di Adele Longo
Nell’introduzione del libro Controra edito da Les Flâneurs di Bari, l’autrice Katia Ricci ne racconta la genesi: l’aver salvato dallo sgombero della casa dei suoi genitori fotografie, lettere che raccontano la storia della sua famiglia, pensando di leggerle al momento opportuno, quando ne avesse avuto tempo e desiderio.
Parecchi anni dopo Katia prende in mano questo materiale: ha tempo a disposizione per il lockdown e soprattutto negli ultimi anni ha fatto parte della comunità di “storia vivente” di Foggia, pratica avviata da Marirì Martinengo con la comunità di Milano.
Una pratica che vuole portare alla luce un nodo irrisolto dentro di sé, raccontando la propria storia a partire dal corpo, dal proprio vissuto, un racconto che certamente necessita di uno scavo solitario, ma che soprattutto emerge e si forma nelle relazioni all’interno di una comunità di ricerca, un lavorio lento, continuo, basato sull’ascolto e sulla fiducia. Ed è così che una storia personale diventa condivisa e nello scambio si crea una parola autorevole che produce cambiamenti personali e simbolici.
Nel libro la storia personale si intreccia con oltre mezzo secolo di storia politica e sociale italiana e del sud in particolare. La storia di suo padre Pasqualino, unico figlio maschio sopravvissuto di una famiglia di proprietari terrieri di Rignano. L’incontro con la bellissima Anna conosciuta a Potenza, dove era ufficiale dell’esercito, e di cui si era subito innamorato a tal punto da sposarla nonostante l’ostilità dei genitori.
La nascita dei quattro figli, i ricordi indelebili di Katia dell’infanzia trascorsa in campagna, il rumore delle spighe di grano battute dal vento, le scorribande nei terreni rocciosi, gli animali, i racconti di Giuseppina.
Sono gli anni della guerra, la liberazione, il dopoguerra, le tradizioni contadine che andavano man mano cambiando, le riforme come quella agraria, la politica della DC, la Cassa per il Mezzogiorno, riforme mai risolutive per il sud disastrato, anzi, una politica sbagliata che faceva infuriare Pasqualino che non lesina passione nell’impegnarsi politicamente per il bene del suo paese.
Racconto, narrazione per indagare e affrontare un nodo che Katia si porta dentro da sempre: il conflitto con suo padre, mai risolto neanche con la sua morte.
Da dove nasce il bisogno di riconciliazione, il desiderio di andare a fondo nei luoghi più segreti dell’essere, le viscere come le chiama María Zambrano, di superare la loro resistenza per sbrogliare, mettere in parola, dare senso ad un groviglio di emozioni?
Nell’introduzione Katia scrive: «È in nome di mia madre che cercherò di riconciliarmi con mio padre e sciogliere la ruggine che sento in me perché, come tanti uomini, pensava che fosse suo diritto imporre il suo punto di vista, magari con uno schiaffo, alla donna che pure amava appassionatamente e forse malamente».
C’è un cambio di prospettiva, uno spostamento di sguardo che segna un nuovo inizio, e che avviene grazie all’incontro e alla relazione con le altre donne della comunità.
Non è la rabbia, la ribellione verso il padre, con tutto il suo carico di valori patriarcali, a guidarla in questo cammino, ma si affida all’amore della madre per suo padre, un amore che acquista valore e dignità. È la fiducia nella madre, per il suo insegnamento, modo di fare, il suo amore tenace per Pasqualino che se da giovane suscitava in Katia rabbia e ribellione, ora rappresenta la spinta ad andare oltre, a capire un uomo difficile, perennemente scontento, a tratti violento ma anche capace, come testimoniano le lettere, di passione, di tenerezza di un amore profondo irrinunciabile.
Ne viene fuori il ritratto di un uomo dibattuto tra il senso di responsabilità verso la sua famiglia di origine e il risentimento verso di essa perché gli impediva di essere sé stesso nel lavoro e negli affetti, che gli impediva di fare prevalere quell’anima leggera, gentile e affettuosa che era in lui.
Inoltre, mi pare molto significativo e rivelatore il sogno epifanico di cui Katia scrive nell’introduzione. Sogna di stare dietro una porta o una gabbia un po’ socchiusa che però ha paura di aprire perché teme si nasconda un pericolo. Ma subito dopo si sorprende a pensare che dietro quella porta ci poteva essere «al contrario qualcosa di interessante e di bello che avrei voluto vedere e fare uscire».
È un’epifania, un’illuminazione: l’ostacolo, la porta, la barriera può essere spostata, perché dietro ci può essere qualcosa di interessante, di bello, che non fa paura ma al contrario è una forza rigeneratrice che libera bellezza, il senso profondo della vita.
(donne e altri, 15 aprile 2022)
di A. Ma.
Il salone “Un sogno chiamato bebè”, previsto il 21 e 22 maggio nel capoluogo lombardo, è stato rinviato di un anno
“Un sogno chiamato bebè” non approda in Italia. Almeno per ora. La fiera della procreazione assistita, in programma il prossimo maggio a Milano dopo aver trovato spazio in diverse capitali europee (Parigi, Berlino, ma anche Colonia e Monaco), è stata rinviata di un anno «a causa di circostanze al di fuori del nostro controllo», come fanno sapere gli organizzatori con una newsletter recapitata oggi agli iscritti.
Una «decisione difficile», si legge ancora nella comunicazione. Il Salone avrebbe dovuto svolgersi a Milano il 21 e 22 maggio in uno spazio di via Mecenate, alla periferia est della città. L’annuncio dello sbarco in Italia era stato accolto con molti interrogativi: in Italia la legge sulla procreazione medicalmente assistita proibisce la pubblicità e la promozione di tecniche di surrogazione di maternità (la Gravidanza per altri) e anche della donazione di gameti. Naturalmente gli organizzatori avevano assicurato che nulla di tutto questo sarebbe accaduto, ma avendo ben presente ciò che è successo ad esempio alla analoga fiera che si è svolta a Parigi all’inizio di settembre 2021, qualche dubbio è lecito. Anche in Francia l’utero in affitto è vietato così come la sua pubblicizzazione, ma questo divieto non è stato rispettato, come abbiamo documentato, da sponsor, seminari, promozioni di cliniche estere tutto compreso.
Sta di fatto che la notizia che a Milano ci sarebbe stata per la prima volta una fiera che commercializza servizi sanitari legati alla nascita di bambini aveva suscitato numerose perplessità. Il senatore Gasparri aveva presentato una interrogazione al ministero della Salute in cui chiedeva di «evitare in Italia qualsiasi azione illegale che facendo leva sulla voglia di genitorialità sfrutta persone deboli, in questo caso soprattutto donne, e non ha alcun rispetto per la vita dei bambini, trattati come un prodotto da banco».
Nella stessa città di Milano la notizia non aveva lasciato indifferente le associazioni femministe mobilitate contro la legalizzazione della maternità surrogata. Con una lettera aperta al sindaco Giuseppe Sala, la Rete per l’inviolabilità del corpo femminile aveva denunciato la visione mercantilista della vita umana e del corpo femminile che sta dietro alle pratiche che vengono suggerite in saloni di questo tipo e aveva chiesto un intervento delle autorità: «Nello spazio, ancorché privato, si preannuncia un reato ai sensi della legge 40/2004 che non solo vieta e sanziona la gestazione per altri realizzata in Italia, ma punisce anche la semplice propaganda, là dove afferma che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro” (articolo 12, comma 6)». Infine, la consigliera comunale dell’opposizione Deborah Giovanati (Lega) aveva firmato una interrogazione urgente al sindaco e all’assessore alla Parità del Comune di Milano, mentre il segretario del Centro di aiuto alla Vita Mangiagalli Francesco Migliarese aveva suggerito che «la vita umana non si manipola, non si compra e non si vende» e chiedeva che il sindaco «impedisca lo svolgimento di questa controversa iniziativa commerciale».
Almeno per un altro anno, comunque, il pericolo è scongiurato.
(Avvenire, 15 aprile 2022)
di Redazione
Sono gli scatti in bianco e nero di Letizia Battaglia, la famosa fotogiornalista siciliana di fama internazionale, i protagonisti della seconda installazione temporanea di Meraviglioso Reale, la nuova edizione del progetto di arte pubblica dell’associazione Off Site Art che, in partnership con l’organizzazione no-profit statunitense ArtBridge e grazie al patrocinio della Regione Abruzzo, del Comune dell’Aquila e dell’Università dell’Aquila, dal 2014 accompagna i lavori di riedificazione del centro storico dell’Aquila. “Continua il racconto magico dell’arte pubblica di Off Site Art” spiega Camilla Carè, la curatrice di Meraviglioso Reale che per questa nuova installazione ha selezionato le immagini della fotogiornalista palermitana in grado di mostrare un mondo nuovo, nato dalla spaccatura tra sogno e realtà. “Di Letizia Battaglia abbiamo voluto selezionare quegli scatti che più raccontano la purezza, della natura e dell’incanto, per condividere con tutta la città quel suo sguardo che si fa bellezza poetica. “Sono anni che fotografo la bellezza” è la voce di Letizia Battaglia. “La bellezza è innocenza, la freschezza del comportamento. Con la macchina fotografica cerco lo sguardo puro, quella parte di bellezza che lotta. La mia fotografia è un atto d’amore, è conoscenza, è guardare pieni di incanto chi può trasmetterti la meraviglia”.

Dopo le immagini di Honey Long & Prue Stent, il duo australiano con base a Melbourne che hanno inaugurato il nuovo ciclo di opere lo scorso ottobre, sono proprio gli scatti della fotografa palermitana, promotrice e sguardo inedito di arte e femminismo, a ricoprire i ponteggi e le impalcature, in un allestimento di Moliri Edilmaca, di un luogo d’eccezione: la nuova Casa delle Donne che vedrà la luce in piazzale Collemaggio all’Aquila. Luogo di accoglienza e di incontro, la sede definitiva della Casa delle Donne, oggi operativa nella sede provvisoria in località San Francesco, è destinata a diventare un punto di riferimento femminile e femminista, luogo di cultura, di ricerca e di servizio. Il progetto della Casa è stato promosso dall’Associazione Donne TerreMutate, che nasce con la finalità di realizzare e gestire una Casa delle Donne a L’Aquila, unitamente all’Associazione Donatella Tellini (Biblioteca e Centro antiviolenza delle donne) e condiviso con Rivista Leggendaria, Donne in Nero, Coordinamento donne SPI-CGIL e Rete delle donne CGIL. Il progetto esecutivo e i lavori di ristrutturazione dell’immobile sono stati affidati al Provveditorato alle Opere Pubbliche, in accordo con il Comune e la Provincia dell’Aquila, quest’ultima proprietaria dell’immobile. “È rappresentativo che siano proprio le immagini di Letizia Battaglia a ricoprire la futura Casa delle Donne. Dà un senso a quello che questo luogo sarà per la città: uno spazio per fare politica, per conservare la memoria e la conoscenza storica dei percorsi di emancipazione e liberazione femminile, dare cittadinanza e riconoscibilità al pensiero e alla pratica delle donne, per contrastare la cultura patriarcale. In un certo senso anche lei si aggiunge all’impegno delle donne e delle realtà associative che si sono fatte carico della tessitura delle relazioni e del tessuto urbano dell’Aquila”. “La Casa delle Donne – sostiene l’associazione Off Site Art in una nota di direttivo – è un crocevia di vissuti, storie, necessità ed esperienze comunitarie. Il contributo artistico di Letizia Battaglia si inserisce in questo percorso di lotta, resilienza e ricostruzione del tessuto urbano e sociale dell’Aquila”.

(www.ilcapoluogo.it, 22 febbraio 2022)
di redazione il manifesto
Fu lei la prima a giungere sul posto, il 6 gennaio 1980, e a fotografare il corpo di Piersanti Mattarella. Assassinato. Palermo – diceva – «è piena di cose, belle e brutte. Come un amore. Palermo è come una bambina, che vuole crescere, diventare grande, diventare la maestra, o la principessa, sognare di poter essere una persona felice».
Letizia Battaglia, la grande fotoreporter che iniziò la sua carriera all’Ora, in un mondo popolato solo di uomini, è morta all’età di 87 anni. Era nata nella sua Sicilia nel 1935 (dove tornò sempre, dopo essersi trasferita a Milano e a Parigi), luogo che il suo obiettivo raccontò infaticabile, nelle ombre e nelle luci, con i morti ammazzati dalla mafia, le processioni religiose, la sfrontatezza delle ragazzine figlie della miseria. Ribelle con le sue immagini senza censure, fondò l’agenzia Informazione fotografica e diresse il Laboratorio d’If, dove in molti sono cresciuti con il suo insegnamento (compresa sua figlia Shobha). A lei fu attribuito il prestigioso premio Eugene Smith, la sua vita è raccontata nel documentario Shooting the mafia di Kim Longinatto e poi l’omaggio di Franco Maresco nel film La mafia non è più quella di una volta. Già nel 2008 era apparsa in un cameo in Palermo Shooting di Wim Wenders.
Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 si è occupata anche di politica. È stata consigliera comunale con i Verdi e assessora comunale in una delle giunte guidate da Leoluca Orlando. «Palermo perde una donna straordinaria, un punto di riferimento. Letizia Battaglia era un simbolo riconosciuto internazionalmente dell’arte, una bandiera nel cammino di liberazione della città di Palermo dal governo della mafia», l’ha ricordata il sindaco Leoluca Orlando.
