di Marina Terragni


«Abbiamo riavviato il riconoscimento dei figli nati in Italia da coppie omogenitoriali»: le parole con cui il sindaco Beppe Sala ha annunciato il suo personale “regalo” al Pride hanno inizialmente ingenerato qualche confusione. Infatti i figli nati “in Italia” per iniziativa – e giocoforza non “da” – coppie omogenitoriali sono solo i figli di donne unite con altre donne. I figli delle coppie di uomini nascono in Ucraina, in Canada, in California o in altre nazioni mete di turismo procreativo, ma in Italia no perché il nostro paese, così come la stragrandissima maggioranza dei paesi del mondo – nei fatti si tratta già quasi di un reato universale – vieta e punisce il ricorso a utero in affitto.

Si è comunque capito a breve giro che la decisione del sindaco di Milano riguarderà anche i bambini nati da gestazione per altri.

La legge 40/04 che regola la materia non si presta a equivoci e punisce con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro non soltanto chi realizza ma anche chi “pubblicizza” la gestazione per altri. Non meno nette le successive sentenze, a cominciare da quella della Corte costituzionale (272/2017), relatore Giuliano Amato, che rafforza il divieto definendo l’utero in affitto «una pratica che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». Un’altra sentenza del 2019, stavolta della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, ha ribadito che a tutela dell’ordine pubblico e soprattutto del diritto del minore alla verità sulle proprie origini non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero che afferma il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero da maternità surrogata e un soggetto italiano che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico. La stessa sentenza indica come possibile strada per il/la partner del padre biologico l’istituto dell’adozione in casi particolari.

Di questo istituto si è detto che il procedimento è spesso molto lento, e soprattutto che non istituisce legami giuridici tra l’adottato e i parenti dell’adottante: problematica però superata da un’ulteriore sentenza della Corte costituzionale – marzo 2022 – che pur ribadendo l’assoluto disvalore costituito dalla maternità surrogata e l’impossibilità di una trascrizione “automatica” dell’atto di nascita, riconosce detti legami giuridici e invita il Parlamento a legiferare sullo status filiationis di questi bambini.

Il Parlamento al momento non ha legiferato, e in forza di questo il sindaco Sala ha ritenuto di dover fare “la sua parte”. Ma può essere questa definita “la sua parte”?

L’anagrafe è competenza dello Stato centrale e i riferimenti per gli amministratori locali, anche quelli che abbiano ambizioni nazionali, sono necessariamente la legge dello Stato e le sentenze. E come abbiamo visto oggi sia la legge sia le sentenze indicano l’adozione come unica strada per il “genitore intenzionale”, oltre a ribadire il fermo giudizio negativo sulla gestazione per altri.

La trascrizione automatica di questi atti di nascita realizzati all’estero sembra dunque aggirare le norme attualmente in vigore a livello nazionale: in sostanza il “regalo” del sindaco Sala al Pride non sembrerebbe essere nelle sue disponibilità, e non può presumere di interpretare la volontà della maggioranza dei cittadini che può essere rappresentata solo dal legislatore. Soprattutto quel “regalo” rimuove di fatto il principale disincentivo per chi valuti di ricorrere a questa pratica, quindi si distanzia dal giudizio negativo sul “disvalore” utero in affitto espresso dalla legge e invariabilmente ribadito dalle sentenze. 

Ma i bambini? questo l’argomento principe di chi sostiene la trascrizione automatica di questi atti di nascita. Quei bambini godranno dei diritti garantiti a ogni altro bambino, dal pediatra alla scuola, e potranno “godere” anche del secondo genitore che li adotterà. Ma non godranno mai del prioritario diritto, essendo oggetti di un contratto commerciale tra ricchi committenti e donne in stato di bisogno, a non essere separati dalla madre che li ha appena dati alla luce, pilastro insostituibile di quello che viene definito superiore interesse del minore (best interest).

Quella ferita, procurata con un atto di compravendita, non si sanerà mai. In una prospettiva di riduzione del danno per i bambini la pratica dell’utero in affitto va dunque in ogni modo disincentivata – come avviene, meglio ribadirlo, nella stragrandissima parte del mondo tranne una ventina di nazioni su 206 – e non va agevolata con atti amministrativi.

Un’ultima notazione di qualche significato. Una donna che dà alla luce un bambino – mater semper certa – è tenuta a dichiarare il vero sulla paternità del suo bambino (se la donna è sposata, a meno di un disconoscimento esplicito, la paternità è attribuita in automatico al marito). Nel caso di falsa dichiarazione quella madre, se scoperta, viene perseguita proprio in forza del superiore interesse del minore alla verità sulle proprie origini oltre che per ragioni di ordine pubblico.

Le coppie cosiddette omogenitoriali avrebbero dunque licenza di dichiarare palesemente il falso in atto pubblico – di più: l’impossibile – indicando un secondo padre o una seconda madre senza essere perseguiti.

Ma l’art. 3 della Costituzione ci dichiara uguali davanti alla legge: è possibile fondare una diseguaglianza sulla base dell’orientamento sessuale?


(Avvenire, 5 luglio 2022)

di firmatarie e firmatari


Alla Ministra dell’Università e della Ricerca, al Ministro dell’Istruzione,

alle Studiose, agli Studiosi, alle Case Editrici


Esimia Ministra, esimio Ministro, illustri Colleghe e Colleghi, spettabili Case Editrici, siamo un gruppo di docenti della Scuola e dell’Università che da anni si impegna tra l’altro, insieme alle studentesse e agli studenti, nel portare i testi classici antichi e moderni in strada e nei teatri, tra la gente, e nel proporli pubblicamente non come modelli valoriali universali e fuori dal tempo ma come portatori di idee e pratiche altre con cui sfregare il tempo presente: perché esso vi faccia i conti, si lasci da esse criticare e aiutare a diventare più consapevole di sé.

Vi scriviamo questa lettera aperta perché grande è la nostra preoccupazione per le forme di violenza dilaganti, in particolare quella bellica e quella patriarcale.

Nonostante tutti gli avanzamenti fatti in molti campi, gli esseri umani vivono costantemente immersi in una dimensione violenta e rischiano di lasciarla in eredità alle generazioni future: sia come realtà concreta, sia come categoria per pensare la gestione dei conflitti e il rapporto tra le differenze; o forse come realtà concreta in quanto frutto di categorie che modellano il modo di pensare la gestione dei conflitti e il rapporto tra le differenze.

In tale quadro generale, non possiamo non notare che i nostri libri di testo, pur con tutti i meritevoli aggiornamenti, restano tuttavia dentro la struttura di pensiero di cui dicevamo e, per l’importanza da essi rivestita nell’istruzione, contribuiscono a riprodurla e a ratificarla.

In particolare, benché il nostro discorso valga anche per tutti gli altri ambiti disciplinari, è soprattutto e in primo luogo nella manualistica della Storia che avvertiamo la necessità di modifiche urgenti e sostanziali. La Storia, infatti, concorre forse più di altre discipline a creare la cornice metacognitiva generale di chi studia: facendo vedere gli avvenimenti trascorsi attraverso lenti che focalizzano certi aspetti piuttosto che altri, presentando come fattori di cambiamento alcuni tipi di azione e non altri, essa educa a pensare ben precisi orizzonti di possibilità e ad agire all’interno di questi, e in tal modo si costituisce non solo come analisi del passato ma anche come profezia del futuro.

Ora, la narrazione manualistica della Storia, nonostante ormai opportunamente comprenda aspetti della vita sociale delle varie epoche e abbia ampliato il suo interesse per il mondo non occidentale, continua a essere dominata da un’ottica politico-militare e dal filo rosso delle guerre e del ruolo maschile.

Gli orizzonti geografici e temporali si sono allargati ma il racconto – la trama, il contenuto, ciò che risulta in primo piano come motore del processo storico – è ancora fondato su categorie di pensiero proprie del patriarcato e di una mentalità competitiva e violenta.

Tale racconto resta talmente affollato di forza militare e di genere maschile che non lascia immaginare altre forme di sviluppo della temporalità che non siano violente e/o maschili, e finisce per far credere che la violenza appartenga addirittura alla natura umana e sia normale, ineluttabile, o contenibile solo attraverso istituzioni, nazionali o internazionali, di carattere giuridico.

O, peggio ancora, come viene fuori con chiarezza nella narrazione dominante a proposito dell’attuale aggressione all’Ucraina in cui le istituzioni risultano inefficaci, contenibile solo con il ricorso ad altra violenza – sia pure di difesa.

Noi crediamo che, per cacciare davvero la guerra e il patriarcato fuori dalla storia, sia indispensabile cambiare il paradigma culturale, promuovere un sapere diverso da quello appena presentato e dare spazio al racconto della costruzione della pace con mezzi pacifici, mettere in luce il ruolo delle donne e dei popoli che hanno contribuito alle trasformazioni storiche senza ricorrere alle armi; meglio ancora, dipanare per mezzo di queste categorie il filo della Storia intera.

Ciò sembra al momento un obiettivo lontano: forse semplicemente, dalla ricerca e dall’editoria attuali, esso nemmeno è posto come obiettivo.

Eppure, i singoli studi in questa direzione sono ormai numerosissimi e, anche se per lo più costituiscono lavori sparsi, capita a volte che se ne diano di già coordinati tra loro all’interno di una cornice diacronica in volumi collettanei o in atti di convegno, che potrebbero costituire una buona base per organici e completi manuali in grado di rispondere alle esigenze che stiamo qui rappresentando (basti ricordare soltanto i volumi della Storia delle donne in Occidente, curata da Georges Duby e Michelle Perrot, e quelli della Politica dell’Azione Nonviolenta di Gene Sharp).

Noi Vi chiediamo pertanto di adoperarvi, secondo i vostri specifici ruoli, per l’elaborazione e l’attuazione di organici e strutturati progetti di redazione di manuali, scolastici e universitari, che espressamente valorizzino il ruolo delle dinamiche nonviolente e la parte attiva svolta dalle donne nel corso della storia – manuali che abbiano il coraggio di profetizzare un futuro in netta cesura con quello attualmente all’orizzonte ed esercitino a pensare la pace e a vedere che le concrete possibilità di costruirla attivamente senza fare ricorso alla violenza sono state più numerose di quelle che siamo abituati a credere.

Inoltre, poiché la forma della scrittura, non meno dei contenuti, costituisce veicolo di un preciso modo di pensare, Vi chiediamo che tali manuali presentino un linguaggio adeguato al cambiamento di paradigma auspicato, e superino il lessico del maschile indifferenziato, dell’impersonalità, del preteso oggettivismo per fare un passo culturale decisivo verso un uso delle parole consapevole della loro non neutralità. Confidando che vogliate accogliere il nostro appello, in attesa di vostre concrete risposte, Vi porgiamo i nostri più cordiali saluti.


Comitato Scientifico di “Classici Contro” (Palermo)

Comitato Scientifico di “Classici in strada”

Movimento Nonviolento (Centro di Palermo)

(seguono nomi di 30 docenti della Scuola o dell’Università, in parte aderenti al Movimento Nonviolento)


(https://ilmanifesto.it/lettera-aperta-sui-manuali-scolastici-e-universitari, 5 luglio 2022)

di Donatella Massara


Questa è la notizia che mi è stato proposto di pubblicare sul gruppo Facebook La Biblioteca femminista.


«Marie-Claire Chevalier è morta.

Quel nome probabilmente non dirà molto. È però l’origine di una delle più grandi leggi femministe, nel senso nobile del termine, del Novecento.

Marie-Claire è stata stuprata all’età di 16 anni. Da questo stupro, rimane incinta e decide di abortire. Visto che questo atto era illegale in Francia all’epoca, viene denunciata dal suo stupratore e la fantastica Gisèle Halimi, avvocata, difende Marie-Claire in un processo che si svolge nel 1972. Il processo di Bobigny. L’effetto mediatico è mostruoso, Marie-Claire viene assolta, e la legge Veil che consente la IVG [interruzione volontaria di gravidanza, Ndr] sarà adottata il 17 gennaio 1975. Liberando così Marie-Claire e migliaia di donne del passato, presente e a venire.

Quasi 47 anni dopo l’approvazione di questa legge, Marie-Claire è morta e ha raggiunto Gisèle e Simone (Simone Veil, ministra della sanità francese che varò l’omonima legge, NdR).

Grazie ragazze.»

Grandissime!!! Avevo 22 anni quando nel marzo del 1973 distribuii “fra le donne del quartiere” il volantino che raccontava la battaglia di Gisèle Halimi con Marie-Claire Chevalier e Simone de Beauvoir. Iniziava la lotta per la libertà di aborto, per una gravidanza decisa dalle donne per l’auto determinazione del corpo femminile. Allora ero una ragazza. Mi dichiaravo femminista da alcuni anni. Non conoscevo le donne di via Cherubini che fonderanno poi la Libreria delle donne. Ero una lupa solitaria. Non ricordo neanche da chi fosse stato stampato quel volantino, probabilmente dal Partito radicale. Non mi importava. Sapevo che quanto stava succedendo andava bene, molto bene.

Sapevo che eravamo oltre i diritti perché il diritto deriva da un’affermazione contro un sopruso, da una potenza politica o è una spartizione. Sul corpo femminile e la gravidanza NON si legifera, le donne decidono del proprio corpo e di se stesse. Di questo ero convinta. Logico. Non sapevo che alle donne del quartiere stavo dando una bomba simbolica da lanciare contro il potere soprattutto maschile. O meglio: stavo dando un taglio simbolico dal potere maschile. Quello che è stato messo in scena in questi giorni di abrogazione americana del diritto di aborto. Il taglio simbolico c’è stato. Non c’è ricucitura possibile. Lo stiamo vedendo.


(www.libreriadelledonne.it, 4 luglio 2022)

di Pinella Leocata


Catania. Nel cortile della Cgil, promossa da La Città Felice e moderata da Anna Di Salvo, si è tenuta la presentazione della biografia che la scrittrice inglese del Novecento Vita Sackville-West dedicò nel 1927 alla sua collega conterranea Aphra Behn, nata del 1640. Una scrittrice fino ad allora espulsa dal canone della letteratura e considerata un’autrice minore, oltre che oscena e dissoluta. Sackville-West, per prima, insieme a Virginia Woolf – con la quale ebbe un intenso sodalizio intellettuale e amoroso – la sottrae al disprezzo e ne mette in evidenza la modernità e il valore pionieristico riconoscendola tra le capostipiti di una genealogia femminile che comincia proprio nel Seicento.

