di Maria Cafagna
Le donne soffrono molto spesso della così detta vittimizzazione secondaria – o victim blaming – ovvero a loro, e non a chi l’ha commessa, viene data la responsabilità dell’avvenuta violenza. Spostando l’attenzione dal comportamento dell’aggressore a quello dell’aggredita, si cerca di deresponsabilizzare chi ha commesso il reato e a volte ci si riesce, specie perché i pregiudizi misogini e la cultura sessista pervadono nel nostro sistema culturale, sociale e giudiziario, come ha documentato la commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio.
“Serve indubbiamente più formazione, a tutti i livelli, non solo quelli di gip e pm. Sul tema della violenza di genere devono essere preparati consulenti, psicologi, periti, avvocati, ovvero tutte le figure che intervengono in un percorso processuale – ha dichiarato ad Avvenire la senatrice Valeria Valente, presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere – se questa preparazione la troviamo già nelle procure delle grandi città, non è altrettanto diffusa in quelle dei piccoli centri o nel campo della giustizia civile. Il punto è che ci sono segnali che non possono più essere sottovalutati e servono urgentemente fondi da destinare a questo ambito”.
In questi casi le donne sono vittime due volte: la prima da parte degli uomini abusanti, la seconda da chi dovrebbe garantire loro protezione e giustizia. Anche Laura Massaro è stata vittima due volte, la prima di un marito violento e la seconda della giustizia italiana, che le ha prima strappato il figlio e che lo scorso 24 marzo, dopo nove lunghi anni, le ha dato ragione con una sentenza storica che non cambierà solo la sua vita e quella di suo figlio, ma anche quella di tante altre madri e di tante/i altre/i minori.
Massaro aveva denunciato l’ex compagno violento dal quale aveva chiesto e ottenuto la separazione, ma durante il processo era stata accusata dai legali del suo ex di “alienazione parentale”, ovvero di aver circuito il figlio per convincerlo a non voler incontrare il padre e ad avere qualsiasi contatto con lui.
Come ha raccontato Ilaria Boiano, avvocata di Massaro, a un certo punto il tribunale di Roma ha disposto anche l’allontanamento dalla madre nonostante non fossero state dimostrate condotte irregolari da parte sua: “per tre volte agenti in borghese e assistenti sociali hanno provato a entrare in casa e portare via mio figlio” ha raccontato Laura Massaro a Repubblica “Il loro progetto era quello di resettare, pensate, il suo cervello, per favorire l’incontro con un padre che lui non vuole vedere: è disumano”.
Il ragazzo era destinato ad andare in una casa famiglia, ma Laura Massaro non ha mai smesso di lottare per vedere riconosciuti i suoi diritti di madre, diventando così uno dei volti simbolo della lotta contro i promotori e le promotrici della sindrome da alienazione parentale.
Il caso che ha coinvolto Laura Massaro e suo figlio non è raro: sono tante le donne coinvolte in separazioni burrascose che si vedono rivolgere in tribunale l’accusa di voler allontanare con l’inganno i propri figli o le proprie figlie dai padri: “donne che da vittime di botte e persecuzioni si ritrovano ad essere definite colpevoli” come racconta Maria Novella De Luca su Repubblica “tanto da essere punite con l’allontanamento dei figli, collocati con la forza o presso quei padri di cui hanno paura, o in case famiglia, senza contatti con le madri. Lo scopo di questi uomini è che il cervello dei loro figli o delle loro figlie venga “resettato” nella solitudine e nella sofferenza per ricomporre la relazione (quasi sempre impossibile) con il padre”.
Nel 2019 migliaia di donne scesero in piazza dopo che il senatore della Lega Simone Pillon aveva avanzato una proposta di legge che voleva rendere obbligatoria (e a pagamento) la mediazione di un consulente durante le cause di divorzio e separazione, sanciva il diritto alla bigenitorialità e il contrasto all’alienazione genitoriale. Il ddl Pillon venne contestato non solo dalle associazioni femministe, ma anche dagli operatori e dalle operatrici dei centri anti-violenza, che denunciavano proprio la possibilità che i bambini finissero nelle mani di padri violenti e potenzialmente pericolosi.
La Corte di Cassazione, dando ragione a Laura Massaro, ha messo nero su bianco che “il richiamo alla sindrome d’alienazione parentale e ad ogni suo, più o meno evidente, anche inconsapevole, corollario, non può dirsi legittimo, costituendo il fondamento pseudoscientifico di provvedimenti gravemente incisivi sulla vita dei minori, in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre” e ha inoltre aggiunto che il principio di bigenitorialità perfetta – quello per cui i padri e le madri separate devono passare la stessa quantità di tempo con i figli o con le figlie – non può non tenere conto del contesto familiare e delle esigenze di minori.
Già lo scorso anno la Corte di Cassazione si era espressa contro la decisione del tribunale di Treviso di concedere l’affidamento esclusivo di un figlio di 6 anni al padre, richiamando i giudici a non fidarsi solo del parere dei consulenti ma di procedere a un’indagine approfondita delle esigenze del minore e del contesto familiare.
Ancora una volta la legge dà ragione alle donne vittima di violenza, seppure dopo tanti sforzi e fatiche da parte di chi, come Laura Massaro, ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di un sistema iniquo verso le donne.
“La battaglia continua” ha dichiarato Laura Massaro all’indomani della sentenza “Noi siamo tutte vittime di violenza istituzionale. Però il mio consiglio è quello di mantenere, in un angolo del cuore, la speranza e un po’ di fiducia nella giustizia”. Però, quanta fatica.
(Wired, rubrica Roba da femmine, 30 marzo 2022)
di Associazioni di donne firmatarie
Ci sono stati e continuano a esserci guerre e massacri di esseri umani in tutto il mondo. Continua la distruzione di nazioni intere con la loro ricchezza di arte e cultura. Il sistema di potere fa di tutto per convincerci della giustezza degli interventi armati e sono state coniate nuove espressioni, ridicoli ossimori, come guerra per la democrazia, guerra umanitaria. E adesso il conflitto in Ucraina rischia di travolgere l’intera Europa ma, come tutte le guerre, non giunge inaspettato e non era inevitabile. C’è dietro una storia di prove di forza, di un passo dietro l’altro per presidiare territori, secondo la logica del non cedere nulla all’avversario e secondo gli interessi sovranisti del capitale e dell’industria bellica. Ma questo non è tema su cui è consentito il dibattito perché attiene ai potenti decidere dell’ordine del mondo.
Di fronte allo scenario di feroce aggressione ci viene imposta un’unica lettura che legittima una risposta ulteriormente aggressiva, senza margini per una valutazione critica delle responsabilità del passato, né delle conseguenze e dei rischi per il futuro. Si alzano i toni perfino nella dialettica interna del nostro paese, riducendo qualsiasi ragionamento allo schieramento a favore o contro Putin.
Pur parlando astrattamente di negoziati, non si percorrono adeguate strategie diplomatiche per una mediazione che ponga fine al macello di donne, bambini, uomini e alla distruzione dell’Ucraina. Al contrario aumentano le spese militari, aumenta pericolosamente l’aggressività verbale, in una becera personalizzazione dello scontro che nulla ha a che vedere con la cultura della risoluzione dei conflitti che da decenni viene coltivata dal pacifismo e dal femminismo.
Noi donne vogliamo cancellare l’idea stessa di guerra, anacronismo distruttivo che contraddice ogni concezione progressiva e umanitaria. Vogliamo trasformare l’ordine della forza e del dominio, che genera guerra e morte, nell’ordine dell’amore e della cura che genera vita.
La nostra passività ha permesso agli uomini di calpestare i nostri valori e di impadronirsi in nome della patria del frutto delle nostre viscere, mandando al macello i figli come bestie per fare gli interessi dei guerrafondai (Maria Occhipinti, Una donna libera).
NON VE LO PERMETTEREMO PIÙ!
La storica estraneità delle donne dai luoghi di potere maschile in cui si decidono e si dichiarano le guerre è il punto di forza da cui gridiamo:
NO ALLA GUERRA! NO ALLE ARMI!
MAI PIÙ CADUTI/MARTIRI EROI DI GUERRA!
Lo grideremo a Palermo OGNI DOMENICA MATTINA DALLE 11,00 ALLE 13,00 PRESSO LA STATUA DELLA LIBERTÀ, monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale, fino a quando non cesserà la follia delle armi, fino a quando i potenti dell’Occidente non si siederanno con i potenti della Russia per avviare seri negoziati di pace.
UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Associazione Donne Islamiche FATIMA – Emily – Donne Caffè filosofico Bonetti – Fidapa sez. Palermo Felicissima – sez. Mondello – LAB ZEN 2 – Il femminile è politico – Donne no Muos no war – CIF
Per adesioni inviare mail a bibliotecadonneudipalermo@gmail.com
(https://www.pressenza.com/it/2022/03/fuori-la-guerra-dalla-storia/, 30 marzo 2022)
di Barbara Spinelli
Questa volta il divario tra gli interessi europei e statunitensi è netto. In un comizio a Varsavia, sabato (26 marzo 2022, n.d.r.), Biden ha definito Putin un “macellaio” – in precedenza l’aveva chiamato killer, dittatore sanguinario, criminale di guerra – per poi decretare: «Per l’amor di Dio, non può restare al potere!».
Il ministro degli Esteri Blinken ha subito corretto, lo staff della Casa Bianca ha tentato una goffa retromarcia, Macron nelle vesti di Presidente di turno dell’UE si è dissociato, ma le parole presidenziali restano e palesano l’obiettivo Usa in Ucraina: un “cambio di regime” a Mosca, lo spodestamento di Putin. È la strategia del caos che Washington adotta da quando fantastica di aver stravinto la guerra fredda, di poter violare i patti del 1990 con Gorbaciov, di dominare il mondo con destabilizzazioni belliche regolarmente sconfitte: in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. È la prima volta che la Casa Bianca punta al regime change di una potenza atomica (6.000 testate). I tabù della dissuasione nucleare crollano, l’impensabile che fondava la deterrenza (la cosiddetta distruzione mutua assicurata) diventa pensabile. Non è un caso che l’escalation di Biden sia avvenuta in Polonia, che vorrebbe un intervento Nato per difendere l’Ucraina dall’invasore russo. Se per settimane Zelensky ha insistito nel chiedere la no fly zone senza badare al diniego Nato e Ue, è perché alcuni Paesi – Varsavia in primis – lo spingevano in tal senso, contando sulla Casa Bianca. Sin da quando è atterrato in Europa Biden si è comportato da padrone (incoraggiato dall’Ue che non s’è vergognata di invitarlo al Consiglio europeo) ma appena giunto in Polonia ha perso le staffe. Rivolgendosi all’ottantaduesima Divisione Aerea dell’esercito Usa, non ha parlato di vie d’uscita dal conflitto, non ha avviluppato in una retorica di pace l’aumento delle spese militari. Queste dissimulazioni sono affidate agli europei mentre Biden no, non dissimula, parla della propria nazione come «principio organizzativo attorno al quale si muove il resto del mondo – ossia del mondo libero». Evoca l’icona della “nazione indispensabile” raffigurata nel 1998 da Madeleine Albright, ministra degli Esteri di Clinton e principale artefice dell’estensione Nato («Non abbiamo bisogno che la Russia dia il suo accordo all’allargamento», disse a chi obiettava).
