di Umberto Rossi
Ricordiamo tutti quella scena di 2001: Odissea nello spazio nella quale Kubrick immagina – per metterla in termini antropologici – il primo dispositivo culturale: un osso con il quale uno dei nostri antenati quadrumani abbatte un suo avversario. La cultura avrebbe dunque inizio, per un pessimista e misantropo come Kubrick, con un’arma e un assassinio. Per Ursula Le Guin, invece, come ci spiega nel saggio La teoria letteraria del sacchetto della spesa, il primo dispositivo culturale deve essere stato un recipiente, qualcosa per portare a casa il cibo raccolto in giro, che consente dunque di conservare, non di distruggere.
Questo sovvertimento di tutte le mitologie che mettono alle origini dell’umanità qualche eroe armato (e ovviamente maschio) è un’immagine che ben rappresenta la raccolta I sogni si spiegano da soli. Immaginazione, utopia, femminismo (a cura di Veronica Raimo, BigSur, pp. 249, € 18,00), selezione tratta da una ben più ricca antologia uscita nel Regno Unito quattro anni fa, autentico «sacchetto della spesa» contenente scritti assai diversi: discorsi di accettazione di premi letterari, saggi sulla scrittura, introduzioni a riedizioni di romanzi, brevi pezzi a carattere autobiografico, riflessioni occasionali, anche un vero e proprio monologo, «Mi presento», scritto per essere recitato, allo scopo di evidenziare e scardinare i pregiudizi di genere impliciti nel linguaggio. Scrittrice prolifica, nella sua lunga carriera Ursula K. Le Guin ha attraversato i due territori solo in apparenza distanti – ma in realtà contigui – della fantascienza e del fantasy, lasciandoci alcune pietre miliari.
I temi di affezione
Nei vari pezzi inclusi nei Sogni si spiegano da soli la scrittrice esplicita ciò che nella sua narrativa è criptato, nascosto nella tessitura delle trame, rappresentato in modo anamorfico: il suo rapporto con l’antropologia, con la California, con l’ondata femminista degli anni Settanta. Figlia del grande antropologo Alfred L. Kroeber, Le Guin ne eredita l’interesse per le culture native della California, alcune delle quali spazzate via dagli insediamenti dei bianchi succedutisi dalla metà dell’Ottocento in poi. Emblematica è la storia di Ishi, tratteggiata in uno degli scritti nella raccolta, «Zii indiani di Ursula Kroeber Le Guin»; Ishi era l’unico superstite di un’intera cultura nativa, l’ultimo a parlarne la lingua, e a poterla insegnare a Kroeber. Il contatto con queste civiltà, e il caparbio tentativo degli antropologi di comprenderle, si rispecchieranno nel rapporto con civiltà aliene su pianeti extrasolari ripetutamente messo in scena da Le Guin nel ciclo fantascientifico Hainish. Si parte dal presupposto che le popolazioni dei vari pianeti (inclusa quella terrestre) discendano tutte da un’originaria specie umanoide colonizzatrice, perché nei mondi di Le Guin non c’è spazio per le farneticazioni pseudoscientifiche razziste; c’è invece attenzione ai complessi processi di mediazione, di traduzione, di comprensione e fraintendimento che intercorrono negli incontri-scontri tra civiltà.
Teatro di questi processi è stata la California fin dai primi insediamenti umani, poi con la colonizzazione spagnola, quindi con l’annessione agli Stati Uniti, infine con l’immigrazione di massa dagli anni Trenta in poi: è un territorio alieno, questo, più a ovest del mitico west, terminale della frontiera che secondo lo storico Frederick Jackson Turner ha plasmato il carattere degli Stati Uniti (incluso l’amore morboso per pistole e fucili). Non è un caso se lo stato sul Pacifico ha ospitato, oltre a Le Guin, anche Philip K. Dick, suo compagno di high school, più vecchio di un solo anno, con il quale Ursula intratteneva una corrispondenza intermittente; ma mentre Dick ambienta alcuni dei suoi migliori romanzi tra San Francisco e Los Angeles (da L’uomo nell’alto castello a Un oscuro scrutare), Le Guin traspone sempre questo estremo ovest su altri mondi, dove si ripresenta in una serie di affascinanti variazioni l’incontro tra culture e la loro difficile convivenza. Talvolta, come nel romanzo breve Il mondo della foresta (1972) l’incontro diventa guerra, o meglio guerriglia, in una straniata raffigurazione del Vietnam che allora infuriava; altre volte, come nei Reietti dell’altro pianeta (1974) l’incontro tra una società utopica anarchica e una sorta di distopia capitalistica planetaria non porta apparentemente a nulla, se non a svelare limiti e contraddizioni di entrambe le civiltà.
Il tema utopico è potente in tutta l’opera di Le Guin e ben rappresentato dal saggio «Una visione non-euclidea della California come luogo freddo», compreso nei Sogni si spiegano da soli, dove ancora una volta antropologia, politica, storia e archeologia dialogano in modo originale e spiazzante. A questi temi ricorrenti s’intreccia inevitabilmente la riflessione sul genere, sulla scrittura delle donne, sulla tutt’altro che risolta questione dell’emancipazione femminile: un problema di cui, per sua stessa ammissione, Le Guin ha preso coscienza solo progressivamente, come attestano le note a piè di pagina aggiunte a «Il genere è necessario? Versione aggiornata». Qui la scrittrice, riflettendo su La mano sinistra delle tenebre, fa i conti con se stessa e la sua passata consapevolezza, solo parziale, in materia di femminismo, offrendo così prospettive inedite su uno dei suoi romanzi più noti.
Giudizi critici
A fronte delle perplessità destate dal giudizio che Le Guin dà di Hemingway (ricorrente bersaglio di una garbata ironia) e della sua maschera da macho man che oggi sappiamo essere una ingannevole finzione, non si può non restare affascinati dall’acuta rilettura di Piccole donne in «La figlia della pescatrice», o dai commenti sul tragico diario dello sventuratissimo esploratore polare R. F. Scott in «Eroi». Le Guin contrappone qui alla posa di eroismo guerresco di Ernest Shackleton (che «aveva fatto la cosa giusta ma ha detto quella sbagliata»), all’assunzione di responsabilità di Scott, che «ha ammesso completamente il proprio fallimento», senza contrapporsi a qualche nemico o avversario incarnato nei ghiacci polari. E sono queste intuizioni a costituire l’innegabile valore aggiunto di questi scritti.
(Alias – il manifesto, 19 giugno 2022)
di Rosalba Castelletti
L’etichetta di “coscienza di San Pietroburgo” non le piace. «La coscienza serve solo a nasconderla. E molto spesso viene usata a sproposito». Eppure a resistere contro la «follia» dell’“operazione militare speciale” c’è rimasta quasi solo lei. Elena Osipova, pittrice ed ex insegnante d’arte, scende in strada a San Pietroburgo con i suoi poster, disegnati tutti da lei, nonostante gli acciacchi dei suoi 76 anni, i continui fermi della polizia e le provocazioni dei cosiddetti titushki. Milano le ha conferito la cittadinanza ordinaria.
«E qui in Russia non vengo neppure nominata», dice mentre ci versa un tè e ci offre un prjanik, un panforte. «L’ho preso al forno qui sotto», sorride facendo un cenno oltre la finestra al primo piano di un appartamento che condivide con una coppia più giovane. Una kommunalka (*) dove vivevano i suoi nonni e sua madre. «Mio nonno è morto durante l’assedio. E io sono figlia della Grande Guerra. I miei, un’infermiera e un medico, si sono conosciuti al fronte». Osipova sgrana gli occhi chiari mentre mette in fila le parole come in un flusso di coscienza o ci mostra una tela dopo l’altra. «Molti poster non li ho più, me li hanno strappati o sequestrati».
Che cosa le dà la forza di continuare?
La gente ne ha bisogno. Ha bisogno di vedere che c’è chi la pensa come loro. Ha bisogno di non sentirsi sola. E ne ho bisogno anch’io. Ecco perché continuo a scendere in piazza. Lo faccio soprattutto per i giovani. Pensavamo che almeno loro non avrebbero vissuto l’orrore di una guerra e invece ora c’è anche la minaccia nucleare. Anche se quando è iniziato tutto, neppure ci credevo.
A che cosa?
Non riuscivo a credere che in tanti potessero sostenere questa operazione. Sono scesa in piazza per capire se fosse vero e ho incrociato tanti giovani in Prospettiva Nevskij. L’unica cosa che potevano fare era gridare: “No alla guerra”. Ora non si può fare più neppure quello. Io ero lì con un mio vecchio poster: una mummia, due corvi con il becco insanguinato e un verso di Marina Cvetaeva. Era un poster del 2014. Era già tutto previsto.
Si aspettava già allora che si potesse arrivare a questo punto?
No, ma ricordo che già nel 2014 c’erano gli ideologi del Russkij Mir, del Mondo Russo, e quelli che si vantavano di avere ucciso nel Donbass. E la colpa principale è la loro. Sono l’intelligencija e usano la loro influenza per instillare odio. Ai nostri dicono che vanno in Ucraina a combattere il nazismo, invece sono loro a compiere azioni fasciste.
Questi ragazzi diventano assassini.
Uccidere ti cambia, ti resta dentro. La Russia ha già subito tante prove, ma stavolta è diverso. Ci si uccide tra fratelli. E tutto questo fa paura. Tanti russi credono che sia tutto inutile, che contro questa follia non si possa lottare e perciò vanno via.
Lei invece scende in piazza da vent’anni…
La prima volta fu dopo l’assedio del teatro Dubrovka. È stato solo l’inizio. Poi c’è stata la tragedia di Beslan, l’uccisione di Anna Politkovskaja….
Che cosa spera per il futuro della Russia?
Oggi ho paura. A volte quasi invidio chi è morto di Covid. Ma spero che chi è andato via ritorni con un esercito buono che ci venga a liberare e cambi tutto velocemente…
Non crede che il cambiamento possa arrivare da dentro?
Tutti quelli che potevano fare qualcosa sono andati via. Se le tragedie di Dubrovka e Beslan fossero successe altrove, sarebbe già cambiato il governo. Qui invece al potere sono sempre gli stessi. E il loro mestiere è uccidere.
(*) Un tipo di abitazione, tipica dei primi quarant’anni di vita dell’Unione Sovietica e tuttora esistente nei Paesi ex-sovietici, in cui più nuclei familiari condividono i servizi, la cucina e il corridoio, occupando in forma privata uno o due locali. NdR
(la Repubblica, 19 giugno 2022)
di Franca Fortunato
Metti che donne di Palermo, Partinico, Corleone, Napoli, Locri, Roma, impegnate da anni nella lotta alle mafie si ritrovino, sollecitate da altre, a riflettere, scrivere e raccontare le pratiche politiche che le hanno viste, e le vedono, protagoniste di un’antimafia diversa da quella degli uomini, quello che ne viene fuori è un racconto corale di esperienze e pratiche di donne che, pur diverse per generazione, professioni e scelte di vita, sono accomunate dalla consapevolezza che ognuna di loro, come ognuna di noi, con la mafia c’entra, anche se non sono vittime o parenti di vittime di mafia, o appartenenti a famiglie mafiose. È quello che viene fuori leggendo il libro Che c’entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni, curato da Alessandra Dino e Gisella Modica, promotrici del progetto, e pubblicato da Mimesis. Un libro che ci racconta di donne che hanno fatto della loro professione di giornaliste, scrittrici, ricercatrici universitarie, insegnanti, della loro passione e amore per la vita e per le donne come volontarie nei Centri antiviolenza, in “Libera” e nella Casa Memoria di Felicia Impastato, uno strumento “altro” di lotta alle mafie. Una storia individuale e collettiva nella Palermo degli anni ’70 e ’80 passando per le stragi di Capaci e via D’Amelio del ’92, che ha cambiato la vita di molte e ha visto le donne e chi era cresciuta nella paura della mafia, «paura di percorrere le strade e poter essere colpita per caso, o di vedere qualcosa per sbaglio ed essere punita», protagoniste di invenzioni creative come i lenzuoli sbiancati del sangue di mafia, esposti ai balconi per dire «Non sto dalla vostra parte. Non contate su di me», o il digiuno con l’adesivo, un piattino giallo appeso al collo con scritto «Ho fame di giustizia, digiuno contro la mafia». Storia narrata alle proprie alunne e alunni da chi ne fu protagonista o testimone, per trasmettere una «memoria attiva, che si fa viva e palpitante, che si manifesta in azioni concrete». Donne che si mettono in gioco, a partire da sé, nell’incontro con altre donne, ne raccolgono i racconti, ne scrivono libri che loro o altre leggono alle proprie alunne e alunni, alcuni figlie/i di mafiosi. C’è l’antimafia “spettinata” “squattrinata”, “sciattona” di chi dirige una rivista portando orgogliosamente avanti il testimone di Pippo Fava, ucciso dalla mafia. C’è chi vive in un quartiere popolare accanto a una donna il cui marito è in carcere da anni e le due si parlano da donna a donna e «convengono che la vita che ha fatto il marito l’ha portato» a non «godersi la sua famiglia, la moglie e i figli». C’è chi scopre di dover fare i conti con un nonno che ama tanto e che è stato un mafioso. Donne che, bambine nel ’92, conoscono la mafia «dalla storia dei morti ma è attraverso chi è rimasto vivo» che incontrano «la sofferenza e la perdita» o chi incontra la ’ndrangheta nel racconto della nonna dell’uccisione del nonno, maresciallo dei carabinieri, e «negli sguardi fieri delle madri che chiedono verità e giustizia per i loro figli» e di cui scrive la storia. È l’antimafia delle donne, che a Palermo sente che «le ferite» del ’92 «si riaprono ogni qualvolta si svelano corruzioni, misteri irrisolti, complicità politiche, mandanti ed esecutori rimasti impuniti non solo per i delitti e le stragi di quegli anni, ma anche quando ci rendiamo conto che troppe sono le protezioni e le connivenze». Ferite che il risultato delle amministrative, col ritorno in campo di Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, condannati per mafia, temo riaprirà e che rende questo libro ancora più prezioso, da leggere e fare leggere.
