di Sara De Simone
Più di cento anni fa, nell’autunno del 1904, i fratelli Stephen – Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian – traslocano dal quartiere di Kensington a quello di Bloomsbury. Il loro padre, Sir Leslie Stephen, noto intellettuale vittoriano e celebrato direttore del monumentale Dictionary of National Biography, è morto nel febbraio dello stesso anno. Per i giovani Stephen è il momento di cambiare aria: via le pesanti tende di broccato, via i mobili laccati di nero e i velluti scuri che incupivano la grande casa paterna al numero 22 di Hyde Park Gate. Lunga vita alle pareti chiare, ai tessuti colorati e alle alte, luminose, finestre sull’ariosa e vivace Gordon Square. I parenti e gli amici di lunga data dei rispettabilissimi Leslie e Julia Stephen sono esterrefatti: quattro ragazzi di buona famiglia in un quartiere malfamato? Maschi e femmine che vivono insieme? Senza genitori, senza servitù, senza chaperon, senza nessuno che preservi la rispettabilità del loro nome e – per quanto riguarda le ragazze – dei loro corpi? È un’indecenza. Uno scandalo.
Eppure, è proprio in quella casa dello «scandalo» che, a partire dal 1905, comincia a riunirsi un piccolo gruppo di giovani amici: sono intellettuali, artisti, donne e uomini nel fiore degli anni, che non hanno nessun programma, ma molte idee. Desiderano ripensare il mondo che li circonda, e vogliono farlo insieme. Discutono fino a tarda notte di letteratura, s’interrogano sulla bellezza e sull’etica – perché per loro bellezza ed etica vanno insieme –, non hanno paura di amare in modo non convenzionale e, nel tempo, raccolgono attorno al proprio nucleo molti altri amici, giovani e meno giovani, che come loro desiderano dare forma a un’altra vita. Sono Virginia Woolf, Vanessa Bell, Lytton Strachey, Maynard Keynes, Clive Bell, Dora Carrington, Leonard Woolf, Duncan Grant, Roger Fry, e molti altri. Scrivono libri, dipingono quadri, aprono case editrici e atelier di design. Hanno stanze tutte per sé – ciascuno e ciascuna la propria – e le arredano con colori audaci e forme nuove.
Costruiscono case che sono mondi, e in quei mondi continuano a incontrarsi nel tempo. Dal 26 ottobre, una mostra senza precedenti in Italia ripercorre le esistenze e le opere dei membri del Bloomsbury Group, e di tutte e tutti coloro che vi gravitarono attorno negli anni. La curatrice Nadia Fusini – traduttrice, critica letteraria e massima esperta di Virginia Woolf in Italia – ha scelto di mettere al centro della mostra proprio l’immagine della casa, come spazio in cui si «inventa la vita».
Tutto comincia con una casa, non è vero?
Sì, una casa a Bloomsbury che ha il senso di una libertà conquistata, che non è più la casa del padre, la casa patriarcale, ma uno spazio fisico che corrisponde a uno spazio del pensiero. Virginia Woolf è molto chiara al riguardo: senza la materialità di un luogo tutto per sé non si può scrivere, non si può creare.
Al numero 46 di Gordon Square le due sorelle, Vanessa e Virginia, hanno finalmente una stanza tutta per sé, ciascuna la propria. È partendo da questo spazio conquistato, che possono creare un luogo per incontrare i propri amici e condividere con loro un’esperienza comunitaria. Bloomsbury non è un club, e neppure un circolo, è un gruppo di persone che stanno insieme, in maniera vera e feconda, perché pensare assieme li appassiona.
Insieme all’immagine centrale della casa, c’è quella della stanza, che lei ha scelto di utilizzare come filo conduttore della mostra.
Il Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps – luogo che Virginia avrebbe amato molto – ha messo a disposizione della mostra una sequenza di stanze. Mi piaceva l’idea che i visitatori le attraversassero come spazi fisici e simbolici: dalla stanza tutta per sé di Virginia, al salotto in cui s’incontravano i membri del gruppo, alla stanza della Hogarth Press, la casa editrice dei Woolf, che per anni ebbe sede in uno spazio domestico, la loro casa per l’appunto. La pressa con cui stampavano i libri era infatti sistemata sul tavolo della sala da pranzo: capolavori come Preludio di Katherine Mansfield e i Poems di T.S. Eliot furono stampati così, dentro casa, grazie al lavoro manuale di Virginia e Leonard.
C’erano poi gli Omega Workshops, il laboratorio di design d’interni aperto dal critico d’arte Roger Fry, a cui pure la mostra dedica spazio e attenzione.
Bloomsbury non è solo un luogo di pensiero, ma anche uno spazio del fare. Queste donne e questi uomini sono degli entrepreneurs, nel senso più alto del termine. Sono intraprendenti, e vogliono realizzare delle imprese: una di queste è quella di trasformare il gesto artistico in un gesto che crea oggetti di uso comune. Vogliono creare cose belle per tutti: tazze, poltrone, tessuti, vasi. Chi ha detto che un piatto non può essere un’opera d’arte? E che un’opera d’arte non debba essere alla portata di tutti? Mi sembra giusto e democratico. E attenua la contraddizione tra estetica e mercato, trattandosi di oggetti unici, singolari, inventati uno per uno dalla mente di un artista.
A proposito di «inventare», lei ha scelto di inserire nel titolo della mostra una frase in inglese, che è quasi un motto: «Inventing Life». Ci dice di più?
Lavorando negli anni su Virginia Woolf e Bloomsbury mi sono resa conto che la vera forza di questo gruppo è proprio questa: per loro il problema della forma, che per ogni artista è centrale, non è mai esclusivamente «formale». Inventare delle forme significa inventare delle nuove forme di vita. Virginia, Vanessa e gli altri, elaborano attraverso le loro opere anche un nuovo modo di stare al mondo, che sia all’altezza dei desideri e delle motivazioni profonde che ciascuno porta dentro di sé, nel proprio tempo. Nel loro tempo, queste giovani donne e uomini ebbero il coraggio di sfidare codici e canoni che non li rappresentavano, per inventare qualcosa di diverso, senza che questo qualcosa si trasformasse in una nuova ideologia, da contrapporre alla vecchia. Non c’era nulla di ideologico nel loro modo di affrontare la propria diversità: se amavano persone dello stesso sesso, o se non consideravano la fedeltà come la più alta forma di rispetto dovuta alla persona amata, non per questo sentivano il bisogno di trasformarlo in un credo. Lo vivevano e basta. E nel viverlo restavano nel campo della ricerca, del movimento, dell’invenzione.
Che significa anche saper restare nell’incertezza?
Io la definirei una «disposizione creativa». Nella vita, come nell’arte. È un tratto di profonda verità che le artiste e gli artisti di Bloomsbury condividevano. Si possono inventare nuove forme – e nuove vite – solo se ci si espone allo shock della realtà, ovvero all’emozione di uno sguardo e di un ascolto del mondo che scuote, che trasforma continuamente.
E la felicità, in che stanza si trova?
Nella stanza in cui si sta insieme. «Society is the happiness of life»: a Bloomsbury avevano compreso, e messo in pratica, questo verso di Shakespeare. Soltanto incontrandosi – mettendo esperienze e desideri in comune – si può essere felici. E, insieme, accogliere il rischio e l’avventura di inventare la vita.
SCHEDA. Una grande mostra a Palazzo Altemps
Per la prima volta in Italia, a Palazzo Altemps una mostra che celebra lo spirito che animò Bloomsbury: il luogo dove si sono sperimentate forme di vita e di pensiero nuove che cambiarono i principi vittoriani e il forte spirito patriarcale di cui era ancora intriso il XX secolo. Rimasti orfani nel 1904, Virginia Stephen, non ancora Woolf, e i fratelli Vanessa, Thoby e Adrian si trasferiscono dall’altolocato Kensington nel meno privilegiato quartiere di Bloomsbury. Ben presto un nutrito gruppo di giovani donne e uomini si incontra nella casa al 46 di Gordon Square per inventare una vita nuova e libera. «Virginia Woolf e Bloomsbury. Inventing Life» (dal 26 ottobre al 12 febbraio 2023) è un progetto del Museo nazionale romano e della casa editrice Electa (che èpubblica anche il catalogo), realizzato in collaborazione con la National Portrait Gallery di Londra. Ideata e curata da Nadia Fusini – profonda conoscitrice dell’autrice inglese della quale ha curato l’edizione in due volumi nei Meridiani – in collaborazione con Luca Scarlini – scrittore, drammaturgo, narratore, performance artist – l’esposizione racconta un’esperienza di
amicizia intellettuale attraverso libri, parole, dipinti, fotografie e oggetti dei protagonisti di questa avventura dell’arte e del pensiero.
(il manifesto, 23 ottobre 2022)
di Annarosa Buttarelli
Il tempo è arrivato. Si potrebbe iniziare in questo modo per invitare a una presa di coscienza della inarrestabile presenza di donne sui diversi scenari della crisi globale. Vediamo sugli schermi e nelle piazze donne con una forte passione politica e un senso di responsabilità verso le sorti del mondo, tanto da rischiare, come è già capitato troppe volte nella storia, prevedibili contraccolpi repressivi e perfino l’aggressione ai propri corpi e alle proprie menti, entrambi generativi di vita, a differenza di quelli della gran parte dei maschi, troppo spessi auto-sacrificati all’agire mortale e mortifero. Se si guarda realisticamente a quanto sta accadendo, si può vedere che è in corso un’avanzata del percorso rivoluzionario delle donne, tanto da attribuire (finalmente!) a questa avanzata il nome di “egemonia”, come ha rilevato recentemente Cristina Comencini. Si evidenzia, infatti, una qualità femminile ignorata nelle false narrazioni storiche, e sempre più disattesa nel mondo degli uomini perennemente belligeranti: il coraggio. Se ci si pensa, appare perfino comica la continua attribuzione di “coraggio” all’agire storico maschile, compreso quello eroico, Né l’eroismo, né la guerra, né la dissidenza suicida sono le vie seguite dalle donne nella storia, cercando – lo intuisco empaticamente – di testimoniare “come si fa” a salvare la propria vita e quella degli altri nel momento in cui si deve smettere di “dare a Cesare quel che è di Cesare”, e impegnarsi invece a “dare” alla sovranità del coraggio l’agire per la trasformazione.
Le iraniane stanno cercando di trascinare uomini e donne nella rivoluzione finalmente scoppiata, grazie a loro. Hanno tentato la stessa cosa le afghane, nel momento vergognosa della ritirata statunitense dal loro paese. Lo hanno fatto e lo stanno facendo le russe, lo hanno fatto le molte americane del “metoo”, lo fanno le curde inascoltate, lo hanno fatto le creatrici delle primavere arabe; lo ha fatto anche Angela Merkel, a suo modo, qualche giorno fa, pronunciando una formula stupefacente che racchiudeva la sua proposta per risolvere la guerra sul territorio ucraino: «Bisogna pensare l’impensabile». Leggendo questa traduzione comparsa in un articolo di Barbara Spinelli, ho
fatto un salto sulla sedia: oltre ad essere una formula sapienziale perfetta, è anche una formula fondamentale in psicoanalisi, adottata da una geniale psicoanalista inglese, Nina Coltart (1927-1997). La riproposta di questa formula da parte di Angela Merkel è un invito a immaginare al di fuori dell’ovvio, del “razionale”, del “politicamente corretto” storicamente determinato, del cinismo della ragion di Stato. Grazie al coraggio e alla determinazione mostrata dalle donne nel campo politico contemporaneo, vengono a cadere l’idea della “rendita della vittima” che ha accompagnato il femminismo esclusivamente rivendicativo, la necessità di chiedere la moltiplicazione dei posti di potere alle donne per raggiungere la parità, e la pratica della “stampella” che si dovrebbe fornire per sostenere le decrepite istituzioni patriarcali. Il movimento femminista rivoluzionario è oltre, presenta un di più di autorevolezza, ed è per questo che è egemone. La differenza delle donne può anche dare un’indicazione sempre più preziosa per conservare la vita della mente: bisogna uscire dall’irrealtà delle ragioni razionali (sic!) che portano a far scorrere sangue innocente in ogni conflitto tra eserciti e tra persone. C’è la realtà impensata là fuori, e aspetta di incontrare il coraggio e la nostra sapienza.
(Lo Specchio-La Stampa, 23 ottobre 2022)
di Sebastiano Canetta
«Woman, Life, Freedom». Sono oltre 80 mila a scandirlo, in inglese e in farsi, tra la Colonna della Vittoria e la Porta di Brandeburgo: il doppio di quanti ne erano attesi, dieci volte l’imprudente stima della polizia federale. Basta e avanza a certificare lo straordinario successo della manifestazione «That is the Time», se non fosse che la mobilitazione in solidarietà alle donne iraniane ieri a Berlino è andata davvero oltre la cifra oceanica.
Un evento politicamente di massa, inimmaginabile anche solo una settimana fa durante i preparativi per riunire nel cuore dell’Ue la tutt’altro che compatta diaspora iraniana. Invece sono arrivati letteralmente da tutta Europa a bordo decine di treni e riempiendo il centinaio di pullman che ha mandato in tilt non solo il traffico della capitale: impossibile non sbatterci addosso fisicamente e soprattutto impossibili da ignorare per i politici di Bruxelles come per i turbanti di Teheran. Il messaggio non solo è chiaro ma anche a furor di popolo.
