di Nadia Somma*
Il 27 aprile 2022 sarà una data da ricordare. Da oggi, grazie alla Corte costituzionale, le madri potranno trasmettere il loro cognome ai figli e non si potrà più trasmettere loro automaticamente il cognome paterno, così sarà per i nati dentro e fuori dal matrimonio e per i figli adottivi. L’articolo 262 del Codice civile va definitivamente in soffitta, dismesso come un retaggio patriarcale anacronistico che vìola la Costituzione. Ieri sera alcune donne hanno aggiunto sui loro profili social i cognomi materni e anche sulle mie pagine ho pubblicato, accanto al cognome paterno, quello di mia madre che spero di aggiungere presto anche anagraficamente a quello di mio padre. Per aggiungerlo basta fare richiesta alla Prefettura, e se decenni fa era possibile farlo solo con motivazioni dettagliate e si dovevano attendere anni, col tempo la procedura è diventata più facile. Da oggi dovrebbe (spero) essere solo una formalità.
Per secoli le madri non hanno potuto trasmettere il proprio cognome ai figli e, se li partorivano fuori dal matrimonio o senza il riconoscimento di un padre, subivano l’ostracismo e lo stigma sociale. Tempo fa, lessi la drammatica testimonianza di una donna che, negli anni ’60, ebbe un figlio non riconosciuto dal padre: «Senza riconoscimento paterno, come madre, avevo partorito il nulla». Il patriarcato è stato un sistema di svilimento costante del materno (oltre a tutto il resto) che veniva esaltato solo come ruolo oblativo ad libitum, ma gerarchicamente sottomesso al ruolo paterno. Quanto al cognome materno, testimone della genealogia materna, era destinato all’oblio ed era un marchio di infamia. Dagli anni ’70 in poi, le lotte femministe per la conquista dei diritti delle donne, seppur tra ostacoli e battute d’arresto, hanno cambiato la società italiana. Lo stigma per figli non riconosciuti dal padre è diventato un lontano ricordo ma è rimasto in piedi, granitico, l’ultimo retaggio patriarcale: l’impossibilità per le madri di trasmettere solo il proprio cognome alla prole anche in caso di riconoscimento paterno. Espressione di un’asimmetria di potere che ha resistito pervicacemente.
Il parlamento italiano fino ad oggi ha temporeggiato: un disegno di legge per togliere di mezzo questa disparità langue da tempo in Commissione in Senato, mentre già si levano i mal di pancia nella solita destra (ma ci sono tanti patriarchi anche a sinistra). La strategia di procrastinare una legge “senza importanza” dovrebbe essere definitivamente fuori gioco. Deputati e senatori hanno a lungo giustificato il ritardo della sua approvazione con il solito benaltrismo mentre facevano di tutto per mettere all’angolo questa rivoluzione “priva di importanza”, tanto era di poco conto.
Tra i nostalgici del patriarcato che tramonta, Fabio Rampelli (FdI) – che parla di rivoluzione, ma si dice preoccupato per il caos e le ripercussioni che la trasmissione del cognome materno potrebbe avere nell’equilibrio di una coppia che potrebbe discutere in tribunale l’ordine di precedenza dei due cognomi – poi si è detto preoccupato per il possibile ingolfamento dei tribunali. Se Rampelli e i suoi colleghi temono l’accrescersi delle liti in tribunale, potrebbero votare una legge per la trasmissione del solo cognome materno. E pace sarà.
La Corte costituzionale ha quindi abbattuto un tabù e ha dichiarato illegittimo non consentire, a genitori che sono in accordo, la trasmissione del solo cognome materno, così come non è legittimo, in assenza di accordo, permettere solo la trasmissione del cognome paterno. Si tratta di leggi che contrastano con gli articoli 2, 3 e 117 della Costituzione perché sono «discriminatorie e lesive dell’identità del figlio». Da oggi i nati e le nate da donna potranno assumere il cognome di entrambi i genitori, l’ordine sarà deciso in comune accordo, salvo che non si voglia trasmettere solo uno dei due cognomi. In caso di mancanza di accordo deciderà un giudice.
Una battaglia durata decenni: nel 2006 la Corte costituzionale aveva scritto che la trasmissione del solo cognome paterno era «il retaggio di una convenzione patriarcale della famiglia e di una tramontata potestà maritale non più coerente con il valore di uguaglianza» sancito nella Costituzione, e aveva esortato il parlamento a cambiare la legge. Un invito caduto nel vuoto.
Nel 2014 la Corte Europea dei diritti umani aveva condannato l’Italia per non avere una legislazione che permettesse la trasmissione del solo cognome materno dopo il ricorso di una coppia milanese, Alessandra Susan e Luigi Fazio, a cui lo Stato italiano aveva impedito di registrare all’anagrafe la figlia nata il 26 aprile 1999, col cognome materno anziché con quello paterno. Nel 2021 la Corte costituzionale presieduta da Giancarlo Coraggio aveva sollevato la questione esaminando il caso di una coppia di Bolzano che voleva dare al neonato, nato fuori dal matrimonio, solo il cognome materno e aveva censurato l’art. 262 nella parte in cui prevedeva: «Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre».
Finalmente è stata detta la parola fine sulla storica e iniqua cancellazione della genealogia materna. In attesa di un passo in avanti ulteriore: si nasce da una donna, il primo cognome dovrebbe essere quello materno.
(*) del centro antiviolenza Demetra
(ilfattoquotidiano.it, 28 aprile 2022)
di Transnational Social Strike Platform
La politica transnazionale di pace vuole essere qualcosa di più della solidarietà internazionale. Essa ha la pretesa di costruire connessioni transnazionali che nel dire no alla guerra contestino anche gli effetti della guerra sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di donne e uomini, persone lgbtqi, lavoratori e lavoratrici, poveri, migranti e non, non solo in Ucraina e in Russia. Secondo te questa pretesa è realistica, oppure pensi che si debba privilegiare il posizionamento rispetto alla riconfigurazione del quadro geopolitico?
Non solo penso che sia una pretesa realistica, ma direi che senza questa prospettiva è il discorso geopolitico a diventare irrealistico. Salvo pensare che la politica sia solo politica di potenza, e che sia solo in mano alle grandi potenze, non è possibile posizionarsi sullo scacchiere internazionale senza tenere conto delle conseguenze sociali delle scelte geostrategiche. Questo è vero sempre e da sempre, ma è tanto più vero oggi che la dimensione statual-nazionale, su cui la razionalità geopolitica si basa, entra in contraddizione con le interconnessioni e le interdipendenze economiche e culturali che ridefiniscono la società globalizzata. Politicizzare queste interconnessioni, farne la base di partenza di pratiche politiche transnazionali e intersezionali, è l’unico modo realistico per ridare fiato a una politica che non resti intrappolata nella pura logica di potenza, ed è anche l’unico modo per rivelarne i limiti e non immaginarla più potente di quanto non sia.
Attenzione però a non illudersi che dalla politica di potenza si possa prescindere. Al contrario, la guerra in Ucraina ci ricorda che la dimensione geopolitica torna a essere decisiva per le sorti dell’umanità. Il problema dunque è come intrecciare le due prospettive, e non è un problema di facile soluzione dato che di per sé si presentano divaricate, come fossero l’una impermeabile all’altra. Basta pensare a come il racconto della guerra scotomizzi la dimensione della battaglia sul campo e dei negoziati da un lato, e quella delle vittime e dei profughi dall’altra. Ma bisogna provarci. Con una formula, si potrebbe dire che dobbiamo provare a intrecciare biopolitica e geopolitica, due paradigmi di per sé poco compatibili anche sul piano concettuale. Ma io preferisco dire che dobbiamo interrogare e ripensare la politica a partire dall’esperienza comune, singolare e collettiva.
L’Europa e gli USA stanno cercando di presentarsi come i campioni di un internazionalismo democratico contro l’avanzata dell’autoritarismo di Putin. Sembra cancellata la violenza del regime dei confini europeo e del capitalismo neoliberale che ha avuto effetti devastanti soprattutto nell’Europa centro-orientale. L’appello dei governi occidentali ai valori democratici lungi dall’indicare un impegno nell’allargamento di diritti sociali o civili, è funzionale all’irrigidimento dei fronti contrapposti di guerra. Una politica transnazionale di pace non può esaurirsi nella sola necessaria richiesta della fine delle ostilità né nel richiamo alla democrazia. Se sei d’accordo, come pensi possa articolarsi un discorso che tenga conto di queste contraddizioni dentro e oltre la guerra?
Dalla fine della Guerra fredda in poi la narrativa occidentale mainstream della guerra è sempre la stessa: si fa la guerra in nome della democrazia, sotto la bandiera della democrazia, in difesa della democrazia, la quale democrazia sarebbe sotto attacco dei dittatori, dei fondamentalisti, degli autocrati. Questa narrativa insieme autocelebrativa e vittimistica della democrazia nasce e cresce quando, dall’‘89 in poi, la democrazia vince, e mentre vince e vuole stravincere si deteriora, anche perché priva di quell’Altro, il socialismo reale, che con tutti i suoi misfatti la costringeva tuttavia ad autocorreggersi con lo stato sociale. A sostegno di questa narrativa viene periodicamente eretto il muro dello scontro di civiltà – ieri fra l’Occidente e l’Islam, oggi fra l’Occidente e le autocrazie orientali – che ripristina sul piano simbolico il bipolarismo perduto con il crollo del Muro di Berlino, come se l’Occidente e la democrazia occidentale non riuscissero a pensarsi se non in relazione a un Altro-Nemico, che quando non c’è va costruito a tavolino. Questa narrativa, infine, funziona come un gigantesco dispositivo di arruolamento ideale e culturale delle opinioni pubbliche occidentali, occultando gli interessi strategici reali in gioco, le reali motivazioni delle guerre, gli elementi di somiglianza e gemellarità fra i nemici che si combattano sul campo, e soprattutto le derive di de-democratizzazione interne alle società e ai sistemi politici occidentali. Sappiamo com’è andata durante la lunga war on terror, quando l’esportazione armata della democrazia ideale ha fatto il paio con l’adozione di politiche securitarie nelle democrazie reali. Con la guerra in Ucraina il paradosso si è fatto, se possibile, ancora più stridente. Facciamo la guerra contro l’autocrate russo glissando sui guasti radicali che il neoliberalismo, come forma di razionalità politica e non solo economica, ha apportato non solo alla grammatica dei diritti, ma anche alla struttura istituzionale e alla base antropologica delle democrazie occidentali. Attacchiamo giustamente Putin e ci dimentichiamo che solo due anni fa temevamo il collasso della democrazia americana per mano di Trump. E facciamo di paesi come l’Ucraina e la Polonia, non poco inquietanti quanto al tasso di nazionalismo e alla violazione dei diritti fondamentali, la nuova frontiera della democrazia europea. Perciò la bandiera della democrazia non è credibile se non è accompagnata da una autocritica delle democrazie, e dal rilancio del conflitto sociale e politico senza il quale le democrazie deperiscono. Questa autocritica della democrazia è secondo me un punto imprescindibile, non accessorio, della costruzione di una politica transnazionale di pace che sappia muoversi in un orizzonte politico, non solo sociale.
Dall’Ucraina sono arrivate voci critiche nei confronti di una parte della sinistra occidentale, che ha ignorato negli anni che cosa stesse succedendo a Est e ora legge la situazione nel quadro dell’antimperialismo antiamericano o di un europeismo democratico, con lenti e posizionamenti che non sono più adatti al presente. Che cosa questa guerra ci costringe a vedere e quali schemi e modelli ci costringe ad abbandonare?
Ho letto alcune di queste voci. In parte mi pare che riportino alla questione della democrazia: ci dicono fra l’altro che in Ucraina e in altri paesi dell’ex Est sovietico l’esigenza della democratizzazione è prioritaria, una soglia dalla quale non si torna indietro. Questo desiderio di democrazia va accolto e potenziato, ma va anche smitizzato, a differenza di quanto è stato fatto nel dopo-89. Per tornare alla risposta precedente, forse dovremmo infilare il sentiero stretto che passa fra che cosa c’è oggi di irrinunciabile e che cosa c’è di inaccettabile nelle democrazie in cui viviamo o in cui altri/e aspirano a vivere. Dall’altra parte, queste voci ucraine ci chiedono di non analizzare quello che sta accadendo in termini occidentocentrici, e hanno ragione. E’ vero che l’antiimperialismo americano non è più una lente sufficiente e congrua per la situazione attuale – del resto, personalmente non ne sono mai stata una sostenitrice entusiasta, e mi pare che già a inizio secolo l’ottica imperiale avesse sostituito quella imperialista nelle analisi di buona parte della sinistra radicale. Nel frattempo gli Stati uniti sono diventati un paese profondamente diviso al suo interno, che fa fatica a fare i conti con il suo (relativo) declino, nonché con una società stanca di guerra – tanto che ormai, dopo l’Afghanistan, possono fare solo guerre per procura, che non per questo, s’intende, sono meno pericolose, anzi. E altre vocazioni imperiali, o comunque espansionistiche, si sono consolidate, come quella cinese, o riaffacciate, come quella russa. Di quest’ultima, credo che non vada sottovalutata la pretesa ideologica, che ben traspare dai discorsi con cui Putin ha “motivato” l’aggressione all’Ucraina. Credo che abbiamo liquidato con troppa disinvoltura la critica dell’Occidente allestita dai vari Dugin, Surkov eccetera, tutt’altro che improvvisata. Vorrei aggiungere però un altro elemento. Le grandi crisi che abbiamo vissuto dall’inizio del secolo in poi – l’11 settembre e la successiva war on terror; la crisi economico-finanziaria del 2008-2011; la pandemia – mi sono sembrate tutte caratterizzate dalla stessa dinamica: in tutti e tre i casi si trattava di sfide globali alle quali si rispondeva, inadeguatamente, con risposte nazionali. In Ucraina sembra che il tempo stia andando a ritroso, e che ci troviamo di fronte a una guerra ottocentesca, o protonovecentesca, fra due nazionalismi. Ma è così, o a ben guardare dietro il sipario del nazionalismo c’è di nuovo una posta in gioco globale? Io credo di sì, perché penso che l’Ucraina sia solo il casus belli che Putin ha scelto per puntare a ridisegnare l’ordine globale. Perciò è di nuovo da pensare la contraddizione – sanguinosa – fra globale e nazionale. Ed è urgente ripensarla qui in Europa, perché è l’Unione Europea che rischia soprattutto ma non solo nei paesi ex-Est un rigurgito ingestibile di nazionalismi, comunque questa guerra vada a finire.