(il manifesto, 14 aprile 2022)
a cura di Laura Minguzzi
Pubblichiamo l’introduzione all’incontro del 26 marzo 2022 tenutosi presso la Libreria delle donne per la presentazione del libro di Vittoria Longoni Madre Natura. La Dea, i conflitti e le epidemie nel mondo greco (2021) edito da Enciclopediadelledonne.it
L’autrice, grecista e femminista, esplora nei testi classici antichi le tracce di una diversa concezione della divinità cosmica e di un orizzonte di valori alternativo al dominio patriarcale. La sua è una voce che come recita il titolo di questo incontro rappresenta una forza che si oppone alle guerre. Ci lega una relazione più che decennale, nata nella scuola, eravamo e siamo insegnanti, basata sull’amore per le lingue antiche e moderne. Quando ho proposto il suo libro non mi/ci aspettava/mo certo di trovarmi/ci in questa situazione di doppia emergenza, la pandemia e la guerra in Ucraina e in questo pericoloso tornante epocale, causato dalla pulsione, soprattutto maschile, a fare schieramenti armati. Noto nell’arena pubblica una profonda difficoltà a fare ricorso al discernimento, qualità umana che fa leva sul primun vivere di radice femminile e materna. Sento una grande responsabilità per il momento storico che stiamo vivendo. La scrittura di Vittoria è ispirata dalla fiducia nella relazione, nella parola e nella mantica.
L’anno scorso alla fine di novembre ho visto uno spettacolo multimediale Resurrexit Cassandra, un monologo di Sonia Bergamasco. Stavamo riprendendo a respirare pur con la mascherina e mi sentivo molto speranzosa. Cassandra risorge e parla: richiamata dalle tenebre, dal buio cui la sua giusta e veritiera profezia l’aveva condannata. È un buon segno mi sono detta: la profezia come provocazione al cambiamento. Costretta oggi a resuscitare per portare un messaggio, pronunciare un ulteriore avvertimento: quello della scomparsa della vita sul pianeta se non ci sarà un autentico e radicale cambio di civiltà. Come recita il titolo di questo incontro La forza che si oppone alle guerre, abbiamo visto una giovane donna di origine russo/ucraina, Marina Ovsyànnikova, giornalista del primo canale della TV di Stato russa che come Antigone, contro il re Creonte, si è esposta con un cartello e una frase che non era uno slogan, ma un grido di denuncia, contro la guerra fratricida in corso e le menzogne di Stato. Ha rotto il silenzio sulla narrazione bugiarda del potere e con la sua forza soggettiva, singolare, ha deciso di risvegliare dal sonno della ragione il popolo russo ed è immediatamente suonato il gong in tutto il pianeta. Il suo gesto di rottura ha fatto il giro del mondo. Una forza simbolica, un altro genere di forza. Non poteva più tacere, ha gridato la verità con grave rischio della vita per sé e per i figli, oltre al licenziamento immediato.
Vittoria Longoni dà alla sapienza femminile dei miti ancestrali una seconda chance. Se sapremo ascoltare e approfittarne. La sapienza arcaica e la manifestazione della libertà femminile possono congiungere ciò che i muri separano, ristabilire l’ascolto dal dentro al fuori. È un’altra forma di forza che si oppone alla Legge brutale dei rapporti di forza, quella distruttiva delle guerre fratricide. La nostra generazione che ha messo al mondo la libertà femminile, fa parlare l’esperienza soggettiva del rapporto con la natura vivente che rifugge da un principio universale astratto ed essenzialista. In quanto pensiero dell’esperienza ci differenzia da, esprime differenza sessuata, non nascondendo la propria origine. Parliamo di un sentire proprio che si annida in ciascuna/o di noi che produce parole sapienti e veritiere, una postura interiore da decifrare e comunicare collettivamente per scrivere un’altra storia. Ciò che scrive Vittoria è sia nuovo che antichissimo.
Nel capitolo La Legge brutale dei rapporti di forza, Vittoria Longoni scrive che non a caso i due termini greci loimòs e limòs (peste e carestia) sono riportati da Erodoto nelle sue Storie a proposito di Creta, quasi come sinonimi. “Poiché i Cretesi avevano partecipato alla guerra di Troia accanto a Menelao, al loro ritorno per punizione divina, furono colpiti da carestia e da un’epidemia. Nel mondo greco anche le epidemie e la peste sono attribuite alla ubris e all’arroganza degli uomini che ricorrono alle guerre per risolvere i conflitti e imporre le leggi e il potere a discapito della Madre Natura o della Dea Madre”1 (pag.169).
A proposito di Diotima, i discorsi della “straniera di Mantinea”, nel Simposio, scrive Vittoria, sono un amalgama complesso e lei prova a tradurre dall’originale alcuni passi che trova vicini alla sua sensibilità e consiglia di non interpretarli secondo le teorie platoniche, accostandosi alle espressioni ricorrenti “sia secondo il corpo che secondo l’anima”, in modo che i due ambiti siano connessi e non separati né considerati l’uno superiore all’altro. “L’Amore è un grande demone, daimon in greco, qualcosa di intermedio tra divino e mortale. La sua funzione è di essere messaggero e interprete tra persone umane e divinità. Dato che l’amore è questo, desiderio e tensione […] La sua attività consiste in un partorire nella bellezza, sia secondo il corpo sia secondo l’anima. Tutti gli esseri umani concepiscono, sia nel corpo sia nell’anima. L’amore non è amore del bello, come credi tu. È desiderio di generare e partorire nel bello…”.2
Il ragionamento platonico procede poi per successive astrazioni sempre più lontane dai corpi sessuati. Si propone il raggiungimento di un “termine ultimo” e a questo punto, scrive Vittoria Longoni, non si parla più di Amore come dàimon, come ricerca, che non consente mai del tutto il possesso del bene. Nel suo libro Vittoria Longoni scrive che l’oracolo di Delfi in origine era la sede di una divinità femminile. Lo stesso afferma la storica medievale Maria Milagros Rivera-Garretas in La verità assente della filosofia: la storia vivente3, “…Il tempio greco più celebrato per la conoscenza maschile (il “Conosci te stesso” ndr), quello di Apollo a Delfi, fu un tempio violentemente usurpato, nel secolo VIII a.C. dal patriarcato, alla Grande Dea della Terra, la dea preclassica di Delfi…Era fin dal Neolitico un importantissimo luogo di culto della Dea Madre e di oracolo delle pitonesse, indovine e sibille, dalle cui viscere sgorgavano le risposte profetiche……”
A proposito della profezia nel mondo greco, a Femonoe, prima profetessa di Apollo, inventrice dell’esametro, viene attribuita l’invenzione del motto delfico “conosci te stesso”: possiamo quindi supporre un’origine femminile e oracolare anche per la filosofia. Troviamo un testo di Femonoe nel Libro dei sogni di Artemidoro che la descrive intenta a discutere questioni filosofiche. Femonoe si dedicò anche a studi sugli uccelli e all’interpretazione del loro volo, citata da Plinio ne La Storia naturale. Nell’epica e nel teatro antico ha grande rilievo la figura di Cassandra, la figlia di Priamo, desiderata da Apollo, che non volle ricambiare l’amore del dio: ne ricevette il dono della profezia ma anche la sciagura di non essere creduta.
In sintesi, con le parole di Virginia Woolf accenno al motivo per cui ho ripreso lo studio della lingua greca, ho seguito i corsi di Vittoria per dodici anni e ho potuto leggere i testi in originale: il desiderio della lingua madre, della verità piena corporea, profumata della lingua materna…
Dal Lettore Comune di Virginia Woolf, un breve saggio dal titolo “Sul fatto di non sapere il greco” Virginia analizza i personaggi di alcune tragedie per esempio il mito di Elettra di Sofocle e il loro linguaggio. Frasi laconiche, semplici esclamazioni di gioia, di disperazione, di odio e le paragona per esempio a Jane Austen che con una frase sostiene tutto il romanzo in Emma: “Io ballerò con lui”.
Si chiede Virginia non sarà forse che leggiamo nei greci ciò che essi non si sognavano mai di scrivere? Non è che scopriamo nella poesia greca non proprio quello che c’è ma quello che ci manca? Dietro ogni riga a volte ci sembra ammassata l’intera Grecia? Una terra non ancora depredata, un mare non ancora inquinato… Ogni parola è rinforzata da un rigore che sembra traboccare dall’ulivo, dal tempio, dai corpi. La causa di questo splendore è la lingua… perciò è inutile leggere il greco tradotto… Ci mancano i suoni, gli accenti, il ritmo della lingua madre… Con il rumore del mare nell’orecchio (nell’Odissea) attorniati dai vigneti, dai prati, dai ruscelli avvertono meglio di noi la presenza di un fato implacabile e proprio ai greci noi ci rivolgiamo quando siamo saturi di imprecisione e di confusione, saturi di cristianesimo e delle consolazioni, saturi della nostra epoca…
(www.libreriadelledonne.it, 26 marzo 2022)
Ripostiamo la vignetta di Alice Milani, pubblicata sul sito Anpi, che sarà il manifesto per il 25 aprile.
La redazione del sito

(www.anpi.it, 14 aprile 2022)
di Maddalena Iodice
Caos urbano, incalzante ritmo frenetico di una città che ha voglia di produrre, creare, innovare: Milano. La creatività però ha bisogno di essere alimentata, si tratta di un nutrimento che passa dalla mente e dal corpo, da momenti di raccoglimento e di scambio, in bilico tra l’arte del sapersi concedere del tempo per se stessi, e quella di condividere con gli altri. Segue un indirizzario che di Milano racconta alcuni luoghi speciali, nella forma e nel concetto, da scoprire in solitaria o in compagnia. A ognuno la possibilità di disegnare nuove geografie urbane, e di scoprire questi luoghi al proprio ritmo, rigenerando corpo e mente.
Leggere e non solo

Fondata nel 1975, oggi si trova in Via Pietro Calvi 29. Realtà dinamica e composita, vende libri, ovviamente, ma è anche autrice di pubblicazioni in proprio, e organizza stimolanti momenti di scambio e confronto tra riunioni, discussioni e proiezioni di film. Allo stesso indirizzo, nei locali adiacenti, ha sede anche il Circolo della Rosa, luogo d’incontro che invita alla relazione, dove è possibile comprare un libro, sedersi in salotto e consultare un testo, magari bevendo un aperitivo. Per dirlo con le parole del suo manifesto, La Libreria delle Donne è “un’impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c’è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l’attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia.”
Pausa benessere
YOU OFF
Nel cuore delle Cinque Vie, c’è un piccolo luogo in cui si respira armonia. Nato dopo dieci anni di esperienza e ricerca, YOU OFF propone due tipologie di trattamento volte a modellare, ossigenare e riattivare il corpo attraverso movimenti intensi e dinamici. Se siete abituate a un tradizionale massaggio rilassante, forse il loro protocollo vi sembrerà molto più vigoroso del solito, ma già dopo due sedute sentirete i benefici di questo ri-attivamento profondo.
In cerca di artisti emergenti
L.U.P.O
Lorenzelli. Upcoming. Projects. Organization. Fondato da Massimiliano Lorenzelli in Corso Buenos Aires 2, questo angolo di bellezza e silenzio, riparato dalla vivacità dei bastioni, propone un programma dedicato alla ricerca di artisti emergenti, italiani e internazionali, con l’obiettivo di promuovere la sperimentazione artistica. Attualmente in corso e aperta al pubblico fino al 28 Maggio, 2022, 1), la personale di Edoardo Caimi (b. 1989), che tra istinto e sopravvivenza esplora l’intimo rapporto con un paesaggio futuribile e desolato.
Shopping casa (e oltre)
NEW BAHAMA
Concepito e fondato dalla carismatica Gaia Venuti, si tratta di uno spazio creativo e luogo d’incontro, nel quale scoprire cose belle e speciali di brand come Mapi, Eroine999, Anticamera, Cabinet, Milano tra le righe, Rio Grande, o inventare e trasformare la propria dimora assieme a Gaia e il suo progetto di interior design GaiaHomeProject.
Lo spazio riceve solo su appuntamento e propone periodicamente nuovi fresh sales dedicati a talentuosi progetti milanesi.
Un tatuaggio gentile
ROOTS TATTOO STUDIO
In uno stabile d’epoca in Via Gaspare Bugatti 12, sorge un luminoso open space curato nei dettagli e nei colori, questo luogo infuso di contaminazioni anni ’60-’70 e dettagli art deco, fa subito sentire a casa. E forse, una delle maggiori doti della sua fondatrice, la tatuatrice Lucille Ninivaggi, è quella di mettere l’umanità al centro di ogni suo progetto, dai suoi Tatuaggi Gentili, al luogo appunto, in cui li realizza. Quella di Roots Tattoo Studio è una dimensione intima e creativa dove affidarsi alle mani di unici tatuatori e godere del piacere della condivisione attraverso un ricco calendario di Workshop.
Il CO-WORKING tra architettura e design
DOPO?
Nel quartiere Corvetto in Via Boncompagni 51/10 è nato uno spazio per il lavoro culturale e la ricreazione condivisa con l’obiettivo di indagare le nuove forme del lavoro contemporaneo.
Nato sotto l’impulso di un’imprenditoria giovane e creativa, tra collettivi e professionisti attivi nel mondo dell’architettura e del design, DOPO? è co-working e luogo di scambio con un ricco calendario di eventi, presentazioni e talk. Meta di cultura e per la cultura, in quella che sta diventando una delle zone più vibranti nel panorama artistico milanese.
