di Betti Briano


Recensione del libro di Laura Guglielmi, Lady Constance Lloyd. L’importanza di chiamarsi Wilde, Morellini editore 2021


Lo stupore è il primo sentimento che coglie chi viene a conoscenza del libro. L’icona gay della letteratura inglese aveva una moglie? Ebbene sì, Laura Guglielmi ci racconta quale donna fu Lady Constance Wilde; una che non visse il suo tempo semplicemente come ‘moglie di’ ma da protagonista e in piena autonomia intellettuale. Il suo nome però è rimasto relegato nel cono d’ombra del celebre consorte, secondo il destino comune a molte donne eccellenti del passato che si sono trovate a fianco di uomini importanti.

Il romanzo di Laura Guglielmi vuole restituire a Constance quello che la storia le ha negato. L’opera si presenta come l’autobiografia postuma di Constance con la protagonista che parla di sé in prima persona; il racconto viene sapientemente intercalato con lettere che lo arricchiscono di punti di vista altri e interessanti riferimenti ambientali. Si svolge in tre atti, come la celebre commedia L’importanza di chiamarsi Ernesto, che decretò il successo di Oscar Wilde.

Nel prologo si legge l’autopresentazione della protagonista: «Mi chiamo Constance Mary Lloyd. Avevo ventidue anni quando ho incontrato Oscar Wilde, ma lui non è l’unica cosa importante, anche se il nostro è stato un grande amore. Non mi sono mai sentita vittima di mio marito: questa che state per leggere è la mia storia, la mia parte di verità».

Il primo atto racconta l’infanzia e la giovinezza della protagonista fino a ventidue anni. Di origine irlandese, cresciuta in una famiglia agiata, con una madre nevrotica e violenta e un padre assente, supera il periodo buio dell’infanzia grazie allo stretto legame con il fratello Otho; assai interessante e indicativo della condizione femminile dell’epoca il racconto della sua formazione autodidatta, ‘obbligata’ a causa dell’esclusione delle donne dall’università.

Nel secondo atto entra in scena Oscar Wilde. I due si conoscono in un salotto in cui lei si esibiva nella lettura in italiano di brani della Divina Commedia; diverranno una coppia all’avanguardia nell’ambiente intellettuale londinese. Entrambi coinvolti nei movimenti artistici e sensibili alle istanze politiche progressiste, lei fu anche impegnata in alcune delle battaglie femministe della seconda metà dell’800. Constance svolse anche un’intensa attività di pubblicista; diresse una rivista che promuoveva una rivoluzione nel modo di vestire delle donne, e pubblicò racconti, collaborò attivamente alla scrittura di alcune delle opere del marito. In questo atto assistiamo alla rottura dell’idillio di coppia: le difficoltà economiche e i debiti contratti a causa della condotta dispendiosa del marito e l’irruzione nella loro vita di Bosie, il giovane aristocratico con cui Oscar instaura la relazione omosessuale che lo condurrà al famoso processo per “sodomia”.

Nel terzo atto si parla del processo e delle conseguenze sulla vita dei protagonisti. Wilde come sappiamo sarà condannato e verrà messo all’indice da quella stessa società che tanto lo aveva ammirato e osannato. Constance non abbandonerà mai il marito e si adopererà per proteggere i figli dalle conseguenze delle disavventure paterne e dal peso del nome che portavano. Nel 1896 decide di lasciare l’Inghilterra coi bambini; si trasferisce in Italia, nel Levante Ligure.

L’Epilogo della ‘commedia’ presenta la nuova vita della protagonista in terra di Liguria. Ci parla dell’esilio condiviso con vari rappresentanti della comunità straniera cosmopolita residente a fine ’800 in Riviera, della nuova relazione amorosa che comunque non le impedirà di conservare il legame col marito né di fargli avere il suo sostegno e purtroppo di una malattia non riconosciuta che la porterà alla morte sulla soglia dei quarant’anni a Genova, ove sarà sepolta nel cimitero monumentale di Staglieno.

Al libro va riconosciuto il duplice merito di aver dato voce ad una ‘grande’ donna dimenticata, ma anche a tutte le donne che nella seconda metà dell’800 lottarono per conquistare un’esistenza libera e col loro esempio come anche con l’impegno nel movimento per i diritti e per l’affermazione di un ruolo attivo della donna nella società consegnarono alle generazioni successive un mondo più vivibile.


(https://eredibibliotecadonne.wordpress.com/2022/04/08/lady-constance-lloyd-limportanza-di-chiamarsi-wilde/, 28 luglio 2022)

di Laura Fortini


Recensione al libro di Maria Rosa Cutrufelli, Maria Giudice. La leonessa del socialismo, Roma, Perrone Editore, 2022.


Nel bellissimo Scrivere la vita di una donna, pubblicato in Italia da La Tartaruga nel 1990, la studiosa femminista Carolyn G. Heilbrun osservava come vi siano molti modi per scrivere di una donna, tra i quali l’autobiografia, il romanzo, la biografia. In Maria Giudice. La leonessa del socialismo (Perrone editore 2022) Maria Rosa Cutrufelli coniuga biografia e romanzo insieme alla propria autobiografia per scrivere la vita di una donna d’eccezione come Maria Giudice, nata nel 1880 sulle colline dell’Oltrepò pavese e vissuta attraversando da protagonista tutto il Novecento, le sue lotte, le sue guerre, fino al 1953, data della sua morte a Roma.

Lo sguardo narrativo di Maria Rosa Cutrufelli accompagna da sempre con un tono e un timbro particolare le storie di personagge e personaggi dei molti romanzi storici a sua firma, da La Briganta del 1990 che racconta in prima persona l’autobiografia finzionale di una donna del secondo Ottocento italiano, alla coralità polifonica de La donna che visse per un sogno, del 2004, dedicato a Olympe de Gouges e alle donne che insieme a lei vissero in modi diversi la Rivoluzione francese; per passare poi a D’amore e d’odio (2008) che tramite le voci di donne e uomini attraversa tutto il secolo scorso. Ma sono solo alcuni dei titoli dell’ampia opera narrativa di Maria Rosa Cutrufelli, che sceglie di rappresentare una donna importante ma poco nota del Novecento italiano come Maria Giudice in un modo particolarmente efficace, partendo da sé e dalle motivazioni che l’hanno indotta a scriverne e a indagarne la biografia facendone narrazione. In questo modo Maria Rosa Cutrufelli si pone al di là del verosimile del romanzo storico assumendo interamente la relazione propositiva con una donna del passato, non conosciuta di persona ma che le è nota grazie alla figlia Goliarda Sapienza: ed è conoscenza e interrogativo che si attiva non solo nella relazione con l’altra, ma che passa negli incontri del gruppo di scrittrici che negli anni Novanta del Novecento si riunì a lungo, discutendo anche della prima guerra del Golfo e di che cosa significasse pacifismo, resistenza, “necessarietà” – termine di Goliarda Sapienza – di alcune guerre, questioni tutte tra le nostre mani anche adesso.

È a partire da quella esperienza che Maria Rosa Cutrufelli inizia la narrazione della vita di Maria Giudice interloquendo con le sue poche ma significative fotografie, nelle quali il ritratto di Maria Giudice emerge dal fondo scuro del tempo storico: ecco allora “il ritratto intimo di una donna reale”, alla quale piaceva scrivere articoli, grande lettrice che la madre e il padre fecero studiare, comprendendo che la prima forma di emancipazione per le donne è quella culturale. Maria Rosa Cutrufelli segue passo passo le forme dell’apprendimento di una ragazza di fine Ottocento che impara dal padre, ateo, garibaldino prima repubblicano poi, il senso morale della politica; dalla madre, che le insegna l’amore per i classici, la forza della parola scritta. E quindi a Voghera e poi a Pavia Maria Giudice studiò nel convitto e presso la Regia Scuola Normale femminile, l’allora istituto magistrale, divenendo maestra e coniugando insieme allo studio la passione per la politica e la lettura appassionata di Turati, Treves, Bakunin, e passando attraverso le rivolte del 1898, represse dai cannoni di Bava Beccaris. In quegli anni Maria Giudice cominciò a collaborare con il settimanale “L’uomo che ride” diretto da Ernesto Majocchi, poi nel 1902 con il quindicinale socialista “La parola dei lavoratori” su cui scrive sulle donne e il diritto di voto. E grazie a Cutrufelli sentiamo risuonare la sua parola ferma e disinvolta che afferma: “No, signori miei, non vi scalmanate tanto, non gridate allo sfacelo. La donna è nel suo diritto quando prende parte alla lotta della scheda”.

Tra i molti meriti di questo libro, infatti, vi è il restituire a Maria Giudice la sua parola e seguirne le tracce nei tantissimi rapporti della polizia dopo la sua iscrizione nel 1902 al Partito socialista e le molte denunce per manifestazioni non autorizzate, incontri e riunioni clandestine, poiché era divenuta intanto a soli 24 anni Segretaria della Camera del lavoro di Voghera. Spesso è l’unica donna a parlare nei comizi e scrive a questo proposito con ironia: “Voialtri signori siete così socialisti quando si tratta di voi, così poco socialisti quando si tratta di noi!”. Condannata talmente tante volte al carcere al punto da divenire la sua unica dimora stanziale, è lì che conosce Carlo Civardi, anarchico e sovversivo, con il quale andrà a vivere senza mai sposarsi e rivendicando la libera unione come forma intima, assolutamente personale, ben diversa dalla potestà maritale del matrimonio di allora.

Al momento in cui però si palesa la gravidanza della prima figlia, piuttosto che partorire in carcere Maria Giudice si rifugia in Svizzera, dove conosce Angelica Balabanoff e insieme fondano il periodico “Su Compagne!”, perché pur essendo entrambe critiche con un femminismo che ritengono filantropico, entrambe hanno a cuore la libertà delle donne. Dopo quindici mesi di esilio però Maria Giudice tornò in Italia, rientrando di nuovo in carcere anche se incinta, e nel corso degli anni successivi metterà al mondo sette figli, che mantenne con il suo mestiere di maestra, continuando al tempo stesso le sue battaglie sulle pagine de “L’Avanti” su cui scrive insieme a Angelica Balabanoff, e poi su quelle del periodico “La Difesa delle Lavoratrici”, fondato da Anna Kulishoff e sostenuto dalla Confederazione Generale del Lavoro insieme al Partito socialista. Il licenziamento dalla scuola e la grande guerra costituirono motivo di separazione da Civardi, interventista lui che va volontario, lei fermamente contro la guerra, che dirige in quegli anni la Camera del Lavoro di Torino, diviene Segretaria del Partito socialista e direttrice del “Grido del popolo” in cui dibatte a lungo con Gramsci, che le subentra al momento del suo arresto.

La foto che la ritrae intorno al 1916 accanto a Umberto Terracini in carcere dice di lei e della sua determinazione contro la guerra, e di quanto e come sia stata parte della storia del Novecento senza mai perdersi d’animo: alla sua uscita dal carcere nel 1917 torna alla guida del Partito socialista torinese e organizza le manifestazioni delle donne per il pane e per la pace che diventano sciopero generale scandito dal ritmo “Prendi il fucile, gettalo per terra, vogliamo la pace, mai più la guerra!”, represso duramente. Oltre millecinquecento gli arresti, tra loro, di nuovo, Maria Giudice, che apprende in carcere della morte di Civardi in guerra e che per questo motivo si difenderà in tribunale pur non riconoscendone l’autorità, per poter stare accanto ai suoi figli. L’incontro con Giuseppe Sapienza, avvocato palermitano, la conduce nel 1919 in Sicilia, dove il partito la invia con un incarico di propaganda in tutta l’isola, che infatti lei percorre in lungo e in largo, tra la mafia e i fascisti che fanno agguati, e assumendo nel 1920 la segreteria della Camera del lavoro di Catania e la direzione de “L’Unione”, giornale dei sindacati. La distanza da quella che lei definì la “cultura barbuta” si accentua durante il congresso di Livorno nel 1921, al quale Maria Giudice partecipa ma non interviene. Al ritorno in Sicilia subisce un attentato fascista da cui a malapena si salvano lei e Peppino Sapienza, con cui ormai conviveva, riunendo poi a Catania le loro numerose famiglie, di tante figlie e figli, tre lui insieme a quelli di lei, e poi Goliarda, figlia di entrambi.

Maria Giudice continuava intanto a essere dirigente del partito e direttrice di giornale, e a tornare in carcere con l’accusa di istigazione a delinquere e odio di classe dopo le cariche della polizia e gli spari sulla folla in un comizio a Lentini nel 1922. Nel 1926 “il deserto avanza”: sciolti i partiti, i circoli operai, le leghe contadine, l’arresto di Gramsci nonostante l’immunità parlamentare, “L’Unione” diviene un giornale clandestino, e lei è ormai una sorvegliata speciale, considerata un elemento pericoloso. Nel deserto che avanza, lo sfaldarsi della famiglia per problemi economici e anche per sospetti tentativi di violenza sessuale, la figura di Maria Giudice, nonostante la sua tenacia e determinazione con cui studia il greco e il latino da autodidatta in anni in cui non è possibile l’attivismo che sempre l’ha contraddistinta, progressivamente si appanna: accompagna nel 1942 la figlia Goliarda a Roma per studiare all’Accademia di Arte drammatica e lì vive isolata e sola, fino a che la caduta del fascismo e l’occupazione tedesca della città non la coinvolge nella scrittura del giornale clandestino “Vespri”, ciclostilato e fatto circolare dalla Brigata partigiana Vespri che le permette ancora una volta di combattere con le parole, mentre la figlia Goliarda fa la staffetta partigiana della brigata che libera nel 1944 da Regina Coeli Pertini e Saragat. Nel dopoguerra la leonessa del socialismo e l’altra leonessa, Angelica Balabanoff, contribuiscono alla nascita dell’UDI e appoggiano Saragat. Ma molta la fatica del vivere e tre anni dopo la morte di Giuseppe Sapienza nel 1949 muore anche Maria Giudice e la figlia Goliarda la ricorderà in molte delle sue opere.