A fare “dialogare” a distanza le tre scrittrici è Stefania Arcara, docente di letteratura inglese al Disum di Catania e componente del Centro studi di genere Genus, nella sua prefazione al testo di Sackville-West Aphra Behn. L’incomparabile Astrea (VandA edizioni). Astrea è il nome di penna con cui la scrittrice, poetessa e commediografa del Seicento firmava le sue opere per le quali fu definita “geniale”, “incomparabile”, ma anche “sgualdrina” e “poetessa oscena”. Una vita avventurosa, la sua. Nasce a Londra, parte con la famiglia per l’America del Sud per raggiungere il Suriname, un dominio olandese, ma il padre muore durante il viaggio. In Suriname incontrerà un principe nero divenuto schiavo cui dedicherà il suo romanzo più noto, Oroonoko, il primo romanzo antirazzista della letteratura inglese. Tornata in Inghilterra si sposa con tale Behn che la introduce alla corte di Carlo II per il quale accetterà di trasferirsi ad Anversa come spia. Qui, abbandonata dagli inglesi e non pagata, viene messa in prigione per debiti. Quando viene liberata, con l’aiuto della madre, comincia la sua carriera di scrittrice.

Aphra Behn – sottolinea Stefania Arcara – è una figura dalla forte valenza simbolica. È una borghese che, con la propria determinazione e con coraggio, s’impone nel mercato editoriale degli uomini e a teatro, soprattutto per le sue commedie comiche. «Un’impresa difficile dal momento che non usa un umorismo misogino». È l’unica voce femminile del teatro della Restaurazione quando, sconfitti i Puritani, i teatri riaprono, ritorna la monarchia ed esplode il libertinismo e l’edonismo. Usa battute, doppi sensi, ambienta le scene in camera da letto, come facevano tanti autori maschi, ma lei era una donna e questo non viene tollerato. Di qui gli attacchi e le accuse di plagio o di oscenità. Lei si difende e critica le posizioni dei suoi detrattori nelle prefazioni e postfazioni ai suoi testi e rivendica – per una donna che non ha un’educazione classica, in un Paese che non lo consentiva – il diritto a scrivere commedie e a guadagnarsi da vivere grazie alla scrittura. Scelte di vita e di lavoro che ispireranno l’opera di Vita Sackville-West e di Virginia Woolf, in particolare nel testo Le tre ghinee del 1938.

Sackville-West presenta la biografia di Aphra Behn come un ritratto dell’anima. La descrive come una donna che vuole divertirsi, avere successo, rozza – come nel gusto del tempo – dal linguaggio sboccato, anticonformista, amante di uomini e donne. E nello stesso tempo ne esalta la fondamentale onestà e il grande idealismo. È contro il puritanesimo, eppure critica il libertinismo di cui comprende la radice patriarcale. Ma le sue opere, sottolinea Maria Grazia Nicolosi – docente di letteratura inglese al Disum e componente del Centro di studi di genere – non hanno valore solo in quanto precorritrici del romanzo moderno, ma anche dal punto di vista artistico per la qualità della scrittura. Le sue storie non finiscono quasi mai con il matrimonio, che l’autrice considerava un contratto sesso-economico che penalizza le donne, e spesso le sue protagoniste non hanno figli. «Il matrimonio – scriveva – è un veleno per l’amore come prestare danaro lo è per l’amicizia». Ed è interessante come le due studiose catanesi mettano in evidenza il rispecchiamento tra le due scrittrici inglesi del Novecento e la loro antenata di due secoli e mezzo prima, «una genealogia che le unisce in quanto donne che, in una società patriarcale, sono riuscite a fare della scrittura la propria professione». Ed evidenziano come Aphra Behn, che scelse di fare la spia, costruisca maschere e identità plurime e avventizie anche nella sua vita reale che, in buona parte, rimane misteriosa, a partire dalle sue origini.


(La Sicilia, 2 luglio 2022)

di Franca Fortunato


«Bella Giuditta. Spiga rigogliosa, petalo di rosa, rosa nel bicchiere» sono le parole con cui si chiude la ballata che la cantastorie Francesca Prestia ha dedicato a Giuditta Levato e da cui martedì sera ha preso il via su Rai Storia la seconda puntata di “Donne di Calabria”. Storia di una donna, una contadina, uccisa per aver difeso, insieme ad altre/i, il diritto di coltivare le terre abbandonate e assicurare a se stessa e ai suoi figli una vita dignitosa nella Calabria povera del secondo dopoguerra. Tra immagini e filmati di repertorio, interviste e testimonianze, la storia di Giuditta, raccontata dall’attrice Camilla Tagliaferri, si è concentrata esclusivamente sulla tragedia, riproponendo l’immagine della “martire” e dell’“eroina”, come se la sua vita fosse iniziata e finita nell’arco di una giornata. Anche lei ha avuto una madre, un padre, un’infanzia e un’adolescenza nel periodo più buio e triste della storia della Calabria e del Paese: era nata nel 1915, si è sposata, ha avuto dei figli, si è iscritta al Partito comunista, ha costituto una cooperativa agricola, aveva delle amiche, avrà avuto i suoi sogni, le sue gioie e i suoi dolori, insomma aveva alle spalle una vita vissuta, che aveva fatto di lei la donna che era diventata. È di lei che volevo sapere più di quanto sapessi già.

Nel giorno della tragedia, quando con le compagne e i compagni della cooperativa si scontrò con il latifondista, il barone Pietro Mazza, che rivendicava la proprietà della terra come “roba mia”, abbiamo visto la dignità, il coraggio e la forza con cui seppe tenergli testa fino allo sparo del mezzadro, che l’ha colpita a morte insieme alla creatura che portava in grembo. È il ricordo commosso del figlio Carmine, allora bambino, che ci ha portato dentro quel dramma e ha aperto uno spiraglio sulla donna. «Il giorno dell’uccisione mia madre prima di andare via mi ha detto di aiutare la nonna, perché era anziana. Vivevamo con lei mio fratello e io. Quando abbiamo sentito uno scoppio, abbiamo capito subito che era uno sparo e mia nonna mi disse di andare a vedere, c’era anche il nonno lì. Con un mio amico siamo corsi a piedi scalzi. In un minuto ero lì. Non mi hanno fatto avvicinare, perdeva sangue, c’era mio nonno e altra gente intorno a lei. C’era un altro gruppo di uomini intorno a quello che aveva sparato. I carabinieri arrivarono in calesse dopo un’ora, mentre mia madre era ancora a terra. L’hanno portata a casa e messa sul letto. Ci voleva un mezzo per portarla all’ospedale a Catanzaro, ma non si trovava facilmente. Dopo un’altra ora si è trovato un camioncino. Quella sera stessa o la sera dopo è venuta mia zia a prendermi perché sapeva che volevo vedere la mamma per l’ultima volta. Prima mi ha dovuto comprare un paio di scarpe, non potevo andare scalzo. Ho visto che mia mamma faceva fatica a respirare quando parlava. L’ho baciata, mi ha abbracciato forte e poi non l’ho vista più. Al funerale c’era la bandiera rossa, il prete non è venuto.» «Di giorno lavorava, la sera andava a ballare con le altre amiche. Non mi portava mai con lei alle riunioni. Il suo impegno politico era dentro la cooperativa.» Il coraggio, la forza, la passione politica e l’amore per la libertà di Giuditta rivivono nell’intervista di Caterina Trovato, storica bracciante di Badolato; rivivono nelle lotte bracciantili di Melissa, dove venne uccisa Angelina Mauro, e nelle lotte delle raccoglitrici di gelsomini, ricordate nella trasmissione. Donne dimenticate, sconosciute alle giovani generazioni, per cui ben vengano trasmissioni come “Donne di Calabria”.


(Il Quotidiano del Sud, 2 luglio 2022)

di Paolo Pileri


Sessant’anni fa, nel 1962, usciva “Primavera silenziosa” di Rachel Carson (Feltrinelli). Un libro manifesto, ma anche un manuale per imparare un attivismo ecologico fondato su dati e indicatori. La natura non è un’opinione, ma un fatto preciso. Idem la sua tutela.


Quattro anni ha impiegato Rachel Carson a scrivere “Primavera silenziosa”: notti insonni di ricerche, interviste, studi, documenti. Grazie a lei si è aperta la strada per eliminare i Ddt (diclorodifeniltricloroetano). La sua ostinazione magistrale ha svelato i danni di pesticidi ed erbicidi usati nelle terre agricole. Giornalista colta, biologa e donna rigorosa, con il suo libro meraviglioso ha smontato pezzo per pezzo l’ipocrisia mortifera che allora – e per anni a seguire – le multinazionali dell’agrofarmaco, assieme a governi, hanno fatto sorbire a tutti, addolcendo il loro egoismo con il nome-beffa rivoluzione verde.

Un abile gioco di parole per imporre come lieve e giusto ciò che non aveva nulla di lieve, di verde e di giusto, ma anzi era l’inizio di una tragedia e il vessillo di un modello spaccone che ci ha persuasi che lo sfruttamento della t/Terra è un nostro diritto. Le manomissioni di parole sono il piede di porco che da decenni viene usato per confondere la gente e allontanarla dalla verità, per gettare fumo nei loro occhi nascondendo le alternative che esistono e sono possibili.

Anni fa è stato sviluppo sostenibile, oggi il mantra è transizione ecologica, con tutta la sua corte di declinazioni. Sarà ancora come la rivoluzione verde? Abbiamo un’urgenza pazzesca di una Rachel Carson oggi o, meglio, abbiamo urgenza di divenire tutti noi Rachel. Lei ci ha lasciato un libro in eredità dal quale imparare: possiamo leggerlo, ricordarlo, discuterlo a scuola, al lavoro, in vacanza. Non dimenticare Rachel, questa sì che è vera rivoluzione verde. Quel libro è una spinta potentissima per tirar fuori la testa da questo minestrone ambiguo e melmoso che è lo storytelling sulla transizione ecologica propinato da chi non ne vuole sapere di cambiare, neanche un pochino.

“Primavera silenziosa” è un libro scritto con passione e metodo, poesia e rigore. Ed è quest’ultimo uno degli strumenti più vincenti che Rachel ha usato. Dati, indicatori, fatti, testimonianze, casi reali per mostrare concretamente che quella rivoluzione non era verde, ma nera come la pece. Non solo proclami, non solo opinioni, non solo parole, ma numeri e prove: così si fa. Come Rachel, anche noi non possiamo ingoiare qualunque transizione ci propinino, ma abbiamo bisogno di entrare nelle questioni, farle nostre, non vergognarci di dubitare anche quando ci sono poche ragioni per farlo.

Per scrivere “Primavera silenziosa” dovevi mettere da parte i compromessi che annebbiano la mente. Dovevi scegliere documenti e letture che chiariscono a te e fanno capire a tutti. Davanti a noi avremo un’estate bollente, l’ennesima di un clima che non è impazzito da solo, ma per causa nostra. Regaliamoci una lettura ecologica; regaliamoci la possibilità di capire le parole dell’ecologia leggendo giganti come Carson e non assorbendo solo le frasi fatte di politici e venditori porta a porta di transizioni poco ecologiche, molto finanziarie, zero rivoluzionarie. Ogni parola che non capiamo è un calcio nel sedere che riceviamo, come diceva don Milani. Per tutelare la natura dobbiamo aumentare la padronanza del lessico della natura.

Certo, questo è faticoso, come lo è stato per Rachel Carson disvelare l’atrocità del Ddt dato dopo dato. Ma la sua costanza rigorosa ci ha salvato e questa lezione è lezione di metodo che ora è nelle nostre mani. Pensate che bello trovarci tutti in piazza, virtuale e reale, sventolando quel libro come si fa con un manifesto, pretendendo di essere presi sul serio. Come Rachel Carson seriamente fece con noi.


(Altraeconomia, rivista n. 250, luglio/agosto 2022)

di Luisa Muraro


La candidata sconfitta e la nuova sindaca, dopo il ballottaggio delle ultime amministrative, si sono incontrate e tra le due di colpo c’è stato un abbraccio, un vero abbraccio che ha cambiato il senso della prova elettorale. E che mi ha fatto ripensare al libro di Lia Cigarini, La politica del desiderio uscito da poco (Orthotes, Napoli 2022, a cura di Riccardo Fanciullacci e Stefania Ferrando).

In quell’abbraccio ho visto brillare in un lampo di fulminea bellezza l’intuizione che lo anima dall’inizio alla fine: «l’orizzonte della politica delle donne era ed è un cambio di civiltà». Si è aperto, questo orizzonte, con l’atto di aver interpretato la differenza sessuale come indipendenza femminile dalle misure maschili. E va realizzandosi nel fare dell’indipendenza femminile una mediazione necessaria anche per gli uomini.

Un cambio di civiltà è un processo plurale da cui le cose prendono, per finire, un senso nuovo ai nostri occhi, man mano del suo farsi a nostra insaputa. Come si fa, dall’interno di un tale cambiamento, a saperlo? Solo l’opera d’arte può farci vivere questa esperienza che nella realtà sembra disperdersi in una miriade di avvenimenti. Ma ecco che una vita vissuta con un’intima concentrazione forma come un filo rosso che li collega tra loro!

Tale è il caso di questo libro. La politica del desiderio, infatti, si ispira non a una idea ma a una esistenza che è andata svolgendosi con la partecipazione alla storia vissuta: la sua confezione abbraccia molti decenni, la prima parte va dal 1974 al 1994, la seconda dal 1999 al 2020. E ciò nonostante è di una straordinaria unità, libro dotato di una coerenza che nulla deve alle circostanze occasionali, che sono le più varie, e tutto alla profondità della ricerca.

C’è un’altra caratteristica che lo distingue dall’essere un libro comunemente inteso ed è che non ha un vero inizio né una vera fine. C’è un prima cui si allude nella prime pagine che è l’esperienza di altre donne e c’è un presente su cui esso si sporge nelle ultime, quelle in cui, dopo aver parlato di una torta velenosa, tossica, piena di armi, segue questo commento: ti puoi riconoscere in una civiltà solo se hai contribuito a tesserne le forme, a fare sì che vi trovi spazio ciò a cui tieni, a cominciare ovviamente dalla tua libertà.

Che è il tema di fondo di questo capolavoro. So che è un capolavoro, anche se non so come dirlo.


(www.libreriadelledonne.it, 1° luglio 2022)

di Bruna Bianchi


Finestre, balconi, abiti e zaini, vie principali delle città, stazioni della metropolitana, teatri, palazzi governativi, monumenti sono i luoghi nei quali continuano improvvisamente ad apparire cartelli e striscioni spesso con messaggi in codice, si svolgono azioni di protesta, vengono strappate o danneggiate le lettere Z, appaiono richiami a libri come 1984, ormai introvabile nelle librerie, di George Orwell. Come nei mesi precedenti, le proteste femminili, individuali e di gruppo, si rivelano le più creative e coordinate. Naturalmente la repressione nei confronti di chi protesta contro la guerra cresce. «Ho paura, ma non taccio» ha scritto Julia sul cartello che teneva tra le mani a San Pietroburgo il 12 giugno. Un resoconto di quanto accaduto negli ultimi due mesi in Russia


Mentre decine di migliaia di uomini fuggono dalla Russia per non partecipare a una guerra atrocele proteste all’interno del paese continuano. Secondo gli ultimi dati (No to War. How Russian Authorities are Suppressing Anti-War Protests1), dall’inizio del conflitto al 13 aprile i casi di arresto in base al decreto che punisce il “discredito” alle forze armate sono stati almeno 993 in 78 regioni. Sfuggono ai provvedimenti repressivi molti autori di graffiti o installazioni in vari edifici e luoghi cittadini e coloro che hanno messo in circolazione monete e banconote con messaggi contro la guerra2.