Slow living
CASCINA NASCOSTA
C’è un’antica cascina lombarda dalla tipica struttura a corte che si nasconde, letteralmente, all’interno di Parco Sempione, un luogo che vuole contribuire al contesto cittadino promuovendo un approccio inclusivo e sostenibile alla condivisione di spazi ed esperienze. Un’oasi immersa nel verde, dove mangiare le prelibatezze stagionali della Latteria di Cascina Nascosta, curiosare tra mercatini di artigianato up-cycling o ritrovare equilibrio con la lezione di Yoga Hatha Flow della domenica.
Yoga
NALU YOGA
Nel cuore di Milano, il centro Nalu Yoga celebra la bellezza del multiculturalismo in uno spazio, dove regnano serenità e silenzio. La scuola offre un ricco programma di lezioni a vari livelli, dal Vinyasa, all’Hatha, dal Kundalini, allo Yin, promuovendo una visione secondo cui la Yoga è una disciplina per tutti e se in un primo momento l’approccio al tappetino è puramente fisico, lasciare che questa pratica entri nel ritmo della nostra quotidianità, la cambierà per sempre, e in meglio. La scuola ha un team di insegnanti molto valido, consigliatissima la lezione del Lunedi alle 18.30 con Annalisa Franzi.
Coffe break
EUTOPIA
Pasticceria e cucina, un laboratorio artigianale indipendente che privilegiando prodotti di stagione da agricoltura naturale, biodinamica o biologica, dedica a ogni suo prodotto il piacere e l’allegria di un dolce fatto nella cucina di casa.
Questa ricerca di qualità e autenticità, la si assapora nei gusti tondi ed equilibrati dei dolci o dei pranzi salati, e ne si è avvolti entrando nel locale dove le magiche e fantasiose illustrazioni dell’artista milanese Flaminia Veronesi riempiono lo spazio, dagli interventi pittorici a muro, al packaging dei prodotti.
(www.vogue.it, 13 aprile 2022)
di Antonio Spadaro
Sono state sollevate obiezioni circa l’idea di Papa Francesco di far portare la Croce nella XIII stazione della Via Crucis al Colosseo a una donna ucraina e una donna russa. Insieme. Lo stesso ambasciatore ucraino presso la Santa Sede in un tweet ha affermato che la sua rappresentanza diplomatica «capisce e condivide la preoccupazione generale in Ucraina e in molte altre comunità».
Qual è il senso di questo gesto scandaloso? Non è la prima volta che l’aggressore e l’aggredito sono immersi da Francesco nella stessa preghiera. Era accaduto il 25 marzo scorso quando Francesco aveva compiuto il gesto umile di consacrare al Cuore immacolato di Maria la Russia e l’Ucraina. Insieme, come sorelle, e non come nemiche, innestando il suo gesto in continuità con quello che Pio XII compì nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale.
Occorre comprendere una cosa: Francesco non è un politico: è un pastore. Chiaro che ha una visione del mondo che, in sintesi è questa, così come l’ha riassunta di recente: «Si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri». La sua idea sulla guerra basata sui «nuovi imperialismi» (plurale) è altrettanto chiara. Mentre il patriarca di Mosca Kirill la vede come una «guerra metafisica» del bene contro il male, Francesco la definisce «inaccettabile aggressione armata», «guerra ripugnante», «massacro insensato», «invasione», «barbarie», ma soprattutto «atto sacrilego». E dice direttamente a Kirill che «la Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù»
Ecco: il linguaggio di Gesù. E qual è questo linguaggio? «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo 5). Il Papa fa proprio quel messaggio della Conferenza episcopale dei vescovi cattolici ucraini che tempo fa aveva chiesto di pregare anche «per coloro che hanno iniziato la guerra e sono stati accecati dall’aggressione. Proteggiamo i nostri cuori dall’odio e dalla rabbia contro i nostri nemici. Cristo dà una chiara istruzione di pregare per loro e di benedirli».
Francesco agisce secondo lo spirito evangelico, che è di riconciliazione anche contro ogni speranza visibile durante questa guerra di aggressione. Traduce, dunque, Francesco in un tweet di ieri: «Il Signore non ci divide in buoni e cattivi, in amici e nemici. Per Lui siamo tutti figli amati». Il suo interesse primo non è la geopolitica, ma – come ha detto tre giorni dopo lo scoppio della guerra – la «gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra». Fratelli tutti, dunque. Figli tutti. Da qui il grido «Fermatevi!», seconda persona plurale.
Due donne, Albina e Irina, nel Venerdì santo porteranno la Croce. Non diranno una sola parola. Neanche una richiesta di perdono o cose del genere. Niente. Sono sotto la Croce nel portarla. Scandalosamente insieme. Sarà un segno profetico mentre le tenebre sono fitte. Il loro essere insieme, figlie di Dio e sorelle di una guerra che da amiche le ha rese nemiche, è una invocazione a Dio perché ci dia la grazia della riconciliazione. La loro presenza insieme è una preghiera per chiedere una grazia che, secondo il Papa, solamente Dio può dare. La profezia si incunea nei cuori e nelle ombre della storia, facendola esplodere dall’interno come la resurrezione.
La Via Crucis è un rito con cui si ricostruisce e commemora il percorso doloroso di Gesù che si avvia alla crocifissione. Nel rito il dolore è rappresentato, introiettato, elaborato, assunto nelle piaghe e nelle cadute di Cristo. Evocare la riconciliazione nelle tenebre del dolore salva l’innocenza dei popoli, della «gente comune, che vuole la pace». Il Papa vuole che questa sporca guerra finisca, ed è per questo che mette sotto la croce di Cristo e sotto le sue parole – «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» – due amiche che la guerra ha etichettato come nemiche: una carnefice e l’altra vittima, dove la prima però in una intervista dice della sua amica «vittima»: «ho timore nell’esprimermi e nell’essere intervistata, mi sento molto più sicura e forte quando ho lei accanto a me».
E il Papa, mettendo insieme sotto la croce queste due donne che si stringono la mano nel toccare il legno insanguinato della croce, svolge il suo compito di pastore «cattolico», cioè universale. Così salva in questo tempo così duro, la cattolicità della sua fede e della sua Chiesa. La mette al riparo dal pantano dei nazionalismi e dalle alleanze – qualunque esse siano – tra trono e altare o tra parlamenti e chiese. È terribile e scandaloso. Ma questo è predicare il Vangelo di Cristo.
* direttore de «La Civiltà Cattolica»
(il manifesto, 13 aprile 2022)
di Marina Montesano
Avrei dovuto incontrare Chiara Frugoni pochi giorni fa a Genova, durante la manifestazione «La Storia in Piazza». Era attesa per parlare di donne medievali, ma poi aveva comunicato agli organizzatori di non sentirsi abbastanza bene da poter viaggiare, e aveva mandato un video di poco più di mezz’ora. Su richiesta degli organizzatori, un po’ preoccupati per la sua assenza, l’avevo introdotto in una sala gremita nonostante si sapesse che lei non ci sarebbe stata, e il pubblico aveva seguito attento il racconto di Chiara, alternato ad alcune immagini, da sempre il perno centrale dei suoi studi.
Un grande successo, tanti applausi e parole di apprezzamento, al punto che avevo pensato di mandarle una mail per complimentarmi e soprattutto per raccontarle il pomeriggio. Poi non avevo trovato l’indirizzo, poi la necessità di ripartire, gli impegni, la solita dannata fretta, e la mail non è stata spedita, con l’idea che tanto ci sarà occasione. Nel pomeriggio del 10 aprile, apprendendo la notizia della sua scomparsa, il primo pensiero è stato proprio quello dell’occasione mancata che non si ripeterà.
Non che Chiara Frugoni avesse bisogno di conferme. La sua fama è cresciuta negli anni grazie alla rara capacità di intrecciare fonti scritte e iconiche e costruirsi così una carriera inedita, accompagnata dalla pubblicazione di tante belle monografie. Francesco e l’invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto (Einaudi 1993), Premio Viareggio per la saggistica del 1994, resta celebre e controverso per la proposta interpretativa; su Francesco era tornata molte volte: già l’anno successivo con Vita di un uomo: Francesco d’Assisi (Einaudi 1995, con introduzione di Jacques Le Goff) e poi a distanza di oltre vent’anni con Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore di Assisi (Einaudi 2015), un libro al quale teneva molto perché metteva a frutto tanti anni di osservazione dei particolari iconografici e che le aveva consentito scoperte importanti.
Si era formata tra Roma (sia all’università sia presso l’Istituto storico italiano per il Medio Evo) e Pisa, ed aveva insegnato in entrambe le città dagli anni Settanta fino al 2000. Sul difficile rapporto con suo padre, lo storico medievista Arsenio Frugoni, evidentemente anche molto ammirato, si era aperta negli ultimi anni, anche grazie alla scrittura di memorie: consigliatissimo almeno il suo Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino (Laterza 2003).
Ha scritto su tanti argomenti diversi, con particolare riguardo alla storia culturale e delle idee, sempre tendo al centro il filo rosso del dialogo fra testo e immagine, un campo nel quale, soprattutto in Italia, ma non solo, ha fatto scuola.
L’impegno femminista, non militante ma saldo e convinto, in parte certamente frutto delle esperienze personali, si era fatto largo in alcuni scritti, fra i quali Una solitudine abitata. Chiara d’Assisi (Laterza 2007) nel quale scriveva: «Tutta la vita di Chiara fu segnata dall’incontro con Francesco. Tuttavia Chiara non visse all’ombra e dell’ombra di Francesco, come mi è capitato di leggere». Ecco, certamente vivere nell’ombra di altri (padri, mariti) non era per lei.
Il suo ultimo libro, quel Donne medievali. Sole, indomite, avventurose (Il Mulino 2021) che presentava a Genova, contiene una galleria di figure femminili diverse tra loro come Radegonda di Poitiers, Christine de Pizan, la leggendaria papessa Giovanna, Matilde di Canossa, Margherita Datini.
«Tutte hanno scontato con la solitudine il coraggio e la determinazione con cui hanno ricercato la piena realizzazione di sé», recita la presentazione; e sembra che Chiara Frugoni un po’ ci si riconoscesse, in queste donne alle quali la società patriarcale sembra aver fatto scontare l’indipendenza, ma che comunque sono arrivate a realizzarsi. Come concludeva nel video inviato alla «Storia in Piazza», alle donne è richiesto il doppio del lavoro di un uomo per essere considerate sue pari: ma per loro è comunque facile. Aveva strappato molte risate, quella frase era pronunciata con un sorrisetto ironico davvero molto «suo», che faceva sparire i segni della malattia. Ed è così che mi piace ricordarla.
(il manifesto, 12 aprile 2022)
È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2021 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (190 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it
(www.libreriadelledonne.it, 11 aprile 2022)
di Katrin Kuntz
L’estate scorsa, mentre i taliban avanzavano verso Kabul, una giovane politica afgana ha organizzato una protesta davanti al ministero della difesa. È scesa in strada con un cartello di cartone su cui aveva scritto un messaggio rivolto agli abitanti delle province che stavano capitolando una dopo l’altra: “Siate forti”. Shagufa Noorzai, 29 anni, a quel tempo era una delle parlamentari più giovani dell’Afghanistan. Di lì a poco Noorzai ha dovuto lasciare Kabul per fuggire dai taliban. Per dieci giorni si è nascosta in casa di amici, poi è rimasta chiusa nel suo appartamento per un mese. I taliban l’hanno cercata e l’hanno quasi catturata. Una mattina, quando suo padre ha aperto la porta di casa, l’hanno picchiato e hanno rubato la macchina blindata di servizio usata ogni giorno dal suo autista per portarla al parlamento, che da quando i taliban hanno ripreso il potere non si è più riunito. Noorzai ha perso il suo ufficio, il lavoro e quindi il reddito, e infine anche il suo paese. Ormai vive ad Atene, in Grecia, ed è qui che ci racconta la sua storia.
Una mattina di poco tempo fa, Noorzai e altre politiche afgane hanno attraversato i sobborghi della capitale greca a bordo di un minibus. Due ore dopo, il veicolo si è fermato in una strada stretta vicino alla centralissima piazza Omonia. Le donne sono scese. Noorzai indossava un coloratissimo soprabito ricamato, un foulard e tacchi alti. Era arrivata al nuovo posto di lavoro: la sede della Rete delle parlamentari afgane. Il suo compito ora è far sentire la sua voce affinché certe cose non siano dimenticate. È entrata nell’edificio dove ha sede il parlamento afgano in esilio e si è diretta al secondo piano, dove un’organizzazione umanitaria greca, la rete Melissa, ha messo a disposizione uno spazio. Con lei c’erano più di venti donne che fino a poco tempo fa avevano un seggio nel parlamento di Kabul. Chiacchieravano in un’atmosfera rilassata.
C’erano donne giovani e meno giovani, alcune provenienti da famiglie politicamente in vista, altre rappresentavano le minoranze presenti in Afghanistan. Erano lì per discutere come responsabilizzare e dar voce da lontano alle loro connazionali. Sanno bene che in Afghanistan la libertà delle donne è sempre più limitata. E non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
Un luogo centrale
Per le parlamentari che hanno dovuto lasciare Kabul, Atene è diventata un luogo importante e centrale. Fino a quando i taliban hanno preso il potere nell’agosto 2021, tra camera bassa e senato le donne occupavano 69 seggi. Circa un quarto di loro oggi vive in Grecia. La Bbc ne ha rintracciate altre nove che sono rimaste in Afghanistan ma vivono nascoste. Le altre sono andate in Albania o in Turchia. Di solito, quando scappano dal loro paese, queste parlamentari rimangono ad Atene solo qualche mese, prima di ottenere nuovi visti e proseguire alla volta degli Stati Uniti, del Canada o del Regno Unito.
