosa: squilla il telefono e vi chiedono se sostenete o meno la politica del presidente. E in un contesto dominato dalla paura non credo che in molti si sentano liberi di dire ciò che pensano.
Nelle sue inchieste ha spiegato come i media russi siano controllati dal potere: come stanno raccontando questa guerra?
I media in Russia significano principalmente la televisione. E su questo fronte la situazione è catastrofica. Nelle foto di Putin che circolano in questi giorni, più d’una lo mostra seduto ad un tavolo accanto ad un telefono dell’epoca di Breznev e, invece, ad un enorme schermo tv ultrapiatto e di ultima generazione. Lui ha puntato tutto sulla televisione. I russi che si informano solo attraverso questo strumento hanno accesso solo alla versione del Cremlino, ma quel che è peggio è che credo che anche Putin ascolti solo quella voce, vale a dire la sua stessa propaganda. Perciò non c’è differenza, o quasi, in questo momento tra guardare
un tg o ascoltare Putin su quanto accade in Ucraina.
In occasione della guerra in Cecenia ha spiegato la strumentalizzazione della vicenda da parte di Putin. Con l’invasione dell’Ucraina qual è l’obiettivo interno del Cremlino?
Credo che la situazione economica russa sia talmente grave, e Putin del tutto incapace di migliorarla, che una guerra rappresenti un fantastico diversivo a cui attribuire ogni malessere presente nella società. Senza contare che questo per Putin rappresenta anche una sorta di test: da un lato del sostegno che potrà trovare d’ora in poi presso i cinesi, dall’altra di fin dove si potranno spingere europei e americani con le sanzioni o altro. Inoltre tra i russi c’è anche chi pensa che Putin sia sempre meno lucido e che dopo due anni di isolamento a causa del Covid abbia ormai attraversato definitivamente la «linea rossa» della ragione.
Nel discorso che annunciava l’invasione, Putin ha fatto riferimento all’eredità zarista, in precedenza aveva evocato Stalin e la tradizione ortodossa: quanto pesano questi riferimenti e che accoglienza trovano tra i russi?
Ad essere sincera credo che Putin non creda in nulla, se non al potere. Certo, utilizza tutti questi riferimenti per sostenere le sue scelte e trova ascolto in una parte della popolazione che vive male l’idea che il Paese abbia perso il suo status di potenza. Si deve però anche tener presente che il nazionalismo, quando c’è, riguarda solo una parte della popolazione. Del resto è difficile parlare di un solo popolo guardando alla Russia: pensate a cosa possa interessare a chi vive in Siberia di ciò che accade oggi in Ucraina, a più di 4mila km di distanza. Ciò detto, ritengo che Putin sia soprattutto preoccupato della propria sorta. Sa bene che non potrà “godersi la pensione” come Gorbaciov che vive tranquillo a Mosca. Per Putin la prospettiva è diversa: lasciato il Cremlino rischia di finire davanti al tribunale dell’Aja. Nella sua autobiografia («Prima persona: un autoritratto sorprendentemente franco», non tradotto in italiano, ndr), pubblicata per le presidenziali del 2000, racconta quello che lui stesso considera un evento decisivo della propria vita: quando era adolescente nella cantina del palazzo dove viveva a San Pietroburgo stava dando la caccia ai topi fino a quando uno di questi, stretto in un angolo, lo attaccò. Ecco, Putin si comporta come qualcuno che è stato messo all’angolo e reagisce attaccando. E le posizioni espresse di recente da Biden, che pensava soprattutto all’opinione pubblica americana, non l’hanno spinto a vedere diversamente le cose.
Lei ha indagato a lungo il sistema di potere russo. Un gruppo ristretto composto da oligarchi ed ex agenti di Kgb e Fsb. Come funziona ciò che ha definito come «l’impero Putin»?
Nel cuore del potere russo ci sono solo figure legate personalmente a Putin, amici, ex colleghi, persone che hanno dei vincoli con lui. Perciò l’idea, talvolta evocata dagli osservatori stranieri, che dal suo entourage possa venire ad un certo punto una spinta per estrometterlo dal potere, sembra poco credibile. Tutto si basa sulla paura e su un controllo strettissimo della società, attraverso le forze dell’ordine e i servizi. Manca invece qualsiasi indirizzo per l’amministrazione e lo Stato: sanno arrestare chi manifesta ma non intervenire sulla politica economica. Prima c’erano il racket e il banditismo ora tutto ciò si è trasferito ai vertici dello Stato: corruzione e paura dominano la scena.
(il manifesto, 26 febbraio 2022)
Il piacere femminile è clitorideo di Maria-Milagros Rivera Garretas, Edizione indipendente, 2021. Cinquant’anni dopo La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi erano necessarie parole capaci di dare spessore storico alla ricerca e all’espressione del piacere femminile, il piacere dell’anima corporea, perché gli inganni e gli autoinganni ci tolgono energie e le tolgono alle nostre figlie e amiche più giovani. Ne parliamo con l’autrice e con la traduttrice Barbara Verzini. Introducono Marina Santini e Luciana Tavernini
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di Franca Fortunato
Sono passati otto anni dal film “Anime nere” di Francesco Munzi dove il regista dava delle donne delle famiglie di ’ndrangheta, lasciate ai margini, un’immagine stereotipata di donne sottomesse, complici, omertose, “anime morte” vaganti in quel mondo criminale e violento avvolte nel sudario di donne che hanno tradito se stesse e le loro figlie. Eppure era il 2014 e molte donne, mogli, figlie, sorelle, avevano incominciato a distruggere la forza dei legami di sangue su cui si regge la ’ndrangheta, denunciando e mandando in galera madri, padri, sorelle, fratelli, parenti. Di loro, mentre gli uomini parlavano di legalità, già allora scrivevo e parlavo di imprevisto della libertà femminile. A distanza di anni, uno dietro l’altro ecco arrivare due film, “A Chiara” di Jonas Carpignano e “Una femmina” dell’esordiente Francesco Costabile, in questi giorni nelle sale cinematografiche. Due giovani registi, due giovani uomini, che attraverso le protagoniste dei loro film, Chiara e Rosa, mostrano di saper vedere e raccontare quel desiderio di libertà trasmesso dalle madri alle figlie, dalle donne alle nuove generazioni in un continuum madre/i figlia/e, come hanno dimostrato anche le studentesse del liceo di Castrolibero. Il film “Una femmina”, ispirato alla vicenda di Maria Concetta Cacciola, si apre con una telefonata, vera, in cui la madre la convince a uscire dal programma di protezione, ritrattare e tornare a casa col ricatto di non farle vedere più la figlia Rosa, interpretata dalla brava esordiente Lina Siciliano, calabrese come il regista. Rosa non è solo la figlia di Maria Concetta ma è tutte quelle donne di famiglie mafiose che hanno lottato e lottano, alcune, come sua madre, pagando con la vita, per uscire dalla gabbia in cui padri, mariti, fratelli, le hanno rinchiuse e le madri per generazioni ne hanno custodite le chiavi. Il dramma dell’uccisione della madre, a cui lei da piccola aveva assistito, torna nei suoi incubi notturni e il ricordo delle sue ultime parole, “sogno un posto lontano dove ci siamo io e te”, la rende forte, combattiva, indomita, fiera. A un certo punto del film, non trovando una via d’uscita, Rosa sembra fare sua quella cultura mafiosa di odio, vendette e guerre tra famiglie mafiose, allontanandosi così dalla madre e rendendo vano il suo sacrificio. Ma quella cultura non le appartiene, come invece a sua nonna a cui lei, prima di lasciarla, ricorderà la sua complicità nell’uccisione della madre e la rinnegherà nel suo nome e in quello della figlia che porta in grembo: “È una femmina, questa non ti appartiene. A mia figlia un altro destino le voglio dare”. Rosa come Chiara parla poco ma il loro silenzio non è omertoso ma presa di coscienza, modificazione e consapevolezza di sé, da cui non si torna indietro come suggerisce anche il film di fronte al mafioso che crede di poter “domare” Rosa che ha “lo stesso fuoco” della madre. Per Rosa parla il suo corpo che soffre fino ad ammalarsi, si pietrifica davanti all’orrore dell’uccisione della madre, davanti alla sua tomba tenuta nascosta, senza nome per cancellarne anche la memoria, i suoi occhi lanciano sguardi infuocati di accusa e di sfida. Geniale e potente sul piano simbolico è la scena finale. Rosa scende in piazza in corteo con altre donne vestite tutte di nero, scena e musica da tragedia greca, e a un tratto tutte insieme si liberano del velo, segno di sottomissione, dolori e lutti, e lei leggera e spavalda va verso la sua libertà, ricongiungendosi così alla madre/alle madri, che ha/hanno lottato per cambiare il destino suo, di sua figlia/delle figlie, e quello di questa “mala terra”.
(Il Quotidiano del Sud, 25 febbraio 2022)
di Antonella Mariani
Immediata la reazione del mondo femminista da sempre mobilitato contro la legalizzazione della maternità surrogata alla notizia che il 21 e 22 maggio 2022 lo spazio per eventi EastEnd Studios di via Mecenate a Milano è in programma la fiera della procreazione assistita. Dopo Parigi, Berlino, Colonia e Monaco sbarca anche in Italia «Un sogno chiamato bebè». Senza troppo clamore, il sito internet e le pagine social che per mesi sono state “dormienti”, hanno cominciato a popolarsi: sul web il modulo di iscrizione per aver accesso alla manifestazione, la possibilità di iscriversi alla newsletter, articoli di taglio medico-scientifico sulle diverse tecniche per mettere al mondo un bambino, su Facebook l’invito a partecipare «per incontrare esperti, medici, clinici, terapeuti, centri di trattamento e gruppi di supporto specializzati in fertilità e genitorialità». Ora gli organizzatori – gli stessi delle fiere all’estero – escono allo scoperto. E le sigle che si battono per la dignità della donna scendono in campo.
La Rete per l’inviolabilità del corpo femminile, network di sigle femministe attive contro l’utero in affitto, hanno recapitato una lettera aperta al sindaco di Milano Giuseppe Sala: «Apprendiamo che il 21-22 maggio approderà a Milano presso lo Spazio Antologico-East End Studios di via Mecenate 84 “Un sogno chiamato bebè”, fiera dell’utero in affitto organizzata dagli stessi promotori del “salone” che ha già fatto tappa a Parigi, Colonia, Monaco, Berlino, e che per la prima volta arriva anche in Italia. L’intento è rilanciare un business, quello della compravendita dei bambini, “settore” che al pari di molti altri ha subito rallentamenti e perdite a causa della pandemia». L’interlocutore è scelto con precisione: «Interpellato sull’iniziativa, a suo tempo il sindaco Beppe Sala aveva garantito che per l’evento non sarebbero stati concessi spazi pubblici, e che l’amministrazione non avrebbe altresì “concesso alcuna autorizzazione, patrocinio o altre forme di sostegno all’iniziativa”».
La situazione nuova che si è prodotta con l’annuncio che la fiera si svolgerà davvero a Milano dovrebbe rendere necessario – a parere della Rete – un intervento delle autorità: infatti «Nello spazio, ancorché privato, si preannuncia un reato ai sensi della legge 40/2004 che non solo vieta e sanziona la gestazione per altri realizzata in Italia, ma punisce anche la semplice propaganda, là dove afferma che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro” (articolo 12, comma 6)». Le associazioni del mondo femminista, sostenute da numerose firme, si chiedono dunque se «avendo con largo anticipo notizia dell’evento-reato programmato presso gli East End Studios, il Sindaco, la Giunta e il Consiglio Comunale non ritengano di doversi attivare preallertando le Forze dell’Ordine nonché intraprendendo qualsivoglia altra iniziativa atta a impedire l’annunciata violazione della legge italiana, che si realizza pubblicizzando una pratica che oltre a fare mercato di creature umane “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni” (Corte Costituzionale, sentenza 272/2017)».