I provvedimenti adottati o entrati in vigore ad aprile hanno inasprito le pratiche repressive, i controlli, aumentato gli importi delle multe e allungato l’elenco dei reati. Ne rende conto il rapporto aggiornato di OVD-info No to War (cit.)Continuano, infatti, le chiusure dei siti internet per qualsiasi vago accenno alla guerra, le minacce e gli arresti di giornalisti e giornaliste, le pressioni per il licenziamento di attivisti e i loro amici e congiunti, la persecuzione dei collaboratori di Naval’nyj, mentre multe elevatissime colpiscono periodici, tra cui il giornale indipendente Vecherniye Vedomosti, e radio per costringere alla bancarotta e sono state inflitte le prime confische dei beni a chi è stato accusato di diffusione di false notizie (almeno quattro di questi casi sono venuti a conoscenza dell’organizzazione per i diritti umani Agora, resoconto 4-10 giugno).

Contemporaneamente, si spinge la popolazione a rendere esplicito il proprio sostegno alla guerra apponendo una sui social o sulle auto. Nella società civile non vi deve essere più alcuno spazio per i dubbi o il tacito dissenso; se non si è a favore del conflitto si è contro il conflitto, il governo, lo stato, l’esercito, e pertanto si è sempre perseguibili.

È sempre più difficile, infatti, evitare il proibito; qualsiasi accenno alla pace, anche nelle conversazioni private, può essere sanzionato. Valga per tutti l’esempio della frase citata nei social “siamo amici” pronunciata da uno dei personaggi del cartone animato per bambini “Il gatto Leopoldo”. Citarla è considerato un atto di “discredito”.

Mentre la repressione si inasprisce, i caratteri della protesta stanno in parte cambiando.

Nelle pagine che seguono – sulla base delle segnalazioni quotidiane a OVD in lingua russa –, e ai resoconti settimanali delle cause penali e civili in inglese (Russian Protest against the War with Ukraine. A Chronicle of Events, 15aprile-11giugno), tracciano un breve quadro delle proteste degli ultimi due mesi.

Letti uno dopo l’altro questi resoconti si fondono in un unico alto grido contro la guerra. Accanto a queste manifestazioni di protesta sui social e per le strade, oggi si possono leggere anche gli scritti di poeti e poetesse, scrittori e scrittici russi-e nella raccolta di testi a cura di Mario Caramitti e Massimo Maurizio, ***/*****. Voci russe contro la guerra, Università degli studi di Torino, 2022, liberamente scaricabile su collane.unito.it.

Attori, luoghi, simboli e messaggi in codice

Non sempre resoconti e segnalazioni riportano l’età e la condizione sociale degli arrestati, ma le immagini suggeriscono che appartengono a ogni classe di età – con una prevalenza di giovani, uomini e donne, spesso con bambini – e a ogni ceto sociale. Sono incappati nelle maglie della repressione giornalisti/e, artisti/e, studenti e studentesse, attivisti/e dei diritti umani, di organizzazioni giovanili e vegane, come il giovane che appare in una fotografia con il cartello “Vegan contro la guerra. Finisca questa follia” (foto).

Hanno manifestato la loro opposizione alla guerra anche due suore, un prete, un ex poliziotto e un candidato alle elezioni per il partito comunista.

Come nei mesi precedenti, finestre, balconi, abiti e zaini, vie principali delle città, stazioni della metropolitana, teatri, palazzi governativi, monumenti e altri spazi simbolici sono stati i luoghi in cui sono apparsi cartelli e striscioni, si sono svolte le performance di protesta, sono state strappate o danneggiate le lettere Z, sono stati tracciati graffiti, intonate canzoni in ucraino – talvolta prendendo a prestito il microfono da un musicista di strada – e sono stati distribuiti distintivi con la scritta «No alla guerra» o «La Russia sarà libera» (foto).

La bandiera a strisce bianca-blu-bianca, al posto di quella russa bianca-blu-rossa, è diventata il simbolo del movimento contro la guerra e ha fatto da sfondo a scritte e slogan (foto).

Tra coloro che hanno messo in atto le proteste c’è chi si è fatto arrestare più volte; l’attivista che compare in questa foto è al suo settimo arresto.

Sempre più numerosi i casi in cui i manifestanti hanno tenuto tra le mani un foglio bianco con 8 asterischi *** *****, quante sono le lettere di нет войне (No alla guerra): foto.

Evitare di scrivere qualsiasi parola sui cartelli e striscioni ha avuto lo scopo di evitare l’arresto oltre a quello di deridere. In un primo momento, infatti, gli agenti accorsi sul luogo della protesta, restavano perplessi, si consultavano sull’esistenza degli estremi per una sanzione, ma la repressione in Russia evolve rapidamente, spostando sempre in avanti i limiti del proibito e gli attori di queste forme di protesta sono stati comunque arrestati.

In un mondo in cui non si possono mai prevedere i motivi di un’accusa, i messaggi stanno diventando non solo indiretti, ma espressi in un linguaggio in codice. Per aggirare i controlli sempre più stringenti sui social, quando si vuole annunciare un’azione in cui si prevede di essere arrestati si usa la frase “vado a fare un passeggiata con il passaporto”.

Anche gli autori dei graffiti evitano messaggi espliciti. Il significato di queste opere non è stato ancora “decodificato” dalle autorità, non è stato discusso nelle aule dei tribunali e pertanto non appaiono nelle segnalazioni quotidiane di OVD. «Sono messaggi meno universali, occorre avere una certa cultura per comprenderli», ha detto in una intervista del 15 aprile Alexandra Arkhipova, la studiosa del Wilson Center che sta conducendo una ricerca sulla protesta in Russia.

Ne sono un esempio i graffiti che ritraggono le ballerine del lago dei cigni di Čajkovskij. Quando Leonid Brežnev morì, spiega Arkhipova, la televisione di stato non ne diede subito l’annuncio in attesa di trovare un accordo sul successore e trasmise in continuazione Il lago dei cigni. Le ballerine, dunque, comunicano l’auspicio che la situazione politica possa mutare radicalmente in seguito alla morte di Putin. Lo stesso auspicio è espresso dalla frase: «Brindiamo alla sciarpa e alla tabacchiera» che si riferisce all’assassinio dello zar Paolo I, strangolato con una sciarpa e finito da un colpo alla testa con una tabacchiera.

«Quando la verità è vietata, è cento volte più necessaria»

Di fronte alla volontà di mettere a tacere ogni voce di dissenso, non stupisce che molti episodi di protesta vertano sulla libertà di parola.

«Ho paura, ma non taccio» ha scritto Julia sul cartello che teneva tra le mani a San Pietroburgo il 12 giugno (foto).

«Ho il diritto di parlare» è quanto si legge sul cartello di un giovane uomo che il 26 maggio si è recato sulla Piazza Rossa, portando con sé il figlio in passeggino.

Per denunciare la censura, alcuni post sui social hanno raffigurato una Z apposta su una bocca cucita.

A Ekaterinburg il 4 maggio Nadežda Sayfutdinova con ago e filo la bocca se l’è cucita davvero e per questo ha rischiato l’internamento in ospedale psichiatrico. Sul poster che teneva tra le mani era scritto:

«Tacere! Non si può! Non si può tacere! 
La guerra non è pace! 
La libertà non è schiavitù! 
L’ignoranza non è forza!». 
Eccola lì la vostra ideologia 3 (foto).

Il simbolo dell’operazione speciale, la Z, è stata al centro di molte azioni di protesta; il simbolo è stato di volta in volta rimosso, strappato, bruciato, coperto di vernice rossa, oggetto di sputi e altre manomissioni, come quella di disegnarle accanto “un calcio dimostrativo”, come è accaduto a Čeboksary.

«Togliete quella Z, è il simbolo dell’omicidio. Non c’è niente di che essere orgogliosi, è una vergogna!» si poteva leggere il 12 giugno, la giornata della Federazione russa, sul pezzo di carta esibito da un manifestante di fronte al Teatro di Mosca.

Un caso che ha fatto sensazione è quello di Natalia Filonova, giornalista di Ulan-Ude, città della Siberia orientale, arrestata il 26 aprile per aver chiesto all’autista di un autobus di rimuovere la Z. L’uomo, al contrario, ha fatto scendere tutti i passeggeri e ha portato con la forza Natalia al posto di polizia.

Gli studenti dell’Università di Ekaterinburg, invece, hanno deciso una raccolta di firme per ottenere la rimozione della Z dalla facciata dell’Università. Dal 19 aprile alla fine del mese le persone che hanno firmato sono state 570, 300 delle quali studenti e studentesse.

«E il Signore disse: “cosa hai fatto?”»

Più la guerra si prolunga e più numerosi sono i cartelli che gridano il numero dei morti, in particolare di civili e bambini. Il 26 maggio è stata arrestata a Soči Anna Goretskaya che nei pressi del partito nazionalista e conservatore “Russia unita” aveva esposto il cartello: «Mariupol è completamente distrutta. In termini numerici, era uguale a Soči».

A Ekaterinburg Ivan Ljubimov ha esposto un manifesto di denuncia della violenza all’infanzia; il disegno raffigurava una bambina sul punto di essere colpita dallo scarpone di un soldato. Ha scritto Ivan: «Il male non riuscirà a trionfare. Genesi 4.11. E il Signore disse: “Cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra”». «Vergogna ai criminali di guerra. Bisogna perseguire i saccheggiatori, gli stupratori e gli infanticidi» (foto).

Nella stessa città il 23 giugno un manifestante ha voluto porre sotto agli occhi dei concittadini la realtà della guerra occultata nella comunicazione pubblica: «Dal 24 febbraio in Ucraina sono morti o sono stati feriti 10.308 abitanti».

L’orrore per i crimini contro i civili ha indotto anche un prete di San Pietroburgo a diffondere un video in cui affermava che i soldati russi morti in Ucraina non sarebbero “andati in Paradiso”. Il religioso è stato arrestato per aver screditato l’esercito; due icone, un crocifisso di legno e una tonaca gli sono stati sequestrati. Con la stessa accusa un cittadino sordomuto di Tambov è stato multato di pari a oltre 500 euro per un post che raffigurava una donna in costume tradizionale ucraino nell’atto di sferzare un soldato russo. Sotto all’immagine la scritta: «Quando batto un soldato russo con un ramo di salice, è un gran giorno».

Una multa pari a 3.500 euro è stata inflitta a una giornalista di Ekaterinburg per i suoi post contro Putin, sulle stragi di Buča e Mariupol e per aver scritto: «È strano: i russi non credono alle statistiche di mortalità per Covid, ma per qualche ragione credono in una guerra che non fa vittime, né tra i russi, né tra i civili».

La drammatica realtà delle distruzioni in Ucraina è stata messa in evidenza da Valerij Myazdrikov il 22 maggio a Mosca. Questo il suo commento: «Occupanti, predoni e assassini di Putin, andate via dall’Ucraina! La Crimea è anche Ucraina! Libertà per i prigionieri politici!» (foto).

La sofferenza delle madri ucraine è stata rappresentata in un’opera di grandi dimensioni dell’artista Yelena Osipova esposta in una via di San Pietroburgo il primo maggio e accompagnata dalla scritta:

«1° maggio: Solidarietà internazionale (in alto) 
No alla guerra, no alla guerra (ai lati) 
XXI secolo! (al centro) 
La morte dell’umanità è la conseguenza della guerra» (in basso). (foto)

Una settimana dopo, il 9 maggio, giornata della vittoria, l’anziana artista è stata fermata sulla soglia di casa per impedirle di manifestare contro la guerra. Non sappiamo quale opera Yelena Osipova intendeva portare con sé, ma, a proposito degli eroi, il 27 febbraio in uno dei suoi dipinti aveva rappresentato un soldato bendato a cui la madre strappava l’arma dicendo: «Non combattere questa guerra, figlio» e l’artista aveva aggiunto le parole: «Soldato, getta il fucile. Questo è ciò che fa di te un eroe» (fonte).

Nelle segnalazioni di OVD troviamo solo un esempio di rifiuto del servizio militare, ma significativo per gli echi di un’altra terribile guerra nelle sue dichiarazioni. Saveli, un giovane di Stavropol’, nella Russia meridionale, all’inizio di aprile aveva chiesto l’esenzione e avanzato richiesta di servizio alternativo. Convocato all’ufficio di reclutamento e invitato a esporre le sue ragioni, così ha riassunto la sua risposta: «Ho spiegato la mia convinzione che la vita umana abbia un immenso valore. Ho anche raccontato che mia madre aveva fatto l’esperienza della guerra a Groznyj, che era stata sotto i colpi dell’artiglieria per un mese e che miracolosamente si è salvata, che mi diede alla luce quando era già avanti negli anni e che io non voglio mettere a rischio la mia vita». Tratto in arresto, di lui non abbiamo trovato altre notizie.

A commento del reclutamento e della sua ideologia omicida, a San Pietroburgo ha scritto il 16 giugno sul suo poster Aleksej Dudinsky:

Forse che augurare ai nostri ragazzi di tornare vivi dalle loro madri e mogli significa screditarli? 
E mandarli sotto le pallottole e i proiettili significa sostenerli? 
Russia sei sana di mente? 
Fermate la guerra!

«Uccidete tutte le guerre, maledite tutte le guerre»

Tra coloro che hanno protestato c’è chi ha voluto comunicare il suo messaggio con le parole di grandi poeti e scrittori per affermare verità universali, richiamarsi alle tradizioni culturali russe e in particolare alle parole di Tolstoj. Il 23 giugno a Ekaterinburg, un uomo è stato arrestato – fonte – per aver riprodotto nel suo poster una poesia di John Donne (1572-1631), Meditazione XVII:

Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te1.

A Pskov Ivan Kulesh è stato arrestato il 21 giugno per un post con una lunga citazione di Tolstoj tratta dallo scritto Ricredetevi! (1904) contro la guerra russo-giapponese:

E centinaia, migliaia di uomini in uniforme e con diversi strumenti di morte – la carne da cannone – storditi dalle preghiere i sermoni, gli appelli, le processioni, le immagini, i giornali, con l’angoscia nel cuore, in un coraggio apparente, lasciano parenti, mogli, figli e vanno là dove, arrischiando la loro vita, commettono l’atto più terribile: la strage di uomini che non conoscono e che non hanno fatto loro alcun male2.

Alexander Kapustin a Krasnoyarsk il 28 maggio ha voluto sferzare gli apatici con una citazione di Albert Einstein: «Il mondo sarà distrutto non da coloro che fanno il Male, ma da coloro che lo guardano senza fare nulla».