Come giustamente nota Maria Rosa Cutrufelli la vita di Maria Giudice è davvero sovrabbondante: tanta storia grande, tante lotte, “decenni di impegno” scrive Cutrufelli, tanto carcere, tanta vita, tanti figli. Senza così tanta sovrabbondanza, senza così tanta fame di cambiamento non è però possibile raccontare il secolo dell’emancipazione femminile e tutta l’età contemporanea, i suoi cambiamenti radicali, anche i costi che ciò comportò. Perché sta nell’intreccio tra impegno e attivismo estremo di donne come Maria Giudice il motivo per cui il Novecento è stato un tempo storico di così tanti e grandi cambiamenti, la cui eredità difficile, ma anche così ricca, arriva fino a noi grazie al lavoro di quante venute poi, come Goliarda Sapienza e Maria Rosa Cutrufelli.


(CRS Centro per la Riforma dello Stato, 28 luglio 2022)

di Dorella Cianci


Strategie del dissenso «La forza di credere nella verità», diceva una scritta sorta in un luogo simbolo della capitale russa. L’autore non è stato individuato con certezza. Le proteste contro l’invasione dell’Ucraina non mancano, anche se spesso sono relegate alla clandestinità


Nel 1524, alla periferia di Mosca, sorse il convento di Novodevichij, in ricordo della conquista di Smolensk durante la ben nota guerra russo-lituana. Durante il periodo sovietico, quel luogo di culto cambiò il suo nome, privilegiando una fede diversa, cioè quella nel rivoluzionario Pjotr Kropotkin. È proprio davanti a questo edificio che, a fine giugno, pochi giorni fa, è sorta un’immagine. Pare sia stata opera di Vostok, spesso autore di graffiti. La scritta diceva «la forza di credere nella verità». Oggi questa scritta non c’è più e l’artista non rilascia dichiarazioni ufficiali.

Aggirandosi per Mosca, da settimane, può capitare di incontrare degli omini Lego o in plastica, che esprimono tutta la loro indignazione per quel massacro che sta accadendo nella vicina Ucraina, un tempo sorella. I giovani artisti si sono inventati diversi modi per manifestare il loro totale dissenso verso il governo di Mosca. La loro «operazione speciale»? «Attacchi d’arte» – li chiamano – diffusi per le loro strade, senza raccontar nulla ai loro genitori. Uno di questi «attacchi» è quello del movimento artistico Malekin Piket, partito da San Pietroburgo, ma ben più diffuso, da maggio, per le strade della capitale. Che cosa dicono questi omini in plastilina o in terracotta o in lana? Quello più noto è vestito di blu, con un evidente contrasto rispetto ai capelli biondi, per ricordare i vividi colori ucraini e in mano un cartello, con scritto, semplicemente, «Bucha».

Uno degli artisti, volutamente anonimi, ci ha detto: «Non servono tante parole per ricordare l’orrore subito in quella cittadina del nord, come nella Mariupol del sud. A noi basta testimoniare – anche se in forma anonima – e soprattutto insinuare il dubbio in chi si informa solo attraverso le voci della propaganda (cioè quasi tutte quelle provenienti dai media)». A chi li accusa di fare un gesto inutile, questi adolescenti rispondono: «Ma che cosa c’è di più inutile della guerra? L’arte fa germogliare i pensieri. La guerra uccide mente e corpo».

Intanto, in un noto cinema di Mosca, in queste ore, è apparsa una figurina al femminile, che dice: «Soldati, andate a casa. Il nemico non è l’Ucraina». L’obiettivo di queste ragazze e ragazzi russi? Raggiungere almeno le mille postazioni sparse fra le principali città della loro vasta terra. Ma non è tutto qui il dissenso di questi giovani! Vova Gupalov, per almeno tre settimane dall’inizio dell’invasione, ha riempito i quartieri più periferici di Mosca con scritte per la pace, riprendendo un suo noto murales del 2007 alla stazione di Babushkinskaja: questa volta lo squalo, uno dei suo soggetti preferiti, non ha una faccia anonima e animalesca, ma il volto dello zar del Cremlino, che mostra i denti. Dice Gupalov: «Inizialmente avevo pensato di riprodurre quel mural aggiungendo il terrore insinuato dallo squalo verso pesci più piccoli, ma l’arte non ha bisogno di retorica stucchevole. Non trovo onesto raffigurare gli ucraini come pesci piccoli. Si stanno opponendo da giganti e non farei un buon servizio alla verità né alla storia. Conta invece il fatto che quello sguardo di squalo abbia il volto inferocito, a prescindere da chi guardi».

La protesta dei più giovani si affianca a quella degli artisti più noti e coi capelli bianchi.

Vladimir Ovchinnikov – artista e ingegnere – ha trascorso decenni a dipingere murales nella sua piccola città, a sud di Mosca, ma, ad aprile, ha scoperto casualmente, grazie al suo vicino di casa, che alcune delle sue opere non sono più apprezzate dopo l’invasione russa dell’Ucraina. «Ci hanno dipinto sopra», ha detto Ovchinnikov, 84 anni, al momento residente in un villaggio vicino a Borovsk, a due ore di auto dalla capitale russa. Ovchinnikov aveva dipinto una bandiera ucraina su un lato dell’edificio, ma è stata ricoperta di vernice bianca. Dopo averlo saputo, si è precipitato dinanzi a quel mural coperto… Ha tirato fuori una matita nera e ha iniziato a disegnare una colomba bianca sull’intonaco. Un passante, vedendolo, gli ha detto che avrebbe chiamato la guardia municipale, ma Ovchinnikov ha continuato senza paura. «Alla mia età, non ho paura di niente Gli adolescenti fanno bene a protestare perlopiù in forma anonima. Hanno una vita per difendere la libertà e le loro idee», ha risposto. «Se ci sono denunce contro di me, se mi dovessero arrestare, nessuno ne soffrirà. Neanche io. Non mi piace questo volto senz’anima della Russia. A me piace la Russia della maestosa letteratura e ho sempre sorriso divertito leggendo il poeta Aleksandr Blok in Sciti. Noi non dovremmo far paura. Sì, siamo diversi dall’Occidente, ma questo non vuol dire peggiori, né senza scrupoli. Oggi, invece, mi vengono tanti dubbi… Perché, per noi, non esiste il limite del Purgatorio? Perché vediamo le cose in maniera così maledettamente bipartita?».

Come noto, da quando la Russia ha inviato truppe in Ucraina, il 24 febbraio, le autorità si sono mosse contro ogni segno di opposizione, anche artistica, all’«operazione militare speciale» nel Paese filo-occidentale. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati, i media indipendenti sono stati chiusi e diverse persone condannate e multate, in base a una legge che ritiene reato «screditare» le forze armate russe. Screditare diventa, in questo caso, sinonimo di «disegnare». Ovchinnikov è uno di questi dissidenti. È stato multato per 35.000 rubli dopo aver disegnato una bambina con i colori della bandiera ucraina, con tre bombe appese sopra la sua piccola e bionda testa, su un edificio fatiscente a Borovsk. Anche quest’opera è stata imbiancata. Ad oggi il vecchio ingegnere ha ricevuto più di 150 donazioni dalla gente del posto – ovviamente concittadini russi – per aiutarlo a pagare l’assurda multa. Ovchinnikov è molto noto in città, soprattutto per un disegno parietale sulla liberazione della sua regione dalle truppe naziste nel ’42. Quel dipinto non è stato cancellato e lui commenta, citando la giovane artista, che si fa chiamare Slava: «Com’è possibile che la storia non lasci briciole o graffiti per strada?».


(il manifesto, 23 luglio 2022)

di Lea Melandri


In tanti anni di teorie e pratiche di femminismo, mai ho incontrato pagine di una consapevolezza così profonda e di un coraggio così sorprendente nel nominare ciò che resta innominabile della relazione tra uomini e donne, dalla quotidianità dei matrimoni al sogno d’amore, mai una messa a nudo così libera, diretta e impietosa delle ambiguità e contraddizioni che passano attraverso la violenza invisibile del patriarcato, come nel libro di Alice Rivaz La pace degli alveari (Paginauno edizioni 2019).

«Siamo rimasti a guardarli mentre si scatenavano. È proprio quello che, da madri, reprimiamo nei nostri figli piccoli, che ammiriamo nei nostri bambini diventati uomini. Quel gesto che meriterebbe il biasimo, se non una sberla, basta che il ragazzino sia diventato adulto ed ecco che le donne gli danno un altro nome. Come le parole “crudeltà” e “violenza” che diventano di colpo coraggio e eroismo.

(…) Noi facciamo e loro disfano. Disfano persino, poco alla volta, le loro stesse teorie, il credo di una generazione con quello di un’altra, cercando nomi sempre nuovi per giustificare le loro dementi carneficine. (…) Quella complicità tra i sessi, se ne conosce fin troppo bene la causa, tuttavia non è per forza inevitabile.»

Né romanzo, né diario, la scrittura di Alice Rivaz ha l’andamento originale di quel felice divagare dei pensieri che una donna sposata conosce nei rari momenti in cui riesce a rimanere sola e a ritrovare i “poteri” che aveva perduto “smettendo di esserlo”. Basta un’assenza per rendere possibili svelamenti trattenuti a lungo, per poter dire “credo di non amare più mio marito”, e riconoscere che nel “penare così tanto”, lavorare così a lungo “per lui” e “a causa sua”, non è l’amore che si misura ma “l’obbedienza”, il termine che a poco a poco lo sostituisce, «quando le squame cominciano a caderci dagli occhi e osiamo chiamare gli esseri e i sentimenti con il loro vero nome». Eppure, è proprio quando ha inizio la delusione della vita a due, quando si smette di amare o di essere amati, che il richiamo dell’amore torna a farsi sentire, come nostalgia del legame perduto o attesa di nuovi rapimenti, di gioie amorose provate solo in sogno. «Adesso ho proprio bisogno di confessarlo: vorrei ancora un altro amore (…) mi aspetto ancora qualcosa, lo sento, da questa razza straniera con la quale noi dividiamo la nostra casa, il nostro letto, la nostra vita (…) Il fatto è che noi eravamo delle innamorate, e loro hanno fatto di noi delle casalinghe, delle cuoche. Ecco cos’è che non riusciamo a perdonargli.» La “tragedia della coppia” sembra non conoscere cambiamenti generazionali: le zie, le madri, le nonne, «è la loro vita che sto rivivendo», ammette Jeanne la protagonista del libro di Alice Rivaz. Lei sa, vede o indovina quello che succede alle sue amiche: «sempre gli stessi desideri, lo stesso bisogno divorante, quello di essere ammirate, amate, preferite, quello di suscitare, di forzare l’amore». Unica differenza è che al senso del dovere e alla venerazione del maschio sono subentrati il malcontento, la rivolta, l’astio, la capacità di riconoscere la propria insoddisfazione, ma poi di nuovo il conformismo femminile: la tentazione delle donne di giocare le attrattive che l’uomo ha loro attribuito: la bellezza, la devozione, il sacrificio, quel culto di loro stesse che continuano a cercare nello sguardo, nei gesti, nelle parole dell’altro. «Essere tutto quello che hanno detto che eravamo.» C’è anche qualcuna che continua a sfidare la crisi del matrimonio affrontando l’amore a viso aperto, per farlo durare, «per impossessarsene, per trasformarlo in un ospite quotidiano, a loro misura». Ma ci vuole per questo una grande ostinazione, «un’anima da capomastro sempre pronta ad intonacare, a camuffare le crepe e le fessure che, giorno dopo giorno, sgretolano la vita di coppia». Nel suo libro, altrettanto coraggioso nel nominare gli aspetti più impresentabili del rapporto tra i sessi – Smarrirsi in pensieri lunari (Graus Edizioni 2007) – Agnese Seranis scrive che c’è nell’amore una terribile necessità. È la stessa che troviamo nelle costruzioni di genere, che, nella loro complementarità, strutturano perversamente logiche di potere e ricongiungimento armonioso di “nature diverse”. Ancora più radicale nel marcare sia la distanza che l’ambigua complicità tra uomini e donne è Alice Rivaz. Gli uomini sembrano appartengono a una “specie diversa”, una “razza straniera” che le donne incontrano solo nell’amore, tanto da dubitare di poterli vedere davvero come “persone”. Fatti per vivere tra di loro, una “confraternita nell’avventura” che li spinge, una generazione dietro l’altra, verso la lotta e la morte, che cosa hanno a che fare le donne con “pazzi del genere”, con le loro incomprensibili carneficine? «Insegniamo loro a camminare, a parlare, li educhiamo e li vestiamo. Ma non appena sfuggono dalle mani, dalle nostre case, dalla sorveglianza vigile dei nostri occhi, eccoli sparire in massa. Dove vanno? Cadono a milioni, gli occhi chiusi dall’orrore, su tutti i campi di battaglia del mondo.» Pubblicato nel 1947 a Losanna, l’eco della Seconda guerra mondiale non poteva non farsi sentire, nel libro di Alice Rivaz, evocare le figure della virilità guerriera che hanno segnato la storia, da Attila a Hitler. Tuttavia è nel quotidiano, nella divisione sessuale dei compiti domestici, nel lavoro delle donne “senza inizio né fine”, come quello di un contadino che non conoscerà mai la ricompensa del raccolto né momenti di svago, che Jeanne arriva a pensare come esempio di perfetta organizzazione di vita e lavoro, quella delle api, con la sua «messa fuori gioco, metodicamente voluta ed operata, dei maschi piantagrane. Sacrificarli, comunque, affinché l’alveare viva». Ma subito dopo aggiunge «Noi non siamo delle api» e basterebbe, non tanto privare gli uomini dell’amore, ma smettere di fargli da mangiare e prendersi cura di loro, smettere di ascoltarli come un «coro laudativo di serve». Nelle pagine finali colpisce un’osservazione che sembra portare a un ulteriore svelamento dell’ambigua relazione di amore e odio tra i sessi. L’incontro con un uomo cosciente della «tragedia della coppia», ma vista dall’altra parte, porta la protagonista del libro a chiedersi se il nemico non sia l’altro, ma l’amore stesso, «l’amore frainteso», quell’ambiguo legame che l’amore ha con la violenza. Finché i baci sono «già degli stupri, delle prese di possesso, un forsennato calpestio», è chiaro che la tenerezza, la comunione con l’altro, resta quella dei sogni, dell’idealizzazione amorosa, o quella che scorre dai genitori ai figli nell’infanzia. Non è difficile capire, di fronte a una lucidità che ha ancora molto da dire al femminismo oggi, perché il libro di una coscienza anticipatrice come Alice Rivaz abbia avuto bisogno di essere riscoperto, sottratto al silenzio, per non dire all’ostilità che ne accompagnarono l’uscita.


