di Mirko Mussetti
(Quando) il passato serve per capire il presente
Proponiamo la lettura dell’articolo di Mirko Mussetti, pubblicato sul sito dell’autore quasi un anno fa. Leggendo l’articolo non si può fare a meno di pensare alle innumerevoli volte che, al verificarsi di un evento tragico, si sente dire che era una tragedia annunciata: succede per tante vittime di femminicidio, è successo per la crisi economica del 2007… e in altre innumerevoli occasioni.
La domanda allora è perché un’intera classe politica non sia riuscita a rendersi conto di quello che si stava preparando, non abbia avuto e continui a non avere la lungimiranza di vedere più lontano pur godendo dell’enorme sapere elaborato in quotati centri di ricerca da stimati analisti, in centri di studio, istituzionali e non, e nonostante la disponibilità di tutte le informazioni degli apparati di intelligence. (La redazione del sito Libreria delle donne)
Da fine marzo la Russia sta concentrando truppe e mezzi militari lungo il confine orientale dell’Ucraina e in Crimea, riannessa da Mosca nel 2014.
Il Cremlino parla ufficialmente di legittime esercitazioni militari sul proprio territorio, ma i circa 85 mila soldati dispiegati a ridosso delle frontiere inducono a non scartare un’imminente invasione russa dell’Ucraina. In virtù non solo della quantità di uomini mobilitati, ma anche della qualità della tecnologia coinvolta.
Oltre all’artiglieria e alla strumentazione idonea all’abbattimento di droni, potrebbero ben presto fare la comparsa nella regione decine di carri armati senza pilota Uran-9, già testati con successo in Siria. La recente visita del potente ministro della Difesa russo Sergej Shoigu ai siti di produzione dei tank robotizzati a Nakhabino, nei pressi di Mosca, è un messaggio in tal senso. Soprattutto, si registra la presenza di diverse batterie missilistiche a raggio intermedio Iskander-M (potenzialmente a capacità nucleare) in grado di colpire il cuore dell’Ucraina, a ovest del fiume Dnipro/Dnepr.
La concentrazione di assetti militari non riguarda solo la forza terrestre. La Russia ha trasferito nel Mar d’Azov imbarcazioni d’assalto anfibio provenienti dal Mar Caspio attraverso il canale del Volga-Don. Nel frattempo altre imbarcazioni militari della flotta del Mar Baltico si stanno dirigendo verso il Mar Nero. Il ministero della Difesa russo ha annunciato che si terranno nei prossimi giorni ampie esercitazioni aeronavali.
Inizialmente attese per il 14 e 15 aprile, le cacciatorpediniere statunitensi USS Donald Cook e USS Roosevelt hanno annullato il loro ingresso nel Mar Nero. In un contesto di alta tensione, la mossa americana sarebbe stata percepita a Mosca come più di una provocazione: essa avrebbe costituito un’intromissione nel naturale spazio geostrategico russo, che comprende l’intero specchio d’acqua eusino.
Le grandi manovre organizzate dal Cremlino nelle acque adiacenti la Crimea vanno interpretate come risposta a una triplice sfida: contro l’Ucraina, che sta a sua volta ammassando truppe lungo la linea di contatto nel Donbas; contro gli Stati Uniti (e per estensione contro la Nato), che appoggiano politicamente e militarmente il governo di Kiev; contro la Turchia, che non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea e offre droni d’attacco alle forze ucraine.
Proprio l’impiego dei famigerati droni turchi Bayraktar Tb2 contro le repubbliche separatiste filorusse di Luhans’k e Donetsk, in Donbas, potrebbe dare a Mosca il pretesto di partecipare direttamente nel conflitto a difesa dei residenti con passaporto russo. I droni sorvolano da giorni l’area, per ora senza aver mai sparato. La legittimità dell’intervento verrebbe ricercata nei dettami della Costituzione federale, che impone la protezione di tutti i cittadini russi anche se residenti all’estero.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in visita al Cairo, ha invitato i «paesi responsabili» a non vendere armi all’Ucraina. Il sollecito è primariamente rivolto alla Turchia, che con l’Ucraina detiene una stretta collaborazione nell’industria militare. Il fatto che l’esortazione sia stata formulata proprio mentre si trovava in Egitto, avversario strategico della Turchia, non può essere considerato un caso. Lavrov implicitamente fa sorgere un dubbio a qualsiasi paese intenzionato a rifornire le Forze armate di Kiev: «siete sicuri che le rate verranno poi corrisposte?». Alludendo al fatto che, in caso di scontro e di vittoria russa, nessuna industria militare concorrente vedrà il becco di un quattrino. Vale naturalmente anche per gli operatori statunitensi intenzionati a vendere centinaia di lanciarazzi anticarro Javelin all’esercito ucraino.
Gli Stati Uniti hanno compiuto gesti simbolici non casuali. L’attachée militare dell’ambasciata in Ucraina, colonnello Brittany Stewart, si è recata a pochi chilometri dalla linea di contatto nel Donbas; qui ha anche omaggiato la tomba di un noto appartenente al gruppo paramilitare Pravy Sektor con mostrine inneggianti alla lotta (“Ucraina o morte”). Fumo negli occhi per i decisori politici russi, che nell’ultradestra ucraina vedono irrisi gli sforzi sovietici per sconfiggere le forze nazi-fasciste durante la “Grande guerra patriottica”, ossia la seconda guerra mondiale. Non a caso l’omaggio del colonnello Stewart è stato apprezzato dal battaglione “Azov”, altro gruppo paramilitare d’ispirazione neonazista, che si è detto pronto alla lotta contro l’invasore. Il 12 aprile, Washington ha celebrato in lingua russa sui social network il primo uomo nello spazio (12 aprile 1961) senza citare né l’Unione Sovietica né il cosmonauta Jurij Gagarin, ma con la foto di un astronauta americano. Il direttore generale di Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, Dmitrij Rogózin non l’ha presa bene: «Str*nzi. Le superpotenze non si comportano in questo modo». Ciò che può apparire come un banale e infantile alterco palesa in realtà il grado di tensione tra le due potenze nucleari e l’incapacità (o non-volontà) di comunicare.
La difficoltà a relazionarsi si è resa manifesta anche sulla linea Kiev-Mosca. Lo stesso 12 aprile il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe espresso il desiderio di sentire al telefono l’omologo russo Vladimir Putin per confrontarsi sul deterioramento della situazione. Ma dal Cremlino hanno fatto sapere di non aver ricevuto alcuna richiesta di contatto. Forse essa stessa è una risposta di per sé eloquente: le decisioni più dirimenti sono già state prese.
In considerazione delle forze dispiegate, l’eventuale intervento russo potrebbe non limitarsi ai territori separatisti del Donbas ma muovere fino al fiume Dnepr, creando un corridoio logistico verso la Crimea e risolvendo contestualmente la grave questione idrica che affligge la penisola. O spingersi addirittura fino al fiume Nistru/Dnestr, ricreando un parziale equilibrio strategico con il blocco euroatlantico.
La corsa a ricreare una nuova cortina di ferro lungo l’istmo d’Europa (la linea più breve e rettilinea tra il Mar Baltico e il Mar Nero, quindi più difendibile per entrambi i rivali; all’incirca l’asse Kaliningrad-Tiraspol) vede in netto vantaggio gli Stati Uniti. Avvalendosi della propria influenza diplomatica e militare, Washington sta compattando tutti paesi dell’Iniziativa dei Tre Mari e scaricando su di essi parte dei costi infrastrutturali necessari per rendere sostenibile il progetto di ripartizione delle sfere di influenza. E lo fa in modo geometrico.
La simmetria della nuova cortina virtuale si appoggia sui due bastioni del fianco orientale: Polonia e Romania. Il nuovo corridoio ferroviario idoneo al trasporto militare Rail2Sea, dal porto baltico di Danzica (Polonia) al porto eusino di Costanza (Romania), correrà parallelo all’istmo europeo. E a una distanza sufficiente da sfuggire all’avanzata strumentazione per la guerra elettronica russa dispiegata nella exclave di Kaliningrad e potenzialmente trasferibile in Transnistria. Nel nord della Polonia (Redzikowo) e nel sud della Romania (Deveselu) sono ubicate le due basi missilistiche della Nato Aegis Ashore in grado di garantire il più ampio scudo alla penisola europea. A Łask (Polonia centrale) e a Câmpia Turzii (Transilvania), ben distanti dalle coste per sfuggire ad attacchi aeronavali, sono situate le basi aeree che in un futuro prossimo acquisiranno preminente rilievo strategico per il fianco orientale dell’Alleanza. La base polacca è stata selezionata per ospitare i moderni caccia F35a Lightning II, mentre quella romena già ospita decine di droni Mq-9 Reape.
La Russia è conscia che per ripristinare un parziale equilibrio strategico con gli Stati Uniti dovrà riguadagnare posizioni sia sul piano geografico/logistico che su quello tecnologico. Implementare in Transnistria le misure già approntate a Kaliningrad – mix di sistemi missilistici ed equipaggiamento per la guerra elettronica – sarebbe un approccio finanziariamente sostenibile e nelle disponibilità immediate. Ma l’emarginazione della regione separatista della Moldova impedisce il trasferimento sulla sponda sinistra del Dnestr dei sistemi Iskander-M e delle efficienti batterie terra-aria S-350 Vityaz (raggio corto), S-400 Triumph (raggio medio), S-500 Prometheus (raggio lungo).
Se l’intelligence militare russa vuol per davvero raggiungere un parziale equilibrio strategico per i decenni a venire, dovrà fare perno sulla Crimea e consolidare una posizione militare/doganale a ridosso della Bessarabia.
Gli Stati Uniti, senza mai ammetterlo, potrebbero accettare una linea di demarcazione informale e condivisa con la Russia sull’istmo d’Europa. Altrimenti perché investire miliardi in infrastrutture destinate a rimanere nelle retrovie? Sarebbe utile a serrare le fila degli alleati e a contenere l’influenza della Germania sul Vecchio continente. Intanto hanno spostato le batterie missilistiche Himars custodite in Germania nella base multinazionale Mihail Kogălniceanu in Romania, come forma di deterrenza verso Mosca. I sistemi terra-terra sarebbero in grado (forse) di colpire l’ultrafortificata Crimea.
L’Ucraina non entrerà nella Nato, malgrado il giro di telefonate e i vertici degli ultimi giorni. Non solo per la difficoltà di ottenere il consenso unanime al suo ingresso tra i paesi membri, ma soprattutto perché sarebbe disfunzionale agli obiettivi degli Stati Uniti. L’attuale partenariato con Kiev permette già a Washington di portare avanti una propria agenda politica nella regione senza la costante e sfiancante ricerca dell’approvazione degli alleati minori.
Inoltre, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato sarebbe uno smacco tale per la Russia da forzarla alla guerra aperta contro l’ex-sorella sovietica. Dunque, per l’articolo 5 del Trattato, contro tutti gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica, che sarebbero chiamati alla difesa di Kiev. Un rischio elevatissimo per Mosca, per Kiev, per Washington e per tutti i paesi europei poco o per nulla avvezzi al combattimento.
Anche di fronte alle provocazioni statunitensi, la Russia potrebbe procrastinare l’attacco. Agendo d’anticipo, il Cremlino rischia di tornare a esercitare il ruolo di “cattivo”, che già lo contraddistinse all’epoca della Guerra fredda. Ma l’obiettivo di reintegrare in tutto o in parte l’Ucraina nella propria sfera di influenza permane.
Mirko Mussetti è analista di geopolitica e geostrategia, collabora con Limes, rivista italiana di geopolitica. Ha pubblicato, fra gli altri, Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero (goWare, 2018), Némein. L’arte della guerra economica (goWare, 2019) e La rosa geopolitica. Economia, strategia e cultura nelle relazioni internazionali, prefazione di Lucio Caracciolo (Paesi Edizioni 2021).