Ma il libro che è diventato il simbolo della protesta è 1984 di George Orwell. L’opera, che è andata a ruba in pochi giorni, rivela ai lettori della Russia di oggi le analogie tra la visione distopica del romanzo con la realtà del regime putiniano. Portare il libro con sé è diventato un segnale di riconoscimento. Così il 31 maggio, il giovane Aleksej Zorin si è recato davanti alla Duma con un cartello in cui aveva scritto «1984 – Possiamo replicare» (foto).

Il giorno successivo, a San Pietroburgo, Oleg Klimenchuk ha citato la poesia di Robert Roždestvenskij, Requiem, dedicata ai soldati russi morti nella Seconda guerra mondiale e che termina con le parole: «uccidete tutte le guerre, maledite tutte le guerre». Per questo Oleg è stato aggredito non lontano dalla sua abitazione.

«Mio nonno non ha combattuto per un futuro del genere»

Il 9 maggio, giornata della vittoria, si sono svolte le proteste più numerose e di aperta e dura condanna della guerra. In quel giorno sono state arrestate 125 persone; almeno 50 attivisti e attiviste, note per aver partecipato a precedenti manifestazioni di protesta, sono state quelle fermate nelle stazioni delle metropolitane, individuate attraverso il riconoscimento facciale. Un numero imprecisato di persone sono state intimidite da minacce e insulti affissi alle porte delle loro abitazioni da parte di volonterosi collaboratori del regime.

A Mosca, ma anche in altre città, su molti cartelli e striscioni spiccavano le fotografie di coloro che avevano combattuto nella guerra di liberazione in divisa militare e medaglie sul petto. Le reggevano tra le mani i nipoti.

«Ha combattuto per la pace!», ha scritto Ekaterina Voronina, «Non voleva che si ripetesse». Il nonno diceva: «Se solo non ci fosse la guerra!», «Pace al mondo!», «Non voleva la guerra!». (foto).

«Mi vergogno di voi, nipoti. Abbiamo combattuto per la pace, tu hai scelto la guerra» (Novosibirk, 9 maggio, foto).

«Hanno combattuto per la Patria. E noi?» ha scritto sul suo poster un attivista per i diritti umani che ha manifestato a Mosca di fronte al ministero della difesa (foto).

Rabbia, indignazione e desiderio di sfida hanno animato la protesta del 9 e del 12 giugno, festa della Federazione russa.

«Russia, arrestami, non me ne frega un cazzo!» (Mosca, 9 maggio, foto).

«Putin, inizia la denazificazione da te stesso» (Vladivostok, 12 giugno, foto).

Né è mancato qualche tentativo di manifestazione eclatante. L’artista e fotografo Danila Tkatchenko aveva pianificato di far esplodere 140 ordigni, installati nei condizionatori di un edificio nei pressi della Piazza Rossa che avrebbero diffuso fumo azzurro e giallo durante la parata. Scoperto, l’artista è riuscito a fuggire dalla Russia.

«Non possiamo lavarci il sangue»

Come nei mesi precedenti, le proteste femminili, individuali e di gruppo, si sono rivelate le più creative e coordinate. Il tema ricorrente è il sangue versato, le vittime della guerra. «Io sono contro la guerra, l’Ucraina è inondata di sangue» (Maria, Krasnodar, 16 maggio).

«La Russia ha le mani insanguinate fino al gomito. #No guerra» (Alexandra, 9 maggio, Samara al Monumento della gloria).

Davanti al ministero degli affari esteri della federazione russa Ljudmila Annenkova, che già aveva scontato una pena di una settimana, è stata nuovamente arrestata il 7 giugno per aver manifestato contro la guerra in abito bianco sul quale aveva sparso vernice rossa: «Non possiamo lavarci il sangue» (fonte).

A San Pietroburgo il 9 maggio, sulla prospettiva Nevsky, si è svolta una manifestazione delle Donne in Nero. Tenevano tra le mani una rosa bianca e una copia del libro di Svetlana Aleksievič, Ragazzi di zinco, una raccolta di testimonianze sulla guerra afghana dedicata agli almeno quattordicimila giovani soldati che tornarono in Russia chiusi nelle casse di zinco, e che furono sepolti di nascosto. L’azione era stata proposta dalla “Resistenza femminista contro la guerra” (foto).

Un altro tema che ricorre nelle proteste femminili è la denuncia delle distorsioni del discorso mediatico. L’8 maggio, nel Parco della Vittoria a Ekaterinburg, Svetlana Moleva e Galina Bastrygina sono state arrestate per aver distribuito volantini contro la guerra in cui si rivolgevano ai cittadini affinché non guardassero i notiziari televisivi, ritrovassero il proprio giudizio, la propria voce e riconoscessero il vero motivo dell’invasione: le ambizioni di Putin.

Con lo stesso scopo a San Pietroburgo Anna Anisimova si è ammanettata a una televisione con l’immagine del giornalista putiniano Vladimir Solovyov (foto).

Tra coloro che sono coraggiosamente scese in strada ci sono state anche due suore. «Pace nel Mondo» e «Noi siamo per la pace» sono stati i loro messaggi (Krasnodar, 16 maggio).

«La polizia faceva battute sullo stupro»

A inasprire la condizione di chi incappa nelle maglie della “giustizia” si sono moltiplicati abusi di ogni sorta; perquisizioni e minacce si sono estese a coinquilini sospettati di complicità, a mogli e mariti, ai figli, ai tassisti, colpevoli di aver portato i manifestanti ai luoghi delle proteste. Né mancano ritorsioni ancora più vili, come quella che ha colpito il giovane uomo che sulla Piazza Rossa il 26 maggio aveva protestato per la libertà di parola portando con sé il figlio in passeggino. Poiché l’uomo non aveva con sé il certificato di nascita, il bambino gli è stato sottratto ed è stato portato in un istituto.

Alle minacce, alla reclusione in luoghi completamente bui, al rifiuto di chiamare gli avvocati ai posti di polizia, si sono aggiunte le torture, le minacce di strangolamento, le pressioni violente sulla persona arrestata affinché firmasse una dichiarazione di aver agito “per odio politico” aggravando così la sua posizione giuridica. Le violenze hanno colpito soprattutto donne e ragazze. Nelle stanze chiuse dei posti di polizia, lo spettro della violenza sessuale è sempre incombente. «Gli agenti facevano battute sullo stupro». È quanto è accaduto a tre giovani attiviste, Anastasia, Elena e Natalia, arrestate il 24 maggio sulla Piazza Rossa benché in quel momento non stessero compiendo alcuna azione di protesta. Natalia è stata portata in una stanza separata e da lì le compagne hanno sentito urlare.

Né è mancata la volontà di infierire su persone con disabilità. Amir Amaireh, dopo essere stato minacciato di detenzione speciale in un centro per criminali, quando gli agenti si sono accorti della sua disabilità, lo hanno costretto a stare a lungo in piedi per causargli dolore alle gambe (9 giugno, Irkutsk).

Tali crudeltà non soffocheranno la protesta, lo hanno dimostrato coloro che fin dall’inizio del conflitto hanno levato la loro voce contro la guerra, e, forse, il coraggio e la forza dei loro messaggi riusciranno a scuotere l’apatia e lo scoraggiamento che affliggono la nostra società, come l’appello, semplice, ma profondo, lanciato da Ekaterina Vorobyova il 22 maggio di fronte alla cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca:

«Не привыкай к войне»: «Non abituarti alla guerra» (foto).


Note

1 Per i casi riportati da questa fonte non è sempre facile risalire con esattezza alla data in cui si è verificato l’episodio di protesta. Le imprecisioni nel testo sono dovute a questa difficoltà.

2 Sui graffiti e la protesta in Russia si veda: https://serenoregis.org/2022/04/01/graffiti-contro-la-guerra-in-ucraina/.

3 Sono queste le frasi leggibili.

4 Cito dalla traduzione italiana che compare in numerosi siti tra cui: http://www.claudiomalune.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2450:john-donne-nessun-uomo-e-unisola-meditazione-xvii&catid=768:donne-john&Itemid=86.

5 Cito dalla traduzione italiana recentemente ripubblicata da Gruppo Abele Edizioni, Torino 2022, p. 25.


(comune-info.net, 29 giugno 2022)

di Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UdiPalermo


È sempre sul corpo – e la libertà – delle donne che un patriarcato sempre più in crisi, ma sempre pericolosamente e scompostamente pronto a colpire, cerca ancora di esercitare il suo controllo, con la legge e col discorso. Un orientamento che sembra dominare a livello mondiale, con straordinaria concordanza di vedute, tanto nei regimi autocratici, quanto nelle “democrazie”.

Lo ha dimostrato da ultimo la Corte di giustizia americana con la cancellazione della sentenza #RoecontroWade che nel 1973 aveva consentito di rendere possibile l’aborto in tutti gli Stati Uniti sulla base di un’interpretazione del 14° emendamento della Costituzione che riconosceva come fondamentale il principio della riservatezza e garantiva pertanto alle donne, in tema di riproduzione, l’autodeterminazione sul proprio corpo. Da oggi la scelta delle donne, non più legittimata dalla costituzione federale, sarà di nuovo subordinata all’arbitrarietà delle decisioni politiche di ogni singolo stato.

La questione dell’aborto in Usa porta tuttavia in primo piano l’ipocrisia e il paradosso costituito da un paese dove il tasso di mortalità femminile per parto è il più alto del mondo industrializzato; che non prevede – unica nazione industrializzata – il congedo di maternità retribuito obbligatorio; dove per gli asili nido si spende circa il 2% di quanto destinato da alcuni paesi europei e dove circa il 16% dei/lle bambini/e vive in povertà; infine un paese dove, negli stati in cui l’aborto è stato o sarà vietato, ogni gravidanza non portata a termine potrà essere potenzialmente indagata come reato, anche utilizzando tutti gli strumenti di controllo digitale e dove si avanzano, come già accaduto in Italia, proposte di affermare i “diritti” del feto (lo ha ricordato con lucida analisi Jia Tolentino sul New Yorker del 24 giugno).

Siamo dunque di fronte al paradosso di un paese che si preoccupa della vita solo se in forma fetale.

“Non torneremo indietro” è lo slogan lanciato dalle americane e sebbene appaia contraddittorio rispetto agli eventi presenti, è certamente il segno che le donne contrasteranno questa ennesima controffensiva alla “rivoluzione” femminile che ha segnato il passaggio delle donne da oggetto a soggetto (di pensiero, azione, desiderio) e affermato l’autodeterminazione quale principio etico regolativo della procreazione.

Ma dovremo contrastare anche le posizioni alla Preciado, influente pensatore queer che, intervistato sul Manifesto del 26 giugno, ha affermato che «Le femministe dovrebbero smettere di pensare all’utero e al corpo femminile come qualcosa di naturale, altrimenti, mi dispiace ma non si può abortire», riducendo così l’aborto a mera “tecnologia del corpo” e cancellando ancora una volta corpo ed esperienza femminile.


(https://m.facebook.com 28 giugno 2022)

di Umberto Varischio


Dopo la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti su quello che semplicisticamente viene definito il “diritto di aborto”, ho cercato sui giornali italiani qualche articolo scritto da un uomo che riflettesse sull’accaduto e cercasse di farlo eventualmente partendo dalla propria esperienza.

Debbo dire che articoli “al maschile” ne ho trovati diversi, ma tutti (salvo quello di Alberto Leiss sul Manifesto del 28 giugno) avevano un’impostazione simile a quello di Paolo Giordano sul Corriere della Sera di sabato 26 giugno 2022. Un articolo magari condivisibile nei contenuti: la difesa dei diritti delle donne, l’analisi dei pregiudizi maschili sull’aborto, ragionamenti su cosa significa per una donna intraprendere il percorso per effettuare un aborto (sic!), ragionamenti sulla messa in discussione di questo diritto che non tocca solo le donne, ma anche gli uomini ecc. Qualche uomo, negli USA, si spinge fino a essere disponibile a cedere la sua identità digitale per evitare alla donna il pericolo di essere individuata quando si dovesse recare in un altro Stato per eseguire l’aborto o per acquistare la cd. “pillola del giorno dopo”. Tutte posizioni condivisibili ma…

Un passaggio dell’articolo di Giordano riguarda (finalmente, ho pensato leggendolo) la questione del rimosso: «A più di quarant’anni dall’approvazione della 194, l’aborto è ancora qualcosa di cui non si parla, mai, neppure in privato, con la sola eccezione degli ambienti femministi. È un rimosso obbligatorio non solo per le donne che lo affrontano da sole ma perfino per le coppie stabili». Letto, mi sono ricreduto: il rimosso era solo questo?

Quello che cercavo in questi interventi, e che non ho trovato, era un ragionamento che partisse dal concepimento (che in questo caso è un concepimento a due, una donna e un uomo), atto che non dovrebbe essere visto come un accadimento quasi inevitabile, un evento naturale che porta necessariamente alla nascita di una nuova vita.

Ma quello che non ho trovato, nell’articolo di Giordano e negli altri, è stato un ragionamento sulla sessualità maschile e sul ruolo di noi maschi nella contraccezione. Se esiste un rimosso in questo evento, secondo me, è proprio questo.


(www.libreriadelledonne.it, 27 giugno 2022)

di Letizia Paolozzi


Un pezzo del femminismo ha sempre evitato di parlare di “diritto all’aborto”. Non lo convinceva l’intromissione dello stato nel campo della sessualità, del volere o non volere diventare madre. E nemmeno la rimozione della responsabilità maschile nel causare un intervento violento sul corpo della donna. Sarebbe bastata la depenalizzazione. Quel pezzo di femminismo perse. Ma molte di noi, conoscendo le ambiguità, le incertezze, le contraddizioni del desiderio femminile rispetto alla nascita di un figlio, conservarono le loro riserve sul “diritto all’aborto”.

Il terremoto che ha colpito le donne americane mi ha ricordato quella discussione giacché il destino di tante è dipeso dalla Corte Suprema. E dal suo potere eccessivo nonché dalla sterzata conservatrice impressa da Donald Trump nominando un terzo dei nove giudici alla più alta giurisdizione degli Stati Uniti.

Nel 2020 muore a ottantasette anni il simbolo progressista, la giudice Ruth Bader Ginsburg rimpiazzata da Amy Coney Barrett, cattolica pro-life, madre di sette figli, sostenuta dalla destra religiosa.

In effetti, la lobby ultraconservatrice si è mossa efficacemente nel proporre i suoi nomi a Donald Trump il quale, d’altra parte, obbediva ai propri interessi elettorali.

Così, in quattro anni, complice la saldatura tra Paperoni e working class o respinti dalla globalizzazione, negli Usa si rovescia il rapporto di forza e la Corte sopprime in questi giorni il diritto all’aborto demandando ad ogni Stato la possibilità di adottare le sue misure e contromisure. Si teme che la prossima vittima saranno le unioni civili e la risposta, oggi, consiste nel difendere la pillola abortiva.