La guerra in Ucraina è una guerra patriarcale perché sta riaffermando con le bombe tutte le gerarchie che noi contestiamo. Gli uomini devono essere soldati e dimostrare combattendo di essere veri maschi patrioti. Le donne sono trattate come deboli e impotenti oggetti di protezione, e le centinaia di migliaia di migranti in fuga dall’Ucraina saranno molto probabilmente impiegate come forza lavoro svalorizzata nei settori essenziali o nel lavoro domestico. In che modo pensi che una politica transnazionale di pace possa contestare questo irrigidimento delle gerarchie sessuali che la guerra porta con sé?
La guerra irrigidisce sempre le gerarchie sessuali, e fa di peggio, autorizzando violenze macabre e gratuite come gli stupri etnici. Però attenzione, qualcosa è cambiato nelle ultime guerre e anche in questa. È vero che si consolida il mito del “vero uomo”, combattente e patriota. Ed è vero che la rappresentazione maggioritaria delle donne è schiacciata sulla figura della madre-profuga, vittimizzata finché scappa dalle bombe e usata come forza lavoro a basso costo appena varca i nostri confini. Tuttavia già da tempo questa rappresentazione binaria non è esaustiva. Durante la guerra in Iraq, ad esempio, le soldatesse americane che torturavano i prigionieri iracheni misero in scena una macabra inversione dei ruoli di genere e ci costrinsero a dismettere qualunque illusione di estraneità delle donne all’uso della violenza. Dall’Ucraina ci arrivano sì le immagini delle profughe, ma anche quelle di donne virilizzate e padrone della retorica bellicista. Dunque mi pare che la forbice da indagare e su cui fare leva sia piuttosto quella fra donne che fanno la differenza dai valori della virilità tradizionale – pensiamo all’appello pacifiste delle femministe russe – e donne che li fanno propri. Aggiungo che nel caso delle ucraine c’è un ulteriore elemento su cui fare leva: queste donne sono già da molti anni le vere ambasciatrici del loro paese, quelle che lo hanno portato, letteralmente, nelle nostre case. Certo il nostro rapporto con loro non è stato all’altezza della situazione, ma io non sono nemmeno d’accordo nel leggerlo solo come un rapporto di sfruttamento: è una relazione nella quale condividiamo spesso la cura delle persone a noi più care. La prima pratica da incentivare in una politica di pace transnazionale è la pratica di relazione e scambio con queste donne ucraine, con le donne russe, con le donne che si rifiutano – ne conosco parecchie – di definirsi solo russe o solo ucraine. E naturalmente, con gli uomini che disertano la logica e la pratica della guerra. Starei molto attenta però a non dedurre da questa guerra una diagnosi di buona salute del patriarcato. Al contrario, resto convinta che tanto rigurgito di violenza maschia abbia a che fare con la sua crisi, se non fine, e con un patto sociale che a tutte le latitudini stenta a ricomporsi dopo la decostruzione e l’esplosione dei ruoli sessuali e di genere. Il patriarcato non fa più ordine, né politico né sociale né simbolico, e per questo ricorre più di prima alla violenza, nella sfera privata e in quella pubblica, nel personale e nel politico.
C’è chi dice che questa guerra segna la fine della globalizzazione. Quali pensi saranno le trasformazioni di lungo termine di questa guerra che la politica transnazionale di pace si deve preparare ad affrontare?
Penso che questa domanda si riferisca al lato più propriamente economico della globalizzazione, e l’economia non è il mio forte. Non credo comunque alle tesi che circolano su una imminente de-globalizzazione: l’interdipendenza dei processi produttivi e delle reti della comunicazione e della logistica sono andati troppo avanti per innescare la retromarcia, e del resto gli stessi effetti della guerra e delle sanzioni contro la Russia saranno purtroppo globali, ancorché asimmetricamente distribuiti, a tutto svantaggio dell’Europa e soprattutto dei paesi africani e di alcuni paesi asiatici, che potrebbero essere colpiti da carestie e impoverimento. Ci sarà forse un’accelerazione di una riorganizzazione dei marcati su scala macroregionale, che era tuttavia già in atto sotto la regia della Cina. E svariati economisti prevedono la fine della centralità del dollaro, che potrebbe innescare un disordine monetario globale e certamente preoccupa gli Stati uniti più dell’espansionismo di Putin. Si annunciano anni di grande turbolenza, che saranno devastanti se non partirà un nuovo ciclo di lotte, questo sì transnazionale e globale.
La politica transnazionale di pace si deve muovere nel breve periodo, di fronte all’urgenza della guerra, ma deve anche riuscire a darsi una prospettiva autonoma, di più lungo periodo. Come pensi si possano combinare queste due dimensioni?
Capovolgerei i termini della questione: nel breve periodo penso che possiamo ottenere ben poco. È urgente mettere in piedi un forte e argomentato movimento pacifista, per contrastare la corsa dissennata al riarmo in cui si sta infilando l’Europa, e più in generale la gran voglia di guerra che trasuda dal dibattito pubblico mainstream. Ma temo che non riusciremo a incidere sull’andamento della guerra. Checché se ne pensi, a mio avviso – è una delle lezioni del femminismo – è invece il lungo periodo quello che più si addice alla tessitura di pratiche dal basso di trasformazione dell’ordine dato. Abbiamo avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui la pace era, perfino nel diritto, una precondizione della democrazia, ora che le democrazie europee si armano dobbiamo entrare nell’ordine di idee che si tratta invece di una costruzione, difficile quanto necessaria.
(Connessioniprecarie.org, 19 aprile 2022)
di Eugenio Alberti Schatz, Anna Golubovskaja
Sono andata in una delle cliniche di ostetricia più antiche della città, nella via Portofrankovskaja, e ho chiesto di poter fotografare le nascite. Maksim Golubenko, che in trent’anni deve aver fatto nascere qualcosa come diecimila bambini, mi ha ascoltato e ha detto di sì. Col consenso delle interessate avrei potuto fotografare i parti, i neonati e il personale medico. Come tutte le madri, avevo sempre visto il parto solo dal di dentro, ossia dal punto di vista del mio parto. Ho scoperto che tutti i bambini nascono assolutamente diversi. Con personalità diverse, sin dal primo istante. È un mistero a cui non riesco ad abituarmi. Vengono alla luce due gemelli, uno grida, e l’altro emette dei suoni riflessivi e si gratta la punta del naso, sembra totalmente consapevole di quello che sta facendo.
Continua a leggere su: https://www.doppiozero.com/materiali/qui-odessa-la-fabbrica-della-vita
(Doppiozero.it, 28 aprile 2022)
di Redazione sito
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera, sanzionata con la sospensione per tre giorni dal lavoro e dallo stipendio per aver condiviso, in linea con una sua storica battaglia, lo spirito di un’iniziativa in difesa della legge Merlin contro la prostituzione. La protesta era nata dopo la pubblicazione sulla rivista Sette, dell’articolo di Roberto Saviano a favore della legalizzazione della prostituzione.
In sostegno di Monica, la Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile ha lanciato una petizione* su change.org per chiedere che il Corriere della Sera revochi immediatamente la sanzione.
Condividiamo la petizione e invitiamo a firmare e diffondere.
La Redazione del sito Libreria delle donne
(www.libreriadelledonne.it, 27 aprile 2022)
di Luisa Cavaliere
È uscito di recente per la Liguori un libro (L’interrogazione del reale) che celebra il pensiero del filosofo Aldo Masullo a due anni dalla scomparsa. Curatrice appassionata del volume, Giovanna Borrello prima allieva e, poi figlia prediletta di un pensatore sapiente. Rigorosissimo. Capace di parlare anche all’inedito e, dell’inedito come è stato il pensiero femminista dalla fine degli anni ’70. Molti e tutti interessanti, i contributi di quella che ha avuto il tratto di una vera e propria scuola napoletana. Il libro collettaneo ha anche una nutrita parte documentaria (e un robusto indice).
Borrello ha evitato la trappola del tono elogiativo chiuso nella maglia dello specialismo e ha guidato i suoi colleghi seguendo il desiderio di raccontare il suo maestro (così audacemente lo definisce), nei suoi poliedrici tratti, e ha scelto di tratteggiare attraverso i differenti contributi il profilo di un pensatore capace di tenere salda la speculazione “classica” senza aver paura di confrontarsi, facendosene anche contagiare, con quelle e quelli che chiedevano alla filosofia di pensare il presente. Di trovare un filo che potesse essere tessuto anche con parole e percorsi speculativi eccentrici. Significativo il suo confronto con il pensiero delle donne. Un confronto mediato proprio da Borrello che di quella riflessione insieme ad Angela Putino e a Lucia Mastrodomenico è stata autorevole esponente. Ad essere messa in gioco e a sottendere il pensiero della differenza era la cruciale questione dell’alterità, sul campo emergeva una critica radicale al soggetto unico, compatto autore referenziale e narcisista della storia, e il definirsi di un altro soggetto portatore di una scomposizione delle radici stesse della soggettività così come era stata pensata e narrata fino a quel momento. Qui il pensiero e la speculazione filosofica conobbero affascinanti saldature con la politica e con il potere. Masullo (mi piacerebbe essere smentita) fu l’unico a comprendere quale fosse la posta in gioco e a offrire ipotesi speculative capaci di affrontare le questioni inedite. La contemporaneità andava a sintesi precarie e si misurava con il rigore. Qui i ricordi si intrecciano con l’oggettività e le restituiscono anche la ricchezza di questo interlocutore attento. Nel libro curato da Borrello forse questo aspetto è tenuto un po’ ai margini della celebrazione. Masullo colse quello che il pensiero femminista imponeva al dibattito politico e filosofico e non furono poche le occasioni che tentarono la saldatura fra il rigore speculativo e la ricerca di parole e di pratiche adeguate. Ricordo un dibattito a Caserta avvenuto nei primissimi anni ’80, organizzato dall’associazione “Lo specchio di Alice” sui temi della maternità e della sessualità – che Masullo concluse parlando di una inquietudine ontologica che lo invadeva quando affrontava i temi che il convegno casertano aveva messo all’ordine del giorno. Una espressione che faceva giustizia di qualunque arroganza e mostrava quante poche certezze desse nella ricerca della “verità” quel sapere. E ricordo la pazienza affettuosa che riservò alla mia domanda sul “rispecchiamento empatico” che tanto mi aveva colpito e l’aiuto decisivo che mi diede per preparare una intervista a Emanuele Severino (questo un “parmenideo cattolico”) che avevo scelto per uno speciale della rivista “Donne e politica” che il PCI pubblicava. Non so e non mi avventuro su sentieri impervi che richiederebbero conoscenze ben più profonde di quelle che ho, se Napoli sia stata capace di sentire la voce potente di Masullo. Non so se il valore politico della sua speculazione sia stato assunto dalla città come utile a riflettere su se stessa. So, e anche di questo bisogna essere grati a Giovanna Borrello e all’editrice, che ad ascoltare quella voce siamo state in tante e in tanti perché sentivamo, più o meno consapevolmente, che essa ci avrebbe aiutato a districarci tra le insidie del presente tenendo salda la memoria di un passato che da molti veniva considerato inutile e che Masullo tratteneva e trasmetteva nella sua inesauribile presa sul presente.
(Corriere del Mezzogiorno, 26 aprile 2022)
di Maria Novella De Luca
La Commissione sul femminicidio: «Nel 97% delle separazioni conflittuali ignorati i referti sui maltrattamenti»
Millecinquecento fascicoli esaminati, tre anni di lavoro, ottantanove pagine di relazione. Per testimoniare, sotto forma di numeri, quanto da tempo la cronaca racconta: quando in una separazione conflittuale le donne denunciano per violenza i propri partner, da vittime, spesso, diventano imputate, vengono accusate di essere “madri cattive” e rischiano di perdere la tutela dei figli. Un nome simbolo: Laura Massaro. Un dato emblematico: nel 97% dei casi esaminati, i giudici, nel decidere dell’affido dei bambini, hanno ignorato documenti, referti addirittura sentenze di uomini rinviati a giudizio per maltrattamenti.