Marjane, franco-iraniana di 23 anni, gira lo schermo dello smartphone compulsato per trovare il link al video delle studentesse universitarie che in mattinata hanno cantato «Woman, Life, Freedom» a Tabriz. Poi passa alle foto degli arresti indiscriminati a Zahedan che qualche minuto prima hanno innescato lo slogan: «Mullah go home!». «Sono qui per sostenere la lotta delle mie coetanee, che è arrivata alla sesta settimana. Anche per denunciare l’ipocrisia dell’Europa che ci aiuta sempre e solo a parole».
Trenta metri più avanti qualcuno ha riconosciuto le studentesse iraniane di feminista.berlin (il gruppo artistico-politico che ha indetto la manifestazione di ieri insieme al collettivo “Women* Life Freedom”) che dieci giorni fa hanno montato le tende davanti al quartier generale dei Verdi in Invalidenstrasse mettendo in scena la performance con magliette insanguinate all’attenzione di Robert Habeck e Annalena Baerbock. «I leader dei Verdi parlano sempre di diritti umani. La ministra degli Esteri ha anche promesso una politica estera “femminista”. Poi però non fanno nulla» sintetizza Setajesh Hadizadeh tra le casse che sparano una canzone rivoluzionaria persiana in versione Deutsch.
In fondo al corteo un capannello di donne imbandierate nel tricolore si consulta per capire a che ora parla Hamed Esmaeilion – portavoce delle vittime del volo Ukrainian Airlines 752 abbattuto due anni fa dai Pasdaran a Teheran – tra gli interventi più attesi della manifestazione. «Ha tenuto viva fuori dall’Iran l’indignazione per l’assassinio di Mahsa Amini. Venti giorni fa ha organizzato 150 manifestazioni in tutto il mondo» sottolinea con una punta di orgoglio la signora originaria di Kermanshah, la città-natale di Esmaeilion.
In prima fila, invece, a favore di telecamere, nel primo pomeriggio si erano spolmonati contro gli Ayatollah i filo-scià con gli inconfondibili simboli Pahlavi: per loro ieri è stato un appuntamento non troppo diverso da ogni sabato di protesta davanti alla Porta di Brandeburgo, solo che questa volta i vessilli sono stati sovrastati dalle bandiere senza il leone. Si sente parlare in curdo ma ci sono anche famiglie originarie del Balucistan, la provincia iraniana dimenticata al confine col Pakistan, e soprattutto una marea di cartelli e striscioni di ogni tipo. Su quello srotolato dagli iraniani d’Australia si chiede di «espellere i diplomatici di Teheran e ritirare l’ambasciatore australiano» ma spiccano anche le richieste della «Iran-Revolution» post-khomeinista.
«Oggi abbiamo dimostrato che siamo capaci di mettere da parte le differenze politiche. Brutto segnale per la teocrazia di Teheran. Se gli iraniani cominciano a fare massa anche all’estero…» è l’analisi-auspicio lasciata in sospeso da Sakhine, fuggita a Lund (Svezia) con figlia e marito prima dell’ultimo giro di vite del regime dei Mullah. A voler seguire il suo dito che scorre dietro gli alberi del Tiergarten il successo della protesta coincide con il fiume di bus parcheggiati tra il Reichstag e la cancelleria federale: «Siamo arrivati da tutta Europa: Londra, Parigi, Bruxelles, Bologna».
Un’ora prima del concentramento sotto la Colonna della Vittoria, sempre nel crocevia che divide in quattro il Tiergarten, la Sinistra aveva chiuso il comizio dell’«Autunno Solidale»: mobilitazione per chiedere il tetto al prezzo dei beni di prima necessità e agli affitti. «Due manifestazioni, una lotta» riassume l’ex segretaria della Linke, Katja Kipping, camminando spedita insieme a 3.500 persone in direzione del Regierungsviertel, il quartiere governativo di Berlino. Fa in tempo a spiegare che le due proteste si fondono non per la prossimità geografica ma perché la lotta delle donne iraniane è una questione di politica interna, dato che il regime di Teheran fa ampio utilizzo di licenze made in Germany per tenere in piedi la sua finta autarchica.
(il manifesto, 23 ottobre 2022)
di Alessandra De Perini
Il saggio è pubblicato nella rivista della Comunità filosofica Diotima, Per amore del mondo N.18/2022 *
[…]
La verità delle donne, il loro sentire, la competenza simbolica femminile sul corpo sono assenti dalla storia e dalla filosofia che pur sono impegnate nella ricerca della verità.
La verità delle donne non è astratta, è incarnata, connessa con l’amore ed è appesa al filo d’oro che intreccia la genealogia femminile e materna.
La cultura greca ha sistematicamente ignorato la verità delle donne che si radica nella vita misteriosa e oscura delle viscere. Per secoli la verità delle donne ha continuato a essere trasmessa attraverso la lingua oracolare, la poesia, le visioni, i simboli dell’ordine simbolico della madre.
Nella storia d’Europa per produrre conoscenza è prevalsa con san Tommaso e la Scolastica la modalità del Logos, del pensiero astratto, della parola ragionata, del distacco dalla vita in nome dell’oggettività rispetto alla modalità della visione-rivelazione, della mistica, e dell’allegoria.
Con il trionfo della Scolastica, persa la battaglia per il simbolico, la verità delle donne, che è connessa con l’amore e con la vita dell’anima, dovette trovare altri rifugi, si è andata a nascondere in luoghi poco accessibili, nelle viscere.
La modernità ha negato il valore politico dell’esperienza e nei secoli XIX e XX ha ridotto la politica all’esercizio del potere.
Il femminismo ha riconosciuto la politicità del personale, il valore personale e politico dell’esperienza per conoscere la verità, cambiando così radicalmente il senso della politica e della veridicità storica.
La politica allora, non più confusa con il potere, si è spostata al suo posto originario: l’esperienza.
Oggi, è in atto nella storiografia, nella filosofia, nella scienza e nella politica una “rivoluzione metafisica”, la rivoluzione della verità delle donne e della vita dell’anima. Si tratta di una rivoluzione di “posizionamento” della filosofia e della scrittura della storia, che si lascia alle spalle la verità “concordata”, la pretesa dell’oggettività, il paradigma del “sociale” e salva la vita delle viscere, dove si radica il senso libero e inesauribile dell’essere donna, proponendo un’altra relazione con la verità, quella del sentire, per cui “pensare è decifrare ciò che si sente” e cercare la verità significa innanzitutto desiderarla, immaginarla, mettersi in ascolto delle ragioni dell’amore.
Il saggio di Maria-Milagros Garretas Rivera è come un prisma dal disegno complesso, un viaggio dell’anima corporea attraverso il tempo e le diverse epoche della storia per aprirsi alla visione della verità femminile che in questo tempo post patriarcale sta parlando. Una verità femminile ascoltata e messa in parole da quelle donne, amanti della storia – io mi sento tra queste – che, invece di integrarsi nella storia che già esiste, riconoscono la verità dell’esperienza femminile, radicata nelle viscere, fatta di relazioni, desideri, modi di sentire, progetti, paure, limiti, ambizioni, nodi interiori, e assumono il proprio essere donne come significante inesauribile della scrittura della storia.
(*) Si tratta della traduzione italiana, realizzata da Luciana Tavernini, di “La verdad ausente de la filosofía: la historia viviente”, saggio pubblicato in Magda Lasheras y Teresa Oñate (a cura di), Filosofía de la historia y feminismos, Dykinson, Madrid 2020, pp.111-138, a seguito della conferenza La verdad ausente de la filosofía: la historia viviente, tenuta dall’autrice il 12 dicembre 2018 all’Università Nazionale Autonoma (UNAM) di Messico, organizzata da Instituto de Investigaciones sobre la Universidad y la Educación (IISUE), attraverso il Seminario Escritos de Mujeres e la Facultad de Filosofía y Letras della UNAM, la cui videoregistrazione si trova al link
http://www.mariamilagrosrivera.com/video/la-verdad-ausente-de-la-filosofia-la-historia-viviente/
(www.libreriadelledonne.it, 23 ottobre 2022)
di Michele De Palma
La lettura del libro del Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo (Moretti&Vitali, pp. 359, euro 22, collana «Pensiero e pratiche di trasformazione») è avvenuta in occasione dell’Assemblea nazionale delle metalmeccaniche della Fiom. La presentazione del volume, curato da Giordana Masotto, è stata una finestra aperta dalle metalmeccaniche su un lavoro che, utilizzando le parole di Michela Spera che ha aperto i lavori, ha messo ordine e reso fruibile la documentazione su il «lavoro» del pensiero politico delle donne sul lavoro.
Di questi tempi dare un ordine al pensiero che sia accessibile e consultabile o restituire un grado di libertà nell’ordine di esplorazione e di lettura non è certamente uno sforzo facile. Si pensi per fare un parallelo alla discussione che seguì alla decisione di divulgare i «quaderni dal carcere» la decisione di dare un ordine ai materiali non è neutro. La curatrice di questa pubblicazione decide di offrire la libertà della consultazione perché la Libreria delle Donne nasce dalla necessità di «andare a vedere che cosa avevano scritto le donne», creare occasione d’incontro per le donne decidendo di ragionare sul lavoro. Non il lavoro delle donne. Le donne esprimono la propria soggettività passando dal «problema femminile» ad essere un soggetto che elabora un punto di vista sul lavoro.
Primo passo è, come ci dice Giordana Masotto, «leggere la realtà partendo da sé». Secondo passo è disoggettivare i numeri: come sono stati raccolti, le parole di narrazione a corredo danno un senso. Mettere in discussione i dati, andare oltre, dietro, ad analizzare permette di elaborare pensiero e dargli parola. Discutere i dati dà autorevolezza e il libro è una bussola in questa ricerca. L’ultimo capitolo è quello legato alla parola contrattazione. Termine che apre un mondo perché mette in relazione la soggettività con la realtà, il mondo intero. La dimensione della contrattazione è chiaramente legata al riconoscimento delle altre e degli altri: un mettersi in relazione che cambia se stessi, la realtà. Contrattare è quindi fare politica: cambiare la realtà.
Per me, a cui il Comitato centrale ha concesso la fiducia di una investitura a Segretario generale della Fiom, il libro è sembrato una fune tesa per attraversare una Assemblea delle metalmeccaniche che mi ha fatto conoscere la vertigine del vuoto di relazione che pur una organizzazione sociale e contrattuale dovrebbe praticare.
Come scrive Lia Cigarini nel volume: «ma oggi la democrazia rappresentativa è messa in crisi e noi ne vediamo i limiti. Fa politica chi apre conflitti, chi lotta per il cambiamento (…) l’altra è politica che formalizza ciò che è già accaduto. Non sono d’accordo nel chiamare politica quella esterna a chi pratica il conflitto». Queste parole offrono un riferimento di movimento a chi rischia di rimanere impantanato nelle sabbie mobili di chi «formalizza la realtà». Il conflitto è la vittima eccellente dell’attuale forma di capitalismo. Il conflitto è escluso mentre la guerra si fa normalità nel discorso pubblico. La guerra come distruzione della differenza, come annientamento della critica uniforme del pensiero, è la minaccia con cui fare i conti. Il lavoro crea, la guerra annichilisce.
È necessario il conflitto per impedire la guerra, la contrattazione è la definizione in divenire della soggettività, sapendo che la soggettività per eccellenza del ‘900 è stata il movimento operaio. Oggi quella soggettività ha dovuto fare i conti con il dominio del capitale patriarcale. Affermare «il patriarcato è morto», come ha fatto Masotto, «perché non esistono più le donne disposte a riconoscerlo», permette di comprendere meglio l’intervento di una donna partigiana kurda e le manifestazioni scoppiate in Iran in queste settimane. Affermazione di una soggettività nel conflitto che non vuole cambiare per sé ma per tutte e tutti.
Tale cambiamento è frutto del lavoro, «tutto il lavoro necessario per vivere» che abbatte il muro di separazione tra produzione e cura. Conflitto necessario a dare una possibilità all’umanità a partire da una presa di coscienza della realtà e della propria soggettività. Il portato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici nella vita della Fiom si è dotato di un «vademecum» con questo testo. Già nel rinnovo del contratto nazionale avevo potuto constatare come la forza relazionale delle donne sia stata capace di determinare un miglioramento per tutti. Un insegnamento tratto dalla realtà. Un riferimento per il futuro della Fiom. Un libro che sceglie le parole e le condensa per una pratica del conflitto, della contrattazione.
Michele De Palma è segretario generale Fiom-Cgil
Il 22 ottobre 2022 alla Libreria delle donne di Milano (Via Pietro Calvi, 29), si è tenuto l’incontro «Donne uomini lavoro: qualcosa sta cambiando», a partire dalla presentazione del volume «Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo» del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano (Moretti&Vitali). Hanno aperto la discussione Giordana Masotto (curatrice del libro) e Michela Spera (Fiom Nazionale).
Materiali utili:
Cambiare il lavoro a partire dal nesso vita/lavoro. Una discussione pubblica tra Giordana Masotto (Dalla servitù alla libertà) e Luisa Pogliana (Una sorprendente genealogia) nell’ambito dell’ultima edizione del Festivaletteratura di Mantova.