Biden è intriso di teologia politica: il “mondo libero” è votato a intervenire contro il Male. La guerra va oltre Kiev, ha una giusta causa ed è lotta «fra libertà e autocrazia, fra democrazia e oligarchi»: Putin non ha in mente l’Ucraina ma vuol demolire la democrazia. A conclusione dell’appello ai paracadutisti ricorda il nonno, che l’incitava a «mantenere la fede». Ma soprattutto la nonna, che rincarava: «No, diffondila!» (spread it).
Che importa se nel frattempo il pensiero della Chiesa cattolica non è più quello di Tommaso d’Aquino. Se ha abbandonato, da Giovanni XXIII in poi, l’idea di guerra giusta. Papa Francesco denuncia la follia del riarmo occidentale, e di una guerra per procura scatenata colpevolmente da Putin senza negoziati in vista fra grandi potenze (Usa, Russia, Cina), ma Biden non se ne cura. D’altronde ha ammesso che Washington arma l’Ucraina da anni (2 miliardi di dollari, di cui 1 miliardo nelle ultime settimane).
Noam Chomsky ricorda che il culmine fu raggiunto il 1° settembre 2021, poco prima dell’aggressione russa, quando fu firmata la Dichiarazione Congiunta sulla Partnership Strategica Usa-Ucraina. Il documento annunciava l’apertura delle porte Nato all’Ucraina, e riforniva Kiev di armi oltre che di un «programma di robusto addestramento ed esercitazione per sostenere lo statuto ucraino di partnership rafforzata» (NATO Enhanced Opportunities Partnership, preludio dell’adesione, concesso anche alla Georgia). Alla Dichiarazione Congiunta fece seguito una vasta esercitazione Nato in terra ucraina (“Rapid Trident”) che partì dalla base di Yavoriv presso Leopoli, e cui partecipò anche l’Italia. La Dichiarazione Congiunta rappresenta il culmine di un’espansione Nato a Est cominciata dal giorno in cui Clinton violò l’impegno di Bush padre di non espandere la Nato. Una violazione contestata aspramente da diplomatici di primo piano come Henry Kissinger, George Kennan, Jack Matlock (ex ambasciatore Usa a Mosca), William Burns (attuale capo della Cia).
Le guerre di religione tra Bene e Male hanno una natura dualistica e conducono immancabilmente alla morte: l’Europa lo sa meglio del Nord America, perché i suoi popoli l’hanno vissuta nel ’500-600 (15 milioni di morti) e la conclusero quando capirono che la pace era possibile a una sola condizione: che non vi fosse la vittoria di una fede sull’altra, e che il potere politico non si diffondesse come fosse una fede. Oggi attraversiamo un simile “secolo di ferro”, e Biden che vuol atterrare Putin profittando delle sue dissennatezze belliche lancia segnali anche alla Cina, a Taiwan, ai pochi alleati che gli restano nell’estremo oriente. L’India di Modi sta cautamente distanziandosi e nel resto del pianeta – Asia, Africa, paesi arabi, America latina – si moltiplicano gli avversari delle sanzioni e del riarmo, che promettono fame e prezzi energetici proibitivi. Biden assieme a gran parte dell’Europa non sembra aver imparato nulla della storia, né quella antica né quella recentissima.
Ignoranza e mancanza di memoria recente sono forse i dati più significativi della politica atlantica di fronte a un’aggressione russa certamente spropositata, ma che poteva essere evitata e potrebbe ora essere affrontata con altro spirito, di difesa del popolo ucraino e di negoziati su alcuni punti precisi: non solo la neutralità (scritta stavolta nero su bianco, non promessa come ai tempi di Gorbaciov) ma anche la rinuncia al riarmo in Est Europa, alle guerre di regime change. Se questo secolo è di ferro come nel ’500-600, urge un trattato di Vestfalia: un ordine che riconosca gli Stati a prescindere dalle fedi che pretendono di diffondere con le armi.
Quanto all’Unione europea, non è tramite il riarmo che troverà pace, ma proponendo tregue che non siano percepite come sconfitte epocali né a Kiev né a Mosca e riconoscendo che i propri interessi non coincidono con quelli statunitensi. La Russia è una superpotenza atomica, ci è geograficamente e culturalmente vicina. La guerra di Putin in terre ucraine l’allontana dall’Europa e rischia di renderla molto dipendente da Pechino. È con questi dati di fatto che ci troviamo a dover fare i conti.
(Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2022)
di Annarosa Buttarelli
Chissà che femministe frequenta Francesco Musolino, o quali libri femministi abbia mai letto oltre al Diritto al sesso, scritto dalla giovane filosofa britannica Amia Srinivasan, che si è interessata anche all’intelligenza dei polipi. Mi spiace contraddire Amia se davvero sostiene che il femminismo non è una filosofia: il pensiero della differenza sessuale di Carla Lonzi e di Diotima (comunità filosofica femminile, in cui ho lavorato a lungo) è stato indicato come l’unica avanguardia filosofica del XX secolo italiano. Sono una filosofa femminista che ha scambi intellettuali, politici e affettivi, da sempre con uomini, e il mio libro Sovrane (il Saggiatore) è stato presentato pubblicamente da Stefano Rodotà che ha raccontato come si fosse sentito accolto dai miei argomenti, che erano e sono a favore dell’autorità femminile come orientamento della convivenza. Questo per dire che sono stupita dalle lamentele che Musolino mette nero su bianco, poiché si sente escluso dal libro della giovane filosofa, e accusa tutte le donne, non solo lei come sarebbe corretto, di pensare secondo lo schema dicotomico: amico/nemico. Non ho letto questo libro ma, comunque sia, bisogna rilevare l’errore logico e di pensiero che porta il libro come esempio per il tutto (universalizzazione illegittima). Ed è un errore di pensiero non assumersi la responsabilità del proprio sentire, non analizzandolo per quello che è, un sentire legittimo ma relativo a sé, non innalzabile a livello di una querela depositata ad accusare tutte le femministe di chiusura misantropa. Dunque, spieghiamoci. Siccome Musolino crede di non essere “incluso”, cioè non ammesso al dialogo con le donne, si allarga fino a sostenere che: 1) le donne si parlano solo tra loro; 2) che non pensano, poiché pensano dicotomicamente, cosa che lui aborre; 3) che devono imparare a sperimentare il dialogo sul sesso e il piacere dialogando con gli uomini come lui, pure se pieno di etichette: “uomo, etero, cisgender”. Più identificato di così… però davvero simpaticamente. Infatti, c’è senz’altro della buona fede perché egli sembra ignorare completamente cosa è successo, nel tempo, ai rapporti conflittuali tra uomini e donne (gender) e anche tra maschi e femmine (sesso). Non posso qui riassumere oltre un paio di millenni di storia (fonti alla mano) in cui molte di noi hanno cercato di dialogare o anche solo di farsi ascoltare. Non posso ora fornire l’immensa bibliografia che bisognerebbe conoscere prima di arrivare a conclusioni maldestre circa le forme del pensiero femminile. Purtroppo, è questa la prima cosa che deve sapere il giornalista e scrittore: è abbastanza sconsolante costatare quasi sempre il fatto che una notevole percentuale di maschi istruiti si guardano bene dallo studiare i libri scritti da donne. La seconda: ancora oggi le iniziative culturali promosse da donne vedono il quasi-nulla delle presenze maschili. La terza: per cercare di fare sesso in maniera non mortificante e non offensiva abbiamo dovuto scoprire il nostro corpo tra noi, separandoci dai maschi, che non ne hanno mai voluto sapere, in generale, di saperne di più del nostro piacere. Noi e il nostro corpo. Scritto dalle donne per le donne (Feltrinelli), opera del The Boston Women’s Collettive, diede inizio alla cosiddetta seconda ondata del femminismo, insieme a La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi. Vorrei anche segnalare che la giornalista e scrittrice americana Rebecca Solnit ha scritto Gli uomini mi spiegano le cose. Riflessioni sulla sopraffazione maschile (Ponte alle Grazie), un titolo che si spiega da sé. Mi sa che Francesco Musolino farebbe arrabbiare Solnit, essendo arcistufa di sentirsi dire dagli uomini cosa dovrebbe fare e cosa dovrebbe dire, e magari cosa dovrebbe pensare. Le mie simili ogni giorno, in ogni parte del mondo vengono aggredite, violentate e spesso uccise per il solo fatto che siamo donne, da parecchi millenni a questa parte. La democrazia moderna di cui gli uomini vanno fieri è stata costruita con l’esclusione delle donne dalla vita pubblica. Un po’ di autocoscienza signori, e studiate, studiate molto: non è il maternage femminile che trasformerà voi e il mondo, ma la vostra radicale assunzione di responsabilità nei confronti di quella che sempre più si presenta come la questione maschile.
(La Stampa, 27 marzo 2022)
di Comitato delle madri dei soldati russi
Il Comitato delle madri dei soldati, un gruppo di madri e attiviste per i diritti umani, è sorto nel 1989 a Mosca per difendere i giovani coscritti dalle violenze e dagli abusi perpetrati nell’organizzazione militare ed è stato il movimento sociale più duraturo e rispettato della Russia post-sovietica. La sua azione si è sviluppata in due direzioni: l’assistenza ai singoli soldati e la pressione per l’abolizione della coscrizione, il controllo civile sull’esercito e smilitarizzazione del sistema giudiziario1. Un primo successo fu ottenuto con il congedo di 180.000 giovani soldati perché potessero finire gli studi.
Il CMS crebbe rapidamente diffondendosi in tutta la Russia e aumentò la sua influenza nel corso della guerra con la Cecenia del 1994-1996 soprattutto quando, nel marzo 1995, organizzarono la “Marcia della compassione” da Mosca a Grozny. Centinaia di madri russe cercarono l’appoggio delle madri cecene nell’azione contro la guerra e negoziarono con l’esercito ceceno per ottenere la liberazione dei prigionieri.