È un documento da cui non si potrà più prescindere la relazione della Commissione d’Inchiesta sul femminicidio: «La vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti di affidamento e responsabilità genitoriale». Una descrizione implacabile di un segmento distorto della Giustizia civile e minorile, per cui accade che un bambino possa essere affidato a un padre condannato per violenza e tolto alla madre che quell’uomo aveva denunciato. Ecco alcuni passaggi chiave della relazione, in particolare sui tribunali ordinari.
Esaminati 1500 fascicoli
La Commissione ha analizzato circa 1460 fascicoli, di cui 569 provenienti dai tribunali ordinari per il trimestre marzo-maggio 2017 e 620 dei tribunali minorili relativi al mese di marzo 2017. A questi vanno aggiunti altri 45 fascicoli inviati direttamente da madri che hanno denunciato la sottrazione dei figli. Il lavoro del pool di magistrate, avvocate e consulenti ha evidenziato, sentenza dopo sentenza, come si arriva a casi clamorosi come quello di Laura Massaro che ha fondato il “Comitato madri unite contro la violenza istituzionale”, e da 10 anni lotta perché suo figlio non venga collocato in casa famiglia, su richiesta del padre, denunciato per violenza e con il quale il bambino non vuole avere rapporti. O alla tragedia di Ginevra Pantasilea Amerighi, il cui fascicolo fa parte dei 45 esaminati dalla commissione, a cui la figlia Arianna venne strappata dalle braccia dai servizi sociali quando aveva soltanto pochi mesi e affidata a un padre condannato per maltrattamenti.
Gli allarmi inascoltati
Nel 97,6% dei circa 600 casi di separazione giudiziale esaminati, i giudici dei tribunali ordinari non hanno tenuto conto né di referti e testimonianze di violenza domestica, presentati nell’86,9% dalle donne, né, ed è forse ancora più grave, di “carte” che denunciavano maltrattamenti su figli minori (18,7% dei casi). Non solo. I presidenti dei tribunali, si legge nella relazione, «pur a conoscenza di procedimenti penali pendenti o definiti, nel 95% dei casi non hanno ritenuto di acquisire gli atti». Dunque può succedere, anzi è successo e l’indagine svela finalmente quale è il meccanismo che porta a questa distorsione, che in una separazione un bambino possa essere affidato a un padre condannato per violenza e tolto ad una madre accudente e presente. Commenta Valeria Valente, presidente della Commissione: «Ciò che emerge dalla relazione è che donne e bambini vittime di violenza domestica possono subire ulteriore vittimizzazione in tribunale. Occorre maggiore formazione da parte di tutti gli operatori per riconoscere la violenza domestica e una più ampia correlazione tra cause civili per separazione e cause penali per maltrattamenti».
L’alienazione parentale
Ma come si arriva ai casi estremi esaminati dalla Commissione sul femminicidio del Senato? Nell’affido dei figli oggi il concetto dominante è la salvaguardia della bigenitorialità al di sopra di tutto, come prevede la legge 54 del 2006 sull’affido condiviso. Un concetto spesso portato all’estremo nelle separazioni conflittuali, dove accade che ai figli vengano imposti incontri con padri maltrattanti, rinviati a giudizio, in carcere. La motivazione (smentita però dalla Cassazione) è che, «un cattivo padre è meglio di nessun padre», nell’idea, si legge nella relazione, «che una educazione monosessuale» potrebbe incidere (negativamente) sul futuro dei figli.
Dunque i servizi sociali impongono incontri ai quali però in moltissimi casi i bambini non vogliono partecipare perché hanno visto quei padri picchiare o sono stati a loro volta abusati. Di questo rifiuto vengono colpevolizzate le madri, definite nelle relazioni dei “Ctu”, discussi consulenti tecnici di ufficio, nel 28% dei casi, madri alienanti, simbiotiche, manipolatrici, malevole, fragili. Inadatte allora a fare le madri, tanto da poter essere sollevate dalla responsabilità genitoriale, tanto da poter strappare loro i figli con la forza. Da ricordare una storia su tutte e il nome di un bambino: Federico Barakat. Fu ucciso a 8 anni a coltellate dal padre durante un incontro protetto nella sede della Asl di San Donato Milanese. La mamma, Antonella Penati, invano aveva avvertito i servizi sociali della pericolosità del suo ex. Era stata definita alienante e ipertutelante e al bambino erano stati imposti quegli incontri con un padre che si sarebbe trasformato in killer.
Il silenzio dei bambini
Uno dei dati di accusa più forti di tutta la relazione riguarda il diritto negato dei bambini, e degli adolescenti, a far sentire la propria voce nelle sentenze di affido che li riguardano. Soltanto nel 30,8% dei fascicoli esaminati i minori vengono ascoltati, ma soprattutto soltanto il 7,8% viene ascoltato direttamente dal giudice. Questo fondamentale e delicatissimo momento viene nell’85,4% dei casi delegato ai servizi sociali. Anzi, la voce dei bambini non viene nemmeno registrata durante l’incontro, al giudice dunque – ed è gravissimo – il pensiero dei minori non arriva mai nella sua autenticità.
(la Repubblica, 25 aprile 2022)
di Luciana Castellina
Se ricordo bene, le variopinte bandiere della pace, inventate da un movimento molto più giovane della Resistenza, si sono sempre mischiate nelle manifestazioni a quelle rosse dei partiti cui gli iscritti all’Anpi hanno sempre fatto riferimento. E, portati dai sindaci di tante città, ai gagliardetti blu con le medaglie ricevute dai loro comuni per la partecipazione a quella lotta.
Quest’anno l’intreccio avrà un significato particolare perché stiamo vivendo un’altra drammatica esperienza che ha rinsaldato il legame fra associazioni pacifiste e associazioni partigiane. Nella comune convinzione che la guerra è sempre il sanguinoso sbocco di una pace fallita, un bagno di sangue che produce e sollecita altri orrori.
Perché la guerra è sempre brutta, finisce per indurre anche i giusti a compiere i gesti più ingiusti: la nostra parte, giusta per l’appunto, non ha forse finito per gettare la bomba atomica su Hiroshima o ammazzare migliaia e migliaia di abitanti di Dresda con bombardamenti che non smossero più di tanto i nostri cuori? Perché eravamo in guerra.
Non è un caso che quando in Europa si combatté, negli anni ’50, la prima battaglia di massa per la pace – in favore dell’appello ai 4 grandi possessori della bomba atomica perché si impegnassero a non usarla – quel movimento prese il nome di “Partigiani della pace”. E Picasso disegnò il suo simbolo, una bellissima colomba, a testimoniare quanto orrore per la guerra provava chi l’aveva combattuta e chi invece l’aveva conosciuta attraverso i racconti.
È stato, questo “ripudio della guerra”, come dice con un termine molto forte la nostra Costituzione, in contraddizione con il sacrosanto diritto dei popoli a difendersi dall’aggressore? O, peggio, una manifestazione di codardia, un tradimento morale di chi invece, come i partigiani nel ’43, le armi le ha impugnate? O non è piuttosto l’ammonimento a combattere contro tutte le aggressioni senza ricorrere alle armi, tanto più quando con ogni evidenza non riuscirebbero in alcun modo a porre fine allo scontro e rischierebbero anzi di innescare un tremendo conflitto mondiale? Le incredibili accuse di tradimento mosse all’Anpi, che oggi dice «No» all’invio di armi all’Ucraina, sarebbero un’offesa ai partigiani che hanno invece usufruito di quelle che furono loro fornite nel ’43?
Come non fosse evidente che quella guerra mondiale era allora esplosa già da quattro anni, che chi li aiutava era in campo dietro alla stessa trincea e il comune nemico era ormai quasi sconfitto. La Resistenza impedì che i ragazzi italiani fossero arruolati di forza nelle milizie fasciste e li fece invece diventare combattenti per accelerare la fine ormai visibile della guerra. La differenza non è da poco; allora le armi aiutarono ad accelerare la fine della guerra, oggi sono lo strumento che finirebbe inevitabilmente per farla divampare ovunque.
La “silenziosa seduzione” – come l’ha recentemente definita un editoriale dell’Avvenire – per indurci tutti a pensare che con le armi nelle mani dei ragazzi ucraini si potrebbe sconfiggere la Russia, e ove questo risultasse impossibile, che giusto sarebbe a quel punto il coinvolgimento attraverso la Nato di tutto l’Occidente – serve ad abituarci all’idea che la violenza è un’arma indispensabile. A far sfuggire ogni realistica consapevolezza che, anche solo per un gesto imprevedibile di qualcuno sul campo, sparasse energia nucleare da una delle armi tattiche, così immergendo il mondo in una guerra mai vista. Ignorare questo scenario è il micidiale imbroglio perpetrato ai danni dell’Ucraina e dell’umanità.
Perché Zelenski non ci dice – lui e i suoi tanti potenti alleati – come pensano di porre fine al massacro del suo popolo?
«La priorità – ha detto il cancelliere tedesco Scholz – è impedire che la Nato vada a un confronto militare con la Russia». Finalmente uno che ragiona (la sua intervista allo Spiegel è stata quasi ignorata). Persino il suo vice “verde” lo attacca per questo.
E allora cosa bisognerebbe fare? Noi “ingenui irrealisti pacifisti” suggeriamo ai nostri governanti “realisti” di smettere di credersi a cavallo, in una battaglia risorgimentale per la patria, di capire che la guerra è oggi altra cosa, È più brutta. E più inutile. Serve, per difficile che sia, ricercare un dialogo, a tutti i costi, e dunque non dichiararsi felici perché la Nato è oggi più compatta: perché non servono i patti fra amici ma quelli coi nemici, come recitava lo slogan del movimento pacifista negli anni ’80.
E serve – se vogliono essere realisti – proporre un disegno del mondo che ponga fine all’arrogante pretesa dell’Occidente di poter fare tutto quanto proibiscono agli altri di fare (e si tratta di moltissime cose). Se il mondo fosse più giusto sarebbe più facile vincere una guerra contro l’orrenda aggressione russa all’Ucraina e trovare il sostegno del popolo russo nella campagna contro Putin. Serve meno, per liberarsene, minacciare di chiedere al tribunale dell’Aja di impiccarlo, anche se ne saremmo tutti felici.
Nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti, papa Francesco ci ha ricordato di quando, nel pieno della guerra chiamata Crociate, ottocento anni fa, il santo di cui ha assunto il nome, ha preso il suo bastone e ha traversato tutti i Balcani per andare a incontrare il Sultano. Il nemico. Oggi i viaggi sono più facili, e si potrebbe fare di più.
Intanto tutti, Anpi, pacifisti, gli uomini e le donne di buona volontà, ognuno con la sua bandiera, alla marcia di Perugia e alle celebrazioni del 25 aprile. Stia tranquillo Provenzano, che mi dispiace assai, perché lo stimo, si sia unito al coro accusando l’Anpi e tutti noi di essere “equidistanti” fra Russia e Ucraina. La sola cosa sulla quale non siamo equidistanti, ma decisamente contro, è la Nato.
E l’Europa starebbe meglio se non ci fossero più basi militari dall’Atlantico agli Urali. Come avremmo potuto fare quando un bel pezzo di sinistra europea, socialdemocratica ma anche Berlinguer in Italia, chiesero di rendere politica concreta quello slogan. E ci fu chi non lo permise.
(il manifesto, 24 aprile 2022)
di Marinella Salvi
Nel luglio del ’44 la lotta antifascista liberò una vasta zona prealpina ed elesse un’amministrazione democratica. Tre mesi dopo però i nazifascisti rioccuparono il territorio e lo diedero ai cosacchi Ogni paese eleggeva il suo sindaco, la vita riprendeva e votavano tutti i capifamiglia, anche le donne se ricoprivano quel ruolo. La Carnia era libera, dopo un inverno duro e freddo e gli attacchi partigiani alle linee ferroviarie, ai ponti, alle colonne di blindati, dopo i rastrellamenti, gli scontri in montagna e nei boschi. Tedeschi e fascisti si erano ritirati, solo un comando presidiato a Tolmezzo. Nel luglio del 1944 una vasta zona prealpina era saldamente in mani partigiane: 90.000 persone, quaranta paesi nelle valli del Cellina e del Meduna, in Val Tramontina, la Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli si estendeva per 2.580 kmq, la prima e la più grande Repubblica partigiana d’Italia.
Era sembrato il momento di rimodulare la lotta antifascista: le zone libere avrebbero significato riabilitare l’Italia agli occhi del mondo e un banco di prova per quella che sarebbe stata la nuova classe dirigente. Ad Ampezzo, il Governo del territorio liberato organizzò i propri Ispettorati con precisi obiettivi: separazione tra potere politico e militare, libere elezioni comunali per capifamiglia, calmiere sui prezzi dei generi alimentari di prima necessità, riforma scolastica, costituzione di un Tribunale del Popolo, abolizione della pena di morte, gratuità dell’amministrazione della giustizia, riforma fiscale patrimoniale, difesa del patrimonio boschivo, costituzione di un corpo di polizia. Era, in nuce, la nuova Costituzione.
