di Nello Scavo
L’ultimo l’hanno acciuffato ieri. Con la moglie, il figlio neonato e la madre di lei hanno provato ad attraversare il confine. L’uomo, per sfuggire all’arruolamento forzato, aveva ricavato sul sedile posteriore un box tra i peluche e pannolini nel quale nascondersi all’interno. Con la moglie alla guida dell’utilitaria sperava di passare inosservato e continuare a occuparsi della famiglia una volta superata la frontiera. Ma i controlli sono strettissimi. E i militari hanno voluto frugare per bene. Quando sotto ai pupazzetti hanno visto rannicchiato l’uomo, hanno estratto i fucili e un telefono. Con le armi gli hanno intimato di uscire, mentre con la fotocamera riprendevano la scena. Ora quelle immagini sono di dominio pubblico. E suonano come un avvertimento. E tra famiglia e patria, i maschi tra i 18 e 60 anni non hanno scelta.
Dove le macerie diventano trincea, al di qua del fiume Dnepr, quando il caseggiato rimasto uguale all’epoca sovietica annuncia l’ingresso nella città dei monasteri e dei santuari ortodossi, c’è chi le armi non le imbraccerà comunque. “Lo so che la nostra è legittima difesa, e che se anche dovessi uccidere il nemico per difendere la mia famiglia, mi verrà perdonato. Ma io non prenderò il fucile”.
L’ostinata nonviolenza di Yuri, tra le rovine della cintura esterna di una Kiev a cui l’armata russa ha mostrato cosa sarebbe capace di fare se entrasse tra le vie acciottolate del centro storico, non ha niente a che vedere con il pacifismo a oltranza. “Non ho nulla contro i pacifisti”, dice mentre si prepara a un’altra notte nello scantinato che tutti chiamano bunker, più per tirare su il morale che per reale capacità di resistenza delle strutture portanti. “Solo che io non voglio sparare a nessuno, non voglio uccidere, ma non voglio neanche morire”, aggiunge. Potrebbe però arrivare un momento in cui dovrai scegliere, gli facciamo notare: o la tua vita o quella di chi ti sta di fronte. “Può darsi che gli tirerò un sasso, oppure avrò così tanta paura da restare paralizzato aspettando che mi ammazzi”, risponde. “Intanto – aggiunge – cerco di dare una mano ai ragazzi che vanno a lottare. Gli spiego che non sono obbligati a farlo, ma che se lo fanno devono farlo per amore della nostra libertà, non per odio”.
Il confine della paura è sottile e insidioso almeno quanto quello che separa un codardo da un cecchino. Difficile dire che entrambi siano nel giusto. Ma per le strade di Kiev, di Odessa, di Ulman e di ogni altra trincea osservata in queste settimane non abbiamo trovato disprezzo per chi la guerra non la vuol fare. Olga, ad esempio, sa che il marito è esentato dal combattimento. Lo ha scelto lui. Niente fucili. Ma non è che si senta così tranquilla. Lui è un volontario del soccorso civile, di quelli che dopo l’onda d’urto arriva con la station wagon comperata a rate e trasformata in auto di primo soccorso, per raccogliere chi ancora ha un cuore che batte, o per radunare i pezzi di chi è stato centrato dall’esplosione.
Ci sono padri che vivono nascosti nei casolari più remoti. Tra balle di fieno e bestiame abbandonato. Non accendono neanche il fuoco, per non dare nell’occhio. Hanno accompagnato la famiglia al confine. La loro guerra l’hanno già vinta mettendo in salvo moglie e figli. Hanno anche provato a corrompere i gendarmi, ma non c’è stato niente da fare. Gli uomini vengono ricacciati indietro, verso le prime linee, ma non tutti hanno negli occhi il fuoco dell’eroe in armi.
A usare le categorie delle cronache di guerra, si direbbe che sono renitenti alla leva. Oppure disertori. “Io e Alessia non avevamo niente – racconta il ragazzo, sposo da tre settimane -. Ci siamo fidanzati e abbiamo trovato un lavoro, poi una casa e finalmente ci siamo sposati”. Hanno provato ad attraversare insieme la frontiera verso Chisinau, in Moldavia. Ma la poliziotta ucraina lo ha bloccato: “Devi combattere per la patria!”. Le lacrime di Alessia nessuno potrà mai descriverle. E’ rimasta anche lei, non ha voluto lasciarlo da solo. Lo implora di non unirsi alle milizie. “Allora combatteremo insieme”, gli dice quasi minacciandolo. Ma lui non si perdonerebbe di averla trascinata davanti al nemico. Si sente un vigliacco, un traditore di Kiev. Poi saluta con una di quelle frasi che starebbero bene nei libri: “Non andrò a combattere, devo proteggere lei. L’Ucraina è la mia terra, Alessia è la mia patria”. E di scrivere che è un disertore, proprio non riusciamo.
(Avvenire, 18 marzo 2022)
di Franca Fortunato
Il libro postumo di Gino Strada, da poco in libreria, Una persona alla volta, edito Feltrinelli, è un vero e proprio Manifesto per un mondo senza guerre, lasciato in eredità all’umanità da parte di un uomo che ha dedicato la sua vita a curare le vittime di tutte le guerre, stando sul campo, e guardando i volti stravolti di feriti, mutilati, morti, affamati, rifugiati, disperati, per lo più donne e bambine/i. Ovunque sia stato, Pakistan, Perù, Somalia, Bosnia, Etiopia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, sempre “atrocità e disumanità”, “morti e feriti” di “cittadini normali, molte donne e moltissimi bambini”. Il volto della guerra gli si presenta per la prima volta alla fine degli anni Ottanta in Pakistan, all’ospedale internazionale della Croce Rossa dove dall’Afghanistan, occupato dai sovietici, arriva un bambino mutilato da una mina giocattolo, armi pensate, progettate, costruite per i figli dei “nemici”. “Quel bambino, a cui dovetti amputare la mano, divenne per me il vero volto della guerra, il volto di una delle sue tante vittime”. “La guerra per me ha sempre avuto la faccia di un uomo stravolto dalla sofferenza, il rosso caldo del sangue e la puzza di bruciato. Così mi si è presentata più o meno in tutti i posti dove sono andato a curare le vittime. Quante donne ho visto disperate per un figlio ucciso”. Quando gli Stati Uniti, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, bombardano e occupano l’Afghanistan, seguiti dall’Occidente, in nome della “guerra al terrorismo”, Strada capisce “di non essere un pacifista, ma di essere semplicemente contro la guerra”. “Dopo anni passati tra conflitti – spiega – mi sono scoperto saturo di atrocità, del rumore degli spari e delle bombe. E lì, in Afghanistan, dove avevo vissuto per tanti anni operando feriti, non ce l’ho fatta più a sopportare l’idea di una nuova guerra. Così alla vigilia di un’altra ondata di sofferenze e di morte ho detto il mio ‘no’, basta con la guerra, basta uccidere mutilare infliggere atroci sofferenze ad altri esseri umani”. Sappiamo come è andata a finire quella guerra e le altre che l’hanno seguita, un disastro, che rafforza in Strada la convinzione che “la guerra non si può umanizzare. Non si può renderla meno pericolosa, crudele e folle (…) si può solo abolire” iniziando a vederla “per quello che è veramente, l’uccisione volontaria di tanti esseri umani. Non importa quale sia la ragione, o la ‘causa’, di un conflitto: è lo strumento ‘guerra’ a essere un crimine”. “Per oltre trent’anni ho letto e ascoltato bugie sulla guerra. Che la motivazione – o più spesso la scusa – per una guerra fosse sconfiggere il terrorismo o rimuovere un dittatore, oppure portare libertà e democrazia, sempre me la trovavo davanti nella sua unica verità: le vittime”. “Dopo tutti questi anni di guerra, la sola verità inoppugnabile è che questo strumento non ha funzionato” e “nel mondo atomico in cui viviamo, non possiamo più permetterci la guerra”. La possibilità di una guerra nucleare è entrata nel mondo con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, alla fine della seconda Guerra mondiale, e oggi sembra tornata con la guerra in Ucraina.
Strada ricorda il Manifesto di Russel-Einstein (1955) sottoscritto da scienziati di tutto il mondo per un disarmo nucleare. Servirebbe oggi – si chiede – scrivere un nuovo Manifesto? Come abolire la guerra? “Non quella in Iraq o in Afghanistan, ma la guerra in sé e il suo unico, vero contenuto: morte, sofferenza, disumanità”. Un mondo senza guerre è “il compito più ambizioso”, “la scommessa più grande” che per Gino Strada attende l’umanità.
(Il Quotidiano del Sud, 18 marzo 2022)
di Hannah Arendt
Anticipiamo stralci della biografia “Rosa Luxemburg” di Hannah Arendt (1966), dal 17 marzo 2022 in libreria con Mimesis e la curatela di Rosalia Peluso.
Ogni movimento della Nuova Sinistra, quando è giunto il momento di trasformarsi in Vecchia Sinistra – di solito quando i suoi membri hanno raggiunto i quarant’anni – ha seppellito prontamente il primo entusiasmo per Rosa Luxemburg insieme ai sogni di gioventù; e dato che di solito non ci si è preoccupati di leggere, e tanto meno di capire, quanto lei aveva da dire, si è trovato facile liquidarla con tutto il filisteismo condiscendente del loro status appena acquisito.
Il “luxemburghismo”, invenzione postuma degli scribacchini del partito per motivi polemici, non ha mai ottenuto nemmeno l’onore di essere denunciato come “tradimento”; è stato trattato come una malattia innocua e infantile.
Nulla di ciò che Rosa Luxemburg ha scritto o detto è sopravvissuto, a eccezione della sua critica, sorprendentemente accurata, della politica bolscevica durante le prime fasi della Rivoluzione russa: questo solo perché coloro secondo i quali “dio aveva fallito” potevano usarla come un’arma conveniente, sebbene del tutto inadeguata, contro Stalin. (“C’è qualcosa di indecente nell’uso del nome e degli scritti di Rosa come una specie di missile da guerra fredda” ha sottolineato il recensore del libro di Peter Nettl, che firmò una prima biografia sulla Luxemburg, ndr). I suoi nuovi ammiratori non avevano più cose in comune con lei dei suoi detrattori. Il suo senso, altamente sviluppato, per le differenze teoriche, il suo infallibile giudizio sulle persone, le sue personali propensioni e idiosincrasie, le avrebbero impedito di confondere Lenin e Stalin in qualsiasi circostanza, a prescindere dal fatto che non è mai stata una “credente”, non ha mai usato la politica come un sostituto della religione ed è stata attenta, come nota Nettl, a non attaccare la religione anche quando si è opposta alla Chiesa. In breve, la circostanza che “la rivoluzione fosse vicina e reale, per lei come per Lenin” non costituì mai un suo articolo di fede, a differenza del marxismo. Lenin era per essenza un uomo d’azione e sarebbe entrato in politica in ogni caso, mentre lei, che, nella sua semiseria autovalutazione, si considerava nata “per badare alle oche”, avrebbe potuto benissimo immergersi nello studio della botanica o della zoologia, della storia, dell’economia o della matematica, se le contingenze del mondo non avessero offeso il suo senso di giustizia e libertà.