La loro attività per i diritti umani ottenne importanti riconoscimenti a livello internazionale (tra cui il Sean MacBride Award dell’International Peace Bureau nel 1995 e il Right Livelihood Award). Nel 1993 il comitato ottenne un ufficio a Mosca in cui le volontarie accoglievano le richieste di aiuto e a cui pervennero migliaia di lettere ogni anno, in maggioranza da parte di donne e madri in condizione di fragilità, povere, isolate e sole. Da richiedenti aiuto molte di loro divennero attiviste. La capacità di praticare un cammino verso l’autonomia e verso l’azione collettiva a partire da una comune esperienza senza mai trascurare la sfera individuale è stata la forza del movimento, che tuttavia negli anni Duemila perse gran parte del sostegno pubblico di cui aveva goduto.
Con lo scoppio della guerra in Ucraina numerosi appelli disperati sono giunti al Comitato da parte di genitori che avevano perso i contatti con i loro figli, non ne sapevano nulla se non che erano stati costretti a firmare contratti con l’esercito e che gli erano stati sottratti i cellulari. Le risposte che hanno dato loro le madri non devono essere state molto diverse da quelle che compaiono in questa dichiarazione in cui esse danno indicazioni, incoraggiano e spingono all’azione. Esse non si appellano ai governi o alle organizzazioni internazionali, ma alla capacità di agire delle singole persone e alla forza dei loro affetti.
***
Dichiarazione, 24 febbraio 2022
Le madri dei soldati di San Pietroburgo condannano l’aggressione militare che le truppe russe stanno perpetrando in Ucraina di fronte ai nostri occhi. Questa è una guerra e come ogni guerra è distruzione, sangue, violenza, vittime innocenti e crollo del futuro. Nessun uomo sano di mente può sostenere la guerra.
Cosa possiamo fare in questa situazione, noi comuni cittadini e cittadine che non siamo stati/e consultati/e, quando è stato deciso di dare inizio alle ostilità? Veramente molto. Noi ascoltiamo e leggiamo numerosi appelli, vediamo l’angoscia delle persone, specialmente dei genitori di uomini arruolati nell’esercito russo. Ma nello stesso tempo, vediamo anche una paura paralizzante, le perdite e le incomprensioni. Tutto questo impedisce l’azione, non ci permette di agire.
Madri e padri dei ragazzi nell’esercito, ci chiedete «Dove sono i nostri figli in questo momento?». Purtroppo, non possiamo rispondere a questa domanda. C’è un ufficio speciale per questo – il Ministero della Difesa della Federazione russa. Esso tace… Il vostro compito è di scrivere, inviare appelli, bombardarli di domande, cercare informazioni vitali. Questi sono i vostri figli! Nessuno può aiutarli se non voi. Noi possiamo consigliare e fornirvi modelli di richieste. Il resto è nelle vostre mani (potete scrivere al comando di distretto da cui dipende l’unità e direttamente alla regione di Mosca https://letters.mil.ru/electronic_reception.htm2)!
Noi vi incoraggiamo con forza ad essere vicini/e ai vostri figli! Mettetevi in contatto con altri genitori, create chat, interagite. Solo insieme, nel sentimento dello stesso angoscioso respiro di compagni di sventura – ma senza mai cessare di esprimere caldamente la speranza – potrete superare tutte le difficoltà. Guardare negli occhi altri figli e altre madri che sono stati/e chiamati/e “vostri/e nemici/che”!
Rivolgiamo un appello anche al personale militare. Ufficiali! Voi potete inoltrare le richieste di rifiuto del servizio militare per non partecipare a questa tragedia, che in ogni caso sarà seguita da un’amara ricompensa. In tutti i conflitti militari, e ce ne sono stati tanti nella storia russa degli ultimi trent’anni, ci sono stati casi di rifiuto del servizio militare. Ce ne saranno ora! Noi esortiamo chiunque abbia parenti o amici in Ucraina di cercare di avere sempre il polso della situazione. Ora è semplicemente necessario comunicare, sostenere moralmente e psicologicamente e offrire tutta la più ampia assistenza possibile. Nessuna azione delle autorità, nessuna politica può distruggere questi legami. Ricordate: nei primi giorni delle ostilità, la confusione e l’agitazione dominano sempre. La prima vittima della guerra è la verità. Informazioni non verificate possono giungere da ogni direzione. Raccomandiamo di fare una doppia verifica delle informazioni su diverse fonti. Secondo noi, i media più affidabili in Russia oggi sono: Novaja Gazeta, Dozhd TV Channel, Meduza Edition ed Ekho Moskvy.
E naturalmente, possiamo e dovremmo continuare a dar voce alla nostra posizione, esprimere attivamente le nostre opinioni e agire in ogni modo legale e accessibile. Inviare post sui social network, firmare e distribuire petizioni contro la guerra, comunicare con gli amici. È agendo uniti che non consentirete a voi stessi di impantanarvi nell’illusione di essere soli con la vostra opinione. Credeteci, molte persone pensano la stessa cosa, ma per molte ragioni hanno paura di parlare.
#No alla guerra# Madri dei soldati SPB
1 Numerosi sono gli studi sul movimento. La sua storia è stata ricostruita da Valentina Melnikova, segretaria dell’Unione dei Comitati delle madri dei soldati russi, e da Anna Lebedev in Les petits soldats. Le combat des mères russes, Paris 2001.
2 Ora cancellato.
[Questa pagina fa parte di Voci di pace, spazio web di studi, documenti e testimonianze a cura di Bruna Bianchi]
(comune-info.it, 26 marzo 2022)
di Umberto De Giovannangeli
Cosa si può dire che non sia già stato detto o scritto di una giovane signora novantenne, il cui vissuto riempirebbe due vite. Giovane, Edith Bruck lo è nella testa e nel cuore, in una straordinaria capacità narrativa che fa pensare ed emozionare. Di origine ungherese, Edit Bruck è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue.
Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo: Chi ti ama così (Marsilio 1994), L’amore offeso (Marsilio 2002), Lettera da Francoforte (Mondadori 2004), Specchi (Storia e Letteratura 2005), Andremo in città (L’Ancora del Mediterraneo 2006), Quanta stella c’è nel cielo (Garzanti 2009), Privato (Garzanti 2010), Mio splendido disastro (Lampi di Stampa 2011), La donna dal cappotto verde (Garzanti 2012), Il sogno rapito (Garzanti 2014), Signora Auschwitz. Il dono della parola (Marsilio 2014), Chi ti ama così (Marsilio 2015), La rondine sul termosifone (La Nave di Teseo, 2017), Versi vissuti. Poesie (1975-1990) (eum, 2018), Ti lascio dormire (La Nave di Teseo, 2019), Il pane perduto (La Nave di Teseo, 2021), Tempi (La Nave di Teseo, 2021) e Lettera alla madre (La Nave di Teseo, 2022). Una confessione personale. Nel trascrivere le sue parole, per una volta mi sono sentito un privilegiato.
Il mondo assiste sgomento alla guerra in Ucraina. Chi sia l’aggredito e chi l’aggressore è fuori discussione. Ma le chiedo: esiste una “guerra giusta” che possa cancellarne una sbagliata?
Mai, mai. Nessuna guerra è giusta. E nessuna guerra è paragonabile ad un’altra guerra. Nessun disastro si rimedia con un altro disastro. Ognuno è disastro per conto suo, per ragioni diverse, per politiche diverse, interessi diversi. È molto triste ma è così.
Non c’è da avere un po’ paura di un pensiero unico “interventista” e di una informazione che indossa la divisa militare e accusa i pacifisti di essere, in sostanza, al servizio di Putin?
Guai ad assoggettarsi a un pensiero unico. Ognuno deve pensare con la propria testa, ma purtroppo non te lo lasciano fare, perché ti mettono nella testa quello che vogliono. Il potere ha sempre fatto questo. Vuole rincretinire un popolo intero, o immaginare di riuscirci. È una cosa allucinante, perché sta risuccedendo di nuovo. Anche se non è paragonabile un dittatore con un altro. Fanno la gara ad essere uno peggio dell’altro. Il pensiero unico fa pensare al nazismo. Un popolo colto, quello tedesco, nel cuore dell’Europa, e tutti applaudivano insieme a quel caporale nazista innalzatosi a Fuhrer, e lo facevano forse per sentirsi più forti. Chi urla sembra che abbia ragione. E questo è il problema.
In molti in queste drammatiche settimane, si sono cimentati nella riscrittura della storia, avanzando parallelismi molto gravi, come quello tra Putin a Hitler.
Non sono d’accordo. È assolutamente sbagliato azzardare paragoni del genere. Sono due dittatori diversi, motivi diversi e credo che un dittatore come Hitler non è rinato ancora.
Sulla base della sua straordinaria esperienza di vita e di scrittura, le chiedo: qual è l’unicità della Shoah?
L’unicità è che gli ebrei sono stati perseguitati, sterminati a milioni, per ragioni razziali. Non è che erano in guerra con qualcuno. Soltanto perché erano ebrei. Non erano nemici della Germania, o perché in guerra con qualcuno. Hanno portato via i neonati dalla pancia della madre fino all’ultimo anziano. La soluzione finale. Il tentativo in Europa di sterminare tutti gli ebrei. Per ragioni razziali. Come diceva Primo Levi, quella è la sua unicità. Io credo che nessuna guerra sia paragonabile e Zelensky ha sbagliato quando ha paragonato ciò che sta avvenendo in Ucraina, per quanto terribile e inaccettabile, alla Shoah. Ha fatto davvero una brutta gaffe. È stato un inciampo grave. Né si poteva chiedere aiuto in armamenti da Israele, un Paese non ancora stabilizzato, che ha ancora problemi molto grandi con i palestinesi. Non ci si rivolge a un Paese così complicato, così pieno ancora di problemi, chiedendo armi per il fatto che lui è ebreo.
A proposito di armi. Il Parlamento italiano, ha dato, a larghissima maggioranza, il via libera all’invio di armi all’Ucraina…
No, io non sono d’accordo con questa decisione…
Perché?
Perché un’arma porta ad un’altra arma. L’arma porta la morte. Si fornisce pane, si fornisce aiuto, si fornisce tutto. Tutto, meno che le armi. Il mondo è pieno di armi. Ne vogliamo ancora di più? Quando creano armi, le creano per uccidere. Vogliamo fare del mondo, come diceva mio marito Nelo Risi, un Museo delle armi? Le armi servono per aggredire, per uccidere. Io sono contro qualsiasi arma, anche un coltello.
Si dice spesso che senza memoria non c’è futuro. Ma la memoria non rischia a volte di essere manipolata a fini politici, o addirittura di guerra?