(il manifesto, 22 ottobre 2022)
di Franca Fortunato
“Chi ha paura della libertà delle donne? Sciogliere i nodi della violenza maschile” è il titolo del convegno on line delle Città Vicine del febbraio scorso i cui atti sono stati pubblicati nel numero speciale di questo mese della rivista della Mag di Verona “Autogestione e politica prima”. Dalla lettura dei tanti e interessanti interventi viene fuori una ricchezza di pensiero, di idee, di esperienze, di testimonianze, di pratiche politiche, di confronto tra donne e tra donne e uomini, con l’inevitabile racconto di tutte le forme di violenza e di attacco maschile alle donne, in questo tempo post patriarcale dove “il corpo delle donne resta” sì “il campo di battaglia elettivo” ma dentro la realtà che è cambiata “grazie all’agire femminile di questi cinquant’anni”. Realtà che “bisogna saper leggere” e “trovare delle nuove parole capaci di contrastare le diverse forme della violenza”, parole “rigeneranti che saldino” tra loro le generazioni di donne. Alle forme di violenza che sembrano sempre uguali (stupri, molestie sessuali, femminicidi) se ne aggiungono di nuove come il “genere” che nega e cancella il corpo femminile, rimuove «la genealogia madre/figlia, la nostra radice» e ripropone la contrapposizione tra “natura e “cultura”. «Affermare che siamo tutti nate/i da donna e che esiste la differenza sessuale non significa sbilanciarsi verso un nuovo “naturalismo” contrapposto alla cultura, bensì ribadire che differenza sessuale e corpo della madre non si possono cancellare». Nuova è la violenza istituzionale che toglie figli/e alle madri dopo che denunciano le violenze del proprio compagno, per via della legge sulla bigenitorialità e sull’alienazione parentale (la cosiddetta Pas). Nuova la violenza dentro le aule di giustizia imposta anche da donne ad altre donne, dove «guai a parlare di assegni di mantenimento per le donne, perché quello che passa culturalmente è che le donne sono ormai alla pari degli uomini e se vogliono lavorare che ci vadano». Nuova la violenza subdola degli uomini nel tentativo «di mercificare la potenza generatrice delle donne o i loro corpi prostituiti con la chimera di lucrosi guadagni per le meno abbienti con l’utero in affitto o i riconoscimenti di diritti sindacali pensioni e cure sanitarie nei tentativi di legalizzare e regolamentare quella che chiameremmo invece induzione alla prostituzione». Meno norme, meno codice penale, più femminismo, più politica delle relazioni e pensiero femminile per trovare «le risposte adeguate», lasciando aperto il «conflitto dialogante» con gli uomini, che devono «esprimersi di più» sulle varie forme di violenza sulle donne, e il dialogo con le giovani che «fanno fatica a ereditare quanto le ragazze del ’68 e del primo femminismo hanno elaborato, detto e fatto per affrancarle dal dominio del patriarcato e dei singoli maschi». Sono queste, tra interrogativi e domande, le indicazioni venute dai vari interventi al convegno. Sono le città, come a Teheran, teatro della paura degli uomini della libertà delle donne, ma sono anche teatro del cambiamento delle ragazze e dei ragazzi come ci dicono le manifestazioni per l’ambiente dove «tutto è partito da una ragazza» e le denunce per molestie sessuali contro professori al liceo di Castrolibero. La rivista, sin dalla copertina, è impreziosita dalle immagini delle opere dell’artista afghana Shamsi Hassani che «da esule non ha smorzato la sua volontà politica e artistica di segnare e edificare simbolicamente la sua città: Kabul». Una rivista bella, speciale, da leggere e fare conoscere. Un convegno importante che interroga donne e uomini.
(Quotidiano del Sud, 22 ottobre 2022)
Con una correttezza che si commenta da sé il sito di Repubblica sta rilanciando un brano di InOnda del 25 agosto scorso in cui Eugenia Roccella, neoministra della famiglia e della natalità, mi citava al contrario per avvalorare la sua posizione antiabortista. Avveniva in mia assenza, cioè senza contraddittorio, il che era scorretto già di suo. Repubblica raddoppia la scorrettezza, senza riportare la mia precisazione di allora. La ripubblico qui di seguito.
PS. Rep ha aggiornato riportando il mio post. Ringrazio e spero che tanto basti.
Pagina Facebook di Ida Dominijanni del 25 agosto
Nella puntata di stasera di #in onda (scusate il ritardo, l’ho vista in restart) Eugenia Roccella, cattolica fondamentalista arruolatasi in FdI, ha usato il mio nome per attaccare la 194. Sono le femministe della differenza, ha detto, a sostenere da sempre che l’aborto non è un diritto. È vero, lo sosteniamo e io l’ho scritto: in una direzione diametralmente opposta a quella di Eugenia Roccella, come lei dovrebbe sapere se non fosse in mala fede. Quando in questo paese si poteva ancora discutere, dire che l’aborto non è un diritto significava dire che è più che un diritto: è un potere inalienabile del materno, è una libertà insindacabile di ogni donna, è un’esperienza insondabile dall’esterno, è spesso la conseguenza di una sessualità maschile aggressiva e inconsapevole. Voleva anche dire, e vuole dire, che le donne continueranno ad abortire anche se l’aborto smettesse di essere consentito e legale: guardare a quello che sta succedendo negli Usa per credere. Roccella se ne faccia una ragione, parli per sé senza farsi scudo di altre come la sottoscritta, e la smetta di usare il femminismo della differenza a fini strumentali e contundenti. Quanto alla 194, consiglio vivamente a lei, a Meloni e a Fdi di sfilare il tema dall’agenda elettorale: le donne di questo paese, di sinistra e di destra, non consentiranno mai che quella legge venga abrogata, svuotata o usata, nella parte preventiva, come grimaldello di una pedagogia autoritaria della maternità obbligatoria
(profilo Facebook di Ida Dominijanni, 22 ottobre 2022)
di Vera Politkovskaja
Sono passati sedici anni dall’omicidio di mia madre, la giornalista Anna Politkovskaja. Mia madre è sempre stata vista come una persona scomoda non soltanto dalle autorità russe ma anche da quanti, tra le persone comuni, semplicemente aprono i giornali e leggono gli articoli. Perché la maggioranza della popolazione russa crede purtroppo a tutto quello che viene diffuso dagli schermi dei canali di Stato, un mondo virtuale creato dalla propaganda dove, tutto sommato, ogni cosa pare andare bene. Mentre i problemi che vengono segnalati periodicamente alla popolazione sono soltanto i problemi imputabili invece per gran parte ai Paesi occidentali o, come si usa dire in Russia con un sorrisetto, «all’Occidente in decomposizione».
Nei suoi articoli mia mamma non parlava mai di cose piacevoli; quasi sempre, il suo ruolo era quello di portatrice di cattive notizie. Diceva la verità, nuda e cruda, sui soldati, sui banditi, sulla gente comune finita nel tritacarne della guerra. Parlava di dolore, sangue, morte, corpi lacerati e destini infranti.
Ho cominciato a vivere con il pensiero che un giorno, prima o poi, mia madre avrebbe potuto non esserci più, molto tempo prima che venisse uccisa. «Vivere con il pensiero» non è però l’espressione più corretta. Meglio forse dire che, semplicemente, vivevo, come se la nostra famiglia fosse la più ordinaria del mondo, come se la vita che conducevamo fosse tra le più normali. E, in effetti, fino a un certo punto lo era, sebbene mia madre abbia sempre saputo che la sua sarebbe stata una fine violenta. Tuttavia, la guardava da una prospettiva puramente pratica, addirittura ci scherzava su e, comunque, ne parlava sempre con calma. Era una donna pragmatica, ed era spaventata dalla morte solo nella misura in cui l’avrebbe potuta cogliere all’improvviso, troppo presto, in un momento magari in cui noi, i suoi figli, non ci eravamo ancora «alzati in piedi», non ci eravamo ancora stabilizzati e sistemati nella vita. Con lei però non abbiamo mai parlato della sofferenza che può provocare la perdita dei propri cari, o del suo stesso possibile destino. Nessun discorso pomposo e lacrimoso, nessune mani torte, anche perché con lei sarebbe stato inutile: con lei, l’unica possibile linea d’azione era guardare a testa alta e dritto in faccia il proprio destino.
Eppure, nonostante tutto, non abbiamo potuto evitare l’effetto sorpresa, quando è successo: è stata uccisa nel momento in cui meno me l’aspettavo. Il fatto è che mia madre non si è mai nascosta da nessuno, non ha mai smesso di lavorare, di aiutare le persone; ha sempre considerato la sua morte possibile come il prezzo da pagare per la scelta di vita che aveva fatto e per il percorso professionale che stava percorrendo.
Il 7 ottobre 2006, il giorno in cui mia madre è stata uccisa, avevo ventisei anni e mi stavo preparando a diventare madre a mia volta. Fino a quel momento avevo voluto credere che la popolarità di Anna Politkovskaja in Occidente potesse in qualche modo proteggerla dagli eventuali rischi, da una morte violenta. Mi sbagliavo.
I dittatori hanno bisogno di sacrificare persone per consolidare il proprio potere. L’unico modo per proteggere la libertà è combattere la menzogna e dire la verità. In Russia la libertà manca. Ho deciso di scrivere questo libro per ricordare la lezione che mia madre ci ha lasciato: chiamare sempre tutti con il proprio nome, compresi i dittatori.
(traduzione di Marco Clementi)
Il memoir
Vera Politkovskaja, oggi 42enne; aveva 26 anni quando sua madre Anna, giornalista della «Novaja Gazeta», nota per il suo dissenso nei confronti di Vladimir Putin, venne uccisa sulle scale della sua casa di Mosca. Il libro Mia madre l’avrebbe chiamata guerra, di Vera Politkovskaja (in collaborazione con Sara Giudice), uscirà per Rizzoli a gennaio 2023. Racconterà la vita e le battaglie della giornalista assassinata alla Fiera di Francoforte.
La giornalista Anna Politkovskaja (1958-2006) su «Novaja Gazeta» e nei libri espresse critiche riguardo alla politica di Putin e alla guerra cecena. Fu assassinata nel 2006 a Mosca.
(Corriere della Sera, 20 ottobre 2022)
di Marina Santini
María-Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, Madrid Verona 2021, 207 pagine, 17,00 euro- e-book 8,00.
Il piacere femminile è clitorideo è un’affermazione semplice e netta ed è il titolo del nuovo libro di María-Milagros Rivera Garretas. C’è il richiamo al testo di Carla Lonzi del 1971 La donna clitoridea e la donna vaginale, ma qui l’autrice ci fa fare un passo avanti: noi donne non siamo più divise in due categorie perché tutte nasciamo clitoridee. Indipendentemente dalle scelte sessuali, il piacere per le donne è clitorideo e si irradia nel sentire a tutto il corpo, non rimane circoscritto all’organo sessuale. È dunque un modo di stare nel mondo, di avvicinarsi alle cose e di conoscere.
Rivera Garretas, con una scrittura che fluisce con la forza gioiosa della sua verità soggettiva, ci accompagna in un percorso alla riscoperta dell’origine del piacere femminile, che molte hanno sperimentato ma poi perduto, perché tante volte sostituito dall’idea del co-ire, proposta-imposta dalla sessualità maschile. Nel primo capitolo Confondere l’orgasmo scopriamo come questa confusione abbia richiesto prima l’invenzione nel 1641 della vagina ad opera di un anatomista dell’università di Padova e poi nel XX secolo dell’orgasmo vaginale, creando in molte donne una dissociazione. Credendo che l’orgasmo femminile dipenda dal coito, dal cercare un godimento contemporaneo a quello dell’uomo, noi donne perdiamo il piacere femminile libero: piacere del sentire, delle viscere e dell’anima, come segnala il titolo del primo paragrafo.
In una recente presentazione del libro alla Libreria delle donne di Milano, l’autrice ha sottolineato che «non c’è piacere clitorideo se non lo vivi nell’anima carnale, piacere cognitivo, perché noi donne pensiamo e amiamo senza divisioni, senza separazioni». Ma cosa può impedire di cogliere questo flusso? Riflettendo sulla sua esperienza e su quella di tante altre, Rivera Garretas scopre la violenza ermeneutica, la violenza interpretativa della realtà che, a partire dalla scuola mista, che lei non ha frequentato, educa a imparare e rispettare la conoscenza maschile. E continua: «Io l’ho dovuta rispettare da adulta, quando ormai ero all’università. E ho sentito profondamente che tutta quella conoscenza non aveva niente a che fare con me che pure ero una bravissima studentessa. Ho scritto la tesi di dottorato ripetendo coscienziosamente il pensiero del pensiero. Una donna educata nel rispetto del pensiero del pensiero può essere fedele a quell’educazione o meno. Io non sono stata fedele».
Nel libro scopriamo come agisce la violenza ermeneutica cercando di cancellare il pensiero dell’esperienza, valorizzando solo il riferimento a ciò che altri hanno precedentemente scritto. La lealtà politica (nel senso della polis) al pensiero del pensiero distrugge il piacere del conoscere e del creare come donna. Infatti dal pensiero del pensiero la madre è assente, eppure l’università, dichiarandosi Alma mater studiorum, ne usurpa il nome. Ricorrendo all’etimologia delle parole l’autrice smaschera l’usurpazione patriarcale della cultura femminile, come è il caso delle erme che fin dall’antichità erano i sassi lasciati dalle viaggiatrici in onore della dea Era, signora e protettrice delle vie, per ringraziare del percorso fin lì compiuto, diventati poi segno per indicare la strada migliore da seguire. Il mucchietto di pietre che si andava formando al passaggio delle viandanti «è segno divino sul terreno e orienta una donna nella sua strada».