Ciò comporta naturalmente riconoscere che lei non sia stata una marxista ortodossa, talmente poco ortodossa da far dubitare che sia stata un’autentica marxista. Nettl afferma giustamente che per lei Marx non era altro se non “il miglior interprete della realtà con cui tutti loro avevano a che fare”, ed è rivelatore della sua mancanza di coinvolgimento personale il fatto che abbia potuto scrivere: “Provo ora orrore per il tanto decantato primo volume del Capitale di Marx a causa dei suoi elaborati ornamenti rococò à la Hegel”. Ciò che veramente contava per lei, perfino più della rivoluzione stessa, era la realtà, in tutti i suoi aspetti meravigliosi e terribili. La sua non-ortodossia era innocente, non polemica; “raccomandava volentieri agli amici di leggere Marx per la freschezza del suo stile e l’ardimento dei suoi pensieri, e perché non dava nulla per scontato. Gli errori che aveva commesso nell’analisi politica erano evidenti e inevitabili; per questo non si preoccupò mai di scrivere una critica di ampio respiro”.
Tutto ciò risulta meglio espresso nell’accumulazione del capitale, che solo Franz Mehring ha avuto la spregiudicatezza di definire un “risultato veramente magnifico, affascinante, impareggiabile dalla morte di Marx in poi”. La tesi centrale di questa “curiosa opera di genio” è abbastanza semplice. Dal momento che il capitalismo non mostrava alcun segno di cedimento “sotto il peso delle sue contraddizioni economiche”, lei cominciò a cercare una causa esterna per spiegarne la continua esistenza e crescita. La trovò nella cosiddetta “teoria del terzo fattore”, cioè nel fatto che il processo di crescita non era semplicemente la conseguenza di leggi innate che governano la produzione capitalistica, ma della continua esistenza di settori pre-capitalistici in Paesi che il “capitalismo” aveva catturato e portato nella sua sfera di influenza… Lenin si accorse subito che questa analisi, indipendentemente dai suoi pregi o difetti, era essenzialmente non marxista.
C’è un altro aspetto della personalità di Rosa che Nettl evidenzia, ma di cui non sembra cogliere tutte le implicazioni: il suo essere “coscientemente donna”. Questo dato poneva da sé diversi limiti a qualsiasi sua ambizione. Significativa, ad esempio, la sua idiosincrasia per il movimento di emancipazione femminile, che attraeva irresistibilmente tutte le altre donne della sua generazione e di stesse convinzioni politiche; all’uguaglianza reclamata dalle suffragette, sarebbe stata tentata di rispondere: Vive la petite différence. Era una outsider, non soltanto perché era e rimase un’ebrea polacca in un Paese che non le piaceva e in un partito che presto avrebbe disprezzato, ma anche perché era una donna… Rosa Luxemburg non è vissuta abbastanza a lungo per vedere quanto avesse ragione e per osservare il terribile, e terribilmente rapido, decadimento morale dei partiti comunisti, prodotti diretti della Rivoluzione russa, in tutto il mondo…
Una marxista poco ortodossa “Si considerava nata per badare alla fattoria: avrebbe potuto immergersi nello studio se il mondo non avesse offeso il suo senso di giustizia”.
(Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2022)
di Wisława Szymborska
Piatta come il tavolo
sul quale è posta.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera superficie.
Bassopiani e vallate sono sempre verdi,
altopiani e montagne sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un azzurro amico
sui margini sdruciti.
Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni deserto,
insieme al fiume che sta lì accanto.
Segnalano le selve alcuni alberelli
tra i quali è ben difficile smarrirsi.
A est e ovest, sopra e sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
I confini si intravedono appena,
quasi esitanti – esserci o non esserci?
Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buonumore
sul tavolo mi dispiegano un mondo
che non è di questo mondo.
(da Basta così, ed. Adelphi, 2012)
di Pat Carra

(https://www.ingenere.it/content/la-storia, marzo 2022)
di Daniele Archibugi
Una delle cose che sorprende dell’invasione dell’Ucraina è come le truppe di occupazione russe e i civili ucraini interagiscano tra loro. Non solo a colpi di fucile e di cannone, ma anche con le parole. A Kherson abbiamo visto folle disarmate di civili – donne, bambini, anziani – che insultano soldati russi armati senza che questi potessero fare altro se non sparare in aria. Nella periferia di Kiev, tre soldati armati si sono intrufolati in una casa privata, forse alla ricerca di qualcosa da mangiare, ma due vecchietti li hanno messi in fuga strillando. Ci siamo commossi di fronte alle immagini di un giovanissimo prigioniero russo in lacrime, nutrito e consolato da donne ucraine, fino al punto che gli hanno prestato il proprio cellulare per farlo parlare con la madre in qualche remota regione della Siberia.
Non sono ancora bastati migliaia e migliaia di morti per far odiare i due popoli. Ma quanto durerà? Nella ex-Jugoslavia, chi voleva smembrare il paese doveva in tutti i modi fomentare l’odio, obbligando le parti in causa a schierarsi da una parte. Per aizzare il genocidio in Rwanda, una delle etnie doveva scatenare l’abominio sull’altra. Non è certo una novità: se si vuole sobillare un conflitto, specie se di natura etnica, bisogna forzare le persone a schierarsi. Ce lo insegna l’ultimo film di Kenneth Branagh sulla sua natìa Belfast.
Che ancora oggi non ci sia un odio diffuso tra russi e ucraini è il più grande fallimento di Vladimir Putin, un fallimento ancora più importante dei suoi insuccessi militari. Putin si starà chiedendo in questi giorni: può questa invasione continuare senza generare disprezzo tra le parti in causa? Come posso provocare una violenza tale da rendere la coesistenza presente e futura impossibile?
Visti i limitati progressi del suo riluttante esercito, Putin ha bisogno che nel teatro di guerra arrivino gruppi armati pronti a tutto. E ha bisogno di trovarli tra i criminali comuni, i disperati, i mercenari. Ramzan Kadyrov, il feroce leader ceceno, aveva annunciato di essere a Kiev, ma non con l’esercito regolare, bensì con il suo gruppo para-militare ben noto per le torture e gli assassini compiuti. Sembra che il governo russo sia addirittura pronto ad arruolare truppe mercenarie siriane e della Repubblica centrafricana, soldati che hanno già visto e seminato il terrore.
Mosca non ha certo bisogno di altri militari, ma potrebbe aver bisogno di squadroni della morte pronti a tutto. Non è diversa la situazione in Ucraina: come ha denunciato il Washington Post, certamente non una testata filo-Cremlino, ci sono gruppi di balordi neonazisti che non vedono l’ora di usare il conflitto per scatenare la caccia al russofono.
Un eventuale smembramento dell’Ucraina richiederebbe forzosamente una pulizia etnica, come già avvenuto per il Donbass. Nella ex-Jugoslavia, stupri e torture sono stati gli strumenti per rendere impossibile la convivenza futura. E se non si ferma subito la guerra, c’è il pericolo che lo stesso avvenga in Ucraina.
Putin deve oggi usare il pugno di ferro per reprimere l’opposizione interna con una brutalità che non si era mai vista in Occidente. A confronto, finanche gli Stati Uniti sono stati più clementi nei confronti di chi opponeva alla guerra del Vietnam o all’invasione dell’Iraq. Ma Putin deve impedire che qualcuno ricordi che il popolo russo non ha alcun bisogno di distruggere l’Ucraina. Specie se, come tardivamente dichiarato dal Presidente Zelensky, il Paese non entrerà nella Nato.
Gli interventi della società civile diventano preziosi per radicare in chi vive in Russia e in Ucraina la convinzione che non c’è alcuna inimicizia insormontabile tra i due popoli. E che due stati autonomi possono coesistere con la stessa armonia che dal 1945 in poi regna tra Germania e Austria, due Paesi con storia, lingua e cultura comuni, ma con amministrazioni del tutto distinte. Tutelando le minoranze linguistiche in tutte le aree.
Gli scienziati russi hanno coraggiosamente firmato un appello contro la guerra dove si dice che «l’Ucraina è Stato e continua ad essere un Paese a noi vicino. Molti di noi hanno parenti, amici e colleghi che condividono le nostre ricerche scientifiche. I nostri padri, nonni e bisnonni hanno combattuto assieme contro il nazismo. Scatenare una guerra per le ambizioni geopolitiche del governo rappresenta un cinico tradimento perpetrato alla loro memoria». Per fermare l’odio, servirebbero decine e decine di appelli congiunti tra i rappresentanti della società civile dei due Paesi: scienziati e sindacati, musicisti e attori, enti locali e associazioni dovrebbero oggi far sentire la propria voce per evitare che la convivenza futura diventi impossibile. E chissà che questi appelli di carta non si dimostrino più efficaci dell’invio o della vendita delle armi.
Daniele Archibugi, Cnr, è il coordinatore della Scuola di Dottorato Che cosa è un popolo? Controversie sociali, politiche e legali, che si aprirà alla Venice International Università a fine marzo 2022
(Contro la guerra, dobbiamo fermare l’odio, il manifesto, 17 marzo 2022)
di Paolo Di Paolo
Se le chiedi come vive, da scrittrice, ciò che sta accadendo in Ucraina, e se ha qualche parola in più, ti ferma subito: «Tutti parlano. La mia voce sull’argomento è priva di competenza specifica, quindi inutile». Eppure, proprio gli occhi «tristi» di Putin lampeggiano nel suo nuovo romanzo, Serge (Adelphi).
È la madre del protagonista a notarli nelle immagini televisive. Ora quegli occhi tristi (e forse inquietanti) sono al centro dei nostri pensieri. Forse solo la letteratura può scegliere di fermarsi su un dettaglio simile, cercare lo spazio – anche di fronte all’inaccettabile – per una considerazione così umana. D’altra parte, da narratrice e da drammaturga tradotta in oltre trenta lingue, Yasmina Reza – 62 anni, nata a Parigi, ma figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese – ha sempre cercato una prospettiva non ovvia sul mondo. Un incontro fra vecchi amici che degenera per una discussione sull’arte contemporanea, nella sua pièce più famosa, Arte. Un incontro pacificatorio tra due coppie di genitori che invece diventa un massacro: Carnage, appunto, come nel film con Kate Winslet che Roman Polanski ha tratto dal testo di Reza. E ancora: prende un uomo politico che non ama, Nicolas Sarkozy, lo segue durante la campagna elettorale del 2007 e anziché scrivere un libro politico, scrive un libro su un uomo «che vuole fare concorrenza alla fuga del tempo». La sua intelligenza è corrosiva, ma sempre capace di pietà. Come dimostra nel nuovo romanzo: una fotografia di gruppo mossa, a tinte accese. L’immagine sfaccettata della «sgangherata baracca» che è una famiglia, qualunque famiglia.
Il dettaglio sugli occhi di Putin mi ha fatto ripensare a certe piccole rivelazioni dell’umore dell’ex presidente francese Sarkozy nelle pagine di L’alba, la sera o la notte: «Sotto i suoi lineamenti appaiono dolcezza e infanzia».