Assolutamente sì. La memoria può essere manipolata. Ognuno può ricordare e far ricordare a modo suo. Per quanto riguarda noi, i pochi sopravvissuti ancora a questo mondo, dei campi di sterminio nazisti, sicuramente raccontiamo la verità. Io ho una memoria di ferro, e non mi dimentico. Possono spargere memorie false, quelle che conviene in quel momento a quel Paese, a quella politica. Possono deformare e mistificare tutto, questo è il problema. E hanno iniziato a farlo immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il popolo si adegua al potere del momento. È una tragedia umana. Chi vuole il potere è capace di tutto, di qualsiasi mistificazione. Appiattimento, negazionismo. È capitato di tutto, soprattutto con la Shoah.
La nostra attenzione è concentrata sulla guerra in Ucraina. Ma nel mondo esistono anche altre guerre, le cosiddette guerre “dimenticate”, tragedie apocalittiche che non fanno notizia, non suscitano empatia: lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan etc. Esiste dunque una gerarchia del dolore?
Diciamo le cose come vanno dette: c’è un razzismo nel dolore. Ci sono popoli di serie A, serie B, serie C… Non è uguale il nostro sentimento verso i perseguitati del momento. Dipende chi sono. Se sono lontani, ci toccano meno e sembra che non ci riguardino. E invece ci riguardano tutti, ovunque siano nel mondo. Perché si riflettono sulla nostra vita, sulle nostre economie, sul come siamo cittadini del mondo. È tutto legato. Viviamo in un mondo globalizzato. E guai perché non c’interessa quello che succede in Africa, in Afghanistan o in Siria… È altrettanto vicino. Il fatto è che l’Ucraina è nel cuore dell’Europa, ed è per questo che ne sentiamo molto di più la vicinanza, l’empatia. Ora si aprono le porte ai profughi dall’Ucraina. E questo è bene. Ma tra chi plaude, ci sono anche quelli che quando si è trattato di profughi di altre nazionalità, provenienze, hanno gridato all’invasione e hanno invocato i respingimenti, anche se questo voleva dire affogarli in mare o ricacciarli in qualche centro di detenzione molto simile a un lager.
Historia magistra vitae. Parole di Cicerone (De Oratore II, 9). Ma perché dalla storia, soprattutto dai suoi capitoli più tragici, non abbiamo imparato niente?
Nulla. E questo lo ripeto da sessant’anni, quando sono invitata a parlare nelle scuole, o nei miei libri. Le cose si ripetono, anche se in forme diverse, ma la bruttura è sempre la stessa. L’uomo non sa vivere in pace neanche con se stesso.
È un destino inappellabile questo?
Quanto vorrei dire che no, non è così. Ma da quando io sono al mondo, c’è sempre stata da qualche parte la guerra. Ora siamo più angosciati, perché la guerra è molto più vicina a noi, noi europei, e quindi siamo molto angosciati. Però dovremmo angosciarci anche per le altre guerre. Perché ogni vita ha lo stesso valore di un’altra. Che siano neri, che siano gialli, che siano credenti musulmani, cristiani, ebrei o quello che è. Ogni vita è un valore unico. Ogni essere umano è un mondo a sé.
(Il Riformista, 26 marzo 2022)
di Massimo Lizzi
Il diritto di non uccidere. Questo, tra tutti i diritti discussi sulla guerra e la resistenza, è il valore più importante. Il diritto di non combattere. Un diritto brutalmente negato alle donne trans, che cercano di mettersi in salvo oltre il confine ucraino. Perquisite nei modi più umilianti, per accertare il loro sesso anatomico, ricacciate indietro perché «uomini con il dovere di combattere per difendere la patria». Ma stavolta non è solo questione di sesso, di genere. Anche gli uomini hanno il diritto di essere non violenti. Un diritto negato ai mariti, ai padri, che cercano la salvezza insieme con le loro mogli, i loro figli. Che prima della patria mettono i legami e i doveri familiari, prima della morte eroica, l’amore per la vita. Delle donne trans racconta un reportage del Guardian, dei papà ucraini un articolo dell’Avvenire.Ma gli editoriali dei nostri giornali più autorevoli ribadiscono il diritto dell’aggredito di difendersi, di resistere all’aggressore. Ineccepibile sul piano normativo e forse anche sul piano morale. Dico forse, perché l’evoluzione che ci porta a dare un valore più grande alla vita umana, oltre a mettere in questione la legge del più forte, qualcosa dice anche al diritto di resistere. Specie nel momento in cui, nonostante la retorica del popolo unito, tutt’uno con il suo stato, la resistenza è di un esercito regolare e di milizie paramilitari. Che, per forza, espongono tutto il popolo alla violenza distruttiva dell’invasore. Il diritto non chiude il discorso su ciò che è più opportuno, saggio, umano. Un generale ucraino si è offerto come ostaggio ai russi, per far evacuare i bambini da Mariupol. Un gesto sopra il diritto del resistente.A favore del sostegno armato alla resistenza ci sono discorsi pericolosamente insensati ed altri politicamente più fondati. I primi dicono che Putin capisce solo il linguaggio della forza. Ma questa idea è speculare al pensiero di Putin, che tra l’altro possiede, lui davvero, potenti armi di distruzione di massa. Inoltre, nessun linguaggio è efficace, se ambiguo o confuso nel messaggio. Cosa vogliono ottenere i forzuti: il compromesso accettabile o la sconfitta mortificante del nemico? Più fondato è il discorso che punta a mantenere un minimo di equilibrio nei rapporti di forza militari, per ottenere equilibrio nei rapporti di forza negoziali. Ma questo vale solo se si arriva presto al negoziato. Se la prospettiva, invece, è la guerra per procura, il nuovo Afghanistan, sarà la rovina di tutte le parti in lotta. La Russia verrà trafitta da tanti pungiglioni ucraini, che faranno la fine delle api. Allora, perorare il diritto dell’Ucraina alla resistenza diventa una crudele ipocrisia. Quanto dico sul fronte ucraino, vale lo stesso e di più sul fronte russo. Onore ai fuggiaschi, agli obiettori, agli ammutinati, ai disertori. Perché, sopra ogni Costituzione patriottica, ogni legge marziale, ogni malinteso senso della dignità e dell’orgoglio nazionale, vale il diritto di vivere, il diritto di non uccidere.
(massimolizzi.wordpress.com, 26 marzo 2022)
di Paola Mammani
La maggioranza dei politici, dei giornalisti e di tutti quelli impegnati a fare opinione pubblica, continua e intensifica i toni cupi e violenti della polemica contro quanti si sforzano di capire che cosa si sarebbe potuto fare per evitare l’orribile aggressione di Putin all’Ucraina e che cosa sarebbe possibile fare per trovare una soluzione al conflitto. E inoltre, se si sarebbe dovuto evitare l’invio di armi all’Ucraina, per non dire del repentino progetto di riarmo dell’Europa. Comincio a pensare che l’obiettivo di tanto accanimento, sempre unito a gran sfoggio di erudizione, sia la gente comune, la maggioranza, milioni di donne e uomini pochissimo convinti della giustezza di quanto sta avvenendo. È il loro giudizio che deve essere screditato come quello di opinionisti della domenica, strateghi da bar e via insultando. Sono da intimidire, dovrebbero sentirsi inadeguati, inesperti, mai abbastanza informati. Serve questo svilimento e disprezzo di tipo culturale, pseudo-intellettuale, per invalidare il sentire profondo di una popolazione mediamente acculturata e infelicemente consapevole di avere pochi strumenti per incidere sulla dura realtà di questo momento. Chi può e vuole aiutare le vittime dell’aggressione sa come farlo e sa a chi rivolgersi. Ma quel 78% di intervistati dall’Ipsos* che «[…] ritiene che dovremmo evitare a ogni costo l’entrata in guerra dell’Italia […]» è sul piano della politica che sente di riuscire a contare poco o nulla. Ancora l’Ipsos: «[…] intervenire indirettamente a fianco dell’Ucraina inviando armi sarebbe, per il 35% degli italiani, rispettoso dell’articolo 11 della Costituzione Italiana, invece, per il 36% non lo sarebbe. In questo caso, il 29% degli intervistati non si esprime». Sospetto che politici, giornalisti, esperti vari sappiano bene che cosa pensa il 29% che non si esprime.
Siamo milioni, intenti a pensare più o meno alla stessa cosa, a come uscire dall’angolo di questa brutta storia. Prima o poi potrebbe arrivare l’idea giusta e per questo hanno lanciato una preventiva campagna d’attacco. Loro, i politici, gli esperti, lo sanno che mai come ora ci sono apparsi inadeguati e perfino incolti. Chi mai vorrebbe un primo ministro che parla della pace come di un’illusione e che invita i politici a tirar dritto su opinioni, pareri, posizioni assunte in un passato anche recente, nei riguardi di Putin e della Russia? Come se tale discussione pubblica fosse un inutile attardarsi invece che un’occasione politica per elaborare analisi e proposte.
Loro lo sanno che potremmo sul serio cominciare a dirgli che stanno decidendo di cose per cui non hanno alcun mandato. Potremmo sul serio dichiarargli la guerra e cominciare a porle noi le condizioni per rimanere nell’Unione europea e nella Nato, con buona pace di Draghi e di Letta.
Qualche esempio: non si entra nell’Unione europea se si pratica la Gpa, come in Ucraina, o con una Costituzione che permette di inquadrare in un esercito regolare una formazione nazista come il battaglione Azov. Oppure: esce immediatamente dall’Unione europea chi tratta l’aborto come fa la Polonia ed esce dalla Nato chi attua legislazioni simili, come molti stati degli USA. E potrei continuare, potremmo e potremo! Se assumeremo il senso della vita della maggior parte delle donne come metro per decidere delle cose che contano. È a donne riunite che Papa Francesco ha espresso il suo giudizio inappellabile sul riarmo: la pazzia!
Penso che la metafora della guerra sia linguisticamente efficace per dar conto della volontà che si apra un conflitto politico duraturo e irreversibile, come mi auguro avvenga.