In un ricco excursus storico, Rivera Garretas, docente emerita di storia medievale dell’Università di Barcellona e tra le fondatrici di Duoda, il quarantennale Centro di ricerca delle donne e del relativo master, mostra come la violenza ermeneutica si sia imposta nel tempo e come le donne abbiano risposto, ad esempio con la Querella de las mujeres, tenendo viva la genealogia femminile, la cultura della nascita, della casa materna, della politica prima, cioè del piacere di essere donna, della consapevolezza che Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, come rivela il titolo del libro di Luisa Muraro. Ripercorrendo il modo con cui ha costruito la biografia di Suor Juana Inéz de la Cruz, Rivera Garretas delinea in pagine puntuali alcune caratteristiche del pensiero del pensiero e suggerisce un metodo che prende sul serio ciò che un’autrice dice e non quello che gli altri dicono che lei dicesse. Sottolinea come ha interpretato l’opera della religiosa e letterata seicentesca messicana secondo il sentire, i sensi, il godimento e la felicità che le suscitava. Un metodo ben diverso da quello cartesiano, che limita il conoscibile al razionale. Lei fa e propone pensiero dell’esperienza, pensiero ispirato, pensiero di pensum, come ha detto la teologa Antonietta Potente nella presentazione promossa da Studi Femministi. Pensum come la quantità di lana che riceveva ogni giorno nella Roma antica una donna per filare. Infatti si fila con le mani, le mani e il piacere clitorideo hanno molto in comune, come mostrano tanti affreschi e tavole medievali della Visitazione della Vergine a Elisabetta, presentati anche in questo libro, ricco di riferimenti alla storia, all’arte, alla letteratura, alla mitologia, alla filosofia, alla medicina, campi del sapere attraversati con profonda erudizione ma senza pesantezza.
Con descrizioni accurate e precise, l’autrice ritrova e ci fa riconoscere nelle opere pittoriche e architettoniche tracce evidenti della presenza di simboli femminili: la conchiglia, la spirale, la rosa, la perla. Rilegge narrazioni e riti legati al culto di Maria come il rosario, l’Annunciazione e l’Assunzione, riportandoli alla loro origine di misteri clitoridei; indica come Sant’Anna rifondi la genealogia femminile matrilineare delle Tre Madri, già presenti nella tradizione religiosa mediterranea prepatriarcale: Nonna – Madre – Figlia, una catena aperta all’infinito che il Cristianesimo spezza con la sostituzione del padre e del figlio, che non divenne padre, “lasciando così l’umanità orfana in termini religiosi di madre e padre” .
Spinte da una scrittura mossa e a spirale, incontriamo un inanellarsi di scoperte simboliche che danno parola a esperienze finora senza nome. Non a caso Antonietta Potente parla di questo libro come di una Nuova Annunciazione. Un libro con il senso della profezia, infatti l’autrice riesce a vedere, e farci vedere, quello che nel presente in nuce già c’è e, nel dirlo, lo fa accadere: un nuovo inizio, l’era della perla.
Bibliografia
– Studi Femministi, El placer femenino es clitórico, 7 febbraio 2021
http://www.studifemministi.it/presentazione-libro-rivera-garretas/
– Libreria delle donne di Milano, Il piacere femminile è clitorideo, 26 febbraio 2022 – Video YouTube
– Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, 480 pagine, 20,00 euro.
– Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011, 128 pagine, 13,00 euro.
– María-Milagros Rivera Garretas, Sor Juana Inés de la Cruz. Mujeres que no son de este mundo, Sabina editorial, Madrid 2019, 236 pagine, 18.00 euro.
(Leggere donna n. 196 luglio/agosto/settembre)
di Farian Sabahi
Nella Repubblica islamica dell’Iran alle donne è vietato cantare in pubblico. Paradossalmente, in certe circostanze sono invece obbligate a cantare e, se rifiutano, rischiano di essere uccise.
È successo alla liceale Asra Panahi, 16 anni, assassinata dalle forze di sicurezza: l’hanno picchiata a sangue perché, con altre compagne di classe, si era rifiutata di cantare un inno dedicato alla Guida suprema, l’ayatollah Khamenei.
Lo denuncia su Telegram il Consiglio di Coordinamento del sindacato iraniano degli insegnanti, secondo cui varie ragazze sono state trasferite in ospedale dopo il pestaggio in una scuola nella città azerbaigiana di Ardebil (nord ovest), teatro di proteste di larga portata.
Ed è proprio qui, nelle province dell’Azerbaigian, che i vertici di Teheran temono il fermento, dopo i disordini nelle province iraniane del Kurdistan (ovest) e Sistan e Balucistan (sud est).
Avvocato e vicepresidente della Commissione per i diritti umani dell’Ordine degli avvocati nella provincia dell’Azerbaigian orientale, giovedì scorso Sina Yousefi aveva dichiarato che le persone arrestate nel capoluogo Tabriz sono oltre 1.700 e nulla si sa del loro destino.
Tra questi, lo studente Aysan Adibek e sua sorella Siddika Adibek: spariti la settimana scorsa, non hanno contattato la famiglia e non hanno un avvocato. Yousefi aveva quindi dato avvio a un comitato di difesa per i manifestanti arrestati, ma venerdì è stato fermato dalle forze di sicurezza e non si sa dove sia finito.
Se ieri pomeriggio a Teheran su viale Enqelab, il viale della Rivoluzione, c’erano cortei pacifici di studenti che camminavano in gruppo, passando davanti alle forze di sicurezza, a preoccupare è Elnaz Rekabi.
Domenica pomeriggio la scalatrice iraniana ha gareggiato in una competizione di arrampicata a Seul senza velo. Per questo motivo – scrive IranWire, sito di giornalisti dissidenti iraniani – sarà trasferita direttamente da Seul nella famigerata prigione di Evin a Teheran.
La giovane sarebbe stata ingannata dal capo della Federazione di arrampicata iraniana: obbedendo agli ordini dei pasdaran, l’avrebbe condotta dall’albergo di Seul all’ambasciata iraniana.
Ieri pomeriggio l’atleta ha scritto un post su Instagram per dire che il copricapo le è caduto «inavvertitamente»: «Mi scuso per avervi fatto preoccupare, sto tornando a Teheran insieme alla squadra». Se Elnaz Rekabi torna in Iran, senza chiedere asilo politico, è perché suo marito è lì.
Il suo caso è stato sollevato dalle Nazioni unite con le autorità iraniane: «Seguiremo la vicenda da molto vicino – ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ufficio dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani con sede a Ginevra – Le donne non dovrebbero mai essere perseguite per ciò che indossano e non dovrebbero mai essere sottoposte a violazioni come la detenzione arbitraria o altre violenze per come sono vestite».
In Iran, le donne praticano sport fin dai tempi dello scià quando, in pantaloncini corti o minigonna, servivano a dare l’immagine di un paese moderno: erano un tassello nella propaganda di regime.
Nella Repubblica islamica, praticare sport rispettando le regole non è facile: il velo è sempre obbligatorio, così come un abbigliamento che copra il corpo e ne nasconda le forme.
Per le iraniane, lo sport è stato e resta uno strumento di emancipazione, ma non tutte le storie sono a lieto fine: campionessa nei 20 km rana femminile in acque aperte, quando Elham Asghari decise di fare il giro dell’isola di Kish, nel Golfo persico – dandosi tre giorni di tempo – venne investita da una barca della polizia. Un trauma fisico e psicologico. A convincerla a non mollare era stato il padre, ex lottatore olimpico.
La speranza è che – in questa battaglia per maggiori diritti – gli uomini siano accanto alle donne.
(il manifesto, 19 ottobre 2022)
di Papa Francesco
Anticipiamo un brano del libro che Papa Francesco pubblica alla soglia del decimo anno di pontificato. Nel volume «Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza», a cura di Hernán Reyes Alcaide (Piemme, uscito martedì 18 ottobre 2022), il Pontefice lancia un appello universale a costruire insieme un orizzonte di pace, un mondo migliore
Più di duemila anni fa il poeta Virgilio ha plasmato questo verso: «Non dà salvezza la guerra!». Si fa fatica a credere che da allora il mondo non abbia tratto insegnamenti dalla barbarie che abita i conflitti tra fratelli, compatrioti e paesi. La guerra è il segno più chiaro della disumanità.
Quel grido accorato risuona ancora. Per anni non abbiamo prestato orecchio alle voci di uomini e donne che si prodigavano per fermare ogni tipo di conflitti armati. Il magistero della Chiesa non ha risparmiato parole nel condannare la crudeltà della guerra e, nel corso del XIX e del XX secolo, i miei predecessori l’hanno definita «un flagello», che «mai» può risolvere i problemi tra le nazioni; hanno affermato che la sua esplosione è una «inutile strage» con cui «tutto può essere perduto» e che, in definitiva, «è sempre una sconfitta dell’umanità». Oggi, mentre chiedo in nome di Dio che si metta fine alla follia crudele della guerra, considero inoltre la sua persistenza tra noi come il vero fallimento della politica.
La guerra in Ucraina, che ha messo le coscienze di milioni di persone del centro dell’Occidente davanti alla cruda realtà di una tragedia umanitaria che già esisteva da tempo e simultaneamente in vari paesi, ci ha mostrato la malvagità dell’orrore bellico. Nel secolo scorso, in appena un trentennio, l’umanità si è scontrata per due volte con la tragedia di una guerra mondiale. Sono ancora tra noi persone che portano incisi nei loro corpi gli orrori di quella follia fratricida. Molti popoli hanno impiegato decenni a riprendersi dalle rovine economiche e sociali provocate dai conflitti. Oggi assistiamo a una terza guerra mondiale a pezzi, che tuttavia minacciano di diventare sempre più grandi, fino ad assumere la forma di un conflitto globale.
Al rifiuto esplicito dei miei predecessori, gli eventi dei primi due decenni di questo secolo mi obbligano ad aggiungere, senza ambiguità, che non esiste occasione in cui una guerra si possa considerare giusta. Non c’è mai posto per la barbarie bellica. Tantomeno quando la contesa acquisisce uno dei suoi volti più iniqui: quello delle cosiddette “guerre preventive”. La storia recente ci ha dato esempi, perfino, di “guerre manipolate”, nelle quali per giustificare attacchi ad altri paesi sono stati creati falsi pretesti e sono state contraffatte le prove. Per questo chiedo alle autorità politiche di porre freno alle guerre in corso, di non manipolare le informazioni e di non ingannare i loro popoli per raggiungere obiettivi bellici.
La guerra non è mai giustificata. Infatti non sarà mai una soluzione: basti pensare al potere distruttivo degli armamenti moderni per immaginare quanto siano alti i rischi che una simile contesa scateni scontri mille volte superiori alla supposta utilità che alcuni vi scorgono.
La guerra è anche una risposta inefficace: non risolve mai i problemi che intende superare. Forse lo Yemen, la Libia o la Siria, per citare alcuni esempi contemporanei, stanno meglio rispetto a prima dei conflitti?
Se qualcuno pensa che la guerra possa essere la risposta, sarà perché sbaglia le domande. Il fatto che noi a tutt’oggi ci troviamo ad assistere a conflitti armati, a invasioni o a offensive lampo tra paesi, manifesta la mancanza di memoria collettiva. Forse il XX secolo non ci ha insegnato il rischio che corre tutta la famiglia umana davanti alla spirale bellica?
Se davvero siamo tutti impegnati a porre fine ai conflitti armati, manteniamo viva la memoria in modo da agire in tempo e fermarli quando sono in gestazione, prima che divampino con l’uso della forza militare. E per riuscirci servono dialogo, negoziati, ascolto, abilità e creatività diplomatica, e una politica lungimirante capace di costruire un sistema di convivenza che non sia basato sul potere delle armi o sulla dissuasione.
E poiché la guerra «non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante» (lettera enciclica Fratelli tutti, 256), torno a ricordare lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, il quale diceva che oggi è imprescindibile compiere una «trasfusione di memoria» e invitava a prendere qualche distanza dal presente per udire la voce dei nostri antenati.
Ascoltiamo quella voce per non vedere mai più le facce della guerra. Infatti la follia bellica resta impressa nella vita di chi la subisce in prima persona: pensiamo ai volti di ogni madre e di ogni figlio costretti a fuggire disperatamente; a ogni famiglia violata; a ogni persona catalogata come “danno collaterale” degli attacchi, senza alcun rispetto per la sua vita.
Vedo contraddizione tra quanti rivendicano le loro radici cristiane ma poi fomentano conflitti bellici come modi per risolvere gli interessi di parte. No! Un buon politico deve sempre puntare sulla pace; un buon cristiano deve sempre scegliere la via del dialogo. Se arriviamo alla guerra è perché la politica ha fallito. E ogni guerra che scoppia è anche un fallimento dell’umanità.
Per questo dobbiamo raddoppiare gli sforzi per costruire una pace durevole. Ci avvarremo della memoria, della verità e della giustizia. È necessario che tutti insieme apriamo la via a una speranza comune. Tutti possiamo, e dobbiamo, prendere parte a questo processo sociale di costruzione della pace. Esso ha inizio in ciascuna delle nostre comunità e si innalza come un grido verso le autorità locali, nazionali e mondiali. Infatti è da loro che dipendono le iniziative adeguate per frenare la guerra. E a loro, facendo questa mia richiesta in nome di Dio, domando anche che si dica basta alla produzione e al commercio internazionale di armi.
La spesa mondiale in armamenti è uno degli scandali morali più gravi dell’epoca presente. Manifesta inoltre quanta contraddizione vi sia tra parlare di pace e, allo stesso tempo, promuovere o consentire il commercio di armi.
È tanto più immorale che paesi tra i cosiddetti sviluppati a volte sbarrino le porte alle persone che fuggono dalle guerre da loro stessi promosse con la vendita di armamenti. Accade anche qui in Europa ed è un tradimento dello spirito dei padri fondatori.