(Il Quotidiano del Sud, 18 giugno 2022)
di Venezia Manifesta
Contro i femminicidi annunciati e l’inerzia delle istituzioni. Un appello
Una donna uccisa quasi ogni giorno. Proviamo però a esaminare il fenomeno sotto un’altra angolatura, che è quella giusta: quasi ogni giorno un uomo uccide una donna. Sembra che ci sia una sorta di resa dei conti con la libertà che le donne si sono conquistate, che fa molte vittime e che assomiglia tanto alla guerra. Ci sono scelte femminili che alcuni uomini non accettano: quando troncano una catena, sfuggono da una vita asfissiante e cercano una loro autonomia o semplicemente uno spazio e un tempo per ricominciare, a partire da sé. Quando a chiudere una relazione malata sono le donne alcuni uomini si vendicano e c’è da pensare che sentano di poterlo fare, di non avere particolari freni culturali o sociali che glielo impediscano: il pensiero della vendetta, o presunta tale, si fa strada senza trovare ostacoli. Lo hanno fatto in tanti, ormai in tantissimi. Viene da credere che sia divenuto un gesto imitativo, un modello da seguire, orrendamente, assurdamente, forse inconsapevolmente, ma che, tuttavia, si è imposto nell’immaginario, nel ventaglio di comportamenti e reazioni. Nel momento della fragilità, della crisi, della necessità di riprogrammarsi, bisogna fare la fatica di trovare una soluzione, una via di uscita. Questa scelta costa. C’è bisogno di silenzio, pena, sofferenza. Cosa fare? Quello che hanno fatto tanti, che ogni giorno viene ripetuto dai media, che è visto di continuo in televisione. È un gesto che si insinua nella testa, e nel momento del bisogno emerge automatico. È come se ci fosse una strada maestra di risposta che azzera l’infinità di opzioni a disposizione dell’umano per risolvere un dramma personale. Anni fa, durante la crisi economica del 2008, assistemmo a un’altra di queste associazioni a catena, tragicamente automatiche: più di 1600 imprenditori si tolsero la vita. Cominciò uno di loro a suicidarsi e in poco tempo anche questo gesto venne ripetuto di continuo: una risposta cieca che pure in questo caso si era imposta come l’unica percorribile. Certo, quegli uomini che ammazzano le donne hanno alle spalle una pratica violenta, tengono armi in casa, hanno coltivato una confidenza con il linguaggio dell’offesa che non si inventa da un giorno all’altro. Sono tutte morti annunciate, come sappiamo. Il diritto alla libertà di movimento impedisce per ora misure cautelari più decise. Una volta si diceva che le donne non denunciavano, quasi a caricarle di una responsabilità. Oggi invece denunciano ma ciò non le protegge a sufficienza. Che fare dunque per frenare questa strage? Due sono i piani di azione, uno nell’ambito comunicativo, l’altro che riguarda le strategie di prevenzione. I media ripropongono la sequela di omicidi e purtroppo imprimono e sedimentano questa risposta. Non si tratta ovviamente di tacere questi crimini bensì di accompagnare la notizia con commenti e interpretazioni che innanzitutto smentiscano l’idea che si tratti di raptus, di accecamento istintuale, di rabbia. Quasi tutti questi delitti avvengono dopo episodi di minacce e di brutalità. E soprattutto, come ci insegna la storia delle emozioni, esistono stili di comportamento che emergono rispetto ad altri in alcuni momenti storici, e che in questo caso ci parlano di un deserto e non di un eccesso emozionale, di un analfabetismo dei sentimenti (di cui la nostra società attuale è afflitta), e di un appiattimento delle risorse individuali e collettive ai drammi e alle fatiche della vita. Televisioni, social media, carta stampata dovrebbero insistere piuttosto sul ventaglio di risposte al disagio, proponendo storie finite in altro modo (che poi sono la stragrande maggioranza). Si deve comunicare la possibilità di uscire da quella che appare in maniera distorta come una strada maestra ma che è invece un vicolo cieco e orrendo. Opporre dunque alla povertà di un gesto la visione di un paesaggio molteplice e vasto, di scelte multiple, di percorsi attraversati da mille sentieri. Non c’è mai un’unica scelta. L’altro piano riguarda l’azione preventiva. Ci si può ispirare alle modalità con cui si è affrontata la protezione dei testimoni di mafia, ma mutando direzione. Invece che far subire alla donna minacciata e che ha denunciato lo stalking o peggio, l’allontanamento dalla sua casa, dal suo ambiente, dal lavoro e dalle sue reti personali, si vada a trasferire l’uomo violento in un’altra città e almeno in un’altra regione, possibilmente molto distante. E che abbia l’obbligo di firma, come i mafiosi, in modo che si possano controllare i suoi spostamenti. Perché ciò che non dobbiamo permettere è che le conseguenze di un comportamento violento maschile vengano pagate in qualità di libertà personale femminile. Affinché queste donne non siano viste solo come vittime ma come soggetti autonomi che perseguono le loro scelte di vita. Abbiamo dato il nostro sostegno al presidio di protesta, contro i femminicidi annunciati e l’inerzia delle istituzioni, che si è tenuto al Tribunale di Vicenza, venerdì mattina 17 giugno organizzato dai comitati MovimentiAMOci e MaternaMente e dalla rete di donne sopravvissute alla violenza e delle attiviste contro la violenza sulle donne che consegneranno una lettura-denuncia al Presidente del Tribunale e che invieranno anche alla Ministra Cartabia.
Per Venezia Manifesta: Tiziana Plebani, Franca Marcomin, Maria Teresa Menotto, Stefania Bertelli, Barbara Zanon, Rosanna Marcato, Paola Di Biagi, Mara Rumiz, Valentina Fanti, Anna Messinis, Monica Sambo
Se condividi l’appello e desideri firmarlo, puoi inviare la tua adesione via email a: Veneziamanifesta@gmail.com e/o tiplebani@libero.it
(Ytali, 17 giugno 2022)
di Angela Strano
Un incontro volto all’arricchimento e alla condivisione. Un’occasione per trascorrere momenti assieme e trattare temi importanti e contingenti. Domenica 12 giugno in piazza Federico di Svevia si è tenuto il ventesimo Pomeriggio di bellezza, tra colori, intrecci, cartelloni, discorsi rivolti all’amore per la città. Un evento organizzato dalla Città Felice e che ha visto la convergenza di diverse realtà, quelle integrate nel circuito La Ragnatela.
Chi ha partecipato
Nel corso dell’evento si sono espressi gli/le esponenti di vari contesti catanesi. Un flash mob durato circa due ore il quale ha consentito di esternare sia attraverso il dibattito, sia mediante una mostra di cartelloni e il canto. Una volontà che converge per gli “intrecci di pace”, questo il nome del pomeriggio di bellezza. Il principio secondo cui, attraverso la valorizzazione delle idee e, ancora più in profondità, mediante le buone pratiche, si volge alla pace e all’armonia. Introduce l’evento Anna Di Salvo, spiegando ciò che si vuol trasmettere attraverso i pomeriggi di bellezza succedutisi negli anni. C’è stato l’intervento di Mirella Clausi, la quale spiega come i centri storici, compreso quello catanese, rimangono espropriati dalla loro bellezza e storia, in quanto messi a reddito col pullulare dei locali. Mirella, inoltre, vivendo proprio nei pressi della piazza, afferma che gli abitanti del quartiere manifestano il loro amore per essa.
Segue il canto popolare siciliano di Domenica Galvagno del coro UnicaVuci. L’intervento di Oriana Cannavò del centro antiviolenza Penelope, con riferimento alla casa sociale per le donne vittime di violenza, inaugurata di recente presso il quartiere di san Cristoforo. Come spiega anche la mediatrice culturale Joyce, nella sede di Penelope si vuol portare avanti la solidarietà tra donne di varie etnie vittime di abusi che vivono il quartiere. Pertanto si organizzano laboratori di cucina, cucito (sartoria sociale), arte, italiano. L’intento è pure favorire l’integrazione di queste donne e il loro inserimento sociale.
Pomeriggio di bellezza: chi ha preso la parola
Si è espressa Brunilde Zisa per Emergency, evidenziando la misura in cui dalla cura del prossimo si può creare bellezza. Ella inoltre si riferisce alla differenza femminile come fonte di ricchezza, nonché celebra l’uguaglianza e la diversità, i diritti e l’accoglienza. Ancora Cinzia Colajanni, de La Ragnatela, che definisce la città come luogo di condivisione tra cittadini/e. Uno sguardo pure verso i senzatetto, per i quali la rete antiviolenza si sta mobilitando. Segue Giusy Milazzo, anche lei de La Ragnatela e di Sunia, in difesa delle famiglie sfrattate. Interventi di Chiara Petrelli, con riferimento alla nascita della Città Felice, circa trent’anni fa, e un buon auspicio per la politica delle donne, e di Maria Merlini. Questa propone l’agire e il pensare per contribuire a cambiare il circostante.
Ancora Giolì Vindigni, del Comitato Apriamo il porto, indicandone il potenziale se questo venisse aperto, Eliana Rasera e Domenico Stimolo, con discorsi sulla pace e la pratica politica delle donne. In ultimo, tra gli interventi, quello di Salvatore Castro del Comitato Antico Corso, il quale evidenzia il graduale smantellamento del quartiere, tra la soppressione degli ospedali in centro e la sottrazione di spazi pubblici. Per opporsi a tale scempio occorre creare comunità, tra residenti e non in quartiere, questo lo scopo del Comitato.
Gli “Intrecci di pace”
Durante l’evento si sono intrecciate delle stoffe colorate, gesto dalla valenza simbolica. Il tema portante è la pace, aspetto espresso con la mostra di cartelloni sulle massime di donne contro la guerra. Figure femminili che hanno manifestato la loro contrarietà alle logiche militariste, fatte di morte e dominio. Da Rosa Luxemburg a Hannah Arendt, passando per Virginia Woolf e Dacia Maraini. Uno sguardo pure su Marija Gimbutas, archeologa che ha avanzato importanti scoperte sulle società matrilineari, disconoscenti la guerra. Queste e altre donne le quali, col loro potenziale, hanno posto una secca opposizione a tutte le campagne militari.
Se non si dispongono degli strumenti per porre fine a una guerra, si può tendere alla pace con le innumerevoli sfaccettature del quotidiano. Questo anche attraverso un’altra concezione della città, a misura di esseri umani, animali, spazi verdi e ampi. Fare in modo che la città non sia espropriata per le logiche di profitto e a causa dell’inquinamento, in tutte le sue forme, ma vissuta. La Città Felice ha sempre teso a questo, creare spazi di condivisione e incoraggiare il confronto tra donne che si traduce in attività politica.
Il pomeriggio di bellezza del 12 giugno è stato un incontro tanto intenso quanto simbolico. Si è trattato di aspetti su cui occorre acquisire una maggior sensibilità, viste le istanze a livello locale e globale. Un evento, come quello dell’8 marzo 2022, richiamante il potenziale femminile.
(https://catania.italiani.it/, 17 giugno 2022)
di Annie Marino
Mi è stato chiesto di riflettere su ciò di cui si è parlato durante l’ultima riunione della Libreria e su cosa già esisteva prima del mio intervento e che lo ha generato.
Mi sembra importante ricordare che in quell’intervento dicevo che la mia esigenza, il mio desiderio, ovvero quello che mi ha guidata alla Libreria, è di conoscere i contenuti oltre, insieme, prima ancora della storia. È chiaro che le due cose non possono prescindere l’una dall’altra, ma lasciate che mi aiuti e dica con sincerità cosa intendo per contenuti.
Per me i contenuti sono quello che cerco e quello che io cerco è un’esistenza sempre libera: è quello che voi conoscete ed è quello che avete avuto perchè ciascuna di voi lo ha dato all’altra. Come è stato fatto, questo? Tutto ciò che ho cercato di dire in poche parole, ecco, questo, tutto, chiaramente fa la storia della Libreria.
A me non piace sentir parlre di racconti del passato per quanto riguarda la Libreria, ma mi piacerebbe, ad esempio, sapere dove – in quali libri – posso trovare quello che sto cercando. Perchè i libri, insieme all’altra, sono quello che ha fatto libera la vostra vita: per “fare”, avreste potuto far dell’altro, invece, quello che avete creato è stata una libreria.
La Libreria non chiama a sé giovani donne, ma chiama a sé giovani donne che cercano. Molte di loro credono di cercare cose diverse, forse un lavoro appagante, forse la riconciliazione familiare, forse un altro luogo. E guardate quante cose crediamo di desiderare tutti, donne e uomini! Lo spazio esiste, ma sembra sempre pieno. A tutte le donne, però, basterebbe essere leggere e poter dire la propria verità.
Io e le altre ragazze vi chiediamo di dirci quello che avete trovato cercando, di accompagnarci, di guidare la nostra ricerca, di ascoltarci e, anche, di lasciarci esplorare.
Vi chiediamo che la Libreria sia riconoscibile come il luogo delle vie possibili per tutte le donne che cercano.
(www.libreriadelledonne.it, 17 giugno 2022)
di Vita Cosentino e Antonietta Lelario
Nel panorama delle riviste che si occupano di scuola, è uscito il primo numero on line di Paesaggi Educativi, Nuova Serie, rivista del dialogo fra insegnanti, genitori, alunne ed alunni. https://www.paesaggieducativi.it/la-rivista/#
La rivista, espressione dell’Associazione Paesaggi Educativi attiva dal 1999 (vedi www.paesaggieducativi.it), vuole essere “uno strumento diretto a contribuire, con il lavoro della conoscenza, alla creazione di una civiltà della cura basata soprattutto sulle ‘pratiche diffuse di mutuo soccorso’; queste pratiche sono una condizione essenziale per uscire dalla pandemia in modo positivo in ogni ambito”. L’intento è quello di riprendere il progetto del movimento per l’autoriforma, sollecitando coloro che in questi anni “hanno salvato la scuola dal tracollo con il loro impegno quotidiano” a dare voce a “iniziative miranti a realizzare un processo di cambiamento dal basso”, come si legge nel breve articolo di Bruno Miorali Ricominciamo dal movimento per l’autoriforma!