Rispetto all’edizione parigina, che Avvenire aveva raccontato l’8 settembre 2021 grazie al lavoro di una giornalista in incognito, nel sito di «Un sogno chiamato bebè» al momento non compaiono gli sponsor né alcun accenno alla Gravidanza per altri o alla commercializzazione di gameti o di embrioni. La scelta è d’obbligo, se non si vuole incorrere nei rigori della legge 40 sulla Procreazione assistita, che per l’appunto punisce chiunque «realizza, organizza o pubblicizza» queste pratiche. I funzionari degli EastEnd Studios assicurano ad Avvenire che gli organizzatori «hanno consultato i propri legali» prima di firmare il contratto.
Tutto bene, dunque? Forse, ma non si può non ricordare che in Francia, dove vige un analogo divieto, a Desir d’enfant si potevano comunque seguire seminari o ricevere dettagliate informazioni sulle cliniche estere da cui acquistare servizi di surrogazione di maternità. L’evento milanese sta comunque già agitando le acque. La consigliera comunale dell’opposizione Deborah Giovanati (Lega) ha firmato una interrogazione urgente al sindaco e all’assessore alla Parità del Comune di Milano, mentre il segretario del Centro di aiuto alla Vita Mangiagalli Francesco Migliarese suggerisce che «la vita umana non si manipola, non si compra e non si vende» e chiede che il sindaco «impedisca lo svolgimento di questa controversa iniziativa commerciale». Che la procreazione assistita sia anche un business enorme è un dato di fatto: nel 2019 le cliniche in attività in Italia erano 346, di cui 106 pubblico, 20 privati convenzionati e ben 220 privati, con un numero di coppie trattate e di cicli iniziati in costante aumento.
(https://www.avvenire.it/vita/pagine/fiera-della-procreazione-assistita-arriva-in-italia, 24 febbraio 2022)
di Luciana Tavernini
María-Milagros Rivera Garretas Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, 2021
di cui parleremo sabato 26 febbraio 2022 ore 18.00 alla Libreria delle donne.
https://www.libreriadelledonne.it/2022/02/26/
Casta fui, lanam feci, Recensione di Barbara Verzini, pubblicata in Per amore del mondo 17 (2020)
«Come si può trasmettere la meraviglia dell’urgenza che si intreccia con la necessità, dove senti che le parole che leggi finalmente si liberano dalla violenza ermeneutica, per portare giustizia a qualcosa a cui da anni cercavi di dare un nome, un senso, una spiegazione?
Come si può abbracciare un libro che crea vertigini per la grandezza smisurata della sua portata e delle sue scoperte?
La risposta è che non si può.
Non si può imbrigliare l’eccedenza con i lacciuoli del cacciatore.
Bisogna cercare un’altra strada, che non è quella della com-prensione, del prendere tutto insieme, del possedere che chiude, ma è quella della risonanza, del suonare insieme che è sentire insieme; un movimento che apre porte e finestre, che ti chiede di stare in una relazione autentica generando gli spazi dove la verità possa accadere».
La recensione di Barbara Verzini, traduttrice in italiano del libro e che sarà presente all’incontro, ci suggerisce un modo di avvicinarci alla lettura, partendo proprio dal primo capitolo Confondere l’orgasmo per scoprire Il piacere femminile libero: piacere del sentire, delle viscere e dell’anima e liberarci dall’inganno prodotto dall’invenzione dell’orgasmo vaginale nel XX secolo e della vagina nel XVII.
(www.libreriadelledonne.it, 23 febbraio 2022)
di redazione il manifesto

(il manifesto, 23 febbraio 2022)
di Laura Minguzzi
Riproponiamo questo articolo pubblicato sul numero 91 di Via Dogana nel dicembre 2009 per comprendere meglio quello che succede oggi in Ucraina.
La redazione del sito
Che senso ha passare le vacanze in Ucraina? Le badanti in agosto tornano a casa e io, accompagnata da mio marito, voglio andare a vedere come vivono Tatjana, Olga, Galina, Marianna, Alioscia, Sergej, Dimitrij dopo la sconfitta del comunismo e la vittoria della rivoluzione arancione del 2004. Esplorazioni estive le chiamava Simone Weil nel ’38, per misurare la temperatura del tempo presente. Lei in quell’anno andò in Germania per capire cosa stava succedendo, cosa si stava preparando e perché. La forza del potere di uno dei tanti, immaginata propria, dal popolo. Immaginazione e realtà si confondono e si autodistruggono. Non si potenziano a vicenda, non mantenendo la dovuta distanza. Il vuoto fra l’una e l’altra è necessario affinché si crei conflitto e quindi scambio. Durante la preparazione del viaggio nella mia mente si affollano immagini letterarie, politiche, storiche e domande senza risposta.
Tatjana è il presente, mi ha invitata a Kharkov, ci scriviamo da novembre dell’anno scorso. Uno scambio virtuale nato grazie al sito della Libreria. Voglio conoscerla e sentirla parlare del suo progetto di museo di storia delle donne, per ora esistente solo on line da marzo di quest’anno. Mi ritorna in mente che una volta mi chiesero se avevo sentito parlare di Babyn Yar. Avevo vent’anni e non lo sapevo. Adesso potevo vedere questo luogo. Poi avevo letto che Lou Salomé e Rainer Maria Rilke erano andati insieme a visitare la Lavra di Kiev, il Monastero Maggiore delle Grotte e lei ne aveva un ricordo emozionante. E la fontana di Bachcisaraj in Crimea, fin da piccola questo nome mi aveva sempre fatto immaginare luoghi di una felicità senza confini. Jalta, la spiaggia di Koktebel, dove passava l’estate Marina Cvetaeva.
«Lei è comunista!». Così esordisce un mio allievo di quinta ginnasio, appena dopo qualche mese di scuola. Figlio di una ricca famiglia borghese, poca voglia di studiare, si assenta spesso per brevi vacanze esotiche, costretto a scegliere una scuola classica per ragioni di status; colpisce nel segno il suo istinto animale di giovane arrampicatore. Ha fiutato il nemico che gli sbarrerà la strada della sua scalata al diploma grazie ai soldi. Beh! aveva ragione. Io ci tengo tantissimo allo studio, alla curiosità, all’importanza di farsi domande e andare a cercare le risposte per il mondo. Ecco trovato il senso del mio viaggio con la storia, obbedisco a un’ispirazione, a un imperativo categorico interiore e mi lancio.
Dall’aeroporto telefono a Olga e alla stazione ferroviaria di Kiev ci incontriamo. Insieme al fratello Alioscia mi aspettano con il biglietto per il vagone letto del treno notturno, che mi porterà a Odessa. Olga è una giovane psicologa che lavora in un istituto di ricerca e fa sondaggi e statistiche per organismi istituzionali; il sabato, invece, riceve i/le pazienti in colloqui privati. Questo è il lavoro che le piace di più; ricerca le cause della sofferenza delle donne e degli uomini che ha in terapia. «Li spingo a riflettere sulle ragioni della loro infelicità, sulla violenza, sull’autodistruzione (alcolismo), soprattutto gli uomini, a cercare un senso alla propria vita, a guardare la realtà con occhi nuovi e darsi un futuro». «Ci sono uomini che hanno tanti soldi e sono violenti e io li voglio portare a chiedersi quali sono i loro reali desideri. Uno mi ha detto che avrebbe voluto fare l’insegnante e invece si trova a fare tutt’altro, e pur guadagnando bene non è contento e l’insoddisfazione lo rende violento, soprattutto verso le donne». Olga mi parla anche di un suo recente saggio sulla pericolosità del traffico per le strade, a causa dell’aggressività degli uomini al volante, che non rispettano alcuna regola e costituiscono per le donne una vera e propria minaccia. Un’esibizione di virilità che provoca parecchi incidenti e traumi alle donne. Ciò che ha scritto è, infatti, frutto dei racconti delle sue pazienti. Il lavoro dipendente sull’interpretazione dei dati statistici, secondo lei, è una pura finzione, dato che tutto viene manipolato dai suoi superiori per potere ottenere finanziamenti. Sia lei che il fratello collaborano con Tatjana nella rivista Ja (Io) e al museo di storia delle donne.
Il giorno seguente alla stazione di Odessa molte donne ci vengono incontro con cartelli, offrono stanze, appartamenti in affitto ai turisti che scendono dal treno. La città è deserta, dorme, strade pulite, lavate, come ai vecchi tempi sovietici, anche se parecchio malandate… L’amico taxista ci accompagna e al secondo appartamento che ci propongono ci accordiamo sul prezzo.
Camminando a piedi, ovunque cantieri, si cambia volto alla città, ma l’atmosfera mi pare sempre quella del film. Chi ricorda la scena della famosa scalinata nel film La corazzata Potëmkin con la carrozzina che precipita può capire la sensazione. Tutto è cambiato, ma quella è rimasta intatta, lì c’è come un fermo immagine: una drammatica accelerazione verso l’ignoto.
Alla televisione una pubblicità mi colpisce: propongono prodotti contro la diarrea. In Italia è martellante una pubblicità esattamente contraria: prodotti per la stitichezza… intestino pigro? Ecco la soluzione e via… Cosa c’è che non va qui? Il cibo è sempre lo stesso di tanti anni fa. Ottimo caviale fresco, pane nero di segale buonissimo, brioche con i semi di papavero eccellenti, budini con le bacche di bosco fresche, storione, patate al forno ripiene squisite, kvas venduto dalle botti, dissetante e fresco, birra, vino locale, acqua borzhomi, georgiana, la migliore del mondo. Osservo la gente e vedo molte donne che comprano capienti taniche d’acqua, uomini che caricano nelle macchine enormi quantità di bottiglie d’acqua… Ci sono arrivata: l’acqua del rubinetto non è più potabile come allora, la manutenzione dell’acquedotto non esiste più. Un bene pubblico, l’acqua corrente e potabile nelle case, è scomparso insieme al comunismo…
Da Odessa a Simferopoli andiamo in treno. Le stazioni sono vive e affollatissime, aperte tutta la notte e i treni notturni molto frequenti. Qui amano viaggiare in treno, anche se la velocità non supera i 60 all’ora, causa binari obsoleti. A Jalta, in Crimea, mi aspetta Galina che mi fa conoscere Ljuba e Alla. Ci vediamo al bar per il tè delle cinque. Mi parlano del loro impegno nel club femminile Jaltinka. Si riuniscono nel ristorante di un’amica, che è anche socia del club, e lì discutono di tutto, dai loro problemi di lavoro, ai problemi dei figli o delle figlie, del crollo di tutto il sistema, della rivoluzione arancione, si scambiano informazioni, consigli e aiuti materiali. Organizzano anche brevi viaggi insieme che chiamano “i nostri ritiri spirituali”, in cui si rigenerano. Ljuba è un’imprenditrice edile e dal ’91 si occupa della vendita di alcuni lotti di case comunali ai privati. Oggi fa anche l’amministratrice dei condomini che lei stessa ha contribuito a formare, perché ha dovuto anche educare alla gestione collettiva e responsabile delle parti comuni delle case di proprietà, tenuto conto che prima del crollo di tutto il sistema sovietico, quando la proprietà era collettiva, di tutto si occupava l’amministrazione comunale.
Alla assomiglia più allo stereotipo della donna emancipata, solida, possente, “tedesca”, tutta d’un pezzo. Vedova, due figlie, esperta in scienza delle finanze. Dal ’92, anno di massimo caos economico dopo il crollo dell’Urss, è a capo della rete di distribuzione alimentare di Jalta e dintorni. È riuscita con le sue doti manageriali a riportare l’ordine in un momento di totale disordine e crollo dell’economia. Dal 2001 dirige anche il mercato cooperativo alimentare della città che oggi ha superato la crisi e ripianato tutti i debiti accumulati e ha il bilancio in attivo. Alla e Ljuba vogliono sapere cosa faccio io. Racconto della nostra politica, a loro interessa sapere come la società si rapporta al movimento femminista, lesbico, se sono ben accette le donne che vivono cercando di realizzare liberamente i propri desideri. Mi rendo conto che le tre donne con cui io sto conversando attorno al tavolo sorseggiando tè con pasticcini sono vedove con figli e figlie grandi e sono più giovani di me. Chiedo a Galina una spiegazione. «Sai, qui gli uomini muoiono presto, la media è di 51 anni. Non hanno retto al cambiamento storico». Capisco meglio il loro interesse per sapere come da noi sono giudicate le donne, cosa si pensa del femminismo e della libertà femminile. Dal canto loro sentono il peso di uno sguardo maschile, di un giudizio sociale che insegue ancora una visione conformista del destino femminile.
