di Chiara Cruciati
Un mese dopo l’inizio del feroce assedio dell’Isis a Kobane, nel settembre 2014, un noto marchio d’abbigliamento europeo inserì nel suo catalogo capi di vestiario femminili ispirati alle uniformi delle combattenti curde. Durò poco, le polemiche lo costrinsero a scusarsi. Quell’episodio si accompagnava all’estemporaneo interesse occidentale per le donne del nord-est della Siria, impegnate a difendere la propria società e il progetto politico del confederalismo democratico dall’attacco militare e ideologico del fanatismo islamista.
Un’attenzione superficiale, limitata ai fucili in spalla, che evaporò poco dopo e che non ha mai scavato nella teorizzazione che stava dietro a quell’impegno. Eppure la lotta curda di liberazione delle donne non è ascrivibile a un lasso di tempo o a un territorio limitato né a un frangente storico definito. È figlia di un percorso a ritroso, alle origini dell’umanità, dove rintracciare le origini del patriarcato e la millenaria impalcatura politica, sociale ed economica di dominio maschile sulle donne.
Quel percorso è raccontato da Jin, Jiyan, Azadi. La rivoluzione delle donne del Kurdistan (Tamu, pp. 448, euro 22). Realizzato dall’Istituto Andrea Wolf, nato nel 2019 e parte dell’Accademia di Jineolojî in Rojava, è stato tradotto in italiano dal comitato italiano di Jineolojî. Dalla struttura fluida, il libro – nella prospettiva di costruzione di una forma di sapere non patriarcale – conduce nelle viscere della rivoluzione attraverso le voci delle donne che l’hanno realizzata, e la stanno realizzando. Venti rivoluzionarie offrono le loro memorie, pagine di diario, lettere, racconti e riflessioni, il lavoro compiuto su se stesse, sul Pkk e la società curda per una trasformazione storica dei rapporti di genere, sociali e nazionali, potenzialmente a livello globale.
Al cuore del processo rivoluzionario sta uno dei pilastri del confederalismo democratico, teorizzato dal leader del Pkk Abdullah Öcalan e reso pratica quotidiana dalle comunità della Siria del nord-est: democrazia radicale, ecologismo e liberazione delle donne, che ne è il fulcro, il femminismo come conditio sine qua non per un nuovo modello di società, il cemento con cui costruirne la struttura, l’indispensabile creta per plasmarne la forma. Perché è possibile immaginare il ribaltamento del sistema patriarcale e l’uccisione del maschio dominante solo attraverso la liberazione delle donne, prima nazione oppressa e colonizzata del mondo dalle civiltà post-neolitiche per mano dell’embrionale sistema capitalista e del nucleo fondante l’idea di Stato: la famiglia.
Con gradi e forme diverse nelle varie epoche storiche e luoghi del pianeta, la sostituzione del matriarcato (affatto inteso come dominio femminile sul maschile, ma come società equa fondata sulla comune partecipazione alla collettività e al suo sviluppo, nel rispetto delle differenze e della natura) con il patriarcato è segnata dalla nascita delle prime classi sociali e delle gerarchie di potere (lo sciamano, il guerriero e il capo tribù, volti delle istituzioni religiose, militari e politiche). È all’interno della famiglia, con il matrimonio, che il capitalismo fonda le sue radici: è nei rapporti familiari che si realizza la primitiva appropriazione del capitale a scapito delle donne, l’imposizione del ruolo riproduttivo e di cura e il controllo della sessualità, l’annullamento della partecipazione femminile alla cosa comune.
Da queste basi teoriche, il movimento delle donne curde avvia il suo lungo e complesso viaggio. Fatto di educazione nelle carceri dello Stato turco, di studio e autocritica, di lotta al patriarcato all’interno del Pkk delle origini, di creazione delle prime forme assembleari solo femminili, di liberazione dai vincoli sociali imposti da comunità restie al ritorno delle donne al cuore dello sviluppo politico, economico e sociale. Fino alla nascita di un partito nel partito e alle prime forze di autodifesa, tra gli anni Novanta e Duemila, e alla fondazione di Jineolojî, una scienza nuova che superi il positivismo bianco, maschile e borghese e riveda lo studio della storia, l’economia, la politica, le scienze secondo criteri nuovi, plurali, femminili.
L’io narrante del libro diventa il noi, voci che incontrandosi restituiscono la forza propulsiva di un radicalismo realmente trasformativo. Che torna alle origini dell’umanità per creare – o ricreare – una società eguale, democratica e libera, dove etica ed estetica forgiano l’umanità nuova. Bella, come una donna che combatte. E come, ricorda il libro, la prima parola coniata per nominare la libertà: in lingua sumera amargi, introdotta dopo l’imposizione del potere maschile e gerarchico, è composta da due simboli, «ritorno» e «madre». Il ritorno alla madre, all’assenza di dominio, violenza e guerra.
di Luca Kocci
All’indomani dell’Angelus di domenica a san Pietro con il quale papa Francesco si è rivolto a Putin («fermi, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte»), a Zelensky («sia aperto a serie proposte di pace») e alla comunità internazionale (faccia il possibile «per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation»), dalla Santa sede, attraverso un editoriale del direttore del dicastero per la comunicazione Andrea Tornielli (il “ministro della comunicazione” del Vaticano), arriva una sorta di interpretazione autentica delle parole del pontefice.
Non spetta solo a Putin e a Zelensky, ma anche ad altri – capi di Stato e di governo, organizzazioni internazionali – «chiedere con forza il cessate-il-fuoco e promuovere iniziative di dialogo per far prevalere quelli che papa Francesco chiama “schemi di pace”, invece di continuare ad applicare “schemi di guerra” rimanendo succubi di una folle corsa al riarmo che sta archiviando le speranze di un ordine internazionale non più basato sulla legge del più forte e sulle vecchie alleanze militari», scrive Tornielli in un editoriale pubblicato ieri sui media vaticani. «Da quel 24 febbraio che ha segnato l’inizio della guerra con l’invasione russa dell’Ucraina, tutto è sembrato precipitare come per inerzia, quasi che l’unico esito possibile fosse la vittoria di uno sull’altro».
Il modello a cui richiamarsi – a cui ha fatto riferimento lo stesso Bergoglio – sono invece gli accordi di Helsinki del 1975, «che segnarono una significativa svolta per l’Europa attraversata dalla cortina di ferro e per il mondo diviso in due blocchi».
La preoccupazione del papa – forse attualmente l’unico leader mondiale a parlare davvero di pace – è crescente. Lo dimostra, come rilevato da diversi osservatori, che il precedente di un Angelus interamente dedicato all’attualità politica internazionale risale al 2013, quando sembrava imminente un bombardamento Usa sulla Siria. E che i toni di Bergoglio di domenica ricordino quelli di Roncalli di sessant’anni fa, durante la crisi dei missili a Cuba. «L’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica», ha detto Francesco all’Angelus. «Dopo sette mesi di ostilità, si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia. La guerra in sé è un errore e un orrore!».
L’analisi della situazione da parte del pontefice resta complessa («bisogna indagare la dinamica che ha sviluppato il conflitto», «non si può essere semplicisti»). Lo conferma il contenuto del colloquio fra Bergoglio e i gesuiti della regione russa che si è svolto a metà settembre, durante il viaggio del papa in Kazakhstan, pubblicato sabato dalla Civiltà Cattolica.
«È in corso una guerra e credo sia un errore pensare che sia un film di cowboy dove ci sono buoni e cattivi» e «che questa è una guerra tra Russia e Ucraina e basta. No: questa è una guerra mondiale», ha detto il pontefice. Il quale, pur ribadendo che «la vittima di questo conflitto è l’Ucraina» (ha subito un’«aggressione inaccettabile, ripugnante, insensata, barbara, sacrilega»), ha sottolineato che la parola chiave del conflitto è «imperialismo»: la Nato è «andata ad abbaiare alle porte della Russia senza capire che i russi sono imperiali e temono l’insicurezza ai confini». Dunque «io vedo imperialismi in conflitto. E, quando si sentono minacciati e in decadenza, gli imperialismi reagiscono pensando che la soluzione sia scatenare una guerra».
(il manifesto, 4 ottobre 2022)
di Alberto Leiss
In una parola La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss.
Ogni tanto, anzi sempre più spesso, penso che i fatti orrendi e catastrofici che accadono nel mondo dipendano in un modo o nell’altro dal fallimento – un fallimento colpevole – di quella grande, radicale ipotesi di cambiamento dello stato delle cose che si è chiamato «comunismo».
Quel che resta della sinistra perde perché, in trent’anni abbondanti, non è riuscita a fare i conti davvero con quel fallimento.
E credo non sia un caso che una guerra ormai giunta al limite inaudito dell’uso delle armi nucleari sia esplosa – annunciata da molto tempo – nel cuore non solo dell’Europa, ma del territorio russo-europeo che è stato teatro tragico di quel fallimento.
Domenica mattina ho potuto assistere, pur trovandomi a qualche migliaio di chilometri di distanza, alla discussione che la Libreria delle donne di Milano ha organizzato “sulla maternità”. Un confronto aperto da Silvia Baratella, Marta Equi e Daniela Santoro e introdotto da questa constatazione: «Oggi la maternità non è più un destino. Grazie alle precedenti generazioni di femminismo, si colloca nell’orizzonte della libertà femminile come un desiderio e una possibilità che una donna può cogliere o no, senza esserne definita. Tuttavia in questione c’è il valore simbolico dell’essere tutte e tutti nati di donna, che non
sembra ancora riconosciuto dalla società nel suo insieme».
A un certo punto Lia Cigarini – una donna che ha scelto di non essere madre ma che afferma la «relazione materna» come valore simbolico fondamentale – ha osservato che il principio fondante del comunismo: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni, si realizza finora in una unica relazione realmente esistente. Quella della madre con i propri figli. Ma i capi del movimento operaio, pur avendo questa realtà ogni giorno sotto i propri occhi, non hanno saputo e forse voluto vederla. Hanno continuato a pensare e a agire come se spettasse solo a loro maschi di decidere tutto.
Non sarà proprio qui l’origine della sconfitta del comunismo? Ne ha convenuto un’altra femminista «storica», Alessandra Bocchetti: quella «magnifica impresa» è fallita perché dietro il proposito di assicurare a ognuno il proprio bisogno agiva «l’idea della giustizia che è uguale per tutti». Qualcosa di irriducibile «all’attenzione e all’amore» che sa vedere le differenze.
D’altra parte il modo con cui si parla sulla scena pubblica della maternità – questione che ha avuto un certo peso nella campagna elettorale appena conclusa, e non solo per le affermazioni più o meno urlate di Giorgia Meloni – presenta profonde distorsioni. Ci si allarma per la crisi delle nascite (mentre il mondo intanto cresce ormai a quasi 8 miliardi di individui e individue) e si rivendica il «diritto» all’aborto, minacciato dall’ansia maschile e patriarcale di re-impossessarsi del controllo sul corpo femminile.
Ma – ha osservato Letizia Paolozzi – non si interpellano le giovani donne che scelgono, non solo per motivi materiali, di non fare figli, e il discorso pubblico si ferma all’aborto «che non è nell’orizzonte simbolico della libertà». E sull’aborto, ha aggiunto Giordana Masotto, quando si manifesterà anche una responsabilizzazione degli uomini? Sono forse estranei alle dinamiche riproduttive e ai comportamenti sessuali? Gli uomini mi pare non ci fossero alla riunione. Io sono rimasto in silenzio. Ho scritto «sinistra». Avrei dovuto parlare dell’incapacità di auto riflessione prima di tutto dei suoi dirigenti maschi. Non possiamo usare uno sguardo materno, ma finché non vedremo e non sapremo parlare la differenza che attraversa anche noi, temo che nulla cambierà in meglio.
(il manifesto, 4/10/2022)
di Stefania Tarantino
È appena uscita per la casa editrice Mimesis, nella collana «Minima/Volti», una nuova traduzione dello scritto di Hannah Arendt su Rosa Luxemburg (pp. 138, euro 10). Si tratta di una recensione che Arendt scrisse in occasione della pubblicazione della biografia in due volumi di Peter J. Nettl dedicata a Luxemburg nel 1966 e poi inserita come «ritratto» nel libro del 1968 Man in Dark Times. Sotto l’attenta e rigorosa cura di Rosalia Peluso che, oltre alla traduzione ne firma anche la postfazione, emerge quanto e come il pensiero rivoluzionario di Rosa Luxemburg sia stato un faro per le riflessioni di Hannah Arendt sullo spirito tradito della rivoluzione, sul totalitarismo, sull’imperialismo e sul senso sorgivo dell’azione politica. Il rispecchiamento in questa donna così ostracizzata, marginalizzata ma anche per certi versi mitizzata e strumentalizzata, porta Hannah Arendt a riconoscere come un colpo di genio la biografia di Nettl perché riesce a sottrarla a tutte quelle leggende costruite intorno alla sua figura per restituirla alla piena realtà della sua vita storica. Ma non solo.