La corsa agli armamenti fa da riprova della smemoratezza che ci può invadere. O, peggio ancora, dell’insensibilità. Nel 2021, in piena pandemia, la spesa militare mondiale ha superato per la prima volta i 2.000 milioni di dollari. A fornire questi dati è un importante centro di ricerca di Stoccolma, ed essi ci mostrano come per ogni 100 dollari spesi nel mondo, 2,2 siano stati destinati alle armi.
Con la guerra ci sono milioni di persone che perdono tutto, ma anche pochi che guadagnano milioni. È sconfortante anche solo sospettare che molte delle guerre moderne si facciano per promuovere armi. Così non si può andare avanti. Ai responsabili delle nazioni, in nome di Dio, chiedo di impegnarsi risolutamente a porre fine al commercio di armi che causa tante vittime innocenti. Abbiano il coraggio e la creatività di rimpiazzare la fabbricazione di armamenti con industrie che promuovano la fratellanza, il bene comune universale e lo sviluppo umano integrale dei loro popoli. Al pensiero dell’industria bellica e di tutto il suo sistema, mi piace ricordare i piccoli gesti del popolo che, anche tramite atti individuali, non smette di far vedere quanto la vera volontà dell’umanità sia di liberarsi dalle guerre.
Ma al di là del problema del commercio internazionale di armamenti destinati a guerre e conflitti, non meno preoccupante è la crescente facilità con cui in molti paesi si può entrare in possesso delle armi denominate “di uso personale”, in genere di piccolo calibro, ma a volte anche fucili di assalto o di grande potenza. Quanti casi abbiamo visto di bambini morti per avere maneggiato armi nelle loro case, quanti massacri sono stati perpetrati per il facile accesso che a esse c’è in alcune nazioni?
Legale o illegale, su vasta scala o nei supermercati, il commercio di armi è un grave problema diffuso nel mondo. Sarebbe bene che questi dibattiti avessero più visibilità e che si cercassero consensi internazionali affinché, a livello globale, fossero poste restrizioni sulla produzione, la commercializzazione e la detenzione di questi strumenti di morte.
Quando parliamo di pace e di sicurezza a livello mondiale, la prima organizzazione a cui pensiamo è quella delle Nazioni Unite (l’Onu) e, in particolare, il suo Consiglio di sicurezza. La guerra in Ucraina ha posto ancora una volta in evidenza quanto sia necessario che l’attuale assetto multilaterale trovi strade più agili ed efficaci per la soluzione dei conflitti.
In tempi di guerra è essenziale sostenere che ci serve più multilateralismo e un multilateralismo migliore.
L’Onu è stata edificata su una Carta che intendeva dare forma al rifiuto degli orrori che l’umanità ha sperimentato nelle due guerre del XX secolo. Sebbene la minaccia che essi si ripresentino sia ancora viva, d’altra parte il mondo oggi non è più lo stesso, ed è dunque necessario ripensare queste istituzioni in modo che rispondano alla nuova realtà esistente e siano frutto del più alto consenso possibile.
È divenuto più che palese quanto queste riforme siano necessarie dopo la pandemia, quando l’attuale sistema multilaterale ha evidenziato tutti i suoi limiti. Dalla distribuzione dei vaccini abbiamo avuto un chiaro esempio di come a volte la legge del più forte pesi più della solidarietà.
Ci si prospetta, dunque, un’occasione imperdibile per pensare e condurre riforme organiche, volte a fare recuperare alle organizzazioni internazionali la loro vocazione essenziale a servire la famiglia umana, a prendersi cura della Casa comune e a tutelare la vita di ogni persona e la pace.
Ma non voglio addossare tutta la questione alle organizzazioni, che in definitiva non sono più – ma del resto neanche meno – che un ambito in cui gli stati che le compongono si riuniscono e ne determinano la politica e le attività. Sta qui la base della delegittimazione e del degrado degli organismi internazionali: gli stati hanno smarrito la capacità di ascoltarsi a vicenda per prendere decisioni consensuali e favorevoli al bene comune universale. Nessuna intelaiatura legale può sostenersi in assenza dell’impegno degli interlocutori, della loro disponibilità a una discussione leale e sincera, della volontà di accettare le inevitabili concessioni che nascono dal dialogo tra le parti. Se i paesi membri di questi organismi non mostrano la volontà politica di farli funzionare, siamo davanti a un evidente passo indietro.
Vediamo, invece, che essi preferiscono imporre le proprie idee o interessi in maniera molte volte inconsulta.
Soltanto se sfruttiamo l’occasione del dopo pandemia per reimpostare questi organismi potremo creare istituzioni con cui affrontare le grandi sfide, sempre più urgenti, che ci si prospettano, come il cambiamento climatico o l’uso pacifico dell’energia nucleare.
In questo senso, così come nella mia lettera enciclica Laudato si’ esortavo a promuovere una «ecologia integrale», allo stesso modo credo che il dibattito sulla ristrutturazione degli organismi internazionali debba ispirarsi al concetto di «sicurezza integrale». Vale a dire, non più limitata ai canoni degli armamenti e della forza militare, bensì consapevole del fatto che in un mondo giunto a un livello di interconnessione come l’attuale è impossibile possedere, per esempio, una effettiva sicurezza alimentare senza quella ambientale, sanitaria, economica e sociale. E su questa ermeneutica deve basarsi ogni istituzione globale che cercheremo di riprogettare, invocando sempre il dialogo, l’apertura alla fiducia tra i paesi e il rispetto interculturale e multilaterale.
In un contesto contrassegnato dall’urgenza, e in un orizzonte di condanna della follia bellica e di esortazione a ridefinire la cornice internazionale delle relazioni tra stati, non possiamo ignorare la spada di Damocle che pesa sull’umanità sotto la forma degli armamenti di distruzione di massa, come quelli nucleari.
Davanti a un simile scenario ci domandiamo: chi possiede questi armamenti? Quali controlli ci sono? Come si pone freno alla logica che fa perno sull’accumulo di testate nucleari a fini di dissuasione?
In questo contesto faccio mia la condanna di san Paolo VI verso questo tipo di armamento, che dopo oltre mezzo secolo non è divenuta meno attuale: «Le armi, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli».
Non c’è motivo di restare condannati al terrore della distruzione atomica. Possiamo trovare vie che non ci lascino appesi a una imminente catastrofe nucleare causata da pochi. Forgiare un mondo senza armi nucleari è possibile, dato che ne abbiamo la volontà e gli strumenti; ed è necessario, vista la minaccia che questo tipo di armamento comporta per la sopravvivenza dell’umanità.
Avere armi nucleari e atomiche è immorale. Sbaglia strada chi pensa che siano una scorciatoia più sicura del dialogo, del rispetto e della fiducia, ovvero gli unici sentieri che porterebbero l’umanità alla garanzia di una convivenza pacifica e fraterna. Oggi è inaccettabile e inconcepibile che si continuino a scialacquare risorse per produrre questo genere di armi mentre si profila una grave crisi che ha conseguenze sanitarie, alimentari e climatiche e riguardo alla quale nessun investimento sarà mai abbastanza.
L’esistenza delle armi nucleari e atomiche mette a rischio la sopravvivenza della vita umana sulla terra. E quindi qualsiasi richiesta in nome di Dio affinché venga frenata la follia della guerra comprende anche una supplica a estirpare dal pianeta quell’armamento. Il reverendo Martin Luther King lo ha espresso con chiarezza nell’ultimo discorso che pronunciò prima di essere assassinato: «Non si tratta più di scegliere tra violenza e non violenza, ma tra non violenza e non esistenza». La scelta sta a noi.
(La Stampa/Piemme&Mondadori Libri S.p.A., 16 ottobre 2022)
di Ketty Giannilivigni
Come tutti i giovedì dall’inizio della guerra in Ucraina anche ieri pomeriggio (giovedì 13 ottobre 2022, ndr) sotto la Statua della Libertà in piazza Vittorio Veneto a Palermo (a partire dalle 17,00 fino alle 19,00) si sono riunite le donne di UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Donne caffè filosofico Bonetti – Il femminile è politico – #Governo di lei – Donne no Muos no War – CIF – Emily – FIDAPA sez. Palermo Felicissima – FIDAPA sez. Mondello – Associazione Donne Islamiche Fatima – LAB.ZEN 2 – Le Onde – Arcilesbica.
Poche ore prima la senatrice Liliana Segre aveva pronunciato il suo discorso fermo e commosso: secondo il regolamento di Palazzo Madama, infatti, aveva il compito di presiedere (proprio lei che era stata duramente colpita nel corpo e negli affetti dalle leggi razziali della dittatura fascista) la prima seduta per l’insediamento del Senato, dopo le elezioni politiche vinte dall’ultradestra post-fascista. A cento anni dalla marcia su Roma, nel mese di ottobre che le ricordava l’autunno del ’38 quando si era vista esclusa dalla scuola italiana perché ebrea, la Segre ha voluto, ancora una volta, rimarcare il valore della Costituzione italiana e l’importanza delle date del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno per la storia italiana.
Dopo i risultati elettorali che hanno consegnato l’Italia all’estrema destra, erede della fiamma tricolore incastonata alla base dell’iconografia del simbolo dei fratelli meloniani, era chiaro che la seconda più importante carica dello Stato sarebbe stata affidata all’onorevole Ignazio La Russa, politico comunemente riconosciuto fra i più nostalgici del funesto ventennio. Tuttavia, le parole di questa donna sopravvissuta ad Auschwitz hanno risuonato come un monito rivolto a donne e uomini affinché non si perda la memoria della lotta partigiana contro il nazifascismo.
In sintonia con le parole e le preoccupazioni di Liliana Segre, le donne del Comitato per la Pace di Palermo si sono date appuntamento sotto la Statua della Libertà per intonare Bella ciao, dopo il goffo tentativo registrato durante la manifestazione a favore delle donne iraniane, svoltasi di fronte al teatro Politeama (vedi pressenza.com), in cui si voleva censurare la canzone dei partigiani della libertà e della pace contro le ingiustizie, perché ritenuta da alcuni partecipanti “divisiva”.
Nella piazza di ieri pomeriggio, in cui tutte e tutti si dichiaravano grate/i per le parole di Liliana Segre, Bella ciao è stata intonata e ripresa più volte nel corso della manifestazione – anche nella versione originaria delle mondine – dalle donne delle associazioni in presidio, alle quali si sono unite/i altre donne e altri uomini, nonché esponenti di diverse realtà cittadine – COBAS, CGIL, ANPI, Assemblea NoGuerra-PA, Laboratorio “Ballarò”, etc. – tutte/i a eseguire in coro il canto della libertà.
(pressenza.com, 14 ottobre 2022)
di Maurizio Schoepflin
La recente nuova edizione rivista e ampliata del libro di Silvana Panciera Le beghine. Una storia di donne per la libertà (Gabrielli, pagine 174, euro 17,00) mette a disposizione degli studiosi, ma anche di un più ampio pubblico, uno strumento particolarmente utile per conoscere un movimento che ha avuto un ruolo assai rilevante nella storia della Chiesa e che vide protagoniste congregazioni di donne le quali, pur non pronunciando voti monastici, condussero una vita di devozione, povertà e carità. Nei sei capitoli in cui è suddiviso il volume il lettore troverà innanzitutto precise informazioni circa il contesto storico nel quale il movimento beghinale sorse e si sviluppò. L’autrice si sofferma poi a illustrare la vita quotidiana delle beghine, descrivendone le attività, le regole del comportamento, le dimore in cui abitavano. Particolarmente interessante è il quarto capitolo che «offre una sintesi dell’originalità del movimento e delle sue intuizioni mistiche, insistendo sulla sua particolarità di fenomeno laico e soprattutto femminile». Successivamente, Panciera fa conoscere più da vicino varie beghine e ricorda le figure di alcuni loro famosi ammiratori. Il capitolo conclusivo è dedicato a delineare l’eredità visibile dei beghinaggi, tredici dei quali nel 1998 sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Intitolando il secondo capitolo Un movimento senza origine, senza fondatrice, senza regola unica, senza storiografia, l’autrice offre subito le coordinate essenziali per comprendere l’originalità di questo fenomeno religioso, che fa la sua comparsa verso la fine del XII secolo, sulla scia del rinnovato fervore spirituale che caratterizza varie zone dell’Europa del tempo. Le prime a muoversi sono donne di elevato rango sociale, poi sarà la volta di quelle, più numerose, appartenenti agli strati popolari. Tutte sono caratterizzate da un forte desiderio di vivere la fede evangelica in modo radicale, senza tuttavia abbandonare lo stato laicale. I contemporanei le definiscono mulieres devotae, vanno ad abitare presso ospedali o abbazie, pregano, curano i malati, ma non prendono i voti. Inizialmente suscitano ammirazione, che ben presto, però, si tramuta in sospetto e, ancor peggio, in derisione. Né mogli né monache, la loro condizione non fa riferimento a nessuna autorità maschile, cosa che, come è facile capire, non risulta facilmente accettabile in quel momento storico. Ignota è l’origine dell’appellativo con cui sono passate alla storia; di certo esso ha assunto una caratterizzazione negativa. In Lombardia saranno chiamate humiliate, in Toscana bizzoche o pinzochere. Presto l’Inquisizione si occupa di loro, temendo lo spirito di libertà che incarnano; più di una finisce sul rogo; altre vengono tollerate; qualche raro potente ecclesiastico le protegge. Per niente bigotte, come spesso invece si è insinuato, le beghine, a giudizio di Panciera, meriterebbero una ben più profonda e significativa riabilitazione, a motivo della bella testimonianza che hanno lasciato, soprattutto attraverso la loro grande opera assistenziale, il patrimonio architettonico, l’esemplarità della vita comunitaria, vari scritti di grande valore, come Lo Specchio della anime semplici di Margherita Porete; senza dimenticare l’esaltazione della libertà e dell’amore che le contraddistinse. Anche Marco Vannini, noto studioso di mistica, è convinto della necessità di rivalutare le beghine e scrive nella Prefazione: «La storia di queste donne e delle loro forme di aggregazione, con la loro straordinaria sintesi di comunione e di libertà, di approfondimento spirituale e di impegno caritativo, può davvero far riflettere, non per il passato, ma per il presente e più ancora per il futuro».