(mussetti.it, 21 aprile 2021)
di Laura Minguzzi
La guerra non ha un volto di donna è il titolo di un libro di Svetlana Aleskievič scritto nel 1985 ma da poco tradotto e letto in Italia. Non è un caso, era uscito prima della caduta del muro, durante la guerra fredda. Dopo ci fu la perestrojka, l’entusiasmo di una fine della storia, storia intesa come una serie di guerre e paci, quasi assimilabile a un avvicendarsi naturale di stagioni e la fiducia che la formula di M. Gorbačëv di un’Europa Casa Comune potesse realizzarsi senza ostacoli. Un’aspirazione che risale all’800, quando la cultura russa occidentalista guardava a ovest combattendo la Russia zarista. Anche oggi vediamo un movimento di protesta che spera in un cambiamento senza spargimento di sangue. Dal 24 febbraio è in atto una guerra fratricida. Finito il patriarcato, grazie al discernimento indipendente guadagnato da mezzo secolo di movimento delle donne, vediamo fronteggiarsi la mascolinità armata, il disincarnato potere delle armi. I corpi in lotta che ricordo io sono quelli delle Femen, un movimento di giovani donne ucraine che con arditi e creativi flashmob nelle piazze del proprio paese, in Francia, in Russia, in Polonia ecc. hanno disturbato e ostacolato il trionfalismo della cricca del partito di Putin, in patria e in occidente. Quello stesso occidente che oggi scopre di avere condiviso senza troppi scrupoli con “l’Impero del male” affari e ideologie misogine. I corpi delle Pussy Riot che dieci anni fa furono condannate a due anni di Colonia Penale nella prigione di Perm in Siberia e che vanno oggi in Piazza Pushkin o al Maneggio come allora (ed è notizia recente, Marija Alëchina è stata arrestata) per denunciare l’alleanza di Putin con la Chiesa ortodossa, col patriarca Kirill, che giustifica la guerra – i due poteri uniti contro la libertà femminile e la libertà di pensiero per restaurare un fantascientifico potere imperiale. Non a caso Putin ha intavolato una tragicomica conferenza stampa per l’otto marzo circondandosi di donne di potere che lo sostengono. A lui piacciono le donne che lo confermano nella sua virilità armata. Come Valentina Ivanovna Matvienko, che al Consiglio di Stato, ha approvato la cosiddetta “Operazione speciale” e che irride pubblicamente le minuscole preoccupazioni quotidiane e alle sofferenze delle donne ucraine e russe, della gente comune a fronte e in nome della difesa dei confini e della potenza della patria. Non vede le tragiche condizioni dei milioni di donne e civili che fuggono dall’Ucraina (che pure è il suo paese di origine) e nemmeno le sofferenze del proprio popolo.
Ogni giorno in alcune grandi città russe manifestano giovani e non solo, che riescono a comunicare su siti liberi (Telegram, Medusa, Youtube ecc…) non ancora bloccati dalla censura di Stato. Si danno appuntamento online in alcune piazze a ore stabilite, rischiano arresti, licenziamenti e molti anni di prigione e ci informano sulla situazione reale al di là della propaganda menzognera. Sappiamo che il movimento delle madri russe fa sentire la sua voce di verità come fu durante la guerra in Cecenia e in Afganistan. I soldati russi morti sono più di 5000 nei primi giorni di guerra come si denuncia sul canale youtube di Aleksej Naval’nyj. Purtroppo anche in Ucraina vediamo agire la propaganda di Stato a colpi di immagini seduttive. Su Facebook sono postate già dal 2014 foto di giovani donne, molto truccate e sorridenti che in tuta mimetica abbracciano fucili e inneggiano al presidente, eletto a eroe della patria. Una sorta di simmetrico incitamento/esaltazione maschile del sacrificio di sé, che fa leva sulla bellezza dei corpi femminili e ne fa un uso strumentale. Le foto sono quelle di giovani, morte in campo di battaglia, durante gli otto anni della guerra di cosiddetto basso profilo ai confini orientali del paese, mostrate come modelli da seguire. Per fortuna nonostante ci siano molte giovani donne arruolate nell’esercito nazionale ucraino, non parlano oggi a favore della guerra e le molte ucraine presenti in Italia, che hanno manifestato nelle nostre piazze per la pace, raccontano dei loro sforzi per convincere figli, mariti, parenti, fidanzati a fuggire e ricongiungersi con loro nelle nostre città.
(www.libreriadelledonne.it, 10 marzo 2022)
di Pinella Leocata
Catania. La rete de La RagnaTela ha dedicato questo 8 marzo alla potenza delle donne, alla loro forza creativa, alla capacità di dare la vita e di tutelarla, come in questi terribili giorni di guerra che mostrano le donne ucraine determinate a mettere in salvo la vita dei propri figli e dei propri cari. Per dire che “le donne sanno” – che sanno che tutte le questioni le riguardano e che sono capaci di reinventare il domani e di discutere e ridefinire ogni cosa – si sono riunite in piazza Federico di Svevia davanti al loro grande striscione, a una bandiera della pace e a una composizione delle opere della street artist afgana Shamsia Hassani che, con senso onirico e poetico, parla della guerra e delle città.
Su tutto s’impone il lungo tappeto rosso delle donne che, con il loro sapere, hanno inciso beneficamente sull’umanità. Tante le immagini di scienziate, ambientaliste, pacifiste e rivoluzionarie, come Franca Viola che con il suo no alle nozze riparatrici con il suo violentatore ha contribuito a spezzare l’omertà e a cambiare il costume delle donne, e Rosa Park che rifiutandosi di cedere il posto a un bianco ha aperto la stagione dei diritti dei neri americani. Ci sono le tre biologhe italiane che per prime in Europa hanno isolato il Covid 19, tre meridionali, la campana Maria Rosa Capobianchi, la molisana Francesca Calavita e la siciliana Conetta Castelletti. C’è Françoise Barré Sinoussi, francese, l’immunologa che ha indentificato e isolato l’Hiv, premio Nobel per la Medicina nel 2008. C’è Rigoberta Menchù Tum, esponente del movimento di liberazione degli Indios, premio Nobel per la pace nel 1992. C’è l’ambientalista e scrittrice Naomi Klein, e l’attivista ambientalista Vandana Shiva e tante altre. E con loro un grande panello dell’artista e scenografa Concetta Rovere composto da volti di donna, disegni abbigliati con stoffe, lane e stringhe in una composizione improntata alla filosofia del recupero e della creatività.
Tante le donne che hanno preso la parola al microfono, come Anna Di Salvo che ricorda le riflessioni delle donne contro la guerra, i pensieri delle filosofe Hannah Arendt, Carla Lonzi e Simone Weil e della scrittrice Virginia Woolf che ne “Le tre ghinee” spronava a inventare pratiche e parole nuove per opporsi alla guerra. Nunzia Scandurra sottolinea la grande competenza che le donne mettono in campo ogni giorno, seppure spesso non vengono neppure nominate. E Mirella Clausi evidenzia la grande forza delle donne, come quella delle studentesse calabresi che hanno denunciato le molestie del loro professore. Da lei parole forti contro l’orrore della guerra e la consapevolezza che “nel mondo c’è bisogno del pensiero e della forza femminile”, “c’è bisogno della nostra capacità di gestire il mondo in modo differente”. E c’è bisogno, come dice Cinzia Colajanni dell’Adas, Associazione a difesa dell’ambiente e della salute, di organizzarsi e di lottare per una città accessibile a tutte e a tutti, disabili, anziani, mamme con bambini. E, a questo proposito, Simonetta Cormaci, dell’Unione italiana ciechi, ha ricordato l’apertura, nella sede di via Louis Braille 6, del primo sportello in Sicilia dedicato alle donne con e senza disabilità, un luogo accessibile a tutti, a partire dall’assenza di barriere architettoniche, un posto dove aiutare le persone a lottare la doppia discriminazione dell’essere donna e disabile. Infine da Pina Palella dell’Anpi l’invito a educare le nuove generazioni all’accettazione, all’abbandono degli stereotipi.
E non è mancata, interpretata da Carmina Daniele, neppure la voce delle poetesse ucraine, come Lyudmilla Legostaeva, che parla di un albero che scrive lettere all’Ucraina raccontando delle bianche betulle da cui cadono gocce rosse di sangue, o come la tredicenne israeliana Talil Sorek che in “Ho dipinto la pace” dice “non avevo il rosso per il sangue dei feriti, non avevo il nero per il pianto degli orfani, non avevo il bianco per le mani e il volto dei morti, ma avevo l’arancio per la gioia della vita”. Arancio, come il colore degli agrumi prodotti in un terreno confiscato alla mafia e distribuiti agli abitanti della piazza con l’annuncio, da parte di Alfio Furnari, che un gruppo di agricoltori biologici si sta preparando per partire per Kiev per incontrare i propri colleghi in segno di pace, “perché la terra ama la pace”.
(La Sicilia, 10 marzo 2022)
di Fabrizio Filice
Men on men è il titolo di un’antologia di letteratura gay americana e oggi suona beffardo, paradossale.
Il Patriarca di Mosca, nel manifestare l’appoggio del clero alla guerra contro l’Ucraina, ha voluto dire che è giusto mandare uomini a uccidere altri uomini perché bisogna assolutamente evitare che uomini amino altri uomini.
Uno degli elementi portanti di questa guerra, come delle altre, sta tutto qui: nel potere degli uomini, o meglio, nel potere secondo gli uomini; che è poi l’unica forma di potere che conosciamo dall’inizio dei tempi, risalente probabilmente al Neolitico quando, con i primi insediamenti stabili, gli uomini iniziano a tessere alleanze tra loro per difendersi dalla natura, equivocata – per ignoranza – come una forza ultraterrena, terrifica e spaventosa; tanto che per esorcizzarne la paura l’uomo inizia a imitarla, almeno per come lui la intende, cioè come una forza oppressiva.
Inizia ad essere, l’uomo, oppressivo a sua volta sull’altro uomo e la prima connotazione di questo soggiogamento originario, che fonda la struttura oppressiva della società patriarcale, è probabilmente di carattere sessuale.
Sono le donne le prime vittime di quel soggiogamento, diventano mezzi di scambio e di alleanze tra villaggi diversi, nasce la patrilinearità.
Il seguito lo conosciamo.
La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza: una volta riuscito l’inserimento della donna chi può dire quanti millenni occorrerebbero per scuotere questo nuovo giogo? si chiedeva provocatoriamente Carla Lonzi nel profetico, e inascoltato, Sputiamo su Hegel nel 1970.
La misoginia, l’odio verso le donne e verso l’alternativa che potrebbero rappresentare, l’odio verso il loro corpo capace di creare la vita e l’intolleranza verso ogni forma di sessualità e di genere che devii dal paradigma eterosessuale non sono determinate dal desiderio di preservare la coppia eterosessuale nella sua dimensione ideale, ma nella sua dimensione storica, integralmente sbilanciata a favore dell’uomo, del suo io virile e bellico, e del suo modo oppressivo di gestire il potere.
Uomini sono i leader che decidono le guerre, uomini sono i soldati come i chiamati a resistere: un ordine di mobilitazione generale firmato dal governo resistente di Kiev impedisce infatti a tutti gli uomini adulti di lasciare il Paese, perché devono restare e combattere, da uomini.
Come uomo rivolgo a me stesso, e a tutti gli uomini, una domanda: davvero vogliamo questo? Davvero siamo questo?
Se non è così allora c’è una sola cosa da fare e in fretta. Promuovere in modo forte e consistente una radicale transizione verso il potere femminile, superando le resistenze, le ritrosie, spesso le ilarità, che si affacciano ogniqualvolta si parla di leadership femminile e degli strumenti per ottenerla, come le quote di rappresentanza in tutti i contesti gestionali, pubblici e privati; quote di rappresentanza femminile, non di genere in senso neutro, perché la finta neutralità di un sistema a vocazione tutta maschile è il problema.
Si obietta: che garanzia abbiamo che sarebbe diverso, che sarebbe meglio?
Nessuna. Non si hanno garanzie quando si sostituisce un ordine convenzionale con un ordine nuovo. Ma quando l’ordine convenzionale giunge a un passo dal provocare la fine atomica dell’umanità, quando quell’uomo che ha voluto dare lui, da solo, inizio alla storia è prossimo a decretarne la fine, allora la priorità è smantellarlo, quell’ordine millenario; e affrontare con speranza e motivazione la sfida del nuovo.