Il primo elemento che in apertura di questo scritto Arendt valorizza è il fatto che, seppur rientrando nel genere storiografico della «biografia definitiva» atta a celebrare i personaggi «vincenti» della storia, lo sfondo su cui si dipana la trama della narrazione non è la storia dei vincitori ma la completa unità di vita e mondo. Un’unità che, in Rosa Luxemburg, vive sotto il segno di un fallimento e di una sconfitta umana e storica senza precedenti. Alla «donna sbagliata» cui si attribuiscono ontologicamente errori e sentimentalismi di varia e sospetta natura, all’accusa reiterata di una scarsa scientificità delle sue analisi, alla costruzione postuma e distorta del «luxemburghismo», il merito di Nettl è quello di aver saputo sbarazzarsi dei pregiudizi che pesavano sulla sua figura e restituire, in maniera obiettiva quanto appassionata, la «verità» relativa al più importante e originale contributo di Rosa Luxemburg che riguarda in primo luogo la teoria e l’azione politica. Ciò comporta un primo passo per riscoprire la sua autentica dimensione di scienziata della politica e per riconoscere come un elemento di grande valore quella «virilità» che lei era costretta a rivendicare per sé per avere diritto di parola nel contesto tutto maschile del socialismo tedesco. Tale rivendicazione la tenne lontana, purtroppo, dalle battaglie delle suffragette per l’emancipazione femminile che per lei rappresentava solo una piccola parte del problema più generale dell’emancipazione dell’umanità nel suo complesso.
Come giustamente nota la curatrice, la stessa ansia di giustizia che animava Rosa Luxemburg si ritrova in Hannah Arendt, la quale, seppur non aderendo al movimento femminista, ha dedicato a donne esemplari dei ritratti di grande forza e intensità e, inoltre, ha dimostrato nel corso degli anni di influenzarlo notevolmente attraverso le fondamentali categorie della sua teoria politica, a partire da quella della pluralità e della natalità. Hannah Arendt riconosce il fatto che l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio del 1919 sia stato un punto di non ritorno non solo per la sinistra tedesca ma per tutta la sinistra europea. Il tradimento dello spirito rivoluzionario, il suo «tesoro perduto», è tutto dentro la storia di questa donna il cui insuccesso può essere ascrivibile al fallimento stesso della rivoluzione.
Arendt pone questo interrogativo: che volto avrebbe avuto la storia europea se in essa avessero trionfato la vita e l’opera di Rosa Luxemburg? Il rifiuto da parte di Rosa di un’adesione cieca e acritica alla teoria marxista e alla politica bolscevica, la rende, suo malgrado, un outsider a prescindere dal fatto che fosse donna e, in aggiunta, un’ebrea non tedesca. Prova ne è la sottovalutazione totale della sua grande opera L’accumulazione del capitale (1913) che Arendt, al contrario, considera uno dei più lucidi lavori sulle origini economiche dell’imperialismo. Nel suo contraddire i principi astratti della dialettica hegeliana e marxiana, Rosa Luxemburg descrive fedelmente il processo di riproduzione capitalistico inserendo tra la tesi e l’antitesi un terzo fattore. L’accumulazione si crea per l’esistenza necessaria di strati o paesi non capitalistici. Se nell’idea di Marx la società era organizzata secondo uno schema astratto che postulava da una parte i capitalisti e dall’altro i proletari, il processo di accumulazione rimaneva senza una fondata risposta. Il terzo fattore ipotizzato dalla Luxemburg spiega coerentemente il processo capitalistico in virtù del quale si accumula capitale sfruttando i mercati non capitalistici. Ora, questo meccanismo è, secondo Luxemburg, alle origini dell’imperialismo.
Come nota Arendt, nella seconda parte de Le origini del totalitarismo, l’imperialismo è innanzitutto un fenomeno economico che nasce dal contrasto che si crea tra i limiti spaziali dello Stato nazionale e l’inesauribile volontà di espansione del capitale. Ma ci sono anche altri motivi teorici per cui Luxemburg ha subito un destino di denigrazione. Il principale è il giudizio che lei ha espresso sulle contraddizioni che emergevano nella rivoluzione bolscevica e che riguardava in modo particolare la questione della libertà: la libertà, diceva Luxemburg, è sempre la libertà di chi pensa diversamente e il suo esercizio plurale è condizione stessa dell’azione politica. Le misure di restrizione della libertà messe in atto dai bolscevichi andavano in tutt’altra direzione. Un altro elemento che Luxemburg esprimeva nelle sue analisi e che è stato lungamente frainteso e su cui Arendt si sofferma riguarda la spontaneità dell’azione politica. Per entrambe spontaneità significa libertà e non ha nulla a che fare con quelle forme di spontaneismo o di improvvisazione che sono divenute le pratiche politiche del nostro tempo.
Quando Rosa Luxemburg dice che la rivoluzione non si fa ma si intercetta, non sta criticando la funzione dell’organizzazione nel processo rivoluzionario, ma sta elaborando un criterio al quale avrebbero dovuto attenersi i cosiddetti rivoluzionari di professione nel seguire il flusso degli eventi senza determinarli aprioristicamente. Da questo pensiero possiamo escludere che la storia abbia un volto evenemenziale e messianico al tempo stesso: la storia è, come diceva anche Hannah Arendt, fatta dai liberi e spontanei atti di volontà umana. Nella sua interpretazione sono state le contingenze del mondo a spingere Rosa Luxemburg a prendere parte all’azione rivoluzionaria. Se lo stato degli affari umani non avesse offeso il suo senso di giustizia e di libertà avrebbe potuto occuparsi di tutt’altro: aveva un talento talmente versatile che la spingeva verso la storia, l’economia, le scienze e la natura. Anche questa sua attitudine naturalistica è stata a lungo oggetto di derisione.
Scambiata per una romantica e ingenua amante della natura, Luxemburg aveva invece un’idea drammatica di natura: in essa vedeva quella stessa oppressione che i suoi compagni di partito leggevano soltanto nella storia umana. Questa capacità di saper scorgere l’ingiustizia in ogni manifestazione della vita è, secondo Arendt, una delle eredità che veniva dall’appartenenza di Luxemburg al «gruppo di pari», ebrei assimilati provenienti dall’est Europa, in particolare dalla Polonia e dalla Lituania. Come scrive Nettl nella sua biografia, questo gruppo di pari e di paria aveva degli elevati standard morali, aveva un ethos condiviso che avrebbe dovuto guidare l’azione politica. Questa piccola comunità rappresentava per Arendt l’autentica promessa dello spirito rivoluzionario del XX secolo.
Che cosa rimane oggi di Rosa Luxemburg? Tramontate le velleità di emancipazione, liberazione, ispirate dai principi del socialismo, rimane una concezione molto ampia del concetto di vita e di vivente dove le «lacrime umane» stanno insieme alle nuvole, agli uccelli, alle piante. Significativa la chiusura della lettura arendtiana, quando spera che a Rosa Luxemburg venga riconosciuto prima o poi il posto che le spetta nella storia della politica occidentale. E significativa è anche la chiusura della postfazione in cui si riprende l’epitaffio che Luxemburg aveva inviato alla sua segretaria, Mathilde Jacob, in cui scriveva che come le cinciallegre da lei tanto amate, anche lei confidava, dopo un lungo e solitario inverno nella «primavera che viene».
(il manifesto, 2 ottobre 2022)
Introduzione di Laura Minguzzi della Comunità di storia vivente di Milano
Controra di Katia Ricci è una storia senza aggettivi. La storia è tempo, narrazione del tempo e voglio attirare l’attenzione sul titolo per me molto significativo perché ci dà il là, il punto di vista soggettivo: Controra è il tempo proprio della madre di Katia, quello che lei, Anna, si prende tutto per sé nel paese di Rignano, dove è andata a vivere. Un tempo che tutti sapevano di dovere rispettare. Un intero capitolo porta questo titolo. La storia della madre è già stata scritta da Katia in un libro collettaneo, La Spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi. Moretti&Vitali,2018, nel racconto Per amore della vita.
In Controra il focus si sposta sul padre, sulla sua “metamorfosi”. Le immagini della copertina rimandano a un dettaglio di un luogo domestico, uno spazio/tempo del secolo scorso. Come prima impressione, un tempo/spazio patriarcale. Il focolare acceso, in primo piano una damigiana per conservare il vino eccetera. Ma non lasciamoci ingannare. Subito come reazione immediata, io ho pensato alla mia infanzia in una casa di contadini, piccoli proprietari, dove c’era il medesimo focolare, il camino dove mia madre cucinava.
La mia relazione con Katia è di lunga data e confesso che la prima volta che l’ho incontrata, mi ha colpito la malinconia del suo sguardo, i suoi occhi verdi e misteriosi. Un enigma che ho sempre desiderato indagare. In questo libro continua l’opera di svelamento. Leggendo il capitolo Il rumore del grano ho rivissuto sentimenti comuni, legati agli eventi della campagna (la trebbiatura nell’aia per esempio) e ai tempi stagionali dell’agricoltura con le incertezze, i timori per il raccolto, le ansie, le sofferenze, a volte le tragedie in un’epoca di mutazioni per la storia italiana, nel dopoguerra.
Voltando pagina e procedendo nella lettura scopriamo che l’autrice ha messo in atto uno dei presupposti teorici della pratica della storia vivente, cioè rompere il silenzio, non è più da parte ma si fa parte, svelando le origini di una relazione tormentata col padre Pasqualino, e l’io narrante si apre a un altro sguardo. È un passo in più. Il libro ci fa fare esperienza del tempo, un’esperienza materiale. La porosità dei differenti linguaggi agiti, immagini incluse, di cui ci parlerà l’artista e amica Donatella Franchi (il libro è corredato da alcune sue immagini), comunicano in modo non nettamente separato i diversi piani del racconto.
Il racconto di una trasformazione interiore
Ne risulta nell’insieme una grande libertà nel narrare una trasformazione dell’autrice rispetto allo scontro col padre, muro contro muro anche su complesse questioni politiche ed economiche che attraversavano l’Italia in quel periodo. Lei, femminista e comunista, vista dal padre come nemica. Solo dopo avere affrontato le asperità e le contraddizioni nel ripercorrere ed elaborare la relazione con la madre, le è stato possibile andare al nodo col padre: con lo sguardo amorevole della madre, conquistato, adottato, cambiato. Infatti a monte di Controra sta un addestramento, un esercizio per decifrare il sentire proprio con le amiche della Comunità di storia vivente di Foggia.
Senza questo processo di presa di parola e ascolto intimo, questo libro non sarebbe stato scritto, non avrebbe preso forma. Una storia che attraversa luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, rivista, ripercorsa attraverso ricordi scambiati, relazioni con zie, e zii, lettere, fotografie, poesie, in cui l’autrice ci porge tutti gli elementi per approfondire e comprendere le origini del conflitto in un piccolo paese della Puglia, Rignano, dove la madre Anna va a vivere col “principe azzurro”. Un amore reciproco ma contrastato dalla famiglia. Mi ha colpito la lettura delle pagine in cui Katia descrive la felicità del padre, giovane ufficiale a Potenza, quando viene accolto nel cerchio amoroso della famiglia di Anna, la giovane maestra dagli occhi verde smeraldo che portano luce nella sua vita arida di sentimenti, quasi un grembo materno. Trovò nell’amore di Anna, il calore e l’allegria che nella casa paterna non esisteva.
Per amore di lei
Emerge un padre che si ribella per amore di lei alle regole dei matrimoni combinati, un costume diffuso all’epoca fra i proprietari di latifondi nel mondo agropastorale, per accumulare e non disperdere i patrimoni. In famiglia nascono ostilità e contrasti per la disubbidienza di Pasqualino alle regole patriarcali. Una sofferenza causata dalla sua non accettazione del ruolo impostogli dal padre, in quanto unico figlio maschio dopo la morte del fratello maggiore, a cui toccava il compito di portare avanti e incrementare il patrimonio. Scrive Katia: «Mio padre in quella circostanza si rivelò forte e coraggioso. Il soggiorno a Milano gli aveva aperto nuovi orizzonti. Ho sempre apprezzato questo gesto di mio padre, una scelta esistenziale che aveva rotto con l’antica consuetudine. Anche nonna Lucietta aveva fatto lo stesso, un matrimonio di interesse così come la zia, la sorella del padre, causando altre sofferenze e ingiustizie per via della dote. In una lettera Pasqualino scrive dell’ingiustizia subita e accusa il padre, don Pietro, donnaiolo e ignavo, contrario ad ogni iniziativa del figlio, un vero padre/padrone, di averlo trattato come un servo della gleba, per averlo costretto a restare nel latifondo legato a lui da un rapporto di schiavitù […]»
Un gesto di autonomia, così Katia è in grado di leggere oggi la scelta del padre, intraprendendo con libertà e coraggio la scrittura di Controra. È la verità delle donne. Può farlo, penso io, perché si sente inserita in un orizzonte più grande; in un percorso in cui sono impegnate altre comunità di storia vivente e non solo, una pratica che sfida con qualsiasi strumento, linguistico, fotografico o altro, la storia oggettiva e si assume la scommessa di narrare la storia a partire da sé, dalla esperienza femminile dando voce alla storia annidata in ciascuna/o di noi. Un evento memorabile da collocare nell’orizzonte simbolico della madre.