Offensiva reazionaria repubblicana, certo. Nonché impotenza dei democratici di fronte all’estrema destra religiosa che comincia a muoversi sul terreno antiabortista fin da subito, dalla sentenza Roe vs Wade del 1973, con una propaganda capillare, bussando alle porte, servendosi dei social, dei canali mediatici, partecipando alla vita delle comunità.

L’America è sempre più polarizzata. A farne le spese i ceti più poveri, le nere, le minoranze. Secondo il “New York Times” il 42 % di quante sono in età procreativa vive negli Stati dove verranno adottate interdizioni totali dell’aborto. In dodici di questi è stato vietato oltre le sei settimane, un periodo nel quale le donne spesso non sanno di essere in attesa di un figlio. In altri il divieto comprende anche i casi di stupro e di incesto. Spostarsi dagli Stati antiabortisti sarà una delle possibilità per quelle donne che se lo possono permettere. Secondo il Guttmacher Institute, delle 862.320 che hanno abortito negli Stati Uniti nel 2017, i tre quarti erano povere o con un basso reddito.

Ma una certa idea di ordine che ristabilisce la centralità del maschile sta dilagando: riguarda le democrazie contemporanee; riprende slancio nelle autocrazie come nella Federazione russa di Putin. Contro il sesso femminile e contro il mondo omosessuale (sappiamo che la Polonia, dove l’aborto è vietato in molti casi, intende registrare le gravidanze attraverso una schedatura dei medici; abbiamo ascoltato le parole di Putin contro “la degenerazione” occidentale; abbiamo visto in televisione lo scatenamento della violenza a Oslo contro un locale gay).

Il populismo dilaga non solo normativamente. Bisognerà disobbedire. Intanto vale la replica di tante e tanti che pensano di finirla con i rapporti eterosessuali quando inclinano pericolosamente da una parte sola, quella maschile.


(DeA – Donne e Altri, 27 giugno 2022)

di Paola Mammani


È stato appena pubblicato dalla casa editrice Orthotes, La politica del desiderio e altri scritti di Lia Cigarini. Si tratta dell’attesa ristampa della raccolta originaria di testi che vanno dal 1974 al 1994, pubblicati da Pratiche Editrice a cura di Luisa Muraro e Liliana Rampello, nel 1995. Vi si aggiunge una ventina di testi che abbracciano gli anni dal 1999 al 2020. Il volume è a cura di Stefania Ferrando che firma la nota introduttiva, e di Riccardo Fanciullacci che chiude la raccolta degli scritti con un’inedita intervista all’autrice. In appendice è riportata l’intensa introduzione di Ida Dominijanni, alla prima edizione.

Disponibili, dunque, e riuniti in un solo volume, molti scritti di Lia Cigarini, avvocata, attiva nel femminismo fin dagli anni sessanta, teorica del pensiero politico delle donne, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano nel 1975. La raccolta ci permette di seguire lo sviluppo del suo pensiero che tenacemente, per decenni, ha ricercato e trovato le parole per dire e rendere efficace e vera la ricerca di libertà femminile. Nei suoi scritti si ritrovano intuizioni, proposte di pratica politica che rimangono attuali per il movimento delle donne nel nostro paese e non solo. Per chi non c’era, perché era altrove o perché era troppo giovane, niente di meglio che abbracciare attraverso questi scritti mezzo secolo di impegno politico ed intellettuale. 

Si può dare un’idea solo approssimativa dei molti temi delineati negli scritti, si va dalla riflessione nei piccoli gruppi di autocoscienza, alla scoperta dell’importanza delle relazioni tra donne per prendere la parola e affrontare il mondo, non per chiedere uguaglianza o parità rispetto agli uomini ma per poter essere ciascuna libera di realizzare il proprio desiderio. Stare nella vita con agio, grazie anche alla forza che viene dalle donne che ci hanno precedute, pensatrici, scrittrici, artiste, è un obiettivo costante della politica concepita dall’autrice. Ancora, si troveranno scritti sul tema del lavoro e sulla ricerca dei modi possibili per una donna di portare con sé intero il suo desiderio anche in questo ambito, oltre a una più generale riflessione sulle difficoltà che donne pure decise e consapevoli, trovano nel rendere visibile e pubblico il proprio progetto di vita.

È attraversando questi ampi spazi che Stefania Ferrando, filosofa, da sempre attenta al pensiero delle donne, compone la sua introduzione. Prende le mosse dalla constatazione, per me emozionante, di aver già ereditato da sua madre, femminista, la consapevolezza che la vita di una donna può essere benedetta dalla libertà e dalla felicità assieme. Attraversa perciò il pensiero di Cigarini alla ricerca di punti d’appoggio che le servano per stare nel mondo realizzando quella promessa e compone una specie di itinerario di formazione, un suo personale programma di viaggio, scandito dal pensiero e dalle pratiche politiche che più sembrano utili al suo percorso.

Uno dei temi più importanti cui Cigarini dedica instancabile attenzione a partire dagli anni novanta e fino agli scritti più recenti, è la ricerca di una interlocuzione con gli uomini. Nei suoi scritti appaiono molte, vive relazioni di scambio con politici, studiosi, attivisti che si mostrano interessati e capaci di comprendere la forza dell’unica rivoluzione del secolo scorso che ancora agisce nel mondo, quella delle donne, come ha detto qualcuno. Ma nel complesso non vi è stata fino ad ora una risposta politicamente significativa ed efficace da parte degli uomini, alle pratiche politiche delle donne. È questa la constatazione di Lia Cigarini e la sfida che raccoglie Riccardo Fanciullacci, docente di filosofia. Nell’intervista, Fanciullacci insiste nella richiesta di chiarimento su punti che gli appaiono controversi o difficili da comprendere nella politica delle donne: in maniera esemplare, quel che sembra una mancanza di procedure o di un metodo che garantisca la possibilità di prendere decisioni. Come si decide quando si pratica una politica che rifiuta la logica della delega, della maggioranza che vince, dell’organizzazione che si sostituisce ai singoli? Come si decide se si pratica il partire da sé, se si è attente prima di tutto alle relazioni e si rifuggono le pratiche di costruzione e allargamento del potere? In che modo agisce quel che la politica delle donne chiama autorità femminile? Ed è questa in grado di determinare scelte e dirimere conflitti?

È uno scritto politico di grande interesse quello che Fanciullacci e Cigarini compongono nel loro scambio serrato, tutto da leggere e meditare.

E infine, la lingua di Lia Cigarini è cristallina, i suoi scritti sono come incollati alla realtà, al singolo problema da affrontare, alla concretezza della vita e delle relazioni tra le donne. E sono pieni di riferimenti, a un film, a un racconto, ad un’opera d’arte che hanno ispirato il pensiero. Quasi tutti brevi, fulminanti nella loro essenzialità.


P.S. Lia Cigarini ci chiede di comprare il suo libro (e anche altri libri) nelle librerie delle donne di Milano, Padova e Bologna invece che su Amazon che fa una concorrenza sleale alle librerie indipendenti. Comunque anche le librerie delle donne recapitano il libro a domicilio e la Libreria delle donne di Milano lo vende on line al seguente link https://www.bookdealer.it/goto/9788893143349/607


(libreriadelledonne.it, 27 giugno 2022)


Una volta incinta la donna scopre l’altro volto del potere maschile che fa del concepimento un problema di chi possiede l’utero e non di chi detiene la cultura del pene. Sotto questa luce la legalizzazione dell’aborto chiesta al maschio ha un aspetto sinistro poiché la legalizzazione dell’aborto e anche l’aborto libero serviranno a codificare le voluttà della passività come espressione del sesso femminile e a rafforzare ciò che sottintendono e cioè il mito dell’atto genitale concluso dall’orgasmo dell’uomo nella vagina. La donna suggellerà attraverso uno sdrammatizzato esercizio della sua utilizzazione la cultura sessuale fallocratica.

Cercare di mettere a riparo le nostre vite attraverso una richiesta per la legalizzazione dell’aborto porta sotto considerazioni pretestuosamente filantropiche e umanitarie al nostro suicidio: in modo indiretto viene riconfermata la prevalenza di un sesso su un altro intanto che l’altro sembra andare incontro alla sua liberazione.

Come portavoce dello sterminato numero di donne che hanno abortito e abortiscono clandestinamente consideriamo di fatto decaduta la legge anti-abortiva, ma soprattutto consideriamo decaduta quella cultura del pene all’interno della quale viene presentata come una vittoria del femminismo la concessione alle donne di affrontare la maternità come libera scelta, mentre in realtà il patriarcato consolida e aggiorna la sua gestione del mondo. Esso riafferma il prestigio di una cultura sessuale che mette incinte le donne negando loro il diritto a esprimersi nel sesso e enfatizzando invece la loro capacità a accordarsi e a favorire il piacere dell’altro, dell’uomo patriarcale.

Attraverso la diffusione di pratiche abortive e contraccettive egli si assicura che questo piacere non gli venga turbato dalla previsione di un folle sovrappopolamento del globo.

La liberalizzazione dell’aborto è diventata, attraverso millenni, la condizione mediante la quale il patriarcato prevede di sanare le sue contraddizioni mantenendo inalterati i termini del suo dominio. […]

L’aborto ammesso dalla società vuole prolungare e dare artificialmente nuova forza a un erotismo femminile che ha paralizzato e distrutto la donna durante 4000 anni.

Noi rivendichiamo una parte del nostro corpo che ci procura il piacere senza condannarci alla procreazione e ci sgancia dalla condizione emotiva di chi si dà da inferiore a un essere superiore. Per questo il piacere vaginale è stato enfatizzato da tutta una cultura maschile orientale e occidentale e ha trovato nella teoria freudiana e reichiana il puntello per protrarre la sua gloria ancora per un millennio.

Noi femministe arrestiamo questa congiura del potere maschile e ci salviamo dalla completa rovina.

Proviamo a pensare a una civiltà in cui la libera sessualità non si configuri come l’apoteosi del libero aborto e dei contraccettivi adottati dalla donna: essa si manifesterà come sviluppo di una sessualità non specificamente procreativa, ma polimorfa, e cioè sganciata dalla finalizzazione vaginale. Non si tratterà più di preparare l’incontro tra il sesso di un soggetto egemone e il suo strumento, ma tra due soggetti umani, la donna e l’uomo, e i loro sessi (con ogni prevedibile e imprevedibili fluttuazioni nell’assetto eterosessuale dell’umanità).

Da luogo della violenza e della voluttà la vagina diventa, a discrezione, uno dei luoghi per i giochi sessuali.

In tale civiltà apparirebbe chiaro che i contraccettivi spettano a chi intendesse usufruire della sessualità di tipo procreativo, e che l’aborto non è una soluzione per la donna libera, ma per la donna colonizzata dal sistema patriarcale.»


Estratto da “Sessualità femminile e aborto” (in Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Milano, luglio 1971, Rivolta Femminile)


(Facebook – Omaggio a Carla Lonzi, 26 giugno 2022)

di Sarantis Thanopulos


Un paese guidato da un regime dittatoriale, avente come principale sostegno un’oligarchia mafiosa, predatrice dei beni e dei diritti del suo popolo, ha invaso un altro paese, governato da una classe dirigente largamente corrotta secondo regole approssimativamente democratiche (più sul piano formale che della sostanza). Due popoli che hanno convissuto per secoli in un modo sufficientemente pacifico con notevoli commistioni e “traffici” sul piano dei legami personali, degli scambi sociali e della cultura, si sono trovati divisi da un odio impensabile. I danni saranno incalcolabili soprattutto per il popolo ucraino (già diventato un agnello sacrificale), ma anche per i russi e per gli europei.

L’invasione è eticamente inaccettabile. L’etica è il fondamento della Polis e della politica, non un astratto insieme di valori di lusso. Fuori dall’etica c’è solo la barbarie, la morte dell’idea stessa della pace e il diritto del più spietato. Comunque vada a finire la guerra (che sia la Russia sia gli Stati Uniti non hanno alcuna fretta di concludere) la convivenza pacifica tra i popoli europei sarà gravemente ferita e attraverso le reazioni a catena, che già si intravvedono, l’intero mondo subirà una scossa destabilizzante tremenda. La corsa al riarmo è diventata un processo ineludibile e la nuova situazione di emergenza, legata a uno stato bellico in via di diventare permanente, indebolirà ulteriormente la democrazia.

L’opinione pubblica in Europa si divide ancora una volta su questioni fuorvianti, inseguendo letture geopolitiche incongrue perché si fa fatica ad accettare che le superpotenze non seguono una logica ragionevole, che il loro fare, tutto centrato sul presente immediato (anche quando assume vesti strategiche), è cieco. I presupposti delle loro azioni sono fatalmente paranoici: si basano sulla previsione delle mosse dell’avversario su una scacchiera surreale, costruita da proiezioni e avulsa dal mondo vero, abbandonato come nave alla deriva alla sua sorte.

L’Europa è in una morsa da cui non riesce a togliersi. Non può lasciare al suo destino gli ucraini senza difenderli (le conseguenze sul piano della libertà di tutti sarebbero disastrose) e non può difenderli secondo gli interessi che le sarebbero più propri (la difesa della democrazia e della libertà/parità degli scambi) perché è presa negli ingranaggi di interessi che la sovrastano e cercano, inoltre, di indebolirla. La sua costituzione politica resta fragile e le divisioni interne riflettono come sempre il prevalere dell’interesse particolare su quello generale. Il suo ancoraggio alle tradizioni democratiche è vulnerabile. Alcuni paesi sono di fatto autoritari, la destra illiberale, o apertamente totalitaria, è in crescita e la maggioranza della popolazione vive in condizioni di grande incertezza e di scontento.

Le elezioni francesi hanno mostrato un grande disorientamento dei cittadini e l’astensione enorme dal voto mette in crisi la fiducia in un futuro migliore. La grande maggioranza degli esseri umani vive in condizioni di grave povertà e illibertà. La più grande democrazia del mondo versa in grande crisi etica, culturale e politica, il partito repubblicano è sempre più spostato verso l’estrema destra e le prossime elezioni di “mezzo termine” potrebbero essere disastrose per i democratici.

Dall’Europa fino alle due sponde del Pacifico, il mondo è affettivamente e mentalmente molto confuso. Dalla pandemia siamo usciti psichicamente instabili e privi di voglia di vivere veramente. La pandemia ha reso, tuttavia, evidenti le due più importanti condizioni del disagio collettivo: la dissoluzione degli scambi, che rende il mondo totalmente iniquo e ingovernabile, e la digitalizzazione forsennata della vita che crea isolamento affettivo e disorientamento/ottusità mentale.

Resistere con forza a queste due condizioni, senza perdersi in analisi geopolitiche, è l’unico modo possibile per tornare sani.