(www.libreriadelledonne.it, 26 marzo 2022)
di Daniela Pizzagalli
È il fratello maggiore il titolare del nuovo romanzo di Yasmina Reza Serge (Adelphi, pagine 186, euro 19,00) ma a raccontare è Jean, «quello di mezzo», che per destino e per vocazione fa da tramite fra «lo spericolato primogenito» e «Nana, la Cocca di mamma e papà». Quale dei tre fratelli Popper ha ideato per primo? Chiediamo all’autrice, arrivata in Italia per la presentazione del libro. «Il primo è stato Serge, ma ho subito pensato di affidare la voce narrante a un fratello, una soluzione più empatica rispetto al distacco dell’autore-narratore». La capacità d’immedesimazione appartiene profondamente a Yasmina Reza, la scrittrice parigina d’origine ebraica, figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese, che si è affermata come drammaturga prima di cimentarsi nella narrativa. A soli ventiquattro anni, già attrice di teatro, nel 1983 ha esordito con la pièce Conversation après un enterrement vincendo il premio Molière, e ha poi collezionato premi per la drammaturgia a livello internazionale, con Art del 1994, rappresentato anche a Brodway, e con Il dio del massacro del 2007 portato sullo schermo da Roman Polanski nel 2011, col titolo Carnage. «Non pensavo alla narrativa – ci racconta – però scrivevo per me delle paginette di osservazioni su persone che conoscevo, o sui miei figli, cose brevi, quasi come fotografie scritte, e quando il mio editore nel 1997 mi ha chiesto se avevo qualcosa nel cassetto gliele ho date, non prevedendo il suo entusiasmo e l’immediata pubblicazione di Hammerklavier, un titolo musicale per il mio primo libro di racconti, non più disponibile in italiano, ma che Adelphi pubblicherà presto». Dopo il felice esordio nella narrativa, ha alternato ai drammi anche vari romanzi come Una desolazione del 1999, fino ai recenti Felici i felici del 2013 e Babilonia del 2016. L’avvenimento centrale di Serge è un viaggio ad Auschwitz compiuto dai tre fratelli per accontentare la ventenne Joséphine, figlia di Serge, attirata da un turismo della memoria sulle tracce dei nonni ungheresi, mai conosciuti, vittime della Shoa. «Auschwitz – afferma Reza – è diventata ormai una meta turistica, l’omologazione del turismo tende ad annullare le differenze. L’idea del romanzo mi è venuta pensando a una famiglia ebrea la cui gita ad Auschwitz viene messa in crisi dalla deflagrazione di un litigio e da un conflitto generazionale». A suscitare il dramma familiare è il dirompente Serge, «il re delle attività nebulose», che ha procacciato al nipote Victor, aspirante chef, uno stage in un albergo svizzero, e quando Victor gli scrive di non gradire l’offerta, s’infuria a tal punto da provocare una rottura in famiglia. Yasmina Reza crea sempre personaggi dalle mille sfaccettature, sa essere feroce e compassionevole nello stesso tempo: «Serge ha buone intenzioni, ama sentirsi utile – ci dice – ma non fa nessuno sforzo per capire le esigenze altrui, anche quando cerca un appartamento per Joséphine vuole imporre quello che piace a lui». Il malumore di Serge è anche un segnale dell’età che avanza: «Sai che la vecchiaia arriva da un giorno all’altro? – dice a Jean – Un giorno ti svegli e non riesci più a rimetterti in sesto, la vecchiaia ti salta alla gola…». La vecchiaia, la malattia e la morte sono i temi di fondo del romanzo, temi ultimi, temi seri che l’autrice riesce a rendere con calibrata iro- e rispettosa leggerezza, come avviene nel personaggio di Maurice, il cugino quasi centenario, ex bon vivant relegato a letto ma che non rinuncia al suo «champagnino». Nel romanzo Maurice è l’araldo di questi tre temi, con cui anche i fratelli dovranno poi misurarsi. «Anche a me piace molto Maurice e come si confronta con la vecchiaia, la malattia e la morte. Sono i temi ricorrenti in tutte le mie opere, a partire dal mio primo dramma, Conversazione dopo un funerale, in quel caso sulla morte del padre». Anche in Serge sono i rapporti familiari a fare da argine contro l’incombere della fine: «Accettiamo che la vita sia una faccenda di solitudine – dice Jean – fintanto che c’è un futuro». E sarà lui a far riavvicinare Serge e Nana, nonostante i due lo accusino di essere «il paladino di insulsi valori familiari». Jean accetta le critiche dei fratelli, addirittura dà ragione a Nana che lo definisce «uno sfigato», eppure è la colonna portante della famiglia. «È Jean che si denigra, ma io non lo vedo così. Jean non ha stima di sé, perché non ha abbastanza forza di volontà per farsi una famiglia, resta in bilico. Ci sono molti uomini così, che si sottovalutano, che hanno la sensazione di essersi persa la loro ‘ vera vita’, ripiegando su un’idea di fallimento personale». La differenza tra i due fratelli appare evidente anche nella scelta dei libri che si portano da leggere durante il viaggio ad Auschwitz: Jean I sommersi e i salvati di Primo Levi, Serge Il blasfemo di Singer. «Ciascuno di noi si era portato il proprio frammento di storia ebraica», commenta Jean. E l’autrice spiega: «Entrambi hanno scelto libri di autori ebrei, ma la scelta di Jean rispecchia un uomo di cultura, infatti lui è un buon lettore, uno che viene da studi scientifici e si vuol documentare, Serge invece è portato ai valori materiali, dice: ‘Sai cosa mi piace di Singer? Lo spazio che dà a tutti i piatti che mangiano i personaggi’. Ma attenzione a non semplificare troppo, i personaggi non si riducono alle loro letture» Ciascuno di loro ad Auschwitz cerca se stesso, solo Nana sembra esprimere la posizione convenzionale del turista della memoria. «Nana c’è andata per un dovere morale, si compiace di assorbire buoni sentimenti». Di agghiacciante attualità lo scambio di battute tra Nana e Jean: «Com’è possibile che degli uomini abbiano fatto una cosa del genere? È inconcepibile». «È concepibile invece. E succede ancora, sai».
(Avvenire, 26 marzo 2022)
di Papa Francesco
Dal Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Femminile Italiano, 24 marzo 2022
[…]
Care amiche, è ormai evidente che la buona politica non può venire dalla cultura del potere inteso come dominio e sopraffazione, ma solo da una cultura della cura, cura della persona e della sua dignità e cura della nostra casa comune. Lo prova, purtroppo negativamente, la guerra vergognosa a cui stiamo assistendo.
Penso che per quelle di voi che appartengono alla mia generazione sia insopportabile vedere quello che è successo e sta succedendo in Ucraina. Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica. La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri.
La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare.
Perché ho voluto fare con voi questa riflessione? Perché voi siete un’associazione di donne, e le donne sono le protagoniste di questo cambiamento di rotta, di questa conversione. Purché non vengano omologate dal sistema di potere imperante. […] Voi potete cambiare il sistema, le donne possono cambiare il sistema se riescono, per così dire, a convertire il potere dalla logica del dominio a quella del servizio, a quella della cura. C’è una conversione da fare: il potere con la logica del dominio, convertirlo in potere con la logica del servizio, con la logica della cura.
E ho voluto parlare di questo con voi per ricordare a me stesso e a tutti, a partire da noi cristiani, che questo cambiamento di mentalità riguarda tutti e dipende da ciascuno. È la scuola di Gesù, che ci ha insegnato come il Regno di Dio si sviluppi sempre a partire dal piccolo seme. È la scuola di Gandhi, che ha guidato un popolo alla libertà sulla via della nonviolenza. È la scuola dei santi e delle sante di ogni tempo, che fanno crescere l’umanità con la testimonianza di una vita spesa al servizio di Dio e del prossimo. Ma è anche – direi soprattutto – la scuola di innumerevoli donne che hanno coltivato e custodito la vita; di donne che hanno curato le fragilità, che hanno curato le ferite, che hanno curato le piaghe umane e sociali; di donne che hanno dedicato mente e cuore all’educazione delle nuove generazioni.
È grande la forza della donna. È grande!
[…]
(https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/march/documents/20220324-centro-femminile-italiano.html, 25 marzo 2022)
di Salvatore Cannavò
Di là la Nato, di qua il Papa. Di là i governi, come quello Draghi, definiti “pazzi” nella loro idea di aumento delle spese militari, di qua un manifesto pacifista integrale, come si può leggere nel discorso che ieri Papa Francesco ha tenuto al Congresso del Centro italiano femminile a Roma.
“IO MI SONO VERGOGNATO” – ha detto il Pontefice – “quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo”.
Le parole del Papa tagliano corto anche con i distinguo che pure nei giorni scorsi erano stati avanzati da alcuni osservatori circa la disponibilità della Chiesa ad avallare invio di armi in Ucraina o altre simili iniziative. Le parole di Francesco sono invece nette: “Penso che per quelle di voi che appartengono alla mia generazione sia insopportabile vedere quello che è successo e sta succedendo in Ucraina. Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica”.
La diversa mentalità viene rintracciata invece in un insieme di posizioni differenti che hanno il trait d’union della pace a tutti i costi: “Questo cambiamento di mentalità riguarda tutti e dipende da ciascuno. È la scuola di Gesù, che ci ha insegnato come il Regno di Dio si sviluppi sempre a partire dal piccolo seme. È la scuola di Gandhi, che ha guidato un popolo alla libertà sulla via della nonviolenza. È la scuola dei santi e delle sante di ogni tempo, che fanno crescere l’umanità con la testimonianza di una vita spesa al servizio di Dio e del prossimo. Ma è anche – direi soprattutto – la scuola di innumerevoli donne che hanno coltivato e custodito la vita”.
Da Gesù a Gandhi e ai santi, ovviamente, nel pieno della dottrina cattolica. La pace come la può disegnare un pensiero cristiano che si sta ponendo in questo momento come unica alternativa globale al ritmo di guerra che invece viene suonato da Mosca, naturalmente, ma anche dai Paesi occidentali.
A Francesco si associano poche voci, soprattutto da sinistra, come i Verdi e Sinistra italiana. Ma c’è anche la sponda del M5S, con Giuseppe Conte che è tornato ad attaccare ieri l’obiettivo del 2% del Pil contrapponendosi a Draghi (ne parliamo nelle pagine seguenti) e con il senatore Gianluca Ferrara, componente della Commissione Esteri del Senato, che ha sposato in pieno quel “pazzi” pronunciato da Papa Bergoglio. Invece dal Pd arriva una dichiarazione burocratica e imbarazzata, fatta a nome della segreteria da Francesco Boccia, che dice che il partito ha “una responsabilità istituzionale” e quindi se con il cuore appoggia le parole del Papa, con il cervello deve approvare l’aumento delle spese militari.
Quel che è più importante, Francesco sembra chiudere la polemica strisciante che lo aveva visto, non sappiamo quanto intenzionalmente, distinto dal Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che invece aveva parlato di un triste diritto alla resistenza da parte degli ucraini, aprendo alla consegna di armi. Consegna ieri esclusa invece dalla Cei, che si è espressa attraverso le parole di monsignor Stefano Russo: “Bisognerebbe arrivare a un disarmo totale e generale, ma in questo momento, purtroppo, non sta avvenendo”. Anzi, di fatto “il mercato delle armi alimenta le guerre, come più volte sottolineato da Papa Francesco”. La bussola pacifista è nelle mani del Vaticano, quindi, e questo costituisce un fattore potente a livello internazionale, ma anche un limite della politica, almeno italiana. Forse pensando anche a questo la Tavola della Pace ha lanciato un’edizione straordinaria, il 24 aprile, della marcia Perugia-Assisi. Come ha detto Flavio Lotti, storico coordinatore della Tavola, “il nostro governo, come altri, non sta facendo abbastanza per sostenere lo sforzo necessario del negoziato. Dobbiamo uscire dalla logica della guerra e agire affinché Putin torni al tavolo della trattativa. L’unica persona che sta veramente lavorando in questa direzione è il Pontefice”.