In questo numero si possono leggere di Vita Cosentino e Antonietta Lelario, insegnanti che hanno partecipato all’autoriforma gentile, gli articoli che ne ricostruiscono la storia e mostrano l’attualità e la necessità di questa politica trasformativa. (Marina Santini)
AUTORIFORMA ANCORA
di Vita Cosentino (Libreria delle donne di Milano)
Autoriforma è il nome di una politica trasformativa che si basa su quello che c’è di buono e che funziona in una determinata situazione, sui desideri e i bisogni profondi che emergono, senza far conto di progetti legislativi o di soldi per il cambiamento. Come tale l’autoriforma è sempre a portata di mano e capace di riattivarsi se ci sono forze soggettive disponibili a mettersi in gioco. Nella scuola l’autoriforma è stata un movimento significativo costituito da donne e da uomini insegnanti, si è diffuso in molte città italiane dagli anni ’90 del secolo scorso, e ha influenzato per parecchi anni il dibattito culturale sul senso di questo luogo centrale e decisivo per la società, come si è ben visto anche durante la pandemia.
Per parlare dell’autoriforma della scuola e capirne in profondità modalità e moventi, è necessaria una lunga premessa che riguarda la scoperta di una nuova concezione della politica maturata nel seno del femminismo italiano.
Lia Cigarini e Luisa Muraro la definiscono “un processo di sottrazione di sé all’ordine del discorso dominante e di conquista dell’indipendenza simbolica”. È un’idea che “pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale” (introduzione agli scritti di Simone Weil, Oppressione e libertà, Orthotes, 2016).
In questa scoperta di quasi cinquanta anni fa, il fulcro sta nella soggettività e la politica coincide con le pratiche. Non c’è una teoria che precede. La teoria viene pensata man mano interrogando le pratiche in atto fatte circolare tramite il racconto ragionato. Una pratica non è un semplice fare, ma un agire in relazione avendo dentro la modificazione di sé, cioè operare una modificazione dei contesti modificando se stessi e non, volontaristicamente, volendo cambiare il mondo.
In questo modo, nel femminismo della differenza sono cominciate pratiche politiche inedite che man mano sono state nominate con le parole: partire da sé, affidamento, autorità, relazione di differenza, per citarne alcune. Tutte fanno perno sulla relazione duale che è stata esplicitamente mutuata dal setting analitico. C’è quindi un debito alle modalità della psicanalisi, ma l’elemento di vera novità sta nel fatto che la relazione duale è immaginata e pensata come una forma della politica, anzi di più, la forma politica di base che non ha bisogno di altro, cioè di partiti o altre organizzazioni, per correre nel mondo. È una forma vuota perché si incarna in quella donna lì, in quell’uomo lì. C’è un’intenzionalità ma tutto dipende dalle soggettività che entrano in relazione.
Questa lunga premessa serve a spiegare come anche l’autoriforma della scuola abbia all’inizio una relazione duale. Infatti ha preso impulso dall’incontro e dalla relazione di fiducia che è nata tra me che scrivo e Guido Armellini, un docente di Bologna, autore di numerosi articoli sulla scuola. Nella politica di relazione un incontro che si sente come significativo è potenziato dalla consapevolezza che si tratta di “politica” e quindi si alimenta di quella speciale passione che ne è la cifra. Una politica inedita, che coincide con la vita stessa.
Io già da qualche anno facevo parte di quel movimento nazionale di donne insegnanti che ha preso il nome di “Pedagogia della differenza”, proprio perché la politica di relazione è entrata potentemente nella scuola alla metà degli anni ’80.
Ricordo che quando cominciai a praticare la relazione di affidamento nella scuola media in cui lavoravo, ho sperimentato un capovolgimento che ha coinvolto emozioni profonde: se prima tra insegnanti serpeggiava invidia e rivalità, dopo si è aperta la possibilità di fidarsi, di contare su un’altra donna per portare nel mondo i propri desideri, non stando più alle logiche precedenti. Per raccontare un episodio significativo, questo capovolgimento di sguardo ci portò quasi subito alla rottura della sezione sindacale, che si riuniva prima di ogni collegio per contestare per principio, punto per punto, le proposte della preside. Quando noi insegnanti femministe dicemmo che non ci stavamo più a quella logica di potere e contropotere perché la preside era una donna come noi e la trovavamo capace e interessata alla scuola, la sezione sindacale si spaccò e cambiarono tutte le dinamiche e le relazioni interne alla scuola.
Negli anni, in queste relazioni privilegiate si è formata una soggettività femminile libera e pensante, che ha prodotto libri, riviste, idee, in breve un punto di vista sulla scuola e sul mondo.
Nell’incontro con Guido Armellini la scintilla è stata la scoperta di avere idee molto vicine sulla valutazione scolastica, pur provenendo da percorsi decisamente differenti. Il primo passo è stato mettere in comune nel convegno “Chi valuta chi e perché” le reti di relazioni in cui eravamo: io quella delle femministe a scuola, riferite alla Pedagogia della differenza e alla rivista Via Dogana, e quella con una rete di maestre milanesi; lui quelle che ruotavano attorno alla rivista di Goffredo Fofi La terra vista dalla luna e una sua rete di amicizie che andavano da studiose come Marianella Sclavi a maestri eccellenti come Franco Lorenzoni e Bardo Seeber.
Insieme, in un tempo in cui a scuola si parlava solo di programmazione, di test, di obiettivi, di prestazioni, abbiamo riaffermato il piacere di insegnare, abbiamo capito come la qualità fosse nelle buone pratiche da sperimentare valorizzando l’imprevisto e rompendo lo schema autoritario della cattedra e del registro. Abbiamo puntato sull’autorità dell’insegnante e non sul suo potere istituzionale, abbiamo visto il comune bisogno di esistenza simbolica, di esserci nella lingua con una parola propria, e quindi la centralità della soggettività anche in chi avevamo davanti: erano studenti e studentesse con un volto e una storia.
Non è possibile in questo articolo parlare a fondo di tutte le pratiche scoperte in quegli anni così intensi, per questo rimando alla lettura dei due libri principali dell’autoriforma: Buone notizie dalla scuola (Pratiche,1998) e Lingua bene comune (Città Aperta, 2006).
L’autoriforma è una pratica politica che, pur rimanendo in contesto, lo oltrepassa inserendosi nel dibattito generale. È una rete di liberi rapporti tra singolarità e tra riviste che non diventa mai un’associazione o un gruppo formalizzato, ma rimane mobile seguendo il desiderio.
Il movimento di autoriforma gentile, ha avuto come caratteristica principale quella di essere un luogo di confronto e di scambio, momento di un ragionare comune che non ha per scopo l’elaborazione di piattaforme di obiettivi. Non c’è una maggioranza e una minoranza, non c’è chi vince e chi perde nella discussione, non si arriva a nessuna sintesi. Nell’idea di autoriforma si privilegia un pensare in presenza da cui ciascuna, ciascuno si potenzia tramite il pensiero dell’altro, dell’altra. Per quanto ne posso dire io con i miei ricordi personali, eravamo intensamente presenti nelle nostre realtà e nel rapporto con studenti e studentesse, e, a partire da ciò che già c’era e funzionava bene, portavamo avanti una “lotta linguistica” scrivendo su giornali e riviste. Contrastavamo in questo modo quelle “riforme”, come per esempio l’introduzione di una cultura aziendale e della meritocrazia, che alla scuola venivano imposte dall’esterno e dall’alto. Abbiamo scritto molto. Scrivere nell’autoriforma è stato un atto politico centrale perché solo facendo circolare le nuove esperienze in classe con le riflessioni che suscitavano, si potevano attivare processi trasformativi contagiosi. L’autoriforma non si presenta come un movimento sociale, è un movimento di soggettività, sarebbe meglio dire: soggettività in movimento.
Ho raccolto tutte le mie esperienze e riflessioni nel libro Scuola: sembra ieri è già domani (Moretti&Vitali 2016), e rimando a quel testo per un approfondimento. Sono convinta – e il titolo lo dice con chiarezza – che queste pratiche di soggettivazione, sperimentate a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, siano anticipatrici di ciò che occorre in questo nostro tempo. In questa mia idea sono confortata dalle analisi di Alain Touraine che da più di un decennio, nelle sue pubblicazioni, considera finita la politica novecentesca e la maniera tradizionale del sociale ad essa legata. Ne parla in modo precipuo in La globalizzazione e la fine del sociale (Il Saggiatore 2008). Il sociologo sostiene che viene avanti un mondo fatto di soggettività, più centrato sulla costruzione di sé e della propria vita. Quanto questa analisi sia stata lucida è confermato dal susseguirsi di movimenti con caratteristiche nuove. Pensiamo per esempio a quanto ha potuto muovere nel mondo una poco più che bambina come Greta Thunberg.
L’ARTE DI DAR PAROLA ALL’ESPERIENZA
di Antonietta Lelario (Circolo culturale La merlettaia di Foggia)
Un docente universitario raccontava recentemente la distanza siderale che lo separa dalla politica dell’Università spesso legata a logiche di potere; eppure, farne parte gli consente di battersi dentro e fuori dall’università per ciò in cui crede. Come muoversi nella molla che lo stringe fra rifiuto e identificazione?
Io ho riconosciuto subito il suo conflitto. Quando sono entrata nella scuola come insegnante la critica al fatto che la scuola serviva alla perpetuazione dell’esistente e che l’ordine imperante fosse ingiusto e oppressivo era molto forte. La presa di distanza sembrava una possibile strada, soprattutto per una donna che quell’ordine non aveva affatto contribuito a costruire. La presa di distanza sembrava utile anche per entrare più in contatto con gli e le studenti: essere amica più che docente. Eppure, di fianco alla tentazione di estraneità si faceva strada un differente sentimento: scoprivo sempre più che quel lavoro era uno spazio di relazione e di contagio, era una possibilità di creazione di altro, e per farlo dovevo accettare di essere docente, assumermene fino in fondo l’autorità. La scuola tutta poteva avere un’altra funzione sociale e io potevo riconoscermi nella scuola a patto di darle il volto che desideravo! Potevo lasciarmi guidare dal potere di trasformazione che era nelle mie mani, come in quelle di tutti e tutte.
Che altro vogliono dire, se no, gli striscioni con l’impronta delle mani di cui si riempiono tante manifestazioni? Che cosa vuol dire quel grande bisogno di dire “Io ci sono” che attraversa il nostro tempo?
È il primo passo dello spazio politico, intendo la politica arendtiana. E anche la politica delle donne che, nei collettivi degli anni ’70, hanno messo al mondo il “Partire da sé”. Aver costruito, grazie alle forti relazioni che già esistevano fra donne, una rete con altri e altre docenti e aver trovato il nome di Autoriforma fu per me, fra la fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90, un’uscita dalla contraddizione, un punto di equilibrio esistenziale per affrontare il secondo passo della politica: quale volto volevamo “insieme” dare alla scuola?
Non ho cominciato a caso questo testo con un breve racconto preso dall’esperienza. Questo è stata subito la nostra scelta. Non volevamo costruire un’altra teoria che si affiancasse o competesse con le tante che nascevano come funghi sulla base dell’ordine tradizionalmente dato: si parte dalla testa, si fanno quadrare astrattamente tutti i conti e poi si convince il corpo, in questo caso il corpo scolastico. Queste teorie nascevano naturalmente nell’università e da lì dovevano scendere agli altri livelli di scuola anche se tutti sanno che le più esperte di pedagogia sono alcune maestre di scuola materna. Ma a dare lezione non sono mai chiamate loro.
Questo modo di procedere non solo non ci convinceva, non solo era ciò che criticavamo di più, ma era ciò che non teneva più. Era una modalità che viene dall’antica separazione fra teoria e pratica, fra idee e materia, fra cultura e natura, pensate separatamente e, guarda caso, in modo gerarchico con le prime valutate come superiori rispetto alle seconde. Era e rimane una modalità autoritaria e oppressiva nella sostanza, anche quando parla di corpo, di piacere o di felicità. Soprattutto una modalità che non ascolta il reale che grida per essere letto diversamente (S. Weil). E il reale nella scuola gridava fortemente, noi che investivamo tanta passione e studio eravamo profondamente offesi dal continuo disprezzo di cui veniva circondata la scuola. In realtà quel disprezzo serviva a giustificare le riforme istituzionali che inserivano la scuola nel disegno neoliberale e liquidavano l’epoca delle sperimentazioni dal basso in cui si esprimeva il meglio della creatività di quegli anni; basterebbe guardare l’alto livello dell’editoria scolastica di allora per verificare quanto sto affermando. E la perniciosità di questa politica è diventato negli anni sempre più evidente man mano che la teorizzazione della scuola azienda si sovrapponevano ai bisogni profondi della scuola, creando una confusione sempre maggiore.