Katia Ricci, da sempre femminista, ha insegnato a lungo Storia dell’Arte, è cofondatrice dell’Associazione culturale La Merlettaia di Foggia e della Comunità di storia vivente. Ha curato mostre e cataloghi di artisti contemporanei. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La lezione delle tessitrici del Bauhaus, in “Lingua bene comune”, a cura di Vita Cosentino (Città Aperta Edizione, 2006); Charlotte Salomon, i colori della vita (Palomar, 2006); Séraphine de Senlis. Artista senza rivali (Luciana Tufani, 2015); Per amore della vita in “La Spirale del tempo” a cura della Comunità di storia vivente di Milano, (Moretti e Vitali, 2018); Lupini violetti dietro il filo spinato. Artiste e poete a Ravensbrück (Luciana Tufani, 2020)
Donatella Franchi dagli anni ’80 crea libri d’artista e installazioni che ha esposto in Italia e all’estero (Istituto Italiano di Cultura di Washington 2001, Università di Barcellona 2004). Alcuni suoi libri d’artista sono presenti in collezioni come il National Museum of Women in the Arts di Washington, e alla Rhode Island School of Design (Providence, USA). Parallelamente al lavoro visivo svolge un’attività di ricerca e insegnamento sul cambiamento che il femminismo ha portato nel mondo dell’arte contemporanea e nel pensiero sull’arte. Ha pubblicato nei Quaderni della Libreria delle donne Matrice, sull’arte relazionale. È docente al Master di politica delle donne all’Università di Barcellona al centro di ricerca delle donne Duoda. Il suo corso di ricerca attuale si intitola La novità fertile. Esperienza femminile e pratiche artistiche.
(www.libreriadelledonne.it, 12 ottobre 2022)
di Angelo Mastrandrea
Compie 60 anni il libro Silent Spring (Primavera Silenziosa) di Rachel Carson ritenuto il manifesto del movimento ambientalista mondiale. Pubblicato nel settembre del 1962 negli Stati Uniti previde con forte anticipo sui tempi gli effetti sull’uomo e la natura degli insetticidi utilizzati in agricoltura. Tanto fu il clamore intorno al libro che anni dopo la pubblicazione venne vietato l’impiego del DDT in agricoltura e vennero emanati una serie di provvedimenti legislativi in materia di tutela ambientale. «L’idea centrale di Silent Spring, ovvero che gli esseri umani siano parte di un delicato e complesso ecosistema, implicava un radicale mutamento culturale, un rovesciamento completo del pensiero, ancora oggi dominante, che pone gli umani al di fuori e al di sopra della natura e dà loro il diritto di sfruttarla, manipolarla, dominarla», afferma Bruna Bianchi, professoressa di Storia delle donne e del pensiero politico contemporaneo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ora in pensione. «E il pensiero di Carson è rivoluzionario. Nel 1990 Grace Paley, scrittrice e attivista contro il nucleare, ha affermato: Rachel Carson pensava che era necessario amare la natura per poterla comprendere. Non era sentimentalismo. Sapeva che era pericoloso acquisire una conoscenza senza quell’amore. Ci ha insegnato che la vita di un insetto non può essere annientata senza uccidere gli uccelli canori. E che la voce di un uccello canoro non può essere ridotta al silenzio senza avvelenare un bambino. «Se coglieremo a fondo questo messaggio – continua Bianchi – forse potremo arrestare il processo distruttivo che sta devastando il mondo».
Bianchi, è corretto dire che Carson è stata la madre dell’ambientalismo contemporaneo?
La frase, che può suonare enfatica, dà rilievo all’influenza di una donna di scienza e una letterata che ha ispirato generazioni di attivisti, ha avuto un ruolo fondamentale nella presa di coscienza di un vasto pubblico della crisi ambientale, ha indicato un modo diverso di percepire e studiare la natura e di concepire la scienza».
Lei ha scritto che «una donna con una formazione scientifica accusava la scienza di aver imboccato una strada che conduceva alla distruzione della vita, che considerava la natura come ostile…». Su quali argomentazioni si basava Carson?
La critica di Carson si rivolge al concetto di natura statica, alla concezione rigida causa/effetto che non tiene conto della dinamicità dell’ambiente, della continua e complessa interrelazione di forze fisiche, chimiche e biologiche. La chiara illustrazione del principio ecologico dell’interconnessione offriva a lettori e lettrici gli strumenti per opporsi alla direzione imboccata dalla scienza che Carson interpretava come un arresto nell’evoluzione della conoscenza. Silent Spring terminava con queste parole: «Il controllo della natura è una frase concepita nell’arroganza, nata dall’età di Neanderthal della biologia e della filosofia, quando si credeva che la natura esistesse per l’utilità degli esseri umani. È per noi una sfortuna allarmante che una scienza ancora così primitiva si sia dotata delle più moderne e terribili armi e che nel rivolgerle contro gli insetti le ha rivolte anche contro la terra».
Nel 1962 il libro fu osteggiato negli Stati Uniti da molti scienziati…
Questo accadde perché criticava l’economia e il diritto indiscusso «di guadagnare un dollaro a qualsiasi costo» e perché la sua visione ledeva gli interessi degli scienziati strettamente legati all’industria chimica. Inoltre, criticando dalle fondamenta il sapere scientifico, metteva in discussione la figura dello scienziato, «isolato come sacerdote nel suo laboratorio», detentore di una verità impartita dall’alto e indiscutibile. Scrisse nel 1952: «Questo non è vero. Non può essere vero. La materia della scienza è la materia della vita stessa. La scienza è parte della realtà del vivere».
Nel giudizio degli scienziati di quel tempo pesò il fatto che era una donna?
Il dibattito che seguì alla pubblicazione di Silent Spring assunse forti connotazioni di genere e il libro fu attaccato violentemente attraverso l’autrice: negli interventi di autorità politiche e di esponenti dell’industria chimica, nelle vignette apparse sulla stampa, Carson è stata descritta come una zitella emotiva, irrazionale, regressiva, dedita al culto dell’equilibrio della natura. Una donna inutile, perché non sposata e senza figli, che si occupava di cose inutili come gli uccelli, osava sfidare gli uomini di scienza e con essi la razionalità, l’oggettività, il progresso.
Come fu accolto il libro in Italia?
Manca ancora uno studio sulla ricezione di Silent Spring, che apparve in traduzione italiana nel maggio del 1963. L’opera è stata costantemente menzionata nelle sintesi del pensiero e del movimento ecologista, è stata messa in rilievo la sua denuncia dell’uso indiscriminato dei pesticidi, ma non mi pare sia stata analizzata a fondo. Nel 2012, il cinquantesimo di Silent Spring in Italia è passato quasi inosservato. Inoltre, non è stata fatta una lettura integrata con il complesso dei suoi scritti.
In effetti non era la prima pubblicazione di Carson sui temi ambientali…
Al mare Carson dedicò tre opere scientifiche e di grande valore letterario: Under the Sea-Wind del 1941; The Sea Around Us del 1951 e The Edge of the Sea del 1955. In esse lettori e lettrici sono invitati/e a superare il confine tra il mondo umano e naturale, tra mondo terrestre e marino, a pensarli dalla prospettiva delle creature che lo abitano. Nel Mare intorno a noi, una vera e propria biografia del mare, ha anticipato le critiche al paradigma scientifico. Nel 1956 apparve un articolo dal titolo Help Your Child to Wonder, un manifesto pedagogico e letterario sull’esperienza dell’infanzia nella natura che Carson, dopo la pubblicazione di Silent Spring, avrebbe voluto ampliare. Verso la fine della vita era più che mai convinta che il senso della meraviglia, se coltivato fin dall’infanzia, avrebbe favorito quel rispetto che non avrebbe tollerato la distruzione.
Il suo impegno non era rivolto anche all’emancipazione delle donne…
Carson non si definiva femminista, eppure, con il suo modo di intendere la scienza sfidò le divisioni gerarchiche, l’idea che l’oggettività e il distacco fossero superiori alla soggettività e all’emozione, che la sfera pubblica fosse più importante di quella privata, che gli uomini fossero superiori alle donne. Nei suoi scritti mise in discussione le ideologie dell’oppressione ed esercitò una rilevante influenza su scienziate, movimenti femminili e donne comuni. Un forte messaggio di liberazione ci viene anche dalla sua stessa vita: una donna che manteneva la sua famiglia, che non permise mai al sessismo di condizionare il suo agire, determinata ad affermare il diritto di essere ascoltata e che riuscì a dimostrare che le sue idee erano importanti e meritavano attenzione.
Chi è l’erede di Rachel Carson?
Tra coloro che hanno raccolto l’eredità di Carson, ricordo Rosalie Bertell, scienziata scomparsa nel 2012, ma che è oggi un punto di riferimento importante. La sua opera, No Immediate Danger del 1985, è considerata la continuazione di Silent Spring. Al «forte grido di battaglia» lanciato da Carson contro i pesticidi, Bertell univa il suo grido contro le radiazioni. Come Carson sfidò la nozione di oggettività scientifica, accusò di arroganza la scienza moderna che legittimava l’introduzione nell’ambiente naturale di sostanze tossiche prima di averne verificato la pericolosità. Il suo ultimo libro Pianeta terra. L’ultima arma di guerra, pubblicato nel 2000 e aggiornato al 2010, in cui affronta la questione della geoingegneria, ha la stessa forza di denuncia del libro di Carson, esprime lo stesso senso di urgenza e rivolge lo stesso appello alla democrazia, al diritto di cittadini e cittadine di essere informati/e sulle attività che distruggono il pianeta.
(Extraterrestre – il manifesto, 29 settembre 2022)
di redazione sito Libreria
Al Festivaletteratura di Mantova, il 9 settembre 2022 Giordana Masotto e Luisa Pogliana hanno parlato in una sala affollata e partecipe di Vita e lavoro: cambio di scena. A partire da due libri appena usciti: Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo, del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, a cura di Giordana Masotto (Moretti&Vitali), e Una sorprendente genealogia. L’autorità femminile nel management dall’800 a oggi, di Luisa Pogliana (Guerini Next). Pensieri, pratiche ed esperienze per dare forza, idee e radicamento a chi vuole cambiare il lavoro a partire dal nesso vita/lavoro. La scommessa chiave dell’oggi, aperta a donne e uomini che vogliono ritrovare senso e libertà in tutto il loro tempo. Quando le donne prendono pubblicamente la parola a partire da sé e dalla propria esperienza di vita/lavoro diventano soggetti di un processo di cambiamento che riguarda tutti e tutte.
Guarda e ascolta l’incontro (30 minuti): https://youtu.be/LZVAR4flAyc
(YouTube, 9 settembre 2022)
di Adnkronos
Le dichiarazioni di Vladimir Putin vanno prese sul serio. L’avvertimento arriva dall’ex-cancelliera tedesca Angela Merkel a commento della minaccia del presidente russo di utilizzare armi nucleari in caso di attacco contro l’integrità territoriale della Russia nel quadro della guerra in Ucraina. «Bisogna prendere sul serio le sue parole», ha detto Merkel, che ha chiesto di «non minimizzarle fin dall’inizio come se fossero un bluff» e di «affrontarle seriamente», secondo quanto riporta la radio tedesca Rnd.
«Questo non è un segno di debolezza o di pacificazione, ma un segno di saggezza politica, una saggezza che aiuta a mantenere un margine di manovra o, cosa almeno altrettanto importante, a raggiungerlo», ha spiegato l’ex-cancelliera.
Putin ha avvertito la scorsa settimana, dopo aver annunciato il decreto “mobilitazione parziale”, del possibile uso di «ogni mezzo» in caso di «minaccia all’integrità territoriale» russa, sottolineando che «non si tratta di un bluff», commenti che hanno innescato un’ondata di critiche da parte della comunità internazionale.