(il manifesto, 10 marzo 2022)
di Silvia Baratella
L’8 marzo ho udito più volte su Radio Popolare il seguente comunicato delle giornaliste:
«Oggi 8 marzo le lavoratrici di Radio Popolare aderiscono allo sciopero transfemminista di Non una di meno. Rifiutiamo la violenza di genere e la cultura patriarcale che esclude, discrimina, opprime le donne e le persone non eterosessuali. Scioperiamo per la fine delle disuguaglianze e contro le politiche di sopraffazione che sottendono alle guerre».
Mi chiedo: con queste parole d’ordine, perché scioperano solo le lavoratrici e i lavoratori no?
Scioperare comporta la trattenuta di una giornata di stipendio. In virtù di quale privilegio gli uomini vanno esentati da questa “tassa”, versata per obiettivi che li riguardano? Insomma, mentre le giornaliste eterosessuali scioperavano anche per gli uomini gay, gli eventuali giornalisti gay di Radio Popolare non scioperavano per le donne, ma nemmeno per sé stessi. Sì sì, hanno scioperato anche donne lesbiche e comunque gli uomini sciopero-esenti sono in grande maggioranza eterosessuali. Si sa. Ma questo non cambia il curioso rapporto fra chi sciopera e chi dovrebbe beneficiarne.
Un po’ come quando, dopo il lavoro, lei cucina e lava i piatti della cena che ha gustato anche lui, e lui lo considera dovuto. No?
Postilla: il comunicato, scritto da giornaliste professioniste, ha il pregio di essere conciso, facendo così risaltare il paradosso. Che dipende comunque da chi lo sciopero l’ha ideato così.
(www.libreriadelledonne.it, 9 marzo 2022)
di Clara Jourdan
Mentre assisto mia madre anziana, sopra la casa passano aerei F-35 nei voli di prova da e per il vicino aeroporto militare di C. Ci siamo abituate, come nel secolo scorso con gli ancor più rumorosi F-104. Poi arrivano le notizie dall’Ucraina, morti e profughi e distruzione di città. Terribile. Che cosa possiamo fare? Mia madre prega, io cerco di capire cosa stia succedendo. La guerra si sta estendendo: il nostro parlamento ha deciso di far partecipare l’Italia inviando armi al paese attaccato. Buona intenzione ma decisione sbagliata, aumenta il pericolo di una nuova guerra mondiale che potrebbe essere l’ultima dell’umanità. Nel 1945 la bomba atomica l’avevano solo gli Stati Uniti e l’hanno usata. Adesso ce l’hanno tutti: come possiamo credere che tutti e ciascuno dei governanti di oggi siano migliori? Che un Putin sia più responsabile di Truman che ha fatto sganciare l’atomica su Hiroshima e dopo averne visto l’effetto un’altra su Nagasaki?
Ricordiamo tutti la gioia generale alla caduta del muro di Berlino nell’89 e il senso di sollievo per quel che ne è seguito, la fine della Guerra fredda in Europa. Se era troppo sperare che lo scioglimento del Patto di Varsavia (1991) portasse anche allo scioglimento della Nato, almeno c’era l’accordo di Bush con Gorbačëv che la Nato non si sarebbe allargata verso est. Un impegno di pacificazione. Pacta sunt servanda, i patti vanno rispettati, il principio alla base del diritto internazionale per evitare le guerre tra stati ci rassicurava. E invece la Nato si è ampliata a est, più volte dal 1999, l’ultima nel 2020, ben 14 paesi sono entrati e non ci abbiamo badato. Nemmeno quando l’invito della Nato è stato rivolto anche all’Ucraina. Parlo per me ma non ricordo proteste, e non sono certo l’unica a essere stata distratta, perché anche oggi che ne vediamo le tragiche conseguenze sono ben pochi i commentatori – Barbara Spinelli, Luciana Castellina, Ida Dominijanni… – che ci ricordano questi fatti storici fondamentali, ignorati da quasi tutti i giornalisti e «i politici nostrani, sgomenti, accorati, come se non avessero nessuna parte nella vicenda», sottolinea Paola Mammani su questo sito. Si tende sempre a pensare ai nostri governanti “democratici” come a persone responsabili, i guerrafondai sono sempre gli altri. Eppure dovremmo ormai saperlo che la fabbricazione di armi sempre più progredite e le alleanze militari non servono ad altro che a fomentare guerre, come dimostra lo stato di guerra perenne che cova e si riaccende qua e là per il pianeta. Solo la cecità indotta delle tradizioni culturali patriarcal-patriottiche o dal desiderio maschile di potere impedisce di rendercene conto e agire di conseguenza, «creare attività più onorevoli» per gli uomini, come scriveva Virginia Woolf nel 1940 (Pensieri di pace durante un’incursione aerea).
In questa tragedia c’è una cosa che mi colpisce in positivo: l’accoglienza europea ai tantissimi profughi dall’Ucraina, che sono soprattutto donne con i loro figli. Io temevo che avremmo fatto come con i profughi dalle altre guerre di questo secolo, respingerli. E invece le stiamo accogliendo a braccia aperte. Non credo sia solo perché sono popolazioni vicine, come si dice e probabilmente è vero. Io voglio sperare che sia in atto un cambiamento, dopo la delusione per l’occasione mancata della pandemia in cui è stato permesso alle imprese farmaceutiche di impedire ai paesi poveri la libera fabbricazione dei vaccini. Se usciremo da questa guerra forse riconosceremo come fratelli e sorelle anche chi scappa dalle guerre dell’Africa, dell’Asia, dell’America. Perché abbiamo sperimentato che ormai il mondo è uno e siamo tutti e tutte coinvolte.
(www.libreriadelledonne.it, 9 marzo 2022)
di Traudel Sattler
Non era “diventare prete” il motivo per entrare come una delle prime donne nelle facoltà teologiche romane, spiega Marinella Perroni, docente emerita di Nuovo Testamento e fondatrice, insieme ad altre, del Coordinamento teologhe italiane, nel suo articolo “La figlia di Dio” (la Lettura, 6 marzo 2022). Tante donne che frequentano gli studi teologici nelle Pontificie facoltà romane e ci insegnano pure, senza la prospettiva dell’ordinazione sacerdotale, ciò nondimeno «hanno sviluppato un’autentica passione per la teologia che ci ha portato ad affrontare un curriculum di studi lungo almeno nove anni, impegnativo e, per la maggioranza, privo di sbocchi lavorativi. Lo scopo non era assolutamente il sacerdozio, ma, al contrario, cooperare a quel processo di declericalizzazione della teologia […]. Alcune, è vero, coltivavano anche il desiderio profondo di essere finalmente ammesse al sacerdozio». L’autrice ripercorre la storia del reiterato rifiuto del sacerdozio alle donne, mostrandone la fragilità di fronte alle pressioni del femminismo. E mette in evidenza come la differenza sessuale è divenuta convenzionale nell’immaginario clericale, che “ingabbia la complessità e genera stereotipi” e conclude: «da quando il pensiero femminista ha smascherato come androcentrica e patriarcale la subordinazione tra i sessi, tanto la visione antropologica cattolica che le sue ricadute sul piano dell’organizzazione ecclesiastica sono oggetto di riflessione e di discussione. Ben sapendo che una millenaria tradizione intellettuale, se viene assunta con rispetto, ma anche con lucidità, porta sempre già in sé stessa germi di futuro».
(www.libreriadelledonne.it, 9 marzo 2022; l’articolo pubblicato su La lettura è consultabile anche al seguente link: https://pierluigipiccini.it/archives/la-figlia-di-dio/)
di Stefania Falasca
«È possibile che l’uomo non abbia imparato niente? Ripete gli stessi errori, sempre gli stessi, è desolante, un dolore enorme per me che ho vissuto la guerra peggiore». Edith Bruck ha raccontato ancora una volta la sua storia di donna deportata e sopravvissuta alla guerra, al fumo acre della carne bruciata dei suoi fratelli, delle sue sorelle nei forni crematori, in quelle fosse comuni dove inesorabile si è inabissata l’umanità. L’ha fatto guardando a più di novant’anni al nuovo agghiacciante scenario di guerra che si è spalancato come una voragine dietro casa, in Europa. E ha voluto ancora portarsi, come ha fatto di recente ad Assisi davanti a migliaia di studenti per la prossima Giornata europea dei giusti che si celebra il 6 marzo, perché «testimoniare per me è una missione». «Io – ha detto rispondendo a quei ragazzi – anche allora volevo parlare subito dell’immane tragedia vissuta, ma nessuno voleva ascoltare. E per questo ho scelto di scrivere perché anche se l’orecchio umano non vuole sentire, la carta sopporta tutto».
Ma come si può raccontare tutto questo senza odio?
Ringrazio Dio di non conoscere il sentimento dell’odio, e non capisco chi oggi definisce chi fugge dalle guerre e dalla fame “zecche di cane”, che dovrebbero affogare. E soprattutto non capisco come si possa, ancora oggi, usare armi e uccidere pensando di stare dalla parte di Dio. Sono esausta – riprende mentre appoggia ora i piedi stanchi sui cuscini, e Olga, ucraina, che l’accompagna da anni, piange in silenzio la separazione da sua figlia, rimasta nei sotterranei al confino ucraino insieme ai suoi bambini di cinque e otto anni –. Hai visto le immagini trasmesse? Le ultime…
Quali?
Quelle di un giovanissimo soldato russo che scende dal mezzo blindato per chiedere piangendo un bicchiere d’acqua a una donna ucraina… Lei gli da mangiare e gli presta il telefono per parlare con la mamma… Poveri anche questi ragazzi russi buttati come carne da cannone dentro una guerra sporca, come lo sono tutte le guerre, come bambini armati che non sanno neanche dove si trovano… E questo dice tutta la mostruosità e l’insensatezza di quello che sta accadendo e ci travolge tutti.
Ci sono tante madri che scappano con i loro bambini…
Le donne sono doppiamente vittime. Sempre vivono la parte peggiore delle guerre.
Lei ha scritto nella sua Lettera alla madre cosa avrebbe fatto con i suoi figli.
Non avrei mai detto che ci sono uomini tutto cattivi o tutto buoni, non gli avrei parlato di guerre sante, di terre sante, solo di popoli e terre e popoli senza terra, che la guerra è il fallimento dell’uomo.
Ma ci sono anche donne, vediamo in Ucraina, che imbracciano e preparano armi e combattono…
Si difendono, ma noi dobbiamo lottare per la pace. Perché non c’è una guerra giusta. E non ci può essere una guerra giusta. Inviare armi è giusto?
Cinquantadue paesi stanno mandando armi in Ucraina.
Mandare armi per fermare armi non ha senso. È una contraddizione. Tutto è una contraddizione. La contraddizione è all’origine. Come si divide una patria con giustizia dopo averla conquistata morendo e uccidendo? Più si uccide più si muore, dentro. C’è troppo sangue in mezzo, troppa differenza, troppa poca buona volontà, e ancora meno umiltà. Chi è stato troppo umiliato è poco incline a concedere a chi non c’entra niente con la sua umiliazione?
È l’otto marzo. Quale messaggio possono dare le donne?
Di non coltivare l’odio, la vendetta, di non trasmettere mai questo. Nel ’45 dopo la liberazione io e mia sorella Golde, uniche sopravvissute alla Shoah di tutta la nostra numerosa famiglia, riuscimmo a ritornare a casa. Ricordo gli americani e i soldati nazisti ungheresi che scappavano, braccati, si nascondevano… Ricordo cinque di questi soldati che ci implorarono di aiutarli, potevamo denunciarli, io e mia sorella ci guardammo negli occhi, li nascondemmo. Noi abbiamo dato loro rifugio.
Per lei che ha visto negli occhi Mengele quale può essere la pace?
La pace ha un suo segreto: non odiare mai nessuno. Se si vuole vivere non si deve mai odiare.
(Ucraina, Bruck: «Sono straziata. Ma alle madri dico: non coltivate l’odio», Avvenire, 8 marzo 2022)
di Liliana Rampello
Con Lo spazio delle donne (Einaudi, pp. 128, euro 12) Daniela Brogi ha il merito di fare chiarezza in un campo linguistico e politico molto disordinato, quello della relazione e del conflitto fra i sessi. L’autrice è docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università per Stranieri di Siena e specialista del Manzoni, sul quale ha scritto il notevole Un romanzo per gli occhi. Manzoni, Caravaggio e la fabbrica del realismo (Carocci 2018), che cito perché fa intuire come nel suo lavoro, ad ampliare significativamente il campo interpretativo, convergano sempre anche i Visual Studies. Lo spazio delle donne arriva tra noi come un libro necessario, di scrittura limpida e appassionata, in grado di rivolgersi a un pubblico ampio con intelligenza, serietà di studio e l’autorevolezza di un percorso condiviso ormai con tante e – vorrei dire – tanti, ma è più realistico dire alcuni.