(Il Fatto Quotidiano, 25 Marzo 2022 )
di Stefania Cantatore
La sentenza 676/2022 della Cassazione ha riconosciuto lo status di rifugiata a una donna vittima di tratta (e prostituita).
Nel terzo grado di giudizio è stato ribaltato l’impianto delle sentenze precedenti che attribuivano alla donna un consenso tacito all’esercizio della prostituzione, quindi l’inesistenza di quello stato di necessità che prelude alla concessione dello status di rifugiata (temporaneo, va sottolineato). Si dice infatti che il consenso non può essere considerato tale in una condizione di violenza fisica e psicologica insita nelle modalità dei trafficanti.
La sentenza nella sua formulazione apre una prospettiva concreta nell’esigibilità dei diritti delle donne, pur non riferendosi mai – e giocoforza – direttamente alle fonti (le indicazioni della Convenzione di Istanbul, il lavoro scientifico di Elvira Reale sulla violenza psicologica e diversi appelli femministi per la salvaguardia delle donne immigrate). Non si usa mai un linguaggio sessuato e anzi si mantiene sempre il linguaggio neutro del diritto e la direzione universalistica delle conclusioni (tanto che si fa riferimento a uomini trans e omosessuali).
Grazie a una donna si apre una strada per tutti quei soggetti, uomini e donne, che sembravano esclusi dallo status di rifugiato.
Molte di noi sostengono da tempo che a dispetto dell’impalcatura “neutra” delle leggi sull’immigrazione, può essere praticata da subito una sessuazione delle politiche dell’accoglienza, una volta riconosciuta l’incapacità istituzionale di sottrarre donne e bambini alle reti della criminalità organizzata. Questa sentenza dimostra che, a onta di un indirizzo generale cieco, il lavoro delle donne, per vie impensate, apre comunque dei varchi.
Ad esempio, nei casi di stupro di gruppo, la lunghezza scoraggiante dell’iter processuale è in gran parte dovuto all’accertamento dell’eventuale consenso della vittima, che evidentemente non poteva darlo se non, in alcuni casi, perché estorto e indotto dalla paura e dal desiderio che finalmente finisse la tortura.
Interessante che venga recepito il principio della vulnerabilità non soggettiva, ma indotta dalla rete prostitutiva. Questa questione è più densa di quanto possa apparire: è infatti strettamente legata all’essere nate donne. Sono le donne in quanto tali ad essere manipolate già all’ingresso nella tratta, semplicemente perché sono donne e quindi “intrinsecamente” destinate al mercato della prostituzione.
La politica non si è occupata più dell’applicazione della legge Merlin, applica poco e male la Convenzione di Istanbul. Questa sentenza indica alle donne una possibilità ma anche – soprattutto – l’inadeguatezza della politica maschile.
(https://feministpost.it/italy/cassazione-status-di-rifugiata-una-vittima-di-tratta/, 24 marzo 2022)
di Associazione Differenza Donna
COMUNICATO STAMPA
La Corte di Cassazione bandisce l’alienazione parentale dai tribunali e definisce fuori dallo stato di diritto l’esecuzione coattiva dei provvedimenti nei confronti dei minori, che devono essere sempre ascoltati nei procedimenti che li riguardano.
Elisa Ercoli: la vittoria di Laura Massaro è una vittoria storica.
La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 9691/2022 depositata in data odierna in accoglimento totale del ricorso presentato dalla signora Laura Massaro, annulla la decisione di decadenza dalla responsabilità genitoriale sul figlio minore e di trasferimento del bambino in casa-famiglia, ritenendo l’uso della forza in fase di esecuzione fuori dallo Stato di diritto.
La Suprema Corte cassa la decisione della Corte di appello di Roma poiché ha inteso realizzare il diritto alla bigenitorialità rimuovendo la figura genitoriale della madre e ciò sulla base di apodittiche motivazioni che richiamano le consulenze tecniche, tutte volte all’accertamento dell’alienazione parentale, nonostante la stessa sia notoriamente un costrutto ascientifico.
Stigmatizza infatti che tali consulenze fanno riferimento al postulato patto di lealtà tra madre e figlio, o al condizionamento psicologico, tutti termini che richiamano ancora la sindrome dell’alienazione parentale.
La Corte di cassazione ribadisce che «il richiamo alla sindrome d’alienazione parentale e ad ogni suo, più o meno evidente, anche inconsapevole, corollario, non può dirsi legittimo, costituendo il fondamento pseudoscientifico di provvedimenti gravemente incisivi sulla vita dei minori, in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre».
Il collegio osserva inoltre che il diritto alla bigenitorialità così come ogni decisione assunta per realizzarlo non può rispondere a formula astratta «nell’assoluta indifferenza in ordine alle conseguenze sulla vita del minore, privato ex abrupto del riferimento alla figura materna con la quale, nel caso concreto, come emerge inequivocabilmente dagli atti, ha sempre convissuto felicemente, coltivando serenamente i propri interessi di bambino, e frequentando proficuamente la scuola».
La Corte Suprema rileva ancora che l’autorità giudiziaria di merito ha del tutto omesso di considerare quali potrebbero essere le ripercussioni sulla vita e sulla salute del minore di una brusca e definitiva sottrazione dello stesso dalla relazione familiare con la madre, con la lacerazione di ogni consuetudine di vita, ignorando che la bigenitorialità è, anzitutto, un diritto del minore.
La Cassazione inoltre ritiene nullo il provvedimento dell’autorità giudiziaria di merito per non avere proceduto all’ascolto del minore, adempimento a tutela dei principi del contraddittorio e del giusto processo.
Gli Ermellini ribadiscono sul punto che «in tema di affidamento dei figli minori l’ascolto del minore infradodicenne capace di discernimento costituisce adempimento previsto a pena di nullità, atteso che è espressamente destinato a raccogliere le sue opinioni e a valutare i suoi bisogni».
La Corte precisa, inoltre, che «tale adempimento non può essere sostituito dalle risultanze di una consulenza tecnica di ufficio, la quale adempie alla diversa esigenza di fornire al giudice altri strumenti di valutazione per individuare la soluzione più confacente al suo interesse».
La Corte di cassazione infine si esprime sulla prospettata e ordinata esecuzione coattiva consistente nell’uso di una certa forza fisica diretta a sottrarre il minore dal luogo ove risiede con la madre, per collocarlo in una casa-famiglia, ritenendo suddetta misura «non conforme ai principi dello Stato di diritto in quanto prescinde del tutto dall’età del minore, ormai dodicenne, non ascoltato, e dalle sue capacità di discernimento, e potrebbe cagionare rilevanti e imprevedibili traumi per le modalità autoritative che il minore non può non introiettare, ponendo seri problemi, non sufficientemente approfonditi, anche in ordine alla sua compatibilità con la tutela della dignità della persona, sebbene ispirata dalla finalità di cura dello stesso minore».
Elisa Ercoli esprime così tutta la soddisfazione dell’Associazione che con le sue legali Manente, Boiano ha sempre sostenuto Laura Massaro. «Oggi è un giorno in cui facciamo la storia in materia di liberazione di donne e bambine/i in uscita dalla violenza – dichiara Elisa Ercoli, presidente Differenza Donna. – Così come è stato per il “no” di Franca Viola sul matrimonio riparatore, oggi Laura rappresenta tutte le donne per un NO definitivo a violenza istituzionale agita contro donne bambine e bambini in materia di Pas, prelievi forzati e altre forme di violazione dei diritti umani. Quando la storia è segnata da progressi come oggi vince una, vinciamo tutte noi.» conclude Ercoli.
Laura Massaro, Elisa Ercoli, Maria Teresa Manente, Ilaria Boiano
(https://www.facebook.com/ongdifferenzadonna/posts/183112500707058, 24 marzo 2022)
di Adalgisa Marrocco
Ora è ufficiale: negli Stati Uniti esiste un problema di libertà d’espressione. Lo sancisce nientemeno che il New York Times, il giornale più importante del Paese e fra i maggiori al mondo. Finalmente, verrebbe da dire, se non ci fosse un dettaglio: è stato proprio il quotidiano newyorkese, punto di riferimento della sinistra democratica e liberal, uno dei primi a esacerbare le pulsioni perbeniste, e successivamente a negare che il problema esistesse. Nel 2020, addirittura, in redazione qualcuno si dimise denunciando che lì, tra le belle scrivanie di Manhattan, “non si poteva più dire niente”.
“Nonostante la tolleranza e la ragione della società moderna, gli americani stanno perdendo il controllo di un diritto fondamentale come cittadini di un Paese libero: quello di poter dire ciò che pensano e di esprimere le proprie opinioni in pubblico senza paura di essere infamati o isolati”, dice ora il Times in un editoriale di redazione, esprimendo dunque una posizione ufficialmente condivisa. “Silenziamento sociale” e “de-pluralizzazione” dell’opinione pubblica: sono queste per i redattori del Nyt le colpe da assegnare indiscriminatamente, sia alla destra che alla sinistra.
Insomma: una conversione sulla via di Damasco, o meglio sul viale della redenzione dalla cancel culture. Perché non bisogna dimenticare che a parlare è lo stesso giornale che nel 2020 visse le dimissioni di Bari Weiss, editorialista che se ne andò sbattendo la porta in polemica con il “conformismo” dei suoi datori di lavoro e che scrisse una lettera per denunciare le pressioni esercitate dai social media sulla linea editoriale. “Twitter non è nella gerenza del New York Times, ma è lui che comanda”, furono le parole di Weiss.
Il caso della giornalista non fu certamente un unicum. Prima di lei, infatti, avevano fatto scalpore le dimissioni di James Bennet, il responsabile degli editoriali del Times, colpevole di aver pubblicato l’articolo del senatore repubblicano Tom Cotton che invocava l’intervento dell’esercito per arginare i disordini provocati da alcune frange del movimento Black Lives Matter.
Eppure soltanto oggi il giornale si sveglia e scopre che “la vecchia lezione ‘pensa prima di parlare’ ha lasciato il posto a ‘parla a tuo rischio e pericolo’”, anche grazie ai risultati di un sondaggio condotto in collaborazione con il Siena College Research Institute (SCRI). Ben l’84% degli intervistati afferma che preferisce non esprimere la propria opinione in pubblico per timore di subire ripercussioni negative o ritorsioni.