(https://www.adnkronos.com, 28 settembre 2022)
di Francesca Maffioli
Il prossimo ottobre uscirà la nuova edizione del dizionario italiano Treccani diretto da Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, in tre volumi: il Dizionario dell’Italiano Treccani (Parole da leggere), il Dizionario storico-etimologico (Parole da scoprire) e la Storia dell’italiano per immagini (Parole da vedere). Con la pubblicazione del nuovo dizionario, insieme all’aggiornamento che prevede ad esempio l’introduzione di neologismi, si saluta un altro importante e atteso cambiamento: sostantivi e aggettivi saranno sia nella forma femminile sia in quella maschile, e non più tra parentesi ma in ordine alfabetico.
Proprio un anno fa veniva pubblicato il primo Quaderno del «Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini», intitolato Dove batte la lingua oggi (per Iacobelli editore; su queste pagine avevamo anticipato uno stralcio del saggio di Laura Fortini, ndr), in cui si ricordava come già nel 1987 Sabatini parlava di sessismo della lingua italiana. La scrittrice e giornalista Maria Rosa Cutrufelli, presidente del centro che ha sede alla Casa internazionale delle donne di Roma, risponde in merito a questo cambio di prospettiva che disegna in maniera più fedele ciò che a livello linguistico era già cambiato e continua a cambiare.
La prossima edizione del dizionario italiano Treccani sceglie di registrare le forme femminili dei nomi e degli aggettivi femminili insieme a quelli maschili, superando la prassi secondo cui il femminile risulta, ma solo in dipendenza dal maschile. Come vede questa scelta? Perché ancora tante critiche?
Sono passati trentacinque anni da quando Alma Sabatini scrisse un libro famoso e ancor oggi utilissimo: Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Da allora la società è cambiata radicalmente, ma i mutamenti linguistici hanno tempi molto lunghi e nei dizionari «donna» è ancora sinonimo di «casalinga». Credo che dobbiamo essere grate (e grati) a Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, che hanno avuto il coraggio di adeguare il dizionario Treccani ai nuovi tempi. L’innovazione forse più interessante (almeno per me) consiste nel fatto che le forme femminili degli aggettivi e dei sostantivi non sono più messe fra parentesi, come semplici derivati dal maschile, ma hanno una pari dignità. Cioè vengono levate dalle parentesi e messe insieme al maschile, seguendo un ordine alfabetico. Per esempio troverete «Amica/amico» o, al contrario, «Direttore/direttrice». E naturalmente troverete anche i nomi professionali (nomina agentis) declinati al femminile, come «rettrice» o «avvocata» (che, sia detto per inciso, erano già in uso nel medioevo, ma che poi, nella «modernità» si erano persi: anche nella lingua ci sono corsi e ricorsi). Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, insomma, hanno cercato di rimettere le parole in sintonia con la realtà. Un’operazione coraggiosa, perché è assolutamente vero, come ebbe a dire Luisa Muraro, che «la lingua batte dove la politica duole». Gli attacchi subiti da Della Valle e Patota sono molto significativi, infatti, non di una resistenza a un cambiamento linguistico, ma a ciò che questo cambiamento registra. È come se i detrattori della nuova Treccani sperassero che, non nominando la nuova presenza femminile nella società, questa presenza possa sparire d’incanto. Questo rifiuto del cambiamento, oltretutto, si palesa in modo molto violento. Non «obietta» con garbo (e competenza) il giornalista Giovanni Sallusti quando scrive: «è la Treccani che diventa le Treccagne». La lingua, si sa, è uno strumento che serve a esprimere le nostre opinioni. Ma le opinioni cambiano e si possono cambiare, sostanzialmente o formalmente. Io non spero che Giovanni Sallusti cambi opinione, ma il modo di esprimerla, almeno questo sì, lo spero in nome di una comune civiltà. Si può discutere senza offendere. O no?
Nel 1991 la filosofa Luce Irigaray scriveva «Parlare non è mai neutro», spiegando come il falso universalismo promosso dai sostenitori del neutro maschile fosse da opporre al linguaggio sessuato, capace di nominare le soggettività. In che modo secondo lei la grammatica può essere guardata come il riflesso delle relazioni che abitano l’umano?
A questo proposito, mi è capitato di citare più volte un libro molto illuminante: L’infinito singolare della semiologa Patrizia Violi. In questo libro Patrizia Violi si chiede se il riflesso della differenza sessuale nella lingua (come, per esempio, l’esistenza dei generi grammaticali) è un semplice «accidente» o rifletta un concreto bisogno espressivo dei parlanti. Subito dopo, osserva che il linguaggio è il luogo in cui la soggettività si costituisce e prende forma, dato che il soggetto si può esprimere solo attraverso il linguaggio e il linguaggio, a sua volta, non può costituirsi senza un soggetto che lo fa esistere. Il problema è che il linguaggio esprime anche le posizioni di dominio nella comunità dei parlanti, e dunque il linguaggio, nella nostra cultura, per tradizione registra la voce di un solo soggetto che parla per tutti, azzerando le differenze: un soggetto che non è neutro se non in apparenza, ma che in realtà è maschile. Ma chi non viene «nominato» non esiste e il diritto all’esistenza, a essere «visibile» anche attraverso la parola, è ciò che chiedono tutti i soggetti finora esclusi, per l’appunto, dalla «nominazione»: le donne, come sempre, ma anche le persone non binarie, il mondo lgbtq e così via.
Uno degli argomenti feticcio di chi si scaglia contro l’utilizzo di medica, avvocata, ministra o ingegnera continua a essere il trito «suona male». Secondo lei il fatto che queste parole vengano registrate in un dizionario può aiutarne a diffonderne l’uso? Quanto la norma linguistica in alleanza alla lingua d’uso può concorrere a un cambiamento?
Il «sistema della lingua» possiede una grande forza d’inerzia e i mutamenti linguistici, come ho detto, hanno tempi molto lunghi e sono tutt’altro che facili da indirizzare nel verso auspicato. Ma, nel caso della nuova Treccani, non c’è un incitamento ad andare in una direzione invece che in un’altra: piuttosto, si registra un cambiamento già avvenuto nei fatti. E questo facilita la comprensione e agevola e legittima quello che alcuni linguisti chiamano «il sentimento dei parlanti».
Il «Centro di documentazione internazionale Alma Sabatini», promuove da anni attività di studio e di ricerca inerenti all’uso non sessista della lingua. Le cose sono cambiate?
Dopo trentacinque anni, direi che è ancora valido quello che Alma Sabatini scrisse a chiusura delle Raccomandazioni: «Quello che ricerchiamo è una riforma nel profondo dei nostri simbolismi politici, estetici, etici, che si riflettono in quella apparente superficie o parte emergente dell’iceberg che è la lingua». Tutte le riforme sono difficili, ma questa credo che sia la più difficile di tutte. Però anche la lingua sta cambiando, è inevitabile, per adeguarsi ai bisogni dei nuovi soggetti. Nel secondo Quaderno del Centro, in uscita a breve, troverete un dibattito molto interessante e significativo fra ragazzi e ragazze. Leggendo le loro opinioni (e le loro richieste) potrete rendervi conto facilmente di quanto questo argomento li appassioni e di come non sia più possibile far finta che il problema non esista.
Nella raccolta di saggi «L’invenzione delle personagge» (Iacobelli editore, 2016), lei ha partecipato con un suo intervento a questo volume (nato all’interno della Società italiana delle Letterate, ndr) che per scelta delle curatrici Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini declinava nel titolo il sostantivo «personaggio» al femminile plurale. In letteratura quali differenze racconta, rispetto ai personaggi, la categoria critica delle personagge?
Questo è un tema difficile da affrontare in poche righe. Qui posso soltanto ribadire quello che scrissi in quella raccolta di saggi molto innovativa (e anch’essa molto coraggiosa, perché il dibattito attorno a questo tema è ancora alle prime battute). Scrissi che, per narrare, bisogna entrare nel cuore dei personaggi messi in scena, maschi o femmine che siano.
Per farlo, è necessario un profondo processo di empatia. Ma l’empatia, per quanto grande, non potrà mai cancellare l’ombra che il corpo di chi scrive getta sulla pagina: un’impronta originaria che testimonia una differenza originaria. Più semplicemente: l’esperienza del nostro corpo vivente si rifletterà sempre, in qualche modo, in maniera diretta o indiretta, sulla pagina. Ma questo riflesso talvolta non è facile da cogliere. Né da chi scrive né da chi legge.
(il manifesto, 27 settembre 2022)
di Ida Dominijanni
Gli occhi dell’altro sono spesso più veritieri dei propri. Colpisce, per tutta la lunga notte dei risultati elettorali, lo scarto fra come ci guardano dall’estero e come ci guardiamo noi. Gli altri, al di qua e al di là dell’Atlantico, puntano il dito sulla luna: per la prima volta in Italia vince un partito postfascista, per la prima volta spetterà a una donna mettersi a capo di un governo. Da noi si preferisce guardare il dito, normalizzando il risultato con la conta delle percentuali e dei seggi e glissando sul postfascismo, decretato dalla stampa liberale argomento obsoleto. Quanto alla “prima donna” l’attenzione è già tutta puntata sulla reazione dei maschi, i suoi alleati in primo luogo che in superficie festeggiano ma di certo in cuor loro non gradiscono lo smacco.
Gli storici del futuro saranno più precisi. Scriveranno che nel centesimo anniversario della marcia su Roma, e mentre nel cuore dell’Europa infuria una guerra che fa implodere definitivamente il campo ex comunista novecentesco, in Italia un partito con la fiamma tricolore nel simbolo vince le elezioni e va – legittimamente, come del resto il fascismo storico e il nazismo – al potere. Questo, alla fin fine, è il fatto, e i fatti storici sono sempre un misto di ripetizione del e differenza dal passato. No, non si annuncia un ritorno di fascismo-regime. Però sì, i sovranismi di oggi riciclano molti e sostanziali ingredienti del fascismo di ieri. L’Italia non ridiventa fascista, ma certo la discriminante antifascista, fondamento valoriale e politico della repubblica nata dalla resistenza, vacilla. Drammatizzare questo fatto con gli occhi rivolti al passato è presbite, minimizzarlo è miope. Metterlo a fuoco nelle sue cause e nei suoi effetti, interni e internazionali, in un sistema politico come quello italiano che da trent’anni non trova pace, sarebbe il primo nodo da sciogliere.
Il fatto accade, in primo luogo, in costanza di un tasso di astensione del 36 per cento, il più alto alle elezioni politiche della storia della repubblica, che al sud raggiunge picchi del 50 per cento. Significa che un terzo dell’elettorato e metà di un terzo del paese, vuoi per disinteresse, per disperazione o per protesta, al rito elettorale non crede più. La politica-spettacolo scivola sempre più, è stato efficacemente detto, in uno spettacolo senza pubblico. Dove il richiamo al fascismo o alla discriminante antifascista suona più o meno come la citazione di un geroglifico in una classe di marziani, e ben di più conta la consuetudine ormai inerziale a votare per l’ultimo prodotto disponibile e pubblicizzato sul mercato politico, della serie “proviamo anche con lei, non si sa mai”.
In secondo luogo. Meloni vince, con un balzo che dal 4 per cento del 2018 la porta al 26,5 per cento di oggi; ma non stravince, e cresce soprattutto a scapito dei suoi alleati (rispetto al 2018 la Lega crolla dal 17 all’8,8 per cento, Forza Italia dal 14 all’8). L’agognata maggioranza assoluta necessaria al centrodestra per farsi in casa il presidenzialismo “madre di tutte le riforme” non c’è. Quella per governare sì, anche se è tutto da vedere se e quanto reggerà alla prova della ferita narcisista di due maschi alfa come Salvini e Berlusconi messi in riga da una donna. Tanto più che con il suo 8 per cento la neonata formazione centrista di Calenda e Renzi manca di un soffio il sorpasso di Forza Italia, ma diventa pur sempre una tentazione a portata di mano per un eventuale sganciamento di Berlusconi dai suoi alleati euroscettici. Se a questo si sommano le divergenze interne alla coalizione sulla politica economica e la prevedibile resa dei conti interna alla Lega, i destini del futuro governo a guida meloniana sono più incerti di quanto appaia fulgida l’egemonia della destra sulla società italiana.
Che è pari all’annunciata implosione del campo opposto, dove la sconfitta politica e culturale è perfino più eclatante di quella numerica. Sono note le responsabilità del segretario del Partito democratico nella conduzione del gioco. A vanificare il ruolo di partito-guida del centrosinistra che il Pd si era sempre attribuito hanno contribuito la rottura isterica con Conte reo di lesa maestà nei confronti di Draghi, le oscillazioni fra la costruzione di un fronte antifascista (ma senza i cinquestelle) o di un’alleanza programmatica (con Calenda, poi sottrattosi), lo spostamento tardivo verso contenuti di politica sociale in contrasto con l’ossequio precedente all’agenda Draghi. E sopra tutto questo, la sottovalutazione delle trappole di una legge elettorale ai limiti dell’incostituzionalità, fatta apposta per premiare l’unità e punire le divisioni.