È sorprendente, però, che tra tanti posti siano finite proprio qui. In fondo la Grecia sembra fare il possibile per tenere fuori i profughi: per le strade si vedono spesso senzatetto provenienti dalla Siria, e quanto agli afgani, quando tentano di entrare via mare dalla Turchia, è noto che la guardia costiera greca spinge molti dei loro gommoni in acque internazionali. A causa di quei respingimenti, che violano il diritto internazionale, il governo di Atene è stato criticato da vari paesi. Tuttavia, ha accettato di accogliere le deputate afgane. In Grecia c’è perfino chi sospetta che il governo le voglia usare come paravento. Al tempo stesso, varie organizzazioni greche si sono attivate per mettere in salvo le attiviste dopo caduta di Kabul. Tra loro c’è la rete Melissa, che ha stilato un elenco di 150 afgane influenti e le ha aiutate a lasciare il paese. È così che la maggioranza è arrivata ad Atene insieme ai familiari: in tutto, circa ottocento persone.
Nell’ufficio della direttrice della rete Melissa, Noorzai, che ha fondato il parlamento in esilio insieme alla collega Nazifa Bek, racconta la sua storia. In modo fermo ma gentile, indica alle partecipanti dove sedersi. All’inizio ignora l’interprete. Ha la sicurezza di una donna che, in una società patriarcale, è riuscita ad arrivare molto in alto. «Vengo da una famiglia in cui gli ostacoli erano molti», racconta Noorzai: una famiglia pashtun dell’Helmand, una provincia molto conservatrice. I suoi genitori erano dipendenti pubblici: la madre lavorava a scuola, il padre nel settore agricolo. Entrambi l’hanno sostenuta mentre si faceva strada in politica, ricorda, «il problema erano i miei fratelli e sorelle, e i parenti». Quand’era più giovane Noorzai si è sentita spesso ripetere: «Non uscire così tardi», «Smetti di studiare e sposati! », «Questo le donne non possono farlo». Una volta, uno dei fratelli le ha addirittura offerto dei soldi perché abbandonasse gli studi. «Io però ho continuato a cercare di migliorare», racconta. Fin da bambina le piaceva leggere.
Dopo il diploma, ha seguito un corso da infermiera e accettato un lavoro con Medici senza frontiere. Si è iscritta a giurisprudenza e dal 2015 ha fatto la coordinatrice provinciale di un’organizzazione umanitaria locale attiva nella promozione dei diritti delle donne. Tra i suoi compiti rientrava l’organizzazione di laboratori per incoraggiare le donne ad avviare attività imprenditoriali a casa. Noorzai ha anche partecipato come osservatrice a processi contro uomini accusati di crimini contro le donne; è andata a parlare con giornalisti che raccontavano di quei reati da una prospettiva puramente maschile; ha anche discusso con mullah favorevoli al matrimonio forzato. «Il mio orizzonte si è allargato sempre più», dice, «e la mia rabbia è cresciuta».
Nell’Helmand Noorzai è diventata una celebrità, derisa e rispettata al tempo stesso. Qualcuno ha chiesto a suo padre se giudicasse la figlia adatta a rappresentare la provincia al parlamento nazionale. Ricorda di aver detto: «Non sono sicura». E il padre le ha risposto: «Almeno provaci». È cominciata allora quella che lei definisce «l’esperienza più forte della mia vita». Durante la campagna elettorale, tra le altre cose un attentatore suicida ha provato a farsi saltare in aria davanti a casa sua e un funzionario dell’ufficio elettorale le ha fatto capire che per assicurarsi più voti bastava passare due notti con lui, oppure dargli una bella somma di denaro. «Io però», dice Noorzai mentre gli occhi le si gonfiano di lacrime, «ce l’ho fatta senza mafia, senza soldi e senza diventare una vittima degli uomini».
La notte delle elezioni, per motivi di sicurezza, ha mandato la sua famiglia a casa di alcuni parenti. E così, nell’estate del 2018, a 26 anni, ha occupato il suo seggio nel parlamento di Kabul. In Afghanistan quell’evento ha fatto scalpore. Il suo ex ufficio è ancora visibile nelle foto su Facebook: sulla pesante scrivania di legno con decorazioni dorate spiccano pile di libri, un vaso di fiori e un computer portatile. Nelle foto Noorzai porta un foulard verde e rivolge alla camera uno sguardo disteso. All’epoca, ricorda, aveva tre segretarie e una guardia del corpo, per via delle minacce ricevute. «Nonostante questo», racconta, «ogni giorno ricevevo visitatori e mi occupavo dei loro problemi».
Conquiste vanificate
Ad Atene è venuta a trovare le politiche afgane in esilio una parlamentare europea, la tedesca Hannah Neumann, vicepresidente della sottocommissione diritti umani. Neumann si rivolge a loro da collega: «Questo è un parlamento eletto, dunque loro sono legislatrici a pieno titolo». Quando l’Unione europea discute di aiuti umanitari, dice Neumann, dovrebbe parlare con loro almeno tanto quanto con i taliban. Lei è venuta a sentire in che modo le parlamentari afghane ritengono che l’Europa dovrebbe comportarsi nei confronti del governo guidato dai taliban.
La prima a prendere la parola è Amena Afzali, ex ministra del lavoro nel governo di Hamid Karzai. Quando ha lasciato l’Afghanistan era senatrice: «Non so se parlare del paese al passato o al presente”, dice. «Eravamo un paese di persone molto istruite, di poeti, di scienziate, di menti geniali. I taliban hanno vanificato tutte le nostre conquiste». Per giunta, osserva, il paese ha enormi problemi economici, a cominciare dalla minaccia della carestia. «Vogliamo parlare anche per chi è rimasto in Afghanistan e soffre». Poi si fa avanti Malalai Ishaqzai, vestita completamente di bianco, e comincia un’accesa discussione sostenendo che l’occidente dovrebbe revocare le sanzioni contro l’Afghanistan affinché il governo possa ricominciare a pagare lo stipendio a medici e insegnanti. Invece Aziza Jalis sostiene la necessità di accelerare le evacuazioni: «Tutte quante abbiamo parenti rimasti in Afghanistan che non riescono a ottenere i documenti per partire», dice. A quelle parole una di loro, che è dovuta andar via senza la figlia, ancora priva delle carte necessarie, esce dalla sala in lacrime. A questo punto si alza Noorzai. «Chi di noi è qui in esilio», dice, «deve alzare la voce e protestare, perché serve a proteggere le donne rimaste in Afghanistan. Se il mondo tiene gli occhi puntati sulle afgane, i taliban non oseranno ucciderle».
La discussione dura due ore. Le donne parlano a voce alta, ogni tanto piangono insieme, finché una si alza in piedi con fare deciso e dichiara che le deputate sanno di non avere più potere ma i loro gesti, il loro modo di fare dimostrano che hanno fiducia in sé stesse. Hanno ancora reti solide: conoscono ambasciatori, organizzazioni umanitarie e hanno contatti con i governi. Certo, le addolora sentirsi così impotenti di fronte al disastro umanitario del loro paese. Giudicano un tradimento il ritiro delle potenze occidentali che le proteggevano. Una delle partecipanti riassume così la situazione: «Da una parte non ci ascoltano e dall’altra ci fanno fuori». In altre parole, l’Unione europea non sta facendo abbastanza per l’Afghanistan e intanto, nel paese, i taliban mettono a tacere le donne.
Al termine della riunione Noorzai si mette alla guida e ci conduce a Glyfada, il sobborgo di Atene dove le organizzazioni umanitarie le hanno messo a disposizione l’appartamento in cui abita insieme alla madre, alla sorella e a uno dei fratelli. Lungo il tragitto ci mostra al telefono alcune vecchie foto che la ritraggono – unica donna circondata da uomini – nel suo ufficio, mentre prende parte a ricevimenti ufficiali ma anche a manifestazioni di protesta di fronte al ministero della difesa. A quel tempo, per la sua campagna contro l’avanzata dei taliban, aveva scelto questo slogan: «La mia natura non accetta il silenzio».
È ormai sera quando Noorzai arriva a Glyfada. È il momento di uscire per la passeggiata quotidiana, tra negozi di lusso e ristoranti di sushi. Noorzai è giovane e sta cominciando una nuova vita. Ha chiesto un visto per il Canada, dove ha intenzione di frequentare l’università e forse aprire un sito dove vendere abiti tradizionali afgani. «Guardo avanti», dice. Ma il suo sguardo rimarrà per sempre rivolto anche al passato.
(Internazionale, 8 aprile 2022)
di Stefano Mauro
Per l’omicidio di Thomas Sankara, conosciuto come “il Che Guevara africano”, ucciso insieme ad altri 12 persone durante il colpo di stato del 15 ottobre 1987, le tre sentenze di ergastolo pronunciate ieri dalla corte di Ouagadougou sono andate oltre quanto richiesto dalla procura militare, ovvero 30 anni di carcere per l’ex presidente Blaise Compaoré e il comandante della sua guardia, Hyacinthe Kafando e altri 20 anni per Diendéré, con altri otto imputati condannati a pene che vanno da 3 a 20 anni di reclusione con l’accusa di «attacco alla sicurezza dello Stato». Il verdetto ha suscitato forti reazioni in sala. È stato accolto con grande sollievo dalle parti civili e dai parenti delle vittime. «È una pagina della storia del Burkina che è appena stata voltata», ha confidato un ex ministro Sankara. Sankara voleva «decolonizzare le mentalità» nel suo paese e in Africa, dove è diventato e resta un’icona a trent’anni di distanza – lo stesso attuale presidente Damiba si è più volte ispirato nel discorso di insediamento ai suoi ideali – cosa che gli attirò le antipatie di diversi capi di stato, sia in Africa che in Occidente. Invitò l’Africa a «non pagare il suo debito con i paesi occidentali», denunciò all’Onu le guerre «imperialiste», l’apartheid, la povertà, difese il diritto dei popoli oppressi all’autodeterminazione come in Palestina o nel Sahara Occidentale. Le decisioni che prese furono rivoluzionarie come il suo impegno sulle riforme sociali con numerosi progetti che avevano l’obiettivo di eliminare la povertà e la fame del suo popolo e che riguardavano la costruzione di scuole, ospedali o riforme per la parità di genere e la centralità della donna nella società burkinabé. Posizioni politiche forti che, insieme al tentativo di creare relazioni economiche tra alcuni paesi del Sahel per raggiungere «l’autosufficienza» e la «libertà da accordi commerciali con le potenze coloniali occidentali», gli attirò le antipatie di numerosi paesi: Stati Uniti e Francia in particolare. Dopo la pronuncia del verdetto, le parti civili si sono recate al memoriale di Thomas Sankara nella capitale. Durante tutto il viaggio, una folla di persone ha seguito il corteo. «La sua rivoluzione resta nelle menti e nei cuori del nostro popolo e in quello di tutti gli africani», aveva detto all’inizio del processo la moglie Mariam Sankara. «Con la sentenza di oggi il Burkina Faso, la Terra degli uomini onesti (nella locale lingua Djoula, ndr), dimostra di aver ascoltato la volontà del popolo», ha dichiarato all’agenzia Afp dopo il verdetto.
(il manifesto, 7 aprile 2022)
di Luciana Castellina
Il pacifismo, venuto alla ribalta già in occasione della prima guerra mondiale, e poi cresciuto e diventato addirittura «Seconda potenza mondiale» – come ebbe a titolare la sua prima pagina il New York Times a commento delle manifestazioni mondiali che il 15 febbraio del 2003 si tennero contro la seconda guerra all’Irak – è tornato alla ribalta. In Italia forse più che altrove per via delle più ridicole ossessive accuse ai pacifisti che stanno animando le trasmissioni delle nostre tv: quella di essere amici di Putin, i più indulgenti degli sprovveduti idealisti, infantili, incapaci di prender atto della realtà nuda e cruda. Realisti, e consapevoli di quanto accade, e perciò autorizzati a orientare il che fare, sarebbero invece quelli che invocano le armi per fermare la guerra.
Ma davvero pensano che si possa riportare la pace in Ucraina ed evitare una generale deflagrazione bellica aumentando la potenza distruttiva delle armi e coinvolgendo altri paesi nel conflitto militare? A sentirli parlare sembrerebbe siano restati indietro al vecchio ’900, ai tempi della bella Guerra fredda, quando l’esistenza stessa di due sole grandi potenze garantiva una qualche deterrenza e il nucleare era racchiuso in grandi bombe chiaramente situate sotto il comando unico dei capi di Stato. Così non è più: è vero che la terribile bomba è tutt’ora in possesso soprattutto di due grandi potenze, Russia e Stati Uniti, ma anche oramai – questo è quel che sfugge ai «realisti» – non solo a molti altri Stati, ma anche a forze militari ufficiali e a foreign fighters, volontari o assoldati.