Un risultato che desta il Times da anni di torpore e lo porta finanche ad affermare che “la solida difesa della libertà di parola era un tempo un ideale progressista”, mentre oggi molti progressisti sono “diventati intolleranti nei confronti delle persone che non sono d’accordo con loro”, assumendo atteggiamenti di ipocrisia e censura che per lungo tempo sono stati tipici della destra e aborriti dalla sinistra. Eureka tardiva, quindi.
Eppure sono già passati due anni da quando Bari Weiss firmava l’ormai celebre lettera aperta contro la cancel culture promossa da 150 scrittori, personalità e intellettuali pubblicata su Harper’s Magazine. Tra i firmatari nomi del calibro di Margaret Atwood, Ian Baruma, Noam Chomsky, Salman Rushdie e J.K. Rowling: compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola. “Il libero scambio di informazioni e idee, linfa vitale di una società liberale, sta diventando sempre più limitato”, si leggeva nella missiva di cui la giornalista aveva voluto farsi portavoce.
Licenziamenti, lettere, lamentele. Insomma, che qualcosa non funzionasse con la libertà d’espressione era chiaro da tempo, eppure “ben svegliato, Times”: soltanto oggi scopre che l’America ha un problema e lo mette in prima pagina.
(huffingtonpost.it, 24 marzo 2022)
di Angela Napoletano
Lo sguardo sul mondo post Covid-19 dell’attivista ambientale Vandana Shiva è un concentrato di ottimismo e speranza mescolate a una dose di consapevolezza dei limiti della natura umana e della sua storia. Nel suo ultimo libro, Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile, la scienziata di origine indiana analizza la “tempesta perfetta” che da tempo flagella il mondo – emergenza climatica, instabilità economica, fragilità sociale e crisi democratica – per rilanciare un appello che, oggi, con la pandemia intervenuta ad esasperare quelle criticità, è forse ancor più urgente: “dobbiamo trovare il modo di riconciliarci con il Pianeta”. L’invito a tornare alla Terra, inteso come recupero di una relazione positiva con l’ambiente provata da secoli di sfruttamento smodato, è il leitmotiv del saggio (pubblicato da Emi in prima edizione mondiale). Ma la riflessione di Shiva, classe 1952, tra gli ambientalisti più famosi al mondo, nota in particolare per il suo impegno contro l’industria dei prodotti geneticamente modificati, non è solo ecologica. L’interconnessione tra i viventi, il rispetto degli equilibri dell’ecosistema, la distribuzione bilanciata delle ricchezze sono la base “verde” su cui si regge il modello economico della cura, l’unico, a suo dire, che può “inaugurare una nuova fase della democrazia globale”.
«Sono cresciuta all’insegna del bellissimo precetto – racconta in collegamento da New Delhi – secondo cui è solo dando che si riceve». Gratuità, reciprocità, condivisione sono i principi che regolano il “circolo del dono”, il meccanismo che genera benessere e prosperità. La legge del dare, spiega, consente di «superare le false categorie dell’estrattivismo, dell’affarismo, della crescita senza fine», di uscire dalla logica della cosiddetta “dis-economia” e di impedire «all’avidità senza freni di pochi di trasformare l’abbondanza in scarsità, il diritto in privilegio». Convinta che la matrice culturale degli squilibri odierni affondi le radici nel dualismo cartesiano tra mente e corpo, tra uomo e ambiente. L’attivista ammette senza esitazione di non sentirsi sola nella rivoluzione per un’economia sostenibile che va predicando. Fa squadra con i piccoli agricoltori locali e con gli scienziati ecologisti di tutto il mondo, i cui saperi, precisa in un passaggio del saggio, «stanno convergendo per plasmare la nascente epistemologia della cura». Teoria quantistica affiancata a studio delle tradizioni e scienza dei sistemi viventi auto-organizzati. «Non cerco compagnia – sottolinea – nella comunità delle istituzioni economiche internazionali». Fonte di ispirazione delle sue ricerche e delle sue campagne sono, piuttosto, gli insegnamenti di Papa Bergoglio sulla tutela del Creato condensati nell’enciclica Laudato si’. La scienziata ha partecipato al laboratorio internazionale di idee ed esperienze, “The Economy of Francesco”, sollecitato dal Santo Padre per individuare soluzioni per un’economia più “inclusiva e attenta agli ultimi”. «Una finestra di discussione privilegiata sul tema», spiega, «che ha contribuito a rinvigorire le mie idee». Il richiamo di Francesco, precisa, «a considerare gli altri esseri umani come fratelli e sorelle di una stessa famiglia, piuttosto che come oggetti da possedere o manipolare, ha rafforzato la mia idea di democrazia della Terra». Visione basata sul principio che tutti gli esseri umani hanno diritto ad accedere alle risorse del pianeta quindi ad avere cibo, acqua, aria pulita, ambiente sano e sicuro. L’evidenza che questa, non altre, è la strada da seguire arriva, puntualizza, «dalle crisi multiple del mondo reale che la pandemia ha solo esasperato».
Shiva parla del Covid-19, “sintomo” della violazione dell’“integrità degli ecosistemi!, in un parallelo con il “virus dell’avidità”. «Possiamo vivere in un mondo unito dalla diffusione di malattie come il Coronavirus – scrive nel libro – invadendo le case di altre specie, manipolando piante e animali per trarne profitto commerciale, oppure… vivere in un mondo unito dalla salute e dal benessere di tutti, proteggendo la biodiversità». La speranza è che la seconda opzione prevalga sulla prima. «Molte persone – commenta – hanno iniziato a prenderne consapevolezza, con coraggio, proprio durante i lockdown disposti durante la pandemia quando la posta in gioco è apparsa chiara: vivere o non vivere». Cura è femmina. La riflessione di Shiva non può prescindere dal ruolo delle donne nell’economia sostenibile. «Parte di ciò che ha causato il colonialismo in secoli di cultura patriarcale – osserva – è l’idea di una terra morta, vuota, e di donne come oggetti». Centrale, per questo, è la forza di quante in futuro «si lasceranno svegliare dalla bellezza della terra – aggiunge – cominciando a lottare per questa, prendendosene cura come se fosse il proprio corpo». L’ecofemminismo, promette, «diventerà sempre più determinante». La “decolonizzazione” dei modelli economici e sociali odierni e la presa di coscienza dell’interconnessione tra uomo e l’ambiente sono, in sintesi, «un dovere oltre che un diritto». La posta in ballo è la stessa sopravvivenza dell’umanità. «Sogno che presto – conclude – tutti imparino ad abitare il pianeta come se fosse un giardino, non una miniera da sfruttare, coltivato nella diversità e nella mutualità. Vivente. Un orto in cui ciascuno si prenda cura del terreno e dei semi piantati. I fiori che ne verranno saranno l’unica cosa di cui avremo bisogno per continuare a vivere». E per essere davvero liberi.
(Avvenire, 23 marzo 2022)
di Ida Dominijanni
Molto più prudente di quanto si potesse immaginare, molto più tirato in volto di quanto si mostrasse all’inizio dell’invasione, probabilmente avvertito dal colloquio telefonico con papa Francesco da lui stesso citato non per caso all’inizio del suo discorso, Volodymyr Zelensky si è presentato al Parlamento italiano con un profilo diverso da quello esibito nei giorni scorsi davanti a quelli di Londra, Washington, Berlino, Gerusalemme. Se lì aveva chiesto a gran voce la no fly zone, qui non l’ha fatto, forse finalmente persuaso dell’irricevibilità di una richiesta che per quanto comprensibile sarebbe foriera di conseguenze catastrofiche per la specie umana. Se lì aveva sollecitato il paragone fra la guerra di oggi e il crollo del Muro di Berlino e l’identificazione della causa ucraina con quella delle vittime dell’11 settembre e della Shoah, qui non ha approfittato, come tutti ci saremmo aspettati, dell’identificazione opinabile fra la resistenza ucraina e la resistenza partigiana italiana avallata dal mainstream politico e mediatico nostrano.
Si direbbe che qualcuno l’abbia avvertito del tasto particolarmente sensibile e controverso che avrebbe toccato se l’avesse fatto; o forse che il presidente ucraino abbia preferito spingere piuttosto su quello, assai meno rischioso e più produttivo a fini diplomatici, della prossimità fra Roma e il Vaticano. Come che sia andata, Zelensky ha mantenuto il suo discorso sul piano che nessuno può negargli della condanna dell’invasione e del sostegno umanitario, limitandosi a un paragone fra Mariupol di oggi e Genova della Seconda guerra mondiale per rendere l’entità del disastro ed evitando i toni spericolati di chiamata alle armi della Ue e della Nato che aveva avuto in precedenza. Di questo suo passaggio al Parlamento italiano c’è dunque da essere ben lieti, tanto più se dovesse significare, come probabilmente significa, una maggiore disponibilità al negoziato in vista del prossimo round.
Meno prudente, e come sempre meno empatico, il Presidente del consiglio italiano, che ha ribadito l’impegno a sostenere con l’invio di “aiuti anche militari”, cioè di armi, la resistenza ucraina, attribuendole l’onore e l’onere di presidiare “la nostra pace, la nostra libertà, la nostra sicurezza”, nonché “quell’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti faticosamente costruito dal dopoguerra in poi”. Un onore e un onere sul quale ci sarebbe molto da discutere, a partire dal fatto che lo sfregio del suddetto ordine data da ben prima della sua violazione sciagurata da parte di Putin in Ucraina. Ma si sa che di questo Draghi invece non vuol discutere, allineato com’è alla narrativa occidentalista del dissesto del mondo globale.
Restano tuttavia da rimarcare due punti sensibili, uno conscio l’altro inconscio, del discorso di Zelensky. Il primo sta nel suo passaggio iniziale, “il nostro popolo è diventato il nostro esercito”, che contiene in sé tutte le ragioni della controversia sulla resistenza ucraina: perché al di là della solidarietà e dell’ammirazione sentite e dovute, un popolo che si trasforma in un esercito non è una buona premessa per le sorti di una giovane democrazia. E checché ne pensi il mainstream nostrano, resta tutto da pensare il confine che distingue la resistenza contro l’invasore esterno di un popolo in sintonia con il proprio esercito e il proprio governo, quale sembra essere quella ucraina, e la resistenza di un popolo diviso fra lealtà e rivolta verso un regime dittatoriale interno prima che verso l’invasore esterno, quale fu quella italiana; ed è il confine che distingue una mobilitazione nazionalista da una mobilitazione partigiana, con le conseguenze che ne derivano per la costruzione del pluralismo democratico.