Come sempre in questi casi, tuttavia, serve a poco o nulla la crocifissione del leader di turno, che peraltro ha già annunciato la sua intenzione di cedere il passo di qui a poco (magari a una donna, perché a sinistra si ricorre alle donne solo quando ci sono cocci da incollare e non quando la partita si può vincere). Con ogni evidenza il problema non è Letta o solo Letta, bensì la natura irreparabilmente contraddittoria e irriformabile di un partito geneticamente sospeso fra (abiura della) sinistra e adesione al credo neoliberale, attaccato alla funzione di governo e di “perno del sistema” come uniche ragion d’essere, e diventato di recente il garante di un atlantismo acritico a trazione anglo-americana dopo essere stato per decenni il garante di un europeismo acritico a trazione tedesca. Né le colpe della desertificazione di oggi vanno messe solo sul conto del Pd. La sinistra radicale non ha dato prova migliore di sé, con la decisione di Sinistra italiana di tornare a stringere con il Pd un’alleanza non poco innaturale date le diverse posizioni di partenza sulla guerra in Ucraina, e con l’ennesimo scacco matto dell’area aggregatasi in Unione popolare.
Il risultato è stato un disorientamento senza precedenti dell’elettorato di sinistra, che in parte – e magari obtorto collo – ha trovato nei cinquestelle un argine a cui affidare due messaggi in bottiglia: l’urgenza di ritrovare, a sinistra, un radicamento nei ceti popolari, e l’urgenza di calmierare l’atlantismo con qualche domanda più che legittima sulle prospettive politiche e geopolitiche della guerra in corso. Il partito di Conte se ne è giovato, ma che sia stato effettivamente la carta giusta su cui puntare per questa duplice scommessa è tutto da vedere, al di là dell’abilità che il suo leader ha dimostrato nello smentire con un 15 per cento (pur sempre la metà rispetto dell’exploit del 2018) i pronostici che davano per morto il movimento pentastellato. La vicenda non è comunque liquidabile con la diagnosi imperante di un successo dovuto, soprattutto nel sud, a un assistenzialismo incentrato sulla sola difesa del reddito di cittadinanza. Nel recupero elettorale ha contato la popolarità guadagnata da Conte nella prima fase del governo della pandemia, evidentemente non del tutto soppiantata dalla mitografia agiografica del successivo governo di Mario Draghi.
Il che vorrà pure dire qualcosa che l’informazione mainstream non vuole sentirsi dire, intenta com’era stata, all’epoca dell’insediamento del governo Draghi, a festeggiare l’archiviazione per via tecnocratica dei populismi. Il voto di domenica dice l’esatto contrario, confermando la regola per cui tecnocrazia e populismo si alimentano a vicenda l’una essendo l’altra faccia dell’altro. Certo, qualcosa di sostanziale è cambiato dal 2013: allora la fine del governo tecnico di Mario Monti scatenò il populismo “né di destra né di sinistra” di un movimento informe come il Movimento 5 stelle di Grillo e quello di destra della Lega xenofobica di Matteo Salvini; oggi la fine del governo Draghi premia un partito d’opposizione di destra come quello di Giorgia Meloni e un movimento diventato partito come quello di Conte, ricollocato a sinistra e passato all’opposizione dopo una lunga (e bifronte) esperienza di governo.
In un certo senso il quadro è più chiaro, così come ovunque nel mondo si va chiarendo la destinazione divaricante dei populismi, o verso il sovranismo tradizionalista di destra o verso un’iniezione di vocazione popolare perduta nella sinistra. Ma l’alternanza di tecnocrazia e populismo si conferma come la spia più evidente, e tuttora accesa, della crisi verticale della democrazia rappresentativa italiana. Anche le crisi più estenuate, però, a un certo punto si chiudono. Difficile scommettere che dalla propria sconfitta una sinistra parlamentare possa trarre le energie per una qualche palingenesi. Più facile prevedere che la via d’uscita si profili nello scontro fra la stretta d’ordine che la destra di governo tenterà di imprimere a un paese sull’orlo del collasso e il conflitto sociale che ne scaturirà.
(L’Essenziale, 26 settembre 2022)
di Alexandra Petrova
«Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta»
Adam Zagajevskij
Da sei mesi non riesco a non pensare neanche per un’ora alla guerra che l’esercito russo ha iniziato la mattina del 24 febbraio su ordine del governo russo. Non ci sono scuse per questa guerra, che non è solo un’onta indelebile per tutti i cittadini russi, compresi quelli che vi si oppongono, ma lo è anche per le persone che come me, se pur vivono all’estero da decenni, continuano a parlare e scrivere nella loro madrelingua.
Se la patria è madre, allora mia madre è una serial killer. O forse è stata presa in ostaggio, è una vittima di violenza domestica? La sua volontà comunque è asservita alle forze oscure. Non ha saputo ribellarsi. E poi non è un po’ troppo comodo pensare di essere una vittima che annuisce a un burattinaio? E se vogliamo parlare di responsabilità, forse anche io avrei dovuto parlare con più sicurezza e a voce più alta di come sono state coltivate certe tendenze, direi delle fissazioni imperialiste, condividere non solo con gli amici più stretti le mie premonizioni di lunga data su questa guerra, ricordare di continuo che la Russia ha iniziato la guerra in Georgia nel 2008 e si è impadronita di una parte del suo territorio, parlare della guerra cecena in cui l’esercito russo ha dato prova di crudeltà e sadismo senza precedenti, ricordare che la Russia ha bombardato città civili in Siria, che nel 2014 ha annesso un territorio dell’Ucraina, di un altro paese sovrano, che… Ma non si sapeva forse già? Non sono stati pubblicati i libri di Anna Politkovskaja in tutto il mondo, compresa l’Italia? Non accadeva tutto di fronte al mondo intero? Gli affari però sono molto più importanti della graduale perdita di varie libertà dei cittadini di un paese e delle sue aggressioni verso gli altri. Il gas, il petrolio, il denaro. Così, come si può vedere, sto cercando di spalmare un po’ la responsabilità, e perfino le colpe (che gravano giustamente sui russi) sul mondo, almeno quello occidentale. Con questo non voglio dire che ci sono due verità, ma vorrei ricordare che questa guerra non è solo l’ennesima sconfitta del mondo russo, ma anche in parte di quello occidentale.
Le grandi sconfitte sono fatte anche dalle storie personali. Mio nonno materno è nato a Kharkov, in ucraino Kharkiv, il mio bisnonno a Kiev, anche se, come la mia bisnonna, ha vissuto tutta la vita a Kharkov, che all’epoca era il capoluogo dell’Ucraina. Il mio bisnonno era un artista e un fotografo. Dilettante, perché per il suo rango doveva essere al servizio dello stato. Creava lanterne magiche per le quali vinceva premi nazionali e internazionali e insegnava il disegno anche gratuitamente, faceva dei corsi aperti per i giovani perché credeva che l’uomo che ama l’arte non potrà mai diventare cattivo. Era nato nel 1871, e come si sbagliava! Dopo la Rivoluzione non poté più fare ciò che amava. Il suo laboratorio fu espropriato e distrutto selvaggiamente. Suo figlio, mio nonno, si trasferì a Mosca, dove all’epoca viveva mia nonna, e nel 1930 fu arrestato come anarchico-mistico. Dopo la prigione fu mandato in Kirghizistan, dove, in un posto che non esisteva sulla mappa, nacque mia madre. La guerra separò mio nonno e mia nonna. Lei e mia madre, all’inizio dell’invasione tedesca dell’URSS, si trovavano in Bielorussia, dove mia nonna insegnava inglese alla scuola ufficiali. Questo la salvò quando riuscì a salire sull’ultimo treno in partenza da Kalinkovichi insieme ai futuri ufficiali, all’inizio dell’agosto del 1941. Il treno fu bombardato durante il tragitto, ma riuscì a giungere, anche se non nella sua interezza, in territorio libero. Il 21 agosto i tedeschi entrarono in città. A metà settembre, a tutti gli ebrei fu ordinato di trasferirsi nell’area a loro destinata, il ghetto. Il 20 settembre fu detto loro di indossare i loro abiti migliori e di attendere gli ordini. Il 21 settembre furono caricati su un camion e portati alla stazione ferroviaria da dove, appena un mese prima, era passato il treno che aveva portato via mia nonna e mia madre. C’era un lungo fossato vicino alla ferrovia. Ed è lì che venivano gettate le persone morte e talvolta ancora vive. I camion effettuarono 12 viaggi. In un solo giorno furono uccise 700 persone. Soprattutto bambini, donne e anziani. Nei mesi successivi gli ebrei rimasti furono braccati con l’aiuto della polizia locale e sterminati. Mia nonna era ebrea. Non per religione, come a volte si intende in Italia, ma per nazionalità, perché in URSS non c’era più la religione, ma la nazionalità invece era correttamente registrata in tutti i documenti, quindi i tedeschi non erano gli unici a tenere le liste. Oggi mia nonna e mia madre si trovano nelle liste della Shoah come sopravvissute. Ma per i tedeschi questo massacro era solo «un’azione», la chiamavano ufficialmente così. Non vi ricorda forse una certa «operazione speciale»?
Mio nonno fu nuovamente arrestato dopo la guerra, nel ’47, e inviato nel Gulag, dove visse fino alla metà del 1953. Tuttavia, anche dopo il rilascio, non gli fu permesso di vivere nelle grandi città, e nemmeno nel raggio di cento chilometri da esse. Per molto tempo mia madre non ha saputo che suo padre era vivo. Per caso, da uno sconosciuto, scoprì che era un nemico del popolo e non un eroe di guerra come aveva pensato, e quando finalmente, dopo la morte di Stalin, venne a Leningrado per vederla, lei non volle comunicare con lui. Mio nonno è morto solo, lontano dalla famiglia.
Non sapevo nulla di queste storie, finché un giorno, già adulta, non le ho scoperte per caso. Nella nostra società non si facevano troppe domande ai parenti. La mia è la storia di molti altri.
Poco prima di questa guerra avevo programmato di andare a Kharkov, la città dei miei antenati, di cui cercavo di sapere qualcosa da diversi anni. Non lontano dal luogo di nascita di mio nonno c’è una bella cittadina chiamata Chuguyev, dove si trova la casa-museo di un importante pittore, Ilya Repin, che nacque in Ucraina ma lavorò tutta la vita in Russia ancora prima della Rivoluzione d’Ottobre. In quel museo erano stati trovati alcuni documenti legati alla mia famiglia, e la direttrice del museo desiderava incontrarmi. La sera del 24 febbraio, in una giornata in cui tutto stava già precipitando fin dal primo mattino, ho letto la notizia dell’uccisione di un ragazzo di 14 anni a Chuguyev. A sei mesi dall’inizio della guerra siamo ormai abituati alla morte dei bambini. In quel momento mi è sembrato impossibile, assurdo, folle, e improvvisamente ho sentito che ancora una volta avevo perso i miei parenti, l’opportunità di ripristinare la storia.
Durante e dopo la Seconda guerra mondiale, a molti sembrò impossibile continuare a scrivere. Tuttavia, alcuni iniziarono, o continuarono a farlo, affinché la memoria non tradisse i morti e testimoniasse contro gli assassini. Prevedo quindi una nuova fioritura della letteratura ucraina, che ha già prodotto testi di grande valore. All’epoca non furono però solo le vittime e i vincitori a scrivere. Fortunatamente, anche alcuni autori tedeschi alzarono la voce contro la Germania nazista. Thomas Mann, che chiamava Tolstoj e Dostoevskij i suoi maestri, disse durante il suo discorso del 1945 La Germania e i tedeschi presso la Biblioteca del Congresso di Washington: «Non esistono due Germanie, quella del bene e quella del male, esiste solo una Germania, le cui migliori qualità, sotto l’influenza di un’astuzia diabolica, sono diventate il male personificato. La Germania malvagia è una Germania buona che ha sbagliato strada, si è messa nei guai, ha sguazzato nei crimini e ora sta affrontando una catastrofe. Ecco perché è impossibile per un uomo nato tedesco rinunciare completamente alla Germania cattiva, carica di colpe storiche, e dire: Io sono la Germania buona, nobile, giusta; guardate, indosso un vestito bianco. E vi consegno il maligno».
Sconfitta, perdita, lutto – in questo momento è quello che io auguro alla Russia e ai suoi cittadini.
Purtroppo anche chi non è stato un complice dovrà bere questo calice amaro. Questa nuova sconfitta sarà più ovvia, più marcata, più fatale di tante altre che ha vissuto la Russia e che hanno prodotto grandissimi testi di Pushkin, Tolstoj, Cechov, Dostoevskij, Mandelshtam, Cvetaeva, Achmatova, Blok, Andrej Belyj.