Fu un periodo di entusiasmo caratterizzato dalla fame: per ordine dei tedeschi non arrivavano più né stipendi né pensioni, inesistenti i generi tesserati, in una zona montana abituata a rifornirsi in pianura scambiando il legname. Fu soprattutto l’abnegazione delle donne a mitigare la situazione: attraverso i Gruppi di difesa della Donna, costruirono una rete efficacie con l’intendenza partigiana di pianura, viaggiarono di notte per approvvigionarsi tra posti di blocco, controlli, lasciapassare, dopo che le Giunte comunali avevano stabilito la quantità di grano spettante ad ogni famiglia.
Ma in autunno nuovo sangue e terrore: in ottobre i tedeschi, appoggiati da battaglioni fascisti, diedero il via all’operazione Waldläufer. Decine di migliaia di uomini penetrarono nella zona libera e poco poté la strenua resistenza di 31 battaglioni partigiani, 6.000 uomini armati solo di armi leggere. L’intera Brigata Carnia rimase bloccata e solo con una marcia forzata di tre giorni riuscì a sganciarsi e a frazionarsi in reparti più piccoli ma parecchi partigiani tornarono a casa: la neve, il gelo, la fame, il nemico incombente, sembravano invincibili. Alla fine di dicembre ’44 la Zona Libera della Carnia e dell’Alto Friuli cessò definitivamente di esistere ma la lotta partigiana, ricostruite le sue file, continuò fino alla luminosa primavera del 1945.
Con i tedeschi arrivarono in Carnia su treni blindati anche 5.000 cosacchi. Quando era arrivata l’ora della disfatta delle truppe dell’Asse in Russia, con le truppe tedesche in ritirata anche migliaia di cosacchi risalirono i Balcani dietro il miraggio di una terra promessa perché era stata garantita loro proprio la Carnia come nuova terra, il Kosakenland. Al seguito delle truppe organizzate, arrivarono cosacchi da ogni dove: vecchi, donne, bambini, mucche, pecore, dromedari, si parla di 60.000 cosacchi stabilitisi in Carnia alla fine del ’44. Alcuni paesi furono fatti evacuare, con la povera gente costretta ad attraversare il Tagliamento sotto una pioggia torrenziale e solo i pochi beni che erano riusciti a prendere. I cosacchi, con tutti i loro averi sui carri, erano arrivati stanchi e affamati e si buttarono a razziare gli orti e a occupare le case. Cominciò così uno strano periodo di saccheggi e violenze di ogni tipo ma, nella forzata convivenza, si può anche dire che non ci fu mai vero odio tra carnici e cosacchi: quella situazione paradossale accomunava gente sfinita, ognuno con la sua speranza di riscatto, ognuno con la voglia di vivere in pace. Ma erano comunque nemici e in quel tempo voleva dire uccidere e morire.
Vinsero i partigiani alla fine ma tedeschi e cosacchi in ritirata si lasciarono dietro l’ennesima scia di sangue e di paesi bruciati. I cosacchi, a migliaia, si incolonnarono nelle valli del Tagliamento e del But verso la Carinzia. Oltre il passo di Monte Croce arrivarono in Austria e furono fatti prigionieri dagli inglesi nella vallata vicino a Lienz dove ancora esiste una cappella con intorno qualche sepoltura. I cosacchi avevano un unico terrore: essere rimpatriati in Unione Sovietica dove certo li aspettava una vendetta implacabile. Ma avvenne proprio questo. Consegnati ai sovietici, almeno duemila tra uomini donne e bambini, pur di scampare alla deportazione, si suicidarono buttandosi nelle acque gelide della Drava.
(il manifesto, 24 aprile 2022)
di Lucetta Scaraffia
È bastato che i partiti di destra depositassero un progetto di legge, in realtà piuttosto infelice – come può l’Italia da sola definire crimine internazionale l’affitto dell’utero? – che subito scattasse una polemica fondata sulla logica mutilante della polarizzazione, per cui dentro ognuno dei due schieramenti è ammesso solo il più rigido allineamento.
Non è facile avanzare critiche libere e non ideologiche sulla pratica dell’utero in affitto. Come succede del resto per tutte le altre circostanze odierne in cui viene prospettato un allargamento dei diritti individuali, un’operazione ritenuta da molti positiva sempre e in ogni caso anche se applicata a diritti come il “diritto a un figlio”: diritti sulla cui vera esistenza come tali è lecito nutrire dubbi fondatissimi. Infatti chi in queste situazioni si dichiara contrario e osa sollevare delle critiche viene subito stigmatizzato come un ottuso conservatore, per giunta “cattivo”, animato da scarsa comprensione per il prossimo. Sicché la complessità morale alla quale egli vorrebbe dare voce, che è nelle cose, finisce per essere derisa e vilipesa da una certezza morale dai toni arroganti nella quale i fatti sono sostituiti dai sentimenti. Il dolore di una donna che non può avere figli, la speranza di un’altra che affittando l’utero può aiutare la famiglia: questi sono i sentimenti “buoni” che dovrebbero cancellare dei fatti che buoni invece non sono.
Bisogna cominciare con il dire che il rapporto fra le due mamme (quella che prende in affitto e quella che affitta) – se si possono chiamare così – non è mai diretto. È mediato da agenzie internazionali che forniscono assistenza medica e legale, ovviamente sempre orientata a favore di chi le paga, cioè il committente. Agenzie costose, per cui in generale alla madre surrogata arriva ben poco della cifra spesa dai committenti. Il rapporto presentato al Parlamento europeo nel 2016 da Petra de Sutter denuncia molti degli aspetti coercitivi del contratto di surrogazione: tanto è vero che chiede regole più severe nonché un sostegno psicologico per le madri surrogate. Possiamo allora domandarci: come mai tutto questo sarebbe necessario, se si tratta di libera scelta?
Bisogna poi aver presente che per le donne che affittano il proprio utero questa pratica è dannosa, in primo luogo fisicamente. Infatti, anche se la loro “prestazione d’opera” viene sempre presentata come un percorso naturale, non è per nulla così. Dal punto di vista medico infatti non solo il prelievo di ovuli – qualora esso avvenga dalla madre surrogata – ma anche il trasferimento nel suo utero di un embrione altrui richiede cure costanti. La futura madre deve dunque sottoporsi a cure ormonali molto pesanti già settimane prima del trasferimento, cure che continueranno per mesi al fine di evitare aborti spontanei.
Abbiamo idea di cosa significa? Tutta l’operazione è nel complesso molto difficile e presenta un tasso di riuscita bassissimo, che non supera il venti per cento. Spesso va ripetuta più volte. Quanti sanno che queste donne arrivano a essere sottoposte anche a dieci iniezioni al giorno? Quanti sanno che la stimolazione ovarica e quella ormonale possono essere causa di tumori? Se poi si dà il caso che attecchisca un numero di embrioni superiore a quello desiderato, allora la madre surrogata dovrà necessariamente essere sottoposta ad aborto selettivo. Infatti, per contratto essa è priva di ogni potere nei confronti di ciò che sta dentro di lei: e dunque se per caso cambiasse idea, e volesse rinunciare alla gravidanza, non potrebbe. L’accordo contrattuale infatti anticipa la proprietà del feto ai committenti anche prima della nascita.
Tuttavia, anche se queste donne fossero libere di decidere, anche se avessero deciso davvero nella più completa libertà di vendere l’utero per un proprio progetto, rimarrebbe sempre una grande, inquietante domanda intorno a questa situazione: qual è il travaglio emotivo, il turbamento, di queste donne mentre sentono crescere dentro di sé una vita con la quale dovranno rescindere immediatamente ogni legame? Non a caso si cerca di controllare questo effetto scegliendo sempre donne che hanno già avuto figli, e questo già rivela la consapevolezza che l’abbandono di una creatura tenuta un grembo per nove mesi non è per nulla facile.
La gravidanza è un processo complesso. Se da una parte l’epigenetica ci ha reso consapevoli che lo scambio genetico non finisce con il momento del concepimento, ma continua nell’utero, durante i mesi della gravidanza, la psicologia e l’osservazione pediatrica hanno approfondito i vari modi in cui, già durante la gravidanza, il rapporto fra madre e figlio è fonte di impressioni indelebili e importanti. Il corpo delle donne non è come un forno in cui si mette a cuocere una torta.
Il distacco dalla madre che porta nel suo ventre il bambino è un trauma, sempre. La cosa che a me pare terribile è che mentre per i casi dei bambini dati in adozione si riconosce senza problemi il trauma che per essi ha rappresentato l’abbandono da parte della madre naturale, e si riconosce senza problemi che anche per la madre costretta ad abbandonarlo si tratti di una scelta dolorosissima, nel caso dell’utero in affitto viceversa ciò non si vuole vedere, anzi si nega che si tratti di un trauma in questo caso addirittura programmato. Di un trauma prodotto appositamente per rendere “felici” due adulti egoisti, che, non volendo adottare un bambino abbandonato, ne vogliono uno che abbia i loro geni, che porti il loro indelebile marchio di fabbrica. In questi casi, cara Michela Marzano, si tratta come vedi precisamente della ricerca a tutti i costi di un legame biologico, anche se tu scrivi che «la genitorialità vera ha ben poco a che vedere con il Dna o con il sangue».
Come se la misura del nostro comportamento, delle nostre scelte, dovesse essere solo l’intensità del desiderio, e tutte le altre pur necessarie componenti di ogni scelta che voglia essere d’amore – cioè il senso di responsabilità, l’attenzione al bene dell’altro prima che al bene proprio, la rinuncia e il sacrificio – non contassero nulla.
Ma è bene che si sappia quanto invece passa spesso sotto silenzio: la condanna della pratica dell’utero in affitto non viene solo da vecchie conservatrici bigotte, viene da gran parte del femminismo di tutto il mondo. Da una moltitudine di donne, madri e non, che non hanno dimenticato, non possono dimenticare, cosa sia il dolore, né cosa voglia dire l’amore.
(La Stampa, 24 aprile 2022)
La giornalista del “Corriere della sera” Monica Ricci Sargentini è stata sospesa per tre giorni (lavoro e stipendio). Il motivo? Aveva approvato un’iniziativa di protesta contro il giornale, in difesa della legge Merlin – tutto nasce da un articolo di Roberto Saviano sulla regolarizzazione del “sex work”, pubblicato il 25 marzo su “Sette” (inserto diretto da una donna, Barbara Stefanelli). L’opinione dello “sgomorrato” viene contestata da alcune associazioni femministe e la giornalista ne dà notizia a una conoscente. A quel punto…
La giornalista del Corriere della Sera Monica Ricci Sargentini è stata sospesa per tre giorni – lavoro e stipendio – dalla direzione e dall’azienda per avere approvato un’iniziativa di protesta contro il giornale, in difesa della legge Merlin che regola la prostituzione.
L’allegato Sette del Corriere – diretto peraltro da una donna, Barbara Stefanelli – aveva pubblicato un’opinione di Roberto Saviano in favore del riconoscimento e della regolamentazione del “sex work”. L’opinione era stata contestata da alcune associazioni femministe con un mail-bombing a cui hanno partecipato centinaia di donne.
Qui il testo delle mail inviate a Barbara Stefanelli e Luciano Fontana:
«Mi chiedo come un giornale di tale diffusione e importanza in Italia possa difendere un’informazione tanto parziale, superficiale e dannosa. Da dove arriva tanta misoginia al Corriere della Sera e a chi lo dirige?
L’articolo di Saviano che avete ospitato nelle vostre pagine è scandaloso per contenuto e per superficialità e ritengo la testata responsabile di diffondere cultura da carta straccia, solo per conformismo ammantato di radicalità rivoluzionaria. Come si può paragonare la legalizzazione della marijuana alla legalizzazione della prostituzione. Ma sì, certo, siamo carta igienica noi donne in fondo.
Scrive Saviano: “[…] perché criminalizzare un fenomeno non lo elimina, regolamentarlo, invece, tutela chi vi è coinvolto”.
Ma Saviano, non sa che la prostituzione è quasi solo tratta e la regolarizzazione è una manna per papponi e mafiosi? Non conosce il modello abolizionista, già in vigore in molti Paesi civili? Non sa che quello che lui chiamare “lavoro” è inaccettabile tragedia (per le donne coinvolte ovvio)? Perché riconosce agli uomini il diritto di stuprare a pagamento? Perché non studia e non riflette sull’umanità disgraziata che non è solo quella di Gomorra prima di parlare? Da dove gli/vi viene tanta misoginia?».
Ricci Sargentini non partecipa direttamente all’iniziativa di protesta, ma condividendone i contenuti ne dà privatamente notizia a una conoscente.
Venuta casualmente a saperlo, la direzione dell’azienda su sollecitazione del direttore Fontana invia alla giornalista una formale lettera di richiamo, contestandole l’intento di avere voluto danneggiare l’immagine del giornale nonché di aver inteso creare problemi al sistema informatico, intasato dalle mail di protesta.