Le nuove tecnologie, come era naturale, conquistano anche il florido settore delle armi e oggi sul mercato ce ne sono molte che contengono la mortale energia. Anche di piccolo taglio, tattiche, a medio raggio, inserita in ogni tipo di arma. A disposizione di chi vuole. È per questo che a cominciare dal Papa si è compreso che oggi le guerre non si possono più rischiare, nemmeno quando sono giuste (e quella dell’Ucraina contro la Russia che invade è più che giusta).
Solo i dinosauri potrebbero ritenere che con l’evolversi del tempo le guerre rimangano uguali a quelle della loro epoca; o che i nuovi eroi da sacrificare (i giovani ucraini che è naturale vogliano rispondere all’aggressore) possano essere come i famosi eroi del nostro Risorgimento, fra questi quelli che sbarcarono a Sapri per combattere i Borboni. Ma che, come recita il testo che tutti conosciamo dalle elementari, «eran trecento, erano giovani e forti, e sono morti». Oggi un qualsiasi conflitto potrebbe innescarne uno che di morti potrebbe farne miliardi.
Il pacifismo, del resto, non si caratterizza solo per dire no alle armi. È, e ha provato ad essere, un movimento che riflette su come oggi deve e può essere regolata la politica internazionale, come sia possibile non rinunciare a battersi quando si è aggrediti ma occorra farlo con strumenti più adatti, politici e non militari.
E però di cosa sia il pacifismo reale, di come in particolare sia diventato un grande movimento popolare negli anni ’80 affollando le piazze europee di giovani armati dello slogan «per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali» – mai purtroppo diventato base della politica europea dopo la caduta del Muro –, si sa poco. Ed è per questo che è preziosa l’interessante pubblicazione da parte di Sbilanciamoci di un bel libretto collettivo che ne ricostruisce la fisionomia attraverso la voce di tanti, di ogni parte del mondo, che ne sono stati, e ne sono tutt’ora, protagonisti: I pacifisti e l’Ucraina. Le alternative alla guerra in Europa, curato da Martin Köhler (pacifista tedesco che a lungo si fermò a combattere con noi a Comiso), e Giulio Marcon (è un e-book che potete trovare sul sito sbilanciamoci.info, cui si può anche chiedere di averne un po’ di copie stampate).
Fra chi scrive, docenti della John Hopkins University, della City University di New York, della London School of Economics di Londra, del Quincy Institut di N.Y., della Scuola Normale Superiore di Firenze, della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, un deputato al Bundestag tedesco della Linke, il segretario del Movimento pacifista ucraino e un giornalista del New York Times.
Affrontati tutti i temi della vicenda attuale, anche raccontando le esperienze passate, e, inoltre, alcune – lucidissime – analisi dello stesso Kissinger su come sia facile entrare nelle guerre, ma quanto più difficile sia uscirne. «Io – dice l’ex potente sottosegretario del ministro Regan – nella mia carriera ne ho viste quattro e tutte sono terminate con ritiri unilaterali» (e ancora non aveva visto l’Afganistan). Un insegnamento per vinti e pseudovincitori.
(il manifesto, 6 aprile 2022)
di Sandra Burchi
In questi giorni fra gli aggiornamenti che riguardano la cosiddetta fine dello stato di emergenza ci aspettavamo anche quelli che riguardano lo smart working o lavoro agile. Uscire dallo stato di emergenza per questa modalità di lavoro, a cui ci siamo collettivamente abituati dal marzo 2020, significa uscire dal sistema di semplificazioni che ne hanno permesso un’applicazione così estesa e accelerata, non proprio lineare.
A quanto pare bisognerà aspettare fino alla fine di giugno. Le aziende private possono continuare a remotizzare il lavoro secondo quanto sperimentato fin qui, nelle aziende pubbliche gli accordi sono già obbligatori e anche i regolamenti sull’accessibilità, cambia la situazione dei lavoratori fragili.
Ma abbiamo imparato il lavoro smart? e si è veramente realizzata quella rivoluzione che sgancia i lavoratori e le lavoratrici dall’obbligo del cartellino per consentire loro un’autonomia di gestione tutta impostata sul raggiungimento di obiettivi concordati? Sì e no.
Abbiamo imparato che lavorare da remoto si può, e del resto era già possibile, in molti casi non è stato fatto molto di più che attivare una Vpn, ma non si è andati molto più in là di un trasferimento a casa della prestazione.
Quello che è stato applicato è un modello di lavoro definito da più parti “ibrido” che mescola telelavoro – con tanto di coerenza di orari di ufficio, reperibilità, incremento di sistemi di controllo – e lavoro agile – presa in carico degli obiettivi e autonomia organizzativa.
Un lavoro da casa ancora in via di definizione, con poco sforzo da parte delle imprese private e pubbliche in termini di digitalizzazione e management, ma su cui, va detto, c’è un interesse generalizzato. Arrivare a una riduzione significativa – ma non definitiva – degli spostamenti quotidiani casa-lavoro è possibile, ma bisogna evitare che diventi un “privilegio” concesso dai datori di lavoro, o un permesso strappato a maldisposti dirigenti della pubblica amministrazione.
I disagi di un trasferimento di massa, le complicazioni di una conciliazione lavoro/famiglia sperimentata nelle condizioni estreme del lockdown o del susseguirsi di quarantene, non ha ridotto l’interesse per la possibilità di arrivare a forme più flessibili e individualizzate dell’orario lavorativo. È un interesse da leggere fra le righe che non sottostima la necessità di un sistema di regole chiare che tenga in equilibrio diritti e doveri di tutti e che metta in circolo, redistribuendoli, i guadagni che sembrano evidenti da parte delle aziende (diminuire la presenza dei dipendenti in sede diminuisce i costi, va da sé).
Il desiderio di voler continuare a lavorare anche a distanza verificato da indagini e ricerche, soprattutto se letto secondo un’ottica di genere, aspira a un miglioramento di quanto sperimentato fin qui. Il lavoro agile non può essere inteso come una misura di conciliazione tout court, semmai come uno degli elementi a disposizione per una riprogettazione su larga scala dei tempi e dei luoghi del vivere e del lavorare.
La possibilità di lavorare da remoto, di organizzare diversamente il tempo quotidiano, deve essere inserita in una serie di aggiustamenti che riguardano la vita sociale nel suo complesso, welfare compreso, senza lasciare alle donne il compito di prendersi cura di tutto quello che non torna. Eppure la possibilità di adottare un modello di lavoro agile, modulare e articolato e che prevede forme di autogestione sembra rientrare nelle prospettive di molti lavoratori e lavoratrici dipendenti.
Al momento leggere questo desiderio di lavoro agile, parziale, flessibile, modulare non è difficile. Dopo due anni di pandemia da più parti si leggono i segnali di una resistenza a riprendere il ritmo come niente fosse, alle condizioni di sempre, nel quadro di un’economia della crisi a cui, anche in Italia, si è risposto con la richiesta di una disponibilità crescente da parte di chi ha un lavoro o di chi lo cerca: livelli retributivi incongrui e inadeguati e precarietà diffusa.
I luoghi di lavoro sono stati abitati da logiche che mentre inneggiano al benessere organizzativo naturalizzano la competitività o, quando va meglio, la produttività intensiva e il ritmo accelerato. Forse il desiderio di alternare lavoro a distanza e lavoro in presenza va letto semplicemente così, come il desiderio di allentare la presa, di scegliersi il modo di lavorare, di complicarsi la vita con un’organizzazione da inventare (perché non diventi più solitaria e oppressiva) ma che ritrovi un ritmo diverso.
Decelerare. È un’aspirazione più che una certezza, ma c’è. Abbiamo visto che a distanza si può anche lavorare di più, che si corre il rischio – senza un orario rigido – di lavorare sempre, lasciando il computer sempre acceso sul tavolo o in testa, ma l’aspirazione resta. Non si tratta solo di risparmiare ore di traffico, e già questo non è poco, o gli spostamenti ripetitivi che tolgono ai pendolari ogni giorno ore di vita, si tratta del desiderio di sottrarsi alle ansie di prestazione proprie e altrui.
Certo si possono trasferire a casa, ed è questo il rischio più grande su cui azionare dispositivi di protezione, ma c’è qualcosa nell’alternanza dentro-fuori (che dovrebbe essere il cuore del lavoro agile), in quella flessibilità, in quella possibilità di autogestione che lascia sperare in un miglior uso del tempo, in giornate più equilibrate e, perché no, più sensate.
Stanno succedendo altri fenomeni da leggere così, nel pieno di contraddizioni evidenti. Richieste di lavoro che vanno deserte, intere categorie che reclamano la mancanza di lavoratori e lavoratrici, dimissioni volontarie. Forse è il momento, uscendo da questa ennesima sovrapposizione di crisi, di ripensare il lavoro, semplicemente di pagarlo di più, di dotarlo dei diritti adeguati e di uscire dalla logica verso cui anche la pandemia ci ha spinti, per cui tutto quello che dovrebbe essere normale ha preso il nome di privilegio.
Sandra Burchi è ricercatrice. Ha svolto per Ires CGIL la ricerca: «Due anni di smart working. L’esperienza delle donne in Toscana»
(il manifesto, 6 aprile 2022)
di Alberto Pozas
La corte suprema spagnola attacca l’utero in affitto: “Le madri e i bambini sono trattati come semplici merci”
Due donne sottoscrivono un contratto a Tabasco, nel Golfo del Messico. Una di loro viene definita “futura madre” e l’altra “gestante surrogata”; il contratto implica che la seconda si trasformi in un utero in affitto al servizio della prima. Sette anni dopo il Tribunal Supremo (equivalente alla Corte di Cassazione italiana, Ndt) ha stabilito il futuro del bambino nato da questo contratto, che vive in Spagna da allora: non può essere iscritto all’anagrafe come figlio della “futura madre”, ma può essere da lei adottato.
La sentenza riporta le clausole di un contratto, sottoscritto in questo caso tramite l’agenzia México Subrogacy, clausole che raramente vengono alla luce: l’accordo vieta per sempre alla gestante di contattare il bambino, la obbliga ad accettare di non avere rapporti sessuali e a sottoporsi a qualsiasi esame medico le sia richiesto e, addirittura, mette la sua vita in mano della committente pagante se, per esempio, entrasse in stato di morte cerebrale. Sarà quest’ultima a decidere se morirà o se sarà mantenuta in vita fino a che il feto sia pronto a nascere.
- Supporto vitale. La clausola 14.B del contratto illustra ciò che accade in caso la gestante soffra di una malattia o subisca una lesione “potenzialmente letale”, come per esempio la morte cerebrale. In questo caso, secondo il contratto «la futura madre ha diritto di mantenerla in vita con un supporto vitale medico, con l’obiettivo di salvaguardare il feto finché il medico curante non riterrà che sia pronto alla nascita». Le spese mediche del supporto vitale, si specifica, sono a carico della “futura madre”.
- Consegna del bambino. La gestante sottoscrive diverse clausole che la obbligano a consegnare il bebè alla nascita e a rinunciare a saper più niente di lui. Questa è l’ottava clausola: «Non avrà, né tenterà di avere relazioni con il bambino […] rinuncia a tutti i suoi diritti di madre legittima del bambino e collaborerà a tutti i procedimenti legali necessari a dichiarare madre legittima del bambino la futura madre».
- Astinenza sessuale e divieto di viaggiare. Il contratto precisa anche quale debba essere la condotta della gestante durante la gravidanza. Per esempio, deve mantenere «una prolungata astinenza dai rapporti sessuali, astenersi da tatuaggi, piercing e interventi di chirurgia estetica». Non potrà neppure uscire dal Messico né dalla città di residenza, né cambiare domicilio. Avrà soltanto un permesso massimo di quattro giorni condizionato a «un’autorizzazione scritta della futura madre per recarsi in un’altra città in caso di estrema urgenza».
- Esami medici e test psicologici. Un’altra delle clausole obbliga la “gestante surrogata” a sottoporsi a ogni tipo di esame medico su richiesta della “futura madre” prima e durante il processo di fecondazione in vitro e include anche gli eventuali «test psicologici». La donna, inoltre, «rinuncia a tutti i suoi diritti in termini di privacy sanitaria e psicologica, permettendo agli specialisti che la valuteranno di condividere i suddetti risultati con la futura madre».
- Rapporti settimanali e test antidroga. Il contratto contiene altresì l’obbligo a carico della madre gestante di informare la committente, con periodicità settimanale, sull’avanzamento della gravidanza. Inoltre accetta di sottoporsi a prove a campione per testare il consumo di droghe, alcool o nicotina.
- Costa di più se sono gemelli. La parte del contratto citata dalla corte suprema nella sua sentenza non riporta quanto denaro riceva la gestante per affittare l’utero. Ma precisa che, in caso di gravidanza gemellare, riceverà 6.000 dollari in più.
- Aborto. Varie clausole del contratto regolano anche la possibile interruzione di gravidanza. «La futura madre non potrà imporre di interrompere la gravidanza, tranne che per salvaguardare la vita della gestante surrogata», dice il contratto, e non verranno selezionati i feti in caso di gravidanza gemellare. La gestante, inoltre, accetta di sottoporsi ad aborto esclusivamente in caso che un medico certifichi che la sua salute è in pericolo. Precisa inoltre: «La futura madre sarà responsabile del bambino nato da questo contratto, che sia sano o meno».