(Avvenire, 14 ottobre 2022)
di Silvia Baratella
Monique Serf, ebrea francese, era bambina durante l’occupazione tedesca e dovette crescere nascosta con la sua famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti.
In seguito divenne cantante e assunse il nome d’arte di Barbara, ispirato a Varvara Brodsky, una sua antenata da parte di madre: una scelta di genealogia femminile. Tra le grandi voci femminili della canzone francese della seconda metà del ’900 che conosco, Barbara è stata l’unica a cantare su testi (e musiche) propri, quasi tutti legati alle sue esperienze personali.
Nel 1964 fu scritturata dal direttore di un teatro tedesco per una tournée a Gottinga. Non ci andò volentieri: i ricordi di guerra le rendevano sgraditi la Germania e i tedeschi.
Tuttavia fu accolta così affettuosamente dagli organizzatori e fu così apprezzata dal pubblico che cambiò completamente stato d’animo e prolungò la sua esibizione di una settimana. In un parco di Gottinga buttò giù la prima bozza di una canzone dedicata a quella città, che recitò nella sua serata di commiato, più che cantarla, perché non aveva ancora finito di musicarla.
In seguito, la completò e divenne uno dei suoi pezzi più famosi, che cantò anche in lingua tedesca. Göttingen oggi è nei programmi scolastici francesi e ha svolto un ruolo ufficiale nel riavvicinamento post-bellico tra Francia e Germania.
È una parola di donna contro la guerra che affonda le sue radici nelle relazioni e non nelle ideologie o in principi astratti, e mi sembra utile farla circolare in questi tempi bui, in cui c’è bisogno di opporre le nostre ragioni alla propaganda bellica.
Propongo qui il link a un video, insieme al testo francese e a una traduzione, approssimativa, fatta da me.
Göttingen
Bien sûr, ce n’est pas la Seine,
ce n’est pas le bois de Vincennes,
mais c’est bien joli tout-de-même
à Göttingen, à Göttingen.
Pas de quais et pas de rengaines
qui se lamentent et qui se traînent,
mais l’amour y fleurit quand-même
à Göttingen, à Göttingen.
Ils savent mieux que nous, je pense,
l’histoire de nos rois de France
Hermann, Peter, Helga et Hans
à Göttingen.
Et que personne ne s’offense,
mais les contes de notre enfance,
« il était une fois » commence
à Göttingen.
Bien-sûr nous, nous avons la Seine
et puis notre bois de Vincennes,
mais Dieu que les roses sont belles
à Göttingen, à Göttingen.
Nous, nous avons nos matins blêmes
et l’âme grise de Verlaine,
eux c’est la mélancolie même
à Göttingen, à Göttingen.
Quand ils ne savent rien nous dire
ils restent là à nous sourire,
mais nous les comprenons quand-même
les enfants blonds de Göttingen.
Et tant pis pour ceux qui s’étonnent
et que les autres me pardonnent,
mais les enfants ce sont les mêmes
à Paris ou à Göttingen.
Ô faites que jamais ne revienne
le temps du sang et de la haine
car il y a des gens que j’aime
à Göttingen, à Göttingen.
Et lorsque sonnerait l’alarme,
s’il fallait reprendre les armes,
mon cœur verserait une larme
pour Göttingen, pour Göttingen.
Traduzione
Certo, non c’è la Senna,
non c’è neanche il Bois de Vincennes,
ma è così carina lo stesso
Gottinga, Gottinga.
Non ci sono lungofiumi, né canzonette
romantiche e lamentose,
ma l’amore fiorisce lo stesso
a Gottinga, a Gottinga.
Conoscono meglio di noi, penso,
la storia dei nostri re di Francia
Hermann, Peter, Helga e Hans
a Gottinga.
E che nessuno si offenda,
ma le favole della nostra infanzia,
«C’era una volta…», cominciano
a Gottinga.
Certo, noi abbiamo la Senna
e poi il nostro Bois de Vincennes,
ma dio, come sono belle le rose
a Gottinga, a Gottinga.
Noi abbiamo le nostre mattine livide
e l’anima bigia di Verlaine,
loro sono la malinconia in persona,
a Gottinga, a Gottinga.
Quando non sanno dirci niente
restano lì a sorriderci,
ma noi li capiamo lo stesso
i bambini biondi di Gottinga.
E tanto peggio per chi stupisce,
e agli altri chiedo scusa,
ma i bambini sono gli stessi
a Parigi o a Gottinga.
Oh, fate che non ritornino più
i tempi del sangue e dell’odio,
perché ci sono persone che amo
a Gottinga, a Gottinga.
E quando dovesse suonare l’allarme,
se si dovessero riprendere le armi,
il mio cuore piangerebbe
per Gottinga, per Gottinga.
(www.libreriadelledonne.it, 12 ottobre 2022)
di Umberto Varischio
Nel suo intervento La questione maschile, pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano, Laura Colombo pone alcune domande che riguardano noi uomini. In previsione della discussione che si terrà durante un appuntamento del “Grande seminario” annuale di Diotima, cercherò qui di riassumerle e tenterò di dare a qualcuna una risposta. Colombo si chiede e ci chiede: se una parte degli uomini è cambiata, da cosa possiamo vedere il loro cambiamento? E se una parte degli uomini sono cambiati, lo sono anche nel profondo? E ancora: come è possibile spostare gli uomini dalla loro posizione egocentrica, quella che chiede disperatamente conferme femminili fino alle molestie e alla morte? È necessario pensare a qualcosa come degli “stati generali della maschilità”? Nelle risposte che riuscirò a dare partirò da me, dalla mia esperienza e dalla mia parzialità, di uomo e di individuo.
Dico subito che non vedo la risposta in eventi come quelli definiti “stati generali della maschilità”. Dichiarazioni maschili contro la violenza, per il riconoscimento della libertà e dell’autorità femminile e per una nuova civiltà delle relazioni tra uomini e donne, solo assolutamente necessarie, ma non possono essere fatte, oltre che praticate quotidianamente, solo in riunioni o discussioni, ma debbono avere anche una visibilità pubblica, per il loro rilievo politico e simbolico. I miei dubbi su iniziative del genere mi sollecitano a porre alcune domande: quanti altri uomini potrebbero sentirsi messi in discussione o si sentirebbero di mettersi in discussione solo per aver sentito parlare di questi argomenti? Quanti uomini si possono raggiungere e coinvolgere con iniziative di questo genere? L’esperienza di questi ultimi vent’anni, anche se hanno visto nascere diverse importanti proposte, alcune locali e una nazionale (MaschilePlurale), mi hanno insegnato che queste prese di posizione pubbliche e collettive non bastano. Bisogna farle, ma non sono un dispositivo che genera di per sé consapevolezza.
Per fare un esempio, la dichiarazione che la libertà femminile è un guadagno anche per noi uomini è sembrata un’affermazione chiave che poteva spingere gli uomini fare passi avanti sul piano della messa in discussione del potere patriarcale, e verso una prospettiva che avrebbe potuto dare maggiore libertà anche a noi. Anche qui, intendiamoci, ho provato nella mia esperienza di vita che è effettivamente così, ma questa consapevolezza non è stata l’inizio di un cammino, ma sua la tappa finale. Il prodotto di tutta una serie di conflitti (anche interiori), di gioie e dolori, di rabbia e felicità che il confronto con donne, a livello personale e pubblico, hanno comportato per me. Un passaggio essenziale per raggiungere questa consapevolezza sono state le esperienze di autocoscienza maschile, che ho cercato e trovato in momenti della mia vita in cui ogni progresso mi sembrava inibito. Mi sono servite, per esempio, ad affrontare il mio rapporto con la sessualità e la mia pulsione ad andare “oltre il limite” come ho raccontato in un contributo pubblicato sul sito della Libreria.
Un’altra questione posta da Laura Colombo riguarda come muovere gli uomini «dalla loro posizione egocentrica, quella che chiede disperatamente conferme femminili», posizione che può portare all’estremo a molestie, violenze e al femminicidio. Un comportamento su cui mi sono interrogato a lungo da quando l’ho riconosciuto sia nella mia vita relazionale sia nel confronto con donne del femminismo in generale e in particolare con quello della differenza. Confronto che mi ha visto, in alcune occasioni, pormi in una posizione di rabbia e di frustrazione quando mi sembrava di vivere una situazione di mancanza di conferme. Per un certo periodo ho cercato di negare la mia dipendenza da queste conferme, adducendo con me stesso spiegazioni autobiografiche che però sono una scorciatoia o peggio una rimozione e non possono spiegare le mie reazioni. Sono riuscito a superare queste reazioni grazie al confronto continuo con queste donne e alla mia scelta di accettare la mia dipendenza e di non rimanere a macerarmi nella autocommiserazione, ma cercando di rilanciare la relazione politica.
Queste precedenti esperienze mi hanno messo a confronto con la domanda di quanto io sia cambiato nel profondo e se questo cambiamento non sia solo qualcosa di esteriore. Questo è un aspetto difficile da affrontare, almeno per me; nelle situazioni che ho prima descritto sono consapevole di non avere superato le pulsioni e le reazioni di cui parlavo, e non so fino a che punto possa, più che voglia, superarle. Io, come altri, sono nato e cresciuto in una società profondamente patriarcale che non solo mi ha condizionato psicologicamente, ma è entrata in me profondamente, potrei dire “nelle viscere” e non penso, onestamente, di essere in grado di andare oltre questo condizionamento. I giovani uomini che stanno crescendo o che nasceranno in futuro forse potranno sfuggire a questo tipo di condizionamento profondo e riusciranno a superare anche nel profondo queste pulsioni. Io mi pongo come mio obiettivo realistico e concreto quello di controllarle, essendo cosciente che in alcune occasioni potrei perdere questo controllo, come in passato mi è capitato, anche se da tempo non mi succede più. Sono convinto che metterle sotto controllo, il che non vuol dire assolutamente reprimerle, restando consapevole della loro esistenza, sia per me e alla mia età, un obiettivo. Forse questa non è una risposta completamente soddisfacente, ma preferisco essere cosciente dei miei limiti piuttosto che cercare di superarli in modo velleitario una volta per tutte. Preferisco avere la coscienza anche di questo “limite” per meglio trovare una mia strada particolare e parziale verso la conoscenza di me e la consapevolezza.
Quindi, a partire dal mio vissuto, penso che il cambiamento sostanziale più che da occasioni pubbliche possa venire dai momenti di autocoscienza maschile che mi sembra siano diventando più diffusi, almeno a livello giovanile. Solo questi potranno portare, attraverso percorsi che ogni uomo dovrà scegliere, se non a una soluzione della “questione maschile”, almeno a renderla meno distruttiva. Una pratica accompagnata da una continua ricerca di consapevolezza e da una costante attenzione alla relazione politica con donne, singole e non.
(www.libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2022)
di Liliana Segre
Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento della senatrice a vita Liliana Segre, voce autorevole, in occasione dell’apertura della XIX legislatura. Un esempio di politica istituzionale alta, ispirata ad una concezione del potere come responsabilità nei confronti di tutte e tutti e non invece come strumento al servizio delle ambizioni del singolo o del gruppo. La senatrice rievoca le date importanti che hanno scandito la nascita della Repubblica costituzionale, ancora una volta una storia di tutte e tutti perché prima di ogni altra cosa è l’esperienza propria di ciascuna/o.
La redazione del sito della Libreria delle donne
Discorso della presidente provvisoria del Senato Liliana Segre, pronunciato nell’Aula di Palazzo Madama per l’apertura della XIX legislatura il 13 ottobre 2022
Buongiorno a tutti, colleghe senatrici, colleghi senatori.
Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Assemblea. Con rispetto, rivolgo il mio pensiero a Papa Francesco (applausi).
Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «Desidero esprimere a tutte le senatrici ed i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita» (applausi).
Anch’io, ovviamente, rivolgo un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest’Aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi. Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.
Incombe su tutti noi in queste settimane l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino» (applausi).
Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. E il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato (l’Assemblea si leva in piedi) (applausi).
Il Senato della XIX legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.
L’appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio. Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con “disciplina e onore”, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto (applausi), interpretando invece una politica “alta” e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.
Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. E il popolo ha deciso. È l’essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.
Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.
In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti (applausi).
Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.
Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla (applausi), il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.
Il pensiero corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su «sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali», che erano state l’essenza dell’ancien régime. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Non è poesia (applausi) e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli!
Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date “divisive”, anziché con autentico spirito repubblicano (applausi), il 25 aprile, festa della liberazione (applausi), il 1° maggio, festa del lavoro (applausi), il 2 giugno, festa della Repubblica (applausi)? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.
Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico (vivi e prolungati applausi. L’Assemblea si leva in piedi) e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.
Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo. Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.
Concludo con due auguri. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di quest’Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento. Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.
Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.
Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale (applausi), garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.
Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col Governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anziché ridursi.
In questo senso avremo sempre al nostro fianco l’Unione Europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.
Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo (applausi), prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.
Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro. (l’Assemblea si leva in piedi. Vivi e prolungati applausi)
(www.senato.it, 13 ottobre 2022)
di Paola Cavallari
Minoo Mirshahvalad è ricercatrice presso la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII. Si occupa di diritto sciita, immigrazione e rapporti di genere in Italia e in Iran.