Ricci Sargentini si rivolge a un legale che replica al richiamo, iniziativa in seguito alla quale le viene comminata la sospensione di 3 giorni.
Dunque il primo giornale italiano contesta a una propria giornalista il diritto di manifestare la propria opinione, peraltro in difesa di una legge dello Stato – la l. 75/1958, nota come legge Merlin, la cui costituzionalità è stata recentemente ribadita dall’Alta Corte – ritenendola responsabile della legittima, spontanea e partecipatissima iniziativa di centinaia di donne e femministe.
Un fatto senza precedenti.
(Dagospia, 24 aprile 2022)
di Giovanni Pellizzari
L’altro ieri ero all’ufficio postale, in attesa del turno. Entra appoggiata al suo carrello una signora di più anziana di me: deve far scattare il riconoscimento automatico del green pass per ottenere il biglietto col numero. Non ci riesce e nessuno del personale può o sa soccorrerla. Cerco di aiutarla. Alla fine è stata costretta a tornare sui suoi passi, rinunciando. Aveva novant’anni e veniva, con l’autobus, dall’estrema periferia. Sempre allo stesso ufficio assisto alla paziente spiegazione di un impiegato a un uomo di mezz’età. Per ottenere l’appuntamento doveva scaricare un’app, compilare il modulo e non so se spedirlo o inviarne una scansione con la stessa app. L’uomo era sprovvisto di smartphone. Questa invece è toccata a me. Vado in banca perché mi serve una “prepagata”: ho dovuto prima chiedere l’appuntamento per via informatica. Mi riceve una persona gentile. Finiti gli accertamenti mi segnala che sto per ricevere un codice dalla centrale romana: ma scopriamo che il mio telefonino non è “abilitato” a ricevere tali messaggi a pagamento. Chiedo alla consulente se possa sostituirsi a me o se vi sia una via alternativa per ottenere la carta. Scuote la testa desolata e mi consiglia di recarmi nella più vicina sede della Tim per cambiare il contratto. Sono passati mesi e la prepagata non l’ho ancora ottenuta.
Ho ottant’anni, vivo solo, e quasi non passa giorno senza che la morsa della tecnocrazia imperante, in cui gli uomini sono semplici appendici degli algoritmi, non si stringa sempre più, impedendomi di vivere con un minimo di dignità. A ogni accelerata della tecno-rivoluzione permanente, come me, milioni di italiani sono sempre più spinti fuori dai circuiti vitali degli scambi, dei servizi, delle relazioni. Un altro paio di esempi. Chiamo la Guardia medica per un’affezione allarmante e chiedo se sia il caso di effettuare un tampone: ne riconoscono l’opportunità e mi chiedono di scaricare la prescrizione. Cosa che non sono in grado di fare. E ancora: un mio amico ha la passione della montagna. Ex scalatore, in buona forma, ha preso un sentiero CAI a lui noto, che però, a causa d’un recente e non segnalato dissesto idrogeologico, lo ha costretto, verso sera, a chiamare il 118. Bene, anche a lui chiedono di localizzare tramite il telefonino la sua posizione. Lui non ci riesce. Ma, noti, conosceva perfettamente numero di sentiero, località e coordinate del luogo in cui si trovava: alla fine, di fronte all’insipienza inflessibile dell’operatore al telefono, ha dovuto minacciare una denuncia per omissione di soccorso. Ora chiedo: qual è la posizione dei partiti politici (tutti, temo) di fronte a un problema enorme di crescente marginalizzazione di milioni di persone? Diciamo: silenzio totale? E quale consapevolezza c’è di questo sistematico e capillare “abuso istituzionale” nel mondo del giornalismo e dell’informazione? Dobbiamo morire tutti noi, analfabeti informatici, in modo che resti in Italia (e in Europa) solo chi, nato col computer e con lo smartphone, sarà “adatto all’ambiente”? E non è spaventoso questo darwinismo sociale?
(Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2022)
di Liliana Segre
Lo scorso 5 aprile il Senato ha approvato in via definitiva la proposta di legge per l’istituzione della «Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli alpini», prevedendo proprio la data del 26 gennaio. Purtroppo ero assente a causa del Covid, da cui nel frattempo sono guarita: nonostante la mia età, grazie alle tre dosi di vaccino, la malattia non è stata grave. Se fossi stata in aula, avrei chiesto la parola per appoggiare la Giornata degli Alpini, ma in una data diversa. Che sia onorata la memoria di questo corpo del nostro esercito mi riempie infatti di soddisfazione. Ricordo ancora i canti degli Alpini, così malinconici e struggenti, che intonavamo a scuola. Sono nata nel 1930 e gli echi della Prima guerra mondiale erano ancora molto vivi, mio padre e mio zio erano stati ufficiali in quel conflitto e io sono cresciuta nel mito dei soldati con la piuma sul cappello. Inoltre, abbiamo visto anche oggi, con la pandemia, il loro impegno generoso nella campagna vaccinale. Proprio per questo contributo in tempo di pace e di guerra, per le loro tradizioni e la grande umanità, vogliamo tutti bene agli Alpini. Fanno parte dell’Italia migliore. E credo che individuare un giorno-simbolo diverso avrebbe reso un tributo ancora più giusto a questo corpo così speciale. Nella battaglia di Nikolaevka – combattuta tra le truppe sovietiche e le forze italiane e tedesche dell’Asse in caotico ripiegamento – l’estremo sacrificio degli Alpini fece sì che almeno una piccola parte della spedizione italiana, male armata ed equipaggiata, si salvasse dal massacro e rientrasse in patria. Ma non va dimenticato che fu un’impresa onorevole nel contesto di una guerra disonorevole voluta dal fascismo. Una guerra di invasione di uno Stato sovrano, che in quel caso era l’Urss, a sostegno del disegno nazista volto a sottomettere popoli considerati inferiori. Molti tra gli stessi alpini lo considerarono un conflitto ingiusto tanto che, dopo l’8 settembre 1943, non mancò chi si unì alla lotta partigiana. Perché dunque scegliere una data del genere? Si sarebbe potuto optare, ad esempio, per il giorno dell’istituzione del corpo, oppure per una delle memorabili gesta nel Primo conflitto mondiale, o ancora per la ricorrenza di uno degli splendidi interventi di soccorso e protezione civile in occasione di terremoti o altre emergenze.
Tanto più oggi, mentre infuria vicinissimo a Nikolaevka la guerra causata dall’invasione russa dell’Ucraina, come si può celebrare un episodio, per quanto eroico, di un conflitto in cui l’Italia stessa è stata Paese aggressore? Con un ultimo, grave paradosso: onorare il 27 gennaio la memoria della Shoah, dopo avere celebrato il giorno prima un’impresa militare voluta da quello stesso nazifascismo che ha mandato a morte milioni di innocenti.
(Oggi, 21 aprile 2022)
di Yurii Sheliazhenko, Elena Popova, Mao Valpiana
La guerra è il più grande crimine contro l’umanità. Non esiste guerra giusta. Ogni guerra è sacrilega. Per questo siamo obiettori di coscienza, rifiutiamo le armi e gli eserciti che sono gli strumenti che rendono possibili le guerre. Il conflitto tra Russia e Ucraina può e deve essere risolto con mezzi pacifici, salvando così molte vite. Sappiamo che l’invasione russa in corso in Ucraina viola il diritto internazionale e che l’Ucraina ha il diritto di difendersi dall’aggressione armata, ma non possiamo accettare alcuna giustificazione della guerra, perché siamo persuasi che l’azione nonviolenta sia la migliore forma di autodifesa. Non possiamo accettare le narrazioni russe e ucraine che ritraggono questi due popoli come nemici esistenziali che devono essere fermati con la forza militare. Le vittime di questo conflitto, civili di diverse nazionalità, muoiono e soffrono a causa delle azioni militari di tutti i combattenti. Ecco perché le armi e le voci dell’odio devono essere messe a tacere per cedere il passo alla verità e alla riconciliazione.
Facciamo parte dell’Internazionale dei Resistenti alla Guerra (W.R.I.) e dell’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (EBCO), e lavoriamo insieme in un unico grande movimento per la pace. Ci rivolgiamo ai nostri governi (ucraino, russo, italiano) affinché attivino subito ogni strada diplomatica possibile per un tavolo delle trattative per il cessate il fuoco. I nostri popoli sono contro la guerra. I nostri popoli hanno già subito l’immenso dramma della seconda guerra mondiale, hanno conosciuto i totalitarismi, e vogliono un futuro di pace per le nuove generazioni.
Siamo per il disarmo, siamo contro le spese militari; vogliamo che i nostri governanti usino i soldi del popolo per combattere la povertà e per il benessere di tutti, non per nuove armi. Un inutile sforzo bellico non dovrebbe distrarci dalla risoluzione di urgenti problemi socioeconomici ed ecologici. Non possiamo permettere ai politici di gonfiare la loro popolarità e alle industrie militari di trarre profitto dall’infinito spargimento di sangue.
Conosciamo l’efficacia della nonviolenza come stile di vita e forza più potente dell’ingiustizia, della violenza e della guerra. Stiamo lavorando sia per la resistenza nonviolenta alla guerra che per le trasformazioni sociali, sviluppando una cultura di pace che riporterà i soldati ad essere civili e distruggerà tutte le armi. Crediamo nella libertà, nella democrazia, nei diritti umani e lavoriamo affinché i nostri paesi si rispettino a vicenda. La coscienza individuale è una tutela contro la propaganda di guerra e può salvaguardare dal coinvolgimento dei civili nella guerra. Faremo tutto il possibile per proteggere il diritto umano all’obiezione di coscienza al servizio militare nei nostri paesi.
Ci sentiamo come fratelli e sorelle, e siamo solidali con coloro che oggi soffrono a causa di questa guerra e di ogni altra guerra nel mondo.
Yurii Sheliazhenko, Ukrainian Pacifist Movement
Elena Popova, Russian Conscientious Objectors Movement
Mao Valpiana, Movimento Nonviolento italiano
(il manifesto, 20 aprile 2022)
di Monica Ricci Sargentini
«Ci sono stati molti russi che hanno dimostrato di non volere la guerra e noi li abbiamo lasciati soli». Non è tenera con l’Occidente Ece Temelkuran, giornalista e scrittrice turca emigrata in Germania nel 2016 dopo essere stata licenziata dal quotidiano Habertürk per i suoi articoli troppo critici verso il governo. «L’Europa e gli Stati Uniti stanno usando questa crisi per vendicarsi di Putin e creare un sentimento anti-russo», sostiene. Ma quello che rincuora l’attivista è la reazione al conflitto che si è vista in Europa: «Siamo stati in grado di accettare la paura facendola diventare parte della nostra vita. Invece di chiuderci in noi stessi abbiamo accolto i profughi. Questo dimostra che l’umanità non è egoista come ci vogliono far credere».
La guerra in Ucraina peggiora di giorno in giorno, le immagini dei massacri di Bucha sono davanti ai nostri occhi. Lei cosa ne pensa?
«Sono ad Amburgo, tutta la città è dipinta di giallo e blu, penso che succeda anche da voi, tutti vogliono dire che stanno dalla parte dell’Ucraina ma poi mi sembra una cosa vuota solo simbolica, i poteri occidentali, specialmente gli Stati Uniti, hanno infiammato l’Ucraina ma ora la lasciano sola ad affrontare Putin. Questa è la cosa che più mi dà fastidio se le intenzioni di Europa e Usa fossero state sincere oggi farebbero dei gesti concreti come cancellare il debito ucraino invece usano questa crisi per vendicarsi di Putin, confiscano i beni agli oligarchi e, ancora più importante da mio punto di vista, è che stanno creando un sentimento antirusso. Oggi ho sentito di una università tedesca ha deciso di buttare fuori sia i ricercatori che gli studenti. Tutto ciò si associa a tutte le altre cose che abbiamo letto come mettere fine al corso su Ciajkovskij o l’orchestra di Vienna che ha chiuso il contratto con il direttore russo».
Addirittura lo stanno creando?
«Sì, il tentativo è di creare il vuoto attorno a Putin, di lasciarlo in solitudine ma non funziona così. Penso che gli europei non capiscano come funzionano i regimi autoritari. Pensano che i russi possano cambiare il corso della storia ma non vogliano farlo. Non funziona così, c’è una pressione estrema sui russi e molti di loro hanno dimostrato che non vogliono la guerra. Sono stati molto coraggiosi, hanno rischiato e sono finiti in prigione. Io non capisco perché l’Europa stia compromettendo quei russi. Non è giusto. L’Europa lascia soli gli ucraini ma anche i russi. E non sono solo gli Stati ma anche le persone. La gente pensa che si deve distanziare dai russi. Ma non possiamo dire che la Russia e il suo dittatore siano la stessa cosa. Io ho lo stesso problema in Turchia. La politica di Erdoğan è così disfunzionale che non possiamo nemmeno parlare perché scatta la repressione. È una cosa pericolosa questa discriminazione contro i russi, anche nelle università, potremo arrivare a non controllarlo».