(Il Riformista, 20 luglio 2022)

di Luciana Tavernini


In paesi a regime parlamentare la proposta di un disegno di legge innovativo indica che una parte dell’opinione pubblica ha preso coscienza dell’ingiustizia di una determinata situazione e, con la discussione che suscita, permette di sviluppare il dibattito.

Ho dunque accolto favorevolmente la presentazione al Senato del DDL S. 2537 soprattutto perché, sul modello neoabolizionista, amplia la legge Merlin prevedendo la punibilità del prostitutore, colui che paga per avere accesso al corpo di una donna, e istituisce fondi per chi desidera uscire dal sistema prostitutivo, soprattutto donne e bambine. Infatti «i dati raccolti da United Nation Office on Drugs and Crimes (UNODC) nel Global Report on Trafficking Persons del 2018 mostrano come su un campione di 12.162 donne vittime di traffico di persone, ben 77% di esse sono trafficate a fine di sfruttamento sessuale nel mercato della prostituzione, mentre tra le bambine e le ragazze, su un totale di 4.863 vittime accertate, il 72% è trafficato per lo stesso fine e destinato allo stesso mercato». Inoltre «i dati pubblicati dalla Commissione europea nel 2018 mostrano che tra le vittime di tratta per sfruttamento sessuale, ben il 95% è composto da donne e bambine».*

Quando sentii parlare per la prima volta della legge svedese che dal 1999 considera il prostitutore colpevole di violenza, quindi da punire, e che ha ridotto del 65 % il numero di persone in prostituzione, il primo effetto fu di incredulità, ma poco dopo fu di chiarificazione. 

Dalla lettura del libro Stupro a pagamento di Rachel Moran, una delle sopravvissute al sistema prostitutivo, e direttamente da lei, avendo avuto la possibilità di conoscerla personalmente e di ascoltarla anche nella sua video-intervista a Nuccia Gatti No room inside me for me, avevo imparato che la prostituzione è uno stupro a pagamento. Produce forme di dissociazione nelle prostituite, oltre alla riduzione della loro speranza di vita, e dunque la prostituzione è un delitto contro la persona.

Può allora la legge lasciare impunito colui che produce questa riduzione a merce del corpo femminile, spezzettandolo e separandolo dalla pienezza dell’unità della persona?

Certo che le pretese maschili di considerare le donne corpi a loro disposizione sono dure da smantellare. Basta pensare che solo dal 1996 lo stupro in Italia è diventato reato contro la persona, mentre prima la donna non veniva neanche presa in considerazione perché lo stupro era considerato solo come delitto contro la morale. 

Carla Corso, che aveva fondato nel 1982 il Comitato per i diritti delle prostitute per protestare contro le violenze di cui erano autori impuniti i militari della base statunitense di Aviano, nel libro scritto con la sociologa Sandra Landi, Ritratto a tinte forti, descrive la sua esperienza, ne mostra i pericoli ed è ben consapevole che nello scambio prostitutivo non è previsto il piacere femminile.

Ma una modalità di relazione tra uomini e donne che non preveda la ricerca del piacere di lei può essere chiamata sesso?

Lo scambio di denaro giustifica la privazione del piacere di lei e la trasforma in lavoro?

Non basta che passi del denaro perché sia rispettata la dignità del lavoro, come conferma la sentenza n. 141 del 2019 della Corte Costituzionale.

Chiamare la prostituzione Sex work è dunque solo una ripulitura della terza industria illegale dopo quella della droga e della vendita di armi. Una ripulitura simile al chiamare gli schiavi “addetti alle piantagioni” come proponeva uno schiavista contrario all’abolizione della schiavitù. Infatti il titolo del libro, che guarda con grande attenzione alla situazione italiana, afferma con forza che la prostituzione è: Né sesso né lavoro.

Se dunque è una violenza maschile contro le donne, perché non dovrebbe essere prevista una punizione per chi la mette in atto? La legge, soprattutto per gli uomini, discrimina tra ciò che è lecito e perciò si può fare, e ciò che è proibito.

Julie Bindel, autrice di Il mito Pretty Woman. Come l’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, un’inchiesta a livello mondiale con oltre 250 interviste a persone coinvolte a diverso titolo nella prostituzione, invitata in un recente convegno organizzato al Senato, ha raccontato un episodio capitatole mentre volava verso New York, seduta tra un giovane svedese e uno olandese. Il primo sentiva che la prostituzione avrebbe sminuito anche lui e i suoi rapporti con le donne, il secondo la considerava un divertimento lecito senza curarsi delle conseguenze sulle donne.

Perché non usare una legge che punendo indica agli uomini che comprare l’accesso al corpo femminile non è lecito?

Certamente vi sono uomini che sanno capire quando una loro azione fa del male, che sanno come il piacere sia più grande quando è scoperta insieme della diversa sessualità di entrambi. Che sanno cos’è l’irrinunciabile per la dignità del lavoro e che, quando viene lesa per le donne, anche per loro è a rischio. Uomini che si sono modificati in relazione con donne che, amando sé stesse, sanno amare e farsi amare. Sapranno questi uomini, nel dibattito che già questa proposta sta suscitando perché tocca gli interessi delle lobby che lucrano sul corpo delle donne, far sentire quanto la prostituzione riguardi anche loro?


(*) Questi dati sono citati nella relazione introduttiva al DDL S. 2537 XVIII Leg., Modifiche alla legge 20 febbraio 1958, n. 75, e altre disposizioni in materia di abolizione della prostituzione

– Julie Bindel, Il mito Pretty Woman. Come l’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, VandA.epublishing, 2019

– Carla Corso, Sandra Landi, Ritratto a tinte forti, Giunti, 1991

– Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione, VandA.epublishing, 2019

– Rachel Moran, Stupro a pagamento, Round Robin, 2018

– Caterina Gatti, No room inside me for me, docufilm, 36’, 2021, per informazioni nuccia.gatti@gmail.com

– Prostituzione, l’Italia è pronta per il modello nordico? Confronto tra modelli legislativi UE e presentazione del progetto di rafforzamento della legge Merlin, Convegno al Senato su iniziativa della senatrice Maiorino https://youtu.be/uxQTBL0HGfQ L’intervento di Julie Bindel è a h.1’30”

 La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti. Redazione allargata di Via Dogana 3, 6 ottobre 2019. Nel sito della Libreria delle donne gli articoli sul tema.


(www.libreriadelledonne.it, 18 luglio 2022)

di Grazia Villa


Il 26 agosto 2022 Paola avrebbe compiuto 95 anni: nata a Napoli nel 1927, si è spenta a Roma il 13 luglio. Impossibile condensare in qualche riga la biografia umana e politica di questa donna del “Novecento incompiuto”, quasi un secolo di vita, quel secolo breve da lei non solo studiato, ma vissuto intensamente.

Nel 2010 decise di narrare la sua storia nel libro Passare la mano. Memorie di una donna dal Novecento incompiuto (Ed. Viella, Roma).

«Ormai prossima, per ragioni naturali, al congedo, (…) ho voluto ricostruire qui la vicenda personale, soggettiva, di una donna del Novecento che si è trovata con la sua generazione, entro la straordinaria avventura che ha iniziato – solo iniziato, e con qualche scandalosa regressione, come lo scorcio del 2008 ha messo in evidenza – a chiudere le pratiche di millenni di storia, la riduzione delle donne al piacere maschile e la negazione della loro piena soggettività politica». (Chissà, oggi Paola Gaiotti forse avrebbe evidenziato ben altre regressioni!)

L’autrice, nelle pagine conclusive del bellissimo testo che meriterebbe di essere adottato come libro di autentica storia vivente, annota: «In realtà, al di là dei miei stessi propositi, sento ora, mentre chiudo queste pagine, di dover ammettere che proprio quella straordinaria novità rendeva inevitabilmente il ricordo altro da una scrittura femminile privata; voleva alludere di fatto, pur fra scarti e parzialità, a una biografia finalmente collettiva, di donne di uomini, a un intreccio di volontà, di riflessioni, di obiettivi e di progetti, in un intreccio di gratitudini».

Tra queste donne, in questo intreccio di volontà, di riflessioni e progetti ci sono anch’io, in una relazione politica maturata dopo il prezioso primo personale incontro nella Lega Democratica, insieme a molte amiche e amici della Rosa Bianca, che mi/ci consentono di affermare che di questa straordinaria vicenda umana, della ricca vita di Paola Gaiotti de Biase abbiamo fatto parte, facciamo parte anche noi. Almeno per un buon tratto di strada, quel passaggio epocale per lei e per noi che fu il decennio tra il 1974/75 e il 1986/87, scandito dalla vivace esperienza comune della Lega Democratica.

Un periodo troppo spesso associato agli “anni di piombo”, con al centro il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, a cui Paola Gaiotti dedica il capitolo più lungo delle sue memorie (ben oltre 50 pagine), ma che lei vuole ricordare non solo per violenza e terrorismo, ma anche per tutte le speranze di miglioramento di una società sclerotizzata, un periodo anche di grandi riforme scolastiche, sanitarie, di affermazione dei diritti della persona, delle donne, del lavoro e di partecipazione civile.

Qui si colloca il nostro impegno comune nell’associazione Lega Democratica che, come annota anche Vincenzo Passerini nel suo ricordo di Paola Gaiotti, fu «una straordinaria occasione di lavoro intellettuale collettivo, di amicizie e di incontri, di crescita personale e di amarezze, qualcosa che ha segnato per sempre le nostre vite, le nostre relazioni, i nostri sentimenti, vorrei dire il nostro stare al mondo insieme, nella realtà concreta del nostro paese in quella fase della sua storia» (Passare la mano, p. 156).

Per noi 25/30enni di allora un luogo di formazione personale e politica, una palestra di allenamento della mente e di apprendimento dei linguaggi della politica, quella “alta” come amava definire e scrivere la stessa Gaiotti, di misurazione con i principi di realtà è al contempo con quelli del “non appagamento”, di confronto serrato con degli adulti/adulti, spesso dell’età dei nostri genitori, nel caso di Paola e del caro tanto amato Angelo Gaiotti anche più grandi dei miei, che si mettevano al nostro fianco, ascoltandoci, dandoci credito, lasciandosi criticare, persino attaccare, con franchezza e mitezza, al contempo esigendo da noi serietà, impegno e responsabilità.

Ciò avvenne in maniera più forte e intensa nel periodo in cui con Fulvio De Giorgi e Beppe Tognon, due coetanei, con i quali venni eletta nella Giunta della Lega democratica in rappresentanza dei più giovani. Tutti intorno a un tavolo, a discutere di politica, economia, finanza, lavoro, diritti, pace e tanto altro ancora, alla pari con Pietro Scoppola, Achille Ardigò, Roberto Ruffilli, Nicola Lipari, Paolo Giuntella, Roberto Pertile, Livio Pescia e tutti gli altri componenti e/o invitati all’incontro.

Essendo poi Paola e io le uniche donne presenti e partecipanti, si creò un rapporto più stretto tra noi, rafforzatosi nel periodo della sua Presidenza, durante il quale potei condividere con lei anche la comune passione e l’impegno “con e per” i movimenti delle donne (che in quella sede appassionava, per la verità, solo Ardigò!), nonché in seguito, per molto tempo anche dopo la fine della Lega Democratica, il complicato percorso di ricerca del femminismo cristiano, del quale Paola Gaiotti era stata tra le prime autorevoli studiose.

Dovremo trovare tempi e modalità per approfondire il racconto di questa comune esperienza, attingendo a tutto il contributo di interventi e relazioni che questa donna autorevole ci ha regalato all’interno delle scuole di formazione della Lega Democratica, alla corrispondenza personale intercorsa, ai suoi articoli sulla rivista Appunti di cultura politica che l’hanno vista tra le promotrici, la cui nascita viene associata nelle memorie al giorno del rapimento di Aldo Moro.

«Non è una giornata che io possa dimenticare il 16 marzo 1978. Per il pomeriggio era convocato il gruppo dirigente della Lega democratica presente a Roma […] arrivai, come tutti, alla riunione sconvolta, interrogandoci sul destino di Moro, su quello di questo paese, su ciò che sarebbe avvenuto […] la nostra riunione fu piena di interruzioni, di scambi telefonici, di ricerche di informazioni. Io stessa, lo ricordo bene, riuscii a telefonare a Noretta Moro, che mi rispose direttamente al telefono, interrogandomi lei per prima con un coraggioso e imprevedibile: – Come sta Angelo, come sta Eugenio (il figlio unico di Paola)? […] Già in quel pomeriggio avvertimmo il senso della sfida radicale che avevamo davanti. Emerse in quel nostro drammatico – che fare? – come unica risposta nelle nostre mani, la decisione di far uscire una rivista. Decidemmo così di preparare immediatamente l’uscita di un organo fieramente sobrio, nel titolo e nella veste editoriale, che intendeva rilanciare il gusto della pagina pulita senza fronzoli. […] La storia dei trent’anni della testata di Appunti di cultura e politica, che ha segnato a lungo la vita quotidiana mia e di mio marito, il cui primo numero uscirà nel maggio 1978, si radica dunque lì, non coincide casualmente con i trent’anni della fine di Moro, che segnano i tempi della storia italiana, si identificano con essi in radice» (Passare la mano, pag. 177-178).

Mi sono permessa questa lunga citazione per fornire un assaggio della peculiarità del racconto di vita che è stato l’ultimo grande lascito della nostra cara Paola.