Può parlarci dell’immagine straordinariamente potente delle giovani manifestanti che rischiano la vita perché non vogliono portare il velo?
In queste settimane l’Iran ha testimoniato la tortura, lo stupro e l’uccisione di numerosi giovanissimi donne e uomini; un crimine perpetrato dalla teocrazia che lascerà una perenne cicatrice sulla memoria del mondo. Gli studenti presi di mira con colpi di bastone o buttati giù dai palazzi diventano il simbolo di un plurisecolare debito che noi iraniani avevamo nei confronti dello sciismo. In queste settimane l’Iran, ma anche l’Afghanistan, sono teatro di novità straordinariamente ricche dal punto di vista sociologico. Le rivoluzioni hanno sempre componenti inaspettate che prendono di sorpresa anche i più attenti sociologi. Malgrado il blocco plurisettimanale di internet in Iran, sulla rete si trovano i video delle studenti iraniane delle scuole medie che sventolando il velo corrono contro le forze dell’ordine senza armi, mentre insultano uomini armati che le picchiano e gli sparano contro. Sono sbalordita di tali coraggio e rabbia senza precedenti nella storia del paese. È vero che per quattro decadi dopo la Rivoluzione del ’79 le donne iraniane hanno coltivato dentro di sé un furore inaudito, ma per ora non so darmi spiegazioni su perché e come la generazione degli attuali adolescenti si senta così profondamente partecipe di questo rancore. È un evento che per la sua violenza e l’audacia delle protagoniste evoca la Rivoluzione francese, lanciato però dalle donne con il sostegno sorprendente degli uomini.
Che rapporto c’è tra il velo e la libertà per le donne iraniane?
Bisogna specificare un punto cruciale. Il Corano non ha mai parlato della copertura della testa della donna. Tuttavia, il velo per una serie di motivi sociopolitici ampiamente discussi nella letteratura esistente, è diventato un elemento fortemente identitario con connotazioni politiche. Il fatto che l’imposizione del velo cozzi con la libertà della donna non deriva dall’eventuale calore che lei dovrebbe sopportare d’estate o dell’eventuale peso di un pezzo di stoffa. Il problema è sentirsi ridotte all’oggetto della propaganda politica senza essere disponibili. Chi fa la modella è consenziente e, più importante ancora, remunerata per quella mansione. La donna iraniana non è né consenziente, né retribuita per essere il veicolo di un messaggio, politico o commerciale che sia.
Non solo in Iran, ma in altre realtà le religioni sono ridiventate platealmente strumento politico, incardinato su un fondamento patriarcale. Molti/e giornalisti e politici denunciano la teocrazia iraniana, ma non ne traggono le conseguenze di un dominio patriarcale.
La teocrazia è la più brutale truffa che l’essere umano abbia mai creato. Questa mira a perpetuare la subordinazione di quei ceti sociali che, per il loro aspetto minoritario, non hanno potuto costruire legami di «parentela» con il presunto Dio che governa. Nel mondo islamico, sin dal settimo secolo del calendario gregoriano, i «vicari» di Dio o del profeta sono stati sempre gli uomini. Nel mondo sciita, dopo una serie di lunghe evoluzioni giuridiche, l’istituto clericale (inaccessibile alla donna) è riuscito a spacciarsi per il vicario di Dio. Dunque, visto che Dio avrebbe bisogno di un qualche rappresentante per governare l’umanità e considerando la mascolinità di questa presunta rappresentanza nel mondo islamico, è chiaro che il patriarcato e la teocrazia vanno a braccetto. Di questa collaborazione la memoria italiana ha una lunga traccia, tuttavia, il ceto dirigente assieme agli organi di propaganda continuano a essere prevalentemente diretti dagli uomini. Non è difficile vedere le conseguenze.
Donna, vita, libertà: come commenta questo slogan?
Lo slogan è originariamente lanciato dal movimento di liberazione curdo e sembra sia stato coniato da Abdullah Öcalan (il presidente del Pkk, ndr). È uno slogan assai progressista che sancisce un rapporto diretto tra la donna e la libertà. Si basa sulla convinzione che la liberazione della donna sia la pietra miliare per la liberazione di tutta la società. Questa idea è stata felicemente formulata da Öcalan e promossa dalle attiviste curde. Mahsa Amini, il simbolo delle attuali rivolte, era curda e quindi l’adozione di questo slogan mi sembra molto opportuno e tempestivo.
In Europa si espande l’ondata di conservatorismo, di cui uno dei cardini è il rilancio della famiglia tradizionale che conferisce alla donna un ruolo «centrale e insostituibile». Vede qualche legame?
In Europa occidentale sin dalla Prima guerra mondiale si continua a nutrire una particolare nostalgia per un passato presunto ordinato e sensato che con «l’invasione» della modernità è stato compromesso. Un passato in cui il rapporto di genere, la famiglia e l’autorità avevano definizioni plurisecolare e quindi ben stabilite. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II siamo richiamati alla «rivolta contro il mondo moderno». Oggi per alcune frange del conservatorismo europeo, gli Stati autoritari – come quello iraniano – sono paradigmatici e purtroppo, in Italia, questo conservatorismo richiama il ritorno al passato spalleggiando il fondamentalismo islamico. La conseguenza del ritorno trionfale del conservatorismo in Europa, che con la crisi della spiritualità fa pure un numero considerevole di proseliti, ahimè, affligge sia il Medio Oriente che l’Europa stessa.
(il manifesto, 8 ottobre 2022)
di Laura Pezzino
Una delle prime cose che ho fatto è stata digitare sulla tastiera «Auchan» e «Cergy» e cliccare su Street View. Appena il segretario permanente dell’Accademia di Svezia ha annunciato che Annie Ernaux aveva vinto il Nobel per la Letteratura, ma che non erano ancora riusciti ad avvisarla al telefono, il mio pensiero è andato a uno dei luoghi simbolo dell’autrice francese, almeno nell’ultima parte della sua produzione letteraria. Magari, ho pensato, proprio in quel momento Annie Ernaux si trovava all’Auchan a fare la spesa e, tra gli avvisi all’altoparlante e la musichetta in filodiffusione, non aveva sentito il cellulare. Può capitare a tutti, anche a una neo-Nobel, no?
Quello sull’Auchan di Cergy, il «Cremlino di mattoni», è stato l’ultimo libro di Ernaux che ho letto, qualche mese fa. Il titolo è Guarda le luci, amore mio, e sono certa che qualcuno lo avrà classificato come un Ernaux «minore». A mio parere, sbagliando. Il primo, invece, era stato Gli anni, da molti considerato il suo capolavoro. Ero io, però, a non essere pronta. Erano, quelli, tempi in cui cercavo soprattutto immagini alle quali aderire, e la foto di gruppo scattata da quelle pagine, che si prefiggevano di ricostruire la memoria di un intero Paese, mi era parsa eccessivamente generica, affollata. Miravo, esigevo, primissimi piani. Quando è arrivato Il posto mi son detta “ci siamo”. Fin dalle prime pagine, mi aveva introdotta in un mondo, immenso nella sua minuscolezza, che si era trasformato istantaneamente in topos: il bar-alimentari che i suoi genitori, i Duchesne (Ernaux è il cognome dell’ex marito), avevano gestito per anni a Yvetot, il paesotto della Normandia dove era cresciuta e che avrebbe ossessivamente raccontato nei successivi cinquant’anni.
All’inizio del Posto, lei è da poco diventata insegnante di ruolo (avrebbe poi insegnato in diversi licei) quando suo padre muore a sessantasette anni, un passo dalla pensione, una domenica pomeriggio. Ernaux lo dice così: «Mia madre è comparsa in cima alle scale. Si tamponava gli occhi con un tovagliolo che probabilmente aveva portato con sé quando era salita in camera dopo pranzo. Con voce neutra ha detto: “È finita”». Ora che lo rileggo a distanza di anni, penso sia stato proprio quel tovagliolo – non un Kleenex, non un fazzoletto, proprio un tovagliolo, magari macchiato di minestra – a farmi pensare, ci siamo. Per Ernaux la scrittura è sempre stata un mezzo per raggiungere il reale, e poco cose sono più reali di un tovagliolo sporco con il quale tamponarsi le lacrime per un marito appena morto. Quel padre lì, che si faceva fotografare con le cose di cui andava orgoglioso – il negozio, la bicicletta, la Renault 4 poi. Quella madre lì, la cui infanzia era stata «un appetito mai sazio» – anche se questo lo scrive in Una donna, dove dice anche: «Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». Ecco, quei genitori lì erano i miei genitori. E non lo erano mai stati. Da lì in poi, l’universo Ernaux mi si è srotolato davanti e non ho mai avuto la tentazione di abbandonarlo.
È stato sempre nel Posto che mi si è svelata per la prima volta una parola comunissima eppure chiave nella scrittura di Ernaux, «vergogna», quel «timore di essere fuori posto». Di quella vergogna, così dolorosamente dissezionata fino a mostrarne il meccanismo più nascosto, sarei andata alla ricerca, come una detective delle miserie umane, in ogni suo libro: in Memoria di ragazza (sulla sua prima esperienza sessuale) c’è; in L’altra figlia (quando scopre di avere avuto una sorella morta prima che lei nascesse) c’è; in La donna gelata (dove il gelo è il matrimonio, e infatti non ha mai più voluto sposarsi, e dove scrive: «Le donne della mia vita parlavano tutte a voce alta, avevano corpi trascurati, troppo grassi o troppo scialbi, dita ruvide, volti senza un filo di belletto o altrimenti truccati in modo esagerato, vistoso, con grandi chiazza sulle guance e sulle labbra») c’è. In massimo grado c’è in L’evento, che racconta di un aborto clandestino messo poi in pellicola dalla regista Audrey Diwan, e in un altro suo libro intitolato proprio così, La vergogna: lì parla di violenza domestica, una tipologia che, se esistesse una scala Richter della vergogna, sfiorerebbe il livello massimo. Sulla vergogna, un’altra scrittrice francese, Nathalie Léger, una volta mi disse una cosa interessante: «La vergogna è sempre un’ustione ereditata, ciò che crea quel sistema di lealtà e di promesse non dette alle quali si resta incatenati. E il romanzo, la letteratura, esistono per questo, perché per confessare bisogna mentire». E se è, come è, qualcosa di ereditato, la prima vergogna è quella per la propria famiglia, il posto da dove si proviene. La prima vergogna è vergogna di classe.
Parte della motivazione dell’Accademia dice: «Con grande coraggio e acutezza clinica, Annie Ernaux ha rivelato l’agonia dell’esperienza di classe e descrivendone la vergogna, l’umiliazione, la gelosia o l’incapacità di vedere chi si è, ha realizzato qualcosa di ammirevole e duraturo». Nel saggio Scrivere è dare forma a un desiderio (Castelvecchi), rifacendosi al suo maestro, il sociologo Pierre Bourdieu, Ernaux dice che non potrebbe immaginare una forma letteraria slegata dai rapporti sociali, dove l’io di chi scrive è solo uno dei vari nodi. In una delle due interviste che ho avuto la fortuna e l’onore di farle, ha spiegato, riferendosi al 1971: «Mi resi conto che provenendo dal popolo ed essendo stata una borsista, non facevo parte dei cosiddetti “eredi” delle élite che, a scuola, riuscivano ad appropriarsi con facilità di quella che era la cultura “generale”. Questa presa di coscienza fu molto importante per me e mi spinse a scrivere il mio primo libro, Gli armadi vuoti». Poche scrittrici come Ernaux – una è di sicuro Dorothy Allison, un’altra Elena Ferrante – hanno saputo entrare con uguale affilata precisione all’interno dei rapporti di classe, eviscerarli, svergognarli, ed è significativo il fatto che Alberto Prunetti, autore dell’importante lavoro seminale sulla letteratura working class Non è un pranzo di gala (appena uscito per minimum fax), la citi come esempio di «transfuga di classe» (con Didier Eribon ed Édouard Luis) e come scrittrice con un background working class.
Dopo un lungo percorso a scandagliare in lungo e in largo quel luogo acquatico e cangiante che è la memoria personale, Ernaux ha iniziato ad annettere un tipo di patrimonio più collettivo, e lo ha fatto usando soprattutto i discorsi e le parole delle persone. Arriva a questo punto, nel 2008, Gli anni, a occupare un importante tassello all’interno di quell’ampia «autobiografia sociale», così è stata chiamata l’opera di Ernaux, di cui fa parte anche Guarda le luci, amore mio, il libro sull’Auchan dal quale sono partita, dove un ipermercato di periferia diventa osservatorio privilegiato del mondo e delle persone in un’ottica sociale e, quindi, politica. Nello stesso filone si possono leggere anche opere come Journal de dehors e La vie exterieur, che trattano «oggetti considerati indegni della lingua letteraria» come i viaggi sulla Rer, i parcheggi e, appunto, i supermercati. In Journal scrive: «Più nessuna descrizione, nessuna storia. Solo degli istanti, degli incontri. Un etno-testo». E di fronte a una materia così incandescente – la vita, le vergogne, le fatiche, le miserie –, l’unica arma di Ernaux è stata un tipo di scrittura essenziale, piatta, che mi ha spiegato così: «La mia scrittura piatta è nutrita dalle sensazioni, che restano, però, dietro le parole». Parole-schermo, dunque.