Noi della rete “dell’autoriforma gentile” volevamo far parlare la nostra esperienza. Buone notizie dalla scuola (Pratiche Editrice, 1998, a cura di Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini) è stato il primo libro collettaneo uscito da un nostro convegno nazionale per far vivere un’altra scena simbolica più aderente al reale. Nel libro, come nei nostri incontri, ci siamo sottratti/e al discorso a tutto tondo, abbiamo voluto mantenerci aderenti all’esperienza che ci parla per sprazzi, che colpisce la nostra attenzione perché in quel particolare, in quell’episodio, si rivela qualcosa di più, si fa strada quel senso delle cose di cui abbiamo fame. Una politica dello spiraglio che porta aria, luce, senza abbagliare, senza alcuna pretesa di illuminare tutto, in cui ognuno, ognuna ha continuamente bisogno degli altri per procedere. Lì, nel cammino comune, abbiamo cercato risposta alle contraddizioni, autorizzazione ed esempi sui modi in cui ciascuno/a di noi si rapportava ai saperi, nutrimento per la nostra creatività. In questo cammino si annidava anche un’altra scommessa che fra donne – eravamo la maggior parte e quasi tutte legate in qualche modo al femminismo – e uomini si potesse realizzare una relazione di scambio delle reciproche differenze, evitando tanto la guerra quanto l’antica cancellazione del femminile.
Questa politica riapriva la questione della lingua. Non a caso Lingua, Bene Comune (Città Aperta 2006, a cura di Vita Cosentino con Guido Armellini, Gian Piero Bernard, Paola Bono, Laura Fortini, Antonietta Lelario) è stata la nostra seconda pubblicazione. Anche le formule in cui sintetizzavamo approdi del pensiero, come “Il massimo di autorità col minimo di potere”, mantenevano la forza simbolica dei cartelli nelle manifestazioni, memento da praticare e da verificare; mai pura trasmissione di idee, architetture della ragione.
E non a caso voglio finire questo testo con un altro racconto. Durante il lockdown una insegnante di educazione motoria in un liceo scientifico della mia città, Foggia, non potendo esercitare online il suo insegnamento tradizionale ha cominciato con le sue classi un discorso sulla necessità per il corpo di una sana alimentazione. Da qui il discorso si è allargato a chi e come si produce il cibo che portiamo in tavola fino ai pericoli che oggi lo minacciano. Il lavoro è terminato facendoli incontrare con Libera. Quando io sento di queste esperienze penso che è lì che vive l’autoriforma.
Nell’esperienza di questa collega si condensa quel volto della scuola di cui parlavo, a cui contribuisce ogni insegnante che crede nel suo lavoro: il coinvolgimento non forzato degli e delle studenti, la loro attivazione in percorsi di ricerca, il riannodamento dei saperi con le esigenze del nostro tempo, il collegamento con chi opera sul territorio e diventa a sua volta fonte di conoscenze e, insieme, l’assunzione di autorità dell’insegnante, degli insegnanti che scelgono, selezionano il sapere, deviano dai programmi, li finalizzano in relazione a ciò che vogliono far rivivere in quell’insegnamento e tenendo presenti i bisogni della classe.
So per certo che oggi è aumentata la sofferenza di tanti docenti per un uso della tecnologia che taglia i tempi della relazione e per la proliferazione di atti burocratici in cui la scuola si trincera per essere inattaccabile o per ubbidire a norme esterne; penso per esempio al linguaggio predeterminato e obbligatorio dei progetti europei. Ma so anche che, in mille modi, nell’azione di tanti e tante insegnanti riappare il senso della scuola come comunità che sperimenta e sceglie le forme della convivenza, che mantiene il piacere di interrogarsi sui saperi, sulla loro origine e sulla loro necessaria rilettura: una comunità aperta in cui fra il dentro e il fuori dalla scuola c’è uno scambio libero. Quindi c’è ancora bisogno di “corpi intermedi” (S. Weil) in cui l’esperienza e l’antico desiderio di imparare e insegnare possano trovare spazi di riflessione e circolazione.
Infatti, il ripensamento sulla scuola può andare ulteriormente avanti se anche nelle associazioni che collaborano con lei, o in chiunque se ne occupi, la relazione non si trasforma in un semplice uso reciproco ma diventa occasione per rilanciare quel volto comunitario. Lo ha fatto recentemente Renzo Piano. Hanno detto: «Ecco la sua scuola del futuro: una scuola sostenibile, energeticamente efficiente e antisismica; ma soprattutto innovativa, perché sarà aperta anche la sera e nel week-end, per accogliere iniziative e corsi extra-scolastici rivolti non solo agli studenti ma all’intera comunità. Quello di Sora, in provincia di Frosinone, è un progetto che potrebbe inaugurare un nuovo modello di edifici scolastici innovativi». In realtà, Renzo Piano ha messo in architettura un bisogno che è nell’aria da tempo, immesso nel simbolico dall’esperienza scolastica più vitale. Lui ha avuto l’ardire – lo può fare, vista la sua grandezza e visibilità – di metterlo in pratica.
(www.libreriadelledonne.it, 16 giugno 2022)
di Marina Terragni
Vento americano in poppa – a giorni la Corte Suprema Usa potrebbe abolire la storica sentenza Roe vs Wade e ricacciare l’aborto nella clandestinità- i pro-life italiani cavalcano l’onda e vanno all’attacco della legge 194 che dal 1978 regola l’interruzione di gravidanza in Italia. Obiettivo abolizionista tenuto sotto traccia: da una parte si assicura di voler dialogare con il femminismo e i pro-choice, dall’altro lo si nega parlando di legge “integralmente iniqua” e andando allo scontro frontale. La ragione dell’ambiguità è evidente: i promotori della Manifestazione per la Vita sanno bene di non avere interlocutori politici. Non c’è un solo partito che si intesterebbe la battaglia, nemmeno a destra: Giorgia Meloni si è più volte espressa a sostegno della legge e anche Salvini ha chiarito che «la 194 non si tocca». I pro-life dicono però di non volersi arrendere, paragonandosi ai «movimenti antischiavisti» che ai loro inizi non avevano chance di affermazione.
Se non ci fosse la 194, questo l’argomento cardine, non ci sarebbero aborti. Leggi: le donne sarebbero costrette a portare avanti la gravidanza o a rischiare la pelle, their choice. Che per ogni nascita serva il sì di una donna, che il suo consenso sia inaggirabile è un boccone che ai pro-life proprio non va giù, quando perfino l’Angelo restò in attesa del fiat di Maria dopo averle annunciato di essere stata prescelta. Non c’è modo di obbligare una donna a diventare madre: è lei a decidere, salvo costrizioni. Puoi evitare che crepi, però, se intende interrompere la gravidanza: non è poco, a meno che non si ritenga che farla crepare sia la giusta punizione.
Altro argomento dei pro-life: la denatalità. Come se le nascite ai minimi storici – tasso di fecondità all’1.24, età sempre più avanzata al primo parto, un declino demografico che allarma perfino Elon Musk – si potesse spiegare con il fatto che le donne abortiscono in sicurezza. Non sta in piedi. La denatalità e almeno una parte delle interruzioni di gravidanza semmai possono essere ugualmente ricondotte alla variegata, multiforme, resistentissima misoginia italiana, sulla cui ferocia non c’è da dilungarsi.
Dagli stop sul lavoro – la gravidanza di una dipendente è ormai vista come un atto di luddismo – alla cronica carenza di servizi, alla solitudine in cui si è abbandonate: quel «villaggio» che servirebbe a fare crescere ogni bambino oggi non esiste più. Tutto concorre a dare forma a una mostruosa ingratitudine nei confronti delle donne che dicono «sì» e a una svalorizzazione radicale della funzione materna, ormai intesa come esercizio di un lusso privato. Il naturale desiderio di mettere al mondo un bambino deve dribblare troppi ostacoli e finisce per spegnersi. Che cosa intendono fare i pro-life perché chi vuole essere madre – non tutte lo vogliono – possa diventarlo? Contro la denatalità serve più libertà femminile, non meno. La prova più eclatante: nelle rare enclavi matrilineari sopravvissute, organizzate intorno alla genealogia femminile, l’aborto letteralmente non esiste. I pro-life non sembrano dare troppo peso nemmeno alla diffusa irresponsabilità maschile – dal rinvio sine die alla fuga a gambe levate – che spiega un cospicuo numero di aborti («Per il piacere di chi sto abortendo?» si domandava Carla Lonzi), impegnati come sono in una difesa d’ufficio della figura paterna, padri violenti compresi. È la misoginia definitiva del ddl Pillon sull’affido condiviso recentemente ripresentato al Senato, vera e propria guerra alle donne in nome di un’astratta parità genitoriale: centinaia le madri cosiddette “alienanti” a cui sono stati sottratti i figli, un nome per tutti quello di Laura Massaro che ha recentemente vinto la sua battaglia in Cassazione.
Da parte dei pro-life, dunque, una partecipazione attiva alla svalorizzazione della madre: è così che si pensa di incrementare le nascite? Non si andrà da nessuna parte se si ritiene che sia questa la strada per ridurre il tasso di abortività, obiettivo certamente auspicabile; che basti la carità pelosa di un aiuto economico last minute alle gestanti in difficoltà e che non sia mai necessario nominare le storture del dominio patriarcale che ha fatto del corpo della donna un territorio pubblico, né tantomeno il primato dell’economia per cui le madri sono solo sassolini nell’ingranaggio. Nasceranno sempre meno bambini e il mondo andrà sempre peggio se non si lavora per la libertà femminile anziché contrastarla, riportando al centro e per il bene di tutti quella relazione tra la madre e la creatura che è fondamento di ogni comunità umana. State sbagliando proprio tutto, amici pro-life.
(La Stampa, 15 giugno 2022)
di A.O. Scott
Il processo per diffamazione che ha coinvolto gli attori Johnny Depp e Amber Heard è stato uno spettacolo sconcertante, triste e poco edificante, dal primo all’ultimo momento. Ora che la giuria ha finalmente emesso il verdetto (a favore di Depp su tutti i punti sollevati e a favore di Heard solo su uno) è evidente che la confusione era il vero obiettivo fin dall’inizio. Perché Depp, dopo aver perso una causa simile nel Regno Unito, ha insistito per tornare in tribunale? Un processo pubblico, in cui si sarebbe inevitabilmente riparlato dei suoi presunti abusi fisici, sessuali ed emotivi (oltre che del suo uso di alcol e droghe), di sicuro non avrebbe mai potuto aiutarlo a rifarsi una reputazione. Heard, l’ex moglie, sperava invece che il mondo potesse conoscere i dettagli del tormento che l’aveva portata a definirsi – in un articolo pubblicato sul Washington Post nel 2018 e che è stato all’origine del processo – “una figura pubblica simbolo della violenza domestica”.
La verità è che Johnny Depp aveva vinto prima ancora che arrivasse la sentenza. Quello che a molti sembrava un caso piuttosto semplice di violenza domestica, infatti, si è presto trasformato in un melodramma in cui il torto era “da entrambe le parti”. Il fatto che la vittoria parziale di Heard (che non riguarda parole pronunciate da Depp ma dal suo ex avvocato Adam Waldman) possa essere interpretata in quest’ottica dimostra fino a che punto l’ambiguità ha sempre fatto il gioco dell’attore. Come ha scritto un lettore commentando un articolo del New York Times, “ogni relazione ha i suoi problemi”. La vita è complicata. Forse entrambi erano violenti. Chi può dire cosa sia successo davvero? Il giornalismo giudiziario cerca di dare un senso all’indeterminatezza. E così ci siamo ritrovati nel campo del “la parola di lui contro quella di lei”.
Ma ormai dovremmo aver capito che questa formula è una finzione ideologica, e che le donne che subiscono violenza domestica e sessuale hanno molte più difficoltà a farsi ascoltare rispetto ai loro aggressori. Con questo non voglio sostenere che le donne dicano sempre la verità e che gli uomini siano sempre colpevoli, né negare che un giusto processo sia la base del sistema giudiziario. Ma resta il fatto che Depp e Heard non erano coinvolti in un processo penale. Era una causa civile che doveva stabilire il danno alla reputazione di cui i due attori si accusavano a vicenda. Questo significa che il procedimento si è basato poco sui fatti e molto sulle simpatie.
In questo senso Depp poteva contare su un netto vantaggio. Non è un attore migliore di Heard, ma la testimonianza della donna è stata criticata più duramente. Depp è più conosciuto, è più famoso ed è sotto i riflettori da più tempo. Ha portato con sé in tribunale i personaggi dei suoi film, una banda di adorabili canaglie, artisti incompresi e ribelli spiantati: Edward mani di forbice, Jack Sparrow, Hunter S. Thompson, Gilbert Grape. Nel corso degli anni abbiamo scoperto che può essere malizioso e lunatico, ma non ci è mai sembrato minaccioso. Lo abbiamo visto crescere, dall’amabile ragazzino del film I quattro della scuola di polizia al vecchio lupo di mare della serie Pirati dei Caraibi. I suoi “peccatucci” commessi lontano dallo schermo (l’alcol, le droghe) sono stati semplicemente un effetto collaterale della popolarità, un elemento che fa parte del mondo di Hollywood fin dall’epoca del cinema muto.
Nella sua testimonianza Depp ha confessato alcuni comportamenti deprecabili, ma anche in quel caso è stata una recita per ottenere supporto, intrisa del fascino e dell’eleganza che non vedeva l’ora di sfoggiare. Il fatto che l’attore sia stato dipinto come un uomo incapace di controllare il suo carattere irascibile e le sue voglie ha aumentato la sua credibilità agli occhi di chi seguiva il processo sui social network.
Al contrario, la credibilità di Heard diminuiva dopo ogni lacrima e dopo ogni gesto. L’opinione pubblica non vedeva l’ora di accettare Depp come uomo imperfetto e vulnerabile e allo stesso tempo di considerare Heard una persona mostruosa.