Una narrazione che non solo rivela una acuta e appassionata analisi del suo tempo presente, ma ci racconta di amicizia, amore, gioie, maternità, lotte, successi, fallimenti, studi, ricerche, scelte, nomi, volti, errori, disincanti e speranze.

Dietro questo affascinante profluvio di parole, in un italiano piacevole e non stucchevolmente dotto, si svela la tempra di una donna forte, il sorriso franco che sapeva scoppiare in una sonora risata, la dolcezza, molto nascosta, di una donna dallo spirito forte e dal cuore tenero come quello cui aspirava la nostra amata Sophie Scholl.

L’ultimo abbraccio con lei (restia alle effusioni come molte donne dei suoi anni, ma cedevole alla gioia di un rivedersi dopo lunghe assenze!) fu in occasione della presentazione del suo libro, che mi fece l’onore di poter commentare, all’interno di un ciclo di incontri dal titolo Donne nel secolo breve. Fra Chiesa, società civile e politica, organizzati a Milano nel 2011, da Rosa Bianca, Città dell’uomo, CIF Lombardia, Gruppo Promozione Donna. Tutti gruppi e realtà che l’hanno vista protagonista e che hanno con lei un grande debito di riconoscenza, tanto da poterla annoverare tra le proprie indimenticabili maestre.

Certamente questo vale per la mia vita e la mia storia. Grazie Paola.


(www.rosabianca.org, 15 luglio 2022)

di Giansandro Merli


Quasi mai gli uomini che esercitano violenza sulle donne sono degli estranei. Molto raramente si tratta di conoscenti, amici o colleghi. Nove volte su dieci, infatti, il maltrattante ha una relazione affettiva con la vittima: nel 56,7% dei casi è il partner; nel 23,1% l’ex partner, nell’11,1% un familiare. In totale fanno nove casi su dieci, con un leggero calo dell’1,5% rispetto all’anno precedente.

Sono i numeri che vengono fuori dal rapporto annuale dei centri D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) per il 2021. «Si tratta di violenze agite prevalentemente da persone in forte relazione con la donna, dirette a esercitare e a mantenere una relazione improntata al controllo e alla sopraffazione sulla partner», sostiene lo studio. I dati contenuti al suo interno non costituiscono un campione probabilistico, ma fanno riferimento alle 20.711 donne che lo scorso anno si sono rivolte a uno dei 106 centri antiviolenza che hanno partecipato alla raccolta dati. Complessivamente quelli che aderiscono alla rete sono 108.

La violenza maschile ha molte facce ed espressioni: il 77,9% è di natura psicologica; il 57,6% fisica; il 31,6% economica; il 16,1% sessuale; il 15,6% è stalking. Poco meno della metà delle donne che hanno chiesto aiuto hanno tra 30 e 49 anni. Due terzi sono disoccupate o precarie. Il maltrattante, invece, ha un’età compresa tra 30 e 59 anni nel 40% dei casi e quasi tre volte su quattro (73%) è italiano. Solo il 28% delle donne accolte nei centri decide di denunciare, sintomo della persistente «vittimizzazione secondaria» da parte delle istituzioni verso chi subisce violenza.

«Dietro ogni numero che leggete c’è una storia, la storia di ogni singola donna che crede nella possibilità di uscire dalla violenza – commenta Antonella Veltri, presidente D.i.Re – Questi numeri danno la misura del lavoro che le 2.793 attiviste, di cui solo poco più del 30% retribuite, svolgono per dare forza alle donne. Non basta approvare un Piano anti-violenza se mancano le linee guida attuative: siamo in attesa di questo, dell’impegno concreto del governo sul tema della violenza maschile contro le donne per il 2021-2023».

Quattro quinti dei centri che compongono la rete sono stati finanziati dalle regioni, la metà dai comuni e un terzo dal dipartimento per le pari opportunità. Il problema è che i fondi fluttuano nel tempo: la mancanza di stabilità rende più complicato per le diverse strutture riuscire a fare una programmazione di lungo periodo delle proprie attività. Indebolendo la presenza sul territorio di questi fondamentali presidi anti-violenza.


(il manifesto, 14 luglio 2022)

di Marinella Correggia


Negli ultimi decenni, a partire dal 1991, i pacifisti dei paesi Nato hanno considerato un esempio quegli Stati occidentali neutrali, che non bombardavano paesi in guerre di aggressione né manovravano in guerre per procura – anche se Svezia e Finlandia avevano entrambe aderito al Partenariato per la pace promosso dalla Nato nel 1994.

La svolta atlantista inaspettata di questi ultimi mesi ha indotto due organizzazioni pacifiste attive in Svezia, Svenska Fredskommittén (Comitato per la pace) e Riksföreningen Nej till Nato (Associazione nazionale No alla Nato) a scrivere ai Parlamenti degli Stati membri dell’Alleanza atlantica chiedendo che la domanda di adesione da parte del loro paese venga respinta. Ne parliamo con Ulf Sparrbåge di Nej till Nato.

Come avete motivato la vostra richiesta di tenere fuori la Svezia?

Con due ragioni forti. Primo, in questa brusca rottura della tradizionale politica svedese di non allineamento, i cittadini non sono stati interpellati; il governo sa che c’è una diffusa opposizione e ha deciso in modo affrettato, quando in precedenza il primo ministro svedese Magdalena Andersson sosteneva che i cambiamenti improvvisi sono rischiosi. In secondo luogo, l’ingresso destabilizzerebbe la regione e renderebbe il mondo più insicuro. Vista anche la collocazione geografica di Finlandia e Svezia, il loro status di neutralità in un’area cruciale fra Nato e Russia è stato un fattore stabilizzante, ininterrottamente, per tutte le parti. È incomprensibile che si voglia far franare tutto questo.

La domanda di adesione di Stoccolma all’Alleanza atlantica è del 2022, ma Nej till Nato nasce nel 2014…

Sì. Fu quando il nostro paese firmò un accordo che permetteva alla Nato di condurre esercitazioni congiunte sul territorio svedese e ai paesi membri dell’Alleanza di dispiegare truppe in Svezia in risposta a presunte minacce alla sicurezza nazionale. Fu un fulmine a ciel sereno, un anno dopo le elezioni, senza tempo per informare, studiare le conseguenze. Dal 2014 protestiamo nelle strade, raccogliamo firme, prendiamo parte a dibattiti, distribuiamo volantini, scriviamo articoli. Ma ci sono anche divisioni nel mondo pacifista. E non c’è ricambio generazionale. I giovani non sembrano molto attratti dall’attivismo anti-guerra…

A maggio la Svezia ha firmato la domanda, il 5 luglio i membri dell’Alleanza hanno firmato i protocolli per l’adesione di Svezia e Finlandia ed è iniziato così il processo di ratifica che potrebbe concludersi in 6-8 mesi. Cosa pensate di fare?

La situazione è pessima. Comunque sono circa 40 le organizzazioni che lavorano per fermare questa marcia. E se la Svezia entrerà, ebbene continueremo a lottare. Per l’uscita. Come fate voi.

I partiti politici e la popolazione non temono l’impiantarsi di basi Nato e Usa, e la conseguente partecipazione diretta a conflitti all’estero?

Ormai solo due partiti sono contrari. Rappresentano insieme il 15% dei voti in Parlamento. Il Miljöpartiet (partito verde) e il Vänsterpartiet (sinistra). Chiedono di aspettare almeno fino all’esito delle elezioni di settembre per il rinnovo del Parlamento. In precedenza, nel paese la stragrande maggioranza era per la neutralità. È difficile interpretare il pensiero degli svedesi a proposito della Nato. Va detto che i media sono un grande problema. La copertura della crisi/guerra in Ucraina è sbilanciata in modo eclatante.

Ci sono ancora in Occidente paesi neutrali (Svezia e Finlandia, poi Austria, Svizzera, Irlanda, Moldavia, Serbia, Malta, la stessa Ucraina…). Se, per (improbabilissima) ipotesi, questa lista si allungasse, aiuterebbe la pace?

I paesi non allineati servono a controbilanciare le alleanze militari. E possono mostrare che le controversie vanno risolte sui tavoli negoziali. Piccoli e grandi Stati dovrebbero formare una rete di paesi militarmente non allineati, i quali lavorano affinché la guerra non sia mai più un meccanismo di risoluzione dei conflitti.

Era la proposta, tanti decenni fa, dell’economista indiano J. C. Kumarappa. E invece, dopo il vertice di Madrid lo scorso giugno, la Nato rafforzata che farà?

È un’alleanza che ha già una storia aggressiva, non certo di difesa. Lavorerà per espandersi a Est, anche in Asia. Ha puntato la Cina come il grande problema, insieme alla Russia naturalmente. La vediamo così: la Nato è il braccio militare degli Stati uniti e serve i loro interessi geopolitici, da difendere anche a mano armata, se occorre. Lavora in due modi. L’attore bellico a seconda dei casi può essere la Nato o suoi singoli Stati membri. E tutto ciò è reso possibile dal fatto che i leader europei sono deboli, molto deboli.

Nella guerra in corso la Nato agisce, oltre che politicamente, inviando armi a Kiev. Molti pacifisti ma anche analisti di diversi paesi sostengono che, senza questa fornitura militare, si sarebbero salvate molte vite perché sarebbe stato più facile condurre entrambe le parti a negoziare, sulla base degli accordi di Minsk. Che ne pensate?

È certamente un grande errore armare l’Ucraina. Prolunga la guerra, allontana il negoziato, aumenta le sofferenze e le vittime. Pochi vogliono ammettere che sulla pelle degli ucraini si gioca una guerra per procura fra Stati uniti e Russia. L’Ucraina, terra di frontiera, è il pedone da sacrificare, come nel gioco degli scacchi. Gli accordi di Minsk? La maggior parte dei giornalisti nemmeno li conosce. Eppure sarebbero il migliore punto di partenza per il peace building.

E la resa svedese alle richieste della Turchia di Erdogan?

Nel nostro paese ci sono molti curdi, in gran parte rifugiati. Era stato dato loro un porto sicuro. Adesso tutto cambia, è come un tradimento. E tradendo i principi non si ottiene rispetto nel mondo.


(il manifesto, 13 luglio 2022)


Leah Elliott è una fumettista e attivista per i diritti digitali: adora i melograni, i muffin ai semi di papavero e la democrazia e ha creato il fumetto “Contra Chrome” per spiegare come nell’ultimo decennio il browser più diffuso al mondo sia diventato una minaccia tanto per la privacy degli utenti quanto per gli stessi processi democratici.

“Contra Chrome” è un riarrangiamento del fumetto “Chrome” commissionato da Google a Scott McCloud nel 2008, e presenta la trasformazione di questo browser in uno degli strumenti di sorveglianza più utilizzati al mondo, mettendone a nudo i funzionamenti che non conosciamo.

Lo abbiamo tradotto in italiano a beneficio di tutti coloro che sono sensibili alle problematiche della privacy.

Buona lettura di una storia di formiche digitali, specchi semitrasparenti, rane bollite, piranha vegani e tutto quello che avreste voluto sapere su Chrome e non avete mai osato chiedere.


Di seguito i link per

scaricare il fumetto: https://copernicani.it/wp-content/uploads/2022/07/ContraChrome_IT_final.pdf

-consultarlo online: https://issuu.com/copernicani/docs/contrachrome_it_final


(copernicani.it, 13 luglio 2022)

di Fabrizio Battistelli


[…] Prendere posizione sui temi strategici, in Italia, sembra più complicato per i politici che per i semplici cittadini, che dimostrano di avere le idee chiare. Ovunque gli atteggiamenti della popolazione mostrano stabilità e coerenza, oltre a una percezione della realtà che ha poco da invidiare a quella dei governi. Nel gennaio 2022 alla domanda dell’European Council on Foreign Relations circa l’eventualità di un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 52% degli europei la percepiva molto o abbastanza probabile.

Una conferma dell’intelligenza dei cittadini è fornita dalle rilevazioni di Difebarometro effettuate per anni da Archivio Disarmo in collaborazione con Swg. Fin dalle prime ricerche risalenti agli Euromissili negli anni Ottanta del Novecento, campioni rappresentativi dell’opinione pubblica italiana davano riposte articolate che rispecchiavano un’avanzata capacità di giudizio. Ad esempio il dissenso su specifiche scelte come quella di installare sul territorio italiano i missili americani Pershing e Cruise in risposta agli SS20 sovietici non metteva in discussione la convinta appartenenza della maggioranza degli italiani all’Alleanza Atlantica. Altrettanto interessanti, nel 2003, i giudizi sull’imminente intervento militare americano in Iraq, giustificato da Bush junior con la necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein.

Come e più della popolazione di altri Paesi europei, 2 italiani su 3 non credevano a questa giustificazione, né a quella che si appellava alla lotta contro il terrorismo internazionale. Oggi nell’opinione pubblica italiana, in sintonia con i maggiori Paesi europei, le grandi opzioni di fondo come l’identità occidentale e la scelta di campo per la democrazia e per una società di mercato regolata dallo Stato di diritto e socialmente riequilibrata dal welfare, sono confermate senza problemi da pressoché tutte le rilevazioni ‘generaliste’, come il sondaggio semestrale della Commissione Europea Eurobarometro.

Così è anche per le rilevazioni dedicate alla guerra in Ucraina. I dati di tre fra i principali istituti demoscopici italiani che abbiamo posto a confronto evidenziano che la condanna per l’invasione operata dalla Russia è netta e la simpatia per il governo russo che l’ha perpetrata è irrisoria. La giustificazione dell’invasione russa è circoscritta a un modesto 12% del totale degli intervistati, per la metà esatta costituito da simpatizzanti di destra e centro destra e solo per il 10% da sinistra e centrosinistra (Swg 23-25 marzo 2022).

La consapevolezza della giusta causa della difesa ucraina nei confronti dell’aggressione russa non impedisce alla maggioranza degli italiani di manifestare per la guerra e per le sue conseguenze una preoccupazione molto elevata che, dai picchi iniziali (tra l’86 e il 96%) di inizio marzo, nei 4 mesi successivi si è stabilizzata intorno all’80%. Una percentuale, che nei dati Ipsos sfiora la maggioranza assoluta, ritiene che l’Italia non dovrebbe intervenire militarmente, mentre un terzo circa ritiene il contrario, con al proprio interno un’esigua quota (4-6%) disponibile a inviare truppe e un 30% a inviare armi ed equipaggiamenti.