Possiamo tagliare il testo seguendo due importanti affermazioni, una di ordine concettuale e una di ordine metodologico. Daniela Brogi assume, giustamente, che il linguaggio sia «una forma di esperienza e di sentimento del mondo» e che per rendere giustizia a questa verità si debba lavorare alla composizione di un «fuori campo attivo» rispetto a quella «cultura patriarcale e monologica» che ha tenuto in un «fuori campo passivo», ossia inerte e invisibile, i vissuti, i saperi, il genio e le creazioni delle donne, letteralmente cancellandole o oscurandole. L’autrice è molto attenta, sia chiaro, a non cadere in pericolose generalizzazioni, relative a un indefinito «tutti gli uomini», ma è ben consapevole invece di un senso comune trasversale che va smontato con coraggio e precisione, perché induce le donne alla subalternità.
Senza pregiudizi favorevoli per quest’ultime: della necessità di questa postura, infatti, c’è tradizione esplicita, per dirla volando, già nella Stanza tutta per sé di Virginia Woolf, del 1929, che ci aveva raccontato delle donne «specchio», e ancora nel Secondo sesso di Simone de Beauvoir del 1949, con la riflessione sulle «donne-alibi». Subito, in queste ritagliate affermazioni, sono in gioco il linguaggio e lo sguardo, per la prospettiva stessa in cui lo sguardo fuori campo intercetta il linguaggio nella forma dell’esperienza.
Nel riscattare la parola femminismo (riscatto più che benvenuto), Daniela Brogi compie una doppia importante operazione: non la oppone a maschilismo, e non la inchina a quel «paternalismo benevolo» che confina le donne in uno spazio di minorità, ma la riformula consapevole di quanto proprio il femminismo sia «un capitolo fondamentale della storia della modernità, oltre che un capitale culturale enorme». Ed è questo il passo avanti che l’autrice ci invita a fare, la sfida che non si può eludere se guardiamo al futuro, se ascoltiamo con attenzione la voce delle giovani generazioni che si affacciano sulla scena della nostra storia.
Il termine cruciale del saggio, spazio, viene articolato in cinque capitoli, declinati secondo quella lente del fuori campo utile a non irrigidire le maglie del pensiero, a far sì che la «messa a fuoco dinamica» qui proposta generi un nuovo sguardo sulla realtà e la interroghi dialetticamente intorno «a ciò che è visibile e riconoscibile e ciò che invece è invisibile, ma tuttavia implicato». Questa interrogazione non si dà confini disciplinari, ha un respiro ampio, può avvalersi di una pagina letteraria, teatrale, psicoanalitica, filosofica, politica, rintracciata con amore curioso, o di un film, di una performance, in una scorribanda che mette a nudo un Novecento spesso in ombra. Muovendo in direzioni varie, note e meno note, scuotendo le gerarchie che indicano un alto e basso la cui misura neutra affiora appena grattiamo un po’ la superficie del già pensato, Daniela Brogi convoca per noi Grazia Deledda e Ada Negri, Virginia Woolf e Carla Lonzi, Karen Horney e Helena Janeczek, Marina Abramovic e Alice Munro, Toni Morrison e Margaret Atwood, Elsa Morante e Franca Rame e altre e altri… fino a farci immergere e poi riemergere dall’interno di una cultura dello stupro che non potrà mai dimenticare il delitto del Circeo.
La lente di questo telescopio, nell’illuminare l’invisibile della scena, mette ora a fuoco quanto sia abitata da silenzi, omertà, omissioni, vere e proprie mutilazioni di un sapere che si possa affermare come condiviso. E ci regala un’altra direzione di ricerca: è indubbio che l’intera tradizione maschile, quella stessa che ha fatto fuori le donne, va conosciuta, ma è altrettanto necessario ridisegnarla secondo «nuovi effetti di composizione», in una prospettiva «mobile e multifocale» dei nostri stessi saperi. Tutta la grande arte sa infatti trasformare «anche l’orrore in bellezza formale ed esperienza di verità», e dunque va ri-guardata accendendo la luce sui troppi angoli bui della storia delle donne. Non si tratta di aggiungere qua e là un nome, di giocare l’eccellenza femminile di alcune contro le altre, né di tollerare l’emersione di un mondo «inabissato»; si tratta, questo l’invito garbato, ma netto e severo, di combattere senza sconti contro ogni forma di retorica sessista, per esempio in tema di reputazione e «merito» femminili, e di ribellarsi a traduzioni in aneddotica di trame genealogiche di «relazioni e reciprocità» fra donne. Il famoso merito, sulla bocca di troppi, non è mai richiamato, né invocato quando si tratta di uomini (e ce ne è una valanga che occupa posti di prestigio e di potere non si sa a che titolo), ma sempre invece indicato come decisivo da un «sessismo difensivo» che lo trasforma «in un valore assoluto e separato dalla storia».
L’intreccio è ben altro, come mostra la timeline sintetica ma essenziale di una serie di date utili a ogni «ricostruzione critica seria» della situazione italiana. È quella che va dal 1946, voto alle donne, fino al 1996, quando lo stupro diventa un crimine contro la persona e non contro la morale: lungo questa linea, altre conquiste, accesso alla magistratura, asili nido, divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia… tappe, lo voglio ricordare, che hanno visto impegnate migliaia di donne, democristiane, socialiste, comuniste (da Rosy Bindi a Giglia Tedesco, Marisa Rodano e Livia Turco ad esempio) e prodotto un’intensa discussione tra femministe. Non una sola donna di destra al nostro fianco nella «rivoluzione gentile», né allora né ora, a proposito dell’altra moda mainstream sul loro presunto protagonismo (e non si può che applaudire a queste righe: «Lo spazio delle donne, come luogo e cultura della diversità, non è né può mai essere uno spazio contiguo a valori a suo tempo affermati dal fascismo»).
I passi del libro attraversano molte linee di confine di un Novecento che «è doppiamente il secolo della paura delle donne. La paura che si è fatta alle donne; e quella che le donne hanno fatto, man mano che diventavano sempre più soggetti della storia». Muovono dallo spazio storico «come destino imposto» (con le sue «figure emblematiche: il recinto, l’abisso, l’interstizio, la mappa, il fuori campo attivo»), riconoscono e rivelano nel disprezzo verso le donne non una «conseguenza del maschilismo» ma la sua secolare «condizione di esistenza», sottolineano il gender gap ancora alto, parlano dello spinoso tema dello «specifico artistico femminile». Qui il salto è decisivo: le «forme» non sono «banali involucri», se donne e uomini fanno una diversa esperienza del mondo, se abitano «in maniera diversa la vita», differenti saranno voce, immaginazione e stile della loro arte.
Quando Doris Lessing, nel discorso tenuto in occasione del Nobel per la Letteratura, ricorda la necessità, per scrivere, di «uno spazio vuoto, che ti circonda», la mente vola al salotto di Jane Austen, alla stanza di Virginia Woolf e alle mille altre simboliche stanze che in tante hanno cercato per sé, quelle dove hanno disfatto il mondo che le teneva chiuse all’interno, spalancando porte e finestre per farne un altro, differente e libero, per donne e uomini. Che Daniela Brogi avverte con garbo e coraggio: «ignorare tutto questo è ormai semplicemente incultura».
(il manifesto, 8 marzo 2022)
di Luciana Castellina
[…]
Se i nostri governanti e i loro menestrelli, invece di mettersi l’elmetto e intonare inni patriottici per decantare i “valori occidentali”; se invece dell’irresponsabile decisione di mandare armi ai ragazzi ucraini, sapendo bene che non potranno vincere i carri armati russi ma solo offrirsi come vittime di un terrificante bagno di sangue; se invece ragionassero su come si può esser più efficaci nel perseguire un compromesso decente, sarebbe ancora possibile impedire che tutto degeneri in una guerra mondiale, combattuta nel territorio più affollato di centrali nucleari.
Che l’Europa si assuma la responsabilità di una mediazione – la neutralità sarebbe un obiettivo possibile. Questo è quanto oggi dobbiamo riuscire a imporre.
Ma sabato alla manifestazione di piazza san Giovanni ho chiesto ai militanti pacifisti di unirsi tutti in una collettiva autocritica: siamo stati attivi e pronti a rispondere nei momenti esplosivi, ma ci siamo distratti nelle lunghe fasi in cui i disastri venivano preparati.
In particolare per quanto riguarda la politica portata avanti dall’Unione europea. Non abbiamo infatti denunciato a sufficienza e per tempo quanto sia stato grave perdere l’occasione della caduta del Muro per dare concretezza al nostro vecchio slogan «Un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali». E cioè per non imporre quanto pure sembrava concordato con Gorbačëv: che una volta ritirate le truppe del patto di Varsavia, si facesse altrettanto con quelle Nato; per non aver impedito che l’allargamento dell’Unione fosse condotta in modo da costruire un altro muro militare che ha isolato la Russia anziché coinvolgerla nella costruzione di una rete di cooperazione – quella Casa comune europea che voleva Gorbačëv. E più recentemente per non aver prestato sufficiente attenzione alla guerra civile che devasta la regione al confine meridionale Russia-Ucraina dal 2014.
Abbiamo ignorato la crescente frustrazione del popolo russo per esser stato marginalizzato e respinto, e dunque anche noi siamo responsabili per aver contribuito alla crescita del pericoloso potere di Putin, alimentato dalla mortificazione del popolo russo.
Chiedo che tutti noi dobbiamo impegnarci a riflettere su questa nostra disattenzione. Se non si vuole più considerare la guerra come strumento della politica estera – come dobbiamo – bisogna impedire che il pacifismo sia soltanto intermittente protesta. Le guerre possono esser fermate solo combattendo quello che le prepara, quello è il tempo in cui serve intervenire.
Ora che il guaio è fatto possiamo tuttavia fare ancora molte cose utili e perciò rimbocchiamoci le maniche. L’Arci ha proposto a tutti di organizzare una carovana di autobus, non per portare noi in Ucraina ché faremmo solo confusione, «vuoti, a bordo solo l’indispensabile, uno che guida, uno per organizzare». Perché di questo hanno bisogno ora gli ucraini: di trovare mezzi di traporto per mettersi al riparo.
Può darsi che molti ucraini – i maschi coraggiosi rimasti nel paese per combattere – non saranno contenti. Ma tocca a noi spiegare quanto ha realisticamente detto ancora una volta papa Francesco: persino le guerre giuste oggi non si possono più fare.
Non è un invito alla resa. È solo un invito a capire che oggi – in presenza di armi di distruzione di massa – si deve combattere con il cervello e non con i fucili, che non è più il tempo della spedizione di Sapri, quando in «300, giovani e forti, sono morti». Oggi ne morirebbero miliardi.
Ero in questi giorni delegata al congresso dell’Anpi di Roma. È stato commovente vedere le/i – non poche/i – partigiane/i sopravvissuti come e quanto abbiano capito questa differenza.
Ma straordinario è stata anche un’altra cosa: la presenza di una quantità di giovani donne che ormai sono leader dell’associazione. È un altro segno che almeno qualcosa di positivo c’è e in questo difficile 8 marzo e vogliamo celebrarla: la rivoluzione femminile. Che è vittoriosa, anche se, ahimè, c’è ancora tanto femminicidio.
(il manifesto, 8 marzo 2022)
di Barbara Spinelli
Visto che nessun Paese della Nato o dell’Unione europea vuol entrare in guerra con la Russia, e rischiare uno scontro che implichi il ricorso – intenzionale o accidentale – all’Armageddon nucleare, logica vorrebbe che si tentassero tutte le vie per metter fine alla guerra scatenata dal Cremlino in Ucraina, e al massacro delle città ucraine. “Tutte le vie” vuol dire instaurare al più presto un cessate il fuoco, aprire corridoi umanitari, avviare subito un negoziato che salvi la faccia non solo a Kiev, ma anche al Cremlino, e che eviti umiliazioni irreparabili dell’aggredito come dell’aggressore, tali da avvelenare il futuro degli ucraini e dei russi quando i loro governi cambieranno.