Sbruffoni e paladini
Questo semplicemente perché Johnny Depp è un uomo. La celebrità e la mascolinità conferiscono vantaggi che si rafforzano a vicenda. Gli uomini famosi – atleti, attori, musicisti, politici – diventano tali in parte perché rappresentano ciò che gli uomini comuni vorrebbero essere. Difenderli è un modo per proteggere e rafforzare noi stessi. Vogliamo essere cattivi ragazzi, vogliamo infrangere le regole e farla franca. Il presunto diritto dell’uomo famoso alla gratificazione sessuale è qualcosa che molti di noi non approvano, eppure raramente lo mettiamo in discussione. Gli uomini fanno quello che vogliono, anche nei loro rapporti con le donne. Chi si oppone a questa realtà è accusato di essere un progressista woke (cioè dogmatico e intollerante), di tradire il suo genere o di essere invidioso.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Dopo la nascita del movimento femminista #MeToo alcuni uomini sono finiti in carcere, hanno perso il lavoro o sono caduti in disgrazia a causa del modo in cui avevano trattato le donne. La rovinosa caduta di alcuni potenti – il produttore cinematografico Harvey Weinstein, l’imprenditore Leslie Moonves, il presentatore tv Matt Lauer – è stata spesso considerata la prova di un cambiamento dello status quo che fino a quel momento aveva protetto e celebrato i predatori, gli stupratori e i molestatori. Ma a distanza di qualche anno sembra evidente che quelle persone sono semplicemente state sacrificate, non per mettere fine a un sistema di dominio ma per preservarlo. Subito dopo l’inizio della presunta resa dei conti, molte persone hanno cominciato a dire che ci si era spinti troppo oltre, si stavano ignorando sfumature importanti e si stavano infliggendo punizioni eccessive.
Questa reazione si è inserita in un discorso più ampio sulla cosiddetta cultura della cancellazione, che spesso si concentra sulle parole più che sui comportamenti. Oggi chi si espone contro il razzismo e le molestie sessuali o contro opinioni discutibili è accusato di voler “cancellare”. Personaggi inquietanti sono trattati come martiri, qualsiasi sbruffone può diventare paladino della libertà d’espressione. In tv e nel mondo dell’editoria uomini ricchi e famosi ma senza particolari meriti possono ergersi a vittime.
È esattamente quello che ha fatto Johnny Depp. L’attore ha accusato Heard di avergli fatto cose orribili quando erano insieme e durante la separazione, ma la causa non riguardava questi comportamenti. Il tema del processo erano le parole che Heard aveva usato nell’articolo uscito sul Washington Post, tra l’altro senza mai citare direttamente Depp. In una frase che la giuria ha considerato falsa e calunniosa, Heard aveva scritto di sentire “la potenza della collera della nostra cultura nei confronti delle donne che decidono di farsi avanti”. Di sicuro anche durante il processo l’ha percepita.
La misoginia è il fulcro della rabbia politica e delle disfunzioni sociali negli Stati Uniti. I collegamenti tra la violenza domestica e le stragi con armi da fuoco sono inquietanti e ben documentati, ma raramente sono citati nei dibattiti sulla prevenzione e le misure da attuare. Sui social network orde di utenti si accaniscono contro le donne con particolare frequenza e ferocia, spesso facendo passare i loro attacchi per lamentele legittime. Gamergate, una campagna contro alcune donne che avevano scritto della cultura dei videogiochi, fu portata avanti da uomini che dicevano di voler difendere “l’etica nel giornalismo”. Dal 2016 l’estrema destra si è specializzata nella misoginia mirata. Le bande di utenti di TikTok che hanno attaccato Amber Heard nei mesi scorsi hanno preso ispirazione da loro.
La vittoria di Depp è anche la vittoria di tutte queste persone. La rabbia degli uomini che recriminano senza sosta ha trovato espressione nella vicenda di un divo del cinema di 58 anni che sarebbe stato umiliato dall’ex moglie di 36 anni.
Ma io mi chiedo: gli uomini stanno bene? È un dubbio sincero. Il miscuglio di autocommiserazione, vanità, irascibilità e arroganza mostrato da Depp in tribunale rappresenta davvero il modo in cui vogliamo vedere noi stessi e i nostri figli? È una domanda retorica. La risposta è sì.
Ora che il processo si è concluso troveremo nuovi spazi in cui sfoggiare la nostra ambiguità, nuovi contesti in cui l’incertezza potrà essere usata come alibi per la solita, vecchia e ripetitiva crudeltà. In alcuni ambienti Johnny Depp è considerato un eroe. Ma la sua vittoria si estende anche a tutti quelli che si sentiranno turbati dalla sentenza e poi passeranno oltre. Alcuni di noi potrebbero perfino provare un sussulto di fastidio guardando film come Pirati dei Caraibi o Donnie Brasco, ma probabilmente lo supereranno subito. Sono dei bei film, non possono certo essere cancellati dalla memoria collettiva. Non è successo con Louis C.K., con Woody Allen, con Michael Jackson o con Mel Gibson. Non è successo nemmeno con Bill Cosby. Alcuni di loro sono stati processati. Alcuni sono stati colpiti dalla censura e dal disonore. Ma restano ben presenti nel tessuto culturale, così come il loro comportamento.
Anche se forse non dimenticheremo mai del tutto quello che hanno fatto, quasi sempre li perdoniamo. Però, almeno, cerchiamo di parlarci chiaro sul significato di tutto questo: vuol dire che il benessere e gli interessi degli uomini, soprattutto di quelli famosi, valgono più della sicurezza e della dignità delle donne, anche di quelle famose.
A.O. Scott è il critico cinematografico del New York Times. In Italia ha pubblicato Elogio alla critica (Il Saggiatore 2017)
(Internazionale, n. 1464 del 10 giugno 2022)
di redazione
Mentre la guerra continua con il suo carico di morti, feriti e profughi, il mondo è percorso da inni alla guerra, più o meno espliciti e più o meno accompagnati da parole di circostanza sulla necessità che “un giorno” si arrivi alla pace. Anche nel nostro Paese è così e la sinistra con l’elmetto non di distingue dalla destra. Contemporaneamente nel teatro di guerra, in Russia, in Bielorussia e in Ucraina c’è chi, a costo della vita, lavora concretamente per la pace: sono gli obiettori di coscienza, che disertano l’arruolamento e il campo di battaglia. Nessuna fonte ufficiale ne parla ma sono decine di migliaia: per loro la pace è più importante degli opposti nazionalismi.
Alcuni in Europa hanno cominciato a rompere il silenzio ufficiale e a chiedere per loro un appoggio e iniziative concrete.
Va in questa direzione l’appello rivolto ai parlamentari europei dall’International Fellowship of Reconciliation (IFOR), dalla War Resisters’ International (WRI), dall’European Bureau for Conscientious Objection (EBCO) e Connection eV (Germania) che ha avuto l’adesione di sessanta altre organizzazioni per la pace, i diritti umani e i rifugiati provenienti da tutta Europa, tra cui il Movimento Nonviolento. L’appello – che contiene anche una bozza di risoluzione del Parlamento europeo (qui la versione italiana) ‒ muove dalla premessa che, secondo il diritto internazionale, i militari e le donne che combattono per la Russia in questa guerra stanno conducendo un’operazione illegale, che verosimilmente anche la Bielorussia sta partecipando alla guerra al fianco della Russia e che in entrambi i Paesi le persone che si rifiutano di partecipare alla guerra molto probabilmente dovranno affrontare un serio procedimento giudiziario, che le qualifica per la protezione ai sensi della Direttiva UE in materia. Eppure negli Stati membri la stragrande maggioranza delle persone colpite non ha ancora ricevuto alcuna garanzia di tale protezione. Si presume che tra le 300.000 persone che hanno recentemente lasciato la Russia a causa della guerra, ci siano molti uomini che cercano rifugio all’estero per evitare di essere mandati in guerra. Negli ultimi mesi circa 20.000 uomini bielorussi hanno lasciato il Paese per evitare il reclutamento. Allo stesso modo ci sono obiettori di coscienza ucraini che non vogliono combattere in questa guerra; circa 3.000 uomini hanno chiesto asilo nella sola Moldavia. Ad ogni cittadino registrato in Ucraina entro il 24 febbraio 2022 è attualmente concesso il soggiorno umanitario nell’Unione Europea, ma è incerto cosa accadrà agli obiettori di coscienza ucraini quando questa disposizione scadrà. La conclusione dell’appello è che i paesi europei devono accogliere queste persone in fuga dallo sforzo bellico senza burocrazia, e garantire loro un diritto permanente di soggiorno. E questo non solo in base a principi umanitari ma perché il diritto umano all’obiezione di coscienza è stato riconosciuto, tra l’altro, dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo e deve essere garantito a tutti, in ogni dove.
Una posizione analoga, con riferimento agli obiettori ucraini, è stata assunta in Italia dall’Associazione giuristi democratici, che ha diffuso un documento in cui si legge: «In Ucraina, dall’inizio della invasione russa, vige la legge marziale e il divieto di lasciare il Paese per tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni. Il governo di Mosca, da parte sua, ha previsto la coscrizione obbligatoria dal primo aprile al 15 luglio 2022 per i giovani tra i 18 e i 27 anni. L’escalation militare sta investendo le popolazioni civili anche sotto questo aspetto. Per questa ragione, facciamo appello al governo ucraino affinché venga allentata questa misura fortemente restrittiva della libertà personale, garantendo che gli uomini di cittadinanza ucraina che per qualsiasi ragione ‒ personale, familiare, politica, religiosa, culturale ‒ vogliano uscire dal Paese possano farlo in assoluta sicurezza. In tal senso, chiediamo al Presidente della Repubblica, al governo e ai parlamentari italiani ‒ indipendentemente dalla loro appartenenza politica e dalla posizione assunta sul conflitto Russia/Ucraina ‒ di adoperarsi presso il governo ucraino affinché un tale provvedimento, in linea con la migliore tradizione giuridica europea in tema di libertà individuali e di obiezione di coscienza, venga assunto al più presto» (è possibile aderire all’appello ai link info@giuristidemocratici.it e https://chng.it/J2rZFgTH).
(Volere la luna, 14 giugno 2022)
La guerra in Ucraina «o provocata o non impedita». Forse anche per l’interesse di «testare e vendere armi». E poi attenzione a ridurre la complessità alla distinzione tra buoni e “cattivi”, senza ragionare su radici e interessi, che sono complessi. Papa Francesco, in un colloquio con i direttori delle riviste europee dei gesuiti pubblicato oggi da Civiltà Cattolica e anticipato da alcuni quotidiano. «Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio», ha raccontato Bergoglio. «Dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: ‘Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro’. Ha concluso: ‘La situazione potrebbe portare alla guerra’».
Il 24 febbraio, come previsto, con l’offensiva di Mosca la guerra è cominciata. «Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo. Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco».
Infine, sul presidente della Russia: «Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli. È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta».
(Open.it, 14 giugno 2022)
di Simonetta Fiori
“Tutto cominciò da un biglietto di Togliatti fatto scivolare nelle mani della sua compagna Nilde Iotti: “Se adottassimo uno dei bambini di queste famiglie?”. Siamo nel gennaio del 1950, a Modena, durante i funerali dei sei operai uccisi dalla polizia davanti allo stabilimento Orsi. Tra le vittime c’è un ragazzo poco più che ventenne, Arturo Malagoli, figlio d’una famiglia povera di mezzadri, undici tra bambini e ragazzi concentrati in pochi metri quadrati. Due mesi dopo, la sorellina più piccola Marisa si sarebbe trasferita a Roma, nella casa piena di libri del segretario comunista.
Oggi Marisa Malagoli Togliatti è un’affermata neuropsichiatra. Probabilmente la scelta della psichiatria ha a che fare con la sua storia, felice e complicata. Alle spalle, nella casa-studio del quartiere Trieste, c’è una fotografia di lei adolescente con il Migliore. “Lei vede una somiglianza? Me l’hanno sempre detto, soprattutto per il colore degli occhi”. Si toglie gli occhiali ed è l’unico gesto di vanità nel corso della conversazione. Per trovare le immagini con la “madre” fruga a lungo nel cellulare. Eccone una dove sono entrambe sorridenti, Marisa è cresciuta, Nilde allunga sulla schiena della ragazza il suo braccio protettivo. Ora che la Sapienza dedica alla madre costituente un convegno e una grande mostra, la figlia racconta una paladina dei diritti delle donne nel suo lato più privato.
Il primo ricordo di Nilde quando venne a prenderla a Nonantola? Lei aveva solo sei anni.
Dopo i funerali di mio fratello, venne a casa più volte. Era poco più grande delle mie sorelle, che spingevano perché io andassi a studiare a Roma: per loro era stato un sacrificio fermarsi dopo la quinta elementare. Nilde non aveva compiuto ancora 30 anni. Togliatti con i suoi 57 anni era quasi un nonno.
Quindi l’ha percepita più come una sorella?
Sì, una giovane donna della stessa età di mio fratello Giuseppe.
Nilde Iotti avrebbe detto: “Non c’era una vera madre, non c’era un vero padre, non c’era una vera figlia. Eppure eravamo una vera famiglia”. Che cosa la rendeva tale?
Era una grande famiglia allargata, che presto avrebbe incluso anche le mie sorelle e le cugine zitelle di Nilde. Eravamo uniti dal rispetto reciproco, dalla fiducia, dall’intimità della vita quotidiana. Io ero una bambina molto allegra e questo ha facilitato il compito genitoriale. Ricordo una frase sfuggita un giorno a Togliatti: “Non è un gioco”. Credo intendesse dire che il compito di genitore – educatore era una cosa molto seria.
Una volta lei ha detto che a unirvi era il comune passato difficile.
Questo vale soprattutto per Nilde. Venivo da una famiglia molto povera. E lei aveva perso il padre da giovane, costretta a vivere insieme alla madre della sua sola pensione. Sapevamo entrambe che cosa significa il sacrificio.
Non l’ha mai chiamata “mamma”, ma “zia Nilde”. Perché?
È stata una loro scelta, in segno di rispetto per i miei genitori. Quando me lo proposero, mi apparve la soluzione più naturale. E in fondo mi semplificavano la vita: io avevo già un padre e una madre.
Ma lei intimamente la percepiva come una madre o come una zia?