[…]
C’è stata molta discussione sull’invio di armi all’Ucraina da parte di Europa e Stati Uniti, lei cosa ne pensa?
«La Nato e Putin dovrebbero sedersi intorno a un tavolo e parlare. Zelensky ha già detto che l’Ucraina può essere neutrale. Mandare armi? Trovo difficile sia da un punto morale che politico parlare di questo. Vorrei pensare a come possiamo fermare la guerra piuttosto che a come possiamo continuarla. Questo è il momento giusto per parlare. Ma la Nato deve essere al tavolo perché è uno scontro tra due poli, infatti non a caso si parla di terza guerra mondiale. Lo scontro non è solo sull’Ucraina, è su altro».
Nel suo libro «La fiducia e la dignità. Dieci scelte urgenti per un presente migliore» lei dice che non bisogna aver paura di avere paura. Sicuramente mai come in questo momento abbiamo avuto paura. Prima della pandemia, ora della terza guerra mondiale. Come dovremmo reagire?
«Il sottotitolo del libro è diventare amici della paura. Il che significa che la paura non si deve cancellare. I momenti in cui abbiamo paura sono dei momenti preziosi perché è allora che diventiamo solidali con gli altri. Infatti è quello che sta accadendo oggi con l’invasione dell’Ucraina. Avrei voluto che avessimo fatto lo stesso per la Siria ma questo è un altro discorso. Non abbiamo avuto paura, al contrario abbiamo aperto le porte e accolto i profughi. Tanta gente in Germania ospita gli ucraini, penso che accada anche da voi. Questo è l’unico modo di fare amicizia con la paura. Farla diventare parte della nostra vita. È stato bello vedere questa risposta. Non è vero che l’umanità è egoista, competitiva, avida, come ci vogliono far credere. Penso che vedere questa realtà possa creare fiducia. L’essere umano è cattivo? Direi di no e questo potrebbe riflettersi anche nella politica».
Gli ucraini stanno combattendo con tutte le loro forze per il proprio Paese. Come giudica questa reazione?
«Stanno reagendo alla situazione insieme in modo da combattere la paura».
Erdoğan si sta mettendo al centro dei negoziati e sembra convinto di riuscire a realizzare un incontro tra Putin e Zelensky. La Turchia potrebbe essere la carta vincente per la risoluzione del conflitto?
«Erdoğan mi sembra che abbia il complesso di Tito che riusciva a rimanere in equilibrio tra est e ovest grazie al suo carisma. Ma chiaramente è impossibile. Sfortunatamente, al momento, non c’è una crisi internazionale in cui la Turchia non sia coinvolta e questo è esasperante per la popolazione che lotta contro la crisi economica. Da noi la gente è stremata, anche la media borghesia, c’è chi è alla fame. Erdoğan quindi non può giocare a fare il leader del mondo quando non riesce nemmeno a controllare i prezzi del cibo nel suo Paese. Comunque quando si parla di Erdoğan, Putin e leader simili non si sa mai bene dove possano andare a parare. Il giornalismo non funziona in questi casi. Sono imprevedibili. Non danno informazioni».
Lei ha lasciato la Turchia nel 2016 e ha scritto un libro dal titolo «Come sfasciare un Paese in sette mosse. La via che porta dal populismo alla dittatura». Pensa che questa sia una guerra tra due mondi? Da una parte chi crede nella democrazia e nel libero pensiero, dall’altra le dittature?
«Penso che le vostre democrazie non siano in un buono stato. Da voi sta succedendo quello che è successo in Turchia dieci anni fa. Nel 2016 ero a Londra e a una conferenza dissi che Boris Johnson sarebbe diventato il primo ministro britannico e che avrebbero vissuto un periodo buio, al tempo loro risero ma invece poi si è verificato. Voi occidentali pensate che non possa succedere da voi, di avere una sorta di eccezionalità. Lo vedo in Germania, negli Stati Uniti questo sentimento che la democrazia sia intoccabile. Invece le istituzioni democratiche stanno collassando, il capitalismo sta collassando, la verità è che dove non c’è giustizia sociale non c’è democrazia. Dagli anni ’60 la giustizia sociale è stata incrinata quindi se non puoi ripristinare la giustizia sociale non c’è speranza per la democrazia e non è importante quanto il tuo parlamento sia antico, come in Gran Bretagna, o quanto sia forte la tua economia, come negli Stati Uniti. È così che è cominciato tutto in Turchia. La destra e i leader autoritari hanno fatto leva proprio sulla mancanza di giustizia sociale. È questo l’anello debole della democrazia. È un peccato che l’eccezionalità dell’Occidente impedisca alla sua popolazione di vedere questi fatti. Questo è successo in Turchia, in Pakistan, in India perché le istituzioni democratiche non erano così potenti da resistere al populismo. Ma non crediate che non abbiamo tentato di farlo».
(Corriere della Sera, 19 aprile 2022)
di Alberto Leiss
[…]
L’aggressione di Putin all’Ucraina forse, più che «cambiare» il mondo, potrebbe aiutarci a capire com’è fatto davvero oggi.
A me sembra sorprendentemente simile al mondo del 1914, quando gli scontri tra potenze capitaliste e imperialiste e le resistenze di classe a reali democratizzazioni nelle società di massa portarono alla prima guerra mondiale, alle rivoluzioni socialiste e comuniste, alla reazione nazifascista.
Nel frattempo sono accadute due o tre cose che il mondo lo hanno cambiato davvero, ma stentiamo ancora a capirlo.
È fallito il tentativo epocale di costruire un’alternativa al capitalismo. Ma tutto ci dice che un’altra via resta necessaria.
La scienza e la tecnica hanno compiuto rivoluzioni strabilianti. Purtroppo anche con conseguenze apocalittiche. Un filosofo che andrebbe studiato meglio, Günther Anders, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, scrisse e agì molto per avvertirci che siamo rimasti «uomini antiquati», incapaci di modificare le intenzioni, i pensieri e le azioni di fronte al potere distruttivo totale delle nostre stesse creazioni.
Uomini – aggiungo – incapaci di capire l’altro grande evento che ha cambiato il mondo: la rivoluzione pacifica, per quanto radicale e «agguerrita», delle donne e del femminismo.
Sono le cose che rendono orribile, tragicamente stupida, antidiluviana, la guerra. Ogni guerra. E che ci dovrebbero spingere a pensare e vivere una pace che, in realtà, finora non è mai esistita.
(Le intenzioni e le rimozioni che ci bloccano, il manifesto, 19 aprile 2022)
Lettera alle parlamentari
Ci rivolgiamo a voi, donne delle istituzioni, che ci avete appoggiato in tante comuni battaglie, che avete sostenuto il lavoro politico dei nostri Centri e delle nostre Case. La vostra voce e la nostra voce conta, deve contare, ieri come oggi, per fermare questa guerra, per costruire la pace. Ma tante sono le divisioni, anche tra noi donne, e troppi sono stati i silenzi. Noi femministe dei luoghi e delle Case di tante città vogliamo invece urlare la nostra rabbia contro questa guerra e contro tutte le guerre. Vogliamo urlare contro l’orrore degli stupri, che sono l’orrore di tutte le guerre. Vogliamo gridare contro la virilità guerriera che porta la barbarie nella storia, contro la volontà di dominio maschile patriarcale sulle donne, sulla terra, sulla vita.
La guerra deve essere cancellata dalla storia, non può essere una opzione possibile, non deve essere praticabile. Ogni volta che la parola passa alle armi, viene sconfitta la ragione, viene sconfitta l’umanità, vengono sconfitte per prime le donne.
Ci dicono che il pacifismo non serve. Ma a cosa sono servite le guerre che sono state combattute, anche dal nostro paese, in questi trent’anni? Dalla Jugoslavia alla Libia, dalla Siria all’Iraq, alla Somalia, all’Afghanistan, allo Yemen, al Mali, le guerre non hanno lasciato che macerie, lutti, odio e conflitti. Non sono servite ad altro che a preparare altre guerre, altri conflitti, altri lutti, altri stupri.
Noi femministe non vogliamo essere usate per giustificare guerra, aumento della spesa per armamenti, alleanze militari, propagande belliciste. Sui corpi delle donne, violentate, uccise, in fuga, piangenti su figli, nipoti, mariti, fratelli si costruisce in maniera oscena la propaganda bellica. Ci rivolgiamo a voi che avete praticato e sostenuto i luoghi delle donne per confessarvi il nostro profondo dissenso di fronte al vostro silenzio, o addirittura alla vostra approvazione sulla decisione di aumentare le spese militari, mentre il welfare è in uno stato pietoso, la scuola e la sanità pubblica vengono tagliate, quando la lezione del Covid viene tradita e al posto della rivoluzione della cura che abbiamo invocato continuano le vecchie ricette senza idea del cambiamento.
Ci rivolgiamo a chi tra voi ha votato di inviare armi all’Ucraina perché non siamo d’accordo, lo consideriamo un pericoloso errore, che accelera l’escalation della guerra, verso il baratro del rischio nucleare. Vi chiediamo di non cedere alle logiche delle propagande belliciste che usano la sofferenza delle donne per produrre altre armi e altra guerra.
Noi femministe di vari paesi rifiutiamo l’ondata di violenza patriarcale e bellicista che si sta diffondendo in tutta Europa e gridiamo il nostro orrore per le donne stuprate rifugiate in Polonia a cui viene impedito di abortire.
Noi femministe vogliamo accogliere le sorelle ucraine e con loro tutte le donne migranti ferme ai confini dell’Europa.
Sappiamo che la solidarietà delle donne mette fuori legge la violenza, la combatte ovunque, nelle idee, nelle parole, nelle azioni.
Giovedì 21 aprile saremo nelle piazze di tante città per far sentire la voce delle donne per chiedere il cessate il fuoco, la tregua ovunque si combatte, la soluzione pacifica che si prenda cura dei problemi, dei bisogni e delle paure di tutte e tutti
FERMIAMO LA GUERRA, COSTRUIAMO LA PACE
FUORI LA GUERRA DALLA STORIA
Le femministe dei Luoghi e delle Case delle donne di Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Parma, Bari, Rimini, Bolzano, Lucca, Ivrea, Napoli, Padova, Udine, Livorno, Trieste, Viterbo, Forlì, Ravenna, Pisa, Lecce, San Donà di Piave, Teramo, Pesaro, L’Aquila, Como
(noidonne.org, 19 aprile 2022)
di Stella Levantesi
Siamo in ritardo con l’azione globale sul clima. L’ha evidenziato il più recente rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), il principale organismo internazionale per la valutazione scientifica dei cambiamenti climatici. L’Ipcc ha sottolineato che si sta perdendo “una finestra di opportunità per assicurare un futuro vivibile e sostenibile per tutti” e nella terza parte del rapporto pubblicata il 4 aprile è stato sottolineato che senza una veloce riduzione delle emissioni al livello globale, contenere il riscaldamento entro la soglia di 1,5 gradi non sarà possibile.
L’Ipcc pubblica i suoi rapporti di valutazione dal 1990, la scienza del clima lancia l’allarme sul riscaldamento globale e sullo sfruttamento degli ecosistemi da ancora prima e, da almeno cinquant’anni, si conoscono i rischi climatici legati all’uso dei combustibili fossili – le aziende stesse ne sono al corrente da decenni. Eppure, siamo comunque in ritardo nella lotta al cambiamento climatico.
In parte questo ritardo è dovuto agli sforzi delle aziende di combustibili fossili e dei loro gruppi di pressione che – dagli anni settanta e soprattutto negli Stati Uniti – hanno promosso la disinformazione sul clima attraverso azioni di lobby, finanziamenti e strategie di comunicazione estremamente efficaci. L’obiettivo principale era ritardare e ostacolare l’iniziativa politica sul clima perché una regolamentazione governativa sulle emissioni avrebbe significato perdere profitti immensi. Ma le ragioni di chi promuove i combustibili fossili non sono solo economiche, e spesso s’intrecciano ad altre dimensioni che hanno a che fare con l’ideologia politica, la psicologia e il senso d’identità.
Riconoscere queste dinamiche aiuta a comprendere le motivazioni di chi agisce contro le politiche climatiche e la transizione energetica, e offre l’opportunità di trovare elementi comuni nelle caratteristiche e nell’azione di individui, gruppi e aziende impegnati nell’ostacolare l’azione sul clima al livello globale.
Il negazionismo dei cambiamenti climatici può essere inteso come un’espressione di protezione dell’identità di gruppo
Questo, inoltre, rende evidente quanto la crisi climatica derivi da un cortocircuito sistemico che non riguarda “solo” l’ambiente. Nelle sue cause oltre che nelle sue conseguenze, infatti, la crisi climatica interseca ogni dimensione, da quella economica a quella sociale.
Mantenere e aumentare la produzione di combustibili fossili, per esempio, è una questione di profitto, ma anche di potere e di conservazione dello status quo.