A Kharkov ne parlo con Tatjana, sedute sulla panchina del giardino del Monastero dell’Intercessione, mentre ammiriamo fra lo stupore e la meraviglia il passaggio di giovani donne che vanno alla messa del pomeriggio. Mi pare di essere a una sfilata di moda a Milano. Alte, slanciate, bionde, magre, vestite all’ultima moda, gonne cortissime, tacchi altissimi, ma col capo coperto, come vuole la regola ortodossa, vanno in chiesa. Tatjana vive con la madre, è separata e ha una figlia adulta che vive e lavora come grafica a Kiev. Suoi sono i fumetti del numero speciale della rivista Ja (Io) del 2008 dal titolo “Il femminismo è…”. Per chi o per cosa chiederanno mai l’intercessione? Commentiamo.
Anche a Kiev, al Monastero Maggiore delle Grotte abbiamo assistito a una singolare cerimonia: una lunga teoria di donne, pochi gli uomini, che sostavano in due ali con cestini di frutta e rami di erbe officinali in attesa della benedizione del pope che sarebbe passato alla fine della messa nel grande cortile davanti alla cattedrale della Dormizione. Una rappresentazione arcaica di una cultura contadina che manifesta l’amore per la terra; una terra scura, che si estende per lunghe e immote distanze in un orizzonte che non incontra ostacoli.
Le giovani donne vogliono tutto, mi dice Tatjana. Lei per prima col suo progetto di Museo della storia delle donne è stata in America, dove ha ricevuto un primo finanziamento dalla biblioteca del congresso e si prepara ad andare a un incontro a Bonn con altre donne riunite in una rete di associazioni e gruppi che si occupano appunto di storia. A Kharkov ha presentato il progetto a varie istituzioni e collabora con le scuole in un programma politico di sensibilizzazione alla differenza di genere. Qui si innesta il mio scambio con lei a proposito della differenza di pratiche del nostro movimento per l’autoriforma. Piuttosto che partire dall’alto, dai programmi ministeriali, è meglio coltivare le relazioni e focalizzarsi sulla lingua. La colpisce la mia insistenza sull’uso del femminile riguardo alle professioni nel corso del nostro conversare sulla realtà quotidiana mentre facciamo cose insieme. La visita a una mostra di una pittrice norvegese ospite di una galleria di un’amica, che, mi dice, invita sempre artisti/e interessanti e originali, un luogo molto stimolante nel panorama cittadino, diventa un’occasione di riflessione sulla lingua e sull’arte femminile. La gallerista è un’amica con cui ha relazioni da lungo tempo e ci tiene a farmela conoscere. Per noi in Italia è stato ed è molto importante non parlare in modo neutro e assumersi il proprio essere donna. Da tempo lo facciamo e pare che non si possa mai smettere, perché c’è come un risucchio nell’indifferenziato appena si dà per scontato qualcosa e ci si ferma. Per Tatjana è una riflessione che le crea qualche difficoltà, come frenata e impedita dal discorso del genere. Occorre, infatti, uno spostamento, dall’occhio puntato verso il potere, con cui il “genere” e la parità condividono il mondo maschile in un estenuante sforzo di spartizione, alla realtà delle effettive potenzialità delle relazioni che si hanno e si agiscono. L’amore per la realtà spinge a nominare le relazioni e a far conto su di loro, più che a cercare di convincere i vari funzionari o funzionarie regionali o provinciali o ministeriali della necessità di un luogo materiale dove collocare il suo museo delle donne, che per ora esiste in rete. Le hanno dato ascolto e visibilità mediatica in occasione dell’8 marzo, ma poi, si rammarica, ha riscontrato un calo di interesse e un vano rimandare appuntamenti e incontri. Anzi abbiamo notato che sulla questione della violenza alle donne la città era invasa da manifesti colorati, una campagna di sensibilizzazione, conforme a una direttiva europea, da cui certamente il governo aveva ricevuto contributi, ma assolutamente non frutto di momenti di riflessione e discussione fra la gente, uomini e donne. Anche in Italia si sta verificando una sorta di statico ritualismo su questa questione della violenza, un ripetersi delle parti in gioco, di ruoli, senza una reale pratica di ascolto.
Quello dell’adesione del paese all’Europa e alla Nato è un punto di dibattito molto appassionato. A fronte di un crescente sentimento nazionalista, a causa della proclamazione dell’autonomia dalla Russia nel 2004, si sente e si vede un piegarsi e un dispiegarsi a forme di politica di schieramento, assai poco vicine ai bisogni materiali e simbolici della gente comune. Ho assistito nella famosa Piazza Majdan (della Libertà, quella che nel dicembre del 2004 mostravano ogni giorno i nostri media) ai preparativi per l’anniversario della liberazione e in sostanza era un dispiegarsi di esercitazioni di forza militare, in terra e in cielo. Discorsi dagli altoparlanti che arringavano la folla e proclami di amore di patria fatti in coppia dal capo del governo e dal metropolita. Tatjana e le altre cercavano di minimizzare, ma in fondo la gente non ci sta a queste lacerazioni, a questi schieramenti pro o contro la Nato, pro o contro la Russia. È tutta una questione che riguarda chi ha il potere. Ebbene sì, Tatjana e Marianna hanno l’ufficio nei primi grattacieli costruiti a Kharkov negli anni ’30, luogo di potere di uomini, dove pare che abbia lavorato al tempo della Ceka il capo del KGB Feliks Dzeržinskij. E come sintetizza in modo lapidario il taxista che ci porta alla stazione ferroviaria di Odessa, «non sappiamo per chi votare: non c’è possibilità di scelta». Marianna studia italiano e parla inglese e tedesco. È una giovane laureata che già lavora e molto fiduciosa nelle sue potenzialità. Ci ha scritto di avere trovato un nuovo lavoro, di avere lasciato il vecchio grattacielo stile sovietico e che continuerà a leggere libri italiani per approfondire la nostra conoscenza.
(Via Dogana n. 91, dicembre 2009)
di María-Milagros Rivera Garretas
Questo prezioso libro offre un’impeccabile interpretazione femminile e femminista dell’affascinante storia di Tiamat, la Grande Dea Primordiale del Mare, madre senza coito del Tutto, nella Mesopotamia babilonese.
La sua storia e il suo enigma sono documentati per iscritto in un grande poema delle origini, inciso con i preziosi segni della lingua accadica dai guerrieri usurpatori e assassini di Tiamat, su 7 tavole di pietra di 150 versi ciascuna. Il poema si intitola Enuma Elish, che significa Quando in alto.
La prima di queste tavole racconta la storia di ciò che il Mondo era prima dell’arrivo in Mesopotamia dei guerrieri accadi, portatori nella loro mente del contratto sessuale che imposero con il filo delle loro spade a una società matrilineare e matrifocale.
L’Enuma Elish è stato datato intorno al XII secolo prima dell’Era cristiana. Quindi con l’arrivo di questi guerrieri si concluderebbe il primato di un’Era della Perla.
La Madre nel Mare è un libro che, a mio avviso, inaugura un cambio di scena nella politica attuale delle donne occidentali. Perché fa per davvero tabula rasa delle filosofie e della teoria politica maschili del XX secolo, che ancora calcavano la propria impronta misogina nella pratica e nel pensiero della differenza sessuale; in particolare la psicoanalisi di quel secolo e i suoi derivati del XXI secolo. Me lo ha confermato la sua prima presentazione, in remoto da Napoli, organizzato da Stefania Tarantino lo scorso 20 dicembre 2020. Questo incontro è stato, per me, il quadro di un nuovo Salotto: quello delle Preziose del XXI secolo, la cui indipendenza simbolica è infine di radice, fusto e fiori molto differenti dalla mia. È stata la prova che nel Mondo ci sono Madri di pensiero e di politica che non sono né eredi delle femministe dell’ultimo terzo del XX secolo, né una nuova generazione, bensì l’attuale ciclo della genealogia delle Tre Madri delle religioni mediterranee prepatriarcali, mai scomparse. Non mi piace la nozione di “generazioni” perché non mi ci riconosco; la trovo patriarcale, edipica. Mi riconosco invece nella genealogia femminile e materna, quella che sa riconoscere le Madri senza coito quando arrivano; e mi riconosco nei contesti relazionali di cui Marirì Martinengo ha scritto. Mi piace la genealogia che, in questo libro, è della Sfinge che Edipo non capì mai, perché non riconobbe la propria madre neppure avendola di fronte.
Questo atto di presentazione di La Madre nel Mare mi ha dato l’opportunità di sentire e riconoscere il miracolo della grandezza dell’altra e delle altre che vengono dopo di me e sono Madri, non anelli di una catena di eredità. Loro irrompono, sono già qui. Io sono loro grata. Le Madri devono riconoscere le Madri venute dopo perché ci sia politica delle donne
La storia di Tiamat è rimasta un enigma sino ad ora perché nella testa dei ricercatori non entrava la possibilità di un Mondo senza patriarcato, un mondo reale, non solo mitico, nonostante i miti contengano sempre la loro parte di realtà, come la topica.
Il miglior studioso era capax Dei, capace di Dio, però non capax Deae, capace di Dea. La sua scienza terminava dove iniziava il Due. E dove una donna poteva essere madre di corpi senza coito e concetti senza fallo.
Nel libro La Madre nel Mare, Barbara Verzini decifra l’enigma di Tiamat, non perché sappia di più ma perché sente di più e, riconoscendo autorità al suo sentire proprio originario, conosce di più.
A quale universitaria non è capitato di sentire qualche volta che nei paradigmi della conoscenza c’è qualcosa di essenziale che lei sente essere falso ma non sa come dirlo? Chi non ha mai sentito che le parole non arrivano a dire quello che lei sente?
È nelle parole dove agisce questo libro, nelle famose parole per dirlo, del romanzo che in tante abbiamo letto a suo tempo.
L’enigma sta nella violenza ermeneutica universitaria, nell’essere una – una donna – in grado di sentirla nel profondo di sé, nel sentire che María Zambrano chiamò sentire originario e Candela Valle chiama sentire proprio. Quando una donna arriva a sentire nel suo profondo la violenza ermeneutica subita, le parole escono da lei e fluiscono, senza Tommaso d’Aquino, senza Hegel, senza Marx, senza Freud, senza Lacan, senza Nancy, senza femminismo patriarcale. È quello che accade in questo libro: La Madre nel Mare guarda questi autori con distanza, senza vederli. Non apportano nulla alla sua visione. La sua visione è immacolata. Per questo la sua parola fluisce nelle onde dell’acqua dolce e salata di Tiamat.
Cosa mi ha dato questo libro per chiarirmi, per darmi da pensare? La verità è che mi ha dato una cosa che mi ha scossa molto e che continua a muoversi facendo vacillare l’espressione, la parola. È la chiarezza con cui mostra che tutta la creatività viene dal Caos; perché nel profondo del Caos c’è armonia, armonia possibile perché scatenata dal proprio processo creatore femminile, processo a volte dolce, a volte molto doloroso. Senza che Caos e Armonia formino un’opposizione binaria. Chi non ricorda da bambina il mistero del caos della propria madre e di come, allo stesso tempo, lei sapesse sempre dov’era tutto? Questa è precisamente la Tiamat primordiale, la grande Dea Madre senza coito babilonese: il Caos che sa dove c’è tutto.