Forse più come una zia. Anche negli abbracci era molto rispettosa. Tra noi c’era più empatia che intimità. Zia Nilde ha rappresentato un grande sostegno morale, durato tutta la vita. E in forme diverse. Ad esempio, nella mia iniziazione politica: durante l’occupazione dell’Università nel 1966 era lei che mi passava il thermos con i panini da un ingresso laterale. E quando ero di turno come giovane psichiatra a Terni, era sempre lei che mi portava i miei bambini per festeggiare il Natale tutti insieme.
A uno sguardo superficiale poteva apparire fredda.
No, per niente. In famiglia era molto tenera. Aveva imparato in pubblico a trattenere emotività e rabbia. La sua storia sentimentale con Togliatti – formalmente sposato con Rita Montagnana – l’aveva esposta ad attacchi feroci anche da parte del suo stesso partito.
Dal carteggio amoroso viene fuori il temperamento passionale di entrambi.
Benedetto Croce aveva definito Togliatti un totus politicus: niente di più sbagliato! Era capace di custodire il suo privato e di alimentarlo con molto sentimento. Lei gli aveva dato quella stabilità affettiva che la Montagnana – da pasionaria impegnata a fare la rivoluzione – non gli aveva potuto dare. E lui ricambiava con molto amore e anche con ironia. Era una relazione giocosa, che non escludeva le poesie in rima: “Fa i discorsi Nilde Iotti ma sa far meglio i risotti”.
Non proprio un campione di femminismo…
Ma era un gioco! Ricordo ancora la favolosa paella alla valenciana che preparava per Dolores Ibarruri. Anche in questo lavoro apparentemente manuale metteva quella grande cura per i particolari che le ha permesso di realizzare progetti importanti.
È stata una pioniera dei diritti delle donne.
Uno dei suoi capolavori fu la Riforma del diritto di famiglia nel 1975. E se non ci fosse stata Nilde, la battaglia del Pci per la legge sul divorzio sarebbe stata meno convinta. Aveva avuto un ruolo importante anche nella stesura della Carta Costituzionale: gli articoli 29, 30, 31 e 51 portano traccia della sua visione della famiglia democratica, con l’eguaglianza tra coniugi.
In famiglia c’era parità?
Sì. Nei week-end lei spesso tornava nel suo collegio di Reggio Emilia e Togliatti si prendeva cura di me: lunghissime passeggiate dalle parti dei Castelli Romani, anche qui tra giochi e divertimenti.
In quel carteggio sentimentale Nilde Iotti espresse anche il desiderio di maternità.
Nilde era rimasta incinta dopo l’attentato subito da Togliatti nel luglio del 1948. Ma una grave forma di diabete non le permise di portare avanti la gravidanza. Immagino sia stata una decisione dolorosissima.
Togliatti si adoperò per ottenere l’annullamento del suo matrimonio a San Marino. Poi vi rinunciò perché analogo tentativo di Longo aveva creato scandalo. Per Nilde Iotti fu un problema non diventare la signora Togliatti?
Il momento per lei più difficile fu quando Togliatti era ricoverato in fin di vita al Policlinico dopo l’attentato: le impedivano di accedere al capezzale perché non era la moglie.
Da qui anche la determinazione a favore del divorzio.
Sì, interveniva la sua storia personale. Ma c’era anche il suo sguardo aperto sul mondo: si confrontava con me e i miei amici, la generazione del Sessantotto.
C’era tra voi complicità? Parlavate dei vostri corpi?
Lei aveva il cruccio di essere stata una ragazza un po’ grossa. Per problemi di salute, perse molti chili poco prima di diventare la prima donna presidente della Camera. Il dimagrimento le permise di indossare vestiti non di grandi sarti ma certo femminili. La cosa non le dispiacque per niente.
Oggi a 78 anni che cosa ha capito di Nilde Iotti che prima le sfuggiva?
Avrebbe tenuto a essere eletta presidente della Repubblica. Se ne parlò alla fine del suo mandato alla Camera: noi eravamo preoccupati, ma lei in fondo lo considerava il compimento del suo percorso.
C’è una domanda che avrebbe voluto farle e non le ha mai fatto?
Le avrei voluto chiedere perché dopo la morte dei miei genitori non mi ha adottato. Forse l’ha evitato per rispetto del suo compagno. Io avevo già il cognome Togliatti. E per riservatezza non ha voluto impormi il suo.
(la Repubblica, 13 giugno 2022)
di Mariella Pasinati
All’età di 87 anni è scomparsa lo scorso 8 giugno Paula Rego (Lisbona 1935 – Londra 2022) artista portoghese ma attiva fin dagli anni ’50 del Novecento in Gran Bretagna.
Grande narratrice di storie visive che molto spesso interpretano e risignificano narrazioni letterarie e opere visive del passato, Rego ha fatto dell’esperienza femminile il punto di osservazione privilegiato da cui guardare il mondo e secondo cui dar valore alla realtà, un orientamento intrecciato a temi quali la violenza, il rapporto di subordinazione/dominio, l’esercizio del potere – sessuale e sociale – in particolare nel mondo dell’infanzia e della famiglia. Le sue storie, inquietanti e che lasciano spiazzate, espongono e svelano le difficoltà delle relazioni umane presentate come luogo di contrapposizioni e di conflitto.
Per ricordarla oggi voglio citare solo la sua serie di disegni e acqueforti sull’aborto che inaugurava, nel 1999, un tema iconografico del tutto nuovo in una storia dell’arte sostanzialmente frutto dell’esperienza e dell’immaginario maschile (per una lettura più ampia del lavoro di Paula Rego rimando ad un mio saggio su Letterate Magazine https://www.societadelleletterate.it/2013/05/pasinati/).
La serie sull’aborto nacque da una costrizione: la necessità di prendere la parola dopo l’insuccesso del referendum indetto in Portogallo per cambiare una legge sull’aborto estremamente restrittiva. Ma quell’urgenza politica le consentì di nominare e dare esistenza simbolica a un’esperienza destinata altrimenti a rimanere muta, come la stessa artista ha lasciato intendere, omettendo, in questi lavori, i titoli.
Il risultato sono opere forti, intense, dure che però non hanno nulla di crudo o di brutale, suggeriscono più che descrivere. In contesti estremamente semplificati, l’attenzione è tutta concentrata sulle figure: corpi massicci che assorbono e dominano lo spazio, donne che, sia pure nella sofferenza, sono l’unico soggetto dell’azione. L’intento non è tanto denunciare un problema sociale, piuttosto sottolineare il controllo femminile sulle proprie scelte, anche in una condizione estrema. Per questo Paula Rego rappresenta le figure secondo due pose diverse ma complementari: rannicchiate su se stesse oppure rivolte verso chi guarda ma, in entrambi i casi, la donna raffigurata ha sempre il pieno controllo sull’evento, sempre protagonista e mai vittima delle circostanze.
Quest’anno la Biennale di Venezia le ha dedicato uno spazio nel Padiglione centrale, un’ottima occasione per rivederne le opere, fino alla serie più recente Seven Deadly Sins del 2019. E fino al 18 giugno sempre a Venezia, alla Galleria Victoria Miro, si può ancora visitare la mostra Paula Rego: Secrets of Faith, centrata sulla sua particolare interpretazione femminista della figura della Vergine Maria.
(www.facebook.com, 13 giugno 2022)
Proponiamo all’ascolto il secondo incontro alla Fondazione Antonio Ratti di Como. Una serie di tavole rotonde con a tema Riflessioni sulla guerra, scaturite dall’impossibilità di restare immobili e con il desiderio di opporsi alla guerra, come realizzare una politica di pace, approfondire e capire le strategie che conducono alla riorganizzazione mondiale delle potenze, quali sono le diverse poste in gioco, cosa significhi questa guerra.
di Franco Contini
Sulla guerra in Ucraina, ho cominciato a tralasciare i commenti di generali, politici ed esperti vari. Per sapere come stanno veramente le cose e capire meglio la realtà, ascolto con attenzione le analisi e le riflessioni di Oxana – uso per motivi di sua sicurezza un nome inventato – la badante ucraina che assiste una coppia di anziani, di cui uno disabile, che lavora in Italia da quindici anni per mantenere la famiglia laggiù e che ogni giorno telefona a sua figlia.
Riassumo i suoi ragionamenti: «Ben prima della guerra sono stata costretta a migrare perché in Ucraina c’era (e c’è) miseria. L’Ucraina è ricca ma tutte le ricchezze sono state “rubate” al popolo dai nostri oligarchi. Anche in Russia, dove vive mio fratello, gli oligarchi affamano il loro popolo. Siamo nelle stesse condizioni. Mio fratello, che vive in Russia da tanti anni, ha un giovane figlio militare di professione il quale teme di essere mandato al fronte in Ucraina a combattere contro l’esercito del Paese d’origine di suo padre. Un altro mio nipote, il figlio di mia figlia, che vive nell’Ovest dell’Ucraina, a breve verrà chiamato a militare per andare a combattere. Potrebbe succedere quindi che questi miei due nipoti, che sono cugini, un giorno dovranno sparare uno contro l’altro, come “nemici”. Il figlio di una mia amica ucraina e russofona è stato chiamato come riservista per andare a combattere contro i soldati della Russia, cioè la patria dove sono nati i genitori di sua mamma. Prima della guerra, gli ucraini-ucraini e gli ucraini-russi convivevano pacificamente, perché siamo tutti come “fratelli”. Anche a guerra finita non saremo mai più “fratelli” ma ci odieremo. I giovani di Ucraina e di Russia che provengono dal popolo vengono mandati al macello dagli oligarchi che comandano sia da noi che in Russia. In sostanza, i poveri vengono mandati a morire dai ricchi che vogliono strapparsi reciprocamente più potere, come è sempre successo nella storia».
Oxana piange tutti i giorni mentre accudisce i suoi anziani ma lo fa chiusa nella sua camera, perché non vuole intristirli. Piange pensando ai suoi due nipoti. E parla degli ucraini ricchi che scappano dalle zone di guerra e si rifugiano a Leopoli: «Arrivano su macchinoni neri e alloggiano in alberghi di lusso. I loro figli in età per combattere sono stati mandati all’estero, al sicuro. L’Ucraina, come la Russia, è corrotta. Con i soldi compri tutto, anche la salvezza dalla guerra. Le donne semplici, del popolo, la sera invece si ritrovano a cucire le reti mimetiche per i militari e hanno i loro figli al fronte…».
(il manifesto, 8 giugno 2022)
di Tiziana Nasali
Ho letto con attenzione l’articolo di Federica D’Alessio Senza abolire la prostituzione non otterremo mai una vera uguaglianza di genere, pubblicato il 25 maggio 2022 su Gli Stati Generali (1). L’autrice esprime un giudizio positivo sul ddl presentato dalla senatrice Maiorino, finalizzato a colpire la domanda di prostituzione attraverso la graduale punizione dei clienti – sanzione amministrativa, ammonizione, e solo in ultima battuta, reclusione. La proposta Maiorino recepisce la risoluzione Honeyball del Parlamento europeo del 2014 che invita tutti gli Stati dell’Unione a «adottare il modello nordico che identifica nel cliente (uomo, nella stragrande maggioranza dei casi) l’ultimo anello di una catena di sopraffazione che inizia con i trafficanti di persone o con le condizioni di vulnerabilità economica, sociale o personale della persona prostituita, prosegue con i suoi sfruttatori e termina con l’acquirente delle prestazioni sessuali» (2). Accoglie anche le istanze di un crescente movimento abolizionista e femminista affermatosi negli ultimi decenni in Europa che considera la prostituzione e la sua legalizzazione, così come la sua passiva accettazione, come un sistema di dominio degli uomini sulle donne di stampo patriarcale. Secondo le sostenitrici e i sostenitori del neo-abolizionismo (3), quest’ultimo sarebbe l’unico modello che si pone l’obiettivo di una «alleanza tra uomini e donne che sanno di appartenere a un’umanità comune e dunque considerano l’esistenza del sistema prostitutivo disonorevole per entrambi» (4). Sembrerebbe quindi collocarsi sulla scia della legge Merlin con l’intenzione di migliorarla attraverso la non accettazione passiva della prostituzione.
Dal 1958, anno della sua entrata in vigore, la legge Merlin è stata più volte oggetto di attacchi e tentativi di modifica, tutti aventi in comune la mancata comprensione della ratio della legge stessa e la sua cattiva interpretazione. La legge Merlin, i cui principi sono stati ribaditi dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019, abolisce la regolamentazione della prostituzione ma punisce il favoreggiamento, lo sfruttamento e la “tratta” introducendo così, in anticipo sui tempi, il principio che sulla sessualità e sui corpi delle donne non si legifera, un principio che sarà fatto proprio dal femminismo degli anni ’70 (che non a caso anche per l’aborto non chiedeva norme regolamentatrici, ma la semplice depenalizzazione del fatto).
La legge Merlin introduce nell’ordinamento giuridico un principio di diritto femminile, ponendo così le basi per la sessuazione del diritto stesso: non considera le donne e i loro interessi in rapporto agli uomini o complementari ad essi ma indipendenti, esistenti in sé. Riconoscendo la differenza sessuale come elemento fondante della nuova società da costruire, fa un’operazione simbolica necessaria per permettere il cambio di civiltà che lei, la senatrice Lina Merlin, come madre costituente, auspicava.
Della prostituzione vuole eliminare l’economia di sfruttamento che ruota attorno ad essa avendo in mente un’idea di mercato e di libertà più alta rispetto a quella che si è affermata in questi decenni: una libertà intesa non in senso utilitaristico perché non tutto può essere ridotto a merce – il corpo – e non tutti gli scambi possono e devono avere un movente economico, consapevole che «nel mercato della prostituzione chi vende e chi compra sono ingranaggi di un potentissimo mercato che profitta dei desideri, della credulità, dei vizi, delle inibizioni e dei sogni della gente comune» (5).