“Tutte le vie” vuol dire anche incaricare possibili mediatori, che non giustifichino l’aggressione di Mosca, ma che abbiano l’intelligenza di mettersi nei panni di chi, pur responsabile della guerra, ha da far valere alcune ragioni, inascoltate da decenni nella Nato e nell’Ue. Le proposte non mancano, ma purtroppo un incarico formale manca. Si parla di Angela Merkel, che con Putin parla in russo e tedesco, e che per anni ha difeso gli accordi di Minsk (comprensivi di una revisione costituzionale ucraina che conceda ampie autonomie al Donbass: punto cruciale per Mosca). Oppure si parla di una mediazione israeliana o turca o cinese, anche se Pechino resta neutrale e aborre ogni sorta di separatismo. Non per ultimo potrebbe muoversi il Vaticano, usando come leva l’inedita comunanza creatasi in questa guerra tra Chiesa ortodossa ucraina e russa.
Il guaio è che non ci sono logica né metodo nel pensiero della Nato, dell’Unione europea e di gran parte dei commentatori, ma un bisogno ormai patologico del nemico esistenziale, a Est, che legittimi il sopravvivere di blocchi super-armati a Ovest anche se non esiste più nelle forme di ieri. Di qui l’immagine ricorrente di Putin come Hitler, o Stalin. O come animale, e anzi “peggio di un animale” a sentire le scempiaggini del ministro degli Esteri Di Maio (messo a tacere solo da Georgia Meloni, non dal governo né dal suo partito). Profetico in questo quadro quel che disse Georgij Arbatov, consigliere politico di cinque segretari generali del Partito comunista russo, quando l’Urss si disintegrò: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico».
Provare ad ascoltare le ragioni e le esigenze segnalate da Mosca non vuol dire giustificare una guerra che resta criminosa, e oltremodo opaca per quanto riguarda gli obiettivi veritieri di Putin. Vuol dire ascoltare e prender sul serio le condizioni elencate proprio ieri da Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino: immediato cessate il fuoco, in cambio del riconoscimento della Crimea annessa nel 2014, del riconoscimento delle Repubbliche del Donbass e della neutralità dello Stato ucraino (i modelli potrebbero essere il trattato Russia-Finlandia del 1948 e quello sull’Austria del 1954).
La guerra è certo opaca e non sappiamo se davvero Putin si accontenterà della neutralità ucraina e del riconoscimento di Crimea e Donbass russi. Ma provare a mettersi attorno a un tavolo si può, e rinunciare ufficialmente a nuovi allargamenti Nato si deve. Non lo dicono solo i pacifisti. Lo hanno detto protagonisti della Guerra fredda e delle teorie del “contenimento” come George Kennan nel 1997 («l’allargamento Nato è l’errore più fatale del dopo-Guerra fredda»), e poi Henry Kissinger ed Helmut Schmidt nel 2014 dopo l’annessione della Crimea.
Confrontate con gli argomenti di questi ultimi, le condotte odierne dei leader europei sono di una mediocrità senza pari. C’è chi, senza sapere cosa dice, si felicita della fermezza con cui l’Ue si arma ai propri confini e invia sempre più armi in Ucraina, perché lo scannamento continui sui nostri schermi. Secondo alcuni, non solo in Italia, questa guerra avrebbe addirittura «spinto l’Unione europea a reinventarsi».
In realtà l’Europa non sta inventando alcunché, se per invenzione s’intende ideare qualcosa di nuovo, di non ancora tentato. Se esistesse l’autonomia strategica dalla Nato di cui Macron parla senza mai specificarne le modalità. Se cominciasse un’autocritica non solo sull’estensione della Nato, ma anche sulle politiche di allargamento Ue a Paesi dell’Est che sono entrati nell’Unione solo per meglio accedere alla Nato, l’istituzione da loro preferita.
Sono giorni che Macron, presidente di turno del Consiglio Ue, parla con Putin per poi annunciare, quasi fosse un giornalista qualunque, che i russi «andranno fino in fondo». A che serve saperlo se non viene indicata la via d’uscita che l’Europa potrebbe escogitare? L’Europa scarta la guerra frontale con la Russia e per questo è giustamente contraria alla chiusura dello spazio aereo sopra l’Ucraina chiesta da Zelensky e avversata dal Cremlino, che l’interpreterebbe come guerra dichiarata della Nato. L’Ue auspica sanzioni sempre più severe, ma molti Stati non vogliono perdere l’accesso al gas russo, necessario alle proprie società. Quanto ai profughi, ben venga l’apertura doverosa, se non fosse per la selettività che la contraddistingue. «Grande emozione perché vedo europei con occhi azzurri e capelli biondi!» (viceprocuratore generale ucraino). «Non stiamo parlando di fuggitivi siriani, ma di europei!» (BFM TV, Francia). «Stavolta non sono profughi siriani ma ucraini… Si tratta di cristiani, di bianchi! Sono nostri simili» (Nbc News).
Né è inventivo riesumare di continuo parallelismi storici strampalati. Quello ricorrente menziona il cedimento (appeasement) delle democrazie che nel 1938 a Monaco permisero a Hitler di smembrare la Cecoslovacchia. Non manca giorno in cui il ’38 non venga evocato, senza mai fare accenno alla vittoria ottenuta nel ’45 grazie a oltre venti milioni di morti russi (il “patto col Diavolo” ci ha salvati). Il contributo russo alla Resistenza è sempre più obnubilato (fino a cancellarlo, nella risoluzione del Parlamento europeo del 2019). Questo revisionismo storico è un altro elemento che offende la Russia, Paese europeo per eccellenza.
Gli storici futuri narreranno questa guerra come un attacco sproporzionato, come punitivo regime change, ma ricorderanno le umiliazioni inflitte per trent’anni alla Russia, a cominciare dalla Nato allargata. Può darsi che la strategia del Cremlino sia imperiale, ancora non sappiamo. Ma di certo conosciamo le parole di Putin: «Chiunque non senta la mancanza dell’Unione sovietica è senza cuore. Ma chiunque voglia il suo ritorno è senza cervello».
(Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2022)
di Silvia Avallone
La scrittrice sulla guerra in Ucraina: «Tutte le donne del pianeta dimostrano con le loro parole e con le loro azioni che non deve prevalere per forza la logica della morte»
Le prime testimonianze che cerco nei resoconti di guerra riguardano le donne e i bambini. Perché sono stati, in qualsiasi epoca e latitudine, esclusi dalla Storia, sue vittime e, credo, suo possibile riscatto. Se nei libri di storia le donne hanno trovato pochissimo spazio, quando nelle nostre case sono arrivate le immagini in diretta dal Kosovo, dal Ruanda, dall’Afghanistan, almeno abbiamo potuto vederle in volto. Nei loro occhi ho sempre riconosciuto una domanda sbalordita, un «perché» afono con un punto di domanda inciso nelle pupille. Come se la guerra fosse un linguaggio incomprensibile, che non c’entrava nulla con la realtà di tutti i giorni, i neonati al seno, le amiche, i desideri. Provavo la loro stessa incomprensione.
Kiev dista 1.985 chilometri da casa mia. Ma secondo mia madre – che ricorda il disastro di Chernobyl e il terrore di darmi del cibo contaminato – dista molto meno. Le guerre lontane, in sottofondo, sono diventate una guerra vicinissima dove le donne vestono i miei stessi panni, fanno gli stessi sacrifici di mia madre o hanno le mie stesse ambizioni; mi ci immedesimo mentre corrono con i figli in braccio, cercano di salire su un treno gremito alla disperata, di calmare un bambino, di sistemargli il giubbotto perché fa freddo: sono gli stessi gesti che compirei io. Che potrei compiere. La guerra è in Europa, questa volta, a un passo dall’Unione sorta proprio dalle macerie di un conflitto catastrofico, giurando: «Mai più».
Dal 24 febbraio il pensiero è fisso in Ucraina. Perché lì è qui, e vivere vuol dire specchiarsi nella vita degli altri. Mentre accompagno mia figlia a scuola, rivedo i volti attoniti dei bambini in un asilo allestito in uno scantinato. Cosa gli avranno detto le maestre? Quali parole avranno scelto per spiegare i bombardamenti che li hanno costretti a giocare sottoterra? Mentre rifaccio i letti, rivedo le coperte delle 15.000 persone accampate nella metropolitana di Kiev, sospese in profondità, in attesa che cessino le bombe. Quanti bagni ci sono nella metropolitana di Kiev? Come fanno a dormire, lavarsi, cambiare i neonati? Risparmiano acqua per sterilizzare i biberon, scopro cercando sul web informazioni, oltre che sui blocchi geopolitici di potere, sulla quotidianità delle persone sotto assedio. Internet è un getto continuo di testimonianze e ci chiama tutti a conoscere, affinché nessuno possa dire: «Io non lo sapevo».
Cosa faresti al suo posto? Me lo sono chiesta leggendo le parole di Inna Sovsun, deputata del Parlamento ucraino, la mia età: quando la guerra è iniziata, ha messo in salvo il figlio di nove anni sul confine, lo ha lasciato con il padre ed è tornata a Kiev per partecipare alla resistenza. Come lo saluti, tuo figlio di nove anni? Con una carezza, un bacio? Come ti volti sapendo che forse non lo rivedrai? Dove la trovi, la forza? «Se si deve fare, si fa». Mi torna in mente la risposta di una madre più esperta di me. In Ucraina le donne fuggono come fuggirei io: con il piumino pesante, i documenti, lo smartphone. Salutano i mariti che partono per il fronte come io saluterei Giovanni. Ascoltano i figli implorare: «Papà non andare via». Oppure restano, imbracciano kalashnikov che non hanno mai usato, preparano molotov di cui ignoravano il funzionamento, si appostano e sparano come forse (non oso pensarci) farei se mi avessero portato via tutto e raso al suolo persino la città.
Mentre prendevo parte a una manifestazione di pace in un’affollata piazza italiana e mia figlia mostrava un foglio con scritto «No alla guerra», in Russia donne identiche a me scendevano in piazza con i loro figli, portavano fiori e disegni di fronte all’Ambasciata ucraina, solo che, anziché tornare a casa come noi, venivano arrestate. Bambini trattenuti per aver espresso il loro pensiero di pace, adolescenti mandati al fronte senza che nemmeno fossero consapevoli: capisco come una madre possa voler combattere per la libertà, persino al prezzo di non veder crescere il proprio figlio.
La guerra in Ucraina non ci ha colti del tutto impreparati sul fronte delle calamità. Veniamo da anni in cui abbiamo provato il senso di precarietà infinita del nostro presente. Virus, cambiamenti climatici devastanti, disastri nucleari possono bussare alla nostra porta da un momento all’altro. L’impensabile accade. Il male esiste e insiste, anche se non siamo noi a toccarlo con mano raccogliendo da terra il corpo di un bambino dilaniato da una bomba, arenato dopo un naufragio, ucciso dalla Storia: quel corpo ci chiama in causa perché apparteneva al più innocente tra gli innocenti e nei suoi sogni c’era il futuro di tutti noi.
Il punto, per me, è che il male non è una strada inevitabile. Accanto alla Storia delle aggressioni e del potere, c’è un’altra storia, che le donne conoscono bene perché hanno sempre dovuto prendersene cura: quella delle persone, con la s minuscola. Cos’è la guerra? È l’esatto contrario di quelle donne che mettono in salvo i fragili nei bunker, i libri da una biblioteca che rischia di essere bombardata, che intrattengono i bambini in asili di fortuna. La guerra è il contrario di quei bambini che disegnano, di chi accorre per solidarietà a portare aiuto. Perché nel crollo di ogni pietà e significato occorre ricordare che esiste un’alternativa.