Da cui si deduce che né il Caos è l’opposto dell’Ordine né è sinonimo di disordine. Ordine e disordine sono, adesso sì, un’opposizione binaria o un’antinomia del pensiero, un’operazione mentale che non ha mai dato nulla a una donna. Cosa che sta avendo per me delle conseguenze politiche e filosofiche importantissime. Perché Barbara Verzini in questo libro mostra che, storicamente, l’ordine – come il temibile Ordine nuovo che rivendicavano con grande violenza gli uni agli altri quando io ero studentessa – è sempre l’Ordine della spada, l’ordine imposto con la spada. Un ordine che è, prima di tutto, patriarcale, è quello che imposero a colpi di spada i guerrieri accadici per distruggere la società matrilineare e matrifocale governata da Tiamat. Loro, con la spada dell’Età del Bronzo, o del Ferro, non lo so, tagliarono Tiamat in due, come raccontano i bellissimi petroglifi dell’Enuma Elish. La loro spada continua ad essere oggi il fallo, e il loro ordine l’ordine fallico, nelle sue distinte varietà storiche, tutte temibili.
La qual cosa a sua volta ha delle conseguenze molto importanti rispetto l’ordine simbolico. Ho sempre avuto difficoltà nelle aule a spiegare l’ordine simbolico della madre perché, nonostante avessi studiato Lacan, non l’avevo imparato, e quindi non sapevo che l’ordine simbolico fosse una nozione sua: questo mi avrebbe fatta sospettare.
Né avevo capito perché alcune filosofe parlassero di ordine simbolico patriarcale e ordine simbolico della madre, come se ci fossero due ordini simbolici, quando il mio più grande tesoro nel libro L’Ordine Simbolico della Madre di Luisa Muraro, era stato che la lingua è una e – avevo dedotto io – c’è un ordine simbolico ed è della madre. Questo libro me l’ha chiarito. Barbara Verzini mi ha insegnato che il simbolico non è un Ordine, ma l’Armonia del Caos. C’è il simbolico ed è della madre. Gli ordini, nati dagli ordini (comandi), vengono dall’uso violento della spada. Esiste dunque il simbolico della madre, che è la lingua materna, la sua armonia; ed esiste o è esistito l’ordine simbolico patriarcale, non armonico bensì violento.
Questo coincide con il senso di “simbolico” e di “simbolo” che insegnava mia madre nelle lezioni di greco: derivano da sun-ballein “lanciare con”, con la sua parte di Caos, trasportata con la voce, grazie al sentire proprio originario della parlante.
Una volta aperta questa fonte, il libro spiega fluidamente come tanta conoscenza maschilista nasca da una separazione, ad esempio nella Genesi e i suoi enormi derivati culturali: come la separazione sia una delle operazioni preferite della violenza ermeneutica, detto ora con le mie parole, fino ad arrivare a separare una donna dal proprio piacere e dal proprio orgasmo.
E tra le tante cose, il libro spiega il dialogo, che sino ad ora consideravo assurdo, tra Edipo e la Sfinge. Alla seconda domanda della Sfinge, quella che dice: “Ci sono due sorelle delle quali la prima genera l’altra e la seconda a sua volta genera la prima, chi sono?”, si diceva che Edipo abbia risposto: “Il giorno e la notte”, quando la risposta è “Le Tre Madri”. Le prime due sorelle (sorelle di sesso) sono la madre e la figlia; la terza è la figlia quando la madre le riconosce autorità, perché, in quel preciso momento, lei riconosce sua figlia, Madre, la Terza Madre, prima della Trinità successiva e intrecciata. Meraviglioso Enigma della Sfinge / Madre. Chi ha una madre che non sia Sfinge, enigma?
Barbara Verzini spiega tutto questo a partire da sé, dalla relazione con sua madre mai eclissata dalla relazione con la maestra e anche partendo dalla sua stessa essenza, che l’autrice porta nella scrittura attraverso l’allegoria della grande e deforme bocca della rana. A Bilbao, quando ero bambina, si giocava in piazza o per strada a La rana, cercando di lanciare una moneta, con o senza prendere la mira, nella sua grande bocca di bronzo aperta. Non era facile. La rana è madre senza coito e canta instancabile tra la terra e l’acqua, sulla cui riva lascia le proprie uova in modo che possano essere fecondate senza di lei. Nella rana e nella sua grande bocca, Barbara Verzini mette il segno della sua originalità filosofica, che rompe la forma e sta nei suoni.
L’attenzione minuziosa alle parole e ai loro suoni, che questo libro insegna, mi ha recentemente portata a una rivelazione che per me è importante. Per molto tempo ho cercato che cosa sentivo fosse rimasto in sospeso, nell’interpretazione femminile libera della storia del Tempio originale di Delfi dedicato a Gê(a), la Dea Madre senza coito equivalente, nell’Europa mediterranea, alla Tiamat babilonese e mesopotamica. Neus Calvo Escamilla offrì qualche anno fa nel suo La E di Delphi una preziosa spiegazione dell’insegna di Gê(a) incisa sulla pietra dell’autentico tempio: la Epsilon dei tre tratti, ma qualcosa rimaneva pendente. Influenzata dal libro di Barbara Verzini, l’attenzione al suono della E mi ha comunicato ciò che è ovvio, un’ovvietà difficilissima da riscattare con il pensiero del pensiero: la epsilon dei tre tratti è prima di tutto il suono E della lingua madre, suono e desinenza che nella lingua greca simboleggiavano il femminile, il genere grammaticale femminile, la differenza sessuale, come in Gê, come in Kore (Bambina, Vergine), come nei famosi attributi kale kai agaze (bella e buona) propri delle donne e del femminile. Come nel probabile motto della dea Gê(a) di Delfi che i guerrieri della polis, del contratto sessuale e della democrazia ateniese, avrebbero usurpato, il probabile Gnothi seautón (Conosci te stessa) dove il suono E venne sostituito con il suono O (maschile) nel posteriore tempio patriarcale dedicato ad Apollo, il tanto ripetuto Gnothi seautón (Conosci te stesso) dei filosofi classici e postclassici. Deve essere stato così perché la madre viene sempre prima, è sempre prima e ti insegna a parlare parlando, non per iscritto: la lingua materna si impara ascoltandola, ascoltandola dalla bocca di tua madre, preferibilmente stando nella calda armonia delle sue braccia. La lingua materna è in primo luogo e sempre lingua ascoltata, come il messaggio della concezione senza coito di Maria di Nazaret (una donna qualunque) nella scena dell’Annunciazione / Incarnazione. Penso che questo abbia delle conseguenze sulla nozione di simbolico, o di armonia simbolica, come dice l’autrice di La Madre nel Mare. E le abbia anche nella nozione di scrittura femminile, perché questa conserva nel testo la voce della madre e i suoni della lingua materna. La scrittura femminile si vede e si ascolta; la scrittura del pensiero del pensiero si vede solamente: non porta il suono della voce della madre, né porta l’impronta della lingua materna, anche se i segni sono gli stessi, perché si è separata dalla madre, dall’Alma Mater, addirittura ha tagliato con lei, arrivando a proibirla.
La Madre nel Mare. L’enigma di Tiamat è il libro che inaugura la Collana A mano, fondata nel 2020 in kdp.amazon.com da Barbara Verzini e María-Milagros Rivera Garretas. La Collana A mano è una casa aperta e disponibile nel freddo mare di internet, un fuoco femminile amabile per la scrittrice che desideri autoeditarsi senza sottomettersi a giudizio né a capitali stranieri, giudizio e capitale oggi più attenti alle vendite che a ciò che è scritto. Il suo senso l’abbiamo spiegato così: A mano è una Collana di libri di Scrittrici fedeli alla genealogia femminile e materna, ispirate dalla creatività del caos, del piacere clitorideo, del sentire originario, della relazione senza fine e della radicalità di Dama Amore, orientate dal bene e dalla felicità.
(www.diotimafilosofe.it, Rivista n. 17/2020, traduzione dallo spagnolo di Barbara Verzini)
di Elena Bandiera
L’Ucraina è sull’orlo di una guerra. Il mondo è con il fiato sospeso, l’Europa potrebbe trovarsi a fronteggiare un conflitto in casa, chi può lascia il Paese ma c’è anche chi non vuole farlo.
Come Natalia, 29 anni, madre surrogata che l’altro giorno ha chiamato il suo avvocato per sapere se potrebbe essere costretta dai “genitori intenzionali”, i committenti del figlio che porta in grembo a espatriare. Natalia, il nome è di fantasia, ha un marito e dei figli, per nessuna ragione vorrebbe separarsi da loro ed è convinta che non succederà proprio nulla. Ma i genitori intenzionali sono terrorizzati e vogliono che si trasferisca in Georgia fino al parto. D’altra parte hanno pagato profumatamente per avere questo bambino e ora non vogliono correre rischi. Quando si parla degli effetti della guerra si dimentica che l’Ucraina è anche la capitale dell’utero in affitto in Europa e che questo business, tra i tanti, sarà messo in pericolo da un’invasione russa.
In questi giorni alle agenzie di surrogacy del Paese sono arrivate tantissime disdette da parte di quelle coppie che ancora non avevano iniziato il percorso. Quelli che invece hanno già una madre surrogata incinta pretendono garanzie. Tutte noi ricordiamo quando a maggio 2020, in piena pandemia, l’agenzia di surrogacy Biotexcom diffuse il video della nursery improvvisata nell’hotel Venezia di Kiev dove decine di neonati aspettavano i genitori intenzionali bloccati dal lockdown. (vedere qui, e il video choc qui). Allora tutti si indignarono. Oggi potrebbe succedere lo stesso.
A porre il problema è stato il britannico Sunday Times: «Nel settore della maternità surrogata la crisi ha anche messo in luce le profonde differenze e le disuguaglianze tra le povere donne ucraine che portano i bambini – e di solito vengono pagate tra i 12.000 e i 18.000 euro – e ricchi genitori biologici all’estero».
Sergeij Antonov, un avvocato ucraino, ha raccontato al domenicale che è stato contattato da almeno due coppie per sapere se potevano obbligare la gestante ad andare all’estero: «Le madri surrogate – ha spiegato – hanno i loro bambini e non possono lasciarli per spostarsi in un altro Paese». I contratti che hanno firmato però potrebbero prevederlo. Almeno in futuro. Le agenzie di maternità surrogata si stanno muovendo in questo senso.
Si calcola – ma è una cifra sottostimata – che ogni anno nascano in Ucraina almeno duemila bambini su commissione. I committenti sono attirati dai prezzi relativamente bassi e dalle leggi che consentono loro di diventare, sin dal concepimento, il padre e la madre del neonato.
Recentemente il Parlamento Europeo, che in una precedente risoluzione aveva espresso una ferma condanna dell’utero in affitto, ha mitigato le sue posizioni limitando il suo “no” alla pratica commerciale. Si sa benissimo in realtà che la maternità surrogata è – salvo rarissime eccezioni – una pratica esclusivamente commerciale, e che là dove è stata ammessa la cosiddetta Gpa solidale l’effetto è stato di spianare la strada al business.
(Feminist Post, 22 febbraio 2022)
di Pinella Leocata
«Chi ha paura della libertà delle donne?». Una questione complessa su cui si sono interrogate le femministe della rete “Le città vicine”, e gli uomini di “Maschile plurale”, nel corso di un convegno on line organizzato da Anna Di Salvo de “La città felice” di Catania. Innanzitutto la presa d’atto delle numerose conquiste fatte dalle donne dagli anni Settanta ad oggi sul fronte delle leggi di libertà civili (quali l’aborto, il divorzio, il diritto di famiglia), di parità (congedi parentali, accesso alle carriere, parità salariale) e del contrasto alla violenza maschile (leggi contro il femminicidio, lo stalking e il revenge porn). Eppure, nonostante questo, la violenza maschile continua a crescere esponenzialmente, insieme all’espandersi della libertà delle donne e della loro volontà di autodeterminarsi, anzi proprio per questo. Il patriarcato è morto – «perché ha perso credibilità e non ha più la capacità di orientare l’agire umano e di offrire un futuro» – ma alcuni dei suoi meccanismi millenari sopravvivono, a partire dalla violenza contro le donne e dalla continua separazione delle parole dalle cose in un inganno che cerca di occultare la donna e la sua differenza.