La proposta Maiorino, rispetto ad altre, ha sicuramente due pregi: contrasta l’idea che la prostituzione sarebbe un mestiere come un altro e si pone l’obiettivo condivisibile dell’abolizione della prostituzione. Ma la sua debolezza risiede negli strumenti che sceglie e nel linguaggio che usa: mettere al centro il prostitutore e il suo desiderio da reprimere con la legge significa riproporre ancora la rappresentazione della donna come soggetto debole da tutelare.
Certamente vogliamo mettere fine alla violenza maschile contro le donne ma porre la questione in termini di “uguaglianza di genere”, come si dice ripetutamente anche nell’articolo di D’Alessio e nella Risoluzione Honeyball, è fuorviante: va combattuta l’idea che gli uomini pensino alle donne come corpi a disposizione del loro piacere (e questo non solo nei rapporti di prostituzione) perché vogliamo che nell’ordinamento giuridico venga iscritto il principio della libertà e dell’inviolabilità del corpo femminile. Nel corpo sociale la libertà femminile esiste e sarebbe buona cosa iscriverla anche nell’ordinamento giuridico: per questa ragione l’uguaglianza va ricondotta al suo ambito naturale, quello della pari dignità sancito dalla Costituzione, altrimenti si rischia simbolicamente una parificazione delle donne agli uomini e nella società, così come nella legislazione, già si vedono i guasti e la confusione generata da tale impostazione. Quindi, più che una legge repressiva, serve modificare il rapporto uomo-donna attraverso una pratica che vada nella direzione del riconoscimento dell’autonomia simbolica che già le donne esprimono e nella presa di coscienza da parte degli uomini che le donne non solo non sono a loro disposizione ma nemmeno ambiscono ad essere come loro.
Infine, non si legifera sui corpi delle donne perché, come sostiene la costituzionalista Silvia Niccolai, «L’esperienza storica mostra che quando si afferma che l’intimità del corpo può essere regolamentata decadono, ai danni di chiunque, tutte le garanzie di uno Stato di diritto, imperniate su una linea distintiva fra ciò che è privato e ciò che è pubblico» (6). La finezza della legge Merlin sta nel fare vuoto: prevedendo tutti gli strumenti per eliminare lo sfruttamento della prostituzione apre, alle donne e agli uomini, entrambi considerati soggetti alla pari nella loro differenza, la possibilità di riempire quel vuoto con pratiche relazionali nuove.
(2) Risoluzione del Parlamento europeo del 26 febbraio 2014, promossa dalla eurodeputata laburista Mary Honeyball, Pse. (Risoluzione europea su sfruttamento sessuale e prostituzione e il suo impatto sull’uguaglianza di genere)
(3) Mentre il modello abolizionista punisce le attività di contorno alla prostituzione, quello neo-abolizionista o modello nordico, introdotto per la prima volta in Svezia nel 1999, si basa sul perseguimento, oltre che di tutte le condotte parallele, anche della domanda di sesso a pagamento, identificata come vero fattore trainante della tratta e dell’entrata in prostituzione di soggetti a vario titolo più fragili.
(4) Dalla relazione introduttiva alla proposta di legge Maiorino Modifiche alla legge 20 febbraio 1958, n. 75, e altre disposizioni in materia di abolizione della prostituzione.
(5) Silvia Niccolai, La legge Merlin e i suoi interpreti, in Né sesso né lavoro, VandA e-Publishing, pag. 105
(6) Silvia Niccolai, ibidem, pag.72
LETTURE CONSIGLIATE:
Lia Cigarini, Sulla prostituzione apriamo il confronto, Via Dogana n. 109/2014
Manuela Ulivi, La prostituzione e i prostitutori, Via Dogana n. 111/2014
(www.libreriadelledonne.it, 8 giugno 2022)
di Anna Antonelli e Bianca Bottero
Il quartiere San Siro di Milano è un quartiere di edilizia popolare costruito negli anni ’30 in zona allora periferica per la manodopera necessaria alle numerose fabbriche che qui andavano insediandosi. Nel tempo, a questo ceto operaio proveniente dalle diverse regioni del nord e successivamente dal meridione, si è venuta via via sostituendo, in particolare negli ultimi decenni, una popolazione di origine straniera, soprattutto egiziana e marocchina, che ha raggiunto oggi circa il 50% delle presenze.
I numerosi problemi che tale nuova popolazione ha dovuto e deve affrontare, e a sua volta determina nel quartiere, costituiscono problema apparentemente noto e oggetto di dibattito a livello istituzionale, anche se scarsamente affrontato con effettiva capacità (volontà) politica e gestionale. Ma ciò che in particolare colpisce è soprattutto che entro tale dibattito le donne scompaiono, la loro personalità, i loro problemi, le loro necessità e desideri risultano del tutto oscurati, annegati nella tematica generale e nello stigma dell’immigrazione maschile. E crediamo si possa dire che è solo grazie alla presenza di tante associazioni volontarie femminili che si impegnano nel quartiere in azioni di scambio relazionale in vari ambiti (arte, musica, linguaggio, scuola, salute) che le donne straniere acquistano una esistenza.
Emergono così, come da un fondo marino, figure e volti femminili timidi e sfuggenti, competenze nascoste, sensibilità artistiche, volontà e fedi oscurate, abitualmente avvolte nella sottile e obliqua diffidenza razzista dell’ambiente che le circonda.
È questo l’aspetto importante che ha affrontato il SIRA Festival Itinerante che si è svolto venerdì 27 maggio nel quartiere S. Siro, rivolto ai talenti delle donne, con particolare attenzione alla componente straniera.
SIRA significa splendente, ardente, è l’equivalente femminile di Siro: è un nome che vuole significare l’aspirazione alla bellezza, alla gioia, alla cultura, all’arte, che punta sul talento, lo scambio e l’amicizia Ma il festival era anche Itinerante, perché ha voluto che diversi luoghi del quartiere, quotidianamente percorsi per faticose faccende quotidiane, venissero conosciuti nelle loro potenzialità, sottratti anch’essi a uno stigma; perché anche la città, per quanto minimamente, venisse percepita come luogo di vita, di amicizia e di scambio nei suoi spazi pubblici, che come pubblici devono essere rivendicati.
Il Sira Festival itinerante ha così alternato lungo la giornata azioni diverse in luoghi diversi. Al mattino, presso l’Off Campus del Politecnico le diverse associazioni femminili impegnate in attività sociali nel quartiere e alcune donne straniere attive e competenti hanno svolto una seria riflessione sulle difficili condizioni quotidiane delle donne immigrate; mentre a fianco è stata allestita la mostra dei dipinti di tre donne: una iraniana, una egiziana e una albanese (una quasi adolescente, con piccolo bimbo in carrozzella) la cui apparente “ingenuità” era riscattata da una estrema sensibilità al colore e alla libera esplorazione della forma. Sono poi succedute nel pomeriggio altre azioni: presso la sede del Telaio si è svolto un laboratorio artistico denominato “Tessere per la pace” dove sedici donne di diverse nazionalità si sono trovate per dipingere a più mani condividendo emozioni, colori e pennelli. Dalla sede del Telaio è poi partito un canto popolare, più precisamente una taranta, accompagnato da un flauto traverso, una chitarra e un tamburello che ha attraversato alcune strade del quartiere coinvolgendo passanti e negozianti terminando davanti alla sede dell’Off Campus. Qui c’è stata la lettura pubblica in arabo e in italiano di una poesia scritta da una donna egiziana e in seguito, sul palco eretto nel cortile retrostante (uno dei grandi cortili alberati, così maltenuti e malvissuti interni ai vari isolati) ha avuto luogo il concerto di un coro femminile di venti donne diretto in modo elettrizzante da Mila Trani; al termine del quale è stata suonata e cantata nuovamente la Taranta coinvolgendo le persone presenti in un cerchio di condivisione. Da ultimo, in un luogo ancora diverso, lo spazio Fenun sede del Comitato di Quartiere, si è avuta la proiezione di un film egiziano, Bashtery Ragel – A Man Wanted.
L’iniziativa e l’organizzazione del SIRA Festival è stata del Telaio delle Arti, un’associazione di promozione sociale che dal 2014 opera nel quartiere prendendosi cura, grazie alle artiterapie, delle donne e delle famiglie. Hanno collaborato il Comitato di Quartiere, il Politecnico e numerose associazioni volontarie attive nel quartiere: dando ancora una volta l’esempio (che tanto servirebbe alle nostre istituzioni), di una disponibilità alla relazione e all’ascolto il cui valore culturale e umano va ben al di là della semplice (risicata) accoglienza.
Anna Antonelli fa parte del Telaio delle Arti; Bianca Bottero, architetta, fa parte delle Città Vicine e lavora alla scuola di italiano per donne straniere del quartiere.
(www.libreriadelledonne.it, 7 giugno 2022)
di Katia Ricci
Ho visitato l’Esposizione ai Giardini e all’Arsenale con Donatella Franchi e un’artista messicana, Patricia Meza, sua allieva nel master Duoda. È stata per questo una visita ancora più interessante perché abbiamo potuto scambiarci opinioni. Ero piena di aspettative per quella che veniva indicata come la Biennale delle donne. Desiderosa di un giusto, anche se tardivo, riconoscimento alla creatività femminile e nello stesso tempo timorosa che fosse un tributo alla moda del momento che parla di post-umano, gender fluid, superamento del binarismo eccetera… Sicuramente in comune con tutte queste problematiche le opere di artiste e artisti mostravano un netto superamento dell’antropo(andro)centrismo. Ma andiamo con ordine, in primis i numeri: per la prima volta nei 127 anni della Biennale tra i duecento artiste e artisti provenienti da 58 nazioni, c’è una netta maggioranza di donne rispetto ai colleghi uomini, il che racconta di un protagonismo femminile che finalmente è emerso anche agli occhi della critica e del pubblico e di qui non si torna indietro. I numeri dicono pure qualcosa, anche se si dice comunemente che non è la quantità quella che conta. E allora entriamo nel merito della qualità e dei problemi affrontati. L’enorme elefante verde scuro, Elefant, che ci accoglie nel Padiglione centrale dei Giardini, realizzato in poliestere da Katharina Fritsch mi appare come una figura imponente e nello stesso tempo rassicurante, come la matriarca che è alla base dell’organizzazione familiare della specie. La scultura e il titolo della mostra, Il latte dei sogni, tratto dal libro di favole di Leonora Carrington, introducono in un mondo magico e nello stesso tempo reale e quotidiano, come se la vita stessa offrisse infinite possibilità di eventi meravigliosi e potesse essere plasmata e reinventata continuamente se si abbandonano schemi prefissati e luoghi comuni. In una sala sotterranea del Padiglione centrale, detta La culla della strega, esprimono un rapporto magico e stupefacente con l’universo le opere di artiste delle avanguardie storiche, tra cui Eileen Agar, Leonora Carrington, Claude Cahun, Leonor Fini, Carol Rama, Dorothea Tanning, Remedios Varo, Benedetta, Rosa Rosà, Meret Oppenheim, Valentine de Saint-Point. Il riferimento frequente all’inconscio, il superamento delle contrapposizioni proprie della cultura patriarcale, essere umano natura, corpo mente, femminile maschile, reale immaginario prefigurano la nascita della “donna nuova”, autonoma e indipendente dall’uomo. Breve il passo per il raggiungimento di una completa libertà. Un’opera di Varo mostra un’artista, un ibrido di donna e civetta, che nel suo fare artistico prende direttamente luce e colori dagli astri, da forze soprannaturali. La culla della strega si presenta, dunque, come un laboratorio alchemico di pensiero, consapevolezza, pratiche artistiche a cui faranno riferimento artiste e artisti negli anni a venire e fino ai nostri giorni. La sezione Corpo orbita con opere di artiste come Tomaso Binga, Mirella Bentivoglio, Djuna Barnes, Sister Gertrude Morgan, Minnie Evans, solo per citarne alcune, ricercano un proprio linguaggio nella Poesia visiva o utilizzando scritture automatiche che sono anche una pratica corporea per esprimere un linguaggio inconscio del tutto personale. Affascinanti l’installazione e le opere di Cecilia Vicuña, Leon d’oro alla carriera insieme a Katharina Fritsch. L’installazione, NAUfraga, dedicata alla laguna di Venezia, che occupa tutta la stanza con materiali di recupero, corde, reti, detriti raccolti a Venezia, denuncia lo sfruttamento della Terra che sta facendo naufragare lentamente Venezia. Il dipinto dedicato alla madre, Bendígame mamita, esalta il modo creativo e forte con cui la madre ha reagito al violento colpo di stato cileno: il suo sguardo attraversa il foro di una chitarra e non a caso è diventato uno dei simboli della Biennale per comunicare il superamento dell’odio e delle difficoltà. Metamorfosi dei corpi in lavori come quelli dell’artista rumena Andra Ursuƫa, che, usando calchi di parti del suo stesso corpo, evoca la fragilità e la precarietà della forma umana. Molte artiste e artisti affrontano il tema del rapporto con la Terra e la natura, sia nei video di alcuni che negli stupendi paesaggi ricamati da Britta Marakatt-Labba presente anche all’Arsenale. Uno dei riferimenti della curatrice è sicuramente Ursula K. Le Guin, secondo la quale la civiltà sarebbe nata non dall’invenzione delle armi, ma dai recipienti e oggetti utili alla vita quotidiana. E così in una sezione dell’Arsenale si ammirano oggetti di Sophie Taeuber-Arp, le leggerissime sculture in filo di ferro ispirate a una tecnica di intreccio di ceste di Ruth Asawa, i gusci fragili di Mária Bartuszová, i modelli in cartapesta degli organi sessuali femminili di Aletta Jacobs che nei Paesi Bassi già a fine Ottocento si batteva per l’abolizione della prostituzione. Ai genitali femminili sono evidentemente ispirate le conchiglie dipinte dalla francese Bridget Tichenor, stabilitasi poi in Messico. Complessa la scultura in ceramica di Tecla Tofano, nata a Napoli, ma vissuta in Venezuela, dove si è battuta per l’uguaglianza tra uomini e donne in una società fortemente maschilista. La sua ceramica affronta la questione della maternità in un modo problematico senza retorica.