Più alti i valori rilevati da Swg (40%) ed Emg (30%), che tuttavia rimangono sempre minoranza. Con l’esplicito favore del governo Draghi e delle forze che lo sostengono (parziale eccezione la Lega e i 5stelle) l’invio di armi costituisce il principale nodo nell’ambito della politica interna. Dal punto di vista demoscopico, invece, esso rappresenta un indicatore decisivo circa la natura della solidarietà come la concepiscono gli italiani. Le accuse di egoismo implicite in numerosi commenti, se non addirittura di defezione nei confronti della causa comune, appaiono ingenerose se si considera la disponibilità, espressa nei medesimi sondaggi, a sostenere significativi sacrifici.

Nonostante i cittadini abbiano ben chiari i costi economici implicati dalle sanzioni nei confronti della Russia (citate come la più rilevante causa di preoccupazione) una netta maggioranza si dichiara favorevole alle sanzioni stesse. Un’indubbia prova di altruismo a fronte dell’eventualità (una certezza) che le sanzioni poste alle importazioni energetiche dalla Russia rappresentino un serio costo anche per chi le attua. Dunque, rispetto alla linea del governo di sostegno alla resistenza ucraina il principale oggetto di dissenso da parte dell’opinione pubblica riguarda specificamente l’aspetto militare.

La diffidenza verso l’uso della forza da parte dei nostri concittadini è un dato permanente, regolarmente confermato nei decenni. Contrariamente a quanto consigliato da qualche spin doctor, esso non può essere esorcizzato con espedienti comunicativi. Piuttosto che ricorrere ai luoghi comuni sul ‘carattere’ degli italiani, bisogna prendere atto dell’esistenza del pacifismo come connotato strutturale nella cultura antropologica nazionale.


*Fabrizio Battistelli è sociologo, presidente di Iriad-Archivio Disarmo


(Avvenire, 13 luglio 2022)


Lo psichiatra David Bell, ex presidente della British Psychoanalytic Society, è stato a lungo dirigente della Tavistock Clinic di Londra, la più grande clinica inglese specializzata nel cambio di sesso dei minori. Bell ha compilato un rapporto in cui si riportavano le preoccupazioni di molti medici per il modo in cui si trattavano i minori. Un rapporto che gli è costato un’azione disciplinare, cui hanno fatto seguito le dimissioni. Era una questione di coscienza. «Non potevo andare avanti così… non potevo più vivere così, sapendo del cattivo trattamento che viene riservato ai bambini». E invece è toccato a lui difendersi. Adesso Bell è tra i firmatari di un appello sul settimanale francese le Point e sul quotidiano belga le Soir di centinaia di studiosi e intellettuali (la femminista Elisabeth Badinter, il filosofo Rémi Brague, la politologa Chantal Delsol, l’ex presidente del Comitato di bioetica Didier Sicard e tanti altri) contro l’ideologia transgender nei bambini: «Noi scienziati, medici e studiosi delle scienze umane e sociali, facciamo appello ai media per presentare studi seri e scientificamente accertati riguardanti il “cambiamento di genere” dei bambini nei programmi destinati a un vasto pubblico», si legge. «Bambini e adolescenti vengono esibiti in programmi con i genitori per mostrare quanto sia benefico il cambiamento di genere senza che nessuno esprima la minima riserva o fornisca dati. Gli scienziati critici vengono insultati. Questi programmi ripetitivi hanno un effetto di indottrinamento sui giovani e i social lo accentuano. Ci opponiamo fermamente all’affermazione che donne e uomini siano semplicemente costrutti sociali. Non puoi scegliere il tuo sesso e ce ne sono solo due». Appello quanto mai urgente, visti la Ley Trans appena approvata in Spagna e l’iter avviato in Germania. Uno scandalo medico e culturale su cui bisogna tenere aperto il dibattito.


(Il Foglio, 12 luglio 2022)

di Luciana Capretti


«Il mondo occidentale è sotto ipnosi», conclude salutandomi. […]

A Ostuni Oliver Stone ha voluto ripresentare il suo film W, del 2008, sul presidente George W. Bush: gli chiediamo perché proprio quello fra i tanti. «Perché segna un momento decisivo della storia americana. Quando Donald Trump era presidente, la gente diceva “È il peggiore presidente degli Stati Uniti” e io rispondevo: “Mettete le cose in prospettiva”. Cosa ha fatto Trump a paragone di quello che ha fatto Bush al paese e alla Costituzione? Non solo è andato in guerra in Iraq senza il permesso delle Nazioni Unite, illegalmente, ma ha anche creato prigioni segrete, campi di detenzione, Guantanamo, intercettato praticamente l’intera popolazione americana.

Crimini per i quali sarebbe dovuto finire in cella insieme a Dick Cheney e Rumsfeld. Ma L’America perdona e dimentica. Nel mio film i dialoghi sono basati su frasi che Bush ha detto veramente, magari non le ha dette in quel luogo e in quel momento, ma le ha dette. E sono frasi incredibili. Questi personaggi siedono intorno a un tavolo e decidono il destino del mondo come se fosse tutto sotto il loro controllo. Ci dobbiamo veramente chiedere come questo Paese, con questa leadership, e questo sistema elettorale elegga i suoi rappresentanti».

Lei ha detto che quel momento è stato decisivo. Perché?

«L’America ha stabilito la tonalità della guerra. Andiamo in guerra in qualsiasi circostanza ci sembri importante per noi. In Iraq, in Afghanistan.

Abbiamo dichiarato guerra al terrore ed è stato un assoluto disastro in termini di morti in tutto il mondo, abbiamo portato tensione e militarizzazione in così tanti Paesi in Medioriente e Asia ma continuiamo, e ora combattiamo contro la Russia. Questa è una guerra provocata, la Russia è stata provocata a invadere, è quello che volevamo e ha funzionato.

Gli Stati Uniti sentono di avere il diritto di dire al resto del mondo cosa deve fare. Lo chiamiamo “ordine internazionale”. Peraltro il comparto militare assorbe più del 50% del nostro denaro. Non ci prendiamo cura della popolazione perché dobbiamo pagare la militarizzazione della nostra società, che è aumentata con la National Security, e le agenzie di intelligence. È un business enorme e difficile da fermare, solo un presidente forte come Kennedy ce la farebbe. Bisognerebbe farlo e cercare di non farsi assassinare».

[…]


(https://lavocedinewyork.com/, 10 luglio 2022)

di Stefano Sarfati Nahmad


Era gennaio 2009, suona il telefono: “Pronto, sono Lisetta Carmi, Stefano? Ho letto il tuo articolo sul Manifesto Ascolta Israele e volevo dirti che mi è piaciuto molto”.
Era la voce di una persona già di una certa età, sicura di sé e quello che mi stava offrendo non era un apprezzamento ma un’autorevole approvazione.
Mi disse che anche lei era di origine ebraica e che come me era assolutamente indignata dalla politica israeliana.
Ci incontrammo a Milano e mi raccontò la storia della sua vita, che da ragazza aveva studiato il pianoforte ad alto livello facendo anche concerti, ma che poi l’aveva abbandonato per la passione politica; che aveva fatto la fotografa; che in India il suo maestro Babaji le aveva detto che doveva aprire un ashram a Cisternino, cosa che infatti fece. Ricordo che mi sembrò strano dall’India andare proprio a Cisternino, provai anche a chiedere una spiegazione ma il suo era il linguaggio mistico indiano non razionale occidentale così rinunciai.
La rividi una seconda volta a Cisternino, un’estate che ero in vacanza in Puglia. Parlando con lei cercavo i segni della fotografa dei travestiti dei vicoli di Genova, ma oramai parlava più come un santone indiano, diceva di aver vissuto diverse vite.
Ho capito dopo che quella telefonata nel gennaio del 2009, in cui parlava la Lisetta dell’impegno politico, arrivava da una vita precedente.


(libreriadelledonne.it, 10/7/2022)

di Jia Tolentino


All’inizio di maggio, dopo la pubblicazione di una bozza della sentenza della corte suprema che ribaltava il precedente stabilito nella causa Roe contro Wade del 1973, negli Stati Uniti è riapparso uno slogan: “Non torneremo indietro”. È stato intonato durante le manifestazioni, in modo provocatorio ma anche un po’ ingenuo, visto che viviamo chiaramente in un’epoca di repressione e regressione, in cui quello all’aborto non è l’unico diritto che sta scomparendo.

Ora che la sentenza è arrivata, con la corte che ha annullato il diritto costituzionale a interrompere una gravidanza e ha dato il via libera a leggi restrittive in venti stati, lo slogan suona quasi scollegato dalla realtà. Un’indicazione, forse, di quanto sia diventato difficile cogliere il potere e l’estremismo di destra dell’attuale corte suprema. Il sostegno dell’opinione pubblica all’aborto non è mai stato così alto, con più di due terzi degli statunitensi contrari alla cancellazione della sentenza Roe. Nonostante questo, alcuni parlamentari repubblicani hanno fatto sapere che se il loro partito dovesse arrivare a controllare le due camere del congresso e la presidenza, cercheranno di far approvare una legge federale che proibisca l’aborto. Chi resterà incinta d’ora in poi dovrà accettare il fatto che metà del paese è nelle mani di politici convinti che le donne non sono persone a tutti gli effetti, non sono autonome. Che se sei incinta hai il dovere legale e morale di portare avanti la gravidanza e, con ogni probabilità, garantire una ventina d’anni o più di assistenza a tuo figlio, indipendentemente dalle conseguenze permanenti e potenzialmente devastanti che tutto questo avrà sul tuo corpo, il tuo cuore, la tua mente, la tua famiglia, la tua capacità di sfamarla, i tuoi progetti, le tue aspirazioni, la tua vita.

“Non torneremo indietro” è un grido di battaglia inadeguato, ma è vero per un aspetto: il futuro in cui ormai abitiamo non somiglierà al passato prima della sentenza Roe, quando le donne abortivano – e a volte morivano – clandestinamente. Il pericolo principale oggi risiede altrove ed è probabilmente più grave. Siamo entrati in un’era non solo di aborti rischiosi ma di sorveglianza diffusa e criminalizzazione da parte dello stato, sia delle donne incinte sia anche di medici, farmacisti e operatori delle cliniche, volontari, amici e familiari, di chiunque entri in contatto con una gravidanza che non si conclude con un parto. Chi è convinto che la sentenza non cambierà molto le cose – lo pensano persone di entrambi gli schieramenti politici – non si rende conto di come le crociate antiabortiste in singoli stati abbiano già trasformato la gravidanza in una punizione, e di quanto la situazione sia destinata a peggiorare.

Dati pericolosi

Negli stati in cui l’aborto è stato o sarà presto vietato, qualsiasi interruzione di gravidanza anticipata può essere ora considerata un reato. La cronologia delle ricerche su internet, i messaggi, i dati sulla posizione e sui pagamenti, le informazioni delle app di monitoraggio del ciclo: se pensano che l’interruzione di gravidanza sia stata deliberata, i procuratori possono accedere a queste informazioni. E anche se non si riuscirà a provare che c’è stato un aborto volontario, il solo fatto di subire un processo sarà una punizione per le persone indagate, che saranno considerate responsabili di qualunque cosa emerga dal procedimento.

Cinque anni fa Latice Fisher, madre nera di tre figli che guadagnava 11 dollari all’ora come operatrice radio della polizia in Mississippi, ha avuto un aborto spontaneo in casa, intorno alla trentaseiesima settimana di gestazione. Quando è stata interrogata, ha ammesso che non voleva più bambini e non sarebbe riuscita a prendersi cura di altri figli. Ha consegnato il suo telefono agli investigatori, che lo hanno setacciato e hanno trovato ricerche relative al mifepristone e al misoprostolo, le pillole per l’aborto farmacologico.

Questi farmaci sono uno dei motivi per cui non torneremo all’era delle grucce di metallo. Possono essere prescritti online e spediti per posta. Con una dose in più, la loro efficacia nell’interrompere una gravidanza fino all’undicesima settimana (il limite in cui avviene il 90 per cento degli aborti negli Stati Uniti) va dal 95 al 98 per cento. Già più della metà di tutti gli aborti del paese sono farmacologici. In diciannove stati i medici non possono prescrivere questi farmaci online, ma le donne possono chiedere aiuto a medici di altri stati o di altri paesi.

Non c’erano prove che Latice Fisher avesse preso una pillola abortiva. Ha detto di aver avuto un aborto spontaneo, un evento che negli Stati Uniti si verifica in una gravidanza su 160. Nonostante questo è stata accusata di omicidio di secondo grado e trattenuta per settimane con una cauzione fissata a centomila dollari. Alla fine è stata scagionata, ma il suo calvario è durato più di tre anni.

Negli stati proibizionisti ordinare le pillole abortive potrebbe diventare illegale (il Missouri sta pensando di equiparare la spedizione e la consegna di queste pillole al traffico di droga, mentre la Louisiana ha appena approvato una legge per criminalizzare il loro invio a chi risiede nello stato, con pene fino a sei mesi di reclusione). In molti casi, per evitare di violare la legge, una donna dovrebbe andare in uno stato dove l’aborto è legale, chiedere una consulenza online lì e poi ricevere le pillole in quello stato. In Texas molte donne hanno scelto un’opzione più rischiosa ma più semplice: andare in Messico e comprare le pillole in farmacie non autorizzate, dove potrebbero ricevere consigli sbagliati sul loro uso. Alcune donne che non hanno la libertà o i soldi per andare fuori dal loro stato, ordineranno i farmaci senza sapere esattamente quanto sono avanti nella gravidanza. Le pillole sono sicure ed efficaci, ma le pazienti devono poter essere seguite da un medico prima e dopo la loro assunzione. Le donne che vivono negli stati proibizionisti e vorranno rivolgersi a un medico dopo un aborto autogestito dovranno scegliere tra rischiare la libertà o la salute.