Oggi la violenza maschile sulle donne ha assunto aspetti più subdoli. Continua quella fisica, che si esprime anche nell’esplosione dei femminicidi, quella psicologica ed economica e si aggrava quella istituzionale. Fino agli anni Novanta – rilevano in tante – le donne vittime di violenza trovavano una sponda nelle magistrate e nelle operatrici che si occupavano del loro caso, mentre adesso non è più così, in nome delle pari opportunità che hanno finito per appiattire le differenze e per oscurare la violenza maschile mettendo i soggetti in situazione di bilanciamento. Le donne oggi sono accusate di alimentare il conflitto e di presentarsi subdolamente come vittime per lucrare situazioni di vantaggio. Vengono annullate, cioè, le condizioni di disparità delle donne che spesso non lavorano, o lavorano poco e che comunque spendono quello che hanno per la famiglia. Si sperimentano, dunque, condizioni di doppia violenza perché esiste una forma di violenza istituzionale di segno patriarcale agita indipendentemente dal sesso. E il riferimento è alle leggi sulla bigenitorialità, all’alienazione parentale – per cui i figli vengono sottratti alle madri – alla discussione sulla pratica dell’utero in affitto e al tentativo di considerare la prostituzione un lavoro come un altro. E violente sono anche le nuove tecniche riproduttive che spezzano l’indispensabile mediazione della relazione materna.
A queste forme di violenza si aggiunge il tentativo di cancellare le donne e la loro specificità e persino il loro corpo attraverso le teorie del gender e la cosiddetta “fluidità di genere” per cui – come denuncia Maria Castiglioni – «il vincolo al corpo sessuato diventa ‘disponibile’, qualcosa che può dipendere da noi, secondo le opportunità, le convenzioni, le mode del momento. Quasi che il nuovo orizzonte di libertà sia raggiungibile solo attraverso la rinuncia al sesso e il mantenersi in una zona di mezzo, fluida, in un’indeterminatezza in cui la solida e irriducibile materialità del corpo è vissuta come anacronistica e liberticida». Così viene rimosso il corpo e, dunque, la genealogia madre/figlia, “la nostra radice”. E in tante interpretano questo cancellare il genere maschile e femminile come una forma di scorciatoia per eliminare ed aggirare il conflitto.
Dietro il discorso sulla neutralità, secondo molte delle donne che hanno preso parte al confronto, c’è un attacco alla maternità e alla libertà femminile che investe il piano materiale, dell’immaginazione e del simbolico. E non è un caso se molte ragazze che hanno ambizioni di carriera oggi vivono la maternità come un peso. Dello slogan originario delle femministe “il corpo è mio e lo gestisco io” si è persa la consapevolezza che questa determinazione era asserita all’interno di un ordine simbolico altro rispetto a quello patriarcale. E altre contraddizioni vengono registrate sul fronte del lavoro. Con la pandemia le donne sono state le prime a perderlo, sono le più precarie e sono le sole ad avere retto il peso della didattica a distanza dei figli. Di qui anche una riflessione sul lavoro agile che può diventare uno strumento per vivere meglio o una nuova gabbia che fossilizza le donne nel doppio lavoro, esterno e di cura.
«Che cosa è successo? – si sono chieste in tante – In cosa abbiamo sbagliato perché la teoria del gender, che cancella la nostra storia, acquistasse valore utilizzando le parole delle donne contro le donne e le femministe? Perché il nostro linguaggio è stato preso e lo si è trasformato contro di noi?» Questioni aperte che saranno oggetto di ulteriori riflessioni. Eppure, in questo quadro così problematico, non manca la consapevolezza che qualcosa sta cambiando nelle nuove generazioni come dimostrano i movimenti ambientalisti guidati dalle ragazze, le denunce delle studentesse del liceo di Castrolibero contro le violenze del loro professore e le proteste contro la logica della scuola-azienda. Da tutte la consapevolezza della necessità sia di luoghi di confronto sia di un nuovo alfabeto del conflitto che possa contrastare le forme di violenza.
(La Sicilia, 22 febbraio 2022)
di Redazione Rivista Studio
Nell’episodio andato in onda il 20 febbraio dal titolo “Terrore”, Elena è ormai diventata una scrittrice famosa, vive a Firenze col marito e ha due figlie. Quando inizia a sostenere la causa femminista, però, il rapporto con Pietro si incrina. Nella serie L’amica geniale, come nel terzo volume della quadrilogia di Elena Ferrante Storia di chi fugge e di chi resta, il momento in cui Lenù scopre e legge Sputiamo su Hegel ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione della sua coscienza politica. «Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così?», riflette Elena Greco dopo aver letto le parole di Carla Lonzi. «Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa contro».
Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi è uno dei più importanti scritti di riferimento […] dei movimenti femministi italiani. Laureata in Storia dell’Arte all’Università di Firenze, Carla Lonzi (6 marzo 1931-2 agosto 1982) iniziò a scrivere come critica d’arte negli anni ’50 per poi abbandonare la carriera artistica e dedicarsi completamente al gruppo di Rivolta Femminile e alla casa editrice nata dal gruppo, Scritti di Rivolta Femminile. Del libro, pubblicato nel 1970 a Milano proprio da Scritti di Rivolta Femminile, esistono diverse edizioni. La prima è quella con la copertina verde, la seconda è quella del 1974 che comprende anche La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, e compare nella quinta puntata della terza stagione dell’Amica geniale.
Ma di cosa parla esattamente questo libro? Lo riassume nel modo migliore l’autrice stessa proprio nell’edizione del 1974 con parole che, sebbene molte cose siano cambiate, ancora oggi suonano spaventosamente attuali: «Questi scritti, sia quelli firmati da me che quelli firmati collettivamente, segnano le tappe della mia presa di coscienza dalla primavera del 1970 ai primi del ’72, stimolata dalla scoperta dell’esistenza del femminismo nel mondo e dai rapporti con le donne di Rivolta Femminile. Il rischio di questi scritti è che vengano presi come punti fermi teorici mentre riflettono solo un modo iniziale per me di uscire allo scoperto, quello in cui prevaleva lo sdegno per essermi accorta che la cultura maschile in ogni suo aspetto aveva teorizzato l’inferiorità della donna. Per questo la sua inferiorizzazione appare del tutto naturale. Le donne stesse accettano di considerarsi “seconde” se chi le convince sembra loro meritare la stima del genere umano: Marx, Lenin, Freud e tutti gli altri. Mi sono sentita stimolata a confutare alcuni tra i princìpi fondamentali del patriarcato, non solo di quello passato o presente ma di quello prospettato dalle ideologie rivoluzionarie. Il nostro Manifesto contiene le frasi più significative che l’idea generale di femminismo ci aveva portato alla coscienza durante i primi approcci tra di noi. La chiave femminista operava come una rivelazione. Il bisogno di esprimersi è stato da noi accolto come sinonimo stesso di liberazione».
E ancora: «Sputiamo su Hegel l’ho scritto perché ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione. Quando né rivoluzione, né filosofia, né arte, né religione godevano più della nostra incondizionata fiducia, abbiamo affrontato il punto centrale della nostra inferiorizzazione, quello sessuale. […] Via via che si andava al fondo dell’oppressione il senso della liberazione diventava più interiore. Per questo la presa di coscienza è l’unica via, altrimenti si rischia di lottare per una liberazione che poi si rivela esteriore, apparente, per una strada illusoria. Per esempio, lottare per il domani, un domani senza condizionamenti per la donna, un domani così lontano che neppure noi ci saremo. L’uomo ha sempre rimandato ogni soluzione a un futuro ideale dell’umanità, ma non esiste, possiamo però rivelare l’umanità presente, cioè noi stesse».
(rivistastudio.com, 21 febbraio 2022 – titolo originale: Perché il libro Sputiamo su Hegel, apparso ieri nella terza puntata dell’Amica geniale, è così importante)
di Anna Alberti
Mahtab e Sahar, ginecologhe afghane, lavoravano a Herat nel Centro senologico della Fondazione Umberto Veronesi. Sei mesi fa sono riuscite a scappare, con uno degli ultimi voli. Il loro sogno è indossare di nuovo il camice bianco
«Scusate, non è che avete due camici bianchi? Ci sentiremmo più a nostro agio…». Comincia così il nostro incontro con Mahtab, 40 anni, e Sahar, 34 anni, ginecologhe afghane in forze sino all’agosto scorso al Centro per la diagnosi di tumore al seno di Herat, aperto nel 2013 da Fondazione Umberto Veronesi e chiuso con l’avanzata talebana nel nord ovest dell’Afghanistan nel timore di ritorsioni contro il personale, tutto femminile.
Evacuate precipitosamente insieme al resto dello staff e alle famiglie, e atterrate a Roma il 19 agosto scorso con gli ultimi voli militari da Kabul grazie all’impegno della Fondazione e dell’Ambasciata italiana, le dottoresse afghane dopo sei mesi accettano di raccontarsi, con l’aiuto di un interprete.
Occhi scuri e bellissimi che spesso si inumidiscono, offrono la loro testimonianza pensando alle colleghe senza voce rimaste in balia del regime talebano, private di ogni diritto e confinate in casa (basti pensare al divieto di viaggiare per oltre 72 chilometri dal domicilio se non accompagnate da un parente stretto, ennesima interpretazione in senso restrittivo della legge islamica da parte del ministero per la Propagazione della virtù e la prevenzione del vizio).
«La ricerca affannosa di hjiab coprenti per nascondere le nostre identità, l’abbandono delle pazienti, l’addio ai familiari ammutoliti, la porta di casa chiusa in tutta fretta dietro ai ricordi più cari, l’orrore delle ultime ore nelle strade di Kabul, tra check-point e spari… Sono immagini che non si cancellano» racconta Mahtab, coordinatrice del Centro e madre di quattro figli – il più piccolo di poco più di un anno, la più grande di 10 – arrivata in Italia insieme al marito, docente d’arte, e al fratello ingegnere, attualmente visiting professor alla Statale di Milano.
«Abbiamo lasciato tutto, siamo atterrate in Italia solo con gli abiti che avevamo addosso, laurea e documenti infilati nel bagaglio a mano. Prima vivevamo del nostro lavoro, guidavamo l’auto, avevamo una casa confortevole, riuscivamo ad aiutare anche i parenti meno fortunati. Ora dobbiamo ripartire da zero. Devo essere sincera, non tutti i giorni sono buoni. Ma siamo vive, i nostri cari sono vivi. Pian piano ricominciamo persino a immaginarci un futuro».
Ospitate in un centro protetto di Progetto Arca a pochi chilometri da Milano, dopo aver ottenuto lo status di rifugiate e un alloggio comunale, cercano di studiare pensando al domani. Un domani che per entrambe si chiama Medicina.
«La nostra giornata iniziava presto. Un caffè al volo con mia madre e mia sorella, anche lei ginecologa, poi di corsa al Centro senologico. C’era sempre una lunga fila di pazienti ad attenderci» ricorda Sahar. «Ogni giorno se ne aggiungeva qualcuna in più: eravamo un punto di riferimento, offrivamo un servizio di qualità e del tutto gratuito, che nella nostra provincia mancava. Si era sparsa la voce, le donne erano felici di venire da noi, finalmente qualcuno si occupava della loro salute. Si fidavano. E anche gli uomini: l’ambulatorio sorgeva accanto all’ospedale materno-infantile di Herat, il nostro staff era tutto femminile, in sala d’attesa accoglievamo anche i bambini. Facevamo ecografie, mammografie, prelievi citologici, inviando i nostri dati all’ospedale di Perugia dove avevamo frequentato un corso di formazione (il controllo qualità era curato dall’Apof, l’Associazione dei Patologi oltre frontiera, ndr)».