Le clausole citate portano la corte suprema spagnola a ritenere che questo contratto contrasti con i diritti sia della donna gestante, sia del bebè. La donna che firma, spiega, accetta di sottoporsi a «un trattamento inumano e degradante che lede i suoi più elementari diritti all’intimità, all’integrità fisica e morale, a essere trattata come persona libera e autonoma dotata della dignità propria a ogni essere umano». Tutto questo ha avuto luogo a Tabasco, località messicana in cui, secondo un’inchiesta di El País del 2017, c’erano «interi quartieri» in cui le donne facevano figli «per stranieri», finché il governo non ha imposto limitazioni all’affitto dell’utero.
I giudici non nascondono, inoltre, il sospetto che le donne che accettano questi contratti non si trovino in condizione di scegliere. «Non ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per farsi un’idea precisa della situazione economica e sociale di vulnerabilità in cui si trova una donna che accetta», dicono.
“Pure e semplici merci”
La maternità surrogata è proibita in Spagna. L’articolo 10 della legge sulle Tecniche di Riproduzione Assistita emanata nel 2006 non lascia molti margini di interpretazione: «Sarà considerato nullo a tutti gli effetti il contratto con il quale si pattuisca la gestazione, con o senza compenso, a carico di una donna che rinuncia alla filiazione materna a favore del contraente o di una terza parte», recita. Anche l’articolo secondo si pronuncia sulla filiazione dei bambini nati da affitto dell’utero: «Sarà determinata dal parto», precisa. E inoltre il padre biologico ha diritto di rivendicare la paternità.
Le famiglie che decidono di fare ricorso a questa tecnica attraverso un’agenzia o con un contratto di mediazione, pertanto, lo fanno in paesi dove è permesso e poi portano in Spagna i bambini, avviando una battaglia legale su filiazione e nazionalità. Alcuni bambini vengono registrati direttamente nei consolati. Quando il contenzioso legale arriva all’ultimo grado di giudizio con sentenza definitiva, i bambini coinvolti hanno in genere più di cinque anni e i giudici devono prendere una decisione. Lo spiega il Tribunal Supremo: «Il bambino nato all’estero frutto di una gestazione per altri, nonostante le norme e le convenzioni citate, entra in Spagna senza problemi e finisce per essere integrato in un dato nucleo familiare per un periodo prolungato».
Nel caso di questo bambino nato in Messico da un utero in affitto, i giudici negano l’iscrizione all’anagrafe ma raccomandano che sia apra un procedimento di adozione. «La strada per ottenere la determinazione della filiazione è quella dell’adozione», dice la sentenza.
Questa risoluzione della corte suprema mette in chiaro cosa pensano i giudici dell’utero in affitto. Donne e bambini sono trattati «come pure e semplici merci», scrivono. I contratti di questo tipo, inoltre, «ledono i diritti fondamentali sia della donna gestante, sia del bambino gestato, e pertanto sono manifestamente contrari al nostro ordine pubblico». Il desiderio di avere un figlio, sentenzia la corte, «per nobile che sia non può realizzarsi a spese dei diritti di altre persone. Un contratto di gestazione surrogata comporta lo sfruttamento di una donna e un danno al superiore interesse del minore».
Pubblicità e impunità
Non è l’unica rimostranza della corte suprema spagnola. I magistrati della sezione civile spiegano che, nonostante il divieto sia chiaro, l’impunità delle agenzie che traggono profitti dall’utero in affitto è un dato di fatto. Queste agenzie, denuncia la corte, «agiscono senza trovare nessuno sbarramento nel nostro paese e fanno pubblicità alla loro attività» nonostante la legge generale sulla pubblicità proibisca ogni forma di promozione «che attenti alla dignità della persona». Ci sono fiere in cui si pubblicizza in tête-à-tête l’utero in affitto e per giunta, ricorda la corte suprema, «si pubblicano frequentemente notizie su personaggi famosi che dichiarano che porteranno in Spagna un “figlio” frutto di maternità surrogata, senza che le autorità competenti per la protezione del minore adottino provvedimenti».
Perché secondo la corte suprema il presunto interesse del minore a essere iscritto all’anagrafe non coincide con l’insieme dei dritti del bambino, che restano inapplicati: non viene neppure comprovata l’idoneità dei committenti, recriminano i giudici. La magistratura, in questo caso, aggiunge un altro richiamo: si nega al bambino il diritto riconosciuto dalla legge del 2006 di conoscere le proprie origini, di sapere chi sono suo padre e sua madre biologici. Il Comitato di Bioetica spagnolo, organismo indipendente, considera un’incoerenza che esista una normativa così chiara ma che, al tempo stesso, «nella prassi non esista alcun ostacolo a riconoscere il frutto di una maternità surrogata commerciale in cui sono stati lesi i più elementari diritti della madre gestante e del bambino, purché questa abbia avuto luogo all’estero», ricorda la corte.
Secondo i magistrati l’interesse del minore non concede carta bianca in questo tipo di azioni legali. Nel 2014 i giudici, nella sentenza definitiva su un caso di utero in affitto, affermarono: «La protezione dei minori non si può ottenere accettando acriticamente le conseguenze del contratto di gestazione per altri». E formulavano un’ipotesi: accettare questa argomentazione metterebbe persone «di paesi sviluppati, in buone condizioni economiche» in condizione di procurarsi un bambino «proveniente da famiglie disfunzionali o da ambienti problematici di zone depauperate».
Non esistono dati ufficiali pubblici su quanti bambini registrati all’anagrafe in Spagna siano nati da utero in affitto. Testate come El País e ABC hanno ricavato delle cifre da risposte a interrogazioni parlamentari e consultazioni del portale della trasparenza: la Spagna ha accettato 948 iscrizioni in uffici consolari e rappresentanze diplomatiche tra il 2010 e il 2017 e altre 1.410 tra il 2017 e il 2020. Secondo questi dati, tra il 2010 e il 2016 la maggior parte di quei bambini venivano, tra gli altri paesi, da Stati Uniti (553), Ucraina (231), India (97) e Messico (51).
(El Diario, 5 aprile 2022, traduzione di Silvia Baratella)
Versione originale:
di Albertos Pozas
Il Tribunal Supremo ha pronunciato una sentenza in cui ribadisce che l’utero in affitto è proibito nel nostro paese e attacca con durezza le agenzie e i contratti che lucrano con questo tipo di affari: «I contratti di gestazione per altri violano i diritti fondamentali, sia della donna gestante sia del bambino gestato, e sono pertanto manifestamente contrari al nostro ordine pubblico», ricorda la corte suprema come ha già detto in altre sentenze precedenti. «Il desiderio di una persona di avere un figlio, per quanto nobile sia, non può realizzarsi a discapito di altre persone. Un contratto di gestazione surrogata comporta intrinsecamente uno sfruttamento della donna e un danno agli interessi superiori del minore», stabiliscono definitivamente i magistrati.
La sezione civile dell’alta corte ha studiato il caso di un bambino nato in Messico nel 2015 da gestazione per altri con materiale genetico di donatore sconosciuto. La donna di 46 anni, che non poteva avere figli, contrattò la nascita del figlio attraverso un’impresa di utero in affitto chiamata “México Subrogacy”, e una volta tornata in Spagna sia lei sia il resto della famiglia fecero richiesta al Registro Civile che lei fosse riconosciuta come sua madre. Il contratto che aveva firmato, tra altre cose obbligava la madre biologica del piccolo a non avere nessun tipo di relazione con il bambino, a rinunciare a tutti i suoi diritti di madre e ad accettare di «non essere la madre legale, naturale, giuridica o biologica del bambino».
Il Registro Civile negò l’iscrizione, un tribunale di Madrid confermò il rifiuto ma in seconda istanza la Audiencia di Madrid diede loro ragione. Un’ampia risoluzione firmata nel dicembre 2020 in cui i giudici optarono per avallare l’iscrizione nel Registro Civile del bambino come figlio della ricorrente. I giudici riconobbero che il contratto di utero in affitto è nullo ma che le conseguenze – la nascita del bambino – «si sono ormai prodotte» e la nascita del bambino «non viola l’Ordine Pubblico spagnolo». Il bambino vive con la ricorrente e con i suoi genitori. Lei, disse la Audiencia di Madrid, «ha un lavoro stabile e ben retribuito, soddisfa i bisogni educativi e di assistenza medica del minore» e pertanto il suo interesse reale «è preservare i legami ottenuti in quella unità e stabilità familiare che integrano e rafforzano il possesso di stato».
Il Pubblico ministero portò il caso alla suprema corte e ora la prima sezione ha annullato la sentenza con una risoluzione che colpisce con durezza questo tipo di agenzie e contratti di utero in affitto, benché offra un’uscita a questa famiglia: «La soddisfazione del superiore interesse del minore in questo caso porta a far sì che il riconoscimento del rapporto di filiazione con la madre committente si debba ottenere per via di adozione». Intende, pertanto, che la soluzione sia che la donna adotti il bambino nato in Messico nel 2015 per utero in affitto attraverso un’agenzia. Quello che aveva detto in un primo momento il tribunale 77 di Madrid.
A partire da lì cominciano le critiche che già furono espresse in anni precedenti in casi simili. «Il contratto di gestazione per sostituzione viola gravemente i diritti fondamentali riconosciuti dalla nostra Costituzione», tanto riguardo ai bambini quanto riguardo alle donne. «Sia la madre gestante sia il bambino da gestare sono trattati come meri oggetti, non come persone dotate della dignità propria della loro condizione di esseri umani e dei diritti fondamentali inerenti a tale dignità», critica la corte suprema. Perfino, secondo il contratto firmato «si attribuisce al committente la decisione se la madre gestante debba continuare o no a vivere in caso soffra di qualche malattia o lesione potenzialmente mortale».
Il “trattamento disumano”, i famosi e l’impunità delle agenzie
Nella maggior parte dei casi, inoltre, le donne che si sottomettono a questo tipo di contratti per avere un bebè per un’altra coppia provengono da ambienti sfavoriti, ricorda la corte suprema. «Non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per farsi un’idea precisa della situazione economica e sociale di vulnerabilità in cui si trova una donna che accetta di sottomettersi a tale trattamento disumano e degradante che viola i più elementari diritti all’intimità, all’integrità fisica e morale, a essere trattata come una persona libera e autonoma dotata della dignità propria di ogni essere umano», dicono i giudici. E dietro a tutto, aggiungono, ci sono agenzie che lucrano su questo affare che, denuncia la corte suprema, «agiscono senza nessun impedimento nel nostro paese, fanno pubblicità della loro attività».
Inoltre segnalano il fatto che celebrità e personalità pubblicizzano la nascita di bambini con questo sistema. «Spesso si pubblicano notizie su persone famose che annunciano che porteranno in Spagna un “figlio” frutto di una gestazione per altri, senza che le amministrazioni competenti riguardo alla protezione del minore adottino nessuna iniziativa per rendere effettiva tale protezione, nemmeno per verificare l’idoneità dei committenti», criticano i giudici. La conseguenza, denunciano, è l’impunità: «Il bambino nato all’estero frutto di una gestazione per sostituzione, nonostante le norme legali e convenzionali a cui si fa riferimento, entra senza problemi in Spagna e finisce per essere integrato in un determinato nucleo familiare per un lungo periodo».
I diritti del bambino che nasce con il sistema dell’utero in affitto si vedono violati, secondo la suprema corte: «Il futuro bambino, che viene privato del diritto a conoscere le sue origini, viene “cosificato” dato che è concepito come oggetto del contratto, che la gestante si obbliga a consegnare al committente», dicono i giudici. Tuttavia, aggiungono che «la realtà è più complessa» e per questo aprono la porta all’adozione. In ogni caso, conclude la corte suprema la sua sentenza, nei processi di gestazione surrogata donne e bambini sono trattati come «semplici merci e senza neppure verificare l’idoneità dei committenti a essere riconosciuti come titolari della potestà genitoriale del minore nato da questo tipo di gestazioni».
(El Diario, 5 aprile 2022. Traduzione italiana di Clara Jourdan)
di Giuseppe Culicchia
«L’orrore… l’orrore». Così Mistah Kurtz in Cuore di tenebra di Conrad, poi trasformato in colonnello Kurtz nell’Apocalypse Now di Coppola. La guerra è orrore, almeno su questo siamo tutti d’accordo. Eppure, la cultura occidentale non può prescindere dall’Iliade di Omero, poema epico nato da una guerra con le sue stragi, le sue vittime e i suoi eroi. Perché? Forse perché, come sosteneva Hemingway, la guerra fa venire alla luce il meglio e il peggio degli esseri umani? Ma come si racconta l’orrore di una guerra?
L’autore di Addio alle armi, volontario nel 1917 sul fronte del Carso e poi reporter chiamato a raccontare la guerra greco-turca, la guerra civile spagnola e la Seconda guerra mondiale, ne sapeva qualcosa. E non a caso le tre pagine di Vecchio al ponte, uno dei suoi Quarantanove racconti, restano talmente perfette da valere per tutte le guerre: potrebbero essere ambientate nell’Ucraina di oggi come in Siria o in Afghanistan, in Iraq o Jugoslavia.