Negli Stati Uniti gli aborti procurati e quelli spontanei sono circa un milione all’anno, e spesso i due eventi sono clinicamente indistinguibili. Per questo gli stati con le leggi più restrittive hanno tutto l’interesse a distinguerli. Alcuni hanno già gettato le fondamenta per la creazione di database governativi di donne incinte che potrebbero cercare di abortire. Nel 2021 l’Arkansas ha approvato una legge che impone a chi vuole abortire di chiamare un numero verde statale e a chi pratica aborti d’inserire tutte le pazienti in un database con un numero identificativo univoco. Da allora altri sei stati hanno approvato o proposto leggi simili. I call center sono in genere gestiti da centri associati a organizzazioni cristiane, che spesso si spacciano per cliniche dove si può abortire, non forniscono assistenza sanitaria e consigliano appassionatamente alle donne di non interrompere la gravidanza. Negli Stati Uniti questi centri sono già tre volte più numerosi delle cliniche che praticano l’aborto e, a differenza degli ospedali, non sono tenuti a proteggere la privacy delle persone che si rivolgono a loro. Sono in grado di raccogliere dati – nomi, luoghi, dettagli sulla famiglia, informazioni sulla storia medica e sessuale – che possono usare contro chi li contatta in cerca di aiuto.

I prossimi bersagli

Se resti incinta, il tuo telefono generalmente lo sa prima di molti dei tuoi amici. L’intera economia di internet si basa sul meticoloso monitoraggio degli acquisti e dei termini di ricerca degli utenti. In futuro si diffonderanno leggi modellate su quella del Texas, che incoraggia i privati a denunciare chiunque faciliti un aborto, dando agli auto-proclamati vigilantes tutti gli strumenti per tracciare e identificare le persone sospette. Di recente una giornalista di Vice ha comprato per 160 dollari un insieme di dati sulle visite fatte in più di seicento cliniche di Planned parenthood, un’organizzazione per la pianificazione familiare che aiuta anche le donne a interrompere le gravidanze.

Alcuni intermediari vendono dati che consentono di tracciare i viaggi da e verso qualsiasi luogo, per esempio una clinica che pratica aborti in un altro stato. In Missouri un parlamentare ha proposto una norma che consentirebbe ai cittadini di denunciare chiunque aiuti una residente dello stato ad abortire oltre confine. Come nel caso della legge texana, chi denuncia con successo ha diritto a una ricompensa di diecimila dollari. Ricorda il Fugitive slave act del 1793, una legge che permetteva ai proprietari di denunciare gli stati dove si erano rifugiati gli schiavi fuggiti. Per ora l’obiettivo delle taglie sono le persone che praticano aborti, non chi abortisce, ma presto le cose potrebbero cambiare. Il Connecticut, uno stato con norme progressiste sul tema, ha approvato una legge che vieta alle agenzie locali di collaborare nei procedimenti giudiziari aperti in altri stati su casi di aborto e protegge le cartelle cliniche delle pazienti arrivate da oltreconfine. Altri stati progressisti seguiranno questo esempio. Se gli stati proibizionisti non possono citare in giudizio i medici che operano fuori del loro territorio, e se le pillole abortive inviate per posta rimarranno difficili da rintracciare, gli unici bersagli possibili saranno i sostenitori dell’aborto e le donne che cercano di interrompere una gravidanza.

The Stream, una pubblicazione cristiana conservatrice, ha recentemente proposto la custodia psichiatrica obbligatoria per le donne che abortiscono. A maggio in Louisiana è stata proposta una legge che consentirebbe a chi ha abortito di essere accusata di omicidio. La proposta è stata ritirata, ma la minaccia era chiara.

Il concetto teologico che considera il feto una persona è una delle dottrine fondanti del movimento antiabortista. Le ramificazioni legali di questa idea – compresa la possibilità che siano classificati come strumenti di omicidio la fecondazione in vitro, la spirale e la pillola del giorno dopo – sono sconfinate e molto più estreme di quelle che anche l’americano medio contrario alle interruzioni di gravidanza è disposto ad accettare. Tuttavia, il movimento antiabortista sta spingendo apertamente per fare in modo che questo concetto diventi il fondamento della legge sull’aborto negli Stati Uniti.

Nuovi reati

Se un feto è una persona, si può inventare un quadro giuridico che richiede a una donna che lo porta in grembo di fare tutto ciò che è in suo potere per proteggerlo, compreso accettare di morire. Non esiste un altro obbligo come questo nella società statunitense, che invece concede ai poliziotti la libertà di stare a guardare mentre dei bambini vengono uccisi dietro una porta chiusa a chiave (come è successo durante la strage di Uvalde, in Texas). Leggi che considerano il feto una persona sono state approvate in Georgia e Alabama e a questo punto è improbabile che siano considerate incostituzionali. Leggi simili giustificano la criminalizzazione su vasta scala della gravidanza, in base alla quale le donne possono essere arrestate, detenute e costrette a subire l’intervento dello stato per aver intrapreso azioni potenzialmente dannose per il feto.

Negli ultimi quarant’anni questa linea è stata sperimentata di continuo, in particolare sulle minoranze a basso reddito. La National advocates for pregnant women – l’organizzazione che ha offerto una difesa legale nella maggior parte dei casi citati in questo articolo – dal 1973 al 2020 ha documentato quasi 1.800 casi di procedimenti giudiziari o interventi forzati collegati a una gravidanza, ma probabilmente sono molti di più.

Finora la maggior parte dei procedimenti giudiziari collegati a una gravidanza ha ruotato intorno all’uso di sostanze stupefacenti. Le donne incinte che ne consumavano o cercavano terapie per le dipendenze sono state accusate di abuso di minore, negligenza, somministrazione di droghe a un minore, aggressione con un’arma letale, omicidio colposo e omicidio. Di recente c’è stata una serie di assurdi processi in Oklahoma, in cui donne che facevano uso di sostanze sono state accusate di omicidio colposo per aver avuto un aborto spontaneo prima della viabilità fetale (il momento a partire dal quale il feto può sopravvivere fuori dall’utero). In Wisconsin la legge statale consente già ai tribunali dei minori di prendere in custodia un feto, cioè una donna incinta, per proteggerlo, provocando ogni anno la detenzione e il trattamento forzato di quattrocento donne in base al sospetto che possano fare uso di sostanze vietate. Una proposta di legge del Wyoming creerebbe una categoria specifica di reati legati all’uso di stupefacenti durante la gravidanza.

Il movimento che si batte per la libertà di scelta delle donne ha in gran parte ignorato la crescente criminalizzazione della gravidanza. Molte persone che sostengono il diritto all’aborto hanno tacitamente accettato che negli stati conservatori le donne povere e appartenenti alle minoranze perdessero l’accesso all’aborto molto prima della decisione della corte suprema, nella speranza che le migliaia di donne che rischiavano l’arresto per una gravidanza, un aborto spontaneo, la nascita di un feto morto o perfino un parto normale fossero solo un’anomalia. Si sbagliavano. E, come ha notato di recente la giornalista Rebecca Traister, il divario tra la classe privilegiata e tutte le altre cresce ogni giorno.

Responsabilità esclusiva

La gravidanza è almeno trenta volte più pericolosa dell’aborto. Uno studio ha stimato che un divieto nazionale porterebbe a un aumento del 21 per cento delle morti legate a una gravidanza. Alcune delle donne che moriranno a causa del divieto sono incinte in questo momento. La loro morte non sarà la conseguenza di procedure clandestine ma di una silenziosa negazione delle cure: interventi ritardati, desideri disattesi. Moriranno di infezioni, di preeclampsia, emorragia, perché saranno costrette a sottoporre il loro corpo a gravidanze che non hanno mai voluto, e non sarà difficile per il movimento antiabortista accettare queste morti come una tragica, perfino nobile, conseguenza dell’essere donne.

Nel frattempo i divieti danneggeranno e metteranno in pericolo molte donne che vogliono portare a termine la gravidanza ma che incontrano complicazioni. I medici degli stati proibizionisti hanno già cominciato a rifiutare di assistere le donne che hanno un aborto spontaneo, per paura che il trattamento possa essere classificato come aborto volontario. A una donna del Texas hanno detto che doveva guidare per quindici ore fino al New Mexico per intervenire su una gravidanza extrauterina, che per definizione non può essere portata avanti ed è sempre pericolosa per la madre. Il misoprostolo, una delle pillole abortive, è prescritto di routine per la gestione dell’aborto spontaneo, perché induce l’utero a espellere il tessuto rimanente. I farmacisti texani, temendo di dover affrontare conseguenze legali, già rifiutano di prescriverlo. Se un aborto spontaneo non viene portato a termine in modo sicuro, le donne rischiano – senza contare il danno emotivo – la perforazione dell’utero, danni ad altri organi, infezioni, infertilità e la morte.

La maggior parte degli aborti spontanei è causata da fattori al di fuori del controllo della madre: malattie, irregolarità della placenta o dell’utero, anomalie genetiche. Ma il trattamento riservato alle donne incinte in questo paese fa già sentire molte di loro direttamente ed esclusivamente responsabili della sopravvivenza del feto. Gli viene detto di evitare alcol, caffè, retinolo, tacchino, formaggi non pastorizzati, bagni caldi, esercizio fisico intenso, farmaci per cui non serve prescrizione o che prendono da anni. E si ignorano i fattori strutturali che aumentano la probabilità di un aborto spontaneo: la povertà, l’esposizione a sostanze chimiche, i turni di lavoro notturni.

Mezzo secolo fa il movimento contro l’aborto era dominato da cattolici progressisti, contrari alla guerra e favorevoli al welfare. Oggi il movimento è conservatore, evangelico e determinato, formato soprattutto da persone che non sono per niente interessate a chiedere un sostegno pubblico e strutturale alla vita umana una volta che ha lasciato l’utero. La studiosa Mary Ziegler ha recentemente osservato che gli antiabortisti di oggi considerano le “strategie dei decenni precedenti codarde e controproducenti”. Negli ultimi quattro anni undici stati hanno approvato divieti che non prevedono eccezioni per i casi di stupro o incesto, una posizione estrema che prima sarebbe stata impensabile.

In Texas bambine di nove, dieci e undici anni, che ancora non capiscono cosa sono il sesso e gli abusi, affrontano la gravidanza e il parto forzati dopo essere state violentate. Alle donne che si presentano al pronto soccorso durante un aborto spontaneo è negato il trattamento per la sepsi perché il cuore dei loro feti non si è ancora fermato. Persone di cui non sentirete mai parlare trascorreranno il resto della loro vita cercando, senza riuscirci, di garantire stabilità a un primo o a un quinto figlio del quale sapevano di non essere in grado di prendersi cura.

Di fronte a tutto questo c’è stato troppo pudore, anche nello schieramento di chi è favorevole alla libertà di scelta. In generale si considera l’aborto una sfortunata necessità, e spesso chi accetta la scelta non s’interessa dell’assistenza a chi abortisce, enfatizza i diritti riproduttivi invece della giustizia riproduttiva. Questo atteggiamento ci ha portato fin qui. Non stiamo tornando all’era precedente alla sentenza Roe, e non dovremmo voler tornare all’era successiva, che è stata meno triste di quella attuale ma non è mai stata abbastanza buona. Dovremmo chiedere di più e saremo costrette a farlo. Se vogliamo avere anche solo una possibilità di vivere un giorno in un posto migliore, dovremo difendere incondizionatamente l’aborto come prerequisito necessario per la giustizia e la parità di diritti.


(The New Yorker, Internazionale n. 1467, 1 luglio 2022)

di Franca Fortunato


In ricorrenza della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui la mafia uccise il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, Graziella Proto direttora della rivista Le Siciliane, Nadia Furnari co-fondatrice dell’Associazione Antimafie Rita Atria e Giovanna Cucé giornalista Rai hanno pubblicato il libro Io sono Rita. Rita Atria: la settima vittima di Via d’Amelio, edito da Marotta &Cafiero. Tre donne di generazioni diverse, accomunate dal desiderio di trovare risposte al dubbio che quello della testimone di giustizia Rita Atria non sia stato un suicidio, come è stato derubricato e archiviato troppo in fretta. Un libro-inchiesta che indaga sulla morte della diciassettenne che il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la morte di Borsellino, per lei come un padre, si è buttata dal balcone dell’appartamento dove da pochi giorni era stata trasferita dall’Alto Commissario dell’Antimafia che ne aveva la tutela, da quando dalla Sicilia era stata portata a Roma, in località protetta, sotto falso nome. Le tre autrici entrano negli archivi, studiano gli atti giudiziari “sui quali il Viminale per la prima volta ha tolto il segreto”, leggono il fascicolo del tribunale di Roma, scoprono lacune, carenze, assenza di approfondimenti, e alla fine si persuadono che quella morte non è del tutto chiara e convincente e che qualcosa nel sistema di protezione non ha funzionato come doveva. Leggono lettere inedite, il diario e il quaderno pieno di appunti che Rita ha lasciato nella sua stanza, ne ricostruiscono i mesi di vita in clandestinità, raccontano la mafia di Partanna, piccolo comune della valle del Belice, paese natio di Rita, attraverso il racconto della giovane. Rita diventa testimone di giustizia non per combattere la mafia ma solo per amore del padre, don Vito, e del fratello, Nicola, entrambi mafiosi, uccisi “all’interno di faide e logiche della mafia locale capeggiata dalla famiglia Accardo”, legata ai corleonesi. Alcuni mesi prima, per paura, aveva fatto lo stesso la cognata Piera Aiello, testimone dell’uccisione del marito. Rita è arrabbiata, denuncia, parla di mafia, del padre riferisce crimini, soprusi, violenze e tradimenti nei confronti di sua madre, Giovanna Cannova, e solo mentre racconta si rende conto che era stato un mafioso, un “uomo d’onore”, come suo nonno, e che non era l’“eroe”, il “pacere”, che credeva che fosse. Scopre che era un trafficante di droga mentre credeva fosse stato ucciso perché si opponeva all’entrata della droga a Partanna. Chiede giustizia per il fratello che lei adorava, ucciso perché aveva tentato di sganciarsi dagli Accardo e trafficare droga in proprio. Era convinta che il padre e il fratello fossero «persone speciali», «le uniche, oltre alla sorella lontana, che le volevano bene, la capivano, la coccolavano». Della madre, invece, Rita pensava fosse una donna dura, distante, incapace di amarla. Eppure, come emerge dal libro, aveva fatto del suo meglio per quella figlia, aveva voluto che studiasse mandandola a scuola a Sciacca, aveva tentato di staccarla dal fratello spacciatore, aveva contrastato la sua scelta di testimone non per mafiosità, non cercava vendetta, ma perché non voleva perdere anche lei, non volle seguirla nella clandestinità forse perché pensava che quei due uomini non meritassero tanto sacrificio. Dopo la sua morte, ai cui funerali Rita aveva lasciato scritto di non volerla, per diciassette anni non si è data pace e questa volta è stata lei a chiedere invano giustizia per la figlia, non convinta del suo suicidio. Io sono Rita è un libro di ombre e luci, di interrogativi e dubbi, unico ed inquietante.