«Mi commuove il fatto che lei abbia notato gli occhi tristi di Putin. È un dettaglio minuscolo nel libro ma in effetti è significativo. Qualche volta, ma non sempre, sul viso di una persona c’è qualcosa che contraddice l’immagine che questa persona dà di se stessa. Quando la personalità adulta è forte e sembra andare in senso opposto è destabilizzante vedere un rimasuglio d’infanzia, di solitudine o di dolcezza nel suo corpo o nel suo comportamento. Non so che cosa riveli esattamente, se non il grande mistero dell’esistenza. E cioè la materia stessa della letteratura».
Seguirebbe di nuovo la campagna presidenziale? Di Macron? O di Marine Le Pen? Oppure di Éric Zemmour? Le sembrano storie, facce interessanti?
«No. Ho avuto la fortuna di potere seguire una personalità ricca e sconcertante, e che somigliava a un personaggio che avrei potuto inventare io. È stato un anno straordinario e sarò per sempre grata a Sarkozy di aver acconsentito a questo ritratto senza ostacolarmi in alcun modo. I protagonisti di oggi non mi interessano. Non ho nessun punto di vista letterario su Macron».
Lei non ama rispondere a domande sull’attualità, ma il momento è eccezionale: una pandemia, una guerra… Come saremo, dopo?
«Nel corso del Ventesimo secolo è completamente scomparso un mondo, quello che costituiva l’Europa. È scomparso anche, e per sempre, il mondo precedente alle rivoluzioni digitali. Andiamo verso qualcosa di disaggregato e sfocato, senza che questo qualcosa sia analizzabile perché la rapidità delle mutazioni confonde il pensiero. È un clima generale che non consente alcun ottimismo. In un certo senso il libro tradisce questa preoccupazione».
Serge, il protagonista del romanzo, è in effetti un uomo preoccupato. Anche solo dalle fatiche della vita adulta. La sorella lo rimprovera perché è sempre sarcastico, lo trova «gonfio di acredine». Forse lo siamo un po’ tutti, soprattutto sui social.
«Il contesto dei rimproveri che Nana muove a suo fratello è puramente personale. Gli rinfaccia di avere sulle persone uno sguardo altezzoso e beffardo. Ne deduce che è risentito. Qui un personaggio sviluppa la propria visione di un altro personaggio. Una visione puramente soggettiva, quindi, che il lettore ha il diritto di disapprovare o relativizzare. Peraltro Nana, per via dei suoi aspetti da brava cittadina, è il bersaglio dei fratelli. In Serge vedo più un ritratto dei rapporti fra fratelli che un’evocazione dei rapporti nei social media».
I suoi personaggi dicono spesso cose che non direbbero «in pubblico». Ma esiste qualcuno al mondo le cui conversazioni private resisterebbero alla verifica del politicamente corretto?
«A me sembra che ai miei personaggi capiti spesso di sbarellare in pubblico. Intendo dire, in circostanze in cui l’intemperanza del linguaggio non sarebbe consentita. Non lo faccio per provocare ma perché lo richiede l’umore della situazione e perché questa è la natura delle persone che descrivo. Ci sono ben pochi saggi e moderati fra i miei personaggi. In realtà, quello che chiamiamo il “politicamente corretto” non m’interessa. La letteratura, che io associo all’arte e non all’ambito intellettuale come per esempio la filosofia, è uno spazio di pura libertà. Per quanto mi riguarda, il criterio etico che guida l’uso delle parole non è la correctness o l’incorrectness bensì il vero o il falso. I personaggi che, nella loro umile misura, dovrebbero rappresentare l’umanità sono dilaniati e pieni di contraddizioni. È in questa tensione che gli uomini si dibattono, non all’interno di una virtù illusoria».
Riesce a farci sentire che nelle «chiacchiere» occasionali di ogni giorno c’è molta più verità di quella che affidiamo alle versioni ufficiali. Lei le fissa, forse proprio per dire: ecco che cosa riveliamo, di noi, semplicemente parlando. È così?
«Quelle che lei chiama le versioni ufficiali sono una noia mortale. Anche quando (soprattutto, forse!) toccano i grandi temi. Ho sempre pensato che la vera natura delle relazioni umane stia nelle asperità della vita di tutti i giorni, nelle piccole incrinature, nelle piccole dissonanze, nulla di molto consistente in apparenza ma che la temporalità della scrittura permette di cogliere. A teatro, un attore può creare un mondo con una parola anodina. C’è così tanta ricchezza nel non-detto. Le “chiacchiere” aprono grandi spazi, se si è capaci di ascoltare al di là o al di qua delle parole».
Al centro del romanzo, c’è un viaggio che la famiglia di Serge, di origini ebraiche, fa ad Auschwitz. È l’occasione per guardarci da fuori nei panni di turisti «in tenuta semi-balneare» in un campo di concentramento. «Quando tornerai al sole, alla macchina, che cosa ti ricorderai? E se anche ti ricordassi?», lei scrive. La protesta dell’io narrante contro il «feticismo della memoria» lei la condivide?
«Che cosa chiamiamo memoria? Nella mia accezione della parola, la sola memoria che possa avere delle conseguenze su una percezione del mondo o su altri comportamenti è una memoria che chiama in causa gli affetti. Non è una cosa che può essere imposta per decreto. Proprio come non si possono forzare i sentimenti, non si può forzare la natura della memoria. Il “dovere della memoria”, questa costante ingiunzione, è una formula vuota. Al massimo si potrebbe dire: il dovere della conoscenza. Ma quale parte di noi aspira a questa conoscenza? Il mio primo impulso era scrivere qualcosa che avesse a che fare con il turismo. E credo peraltro che sia un argomento importante del libro. La contemplazione del mondo in chiave turistica è l’essenza stessa della nostra epoca. Tutti quelli che, nel mondo, hanno avuto accesso a un certo tenore di vita sono turisti. Non ci si può escludere da questa categoria. Il turismo comprende anche chi si crede estraneo al fenomeno. Tutto si è adeguato alle esigenze di questa nuova umanità in cerca di sensazioni. I paesaggi, le usanze, il cibo, l’habitat, tutto. Tutto è un “sito”. Compresi i luoghi delle tragedie, il cui vantaggio è che sono luoghi in cui possiamo sentirci pieni di compassione, per così dire “al di sopra del male”».
«Il mondo per me resta un enigma», ha detto una volta. È ancora così? Scrive anche per questo?
«Vedo la scrittura come uno stile di vita. Lo faccio perché mi diverte e perché ogni tanto credo di essere capace di farlo. È un tentativo di fissare alcune cose nel tempo. Non credo di aver capito meglio alcunché per il solo fatto di averne parlato. Tutto è sempre rimasto enigmatico ma sono felice di aver potuto talvolta stabilire i termini dell’enigma».
Drammaturga e scrittrice, attrice e sceneggiatrice: Yasmina Reza, 62 anni, ha pubblicato il suo primo romanzo Hammerklavier nel 1997. Quello nuovo s’intitola Serge.
Yasmine Reza presenterà il suo nuovo romanzo Serge ai lettori italiani il 16 marzo a Roma e il 17 a Napoli. In libreria dal 14 marzo, (Adelphi, pp. 186, 19 €).
(Vanity Fair, 16 marzo 2022)
di Marco Imarisio
Marina Ovsyannikova parla, finché potrà farlo. E accanto all’ovvia preoccupazione sul futuro suo e dei suoi soldi, racconta in un incontro con la Reuters com’è nata la protesta contro la guerra in diretta durante il telegiornale della sera, che l’ha fatta diventare un’eroina in tutto il mondo, anche se lei ribadisce di non sentirsi tale. Anzi, era anche una sostenitrice di Vladimir Putin, fino a quando la disillusione ha preso il sopravvento. L’invasione dell’Ucraina le ha fatto riaffiorare un ricordo. «Mi è tornata in mente la mia infanzia in Cecenia. In qualche modo, ho cominciato a capire cosa stanno passando quelle povere persone in Ucraina. Ed è qualcosa che non si può accettare».
Già ieri c’era stato qualche indizio che faceva pensare a una spinta anche personale verso quel gesto clamoroso. Il primo ovviamente è la nazionalità del padre, ucraino di nascita. Il secondo è la provenienza della sua famiglia, originaria della regione di Kuban, dove fino alla grande carestia del 1930 la popolazione era di lingua ucraina. Quell’area della Russia meridionale confina con la Cecenia, teatro di due guerre di indicibile violenza. Una persa, che segnò l’inizio della fine dell’epoca di Boris Eltsin. Un’altra vinta dal neopresidente Putin, che cominciò così la costruzione del suo potere assoluto. «Noi vivevamo a Grozny, e ricordo quando dovemmo lasciare la nostra casa all’improvviso, perché restare era diventato pericoloso. Avevo dodici anni, c’erano bombardamenti continui. Da un giorno all’altro prendemmo quel che potemmo prendere delle nostre cose, e partimmo».
Le immagini della nuova guerra hanno fatto il resto. Marina aveva già deciso di fare un gesto di dissenso. «All’inizio ho pensato di andare con un cartello in una piazza vicino al Cremlino. Ma poi ho pensato che l’effetto sarebbe stato nullo. Sarei diventata soltanto un’altra manifestante arrestata». E poi non voleva limitare il suo messaggio a uno slogan. Non era il suo unico obiettivo. «Desideravo anche mandare un messaggio al popolo russo. Non siate degli zombi, non date retta a questa propaganda. Imparate come analizzare le notizie, e cercate altre fonti, che non siano la televisione russa di Stato». Quella per cui lei ha lavorato negli ultimi dodici anni. E dalla quale dopo di lei, se ne stanno andando altri giornalisti in segno di protesta. Come Zhan Agalakova, che ci era entrata giovanissima nel 1991, diventandone uno dei volti più riconoscibili. Anche a NTV, la rete concorrente, posseduta per l’86 per cento dal colosso del gas Gazprom, pare sia in corso un esodo di massa. La parte dirompente, e scomoda per il Cremlino, perché rivela la nudità del re in quanto a partigianeria dei media statali, è questa. E non le verrà perdonata.
«Non mi sento un’eroina, volevo solo che il mio sacrificio non risultasse vano e che servisse ad aprire gli occhi alla gente». Tranne il primo, gli obiettivi sono stati raggiunti almeno in parte, perché il video della sua irruzione ormai è introvabile ovunque e oggi sui media non c’è traccia del suo nome. «Non voglio andarmene da questo Paese, perché sono e mi sento russa. Sono solo contraria alla guerra. Non credo che sia giusto che qualcuno possa essere punito per le sue opinioni; quindi, spero che non venga formulata alcuna accusa penale nei miei confronti. E soprattutto, spero che non accada nulla ai miei figli. L’unica cosa che mi preoccupa davvero è la loro sorte».