(il manifesto, 25 giugno 2022)

di Paola Centomo


Per una ginecologa che è stata la prima primaria della Mangiagalli di Milano è impossibile smettere l’impegno, anche quando si va in pensione. Ora la dottoressa Kustermann ha a cuore un nuovo progetto: una casa che permetterà a donne e bambini vittime di violenza di riprendersi la vita. Cominciando dall’autonomia economica


A sessantotto anni Alessandra Kustermann non ha nessuna voglia di prendersi i tempi lunghi e distesi della pensione, che pure ha appena formalmente raggiunto. E anzi, accelera sulla sua ultima creatura, una casa davvero speciale per accogliere donne, con i loro bambini, che hanno subìto a lungo le violenze di un uomo e ora hanno deciso di uscire da tutta quella sofferenza.

Del resto, non ci si può aspettare altro da un medico che ha fatto della frontiera una pratica ed è sempre riuscita nel miracolo di far coincidere quello che fa con quello in cui crede. Alessandra Kustermann, tumultuosa ginecologa dalla parte delle donne, prima primaria della storia della Mangiagalli-Policlinico di Milano, i suoi fatidici “raggiunti limiti di età” se li sta giocando per trasformare una carriera di successo in una strada da aprire alle altre.

«Essendo primaria, avrei potuto lavorare ancora due anni. Ma avevo in testa l’idea di Ri-Nascita da tempo e già c’erano persone disposte a seguirmi. E poi, visto l’impegno, sentivo di avere le energie per seguire il progetto come meritava» racconta nella sua casa milanese dove, insieme a lei, al compagno e alla cagnolina Bella, vivono le fotografie, le storie, le tele di una vita certamente densissima. «Oggi aiuto le donne a ri-nascere»

Kustermann svela subito quello che ti aspetti: il carisma, la grazia, le fiamme. E una voglia di futuro da ragazza.

La sua Ri-Nascita sorgerà alla Cascina Carpana, complesso ottocentesco situato tra il parco Porto di Mare e il Parco della Vettabbia – area sud-est di Milano – di cui la onlus che lei presiede, SVS DAD (Soccorso Violenza sessuale – Donna Aiuta Donna), si è aggiudicata per 90 anni la concessione vincendo un bando del Comune: qui saranno realizzati una decina di appartamenti, mono e bilocali, dove verranno a vivere le donne e i figli nel loro nuovo inizio, e poi un ristorante, una caffetteria, una cucina didattica, un negozio di alimentari. E, ancora, un asilo per cani, un centro ippico, campetti per il calcio e il basket, un orto condiviso… E – cruciali – i laboratori per la formazione, dove le ospiti potranno imparare una professione e, nel giro dei due anni in cui vivranno alla cascina, rendersi autonome economicamente per poi uscire.

«Si chiama Ri-Nascita perché qui si rinascerà, avendo davanti tutte le potenzialità che ha in sé una vita quando nasce. Chiediamoci: perché le donne, alla fine, tornano con il partner che le maltratta? Smettiamo di risponderci che è perché lo amano. Sì, magari sì, alcune, poche. Ma le altre, le altre non hanno alternative. Come fanno a scappare da un uomo violento se non hanno una casa loro dove andare e un lavoro per mantenersi, se hanno i bambini piccoli?».

Sono ventisei anni che Kustermann fa esercizio di comprensione e rispetto delle donne che chiedono aiuto dopo il male subìto, da quando proprio alla Mangiagalli fondò il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica, primo centro del genere a nascere in Italia dentro un ospedale pubblico. Racconta che il male nasce con un germoglio quasi banale.

«Molte donne smettono di lavorare dopo il secondo figlio, anche qui in Lombardia, che si crede?! Dopo non ce la fanno più a reinserirsi, e questo è il primo punto. Il secondo è che un partner maltrattante è, all’inizio, un maltrattante psicologico. I ricatti partono già durante la gravidanza. Tu guadagni meno di me, quindi sei tu che devi lasciare il lavoro per stare dietro al figlio! Io voglio che nostro figlio sia ben cresciuto e ben curato, lo vuoi lasciare in mano alle baby-sitter?

«Le caricano di sensi di colpa. Nel tempo diventano capaci di escalation massacranti .Oggi i bambini hanno combinato guai, è colpa tua! Tieni la casa da schifo! Poi le minacce, il terrore, le botte davanti ai figli. E, sempre, quel far sentire lei inadeguata come moglie, incapace come madre, tutto sempre sbagliato, tutto sempre negativo… Sono così spudorati, questi mariti violenti, che hanno pure le amanti, tanto lei, a quel punto, è pronta a sopportare qualsiasi cosa. Tra i violenti ci sono uomini di successo, uomini di potere: danno alla moglie i soldi per la spesa e lei deve farci la cresta se vuole comprarsi le calze».

A Ri-Nascita, dove opererà anche l’associazione di volontariato Casa di accoglienza delle donne maltrattate (Cadmi), arriveranno le donne che hanno deciso di reagire, intestandosi lo strappo alla sottomissione. «Succede quando lui fa una cosa così sbagliata che a quel punto vanno via per sempre. Certo, sono stremate e annullate: hanno da reimparare la stima per se stesse, perché di questo hanno bisogno, stima e, finalmente, rispetto. Noi vogliamo essere accanto a loro in quel momento, e se saremo riuscite a farle pensare con fiducia a se stesse e al futuro avremo fatto un ottimo lavoro. Quando Ri-Nascita sarà pronta, me ne occuperò a tempo pieno: non concepisco l’età della pensione come l’età del ritiro. Cambia solo quello di cui ti occupi».

La nostalgia, certo, crepita. «Il fatto che non faccio più nascere bambini mi addolora, sia chiaro. In tutta la mia carriera, penso che almeno 30mila parti li ho seguiti, ma l’emozione di un bambino che nasce è rimasta la stessa. Non hai idea di come ogni bambino abbia una faccia diversa, ti restituisce la certezza che ogni essere umano fin dal suo inizio sia unico. L’altra cosa bella è che sono tutti un po’ come stupefatti: hanno gli occhi un poco gonfi, ma quelli che nascono con gli occhi aperti sembra che guardino con meraviglia».

Oggi Alessandra Kustermann supervisiona una volta la settimana, come volontaria, il centro Soccorso Violenza Sessuale e Domestica e il Consultorio famigliare che ha fondato alla Mangiagalli, «un posto che è una meraviglia, dove nel ristrutturare abbiamo lasciato i pavimenti d’epoca Liberty e tutti i loro colori. È un luogo pieno di allegria, pieno di luce, pieno di donne in gravidanza che fanno yoga, mindfulness…». Alla Mangiagalli, dove il giorno dell’addio c’era tutto l’ospedale ad applaudirla (e, in regalo, le hanno portato denaro raccolto per la sua Ri-Nascita), Kustermann arriva nell’87, già con in testa il proposito di chiedere rispetto per le donne.

«Decisi che avrei fatto Medicina a quindici anni. Dicevo a tutti che volevo studiare, fare i figli, fare il medico, non volevo rinunciare a niente. Mio padre, che era un uomo molto serio per cui ciò che si inizia si deve finire, mi diceva: non ce la farai mai! Per dimostrargli che si sbagliava, feci la seconda e la terza liceo classico insieme e quindi finii le superiori a diciassette anni. Questo per sfidarlo. Una follia, una fatica pazzesca, però ero contenta, ero una rompiscatole!

«Quindi mi sono iscritta a Medicina e a vent’anni ho deciso di sposarmi. Dramma per mio padre! Allora si era maggiorenni a ventun anni e lui doveva dare il suo consenso, così mi dice: Ah, io ti do il consenso, ma lo so che non finirai Medicina! A ventidue anni, nel ’75, mentre ancora studio nasce mia figlia Viola e meno di un anno dopo la nascita del secondo, Pietro, mi laureo e vinco la sfida».

La gravidanza del secondo figlio è determinante nel segnare la via della giovanissima dottoressa. «Purtroppo con Pietro ho avuto una gravidanza patologica e quindi ho passato diversi mesi in ospedale. E lì ho realizzato che le future madri venivano trattate come delle mentecatte. Io dicevo ai medici: mio figlio non si muove, oggi appena un colpetto, sono preoccupata; era il ’79, si era appena agli albori dell’ecografia… Cosa vuole capire lei?, mi rispondevano. Nessuno mi dava retta.

Un giorno un medico mi disse: Kustermann, dai, non legga il libro di ostetricia e ginecologia! Ma io stavo preparando l’esame, non lo volevano proprio capire che studiavo Medicina. Finché una sera, dopo avermi dato la cena, conclusero di botto: il bimbo è in sofferenza fetale, facciamo subito un cesareo! Pietro è stato quasi per morire in utero. Il punto era che io dicevo che non si muoveva, ma non venivo ascoltata. Sai la sensazione orrenda che una donna non valga niente, che la sua parola non conti nulla. In quel momento ho deciso che avrei fatto la ginecologa, perché volevo cambiare il modo in cui si trattavano le donne. Oggi nessuno si permetterebbe più di non ascoltare la parola di una paziente».

Del potere che ha avuto, del potere che ha, dice: «Serve a far accadere i cambiamenti in cui si crede». Per stare dalla parte delle donnesi dice che sia dura e protettiva, combattiva ed empatica, animatrice di discussioni vivaci, ma sempre capace di costruire relazioni oltre ogni ideologia.

«Difendo in tutti i modi, come si sa, la legge 194 sull’aborto, però rispetto i medici obiettori di coscienza e ne capisco le ragioni, purché la loro obiezione sia autentica. Ma se è una soluzione di comodo non la posso tollerare. Quando ci fu il referendum sulla 194 anche mia madre, che era cattolica, la appoggiò dicendo: io non nego a un’altra donna il diritto di decidere. Quella legge ha funzionato. Oggi le interruzioni di gravidanza sono 70mila all’anno, erano 250mila nell’83, anno con i primi dati seri. Prima, 500mila: l’aborto le donne lo facevano lo stesso e ne morivano, ma ora ce lo siamo dimenticato. Devo dire che tra i giovani medici che arrivano in Mangiagalli i non obiettori sono oggi la maggioranza assoluta. È una cosa nuova, degli ultimi due-tre anni».

Quanto ai numeri delle violenze, invece, non c’è riscatto. «La violenza sulle donne è ancora terribile. I numeri di femminicidi sono gli stessi da 15 anni e, anzi, ho l’impressione che stiano aumentando i casi in cui gli uomini si vendicano con l’uccisione dei figli. Per quanto riguarda anche la violenza sessuale, noi siamo il centro di riferimento per tutte le violenze di Milano e provincia, quindi qualunque ospedale, qualunque caserma dei carabinieri manda le vittime in Mangiagalli. Circa 500 l’anno. Certo, sono aumentate le donne che denunciano.

«Sono cresciute pure le violenze sessuali legate alle feste e al consumo di droga, anche se la droga dello stupro più diffusa rimane l’alcol. I ragazzi e le ragazze bevono, ormai lo sappiamo. Quando vado nelle scuole ai ragazzi dico: guardate che non c’è un valido consenso sessuale nel momento in cui una ragazza è ubriaca. E alle ragazze dico: ragazze, state attente, tornate a casa tutte insieme, non lasciate mai l’ultima da sola».

A fine 2023 Cascina Carpana sarà ultimata e pronta a fare irruzione nella vita di donne che, in questo momento, neanche possono immaginarsela un’esistenza nuova e lieve.

«Ci saranno animali della fattoria in libertà. Tanti bambini nel cortile e nella nostra scuola di circo, i bambini della cascina e quelli che verranno da fuori, perché Ri-Nascita sarà un luogo aperto a tutti. Nella grande cucina verranno preparati i pranzi del ristorante, che se non sarà stellato, poco ci manca, perché vorrei che le donne ospiti imparassero a lavorare anche nella ristorazione di lusso, per il loro domani. Gestiranno un bed&breakfast per accogliere i viaggiatori. L’associazione sportiva dilettantistica CampaCavallo si occuperà dell’ippoterapia e i cavalli terranno compagnia ai loro figli. Impareranno un mestiere anche nei laboratori di sartoria ed ebanisteria di design. Ho già chiesto la collaborazione all’Istituto Europeo di Design, alla Naba, alla Scuola del Design del Politecnico».

Kustermann chiama i rinforzi, la società civile risponde: «Carlo Ratti (il famoso architetto-ingegnere-urbanista che insegna al Mit di Boston, Ndr) si è offerto di realizzare il progetto di ristrutturazione della cascina, la Sda dell’università Bocconi mi ha appena assicurato che i suoi docenti terranno corsi di economia domestica alle donne di Ri-Nascita…» (Se volete donare: retedeldono.it/it/progetti/svs-dad-onlus/svs-donna-aiuta-donna).


(Io Donna, 25 giugno 2022)

di Ida Dominijanni


Ci vollero tre anni e una maggioranza di sette giudici a favore e due contrari per approdare, il 22 gennaio 1973, alla sentenza Roe vs Wade, che rese l’aborto praticabile in tutti gli Stati Uniti ancorando al principio della privacy sancito dal 14° emendamento della costituzione l’autodeterminazione della donna sul proprio corpo e conseguentemente la sua libertà di scegliere se portare o non portare a termine una gravidanza. Ci sono voluti cinquant’anni e una maggioranza di sei giudici a tre per cancellare quella sentenza e con essa la copertura costituzionale della possibilità di abortire, rendendola disponibile alla decisione – e dunque alla maggioranza di governo – dei singoli stati americani e sottraendola all’autodeterminazione femminile. Significa che la possibilità di abortire dipenderà dallo stato in cui si vive, o dalla possibilità, innanzitutto economica, di recarsi in un altro stato. Da un diritto costituzionalmente protetto a livello federale si passa alla normativa dei singoli stati, e all’arbitrio delle maggioranze politiche di ciascuna legislatura.

Nel corso di questi cinquant’anni l’aborto non ha mai smesso di essere, negli Stati Uniti come in Italia e ovunque nel mondo, oggetto di una incessante guerra culturale fra sostenitori e avversari della libertà di scelta delle donne. La destra tradizionalista ha fatto per decenni dell’abbattimento del diritto di abortire la sua principale bandiera, ma è solo grazie all’arroganza con cui Trump ha ridisegnato a propria immagine e somiglianza il profilo della corte suprema, nominando tre giudici ultraconservatori, che infine è riuscita a sfondare. E già promette di estendere alla contraccezione, alle convivenze e al matrimonio omosessuale il principio “originalista” della sentenza antiabortista, ovvero un’interpretazione restrittiva della costituzione, secondo la quale quest’ultima va applicata in base all’intento e al contesto originari in cui nacque e che non prevedevano né l’aborto né altri diritti successivi. Il fatto dunque è massimamente sintomatico dello stato di anomia in cui la democrazia americana di ritrova dopo il terremoto trumpiano, come notano oggi tutti i quotidiani americani e italiani, connettendolo giustamente al più generale attacco alle istituzioni e alla più generale guerriglia civile innescati da Trump, nonché alle storture (quella del dispositivo elettorale in primis) di un sistema che sempre più palesemente favorisce la minoranza suprematista bianca, repubblicana e tradizionalista. Ma non si tratta solo di questo.