Certo, Hemingway è Hemingway. Ma dalla sua non aveva soltanto il talento. Lui, e con lui gli altri inviati speciali sui vari fronti delle guerre novecentesche, non erano “embedded”, come usa ormai almeno dall’operazione Desert Storm. Non erano tenuti a seguire le indicazioni dell’esercito di turno. Si spingevano fino in prima linea a rischio della vita, come il povero Brent Renaud a Irpin, e raccontavano ciò che vedevano con i loro occhi in un’epoca in cui, prima di permettere ai giornalisti di fare il loro mestiere, il terreno non veniva ripulito dai cadaveri. Cosa che oggi è la norma. O meglio: era la norma. Il conflitto in Ucraina, infatti, ci ha riportati indietro nel tempo. Ora che a mietere vittime civili sono i russi, possiamo di nuovo vedere senza censure preventive l’orrore della guerra come al tempo del Vietnam, quando la foto del corpo bruciato dal napalm di Kim Phúc, la bambina di nove anni in fuga da un villaggio bombardato, si rivelò decisiva per mobilitare l’opinione pubblica Usa in senso pacifista. Come ricordiamo o dovremmo ricordare, non è stato così in occasione di altri conflitti più o meno recenti: lì dove a mietere vittime erano gli occidentali, a cominciare dal massacro di Falluja, le immagini che arrivavano fino a noi venivano ripulite, proprio come ripulito era il linguaggio usato per riportare ciò che stava accadendo al di fuori della civile Europa. In quelle guerre, raccontate magistralmente da Brian Turner in La mia vita è un paese straniero (lo scrittore americano vi partecipò come soldato), le vittime civili erano definite danni collaterali. Le bombe, intelligenti. I resistenti, terroristi. Le torture, tecniche avanzate d’interrogatorio.
Da parte mia, credo che uno dei problemi che ci pone l’orrore di questi giorni abbia a che vedere con il nostro modo di confrontarci con la guerra in generale, con questa guerra in particolare e per l’appunto con il nostro modo di raccontarla. Certe reazioni ricordano il cane di Pavlov. Una su tutte: il villain (“il cattivo”, n.d.r.) di turno, incarnato stavolta da Putin – e ci mancherebbe: fermo restando che si tratta di un Cattivo con cui fino a ieri si facevano affari – è l’ennesimo nuovo Hitler. Tocca a tutti, prima o poi. Tra i nuovi Hitler basti citare in ordine sparso Saddam Hussein, Osama Bin Laden, Kim Jong Un, Mahmud Ahmadinejad. Questi paragoni ci aiutano a comprendere epoche e realtà così diverse? Verrebbero fatti da chi di mestiere fa lo storico e dunque non usa la Storia tanto disinvoltamente? Il punto è che al netto della propaganda – che contraddistingue ogni guerra e che come sappiamo o dovremmo sapere viene ampiamente usata da entrambe le parti – la razionalità andrebbe privilegiata rispetto alle emozioni. Cosa certo non facile, di fronte alle immagini dell’orrore, ma necessaria: specie oggi che ci troviamo al cospetto di quella che potrebbe davvero essere l’ultima guerra. Non perché dopo l’Ucraina la nostra specie possa rinunciare a scannarsi, ma perché questa volta le armi di distruzione di massa (che malgrado non esistessero, vennero evocate e usate come pretesto per scatenare la seconda guerra del Golfo) sono ampiamente disponibili, visti i mostruosi arsenali nucleari di Russia e Nato. Ecco dunque profilarsi un tragico remake del Dottor Stranamore, quell’incubo nucleare che toglie il sonno a tanti. Un incubo che avevamo rimosso, forse irretiti dall’ottimistica previsione di Francis Fukuyama sulla presunta fine della Storia, e che ha portato molti ad abbracciare posizioni pacifiste. Ecco: per tornare al doppio standard di cui sopra, si pensi a come i pacifisti vengono portati a esempio se sono russi – il che è comprensibile, anzi doveroso, visto il trattamento che ricevono in patria – salvo essere sbeffeggiati o addirittura accusati di connivenza con il nemico a casa nostra.
E che dire della nonchalance con cui in genere si è sorvolato sul discorso presso il Consiglio Atlantico in cui, nel 1997, l’attuale presidente americano sosteneva che l’espansione della Nato avrebbe provocato una reazione da parte della Russia? Chiunque osi avventurarsi su questo terreno, di fatto portandosi sulle orme di quel Biden, viene immediatamente additato come filo-putiniano: se ci pensate, è come accusare di filo-hitlerismo tutti i libri di Storia in cui si spiega come la Seconda guerra mondiale sia figlia dell’umiliazione patita dalla Germania in seguito al trattato di Versailles. Certo, è più facile relegare Hitler e Putin nel girone dei pazzi. Ma non è mai una buona idea umiliare un grande Paese dopo averlo sconfitto, se si vuole evitare che la Storia dopo essere stata tragedia si ripeta nuovamente come tale, e non come farsa. Viene dunque in mente Cassandra, il fortunato romanzo scritto dalla berlinese Christa Wolf quando, prima della caduta del Muro, russi e americani schieravano in Europa i loro eserciti e le rispettive testate nucleari. Come nel poema omerico, la veggente implora Priamo, il padre accecato dal meccanismo inesorabile della guerra, di fermarsi. Vede profilarsi la rovina della sua città, ma non viene ascoltata. Lei sola invoca la pace, e dunque per forza di cose il negoziato con gli Achei invasori, perché sa che rinunciarvi – scegliendo di agire sulla scorta delle emozioni anziché della ragione – comporterà la completa distruzione di Troia.
Limitarsi a sperare che il mondo così come lo conosciamo non debba sparire tramutandosi nella waste land immaginata da Cormac McCarthy nel suo La strada non basta. Spiace dirlo, ma oggi più che mai è il momento di ascoltare Cassandra.
(La Stampa, 4 aprile 2022)
di Franca Fortunato
Dal giorno dell’invasione di Putin dell’Ucraina siamo sommerse/i 24 ore su 24 dalle immagini in Tv che ci raccontano “in diretta” il volto violento, distruttivo e disumano della guerra, il dramma di chi fugge e di chi resta. Un volto che siriani, afghani, iracheni, libici, palestinesi, curdi e i tanti delle tante guerre sparse per il mondo e dimenticate, conoscono sulla propria pelle, anche se a loro è stata ed è riservata, per usare un eufemismo, un’attenzione diversa. Uccidere un altro essere umano è il volto estremo della violenza patriarcale che in guerra ha bisogno di legittimarsi con parole roboanti – patria, democrazia, libertà, autodeterminazione, scontro di civiltà – che grondano di lacrime e sangue. C’è un volto di questa guerra che la Tv militarizzata non ci racconta, sono le storie di donne e uomini che non si lasciano trascinare dalla retorica della patria e del nemico da uccidere, dall’odio per l’invasore e che tra combattere e morire scelgono di vivere. Sono i disertori, i renitenti che si rifiutano di uccidere e si nascondono per sfuggire all’arruolamento forzato, sono le donne che nascondono l’“invasore” per salvarlo dai miliziani. Sono loro che oggi salvano russi e ucraini dall’odio di domani. «Perché i russi ci fanno questo? Siamo fratelli», si chiedeva incredula una donna anziana sotto i bombardamenti. Il re è nudo, tra russi e ucraini, come invece tra i due patriarchi Putin e Zelensky, non c’è odio anche se ci hanno provato abolendo per legge il russo, la lingua materna che lega familiari, parenti, amiche/i dentro e fuori l’Ucraina. Radislav, giovane soldato russo, mandato in guerra a sua insaputa, che in Ucraina andava «in vacanza, a trovare i parenti» e adesso Putin gli chiede di «ucciderli», viene nascosto in una fattoria da una coppia di agricoltori di mezza età. Per i miliziani è un invasore, per i russi un disertore, per la coppia un figlio. La contadina che l’ha accolto ha rassicurato sua madre. L’ha rincuorata e ha promesso che faranno in modo che nessuno gli faccia del male. Un’anziana contadina ha accolto un giovane soldato russo che si era perso dopo uno scontro a fuoco. Gli ha dato da mangiare e il cellulare perché chiamasse sua madre e le dicesse che era vivo. Yuri con la moglie e il figlioletto neonato e la madre ha provato ad attraversare il confine. Aveva ricavato nel sedile posteriore un box tra peluche e pannolini. Scoperto, i militari con le armi gli hanno intimato di uscire e l’hanno rimandato indietro. «Lo so che la nostra è legittima difesa […], ma io non prenderò il fucile. Io non voglio sparare a nessuno, non voglio uccidere, ma non voglio neanche morire». Ci sono padri che vivono nascosti nei casolari più remoti. Un ragazzo sposato da tre settimane tenta con la moglie, Alessia, di attraversare la frontiera, una poliziotta lo blocca: «Devi combattere per la patria». Tornano insieme indietro. Alessia lo implora di non unirsi alle milizie. «Non andrò a combattere, devo proteggere lei. L’Ucraina è la mia terra, Alessia è la mia patria». Una patria che è matria che non chiede alle sue figlie e figli di morire e di uccidere, non chiede sempre più armi per prolungare la guerra e le loro sofferenze, non vuole eroine ed eroi in armi, non chiede ai Paesi europei di armarsi sino ai denti, ma ripudia i nazionalisti e i patriarchi guerrafondai, anche quelli del “mondo libero”, cerca ad ogni costo la pace ed ascolta il dolore delle madri, si prende cura della terra e delle sue figlie e figli, non uccide la verità e non spegne la ragione. Una matria che ha il volto di un’umanità liberata dalla guerra e dalla paura dell’atomica.
(Il Quotidiano del Sud, 1° aprile 2022)
di Martina Pala
Nel 1984 usciva per La Tartaruga Le signore della scrittura, opera prima di Sandra Petrignani. L’autrice si sarebbe affermata da lì in poi, tra le altre cose, come esperta di écriture féminine italiana del ventesimo secolo, dedicando la sua vita e la sua carriera a gettare luce su scrittrici più o meno note. Una missione, la sua, di cui ha sentito l’urgenza in tempi che oggi considereremmo non sospetti. Eppure, già nel 1984, Sandra Petrignani denunciava non solo un canone letterario monotono, unidimensionale e poco accogliente, ma metteva in guardia editoria, lettori e lettrici del pericolo tangente di dimenticare le poche eccezioni che fino a quel momento ne avevano fatto parte. Per questo decide, appunto, nel 1984, di pubblicare una raccolta di interviste ad autrici allora ancora viventi, tutte più che settantenni, con lo scopo di imporre e fissare le loro voci sempre più sbiadite.
Il fatto che a quasi quarant’anni di distanza La Tartaruga abbia deciso di ripubblicare questo volume, ormai diventato introvabile, rallegra e allarma allo stesso tempo. Scoraggia, infatti, che autrici «molto amate dai lettori (ma forse dovrei dire dalle lettrici, soprattutto)» come quelle qui intervistate, che tanto profondamente hanno segnato le sorti del loro secolo e di quella letteratura, debbano oggi essere riscoperte nonostante gli avvertimenti di Petrignani. Che la strada da percorrere fosse lunga nel 1984 e che lo sia ancora oggi, tanto da rendere queste interviste ancora più attuali, a tratti demoralizza. Non Petrignani, però, che negli anni ha continuato la sua battaglia letteraria (e politica) e torna a regalarci un cult della saggistica troppo poco conosciuto, e insieme, soprattutto, il coraggio di continuare il processo di riscoperta di autrici ingiustamente dimenticate.
Il suo lavoro dialoga con naturalezza con il ventunesimo secolo, come testimoniano molti passaggi del paratesto. Spiegando come, nel 1984, non abbia dovuto applicare nessuna selezione nella scelta delle autrici da intervistare, tante poche erano quelle che avevano potuto farsi strada fino a lì, Petrignani si unisce alla voce di Ferrante che nel suo ultimo volume, I margini e il dettato (e/o Edizioni, 2022), afferma provocatoriamente che ancora oggi non possiamo permetterci di lasciare al vento neanche un verso, quando si parla di écriture féminine: ennesima riprova che l’urgenza di allora è quella di oggi, e che questa ristampa è necessaria.
La nuova edizione di Le signore della scrittura non torna identica a se stessa, ma porta aggiunte preziose. A chiusura del volume troviamo, ora, una sezione bibliografica delle autrici intervistate, che sono ormai tutte scomparse; ad arricchire la sezione di Anna Maria Ortese c’è una lettera di Laura Lepetit (fondatrice della Tartaruga); una sezione dedicata a Natalia Ginzburg, esclusa nel 1984 perché non ultrasettantenne, è stata aggiunta.
La ristampa de Le signore della scrittura impone un confronto fecondissimo non solo tra le scrittrici intervistate a distanza di quarant’anni – chi è stata dimenticata? Dove e come si collocano le loro narrative oggi? Quali pensieri sono o meno ancora attuali? – ma anche, più in generale, tra il contesto contemporaneo e quello novecentesco. Se da una parte è innegabile che l’accesso delle donne alla scena letteraria sia oggi più facile e che, anzi, il mercato e il pubblico concedano una nuova e incuriosita attenzione alle scrittrici, dall’altra si tratta di un’attenzione spesso momentanea, che stenta a tradursi nella creazione di un canone scolastico e letterario autenticamente più eterogeneo. Il dibattito sull’argomento è acceso, e ci si muove consapevoli dell’arma a doppio taglio che rappresenta basarsi sul concetto novecentesco della differenza sessuale: a rileggere le interviste di autrici come Ginzburg o Morante (che pure sono tra le poche affermatesi indelebilmente) si percepisce forte il timore di essere isolate in un canone di sole autrici. Eppure, quello della riscoperta e della rivalutazione che Petrignani aveva iniziato e continua, è un passaggio obbligato, credo, nella speranza di imporre un processo più naturale di non esclusione di voci degne e segnanti della letteratura italiana.