La donna rischia molto di più della multa equivalente a 280 euro che le è stata comminata per avere organizzato una iniziativa pubblica non autorizzata. Questa sanzione è solo il primo gradino della scala che attende i manifestanti fermati in piazza, una specie di infrazione amministrativa. Marina sa di non poter essere arrestata, per ora, in quanto madre di due minorenni. Ma le cose potrebbero cambiare. La magistratura ha ordinato l’apertura di una indagine nei confronti della giornalista per stabilire se la sua irruzione in studio, e quel che ha detto nel messaggio video registrato in precedenza, infrange la nuova legge che sanziona le presunte fake news sull’esercito russo con pene che possono arrivare fino a quindici anni di reclusione.
Anche per via di questa spada di Damocle che pende sulla sua testa, ha dato l’impressione di voler far calmare le acque intorno. «Credo in quel che ho fatto, ma ora capisco anche l’entità dei problemi che dovrò affrontare, e sono molto preoccupata per la mia sicurezza». Al momento, l’unica certezza è il licenziamento da Primo canale, in pratica già annunciato a mezzo stampa. «Se dovessi finire in carcere, spero che sia per breve tempo» è il suo augurio finale. Anche per questo, ripete due volte di non sentirsi un’eroina. Comunque vada, lei ha fatto la sua parte.
(Corriere della sera, 16 marzo 2022, https://www.corriere.it/esteri/22_marzo_16/marina-ovsyannikovaha-intervista-2cd23b82-a528-11ec-8f73-d81a6d7583fb.shtml)
di Adriana Sbrogiò – Spinea
– Ricordo quando di giorno e di notte suonava l’allarme e dopo un po’ di tempo si sentiva il rombo degli aerei che arrivavano carichi di bombe (hhuu hhuu hhuu hhuu); un rumore sordo, lento, inesorabile con il suo carico di distruzione e di morte.
Scappiamo, scappiamo, non c’è tempo, gli aerei sono vicini, troppo vicini, fra poco sganciano le bombe; andiamo tutti sotto il pagliaio dei contadini vicini. Lì hanno scavato una buca lunga e larga sotto il pagliaio grandissimo e tanti vanno là sotto per ripararsi perché, se proprio non cade una bomba sull’imboccatura del rifugio, siamo tutti riparati dalle schegge. Non ricordo quanti fossimo, tutti vicini appiccicati, donne e uomini anziani, alcuni sempre in piedi, altri seduti. Di là sotto ricordo i pianti, i lamenti e le imprecazioni e l’odore, l’odore rivoltante di chi se la faceva addosso per la paura. E sentivo attutiti dalla paglia gli scoppi delle bombe e tremare la terra. La mia mamma mi teneva stretta stretta e con l’orecchio appoggiato al suo petto sentivo battere forte il suo cuore che mi sembrava una specie di musica e mi distoglieva da tutti gli altri rumori fino a farmi pendere il sonno. E quando suonava il cessato allarme piano piano si usciva, ci si guardava in giro per veder se la nostra casa fosse ancora là. Era là, era ancora là. Risparmiata dai tanti bombardamenti l’abbiamo trovata ancora in piedi.
Un mattino, però, l’abbiamo vista ridotta ad un ammasso di macerie.
E siano andate profughe dall’altra parte del paese. Tre kilometri più in là dal punto nevralgico dei bombardamenti (Marghera-Chirignago-Stazione ferroviaria Mestre-Padova).
– E ancora, quando suonava l’allarme di giorno e di notte, ci si alzava in fretta e furia e si scappava di corsa a piedi, si attraversavano campi e fossati, oppure con una bici con i cerchioni delle ruote coperti da gomma piena, si correva verso la campagna di Spinea. Ci si riparava sotto le cataste di fascine fatte di rami molto lunghi appoggiati a terra che si incrociavano verso la cima. Un ramo sopra l’altro, anche quelli proteggevano dalle eventuali schegge di bombe. Ricordo un uomo terrorizzato che continuava a gridare: arrivano, arrivano, adesso bombardano, moriamo tutti, moriamo tutti. E alcune donne che gli intimavano di stare zitto perché spaventava tutti.
Eravamo tutte/i tanto impauriti. Di notte, sotto il “fascinaro” però, ad un certo momento il suono del cuore di mia mamma mi faceva addormentare. Avevo quattro, cinque, sei anni.
Per un periodo di tempo, quando si arrivava di notte nella casa dei contadini di Spinea, che erano anche parenti di mia nonna, non andavamo sotto il “fascinaro”, ma ci ospitavano su delle brande vicino al granaio. Ricordo il tormento di tutte quelle notti piene di pulci, cimici puzzolenti e anche pidocchi. Mi grattavo sempre e mi lamentavo e non dormivo più. Ad un certo momento mia mamma preferì restare seduta con me in braccio al riparo sotto le fascine. C’era sempre l’uomo che ci spaventava, ma per lui mia mamma provava anche gratitudine perché una volta mi aveva portata via dai binari del treno dove ero caduta.
– Mia mamma lavorava e fino ai quattro o cinque anni, mi hanno portata all’asilo delle suore a Chirignago perché, dicevano, era il posto più sicuro in quanto non avrebbero bombardato dove si sapeva che c’erano dei bambini. Infatti, la casa delle suore era molto grande e metà era stata occupata dal Comando Tedesco, l’altra metà lasciata alle suore che accoglievano bambine/i.
Ma un brutto giorno suonò l’allarme e le suore ci fecero entrare tutti in una grande aula e ci strinsero tutte e tutti, insieme a loro, vicini vicini ai muri più interni che facevano angolo. Sull’asilo caddero alcune bombe e ricordo che vedemmo crollare la parete più esterna dell’aula, ma tutti noi restammo incolumi e anche le suore, ma tutti spaventati a morte.
Ricordo i cavalli e gli asini che, impazziti dalla paura, correvano qua e là nel piccolo parco delle suore e altri erano morti dentro gli orti. Erano animali che i tedeschi si portavano dietro per cibarsi, mi dissero.
Un mio zio, fratello di mio padre, che comprava e vendeva il latte passò, con il suo carrettino con sopra i bidoni del latte, davanti all’asilo e mi ha cercata per portarmi a casa. Si sapeva, dicevano, che dopo un bombardamento, molte volte, passavano gli aerei che mitragliavano anche la gente che fuggiva. Lo zio mi prese e mi mise dentro un bidone del latte e mi fece tenere una mano sull’orlo dell’imboccatura per tenere alzato il coperchio e non soffocare. Lui si accucciò sotto il carretto dei bidoni e fummo salvi entrambi. Quando si misero a mitragliare io sentivo tanti tic tic tic sull’esterno del vaso. Quel rumore deve essermi entrato nel cervello perché tanti, ma tanti anni dopo, quando avrebbero dovuto farmi un esame con la risonanza magnetica, appena entrata nel cilindro e sono iniziati tutti quei tic tic tic, mi sono messa ad urlare, mi sono sfilata dal tubo e sono scappata. Sono uscita di corsa dall’ambulatorio mentre il medico mi correva dietro cercando di calmarmi.
Quella volta gli americani distrussero tante case a Chirignago e uccisero uomini e donne. E io molto più tardi capii che l’asilo non era il luogo più sicuro, ma che eravamo gli scudi umani dei tedeschi e che in guerra tedeschi e americani, amici e nemici si uccidono e uccidono tutti, civili e innocenti.
– Ricordo mia mamma che in quel tempo, mentre faceva la lavandaia in casa di benestanti, le si piantò un ago dimenticato in un panno da una signora e finì all’ospedale perché non riuscivano a toglierlo e camminava lungo il braccio. Quando l’ago arrivò alla spalla, fecero l’operazione e la liberarono. Nel frattempo, però, mia mamma si ammalò di paratifo e rimase all’ospedale molto tempo. Intanto i miei parenti mi mandarono ospite da una zia sul Montello perché là, dicevano non bombardavano. Non ricordo quali truppe ci fossero di stanza in quei posti, ma ricordo che tanta gente soffriva di scabbia ed io me la presi. Tornai a Chirignago dai nonni materni e nessuno della famiglia si infettò. Ma io, con poche difese, poco cibo e niente sale, rimasi “la scabbiosa” per quasi un anno e sono stata vicina a morire.
Quante sofferenze fisiche e morali, mi pare di averle scritte da un’altra parte.
Ho scritto questi ricordi perché guardando e ascoltando la tragedia della guerra in Ucraina, pensando alle sofferenze, ai dolori, alle morti di tante creature umane e alle distruzioni mi viene un forte tremore fisico che mi passa soltanto se mi addormento.
So che è il mio modo per fuggire dalla realtà. Sono vecchia e la guerra fa troppo male.
E quanti ricordi ancora mi tornano in mente:
La fame e la paura – I bagliori dei bombardamenti verso Padova – Pippo di notte che mitragliava le luci anche piccolissime e qualsiasi cosa vedeva muoversi – le sirene e i razzi – le uccisioni – i disertori nascosti nei fienili – i soldati tedeschi che costruivano le trincee nei campi prima e poi l’invasione dei soldati liberatori americani, inglesi, indiani… e poi le vendette su qualche uomo capo fascista…
NO NO alla guerra –
(www.libreriadelledonne.it, 15 marzo 2022)
di Guido Viale
Non c’è dubbio che in questa guerra l’aggressore sia l’esercito russo e che la resistenza armata è una più che giustificata risposta. Ma allora se le cose stanno così, perché non mandare armi al governo e ai combattenti ucraini che le chiedono?
Perché mandare armi è alternativo a qualsiasi tentativo di far cessare la guerra con un negoziato. O si fa una cosa o si fa l’altra. È falso che una resistenza più forte migliorerebbe la posizione dell’Ucraina in un negoziato. È vero il contrario. Come e quando può cessare questo conflitto?
Con la resa del governo ucraino e l’instaurazione di un governo fantoccio? Altamente improbabile. Con un’occupazione del paese destinata a protrarsi in presenza di una resistenza armata che continuerà a dar del filo da torcere? Putin non può accettare una prospettiva del genere senza adottare i metodi con cui ha a suo tempo raso al suolo in Cecenia Grozny. Ma è difficile che ciò possa avvenire nel cuore dell’Europa senza coinvolgere in modo molto più intenso i suoi veri avversari, cioè la Nato: aprendo le porte a una guerra mondiale.
O si punta al logoramento di Putin, nella speranza che si faccia strada una alternativa disponibile a trattare (non solo con l’Ucraina, ma con chi ne ha fatto da tempo la posta di un confronto molto più ampio)? O, ancora, si spera che la guerra logori talmente la coesione della Federazione Russa da trasformare il suo immenso territorio in centinaia di Libie, Iraq, Sirie?
Ma come nasce la proposta dell’invio di armi? Dalla mancanza di un serio tentativo di mediazione che infatti spinge a ripiegare sull’invio di armi senza interrogarsi sulle conseguenze. Manca la mediazione – la proposta di una soluzione che accontenti, anche senza soddisfare, entrambe le parti, ma evitando “umiliazioni” – perché manca il mediatore. Che non può che essere l’Unione europea; che però non può assumere quel ruolo perché la sua politica estera è completamente sdraiata sui diktat e gli interessi degli Stati Uniti.