Il fatto è che in tutto il mondo la conflittualità geopolitica e sociale sta cercando una valvola di sfogo in una stretta del controllo sul corpo, la sessualità e la libertà femminili. Più l’ordine patriarcale traballa e degenera, più si vendica tentando di ripristinare il dominio maschile sulle donne: è un elemento centrale e cruciale, non accessorio o marginale, della crisi di civiltà che stiamo attraversando. Ed è un dispositivo che si attiva, sia pure a diverse gradazioni, a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi politici, autocratici e democratici, laici e fondamentalisti. Che la libertà delle scelte riproduttive venga messa in discussione con argomenti non dissimili da quelli del patriarca russo Kirill proprio nella democrazia che in nome dei valori democratici sta combattendo una guerra per procura contro il regime autocratico russo suona dunque come una sonora smentita dell’ultima versione dello “scontro di civiltà” che anima e legittima la propaganda occidentale sulla guerra in Ucraina tentando di innalzare un nuovo muro fra “il mondo libero” occidentale e il dispotismo orientale. Avremmo preferito che questa sonora smentita non passasse sul corpo delle donne. Ma per gli autocrati e i tradizionalisti – esterni, come Kirill e Putin, e interni alle democrazie, come Trump e i suoi alti togati – si rivelerà un boomerang. C’è una legge storica fin qui mai smentita, ed è che dopo il femminismo novecentesco, sul piano della libertà riproduttiva le donne non arretrano. Non arretreremo neanche stavolta, come già dimostrano le manifestazioni che popolano le piazze americane, e presto potrebbero dilagare altrove attraversando le vecchie e le nuove cortine di ferro innalzate dagli uomini in guerra.


(Internazionale, 25 giugno 2022)

di Grazia Villa


I commenti di Laura Colombo e Tiziana Nasali all’intervento di Federica D’Alessio sul disegno di legge presentato dalla senatrice Alessandra Maiorino, ispirato al cd. modello nordico, recentemente pubblicati sul sito della Libreria, mi spingono a prendere parola ancora sul tema prostituzione.


Un percorso politico

Dagli incontri in Libreria delle donne del 2018 e dopo la diffusione di Stupro a pagamento di Rachel Moran e di Il mito Pretty Woman di Julie Bindel sono nate e cresciute relazioni, pensieri e azioni politiche.

Un dibattito sempre aperto: dalla domanda Quanto ci tocca la prostituzione? del saggio di Luciana Tavernini nel libro Né sesso né lavoro all’affermazione «la prostituzione ci riguarda tutti e tutte» dell’incontro di Via Dogana 3.

Con le molte presentazioni di questi tre libri si sono rafforzate le relazioni già esistenti, come quella con le attiviste di Resistenza Femminista, e ne sono sorte di nuove con donne di altre associazioni e gruppi femministi, non già come mero agglomerato di sigle, ma attraverso relazioni duali che si sono consolidate e hanno determinato uno spostamento di orizzonti e un agire politico condiviso. Tra queste: la nascita all’interno dell’Osservatorio interreligioso sulla violenza contro le donne del gruppo Prostituzione che ha messo a tema il rapporto tra religione, patriarcato e prostituzione; la costruzione di una Rete abolizionista, con la stesura di un Manifesto per abolire la prostituzione.

Lo spostamento maggiore credo sia stato determinato dalla scelta di dare autorità alla parola delle sopravvissute e di organizzare con loro seminari e incontri on line, di andare nelle scuole per coinvolgere ragazze e ragazzi e infine di prendere in esame anche le proposte di legge abolizioniste, compresa ora quella presentata dalla senatrice Alessandra Maiorino.

Non è la prima proposta ispirata al modello nordico, come ho avuto modo di analizzare in Né sesso né lavoro, ma oggi assume un carattere di originalità forse più che per alcuni contenuti, per l’iter seguito nella sua stesura.

La presentazione del ddl trae origine, per la prima volta dopo l’approvazione della legge Merlin, da una poderosa indagine del Senato e da una lunga serie di audizioni, sulla spinta degli esiti della sentenza della Corte costituzionale del 2019 che ha riaffermato la legittimità della stessa legge Merlin, riconoscendo di fatto la sua attualità e applicabilità.

Prima di giungere al deposito del disegno di legge sono stati organizzati numerosi confronti, anche vivaci, che hanno coinvolto molte donne impegnate nella lotta per l’abolizione della prostituzione, la maggior parte slegate dall’appartenenza politica della stessa senatrice.

Ho avuto modo di partecipare a questi incontri, tutti diretti ad analizzare il fenomeno prostitutivo, dove sono stati ribaditi i suoi legami con il patriarcato e le logiche mercantili e si è affermato con forza che nessuna distinzione può essere introdotta tra prostituzione libera o coatta, entrambe basate «sulla taciuta disponibilità del corpo femminile per un maschio pagante». È stata assunta soprattutto la forte nominazione dell’atto prostitutivo come stupro a pagamento, come atto di sopraffazione violenta in sé, indipendentemente dalle circostanze in cui si consuma, con la conseguente scelta di smascherare la falsa rappresentazione del sex work.

Da qui l’interrogativo sulla necessità o meno di modificare la stessa legge Merlin e sull’opportunità di introdurre in Italia il “modello nordico”.

Anche all’interno di questo dibattito si è posta la questione messa a fuoco negli articoli di Laura Colombo e di Tiziana Nasali, spesso sollevata direttamente da parte mia, sull’efficacia di un rafforzamento del sistema sanzionatorio in materia di prostituzione e sulla necessità di allargare la fattispecie di reato prevista dall’art. 3 della legge Merlin con l’introduzione di uno strumento repressivo che non riguardasse solo i reati connessi allo sfruttamento della prostituzione, bensì anche il mero acquisto di prestazioni sessuali. 

L’interrogativo riguarda tutte le conseguenze giuridiche da trarre, una volta abbracciata la definizione di stupro a pagamento e di violenza sessuale per l’atto prostitutivo, consegnatoci dalle donne sopravvissute al sistema prostitutivo. Tutto ciò rispetto all’ordinamento esistente, al diritto penale e alla sua efficacia deterrente, a normative fortemente segnate dal diritto sessuato al maschile, al rischio del legiferare sui corpi delle donne.

L’esperienza maturata da molte di noi in materia di violenza contro le donne (sessuale, domestica, psicologica, economica) fino al femminicidio, circa la problematicità del rapporto tra diritto punitivo dei comportamenti maschili e la mancata diminuzione dei reati, tra la condanna sociale che passa dalla censura di una codificazione alla reale presa di coscienza degli uomini del disvalore della violenza maschile, ci metteva in guardia sulla scelta di optare per una nuova fattispecie di reato, ma non poteva esimerci dal confronto con lo strumento penale, una volta acceduto al termine… “stupro”.

Il dubbio riguardava la valutazione proprio dello spostamento, anche sul piano simbolico, del focus dalla “vittima” al “cliente” (tutti termini virgolettati perché pronunciati solo per poi bandirli) attuabile attraverso la sanzione, pur se graduata, del cd. acquisto di prestazioni sessuali: se, come e quanto possa contribuire ad aumentare una possibile presa di coscienza degli uomini prostitutori, nella certezza comunque che nessuna legge possa sostituire tale processo di autocoscienza!

La legislatrice ha sottoposto, anche su questo punto, il testo di legge al vaglio di sopravvissute, giuriste, operatrici dei centri antiviolenza, esperte sulle diverse applicazioni del modello nordico in Svezia, Norvegia, Francia.

Dopo una prima direzione di proporre una nuova legge in materia di prostituzione, anche grazie a questi serrati confronti, la scelta è stata quella di salvaguardare non solo lo spirito, ma anche l’impianto della Legge Merlin, ritenuta non sacrificabile, ancora attuale, un vero e proprio faro non solo nella disciplina in materia, ma anche per la sua posizione rivoluzionaria sul rapporto tra i sessi.

La decisione pertanto è stata quella di mantenere intatta la disciplina dell’art. 3 della stessa legge aggiungendo un art. 3/bis che prevede l’introduzione della punizione di chi «compie atti sessuali con persone che esercitano la prostituzione, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità».

In un primo tempo con la sola sanzione amministrativa, seguita da una ammonizione prefettizia in caso di comportamenti “non episodici”. La sanzione penale scatterebbe successivamente in seguito alla reiterazione di tali comportamenti, in violazione della stessa ammonizione prefettizia.

Non tutte queste soluzioni di tecnica legislativa sono state condivise, alcune potrebbero ancora comportare dei correttivi in sede di approvazione del disegno di legge.

In particolare le osservazioni sollevate da parte di alcune di noi avvocate riguardano la decisione di ricorrere al meccanismo dell’ammonizione prefettizia, già utilizzato per lo stalking e rivelatosi pressoché fallimentare, nonché ai percorsi di recupero del prostitutore assimilati a quelli destinati alla violenza (ahimè ormai definita di genere), che non sempre hanno portato frutti di cambiamento né comportamentale, né sociale, soprattutto se utilizzati malamente come scorciatoie rispetto all’applicazione della pena e quindi eliminando anche l’effetto deterrente della stessa.

Quindi alcune delle osservazioni e criticità espresse negli articoli pubblicati sul sito della Libreria sono non solo condivisibili, ma sono state oggetto di esame e hanno trovato soluzioni a volte accettabili, altre ancora perfettibili.


Interrogativi per un confronto

Qui vorrei riprendere invece le argomentazioni che mi hanno lasciato perplessa e che mi inducono a porre ulteriori interrogativi per riaprire eventualmente un confronto libero.

Il dibattito sulla prostituzione riguarda il tema della libertà sessuale (addirittura della libertà femminile!) oppure riguarda la violenza e la mercificazione dei corpi delle donne? Si tratta di autodeterminazione o di stupro a pagamento?

Se dalle donne alla cui parola abbiamo dato autorità, lo scambio sesso-denaro viene sempre considerato un atto di sopraffazione, qualificato come violenza e come stupro, la sua punizione entra nel merito della relazione tra i sessi oppure si limita a sanzionare la commissione di un reato?

Il modello nordico è un modello proibizionista? Il suo scopo è veramente quello di reprimere il desiderio sessuale maschile, proibendone o limitandone le pur sempre lecite e libere pulsioni? Non interviene invece sul potere, sul rapporto di forza sottostante al diritto di comprare e sottomettere al mercato la libertà sessuale?

La nuova disciplina legifera sui corpi delle donne oppure sulla mercificazione dell’atto sessuale al di là dello sfruttamento? Si entra ancora «nel merito dell’intimità del corpo» come accadeva prima della legge Merlin, con l’invasività sui corpi delle donne ad opera del sistema poliziesco, cui fa riferimento Silvia Niccolai (citata)?

La legge Merlin ha ordinato la chiusura delle case di prostituzione entro soli sei mesi di entrata in vigore della legge, con sanzioni pesanti per l’inottemperanza, ha introdotto fattispecie penali ad hoc sulla prostituzione, mentre i suoi detrattori ritenevano sufficienti le disposizioni del codice Rocco (vedi ancora Niccolai), possiamo affermare allora che «abbia fatto un vuoto normativo»?

Certamente è un esempio di diritto sessuato femminile, ma possiamo annoverarla tra le disposizioni di un diritto leggero? Se è vero che non ha legiferato sui corpi, ma agendo sul meccanismo dello sfruttamento e della sua dura punizione, non ha introdotto un di più di normazione, anziché un di meno, attingendo alle regole di un diritto “forte”?

Una norma penale crea sempre un soggetto debole da proteggere? Alcune disposizioni di diritto forte sono a salvaguardia della dignità umana, della vita del pianeta, del futuro delle generazioni e sono dunque a sostegno della forza e non già della debolezza: nel caso della prostituzione non vanno forse nella direzione di sostenere chi intraprende un percorso di liberazione e di sottrazione al potere maschile, per cui esigere una punizione e una riparazione diventano espressioni di autonomia e non già di vulnerabilità?

Alla stessa direzione, infine, sono da ascrivere le altre novità del disegno di legge Maiorino tutte orientate a rafforzare i percorsi di uscita dalla prostituzione, altro baluardo del modello nordico, poco conosciuto e meno menzionato rispetto al contestato volto della repressione, in realtà vitale per il riscatto delle donne che decidono di liberarsi da violenze e schiavitù.

Le domande che mi sono permessa di porre sono forse retoriche e sottendono una mia posizione, c’è ancora molto su cui ragionare, magari insieme a chi ha intrapreso un percorso frutto di una pratica politica tra donne, nata dal desiderio di mettere in atto un diritto esperienziale, il più possibile sottratto al diritto sessuato maschile.

Certamente questa pratica politica non potrà avere né come unico scopo, né come obiettivo principale l’approvazione di una legge, come sappiamo strumento utile, a volte necessario, a volte dannoso, a volte da eliminare, sul quale sempre vigilare con un «pensiero operante», anche questo un lascito di Lina Merlin.

Nel difficile rapporto tra diritto positivo e corpi delle donne rimangono in sospeso molte disposizioni, oggi quelle sulla GPA o sulla cd. “identità di genere”, che hanno generato e genereranno ancora conflitti, anche tra donne, magari le stesse protagoniste del percorso narrato.

Le relazioni politiche che abbiamo costruito potranno creare uno spostamento anche in queste materie? Lo scopriremo, se decideremo di non sottrarci alla sfida!


(www.libreriadelledonne.it, 23 giugno 2022)

di Marina Terragni


Michele Serra è un amico e apprezzo molto che si sia assunto la responsabilità di rompere il silenzio da sinistra – finalmente – sull’insopportabile ingiustizia dei corpi maschili negli sport femminili (L’Amaca su La Repubblica ieri, 22 giugno), ingiustizia contro la quale lottiamo da molto tempo (qui troverete un’infinità di testi su questo tema). Un appunto, se possibile: avrei evitato di usare la definizione cisgender, imposta dal transattivismo, e nella quale la stragrande maggioranza delle donne del mondo, atlete e non atlete, non intende riconoscersi.

Ancorché tardivo, visto che arriva dopo che le federazioni mondiali di molti sport – dal ciclismo al nuoto al rugby e ora si attende l’atletica – hanno riconosciuto che i corpi maschili nelle categorie femminili sono unfair (sleali), il segnale è molto interessante. Certo, se fosse arrivato prima si sarebbero risparmiate molte sofferenze alle atlete e alle non atlete che si sono strette intorno alla loro battaglia, ma meglio tardi che mai.

Il segnale è interessante perché insieme a molti altri segnali che arrivano in simultanea ci dice che i progressisti e i liberal si stanno finalmente rendendo conto che continuare a sposare acriticamente e “correttamente” la causa transattivista e queer li porterà rapidamente a sbattere: per “rapidamente” intendo, per esempio, le elezioni di midterm a novembre negli USA.

Il banco di prova è stata la Virginia, conquistata dai repubblicani nel novembre scorso: il conservatore Glenn Youngkin, ha raccontato proprio La Repubblica, ha vinto in quanto «capace di rompere tutti i tabù democratici, liquidando la questione transgender a scuola, la sessualità fluida, promettendo di chiudere i programmi scolastici che si fondavano sull’analisi critica della teoria della razza».