L’altro punto, inconscio, sta nel paragone fra Mariupol e Genova, ispirato dalla memoria dei bombardamenti da terra e dal mare subiti dal capoluogo ligure durante la Seconda guerra mondiale. Nella nostra memoria però Genova non è solo questo. È anche la città del G8 del 2001, teatro della prova generale di quella gestione bellica e securitaria dell’ordine globale che sarebbe prevalsa di lì a poco, dopo l’11 settembre. Da allora, per “l’ordine multilaterale basato sulle regole e sui diritti” invocato da Draghi è cominciata una lunga sequenza di strappi e lacerazioni, tutt’altro che priva di conseguenze per la catastrofe cui assistiamo oggi.
(centroriformastato.it, 22 marzo 2022)
di Mariangela Mianiti
Cinquantotto anni fa, all’inizio della guerra d’Algeria, di cui quest’anno si celebra l’indipendenza, Boris Vian scrisse, e musicò con Harold Berg, la canzone intitolata Le déserteur (il disertore).
Reinterpretata da molti artisti, fra cui Joan Baez, Luigi Tenco (che la tradusse e intitolò Padroni della terra), Ivano Fossati, Gian Maria Testa, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Il disertore è un inno alla disobbedienza di chi sceglie di girare le spalle al massacro.
Mentre in Ucraina la legge marziale impedisce agli uomini fra i 18 e i 60 anni di uscire dal Paese, mentre arrivano da tutto il mondo volontari per arruolarsi nella Legione internazionale ucraina, mentre dall’altra parte si tace su quante siano le madri che piangono figli tornati dentro una bara, sempre che tornino dentro una bara e non cancellati anche nel corpo da una scarna comunicazione, alcuni uomini ucraini scelgono la terza strada, la diserzione.
Lo fanno scappando fra i boschi, nascondendosi nel baule della macchina fra i peluche dei figli. Quando riescono a mettersi in salvo (vedi il manifesto di sabato 19 marzo), un po’ si vergognano di trovarsi al sicuro, unici maschi fra donne, vecchi e bambini, perché la retorica della guerra chiede sacrificio, sangue, eroismo, chiede agli uomini di combattere, mutilarsi, uccidersi, alle donne di salvarsi, curare, piangere.
Eppure qualcuno dice no a questa legge del sacrificio in nome della nazione. Qualche settimana prima che scoppiasse la guerra e già si paventava l’invasione, in un servizio televisivo sul Donbas ho visto uomini ucraini quasi piangere dicendo «Se comincia la guerra io mi nascondo. Io non voglio combattere. Io non voglio uccidere nessuno».
Scriveva Boris Vian:
«Egregio presidente, ti scrivo questa lettera, che forse vorrai leggere, se ti capiterà. Ho ricevuto la chiamata militare e adesso devo andare, in guerra martedì. Signore presidente, io non la voglio fare, non voglio più ammazzare, la gente come me.
Non voglio infastidirti, ma te lo devo dire, non voglio più obbedire, per cui diserterò. Da quando sono nato, han preso già mio padre, han preso mio fratello, e adesso tocca a me. Mia madre dal dolore, è già nella sua tomba, e adesso delle bombe, non gliene importa più. Quand’ero prigioniero m’hanno rubato tutto, l’anima, la mia donna, e la mia dignità.
Domani chiuderò, la porta sul passato, sugli anni che ho perduto, e mi incamminerò. Io mi trascinerò, nel mondo tra la gente, con un pensiero in mente, e a tutti io dirò, dite di no a partire, dite di no a obbedire, dite di no a sparare, dite di no a morire.
Mio caro presidente, se c’è da versar sangue, versate prima il vostro, andate avanti voi. E dica ai suoi gendarmi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, che armi io non ne ho».
Quei giovani russi che adesso sparano a giovani ucraini, e viceversa, in tempo di pace avrebbero magari studiato nella stessa università, avrebbero viaggiato, e mangiato e ballato e lavorato insieme, si sarebbero mandati fotografie, non pallottole.
Disertare non è vigliaccheria, è una scelta politica che, infatti, le regole militari puniscono con la legge marziale, perché negli eserciti bisogna solo obbedire.
Il disertore diserta un conflitto che non vuole e nel quale non si riconosce perché sostituisce le armi alle parole. Non si tratta di eliminare il confliggere, che fa parte di noi, ma di trasformarlo da armato in dialettica delle differenze. Da una frase sbagliata o offensiva puoi tornare indietro, da un’arma che toglie la vita no perché quando sei morto, sei morto.
E comunque, Vian è in buona compagnia. Andate a curiosare su antiwarsongs.org
(il manifesto, 22 marzo 2022)
di C.J. Polychroniou (Truthout.org)
Noam Chomsky ha più volte dichiarato che il compito degli intellettuali non è più quello di guidare le masse, ma di aiutare le persone a decifrare la propaganda della classe politica, a individuare le strutture di potere e di dare il maggiore contributo possibile ai movimenti popolari di cui si fa parte. Anche questa intervista (in origine rilasciata per il sito statunitense Truthout.org e tradotta in italiano dal sito svizzero naufraghi.ch) va pienamente in questa direzione e offre un contributo alla comprensione delle dinamiche che hanno portato alla guerra in Ucraina.
Oltre a ribadire la necessità di optare per la diplomazia e offrire un punto di vista critico interno agli Usa, Chomsky ricorda la preminenza della sopravvivenza, e quindi della vita, sulla purezza delle idee e valuta questa guerra come «un punto di svolta nella storia dell’umanità».
(La Redazione del sito Libreria delle donne)
Leggi l’intervista:
https://naufraghi.ch/noam-chomsky-siamo-a-un-punto-di-svolta-nella-storia-dellumanita/
Intervista originale (in inglese)
(naufraghi.ch/truthout.org, 7/1° marzo 2022)
di Redazione
È uscito il numero 61 della Rivista DUODA Estudis de la differència sexual del Centro di ricerca dell’Università di Barcellona. «La rivista DUODA, fondata nel 1991, pubblica la scrittura femminile di prosatrici, poete e artiste che conoscono il mistero della lingua materna e sanno vivere, studiare, pensare e creare sentendo il simbolico della madre nato dall’armonia del caos.» I testi sono scritti in catalano o in castigliano e si possono leggere e scaricare liberamente dal sito RACO (Revistes Catalanes amb Accéss Obert): https://raco.cat/index.php/DUODA/issue/view/29959
La direttora Laura Mercader Amigό nell’editoriale afferma che questo è un numero speciale perché è anche una celebrazione. Le sue parole: «Annunciamo l’avvento chiave per la vita delle donne oggi, quelle del mondo occidentale e di qualunque mondo dove circola libertà femminile. L’arrivo dell’Era della Perla e dell’epoca delle acque di Tiamat, il tempo del patriarcato agonizzante».
La rivista inizia con due articoli:
Neus Maria Calvo Escamilla scrive della Ricostruzione del sesso della Dea (Gea-Gaia), facendo riferimento al Tempio di Delfi con un’ironica ed efficace vignetta di Pat Carra.
Laura Minguzzi in Attingere al proprio sentire: la sorgente viva della libertà femminile, nella sua lezione magistrale racconta la sua traiettoria di vita strettamente connessa alla sua pratica politica del desiderio attraverso i luoghi creati o scelti, la rete di relazioni preferenziali, le opere, sullo sfondo del femminismo della differenza (Libreria delle donne di Milano, Circolo della rosa, Comunità di Storia Vivente). Alcune immagini del libro d’artista di Rosy Daniello della Comunità di Storia Vivente di Foggia concludono la comunicazione. Segue la trascrizione di un colloquio sulle questioni poste.
La seconda parte riguarda il Tema Monografico dal titolo Madre senza coito di corpi e di concetti, con le relazioni rispettivamente di Laura Mercader A. che presenta il XXXII Seminario pubblico internazionale di DUODA, di Barbara Verzini che espone la sua ricerca su La madre, il mare e la rana. Armonia dal Caos di Tiamat, di Marίa Milagros Rivera Garretas sul Piacere di concepire corpi senza coito e concetti senza fallo, e i dibattiti che hanno suscitato.
Seguono colloqui di altre relatrici sui temi del Seminario annuale.
L’ultima parte del numero 61 della Rivista è dedicata a un Progetto d’Artista di Marta Vergonyόs Cabratosa, Mar Serinyà Gou, Rosa Pou Batlle.
(www.libreriadelledonne.it, 21 marzo 2022)
di Mariangela Gualtieri
Ascoltala su https://www.doppiozero.com/materiali/come-si-fa [in allegato file audio]
Prima mi sono vergognata. Poi ero
incredula delusa. Come bocciata.
Tutta una specie ritornata indietro.
Alle bastonate. Maschi al comando ancora,
con i vecchi randelli trasformati in armate
missili carri armati corazzate,
tutta un’esibizione muscolare così evoluta –
e le teste invece rimaste indietro, alla predazione,
alla zampata feroce su qualcuno che trema.
Solo dopo è arrivata la pena. Solo dopo
sono entrata dentro un gonfio
di lacrime tenute. E il dolore
dei miei umani casi si è fuso insieme
al dolore per loro, i morti, gli scampati
i feriti lasciati lì in un fosso, i rifugiati.
E se adesso piango a volte – non so per chi
o per che cosa, tanto sono confusa.
Un dolore non grave però, il mio,
spesso sospeso,
un dolore che non mi toglie ancora
l’appetito e posso guardare
i notiziari, continuando a mangiare,
sopportare ancora lo stridore della pubblicità
col suo falso prometterci le cose.
Come si fa a provare
un dolore vero. Come si fa
da quel dolore sentir nascere
un atto vero di pace. Come si fa
ad esser solidali fino alla radice.
Allora forse troveremmo strade
impensabili ora. Accordi fra nemici
talmente inaspettati. Soluzioni di tregua
permanente, abbracci molto attesi,
terreni condivisi, confini più sfumati.
Allora la terra intera
sarebbe nostra alleata, tutti
i pesci sotto le corazzate, gli
uccelli disturbati
dai fumi e dai boati, i tronchi
le radici che stavano aspettando
la loro primavera. I gatti per le strade
i cani, i lombrichi, le api.
Tutto sarebbe alleato con noi
dentro la pace. Ce ne verrebbe
una gioia vera, una potenza
di creazione – proprio il contrario
di questa morte dei corpi e delle cose.
Sarebbe la più grande rivoluzione di specie:
risolvere i conflitti col nostro ragionare
intelligente – in compassione.
Risolverli parlando e tacendo
donne e uomini insieme,
con ricorrenti abbracci a ricordare
ciò che più vogliamo, il nostro fine supremo.
Stare nella pace. Abitare la terra
in un respiro grato. Noi, ultimi arrivati.
Mariangela Gualtieri
in dialogo con Antonio Viganò
(Doppiozero, 20 marzo 2022)