Così, per colmare il vuoto, quel ruolo è stato trasferito su Stati come la Turchia (che ha poco da mediare, dato che da anni infligge al Rojava lo stesso trattamento di Putin all’Ucraina), o Israele (dove il bombardamento dei Palestinesi è permanente) o la Cina, che su indipendenza e neutralità delle sue minoranze interne è anche peggio.
Né può assumere quel ruolo un singolo governo dell’Ue, perché la prima mossa diplomatica da compiere non è verso Putin o Zelensky, ma verso l’Unione europea: per esigere una posizione coerente con gli interessi dei suoi popoli; che sono la pace e non il confronto armato con la Russia. Mediatore può essere solo chi fin dall’inizio ha una posizione di terzietà.
Inoltre, solo una parte veramente terza potrebbe rilanciare dei corpi di pace e interposizione da mandare a sedare il conflitto. Per farsi ammazzare dagli uni e dagli altri? No. Abbiamo visto in TV cittadini e cittadine a cui va la nostra ammirazione, mettersi, disarmati, di fronte ai carrarmati. E senza aspettarsi risultati risolutivi, quanto più efficace sarebbe un’iniziativa di interposizione organizzata, con la copertura di una parte effettivamente terza?
Ma dobbiamo chiederci di più: fino a che punto il crescente potenziale bellico “convenzionale” non sconfina in quello nucleare, sempre più smisurato il primo e sempre più miniaturizzato, in vista di un suo uso “tattico”, il secondo? Non si riduce così ogni soluzione di continuità tra un kalashnikov e la bomba H? E se Putin fa paura, perché, a detta dei media, è pazzo, quanto pazzi sono anche i generali della Nato? Peraltro, il rischio di passare quel confine rende inefficaci anche gran parte degli arsenali convenzionali.
Così gli Usa non possono utilizzare l’arsenale convenzionale della Nato, di cui hanno fatto sfoggio con continue esercitazioni ai confini con la Russia negli anni scorsi, perché metterlo in campo aprirebbe un confronto tra potenze nucleari. Si devono limitare a contrabbandare un po’ di armi tradizionali, o meglio a farlo fare ai loro alleati europei, che possono così vantarsene: in attesa di sostituire (ma ci vogliono anni!) il gas russo con cui stanno finanziando la guerra contro l’Ucraina…
Nel frattempo, a venir cancellate non sono solo città e vite ucraine, ma soprattutto il tentativo di far pace con la Terra. C’è la guerra! Largo a carbone, gas, trivellazioni; e nucleare. Fingendo di ignorare che il nucleare civile senza quello militare non si regge. Ma che anche il nucleare militare non funziona senza quello civile (Macron). E questo mentre le centrali nucleari ucraine, investite dalla guerra, stanno mettendo in forse la sopravvivenza stessa di mezza Europa.
È ora che, almeno qui da noi, i duellanti rimettano le spade nel fodero. La popolazione europea si è divisa, con toni sempre più accesi, prima sui profughi; poi tra sì-vax e no-vax; e oggi, gli stessi toni ritornano tra favorevoli e contrari all’invio di armi, quando il vero problema è restituire all’Unione europea una capacità di iniziativa per la pace.
(il manifesto, 15 marzo 2022)
di Modesta Raimondi
Il 12 marzo abbiamo fatto la manifestazione annunciata in questo articolo. La parola d’ordine “Fare un passo indietro”, perché questo impariamo nella vita, perché questa è la prima cosa che una madre insegna a un figlio, ha dato forma simbolica e visibilità sulla stampa locale e regionale a tutto il corteo, anche se il flashmob era fatto solo da una parte. Ma tutto il corteo si fermava mentre noi lo realizzavamo. Eravamo circa mille donne e uomini secondo stime affidabili e l’iniziativa si è appoggiata a un forte riconoscimento della parola femminile nel coordinamento. La politica di relazione ha funzionato, ha funzionato il desiderio di dare parola a chi non appartiene a nessuno schieramento già dato, ha funzionato l’autorità di alcune donne che si sono prese la responsabilità di guidare, ordinare, far riuscire il flash mob, ha funzionato il convincimento maschile che si stava facendo cosa buona e giusta. Mi sembra importante perché conferma ciò che Lia Cigarini diceva in chiusura dell’ultima riunione di Via Dogana. Il simbolico femminile c’è, circola, trova -lui sì- parole capaci di creare riconoscimento e relazione fra ciò che si dice e ciò che si fa. Il nuovo è lì. È questa la rottura col passato! (Antonietta Lelario)
Foggia. All’interno del corteo contro la guerra che nel pomeriggio di sabato 12 marzo percorrerà le vie cittadine da piazza Cavour fino a piazza Cesare Battisti, avrà luogo un flashmob ideato da Katia Berlantini, avvocata ed esponente del circolo culturale La Merlattaia, che vedrà i manifestanti camminare all’indietro.
«Condivido pienamente tutte le posizioni espresse da molti di noi», è l’opinione della Berlantini. «Sono per fermare la guerra in Ucraina, condanno le aggressioni, chiedo il cessate il fuoco e il ritiro delle truppe. Ritengo sbagliata la decisione italiana di inviare armi, auspico l’intervento dell’Onu, condanno gli arresti di massa in Russia e il divieto di manifestare per la pace. Non voglio l’allargamento della Nato e sono per il dialogo, la democrazia, la solidarietà tra i popoli. Così, partendo da questo mio punto di vista, ho cercato dentro di me, a partire dalla mia percezione estetica, qualcosa che potesse essere unitiva e non divisiva tra noi». E continua: «Non mi interessa sbandierare la bandiera della pace: tutti lo fanno, anche quelli che inviano gli aiuti militari. Ma non è questo il modo di ottenerla. La pace si persegue nei comportamenti che hanno radici in ogni essere umano. Il conflitto con l’altro, che sia tra uomini o tra Stati, può avere le stesse dinamiche. Ciò che serve per fare la pace è uno stato mentale, una posizione, la capacità di ognuno dei contendenti di fare un passo indietro. Così noi cammineremo all’indietro, per mostrare visivamente qualcosa che abbia effetto immediato su chi guarda. Le metafore del resto servono proprio a questo: a rendere concreto qualcosa di astratto come un pensiero. Del resto, facendo dei passi all’indietro, cambia anche la prospettiva, si allarga lo sguardo e si può fare spazio alle ragioni dell’altro, predisponendosi all’ascolto. L’altro può avere idee o comportamenti che noi riteniamo esecrabili, è vero. Ma per ottenere la pace non esistono altre strade. Sin da piccoli ci viene insegnato che non possiamo avere tutto. È un fatto che fa parte del mondo delle necessità».
Il flashmob porterà dunque i partecipanti a camminare a ritroso con una media di 15 passi all’indietro e 50 in avanti perché, a detta degli organizzatori, sarebbe impossibile percorrere col capo voltato l’intero percorso tra le due piazze. «L’idea ha fondamento nel mio percorso culturale, nell’etica relazionale su cui ho lavorato per anni, nel pensiero femminile della differenza. Ed è estraneo alla logica del tutto o niente», conclude.
Insomma fare un passo indietro per farne uno in avanti nei negoziati e chiedere, tra l’altro, che il governo italiano arretri nella decisione di fornire armi.
(L’Attacco, 11 marzo 2022)
di Redazione Sport
Un uomo trova incomprensibile non portare il cognome materno. Mi sembra buon segno. E se l’uomo è un competitivissimo pilota di Formula 1 e non un tipico amico del femminismo, mi sembra che il segno sia ancora migliore. (Silvia Baratella)
Lewis Hamilton cambia nome. «Presto», ha spiegato, il sette volte campione del mondo aggiungerà al suo «Larbalestier», il cognome da nubile della madre, Carmen.
La signora Larbalestier ha avuto Hamilton trentasette anni fa dal precedente matrimonio con Anthony Hamilton, e ora è sposata con Raymond Lockhart.
«Il cognome di mia mamma è Larbalestier e lo renderò parte del mio – ha spiegato intervenendo alla Expo di Dubai – Non capisco affatto perché quando due persone si sposano è la donna a perdere il suo cognome. E io davvero voglio che il cognome di mia mamma prosegua insieme a quello Hamilton».
Le operazioni per il cambio di cognome di Sir Hamilton-Larbalestier sono in corso e di sicuro non avranno esito prima del Gran Premio del Bahrain, in programma questo fine settimana.
(corriere.it, 14 marzo 2022, pubblicato con il titolo Lewis Hamilton cambia cognome, aggiunge Larbalestier come la mamma)
di Ida Dominijanni
«Il patriarcato è finito, non ha più il credito femminile ed è finito». Cominciava con quest’annuncio eclatante e impertinente, nel 1996, un testo della Libreria delle donne di Milano intitolato È accaduto non per caso. Quell’annuncio fece scandalo, anche all’interno del femminismo. Si era appena conclusa la Conferenza mondiale di Pechino sui diritti delle donne, dove s’era visto quanta strada era stata fatta ma anche quanta ne restava da fare per realizzare l’obiettivo dell’empowerment femminile: come si poteva sostenere che il patriarcato fosse finito?
Le autrici di quel testo però non erano né pazze né ingenue. Sapevano benissimo che di discriminazioni contro le donne il mondo era ancora pieno; ma proprio nell’andamento della Conferenza vedevano, al di là delle rivendicazioni per i diritti ancora mancanti, un salto di indipendenza femminile dalle misure maschili, che era il portato più autentico del femminismo degli anni Settanta. Fine del credito femminile all’egemonia del sesso forte. E dunque, fine del patriarcato come sistema di dominio degli uomini basato sul consenso, o sul silenzio-assenso, delle donne.
Non per questo c’era da illudersi che per le donne la strada sarebbe stata da allora in poi in discesa. Al contrario, «la fine del patriarcato non è e non sarà una cosa da ridere», perché porta con sé due pericoli. Primo, che insieme con il patriarcato crollino le strutture della vita associata che ad esso sono storicamente connesse; secondo, che la virilità possa reagire in modo violento alla perdita del controllo sul corpo femminile.
Entrambi questi pericoli si sono in effetti realizzati. Ma prima di tornare su questo bisogna fare una precisazione. Dire che il patriarcato può finire (a differenza di molto pensiero strutturalista novecentesco, che lo considera una struttura immodificabile della storia umana), e che anzi sta finendo, è cosa molto diversa dal sostenere, come fa Emmanuel Todd, che non sia mai esistito, quantomeno in Occidente. Il patriarcato è esistito eccome, e contrassegna la modernità occidentale stringendo un sodalizio strettissimo con le istituzioni della politica moderna. Com’era chiaro ai classici del pensiero politico seicentesco, la sovranità dello Stato prende forma nel calco di quella del pater familias. E com’era ancor più chiaro al Freud di Totem e tabù, il contratto sociale moderno si stipula e si rinnova ripetendo il rito edipico della congiura tra i fratelli che uccidono il padre e se ne spartiscono l’eredità, escludendo le donne dalla linea di trasmissione maschile del potere. Sotto il contratto sociale, per dirlo nei termini della filosofa femminista Carole Pateman, vige un contratto sessuale: il primo regola l’uguaglianza degli uomini nella sfera pubblica, il secondo regola il dominio degli uomini sulle donne nella sfera privata. Tutta la costruzione dell’edificio politico moderno resta condizionata da questa originaria impronta patriarcale.