La difesa dei combustibili fossili, esplicita o velata (attraverso tattiche come il greenwashing, per esempio), coincide con la difesa di alcuni valori identitari e a sua volta con il negazionismo del cambiamento climatico, un fenomeno che comprende tutti gli sforzi mirati a ritardare la transizione energetica. In molti casi questo va di pari passo con il conservatorismo politico, il libertarismo economico o l’estremismo ideologico. Non è un caso, infatti, che alcuni studi di scienze sociali riconoscano la sovrapposizione tra negazionismo climatico e populismo, sovranismo o xeno scetticismo, un atteggiamento di diffidenza e discriminazione verso l’altro, caratteristico di alcune tendenze xenofobe.
I sociologi statunitensi Aaron McCright e Riley Dunlap sostengono che il negazionismo dei cambiamenti climatici può essere inteso come un’espressione di protezione dell’identità di gruppo e la giustificazione di un sistema sociale da cui traggono beneficio i negazionisti.
Alla base, è il combustibile fossile stesso a rappresentare un’identità. Questa associazione identitaria avviene su più piani ma è caratteristica soprattutto di chi beneficia della ricchezza derivante dalla produzione dei combustibili fossili e dunque mette in campo strategie di ostruzione alle politiche climatiche. Le radici di queste interrelazioni sono storiche, in particolare negli Stati Uniti: estrarre e bruciare carburante fossile era l’espressione diretta dell’americanità bianca e maschile. Nella dimensione conservatrice, l’America è il petrolio, l’America è l’uomo bianco e di conseguenza l’uomo bianco è il petrolio.
Questa realtà ha, in un certo senso, delineato anche una dinamica opposta, per cui l’ambientalismo è associato a una dimensione femminile che, in una simile prospettiva, se espresso, diventa prova di una presunta fragilità. Il meccanismo è stato osservato da una serie di studi dell’università della Pennsylvania secondo cui uomini e donne erano più propensi a mettere in discussione l’orientamento sessuale di un uomo se si impegnava in comportamenti ambientalisti etichettati come “femminili”, come l’uso di borse per la spesa riutilizzabili.
Mascolinità industriale
Il ricercatore e autore Martin Hultman parla di un “pacchetto di valori” direttamente collegati alla “mascolinità industriale del breadwinner” (chi porta a casa il pane, il capofamiglia). Hultman, insieme al ricercatore Jonas Anshelm, è autore di uno studio della Chalmers university of technology in Svezia secondo cui i negazionisti del cambiamento climatico sono strettamente intrecciati con la “mascolinità industriale in declino” e, per questo, tentano di salvare la società che la garantisce.
Salvarla a qualunque costo, dunque anche esercitando violenza e autoritarismo. Sul piano sistemico, questo approccio è ereditato dal cosiddetto dualismo, per cui la separazione fabbricata tra uomo e natura – associata spesso a una dimensione femminile – legittima lo sfruttamento, l’abuso e il possesso. Cara Daggett, autrice e ricercatrice presso il dipartimento di scienze politiche dell’università della Virginia, la chiama petromascolinità, un termine introdotto per la prima volta nel 2018 con un suo articolo pubblicato sulla rivista accademica Millennium.
L’uso dei combustibili fossili, scrive Daggett, è “una reazione compensativa e violenta” contro le rivendicazioni ecologiche e di genere. Non è una coincidenza, sostiene, che gli uomini americani bianchi e conservatori siano tra i più attivi negazionisti del clima e i principali sostenitori dei combustibili fossili in occidente.
L’interazione tra negazionismo climatico e sistemi patriarcali è ancora poco studiata. E anche sulle associazioni tra energia e mascolinità tossica c’è poca letteratura accademica. Tuttavia, osserva Daggett, l’identità maschile e gli ordini patriarcali che essa sostiene sono importanti per comprendere a fondo la mancanza di risposte politiche al problema della crisi climatica.
La petromascolinità è l’espressione più violenta del desiderio di potere e dello stile di vita garantito dal sistema fondato sui combustibili fossili
Il cambiamento climatico, il sistema di combustibili fossili e una “ipermascolinità” occidentale sono dimensioni che s’intrecciano diventando problemi che si amplificano a vicenda. “Sotto l’ossessione dell’ipermascolinità si rivela una paura di fondo”, sostiene Daggett: che si riveli la sua fragilità. In questa prospettiva, debolezza equivale a perdere mascolinità. Evitare di perderla dunque, o recuperarla, si traduce nel desiderio di mantenere il sistema fossile, anche con la violenza o l’autoritarismo.
Nel 2019, l’allora ministra dell’ambiente canadese Catherine McKenna stava camminando con i suoi figli per strada quando un’auto si era accostata accanto a loro. “Vaffanculo, Barbie del clima”, le aveva urlato contro l’uomo seduto alla guida. L’insulto era stato usato per la prima volta nel 2017 dal politico canadese Gerry Ritz (cosa per cui si è poi scusato) e da allora l’etichetta associata alla ex ministra è stata usata molte volte, soprattutto sui social network. Un’analisi di Conor Anderson del Climate lab all’università di Toronto sulle risposte ai tweet di McKenna dal 4 novembre 2015, il giorno in cui è stata nominata ministra, all’8 settembre 2019, il giorno in cui ha annunciato di aver chiesto una scorta a causa dei continui abusi verbali, ha rivelato che la ministra è stata chiamata “Barbie del clima” 6.961 volte, oltre che pesantemente insultata.
Simili attacchi sono stati diretti ad altre donne che si battono per la causa climatica, come la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez e l’attivista svedese Greta Thunberg. E in molti casi sono parte di una strategia: poiché mira al carattere, a caratteristiche fisiche o personali è spesso considerata un modo efficace di spostare l’attenzione dai contenuti.
Si tratta di una strategia usata spesso in politica per delegittimare l’avversario. E nel caso delle donne che si battono per il clima può scaturire anche da un atteggiamento apertamente sessista e violento. Secondo Daggett, quindi, la violenza fossile può essere compresa anche come tattica misogina, nel senso della misoginia teorizzata da Kate Manne come un insieme di pratiche del dominio patriarcale e non come un generalizzato sentimento individuale di “odio per le donne”.
Manne sostiene che la definizione tradizionale della misoginia rende troppo difficile individuarla poiché ci si attorciglia sul significato delle parole e sulle “intenzioni del colpevole”. È invece più facile riconoscere, e dunque combattere, un modello di aggressione contro chi “osa” trasgredire le norme patriarcali, in particolare, quindi, le donne o le persone lgbt+.
La petromascolinità è l’espressione più violenta del desiderio di potere e dello stile di vita garantito dal sistema fondato sui combustibili fossili. E analizzare il sistema fossile attraverso la lente della misogina offre la possibilità di riconoscere che gli ostacoli all’azione sul clima sono di natura identitaria, psicologica e socioculturale, oltre che economica, ideologica e politica. La strenua difesa dei combustibili fossili non è solo una manovra politico-economica, è la conseguenza diretta di un sentimento di paura per un mondo in declino e il rifiuto di qualsiasi passo verso un cambiamento costruttivo.
(internazionale.it, 19 aprile 2022)
di Anita Cainelli
Negli ultimi 30 anni è stato registrato un aumento esponenziale dei rischi psicosociali e di episodi di violenza (fisica o psicologica) e molestie sul luogo di lavoro (Balducci e Fraccaroli, 2019). Secondo un’elaborazione della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro su dati Istat, 1 milione e mezzo di donne (8,9% delle lavoratrici) ha subito una molestia fisica nel luogo di lavoro, mentre circa 1 milione 173 mila un ricatto a sfondo sessuale (7,5%) per l’assunzione e/o avanzamento in carriera. L’80,9% delle donne non parla della violenza subita con nessuno sul posto di lavoro e in pochi casi tali situazioni sono sfociate in denunce alle Forze dell’Ordine. Questa scelta è mossa dalla paura di non ricevere adeguata tutela (fisica e giudiziaria, oltre che economica).
È di fondamentale importanza identificare i meccanismi alla base del fenomeno per poterlo prevenire e per proteggere e supportare le vittime.
Questo progetto di ricerca, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, mira a costruire e validare uno strumento che permetta di intercettare e prevenire fenomeni di violenza – implicita ed esplicita – e di molestie nei luoghi di lavoro, con un focus particolare relativo alla violenza di genere.
Inoltre, si vuole anche indagare il ruolo delle competenze e dei punti di forza personali nel fronteggiare tali fenomeni di violenza nei contesti lavorativi, al fine di poter strutturare eventuali interventi di empowerment in ottica preventiva.
A partire dalla costruzione del protocollo, obiettivo secondario resta quello di definire al meglio i possibili indicatori di intervento in situazioni di rischio o di effettiva violenza (specialmente di genere) sul luogo di lavoro.
La ricerca prevede il coinvolgimento di lavoratori/lavoratrici maggiorenni residenti in Italia.
La Privacy dei partecipanti verrà garantita in quanto non si chiederanno informazioni che possano portare al proprio riconoscimento (verranno solo richiesti età, genere e posizione lavorativa ricoperta); inoltre, la presentazione dei risultati della ricerca avverrà solo in forma di dati aggregati.
https://psicologiaunimib.qualtrics.com/jfe/form/
(www.libreriadelledonne.it, 18 aprile 2022)
di Marta Bellingreri
Al Salone internazionale del libro d’Algeri si è propagata per giorni un’onda femminista tra gli stand e padiglioni di oltre mille case editrici. È la fiera del libro più grande del continente africano e del mondo arabo e, dopo due anni di pandemia, più di un milione di visitatori e visitatrici hanno varcato l’ingresso dell’esposizione. Numeri già consolidati da anni – il salone si è svolto tra il 24 marzo e il 1 aprile ed è alla sua venticinquesima edizione – ma che nessuno tra organizzatori ed editori si aspettava dopo la chiusura causata dal covid e una crisi socioeconomica in corso. Oltretutto a ridosso del mese di Ramadan, durante il quale le spese per cibo e vestiti aumentano. “La partecipazione del pubblico algerino ci ha stupito”, racconta Selma Hellal, fondatrice insieme a Sofiane Hadjadj della casa editrice Barzakh. “Un flusso regolare di persone curiose, interessate, che chiedono titoli che già conoscono”.
Maya Oubadi, 33 anni, anche lei fondatrice ed editrice della piccola e preziosa Editions Motifs, era impaziente ed emozionata soprattutto per la presentazione della loro nuova rivista femminista bilingue, La Place, in arabo algerino El Blasa (il posto). “La rivista è appena nata, il numero zero è stato lanciato l’8 marzo”, ha esordito. “Da tempo però mi chiedevo: che cosa manca nell’offerta editoriale? Volevo creare qualcosa che non trova spazio altrove. E la risposta era evidente: il femminismo, i racconti femministi, il posto, la place appunto, per il pensiero femminista. Percorsi di militanti e lotte del passato e del presente, ma anche profili, esperienze di donne che non ti aspetteresti di leggere”. Ed è così che insieme alla sua amica Saadia Gacem, antropologa del diritto e attivista che collabora all’Archivio di lotte di donne in Algeria, hanno messo su una rivista dai colori accesi perché così volevano apparire: con grandi caratteri per non rischiare di essere invisibili, al contrario prendersi tutto lo spazio possibile.
Con lo stesso spirito pochi anni fa Oubadi aveva fondato Edition Motifs per pubblicare la rivista di critica letteraria Fasl (virgola in arabo), sempre bilingue arabo e francese, che è giunta al suo quinto numero. “Scrittori e scrittrici creano le loro opere, ma non ci sono abbastanza finestre per parlare in profondità della letteratura. Le pagine di cultura dei giornali sono poche e devono coprire anche il cinema, la musica, le arti. Per me letteratura significa andare in profondità”. Stessa intuizione per il femminismo, racconta seduta di fronte alla pila fosforescente di copie di La Place. “Sappiamo che ci sono state riviste femministe algerine, come tanti sono i collettivi e le associazioni. Ma ne esistono oggi? Ognuna delle nostre storie è una microstoria, la loro composizione forma la riflessione della rivista, la nostra analisi del mondo”.
Un punto di vista differente
La scelta del titolo è stata frutto di un lungo processo. Si ispira a quello di uno dei bellissimi romanzi di Annie Ernaux, Il posto. “L’autrice femminista francese è ampiamente tradotta e letta nel mondo arabo. Solo che il sostantivo in arabo standard per il posto, al makan, non ha una risonanza diretta nel pubblico locale. Invece in arabo algerino era perfetto: El Blasa!”. Con questo termine, Maya Oubadi e Saadia Gacem sfidano contemporaneamente uno stereotipo, una frase ripetuta spesso alle donne in Algeria, “blastek fil cusina”, il tuo posto è in cucina. In questo caso invece il posto della rivista è al Salone internazionale del libro tra migliaia di titoli.
Sfogliando le pagine dalla carta spessa, di un bianco avorio, ci si imbatte nell’intervista con un’attrice teatrale e psicologa di Orano, nella lista dei femminicidi in Algeria nel 2021, nelle cronache giudiziarie di un divorzio basato sugli abusi e in quelle sulla maternità, oltre a racconti di lotta femminista dagli anni ottanta all’hirak del 2019, il movimento di sollevamento popolare algerino che ha portato alla fine del ventennio del presidente Bouteflika. Tre anni dopo però la speranza che l’hirak aveva acceso in milioni di algerini si è spenta. Al cambiamento del presidente non ha corrisposto un cambiamento di sistema. “L’hirak mi mancava già prima che terminasse”, ricorda Oubadi. “Avevo intuito che non bastava scendere in strada e ci siamo tutti un po’ depressi quando è finito davvero. Ma portare avanti il mio lavoro mi ha motivato: bisogna continuare a fare”. E con questo numero zero, sembra che lei e Gacem abbiano pubblicato solo una parte di una lunga lista di donne da ascoltare, coinvolgere, ripubblicare. “Il femminismo l’ho scoperto leggendo, fa parte di una di quelle rivelazioni”, dice Oubadi, “non vedo perché ad altre persone non possa succedere la stessa cosa con La Place”.