Le donne ucraine partoriscono nella pancia della terra, come Kateryna Suharokova nel bunker dell’ospedale di Mariupol. I bambini nascono e si ostineranno a farlo in qualunque condizione perché «la vita continua», come scrive Wisława Szymborska, e «Dove non è rimasta pietra su pietra, / c’è un carretto di gelati». Ma come farla continuare, la vita, dipende da noi: è una nostra scelta. Le donne raramente hanno potuto scegliere. Nei manuali di storia del liceo chi ha deciso, comandato, depredato e manovrato armi è stato, in schiacciante maggioranza, uomo. Maschili i nomi rimasti, i monumenti dedicati. La memoria delle donne violentate, uccise, sparite, e dei loro figli si è spesso persa nello spazio bianco tra le righe. La Storia l’hanno fatta sempre sgobbando nelle retrovie, nelle fabbriche, nelle case, nei lazzaretti, nelle infermerie da campo, senza medaglie. È stato chiesto a noi di occuparci dei corpi e delle storie degli altri, di riparare i danni, di crescere i bambini, di accompagnare gli anziani, di curare i feriti, di portare il lutto, di stare sul crinale tra la vita e la morte e suturare in silenzio. Però il mondo ha bisogno di noi, come noi abbiamo bisogno del mondo. E di non subirla, la Storia, di non guardarla da lontano. Ma di cambiarla a partire dalla memoria del dolore, dalla memoria della solidarietà, dalla logica del mettere al mondo anziché del togliere.
Questo 8 marzo 2022 voglio dedicarlo alle donne ucraine che lottano, resistono, fuggono, muoiono, partoriscono, aiutano; alle donne russe che, come Elena Osipova a ottant’anni, scendono in piazza con il loro cartello per chiedere la pace; a tutte le donne del pianeta che dimostrano, con le parole e le azioni, che non deve per forza vigere la legge del potere, dei soldi, della conquista, del sopruso: la logica della morte. C’è anche quella della nascita, della generazione. È trasversale a qualsiasi genere, nazionalità, sesso, religione, etnia. Coincide con il desiderio di realizzare se stessi insieme agli altri, di rispecchiare la propria identità nell’alterità. Consiste nell’aiutare, allungare una mano, un pacco di vestiti o medicinali; nell’ascoltare; nell’accogliere perché la mia storia è la tua. E, su queste basi, costruire un nuovo linguaggio, una nuova economia, una nuova convivenza con gli altri e con il pianeta.
Il male, se non si elimina, si sorveglia. Con cosa? Con la cultura. Con la continua manutenzione e ricerca della libertà, della pace, della parità, dei diritti umani: un orizzonte che vada oltre se stessi. Il male si supera con l’esempio concreto delle persone: le tante, tantissime persone comuni, donne, bambini, anziani, fragili, poveri, emarginati, che non hanno uno straccio di potere, ma hanno la forza di salvare. «La vita è un paradiso» scrive Fëdor Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, «e noi tutti siamo in paradiso, ma non vogliamo capirlo; e invece, se volessimo capirlo, domani stesso il mondo intero diventerebbe un paradiso».
(corriere.it, 7 marzo 2022)
La narrativa fantastica lega autrici italiane come Chiara Palazzolo e Nicoletta Vallorani a quelle anglosassoni come Ursula K. Le Guin. Quando il realismo non è più bastato alla scrittura, ecco che il fantastico ha offerto loro la possibilità di incidere sull’immaginario e di riflettere sul posto della donna nella società. In dialogo con l’autrice, Elena Petrassi e Nicoletta Vallorani.
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di Emanuela Grigliè
Le città non sono neutre, anzi. Vengono plasmate per i bisogni di un cittadino tipo che però coincide quasi sempre con il maschio bianco eterosessuale di una certa età. Con la conseguenza che le necessità delle donne non vengono quasi mai prese in considerazione. Per esempio i bagni pubblici: pochini, ecco perché spesso le ragazzine una volta che hanno il ciclo smettono di frequentare i parchi. Anche lasciare le aree gioco senza strutture penalizza le bambine: i maschi tendono a essere più invadenti e trasformare ogni prato in un campo da calcio, spingendole ai margini. I mezzi di trasporto non sempre sono pensati per chi si trascina in giro un passeggino, a cominciare dagli “individualisti” monopattini e bike sharing. Marciapiedi sconnessi, strade poco illuminate, porte di uffici pubblici che pesano tonnellate.
La non considerazione delle donne nella pianificazione degli spazi urbani non è casuale, ma ripropone una struttura della società che si fonda sulla reclusione del femminile nell’ambiente domestico. E non tiene conto del fatto che le donne svolgono il 75% del lavoro non pagato di caregiving, assistendo bambini e genitori anziani con il risultato che il loro modo di navigare le città è molto differente – e molto meno lineare – di quello maschile. I loro viaggi sono a zig-zag, con tante tappe intermedie. Senza dimenticare che le donne in media guadagnano meno degli uomini e quindi per loro spostarsi con mezzi privati può essere proibitivo.
Ma progettare in modo più inclusivo si potrebbe, l’antidoto si chiama urbanistica di genere. «Ovvero includere la prospettiva femminile all’interno della progettazione. Non tanto per costruire città solo a misura di donna, ma inclusive per tutte e tutti», spiega Azzurra Muzzonigro, architetta, che insieme a Florencia Andreola, dottora di ricerca in Storia dell’architettura all’Università di Bologna, è autrice di Milano Atlante di Genere commissionato da Milano Urban Center (Comune di Milano e Triennale Milano), esito di due anni di osservazione della città di Milano da una prospettiva di genere.
La loro associazione si chiama «Sex and The City» e ha lo scopo di promuovere, attraverso una mappatura critica della città, contesti urbani sensibili più alle differenze che alle standardizzazioni. «Milano se la cava meglio del resto del Paese» dice Muzzonigro, «del resto qui il 50% delle donne lavora e questo significa che lo stereotipo “donna casalinga-uomo in ufficio” è meno applicato. Anche, perché, diciamolo, oggi Milano è economicamente inaccessibile a famiglie con meno di due stipendi. Emerge così una buona distribuzione di tutta una serie di servizi che sono anche abbastanza capillari, anche se dipendono in gran parte dal terzo settore e quindi tendenzialmente volatili. Ottimi esempi sono la rete antiviolenza, gestita dal comune mettendo insieme tanti soggetti diversi tra loro. Un modello decisamente da esportare». Sul fronte trasporti, dalla ricerca emerge che a Milano il 76% delle stazioni della metro ha l’ascensore. Male invece per quel che riguarda i consultori, che stanno sparendo e sono molti meno di quelli previsti per legge, così come gli asili pubblici dove i posti disponibili scarseggiano. Mentre il 50% delle donne intervistate ha dichiarato di sentirsi in pericolo di notte per le strade. Insomma, progressi da fare ce ne sono ancora parecchi.
E l’occhio è rivolto all’esempio delle città europee più virtuose in questo senso: Barcellona, Parigi e Berlino. Ma soprattutto Vienna, incoronata più volte la città più vivibile del mondo grazie anche al
progetto iniziato trent’anni fa per sviluppare quella che sulle rive del Danubio chiamano Fair Shared City, a misura di tutti, dove addirittura dal 1992 esiste l’Ufficio per le Donne, dedicato alla parità di genere e all’empowerment. Il primo progetto coordinato da questo dipartimento fu la Frauen-Werk-Stadt, un blocco di 360 appartamenti di nuova concezione, disegnati da Franziska Ullmann, Elsa
Prochazka, Gisela Podreka e Lieselotte Peretti, quattro architette selezionate attraverso un concorso riservato a sole donne. Motore dell’impresa la volontà di facilitare al massimo la vita quotidiana
delle donne con soluzioni abitative che si adattano alle varie fasi della vita di una famiglia, oltre a servizi e spazi comuni per agevolare la socialità e gli spostamenti a piedi.
C’è anche però chi obbietta che un approccio gender-specific possa consolidare in certi casi le già enormi differenze di genere, identificando la cura domestica come un lavoro da donne. Purtroppo l’architettura da sola non può certo cambiare tutto e portare a una più equa distribuzione dei compiti all’interno della famiglia, ma può sostenere chi se ne occupa rendendolo un po’ meno complicato.
(La Stampa, 4 marzo 2022)
di Ida Dominijanni
All’alba del nono giorno di guerra l’attacco delle truppe russe alla centrale nucleare Zaporižžja rende meglio di qualunque altro dettaglio quale sia la posta della partita globale, biopolitica prima che geopolitica, che si sta giocando in Ucraina. E il peggio deve ancora venire, ha comunicato Macron cui Putin ha fatto presente che non intende fermarsi finché non avrà conquistato l’intero paese. Le regioni russe dell’est e del sud con gli accessi al mare sono ormai in mano ai russi, a Mariupol mezzo milione di abitanti sono intrappolati senza acqua e senza cibo, a nord-ovest Leopoli è piena di profughi in fuga, più donne e bambini che uomini perché gli uomini restano a combattere una battaglia di resistenza già persa. L’esile negoziato in corso a Brest ha deciso l’apertura di corridoi umanitari per favorire l’esodo dei civili, mentre la colonna di 60 kilometri di carri russi continua la sua lenta ma inesorabile avanzata su Kiev lungo il corso del Dnepr che in futuro potrebbe dividere l’Ucraina fra un est russo e un ovest occidentale, com’era un tempo la Germania: le stesse cose ritornano sempre, nella storia, come il rimosso nell’inconscio. Dev’essere per questo che tutti definiscono questa in Ucraina “la prima guerra nel cuore dell’Europa dopo più di settant’anni”, dimenticando clamorosamente che in Europa la guerra era già tornata negli anni Novanta, in quella ex Jugoslavia che ha anticipato e prefigurato tutte le guerre successive a base etnico-nazionalista sparse per il mondo. Forse che la Jugoslavia non era il cuore ma la periferia dell’Europa? O non sarà piuttosto che nell’immaginario europeo, il cuore dell’Europa resta sempre lì, al confine fra l’ex impero sovietico e l’Occidente democratico? Lì, dove secondo gli stessi che nell’89 decretavano “la fine della storia” oggi la storia riprenderebbe in grande, quasi che in mezzo non ci fosse stato niente. Lì, dove si sono convocati tutti i fantasmi che fino a ieri l’altro vagavano per l’est e per l’ovest, e che ora muovono questa terribile resa dei conti di un trentennio cominciato male e finito peggio. Che è la vera posta in gioco, reale e simbolica, della tragedia che si sta consumando.
Hanno suscitato indignazione e scandalo i due discorsi del 21 e del 24 febbraio con cui Putin ha annunciato prima il riconoscimento ufficiale delle repubbliche separatiste del Donbass e poi la sua “operazione militare speciale”, come l’ha chiamata lui, in Ucraina. Ne consiglierei tuttavia la lettura integrale (il testo è facilmente reperibile in rete), ammesso che sia ancora lecito cercare di capire perché accade quello che accade senza essere tacciati di connivenza con il nemico. Liquidati dai più come una litania del risentimento, o come il delirio paranoico da sindrome di accerchiamento di un uomo solo al comando provato dalla fobia del Covid, i due discorsi inanellano alcuni dati di fatto incontrovertibili sull’estensione a est della Nato, sulle guerre di aggressione perpetrate dall’Occidente dagli anni novanta in poi (Kosovo, Iraq, Siria, Libia), e, più in generale, sullo “stato di euforia da superiorità assoluta, una sorta di assolutismo di tipo moderno, per di più sullo sfondo di un basso livello di cultura generale” che si è impossessato del campo dei vincitori della Guerra fredda. Ma al di là di questo merito, nonché della ricostruzione delle cause di lungo periodo della rinascita dei nazionalismi, a Est dopo la fine dell’Urss, ciò che colpisce nelle parole di Putin è la rivendicazione della dimensione storica come sfondo ineludibile del discorso politico. Precisamente lo sfondo che manca al discorso politico occidentale, che di spessore storico sarebbe supposto essere il più dotato. E che invece risponde all’aggressione di Putin usando – mirabile sintesi di un cinquantennio di ideologia neoliberale – solo il linguaggio dell’economia e della sicurezza: sanzioni e riarmo, nell’oblio – perfino teorizzato, come nel discorso alle camere di Mario Draghi – del passato che ha costruito, mattone dopo mattone, il presente.