Un altro confronto che sorge spontaneo è quello tra Petrignani autrice di allora e Petrignani oggi. La lucidità e la combattività, la consapevolezza e la tenacia, che traspaiono nella prima introduzione, si ritrovano identiche anche in questa nuova premessa al volume (nel quale l’introduzione del 1984 rimane così come era). È evidente l’imbarazzo pacato di una donna che si guarda teneramente quarant’anni dopo, capace di scorgere con sguardo severo errori (l’esclusione di Ginzburg per una rigidità di criteri tutta giovanile, per esempio) e cose che ora «cambierebbe. Ma va bene così». Di certo la prosa di Petrignani di oggi è più fluida e meno acerba, senza l’esigenza di dimostrare una certa poeticità, ma l’effetto complessivo, grazie alla struttura e al messaggio chiari, era vincente nel 1984 e lo è nel 2022. L’impressione è che al posto delle autrici, ancora in vita, che si preoccupavano di come la loro età anziana sarebbe apparsa in foto, ora c’è Petrignani, settantenne, più clemente, però, con se stessa, delle sue scrittrici.
Ma chi sono queste scrittrici?
Il volume si apre con Anna Banti, che pur avendo segnato profondamente ogni ambito da lei esplorato e tutto il suo secolo, oggi rimane un’autrice di nicchia, di cui si trova senza troppe difficoltà solo il capolavoro Artemisia e che, se torna ad essere ricordata, lo è quasi sempre come moglie di Roberto Longhi. Petrignani non riesce a prescindere da questa figura ingombrante, ma restituisce il ritratto di una autrice caparbia, controcorrente, severa, che si riconosce come emarginata in quanto scrittrice, ma che odia la definizione di femminista.
Quella femminista è una questione che il libro non poteva e non può evitare, e diventa infatti un tema ricorrente nelle interviste. Petrignani stessa, guardandosi indietro, si definisce «trentenne e femminista». Definizione che alcune delle sue autrici fanno fatica a digerire, o che allontanano con decisione. L’autrice della raccolta, nel suo paratesto, spiega lucidamente che queste scrittrici non sono e non possono essere femministe perché appartenenti a un’età che non contempla questa parola, anzi «se ne infastidiscono». E oggi? La nostra età la contempla? Le motivazioni che spingevano autrici di questo calibro ad allontanarsi dalla possibilità di essere inquadrate come femministe sono le stesse che nutrono lo scetticismo ancora contemporaneo nei confronti di un movimento sentito spesso come troppo radicale.
Il rischio che le parole di queste autrici avallino questo stato delle cose non è però da dare per scontato: c’è, indubbiamente; ma rimangono figlie del loro tempo, e soprattutto rimangono lucide osservatrici della realtà circostante. Il rifiuto del femminismo ufficiale non le esenta dal denunciare con estrema consapevolezza lo stato delle cose in cui vivono, il senso di esclusione e di ingiustizia che ammettono di soffrire e subire. Banti si riconosce al massimo in un femminismo umanista, perché «le donne sono cattive verso le altre donne»; eppure definisce come «un po’ femminista» il suo romanzo Lavinia fuggita, e ammette la sua contraddittorietà, messa in luce dall’intervistatrice, quando riconosce di vivere in una società che la svantaggia perché a misura di uomo.
Anche Natalia Ginzburg – di cui, dopo il successo della biografia La corsara (Neri Pozza, 2018), Petrignani torna a parlare in una finta intervista ricostruita a partire da tre colloqui diversi avuti nel 1982, 1986 e 1989 – che in articoli vari non si è mai spesa a favore dei movimenti femministi ufficiali, e la cui scrittura è stata spesso osannata da critici e colleghi perché abbastanza maschile, si ritrova a ragionare sulle componenti maschili o femminili del suo stile, e ad offrire personagge che sintetizzavano in modo aspro e spietato la loro condizione sociale. Eppure, la conclusione è la stessa che per Banti: un moderato umanesimo, che includa sì uno sguardo sulla madre, ma anche sul figlio.
Come Ginzburg in vita ha spesso ribadito di non voler essere chiamata scrittrice, così fa Elsa Morante nella sua pseudo-intervista – finzionale, infatti, è anche questo colloquio dal momento che la scrittrice già allora non concedeva più dichiarazioni. Anche il caso della romanziera italiana per eccellenza è tanto contraddittorio quanto interessante, e Petrignani riesce e restituirne tutto il fascino. Che la si chiami scrittore! D’altra parte «poche sono le donne veramente intelligenti», ma solo perché «scimmiottano l’uomo», spregiando «le loro grandi qualità femminili». E prendendone le distanze non significa, però, per Morante stessa ‘spregiarle’? La sua narrativa ci risponde: Ida, Nunziatella, Aracoeli, Santina, Mariuccia, Elisa e i loro ritratti mai stereotipati, le loro voci represse ma acute, le genealogie di livelli autoriali tutti femminili che creano sono la prova che Morante, nonostante tutto e nella pratica, non spreca le sue «grandi qualità femminili», ammesso che ne esistano di maschili o femminili. Insomma, la questione spinosa del (anti)femminismo è un fil rouge interessantissimo che conferisce unitarietà alla raccolta, che non impedisce alle autrici, anche le più contrariate, di denunciare la loro condizione svantaggiata di scrittrici e di donne in generale, e che fa dialogare posizioni diversissime.
Dopo un esordio letterario, incensato da Montale tra gli altri, Laudomia Bonanni fu completamente dimenticata, e solo molto di recente è stata riscoperta grazie agli interventi editoriali di Cliquot (che ha ripubblicato Il bambino di pietra) e Textus (che sta per ripubblicare Il fosso e La rappresaglia). Già Petrignani denunciava nel 1984 come i suoi libri fossero introvabili, e ne restituisce il profilo irriverente. Nel suo epistolario sono ricorrenti le polemiche nei confronti di una critica che la ignorava ingiustamente – scrive a giornalisti e critici per lamentarsene e richiede indietro libri mandati loro e ignorati – ma soprattutto riconosce in questo atteggiamento «una levata di scudi contro le donne». Neanche Bonanni si è mai definita femminista, eppure nei suoi romanzi riesce a mettere in crisi l’istituzione borghese della famiglia, il ruolo preconfezionato e imposto di madre e moglie, e a ‘narrativizzare’ nevrosi esclusivamente femminili. E tutto questo è perfettamente sintetizzato nella sezione che Petrignani le dedica.
Meno scettica nei confronti del femminismo è sicuramente Alba de Céspedes, il cui capolavoro Dalla parte di lei è stato ristampato solo l’anno scorso da Mondadori, dopo decenni di silenzio scandaloso. Petrignani la ritrae nella sua forza proverbiale, piena delle sue consapevolezze politiche, meno restia delle altre a schierarsi e a definirsi. D’altra parte, ha iniziato a scrivere a sei anni «una poesia dedicata alle donne che lavorano e che soffrono»: un inizio profetico della sua narrativa successiva, dedicata alle amicizie femminili, così poco raccontate prima del recente successo ferrantiano, e all’importanza che questo tipo di alleanza privata può avere su un piano pubblico. Il dialogo amicale, pacato, ma che poneva su due piani diversi Ginzburg e de Céspedes quando nel 1948 parlarono su «Mercurio» del ‘vizio’ femminile di cadere in un «pozzo» di torpore e malinconia – portando solitudine per Ginzburg e solidarietà per de Céspedes – si ripresenta anche attraverso queste interviste, così efficaci nel ritrarre posizioni sì diverse, ma in dialogo costante.
Una consapevolezza altrettanto lucida, e che porta ad esiti simili a quelli di de Céspedes e alla sua interpretazione del ‘pozzo’, è anche quella che Petrignani riesce ad inquadrare nell’intervista a Livia De Stefani, che parla di «storia comune delle donne». De Stefani spiega come le sue velleità prima e il suo mestiere di scrittrice poi non siano mai stati presi sul serio, non poteva che essere un «capriccio» il suo. Forse per questo conveniva pretendere di essere considerate scrittori? Maria Bellonci, che nella sua intervista si spertica nel celebrare gli effetti terapeutici che la scrittura ha avuto nella sua vita e nella sua persona, è accostabile a queste ultime due autrici perché lei stessa, fondatrice insieme al marito del Premio Strega, non solo crea un salotto letterario di amici della domenica che ha modellato e dettato le tendenze letterarie e commerciali del ventesimo secolo italiano, ma per sua stessa ammissione ha dato vita a un «gineceo letterario» di cui tutte le autrici ricordate da Petrignani hanno fatto parte in un qualche momento della loro vita.
Petrignani eredita, in parte, questo onere di mettere insieme e in dialogo voci così diverse, ma che tanto condividono anche solo in quanto scrittrici. In dialogo, infatti, possono essere lette anche le interviste a Ginzburg e Lalla Romano: se alla prima non piace parlare di sé, la seconda rifugge l’autobiografia, di cui pure, puntualmente, le due sembrano non poter fare a meno, a patto di ibridizzarla. E di nuovo, Petrignani ci offre lo spunto per riflettere sulle modalità e sulle motivazioni dietro questa ritrosia nei confronti di un genere e un modo di scrivere affibbiati tradizionalmente alle donne, che per non vedersi emarginate finiscono per esprimere l’urgenza repressa di parlare di sé attraverso una frammentazione della loro soggettività in diversi personaggi e personagge. Il rischio di una etichetta che peserebbe e le emarginerebbe è sempre tenuto in considerazione con ansia e maestria. La stessa Romano racconta a Petrignani di come sia lei che Ginzburg (rispettivamente con La penombra e Lessico famigliare) furono «liquidate […] (anche da lettori fini e intelligenti quali Alberto Arbasino) come scrittrici di confessioni». Possiamo quindi biasimare la scelta di voler essere considerate scrittori?
Lo stesso senso di estraneità ed esclusione è reso dal titolo dell’intervista a Fausta Cialente, che si sente «straniera dappertutto». Il riferimento questa volta è ai suoi continui spostamenti in giro per l’Italia e per il mondo, ma anche la sua intervista denuncia un certo pregiudizio nei confronti di questa autrice (e delle autrici, in generale), che si è vista censurare Natalia per lesbismo. Sebbene sia poi riuscita a ristampare questo titolo, oggi anche lei, come altre sue colleghe qui celebrate, subisce oblio immeritato.
Tra i modelli letterari che le scrittrici intervistate citano non vi sono mai donne (quali poi, se loro stesse sono state estromesse dal canone?). Eppure, il dialogo costante tra le interviste avviene anche grazie al fatto che le autrici intervistate si citano in continuazione, come visto prima con Romano e Ginzburg, o come succede con Paola Masino e Anna Maria Ortese. La prima, nella sua spietata filippica contro la letteratura contemporanea italiana, cita la seconda come esempio di scrittrice che ha scelto «silenzio, povertà e oscurità», perché incapace di reggere il peso del dovere di creare legami e amicizie artistici e di come lei invece non possa farne a meno. Un dialogo oppositivo ma non unidirezionale se Anna Maria Ortese, nella terza intervista finzionale della raccolta (costruita a partire da uno scambio epistolare e che diventa un vero e proprio saggio filosofico) conferma inconsapevolmente quanto affermato da Masino quando denuncia il bisogno e la mancanza di «solitudine, silenzio e ombra». E anzi è impressionante l’esattezza dei termini che tornano quasi identici.
Ritratti così diversi, personalità così contraddittorie e antitetiche sono riuniti dalla maestria e dalle conoscenze di Petrignani in un’opera solo apparentemente frammentata, che cela un’omogeneità inaspettata, costruita su rimandi e domande ricorrenti. Perché se l’identità femminile stessa non può che essere fluida e frammentata in assenza di un modello universale che le includa e rappresenti, è condivisa però l’impressione che la condizione di «essere donna […] pesa ancora molto».
Sandra Petrignani, Le signore della scrittura (nuova edizione), Milano, La Tartaruga, 2022, pp. 144, € 17.
(labalenabianca.com, 1° aprile 2022)
di redazione Libreria delle donne
In questo video, per raccontare 50 anni di femminismo, Antonietta Lelario del Circolo Culturale La Merlettaia di Foggia si avvale di numerose fotografie che usa liberamente, come lei stessa dice, per mostrare alcune caratteristiche del movimento delle donne, un movimento internazionale. Le foto, di firme illustri, provengono dalla mostra Noi, utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani. Il titolo riprende una frase, diventata poi slogan, di Emma Baeri che nei primi anni ’90 indicava così la generazione di mezzo, quella che ha avuto la fortuna di arrivare seconda, quando alcune strade erano già state aperte, pronte da percorrere in libertà.
Le autrici della mostra di età e formazione eterogenea, variamente impegnate nelle associazioni e nei luoghi della politica delle donne, hanno ricostruito avvenimenti, lotte e conquiste, intrecciate ai desideri, alle nuove parole e alle scoperte del movimento; da Milano, la loro città, prese il via il grande cambiamento sociale e politico determinato dalla presa di coscienza femminile.
La mostra dal 2005 è stata esposta in numerose città non solo italiane dove ha creato occasioni di scambio e confronto di pensiero, saperi ed esperienze: in particolare nel 2016 e nel 2019 a Charkiv, città ora devastata, un gruppo di donne in relazione con Laura Minguzzi l’ha voluta in occasione dell’8 marzo.
Il video è stato realizzato in occasione del “Marzo delle Donne 2022” promosso da Auser e Coordinamento Donne Spi Cgil di Foggia, con collaborazione con Cgil, Spi Cgil e Anpi di Capitanata. Una produzione Ausercultura.
(Youtube, 31 marzo 2022)