(Il Quotidiano del Sud, 9 luglio 2022)

di Elena Tebano


La scoperta di Vivian Maier è una delle vicende più straordinarie della recente storia della fotografia. Nel 2007 il contenuto di un deposito in cui l’allora sconosciuta Vivian Maier conservava parte delle sue stampe e dei suoi rullini andò all’asta, suddiviso in diversi lotti. Uno dei compratori, John Maloof, un giovane che aveva lasciato la scuola d’arte per problemi di soldi e si era dedicato a lavori diversi, tra cui l’agente immobiliare, capì presto il valore artistico delle fotografie di Maier. E si organizzò con un altro degli acquirenti, Jeffrey Goldstein, per raccogliere tutto il suo archivio – 143mila immagini, di cui Maier aveva stampato solo il 5% – e poi organizzare una mostra in collaborazione con il Chicago Cultural Center. Allestita nel 2011, fu subito un successo e proiettò Maier, bambinaia di professione e fotografa solo per passione, nell’olimpo della fotografia. Da allora le sue mostre hanno fatto il giro del mondo; l’ultima, dedicata agli scatti “italiani” di Maier si è conclusa alla fine di giugno a Torino (qui la recensione sul Manifesto). Maier era morta a ottantanove anni solo due anni prima, senza mai sapere di essere stata “scoperta”. I suoi primi curatori l’hanno rintracciata solo dopo la sua morte, grazie al necrologio pubblicato su internet: lei aveva vissuto sempre nel più totale riserbo.

Il suo successo postumo è dovuto in parti uguali alla bellezza delle sue foto e al mistero che la circonda. Perché una fotografa così talentuosa non solo non ne ha mai fatto un lavoro a tempo pieno, ma ha letteralmente lasciato la maggior parte dei suoi rullini chiusi in un deposito, spesso senza neanche svilupparli?

La risposta a queste domande si può ora trovare in Vita di Vivian Maier. La storia sconosciuta di una donna libera, l’imponente biografia della Maier appena edita in Italia da Utet. È nata anch’essa dalla curiosità nei confronti di questa donna misteriosa: la sua autrice, Ann Marks, non è una biografa di professione, né una studiosa di fotografia, ma un’ex dirigente d’azienda in pensione che si è appassionata alla storia di Maier dopo aver visto un documentario e ha deciso di indagare più in fondo. Il limite del libro sta forse qui, ma è comunque una straordinaria fonte di informazioni e una preziosa raccolta di oltre 400 foto, molte delle quali sconosciute, di Vivian Maier.

Marks ricostruisce la storia familiare di Maier, segnata da uomini inaffidabili e violenti e donne che – in tempi in cui le donne avevano pochissime possibilità – hanno dovuto cavarsela da sole, spesso lasciando indietro le loro figlie, che ne hanno pagato il prezzo. È successo alla nonna materna di Maier, Eugénie Jaussaud, originaria di Saint-Julien-en-Champsaur, un villaggio delle Alte Alpi francesi nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Figlia di contadini, rimase incinta a sedici anni del bracciante che lavorava nella fattoria dei genitori e che si rifiutò di sposarla. Sua figlia Marie, la madre di Vivian, nacque dunque nel 1897 fuori dal matrimonio e lei e Eugenie ne patirono lo stigma che ne derivava all’epoca. Quattro anni dopo, Eugenie partì da sola per l’America, dove nessuno sapeva della sua figlia illegittima, e iniziò a lavorare come cuoca per le famiglie ricche dell’East Coast. Marie fu tirata su dalla nonna e raggiunse sua madre, che praticamente non conosceva, solo quando aveva diciassette anni, nel 1914. Sembra una storia lontanissima, eppure è quello che succede ancora oggi ai figli e alle figlie di tante tate, colf e badanti ucraine, sudamericane o filippine che lavorano nelle case italiane.

Pochi anni dopo, nel 1919, Marie, cattolica, sposò il luterano Charles Maier, in un matrimonio traballante fin dall’inizio, se è vero che i testimoni furono la moglie del pastore che lo officiò e il custode della chiesa. L’anno dopo nacque il loro primo figlio, Carl, e poi, nonostante la coppia si lasciasse e riprendesse continuamente, Vivian, nel 1926. Charles era dipendente dall’alcol e dal gioco, la madre sofferente e incapace di tenersi un lavoro, e nel 1927 si lasciarono definitivamente. Carl fu messo in orfanotrofio, Vivian rimase con la madre che però la lasciava spesso sola o in qualche casa-famiglia, fino a quando dopo l’inizio della grande Depressione si trasferì a casa di Jeanne Bertrand, fotografa francese amica della nonna dall’inizio della sua immigrazione americana. Fu lei probabilmente ad avvicinare Vivian alla fotografia. Dopo un periodo in Francia con la madre, tra il 1932 e il 1939, Vivian tornò a New York e iniziò a lavorare a 17 anni in una fabbrica di bambole. Poi, dopo un altro breve viaggio in Francia per vendere un terreno ricevuto in eredità alla morte della nonna, iniziò a lavorare come bambinaia. Lo avrebbe fatto per tutta la vita.

La sua passione per la fotografia era iniziata in Francia, con la macchina fotografica di sua mamma, l’unica in tutto il villaggio. Vivian la coltivò per anni, soprattutto a New York, dove negli anni 50 frequentava fotografi e artisti, tra cui Jeanne Bertrand. Marks racconta che però non riuscì mai a farne un lavoro, forse perché donna, autodidatta ed estranea agli ambienti della fotografia professionale. Sicuramente anche la sua storia familiare ebbe un peso. Sua madre fin dal 1939 iniziò a mostrare gravi disturbi mentali e morì in solitudine. Il fratello Carl fece dentro e fuori dal riformatorio, da ragazzo, e poi dal carcere, da adulto. Ebbe problemi di dipendenza dall’alcol e dalla droga e alla fine gli fu diagnosticata una forma di schizofrenia. Morì in una struttura di ricovero dopo aver passato lunghi periodi in psichiatria.

Vivian dopo essersi trasferita a Chicago condusse una vita sempre più solitaria. Sviluppò un disturbo da accumulo, collezionando soprattutto libri e giornali, tanto da rendere praticamente inabitabile camera sua e da dover affittare i depositi che alla fine finirono all’asta. Il fatto che non abbia mai stampato né mostrato la maggior parte delle sue fotografie potrebbe avere a che fare con questa difficoltà di lasciare andare che affligge molti accumulatori. Ma all’epoca non esisteva né diagnosi né cura per il suo disturbo, che finì per causarle problemi anche con i suoi datori di lavoro. Marks è convinta che Maier possa aver subito anche violenze o abusi sessuali: provava «orrore» per gli uomini, non sopportava il contatto fisico, aveva «reazioni brusche che facevano pensare a improvvisi flashback traumatici», «raccomandava alle bambine di non sedersi in braccio agli uomini e descriveva loro tutti i reati violenti o a sfondo sessuale di cui un uomo si poteva macchiare». È impossibile da sapere con certezza, ma è tutt’altro che improbabile. In ogni caso i bambini che ha cresciuto facendo la tata la raccontano come una donna eccentrica ma capace d’amore.

In mezzo a tutte queste difficoltà, Vivian Maier ha saputo anche trovare e coltivare la sua immensa creatività. Tra i suoi soggetti preferiti ci sono i bambini, forse un modo per sanare attraverso l’arte la sua infanzia piena di abbandoni. E poi le donne della classe lavoratrice in mezzo alle quali ha vissuto. Ha nutrito da sola il suo talento superando gli ostacoli della povertà, di una mancanza di istruzione formale, dei pregiudizi di genere in un’epoca in cui per una donna anche muoversi da sola senza meta per la città era malvisto e pericoloso. Nonostante tutte le ferite che la vita può averle inferto ha saputo costruire bellezza. L’arte è questo. E lo è anche se nessuno la vede, come è successo a lungo con le sue fotografie.


(27esimaora.corriere.it, 9 luglio 2022)

In libreria vi aspetta una mappa speciale per guidarvi nelle letture dell’estate: minirecensioni pensate e scritte dalle libraie per accompagnarvi nei vostri viaggi tra le pagine… e scoprire che è bello condividere le passioni!


(libreriadelledonne.it, 09/07/2022)

di Rebecca Solnit


 Quando la sentenza Roe contro Wade è stata ribaltata ero a Edimburgo, nel Regno Unito. Il giorno dopo ho preso un treno per tornare a Londra e ho fatto quello che faccio di solito all’arrivo alla stazione di King’s Cross: una passeggiata fino al vecchio cimitero di Saint Pancras per visitare la tomba di Mary Wollstonecraft, autrice di Sui diritti della donna, il primo manifesto femminista. Essere lì quel giorno significava ricordare che il femminismo non è nato di recente – Wollstonecraft è morta nel 1797 – e non si è di certo fermato il 24 giugno 2022. Negli Stati Uniti le donne hanno ottenuto questo diritto meno di cinquant’anni fa, da poco tempo rispetto al libro di Wollstonecraft. 
Negli ultimi quarant’anni ho sentito dire regolarmente che il femminismo ha fallito, che non ha ottenuto nulla e che è finito. Una tesi che non tiene conto di quanto il mondo oggi sia completamente diverso (o almeno lo era) rispetto a mezzo secolo fa. Dico mondo perché è importante ricordare che il femminismo è un movimento globale, invece la sentenza Roe contro Wade e il suo rovesciamento sono state decisioni nazionali. 
Il fatto che il femminismo debba affrontare battute d’arresto e resistenze non è né sorprendente né un motivo per arrendersi. 
L’Irlanda nel 2018, l’Argentina nel 2020, il Messico nel 2021 e la Colombia nel 2022: questi paesi hanno legalizzato l’aborto. Negli ultimi cinquant’anni per le donne sono cambiate tante di quelle cose in tanti di quei posti che sarebbe difficile elencarle tutte; oggi la nostra condizione è radicalmente cambiata, in generale in meglio. Il femminismo è un movimento per i diritti umani che si sforza di cambiare cose vecchie non solo di secoli, ma in molti casi di millenni, e il fatto che debba affrontare battute d’arresto e resistenze non è né sorprendente né un motivo per arrendersi. 
Wollstonecraft non si sognava nemmeno di chiedere il voto per le donne – neanche la maggior parte degli uomini nel Regno Unito del suo tempo avevano quel diritto – né molti altri diritti che ora consideriamo acquisiti, ma non è necessario tornare al settecento per avere a che fare con la disuguaglianza di genere. Si trova più o meno ovunque da decenni. E dal punto di vista culturale la osserviamo ancora nei tentativi di controllare le donne e nei pregiudizi sulle loro capacità intellettuali e sulla loro sessualità. Mezzo secolo fa negli Stati Uniti era legale licenziare una donna se era incinta: è successo alla senatrice Elizabeth Warren, allora una giovane insegnante. Il diritto di accesso al controllo delle nascite per le coppie sposate è stato garantito solo dalla sentenza Griswold del 1965, che questa corte suprema retrograda potrebbe anche cercare di ribaltare. L’estensione ai non sposati è stata stabilita solo nel 1972. L’Equal credit opportunity act del 1974 ha reso illegale la discriminazione in base alla quale le donne non sposate avevano difficoltà a ottenere prestiti, mentre alle donne sposate si richiedeva abitualmente, oltre alla loro firma, anche quella dei mariti. 
Nella maggior parte delle regioni del mondo, inclusi il Nordamerica e l’Europa, fino a poco tempo fa il matrimonio era un rapporto in cui, per legge e per consuetudine, il marito acquisiva il controllo sul corpo della moglie e su quasi tutto quello che lei faceva, diceva e possedeva. Il concetto di stupro coniugale non è esistito fino a quando il femminismo non l’ha introdotto negli anni settanta. Il Regno Unito e gli Stati Uniti l’hanno reso illegale solo all’inizio degli anni novanta. Il giurista inglese del seicento Matthew Hale affermava che «il marito di una donna non può essere accusato di aver stuprato sua moglie, a causa del consenso matrimoniale che lei stessa gli ha dato, e che non può ritrattare». Cioè, una donna che una volta aveva detto di sì non avrebbe mai più potuto dire di no, perché aveva accettato di essere posseduta. Per inciso, la decisione della corte suprema che revoca i diritti riproduttivi cita ripetutamente Hale, noto anche per aver condannato a morte nel 1662 due anziane vedove, accusate di stregoneria. Wollstonecraft, che aveva partecipato alla Rivoluzione francese, scriveva: «In quest’epoca illuminata il diritto divino dei mariti, come il diritto divino dei re, può essere contestato senza pericolo». Contestato, ma difficilmente superato per altri due secoli. Con il controllo, con la forza e la violenza domestica gli uomini continuano a imporre le loro aspettative di dominio e a punire l’indipendenza, mentre la destra radicale cerca di riportare le donne a una condizione d’inferiorità legale e culturale, citando la Bibbia come autorità di riferimento. 
L’ultimo decennio è stato un ottovolante di conquiste e perdite, e non c’è un modo preciso per calcolare cosa ha prevalso. Le conquiste sono state radicali, ma a volte quasi impercettibili 
Oggi la corte suprema potrebbe attaccare anche l’uguaglianza tra le persone che si sposano. Da molto tempo sono convinta che questa uguaglianza, che riguarda anche le coppie dello stesso sesso, sarebbe stata impossibile se il matrimonio non fosse stato trasformato, grazie al femminismo, in un rapporto liberamente negoziato tra pari. L’uguaglianza tra i partner costituisce una minaccia per la disuguaglianza insita nel tradizionale matrimonio patriarcale, motivo per cui – insieme all’omosessualità, ovviamente – alcuni sono così riluttanti ad accettarla. Ma non è qualcosa di totalmente nuovo: una corte suprema molto diversa da quella di oggi l’ha riconosciuta nel giugno 2015, solo sette anni fa, e Svizzera e Cile l’hanno fatto nel 2021. 
L’ultimo decennio è stato un ottovolante di conquiste e perdite, e non c’è un modo preciso per calcolare cosa ha prevalso. Le conquiste sono state radicali, ma a volte quasi impercettibili. Dal 2012 una nuova epoca del femminismo ha aperto discussioni – sui social network e i mezzi d’informazione tradizionali, nella politica e in privato – sulla violenza contro le donne e le molte forme di disuguaglianza e oppressione, legali e culturali, ovvie e meno ovvie. 
Il riconoscimento delle conseguenze della violenza sulle donne si è molto diffuso e ha prodotto risultati concreti. Il movimento #MeToo è stato deriso e considerato un circo delle celebrità, ma è stata solo una delle tante manifestazioni di un’ondata femminista cominciata cinque anni prima, che ha contribuito a imporre cambiamenti nelle norme degli Stati Uniti in materia di molestie e abusi sessuali, compreso un disegno di legge approvato dal senato a febbraio che il presidente Joe Biden ha firmato all’inizio di marzo. 
La recente condanna del cantante R. Kelly a trent’anni di carcere e i vent’anni dati a Ghislaine Maxwell, la complice di Jeffrey Epstein, sono gli effetti di un cambiamento: alcune persone che prima non avevano voce sono state ascoltate in tribunale. I colpevoli che erano riusciti a farla franca per decenni – tra cui Larry Nassar, Bill Cosby, Harvey Weinstein – hanno perso la loro impunità e le conseguenze dei loro comportamenti si sono tardivamente abbattute su di loro. Ma il destino di una manciata di uomini famosi non è quello che conta di più, e punirli non è un modo per cambiare il mondo. 
Il dibattito ormai riguarda la violenza e la disuguaglianza, le intersezioni tra razza e genere, il ripensamento del genere oltre il semplice binarismo, la libertà, il desiderio, l’uguaglianza. Anche solo parlarne è liberatorio. Vedere le donne più giovani andare al di là di quello che la mia generazione provava e diceva è esaltante. Questi discorsi ci cambiano come la legge non può fare, ci aiutano a capire noi stessi e gli altri in modo nuovo, a rivedere i concetti di razza, genere, sessualità e opportunità. 
Puoi annullare un diritto con mezzi legali, ma non puoi annullare con altrettanta facilità la fede in quel diritto. Nell’ottocento le sentenze della corte suprema sui casi Dred Scott e Plessy contro Ferguson non spinsero i neri a pensare che non meritavano di vivere come cittadini liberi, gli impedì semplicemente di farlo in termini pratici. In molti stati americani le donne hanno perso l’accesso all’aborto, ma non la fiducia nel loro diritto ad averlo. L’indignazione provocata dalla sentenza della corte ci ricorda quanto è impopolare la sua decisione.