Ciò che accade con il femminismo novecentesco è che questo dispositivo salta: liberandosi dal controllo maschile sulla riproduzione e facendo irruzione nella sfera pubblica le donne destabilizzano la costruzione socio-politico-patriarcale nelle sue fondamenta. Si apre una crisi che non si può chiudere con l’inclusione delle donne nell’ordine precedente, perché – non lo si ripeterà mai abbastanza – il femminismo non è portatore solo di un’istanza di uguaglianza fra uomini e donne, ma anche e soprattutto di un’affermazione di differenza femminile dai valori maschili dominanti, nel privato e nel pubblico; richiede quindi una reinvenzione del patto sociale. E qui sta la sua matrice sovversiva che si tenta costantemente di ridurre.
Il sisma scuote le società democratiche occidentali e non solo: il conflitto fra i sessi riverbera dal privato al pubblico e viceversa, e la crisi del patriarcato riverbera sulla crisi dell’ordine politico e sociale. Ne è riprova il fatto che nessun conflitto geopolitico degli ultimi decenni, dalle guerre nella ex Jugoslavia al ventennio della war on terror combattuta dall’Occidente sotto l’insegna strumentale della liberazione delle donne dal patriarcato islamico, è comprensibile senza intrecciare la variabile del conflitto fra i sessi alle altre variabili in gioco. Ragion per cui non è affatto insensato, come Todd sostiene, paragonare la situazione delle donne (e degli uomini) di Kabul a quella delle donne (e degli uomini) di Parigi, non per equipararle, ma per capire come quella variabile giochi in differenti contesti.
Sia chiaro: quando si dice che la crisi, se non la fine, del patriarcato scuote il mondo contemporaneo non lo si fa in nome di un’ennesima ideologia progressista della storia. Le magnifiche sorti delle rivoluzioni sono alle nostre spalle, e non tornano per la rivoluzione femminista. Realizzare che il patriarcato non fa più ordine significa anche accettare che la sua fine genera inevitabilmente un certo tasso di disordine. Il punto è come leggere questo disordine, se con uno sguardo malinconico o con gli occhi aperti alle potenzialità liberatorie di cui è gravido.
Tra queste, al primo posto c’è la libertà di decidere della propria esistenza che le donne continuano a guadagnare, al di là e al di qua degli obiettivi paritari conseguiti e dei soffitti di cristallo più o meno infranti. C’è la tendenza delle adolescenti, evidenziata da un’acuta inchiesta dell’Economist, a fare riferimento alla bussola delle loro simili piuttosto che alle aspettative dei loro coetanei maschi per orientarsi nelle scelte di vita.
C’è una crisi della virilità tradizionale, con il rifiuto di molti uomini di obbedire agli imperativi di quel “maschilismo tossico” che Jane Campion demolisce nel suo ultimo film pluricandidato agli Oscar. Ci sono lo sventagliamento degli orientamenti sessuali, l’abbandono degli stereotipi di genere e il rifiuto dell’eterosessualità obbligatoria che abbiamo visto persino sul palco dell’Ariston di Sanremo, e che sia pure con qualche caduta identitaria e vittimistica nutrono l’agenda libertaria del femminismo Lgbtq+ di terza generazione. E c’è la ricerca diffusa di forme di vita individuali e collettive più libere e più solidali di quelle in precedenza “ordinate” dal patriarcato, che lasciano intravedere la possibilità di reinventare la politica al di là dell’estenuante crisi delle sue modalità tradizionali.
Dall’altra parte, e contemporaneamente, ci sono i contraccolpi regressivi della crisi del patriarcato. C’è la reazione violenta alla libertà femminile di una virilità detronizzata e depotenziata, che di fronte al no di una donna preferisce stuprarla o ucciderla piuttosto che accettarne il rifiuto. C’è l’eclissi dell’autorità paterna – “l’evaporazione del padre”, come la chiama la psicoanalisi lacaniana – che riverbera sulla crisi di tutte le autorità costituite, da quelle politiche a quelle intellettuali e scientifiche, mentre l’autorità femminile stenta a essere riconosciuta.
C’è il ritorno degli spettri di un passato che nella realtà non può tornare, come accade nei movimenti sovranisti che alla nostalgia della sovranità statuale perduta uniscono il rimpianto della supremazia dell’io maschile, bianco e occidentale. Sono tutte sfide aperte, che ci ricordano che le conquiste del femminismo non sono mai definitive, che le sue scommesse vanno continuamente rilanciate e che la libertà femminile va sempre rimessa al mondo. Tutto si può dire però, tranne che si stesse meglio quando si stava peggio.
(Esiste, eccome. Ma è in crisi, La Repubblica, 4 marzo 2022)
di Maria Novella De Luca
A Ginevra Amerighi la figlia di 18 mesi è stata strappata dalle braccia dieci anni fa. Strappata, letteralmente, da otto assistenti sociali spalleggiati da un’ambulanza con un pool di medici pronti a sedare Ginevra con la forza. «Era il 23 marzo del 2011, il pianto della mia bambina continua nel ricordo a squarciarmi il cuore.» Laura Massaro vive in un bunker di paura dopo ripetuti assalti di forze dell’ordine e servizi sociali decisi a portarle via il figlio, 12 anni, per ricoverarlo in una casa-famiglia con divieto di contatti con la madre. Prigionieri entrambi di uno stalking giudiziario oggi giunto in Cassazione. E per sradicare dall’abitazione della madre, Laura Ruzza, il suo bambino di otto anni gravemente epilettico, ci sono voluti dieci poliziotti che hanno malmenato e immobilizzato Laura. Era luglio del 2021.
Incatenate ai palazzi di giustizia
Basta poi andare su YouTube e assistere muti alla registrazione atroce del “sequestro” ordinato dal tribunale di Lecce del figlio di 7 anni di Maria Assunta Pasca, donna resa invalida dalle percosse del marito, per avere voglia di gridare che qualcosa di gravissimo sta accadendo nei tribunali del nostro Paese. Perché Ginevra Pantasilea Amerighi, Laura Massaro, Laura Ruzza, Maria Assunta Pasca e le decine di altre madri che sempre più folte si incatenano davanti ai Palazzi di giustizia, e si definiscono perseguitate dalla violenza istituzionale, hanno in comune due tragedie: aver denunciato i propri compagni per violenza domestica e, come conseguenza di questo atto di coraggio, aver perso i propri bambini. Accusate da quegli stessi ex, spesso penalmente condannati per maltrattamenti e abusi, di essere madri “alienanti”, di allontanare da loro (i padri) l’affetto di quei bimbi che hanno visto e sentito ogni sorta di violenza in famiglia. E dunque si rifiutano di incontrarli e di frequentarli. Donne che da vittime di botte e persecuzioni si ritrovano a essere definite colpevoli, tanto da essere punite con l’allontanamento dei figli, collocati con la forza o presso quei padri di cui hanno paura, o in case-famiglia, senza contatti con le madri. Affinché il loro cervello di bambini venga “resettato” nella solitudine e nella sofferenza per ricomporre la relazione (quasi sempre impossibile) con il padre.
La patria potestà su tutto
Sembra un paradosso, una mostruosità giuridica, invece lo scandalo dei “bambini strappati” è una realtà viva e dolente sulla quale infatti sta indagando la Commissione d’inchiesta sui femminicidi e sulla violenza di genere del Senato. Un’indagine iniziata e cresciuta enormemente con il crescere dell’emergenza. Racconta Valeria Valente, presidente della Commissione: «Abbiamo analizzato 1.500 fascicoli di separazioni giudiziali con affido dei figli, nei tribunali civili e minorili. Bisogna però partire da un dato culturale: la nostra Giustizia ritiene che un uomo violento con la propria compagna possa essere comunque un buon padre. E che la relazione padre-figli vada conservata sempre, anche se quell’uomo è stato riconosciuto colpevole di abusi e reati».
È il principio, mai superato, della “patria potestà” al di sopra di tutto. Ma anche del considerare i maltrattamenti sulle donne conflitti di coppia invece che violenza. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, pur in presenza di acclarati abusi, i tribunali civili possano imporre nelle separazioni che quei padri incontrino i figli. O addirittura vengano loro affidati. «Se i bambini si rifiutano» aggiunge Valente «perché hanno paura, è la madre che viene incolpata di minare il rapporto con l’altro genitore, tanto da arrivare a toglierle i figli».
Come è accaduto a Ginevra, a Laura, a Frida, ad Alma. Accusate, tutte, di quella teoria, impronunciabile ma radicatissima nei nostri tribunali, della Sindrome di alienazione parentale, codificata dallo psichiatra americano accusato di pedofilia Richard Gardner ma bocciata dalla comunità scientifica mondiale. Eppure la Pas (Parental Alienation Syndrome) è assai utilizzata dalla psicologia forense, nelle famose, e spesso famigerate Ctu, Consulenze tecniche d’ufficio a pagamento, sulle quali i giudici si basano per decidere se togliere o meno un figlio a un genitore. «La nostra indagine mette in luce un fenomeno grave: i tribunali civili e minorili non “leggono” la violenza sulle donne, non c’è raccordo tra penale e civile, i minori non vengono ascoltati, e un forte pregiudizio maschilista grava su molte sentenze». Una gigantesca falla sulla quale è planata nel 2006 la legge sull’affido condiviso: avrebbe dovuto assicurare il giusto principio della bigenitorialità anche dopo una separazione, ma nella realtà, nei casi conflittuali, il reclamo del figlio da parte di padri denunciati per maltrattamenti altro non è, dice ancora Valente, «che una forma di vendetta contro donne che si sono ribellate a quel massacro».
Come desaparecidos
Se lo scandalo dei bambini strappati è venuto alla luce lo si deve a una donna coraggiosa, Laura Massaro che, accusata di alienazione parentale dopo aver denunciato il marito per violenze fisiche e psicologiche, da dieci anni lotta perché non le portino via il figlio. Laura che per raccontare al mondo l’accanimento giudiziario contro di lei, due anni fa ha deciso di incatenarsi ogni giorno davanti al Tribunale per i minori di Roma. Con il freddo, il caldo, la pioggia, il gelo. Poi è accaduto l’impensabile. Silenziosamente altre madri si sono unite a lei, con cartelli e foto di bambini per loro ormai desaparecidos cui è negato ogni contatto, ogni carezza materna, come fossero le nostre madri argentine di Plaza de Mayo.