Per questo oggi vedo nella sconfitta della Russia una possibile purificazione, una rinascita, forse, un giorno, una nuova poesia. Non so se la guerra italiana in Etiopia abbia prodotto tutto questo. A prima vista sembra di no, anche se i 275.000 etiopi uccisi dovrebbero creare un’eterna insonnia. La guerra fatta dal tuo paese, soprattutto se è ingiusta, non può non lasciare tracce. Gli aguzzini e le vittime, gli osservatori, gli ignari e i negazionisti, in qualche modo sono e saranno toccati tutti. E poiché la cultura russa fa parte della cultura europea, questa sconfitta sarà sentita anche al di fuori della lingua russa. La sentirete anche voi.
Alexandra Petrova è nata a Leningrado, attuale San Pietroburgo, nel 1964. Laureata in Lettere all’Università di Tartu, in Estonia, dal 1999 vive a Roma dopo avere trascorso alcuni anni a Gerusalemme. I suoi testi poetici, molto noti in Russia e a livello internazionale, sono stati tradotti in diverse lingue, e in italiano si possono leggere nell’antologia La nuova poesia russa (Crocetti, 2003) e in un volume a lei dedicato, Altri fuochi (Crocetti, 2005). Nel 2016 è uscito in Russia il romanzo Appendix (“Appendice”), in larga parte ambientato a Roma, che ha vinto il Premio Andrej Belyj. L’intervento che qui si pubblica è una versione ridotta del discorso che Alexandra Petrova ha tenuto il 21 agosto a San Mauro Castelverde, in Sicilia, in occasione del Festival di poesia Paolo Prestigiacomo.
(Alias – il manifesto, 24 settembre 2022)
di Tiziana Nasali
È stato proposto alla redazione del sito della Libreria un articolo scritto da Maria Dell’Anno in ricordo di Giulia Galiotto, uccisa nel 2009 dal marito e pubblicato su Noi Donne. La discussione che ne è nata è stata illuminante per le argomentazioni che alcune hanno portato a sostegno della sua pubblicazione. Provo a darne conto.
Scrive Maria Dell’Anno «…il mio cervello ha davvero difficoltà a concepire questi due dati di fatto: tu non esisti più e il tuo assassino è libero».
Questo è il fatto, lei è morta e lui è vivo e libero. Questa contraddizione non ha soluzione perché l’omicidio, come una serie di altri reati, non può essere riparato attraverso il ripristino della situazione precedente. Lo Stato può soltanto, attraverso la pena, attribuire disvalore alle azioni umane e stabilire l’entità della pena, dando così una misura al disvalore.
Maria si chiede quanto disvalore lo Stato attribuisca alla vita di una donna uccisa dall’uomo che le è più vicino. Scrive: «13 anni. Dovevano essere 19. Una sentenza dello Stato italiano lo aveva condannato a 19 anni di carcere. 19 anni per averti tolto la vita». E più avanti: «Non che l’ergastolo riporti la persona uccisa in vita, però, non so, psicologicamente pensare che il tuo assassino non fosse più libero di vivere la sua vita mi dava una qualche forma di rassicurazione sull’equilibrio della bilancia della giustizia».
Capisco bene l’indignazione di Maria e dei famigliari della vittima: spesso di fronte a quei reati che colpiscono le donne, come molestie, stupri e ovviamente femminicidi, ho pensato che le pene comminate fossero troppo lievi e ho provato un senso di ribellione di fronte alle liberazioni anticipate. Pur riconoscendo la validità del principio sancito dalla nostra Costituzione che la finalità della pena debba essere la rieducazione e il reinserimento sociale di chi commette reati, la liberazione anticipata fa saltare la misura che Maria – e molte/i – si era data interiormente per trovare l’equilibrio nella bilancia della giustizia. Sono consapevole che l’equilibrio è sempre difficile e precario quando si tratta di omicidi ma proprio perché nessuna pena riporta in vita la persona uccisa, è importante tenere viva la contraddizione. Tuttavia, quando si tratta di reati commessi da uomini contro le donne non è solo sul piano della legge che bisogna cercare giustizia. Forse non lo è in nessun caso, tanto che si diffonde sempre più la pratica della giustizia riparativa*, ma sicuramente non lo è nel caso dei reati contro le donne.
Scrive ancora Maria: «Lo Stato che ha condannato tuo marito a 19 anni per punire la tua morte e che poi l’ha liberato dopo 13 non ha detto nulla ai tuoi genitori. Non li ha informati che l’assassino della loro figlia ha pagato il suo debito con la giustizia, che è libero di tornare a casa […] lo Stato non si è curato di loro. Ha semplicemente chiuso un fascicolo di carta che portava il nome di tuo marito: liberato e affidato ai servizi sociali».
Non voglio discutere l’entità della pena: possiamo pensare che 19 anni siano tanti oppure pochi… a me personalmente 19 anni per un femminicidio sembrano pochi, ma non è questo il punto e mi pare che neanche per Maria sia questo. Servono parole che aiutino tutte/i noi a elaborare l’irreparabile e a ritrovare una nuova misura quando la precedente salta. È il piano della giustizia, che nel caso dei reati contro le donne dovrebbe anche riuscire a rimediare allo squilibrio simbolico ancora presente nel rapporto fra i sessi e affermare nell’ordinamento giuridico il principio della inviolabilità dei corpi femminili.
(*) La giustizia riparativa ha come obiettivo quello di prestare più attenzione ai bisogni delle vittime nel processo penale attraverso il loro coinvolgimento attivo, quello dell’autore del reato e quello della comunità civile.
(www.libreriadelledonne.it, 21 settembre 2022)
di Angelo Mastrandrea
Un racconto corale su come è cambiato ai nostri giorni il ruolo delle donne in agricoltura è ciò che emerge dal libro di Laura Castellani, Contadine si diventa, Donne in agricoltura, uscito per VandA edizioni. Tra il 2018 e il 2019 l’autrice ha effettuato 35 interviste a contadine al di sotto dei 40 anni e dopo averne pubblicati alcuni stralci sulla pagina Facebook Essere Contadine, storie di giovani donne in agricoltura, ha raccolto nel volume le riflessioni che l’hanno accompagnata «in questo percorso di ricerca e relazioni tra donne», come ha spiegato.
L’universo agricolo italiano visto attraverso lo sguardo in prima persona delle protagoniste mostra con la forza dell’esperienza e delle storie reali i lati di un mondo dai tratti arcaici, anche se profondamente cambiato, giacché ancora disseminato di pregiudizi. Castellani, sociologa e ricercatrice indipendente, ci guida con la sua analisi lucida e mai ideologica, alla scoperta dei dettagli di questa fotografia, in cui si delineano le difficoltà di chi ha scelto una vita non facile al di fuori dagli agi cittadini, che però cova in sé anche un grande potenziale di cambiamento.
«Ho raccolto storie di progetti agricoli e di vita che non sono sempre andati a buon fine, ma in ogni donna c’è e c’è stata la voglia e la determinazione di rialzarsi e di andare avanti, cambiando strada e mettendo in discussione la propria idea iniziale, qualora risultasse non percorribile. La terra dunque, che tradizionalmente si configurava come causa di controllo e oppressione della donna, diventa oggi contesto di autorealizzazione per tutte le intervistate», scrive l’autrice.
In un momento in cui l’agricoltura mostra la sua volontà di ritornare a metodi più rispettosi dell’ambiente, lo spazio agricolo diviene per le donne luogo di autodeterminazione, dove confluiscono capacità e aspirazioni in un progetto che è al tempo stesso di lavoro e di vita. «Questo libro è nato anche per lasciare traccia di un cambiamento che sta avvenendo, nella famiglia mezzadrile la donna era pressoché invisibile, aveva ruoli determinati e circoscritti all’interno della gerarchia famigliare, che prevedevano più che altro la cura del focolare domestico, mentre il lavoro nei campi le riguardava solo in certi periodi, come quello della fienagione o della raccolta del grano. Oggi le cose sono molto diverse e le donne hanno un ruolo di primo piano nel contesto agricolo».
Dalle testimonianze prende forma la figura della contadina multitasking, che si occupa della vendita, dell’osteria, ma anche dei campi, sfatando lo stereotipo tutto attuale con il quale si vorrebbe di nuovo incasellare le donne nei soli ambiti dell’agricoltura sociale o didattica, che c’è, ma unita alla volontà di gestire l’intero contesto, compresi i mezzi di produzione. È proprio lì che si annidano ancora i pregiudizi più limitanti verso alcune delle attività che si svolgono in campagna, come emerge dal racconto di Barbara, giovane agricoltrice, mentre parla della sua esperienza alla guida del trattore: «Papà è contento, nonostante ci siano delle persone che non danno un soldo di fiducia a una donna che porta il trattore e dicono che è pericoloso, soprattutto per una donna. Non vedo dove sia il problema, nel senso che c’è pericolo sia per l’uomo che per la donna».
O in quello di Denise, che racconta di quando è andata ad acquistare il mezzo e si è sentita presa in giro dal rivenditore: «Sto sopra al trattore dieci ore al giorno e quindi qualcosa so, per fortuna, ma se fosse stata un’altra magari sarebbe andata diversamente». La capacità di svolgere diverse mansioni risponde a quella concezione integrata dell’agricoltura che è tipica dello sguardo d’insieme che aveva un tempo il/la contadina, che permetteva di lavorare con le consociazioni e in continuità con i cicli lunari, in quella dimensione magica che è una delle perdite più ingenti seguite alla disgregazione portata dall’agricoltura industriale.
Ma è nel recuperare questo eclettismo che è possibile affrancarsi dall’idea che esso implichi una conoscenza di minore qualità. «Dalle interviste è emersa la voglia delle donne di formarsi, di diventare esperte, spesso partendo come autodidatte, ma senza paura di mettersi in discussione e di tenere in considerazione i tanti fattori che permettono poi ad un’azienda di continuare ad esistere. Che si tratti di investimenti o di canali di vendita, le contadine hanno dimostrato di avere una grande forza e determinazione nel voler raggiungere il proprio obiettivo», racconta ancora Laura Castellani. «Oggi spesso le contadine, che siano agricoltrici, erboriste o casare, sono coloro che si occupano della vendita diretta dei prodotti, rappresentando il volto dell’azienda e riflettendo un dato importante in discontinuità col passato della famiglia tradizionale agricola, in cui c’era solo la dimensione privata, mentre quella relazionale pubblica non esisteva». Nelle vite delle intervistate, che lavorano tutte in aziende piccole o medie e hanno scelto di coltivare in maniera sostenibile secondo una visione di agricoltura quanto più possibile naturale, la voglia di cambiamento personale si mescola alla volontà di prendersi cura anche del territorio in cui si agisce, rivelando quanto le donne possano essere motore propulsore del cambiamento e fautrici di una visione innovativa che guarda al benessere della comunità.
(Extraterrestre – il manifesto, 22 settembre 2022)
di Comunità filosofica femminile Diotima
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 7 ottobre 2022, dalle 17,20 alle 19 per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 11 novembre.
Venerdì 7 ottobre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Lucia Vantini – Esposizione di sé. Fare spazio tra desiderio e pericolo
Venerdì 14 ottobre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Annarosa Buttarelli – Vicissitudini dell’autodeterminazione femminile
Venerdì 21 ottobre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Laura Colombo e Marco Deriu – La questione maschile, un dialogo a due voci
Venerdì 28 ottobre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Ida Dominijanni – Teatro di guerra. Estetica dei corpi
Venerdì 4 novembre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Stefania Tarantino – Il corpo esposto della madre tra immaginario e simbolico
Venerdì 11 novembre, ore 17,20-19, aula Megalizzi (ex T4)
Linda Bertelli – Desiderare il lavoro, lasciare il lavoro
Gli incontri si terranno in aula Megalizzi (ex T4), nel palazzo dei dipartimenti umanistici, Università di Verona, via San Francesco 22.
Grande Seminario di Diotima
Corpi esposti
È un tempo in cui i corpi delle donne sono sovraesposti sulla scena pubblica proprio per la loro presenza sempre più diffusa. La presenza è un fatto positivo, ma per questo anche è diventato molto più esile e difficile il passaggio tra la forza d’attrazione esercitata su di noi dall’esteriorità e il ritrovarsi tra sé e sé come luogo sorgivo di sentire, di silenzio e orientamento. Il continuo andirivieni tra interno ed esterno, tra sentire intimo e messa in gioco pubblica, tra pura visibilità e silenzio vivo ha rappresentato da sempre per le donne una misura per agire in modo sensato e pieno l’esistenza. La soglia tra interno ed esterno ha garantito spazi di silenzio interiore e partecipazione alla vita relazionale senza per questo precipitare e perdersi nella pura esteriorità.