Sia chiaro: lo sfondo e l’uso della storia non giustificano in alcun modo la mossa di Putin. L’invasione di uno Stato sovrano e confinante viola le basi del diritto internazionale, resuscita, a proposito di storia lunga, tutti i mostri del passato europeo, e si configura per di più, nelle stesse motivazioni che Putin ne dà, come una sorta di preemptive war, una guerra preventiva contro il pericolo eventuale di un’aggressione alla Russia da parte della Nato (i nemici assoluti sono spesso segretamente gemelli, e Putin evidentemente ha imparato qualcosa da George W. Bush). Nessuna ragione di lungo periodo esenta di un grammo di responsabilità la decisione con cui il presidente russo ha portato il mondo sull’orlo del precipizio. Ma pare assai improbabile che dal precipizio le democrazie occidentali possano uscire senza aprire al proprio interno tre linee di ripensamento autocritico di un passato prossimo che invece tendono solo a rimuovere o a riconfermare.
La prima linea riguarda l’atroce sequenza di guerre con cui l’Occidente ha insanguinato l’epoca di pace che aveva annunciato alla fine della Guerra fredda, e che rischiano di costituire i precedenti formali, non solo le concause politiche, dello scenario che si va prefigurando in Europa. Dovrebbe balzare agli occhi l’analogia agghiacciante fra le motivazioni addotte da Putin a sostegno della minoranza russa in Ucraina e quelle che mossero il cosiddetto intervento umanitario della Nato a sostegno della minoranza kosovara in Serbia, con relativo bombardamento di Belgrado: e invece non un cenno se ne sente in specie nel Pd, erede del partito che fu il principale regista italiano di quella guerra, oggi abitato da una classe dirigente che sembra del tutto ignara della drammaticità di quella stagione e del tutto conforme alla narrativa trionfale del dopo-’89. Dovrebbe risuonare come un monito sullo stato delle democrazie occidentali la madre di tutte le fake news e di tutte le post-truth politics, ovvero la gigantesca menzogna sulle presunte armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein che giustificò la “guerra preventiva” in Iraq. Soprattutto, dovrebbe portare un grammo di senno, questo sì preventivo, sullo scenario europeo prossimo venturo la scia di guerre civili, regimi instabili ed esodi migratori biblici lasciata dietro di sé dall’intera sequenza delle guerre post-89, tutte caratterizzate dall’intreccio micidiale di rivendicazioni nazional-sovraniste e rivendicazioni etnico-regionali che si ripropone oggi in Ucraina e rischia di riproporsi in un teatro europeo più vasto di quello ucraino. E invece è proprio nella ripetizione nevrotica di quella dinamica che ci stiamo infilando, con il corredo sinistro di un soccorso armato alla resistenza ucraina fatto di contractors, appalti, privatizzazione dell’uso della forza – un film, anche questo, già visto in Iraq e in Siria, con le conseguenze che sappiamo.
La seconda linea di riflessione autocritica riguarda lo stato delle democrazie occidentali e quello connesso della costruzione europea. Oggi siamo tutti dalla parte dell’Ucraina, vittima di un’aggressione inammissibile, e da questa parte bisogna restare finché i carri armati russi resteranno in campo. Ma nella retorica monotonale occidentale l’Ucraina è diventata in pochi attimi la trincea della difesa della democrazia tout court, anzi, per dirla con le parole di Joe Biden nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la trincea del conflitto fondamentale del nostro tempo, che sarebbe quello fra democrazia e autocrazia. Le élite democratiche americane sono impegnate da tempo a costruire questo frame narrativo, opposto e speculare all’attacco alla liberaldemocrazia occidentale portato avanti dalla concezione putiniana della cosiddetta “democrazia sovrana”. E se nella politica interna americana questo frame è servito a sconfiggere Trump, in politica estera è destinato a prendere il posto di quello sullo “scontro di civiltà” fra Occidente e Islam che ha tenuto banco per tutto il ventennio della war on terror successivo all’11 settembre. Ma dopo Trump, gli americani non possono non sapere che la linea di confine fra democrazie e autocrazie è diventata molto esile, e può essere scavalcata dagli autocrati che crescono all’interno delle democrazie occidentali, non soltanto al di fuori di esse. E noi europei non possiamo non sapere che le tentazioni autocratiche e sovran-populiste sono cresciute, soprattutto ma non solo nei paesi ex-sovietici dell’est, parallelamente ai processi di crisi e de-democratizzazione dei paesi dell’ovest, e sovente per reazione alla delusione di un allargamento a est dell’Unione rivelatosi più un’annessione alla religione del mercato che un’integrazione del mosaico di culture e tradizioni del vecchio continente. Anche da questa parte dell’oceano, il pericolo autocratico non viene solo dall’esterno, e la democrazia non può essere impugnata come una bandiera senza macchia e senza peccato.
Questo nodo lega il trentennio che abbiamo alle spalle al presente e al futuro dell’Unione europea e della sua collocazione nello scacchiere globale. Il rilancio dell’atlantismo da parte di Joe Biden appariva molto ambivalente già all’indomani della sua elezione: mentre riavvicinava le due sponde dell’Atlantico che Trump aveva allontanato, innalzava un nuovo muro fra l’Europa e le autocrazie orientali, chiamando la Ue a posizionarsi nettamente contro di esse. Già allora le voci più consapevoli spinsero infatti per un’Unione atlantista ma aperta verso Est e capace di porsi come ponte fra gli Stati uniti, la Russia e la Cina. Complice la fine del cancellierato di Angela Merkel, nonché verosimilmente l’insediamento del governo Draghi in Italia, le cose hanno preso purtroppo un’altra piega. E oggi è più che inquietante il coro mainstream di soddisfazione che si leva per un compattamento europeo che fa propria la parola d’ordine americana del nuovo scontro di civiltà fra Occidente e Oriente, e avviene tutto sotto l’insegna della Nato, di sanzioni durissime che colpiranno Putin ma affosseranno la transizione energetica europea, di una politica di pura potenza, di un riarmo di cui la Germania si fa protagonista e che travolge persino la neutralità storica di paesi come la Finlandia.
Se si rafforza in questo modo, dopo aver clamorosamente mancato tutte le possibilità preventive di disinnescare politicamente la miccia che Putin stava accendendo, l’Unione europea finirà col fare le spese del ridisegno dell’ordine globale che si sta giocando nella guerra fra l’imperialismo russo e il nazionalismo ucraino. Se in Ucraina non cessa il fuoco e l’Europa non inverte la rotta imboccando la strada della smilitarizzazione, il conflitto si estenderà in modo imprevedibile e i tempi si faranno durissimi per la specie umana. Se le democrazie si compatteranno al loro interno sulla base dell’ennesima proclamazione dello stato d’emergenza, come già sta avvenendo in Italia, la credibilità della democrazia subirà un ennesimo e fatale colpo. Come sempre e mai come oggi, per incidere sullo scacchiere geopolitico il pacifismo deve alimentarsi di un conflitto politico aspro dentro casa, in primo luogo contro la militarizzazione del dibattito pubblico.
(centroriformastato.it, 4 marzo 2022)
di Laura Colombo
Il sito della Libreria delle donne ha ripreso, pubblicandolo, l’articolo di Barbara Spinelli di sabato 26 febbraio 2022, nel quale la giornalista fa un’analisi delle gravi responsabilità e degli errori dell’Occidente rispetto a quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina, ovvero la guerra di invasione e aggressione russa ai danni di uno Stato sovrano.
È sempre buona cosa guardare indietro e analizzare la storia e la propaganda, per orientarsi in una realtà complessa e poter avere una visione più ampia. La verità non ha un colore e i confini non sono mai netti: la Nato è un’alleanza militare che, dalla caduta dell’URSS, si è spinta sempre più a Est e l’Occidente non ha arginato a sufficienza questo movimento.
E però. Sento dentro una stonatura profonda, un malessere, un senso di repulsione verso queste analisi, perché escludono l’imprescindibile della guerra: morte, sofferenza, distruzione ai danni di donne, uomini, bambini e bambine. Provo rabbia perché questa parte è tralasciata, elusa, evitata. Non intendo debba essere presente come premessa “doverosa”, che la renderebbe inessenziale. Al contrario, ritengo debba essere la posizione da cui partire per fare analisi di respiro più ampio, ancor più in questo momento di guerra guerreggiata. Rabbia e avversione arrivano quando si leggono parole vuote di realtà, lontane da quello che sta accadendo nel presente a migliaia di persone in carne ed ossa, costrette a scappare dal proprio Paese, a nascondersi in rifugi gelidi e senz’acqua, persone che stanno morendo sotto le bombe lanciate da un tale (un dittatore, come lo chiamano le Pussy Riot) che porta il nome di Vladimir Putin.
Scelgo di dare spazio a questa incrinatura e di stare dalla parte dei civili, delle persone, dalla parte dei più deboli che per lo più sono donne, massacrate dalla violenza di altri uomini. È la stessa dalla quale stanno anche molti russi e bielorussi che manifestano nonostante la dura repressione, è quella di Davide contro Golia.
La fine della guerra chiedono le piazze delle manifestazioni pacifiste, come, mi domando io? Le sanzioni possono incidere, ce lo racconta Anna Zafesova dalle colonne della Stampa (I musi lunghi degli oligarchi rivelano le crepe nel regime, 1/3/2022). Anche il lavoro di diplomazia dell’Europa è stato importante, e ora lo è di più. Vale la pena rileggere un articolo di Romano Prodi del lontano 2014, L’Ucraina si protegge se resta autonoma (il Messaggero, 19/10/2014) che delinea una possibile via d’uscita nella neutralità dell’Ucraina, “mettendo da parte ogni idea di renderla membro della Nato”. In questi anni Angela Merkel ha negoziato con Putin ed è forse la leader occidentale che ha più conoscenza e autorità per condurre una trattativa che scongiuri il peggio.
(libreriadelledonne.it, 4/3/2022)
di Paola Mammani
Ho provato un grande disagio nell’ascoltare le dichiarazioni di quasi tutti i politici nostrani, sull’aggressione di Putin all’Ucraina. Sgomenti, accorati, come se non avessero nessuna parte nella vicenda. Eppure Sergio Romano, ex-ambasciatore presso la Nato e l’Unione Sovietica, da tempo addita le gravi responsabilità dell’Europa nel non contenere l’aggressione più o meno esplicita che l’ampliamento dell’Alleanza atlantica a tanti paesi dell’est europeo, ha rappresentato per la Russia. Lo dice da anni dalle pagine del Corriere*. Negli ultimi giorni lo ha ripetuto su altri quotidiani,** il Corriere essendo più impegnato con le solite firme da prima pagina a stigmatizzare il comportamento di Putin e soprattutto, a me pare, a definire amici di Putin tutti coloro che si azzardano a dare credito a quelle riflessioni. Che sono state ripetute sabato scorso, 26 febbraio, sulle colonne de il Fatto Quotidiano, da Barbara Spinelli che ha indicato i punti essenziali della politica aggressiva ed imprevidente degli USA e degli stati europei, incapaci di trattare degnamente con la Russia e con Putin. Con questo dolendosi anche delle proprie posizioni assunte ai tempi della guerra nel Kosovo. E invece loro, no! Nessuno ha da rammaricarsi, da ravvedersi di alcunché. Quasi tutti indignati, a ripetere quanto sono bravi e buoni a condannare l’aggressore e ad essere al fianco degli aggrediti, ora anche con le armi, esplicitamente e alla luce del sole, con l’Europa intera. Ma loro erano lì, a ricoprire le più alte cariche nelle istituzioni europee, a presenziare nei governi e nel Parlamento nazionale per impedire tutto questo. Per trattare degnamente e proficuamente con il più grande stato confinante con l’Unione europea, cui tanti e profondi interessi ci legano. Erano là, sui quotidiani, con il potere della penna, per renderci avveduti del pericolo e per indicare rimedi in tempo utile e pretenderne l’attuazione.