Un faro nella notte in un Paese di 38 milioni di abitanti dove si muore soprattutto di malattie infettive, mine antiuomo, armi da fuoco, e l’assistenza sanitaria non è garantita, specie alle donne. Qualche numero fornito da Mahtab rende l’idea: «In otto anni abbiamo seguito oltre novemila pazienti. Siamo partite con un solo ecografo, poi è arrivato il mammografo donato da Fondazione Veronesi, infine il servizio di citologia. Oltre a noi medici c’erano una biologa, due tecniche di radiologia, una data manager, più una receptionist. Ci pensate? Donne al servizio di altre donne. Ora tutto questo non c’è più. Secondo l’Oms, in Afghanistan ogni anno si contano 2300 decessi per cancro mammario e tremila nuove diagnosi: chi assisterà le nostre pazienti?».
«Dopo l’ambulatorio, nel pomeriggio mi spostavo in una clinica dove facevo nascere bambini, interventi ginecologici, cesarei. Alla sera rientravo a casa sfinita, ma c’erano i miei piccoli a rivitalizzarmi, i loro racconti, i compiti da finire: ogni angolo della casa risuonava dei loro richiami “mamma vieni qui”, “mamma, guarda cosa ho fatto oggi!”», continua Mahtab.
«Ho sempre cercato di bilanciare la mia attività professionale e quella familiare, di essere una buona madre e moglie oltre che un buon medico anche se, a essere onesta, sono consapevole di aver speso più tempo a occuparmi delle mie pazienti, a pensare alla loro salute. Noi ginecologhe eravamo amate e rispettate, ci spostavamo liberamente, il nostro lavoro era molto richiesto. Ma ultimamente la situazione era sempre più tesa. Ogni sera rientrando ci assicuravamo che fratelli, sorelle e parenti fossero tornati nelle loro case in pace. Finché all’inizio dell’estate abbiamo cominciato a sentire che chi collaborava con le organizzazioni internazionali non era più al sicuro.
A maggior ragione noi, donne afghane e operatrici sanitarie. Gli ultimi giorni al Centro sono stati un incubo: mentre i talebani avanzavano verso Herat, continuavano ad arrivarci racconti delle loro atrocità, di ritorsioni sui civili, sulle famiglie. Un giorno qualcuno aveva bussato alla porta di mia madre: cercavano me. A quel punto ci siamo riunite, e abbiamo chiesto aiuto a Fondazione Veronesi: eravamo tutti d’accordo, non restava che chiudere il Centro, fuggire verso la capitale, pensare all’espatrio.
Abbandonare quell’ambulatorio costruito con tanta fatica è stato difficilissimo, mi sono sentita morire. Ma la situazione stava precipitando. Dovevamo assolutamente prendere uno degli ultimi voli per Kabul. Così abbiamo riempito in fretta pochi bagagli. Poi ho guardato per l’ultima volta la nostra casa cercando di imprimermi nella memoria il suo odore: era tutto in ordine, i letti fatti, le mie belle teiere sulla mensola, i piatti lavati. Non riuscivo a chiudere quella porta, a infilare le chiavi, mi tremavano le mani. Ho chiesto a un’amica di farlo per me».
Nella capitale, il primo tentativo di espatrio il giorno di Ferragosto non va in porto. Solo tre giorni dopo, Mahtab, Sahar e le colleghe con le famiglie riescono a imbarcarsi su un volto militare per Roma. Un esodo con migliaia di disperati premuti all’ingresso dell’aeroporto. È Sahar a raccontare: «Di quelle ultime ore da incubo non riesco quasi a parlare: ricordo solo le preghiere, la certezza di morire a ogni sparo, i check point dei talebani, i bambini di Mahtab che piangevano terrorizzati. Poi il gate, la folla impazzita, la partenza convulsa con la gente aggrappata ai carrelli, le nostre poche cose abbandonate a terra, senza cibo per 36 ore filate – solo per i più piccoli Mahtab aveva portato un po’ di latte in polvere -, la tensione, il volo».
«Solo quando a Roma siamo scese dalla scaletta dell’aereo, ci siamo rese conto di essere al sicuro» rammenta Sahar. «A terra c’era il volto amico di Monica ad accoglierci (Monica Ramaioli, direttrice generale di Fondazione Umberto Veronesi, che in passato aveva organizzato la formazione del personale per l’apertura del Centro di Herat, ndr). E poi l’odore della pasta e del riso speziato, cibo e acqua in abbondanza per tutti, qualche maglietta di ricambio, le toilette pulite, i Carabinieri che facevano giocare i bambini… Sembrava un sogno. Ma al minimo rumore sobbalzavo, avevo ancora il rumore delle esplosioni nelle orecchie».
«All’inizio eravamo disorientate e spaesate. I primi tempi nel centro di accoglienza non sono stati facili: pochi spazi dove imparare a convivere tutti insieme, senza mai uscire per non dare nell’occhio» ammette Mahtab. «Ci ha ridato la forza di sperare la solidarietà degli italiani. La vicinanza delle volontarie, delle donne della Fondazione, che hanno acquistato per noi gli abiti a cui eravamo abituate, hanno scovato questi chador dai toni tenui e luminosi, recuperato colori e pennelli per mio fratello, che è un pittore. Negli alloggi protetti ci portano anche la spesa. Così ora cucino per tutti, preparo il mio riso al curry con il pollo come non avevo mai avuto tempo di fare a Herat. E i bambini si stanno finalmente rilassando, con noi genitori tutto il giorno accanto a loro, giocano spensierati. Uno dei piccoli, che ha un problema di salute importante, è stato preso in carico da un centro specializzato, qui a Milano. Nel momento in cui ho visto gli specialisti occuparsi con tanta cura di mio figlio ho capito che di tutto questo è valsa la pena».
Per Sahar, per la madre e la sorella, a documenti fatti è arrivato un alloggio del Comune. «Appena entrate abbiamo preparato un tè alla menta. E quando il suo profumo si è diffuso nell’aria ci siamo dette, ecco, anche qui è casa. Poi siamo uscite a fare la spesa da sole – prima erano gli altri a portarci il cibo. Abbiamo trovato un negozio di spezie dai sapori familiari, piccole cose semplici che ti danno il senso della vita. Ora il nostro obiettivo è imparare bene l’italiano, indispensabile per il riconoscimento della laurea, che richiede quattro esami piuttosto impegnativi. Chi ha studiato Medicina, dedicando anni e serate sui libri, conosce bene il valore di questa professione, la passione per il mestiere. Impossibile rinunciarvi».
E Mahtab aggiunge: «Preparare gli esami in inglese sarebbe stato più facile, ma faremo tutto quello che serve per poter tornare a fare i medici. L’Italia ha salvato le nostre vite, quelle dei nostri famigliari. Non vediamo l’ora di restituire questo bene supremo. Di salvare le vostre, di vite». Ricominciare da un camice bianco.
(iodonna.it, 20 febbraio 2022)
di Paola Rizzi
Su Wikipedia Italia Cristina Calderón è definita scrittrice, etnografa e lessicografa cilena. Nonché, dal 2009, classificata «tesoro umano vivente» dall’Unesco, riconoscimento che di solito assegna la cultura dominante a qualcosa di unico e immateriale che quella stessa cultura ha contribuito a cancellare. Un tesoro che abbiamo definitivamente perduto mercoledì scorso, quando il covid se l’è portata via a quasi 94 anni in un’ospedale di Punta Arenas, nella Patagonia cilena. Lo hanno ricordato i giornali di tutto il mondo, registrando più che un lutto, un’estinzione che contrae ulteriormente la nostra biodiversità culturale.
In realtà definirla etnografa e lessicografa fa un po’ specie, perché Cristina non era una studiosa, ma se mai l’“oggetto” di studio che si era fatta soggetto, testimone attivo e militante di un’etnia e soprattutto di una lingua destinata ad una irrimediabile scomparsa dopo la sua morte. È la parabola, comune a tanti popoli nativi, degli yagan, poche centinaia di individui malamente sopravvissuti all’impatto devastante con la colonizzazione, dopo 6000 anni vissuti come pescatori nomadi tra i fiordi e i ghiacciai del canale di Beagle, tra la Terra del Fuoco e l’isola di Navarino, nell’estremo sud antartico. Da piccolissima Cristina aveva condiviso quella vita durissima con la sua famiglia, pagaiando e pescando nelle acque gelide attorno all’isola. Poi si erano dovuti fermare: inaccettabile per le autorità cilene quell’andare senza regole. E lo stratagemma era stato vietare la circolazione libera di piccoli natanti, le canoe tradizionali di corteccia.
Una manciata di famiglie si è stabilita a Villa Ukika, vicino al capoluogo Puerto William, 120 chilometri a Nord di capo Horn. Lì ho incontrato brevemente qualche anno fa Cristina Calderón, la abuela Cristina per tutti. A lei aveva lasciato il testimone la sorella maggiore Úrsula, morta anni prima e molto attiva nel difendere la causa della lingua e della cultura yagan. Cristina era più schiva, ma ferma come una roccia. È alle sorelle Calderón che si deve la realizzazione, tra le altre cose, di una guida multietnica degli uccelli delle foreste originarie subantartiche, dove il picchio gigante e l’oca di Magellano sono descritti con criteri scientifici, culturali e artistici e con i nomi e le leggende yagan raccontate da Cristina e Úrsula. Nella cultura yagan, del resto, gli uomini sono parenti stretti degli uccelli. Un progetto voluto dal filosofo e biologo cileno Ricardo Rozzi, che ha il suo epicentro nel parco di Omora nell’isola Navarino e sull’idea della relazione etica, indissolubile e orizzontale, tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi, senza gerarchie. Con la nipote, Cristina ha realizzato anche un vocabolario yagan, lingua ricchissima di oltre 30mila vocaboli dal suono dolce. L’ho sentito a casa sua, mentre cercava di far dire qualcosa alla nipotina: “nonna”, kuluána. «Nessuno parla più lo yagan – si lamentava – Abbiamo organizzato una scuola per un po’ di tempo. Ma la verità è che i giovani non sono interessati. Non imparano, solo qualche parola». Anche per lei, ultima parlante, non era facile: «Finché era viva mia sorella parlavo con lei. Ora da sola, è più difficile ricordare». E anche cantare: «Mia sorella conosceva i canti tradizionali, li cantavamo insieme, ma ora da sola non ne sono più capace». La malinconia, appunto, dell’estinzione.
Il mito di Lola
La vicenda di Cristina ricorda quella di un’altra matriarca indigena custode della lingua e dei canti di un popolo sterminato poche centinaia di chilometri più a nord, i selk’nam della Terra del fuoco. Se gli yagan erano pescatori, i selk’nam erano cacciatori, ragion per cui ne venne fatta strage alla fine dell’Ottocento con vere e proprie battute di caccia dagli allevatori europei che li consideravano pericolosi concorrenti, alla stregua di animali predatori. Negli anni Sessanta dall’incontro di due donne, l’antropologa americana Ann Chapman e l’ultima sciamana Lola Kiepja è nato uno straordinario catalogo di canti che illustrano la complicata e affascinante cosmogonia selknam. Lola, morta nel 1966, fu anche lei l’ultima parlante di una lingua e di un’etnia dichiarata ufficialmente estinta nel 1974. Su youtube si possono ascoltare le sue nenie per allontanare il vento o la pioggia o per incantare la balena e attirarla a riva.
Un’epopea di grandi madri che si dipana attraverso la parola e il canto fino ad oggi, con una finestra aperta sul futuro. Tra i sette figli di Cristina, che ha avuto tre mariti, merita una menzione Lidia González Calderón: a gennaio è stata eletta come unica rappresentante del popolo yagan alla costituente cilena che dovrà ridisegnare l’architettura dello stato ed è una dei sette vicepresidenti, tra i quali c’è anche la rappresentante degli indigeni mapuche Natividad Llanquileo. Accanto alla presidente, medica e ricercatrice, María Elisa Quinteros Cáceres. Girls power in stile australe.
(Globalist.it, 20 febbraio 2022)
CAMILLA CEDERNA – Camilla, la Cederna e le altre, a cura di Irene Soave, Bompiani, 2021.