Ad annunciare il cambio di rotta è scesa in campo nientemeno che l’ex-segretaria di Stato e candidata alla presidenza Hillary Clinton in un’intervista al Financial Times, frenando bruscamente sulle politiche trans-friendly inaugurate dall’amministrazione Obama – detto trans-president – e perseguite con determinazione dal presidente Joe Biden: uno tra suoi primissimi executive order, giorno 1 da neoeletto, era stata la riammissione delle atlete transgender nelle categorie sportive femminili, il che può dare l’idea del peso politico della questione. Se andiamo avanti per questa strada, ha detto in sostanza Hillary, ci giochiamo la presidenza.

Altro indizio, il cambio di vento al New York Times, quotidiano dei liberal USA: captando il malcontento dei lettori in un clamoroso editoriale pubblicato il 18 marzo scorso aveva ammesso il «silenziamento sociale» e la «de-pluralizzazione»: «La solida difesa della libertà di parola era un tempo un ideale progressista» mentre oggi molti progressisti sono «diventati intolleranti nei confronti delle persone che non sono d’accordo con loro» assumendo atteggiamenti di ipocrisia e censura che per lungo tempo sono stati tipici della destra.

Una delle questioni sulle quali il New York Times ha deciso di rompere il silenzio è il dramma delle bambine e dei bambini gender nonconforming – sempre di più – avviati precocemente alla transizione con la somministrazione di puberty blocker e ormoni, scandalo medico che qualcuno ha paragonato alla lobotomia del secolo scorso e che rappresenta una ferita aperta per il manierismo trans-filico progressista (sempre Joe Biden, giusto un paio di mesi fa, aveva diffuso un documento a favore dell’ormonizzazione dei minori contro il quale c’è stata la rivolta di migliaia di pediatri americani).

Messi tutti insieme, questi segnali indicano il tentativo liberal – verosimilmente tardivo – di cambiare strada, tentativo al quale fatalmente si allineeranno, chi prima chi poi, i partiti progressisti di tutto l’Occidente. PD compreso, che al momento resta incagliato nell’insensatezza dello “o Zan o morte” (scelta che priverà il Paese di una buona legge contro l’omotransfobia: bastava ripescare il vecchio ddl Scalfarotto, come più volte abbiamo detto, per trovare una maggioranza parlamentare: proposta apprezzata solo da Italia Viva) e in una colpevole confusione sulle priorità in agenda, malcelata da un dirittismo a costo zero.

Non si sa se essere contente oppure no: anni di battaglie a mani nude, di umiliazioni, di marginalizzazione, di deplatformizzazione e di sprezzante non-ascolto su un’infinità di questioni, dall’utero in affitto all’identità di genere: andava bene confrontarsi perfino con Fedez e con le porno-influencer, con noi mai. E ora il muro invalicabile che abbiamo avuto davanti si sta riempiendo di crepe, in gran parte per mere ragioni di opportunismo elettoralistico (e nel caso dei media, di sopravvivenza: disdette di abbonamenti come se piovesse).

Ci toccherà assistere allo spettacolo di chi ci ha così tenacemente ostacolato che tenta di andare all’incasso dei guadagni della nostra fatica.

Amen, quello che conta è il risultato. Ma conta anche tenere gli occhi bene aperti, non fare un solo passo indietro, non rinunciare al proprio protagonismo, non cedere a facili lusinghe. La strada è ancora lunga e accidentata.


(Feminist Post, 23 giugno 2022)

di Francesca Traìna


Ho conosciuto Patrizia Cavalli negli anni novanta a Palermo. Un’amica comune me l’aveva presentata. Una sera andammo ai Cantieri Culturali per assistere ad un monologo di Piera degli Esposti. Lo spettacolo non era ancora finito quando Patrizia, visibilmente infreddolita, mi chiese di accompagnarla all’hotel Sole dove alloggiava. Una lunga passeggiata in quella notte di tarda primavera tanto serena ma tanto sferzata da un vento gelido di tramontana da far battere i denti. Parlammo a lungo di Palermo, delle sue contraddizioni e di poesia. La lasciai all’ingresso dell’hotel, la seguii con lo sguardo mentre con passi veloci raggiungeva la hall.

Ora lei si è incamminata per una strada senza ritorno, la stessa intrapresa, poco tempo fa, da un’altra grande poeta: Biancamaria Frabotta.

Mi sembra di intravederla nell’andamento musicale delle sue poesie, graffiare lo spazio e il tempo con l’ironia per compagna.

Quasi tutte le poesie di Patrizia Cavalli sono comparse in questi ultimi anni su riviste o su collane di prestigiose editrici. Non ci meraviglia questa scelta già compiuta dall’autrice nel 1992 in occasione della pubblicazione di Poesie dove infatti riunì altre precedenti raccolte.

È il suo originalissimo stile percepibile anche nella scansione cronologica delle varie pubblicazioni e nella collocazione dei versi nell’arco temporale della poesia. I suoi sono piccoli passi di danza sospesi nella vastità di Roma, nella quotidianità, nelle piazze, nelle strade, nella casa.

Movenze suggestive che preludono al ritmo finale di ogni singola raccolta, quasi un trionfo, dove i movimenti preparatori defluiscono, per esaltarlo, nel registro espressivo di un’arte inafferrabile eppure tecnicamente complessa, ariosa, sonora.

E anche nelle ultime pubblicazioni ritroviamo intatti il coraggio, l’ironia, la capacità di prendersi in giro, il tono colloquiale, quella leggerezza che pare distanziarla dal pathos che pure è presente nei suoi versi. Mi restano in mente elementi di arricchimento e di maturazione colti nella denuncia civile al centro del poemetto: “Aria pubblica”. Una consapevolezza nuova che dà anche nuovo senso politico ai versi laddove rivendica la bellezza delle piazze di Roma ormai trasformate in lunapark, in distese di bottiglie e lattine vuote o ingombre di tavoli, ombrelli, sedie, cellulari, insegne. Tutto concorre a mortificarne la magnificenza e anche se si allontana da quelle piazze vendute insieme alla città, il chiasso la insegue, offende l’udito, attraversa porte e doppi vetri, si insedia nei pensieri.

Questa è Roma, tuttavia amata e cantata da Patrizia Cavalli, quella stessa Roma che Gabriella Ferri seppe amare e cantare con l’intensità irriverente e magica degli stornelli. E c’è anche, nei suoi scritti, un accostamento inquietante all’idea di morte tanto da intitolare Morti perché si muore, un segmento del libro Pigre divinità e pigra sorte.

La morte non sembra essere attesa disperante per Cavalli, ma consapevolezza di qualcosa che verrà a donare il silenzio negato dalla vita. L’accento è sereno ma al contempo amaro, come se tutto trovasse improvvisamente giustificazione e desse senso ad ogni gesto, perfino alle “scandalose e stolte” feste di compleanno. Tranne poi a ripetere a se stessa e a chi è in ascolto: Pietà per me che resto qui sospesa. Si sposta solo il margine d’attesa poi giunge, ineluttabile, l’interruzione:

Ah, ma è evidente, muoio … lo fanno tutti / dovrò farlo anch’io … ma in questi istanti incerti / io sono certamente un’immortale. Ecco, ancora, la leggerezza, quel lieve straniamento che coincide con il punto più alto dell’autoirrisione.

E nelle sue dense raccolte non può mancare l’amore. Le donne amate o da amare, quelle con le quali condividere l’avventura triste e gioiosa della vita, sono parte dei suoi libri e lo sono con le delizie, gli errori, le cattiverie di cui possono essere capaci l’amore e la vita.

Cavalli sa raccontarle queste donne, senza ipocrisie, calandole nella fisicità della relazione amorosa o astraendole in un giuoco di immagini riversate nella parola poetica che, se pur leggera, ha la fine tessitura del dolore e raccontandole racconta se stessa, la propria intimità a dispetto delle ottuse convenzioni sociali: Prendimi adesso tra le tue braccia / adesso sciolta da me raccoglimi / non per ridarmi forza / ma perché io possa arrendermi.

Rileggendo questi versi viene da chiedersi se sia stata la donna amata il riferimento o quella morte che da lungo tempo Patrizia Cavalli presagiva, alla quale tendeva le braccia come amante fedele per arrendersi infine ma, “ad armi pari”.


(https://www.facebook.com/, 22 giugno 2022)

di Marina Terragni


Che cos’è una donna? È quella che ci ha messi al mondo, tutte e tutti. Su questo non può esserci alcun dubbio. Il che non significa affatto che una è donna solo se mette al mondo dei figli. Abbiamo molto lottato per la libera significazione delle nostre esistenze, a cominciare dal non-obbligo di maternità (anche se oggi, come stiamo vedendo, siamo passate a tutti gli effetti al quasi obbligo di non-maternità). Ma per dire che cos’è una donna il potere – non il dovere – essere madre è la costante di tutte le costanti. È intorno alla sua capacità di procreare – invidiata, controllata, dominata, messa a servizio – che si è storicamente costruito l’immane edificio patriarcale.

E le donne trans? Sono, appunto, donne trans, come ha spiegato la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che pure avendo lottato al fianco delle persone trans nel suo paese per questa limpida risposta è stata – al solito – accusata di essere una Terf (trans-escludente).

Del resto anche numerose persone trans vengono accusate di terfismo, da Debbie Hayton a Keira Bell a Scott Newgent, nell’occhio del ciclone perché si battono contro la somministrazione di ormoni a bambine e bambini gender nonconforming (prima puberty blocker e poi farmaci cross-sex: si fa anche in Italia) aumentata in modo vertiginoso negli ultimi anni, si veda la recentissima e preoccupatissima inchiesta del New York Times; e sono contrarie al cosiddetto self-id o autocertificazione di genere.

Anche noi in Italia abbiamo sostenuto e supportato le persone trans – all’epoca quasi esclusivamente MtF, nate maschi e transitate al femminile – nella loro dura battaglia dei primi anni ’80 per la rettificazione dei documenti, battaglia conclusa con l’approvazione della legge 164/82. La legge prevede un percorso medico e psicologico per ottenere il cambiamento anagrafico ed effettivamente è un po’ invecchiata. Una legge analoga, il Gender Recognition Act in UK, è stata infatti recentemente aggiornata per velocizzare le pratiche e diminuire i costi. Ma gli inglesi hanno detto no al self-id.

Da allora, dai primi anni ’80 a oggi, che cos’è successo? Lo spiega bene il professor Robert Wintemute, attivista gay, docente esperto in diritti umani al King’s College di Londra che nel 2006 partecipò alla stesura dei famosi principi di Yogyakarta, principi che hanno orientato tutte le successive politiche trans (e che non menzionano una sola volta la parola donna). Oggi Wintemute è pentito di aver contribuito alla stesura. Dice che i diritti delle donne non sono stati considerati durante la riunione. Soprattutto ammette di «non aver considerato» che «donne trans ancora in possesso dei loro genitali maschili intatti avrebbero cercato di accedere a spazi per sole donne: nessuno allora aveva in mente una cosa del genere». Wintemute dice di aver dato per scontato che la maggior parte delle donne trans si sarebbe sottoposta a chirurgia, come in effetti avveniva in quel tempo. E conclude: «Un fattore chiave nel mio cambiamento di opinione è stato ascoltare le donne».

Vogliamo che chi soffre di disforia di genere strazi il proprio corpo con chirurgia e ormoni per adeguarlo cosmeticamente al sesso d’elezione? Noi i corpi li facciamo, e non ci piace che vengano distrutti. Ma va considerata questa novità – il pretendere di dirsi donne da parte di uomini che mantengono intatti i loro corpi maschili – e ne vanno attentamente valutate le conseguenze.

Il self-id è già in vigore in alcuni paesi, come Canada, California e altri. Questo crea molti problemi alla vita delle donne. Due esempi possono dare l’idea.

L’affermazione del diritto di essere accolti nelle case rifugio antiviolenza mette a repentaglio la sicurezza femminile. Lo dice bene la scrittrice pakistana Bina Shah, collaboratrice del New York Times: nessuna donna musulmana accetterà di condividere spazi così intimi con uomini, piuttosto rischierà di morire per mano del marito violento. Vuole dire che è “escludente”?

Un altro esempio: detenuti con corpi maschili intatti che ottengono di essere trasferiti nei reparti femminili. Strazianti le lettere delle detenute canadesi, californiane, dello stato di Washington: «Il mio nome è Danielle F., sono detenuta nel CIW (California Institution for Women). Ho paura di questa cosa. Sono una vittima di violenza domestica e stupro. Che succederà se uno di questi sex offender che hanno il pene ci violenta?». «Il mio nome è Heather Knauff, WF 7697. Permettere questo è oltraggioso e non etico. Ci sono già uomini che sono diventati donne che sono tornate a essere uomini per sfruttare questo sistema debole che abbandona la popolazione delle donne già svantaggiate a soffrire ancora di più». Molti di questi detenuti che si dicono donne non sono nemmeno in terapia ormonale.

I casi di molestie e violenze sessuali si moltiplicano, anche le guardie carcerarie danno l’allarme: “escludenti” pure loro? Nel frattempo vengono distribuiti preservativi gratuiti e una guida su come ottenere un aborto in prigione. Secondo Amie Ichikawa, attivista per i diritti delle donne detenute, è come se la legge avesse «dato l’ok perché ci violentassero, visto che ha un piano per occuparsi delle conseguenze». Si sono già verificati peraltro casi di gravidanze, come nel carcere femminile Edna Mahan, New Jersey, che ne ha dato notizia.

Il self-id è questo e molto altro. Sono i grotteschi ori a Lia Thomas, Valentina Petrillo e altri atleti nati uomini che sbaragliano ogni primato femminile senza che lo strabordante chiacchiericcio dei media sportivi abbia mai il coraggio di affrontare la questione (l’organizzazione femminista che se ne occupa è Save Women’s Sport). Sono i corpi maschili che invadono le statistiche femminili, usufruiscono di quote lavorative e politiche riservate, si fanno largo tra le donne perché, come affermato anche recentemente da The Queen of Gender Judith Butler su The Guardian, «la categoria donne deve aprirsi per fare spazio ad altri soggetti».

“Fare spazio ad altri soggetti” è una formula che descrive bene il destino femminile nel patriarcato: un fare spazio che oggi si spinge fino al paradosso che per una donna dirsi donna è diventato un atto aggressivo ed escludente, mentre per chiunque non sia nato donna è affermato come un diritto.

Sul perché stia capitando questo ci sarebbe moltissimo da dire, e ci sarebbero anche tante altre cose da raccontare, qui non c’è spazio. Va tuttavia osservato che di tutto questo Michela Marzano nel suo testo a sostegno delle “donne con il pene” non ha fatto il minimo cenno: le importa così poco delle sue simili? E come mai?


Marina Terragni

per WDI (Women’s Declaration International)

e per Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile


(la Repubblica, 20 giugno 2022)