Un abbraccio e poi più niente
«Mio figlio e io viviamo nel terrore. Ogni mattina mi sveglio con la paura di un nuovo assalto di forze dell’ordine e assistenti sociali incaricati di portarmelo via contro la sua volontà. Mi sono separata quando L. aveva due anni e mezzo, dopo aver subìto abusi e maltrattamenti. Ho sempre portato mio figlio agli incontri con il padre, nonostante la sua paura; quando tornava a casa vomitava e piangeva. Ha gridato che lui quel padre non voleva vederlo, ma nessun giudice si è degnato di ascoltarlo. Sono finita in un calvario giudiziario, ho subito due Ctu, più le perizie psichiatriche, mio figlio per l’angoscia ha sviluppato una malattia autoimmune. Eppure, nonostante le persecuzioni giudiziarie, in ogni relazione il mio bambino è stato definito solare ed equilibrato. Oggi sia il padre che io siamo entrambi sospesi dalla responsabilità genitoriale e su mio figlio pende un decreto di allontanamento. In qualsiasi momento potrebbero portarlo in casa-famiglia, interrompendo ogni rapporto con me. Lo Stato vuole cancellarmi per lavargli il cervello e consegnarlo ad un uomo violento. Lotterò per difenderlo fino a che avrò respiro.» Laura resiste in attesa del pronunciamento della Cassazione cui ha fatto ricorso.
A Ginevra invece la figlia è stata portata via quando aveva 18 mesi, da un ex-partner violento e ricchissimo. Soltanto nel giugno del 2020 è riuscita brevemente a riabbracciarla, prima che le venisse sottratta di nuovo. Ginevra fa la maestra e oggi si è trasferita a vivere a Lipari, dove coltiva un meraviglioso giardino che ha il nome della sua bambina. «Descrivere il dolore disumano di questa separazione è impossibile. Così come condensare un calvario giudiziario nel quale da vittima di un uomo che mi picchiava in gravidanza e quando allattavo, e che mi teneva sequestrata in casa nascondendomi addirittura le scarpe, sono diventata una madre colpevole, accusata, pensate, di “disturbo istrionico della personalità”. Da una famosa perita che, da me registrata, ha ammesso di scrivere nelle relazioni non la verità ma ciò che il cliente chiede.» Un video tuttora presente in rete. «Sette psichiatri» dice tra le lacrime Ginevra «hanno certificato la mia sanità mentale, così come le tante mamme dei bambini a cui ho fatto la maestra. Eppure mia figlia è stata affidata al padre, già condannato per lesioni.» Una ragazzina, oggi dodicenne, che un giorno apre Internet e scopre tutta la sua storia, chiede disperatamente di vedere la madre, la incontra e in un infinito abbraccio madre e figlia si fondono nell’amore.
Però il lieto fine non c’è: alla fine il padre convince la bambina a non incontrare più la madre. Ginevra coltiva fiori a Lipari, e ad arrendersi non ci pensa proprio: «Io continuerò a scrivere e a denunciare questo scandalo. Arriveranno i 18 anni e mia figlia potrà finalmente venire a cercarmi. Leggerà, saprà. Io la aspetterò sempre con tutto il mio infinito amore».
(la Repubblica – il Venerdì, 11 marzo 2022)
di Antonello Caporale
Se suo padre avesse avuto in mano una pistola o un fucile quando i soldati sfondarono la porta di casa, la storia della sua famiglia avrebbe potuto avere un esito diverso. Forse vi sareste salvati.
Falso. Ci avrebbero massacrato ugualmente e – se ne avessero avuto le capacità – con una crudeltà ancora più maggiore.
Al momento dei saluti, Edith Bruck, scrittrice e poetessa, lucida sentinella narrante degli abissi a cui l’uomo può cedere (deportata ad Auschwitz poi a Dachau infine a Bergen-Belsen dove verrà liberata), confessa: «Io non credo nell’uomo. La sua è una storia malvagia iniziata con Caino e Abele e arrivata fino alla bomba atomica. Quel che cerco di dire è che adesso siamo sul punto di provocare la terza guerra mondiale. Perciò chiedo di fermarci, perciò non vorrei armare l’Ucraina». Se fosse Ucraina direbbe lo stesso?
In questa casa si parla ucraino. Di quel Paese è Olga, la persona che mi assiste. Ogni giorno chiama, ogni giorno piange e io con lei. Resto però convinta che le armi chiamino altre armi. Se aumenta il livello di fuoco aumenterà il livello della risposta di Putin. E può essere un innalzamento sconsiderato che ci condurrebbe all’apocalisse.
Provo a contraddirla con le parole di chi invece sostiene l’Ucraina nella resistenza armata: ritiene che la resa sarebbe meno sanguinosa? Non la giudicherebbe un regalo a Putin?
Io dico che il più grande pericolo si chiama Vladimir Putin. L’escalation provocherebbe quest’uomo già confuso e già oggi grandemente indebolito a puntare su atti irrimediabili.
Da cosa nota la debolezza di Putin?
Da come si muove l’esercito. Leggo alcuni dettagli che offrono un quadro allarmante della preparazione bellica dei russi: il carrista che smarrisce la strada e si perde nel bosco, i soldati lasciati senza cibo che rubano galline. Il fatto che sono impantanati e sparano quasi all’impazzata.
Putin è saldo al potere in Russia.
Vedrà che la gente, non gli oligarchi, lo faranno scendere dal piedistallo. La fame si impossesserà della Russia.
Gli ucraini avvertono che i russi accetteranno di mangiare erba secca pur di vedere rinascere l’idea imperiale.
È una guerra senza alcun senso, ed è soprattutto una guerra pianificata male, organizzata peggio.
Proprio per questo servirebbero più armi per difendersi, resistere ancora meglio.
Ci cacceremmo in un guaio ancora più grande. È rivoltante che per giustificare l’aiuto bellico si tenti di fare un’equivalenza tra Putin e Hitler. Questa è purtroppo la deriva propagandista. Solo delle persone sconsiderate o ignorantissime possono immaginare una somiglianza tra questo conflitto e ciò che accadde a cavallo del 1940, cosa furono i campi di concentramento, il progetto dello sterminio degli ebrei.
Questa guerra ci fa paura perché avanza fin quasi a lambire le nostre case.
E diciamolo! Siamo impauriti perché è scoppiata da noi, mentre le decine di altre guerre che ci hanno accompagnato in questi anni non ci hanno creato il medesimo imbarazzo, lo stesso disgusto, l’identico dolore.
La paura è un sentimento umano.
Anche il cinismo ha a che fare con l’animo umano. Fino a ieri si lasciava morire in mare i profughi. Anzi, si teorizzava che fosse legittimo buttarli a mare, farli mangiare dai pesci.
Il Mediterraneo è un cimitero.
E in Italia la destra (assai più numerosa di quella Ucraina, se vogliamo dirla tutta) teorizzava l’accettabilità della resistenza armata contro i corpi nudi, i bambini in fasce, le mamme piangenti. Si chiamava respingimento, vero? Purtroppo si chiama ancora.
La distinzione tra chi aggredisce e chi è aggredito. Tornando a Putin: che sia l’aggressore non v’è alcun dubbio.
Ho idea che anche nel circuito del suo potere qualcosa accadrà.
A Zelensky cosa diciamo?
Ho mandato soldi a Kiev. Ma le armi non gli faranno vincere la guerra. Metteranno invece l’Europa davanti al nuovo incubo. Io so cosa significa fuggire, io sono un avanzo di vita da buttare.
Lei vorrebbe fermare il tempo.
Ho visto in Tv una casa bombardata. Era uguale alla mia casetta dai tetti rossi. L’ho sognata due notti fa ed è una visione che non mi lascia più. Solo delle persone ignorantissime possono paragonare Putin a Hitler.
Vedrà che la gente, non gli oligarchi, lo faranno scendere dal piedistallo.
(Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2022)
Che vita avventurosa Mrs Wilde! Molti ne ignorano l’esistenza, altri la considerano una vittima del marito Oscar Wilde. Niente di tutto questo. Constance Lloyd fu una donna libera, colta e impegnata in battaglie a difesa delle donne e non solo.
Laura Guglielmi, giornalista e scrittrice, dialoga con Rosaria Guacci ed Elena Petrassi.
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di Serge Halimi
La digitalizzazione accelerata dei servizi pubblici francesi ha ormai toccato ambiti vitali come la richiesta di certificati anagrafici, il pagamento delle tasse o la richiesta del permesso di soggiorno. Ma usare internet per forza in questi e molti altri campi della vita quotidiana (viaggi, prenotazioni, gestione dei conti correnti) richiede uno sforzo particolare a chi non sa come farlo, o perché non ha i dispositivi necessari, o non ha sufficienti competenze informatiche e non ha nessuno che lo aiuti. Per queste persone, la vita nella Francia “nazione start-up” che vorrebbe Emmanuel Macron equivale a una condanna all’esilio in patria.
La prefazione del rapporto della Difensora dei diritti [una figura istituzionale analoga a quella del Difensore civico in Italia, NdT] Claire Hédon sulla crescente necessità di usare l’informatica per accedere ai servizi dello Stato dice tutto: «Le persone che si rivolgono ai nostri uffici territoriali ci arrivano sfinite, e alcune anche disperate. E ci raccontano che è un sollievo poter finalmente parlare di persona con qualcuno». In Francia si vedono quotidianamente scene angoscianti che ricordano Io, Daniel Black, il film di Ken Loach in cui un disoccupato britannico si batte contro una burocrazia resa ancor più disumana dalla digitalizzazione. I politici sembrano totalmente inconsapevoli che 13 milioni di persone (una su cinque) hanno difficoltà con l’informatica.
I danni maggiori li subisce chi è già meno favorito dalla società: anziane e anziani, gente di campagna, classe operaia, persone con bassi titoli di studio, detenuti, stranieri. Mentre professionisti, persone ad alto reddito e laureati sono ben forniti di PC, tablet e smartphone e gradiscono accedere ai servizi pubblici da remoto. In pratica, più le vostre condizioni sono socialmente precarie, più vi sarà difficile esercitare i vostri diritti e accedere alle prestazioni pubbliche. La pandemia, rendendo la norma telelavoro, didattica a distanza e prenotazioni mediche on line, ha aggravato la situazione delle persone tecnologicamente svantaggiate. E talvolta qualche partito senza volerlo ostacola ulteriormente la partecipazione politica delle categorie precarie: quando Europe Écologie – Les Verts (EELV) ha organizzato una consultazione “aperta a tutti” per scegliere il proprio candidato alle presidenziali di quest’anno, chi voleva partecipare doveva avere «un indirizzo e-mail personale per ricevere il link alla piattaforma di voto, un numero di cellulare per ricevere il codice di convalida del voto e una carta di credito per pagare un contributo di € 2,00».
Claire Hédon avverte che «la situazione sta peggiorando» e ricorda che secondo la legge nessuno può essere privato dei suoi diritti o dell’accesso ai servizi pubblici solo perché non ha strumenti informatici. Per molti e molte, sottolinea, la «digitalizzazione forzata» non è semplificazione bensì «una sorta d’abuso istituzionale».