Non ho nulla in contrario, in via di principio, a che le analisi di Romano e Spinelli, vengano discusse o anche smentite, ma mi piacerebbe sentire l’aspirazione a concepire una politica estera altra. Invece continuo a leggere le solite firme, di inguaribili ammalati di anticomunismo, di studiosi di storia per molti versi miti e cortesi, e di altri, variamente competenti, tutti dediti all’intemerata, perfino al dileggio fino alla ridicolizzazione di quanti cedono alla tentazione di cercare ragioni, spiegazioni, alle scelte di Putin. Tentare di individuare torti o responsabilità, Dio non voglia, nei comportamenti dell’Occidente, della UE, degli Usa o della Nato, sembra essere solo cialtronaggine o malafede. Come se non fosse sempre questa, l’unica sensata via d’uscita dalle difficoltà più gravi: guardare a quello che si può e si deve correggere, dal luogo in cui si è. Per dirla con le parole di Barbara Spinelli – Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere -. O con quelle del premio nobel Giorgio Parisi che, ripercorrendo i rapporti est/ovest per la regolazione degli esperimenti nucleari, con evidente riferimento all’oggi, afferma– …se non si fa uno sforzo sincero per capire le ragioni dell’altro, è molto difficile arrivare ad un accordo che poi sia rispettato da tutte le parti… -.***
E invece i loro scritti sono zeppi di espressioni come “Zar folle”, “autocrate sempre più isolato e fuori controllo”, in una lunga giaculatoria di autoassoluzioni. Leggo con attenzione e tristezza le loro argomentazioni che hanno sempre il sapore di contro-argomentazioni – alla lettera, contro qualcuno, come per un regolamento di conti – e non riesco a liberarmi da una parola che mi assedia: guerrafondai. Un’esagerazione? Non mi pare, perché se con il pensiero e la penna non si cerca di trovare le ragioni e i motivi fondati che hanno innescato l’aggressione, sarà difficile individuarne una via d’uscita durevole.
* Russia e sanzioni, se la Nato diventa un ostacolo per l’Europa – di Sergio Romano
** Intervista a Sergio Romano: “L’Ucraina sia neutrale come la Svizzera”
(www.libreriadelledonne.it, 2 marzo 2022)
di Mattia Ferraresi
Vladimir Putin è felice di vederci diventare un po’ come lui. Autoritari, paranoici, allergici al dissenso, impermeabili ai pensieri complessi, incapaci di fare distinzioni che fino a qualche giorno fa sembravano elementari. Ad esempio quella fra arte e politica, oppure fra popolo e governo, dove il primo non è mai del tutto responsabile delle azioni del secondo, specialmente quando il governo impone la sua legittimità con la repressione violenta e altri metodi coercitivi. Capita talvolta che la prima vittima di un governo sia il suo stesso popolo. Perse queste distinzioni, vale un po’ tutto. Anche annullare le lezioni di Paolo Novi su Dostoevskij, come ha fatto il prorettore alla didattica, in accordo con la rettrice dell’università Bicocca, con una motivazione da scudo e spada della pavidità: “Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione”. Su quel “soprattutto interna” si potrebbe molto lambiccare, deducendo tutto il potere di ricatto del personale amministrativo che sta già strangolando da decenni le università americane, ma non importa, perché la rettrice, Giovanna Iannantuoni, poi ha cambiato idea, spiegando che è stato tutto un malinteso. Ha invitato Nori per un incontro chiarificatore e ha detto che il corso si farà, una riparazione goffa che ricorda un po’ gli articoli che il Cremlino in queste settimane ha “per sbaglio” disseminato in giro sul trionfo immediato nella guerra-lampo in Ucraina, che sono stati subito cancellati ma rimanendo impressi negli archivi digitali. Il caso di Nori ha fatto scalpore anche perché Dostoevskij è stato condannato a morte per essersi opposto al potere del suo tempo, quindi anche alcuni schivatori professionali della polemica soprattutto interna sono stati costretti a un ripensamento (non tutti, se è vero che qualcuno ha chiesto al sindaco di Firenze di abbattere la statua del romanziere nella città). Ma ormai la capacità di fare distinzioni sensate era stata già compromessa dalla foga di ripulire qualsiasi cosa dalle influenze russe, un impeto sanzionatorio che ha colpito fotografi a cui hanno cancellato le mostre, musicisti licenziati o tenuti lontano dai palchi, il padiglione russo della Biennale che rimarrà chiuso e altre sanzioni morali che fanno male agli studenti, agli amanti delle arti, alle coscienze, alla libertà, alla ragione, allo spirito critico e a tutto quello che un tempo si chiamava occidente ma non a Putin. La cacciata indiscriminata di tutti i testimoni russi, non importa se dissenzienti o no rispetto all’invasione, oppure morti qualche secolo fa, è il più putiniano degli esiti, piace a chi vive di sindromi di accerchiamento e taglia con l’accetta il confine tra “noi” e “loro”. Piace a chi crede che il governo e il popolo coincidano perfettamente, che la società civile non sia capace di esprimere pensieri propri indipendenti, che le persone dirigano un’orchestra o dipingano un quadro su mandato politico. Eravamo largamente capaci fino a pochi giorni fa di esercitare questa capacità di dare giudizi distinti e contemplare faccende complesse, evitando l’indebita equazione russo uguale fiancheggiatore, ma Putin evidentemente sta invadendo anche la ragione, offuscando negli avversari proprio quei criteri che fanno dire che lui è un autocrate barbaro e senza scrupoli, ma non per questo lo sono anche il popolo russo o i suoi artisti e scrittori. Putin sarà certamente lieto di aver contribuito a restringere il perimetro della ragione dei suoi avversari.
(Censura degli artisti russi. Putin è felice di vederci diventare un po’ come lui, Domani, 3 marzo 2022)
di Mariangela Mianiti
Conosco Galina da circa vent’anni. È talmente femminile e a proprio agio in questa sua natura profonda che la chiamo, scherzando, la Marilyn Monroe dei paesi dell’est. Laureata in ingegneria, nata a Mariupol’ da padre russo e madre ucraina, trasferitasi in Svizzera nel 1999, Galina ha mantenuto legami fortissimi con l’Ucraina e la Russia. Sia di qua che di là ha parenti e amici che sente quasi ogni giorno, quindi sa che cosa prova e vorrebbe la gente, sia di qua che di là. «Hanno paura, hanno paura di stare male, hanno paura della guerra, hanno paura di vedere i figli, i padri e i fratelli combattere, hanno paura di mandarli a morire. Nessuno, né in Russia né in Ucraina, vuole questa guerra. Siamo tutti una famiglia, eravamo tutti sovietici».
Galina ha 55 anni, quindi è cresciuta e ha studiato nell’Urss, ha iniziato a lavorare quando l’Ucraina è diventata indipendente. «Quando c’era l’Urss, all’università gli studenti bravi prendevano uno stipendio, e quando ti laureavi non dovevi ridare nulla allo stato. Le paghe erano basse, ma tutto costava poco, la sanità era gratis e avevi delle sicurezze. Poi, dopo l’indipendenza gli stipendi di insegnanti e laureati sono scesi così tanto che siamo diventati tutti piccoli imprenditori, chi si inventava commerciante, chi vendeva case, chi produceva abiti, o vendeva auto. A volte andava bene, a volte andava male». La trasformazione non è stata solo economica.
«Con l’unione sovietica ci sentivamo una stessa famiglia. Non importava se venivi da Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Crimea, Uzbekistan, Azerbaigian non mi sono mai sentita superiore o diversa da chi veniva da un’altra regione. A scuola tutti studiavano il russo e la lingua della repubblica in cui si viveva. Non è vero che la lingua ucraina non è mai stata accettata, non è vero che gli ucraini sono stati sfruttati. Finché c’è stata l’unione Sovietica eravamo tutti uguali, le differenze erano rispettate. Se andavi a Mosca con il costume tipico della tua regione facevano festa, erano contenti di accoglierti». E adesso? «Adesso, le mie amiche in Ucraina sono arrabbiatissime con i russi, ma i russi dicono “Noi non c’entriamo nulla. Noi non vogliamo questa guerra”. Le divisioni sono cominciate con la rivoluzione arancione, nel 2014, e sono arrivate dentro le famiglie, fra gli amici, perché lì è tutto intrecciato, siamo tutti mischiati, tutti hanno parenti di qua e di là. A un certo punto le persone non si capivano più, e si sono rotte tante relazioni.
Ma c’è un’altra cosa di cui la gente in Ucraina adesso ha paura. Hanno dato le armi ai civili. Ma come le useranno? Che cosa faranno se mancano il cibo e l’acqua?
Come si comporteranno con le case abbandonate da chi è fuggito? Siamo sicuri che tutti saranno leali?». Sul potere, e il modo in cui è esercitato, Galina ha le idee chiare. «Io non voglio prendere la parte di Zelensky o di Putin, anche perché adesso vivo lontano, e quando vivi lontano è facile parlare, e fare tanti bla, bla. Però di una cosa sono sicura, quando si arriva a questo punto vuol dire che tutti e due hanno sbagliato qualcosa. A me non importa il colore della bandiera che hai sulla testa, mi importa la vita, la vita conta molto di più di una bandiera. Il mio compagno mi dice “Ah ma allora non sei patriottica”. Se essere patriottica vuol dire prendere in mano un fucile e ammazzare qualcuno, allora dico No, io non voglio questa patria, questa per me non è patria. Le vittime in questa guerra sono due, da una parte gli ucraini, dall’altra i russi che devono andare a combattere contro amici e parenti».
(il manifesto, 1° marzo 2022)
di Barbara Spinelli
Perfino l’11 settembre aveva una sua genealogia, sia pure confusa, ma lo stesso non si può certo dire dell’aggressione russa e dell’assedio di Kiev. Qui le motivazioni dell’aggressore, anche se smisurate, sono non solo ben ricostruibili ma da tempo potevano esser previste e anche sventate. Le ha comunque previste Pechino, che ieri sembra aver caldeggiato una trattativa Putin-Zelensky, ben sapendo che l’esito sarà la neutralità ucraina chiesta per decenni da Mosca. Il disastro poteva forse essere evitato, se Stati Uniti e Unione europea non avessero dato costantemente prova di cecità, sordità, e di una immensa incapacità di autocritica e di memoria. È dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo, sostituendo quello vigente ai tempi dell’Urss, del Patto di Varsavia e della Guerra fredda. L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia: “Penso sia chiaro – così Putin – che l’espansione della Nato non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’alleanza o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa quest’espansione? E cos’è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario generale Nato, signor Wörner, a Bruxelles il 17 maggio 1990. Allora lui diceva: ‘Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Urss una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie?”. Per capire meglio la sciagura ucraina, proviamo dunque a elencare alcuni punti difficilmente oppugnabili.
Primo: né Washington né la Nato né l’Europa sono minimamente intenzionate a rispondere alla guerra di Mosca con una guerra simmetrica. Biden lo ha detto sin da dicembre, poche settimane dopo lo schieramento di truppe russe ai confini ucraini. Ora minaccia solo sanzioni, che già sono state impiegate e sono state un falso deterrente (“Quasi mai le sanzioni sono sufficienti”, secondo Prodi). D’altronde su di esse ci sono dissensi nella Nato. Alcuni Paesi dipendenti dal gas russo (fra il 40 e il 45%), come Germania e Italia, celano a malapena dubbi e paure. Non c’è accordo sul blocco delle transazioni finanziarie tramite Swift. Chi auspica sanzioni “più dure” non sa bene quel che dice. Chi ripete un po’ disperatamente che l’invasione è “inaccettabile” di fatto l’ha già accettata.
Secondo punto: l’occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali– da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta.
Terzo punto: la promessa finì in un cassetto, e senza batter ciglio Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi Baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba).
Quarto punto: sia gli Usa che gli europei sono stati del tutto incapaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina e si è acutizzata la questione Taiwan. Preconizzavano politiche multilaterali, ma disdegnavano l’essenziale, cioè un nuovo ordine multipolare. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’ovest e dell’est. La Storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. La hybris occidentale, la sua smoderatezza, è qui.
Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo. L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento). Il ritiro dall’Afghanistan ha messo fine alla hybris e la nemesi era presagibile. Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Paese membro dell’UE – il maltrattamento delle minoranze russe. Non abbiamo difeso e non difendiamo i diritti, come pretendiamo? Nel 2014, facilitando un putsch anti-russo e pro-usa a Kiev, abbiamo fantasticato una rivoluzione solo per metà democratica. Riarmando il fronte Est dell’ue foraggiamo le industrie degli armamenti ed evitiamo alla Nato la morte celebrale che alcuni hanno giustamente diagnosticato. Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere.
(il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2022)