Oggi questa soglia è più sottile perché siamo coinvolte nella iperesposizione dei corpi, nella vita tutta all’esterno, che è il massimo pericolo di perdita di sé, ma anche un segno del nostro tempo da interrogare.
Non sono state solo la pandemia, la guerra vicina e le tante guerre lontane, a esporre i corpi al pericolo di visibilità massima e di conseguenza a un disciplinamento pubblico. È stata anche la riduzione della sessualità a sesso e genere, cioè a pura esteriorità biologica e linguistico-nominalista, molto più controllabile discorsivamente di una dialettica vivente tra interno ed esterno, propria di una sessualità libera e in divenire.
Tale esposizione pubblica del corpo femminile si ha inoltre in un momento in cui sono in atto diverse strategie istituzionali per indurre le donne a diventare madri. Si dice infatti che la denatalità incida negativamente sull’economia italiana. In questo modo viene messo in questione lo stesso immaginario e simbolico del senso dell’essere madre, pensato e voluto dalle donne.
Sappiamo tuttavia che oggi come un tempo la nostra esperienza eccede non solo le istituzioni, ma lo stesso lavoro gerarchico, con tutte le diverse forme di performatività, di cui facciamo esperienza. E oggi come un tempo sappiamo che occorre entrare in conflitto per fare di questa eccedenza una strada simbolica e politica di scoperta e di invenzione.
Rimane l’enigma della questione maschile. Quali sono state le iniziative degli uomini nei confronti di questa eccedenza e della cultura delle donne? Che conseguenze ne hanno tratto? Quanto sono disposti a trasformare il loro agire e il loro senso di sé? Siamo partite dal presupposto che il trasformare le relazioni tra donne avrebbe modificato la risposta maschile al vivere assieme. È avvenuto?
Bibliografia:
Il mondo stringe in “Per amore del mondo” n. 18, 2022 nel sito www.diotimafilosofe.it.
Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes, Napoli-Salerno 2022.
(diotimafilosofe.it – https://www.diotimafilosofe.it/grande-seminario/corpi-esposti/)
di Redazione di Feminist Post
[…] Dell’aborto chimico si parla come di un passo avanti nell’autodeterminazione. Soprattutto le più giovani possono fare confusione tra contraccezione “del giorno dopo” (che va assunta entro 72 ore dal rapporto a rischio) e pillola abortiva, con la quale si può interrompere la gravidanza fino alla nona settimana.
Alle ragazze va spiegato che la RU486 non fa “sparire” la gravidanza, ma appunto la interrompe, e si conclude con l’espulsione del contenuto dell’utero. Il processo è notevolmente più lungo e doloroso rispetto all’aborto chirurgico (aspirazione o metodo Karman): tre giorni e oltre per la RU486, pochi minuti in sedazione e quasi sempre ricovero in day hospital per il Karman. La scelta tra i due metodi deve essere consapevole. La RU486 non è necessariamente un aborto “più facile”, perché può comportare un notevole impegno fisico e psicologico che non tutte sono in grado di affrontare. Che la RU486 garantisca un aborto più “libero” è tutto da dimostrare.
Il Ministero per la Salute ha autorizzato la somministrazione della RU486 nei consultori, ma nella gran parte delle regioni la pratica non ha ancora corso: né nelle Marche, di cui si è parlato molto in questi giorni, né nell’Emilia rossa. Una prudenza che non va stigmatizzata: ci si deve accertare che i consultori, su cui vi è stato un notevole disinvestimento negli ultimi anni, siano davvero in grado di accompagnare il percorso abortivo e di gestire in tempi rapidi eventuali complicazioni.
Per fare ulteriore chiarezza, vi segnaliamo uno dei libri fondamentali per capire il dibattito sull’aborto chimico: “RU 486: Misconceptions, Myths and Morals” (RU486: Idee sbagliate, miti e morale).
Pubblicato dalla casa editrice femminista Spinifex Press, fu nominato per il Premio per i Diritti Umani australiano alla prima pubblicazione (1991), ristampato e aggiornato nel corso degli anni, fino a una nuova edizione nel 2013 (il testo integrale si trova qui).
Il libro è frutto del lavoro di tre studiose: Renate Klein, biologa e docente di Women’s Studies alla Deakin University, Janice G. Raymond, nota femminista americana e professoressa emerita di Women’s Studies e bioetica all’Università del Massachusetts, e Lynette J. Dumble, chirurga e ricercatrice presso il Royal Melbourne Hospital e visiting professor di chirurgia presso l’Università del Texas.
Ecco la traduzione del sommario di “RU 486: Misconceptions, Myths and Morals”, dal sito dell’editore:
«Questo libro è diventato un testo classico per gli attivisti della salute e le femministe interessate alle complessità di come i farmaci vengono sviluppati, commercializzati e venduti alle donne di tutto il mondo. In questo libro le autrici ripercorrono l’insolita storia della pillola abortiva francese RU486 (mifepristone). Esaminano la scienza e la politica dalla sua nascita fino all’uso sulle donne.
– La RU486 è un farmaco miracoloso per l’aborto, un’alternativa sicura ed efficace alle procedure abortive convenzionali?
– Privatizza e de-medicalizza l’esperienza dell’aborto?
– La sua disponibilità è una “vittoria” per le donne?
– La RU486 è sicura per l’uso nei Paesi del Terzo Mondo e nelle aree rurali remote?
– Chi beneficia dell’aborto chimico e che influenza ha la RU486 sui servizi abortivi esistenti?
Le autrici sostengono che le affermazioni positive sulla RU486 (mifepristone) sono piene di miti e idee sbagliate. La RU486 usata da sola è un abortivo fallimentare e necessita dell’aggiunta di una prostaglandina, un farmaco pericoloso. Ma le percentuali di “successo” del cocktail di farmaci RU 486/prostaglandina rimangono tra il 92 e il 95 percento, rispetto al 98-99 percento degli aborti per aspirazione. L’aborto per aspirazione, che è meglio praticare con un anestetico locale, non comporta l’uso di farmaci nocivi e si conclude in 30 minuti. Al contrario, gli aborti con RU486/PG durano giorni, a volte settimane.
Sanguinamenti abbondanti, trasfusioni, vomito, dolore intenso e infezioni sono tra gli effetti collaterali imprevedibili. Alcune donne sono morte per sepsi ed eventi cardiovascolari. L’aborto con la RU486/prostaglandina va a vantaggio della professione medica, delle aziende farmaceutiche e delle economie sanitarie del governo.
Attraverso un’accurata ricerca e analisi, le autrici scoprono la verità: l’aborto chimico è mal concepito e non etico. Esse avvertono che i servizi abortivi a bassa tecnologia sono in pericolo, poiché il mainstream saluta l’aborto con la RU486 come “sicuro ed efficace”, cosa che non è.»
(testo originale qui, traduzione di Maria Celeste)
In Italia un aborto con metodo Karman costa mediamente 1.200 euro, mentre per un aborto chimico ne bastano 40. Per questa ragione il sistema sanitario nazionale ha tutto l’interesse a promuovere la RU486. Noi diciamo invece che a una donna che vuole interrompere la gravidanza va garantita la possibilità di scegliere tra i due metodi. Scelta che può essere praticata solo a condizione che gli ospedali continuino a farsi carico delle IVG chirurgiche.
[…]
(Feminist Post, 21 settembre 2022 – https://feministpost.it/insights-reflections/ru486-o-pillola-abortiva-miti-fraintendimenti-e-business/)
di Umberto Varischio
Su La Stampa del 17 settembre Luigi Manconi, in un commento intitolato “La democrazia dei sensi di colpa”, si occupa dell’entrata in vigore del decreto del governo ungherese che impone alla donna che voglia accedere all’interruzione di gravidanza, l’obbligo di ascoltare il battito cardiaco del feto; instaurando così «una democrazia dei sensi di colpa».
Quest’ultimo sarebbe un «sistema dove tutte le conquiste non solo richiedono fatica – come è normale che sia – ma vengono fatte pagare a caro prezzo e sono da espiare; e dove ogni diritto è sempre precario e revocabile». Manconi mette giustamente in evidenza che la norma rappresenta il tentativo di fare subire alla donna l’espiazione per una colpa che la stessa avrebbe commesso ricorrendo all’interruzione di gravidanza. Per riprendere le parole di Laura Conti in un breve saggio del 1981 intitolato “Il tormento e lo scudo”, si vorrebbe «colpevolizzare la donna due volte: la prima perché abortisce» e quindi uccide un essere umano, la seconda perché lo farebbe senza o con poco dolore.
Con l’ascolto del battito cardiaco, in caso di aborto si vorrebbe provocare o ampliare il sentimento di colpa e i connessi ansia e rimorso; ma in questo caso il sentimento sopravviene per una colpa che la donna stessa non ha commesso.
Un senso di colpa dovrebbe, secondo me, essere invece provato da qualcun altro che un errore o una mancanza invece l’ha effettivamente commessa: quella di deresponsabilizzarsi per tutto quello che riguarda gli aspetti maschili della contraccezione. Molti uomini non sentono questo senso di colpa e rifuggono la responsabilità della gestione di una gravidanza non voluta (spesso anche di quella voluta). Non so quali siano in generale i meccanismi psicologici ed emozionali che sono causa di questa deresponsabilizzazione; in quanto uomo, e interrogandomi su come affronto la mia sessualità, penso che questa mancanza sia dovuta al non avere il “senso del limite”, di qualcosa che non debbo travalicare. Non di rado nel rapporto sessuale, nelle fantasie e nel concreto, vorrei (anche se poi nella realtà non lo faccio, per scelta consapevole generata dal confronto avuto con le donne) “andare oltre” nell’atto, un comportamento che si dice, in modo ridicolo e caricaturale, sia nella “natura” dell’uomo stesso: il non resistere a un desiderio sessuale, un reagire con violenza a un sesso negato, un non accettare nel rapporto sessuale una “negoziazione” (esplicita o implicita) tra atti che si possono fare e quelli che la mia partner non gradisce; quella stessa “natura” che ci porterebbe a commettere stupri e femminicidi. In questo senso del limite penso ci sia anche il mettere in conto che un rapporto sessuale potrebbe implicare anche il concepimento e quindi la scelta di fermarsi, di non andare oltre (in questo caso di non agire il rapporto sessuale completo oppure di proteggersi).
Un senso di colpa in questo caso sarebbe bene che noi maschi lo avessimo e cercassimo di renderci consapevoli di aver commesso un errore e di avere, per questo, fatto del male a qualcuno. Un senso di colpa, o meglio una consapevolezza, non sarebbe qui un sistema di prevaricazione come quello attuato dallo Stato ungherese, ma di civiltà.
(www.libreriadelledonne.it, 20 settembre 2022)
di Luciana Castellina
Sono contenta che nella giornata in cui ricorre il triste secondo anniversario della scomparsa di Rossana venga presentato, alla casa delle donne di Roma, il libro* curato da Gabriele Polo e edito dalla casa editrice della Cgil Futura (e questo è già qualcosa che sottolinea la costante attenzione che Rossana ha sempre avuto per il sindacato e la classe operaia). Perché, come dice il titolo, tratta dei due movimenti storici che sono stati la sostanza della sua vita, il comunismo e, come risultato di un’esperienza più tardiva – il femminismo.
Che rapporto c’è fra i due e, anzi, domanda più grossa sottesa: è possibile avere un partito in comune?
Per approdare a un pensiero ricomposto credo si debba partire da una ricognizione sul femminismo, il più nuovo dei due movimenti, e quello che, a partire dagli anni ’70, ha più lavorato su sé stesso (cosa, ahimè, che non ha colpevolmente fatto quello comunista), tanto da esser oggi denominato «il nuovo femminismo». È su questo che Rossana si è molto interrogata negli ultimi anni, tant’è vero che le tante iniziative che si sono tenute dopo la sua morte si sono quasi tutte fatte su questo argomento (tanto da costringermi ogni volta a ricordare che Rossana è stata anche, e direi soprattutto, una militante comunista a tutto tondo, nella versione Pci e in quella Manifesto e Pdup.
Fu lei a svolgere la relazione al congresso del Pdup per il comunismo tenuto a Bologna nel ’76, il primo che sancì la nascita del nuovo partito nato dall’unificazione fra il «nostro movimento organizzato» e quello cui avevano dato vita Vittorio Foa e quanti come lui non avevano voluto seguire il loro partito, il Psiup, quando decise, dopo la sconfitta elettorale del ’72 (non presero il quorum) di entrare nel Pci.
Rossana ha insistito sempre sull’importanza del concetto base del nuovo femminismo: che le donne devono scoprire innanzitutto chi sono, e si tratta di un lavoro lungo tutta la vita, perché hanno finito per soccombere ad una identità che non sono state loro a disegnare, ma che è stata cucita loro addosso dai maschi. I famosi «gruppi di autocoscienza», che si moltiplicarono nella seconda metà degli anni ’70 e che noi della vecchia generazione stentammo inizialmente a capire, proprio a questo interrogativo, che non si erano mai poste, avevano cominciato a rispondere: chi siamo.