Selma Hellal, una delle fondatrici delle edizioni Barzakh, la propria epifania l’ha avuta quando, proprio nel periodo in cui cominciava l’hirak nel 2019, si è ritrovata tra le mani un testo sullo stupro, scritto dall’autrice algerina Souad Labbize. “Questi momenti nella vita di un editore sono davvero pochi. Il breve, poetico, efficace testo di Labbize si è imposto su di me”, racconta Hellal, interrotta spesso da lettori e lettrici al suo stand di Barzakh. “Nei momenti di crisi, come editrice mi sono chiesta spesso a che servisse pubblicare testi, cosa può mai cambiare. Nei giorni dell’hirak ho dato un senso a queste domande e non solo ho pubblicato Dire le viol (dire lo stupro) in arabo e francese, ma ho cominciato a distribuirlo gratuitamente. La riflessione dolorosa, l’urlo di questa scrittrice nell’impossibilità di dirlo a sua madre mi ha fatto pensare che tutti dovessero leggerlo. Era il mio modo di partecipare alla rivoluzione”. L’eco suscitata dal testo è stata confermata a distanza di tre anni quando l’ha contattata al telefono una donna che in tono di rimprovero le ha detto: “E perché non l’hai distribuito pure agli imam nelle moschee?”.
Nella sua coscienza di editrice qualcosa si era già mosso in precedenza: si chiedeva perché ci fossero poche pubblicazioni di donne nel suo catalogo. “Spesso le donne si nascondono dietro pseudonimi. Volevo cominciare a pubblicare più autrici ma anche suscitare in loro il desiderio di scrivere”. L’esordio di Assia Djebar, Le soif (La sete), scritto quando Djebar aveva solo vent’anni nel 1957, per Hellal era più che un capolavoro, “ma era introvabile. Solo ripubblicandolo poteva tornare a essere letto”.
Contro le discriminazioni
Al più grande padiglione della fiera, dedicato quest’anno all’Italia, paese ospite di questa edizione, anche l’arabista Jolanda Guardi riparte dalla scrittura negli anni della lotta anticoloniale francese. “Le donne hanno un punto di vista differente. La narrazione dell’indipendenza algerina l’hanno fatta gli uomini, nonostante le donne abbiano avuto un ruolo fondamentale durante la battaglia. La prima che ha cominciato a scriverne è stata Zouhour Wanissi, prima dell’indipendenza, dalla madrasa al hurra (scuola libera) dove si insegnava l’arabo di nascosto. Poi Ahlam Mosteghanemi ha ripercorso gli ideali della rivoluzione e come stessero andando le cose dopo l’indipendenza. Infine, è arrivato il decennio nero, gli anni novanta, con il terrorismo e la guerra civile. Anche lì è stata necessaria una riscrittura da parte delle donne. L’ha fatto nei primi anni duemila Fadhila el Faroukh”. Oggi però, secondo Guardi, nella costellazione di scritture al femminile è più difficile fare un nome. “Gli uomini sono la maggior parte degli scrittori in arabo. Le donne scrivono più in francese. Ho tradotto dall’arabo Il bianco e il nero di Amal Bouchareb, che vive in Italia. Sono qui in ascolto, per trovare nuovi talenti e portare libri a casa. Prontissima per una nuova traduzione”.
Prima della lunga fila che precede i metal detector all’ingresso del salone, uno stand tutto al femminile ha una sua coda a parte, con ragazzi o ragazze curiose di capire di cosa si tratta. Oltre alle studenti con la divisa scolastica, si avvicinano coppie di amiche per chiedere. È la web radio Voix des femmes (Voci di donne), che insieme alle associazioni Tbd e Salamat, presidia il salone per informare sulla violenza online. “Molte ragazze sono insultate sui profili social, ricattate con foto, non tutte sanno come rispondere. Siamo qui per fare un sondaggio e approfondire l’argomento”, spiega Samira Dehri, tra le fondatrici della radio. “Altre invece, anche tra le giovanissime, sono molto forti, ci hanno raccontato di essersi difese, di aver risposto ‘non mi parlare in questo modo’ ai loro aggressori online. La generazione precedente aveva paura. Oggi le ragazze sono più consapevoli. Sono femministe senza sapere di esserlo”.
La radio è presente al Salone del libro per parlare di tutte le scrittrici e le iniziative al femminile, come la rivista La Place. “Facciamo rete, ci sosteniamo a vicenda. Difficile che le donne siano ascoltate come esperte ma piuttosto vengono chiamate per raccontare la loro testimonianza. Noi pensiamo il mondo e le donne nei mezzi d’informazione in maniera diversa”.
Amal Hadjaj è una delle fondatrici del Journal Féministe Algérien, presente al salone, e riguardo ai giornali e allo spazio per il racconto femminista la pensa proprio come Dehri, Hellal, Gacem e Oubadi. E aggiunge: “Deve cambiare il linguaggio, dobbiamo avere un linguaggio femminista e algerino”. Non a caso quando il giorno della chiusura il Salone del libro ha pubblicato il numero delle persone che hanno visitato la grande fiera “1,3 milioni di visitatori” con la precisazione “*escluse donne incinte e bambini”, il Journal Féministe Algérien ha immediatamente denunciato insieme ad altre reti “le statistiche ufficiali che escludono le donne e identificano quelle incinte come categoria minore, tanto da non comparire”, ricordando che “la discriminazione è punita dalla legge algerina e la costituzione garantisce l’uguaglianza tra cittadini e cittadine”. La pagina ufficiale del salone ha cancellato quell’asterisco che escludeva. Una piccola battaglia vinta. Le femministe algerine non risparmiano le critiche a nessuno.
(Internazionale, 17 aprile 2022)
di Arianna Di Genova
Biennale Arte 59. La rassegna internazionale raccontata dalla curatrice ufficiale della mostra
Già nel 2017, quando era stata chiamata a curare il padiglione Italia, Cecilia Alemani si era incamminata in direzione della linea fantastica che aveva attraversato il ’900, in pittura come in letteratura. Coerente con quella intuizione intrisa di magie e allucinazioni, torna in Laguna dall’America in cui vive, questa volta per imbastire il grande puzzle della mostra ufficiale della Biennale. E lo affida a un buon 80% di presenza femminile (213 in tutto le e gli «ospiti») e alla scrematura onirica de Il latte dei sogni (23 aprile – 27 novembre), stesso titolo del quadernetto privato che raccoglieva le storie eccentriche, intessute di mutazioni e ibridazioni tra specie, inventate dalla inglese-messicana Leonora Carrington, scrittrice e artista convinta che ognuno di noi possedesse «un’anima animale, un proprio bestiario interiore».
La sua mostra è modulata nell’alternanza di presente e passato, con produzioni recenti e «capsule del tempo». Può spiegarci meglio?
Ho immaginato una mostra che potesse unire temporalità e mondi differenti. Ovviamente, la rassegna ha guardato tanto al contemporaneo, a produzioni degli ultimi due anni, ma si è anche volta al passato, alla storia stessa della Biennale e dell’arte in generale, per intrecciare una costellazione di lavori – soprattutto del ’900 – che potessero dialogare con quelli contemporanei (nell’allestimento, le due «linee» sono parzialmente separate). Vorrei che le «capsule» offrissero allo spettatore delle lenti per leggere l’arte, compresa quella più vicina al nostro tempo. Surrealismo, Futurismo, Bauhaus mi permettevano di focalizzare l’attenzione sulla produzione di opere di artiste che hanno militato in quei movimenti ma che sono state dimenticate. Era un modo per ricucire quella storia e intersecarla con il contemporaneo. La storia non è qualcosa di fisso e archiviato, ma va ripescata e reinterpretata.
Possiamo rintracciare un filo conduttore per orientarsi nella esposizione tra Giardini, Corderie e Arsenale?
Anche ingenuamente, mi piace dire che a una mostra ci vado perché voglio imparare, non solo sentirmi engaged. Le capsule storiche possono aiutare a capire che alcune tematiche – come la metamorfosi o il cyborg – non sono una mia invenzione. Naturalmente, la metamorfosi è un tema che nella storia dell’arte è presente da centinaia di anni, anche nel lavoro di artiste oggi poco conosciute. Operavano spesso accanto ai loro colleghi uomini portando avanti le loro ricerche. E, le loro produzioni sono diventate anche più contemporanee e attuali, soprattutto alla luce della pandemia.
La parola «sogno» rimanda a una sospensione temporale, a un fluttuare della coscienza… È una cancellazione di quel che stiamo vivendo?
No, casomai la dimensione onirica è una metodologia utilizzata dagli artisti per processare proprio i traumi del presente. Non è una fuga, un voltare le spalle all’urgenza del momento. Mi sembra di poter dire che è uno strumento che gli artisti hanno usato nell’isolamento cui siamo stati costretti. La solitudine ha favorito il ricorso all’introspezione, all’inconscio per rielaborare quello che abbiamo vissuto negli ultimi due anni. Non solo il contenuto dei lavori è interessante, ma anche lo stile scelto per confrontarsi con quel trauma. C’è molta pittura, è una mostra fisica e materiale, rifugge dall’arte più concettuale e astratta. È un percorso che si deve attraversare col proprio corpo. Forse è il risultato di averla preparata tramite lo schermo e la mediazione del computer, con incontri e visite in studio online. È ciò che volevo vedere e non potevo durante la pandemia – la fisicità di un quadro o la presenza scultorea di un’installazione.
Oltre alla preponderante presenza di artiste c’è una attenzione alle culture indigene e alla loro lingua creativa. Una corrispondenza di intenti che risuona con alcuni padiglioni e che sembra indicare uno spostamento della Storia…
Ovviamente, io parlo dal mio punto di vista che è quello di donna bianca, occidentale, privilegiata, però mi interessava portare a Venezia delle simbologie e visioni del mondo diverse dalla mia, che espandessero il concetto di storia. L’idea di fondo è: «Cosa stiamo narrando?». Chiamo tutto ciò «mito» in modo generico, quelle narrazioni parallele che non obbediscono ai canoni cui siamo abituati. Questo approccio è nato quando preparavo il mio padiglione Italia. Avevo ripreso gli studi di Ernesto De Martino, lui era affascinatissimo dalla cultura orale, quella non scritta dei tanti rituali del sud Italia. Volevo dare spazio a una formulazione diversa.
Ci sono alcune muse ispiratrici per disegnare un immaginario quadrilatero magico della rassegna?
C’è Leonora Carrington, naturalmente e accanto a lei – nell’ipotetico quadrilatero – metterei Magdalene Odundo (nata a Nairobi nel 1950, in Kenya, vive e lavora in Inghilterra), che realizza bellissime ceramiche a forma di corpo come contenitore di vita. Poi, Barbara Kruger, per lo shock di scoprire quanto il suo lavoro con gli slogan femministi degli anni 80 sia ancora così rilevante – è da notare, forse, la nostra società non si sta evolvendo così tanto. E Belkis Ayon (L’Avana, 1967 -1999), artista cubana che racconta strane mitologie africane esportate ai Caraibi e le rivisita in chiave matriarcale e femminista. Un lavoro potente il suo.
Molte opere pongono in primo piano le altre specie…
La considerazione di un mondo popolato da tante creature viventi rappresenta una parte fondamentale degli artisti presenti nel percorso della mostra. Si dà spazio al desiderio di immaginare un pianeta in cui il rapporto fra esseri umani e natura sia meno di sfruttamento, non gerarchico, più orizzontale e simbiotico. Questo è ciò che dice anche Rosi Braidotti e che sottolineano altre filosofe del postumano. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il virus, una forza invisibile, ha capovolto il nostro modo di pensarci, abbattendo la nostra «superiorità» come specie.
Infine, una domanda extra: lei vive in America, cosa pensa della «cancel culture»?
In Italia non si ha molta voglia di capire cosa sia. Non si tratta di censure. Certamente, l’America è una società estrema, senza mediazioni. Ma è un processo difficile: per comprendere quel che è accaduto nello spazio pubblico ai monumenti dobbiamo interrogarci su cosa sia successo nel ’700, nell’800, o semplicemente ottanta/cento anni fa. È un esercizio utile per mostrare che siamo una società viva. La storia deve poter cambiare. Non c’è niente di male a contestualizzare un oggetto nello spazio pubblico, soprattutto se è simbolico. Ma il problema è che al fondamento di tutto ciò, al tavolo delle decisioni si deve sedere chi si sente offeso dalla statua o monumento. Se continuiamo a parlarne fra noi non ha nessun senso.
(Alias – il manifesto, 16 aprile 2022)