Frivola e implacabile, antropologa più che pettegola, non ha mai rinunciato, nella sua lunga carriera di giornalista e scrittrice, a coltivare la capacità di indignarsi. Una regale “zitella” che ha saputo raccogliere anche molti insulti con la sua arte di “trattare con serietà le cose frivole e con leggerezza le cose gravi”. I suoi ritratti di donne raccolti in questo volume sono un viaggio meraviglioso attraverso il novecento. In dialogo Irene Soave e Claudia Pinelli. Introduce Mirella Maifreda.
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di Sarantis Thanopulos
Nel novembre scorso Kathleen Stock, filosofa dell’Università del Sussex, ha dato le sue dimissioni a causa di una dura contestazione nei suoi confronti da parte degli studenti della sua Università e di molti accademici inglesi, da lei definita “ostracismo medievale”. Stock, denunciata come transfobica, è legata alla LGB-Alliance che ritiene la confusione tra “sesso biologico” e “genere” una minaccia contro il diritto di gay, lesbiche e bisessuali di amare persone dello stesso sesso. Giorni fa la cantante inglese Adele, vincitrice nei Brit-Awards, per la prima volta assegnati senza distinzione tra cantanti donne e uomini, ha dichiarato durante la premiazione: «Capisco perché hanno cambiato il nome del premio, ma amo davvero essere una donna, amo davvero essere un’artista donna». Anche lei è stata contestata di “transfobia femminista”. Sottende questo conflitto, diffuso in tutto il mondo occidentale, la questione del rapporto con il nostro corpo. Il fraintendimento di questo rapporto è chiaro nell’affermazione finale dell’intervento su The Guardian di una donna transessuale che ha sottoposto il suo corpo a varie manipolazioni: «Se il mio corpo è un vascello io sono il suo capitano». Questa è una concezione che, secondo quanto ha detto, nasce come reazione al fatto che il nostro corpo è “arbitrario”. Non si può scegliere il colore dei nostri occhi, dei nostri cappelli, della nostra pelle. Se il nostro Sé è in disaccordo con il nostro corpo possiamo modificare quest’ultimo superficialmente o in modo che «cambi la vita».
Possiamo cambiare il colore dei nostri capelli e anche dei nostri occhi (con lenti colorate). Michael Jackson provò a cambiare il colore della sua pelle. Si cambia seno, labbra, orecchie. Non è la stessa cosa di un trapianto/cambiamento d’organo. Non tanto per la solita priorità assegnata alla sopravvivenza materiale, ma, piuttosto, perché riguarda la nostra apparenza, il nostro “aspetto”.
Siamo sicuri che quando modifichiamo il nostro corpo è il nostro Sé che lo esige e non lo sguardo degli altri (sia che lo compiacciamo sia che lo combattiamo)? L’idea poi che siamo padroni del nostro corpo e lo manipoliamo come ci pare e piace (diversa dal controllo mentale, ugualmente mistificante, su di esso) tradisce l’interiorità, perché ignora che l’intima sensazione/concezione di sé ha le sue radici nelle relazioni corporee. Queste radici sono sensuali, erotiche. Quando una persona è in disaccordo col suo corpo sul piano dell’identità sessuale deve fare i conti con il fatto che sul piano erotico ciò è una limitazione seria. Se le donne (eterosessuali e omosessuali) non si identificano con le donne transessuali, non è perché sono “femministe”, ma perché per loro avere un corpo di donna e non di un uomo non è cosa di poco conto. Dal loro punto di vista, che non si vede come possa non essere condiviso, il loro corpo sessuato, erotico è fondamentale (indipendentemente dal suo aspetto). E non riescono a riconoscerlo in un corpo di uomo modificato che non sarà mai il loro, ma un sembiante. Viviamo in un mondo che diffida della complessità e ama le semplificazioni. È necessario resistergli. Il corpo biologico non basta per avere un’identità sessuale e mai si può imporre a un essere umano di sentirsi in un modo che non riconosce suo. La castrazione psichica è la cosa più terribile che ci può accadere. Inversamente, l’apparato psichico non può costruire un corpo erotico. Affrontare la contraddizione tra il sesso biologico e il sesso psichico ricorrendo al “genere” (il sesso come comportamento sociale, l’incubo di un mondo stereotipizzato) è peggio che andar di notte. Tra una donna e una donna transessuale la differenza è ineliminabile, se non si vuole aggredire la sessualità femminile. Si vada oltre la finzione e l’ipocrisia. L’inclusione vera è l’accettazione dell’altro che non nega la sua differenza.
(il manifesto, 18 febbraio 2022)
di Alessandra Pigliaru
Un percorso di saggi e narrazioni sul desiderio e il piacere femminile. Da Tamara Tenenbaum a Catherine Malabou, da María-Milagros Rivera Garretas a Barbara Verzini. La pandemia ha reso evidente la rimozione dei corpi e ha rimpicciolito gli spazi delle relazioni, sessuali ed erotiche. È però questo un processo che ha radici lontane
«Quello che penso sia successo con la pandemia è che ha accentuato cose che stavano già accadendo, cioè che siamo così sovrasfruttati tutto il tempo che è difficile per noi connetterci con il desiderio». A riferirlo è Tamara Tenenbaum in una conversazione con Pablo Herón per «La Izquierda Diario» (e riportata da «La voce delle lotte»). Dalla intervista sono trascorsi circa due anni e, con probabilità, adesso abbiamo più elementi per comprendere lo smarrimento di cui accenna Tenenbaum, scrittrice con una formazione filosofica nata e cresciuta in una comunità ebraica ortodossa nel quartiere di Once, a Buenos Aires, che nel 2019 ha dato alle stampe El fin del amor. Querer y coger en el siglo XXI. Per Fandango, esce ora la versione italiana La fine dell’amore. Amare e scopare nel XXI secolo (pp. 224, euro 20, traduzione di Alberto Bile Spadaccini), un testo che consente di orientarsi nell’arcipelago complesso delle relazioni partendo da una esperienza di trasformazione personale che sposta una ragazza a riflettere sulla propria libertà, sulla propria autonomia simbolica, sul proprio disidentificarsi con ciò che è il dettato all’apparenza obbligatorio della coppia.
Lasciata la propria comunità, Tenenbaum fa interloquire la propria storia per ricontrattarne i contorni. L’amore da congedare è quello romantico. Più avanti, sottolineando il tenore di questa decostruzione a partire da sé, specifica che il desiderio ha un carattere paradossale, «lo percepiamo come una cosa che ci succede, un accidente che ci capita, eppure dobbiamo assumerne la responsabilità». Non solo del nostro, ma anche di quello altrui. Ed è qui che consiste l’opposizione tra la libertà e il consumo neoliberista. Lo dice a partire da sé, dal proprio essere donna. Potremmo aggiungere che la scoperta di una tale generatività priva di imperativi sia l’ingresso diretto al piacere.
Non c’è bisogno di dire quanto la stretta pandemica sia stata nociva al desiderio, in primis quello sessuale. Questa distanza di sicurezza arriva però da lontano, si è radicata negli anni e oggi la ritirata del desiderio, sacrificato sull’altare di una deriva politica a tratti reazionaria e depressiva, non è, ancora una volta, un’astrazione. Diventa piuttosto qualcosa che si inchioda ai corpi. Leggere Il piacere rimosso. Clitoride e pensiero, di Catherine Malabou (Mimesis, pp. 157, euro 14, traduzione di Linda Valle, prefazione di Jennifer Guerra, il 6 marzo se ne discuterà a Milano nell’ambito di BookPride alle 14.30) precisa al mondo una geografia incarnata. A partire dalla domanda sul soggetto del femminismo, Malabou – filosofa, psicoanalista e docente alla Kingston University – fa un’operazione piuttosto azzardata e dunque preziosa di questi tempi: intanto riparla apertamente di clitoride, al centro di molte riflessioni – inaggirabili quelle di Carla Lonzi che nel 1971 scrive La donna clitoridea e la donna vaginale pubblicandolo in un volumetto edito da Rivolta Femminile con Sputiamo su Hegel). Dà alla clitoride uno statuto politico, tornando dunque a un posizionamento che, radicandosi almeno storicamente nel pensiero della differenza sessuale, osserva e interroga genealogie critiche e altre soggettività.
Oltre Lonzi, cui dedica un capitolo, la ricognizione passa infatti al setaccio Simone de Beauvoir, Luce Irigaray ma anche l’immaginario ninfale e naturalmente quello maschile che in questi decenni di nascondimenti ha creduto di poter disporre dell’orgasmo femminile. Ricordando che non esistono «corpi intatti» né indenni da «artefatti farmacologici», Malabou dialoga inoltre con l’esperienza di Paul B. Preciado e degli approcci queer, intersessuali, trans; la clitoride, spiega «è diventata il nome di un dispositivo libidinale che non appartiene necessariamente alle donne e sovverte la visione tradizionale della sessualità, del piacere e dei generi. Altre chirurgie, altri immaginari».
Più che domandarsi di quale rimozione si stia vagheggiando nel titolo, sarà il caso di chiedersi quante siano. Malabou ripercorre la violenza che ha attraversato i corpi delle donne, per occultare, eliminare, e poi ancora opprimere a diverse latitudini. Nel 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 6 febbraio «Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (mgf)» e se la clitoridectomia è stata anzitutto simbolica, per impiantare al suo posto il fallomorfismo che ben conosciamo, è pratica utilizzata, come lo sono l’escissione e l’infibulazione. Si parla di una ragazza o una donna escissa ogni quindici secondi.
La clitoride però è un’anarchica, conclude Catherine Malabou. E lo è perché con l’anarchia condivide l’ingovernabilità, la clandestinità e il grado massimo di rifiuto del potere. È sulla base di questa rivoluzione di prospettiva che produce pensiero, che può essere crocevia di molteplicità come di desideri plurali. Del resto, dopo le agonistiche e spesso arroganti elucubrazioni falliche, c’è una ragione sufficiente per cui non si possa rendere alla clitoride (e dunque al piacere), questa piccola e smisurata altura incastonata di meraviglie, tutta la centralità sovrana che le è propria? Ne avremmo tutti e tutte nutrimento oltre che godimento.
Certo il problema permane quando si cerca il contatto con altri corpi ma anche per questo María-Milagros Rivera Garretas ha scritto Il piacere femminile è clitorideo (uscito a Madrid e ora, grazie alla traduzione di Barbara Verzini, disponibile anche in Italia; edizione indipendente, è il quarto titolo della collana «A mano», pp. 208, euro 17, verrà discusso alla Libreria delle donne di Milano il 26 febbraio, alle 18). Storica medioevale che ha insegnato all’Università di Barcellona e che, nella stessa città, ha fondato con altre Duoda (Barcellona) e ora Dhuoda (Cáceres), Rivera Garretas fa ordine su una serie di malintesi che cominciano proprio dalle parole. È per esempio il caso emblematico di «ermeneutica» che, se ha prodotto molta della violenza che conosciamo (dall’impianto accademico alla costrizione del metodo cartesiano), contiene le «erme», una pratica e un’usanza femminile ancestrale delle donne aymara boliviane che, quando viaggiavano, ponevano una piccola pietra sopra dei mucchietti ai punti di incrocio tra valle e montagna per chiedere protezione divina. Il cumulo di sassolini della Dea Era (e non di Hermes) è una collina, ovvero la clitoride.
Questo cambio prospettico, uno dei tanti esempi che propone l’autrice, è la traiettoria di ritorno all’origine, così come lo sono le poesie di Emily Dickinson o le voci di Juana Inés de la Cruz o ancora di quel legame che dal piacere passa al godimento, al toccare e ritoccare delle labbra di cui ha scritto Luce Irigaray nel suo Questo sesso che non è un sesso (1977) e che ancora ha molto da raccontare. Bisogna approfittare, secondo Rivera Garretas, dei misteri clitoridei che sono tali poiché «la nostra cultura trova difficile capire e impossibile ammettere che i concetti vengono concepiti nel piacere, non nello studio né nello sforzo angoscioso della ragione». Ecco spiegata l’immagine secondo cui «la donna clitoridea concepisce corpi senza coito e concetti senza fallo».