(Le Monde diplomatique, 2 marzo 2022, traduzione di Silvia Baratella. Titolo originale: Abusés par la numérisation, https://look-travels.com/abuse-par-la-numerisation-par-serge-halimi-le-monde-diplomatique/ )
di Kamila Renzi
Il terrore repressivo si abbatte ora in Russia indistintamente sugli intellettuali, sui militanti di sinistra, e sulle femministe. Ma è un fatto che le nuove leggi colpiscono in primo luogo le donne. La prima persona ad essere stata dichiarata «agente straniero» è un’insegnante di San Pietroburgo di nome Daria Apakhonchich. Tra le prime vittime della legge «anti-fake» che proibisce la diffusione di notizie non conformi alla versione ufficiale c’è Vera Kotova, attivista contro la guerra di Krasnoyarsk, condannata per «vilipendio dell’esercito russo» per aver scritto «No alla guerra» sulla neve. Molti giornalisti famosi, artisti, professori universitari stanno lasciando il paese. Ma, per le militanti femministe ordinarie, questa non è un’opzione praticabile. Loro rimangono in Russia, esposte alla violenza di chi abusa di loro, fisicamente minacciate dalla polizia da un lato e dai militanti di estrema destra dall’altro.
L’ottanta per cento degli arrestati nelle manifestazioni dell’8 marzo sono donne, ha riportato Maria Kuvshinova, redattrice della rivista femminista Kimkibabaduk. Maria Kuvshinova è stata a sua volta vittima di bullismo per le sue posizioni critiche del maschilismo dell’industria del cinema. L’Ong Ovd-info conferma il suo calcolo: 25 delle 29 persone portate alla stazione di polizia di Brateevo l’8 marzo scorso sono donne.
La resistenza più organizzata contro la guerra in Russia è quella proposta dalla Far (Resistenza Femminista Contro la Guerra) un gruppo che riunisce decine di attiviste operative in 30 città russe. In un manifesto pubblicato il primo giorno del conflitto, la Far invita a protestare, a distribuire informazioni e chiama le donne del mondo intero a unirsi a loro. La Far è diversa da altre organizzazioni pacifiste come il Comitato contro la guerra, che riunisce maschi liberal bianchi con base a Londra, a Riga o a Parigi. Assai meno facoltose, con poca risonanza nei media occidentali, le militanti femministe restano per lo più anonime per evitare ritorsioni e, se alcune hanno lasciato la Russia, la gran parte rimane, affrontando la repressione.
Nella giornata internazionale della donna, quando le donne in Russia come altrove ricevono fiori, la Far ha organizzato un’azione che è consistita nel deporre dei fiori e dei simboli ucraini davanti a luoghi simbolici della memoria della Grande guerra patriottica, trasformandoli in memoriali delle vittime dell’invasione. I luoghi sono stati scelti accuratamente: tra gli altri il mosaico stalinista della stazione moscovita Kyivskaya, la Stella delle vittime dell’invasione di Archangelsk. L’azione sembra modesta ma, con le nuove norme contro il vilipendio delle forze armate, per un fiore si rischia la prigione.
Molte militanti erano state arrestate preventivamente. Una di loro racconta al manifesto: «Non ho la forza di descrivere nei dettagli come ho vissuto i cinque giorni di detenzione. Le forze speciali sono venute a prendermi, hanno buttato giù la porta, hanno confiscato tutto il mio materiale informatico, mi hanno portata via in manette. Ho dormito una notte in un camion. Poi in questura, fino a che i miei amici non sono riusciti a tirarmi fuori». Nonostante questo, l’8 marzo sono state organizzate azioni in tutto il paese. E i commissariati si sono riempiti di donne arrestate. La militante Anastasia Kaluzhskaya è riuscita a registrare il suo violento interrogatorio. Anastasia è stata picchiata e umiliata, le è stato detto che era una prostituta e una traditrice. Altre due ragazze hanno testimoniato al Mediazona journal di aver ricevuto lo stesso trattamento.
La repressione non avviene solo per tramite legale. Già negli anni 1980, il Kgb si serviva di piccoli criminali per brutalizzare i dissidenti. La Russia di Putin ha inventato una versione aggiornata di questa pratica. «Un bel giorno ho trovato insulti, minacce accompagnati dal mio indirizzo di casa sul canale di estrema destra Bloodseeker» ci ha raccontato Ksenia Bezdenezhnykh, femminista di Alternativa Socialista, «poco dopo, ero dappertutto su internet». Ksenia è una delle prime vittime della terrificante pratica della Z dipinta sulla porta di casa (vedi Il manifesto 08/03/22). «I nostri indirizzi sono noti agli uffici del Centro E (il dipartimento anti-terrorismo del ministero degli Interni, ndr)» dice Ksenia, e da lì vengono trasmessi agli attivisti di estrema destra che li fanno circolare nei loro ambienti politici e criminali. Da mesi, lei e i suoi compagni di Alternativa socialista vivono con la terribile pressione di essere sotto permanente minaccia.
(il manifesto, 12 marzo 2022)
di Antonella Mariani
Madri “in affitto” e bambini nati su commissione sono le altre vittime collaterali della guerra in Ucraina. Il Paese che due settimane fa ha subìto l’assalto delle truppe russe è la seconda meta mondiale per la gravidanza per altri (gpa), con un numero variabile tra i 2.000 e i 2.500 bambini nati ogni anno. Nel fiume di notizie di morte e distruzione che arrivano dall’Europa dell’Est, è passato sotto silenzio un altro dramma. Quello delle madri surrogate che hanno partorito nelle ultime settimane o che partoriranno nelle prossime, e dei figli che dovranno attendere a tempo indeterminato l’arrivo delle coppie straniere che diventeranno la loro famiglia legale, così come era accaduto durante il primo lockdown globale a causa del Covid. Uno scenario che si ripete, dunque, con risvolti più drammatici. Sarebbero 800 le donne incinte per conto di coppie straniere che hanno scelto l’Ucraina per il prezzo basso e la grande disponibilità di ragazze che affittano il loro utero a causa della povertà, e oltre duemila le coppie straniere che hanno congelato embrioni nelle 33 cliniche che offrono servizi di Gpa. Alcuni report di giornali europei parlano di 40 coppie inglesi e 14 irlandesi che hanno richiesto l’assistenza dei rispettivi ministeri degli Esteri per far uscire i neonati dall’Ucraina. La settimana scorsa è stata organizzata l’evacuazione da Kiev delle famiglie italiane, una decina delle quali avevano al seguito bambini appena nati. Un altro dilemma riguarda le madri “portatrici”, che, come ha scritto The Atlantic, subiscono le pressioni dei committenti stranieri per lasciare il Paese e mettersi in salvo fino alla data del parto, ma non se la sentono di abbandonare la propria famiglia e gli eventuali altri figli in una situazione di guerra. La clinica BiotexCom, divenuta famosa in tutto il mondo per le immagini delle decine di neonati parcheggiati in un hotel di Kiev con le baby-sitter nella primavera 2020, pochi giorni prima dell’aggressione russa all’Ucraina ha pubblicato il video “rassicurante”, rivolto ai clienti stranieri, del nuovo bunker allestito nei pressi della sede della clinica. Lo spazio antiaerei può ospitare 200 persone, ed è equipaggiato di brandine e culle, alimenti, attrezzature sanitarie, prodotti per l’igiene. Oltre a quello dell’incolumità fisica, c’è poi il problema degli atti di nascita: gli uffici anagrafe sono chiusi e dunque i bambini sono privi di un certificato che consenta loro di lasciare il Paese in modo regolare.
(Avvenire, 12 marzo 2022)
di Franca Fortunato
«Dove ci conduce il corteo dei figli degli uomini colti?» chiedeva alle donne Virginia Woolf nel suo saggio Le tre ghinee, scritto nel 1938 in risposta a uno scrittore suo amico che le aveva chiesto di unirsi alla sua Associazione per fermare il fascismo e prevenire la guerra, di cui si cominciava a parlare. «Pensare, pensare, dobbiamo. Noi non dobbiamo mai smettere di pensare dove ci conduce quel corteo». Un’esortazione la sua quanto mai necessaria in questo momento in cui nel cuore dell’Europa, teatro della prima e seconda Guerra Mondiale, è in atto una nuova guerra, dopo quella “umanitaria” della Nato, dell’Europa e dell’Onu nell’ex Jugoslavia, pagata con 100.000 morti e la sua disgregazione. Pensare, pensare si deve in questo momento in cui sembra prevalere la violenza della guerra con tutte le sue tragedie umane. Siamo già dentro l’inizio della terza guerra mondiale e non ce ne siamo accorte/i? Siamo tutte/i, nostro malgrado, coinvolte/i nella guerra che altre/i, dentro e fuori l’Europa e l’Italia, stanno combattendo contro il “nemico” russo che ha aggredito l’Ucraina. Combattono con sanzioni sempre più dure per piegare il “nemico”, sanzioni, non a caso, definite a più riprese “bombe nucleari”. Combattono a fianco dei combattenti ucraini inviando loro armi letali. Combattono con la retorica della guerra e del patriottismo, con i mass media a seguito, salvo qualche eccezione. Combattono con la militarizzazione delle idee, censurano libri di autori russi morti da secoli, annullano il festival internazionale di musica e letteratura russa, chiedono ai “nemici” abiure o li cacciano dai teatri e dallo sport. Combattono con la militarizzazione del linguaggio dove tornano termini oppositivi, amico/nemico, civiltà/barbarie, libertà/ tirannia, democrazia/autocrazia, che abbiamo già sentito negli ultimi vent’anni come giustificazione dell’Occidente delle sue disastrose e sanguinose guerre di aggressione in Iraq, Afghanistan, Siria e Libia, con la differenza che oggi non dicono di voler esportare la democrazia e i valori occidentali ma di volerli difendere dal “pazzo” del paese accanto. Persino la dovuta civile accoglienza delle profughe ucraine e delle bambine/i è stata militarizzata, accogliendo loro ed escludendo altre/i, salvando loro e continuando a lasciare morire altre/i, come nel naufragio di qualche giorno fa nel mare di Lampedusa. Ma per fortuna quel corteo non è il solo. C’è quello di tante donne e tanti uomini che, in ogni angolo della terra, ha attraversato le strade della pace e della fine della guerra, di tutte le guerre. Un corteo arrivato anche nelle città russe, dove chi scende in piazza viene arrestata/o come l’ottantenne Elena Osipova, sopravvissuta all’assedio di Leningrado. In quel corteo ci sono le proteste delle madri russe dei soldati mandati in guerra a loro insaputa, c’è la direttrice dimissionaria del Teatro statale di Mosca, Elena Kovalskaya, la pallavolista Ekaterina Gámova, il tennista Andrej Rublëv, la figlia di uno degli uomini più ricchi del mondo e sostenitore di Putin, Sofia Abramovič, la tennista Anastasija Pavljučenkova, la ballerina Anna Tikhomirova dimessasi dal Teatro Bolscioi di Mosca. La Russia non è Putin, l’Europa non è la Nato. La guerra poteva e doveva essere fermata sin dall’inizio. Chi poteva e non l’ha fatto? È il corteo della pace e del disarmo che tutte/i dobbiamo seguire per evitare che “il corteo dei figli degli uomini colti” ci conduca verso una guerra «a causa della quale – scrisse Alessandra Bocchetti nel 1984 – sarà possibile solo morire o forse, nell’ipotesi peggiore, sopravvivere». Una guerra nucleare.
(Il Quotidiano del Sud, 11 marzo 2022)