Culture non occidentali e saperi indigeni sono al centro di molte opere. Il Padiglione americano coperto per l’occasione da paglia che lo trasforma in una capanna africana contiene sculture in bronzo di figure di donne nere di Simone Leigh, che apre la mostra all’Arsenale con un monumentale busto di bronzo di una donna nera, la cui gonna ricorda una casa di argilla. All’antica scultura indiana si ispira Mrinalini Mukherjee che con la fibra di canapa dà vita a monumentali sculture, in cui l’astrazione si fonde con elementi naturali per dar vita ad antiche divinità. Uno dei padiglioni più affascinanti, oltre a quello molto bello del Belgio sui bambini che giocano nelle strade del Messico, in Africa e in Cina, e che mi ha sorpreso maggiormente è quello della Polonia che presenta un grandioso progetto dell’artista rom Małgorzata Mirga-Tas, Re-enchanting the World, ispirato a Palazzo Schifanoia. L’epopea del popolo Rom raccontata in tra fasce copre tutte le pareti con la storia della migrazione, i segni zodiacali, e nella fascia bassa lavori e vita quotidiana in cui sono protagoniste le donne. Sono dodici pannelli di tessuti dai colori brillanti, una festa per gli occhi. Arazzi, ricami, opere realizzate con materiali vari anche di uso quotidiano sono numerosi in tutta l’esposizione in cui non mancano sorprese come le opere della cantante cilena Violeta Parra che realizza quadri e ricami che riprendono le sue canzoni e rappresentano in scene corali donne, uomini e animali ed eventi storici. Inevitabile la sezione dedicata al cyborg intitolata La seduzione del cyborg nella parte finale delle Corderie all’Arsenale, con opere di artiste che fin dall’inizio del Novecento hanno immaginato nuove mescolanze e combinazioni tra macchine, esseri umani e tecnologia. Tra queste artiste del Bauhaus come Marianne Brandt, le futuriste, Aleksandra Ėkster, Giannina Censi e Regina. Chiude una grande installazione di Barbara Kruger con slogan, poesie e frasi. Non è, dunque, solo la quantità che fa di questa Biennale la Biennale delle donne, ma anche e soprattutto la qualità: le novità, le pratiche artigianali e artistiche, un tempo appannaggio delle donne, i contenuti che riguardano la rappresentazione dei corpi, le relazioni con tutti gli esseri viventi, la fine dell’antropocentrismo e i legami con la Terra per un «re-incantesimo del mondo», come scrive Silvia Federici.
(www.libreriadelledonne.it, 6 giugno 2022)
di Laura Colombo
Nel sito del progetto giornalistico Gli stati generali è stato pubblicato un articolo sulla prostituzione a firma di Federica D’Alessio, che rende conto del recente disegno di legge presentato dalla senatrice Maiorino del Movimento 5 Stelle.
Ciò che della legge Merlin continua a essere rilevante anche oggi, è il fatto che lascia al di fuori della legge quello che passa tra il cliente e la donna. Come sappiamo, ha abolito le case chiuse, cioè ha soppresso la regolamentazione statale e ha introdotto i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Quello che la legge lascia fuori è il rapporto tra la donna e l’uomo, che è il luogo della relazione dove si gioca tutta la questione e in cui la legge non si intromette. La legge mira, in altri termini, all’abolizione della prostituzione senza proibirla, intervenendo solo nelle circostanze che favoriscono la prostituzione. Oggi questa è la tendenza prevalente nella legislazione europea.
La posizione che chiamiamo abolizionista sottintende un cambiamento simbolico nel rapporto tra i sessi, non riconoscendo più e non regolando più a livello della legge uno dei patti taciti su cui si è retto il mondo, ovvero la libera disponibilità del corpo femminile per gli uomini, il diritto implicito di avere a disposizione il corpo delle donne.
Proprio in questo punto si innesta il recente disegno di legge della Maiorino, che pretende di andare più in là della legge Merlin nel colpire questo sottinteso della prostituzione e lo fa rompendo il silenzio sul non detto, ovvero sulla taciuta disponibilità del corpo femminile per un maschio pagante. Togliere il silenzio scatena violente reazioni da parte di alcuni, come si legge nell’articolo di Federica D’Alessio.
Impossibile non pensare alle riflessioni di Carole Pateman sul patto sessuale, che riconduce le radici del potere nel “privato” della relazione tra una donna e un uomo, detenendo l’uomo il diritto di proprietà della persona, avendo nelle sue mani il diritto di comando: “Le donne sono l’oggetto del contratto. Il contrato (sessuale) è il mezzo attraverso il quale gli uomini trasformano il proprio diritto naturale sulle donne nella sicurezza del diritto civile patriarcale” (Carole Pateman, Il contratto sessuale, 1997 Editori Riuniti, pag. 10).
Sono proprio le reazioni maschili riportate nell’articolo di Federica D’Alessio a segnalare che il silenzio di donne e uomini sulla scontata disponibilità del corpo femminile si trova alla base dei discorsi sulla prostituzione. Nell’articolo un uomo, attivista della pagina contro il sistema prostituente Sex Industry is violence, pronuncia parole forti: «In questi anni ho capito che noi uomini siamo il cuore del sistema prostituente, è il potere che abbiamo nei confronti delle donne che ci stuzzica a esercitare il dominio e a praticare l’umiliazione. È giusto che la legge sottragga agli uomini questo potere». Il disegno di legge della Maiorino prevede un percorso graduale di ammonimenti, integra i CAM (Centri di ascolto per uomini maltrattanti) e contempla anche la sanzione penale, che scatta se c’è una recidiva nell’arco di ben cinque anni.
Allora la domanda è: in questo modo, con questo tipo di legge, si può ottenere un efficace spostamento? E come? Io ne dubito, io cioè dubito che il percorso tracciato da questo nuovo disegno di legge possa sostituire la presa di coscienza maschile.
Quello che in definitiva chiede l’attivista di Sex Industry is violence è un intervento proibizionista: “È giusto che la legge sottragga agli uomini questo potere”. In questo caso risulta evidente che il potere della proibizione sostituisce la presa di coscienza maschile.
Mi chiedo ancora: forse può farlo l’opera di rieducazione dei CAM? Questi percorsi sono prescritti da un’Istituzione e, nella mente maschile, tendono a ridursi a una scorciatoia strumentale per non mettersi davvero in discussione. Senza mettere in conto la concorrenza che i CAM fanno alle realtà in favore delle donne maltrattate.
Nel fatto della prostituzione credo che il punto nodale sia la lotta allo sfruttamento e alla tratta e per questo, più che una nuova legge, serve volontà politica e azioni adeguatamente finanziate. Torniamo così alla legge Merlin, al fatto che la partita più grande si gioca nel rapporto tra donna e uomo ed è lì che c’è il grande inciampo. Nell’articolo di Federica D’Alessio viene nominato come un inciampo all’uguaglianza e invece si tratta di un inciampo alla libertà e per questo tipo di inciampo non si può pensare che ci sia una soluzione per via di legge. La soluzione verrà, se verrà, quando gli uomini avranno il coraggio e la forza di incrinare il loro presunto diritto di comprare il corpo di una donna, mettendo invece al mondo una libertà più grande e creando una civiltà dove nessuno compra nessuno.
(libreriadelledonne.it, 5/6/2022)
di Tiziana Plebani
Libreria della stazione Termini di Roma. Quella a due piani. Mentre guardo gli scaffali pieni di libri, mi passa vicino una delle esercenti che chiama un’altra al piano di sotto per rispondere a una richiesta di un acquirente: «Portami su un po’ di banalità del male».
Eravamo a metà marzo, a un mese dell’inizio della guerra in Ucraina. Quella frase – «Portami su un po’ di banalità del male» – mi si è appiccicata addosso e da allora non sono riuscita a levarmela di torno.
Mi ha fatto compagnia in tutti questi giorni in cui non riesco ad allontanare da me il pensiero della guerra e la sua pena infinita. E continua a sollecitarmi anche se non trovo le parole che mi corrispondano appieno, perché quelle che pronunciavo insieme alle altre Donne in Nero a partire dal 1991 nelle nostre uscite pubbliche, nei viaggi nella ex-Jugoslavia e poi ahimè nei conflitti che si sono succeduti, non mi bastano più, non sono sufficienti di fronte alla “banalità del male” che è tornata alla sua massima potenza.
Perché, pure se lo scenario è fortunatamente diverso da quello descritto da Hannah Arendt, anche qui però il peso delle singole soggettività viene totalmente oscurato come fosse una guerra combattuta da due persone, Putin e Zelensky.
Ma, come sappiamo, tutto ciò ha bisogno di una catena di comando, di persone ubbidienti in nome di parole importanti o che sono tornate terribilmente importanti – patria, nazione, confini, sovranità – o comunque ubbidienti senza margini di dubbi a un’autorità che decide il bene e il male, la vita e la morte di altri. Eppure anni addietro noi ci siamo nutriti di culture della disobbedienza, della diserzione, della fuga, della critica all’uomo solo al comando (sempre un maschio), per non parlare della spinta al disarmo e alla non-violenza che avevano un posto nel dibattito contemporaneo. Culture in cui si sollecitava a riflettere che non c’è mai solo una scelta possibile e che spesso ce n’è un’altra che non prendiamo in considerazione. Culture che oggi paiono affievolite, come fossero relitti di un altro mondo.
Allora forse siamo entrati o rientrati in un’epoca di obbedienza che pare assai praticata in alcune parti del mondo e che si associa, ed è il caso di sottolinearlo, a una disciplina del maschile e di una certa idea di virilità che intende riportare i due sessi a un equilibrio precedente, ristabilendo chi comanda e chi non ha parole.
Ma ci sono altri preoccupanti ritorni che parlano della banalità del male e di una scomparsa di una soggettività vigilante e critica.
Lo strazio del corpo del nemico. Sono una storica e so che è stata continua nella storia la ricerca di un limite da porre alla violenza della guerra e dei combattimenti, e la necessità di preservare la dignità e l’intangibilità dei corpi dei vinti e uccisi. Il riferimento “madre” è lo sdegno che suscita il furore di Achille che non contento di aver ucciso Ettore fa scempio della sua persona e che Omero narra proprio perché ciò contravviene alle sacre leggi. Ed è lo scenario dello scontro di Antigone contro il tiranno, quel reclamare la sepoltura anche di un traditore, di un avversario, di un nemico.
Oggi rivediamo corpi ammassati, fosse comuni, morti espulsi da qualsivoglia forma di pietas, neppure numeri di cui tener conto. Banalità del male che si accanisce sui corpi, che cancella ogni forma di umanità. Eppure c’è una mente dietro al braccio che spara, tanto più agli inermi, a quell’uomo anziano che procede in bicicletta e che non rappresenta alcuna minaccia, alle persone rifugiatesi in un supermercato, in una chiesa.
Morti con le braccia legate, colpiti senza che abbiano potuto nemmeno comprendere il momento e avere il tempo di un ultimo ricordo, di una preghiera, di un pensiero di commiato dal mondo. L’ha ricordato con la sua consueta lucidità David Bidussa nominando un libro sempre attuale di Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso (https://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/il-ritorno-del-corpo-del-nemico-ucciso/)
Ma c’è un altro terribile ritorno: la tortura. È vero, non è un ritorno recente, cerchiamo di dimenticarcene ma da tempo è rientrata dalla finestra quando speravamo di averla espulsa dalla porta d’entrata della casa dell’umanità. Ora stati e polizia ne fanno un uso quasi allo scoperto. Ma anche in questo caso c’è da chiedersi dov’è finita la grande campagna d’anni fa «Nessuno tocchi Caino» che richiedeva che nessuno tocchi prigioniero, internato, recluso, che nessuno umili, degradi un corpo, nemmeno quello del reietto. Tortura che fintamente sembra utilizzata per estorcere informazioni ma è invece fine a sé stessa, volta a privare la persona della sua dignità e del radicamento alla sua identità di vivente fragile e pulsante.
Perché queste culture non siamo riusciti a metabolizzarle, a farle entrare nel nostro DNA, in un patrimonio comune?
Pare che gli uomini vogliano dimenticare il sacro che abita ogni corpo, il mistero della nascita che dona la vita attraverso un corpo di donna e il debito contratto all’origine che prescrive la cura della vita e non la sua offesa.
L’ultimo ritorno, ma questo davvero non è un ritorno bensì una costante, è lo stupro di guerra, che si aggiunge a quello quotidiano, in un tempo che non è di guerra ma che in molte parti del mondo sembra consistere in una resa dei conti con la libertà che le donne si sono conquistate, che fa molte vittime e che assomiglia tanto alla guerra.
E la banalità del male avanza con i soldati in divisa che scambiano l’arma che hanno tra le mani con il membro che hanno tra le gambe, e viene da chiedere se non è tutto un ordine simbolico che si vuol ricostruire, che toglie la parola alle donne, ai civili, agli inermi, che seppellisce la democrazia, anche imperfetta (perché la democrazia nasce imperfetta), che impone l’autoritarismo al posto di un dialogo pur difficile, che reintroduce la forza come logica che sovrasta ogni altra dimensione della vita, e che chiede alle donne di farsi da parte.
Penso che di fronte alla banalità del male bisogna aggiungere parole e spinte ideali a quel «Fuori la guerra dalla Storia» che pronunciò Bertha von Suttner all’inizio del Novecento, che conteneva già la richiesta del disarmo universale: dobbiamo rimettere al centro dell’agenda politica l’antiautoritarismo, da cui prese le mosse anche il femminismo degli anni ’70, la difesa della dignità di ogni vivente, l’ascolto della popolazione civile, il faticoso lavoro della democrazia e in primis la libertà delle donne.
(https://ytali.com/2022/06/04/la-banalita-del-male-e-le-parole-che-mancano/, 4 giugno 2022)