Non è una suggestione, è il senso libero di una esplorazione di cui rende conto Barbara Verzini nel suo La Madre nel Mare. L’enigma di Tiamat (volume prezioso e frutto di edizione indipendente, che inaugura la collana «A mano» (pp. 110, euro 16). È un testo speciale, sofisticato nell’esegesi, poetico di scavo per le connessioni teoriche, simboliche e artistiche individuate e in cui si studia e si legge, con sguardo innamorato, il poema accadico Enuma Elish (sette tavole di 150 versi ognuna) e la babilonese Tiamat, signora del Chaos.
«Affrontare la dismisura femminile», avverte Verzini, filosofa indipendente e docente a Barcellona al Master di Duoda e anche lei, con altre, fondatrici di Dhuoda, «è un problema del patriarcato e delle donne patriarcali». Dalle profondità oceaniche di Tiamat, origine e totalità, arriva allora lo scintillio trasformativo che – al posto del rimpicciolimento di cui in tante hanno fatto e fanno esperienza, chiudendo il piacere clitorideo in un cassetto – propone di spalancare la visione: «Sia benvenuto un mondo di abbondanza di rane e di bocche dalle carnose labbra, un mondo che brinda alla differenza e alla grandezza femminile, dove nessuna sia mai più costretta a farsi piccola mentre si sente chiamare pazza, ma possa gridare indomita la propria eccedenza».
Da questa festa politica di libri, non sembra che il desiderio sia poi così sdrucito, si tratta solo di tenerlo insieme al piacere dei corpi. Che sentono e vivono tutto, con amore passione e talvolta stordimento. Come un abbraccio irrinunciabile.
(il manifesto.it, 17 febbraio 2022)
di Luciana Tavernini
Nel suo ultimo libro Pudore selvaggio. L’estate in Corsica di Sibilla Aleramo Luisella Vèroli, esploratrice degli archetipi del femminile e prima biografa di Alda Merini di cui ha scritto in Reato di vita, Autobiografia e poesia e in Alda Merini ridevamo come matte (2011), ci propone un breve e finora inesplorato periodo della vita di Sibilla Aleramo, l’estate del 1912 in Corsica. E lo fa basandosi sulla documentazione dell’archivio Gramsci di Roma, su lettere, diari, fotografie inedite di chi l’ha conosciuta, ma anche ricreando dialoghi e situazioni verosimili, in cui unisce la sua conoscenza della Corsica, in cui Vèroli soggiorna da quarant’anni, e le sue conoscenze di archeologia femminile.
Così possiamo viaggiare in compagnia di Sibilla alla scoperta di figure femminili del mito e conoscere anche le mazzere e una bandita; vedere lo schiudersi di amicizie, come quella con Anne-Marie Comnène e Benjamin Crémieux, con cui condivide riflessioni sulle relazioni tra donne, tra donne e uomini, e sulla scrittura e che la metteranno in contatto con circoli culturali parigini. Possiamo seguire lo sbocciare dell’amore incandescente per il giovane Joe Luciani, di cui diventa maestra di piacere proprio perché non rinuncia al proprio. E, per la prima volta, la scrittrice e giornalista si scopre anche poeta.
Un viaggio dunque alla scoperta dell’energia creativa femminile che sa trasformare anche gli uomini.
Luisella Vèroli, Pudore selvaggio. L’estate in Corsica di Sibilla Aleramo,
Associazione Culturale Le Melusine/ La vita felice, Milano 2020, € 14,00
Per saperne di più una approfondita e appassionata recensione:
Nadia Tarantini, Pudore selvaggio, selvaggia nudità, Letterate magazine, 2 dicembre 2020
www.letteratemagazine.it/2020/12/02/pudore-selvaggio-selvaggia-nudita
e per conoscere l’autrice il video di uno degli incontri di presentazione del libro:
Intervista di Katia Trinca Colonel a Luisella Vèroli per il Circolo dei lettori di Como
m.facebook.com/watch/?v=166918662140447&_rdr
(www.libreriadelledonne.it, 13 febbraio 2022)
di Maryan Ismail
Così come ci siamo giustamente allarmate e indignate per la pacca sul sedere in diretta alla giornalista Greta Beccaglia, altrettanta e ancor più forte preoccupazione desta quello che è accaduto in piazza del Duomo nella notte di Capodanno.
Guardando i video che girano nel web si evince che si trattavano di vere Taharrush Jama’i (assalti e aggressioni sessuali).
Le vittime sarebbero almeno 9 e i presunti aggressori indagati sono giovani e giovanissimi ragazzi stranieri e italiani con i genitori di origine nordafricana. Non è un caso che i video girano nei social di lingua araba. Qualora fossero responsabili non dovranno avere attenuanti culturali, ma essere giudicati per violenza sessuale di gruppo.
Per comprendere che si è trattato di Taharrush Jama’i bisogna sapere come si svolgono le aggressioni. Le vittime, come in altri casi precedenti, sono state isolate e assalite con azioni precise, che prevedono la formazione di tre cerchi stretti di uomini e/o ragazzi.
Il primo è quello che violenta fisicamente la ragazza. Il secondo cerchio filma, fotografa e si gode lo spettacolo, infine il terzo cerchio distrae la folla vicina con urla e rumori per non far comprendere cosa accade.
Il compito più odioso è svolto da uno o due maschi del primo cerchio che si fingono “protettori e salvatori” e che rassicurano la vittima convincendola che sono lì per aiutarla (nel video con le ragazze tedesche si notano due giovani che “cercano” di spingerle fuori dalle transenne), ma che poi essi stessi partecipano attivamente alla violenza di gruppo. La tecnica di protezione ha lo scopo di disorientare la ragazza e di spezzarne la resistenza perché non sa più di chi fidarsi. Patisce così anche un ulteriore e drammatico supplizio di tipo psicologico.
È bene sapere che la vittima subisce palpeggiamenti, svestimenti, percosse, morsi, penetrazioni digitali o di corpi estranei e se ci sono condizioni di tempo, violenza sessuale vera e propria.
Il fenomeno è esploso in Egitto nel 2011 durante la caduta di Mubarak ed è stato ben documentato dalla giornalista della CBS Lara Logan, vittima di un assalto in Piazza Tahrir mentre svolgeva un servizio televisivo.
Da allora anche se con molta difficoltà sono state raccolte altre testimonianze di vittime e si sono messe in atto una serie di precauzioni e di tutele per le donne che possono essere esposte a violenza di gruppo in circostanze di eventi pubblici, raduni, concerti o feste religiose.
Nessuna è al sicuro. Vengono assalite donne con o senza il velo, di qualsiasi religione o provenienza e di tutte le età (dai 7 ai 70).
Nel mondo arabo islamico il problema viene affrontato a tutti i livelli, senza nascondere che è specificamente culturale. Trattasi di ulteriori forme di devianza misogina, patriarcale e maschilista.
Il senso di questa specifica violenza di genere è il dominio e il controllo sulle donne. Sono aspetti che non si nascondono o si giustificano.
Ora questo terribile fenomeno sbarca in Europa e non solo (si sono registrati casi in India, Pakistan, Indonesia ecc).
Lo abbiamo visto accadere a Colonia e all’inizio dell’anno ha sfregiato anche la nostra Milano e le sue cittadine.
Affrontare questa nuova forma di violenza senza sminuirne l’importanza e la specificità per paura di passare per islamofobi o razzisti è urgente e necessario per la sicurezza di noi tutte.
Sarà utile mettere da parte le ideologie del caso e lavorare tutti insieme. Forze dell’ordine, istituzioni e famiglie.
Non vi è bisogno di assumere vigili, esercito o poliziotti in più (quanto altro tempo dobbiamo attendere?), ma di mettere in atto un urgente e serio programma d’intervento nelle periferie, scuole, parrocchie, consultori, ambulatori, stadi e centri di aggregazione. In altri termini ripensare al controllo del territorio con una visione di prevenzione e tutela ex ante/ex post.
Donne, ragazze, giovani, coesione sociale, integrazione, cittadinanza positiva e dialogo tra comunità o tra le religioni sono in serio pericolo.
Ed è bene non far finta di nulla sperando che passato il momento tutto ritorna come prima. Non è così e ormai i campanelli d’allarme sono parecchi.
(#IlPunto di Maryan Ismail, 12 gennaio 2022)
di Luca Kocci
«Italy Church Too». La rete di associazioni si muove su tre fronti: ecclesiale, politico e dell’informazione. Alla Chiesa italiana viene chiesto di avviare una commissione indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero. Lo Stato è invitato a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono lo svolgimento dei processi e il Parlamento sollecitato a valutare la possibilità di costituire una specifica commissione di inchiesta
Italy Church Too, ovvero «anche la Chiesa italiana». È questo l’hashtag – rielaborazione del Me too del movimento femminista contro le molestie sessuali – scelto dalle associazioni che ieri hanno presentato il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. La Conferenza episcopale italiana continua sostanzialmente a eludere il problema e a rifiutare la proposta di costituire una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero, per esempio come quella voluta dall’arcidiocesi di Monaco di Baviera-Frisinga, che ha messo sotto accusa sia Joseph Ratzinger sia il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, ovvero colui che quella commissione ha voluto. L’unica apertura – si fa per dire – arrivata dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, in un’intervista al Corriere della Sera a fine gennaio, è quella di una raccolta dei dati in possesso dei Servizi diocesani per la tutela dei minori. Non una commissione indipendente quindi, ma una specie di indagine interna affidata agli stessi organismi ecclesiastici. Senza contare poi che la proposta Bassetti arriva a poco più di tre mesi dal suo pensionamento: a maggio, infatti, i vescovi italiani sceglieranno il nuovo presidente della Cei. Se fosse stata seria, avrebbe potuto realizzarla nei cinque anni in cui è stato alla guida della Chiesa italiana (da maggio 2017) e non lanciarla alla vigilia del suo addio, anche perché pressato dagli organi di stampa. La spinta allora parte dal basso, da sette associazioni (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe) e due riviste (Adista e Left) che decidono di muoversi su tre fronti: ecclesiale, politico e dell’informazione. Alla Chiesa italiana viene chiesto di avviare una commissione indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero. Lo Stato è invitato a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono lo svolgimento dei processi e il Parlamento sollecitato a valutare la possibilità di costituire una specifica commissione di inchiesta. E venerdì 18 febbraio verrà messo online dal settimanale Left un database che, anche grazie alle informazioni raccolte negli anni dall’associazione di vittime “L’Abuso”, documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana. «Chiediamo che la Cei affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa – spiega Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa. Chiediamo che a guidarla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. E chiediamo che sia un’indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale, per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime». «Serve adeguare le leggi», aggiunge Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo. «Sono state avanzate istanze allo Stato e all’Onu – prosegue -, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine, ma la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima. Si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti, sarebbe già una svolta. Bisogna poi estendere a tutti il certificato antipedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori. E attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime». A differenza di molti Paesi nel mondo – aggiunge Ludovica Eugenio, responsabile dell’agenzia di informazioni Adista – dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine». Il coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia «vuole essere uno strumento di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime».
(il manifesto, 16 febbraio 2022)
UDI – Unione Donne in Italia, 14 febbraio 2022
COMUNICATO STAMPA
Finalmente martedì 15 febbraio inizierà in Commissione Giustizia del Senato la discussione sull’attribuzione diretta ai figli del cognome della madre.
Sono 40 anni che le donne chiedono inascoltate che il proprio cognome non venga cancellato. Nel tempo in cui la dignità si fa tema politico, il cognome della madre taciuto, prima di essere un’ingiustizia, appare per quello che è: uno scandalo.
È tempo di verità, che i figli portino i segni di coloro che li hanno generati e che il loro nome sia una storia e non un attestato di proprietà.
Vogliamo che questo sia alla nascita senza necessità di accordi e concessioni tra coniugi.
Ci auguriamo che questa discussione non si impantani in sterili conflitti, in contrapposizioni strumentali, in furbe lungaggini.
Le donne, oggi più che mai, hanno un enorme credito da riscuotere.
UDI-Unione Donne in Italia
(https://www.facebook.com/, 14 febbraio 2022)