Questa è una perdita enorme. Non ci riporta al mondo prima di Roe contro Wade, perché in termini sia teorici sia pratici la società statunitense è cambiata. Le donne ormai possono accedere all’istruzione, al lavoro, alle istituzioni e alla rappresentanza politica. Crediamo molto di più in questi diritti e abbiamo un’idea più chiara di che cos’è l’uguaglianza. Il fatto che le cose siano cambiate così radicalmente rispetto al 1962, per non parlare del 1797, è la prova che il femminismo sta funzionando. Ma la terribile decisione della corte suprema ci conferma che c’è ancora molto lavoro da fare.


(Internazionale, n. 1468, 8 luglio 2022)

di Elena Fausta Gadeschi


Lisetta Carmi era un mondo. Un mondo di libertà, coerenza, altruismo, capacità di ascolto e spirito di osservazione. Un po’ pianista, un po’ fotografa, un po’ mistica e un po’ antropologa, nella sua lunga vita ha sempre lavorato “nel segno degli ultimi”, per “dare voce a chi non ce l’ha” con una sensibilità che le ha permesso di toccare il cuore delle persone prima con la musica poi con le immagini e infine con la preghiera. Un’esistenza moltiplicata per cinque e distesa come un lungo pentagramma nell’arco di 98 anni, festeggiati lo scorso febbraio.

Nata a Genova il 15 febbraio 1924, Annalisa detta Lisetta apparteneva a una famiglia borghese di origine ebraica. A 12 anni inizia a studiare pianoforte, ma nel 1938 le leggi razziali la toccano da vicino perché viene espulsa dalla scuola. Riesce ugualmente a seguire le lezioni e a sostenere esami di livello presso il Conservatorio di Genova, ma con l’inizio della seconda guerra mondiale la sua famiglia è costretta a spostarsi in Svizzera, dove Lisetta continua con lo studio presso il conservatorio di Zurigo. Dopo il 1945 torna in Italia, si diploma in pianoforte e intraprende la sua carriera di concertista che l’accompagnerà fino al 1960 quando smette per dedicarsi a un’altra passione, la fotografia. La decisione di abbandonare la musica arriva come un atto di ribellione quando, volendo prendere parte allo sciopero di protesta indetto dalla Camera del Lavoro di Genova il 30 giugno 1960, il suo maestro Alfredo They si oppone, perché spaventato da una possibile lesione alle mani che potrebbe impedirle di continuare a suonare: “Ricordo benissimo di avergli risposto che se le mie mani erano più importanti del resto dell’umanità, avrei smesso di suonare il pianoforte”.

Avendo toccato con mano la discriminazione ai tempi delle leggi razziali, Lisetta non può accettare che si ignorino gli umili, gli emarginati, gli indifesi. Con una nuova Agfa Silette con nove rullini, acquistata in Puglia mentre era in visita alla comunità ebraica di San Nicandro Garganico, inizia il suo nuovo viaggio nel mondo. Abbandonata la carriera di concertista e ricevuti apprezzamenti per le sue istantanee, fa della fotografia la sua professione e del mezzo uno “strumento per la ricerca di verità”.

Dopo alcuni anni come fotografa di scena, nel 1964 è a Genova per un reportage sulle condizioni dei camalli, termine dialettale usato per identificare gli scaricatori di porto. Le fotografie vengono diffuse attraverso una serie di mostre. Prima fra tutte, quella alla Casa della Cultura di Genova-Calata del Porto organizzata dalla Filp-Cgil. Molto apprezzato, il suo lavoro viene esposto anche in altre città italiane ed estere, arrivando persino in Unione Sovietica. In questi anni inizia a collaborare con Il Mondo, Vie Nuove e L’Espresso. Nel dicembre 1965 è a Parigi, dove effettua un reportage sulla metropolitana, ma il suo lavoro più celebre incomincerà l’anno successivo dopo un incontro per così dire fatale che Lisetta Carmi fa, grazie all’amico Mauro Gasperini, con la comunità di travestiti che occupava l’ex ghetto ebraico di Genova prima ancora che la definizione di Lgbtq esistesse.

Da qui nasce un vero e proprio legame alimentato attivamente per sei anni, in cui la donna fotografa la realtà di quella comunità. Queste foto, inizialmente presentate solo in bianco e nero e in seguito ristampate a colori, oltre a essere del tutto insolite e percepite come scandalose dal sentimento comune dell’epoca, vanno nuovamente a mettere in luce il sentimento di vicinanza di Lisetta Carmi verso figure emarginate dalla società, riscontrabile nella maggior parte dei suoi reportage. Le fotografie, accompagnate dai testi delle interviste dello psichiatra Elvio Fachinelli, verranno poi raccolte nel libro I travestiti pubblicato nel 1972 da Sergio Donnabella, che fonda appositamente la casa editrice Essedi.

Nessuno prima di lei in Italia aveva pensato di puntare l’obiettivo verso questa comunità, tenuta lontana dal resto della popolazione da un perbenismo e una moralità che impediscono persino ai lavori della Carmi di avere diffusione nei circuiti delle librerie. Inizialmente il volume viene rifiutato dai canali di vendita ufficiali per i contenuti ritenuti scandalosi, ma con il corso del tempo acquisisce sempre più successo. In queste immagini le donne non sono immortalate con gusto voyeuristico, ma con sensibilità e garbo, e un profondo senso di rispetto, che si deve a chi non si riconosce nel corpo in cui è nato ed è in cerca di una nuova identità. “Tutto è iniziato con una festa di Capodanno a cui sono stata invitata – raccontava al Corriere –, ho scoperto la sofferenza e la solitudine di persone davvero perbene. Da allora non ho mai venduto una fotografia di quella serie perché avevo paura di rovinare questa amicizia, pensi che la Morena mi ha fatto chiamare prima di morire.”

Con questa comunità di persone Lisetta sente un’affinità che rompe ogni barriera e le consente di ottenere la loro fiducia. “Grazie alla comunità trans ho imparato ad accettarmi – racconterà –. Quando ero piccola guardavo i miei fratelli Eugenio e Marcello pensando che avrei voluto essere un maschio come loro. Sapevo che non mi sarei mai sposata, e rifiutavo il ruolo che veniva chiesto di occupare alle donne. I travestiti mi hanno fatto capire che tutti abbiamo il diritto di decidere chi siamo.” Rossetti, mascara, pizzi, calze a rete. La sensualità di queste immagini è evidente, ma non passa mai il segno. L’ispirazione sembra quasi pittorica, di quegli orientalisti dell’Ottocento che dipingevano donne adagiate su morbidi divani, tra sete e broccati, in stanze che trasudano piacere e vanità, malinconia e godimento.

Dopo quasi un ventennio di scoperte, battaglie e viaggi tra Israele, Palestina, Sud America e Afghanistan, così come aveva incominciato, abbandona la fotografa e abbraccia la religione: “in 18 anni ho fatto quello che si fa in 50”. Fatale il suo incontro in India con il maestro yogi Babaji Herakhan Baba. Anche qui una svolta, Lisetta considera finito il suo lavoro di fotografa e si dedica a mettere in piedi un luogo di spiritualità in Puglia, a Cisternino, dove aveva comperato un trullo e dove vivrà quasi cinquant’anni della sua lunghissima vita, lasciando al comune una parte delle sue foto e centinaia di libri. “Quando qualcuno sta in un posto deve lasciare qualche testimonianza, è importante” spiegava. “All’inizio è stato duro, le persone qui non avevano nessuna apertura verso il divino”, poi ne sono accorse tante da tutto il mondo. “Voglio essere cremata e poi dispersa in mare, nessuna tomba per me, voglio lasciare il segno negli esseri umani.” Queste le ultime volontà di Lisetta Corti, che ha regalato agli ultimi bellezza, spiritualità e voce.


(https://www.elle.com/it/, 6 luglio 2022)

di Anna Di Salvo


Nell’estate del 2000, donne di Catania, Catanzaro, Milano, Foggia e Roma, si trovarono insieme nell’incontro stanziale “Politica con vista”, al centro valdese Adelfia di Scoglitti (Ragusa), per dare vita alle Città Vicine: un tessuto di relazioni tra donne e qualche uomo di città diverse che da allora in poi, nei ventidue anni di attività, hanno “riedificato” le città, divenute man mano più di trenta, alla luce del desiderio femminile. 
Tra le organizzatrici di quell’incontro e le fondatrici delle Città Vicine nel luglio 2000 c’era Vivien Briante, che nel maggio scorso è stata strappata a questo mondo lasciandoci sgomente e addolorate. Vivien è stata una femminista brillante e attiva nel progetto del Se-No del gruppo Le Lune (dal 1987 al 1992) e nel divenire della politica delle relazioni della Città Felice a Catania. Infatti dal 1992, insieme ad altre donne di Catania, con La Città Felice avevamo alimentato la nostra passione politica con il pensiero e la pratica della differenza sessuale, seguendo l’elaborazione e il percorso della Libreria delle donne di Milano che avevamo avuto modo di conoscere e approfondire nei convegni al Centro Virginia Woolf di Roma e al Circolo della rosa di Milano nella sede di via Correnti nonché ai campi valdesi di “Agape”. Proprio in quel periodo prese l’avvio anche la nostra collaborazione con la rivista “Via Dogana” che si proponeva con una edizione rinnovata e ricca riguardo alle esperienze e al pensiero: un importante stimolo per noi, anche grazie alle presentazioni mensili dei numeri della rivista che organizzammo a Catania, di crescere politicamente e creare autorità in città per l’originalità di pensiero e pratiche che proponevamo e mettevamo in essere. 
Fu quindi dal 1987 al 2005 un lungo periodo di attività politica trascorso con Vivien Briante, molto intenso e appassionato in cui vennero prodotti scritti, iniziative e mostre… Poi, con grande dispiacere da parte mia e di molte, Vivien prese la decisione di lasciarci e dedicarsi principalmente alla Chiesa Valdese di Catania, e profuse il suo impegno per consolidarne la fertile attività, nonché collaborare alla divulgazione e alla valorizzazione della dottrina valdese a Catania. Il suo modo disciplinato e intelligente di condurre la pratica e l’elaborazione politica insieme ad altre e altri sia nell’ambito delle Città Vicine che della Città Felice, rimane una modalità e un riferimento prezioso del quale le donne e gli uomini che l’hanno conosciuta e lavorato con lei sapranno tenere conto e fare tesoro.


(www.libreriadelledonne.it, 6 luglio 2022)