Dal posto in cui è nata, Ernaux ha cercato di fuggire come si fa dagli incendi. La sua salvezza è stata la Grande Città, Parigi e tutte le meraviglie stipate là dentro, i salotti, la bourgeoisie, le lucine, la letteratura alta. A un certo punto però, la sua strada – come quella di tanti, in realtà – ha fatto un’inversione a u, e allora la sua scelta è caduta su un posto, che potrebbe essere qualunque posto ma che si chiama Cergy, a 40 minuti con la Rer A dal centro di Parigi, e su una casa con un grande giardino sul fiume Oise. Più volte ho fantasticato su quel giardino, soprattutto da quando lei stessa me ne aveva parlato durante la nostra prima intervista.
Al telefono Annie Ernaux ha una voce di ragazza, e io mi ero molto emozionata quando avevo sentito il suo allô dall’altra parte del filo – la immaginavo, non so perché, aggrappata a una pesante cornetta di bachelite, immersa in una poltrona di velluto lisa sui braccioli, a guardare con quei suoi occhi liquidi oltre la portafinestra aperta sui salici del giardino. La voce è una delle cose che cambiano meno di noi mentre gli anni corrono, e se tutto il resto prima o poi si disfa e ci trasfigura, la voce è l’unica in grado di opporre una piccola resistenza. Quella, ho immaginato anche, era la stessa voce della giovane donna che aveva vissuto i fatti raccontati in L’evento o in Memoria di ragazza.
E così, quella ragazza scappata dalle fiamme ora ha vinto il Nobel per la Letteratura, che notizia! E si spera che questa volta saranno in pochi a dire «Ernaux chi?». Doveva essere il turno di Salman Rushdie, si mormorava, ma si sa, l’Accademia ha ragioni che la ragione non comprende e viceversa, e i fatti del mondo, soprattutto loro, hanno scarsissime chance di riuscire a intrufolarsi dietro la porta chiusa più fotografata del mondo. Ogni volta che, in questi ultimi anni, il Nobel è andato a una delle scrittrici che hanno contribuito a darmi forma – ed è successo finora quattro volte: Alice Munro, Olga Tokarczuk, Louise Glück ed Ernaux, perché quando è stato il turno di Szymborska e Aleksievic io, per eccesso di gioventù o di stoltezza, non le avevo ancora lette – mi sono sentita contenta come se un pezzettino di quella luce fosse anche mia. E di tutte, tutte quante, le altre invisibili che mi hanno preceduta e mi succederanno. Una rivincita, anzi di più, una speranza. «Un aiuto a comprendere, e sopportare, ciò che accade e ciò che facciamo», scrive la Nobel in Memoria di ragazza.
Prima di chiudere questo pezzo, nel quale, pur nella lungaggine, non sono riuscita a parlare del femminismo di Ernaux – i suoi testi sono stati paragonati, per impatto, a quelli di Simone de Beauvoir, e quando le chiesi quale fosse lo stereotipo più difficile da superare per una donna rispose «la sottomissione. Il fatto che siamo troppo gentili con gli uomini, li perdoniamo e accettiamo tutto nonostante loro non facciano altrettanto nei nostri confronti» – faccio in tempo a vedere un brevissimo video in cui si vede Annie, sciarpa e calze rosse, che attraversa con il passo cauto di una signora di 82 anni il giardino di casa sua a Cergy e raggiunge i giornalisti che le chiedono un commento sul premio. Ma lei è sopraffatta, incredula: «Non ci riesco. Sono felice, e orgogliosa. È tutto». È commossa. Commuove. E quelli, comunque, non sono salici.
(rivistastudio.com, 7 ottobre 2022)
di Simona Sirianni
Per il suo pubblico era già un’icona e di certo non serviva il Premio Nobel per la Letteratura vinto ieri a farla amare ancora di più dai suoi lettori. Fatto sta che Annie Ernaux, una delle voci più autorevoli della letteratura mondiale, il prezioso riconoscimento lo ha ricevuto, non facendo altro che confermare il suo essere una scrittrice eccezionale.
L’autrice francese è capostipite dell’autofiction. Si tratta di quel genere letterario che usa il proprio io e la propria vita come chiave per affrontare questioni come la famiglia, la violenza, gli affetti e che si racconta con una disarmante onestà. Ed Ernaux lo fa in maniera talmente profonda che l’Accademia svedese ha motivato la sua scelta «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui ha svelato le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale».
Ciò che racconta Ernaux, infatti, nei suoi libri, è esattamente quello che ha vissuto, il ricordo e la scrittura sono legate in maniera indissolubile, senza nascondere mai che l’io dei suoi libri coincide quasi completamente con sé stessa.
I libri di Annie Ernaux
Una donna
Negli ultimi anni, Ernaux è diventata quasi un culto per chiunque ami la scrittura. E questo è successo anche in Italia. I suoi libri sono tutti molto amati e, tra questi c’è sicuramente Una donna (Ed. L’orma), di cui Teresa Ciabatti, tra le più importanti scrittrici italiane contemporanee, ha detto: «Annie Ernaux spiazza, incanta, commuove. Non consola».
È un libro scritto pochi giorni dopo la morte della madre, nel periodo del lutto in cui le vicende personali emergono dalla memoria. La storia di questa donna prende vita a partire dalla miseria contadina per arrivare al riscatto come piccola commerciante. Che dura fino allo sprofondare nel buio della malattia. Un libro che, utilizzando una lingua «più neutra possibile», indaga le contraddizioni e l’opacità dei sentimenti con un secco dolore.
Gli anni
Gli anni è un libro del 2008. Difficile descriverlo, perché non è un romanzo né una raccolta di memorie. È un flusso di ricordi dell’autrice che ripercorre la sua vita dagli anni quaranta fino ai giorni nostri. E mentre racconta di sé, racconta anche il Novecento e la storia di una generazione.
Quella cresciuta durante il boom economico degli anni cinquanta, travolta dal consumismo e infine sopraffatta dalla nuova era digitale. Con una domanda che rimane centrale per tutte le pagine: resterà di me qualcosa, infine, ancora?
L’evento
Con il successo di La scelta di Anne – L’Événement, vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia 2020, il libro L’evento da cui è tratto il film è tornato molto in auge. Uscito in Francia nel 2010, racconta l’esperienza di una ragazza che cerca disperatamente di abortire in un mondo che non le riconosce questo diritto, portando alla luce una ferita collettiva. Una terribile richiesta in forma letteraria di costruire un presente più giusto per tutte quelle donne incinte, vicine o lontane, a cui è proibito per legge o nei fatti disporre di sé stesse.
«Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo», ha detto la scrittrice delle sue pagine.
La donna gelata
Ancora la Ernaux femminista in un libro che riavvolge i ricordi dell’educazione sentimentale e sessuale di una donna dalla provincia francese degli anni Quaranta. Le scoperte e i tabù dell’adolescenza, gli anni più indipendenti e intensi dell’università, dove si ricorrono amori e scelte. Per arrivare ai bivi della giovinezza: matrimonio, famiglia. Ma qui lo squilibrio di ruoli e mansioni tra moglie e marito, tra madre e padre condanna l’autrice alla glaciazione dell’interiorità e del desiderio.
Annie descrive con precisa passione l’apprendistato alla disparità di una donna, consegnando al lettore con spietata limpidezza un’impareggiabile radiografia della moderna vita di coppia.
Il posto
In queste pagine la scrittrice racconta la storia del padre, della sua vita, del conflitto creatosi tra loro nel corso degli anni. E, il desiderio di scrivere coincide con la necessità di affrontare ancora una volta l’autorità paterna, di verificare il contraddittorio rapporto tra padre e figlia, di far riemergere dettagli considerati perduti per sempre.
di #Senzagiridiboa
Era la fresca sera del 4 maggio 2022, alle 20. Tutto nasce da un messaggio su una chat WhatsApp: «Avete sentito le parole della Franchi? Dobbiamo reagire, fare qualcosa!».
Elisabetta Franchi è una stella del mondo della moda. Nasce in una famiglia poverissima poi fa la commessa in una bancarella di intimo fino a realizzare il suo sogno dominando le passerelle più ambite con abiti indossati anche da Angelina Jolie e Jennifer Lopez. Durante un incontro pubblico parlando del suo modello di business rispetto al tema dell’occupazione femminile dice: «Faccio una premessa. Io le donne le ho messe ma sono -anta, ancora ragazze ma ragazze cresciute. Se dovevano sposarsi si sono già sposate, se dovevano far figli li hanno fatti, se dovevano separarsi hanno fatto anche quello. Diciamo che io le prendo dopo i quattro giri di boa. Sono tranquille e lavorano h24». Eccole le donne che hanno già fatto i quattro giri di boa.
Over 40 (quindi affidabili e formate ma ancora giovani per lo standard italiano), matrimonio fatto, figli già cresciuti (quindi secondo lei già fuori dalle balle), divorzio (eh sì perché se fai la manager non hai tempo per investire sulla tua relazione quindi per forza finisce male). A questo punto sola come un cane senza più nessuno di cui occuparti non ti resta che lavorare h24 (perché no, se sei una donna in carriera – con o senza figli – non c’è spazio per il tempo libero, per leggere un libro, passeggiare o godersi la vita. Puoi solo sgobbare).
Queste parole ci hanno fatto arrabbiare. All’inizio in chat eravamo in cinque. Alle 21.30 nel gruppo WhatsApp superavamo le trenta. Alle 22 di quella sera di maggio ognuna di noi ha lanciato sui propri social network l’hashtag #senzagiridiboa accompagnato da una fotografia di sé stessa (con o senza pancione, con o senza figli, sul lavoro, in vacanza) e un pensiero, una riflessione personale sulle parole pronunciate dall’imprenditrice della moda.
Alla campagna si sono unite molte altre lavoratrici. Non solo giornaliste ma anche scrittrici, artiste, sceneggiatrici, blogger, sportive, attrici.
Elisabetta Franchi ha poi precisato le sue parole così: «L’80% della mia azienda sono quote rosa di cui il 75% giovani donne impiegate, il 5% dirigenti e manager donne […] Lo Stato italiano è ancora abbastanza assente, mancando le strutture e gli aiuti, le donne si trovano a dover affrontare una scelta tra famiglia e carriera». Quindi, conclude la stilista emiliana, “chi riesce a conciliare famiglia e carriera è comunque sottoposta a enormi sacrifici, esattamente quello che ho dovuto fare io”. Effettivamente l’imprenditrice è madre di due figli, il primo avuto poco prima delle boe, mentre la seconda dopo i suoi giri di boa. Non ha senso prendersela con chi ha solo avuto la sincerità, impudente, di dire in un consesso pubblico quel che ogni giorno si dice e si fa dentro le segrete stanze delle aziende dove si decidono le carriere delle donne. Alla fine dobbiamo essere grate a Elisabetta Franchi. Da lì abbiamo deciso di uscire dal perimetro della campagna social e di fare ciò che ci viene meglio e cioè quello che facciamo per lavoro: esercitare il nostro diritto di cronaca e di critica. Raccontare, dopo aver raccontato le nostre storie, le storie degli altri. Così abbiamo chiesto a chi ci ha seguito sui social di mandarci le proprie storie. Non ci credevamo, dobbiamo dire, ma in un mese, grazie a chi c’ha dato fiducia, abbiamo raccolto oltre cento testimonianze di lavoro/vita/diritti. Questo libro* è il loro libro. È il frutto di questa raccolta di storie. Ma è anche il nostro libro. È un racconto corale. Uno sforzo collettivo che avevamo disimparato a compiere in questo mondo, il nostro mondo, in cui l’individualismo sfrenato ha spesso il sopravvento: noi ci siamo unite. Questo libro è quindi per noi molto più che un libro. È un metodo, un approccio solidale alla vita.
Ma attenzione: il nostro non è un movimento politico. Né tantomeno un coro composto solo da madri. È al contrario un grido trasversale che comprende donne con storie diverse e che non si ferma solo al difficile bilanciamento tra lavoro e figli. Questo libro parla anche alle -anta single e senza figli che si dà per scontato, non avendo prole, non abbiano una vita degna di essere vissuta al di fuori del loro impiego. In più non si considera che oggi il problema è semmai quello opposto: per fare figli si aspettano proprio gli -anta di cui parla la Franchi. Perché negli -enta si fa la gavetta. E poi ci sono gli uomini, che a stare con i figli ci tengono sul serio e magari si sentono discriminati per non poterlo fare perché alla fine se manca lo stipendio più consistente, quello maschile nella maggior parte dei casi, chi porta avanti la famiglia? Uomini che vorrebbero anche loro avere diritto ad un mondo del lavoro che non faccia solo della disponibilità il metro della propria prestazione e del proprio valore.
Questo libro vuole spiegare a tutte (e tutti) che non siamo davanti a un problema individuale con una soluzione individuale. Questo problema è il problema sociale più importante che abbiamo davanti nel mondo del lavoro e deve avere una risposta sociale. Fino a quando la perdita del lavoro di una donna in attesa sarà solo il problema di quella donna e non un’offesa a tutte le donne lavoratrici e un danno a tutta la società, non se ne uscirà.
(*) AA. VV., Senza giri di boa, PaperFirst.
Un’opera sociale e collettiva. La prefazione la firma Chiara Saraceno. Il libro è un’opera a più mani di giornaliste, scrittrici, blogger: Francesca Biagiotti, Valeria Brigida, Giulia Cerino, Gaia De Scalzi, Micaela Farrocco, Francesca Fornario, Silvia Franco, Chiara Maria Gargioli, Linda Giannattasio, Sara Giudice, Barbara Gubellini, Sofia Mattioli, Ambra Orengo, Valentina Petrini, Giulia Presutti, Chiara Proietti D’Ambra.
(Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2022)