Risposta difficile perché le donne sono rimaste impigliate nel grande storico imbroglio del pensiero cd. neutrale, su cui è costruito il nostro intero sistema sociale giuridico politico, che fa riferimento a un cittadino neutro, che è però tutto disegnato sull’identità maschile. L’ineguaglianza ha qui la sua base.
Si tratta dunque di fare una rivoluzione, che è però ben diversa da quella invocata dal comunismo che vorrebbe sopprimere i padroni, mentre le donne i maschi li amano. E per loro è vitale – ecco il problema – prevedere anche una ricomposizione. E dunque cominciare non solo a costruire l’identità femminile ma anche di ricostruire, dopo averla smantellata, una nuova identità maschile.
Un’operazione che ovviamente spetta ai maschi, che è ora che comincino a lavorarci, ma cui le donne non possono rimanere estranee. Per il femminismo è un passo importantissimo perché si tratta di passare dall’essere movimento di parte ad essere protagoniste della rivoluzione universale.
Non è facile nemmeno per il comunismo, perché deve riconoscere il suo esser di parte, e per cambiare deve cominciare a considerare sé stesso come forza per ora mutilata, transitoria, aperta al dubbio, impegnata fino in fondo in una propria nuova rivoluzione.
E perciò occorre rimandare per ora la nascita di un partito in comune? Forse si può anche collaborare – in parte si sta cominciando a farlo – ma la condizione è che ognuno sia consapevole della propria parzialità. Un’operazione molto più difficile per i maschi, perché un conto è mirare a una conquista, un altro prepararsi a una rinuncia.
Il libro di Rossana che in questo anniversario consigliamo a tutte/i di leggere aiuta a procedere in questa ricerca perché non è assertivo, esplicita i propri dubbi, sollecita risposte. Lo proponiamo anche perché testimonia di un tratto forte della personalità di Rossana: il peso che ha sempre dato al pensiero degli altri, perché degli altri è restata sempre curiosa, non è mai caduta nell’autoreferenzialismo così comune fra gli intellettuali. Non a caso era comunista.
Poiché siamo alla vigilia di un voto e, contrariamente a come di solito è accaduto, non siamo più certi di quale sarà la scelta di compagni con cui pure abbiamo condiviso la storia, mi sono chiesta quale scheda avrebbe messo nell’urna Rossana.
Di certo so che una ne avrebbe messa, non si sarebbe astenuta per nessuna ragione, anche in un momento come questo che suscita una simile tentazione. E avrebbe scelto un partito che abbia attenzione alla soggettività di ciascuna/o iscritto, e dunque alla sua crescita come protagonista diretto e non solo veicolante la parola di un leader. E per questo mai populista – tendenza oggi sempre più diffusa. E però nemmeno elitario. Un dato raro, che faceva dire con ironia a Togliatti che il Pci era anomalo come quello strano animale che si chiama giraffa.
Di partiti detti di sinistra oggi ce ne sono molti, di giraffe nessuna. Penso che Rossana, con saggio ma lungimirante realismo, avrebbe scelto chi meglio conserva la memoria, alternativa ma al contempo unitaria, e l’impronta della nostra storia comunista.
(*) Un secolo, due movimenti. Comunismo e femminismo, tracce di una vita, ed. Futura, pp. 96, € 13,00
(il manifesto, 20 settembre 2022)
di Piera Bosotti
Erbacce, 20 settembre 2022
di firmatarie
Riprendiamo lo stimolo ricevuto da un articolo pubblicato dalla Libreria delle donne di Milano e ne facciamo un appello esplicito per spingere una politica di avanguardia da parte delle donne in occasione delle elezioni. È quella di domandarsi come fare la pace tra conflitti di ogni tipo. Perché di questo da sempre continua ad avere bisogno il mondo.
È questo impegno che oggi va privilegiato!
Contro le armi, le distruzioni, contro l’aggravarsi del clima proprio a causa delle guerre, vanno spinti i rappresentanti politici e le espressioni di voto. E sappiamo della distanza esistente tra rappresentanti politici e popolazione in Italia in questi mesi su queste questioni.
Vogliamo premere sulle elezioni per ottenere una scelta di pace dell’Italia nei confronti del conflitto russo-ucraino perché siamo spaventate dallo sconvolgimento mondiale che questo sta comportando in ordine alla alimentazione e alla complessiva sussistenza di molti popoli.
Questa guerra ci appare come una carneficina su cui molti Stati investono nel dispregio della coesistenza e della mediazione tra sistemi politici ed economici diversi; una scelta patriarcale di scontro totale per vincere un nemico e affermare una sola autorità nel mondo.
In tempo di elezioni il nostro desiderio di fare qualcosa per la pace è interrogare chi si propone come rappresentante del nostro futuro sulla risoluzione pacifica del conflitto, sulla comprensione delle ragioni che lo creano e sulla capacità di privilegiare la soluzione pacifica delle intenzioni dei contendenti, invece di voler vincere rispetto a questioni di principio.
Comprendiamo le motivazioni della invasione russa e quelle di legittimità che vengono sostenute dall’Ucraina. Queste vanno considerate assieme per trovare una soddisfazione parziale in comune che superi le ostilità che da anni fanno morti e distruzioni in quel territorio e ora soprattutto.
Non riconosciamo affatto l’esigenza di spingere ad un conflitto occidentale contro altri Stati e privilegiamo il contenimento delle pretese in favore di un equilibrio complessivo che risparmi vite, beni, ambiente, relazioni internazionali. Siamo contrarie al privilegiare il Diritto a costo della vita, E di quante nel mondo! E siamo in tante e tanti a pensarla così.
Oggi siamo più colti rispetto alla considerazione di quanto si soffrono le guerre che alcuni maschi fanno e di quanto le femmine privilegino nei fatti della loro esperienza quotidiana attività di osservazione dei bisogni vitali e di quelli relazionali. Questa capacità più sviluppata dalle donne ha trovato condivisione anche tra molti maschi perché la divisione ideologica dei ruoli lascia ormai libertà personale alla affermazione dei propri desideri.
Sviluppare la contrattazione dei desideri, nelle questioni comuni, invece di imporre la vittoria assoluta dei propri, è ciò che la pratica politica espressa dalle esperienze femminili pretende dai maschi. Così come imparare a pretendere un confronto con loro, invece di tacere, lo impariamo oggi tra donne.
Ci si insegna a considerare le ragioni dell’altro e dell’altra e le proprie, riequilibrando gli spostamenti più su un lato o più sull’altro di uomini e donne ed anche tra donne.
CONDIZIONE DEL VOTO
Vediamo di condizionare il voto, per quello che possiamo, sulla capacità di impegnarsi per la pace tra contendenti alle elezioni.
Distogliamo la classe dirigente italiana dall’attuale volontà di acuire la guerra e di farla sopportare alla popolazione italiana che ha sempre affermato la non disponibilità a sostenere la guerra, e oggi in particolare.
Queste elezioni devono segnare la non volontà di partecipazione degli italiani ad una guerra e la riconferma attualissima della Costituzione.
Ci sembra un buon modo di intervenire chiedendo ai candidati come intendono comporre il conflitto tra Russia e Occidente. È questo un termometro per misurare tra i candidati l’aggressività, e al contrario la ragionevolezza che oggi deve sostituire l’autoritarismo dei guerrafondai del passato. I vecchi termini del processo aggressivo e autoritario del fascismo devono lasciare il posto alla capacità di un processo ragionevole in tutte le questioni, a partire proprio dalla più grave: dalla guerra che attenta alla vita delle popolazioni più povere di tutto il mondo.
La popolazione deve avere più voce di quanta non riuscisse ad averne in passato. Fascismo e antifascismo non hanno significato se non nella contrapposizione di processi culturali e politici che oggi dobbiamo saper leggere nella loro presenza in pratiche e contesti diversi.
Vorremmo poter dare più chiarezza allo scontro in atto e soprattutto mostrare la distanza tra potere e popolazione, tra amanti dello scontro e della vittoria e amanti dei limiti che la sopravvivenza impone anche a se stessi.
Antonia Sani Wilpf Italia; Giovanna Cifoletti Difendiamo la salute, Antonella Nappi, Disarmisti Esigenti e alcune socie della casa delle donne di Milano: Tina Faglia, Silvana Galassi, Gabriella Grazianetti, Mariateresa Ceruti, Emilia Giusti, Maria Rosa Del Buono, Isabella Bogni, Cinzia Iraci, Annamaria Osnaghi, Vittoria Cova, Bianca Gentilini, Gloria Ronchi, Paola Chiaia
Ulteriori adesioni possono essere inviate a: antonella.nappi@unimi.it
(noidonne.org, 19 settembre 2022, https://www.noidonne.org/articoli/vogliamo-votare-contro-la-guerra-19050.php)
di Farian Sabahi
Mentre il presidente iraniano Ebrahim Raisi è sulla via del ritorno a Teheran dopo aver partecipato al vertice di Samarcanda, un’altra notizia corre veloce e soppianta quella dell’ingresso dell’Iran nella Shanghai Cooperation Organization (SCO) volto a rompere l’isolamento dovuto alle sanzioni statunitensi. A distogliere l’attenzione dal successo iraniano sulla scena internazionale è la morte della giovane Mahsa Amini mentre era in commissariato a Teheran. Ventidue anni, martedì Mahsa era stata fermata per strada dalla polizia religiosa che perseguita le badhejabì, ovvero le donne che non rispettano il severo codice di abbigliamento imposto alle iraniane che dalla Rivoluzione del 1979 hanno l’obbligo di coprire i capelli con il foulard quando si trovano fuori casa.
Venerdì la televisione di Stato ha dato notizia della morte di Mahsa dopo tre giorni di coma. Sono due i brevi video mandati in onda per dimostrare che non ci sarebbe stato contatto fisico tra gli agenti e la ragazza. Nel primo, in quello che è verosimilmente un commissariato di polizia, si vedono numerose donne; una di loro, presentata come Mahsa Amini, si alza per discutere con una poliziotta in merito al proprio abbigliamento; dopodiché sviene. In un altro video il corpo della giovane viene trasportato verso un’ambulanza. Nel frattempo, visto che la sua morte sta suscitando indignazione tra gli iraniani in patria e all’estero, oscurando i successi in politica estera, il presidente Ebrahim Raisi ha incaricato il ministero degli Interni di aprire un’inchiesta. Il capo dei medici legali di Teheran ha dichiarato alla televisione di Stato che le indagini sono in corso, ma ci vorranno tre settimane.
Ieri Mahsa Amini è stata seppellita a Saghez, la sua città natale nel Kurdistan iraniano, nel nordovest del Paese. Dopo il funerale, diverse persone hanno scandito slogan chiedendo un’inchiesta approfondita. I manifestanti si sono riuniti davanti agli uffici governativi e a quel punto le forze di sicurezza li hanno dispersi utilizzando i lacrimogeni. La ventiduenne Mahsa è l’ultima vittima di un regime che perseguita le donne. Donne che sfidano l’obbligo del foulard, perché anche secondo il versetto coranico «non c’è costrizione nella fede», tant’è che il Corano non lo impone. E, di questi tempi, anche attiviste per i diritti Lgbtqia+ come Zahra Sedighi Hamedani (31 anni) e Elham Chubdar (24), condannate a morte dal tribunale di Urmia (nel nord-ovest dell’Iran) per «corruzione sulla terra», il reato più grave previsto dal codice penale dell’Iran.
Secondo informazioni ottenute da Amnesty International, «il verdetto di colpevolezza e le sentenze si basano su ragioni discriminatorie legate all’orientamento sessuale reale o percepito e/o all’identità di genere delle due donne e, nel caso di Zahra, al suo pacifico attivismo per i diritti Lgbtqia+».
Le autorità hanno sempre chiuso un occhio sull’omosessualità femminile: per le donne è sempre stato possibile condividere un appartamento e fare una vita in comune, senza attirare l’attenzione. Nel caso di Zahra ed Elham, a metterle nei guai sono l’aver fatto proselitismo, per il cristianesimo, e l’aver «rilasciato dichiarazioni a media nemici». Il cristianesimo non è vietato in Iran: vi sono chiese aperte al culto e in parlamento due seggi sono riservati ai cristiani, ma fare proselitismo è reato. Il mezzo di comunicazione percepito come nemico è l’emittente britannica Bbc: nel maggio 2021 Zahra era apparsa in un documentario sulle persecuzioni nel Kurdistan iracheno delle persone con un diverso orientamento sessuale.
(il manifesto, 18 settembre 2022)